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lunedì 9 maggio 2022

Sul viaggiare in treno

 


“Sono un pessimo viaggiatore, lo confesso. Mi è tanto difficile staccarmi da un luogo quanto assuefarmici. E sono inoltre un viaggiatore impaziente, incapace di acconciarmi ai fastidi, alle noie del viaggio. Ammiro coloro che sanno trasferirsi da un capo all’altro del globo senza nostalgie di sorta, con pochi oggetti di biancheria nella valigia. Per conto mio, simile a un emigrante, a uno zingaro, potrei dire, una volta in viaggio, “ominia mea mecum porto”, ma in un senso affatto opposto a quello che si ricava dal celebre motto di non so quale filosofo greco. E’ un bagaglio pesantissimo, è tutta la mia esistenza che io mi trascino dietro viaggiando.

Di notte, lungo la linea maremmana, guardo il mio vuoto scompartimento in una prigione che i vetri del finestrino rispecchiano da una parte e dall’altra, prolungandola all’infinito. Viaggio in un lentissimo e rumorosissimo bolide, in un enorme proiettile che non arriva, non scoppia mai. Poter dormire! Ma il mio sonno è un’operazione troppo macchinosa perché possa compiersi in ferrovia. Non mi rimane che vegliare e riflettere: starei per dire pregare. Eccitato dal fragore del treno, in preda a una lucida e tormentosa insonnia, cavo di tasca il mio taccuino, destinato ad annotazioni assai più innocenti, e scrivo: <<Per tutta la vita la fortuna m’è corsa appresso senza riuscire ad acciuffarmi>>. Oppure: <<Ho vissuto come un morto: nella memoria, nella fantasia degli altri>>. Scrivo ancora: <<Disordine, stanchezza, insufficienza, in tutte le occasioni, in ogni cimento della mia vita: perpetuo deficit o, per esprimermi con una parola meno frusta e meglio appropriata, perpetuo ammanco>>. Ecco in che modo una semplice notte in ferrovia può trasformarsi per me in una congiuntura molto seria.

Temo il viaggio, perché temo di venire, come al gioco, in troppo immediato contatto con me stesso. Ma quel che mi fa orrore soprattutto è il viaggiare di notte, ad occhi bendati, per così dire, senza potermi concedere l’unico diversivo e piacere che mi si offra in una situazione così tediosa: la vista della campagna, delle città colte a volo dall’alto d’un cavalcavia o rasentando col treno in moto le finestre delle case, e perfino, vorrei aggiungere, di quelle povere stazioni vuote, spesso importanti e provviste di decorosa tettoia, che i rapidi sorvolano rallentando, come per render loro l’onore delle armi.

Viaggiare è sognare, scrive Pascal. Sognare la felicità fuori di noi. E mentre il treno corre non mai abbastanza veloce per il mio desiderio, in quel trapasso, in quella sospensione di vita e di rapporti, fate che io possa starmene al finestrino, in assidua contemplazione di ciò che Rimbaud chiama “il fascino dei luoghi fuggenti”. Sarà ben difficile ch’io rinunci a questa mia vecchia consuetudine, in viaggio. Consuetudine che, d’altra parte, aggiunge allo strapazzo fisico una fatica psicologica assai più sottile ed estenuante e mi conduce ad abbrutirmi del tutto.

Sono, come vedete, un provinciale, un viaggiatore di terza classe, uno che, avendo talvolta affrontato viaggi piuttosto lunghi con lo stesso ingenuo trasporto con cui si fa una gita di piacere, è sempre giunto a destinazione come un “ecce homo”, con la barba cresciuta e impresentabilissimo. Ragione per cui devo riconoscere che il vero viaggiatore è quello che si raccoglie nello scompartimento come in casa propria e viaggia con le tendine abbassate. Costui arriva fresco fresco, senz’avere nessun sospetto dei luoghi che attraversò. Ha viaggiato come un baule, sissignori. Ma questa è la sola maniera di viaggiare. Così viaggiano tutti, salvo una piccola categoria d’inesperti e amanti del paesaggio, a cui ho la disgrazia d’appartenere…”

tratto dal romanzo “Villa Tarantola”
di Vincenzo Cardarelli

lunedì 2 maggio 2022

Vincenzo Cardarelli, la solitudine di un poeta

 


Amo il poeta Vincenzo Cardarelli; i suoi versi malinconici legati a ricordi indelebili del tempo passato; amo la sua arte poetica avvinta come edera a quel sofferto e discordante sentimento di amore per il suo paese d’origine - Tarquinia - che lasciò da giovane e a cui rimase legato per tutta la vita. E di cui sentiva la mancanza soprattutto quando se ne allontanava. Paradossalmente, immaginava il suo paese come un luogo perduto e lontano, per desiderarlo. Oppure doveva scorgerlo attraverso il finestrino di un treno in corsa, per sentirlo veramente suo: “Giace lassù la mia infanzia/ Lassù in quella collina/ ch’io riveggo di notte/ passando in ferrovia...”, così leggiamo nella sua poesia “Passaggio notturno”.  E, ancor di più, questa sua contrastante propensione amorosa nei confronti del paese natio si percepisce nell’incipit del suo unico romanzo “Villa Tarantola”: "Fin da ragazzo – scrive Cardarelli - ho amato le distanze e la solitudine. Uscire dalle porte del mio paese e guardarlo dal di fuori, come qualche cosa di perduto, era uno dei miei più abituali diletti”.  Tarquinia è per Cardarelli quello che Recanati era per Leopardi: il natio borgo selvaggio, tanto amato quanto osteggiato. Un paese che diventa, attraverso la sua poesia, luogo universale, un microcosmo con caratteristiche socio-culturali-ambientali simili a tutti i paesi. E – lo confesso – quando il poeta ricorda con i suoi versi Tarquinia, io percepisco il mio paese, nel Cilento. Provo i suoi stessi sentimenti.

Dicevo di questo suo romanzo “Villa Tarantola” con cui Cardarelli vinse il Premio Strega nel 1948, un libro introvabile e fuori catalogo che cercavo da tanto tempo. Ebbene, giorni fa, l’ho finalmente trovato su un banchetto di un mercatino dell’usato, che si trova dalle parti di San Giovanni a Roma. E’ stata una gioia immensa. E’ proprio vero che la felicità - come diceva Trilussa - è una piccola cosa, come, appunto, trovare un libro che cercavi. Che poi è anche un libro di rara bellezza, per il suo stile raffinato, ricco di notizie storiche, artistiche e poetiche. E’ un’edizione del Club degli Editori nel 1968, che ripropone la copertina originale del 1948 (Edizioni Meridiana). L’ho letto immediatamente, scavalcando tanti altri libri che attendono da tempo.

