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sabato 5 settembre 2026

Il tempo che resta

 


Avevo avvertito, qualche mese fa, il bisogno di staccarmi da questo schermo, di vivere le cose senza doverle per forza raccontare, di respirare senza l’ansia di un’agenda online da rispettare e l’attesa di un commento a cui rispondere. Così sono uscito dalla blogosfera, ho chiuso la porta, ho staccato la spina, proprio io che non sono mai connesso perché non ho lo smartphone e solo raramente utilizzo internet attraverso un vecchio computer da tavolo.

E allora perché sono di nuovo qui? Perché dopo aver abbandonato il blog ho capito che mi mancava una cosa che mi faceva compagnia: il piacere di scrivere. Non per scalare le classifiche della blogosfera e fare numeri, non per avere persone che ti seguono – anche se fa piacere trovare qualcuno che ti legge e condivide i tuoi pensieri – non per rincorrere gli algoritmi e per parlare di ciò che va di moda, ma semplicemente perché a volte mettere le parole – certe parole - in fila su una pagina bianca fa bene all’anima. E’ una vera catarsi emotiva. E allora ci sarò ancora quando avrò qualcosa da dire e sparirò di nuovo quando la vita o qualcos’altro, là fuori, busserà alla porta. Sono ancora qui per riprendermi il mio tempo fatto di lentezza, di riflessione, di silenzi, che non sono vuoti da riempire ma spazi da abitare; sono ancora qui per parlare del tempo che passa e che mi sfugge inesorabile, veloce, distratto, senza lasciare traccia, come acqua sulla roccia.

Ma dove eravamo rimasti? Ah sì… parlavo del blog e terminavo il post con una citazione di Andrea Emo che voglio ancora riportare qui perché rappresenta, secondo me, l’estrema sintesi della scrittura in rete: “Ciò che scriviamo – ebbe a dire una volta questo filosofo sconosciuto ai più – è una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”. Una splendida e malinconica e veritiera riflessione. Io credo che tocchi il cuore dell’esistenza digitale e dell’atto stesso dello scrivere. Significa che ciò che pubblichiamo online o scriviamo su una pagina è una sorta di confessione, un diario, un messaggio racchiuso in una bottiglia e lanciato nel vuoto, destinato a persone che non   conosceremo mai, o che potrebbero perfino non esistere. Pensandoci bene, questo è il grande paradosso della rete: siamo presenti e assenti nello stesso tempo, circondati da miliardi di voci. Eppure non siamo mai stati così isolati come oggi. La tecnologia ci ha dato l’illusione di essere sempre in compagnia creando legami fragili e fittizi.

Se domani sparissimo dalla blogosfera, per la stragrande maggioranza degli utenti non cambierebbe nulla. La nostra assenza equivarrebbe alla nostra presenza. Scrivere in rete significa accettare che il proprio messaggio viaggerà nel tempo e nello spazio svincolato da chi lo ha creato, accettando l’idea che forse nessuno mai lo raccoglierà. Perché il lettore universale è una figura astratta. Un’ombra senza volto e senza nome. Dietro l’iperconnessione totale dei nostri tempi si nasconde una solitudine profonda. Comunichiamo nel buio sperando che quel “Nessuno” dall’altra parte dello schermo sia in realtà un “Qualcuno” che sta provando il nostro stesso identico vuoto e si senta meno solo leggendo le nostre parole. La scrittura, allora, come per incanto, rompe l’isolamento, trasforma un’esperienza intima e solitaria in un terreno d’incontro universale, diventa un ponte invisibile tra chi scrive e chi legge: il primo lo fa per non sentirsi solo, e il secondo – specchiandosi in quelle parole – scopre di non esserlo più. Se non avessimo questa capacità di creare un destinatario, individuale e universale – ci ricorda ancora Andrea Emo – non scriveremmo mai. Forse non penseremmo neppure. Perché nessuno veramente scrive solo per sé.

martedì 7 aprile 2026

Segnali di abbandono

 


Scrivo su questo blog da 13 anni, e tutto è nato per gioco: volevo vedere l’effetto che fa. Avevo l’abitudine di scrivere al computer le “recensioni” dei libri che leggevo, salvandole poi in un semplice file word: mi piaceva, ogni tanto, rileggerle per rinfrescarmi la memoria su questo o quel libro. Diciamo che ho trasformato quel mio iniziale esercizio di scrittura in un blog, con l’aggiunta di post attinenti altre tematiche. Devo dire però che non sono molto prolifico: pubblico 2/3 post al mese, molto al di sotto della frequenza media di pubblicazione che – secondo certi “esperti” del settore - dovrebbe essere di 2/3 a settimana. Ciò al fine di instaurare una quotidiana connessione con chi ti legge, e convincere Google ad inserire il tuo blog tra le prime pagine di ricerca. Ma io non ho di queste velleità e poi non ho seguaci, i “famigerati” follower, che aspettano ansiosi il mio ultimo post.

Scrivere è una cosa seria e impegnativa: ma non è il mio mestiere, lo ammetto. A volte mi sento addirittura inadeguato in questo ruolo, perché non sono nato con la penna in mano (come si suol dire), né ho l’impertinenza di affermare che non potrei vivere se non scrivessi, come mi capita di leggere in giro. Certo, la scrittura rappresenta un ottimo esercizio per l’anima e per la mente, sostiene la memoria e ti fa stare bene. Può essere un valido strumento di analisi e di ascolto che ti aiuta a riflettere. E se non mi esercitassi in questa maniera, credo che oggi sarei ridotto a scrivere solo la lista della spesa e i bollettini postali. Non bisogna però dimenticare che verba volant scripta manent, come dicevano gli antichi. E’ fondamentale, quindi, stare attenti a ciò che viene disseminato nella blogosfera, un mondo dominato dalle parole che sempre più spesso perdono di significato e di valore. Una volta scritte, diventano parole pubbliche che acquistano un peso, una vera responsabilità. E restano lì a disposizione per chissà quanto tempo. Un mondo - questo della rete - dove tutti trafficano con la scrittura in modo anonimo, dove si può scrivere qualsiasi cosa senza verificare la veridicità del contenuto, spacciando un vocabolario spesso ingannevole senza che ciò porti discredito alla dignità di chi scrive.

Cesare Pavese diceva che “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla”. E forse è questa la molla che spinge ad aprire un blog: scrivere, prima ancora che per un piacere personale, per un inconfessabile desiderio di vedere qualcuno che ti legge. A dir la verità, quando scrivo un post non ambisco a tanto, o meglio non mi illudo di parlare a una folla. Immagino, sempre, di parlare da solo, anche se, da qualche parte, ci sono quelle tre/quattro persone che si ostinano a leggermi (ringrazio di cuore) e a lasciare qualche commento pur non avendo il sottoscritto meriti particolari.

Ho letto che nel mondo, secondo le statistiche, esistono oltre 400 milioni di blog (circa 2 milioni solo in Italia) e ogni giorno vengono pubblicati su WordPress circa 70 milioni di post. Numeri pazzeschi che fanno capire quanto spietata sia la concorrenza. D’altra parte le visualizzazioni di un blog sono legate spesso a quel noto principio: “do ut des”. E io do davvero poco alla blogosfera perché non sono presente sui social, non ho cellulari e quindi posso utilizzare solo il computer, seguo pochissimi blog, non resisto in Internet più di mezz’ora. E non sempre lascio commenti al blog visitato. Ma anche il commento deve avere una sua dignità, al pari del post. Certo, ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ma ha un senso fare un post scrivendo che oggi piove e non mi va di uscire, e ricevere il commento di uno che afferma che anche dalle sue parti il tempo è inclemente? E poi ancora un altro che magnifica, invece, il bel tempo? Post e commenti di questo tono possono accrescere il numero degli articoli pubblicati e fare adepti aumentando le visualizzazioni, ma di certo non arricchiscono uno strumento on line nato con l’intento di pubblicare altri contenuti.

