martedì 7 aprile 2026

Segnali di abbandono

 


Scrivo su questo blog da 13 anni, e tutto è nato per gioco: volevo vedere l’effetto che fa. Avevo l’abitudine di scrivere al computer le “recensioni” dei libri che leggevo, salvandole poi in un semplice file word: mi piaceva, ogni tanto, rileggerle per rinfrescarmi la memoria su questo o quel libro. Diciamo che ho trasformato quel mio iniziale esercizio di scrittura in un blog, con l’aggiunta di post attinenti altre tematiche. Devo dire però che non sono molto prolifico: pubblico 2/3 post al mese, molto al di sotto della frequenza media di pubblicazione che – secondo certi “esperti” del settore - dovrebbe essere di 2/3 a settimana. Ciò al fine di instaurare una quotidiana connessione con chi ti legge, e convincere Google ad inserire il tuo blog tra le prime pagine di ricerca. Ma io non ho di queste velleità e poi non ho seguaci, i “famigerati” follower, che aspettano ansiosi il mio ultimo post.

Scrivere è una cosa seria e impegnativa: ma non è il mio mestiere, lo ammetto. A volte mi sento addirittura inadeguato in questo ruolo, perché non sono nato con la penna in mano (come si suol dire), né ho l’impertinenza di affermare che non potrei vivere se non scrivessi, come mi capita di leggere in giro. Certo, la scrittura rappresenta un ottimo esercizio per l’anima e per la mente, sostiene la memoria e ti fa stare bene. Può essere un valido strumento di analisi e di ascolto che ti aiuta a riflettere. E se non mi esercitassi in questa maniera, credo che oggi sarei ridotto a scrivere solo la lista della spesa e i bollettini postali. Non bisogna però dimenticare che verba volant scripta manent, come dicevano gli antichi. E’ fondamentale, quindi, stare attenti a ciò che viene disseminato nella blogosfera, un mondo dominato dalle parole che sempre più spesso perdono di significato e di valore. Una volta scritte, diventano parole pubbliche che acquistano un peso, una vera responsabilità. E restano lì a disposizione per chissà quanto tempo. Un mondo - questo della rete - dove tutti trafficano con la scrittura in modo anonimo, dove si può scrivere qualsiasi cosa senza verificare la veridicità del contenuto, spacciando un vocabolario spesso ingannevole senza che ciò porti discredito alla dignità di chi scrive.

Cesare Pavese diceva che “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla”. E forse è questa la molla che spinge ad aprire un blog: scrivere, prima ancora che per un piacere personale, per un inconfessabile desiderio di vedere qualcuno che ti legge. A dir la verità, quando scrivo un post non ambisco a tanto, o meglio non mi illudo di parlare a una folla. Immagino, sempre, di parlare da solo, anche se, da qualche parte, ci sono quelle tre/quattro persone che si ostinano a leggermi (ringrazio di cuore) e a lasciare qualche commento pur non avendo il sottoscritto meriti particolari.

Ho letto che nel mondo, secondo le statistiche, esistono oltre 400 milioni di blog (22 milioni solo in Italia) e ogni giorno vengono pubblicati su WordPress circa 70 milioni di post. Numeri pazzeschi che fanno capire quanto spietata sia la concorrenza. D’altra parte le visualizzazioni di un blog sono legate spesso a quel noto principio: “do ut des”. E io do davvero poco alla blogosfera perché non sono presente sui social, non ho cellulari e quindi posso utilizzare solo il computer, seguo pochissimi blog, non resisto in Internet più di mezz’ora. E non sempre lascio commenti al blog visitato. Ma anche il commento deve avere una sua dignità, al pari del post. Certo, ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ma ha un senso fare un post scrivendo che oggi piove e non mi va di uscire, e ricevere il commento di uno che afferma che anche dalle sue parti il tempo è inclemente? E poi ancora un altro che magnifica, invece, il bel tempo? Post e commenti di questo tono possono accrescere il numero degli articoli pubblicati e fare adepti aumentando le visualizzazioni, ma di certo non arricchiscono uno strumento on line nato con l’intento di pubblicare altri contenuti.