“Villa Tarantola” è una raccolta di scritti autobiografici con cui Cardarelli racconta i suoi burrascosi rapporti con il padre, il quale non voleva che studiasse e pretendeva che diventasse un buon commerciante, lui che invece aveva “il bacillo della cultura e della letteratura nel sangue”; e poi racconta il suo enorme bisogno di affetto, i suoi platonici amori giovanili fatti di sguardi, di pedinamenti, di piaceri solo cerebrali per delle donne che, a volte, non aveva nemmeno il coraggio di conoscere “camminando sulla loro traccia fuggitiva come Apollo dietro Dafne, come Teseo guidato dal filo d’Arianna, ma senza fare un passo di più per raggiungerle”, figure quasi evanescenti che ritroviamo anche nei suoi versi malinconici;  e racconta la sua misantropia di uomo senza famiglia, che viveva in camere d’affitto e passava da una pensione all’altra “come uno straniero, un pellegrino o, se volete, un vagabondo”; la sua scarsa partecipazione alla vita letteraria che lo isolavano sempre di più; il suo intransigente moralismo e il suo eloquio tagliente, feroce e poetico, che tutti ammiravano e molti temevano. Il libro non poteva non raccontare dei fatti e misfatti del suo “etrusco paese” natale “con le sue molte torri e i suoi campanili, come una San Gemignano in Maremma” e poi di altri luoghi in cui aveva soggiornato: come nelle Marche, il cui paesaggio “è quale noi lo conosciamo in Leopardi: bellissimo, dolce, e nondimeno avaro di ogni facile e umana consolazione”. Dedica delle pagine tenere e affettuose a Recanati, il paese del suo amato Leopardi: “è come tornare dopo molti anni al proprio paese natale. Non si può salire questo colle senza sentirsi il cuore stretto da una commozione indicibile. Par proprio di averci vissuto in questo paese…non soltanto è il nostro passato, che risorge da ogni pietra, ma un motivo inesauribile e perenne di meditare sul nostro destino, di ripiegarci su noi stessi”. Ci parla poi dei suoi passaggi per Urbino, “l’infinita melodia delle colline raffaellesche”; Ferrara, Venezia, dove voleva trascorrere solo un paio di giorni e invece ci rimase tre anni; Milano, che rivede dopo undici anni di assenza e non riesce a trovare le sensazioni di un tempo. Ma le pagine più belle e ricche di aneddoti io trovo che siano quelle dedicate a Roma, che lo accolse non ancora ventenne: qui fece i mestieri più diversi prima di diventare il poeta che conosciamo. Prima che cominciasse a provare “il perturbante piacere delle congratulazioni” da parte di chi lo leggeva. E così ci descrive la Roma barocca che “ci rammenta ad ogni passo la nostra fragilità, la nostra miseria, ma, nel tempo stesso, tutto conduce a farci guardare in alto”. Ed ecco allora le grandi strade con le altissime facciate dei suoi palazzi. “E che dire delle madonne che passeggiano sui tetti? Delle miriadi di croci, di ostensori, e altri emblemi issati in cima agli obelischi e sui fastigi delle chiese, che si scoprono, chissà perché, soltanto all’alba? Sono i miracoli, le apparizioni di Roma”.  E poi la Roma del Rinascimento, del Sei e del Settecento “dove non c’è vicolo, non c’è piazzetta, in cui non ci si senta difesi nello spirito e nel corpo e i nostri occhi non abbiano materia di diletto…”; la Roma dei caffè letterari che lui frequentava dove si consumavano discussioni e battibecchi, come il Caffè Aragno “il quale non era un caffè, ma un foro, una basilica, un porto di mare”; quella Roma, insomma, che lo aveva ripagato di tutto, facendogli sembrare dolce perfino la povertà, senza farlo sentire mai solo.

Chi lo ha conosciuto – come lo scrittore Libero Bigiaretti che ha scritto una bella e struggente prefazione al suo libro – lo ricorda, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, ormai lontano dalla sua vena creativa, seduto a un tavolo all’aperto del solito bar di Via Veneto a Roma, dove trascorreva lunghe ore della giornata,  indossando cappotto, cappello e sciarpa anche d’estate. E c’era sempre qualcuno che – pur canzonando questa sua bizzarra abitudine - ogni tanto gli si avvicinava tentando di ottenere una di quelle sue sferzanti e colte battute, per cui un tempo era famoso. La foto che ho postato sopra, che lo ritrae di spalle, è una sorta di icona inconfondibile: rimanda alla sua solitudine, alla sua precoce decadenza fisica e intellettuale. Chissà come avrebbe raccontato la Roma di oggi, uno come lui che sapeva guardare il mondo con occhi disincantati, standosene seduto da solo al tavolo di un caffè!


domenica 24 aprile 2022

"Bagheria": quando la vita entra nella letteratura

 


Fare buona letteratura è anche raccontare la propria vita, raccogliere suggerimenti dal proprio vissuto. D’altronde, quasi tutti gli scrittori del passato, mescolando a volte finzione letteraria e realtà, hanno scritto romanzi autobiografici, a cominciare dal più grande di tutti: Proust. Anche la scrittrice Dacia Maraini, nata a Firenze e appartenente al ramo siciliano di un’antica e nobile famiglia - gli Alliata di Villafranca, duchi di Salaparuta - ha attinto dai suoi ricordi personali, dalla sua vita passata, per scrivere alcune sue opere. Questa scrittrice la conoscevo solo come donna amabilmente raffinata e salottiera, spesso ospite dei talk show televisivi, ma non avevo letto nulla di suo. Per caso mi sono imbattuto in “Bagheria”, un romanzo autobiografico pubblicato nel 1993, ed ho avuto modo di apprezzarne anche le  chiare doti letterarie.