Durante i primi tempi - forse infervorato dalla novità ed esaltato dall’idea che ci potesse essere qualcuno interessato ai miei scritti, che non aspettasse altro che un mio post giornaliero - davo più spazio al mio narcisismo (sentimento questo che gioca un ruolo fondamentale nella blogosfera), e mi impegnavo molto di più: e i post crescevano e si susseguivano uno dietro l’altro, in tempi brevi. Pensavo – come forse pensano un po' tutti - che il successo di un blog dipendesse esclusivamente dall’ultimo post pubblicato, e non già dai precedenti che, secondo una consolidata credenza, pare non contino più nulla, non siano più leggibili, come se non esistessero. E’ raro, infatti, che un visitatore lasci un commento su un vecchio post, come avviene, invece, per l’ultimo nato. Io credo che un post scritto bene e con impegno negli anni passati - se non riguarda la stretta attualità - è sempre attuale per chi non l’ha letto. Per quanto mi riguarda (con tutto il rispetto per gli altri blogger che fanno altre scelte), è difficile che io scriva un articolo sulle scemenze che dice l’on. caio o sulle frottole che racconta l’on. sempronio, o su questo o quel delitto familiare di cui parlano largamente i media. I fatti di cronaca nera, gialla e rosa e il teatrino della politica trovano poco spazio sul mio blog. Per queste tematiche ci sono in giro giornalisti e persone molto più autorevoli e informate di me anche in rete, e non vedo quindi perché uno dovrebbe leggere la mia opinione per farsi un’idea su un determinato argomento, spesso inflazionato. Il blog, diciamocelo, non è un giornale che deve riportare le ultime notizie – che poi in certi periodi di vacche magre sono le stesse del giorno prima e del giorno prima ancora – ma una sorta di diario emotivo condiviso in cui specchiarsi, un raccoglitore di idee, di sentimenti, di sensazioni, di esperienze, di letture, di spunti di riflessioni che non hanno una scadenza e non sono legati al fatto del giorno. E allora, quando proprio non sappiamo che scrivere, meglio riproporre qualche vecchio post, che magari ha già avuto un discreto successo di lettori, di visualizzazioni e di commenti. E’ come riascoltare una vecchia canzone, è come rileggere una poesia o una pagina di un bel libro. Senza ingolfare la rete di testi inutili e noiosi.

E’ pur vero che quando certe attività diventano abitudinarie si crea – a volte senza accorgersene - una insolita dipendenza. Sorge allora spontanea la domanda: ma se questo consolidato legame venisse interrotto improvvisamente e si decidesse di dire basta, quale reazione emotiva produrrebbe? Nella fattispecie, se domani decidessi di uscire dalla rete e non scrivere più su questo blog, cosa mi verrebbe a mancare? E, soprattutto, potrebbero mai sentire la mia mancanza quei pochi e affezionati lettori che fino a questo momento hanno avuto la costanza di seguirmi e di leggermi? Ora, senza voler apparire irriguardoso, la risposta a questi interrogativi è molto semplice: io non ne soffrirei più di tanto, forse mi sentirei quasi liberato da questo impegno. E loro, “i miei lettori”, tutt’al più si domanderebbero, non vedendomi apparire con l’ultimo post: chissà che fine ha fatto quel “luddista” che metteva in discussione la tecnologia e aspirava a vivere in un eremo, con un cane, due galline e una capretta. E senza smartphone. Sarà forse morto?... purtroppo succede anche questo in rete. Ha cambiato finalmente vita? Si è stufato del blog?

In fondo, miei cari amici vicini e lontani, la nostra presenza qui in rete vale, né più né meno, quanto la nostra assenza. “Ciò che scriviamo - ebbe a dire una volta il filosofo Andrea Emo, un nobiluomo veneto che discendeva dai dogi e passò la sua vita in ombra e in solitudine - è una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”.


venerdì 2 maggio 2025

Invecchiare al tempo della rete

 


La lentezza, oltre a richiamare una filosofia di vita, un modo di stare al mondo, è anche una caratteristica propria della vecchiaia. Invecchiando si diventa lenti, nel fisico e nella mente, mentre il mondo intorno gira a grande velocità. E a volte appare incomprensibile. Al di là della retorica con cui oggi si cerca di mitigare quella che comunemente viene chiamata “terza età”, io mi sento di  dire, senza falsi infingimenti, che sono dentro la vecchiaia. E’ inutile girarci intorno: è arrivata con la pensione e me la porto dietro. Il passato, quello giovanile, io lo percepisco sempre più lontano, un passato che mi costringe a constatare il mio distacco dal presente, a volte la mia inadeguatezza, sebbene la società consumistica e tecnologica mi inviti a partecipare ai cambiamenti impetuosi che il mondo produce.

La vecchiaia, come scrive Massimo Mantellini in “Invecchiare al tempo della rete” è una faccenda da vecchi, interessa soprattutto chi è ormai avanti negli anni. Tutti gli altri le passano accanto con indifferenza. Da giovane io non mi sarei mai sognato di leggere un libro sulla vecchiaia.  Con questo saggio, Mantellini - uno dei maggiori esperti del mondo digitale - ci ricorda che nessuno, fino ad ora, è diventato vecchio su internet, un luogo molto diverso da quello in cui invecchiavano i nostri nonni e poi i nostri genitori. Tutto è iniziato circa un quarto di secolo fa quando la “rete” ha cominciato ad avviluppare le nostre vite, anche se in maniera differente. E chi nel frattempo cominciava ad avere una certa età, l’unica maniera possibile per dimostrare di essere ancora vivi ed attivi dentro la spietatezza del mondo digitale era quella di mimetizzarsi, adattandosi ai tempi che cambiavano. Il nuovo vecchio si è trovato, allora, ad un bivio: rimanere tale senza lasciarsi influenzare più di tanto dai cambiamenti tecnologici, oppure trasformarsi in una nuova figura: il vecchiogiovane. E la differenza principale fra il vecchio e il vecchiogiovane, ci dice Mantellini, è che “il primo rimpiange mentre il secondo – ancora – invidia”. E chi può invidiare se non i giovani? Il primo riconosce le sue limitate possibilità e si mette da parte, il secondo si finge innovativo e ancora giovane perché solo il giovane è la faccia dell’innovazione. Per Mantellini, il vecchio è Bartali, che apre un negozio di biciclette dopo aver appeso la sua al chiodo. Il vecchiogiovane invece, esponendosi talvolta allo scherno altrui, continua ad immaginarsi sui tornanti del Tour de France, trionfante a fine tappa mentre indossa la maglia gialla e riceve il bacio dalla miss. Per quanto mi riguarda, devo dire che con l’avvento della rete io sono rimasto fondamentalmente vecchio, sono il “Bartali che apre un negozio di biciclette”; e, come una pietra sul greto del torrente che scorre vorticoso, osservo la vita e, a volte, rimpiango. Avevo tutta la vita davanti, un tempo, perciò mi potevo permettere il lusso di rinviare. E rinviavo. Ora che il mio tempo va esaurendosi, mi accorgo che me ne servirebbe altro. Diceva Bobbio – citato da Mantellini – che “quanto più mantiene fermi i punti di riferimento del suo universo culturale, tanto più il vecchio si estrania dal proprio tempo”. E’ ciò che mi succede.

La rete ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa, tra la nuova vecchiaia e quella precedente. Un tempo erano i vecchi che sapevano e tramandavano ai giovani le proprie conoscenze. Oggi i vecchi non sanno, vengono guardati con sospetto e commiserazione, mentre i giovani sanno tutto. Sono i padroni della rete. Ma la possibilità di “esserci senza esserci, di guardare senza essere visti, di parlare in forma di sconosciuto, è una delle ragioni per cui, dopo un allenamento durato un paio di decenni, l’uomo adulto che inizia ad invecchiare in rete sceglierà di trasformarsi talvolta nel vecchiogiovane”. Gli ambienti digitali rendono ogni confine impalpabile, aggiungono astrattezza, confondono le carte e solo da quelle parti “gli estremi potranno mescolarsi e perdersi uno nell’altro”. Ciò non può succedere nel mondo reale dove non c’è alcuna mediazione e dove l’età separa e rappresenta un confine geografico insormontabile.

