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venerdì 27 dicembre 2019

Il mio Natale accanto al focolare



Mi trovavo al paese, la notte di Natale, in quel mio buen retiro  aggrappato alle colline del Cilento e affacciato sul mare. Ero seduto davanti al fuoco. Lo riattizzavo di tanto in tanto, ora con legna di castagno, che sprigiona scoppiettii e scintille simili a fuochi d’artificio, ora con legna di ulivo che emana un aroma delicato ed intenso. Un profumo di liturgia e di festa. Fuori faceva freddo. Il camino spargeva all’interno della casa un piacevole, avvolgente calore ed io, seduto su una seggiola proprio lì davanti, ne ero completamente rapito. Stavo così, in silenzio, da quando era terminata la cena alquanto frugale, consumata di fronte a quel focolare che assumeva quasi il simbolo di nume tutelare della casa. In un cantuccio della cucina, un piccolo presepe mi ricordava il rito della Natività che si ripete ogni anno, le cui statuine di terracotta – su cui si riverberava la fiamma del camino – mi davano l’impressione che dovessero prendere vita da un momento all’altro. Guadavo quella rappresentazione di povertà e di semplicità – espressione del Natale cristiano - e mi chiedevo come potesse conciliarsi, oggi, l’etica della moderazione che la chiesa predica da oltre duemila anni, con l’opulenza che ci viene offerta da una società sempre più sprecona e consumistica.


Mi ero lasciato alle spalle una Roma più caotica del solito; invasa da un turismo festaiolo di massa; addobbata da cascate di luminarie e da centinaia di alberi di Natale, di plastica; stretta nella morsa del traffico reso ancora più convulso da una vera e propria isteria collettiva da regalo - la Capitale - durante le feste di fine anno mette a dura prova la pazienza anche dei suoi abitanti più indulgenti. Lo confesso: io, durante le feste di fine anno, mi sento frastornato e reagisco scappando. Fuggo dalla calca, dalle orge alimentari, dai “cenoni” e dai “pranzoni”, da quel tripudio di luci, di suoni, di botti e di falsa allegria; fuggo dai centri commerciali presi d’assalto, dalle cataste di panettoni e torroni, da quelle atmosfere gioiose confezionate tanto al chilo. Se potessi, mi rifugerei in un eremo sopra una montagna: ma mi sta bene anche la casetta del paese natale, accanto al focolare.

Una casa di paese senza un camino acceso, la notte di Natale, è un luogo freddo, triste e senz’anima. I termosifoni non possono sostituirsi alla sacralità di un ceppo che arde e si consuma lentamente. Ed io ero lì, la notte di Natale, che alimentavo con passione quella fiamma con la legna di ulivo della mia campagna, così come un prete si cura di riempire di incenso il proprio turibolo, affinché bruci regolarmente e diffonda nella chiesa profumi che sanno di sacro. La mia abilità nell’officiare quella “liturgia” mi elargiva piacere e commozione. Mi confortava quel calore che sapeva di campagna e di Natale; mi faceva compagnia il “linguaggio” di quella fiamma scoppiettante, più di qualsiasi altra vicinanza (c’è qualcuno che ti pensa, diceva mia nonna quando il fuoco brontolava…); mi infondeva sollievo quel tepore, suscitando in me sensazioni e pensieri; mi riportava alla mente odori e sapori di cose antiche, risvegliando ricordi: il natale povero ma dignitoso della mia infanzia e della mia prima giovinezza, così vicino alla rappresentazione di quel presepe, e poi i dolci natalizi tipici della tradizione contadina del Cilento (gli struffoli, gli scauratielli, le lucernelle…), le povere tombolate in famiglia, le persone care che non ci sono più, la spensieratezza di un mondo perduto. Non bisognerebbe avere rimpianti per il passato, ma essere forti e determinati per affrontare con serenità il futuro, che comunque appare incerto. E allora, con il nuovo anno alle porte, cercavo di dipingerne uno con la mente. Ed ecco che affioravano desideri e speranze, e aspettative che poi si perdono per strada, ma anche paure e dubbi.  

Accanto a me c’era lei, mia moglie, paziente come sempre, che forse – chissà - avrebbe voluto essere altrove: a volte è difficile condividere gli stessi riti, le stesse fantasie, lo stesso modo di sentire. Stare insieme non è solo un legame fisico di corpi, ma è anche un accordo di pensieri, di emozioni, di sentimenti. Forse la cosa più difficile.

Intanto continuavo a dare vigore alla fiamma, stuzzicando la legna con voluttuosa energia. Un caminetto fa casa, pensavo. Potessimo averne uno anche nelle nostre moderne abitazioni di città! È un simbolo che unisce, che rafforza, che accomuna e c’è sempre qualcuno accanto al fuoco che racconta una storia e si racconta. Purtroppo, manca nella nostra società una immagine così antica e familiare, sostituita dai moderni mezzi della tecnologia, dalla televisione e dalla virtualità dei social che illudono le persone e le allontanano dalla realtà.