Bagheria è la cittadina siciliana dove la Maraini arrivò, insieme alla sua famiglia, dopo due anni di prigionia trascorsi in un campo di concentramento giapponese. Qui, nella splendida villa familiare settecentesca di Valguarnera, circondata di limoni e ulivi e sospesa in alto sopra le colline - uno dei maggiori complessi architettonici di Bagheria - trascorre gli anni della sua fanciullezza e della sua adolescenza. I ricordi di quel periodo affiorano nitidi e a volte malinconici, tra le pagine di questo libro: la sua timidezza, le sue sterminate letture (Lucrezio, Tacito, Shakespeare, Dikens, Conrad, Melville…), il sesso scoperto come inganno e violenza, gli odori e i profumi di quella terra, la bellezza della valle di olivi che digradavano verso il mare, il rumore continuo delle onde sulle rocce, il freddo dell’inverno mitigato da una stufa; ma anche la mafia e l’arroganza di quell'aristocratica famiglia, e poi la madre “bionda e splendente”, il padre “burbero e allegro, ribelle e solitario”, le sorelle, i cugini, le tante zie, i nonni, gli amici dell’infanzia che orbitavano intorno alla villa: costituiscono i reali personaggi del romanzo. “Per anni – scrive la Maraini – ho cancellato dalla mia vita quelle parentele, considerandole tanto lontane da me da non poterne tenere conto. Mi vergognavo di appartenere, per parte di madre, a una famiglia così antica e nobile. Non veniva proprio da loro – si chiede la scrittrice - da quelle grandi famiglie avide, ipocrite, rapaci, gran parte del male dell’isola? Odiavo la loro incapacità atavica di cambiare, di vedere la realtà, di capire gli altri, di farsi da parte, di agire con umiltà. E la sola idea di dividere qualcosa con loro, fosse solo una involontaria somiglianza, mi disgustava”. Lei aveva sempre avversato le ricchezze di quelle grandi famiglie siciliane, che nutrivano e facevano prosperare le mafie locali. Non aveva mai voluto indagare sul passato, da dove venissero quelle ville, quelle terre che ormai non le appartenevano più ma erano lì a testimoniare fasti lontani. Era sempre stata dalla parte del padre che mal sopportava quel mondo ricco e arrogante, e si considerava nata dalla sua testa “come una novella Minerva, armata di penna e carta, pronta ad affrontare il mondo attraverso un difficile lavoro di alchimia delle parole”. Ma, alla fine, anche la madre aveva dato un calcio a quel passato e si teneva alla larga da quella pletora di parenti famelici.

Per parlare di quel mondo, di quella Sicilia, la Maraini ritorna in quei luoghi che l’avevano vista bambina, in quell’antica e bellissima residenza della sua infanzia dove ancora vive una sua vecchia zia. Ma non intende raccontare “di una Sicilia immaginaria, di una Sicilia letteraria, sognata, mitizzata. Ma di quel rovinio di vestiti di broccato, di quei ritratti stagnanti, di quelle stanze che puzzavano di rancido, di quelle carte sbiadite, di quegli scandali svaporati, di quelle antiche storie”, storie che comunque le appartengono e non possono essere scacciate solo perché la infastidiscono.

“Parlare della Sicilia significa aprire una porta rimasta sprangata”, dice  la scrittrice nel suo libro. E una volta aperta quella porta “mi sono affacciata nel mondo dei ricordi con sospetto e una leggera nausea. I fantasmi che ho visto passare non mi hanno certo incoraggiata. Ma ormai ero lì e non potevo tirarmi indietro”.


martedì 19 aprile 2022

Un libro dissotterrato: "Gli ultimi sensuali"

 


Parlavo l’altra sera con mia moglie di Mario Puccini, a cui avevo dedicato un post, tempo fa. Lo ripubblico.

Mario Puccini, chi era costui? Oggi, sicuramente, mi sarei posto questa domanda se non avessi conosciuto – tanti anni fa - una giovane ragazza (diventata poi mia moglie), che stava scrivendo la sua tesi di laurea in Lettere Moderne sulla vita e le opere di uno scrittore marchigiano, nato a Senigallia nel 1887 e morto a Roma nel 1957: Mario Puccini. Ricordo che la suddetta laureanda (che viveva nel Cilento) - non riuscendo a trovare un paio di libri di questo scrittore, ed essendo venuta a conoscenza che il figlio Dario Puccini (critico letterario ed uno dei massimi studiosi di letteratura spagnola) viveva a Roma - mi pregò di contattarlo, per recuperare quei testi, fondamentali per la preparazione della sua tesi di laurea. Devo dire che Dario Puccini mi accolse nella sua abitazione con squisita gentilezza e - nel fornirmi i due volumi tanto ricercati - mi omaggiò anche di un altro romanzo “Gli ultimi sensuali”, scritto sempre dal padre Mario (Garzanti editore – 1944). Ricordo ancora che lo “abbandonai” sullo scaffale della mia libreria, senza degnargli neppure uno sguardo, tra quei libri in attesa di essere letti. E lì è rimasto per oltre quarant’anni, con le sue pagine sempre più ingiallite dal tempo. Poi, giorni fa, chissà per quale oscura e misteriosa ragione - visto che già altre volte nel passato l’avevo preso tra le mani senza mai decidermi – ho avvertito una strana sensazione: era arrivato finalmente il momento di leggere “Gli ultimi sensuali” di Mario Puccini. L’ho preso con estrema delicatezza, come se fosse una cosa preziosa e rara e man mano che proseguivo nella lettura mi sono accorto che le pagine - che si erano mantenute intatte per tanti anni, seppure ingiallite – iniziavano a staccarsi dal dorso una ad una, come quando un innamorato sfoglia una margherita ripetendo “m’ama o non m’ama”. O come accade a un reperto archeologico che, mantenutosi integro per tanti secoli sepolto sotto una coltre di terra, si sgretola una volta rinvenuto e portato alla luce del sole.

Ma le parole erano intatte, limpide, senza tempo. Una prosa dal sapore antico, se mi è consentito, così lontana dalle mode effimere della letteratura usa e getta dei nostri giorni. Il libro contiene tre brevi racconti, incentrati su tre diverse tematiche: l’amore, l’amicizia e l’impotenza, condizione quest’ultima intesa come inadeguatezza del proprio ruolo sociale. L’autore porta avanti la sua narrazione attraverso personaggi riservati, schivi, dall’indole solitaria che appartengono ad una condizione umana inappagata e alienata e ne indaga l’aspetto psicologico della loro esistenza. Mi piace qui riportare l’incipit del primo racconto che io ritengo sia il più bello, quale assaggio dello stile narrativo di questo autore. Il protagonista è un professore che vive a Varese e conduce una vita solitaria, tra la scuola dove insegna e la camera in cui vive. Non avendo né affetti, né amici, né distrazioni decide di ritornare nel suo paese d’origine, per ritrovare ciò che laggiù aveva lasciato di caro e forse il meglio della sua vita: il suo antico amore.