Il vecchio in rete si materializza con le parole, ma la rete resta pur sempre un luogo impervio e pieno di insidie, un percorso ad ostacoli nel quale la velocità fa da padrone incidendo sulle sue abitudini di vita come mai era avvenuto nel passato. Quando un’epoca decide di sostituire la scrittura a matita con quella digitale, la tecnologia costruisce improvvisamente barriere e fossati, spesso insormontabili, che fino a poco prima non esistevano, riducendo ulteriormente gli spazi di esistenza in vita dei più anziani. Alcuni riusciranno, o quantomeno proveranno a superare quei fossati, altri saranno lasciati ai margini “nel medesimo luogo nel quale in fondo erano sempre stati – scrive Mantellini - ma dentro una marginalità che origina per la prima volta dal design degli oggetti: una specie di dichiarazione di irrilevanza che ogni persona anziana vedrà ripetuta ogni giorno, dentro ogni gesto della parte di vita che gli resta”.



lunedì 2 dicembre 2024

Il tempo delle cose è finito

 


Siamo quotidianamente investiti da una massa di informazioni che ha preso il posto delle cose, destabilizzando la nostra esistenza. Le informazioni hanno una validità molto limitata: si fondano sulla sorpresa. Siamo diventati consumatori insaziabili di informazioni, che rappresentano la realtà e riducono i contatti fisici. Ma sono le cose concrete i punti fermi che influenzano le nostre vite. Tuttavia, il mondo si fa sempre più inafferrabile – scrive lo scrittore e filosofo coreano Byung-Chul Han nel suo saggio “Le non cose” con sottotitolo “come abbiamo smesso di vivere il reale” – siamo passati dall’era delle cose all’era delle non-cose. Non abitiamo più la terrà e il cielo, ma Google, e all’ordine terreno è subentrato l’ordine digitale.

La realtà ci appare sempre più scivolosa e ingarbugliata, piena di stimoli che non vanno oltre la superficie. Comunichiamo incessantemente, raccogliamo dati e amici e follower senza mai incontrare l’Altro, che scompare in forma di voce e di sguardo. “Il mondo odierno è molto povero di sguardo e di voce”. Non vogliamo più legarci alle cose che un tempo ci erano care, ma evitiamo anche di legarci alle persone, cercando ossessivamente di conoscerne altre in maniera virtuale. “Ci sentiamo liberi – scrive il filosofo coreano – eppure siamo sfruttati, sorvegliati e influenzati”.

Ci stiamo dirigendo, sostiene ancora l’autore di questo libro, verso un’epoca post-umana, “in cui la vita altro non è che mero scambio di informazioni…La digitalizzazione è un passaggio coerente verso l’abolizione dell’humanum”.

E’ finito il tempo delle cose che stanno a cuore. E il tempo del cuore appartiene ormai al passato. Le cose nascono già morte. “Non vengono usate, bensì consumate. Solo un lungo utilizzo dà loro un’anima. Solo le cose del cuore sono animate. Flaubert voleva essere sepolto insieme al suo calamaio”.

Probabilmente l’uomo contemporaneo vorrà essere sepolto insieme al suo smartphone.


lunedì 29 gennaio 2024

Scrivere: un atto di vanità

 


Se ci soffermassimo a riflettere, con la dovuta attenzione, sui flussi di parole che inondano quotidianamente la nostra esistenza, capiremmo che il mondo non ha assolutamente bisogno delle nostre parole scritte. Sono già troppe quelle esistenti e niente possiamo aggiungere su ciò che è stato già detto da persone molto più autorevoli di noi, del presente e del passato. E’ come quando si entra in una grande libreria dove sono assiepati migliaia e migliaia di testi: ma chi mai dovrebbe comprare e leggere un nostro libro qualora decidessimo di scriverlo? Eppure, tutto questo non ci spaventa, non ci scoraggia e non ci fa desistere da questa attività che resta, nonostante tutto, tra le più nobili dell’animo umano. Mai come in questa nostra epoca ci siamo affidati in maniera così ostinata alla parola scritta, invogliati soprattutto dagli strumenti on line messi a disposizione dalla tecnica.

“Ho scritto poco – amava ripetere Cristina Campo – e mi piacerebbe aver scritto meno”. Un modo per attestare che la scrittura è una cosa seria che implica responsabilità civile, fatica, rispetto. E forse nessuna come lei rispettava le parole almeno quanto noi, sempre più spesso, le maltrattiamo. E poi aggiungeva: “se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi”. Ma esiste questa fusione anche nel nostro scrivere? Le parole che usiamo hanno la forza di penetrare in noi e rimanerci? Diciamocelo: oggi usiamo la scrittura soprattutto per interagire con gli altri, quasi in tempo reale, attraverso i social. E’ un modo di scrivere istantaneo, frammentato - come il parlare – che non ha nulla a che spartire con un pensiero ponderato, riflessivo e profondo. Insomma, una scrittura liquida, scivolosa, che non lascia alcuna traccia importante né in chi scrive e tanto meno in chi legge.

Pare che il blog, invece, sia una forma espressiva superiore e di nicchia che ricorda - con i suoi testi brevi ed equilibrati - il diario o la lettera di antica memoria (anche se oggi nessuno si sognerebbe di scrivere una lettera come si faceva un tempo). Ma se il diario e la lettera sono strumenti privati che si rivolgono ad un solo destinatario, ad un solo lettore – anche se poi alcuni di questi testi sono diventati di dominio pubblico, epistolari famosi di alto valore letterario -  il post di un blog è indirizzato, invece, a tutti coloro che vi si imbattono per caso. E’ di tutti e di nessuno. Ma allora, se non ho un destinatario preciso e circoscritto, perché sento questo bisogno di scrivere e diffondere il mio messaggio in rete? E qui si potrebbe aprire un dibattito infinito dove ognuno esprimerebbe la propria motivazione.

 Io penso che tutte le convinzioni che spingono una persona a scrivere siano accomunate da un solo sentimento: la nostra vanità. Se fosse una merce in vendita, la vanità, andrebbe a ruba nonostante ne siamo tutti muniti, sia pure in diversa misura. E’ inutile girarci intorno: scrivere è un atto di vanità; è voler essere letti. Se nessuno ci legge non esistiamo. E noi vogliamo esserci in questo mondo. Vogliamo lasciare una traccia. E’ un sentimento così radicato nell’animo umano che ciascuno di noi desidera, in qualche maniera, essere ammirato e applaudito per ciò che scrive. Non metteremmo in rete un post, per il solo piacere di scrivere, se non avessimo la certezza che qualcuno prima o poi lo leggerà: fosse anche una sola persona. Ed è proprio questa persona sconosciuta la molla che ci spinge a farlo. Altrimenti basterebbe un quaderno su cui appuntare i nostri pensieri. Ma parlare ad una folla è molto più gratificante che parlare solo a sé stessi. Ti fa sentire importante. Ti fa immaginare che c’è qualcuno nella blogosfera che sta lì in attesa del tuo ultimo post.

Diceva una volta un filosofo che non affronteremmo un viaggio in mare per il solo piacere di vedere, senza speranza di poterlo mai raccontare. Scriviamo per gli altri, a cui vogliamo sempre insegnare qualcosa, ma non abbiamo nessuna intenzione di apprendere nulla da loro. Siamo tanto sensibili alle opinioni favorevoli che vengono espresse su di noi, quanto poco interessati a quello che gli altri dicono di sé stessi. In altre parole – miei cari amici blogger - la vanità degli altri proprio non la sopportiamo, attratti come siamo dalla nostra.


mercoledì 1 novembre 2023

Dieci anni di blog

 


445 post, oltre 3200 commenti, poco più di 157.000 visualizzazioni: questi sono gli attuali numeri del mio blog nato nel novembre del 2013, dieci anni fa. Non sono numeri straordinari se paragonati ad altri siti web, però ne sono ugualmente soddisfatto. Come scrissi nella mia presentazione, volevo “fermare il tempo” e non disperdere ciò che mi appartiene, condividendo pensieri, riflessioni, letture, divagazioni. E per soddisfare, forse, quell’intimo desiderio insito in ogni uomo che scrive: essere letto da qualcuno. Diceva Pavese che “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla”.

Mi domando, però, se abbia ancora un senso scrivere su un blog, consapevole del fatto che nella storia dell’umanità non si è mai scritto così tanto come nell’epoca che stiamo vivendo. Siamo letteralmente sommersi dalle parole, non sempre eccelse, e a volte mi chiedo quale importanza possano avere le mie.

