martedì 7 aprile 2026

Segnali di abbandono

 


Scrivo su questo blog da 13 anni, e tutto è nato per gioco: volevo vedere l’effetto che fa. Avevo l’abitudine di scrivere al computer le “recensioni” dei libri che leggevo, salvandole poi in un semplice file word: mi piaceva, ogni tanto, rileggerle per rinfrescarmi la memoria su questo o quel libro. Diciamo che ho trasformato quel mio iniziale esercizio di scrittura in un blog, con l’aggiunta di post attinenti altre tematiche. Devo dire però che non sono molto prolifico: pubblico 2/3 post al mese, molto al di sotto della frequenza media di pubblicazione che – secondo certi “esperti” del settore - dovrebbe essere di 2/3 a settimana. Ciò al fine di instaurare una quotidiana connessione con chi ti legge, e convincere Google ad inserire il tuo blog tra le prime pagine di ricerca. Ma io non ho di queste velleità e poi non ho seguaci, i “famigerati” follower, che aspettano ansiosi il mio ultimo post.

Scrivere è una cosa seria e impegnativa: ma non è il mio mestiere, lo ammetto. A volte mi sento addirittura inadeguato in questo ruolo, perché non sono nato con la penna in mano (come si suol dire), né ho l’impertinenza di affermare che non potrei vivere se non scrivessi, come mi capita di leggere in giro. Certo, la scrittura rappresenta un ottimo esercizio per l’anima e per la mente, sostiene la memoria e ti fa stare bene. Può essere un valido strumento di analisi e di ascolto che ti aiuta a riflettere. E se non mi esercitassi in questa maniera, credo che oggi sarei ridotto a scrivere solo la lista della spesa e i bollettini postali. Non bisogna però dimenticare che verba volant scripta manent, come dicevano gli antichi. E’ fondamentale, quindi, stare attenti a ciò che viene disseminato nella blogosfera, un mondo dominato dalle parole che sempre più spesso perdono di significato e di valore. Una volta scritte, diventano parole pubbliche che acquistano un peso, una vera responsabilità. E restano lì a disposizione per chissà quanto tempo. Un mondo - questo della rete - dove tutti trafficano con la scrittura in modo anonimo, dove si può scrivere qualsiasi cosa senza verificare la veridicità del contenuto, spacciando un vocabolario spesso ingannevole senza che ciò porti discredito alla dignità di chi scrive.

Cesare Pavese diceva che “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla”. E forse è questa la molla che spinge ad aprire un blog: scrivere, prima ancora che per un piacere personale, per un inconfessabile desiderio di vedere qualcuno che ti legge. A dir la verità, quando scrivo un post non ambisco a tanto, o meglio non mi illudo di parlare a una folla. Immagino, sempre, di parlare da solo, anche se, da qualche parte, ci sono quelle tre/quattro persone che si ostinano a leggermi (ringrazio di cuore) e a lasciare qualche commento pur non avendo il sottoscritto meriti particolari.

Ho letto che nel mondo, secondo le statistiche, esistono oltre 400 milioni di blog (circa 2 milioni solo in Italia) e ogni giorno vengono pubblicati su WordPress circa 70 milioni di post. Numeri pazzeschi che fanno capire quanto spietata sia la concorrenza. D’altra parte le visualizzazioni di un blog sono legate spesso a quel noto principio: “do ut des”. E io do davvero poco alla blogosfera perché non sono presente sui social, non ho cellulari e quindi posso utilizzare solo il computer, seguo pochissimi blog, non resisto in Internet più di mezz’ora. E non sempre lascio commenti al blog visitato. Ma anche il commento deve avere una sua dignità, al pari del post. Certo, ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ma ha un senso fare un post scrivendo che oggi piove e non mi va di uscire, e ricevere il commento di uno che afferma che anche dalle sue parti il tempo è inclemente? E poi ancora un altro che magnifica, invece, il bel tempo? Post e commenti di questo tono possono accrescere il numero degli articoli pubblicati e fare adepti aumentando le visualizzazioni, ma di certo non arricchiscono uno strumento on line nato con l’intento di pubblicare altri contenuti.