 

“Trentadue anni che non ritornavo tra le mura, nelle vie; che non respiravo l’aria della mia città. Ma sono contento di essermivi riaffacciato in queste giornate: che da tempo non è più estate, ma il tardo, l’ultimo autunno non è ancora precipitato con le sue ore scopertamente grevi, mollicce: e il sole non è più troppo caldo, pieno, ma neanche si arrende languido e docile al vento che sgruppa ed allenta con estrema facilità le nuvole sulle quali il suo bagliore s’infila e sparpaglia. Al mare non si andava già più in queste mattine; ma la città pareva diventata come più piccola, più meschina: le piazze, le contrade, le case, le piante, sembrava avessero perso ciascuna qualche cosa; una sorta di patina bigia, come una ruggine, macchiava e incupiva tutto…”.

Di questo autore Vasco Pratolini (leggo su Wikipedia) ebbe a dire: “uno dei maestri a cui la letteratura italiana deve rendere giustizia”. Ma la buon’anima di Puccini sta ancora aspettando. I suoi libri non si trovano più da nessuna parte…e chissà se c’è ancora qualche temerario che si spinge a fare una tesi di laurea su di lui. Io credo che un romanzo non muore mai fino a quando c’è qualcuno che lo legge e ne parla. Perché leggere un libro introvabile e dimenticato da tutti è come riesumarlo dall’oblio del tempo e dargli nuova vita.

 


sabato 9 aprile 2022

Il mio mondo racchiuso nei libri di 50 scrittori

 


Leggo Carlo Collodi perché con “le avventure di Pinocchio” ritorno bambino;

leggo Miguel de Cervantes perché non si può non amare “Don Chisciotte della Mancia”;

leggo Michel de Montaigne perché è saggio;

leggo Federico de Roberto perché ha scritto un bellissimo romanzo storico: i Vicerè;

leggo F. Dostoevskij per capire che in ogni essere umano c’è l’aspirazione ad un mondo migliore;

leggo Sandor Marai perché è raffinato;

leggo Guido Ceronetti perché è dissacrante;

leggo Ennio Flaiano perché è illuminante;

leggo Hermann Hesse perché è spirituale;

leggo Luciano De Crescenzo perché è simpatico;

leggo Gabriele D’Annunzio perché è solenne;

leggo Erri De Luca perché scrive come parla;

leggo Raffaele la Capria perché è l’unico napoletano che mal digerisce la “napoletanità”;

leggo Robert Walser perché voleva essere uno “zero assoluto”;

leggo Erasmo da Rotterdam (l’elogio della pazzia) perchè bisogna essere pazzi per essere felici;

leggo Anna Frank perché il suo “diario” mi fa piangere;

leggo W. Goethe perché posso viaggiare senza partire con il suoViaggio in Italia”;

leggo Ivan Goncarov (Oblomov) perché amo l’ozio e la lentezza;

leggo Antonio Gramsci (Lettere dal carcere) perché la scrittura ti salva dall’isolamento;

leggo Primo Levi (Se questo è un uomo) per non dimenticare l’orrore di cui è capace l’animo umano;

leggo Alberto Moravia perché mi ricorda gli anni della mia giovinezza;

leggo Fernando Pessoa perché descrive le sue inquietudini, che sono anche le mie;

leggo Elsa Morante de “L’sola di Arturo” perché amo Procida;

leggo J. D. Salinger perché con Il giovane Holden” cavalco le mie (poche) ribellioni adolescenziali;

leggo Herman Melville perché mi piace “lo scrivano Bartleby” che dice sempre di No;

leggo Lucio Anneo Seneca perché non mi stanco mai di leggere le “Lettere a Lucilio”;

leggo Italo Svevo perché mi rispecchio nei suoi personaggi inetti;

leggo Cesare Pavese perché non si può non leggerlo;

leggo Carlo Levi perché “Cristo si è fermato a Eboli”;

leggo Marcel Proust perché è il più grande, e proprio per questo faccio fatica a leggerlo;

leggo Antonio Tabucchi perché mi ha fatto conoscere Pessoa;

leggo G. Tomasi di Lampedusa perché ha scritto “Il Gattopardo”, quello del tutto cambia affinché nulla cambi;

leggo Franco Arminio perché è il poetico paesologo dei nostri tempi;

leggo Vladimir Nabokov perché “Lolita” si legge almeno una volta nella vita;

leggo Oscar Wilde perché “Il ritratto di Dorian Gray” è un libro meraviglioso;

leggo Lalla Romano perché ti fa navigare “nei mari estremi”;

leggo Arthur Schopenhauer perché è pessimista;

leggo Vittorino Andreoli perché è un pessimista che illumina;

leggo Thomas Mann perché è un grande scrittore;

leggo Henry Thoreau perché “l’uomo che viaggia solo può partire oggi; ma chi viaggia in compagnia deve aspettare che l’altro sia pronto”;

leggo Ernst Gombrich perché nessuno, meglio di lui, sa raccontare la bellezza;

leggo Sibilla Aleramo perché era una donna affascinante ed ha scritto “Una donna”;

leggo Giorgio Bassani perché continuo ad amare i suoi libri;

leggo Gian Piero Bona perché “Il silenzio delle cicale” è un romanzo di rara bellezza;

leggo Vitaliano Brancati perché è l’ironico cantore del “gallismo italico”;

leggo Gesualdo Bufalino per il suo stile colto e raffinato;

leggo Dino Buzzati perché “Il deserto dei tartari” celebra l’attesa, che oggi abbiamo smarrito;

leggo Vincenzo Cardarelli perché non esistono più poeti come lui;

leggo Serge Latouche perché la “decrescita felice” può salvare il pianeta e migliorare la qualità della vita;

leggo Italo Calvino perché bisogna leggere sempre i classici perché “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Parola di Calvino.