Nel blog ho cercato di parlare dei libri che man mano andavo leggendo soffermandomi, in particolare, su quegli autori quasi dimenticati, prima ancora che dai lettori, dagli stessi editori: Giuseppe Berto, Lalla Romano, Ercole Patti, Michele Prisco, Giovanni Arpino, A.M. Ortese, Luciano Bianciardi, tanto per fare alcuni nomi. Ho insistito con quegli scrittori che più amo e che leggo e rileggo: Pavese, Pessoa, Proust, Svevo, Seneca…Mi sono addentrato, e continuo a farlo, nel meraviglioso mondo dell’arte e della poesia alla ricerca di bellezza e di sensazioni. Ho esplorato con passione la mia terra – il Cilento – con i suoi paesi arroccati sulle colline e ho descritto le bellezze e le brutture di una delle città più affascinanti del mondo, Roma, dove vivo da tanti anni. Ho osservato fatti e misfatti di questa nostra società, sempre più omologata e globalizzata,  cercando di capire il mondo tecnologico con i suoi derivati, che tutto forgia a sua immagine e somiglianza. Un mondo  lontano anni luce dalla mia filosofia di vita, che non prevede urgenze da smartphone. Ho solo sfiorato la politica, che mi ha deluso e mi ha tradito, e non vado più a votare. Ho cercato di guardare, più da vicino, i mezzi di comunicazione di massa che veicolano e manipolano informazioni e individui. Ho raccontato le mie malinconie, la mia solitudine, i miei rimpianti, le mie nostalgie. Mi sono fermato a riflettere sul tempo che scorre e lascia i suoi segni indelebili sulle cose e sugli uomini. E mi sono confrontato piacevolmente con persone squisite che – da dieci anni - hanno ancora la pazienza di leggermi.


venerdì 7 luglio 2023

Commenti

 


Il commento a un post ha una sua importanza; è uno strumento prezioso che misura, come un termometro, il grado di interesse e coinvolgimento dei lettori nei confronti di un blog. E poi fa sempre piacere ricevere un commento perché rappresenta, comunque, una gratificazione, soprattutto quando il post viene apprezzato. Certo, ci sono commenti e commenti e non tutti sono utili. Un buon commento deve avere una sua valenza, non può essere ridotto ad un semplice mi piace, perché il blog  è uno strumento social di nicchia e non di massa. Alcuni commenti possono addirittura essere dannosi per il blog, altri ancora sono del tutto generici, soprattutto quando non vanno oltre le due parole: che siano di apprezzamento o di biasimo. Per quanto mi riguarda, i commenti più graditi sono quelli che vengono chiamati guest post : veri articoli, a volte più interessanti del post commentato. Certo, per fare questo ti devi impegnare molto e devi “perdere del tempo”, cosa che non è da tutti. E’ più facile e sbrigativo scrivere una cosa scontata e banale, tipo: bel post parole bellissimemi piace, anziché argomentare quel giudizio positivo con un pensiero che fa pensare. La scrittura – d’altronde come la lettura - necessita di tempo e impegno, ma anche di fatica. E la fatica è una brutta bestia. Sarebbe meglio non commentare quando non si hanno argomenti convincenti e propositivi. Però poi sorge un problema: il do ut des dove lo mettiamo? Se non ci sono commenti sembra quasi che il blog non venga seguito da nessuno. E allora io ti dico che i tuoi versi sono meravigliosi a patto che tu scriva che il mio post rimarrà nella storia della blogosfera. Massì: punto…due punti…punto e virgola, facciamo vedere che abbondiamo, direbbe Totò.

E’ buona regola rispondere ai commenti. Io lo faccio sempre, con quei 3/4 commenti che ricevo abitualmente. Altrimenti sarebbe come essere invitati a pranzo e rimanere a parlare da soli, mentre il padrone di casa se ne sta tutto il tempo a smanettare sul suo smartphone senza degnarti di uno sguardo (…ma forse a questo ci siamo già arrivati). Meglio non essere saccenti, quando commentiamo, senza dimenticare l’educazione e il rispetto per gli altri, condizioni fondamentali per una corretta e civile comunicazione. Sono tanti i blogger che decidono di moderare i commenti sul proprio blog perché non si fidano di quello che potrebbero scrivere i lettori: io non l’ho mai fatto e devo dire che, in tanti anni, non mi è mai capitato nulla di spiacevole. Forse perché non scrivo mai di politica o di calcio o di pettegolezzi mediatici, argomenti questi che urtano in maniera sensibile la suscettibilità di tante persone. Naturalmente ognuno fa come meglio crede, ma io sono contrario ai filtri. Credo che i pensieri divergenti siano il sale della comunicazione: è il pensiero unico che mi fa paura. E ben venga chi non la pensa come me. Trovo, poi, alquanto divertenti certi “accapigliamenti”  che a volte si verificano su un blog dove ciascuno vuol far prevalere la propria idea. Se la contesa non va fuori le righe con offese e volgarità, è sempre interessante seguire il dibattito, soprattutto quando i contendenti sanno cavarsela molto bene con la scrittura. Devo dire che io commento poco, perché i blog che seguo si contano sulle dita di una sola mano. Ma il motivo è molto semplice: ho un’autonomia molto limitata e non riesco a stare su internet (con il PC di casa perché non ho cellulari, come qualcuno già sa) più di 20/30 minuti al giorno. E non tutti i giorni. Per leggere ho bisogno di sentire il fruscio delle pagine sfogliate, l’odore della carta. E non c’è blog, per quanto interessante, che possa distogliermi da questo mio modo di essere.


domenica 23 ottobre 2022

Là dove nascono i post...

 


“Mens sana in corpore sano” dicevano gli antichi romani. E per onorare al meglio questo detto, cerco di non trascurare la salute della mente, leggendo qualche libro e scribacchiando su questo blog, né quella del corpo, oliando le mie articolazioni sempre più arrugginite con una camminata spedita di circa un’ora, tutti i giorni. Ne ho già parlato in un vecchio post. Mi reco nel Parco Archeologico di Centocelle, poco frequentato. E’ un luogo che si trova un po' distante dalle abitazioni del quartiere di Roma, dove abito, e gli amanti del footing (per non stancarsi?) si riversano quasi tutti in un parco vicino, più a portata di mano…o meglio di piedi. L’uomo, si sa, è per sua natura un animale sociale che ama stare nel gregge e ammassarsi nello stesso posto, anziché cercare spazi più liberi e meno affollati. Somiglia più a una pecora che a un lupo. Che poi, è ciò che avviene in città: attorno esistono borghi a volte spopolati (secondo uno studio circa metà della superficie terrestre è disabitata), eppure scegliamo sempre gli alveari metropolitani. Insomma, ce la mettiamo tutta per farci del male.

Prima di arrivare al parco percorro una strada molto trafficata lungo la quale c’è di tutto e di più: bottiglie di plastica, calcinacci, miriadi di mozziconi di sigarette, lattine, mascherine (le new entry), biglietti di gratta e vinci (auguro, a chi l’ha buttati lì, di non vincere mai!); e non mancano, di tanto in tanto, rifiuti più corposi quali materassi, frigoriferi e altro... Ricordo, a chi ha la memoria corta, che il Sindaco di Roma non è più la Raggi: gli incivili che la abitano, però, sono sempre gli stessi. Ma lasciamo perdere! Attraverso la Casilina, un’antica strada medievale che congiungeva Roma a Casilinum, l’odierna Capua, confinante con il Parco: a quell’ora della mattina è un lungo serpentone di macchine strombazzanti, che procedono a passo d’uomo, con una sola persona a bordo. La cosa surreale è che la maggior parte sono suv e fuoristrada, come se Roma si trovasse sulle Dolomiti. Se dovessi immaginare una eventuale estinzione della specie umana sulla terra non avrei dubbi: vedo con la mente solo un ingorgo planetario di macchine superaccessoriate i cui occupanti, prigionieri in quella distesa di lamiere, strillano disperatamente al cellulare: “ma tu dove sei?”. Sette miliardi di persone che si telefonano a vicenda, senza scampo.