E così, assorto, mi distendevo sulla poltroncina accanto al fuoco, inondato dal riverbero della fiamma che sprigionava scintille somiglianti a lucciole di antica memoria. Stavo immerso in quella sorta di sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere leggero, aspettando che gli ultimi tizzoni ardenti si consumassero in attesa della mezzanotte. Mentre avvertivo lo scoppio di petardi lontani e rintocchi di campane a festa. Era Natale.

sabato 21 dicembre 2019

Raccontare la vita



“L’estro quotidiano” di Raffaele La Capria (pubblicato nel 2005) è un libro bello ed intenso, scritto sulle ali di ricordi malinconici, con cui lo scrittore partenopeo - dall’alto dei suoi 97 anni - racconta sprazzi della sua vita del passato e del presente “non come la si è vissuta, ma credendo di averla vissuta come la si racconta”. Forte della sua esperienza umana e letteraria, La Capria a volte è convinto di essere una sorta di fantasma del passato, un sopravvissuto, e con malcelata nostalgia, con leggerezza ed ironia, ricorda i suoi anni che non ci sono più, gli amici morti che lo hanno lasciato negli ultimi tempi, quei suoi coetanei nei cui confronti sente una fratellanza che prima non avvertiva.

Aleggia nel racconto un suo pensiero ricorrente, che è quello della morte, della sua morte, che ha un legame molto forte con il suo senso estetico “...il mio senso della morte ha molto a che fare col rapporto che ho col mio corpo. Più lo vedo decadere, incresparsi, gonfiarsi, più sento di morire...”. Eppure riesce ad essere - con la sua scrittura incredibilmente acuta ed elegante - sempre amabile e leggero anche quando la sua mente è rivolta verso questa dimensione finale della vita, che si affaccia alla nostra riflessione proprio in quella decade in cui le possibilità di morire sono molto alte, e cioè tra gli ottanta e i novant’anni “...per esorcismo e con poca vera convinzione di dover morire”, dice l’autore.

“L’estro quotidiano” è un diario molto intimistico in cui i genitori dell’autore sono spesso presenti, con aneddoti a volte curiosi e divertenti, così come sono presenti tra le sue pagine i suoi amici più stretti e più cari, i suoi figli, sua moglie, i suoi ricordi più belli, perché, dice lo scrittore “...salvando un po’ della loro vita salvo un po’ anche la mia, perché le nostre vite si intrecciano, e la vita di ognuno non è solo quella personale, intima, che si gioca tra sé e sé, ma è anche quella di tutte le persone che abbiamo avuto intorno e l’hanno arricchita con la loro presenza..”.

E non poteva mancare tra le sue pagine il ricordo di Capri, meta delle sue passate vacanze, delle sue riflessioni, un’isola - quella attuale - affollata da orde di turisti, molto diversa dall’immagine presente nei suoi ricordi giovanili, quando stare seduti in “Piazzetta” aveva un valore e un significato. Oggi invece, scrive l’autore, con quel continuo viavai che scorre a fianco della tua sedia “mi sottraggo alla tirannia delle facce intorno, da cui emana un vuoto che mi spaventa”. Così come oggi è spaventato da quella “nuvola di chiacchiere” che arriva da ogni parte, dalla televisione, dai giornali, dal mondo della comunicazione ipertrofica di massa, che sta trasformando le idee in gossip e la situazione non può che peggiorare, col peggiorare della coscienza disturbata degli italiani, perché quando si degrada il linguaggio “...anche noi ci degradiamo, anche la vita morale e spirituale si abbassa di livello”.



venerdì 20 dicembre 2019

Natale



Il Natale è una festa cristiana che celebra la nascita di Gesù avvenuta in una grotta di Betlemme, oltre duemila anni fa. Ma il Natale è soprattutto uno stato d’animo. E, vista l’isteria collettiva di questi giorni che si percepisce andando in giro, per la stragrande maggioranza delle persone il Natale è sinonimo di regali (inutili), panettoni e abbuffate a tavola. Di cristiano c’è davvero poco. Il mio stato d’animo è simile a quello che esprime Giuseppe Ungaretti in una sua famosa poesia del 1916. Allora c’era la guerra, e la voglia di festeggiare il Natale era poca. Ma se l’avesse scritta oggi, io credo che non avrebbe cambiato nemmeno una virgola che, tra l’altro, nemmeno c’è:

Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

venerdì 13 dicembre 2019

Quando parlano i morti



Si può guardare la vita da un osservatorio improbabile, cioè dalla sua fine? La si può osservare da morti? Franco Arminio – poeta e scrittore tra i più interessanti e originali del nostro firmamento letterario – riesce a farlo a modo suo, consegnandoci 151 “cartoline” da un aldilà , da un altrove che, tutto sommato, non sembra destare inquietudini, grazie soprattutto al suo tono ironico, disincantato e disorientante.

“Cartoline dai morti 2007 – 2017” - questo il titolo del libro – è il resoconto degli ultimi istanti di vita raccontati, in forma concisa ed essenziale,  non già da chi resta e vede, ma da chi se n’è andato per sempre. Ognuno di questi personaggi passati a miglior vita vive il proprio trapasso senza troppi affanni, riflette con poche parole sulla caducità della vita, a volte governata da un avverso o grottesco destino: “Il giorno dell’apertura della caccia qualcuno mi ha scambiato per una quaglia”, scrive uno; e un altro ancora: “Tutto per colpa di una vacca che di notte stava in mezzo all’autostrada”. E c’è chi, nonostante tutto, non si rassegna alla brutta fine che il destino gli ha riservato: “Sono sempre stato un tipo tranquillo. Non meritavo di finire sotto un camion.”