Durante i primi tempi - forse infervorato dalla novità ed esaltato dall’idea che ci potesse essere qualcuno interessato ai miei scritti, che non aspettasse altro che un mio post giornaliero - davo più spazio al mio narcisismo (sentimento questo che gioca un ruolo fondamentale nella blogosfera), e mi impegnavo molto di più: e i post crescevano e si susseguivano uno dietro l’altro, in tempi brevi. Pensavo – come forse pensano un po' tutti - che il successo di un blog dipendesse esclusivamente dall’ultimo post pubblicato, e non già dai precedenti che, secondo una consolidata credenza, pare non contino più nulla, non siano più leggibili, come se non esistessero. E’ raro, infatti, che un visitatore lasci un commento su un vecchio post, come avviene, invece, per l’ultimo nato. Io credo che un post scritto bene e con impegno negli anni passati - se non riguarda la stretta attualità - è sempre attuale per chi non l’ha letto. Per quanto mi riguarda (con tutto il rispetto per gli altri blogger che fanno altre scelte), è difficile che io scriva un articolo sulle scemenze che dice l’on. caio o sulle frottole che racconta l’on. sempronio, o su questo o quel delitto familiare di cui parlano largamente i media. I fatti di cronaca nera, gialla e rosa e il teatrino della politica trovano poco spazio sul mio blog. Per queste tematiche ci sono in giro giornalisti e persone molto più autorevoli e informate di me anche in rete, e non vedo quindi perché uno dovrebbe leggere la mia opinione per farsi un’idea su un determinato argomento, spesso inflazionato. Il blog, diciamocelo, non è un giornale che deve riportare le ultime notizie – che poi in certi periodi di vacche magre sono le stesse del giorno prima e del giorno prima ancora – ma una sorta di diario emotivo condiviso in cui specchiarsi, un raccoglitore di idee, di sentimenti, di sensazioni, di esperienze, di letture, di spunti di riflessioni che non hanno una scadenza e non sono legati al fatto del giorno. E allora, quando proprio non sappiamo che scrivere, meglio riproporre qualche vecchio post, che magari ha già avuto un discreto successo di lettori, di visualizzazioni e di commenti. E’ come riascoltare una vecchia canzone, è come rileggere una poesia o una pagina di un bel libro. Senza ingolfare la rete di testi inutili e noiosi.

E’ pur vero che quando certe attività diventano abitudinarie si crea – a volte senza accorgersene - una insolita dipendenza. Sorge allora spontanea la domanda: ma se questo consolidato legame venisse interrotto improvvisamente e si decidesse di dire basta, quale reazione emotiva produrrebbe? Nella fattispecie, se domani decidessi di uscire dalla rete e non scrivere più su questo blog, cosa mi verrebbe a mancare? E, soprattutto, potrebbero mai sentire la mia mancanza quei pochi e affezionati lettori che fino a questo momento hanno avuto la costanza di seguirmi e di leggermi? Ora, senza voler apparire irriguardoso, la risposta a questi interrogativi è molto semplice: io non ne soffrirei più di tanto, forse mi sentirei quasi liberato da questo impegno. E loro, “i miei lettori”, tutt’al più si domanderebbero, non vedendomi apparire con l’ultimo post: chissà che fine ha fatto quel “luddista” che metteva in discussione la tecnologia e aspirava a vivere in un eremo, con un cane, due galline e una capretta. E senza smartphone. Sarà forse morto?... purtroppo succede anche questo in rete. Ha cambiato finalmente vita? Si è stufato del blog?

In fondo, miei cari amici vicini e lontani, la nostra presenza qui in rete vale, né più né meno, quanto la nostra assenza. “Ciò che scriviamo - ebbe a dire una volta il filosofo Andrea Emo, un nobiluomo veneto che discendeva dai dogi e passò la sua vita in ombra e in solitudine - è una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”.


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