Sono nel Parco Archeologico dove sorgeva - duemila anni fa - la villa imperiale ad duas lauros dell’imperatrice Elena, madre dell’imperatore Costantino. Per la sua grande estensione la dimora imperiale venne chiamata Centum Cellae, da cui deriva l’attuale toponimo. Respiro quell’aria frizzantina del mattino a pieni polmoni e mi sento bene, lontano da quell’inferno di lamiere che mi sono lasciato alle spalle. Sembro davvero l’unico superstite dell’apocalisse immaginata, ma anche il custode di trenta ettari di verde pubblico a mia completa disposizione: una vera meraviglia! Non c’è nessuno, a quell’ora. Percorro quei sentieri lungo i quali cresce rigogliosa la rughetta selvatica, la cicoria e la carota e poi la portulaca e il finocchietto; ammiro dei bellissimi fiori di prato quali il verbasco, la linaiola, la vedovella, la malva. Ho imparato a conoscerli in questo luogo. Mi imbatto in una piantina di ulivo messa lì a dimora da una mano ignota: un gesto quasi rivoluzionario da parte di una persona sensibile, un vero atto d’amore verso la natura e verso l’uomo.  Un albero - che sia un ulivo, un limone o un abete - non si pianta mai solo per sé ma anche per chi verrà dopo. E sappiamo quanto siano importanti e fondamentali, oggi, gli alberi per la nostra stessa sopravvivenza.

Osservo questa giovane piantina e non posso non andare con la mente ai miei ulivi piantati tanti anni fa nella mia campagna, nel Cilento. Mi vedranno morire mentre loro sfideranno i secoli, almeno me lo auguro. Anche quest’anno, a partire dai primi di ottobre, mi sto dedicando, con passione, a quel rito antico che si perde nella notte dei tempi: la raccolta delle olive. Bastano le mani e un rastrello per “pettinare” i rami, un telo su cui far cadere le olive e un seghetto per tagliare quelle cime che svettano verso il cielo. Ma noi oggi abbiamo perso manualità, autosufficienza, antiche conoscenze. Compriamo tutto, anche quelle cose che un tempo si facevano in casa; non sappiamo più coltivare un orto o raccogliere le erbe selvatiche o la legna nel bosco; per mantenerci in forma e non perdere l’uso delle gambe e delle braccia, frequentiamo le palestre e facciamo jogging, a volte in mezzo al traffico. Faccio queste riflessioni, mentre mi trovo da solo nel parco di Centocelle. Cammino e sento i miei passi che spaventano i corvi e i pappagalli verdi (chiamati anche parrocchetti) che hanno eletto qui la loro dimora. E osservo e intrattengo me stesso con i miei pensieri, le mie divagazioni, le mie malinconie, che spesso si materializzano nei miei post. Così come decollano da questa vecchia pista abbandonata (si vede nella foto) - reperto del primo aeroporto italiano, qui realizzato agli inizi del ‘900 – anche le mie illusioni che si sforzano di mantenere ancora scattante un corpo su cui gli anni cominciano a far sentire tutto il loro peso.

sabato 23 luglio 2022

Connessione assente

 


Internet è la negazione assoluta del silenzio. Da quando esiste, tutti parlano; tutti scrivono; tutti gridano, esibendo sé stessi e cercando posto nel mondo con le parole. E lo scrivente, naturalmente, non è da meno. Diciamolo: un vero eccesso comunicativo. E’ arrivato il momento, almeno per me, di una moratoria, di una pausa. Io credo che uno stacco da internet – ogni tanto - e dai suoi micidiali derivati, i social, ci faccia tornare umani.

Mi ritiro nel mio “eremo” dove non c’è connessione. Ci leggeremo – forse - dopo l’estate.


giovedì 3 marzo 2022

Pagine ingiallite

 



Il nome che diamo a un blog non nasce mai per caso: cerchiamo sempre di sceglierne uno che, in qualche maniera, dica qualcosa di noi in anteprima. Magari un nome capace di stimolare anche l’immaginazione, con il suo carico di contenuti simbolici, e far nascere in chi vi si accosta per la prima volta, curiosità e interesse. E’ una sorta di biglietto da visita. Il nostro marchio on line.

“Pagine ingiallite”, il nome del mio blog, racconta tante cose di me, prima ancora di leggere un qualsiasi post. Se questo spazio in rete lo avessi chiamato “il blog di Pino”, non avrebbe sortito lo stesso effetto evocativo: sarebbe stato come “il blog di tizio” o il “blog di caio”... Nomi, quest’ultimi, che non dicono nulla dell’autore che vi sta dietro. E nulla suggeriscono circa i temi trattati. Naturalmente il discorso cambia se l’autore del blog è un personaggio famoso: in quel caso basta nome e cognome, non occorre altro. Beppe Grillo - per esempio – non avrebbe aggiunto nulla al suo blog se lo avesse chiamato - non so - “il grillo parlante”. Il nome di un blog sconosciuto è, a prima vista, come il titolo di un libro che cattura la nostra attenzione e, pur non conoscendo l’autore, ci spinge a sfogliarlo e a leggere qualche pagina; è come una curiosa e bella copertina che invoglia ad andare oltre per scoprire ciò che contiene.

“Pagine ingiallite” – il mio blog - rimanda ad un mondo antico, con i segni che il tempo lascia sui luoghi, sulle cose e sulle persone quale traccia del suo passaggio; racchiude un mondo poco avvezzo agli eccessi della modernità e della tecnologia che oggi hanno il predominio e tiranneggiano la nostra esistenza. Allude – il nome del mio blog - a un sentimento nostalgico che si appropria di ombre e silenzi, e rifugge le luci troppo accese e violente dell’oggi; racconta della vita ritessuta secondo comportamenti non omologati; offre una diversa riflessione basata sul filo della memoria e della malinconia dove aspetti positivi del passato, sopravvissuti allo scorrere del tempo, diventano ammaestramenti di vita per il presente.  Un titolo come “Pagine ingiallite” parla di solitudine, di cose usate, di serate accanto al focolare, di vecchi muri imbruniti dal tempo, del silenzioso camminare per un viottolo di paese. E parla naturalmente di libri. Ma non di quelli con la copertina patinata, i più venduti e più letti della settimana, ma di vecchi libri dimenticati, ingialliti e consumati dall’uso. Un po' di tempo fa, un amico blogger che scrive su “Ore a rovescio” (bel nome per un blog, carico di significati…) ha scritto - commentando un mio post - che io sono una sorta di “archeologo del novecento letterario” che porta alla luce vecchi reperti cartacei, magari scovati sui banchetti di qualche mercatino dell’usato, e poi li offre ai lettori con parole accattivanti, dopo averli ripuliti. E’ una definizione che mi piace assai! Ed è proprio così, perché la maggior parte dei libri che leggo e di cui scrivo sono in linea con il nome del blog: libri con le pagine ingiallite, libri di autori morti e dimenticati, libri abbandonati dagli editori ai quali cerco di dare una seconda vita, come si fa con il restauro di un mobile antico e pregiato. Affascinato dalla patina del tempo che avvolge quelle opere e dalla qualità letteraria che ne determina il valore.


lunedì 8 febbraio 2021

Bordello facebook

 


Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno

Franco Arminio


mercoledì 23 dicembre 2020

Scrivere sul blog

 


Le relazioni mediate dalla tecnologia sono ormai diventate dominanti nella vita di ognuno di noi. Possiamo trascorrere giorni e giorni senza mai intrattenere alcun rapporto interpersonale de visu, senza mai guardare in faccia il nostro interlocutore, pur comunicando con qualcuno. In certi contesti il corpo – che ha un proprio linguaggio e riesce a trasmettere i sentimenti che viviamo in quel determinato momento - sembra scomparso, sostituito dalla sola parola, che ha preso sempre più spazio da quando esistono i telefonini. Basta guardarsi in giro: tutti parlano da soli, anche ad alta voce, collegati con un altrove indefinito, incuranti degli altri che stanno accanto. Ma il corpo scompare anche in altre circostanze, ovvero quando lascia spazio alla scrittura (posta elettronica, facebook, whatsApp, blog e chi più ne ha più ne metta) il cui contenuto, di sicuro, non è paragonabile alla ricchezza di quei carteggi e di quella corrispondenza che hanno fatto letteratura a partire dal Settecento.