 

leggo….


venerdì 1 aprile 2022

Scrivere, parlare...e leggere

 


Scrivere non è come parlare. Parlare non richiede tempo. Non richiede fatica. Non richiede impegno. Basta aprire la bocca e, anche se non è collegata al cervello, le parole defluiscono, volano, si perdono, fanno rumore. Basta sintonizzarsi su uno dei tanti talk show  televisivi (sono tutti uguali, cambia solo il nome), per rendersene conto. Scrivere richiede tempo, fatica, abilità. Le parole scritte hanno maggiore responsabilità. E poi restano, perché chi le scrive vuole restare a lungo nella mente di chi legge. Il desiderio segreto di chi scrive è quello di restare “per sempre”. “Scrivere è anche non parlare – diceva Marguerite Duras – E’ tacere. E’ urlare in silenzio”. Parlare e scrivere hanno distinte proprietà e richiedono differenti capacità: non è detto che chi scrive bene sappia essere altrettanto convincente nel parlare e viceversa. Certi scrittori, per esempio, io preferisco ascoltarli mentre parlano, piuttosto che leggerli: Andrea Camilleri, tanto per fare un nome, era uno di questi. Fino ad ora non ho mai letto un suo libro (e me ne rammarico), però pendevo dalle sue labbra quando mi capitava di vederlo in televisione. Quel suo modo di parlare, di gesticolare e di raccontare mi stregava. Naturalmente, me ne guardo bene dal dire che non sapesse scrivere! Ci sono poi altri scrittori che, in qualche maniera, scrivono così come parlano e si possono leggere o ascoltare con lo stesso entusiasmo. Con lo stesso piacere. Erri De Luca è uno di questi: quando comunica verbalmente sembra stia leggendo un suo libro. E poi esiste un’altra categoria di scrittori, senz’altro la più scadente, ed è quella rappresentata dai volti noti dello spettacolo, dello sport e della politica: straparlano su tutto in TV e, non contenti, si sentono pure autorizzati a scrivere libri per diffondere il loro verbo.

Non credo che oggi ci sia la impellente necessità di nuovi scrittori: basta entrare in una qualsiasi grande libreria per capirlo. Esistono già, per nostra fortuna, le fonti autorevoli da cui attingere il nostro nutrimento spirituale. E - se proprio lo vogliamo dire - non abbiamo alcun bisogno di “novità editoriali”. Certo, l’uomo non può smettere di scrivere, né si può impedirlo, sarebbe la fine della letteratura. Peccato, però, che certe opere scadenti a volte prendano il sopravvento, complice anche l’operato di certi editori che preferiscono gli affari alla cultura. E poi, viviamo in un tempo in cui la rincorsa alle novità è perenne, come se le novità fossero tutto. Ma un libro non è come l’ultimo modello di un telefonino. Un buon libro non invecchia mai, e per nostra fortuna ne sono stati già scritti tanti. Se rileggessimo, senza comprarne altri, quei nostri cento libri più importanti allineati sui ripiani della nostra libreria - aggiungendo magari all’elenco qualche classico che ci manca - io credo che faremmo una scelta culturale davvero meritoria. Più che di nuovi scrittori, abbiamo bisogno di nuovi lettori. Ho come l’impressione che tutto quello che c’era da scrivere, in qualche maniera, sia stato già scritto dai grandi della letteratura di ogni epoca. E in giro non ne vedo altri in grado di eguagliarli. Chi decide di scrivere un libro – che sia un autore affermato o un esordiente – credo che non abbia davanti a sé niente di nuovo da raccontare. Le solite storie fritte e rifritte. Oggi uno scrittore deve stare in sintonia col gusto corrente, che è il gusto della massa. E, infatti, quando un libro incontra il favore della maggioranza, si afferma come best-seller. Diventa il libro più venduto. Un libro che spesso nuota nel mare magnum dell’attualità, e fa sentire solo quel “brusio fuori dalla finestra – come diceva Calvino - che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici”. E dopo un breve periodo di notorietà, quel libro cade nel dimenticatoio. Un fuoco di paglia, senza alcuna rilevanza letteraria. 

C’è da dire che i grandi scrittori del passato, all’inizio della loro carriera, raramente venivano compresi. Spesso infrangevano gli equilibri preesistenti, andavano contro il pensiero dominante, comunicavano una nuova etica, una nuova estetica. Insomma, sapevano guardare lontano creando un nuovo bisogno culturale che, raccolto dalle generazioni future, conferiva loro quell’aura di grandezza. Ecco, secondo me, oggi mancano questi autori non allineati, e se ci sono vengono ostacolati ed emarginati e, forse, verranno compresi e apprezzati solo in un prossimo futuro. Chi scrive oggi, preferisce adeguarsi alla logica narrativa dei tempi e vendersi al migliore offerente: è la strada più facile per trovare un briciolo di successo e vendere qualche libro.


lunedì 28 marzo 2022

L'uso del tempo

 


Dalla prima lettera di Seneca a Lucilio:

Fa così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva. Persuaditi che le cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Se badi bene, una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si renda conto com’egli muoia giorno per giorno? In questo c’inganniamo, nel vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del nostro passato appartiene al dominio della morte. Dunque, caro Lucilio, fa ciò che mi scrivi; fa tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Abbiamo avuto dalla natura il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, ma ce lo lasciamo togliere dal primo venuto. E l’uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di nessun valore, e in ogni caso compensabili, accetta che gli vengano messi in conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.

Mi domanderai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma tiene in ordine la sua amministrazione; anch’io tengo i conti esatti della spesa. Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi della mia povertà. Capita anche a me, come alla maggior parte della gente caduta in miseria senza sua colpa: tutti sono disposti a scusare, ma nessuno viene in aiuto. E che dunque? Per me non è povero del tutto colui che, per quanto poco gli resti, se lo fa bastare. Ma tu, fin d’ora, serba gelosamente tutto quello che possiedi; e avrai cominciato a buon punto, poiché – ci ammoniscono i nostri vecchi – “è troppo tardi per risparmiare il vino, quando si è giunti alla feccia”. Nel fondo del vaso resta non solo la parte più scarsa, ma anche la peggiore.  Addio.


martedì 22 marzo 2022

Il tempo e la felicità

 


La cosa che più amavo di Luciano De Crescenzo – l’ingegnere-filosofo di Napoli (morto nel 2019) che ha saputo raccontare la filosofia come nessun altro – era quel suo modo disincantato, ironico e beffardo di rapportarsi alle cose della vita. E poi quella sua irresistibile simpatia, quel suo modo arguto di parlare, quel suo umorismo così trascinante, in puro stile napoletano, che ne facevano un personaggio straordinario. Ho letto nel passato molti dei suoi libri, a cominciare da “Così parlò Bellavista”, il suo esordio letterario. Ma io qui vorrei ricordare un altro libro dal titolo evocativo: “Il tempo e la felicità”. Chi mastica un po' di filosofia sa che Lucio Anneo Seneca – filosofo dell’antica Roma - inviò al suo amico di Pompei – Lucilio - ben 124 lettere raccolte nella sua opera più famosa, “Lettere a Lucilio”.