Ogni cartolina è un flash di immagini e di sensazioni, da cui emergono vizi e virtù di ciascuno, ma anche recriminazioni, delusioni, rassegnazioni, inganni nei confronti della vita e di chi è rimasto:

“Io passeggiavo, mangiavo poco, cercavo di non arrabbiarmi con nessuno. Non è servito a niente”;

“All’inizio chi ci ama vorrebbe riaverci, poi si abitua al fatto che siamo morti, poi per tutti stiamo bene dove stiamo”;

“Sono sempre stato un ottimista. E mi va bene anche così”

“Sono sempre stato un tipo sfortunato. Il giorno del mio funerale si parlava del funerale della figlia del farmacista, morta il giorno prima”;

“Mi dispiace per te, ho detto a mia moglie che mi stringeva le mani. Nessuno quando stiamo bene ci stringe le mani in questo modo, nessuno".

C’è qualcuno - tra gli estensori di queste cartoline - che ricorda, con amarezza, il suo ultimo estremo desiderio da vivo, quel suo agognato miraggio di morire di notte, magari nel sonno, e comunque in una giornata senza sole; e invece: “Fuori era una bella giornata. Non volevo morire con tutto quel sole fuori. Ho sempre pensato di morire di notte, nell’ora in cui abbaiano i cani. E invece sono morto a mezzogiorno, mentre alla televisione cominciava un programma di cucina”. E c’è chi, a sua insaputa, si porta dietro il superfluo, quel superfluo così ambito dai vivi: “Nella bara mi hanno vestito con un abito firmato. E di nascosto nella tasca mio figlio mi ha infilato pure il cellulare”. Susciterebbe tenerezza, quel figlio, se il suo gesto - solo apparentemente inverosimile – non infondesse spavento. Si, perché stiamo inculcando nella mente dei nostri figli l’idea, secondo cui un cellulare oggi può tutto: anche resuscitare un morto.

Queste “cartoline dai morti” sono brandelli di vita vissuta che ci parlano della provvisorietà delle cose e della fragilità della condizione umana; sono piccole storie che racchiudono un mondo, una filosofia di vita, raccontate con garbo e con sottile ironia. Franco Arminio  ci parla della morte in maniera lieve e spiazzante, sdrammatizza questo evento di cui tutti hanno paura, facendo riflettere, commuovere e sorridere il lettore. Leggendo questi brevi frammenti – che in qualche maniera ricordano gli epitaffi di Spoon River di Edgar Lee Masters - sembra quasi che la morte arrivi per caso, è come se stesse passando e si fermasse un momento, così senza impegno, per andare subito via. E’ una morte, quella che ci racconta lo scrittore avellinese, che perde le sembianze della tragedia e si scioglie in un episodio malinconico ed inevitabile, quasi banale, l’ultimo tassello di quel puzzle che si chiama vita.

E c’è forse qualcuno, meglio di un morto, che può dare dei consigli ai vivi? “Ora che sono morto io vi dico: fate attenzione quando salutate un vecchio, quando salutate un bambino, sentitevi contenti di avvitare una lampadina, di allacciarvi le scarpe, ma più di tutto godetevi la bellezza di tornare a casa, non importa se da un lungo viaggio o da un funerale”.


lunedì 9 dicembre 2019

La sacralità delle cose



Non credo a un progresso illimitato. Io penso che se non sapremo trovare nei prossimi anni un nuovo modo di “fare sviluppo”, se non riusciremo ad abbracciare una nuova filosofia di vita, gli scenari che si prospettano saranno davvero disastrosi. Abbiamo smarrito, da un po’ di tempo a questa parte, quel modello di società che racchiudeva al suo interno alcuni valori quali la sacralità, l’equilibrio, la sobrietà, la semplicità. E’ ovvio che non si può tornare al passato – che tra l’altro non è stato mai un paradiso – però io credo che in quel passato recente si possano trovare alcune lezioni di vita utili per affrontare meglio il futuro.

Quelli della mia generazione, nati a cavallo tra gli anni 50/70 del secolo scorso, hanno vissuto un lento e graduale passaggio da un’economia di beni necessari ad una più dispendiosa di beni superflui. In mezzo c’è stato il cosiddetto “boom economico” che si lasciava alle spalle un mondo di miseria e difficoltà, per fuggire dal quale i nostri nonni, prima, ed i nostri genitori, dopo, emigravano nelle Americhe o negli stati del nord Europa in cerca di fortuna. Oggi, le nuove generazioni – mi riferisco ai nostri figli ed ai nostri nipoti – vivono in un’epoca di grandi trasformazioni economico-sociali, grazie anche ad una tecnologia sempre più rilevante ed innovativa. E tutto avviene – o meglio si consuma - in una maniera talmente veloce che non si ha più tempo e modo di elaborare ciò che accade, né di riflettere sulle vicende del presente: qualsiasi idea, qualsiasi progetto, insomma ogni cambiamento che si prospetta all’orizzonte diventa immediatamente vecchio, superato, da un giorno all’altro. E’ una corsa continua verso l’ultima novità, verso il nuovissimo ritrovato della tecnologia. L’invasione dei beni di largo consumo, ma soprattutto di quelli superflui, ha fatto perdere la memoria di come vengono prodotti (a volte inquinando e saccheggiando le risorse naturali), ha generato la convinzione che tutto ci è dovuto, ha fatto credere che la produzione non ha nulla a che vedere con l’etica e con la salvaguardia dell’ambiente. Ma l’abbondanza non deve far dimenticare la moderazione, il benessere conquistato non deve trasformarsi in spreco di risorse e di ricchezza, la tecnologia – che tanti benefici ha portato - non deve diventare la schiavitù dell’uomo moderno.