Da alcuni anni - scrivendo su questo blog – anch’io intrattengo indirettamente e virtualmente “relazioni” con chi ha la bontà di leggere i miei post, e questo avviene non solo con chi vi lascia un commento, ma anche con coloro che passano da queste parti fugacemente e poi spariscono, per non farvi mai più ritorno. Devo dire che le poche persone che mi leggono assiduamente (si contano sulle dita di una mano…ma mi bastano) e con cui scambio parole e riflessioni, hanno ormai assunto caratteristiche di familiarità e di amicizia, fanno parte del mio quotidiano. E quando loro non vengono da me, ricambio la visita: vado io a cercarle nei loro blog pur non sapendo nulla della loro vita, tranne quelle poche cose personali che si riescono a cogliere durante “l’incontro”. Lo confesso: mi rattristerei se un giorno non dovessi più vedere sul mio post quell’account…quel nome…quell’Anonimo, con cui i diretti interessati lasciano tracce del loro passaggio, il cui bisogno di comunicare e di essere letti credo sia pari al mio, checché ne dicano quelli che scrivono solo per se stessi. Sentirei la mancanza di quelle persone che, senza averle mai viste realmente, “conosco” da tanto tempo. Ogni tanto qualcuno mi abbandona, non mi legge più, così apparentemente senza motivo: chissà, forse ho deluso le sue attese, si è stancato di me, oppure quell’affinità nata casualmente tra di noi si è semplicemente spenta. La relazione allora svanisce, come una bolla di sapone. A volte ho come l’impressione che dall’altra parte non ci sia nessuno, che la persona con cui sono in contatto non abbia un corpo, tant’è che mi viene da pensare che la mia relazione con lui/lei - più che virtuale, come solitamente si dice - sia puramente spirituale. Di lui o di lei esiste esclusivamente la parola scritta, non il linguaggio del corpo, anche se qualcuno dissemina la scrittura di “faccine” per simulare un sorriso, un sentimento, un saluto. Ci diamo del tu fin dal primo momento, come vecchi amici, a volte ci prendiamo la libertà di qualche confidenza, esprimiamo liberamente le nostre opinioni. Addirittura, entriamo con delicatezza finanche nelle nostre vite private. E poi ci rallegriamo quando le idee che comunichiamo collimano. Non mi è mai capitato di “litigare” con qualcuno, non metto filtri di nessun genere, non ho mai cancellato commenti, anche perché noi siamo quel che scriviamo e ognuno è responsabile delle proprie parole. Le parole ci identificano. Sono il riflesso della nostra anima.

E già, scriviamo! In un mondo in cui le parole davvero si sprecano e nonostante sia già stato scritto tutto ciò che c’era da scrivere, ci proviamo ancora a lasciare un segno sulla carta e, ora, anche nell’immensità della rete. Scriviamo, forse, per avere consapevolezza di essere intelligenti in un mondo di mediocri; e scriviamo per alleviare il dolore o per confessarci. E perché no: scriviamo per non morire, per rallentare il tempo, per viaggiare senza partire. Scriviamo per tornare indietro nel tempo, ed io con i miei post lo faccio frequentemente. E poi scriviamo per fuggire in un mondo migliore, che a volte è quello dell’immaginazione, ma scriviamo anche per liberarci dalla malinconia sperando che quel messaggio, quel pensiero, quella richiesta di consenso, quel commento, insomma quella riflessione venga – anche solo momentaneamente – raccolta da qualcuno e poi lasciata. E devo dire che in una situazione difficile come questa che stiamo vivendo, in cui è sconsigliata la fisicità e la vicinanza dei corpi, la parola e la scrittura diventano fondamentali per accorciare quel distanziamento sociale che ci viene imposto e per alleviare la solitudine e la tristezza del momento.

Auguro un sereno Natale agli abituali frequentatori del mio blog (sono sicuro che si faranno vivi anche in questa occasione) e a tutti coloro che, almeno per una volta, si ritrovano per caso a passare da queste parti.

lunedì 11 maggio 2020

Quando un algoritmo ti viene a cercare



E’ in atto una rivoluzione tecnologica a livello planetario che sta esercitando una pressione senza precedenti sui comportamenti umani e sull’etica individuale. Naturalmente, chi guida siffatto cambiamento epocale tende ad esaltare qualsiasi ritrovato della scienza e della tecnica, anche il più invasivo. Per fortuna c’è ancora qualcuno che prova a suonare l’allarme, al fine di contrastare questa vera e propria tirannia digitale. Yuval Noah Harari, professore e scrittore israeliano che insegna all’università di Gerusalemme - attraverso il suo ultimo libro “21 lezioni per il XXI secolo” -affronta alcune delle questioni più urgenti legate all’avanzata tecnologica. Il libro non intende dare risposte ma proporre riflessioni e domande sia sul comportamento degli individui che sulla condotta di intere società. L’analisi dello scrittore israeliano prende le mosse dalla cosiddetta “intelligenza artificiale” che ormai comincia a superare le prestazioni degli uomini in molte competenze e mansioni. Il rischio è che, investendo troppo sul suo sviluppo e troppo poco sulla coscienza e sulla mente umana, finiremo per regredire come esseri pensanti.

Quando le tecnologie biologiche si uniranno a quelle informatiche – afferma l’autore del libro - produrranno degli “algoritmi” che potranno capire e controllare i nostri sentimenti meglio di noi stessi. Di conseguenza, l’autorità decisionale passerà, in maniera molto veloce, dagli esseri umani ai computer. La libera volontà – sostiene il prof. Harari - sarà solo un’illusione, dal momento che le aziende, le agenzie governative e il potere economico-finanziario potranno comprendere e manipolare quello che finora è stato il nostro impenetrabile mondo interiore. Delegando agli algoritmi ogni decisione, perderemo gradualmente la capacità di pensare in autonomia. Basti considerare che già oggi, miliardi di persone si affidano all’algoritmo di ricerca di Google per trovare qualsiasi informazione su internet. E tale ricerca è definita quasi sempre dal primo risultato che appare su Google.

La tecnologia può aiutarci moltissimo ma se questa guadagna troppo potere sulla nostra vita, diventeremo inevitabilmente ostaggio dei suoi programmi. Scrive Harari nel suo saggio:
“Quando la tecnologia sarà in grado di comprendere meglio gli esseri umani, sarà sempre più facile trovarsi nella condizione di servirla, invece di essere serviti. Avete visto quegli zombi che vagano per le strade con le facce incollate ai loro smartphone? Pensate che siano loro a controllare la tecnologia o che sia invece quella a controllarli? (…) Per migliaia di anni i filosofi e i profeti hanno stimolato gli uomini a conoscere se stessi. Ma questo consiglio non è mai diventato così pressante come nel XXI secolo, poiché a differenza dei tempi di Lao-Tze o di Socrate, adesso la concorrenza è dura. (…) Gli algoritmi vi guardano anche in questo momento. Osservano dove andate, cosa comprate, chi incontrate. Presto saranno in grado di controllare tutti i vostri passi, ogni vostro respiro, tutti i battiti del vostro cuore. Usano i Big Data e l’apprendimento automatico per conoscervi sempre meglio. E una volta che questi algoritmi vi conosceranno meglio di voi stessi, potranno controllarvi e manipolarvi, e non potrete fare granché per contrastarli. (…) Certo si può essere felici di lasciare tutta l’autorità agli algoritmi e affidarsi a loro per quello che riguarda noi e il resto del mondo. Se è così rilassatevi e godetevi il viaggio. Non dovete pensare a nulla. Gli algoritmi si occuperanno di tutto. Se invece volete avere un minimo di controllo sulla vostra esistenza individuale e sul futuro della vita, dovrete correre più velocemente degli algoritmi, più velocemente di Amazon e del governo, e cercare di conoscere voi stessi prima di loro”



martedì 15 ottobre 2019

Il blog: il mio retrobottega



In una delle pagine più belle dei “Saggi”, il filosofo francese Michel de Montaigne (1533 – 1592) scriveva: “Bisogna avere moglie, figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze, senza seguito e senza servitori, affinché, quando verrà il momento di perderli, non ci riesca nuovo il farne a meno”.
Devo dire che quel “retrobottega” di Montaigne - nonostante il termine, nella sua accezione più autentica, non sottintenda nulla di spirituale ma faccia riferimento, invece, ad un luogo del tutto mercantile e materiale - ha sempre esercitato su di me un fascino particolare. Esiste, forse, altra immagine metaforica che possa meglio esprimere quello spazio di interiorità che costituisce “il nostro principale ritiro”, in cui ritroviamo indipendenza di pensiero?
Io credo che anche un blog possa essere accomunato a quel “retrobottega” immaginato da Montaigne, quale spazio dell’anima in cui raccogliere e conservare pensieri, parole e idee da spalmare, poi, verso l’esterno e quindi verso chi lo legge. E da ritiro segreto ed intimo, riconducibile ad un momento di solitaria personale riflessione, possa diventare spazio pubblico dove l’intrattenimento con se stessi diventi anche conversazione con gli altri.