Un libro che io tengo sempre a portata di mano, sul comodino, in cui cerco di trovare conforto quando l’insensatezza dei tempi che viviamo diventa insopportabile. Queste lettere, tutte piene di preziosi consigli su come raggiungere la felicità, o meglio una vita più serena, affrontano i grandi temi dell’esistenza: dall’amore alla morte, dall’amicizia alla vecchiaia, dalla povertà alla ricchezza, dal tempo alla solitudine… e via discorrendo. De Crescenzo, ne "Il tempo e la felicità", libro che si fa leggere con autentico piacere, riporta alcune epistole di Seneca – liberamente interpretate come solo lui sapeva fare – arricchite con i suoi gustosi commenti; e giacché si trova, svela anche le risposte di Lucilio a Seneca, che a noi non sono mai pervenute. Lui, però, dice di averle ritrovate scavando nella cantina di casa sua a Roma, in Via dei Fori Imperiali. Dobbiamo credergli? Uhm! Lasciamo perdere! Intanto mi piace riportarne, di seguito, un assaggio proprio “sulla lettura e sulla sua importanza”:

Caro Lucilio,

ho ricevuto il libro che mi avevi promesso e te ne sono grato. All’inizio, a essere sincero, non avevo molta intenzione di leggerlo. L’ho messo da parte, per poi leggerlo con comodo in un secondo momento. Sennonché mi è capitato di leggerne le prime pagine, e a quel punto non sono più riuscito a staccarmene. Pur essendo un testo voluminoso mi è sembrato breve e conciso, tanto era scorrevole il suo stile. Avrebbe potuto essere un’opera di Tito Livio o di Epicuro. L’ho letto tutto di un fiato, da cima a fondo, e alla fine ho esclamato: “che autore, che ingegno, che spirito, che slancio!” Certo che anche il soggetto ha contribuito a rendere più interessante la lettura. Per il momento, però, non ho intenzione di dirti altro: aspetta che lo rilegga una seconda volta e poi tre ne darò un ponderato giudizio. Addio

tuo Lucio Anneo

(Sen-46)

Caro Lucio Anneo,

la tua ultima lettera mi ha reso davvero felice. Mi hai scritto che ti è molto piaciuto il libro che ti ho inviato, e la notizia mi ha riempito di gioia. Apparentemente la lettura è un’attività solitaria, da svolgere nel chiuso di una stanza, e invece, non appena un libro passa da una mano all’altra, diventa immediatamente un mezzo di comunicazione che ci fa sapere se apparteniamo o meno alla stessa categoria umana. Poter parlare di un libro che è piaciuto a entrambi è come andare insieme a fare un viaggio: ognuno gode della meraviglia dell’altro. Se poi l’altro è anche un amico, la gioia aumenta in proporzione. Su questo aspetto della lettura, infatti, non sono assolutamente d’accordo con Socrate. Ora, non so se ti ricordi, ma nel Fedro il nostro filosofo se la prende con il Dio Theuth, inventore dei numeri, dei dadi e della scrittura, e lo accusa di aver inventato un sistema abominevole che condurrà l’uomo in un baratro d’ignoranza. Fidandosi del fatto che tutto quello che c’è da sapere si trova nei libri, l’uomo non eserciterà più la memoria e finirà col perdere l’uso del cervello. Meglio parlare con un essere umano, sostiene Socrate, che leggere un libro, giacché a un libro non puoi fare delle obiezioni, mentre a un essere umano sì: il libro risponderà sempre nello stesso modo, quello nel quale ha risposto la prima volta che lo hai letto. Si comporterà in pratica come una statua di marmo alla quale è inutile fare domande. Evidentemente, però, Socrate sottovalutava il libro come collegamento tra due persone che si stimano. Nel nostro caso, ad esempio, è servito a evidenziare le nostre affinità. Se è piaciuto a te, e se è piaciuto a me, vuol dire che almeno in questo ci rassomigliamo, e la cosa non può che farci piacere. Addio

tuo Lucilio

Purtroppo, non sono nelle condizioni di poter prestare questo libro a chicchessia. Se c’è qualcuno interessato alla sua lettura, non deve fare altro che cercarlo in qualche libreria o sui banchetti dell’usato. A me è piaciuto: e se dovesse piacere anche a te – caro lettore - “vuol dire che almeno in questo ci rassomigliamo, e la cosa non può che farci piacere”. Parola di "Lucilio".




martedì 15 marzo 2022

I balconi del millenovecento

 


Non potrei vivere in una casa senza un balcone. Le sole finestre che danno verso l’esterno non mi bastano. In una città come Roma il balcone diventa un vero punto di forza, un ambiente domestico in più per vivere all’aperto. Certo, il mio balcone di Roma non si affaccia sui Fori o su Piazza Navona, né mi offre quel gradevole panorama di cui posso godere standomene seduto sul balconcino al mio paese. Questo è un balcone cittadino, incastonato in un palazzo di periferia accerchiato da altri palazzi, in un contesto abitativo (seppure decoroso e civile) progettato da urbanisti crudeli, dove la bellezza – purtroppo - non trova dimora. Tuttavia questo balcone costituisce, per me, un prezioso rifugio esterno, malgrado non offra un panorama all’altezza. E’ parte del mio vivere quotidiano, riflette il mio amore per le piante e i fiori che lo adornano e che io curo con tanta passione. Luogo di congiunzione tra l’interno della casa e l’esterno, vi trascorro molte ore durante le belle giornate estive, a leggere o a fantasticare altre vedute. Uno spazio dell’anima riparato da una tenda, per pensare e rilassarmi nelle ore di dolce malinconia. “…A noialtri napoletani – dice Eduardo in quel famoso monologo del caffè nella commedia “Questi fantasmi” - toglieteci questo poco di sfogo fuori al balcone…Io, per esempio a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato”.

Il balcone è sempre stato uno spazio magico che ha ispirato gli artisti di ogni epoca, dai pittori ai poeti ai cantanti. Ci sono alcuni dipinti che sono ormai impressi nell’immaginario collettivo. Mi viene da pensare a quel famoso quadro di Manet che si chiama semplicemente “Il balcone”, e poi la “Donna al balcone” di Zandomeneghi o le “Majas al balcone” di Goya. “Dal balcone – canta Franco Battiato - ammiravo il vuoto, che ogni tanto un passante riempiva…”. E il poeta americano Raymond Carver in una sua famosa poesia declama questi versi:

siamo
usciti sul balcone che dominava
il fiume e la città vecchia.
E siamo rimasti lì senza parlare.
Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
Così felici ed emozionati.