Ritornare all’antico, oggi, non significa regredire o andare indietro nel tempo o essere nostalgici di una felicità perduta che – tra l’altro - non c’è mai stata, ma vuol dire attingere da quel “passato virtuoso”, valori culturali e tradizioni locali, comportamenti e scelte economiche sostenibili, che possano tradursi in future moderne realizzazioni, nel rispetto della terra e dell’uomo che la abita. E significa, soprattutto, ritrovare la “sacralità” delle cose, sentimento oggi soffocato dalle mode, dalla velocità, dall’omologazione, dalla globalizzazione e da un sistema consumistico e produttivo che privilegia l’usa e getta e la obsolescenza pianificata.

lunedì 2 dicembre 2019

Paesi



E’ “povero” chi non ha un paese in cui riconoscersi. Paese non nell’accezione estesa del termine - paese come nazione - ma luogo antropologico più intimo e localistico che contiene le radici più nascoste;  e che conserva quegli aspetti socio-culturali che plasmano una piccola comunità e che in base a quello spazio, quasi familiare, si costruisce la propria identità e si rafforzano i rapporti con gli altri che vivono quel territorio. Il paese come condizione esistenziale, come immagine e approdo a misura d’uomo. Forse tutti noi cerchiamo o ci inventiamo un paese dove ritornare o dove fuggire, magari solo con l’immaginazione, nei momenti di dolce malinconia.

Luogo della memoria e dell’anima: questo è il paese; una minuscola patria di origine all’interno della grande patria di appartenenza; territorio in cui ci si identifica e ci si ritrova, dove il tempo sembra arrestarsi e dove anche la noia e la tristezza appaiono più sopportabili. Ma il paese è anche luogo fuori dal tempo che regala bellezza e tranquillità dove il silenzio e la natura, il camino acceso nelle case in pietra e la serenità dei volti della gente, l’ospitalità e la solidarietà, i ritmi lenti e il culto dello stare assieme e le antiche tradizioni, rendono più dolce l’esistenza.  Ma il paese è anche il luogo in cui senti il tuo corpo in maniera diversa e - con amore o con disagio - può essere di volta in volta un eden o un carcere, un simbolo di libertà o di oppressione. Ti mantiene sospeso su un ciglio che ondeggia sempre tra il desiderio di andare via e quello di rimanere aggrappato alle sue piccole certezze.

Il poeta Alfonso Gatto ricorda in una sua poesia che “abbiamo tutti fretta di morire per tornare al paese natale”. E come non citare le parole sempre attuali di Cesare Pavese che diceva: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Certo, il paese è fatto di partenze e di abbandoni, di fughe e di rimpianti, ma è fatto anche di ritorni: il ritorno al paese nativo dell’emigrante, di chi ha lasciato il proprio paese per lavoro.  E’ il momento, questo, in cui subentra quel sentimento nostalgico dei tempi vissuti e ormai perduti. “Quante volte, o paese mio nativo - recita una poesia di Cardarelli - in te venni a cercare ciò che più m'appartiene e ciò che ho perso. Quel vento antico, quelle antiche voci, e gli odori e le stagioni d'un tempo, ahimè, vissuto”.

mercoledì 27 novembre 2019

Gli "anni beati" del boom economico



“Esistono realtà iscritte in ogni destino, di cui solo a posteriori ci è dato valutare l’importanza”




Primi anni  ’60 del secolo scorso: il mondo era stato sull’orlo di una nuova guerra e faticava a dimenticare i mesi bui della rivolta di Budapest contro i russi, la spedizione anglo-francese sul canale di Suez, le lotte sindacali nelle piazze… Ma era viva in molti la speranza che un’epoca nuova stesse per arrivare, un periodo di pace duratura e di benessere per tutti: la crescente popolarità del nuovo Papa Giovanni XXIII; i buoni rapporti tra Krusciov ed Eisenhower; il rovesciamento del governo corrotto a Cuba ad opera di un giovane avvocato di nome Fidel Castro, erano avvenimenti, questi, che facevano ben sperare. E poi, l’arrivo della televisione con “lascia o raddoppia” e la produzione intensificata di radioline sempre più piccole; il ronzio delle cineprese nei cinematografi; l’abbandono dei campi da parte dei contadini meridionali per un posto in fabbrica alla Innocenti o all’Alfa; le prime cliniche private dove le mamme di solida borghesia davano alla luce i loro rampolli; la diffusione dei rotocalchi che permettevano alle masse di poter spiare da vicino gli scandali e gli amori dei potenti e dei vip; la rivalità Bartali-Coppi; la bellezza femminile esaltata dalla moda, dalla pubblicità e dai concorsi  attraverso una scollatura audace, una bocca rossa ben disegnata, una movenza allusiva; le prime macchine sportive che celebravano l’ebbrezza della velocità; la corsa agli acquisti e ai divertimenti; l’arrivo del cha-cha-cha dal Sudamerica e le canzoni dei Platters che dilagavano dai juke-box sulle spiagge, sulle passeggiate a mare, nei caffè. Tutto sembrava presagire un mondo nuovo, migliore, un’era di benessere e di serenità: stavano per arrivare gli “anni beati”, gli anni del boom economico, in un’Italia che credeva ai miracoli.