lunedì 3 giugno 2019

Succubi dei social network



“La reazione dei social” … ”cosa dicono i social” … “come si comportano i social”: è il ricorrente e quotidiano ritornello, espressione dei tempi che viviamo. Non c’è giorno che non si faccia riferimento alla violenza verbale dei social, alla loro aggressività e volgarità. Questi moderni mezzi di comunicazione (Facebook, YouTube, Instagram, WhatsApp, Twitter…) hanno radicalmente cambiato le nostre relazioni sociali, dando voce e visibilità soprattutto a coloro che, fino a poco tempo fa, erano gli esclusi dal bla bla mediatico. La forza della parola, e non solo quella educata ed erudita – prima appannaggio delle persone più acculturate – è diventata l’energia dirompente della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Tre, o forse quattro miliardi di utenti (pare che questi siano i numeri), appartenenti a tutte le età e a tutte le condizioni sociali, in poco tempo hanno fatto irruzione sulla scena pubblica, inserendosi, a volte in maniera inadeguata, nei dibattiti politici, sociali e culturali. E consegnando, nel contempo, esistenze, affetti, immagini riservate - in altre parole – la propria vita intima e familiare, ad un gestore che coordina e manipola quei dati e quelle immagini vendendo, poi, il tutto ad altri soggetti - quest’ultimi veri persuasori occulti - che condizionano scelte di vita e comportamenti sociali.

Siamo arrivati al punto che se non sei sui social network non conti nulla. Non esisti. Se non hai almeno qualche migliaio di follower, sei un fallito della comunicazione. E allora assistiamo ad un continuo e spasmodico raccontarsi, esibirsi, mostrarsi su Facebook, su Instagram, su WhatsApp a caccia di “amicizie” virtuali, alla ricerca di video e stranezze su  YouTube da girare, poi, agli amici, in una sorta di circolo vizioso, di catena di sant’Antonio senza fine e senza senso. Tutti a scrutare, a spiare in maniera compulsiva la vita degli altri, gli interessi degli altri, gli amori degli altri, le abitudini degli altri. Ma anche a promuovere attività, far valere diritti, far sentire la propria voce, non sempre autorevole.

Trascorriamo ore ed ore dinanzi ad uno schermo estraniandoci dal contesto in cui viviamo e rinchiudendoci in un mondo virtuale che appare parallelo a quello reale, fatto di like e condivisioni. Ed è proprio attraverso le condivisioni che si cercano consensi sulla propria simpatia, sulla propria bravura, sull’opportunità di piacere e di sentirsi desiderati, gratificati e, ancora meglio, invidiati, al fine di soddisfare quel bisogno narcisistico che è presente in ognuno di noi. Si condivide qualsiasi cosa: luoghi e fotografie, sensazioni ed emozioni, sia di persone che si conoscono che di persone sconosciute. Si condividono particolari, anche intimi, della propria vita privata, pur di accalappiare qualche like, pur di apparire sul palcoscenico mediatico. E non importa se poi svendiamo la nostra dignità indossando, ogni volta, una maschera che è sempre migliore della nostra vera identità. I social illudono i propri adepti, fanno credere loro di appartenere ad una grande comunità e di avere tanti amici, li lusingano, li fanno apparire importanti, potenti e liberi di dire quel che vogliono. Ma la libertà di pensiero trae forza ed ha una sua ragione di esistere solo se c’è rispetto per le opinioni degli altri. Siamo liberi di esprimere le nostre opinioni, ma non possiamo offendere il nome e le ragioni altrui, istigare alla violenza e fomentare l’odio. In altre parole, il diritto di espressione non può diventare un abuso. Ho l’impressione che l’uso di questi mezzi tecnologici, di cui oramai siamo succubi, ci stia sfuggendo di mano: crediamo di poterli controllare, ma sono loro che controllano noi; non li possediamo, ma ne siamo posseduti.

domenica 27 settembre 2015

E' in arrivo l'apple watch: ridatemi il cipollone di mio nonno!



Si ha l’impressione, in questa folle corsa verso l’ultima invenzione tecnologica, che non ci sia mai fine; questo continuo rincorrere manufatti digitali  innovativi appare sempre di più un bisogno improcrastinabile e narcisistico da soddisfare, costi quel che costi. Di fronte all’ultimo gioiello tecnologico, non esiste crisi economica, non esiste disoccupazione:  si fa la fila per ore pur di accaparrarsi per primi l’oggetto agognato. Non si fa in tempo ad interiorizzare ed a capire il funzionamento di uno smart (smartwatch, smartcard, smartphone e chi più ne ha più ne metta), che immediatamente te ne inventano un altro, che pur facendo le stesse cose del precedente, viene lanciato sul mercato e venduto agli allocchi come il meglio dell’avanguardia e dell’innovazione.
E così sono venuto a sapere che è nata, di recente, una nuova e meravigliosa creatura, figlia come tutte le altre di Apple, l’azienda statunitense tra le più conosciute al mondo. Si chiama Apple Watch : parrebbe un orologio. Te lo metti al polso e per la modesta spesa di circa 400/500 euro (per i più esigenti il prezzo può arrivare fino a 16.400 euro), puoi continuare a fare quello che facevi con l’attuale smartphone: telefonare, inviare mail e messaggi, twittare, consultare il meteo, guardare la schedina, giocare a carte. E puoi guardare l’ora senza portare l’orologio. Insomma, se prima cazzeggiavi con quella tavoletta che ormai è diventata troppo ingombrante, ora lo puoi fare con un orologio da polso.

“Se lo metti, ti conquista” - dice la sua pubblicità – “e quello che indossi dice molto di te”. E allora l’Apple ha pensato bene di creare un’ampia varietà di modelli ognuno dei quali possa rispecchiare la personalità e il gusto di chi lo porta. Ma non solo. Puoi renderlo ancora più tuo cambiando, di volta in volta, il cinturino a seconda dell’umore e delle circostanze. Sei incazzato: scegli il rosso; vai a un funerale, lo indossi nero.
Ma la cosa più inquietante di questo “orologio” è che diventa una vera e propria parte del corpo, in attesa che un microchip prossimamente venga impiantato nel cervello (ormai in via di estinzione) dei richiedenti. Ebbene cosa fa di tanto inquietante questa invenzione? Ti comanda a bacchetta con i suoi sensori, ti controlla, ti consiglia, ti segue passo dopo passo e interviene nei casi di necessità. In pratica ti misura la pressione, ti dice di quante calorie hai bisogno, se a pranzo devi bere vino o birra o acqua minerale, vigila sulla velocità quando stai alla guida di una macchina. Ti ricorda che alla quattro del pomeriggio devi andare dal dottore e poi in palestra. Ti rammenta che, prima di andare a letto la sera, devi portare il cane a pisciare. Insomma tu non devi più pensare perché lui provvede a tutto. Sembrerebbe, vista la pubblicità e l’entusiasmo generale, che con l’apple watch al polso la vita diventerà finalmente emozionante ed entusiasmante.