L’altro ieri, approfittando della giornata quasi primaverile, ho trascorso un po' di tempo sul mio balcone cittadino, in compagnia delle poesie di Erri De Luca. Dalla sua raccolta “L’ospite incallito” non potevo che sceglierne una:

I balconi del millenovecento

Prima dei telefoni i balconi,
si usciva fuori e si mandava a dire.
Erano lo sfogo della casa,
le ragazze non uscivano a spasso
tranne per la funzione, la domenica.
Però stavano in vista sul balcone,
passava il giovanotto, un fiore conficcato nell'occhiello,
una sbirciata a scippo, l'intesa fulminata,
telegramma spedito con le ciglia.
Al balcone tra i vasi la ragazza dipanava un gomitolo,
ricamava a telaio, fingeva di pungersi con l'ago
per liberare gli occhi messi in giù.
Mia nonna si fidanzò al balcone.
E mia madre, d'estate, dopoguerra,
con altri amici esce sul balcone per il fresco
e un uomo, ventottanni, sedutosi vicino le chiede
di sposare.
Provengo dall'incontro di loro due là fuori, a Mergellina,
col cielo giocoliere del tramonto.
Ma da un altro balcone s'era affacciato pure l'impettito
a dichiarare guerra, sporgendosi rapace e pappagallo
sulla folla ubriaca di se stessa.
Era meglio se usciva alla finestra
e meglio ancora se teneva chiuso, così non si guastava
la storia dei balconi e dell'Italia del millenovecento.

Erri De Luca

giovedì 10 marzo 2022

Le parole

 


“non amavo altro che le parole: avrei innalzato cattedrali di parole sotto l’occhio azzurro della parola cielo”

 


Ancora una rilettura: “Le parole” di Jean Paul Sartre, pubblicato nel 1964, l’anno in cui lo scrittore francese rifiutò il Premio Nobel, per difendere la sua libertà di pensiero.  Non me lo ricordavo così piacevole! Probabilmente la prima volta che lo lessi – credo negli anni ‘80 – non avevo ancora maturato le necessarie attitudini per apprezzare la bellezza di certi libri autobiografici. A conferma del fatto che a volte il gradimento o meno di un libro dipende anche dal periodo in cui lo si legge.

 

Con questa opera Sartre ripercorre la sua dorata infanzia trascorsa in una famiglia borghese che vantava, tra i suoi membri, illustri intellettuali e pastori luterani. Intriso di autoironia, “Le parole” è diviso in due parti: “leggere” e “scrivere”. E mette al centro della narrazione quel bambino che fu Sartre, il quale aveva un solo difetto: era troppo avanti rispetto alla sua età. Orfano del padre morto prematuramente, fu il nonno a incarnare la figura paterna, un autoritario e intransigente professore di tedesco che stravedeva per il nipote. Lo considerava la sua “meraviglia”, e la sua sola presenza lo appagava totalmente e lo rendeva felice. E lui, il piccolo Jean Paul, si divertiva a recitare la parte del bravo bambino: non piangeva mai, non faceva rumore, appariva serioso, rideva poco e gli “piaceva piacere”. In famiglia lo adoravano e lo viziavano e lo coccolavano: gli dicevano che era intelligente, che era bello, lo ritraevano in mille pose ritoccando anche le foto con matite colorate. La madre, che non aveva conosciuto molto suo marito “né prima né dopo il matrimonio” e che preferiva il dovere al piacere, metteva nella vita di quel bambino “tutto quello che mancava alla sua”. E poi tutti lo controllavano e si preoccupavano della sua salute delicata, “non lo trovi un po' palliduccio ?…Sono sicuro che è dimagrito!”, e gli sentivano il polso gli misuravano la febbre lo costringevano a far vedere la lingua… E lui, sotto questi sguardi inquisitori si sentiva un oggetto, “un fiore nel vaso”.

 

E poi c’erano i libri nella grande biblioteca del nonno, la sua prima grande scoperta, con i quali voleva fare quotidianamente “un bagno di cultura”. Non sapeva ancora leggere, però era affascinato da quei volumi stretti sui ripiani come mattoni. Li osservava, li toccava, li sfogliava di nascosto per “onorare” le sue mani con la loro polvere, e assisteva ogni giorno a un cerimoniale di cui gli sfuggiva il significato: il nonno maneggiava quegli oggetti culturali “con una destrezza da officiante”. Talvolta si avvicinava per osservare da vicino quelle “scatole che si aprivano come ostriche” e scopriva che al suo interno con c’era niente, solo dei “fogli pallidi e muffiti, leggermente gonfi, coperti di venuzze nere, che assorbivano l’inchiostro e mandavano un sentore di fungo”. Giorno dopo giorno, però, le parole che scopriva in quei libri e quelle che andava scrivendo nei suoi quaderni divennero “la quintessenza delle cose”. Aveva trovato la sua religione, la libreria era il suo tempio, e nulla gli pareva più importante di un libro. Scrivendo esisteva e si sottraeva alle persone grandi. “Questo bambino sarà uno scrittore” - dicevano in famiglia - e il nonno, che si estasiava sulle sue virtù, posando la mano sul suo cranio, amava ripetere: “ha il bernoccolo della letteratura”. Lo “lasciarono vagabondare fra i libri” e fra i suoi quaderni che riempiva di parole, e lui diede “l’assalto all’umano sapere”.


giovedì 3 marzo 2022

Pagine ingiallite

 



Il nome che diamo a un blog non nasce mai per caso: cerchiamo sempre di sceglierne uno che, in qualche maniera, dica qualcosa di noi in anteprima. Magari un nome capace di stimolare anche l’immaginazione, con il suo carico di contenuti simbolici, e far nascere in chi vi si accosta per la prima volta, curiosità e interesse. E’ una sorta di biglietto da visita. Il nostro marchio on line.