In questa cornice prende il via la storia immaginata da Carlo Castellaneta (nato a Milano nel 1930 e morto a Palmanova nel 2013) nel suo romanzo “Anni beati”, pubblicato da Rizzoli una quarantina di anni fa. Un libro oramai fuori catalogo, che si può trovare solo sui banchi di qualche mercatino dell’usato; un libro che – grazie alla bella scrittura di un autore che andrebbe rivalutato – spinge a riesaminare un periodo della nostra storia recente con una maggiore tranquillità di giudizio. E perché no: con una certa nostalgia per chi, come il sottoscritto, non è più un giovincello. Ambientato nel capoluogo lombardo tra il 1957 e il 1961, Castellaneta dipinge uno spaccato della nascente borghesia imprenditoriale in quella Milano del “miracolo economico”, sebbene la povertà fosse ancora evidente, assoggettata com’era dal lusso di pochi. Ma il romanzo è incentrato, soprattutto, su una storia d’amore idealizzata e struggente, una passione amorosa solo vagheggiata, una vera e propria ossessione tra un giovane architetto (Claudio) - sposato con Simona, una delle due figlie del padrone della fabbrica in cui lavora - che si innamora perdutamente dell’altra (Paola, sua cognata), a sua volta maritata con Alessandro. Una vicenda, questa, quasi banale e scontata, che solo l’eccezionale abilità stilistica di uno scrittore poteva elevare ad opera letteraria. Castellaneta è molto bravo a descrivere i moti dell’animo e le contraddizioni di una passione amorosa; sa scrutare gli slanci soffocati del protagonista nei confronti di quel desiderio ostinato di cui non riusciva a sbarazzarsi; esprime la tenerezza e la rabbia di cui lo stesso era vittima a fasi alterne “quasi che l’esistenza di Paola rappresentasse, a seconda dei giorni, motivo di letizia oppure di sconforto”; racconta, con delicatezza, le fantasie e le paure di un amore come questo “clandestino e senza speranza, certo il più puro che esista”.

giovedì 21 novembre 2019

I meridionali: oziosi, sporchi e cattivi



Io credo che nessun altro territorio e nessun altro popolo siano stati così tanto denigrati e offesi, nel corso dei secoli, come quel territorio e quel popolo che si trovano nel Sud dell’Italia. Indolenti ed apatici, viziosi e superstiziosi, briganti e mafiosi, sporchi e oziosi, superficiali e scansafatiche, pigri e corrotti: sono questi alcuni stereotipi cuciti addosso ai meridionali. E come spesso accade, il pregiudizio genera in coloro che lo subiscono una sorta di “psicologia da assediati” che finisce per marcare i confini tra un luogo e un altro, tra il nord e il sud, accentuando i rancori e le distanze.

Vito Teti - antropologo presso l’Università della Calabria - con un saggio molto interessante che si intitola “Maledetto Sud” – Einaudi Editore – prova a smontare tutti i luoghi comuni espressi su questa “razza maledetta”. E lo fa attraverso storie vissute, riferimenti storici e letterari, studi antropologici ed esperienze personali di studioso attento e camminatore instancabile. Un sentimento antimeridionale – scrive Teti - si avvertiva al Nord già a partire dall’Ottocento e, viceversa, una ostilità nei confronti del Nord era diffusa al Sud soprattutto tra la popolazione. E tali sentimenti contrapposti spesso nascevano non già da fatti sganciati dalla realtà, ma da erronee scelte politiche ed economiche dei governi nazionali e locali e da scontri e conflitti sociali. Pertanto, nonostante non fosse mai stata formalizzata una separazione – prima ancora dell’attuale espansione leghista che avrebbe accentuato i contrasti politici – l’idea che esistessero italiani del Nord e italiani del Sud era fortemente avvertita nella società del passato e continua ad esistere nel presente. E allora – dice Teti “bisogna ripartire da una riflessione sulla possibilità e sulla necessità di sentirsi italiano, pure sentendo l’appartenenza a un luogo e a un mondo”. Per ridurre e rovesciare le immagini negative costruite contro i meridionali, per annullare i luoghi comuni creati nei confronti di un popolo e alimentati da un razzismo strisciante, è comunque necessario ed urgente – scrive ancora l’autore meridionale - “andare dentro di noi” e “guardare nelle nostre profondità”. Se i meridionali non possono più tollerare pregiudizi e stereotipi, è pur vero che non devono più sostenere le menzogne e gli errori del passato attuati in nome di una “diversità” in cui si nascondevano e si riconoscevano. Devono lasciarsi alle spalle “le lamentele e l’autocommiserazione” e devono essere consapevoli che la cosa peggiore è quella di chiudersi in se stessi, negando quelle “verità scomode” che vengono poi rinfacciate con cattiveria dagli altri. “E’ doloroso, amaro – dichiara Vito Teti – vedere come i pochi intellettuali, giornalisti, studiosi che denunciano la presenza della criminalità organizzata, il malaffare e la malapolitica, debbano difendersi da quanti li indicano come calunniatori della propria terra. L’abitante del Sud si trova ancora di fronte ad una realtà che non può negare, a responsabilità che deve assumere, a una scelta di verità che non può rinviare”.