Sapete che vi dico? In un cassetto conservo un vecchio orologio da taschino – non funzionante - chiamato in gergo cipollone: me lo regalò mio nonno prima di morire. E’ un roskopf dei primi anni del ‘900. Credo sia arrivato il suo momento. Ridatemi il cipollone!

venerdì 2 gennaio 2015

L'insostenibile ansia della condivisione



Questo post è stato pubblicato sul Blog http://alfonsocernelli.blogspot.it/ Credo sia una riflessione molto interessante, che riporto di seguito:

“ L’altro giorno sull’autobus c’era una donna che, munita di una tavoletta elettronica di ultima generazione, scriveva i propri appuntamenti di vita e di lavoro. Il magico apparire dell’apparecchio del desiderio calamitava l’attenzione di molti dei presenti, che si mettevano tranquillamente a leggere gli appunti della signora. Anche io non sono riuscito a fare a meno di sbirciare, scoprendo così che la signora aveva per le ore 10 un appuntamento dal dentista e alle 17 avrebbe atteso l’idraulico a casa. Allora io mi sono chiesto se, qualora al posto dell’aggeggio elettronico da 10 pollici la signora avesse tirato fuori taccuino e penna, l’effetto sarebbe stato lo stesso. La domanda è retorica. Con una penna ed un’agenda la privatezza della signora sarebbe stata tutelata, questo è certo, ma essa non avrebbe potuto condividere col mondo le proprie esperienze, cosa che faceva con parecchia disinvoltura, ben avvedendosi della presenza di estranei che sbirciavano i suoi affari.

Nel lontano 1973 Guido Morselli, anticipando con grande lucidità i mali (e la stupidità) del nostro tempo, scriveva: “non mi convince la tesi che ogni esprimere, anche il più privato, supponga un comunicare”. A distanza di quaranta anni, possiamo affermare con certezza che quelle parole hanno assunto una portata profetica.

Il raccontare agli estranei le proprie faccende private, infatti, sembra essere oggi la forma più diffusa di comunicazione, se non quella esclusiva, almeno per molte persone. La massiccia diffusione dei telefoni portatili e dei c.d. “social network” ha ampliato la possibilità per tutti di comunicare, consentendo a chiunque, persino in strada o sull’autobus, di esprimere pensieri e raccontare vicende, che spesso non meriterebbero di essere condivisi, perché futili, discutibili, offensivi, banali. Il mezzo, certamente fenomenale, è stato così utilizzato male. L’ampliamento delle possibilità comunicative ha determinato una perdita di qualità del contenuto della comunicazione. Ho sentito persone parlare ad alta voce al telefonino dell’ultima di campionato di calcio, oppure litigare, o discutere animatamente, senza fare nulla per abbassare la voce o per non dare nell’occhio. Ci sono taluni che desiderano che gli altri ascoltino la loro conversazione, per far sapere quanti soldi hanno, quale lavoro svolgono, quale squadra tifano, dove andranno in vacanza. Un tempo le cabine telefoniche erano munite di porte e pareti, che salvaguardavano la segretezza della comunicazione e la voglia di non ascoltare dei passanti. Oggi queste barriere sono scomparse: la condivisione, persino di vicende che dovrebbero essere confinate in ambiti di gelosa riservatezza, è divenuta la regola becera della modernità. Tutto deve essere lasciato in pasto alla rete, perché ognuno crede di essere innovativo, di avere pensieri o parole originali da diffondere. Senza pensare che, in molti casi, sarebbe meglio sussurrare, per un’istintiva forma di difesa”.

giovedì 24 aprile 2014

Ci vediamo in piazza




A volte è davvero difficile riuscire a cogliere la vera natura di un luogo e ciò che esso può rappresentare e comunicare emotivamente ad ognuno di noi, a prescindere dalla sua funzione e dal contesto in cui si trova quel luogo. Mi riferisco alla “piazza”, quel microcosmo racchiuso, il più delle volte, nel centro storico del paese o della città, dove si consumano incontri, ma anche scontri, dove si tengono spettacoli e raduni.
Mi chiedo se esista ancora quel salotto buono della nostra infanzia, custode geloso dei nostri appuntamenti quotidiani, dove nascevano e maturavano amori ed amicizie. Nell’immaginario collettivo la piazza era ( lo è ancora? ) il luogo dove ci si riuniva, dove ci si confrontava con gli altri. E’ stata sempre immaginata come spazio di socializzazione e di aggregazione dove poter vivere momenti di vita comunitaria, dove poter scambiare idee ed opinioni; un luogo pubblico dove potersi divertire, ma nel contempo un luogo privato, intimo, dove ritrovare se stessi, l’essenza della propria appartenenza.
Chissà quante volte ci siamo detti: ci vediamo in piazza! E per noi, ragazzi di paese, non ci si poteva sbagliare perché la piazza era una sola, rispetto alle tante piazze delle città, quasi sempre incastonata tra antichi palazzi, al centro del borgo, magari con una bella fontanella zampillante, con il bar o la pasticceria per le ore più dolci, con la sua bella chiesa per i momenti della preghiera. E con l’immancabile “muretto”, che fungeva da panchina su cui si trascorrevano ore liete e spensierate, tra giochi e schiamazzi. La piazza era il buen retiro, il salotto per le chiacchiere e per il divertimento. Era un luogo di arrivo e di permanenza, dove si bighellonava per ore, ma era anche un luogo di appuntamento temporaneo, da dove si partiva per altre scorribande, per altre mete. Se si desiderava incontrare qualcuno, bastava andare in piazza e aspettare: prima o poi sarebbe arrivato. Se si voleva sapere qualcosa, bisognava andare in piazza, perché la piazza era il giornale del paese. Era lo specchio e il simbolo del paese.
Nell’antica Grecia rappresentava il centro pulsante della polis: era l’agorà, contemporaneamente il luogo del mercato e il centro economico, politico e religioso, vi sorgevano gli edifici pubblici e commerciali nonché quelli adibiti al culto delle divinità. Un’autentica invenzione architettonica, la cui funzione e fruizione è andata cambiando sempre di più nel corso dei secoli.  Durante il periodo fascista, per esempio, la piazza ricopriva un ruolo fortemente politico: era il luogo dove il popolo di radunava per ascoltare i discorsi del Duce e per fare propaganda. Negli anni 50/60, con i suoi caffè letterari (che sorgevano soprattutto nelle grandi città come Napoli, Roma o Milano) era il luogo privilegiato del dibattito culturale; vi si incontravano scrittori e artisti, sceneggiatori e cineasti. E’ diventata, in seguito, sede delle grandi manifestazioni politiche e sindacali, centro di raccolta per spettacoli e concerti. Insomma la vita che scorreva e si fermava in questo spazio della memoria collettiva, vera fucina di idee, di discussioni, di emozioni, di contestazioni.

Oggi mi chiedo se questa antica maniera di vivere la piazza appartenga ancora alla società contemporanea; mi domando se la piazza venga ancora percepita come luogo di interazione sociale e di incontro o non sia diventata, invece, un luogo-non-luogo o meglio un luogo di passaggio, come tutti gli altri esistenti in un paese o in una città.
La migliore risposta a questo interrogativo credo che mi sia arrivata l’altro giorno da un ragazzo, il quale parlando al telefonino con un suo amico, diceva: ci vediamo su facebook. Quel “ci vediamo in piazza” di antica memoria è stato, ormai, soppiantato dal moderno “ci vediamo su facebook”. Oppure in “chat” o su “twitter”. Quindi la piazza tradizionale sembra essere stata superata da quella virtuale: internet e la televisione, dove la gente si ritrova accomunata dalle stesse idee e dagli stessi interessi. Non è un caso se oggi i politici, per propagandare le proprie idee (si fa per dire!) preferiscano il salotto televisivo, piuttosto che il contatto con la piazza, scelgano il talk show anziché il comizio in piazza. Preferiamo incontrare i nostri amici su internet, anziché conoscerli dal vivo nelle piazze e approfondire quella amicizia attraverso una frequentazione fisica e diretta.

E annullando il luogo fisico con il luogo virtuale, affidandosi sistematicamente alle moderne piazze multimediali, il pericolo maggiore che si corre è quello di un effettivo impoverimento culturale della nostra società, sempre più massificata e succube di un pensiero unico, imposto dai moderni strumenti tecnologici. Si ha l’impressione che quei rapporti interpersonali, che si nutrivano di opinioni e modi diversi di fare, di esperienze differenti di vita, finalizzati al raggiungimento di una vera crescita personale, siano di fatto sostituiti da relazioni virtuali, snaturate dal contesto in cui si vive. Questo produce un modo di esprimersi sempre più disarticolato e sintetico che si affida al pollice in su o al pollice verso per indicare che quella cosa “mi piace” o “non mi piace” oppure ad un messaggino di pochi caratteri, al posto di un pensiero più elaborato ed esplicito.