“Pagine ingiallite”, il nome del mio blog, racconta tante cose di me, prima ancora di leggere un qualsiasi post. Se questo spazio in rete lo avessi chiamato “il blog di Pino”, non avrebbe sortito lo stesso effetto evocativo: sarebbe stato come “il blog di tizio” o il “blog di caio”... Nomi, quest’ultimi, che non dicono nulla dell’autore che vi sta dietro. E nulla suggeriscono circa i temi trattati. Naturalmente il discorso cambia se l’autore del blog è un personaggio famoso: in quel caso basta nome e cognome, non occorre altro. Beppe Grillo - per esempio – non avrebbe aggiunto nulla al suo blog se lo avesse chiamato - non so - “il grillo parlante”. Il nome di un blog sconosciuto è, a prima vista, come il titolo di un libro che cattura la nostra attenzione e, pur non conoscendo l’autore, ci spinge a sfogliarlo e a leggere qualche pagina; è come una curiosa e bella copertina che invoglia ad andare oltre per scoprire ciò che contiene.

“Pagine ingiallite” – il mio blog - rimanda ad un mondo antico, con i segni che il tempo lascia sui luoghi, sulle cose e sulle persone quale traccia del suo passaggio; racchiude un mondo poco avvezzo agli eccessi della modernità e della tecnologia che oggi hanno il predominio e tiranneggiano la nostra esistenza. Allude – il nome del mio blog - a un sentimento nostalgico che si appropria di ombre e silenzi, e rifugge le luci troppo accese e violente dell’oggi; racconta della vita ritessuta secondo comportamenti non omologati; offre una diversa riflessione basata sul filo della memoria e della malinconia dove aspetti positivi del passato, sopravvissuti allo scorrere del tempo, diventano ammaestramenti di vita per il presente.  Un titolo come “Pagine ingiallite” parla di solitudine, di cose usate, di serate accanto al focolare, di vecchi muri imbruniti dal tempo, del silenzioso camminare per un viottolo di paese. E parla naturalmente di libri. Ma non di quelli con la copertina patinata, i più venduti e più letti della settimana, ma di vecchi libri dimenticati, ingialliti e consumati dall’uso. Un po' di tempo fa, un amico blogger che scrive su “Ore a rovescio” (bel nome per un blog, carico di significati…) ha scritto - commentando un mio post - che io sono una sorta di “archeologo del novecento letterario” che porta alla luce vecchi reperti cartacei, magari scovati sui banchetti di qualche mercatino dell’usato, e poi li offre ai lettori con parole accattivanti, dopo averli ripuliti. E’ una definizione che mi piace assai! Ed è proprio così, perché la maggior parte dei libri che leggo e di cui scrivo sono in linea con il nome del blog: libri con le pagine ingiallite, libri di autori morti e dimenticati, libri abbandonati dagli editori ai quali cerco di dare una seconda vita, come si fa con il restauro di un mobile antico e pregiato. Affascinato dalla patina del tempo che avvolge quelle opere e dalla qualità letteraria che ne determina il valore.


giovedì 24 febbraio 2022

La guerra

 



“Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra. Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi”

 “La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.”

 “La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l’uso della violenza.”

“Un mondo senza guerra è un’altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità.”

“Il ripudio della guerra è un valore sacro e uno dei pilastri portanti della nostra Repubblica. Ripudiare la guerra significa eliminarla dalle nostre coscienze, ma anche rifiutarsi di entrare in vecchi e nuovi conflitti, liberare il nostro Paese dalle servitù militari, uscire da ogni alleanza militare, ridurre drasticamente la produzione e l’esportazione di armi, ridurre i costi delle forze armate riconvertendoli in uso civile e sociale”.

 Gino Strada


giovedì 17 febbraio 2022

Quando la bellezza ti sconvolge

 


Riprendo un mio vecchio post

Oggi viviamo in un’epoca in cui la “bellezza”, intesa nel suo significato oggettivo, appare fortemente in crisi. Non riusciamo più a produrre cose belle, come succedeva nel passato. Si racconta che lo scrittore francese Stendhal, trovandosi nella Basilica di Santa Croce a Firenze, durante il suo grand tour effettuato in Italia nel 1817, fu colto da un malessere che lo costrinse ad uscire dalla chiesa: la straordinaria bellezza del luogo aveva scatenato nel suo animo una forte e inesprimibile emozione. Lo stesso Stendhal ebbe poi modo di scrivere:  Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. Da lì è nata la “sindrome di Stendhal”, secondo cui l’espressione del bello può provocare turbamenti profondi, veri e propri disturbi psico-fisici negli animi più sensibili.

 Esistono dei luoghi in cui la bellezza ti sovrasta. Ti fa sentire piccolo, inadeguato, ma felice di appartenere al genere umano che l’ha creata. Prendiamo ad esempio la Basilica di San Pietro: una delle opere architettoniche più grandiose “dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati”, come avrebbe detto Stendhal. Ebbene, ogni volta che metto piede in quel luogo sacro, resto sbalordito dalla sua magnificenza; un luogo grandioso e straordinario che mi eleva e mi opprime, nello stesso tempo. E’ come se la bellezza incontenibile lì racchiusa avesse la capacità di sconvolgermi e suscitare quasi un senso di disagio.

 Sempre mi domando, ogni qual volta mi trovo all’interno della Basilica di San Pietro, come sia possibile pregare in uno spazio così immenso e così ricco. Al cospetto di siffatta opera architettonica – realizzata dai tanti artisti che vi lavorarono a partire dal 1500 (da Bramante a Raffaello, da Sangallo a Michelangelo da Vasari a Della Porta, da Maderno a Bernini) - io penso che sia davvero difficile concentrarsi nella preghiera. La solennità dell’arte, la bellezza delle statue e delle colonne, la impareggiabile ricchezza delle decorazioni distolgono l’animo dal raccoglimento e dalla meditazione. Più che il frutto dell'ingegno umano, tanta bellezza appare come opera di un Dio. Forse di quello stesso Dio a cui si rivolge il credente, sebbene soggiogato dalla solennità del Baldacchino del Bernini o dalla grandiosità della cupola di Michelangelo. Un luogo che si presta molto bene alle tante manifestazioni del culto cattolico, come la proclamazione dei nuovi papi o le esequie di quelli defunti o come l’apertura e la chiusura dei giubilei. Un luogo spettacolare per eventi spettacolari. Ma se io devo pensare ad un povero cristiano che desidera avere un incontro profondo con Dio, non posso che immaginarlo in uno spazio più appartato, più silenzioso, meno appariscente. Un luogo che evochi la povertà piuttosto che la ricchezza, la contemplazione piuttosto che la meraviglia. La bellezza non deve sovrastare il pensiero di chi prega. La ricchezza del luogo non può interferire nel dialogo con Dio. Nel momento stesso in cui la bellezza ti domina, la preghiera svanisce.