mercoledì 13 novembre 2019

Sant'Onofrio: pace e silenzio nel cuore di Roma



Accanto ad una Roma monumentale e barocca, con le sue grandiose basiliche, i suoi imponenti palazzi gentilizi, le sue antiche rovine che testimoniano la potenza dell’antico impero romano; e accanto ad una Roma caotica per il traffico e perennemente invasa dai turisti, che genera spesso un senso di spaesamento, esiste un’altra Roma poco conosciuta, meno affollata, appartata e suggestiva, direi quasi familiare, con un’architettura meno appariscente, che nasconde atmosfere piacevoli e rilassanti tipiche di un piccolo borgo. E’ una Roma, questa, che a volte ti si presenta davanti all’improvviso, quando meno te lo aspetti: basta non seguire l’incessante flusso turistico e svoltare l’angolo per immergersi in uno spazio dove regna ancora il silenzio, la pace e dove il “sacro” aleggia nell’aria che respiri.

Il complesso di Sant’Onofrio sul Gianicolo, con il suo convento, con la sua chiesa, con il suo chiostro presenta tali caratteristiche. Questo luogo dello spirito aveva colpito positivamente anche Giacomo Leopardi quando fu ospite degli zii a Roma, intorno al 1823. Lui, che proveniva da quel “natio borgo selvaggio”, mal sopportava la disgregazione della grande città, dove risultava difficile poter coltivare rapporti di amicizia e di solidarietà e dove veniva umiliato e disperso quel senso poetico che si può cogliere solo nei piccoli centri. Non è un caso, allora – come scrive Attilio Brilli (In viaggio con Leopardi – Ed. il Mulino) che “l’unico momento d’intensa identificazione con lo spirito del luogo venga colto da Leopardi in un’altra Roma, ben più intima, circoscritta, paesana, quasi pittoresca”. E ciò avvenne nel corso della sua visita al borgo che contorna il chiostro e la chiesa di Sant’Onofrio sul Gianicolo.


Il luogo si raggiunge - per chi proviene da Trastevere - percorrendo una ripida, stretta e silenziosa stradina, con alcuni tratti di scalinate (la Salita di Sant’Onofrio), fiancheggiata da antichi palazzi, che congiunge via della Lungara al colle del Gianicolo. Il posto che ti accoglie è tra i più poetici di Roma. La chiesetta, dedicata all’eremita Sant’Onofrio, che visse per circa sessant’anni nel deserto, fu fondata nel 1419; qui si respira ancora qualcosa di quell’atmosfera di pace che deriva dalle sue antiche origini. Sul piazzale antistante la chiesa, da cui si può godere una bellissima vista sul centro storico di Roma, sorge una graziosa fontana il cui dolce mormorio invita al riposo ed alla contemplazione. Un grazioso portico ad angolo adorno di affreschi del Domenichino, che rappresentano “Fatti della vita di San Gerolamo”, unisce la chiesa al monastero, dove trovò riparo e conforto Torquato Tasso e dove morì nel 1595 in una cella dello stesso monastero, dove oggi è allestito un piccolo museo a lui dedicato. La sua tomba è visibile all’interno della chiesa che presenta linee gotiche, con affreschi rinascimentali nell’abside, opera del Peruzzi e del Pinturicchio. Il portico esterno è collegato, tramite un breve e basso corridoio, al delizioso e piccolo chiostro quattrocentesco che presenta una serie di lunette affrescate dal Cavalier d’Arpino con le storie di Sant’Onofrio. 

Lo confesso: quando mi trovo a sostare in un ritiro spirituale come questo, al riparo dal frastuono e dalla folla, dove chiuso e aperto convivono in splendida armonia e dove il silenzio e la bellezza regnano in un connubio perfetto, fa sentire forte la sua voce quel monaco laico che vive dentro di me; lui vorrebbe chiedere asilo al monastero e stabilirsi per sempre in quest’oasi di pace che dispone l’animo alla tranquillità e rimuove gli affanni che avvelenano la mente.

venerdì 8 novembre 2019

Uno, nessuno e centomila


Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?



“Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altri parti della mia persona”. Sono queste le parole su cui inizia a meditare Vitangelo Moscarda, protagonista e voce narrante di uno dei più famosi romanzi di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila”, la mattina in cui la moglie gli fa notare che il suo naso pende verso destra e quindi appare leggermente storto. Com’era possibile che in tanti anni, nel guardarsi allo specchio, lui non se ne fosse mai accorto? Questa sgradevole imperfezione - che all’improvviso si materializza agli occhi della moglie prima ancora che ai suoi - lo fa cadere nello sconforto più nero tanto da provocargli una vera e propria crisi di identità. Il protagonista si rende conto di apparire agli altri in maniera diversa da come egli stesso si vede e cioè di non essere la stessa persona “uno” per tutti - come aveva creduto fino a quel momento - ma “centomila” Vitangelo Moscarda, quanti potevano essere i giudizi e le rappresentazioni di chi lo guardava. E allora, se la sua personalità si poteva scomporre all’infinito, non essendoci più un’immagine unica, il protagonista arriva alla conclusione che non è più “nessuno”.

Ho riletto, dopo tanti anni, questo caposaldo della letteratura italiana. Dalle letture di Pirandello se ne esce fuori quasi sempre disorientati: tante sono le cose da scoprire; tanti sono i percorsi e le sfumature che l’autore ci pone davanti. E tante sono le tematiche su cui riflettere: la follia e la crisi di identità, la maschera e il doppio, il conflitto tra l’io e gli altri, il dubbio e le certezze che vacillano, il monologo interiore, la disperazione, le apparenze, le cose paradossali e tragiche dell’esistenza, la sfida al mondo in cui ci si sente imprigionati, l’alienazione umana. Sono i temi specifici della letteratura pirandelliana che abbiamo imparato a conoscere già sui banchi di scuola.

martedì 5 novembre 2019

La signorina Felicita ovvero la Felicità



Amo il poeta Guido Gozzano, forse il più grande “narratore in versi” della letteratura italiana. Amo la sua malcelata malinconia, il suo decadentismo, il suo distacco ironico e disincantato nei confronti della vita, il suo raffinato stile letterario, il suo interesse per le “buone cose di pessimo gusto”, la sua sofferenza esistenziale. Le poesie di Gozzano sono bozzetti di vita quotidiana, sono scene legate ad un mondo crepuscolare. Diceva Pasolini che “non c’è dopo Dante un rimatore più abile di lui, né un più spregiudicato inventore di rime”.

“La signorina Felicita ovvero la Felicità” è forse il poemetto narrativo più celebre del poeta piemontese che contiene - in 434 versi - tutta la sua tematica poetica, la sua visione del mondo, sospesa tra ironia e malinconia, tra letteratura e malattia, tra estetismo e decadentismo. Il protagonista del poemetto è un avvocato – l’alter ego del poeta - che si abbandona al ricordo di una donna, Felicita, conosciuta durante una vacanza nel Canavese in provincia di Ivrea. Il suo amore giovanile. Il componimento poetico così inizia:

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Tra il serio e il faceto, Gozzano descrive questo amore malinconico, rivede la casa con il suo arredo “squallido e severo” dove Felicita abitava con il padre che gli parlava “dell'uve e del guaio notarile con somma deferenza”, rievoca quel mondo semplice e contadino fatto di piccole cose, dove ogni azione quotidiana aveva la sua importanza. E poi celebra lei, Felicita, che ha la forza di suscitare in lui un fascino indefinibile, nonostante la sua scarsa bellezza:

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto squadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia…
 
Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Il pensiero del poeta/avvocato  corre poi alla sua malattia ed ai pochi anni che ancora gli restano da vivere; ma la presenza ed il sorriso di Felicita gli procurano gioia e lo fanno ben sperare
 
Vedevo questa vita che m'avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
  
< Avvocato, non parla: che cos'ha?>
<Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con lei!…>-
<Qui, nel solai?…> - < Per l'eternità!>-
<Per sempre? Accetterebbe?…> -<Accetterei!>
 
Il protagonista  si accorge che Felicita lo guarda quasi con sgomento ed allora lui cerca le sue mani e le stringe lungamente dicendole:

< Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?>
 
<Perché mi fa tali discorsi vani?>
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!..>
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia come fa la scolaretta.

Il poeta è colpito dalla semplicità e dall’ignoranza di Felicita e pensa che sia meglio vivere una vita normale e semplice anziché scrivere versi e fare  l'esteta gelido, il sofista”
 
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t'han detto che la terra è tonda,
ma tu non credi… e non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d'un'intellettuale gemebonda…
  
Ma con la vacanza che volge alla fine, viene meno anche quella felicità promessa e quell'amore non soddisfatto 

giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d'altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…
 
M'apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l'abbandono
per l'isole perdute nell'Atlantico;
ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…
 
Quello che fingo d'essere e non sono!

La poesia è di una bellezza struggente. Consiglio l’ascolto in rete della lettura integrale declamata da Vittorio de Sica.



domenica 3 novembre 2019

Poco è bello



Siamo frastornati dal “troppo” che oramai invade le nostre esistenze. L’altro giorno mi trovavo su un treno della metropolitana di Roma. Seduta accanto a me una bella signora (ingioiellata come la Madonna di Pompei) mi costringeva ad ascoltare la sua affranta telefonata. Costei raccontava ad una sua amica che dopo una giornata di duro lavoro in ufficio (sob!), doveva sobbarcarsi: alle 16 un corso di pittura, alle 17,30 portare fuori il cane per i suoi bisogni, alle 18 la palestra, alle 19,30 la spesa al supermercato, in serata una cena con i colleghi per festeggiare un compleanno e, prima di andare a letto – dulcis in fundo - l’immancabile visita ai social. Che vitaccia!

Sembrerebbe – a sentire quella signora - che le nostre giornate siano ormai zeppe di impegni e di appuntamenti, veri o falsi che siano. Tra corsi di inglese e gare di ballo, tra esercizi in palestra e acquisti compulsivi, tra incontri virtuali in rete e serate in pizzeria con gli amici, tra fiumi di  messaggi improbabili e telefonate superflue, pianifichiamo il nostro tempo in maniera irrefrenabile, senza alcuna pausa. E come se tutto ciò non bastasse, ci  si mettono pure i mezzi di informazione bombardandoci con immagini e messaggi pubblicitari, video i più disparati e assurdi, notizie di ogni genere che dovrebbero suscitare, in chiunque, una reazione di rifiuto e di nausea: ma ciò non succede, assuefatti come siamo ad ogni forma di orrore. Non contenti, poi, ci spostiamo velocemente da un posto all’altro del pianeta, prendiamo  la macchina anche per percorrere pochi metri e nulla sembra più turbarci: violenza, maleducazione, volgarità, rumori, sporcizia nei posti in cui viviamo. Siamo sempre alla ricerca spasmodica di “qualcosa” che possa riempire quel probabile “vuoto” giornaliero e che faccia tacere quel silenzio di cui abbiamo una paura fottuta. E allora, musica di sottofondo che non è una sinfonia ma solo rumore; e poi televisione sempre accesa in casa, monitor nei locali pubblici, nelle stazioni dei treni e delle metropolitane che sparano pubblicità. Ma la cosa che più ci appassiona e con cui trascorriamo la maggior parte del nostro tempo è il cellulare. Smanettiamo istericamente su quella magica scatoletta mentre guidiamo, mentre mangiamo, mentre stiamo con i nostri figli, mentre camminiamo…insomma, sempre, tranne in quelle poche ore di sonno. Non siamo più capaci di stare fermi e pensare, di oziare senza fare niente, di guardare trasognati il mondo che ci circonda, di emozionarci davanti alla bellezza della natura o dell’arte ; non esistiamo senza uno smartphone tra le mani. E non conosciamo più l’attesa, perché dobbiamo agire e rispondere con urgenza in qualsiasi momento ed in qualsiasi situazione. Tutto è diventato terribilmente improrogabile. Facciamo troppe cose, anche in una giornata ordinaria. E quando troppe cose premono contemporaneamente alle porte e reclamano di essere soddisfatte e capite, finiamo per esserne sopraffatti. Ma non ce ne rendiamo conto.

Dice Franco Arminio, poeta e scrittore molto sensibile a queste tematiche del vivere quotidiano: “In un giorno incontriamo tante persone, gli incontri in rete comunque sono incontri e le parole sono parole e le emozioni sono emozioni: è tutto vero e tutto falso ed è tutto un ronzio che ci sfinisce. Per guardare il mondo ci vuole un poco di silenzio, bisogna restaurare le vigilie. Adesso le cose accadono una dietro l’altro, le attacchiamo senza tregua, senza spazi vuoti: magari ascoltiamo un messaggio mentre ci laviamo la faccia, parliamo al telefono mentre guidiamo, decidiamo un amore villeggiando al sole di facebook. I luoghi possono ancora essere visti, ma non basta andare in un luogo, bisogna aver cura di vedere poco, di fare poche cose in un giorno, di lasciare un poco di vuoto in mezzo alle giornate. L’assillo di esserci rischia di farci diventare sempre più irreperibili a noi stessi e agli altri. E il mondo diventa vago e imprendibile come una nuvola”

martedì 15 ottobre 2019

Il blog: il mio retrobottega



In una delle pagine più belle dei “Saggi”, il filosofo francese Michel de Montaigne (1533 – 1592) scriveva: “Bisogna avere moglie, figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze, senza seguito e senza servitori, affinché, quando verrà il momento di perderli, non ci riesca nuovo il farne a meno”.
Devo dire che quel “retrobottega” di Montaigne - nonostante il termine, nella sua accezione più autentica, non sottintenda nulla di spirituale ma faccia riferimento, invece, ad un luogo del tutto mercantile e materiale - ha sempre esercitato su di me un fascino particolare. Esiste, forse, altra immagine metaforica che possa meglio esprimere quello spazio di interiorità che costituisce “il nostro principale ritiro”, in cui ritroviamo indipendenza di pensiero?
Io credo che anche un blog possa essere accomunato a quel “retrobottega” immaginato da Montaigne, quale spazio dell’anima in cui raccogliere e conservare pensieri, parole e idee da spalmare, poi, verso l’esterno e quindi verso chi lo legge. E da ritiro segreto ed intimo, riconducibile ad un momento di solitaria personale riflessione, possa diventare spazio pubblico dove l’intrattenimento con se stessi diventi anche conversazione con gli altri.