Durante i primi tempi - forse infervorato dalla novità ed esaltato dall’idea che ci potesse essere qualcuno interessato ai miei scritti, che non aspettasse altro che un mio post giornaliero - davo più spazio al mio narcisismo (sentimento questo che gioca un ruolo fondamentale nella blogosfera), e mi impegnavo molto di più: e i post crescevano e si susseguivano uno dietro l’altro, in tempi brevi. Pensavo – come forse pensano un po' tutti - che il successo di un blog dipendesse esclusivamente dall’ultimo post pubblicato, e non già dai precedenti che, secondo una consolidata credenza, pare non contino più nulla, non siano più leggibili, come se non esistessero. E’ raro, infatti, che un visitatore lasci un commento su un vecchio post, come avviene, invece, per l’ultimo nato. Io credo che un post scritto bene e con impegno negli anni passati - se non riguarda la stretta attualità - è sempre attuale per chi non l’ha letto. Per quanto mi riguarda (con tutto il rispetto per gli altri blogger che fanno altre scelte), è difficile che io scriva un articolo sulle scemenze che dice l’on. caio o sulle frottole che racconta l’on. sempronio, o su questo o quel delitto familiare di cui parlano largamente i media. I fatti di cronaca nera, gialla e rosa e il teatrino della politica trovano poco spazio sul mio blog. Per queste tematiche ci sono in giro giornalisti e persone molto più autorevoli e informate di me anche in rete, e non vedo quindi perché uno dovrebbe leggere la mia opinione per farsi un’idea su un determinato argomento, spesso inflazionato. Il blog, diciamocelo, non è un giornale che deve riportare le ultime notizie – che poi in certi periodi di vacche magre sono le stesse del giorno prima e del giorno prima ancora – ma una sorta di diario emotivo condiviso in cui specchiarsi, un raccoglitore di idee, di sentimenti, di sensazioni, di esperienze, di letture, di spunti di riflessioni che non hanno una scadenza e non sono legati al fatto del giorno. E allora, quando proprio non sappiamo che scrivere, meglio riproporre qualche vecchio post, che magari ha già avuto un discreto successo di lettori, di visualizzazioni e di commenti. E’ come riascoltare una vecchia canzone, è come rileggere una poesia o una pagina di un bel libro. Senza ingolfare la rete di testi inutili e noiosi.

E’ pur vero che quando certe attività diventano abitudinarie si crea – a volte senza accorgersene - una insolita dipendenza. Sorge allora spontanea la domanda: ma se questo consolidato legame venisse interrotto improvvisamente e si decidesse di dire basta, quale reazione emotiva produrrebbe? Nella fattispecie, se domani decidessi di uscire dalla rete e non scrivere più su questo blog, cosa mi verrebbe a mancare? E, soprattutto, potrebbero mai sentire la mia mancanza quei pochi e affezionati lettori che fino a questo momento hanno avuto la costanza di seguirmi e di leggermi? Ora, senza voler apparire irriguardoso, la risposta a questi interrogativi è molto semplice: io non ne soffrirei più di tanto, forse mi sentirei quasi liberato da questo impegno. E loro, “i miei lettori”, tutt’al più si domanderebbero, non vedendomi apparire con l’ultimo post: chissà che fine ha fatto quel “luddista” che metteva in discussione la tecnologia e aspirava a vivere in un eremo, con un cane, due galline e una capretta. E senza smartphone. Sarà forse morto?... purtroppo succede anche questo in rete. Ha cambiato finalmente vita? Si è stufato del blog?

In fondo, miei cari amici vicini e lontani, la nostra presenza qui in rete vale, né più né meno, quanto la nostra assenza. “Ciò che scriviamo - ebbe a dire una volta il filosofo Andrea Emo, un nobiluomo veneto che discendeva dai dogi e passò la sua vita in ombra e in solitudine - è una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”.


20 commenti:

  1. Stai per caso tastando il terreno presso i tuoi lettori mentre accarezzi l'idea di abbandonare il blog?
    Un dato nel tuo post mi ha particolarmente sorpresa, ed è che solo in Italia ce ne sono 22 milioni: non avrei mai immaginato un numero così spropositato, mentre cerco d'immaginare quanto possa essere alto il tasso di quelli più o meno -oppure del tutto- superflui.
    A me comunque interessano solo quei pochi che seguo, ad occhio direi una quindicina, compresi un paio di francesi, e il tuo lo cosidero uno dei migliori: senza alcun dubbio perché mi attirano significativamente i temi che affronti, e condividendone lo spirito mi piace il modo in cui lo fai; ma anche il fatto che non siano strettamente legati all'attualità credo ne rappresenti un ulteriore pregio e fattore d'interesse.
    Stavolta non ti seguo però, con buona pace dell'a me sconosciuto Andrea Emo, quando affermi "In fondo, miei cari amici vicini e lontani, la nostra presenza qui in rete vale, né più né meno, quanto la nostra assenza." Non è davvero così, almeno per la sottoscritta. L'assenza del tuo blog rappresenterebbe per me una perdita, tangibile visto l'inarrestabile e tragico assottigliarsi di tutto ciò che un senso in questo mondo.
    Se decidessi di abbandonare, comunque, per quel poco che conosco del tuo garbo immagino che ce ne daresti notizia, non lasciandoci a cuocere nel dubbio... Ma spero davvero tanto che non succeda.

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    1. Grazie di cuore, Siu, per le tue generose e, immagino, sincere parole. Certamente mi confortano, ma ti assicuro che non sto "tastando il terreno": l'idea di abbandonare il blog mi accarezza da sempre. Mi segue passo dopo passo. E, naturalmente, questo post sembra remare ancor di più in tale direzione. Diciamo pure che avverto dei segnali persistenti, come ho scritto nel titolo, delle avvisaglie mentali che alludono a una fatica nascosta nel dover essere sempre presente in rete con un nuovo post. La verità è che nel corso del tempo tutto cambia, e anche se resta si scolorisce come certe fotografie del passato. E poi – cara Siu - ci sono sempre due modi di guardare le cose: come se uno le scoprisse per la prima volta, o come se desse loro l’addio. Forse non è ancora arrivato il momento, è un modo pure questo di riflettere sul blog e le sue innumerevoli declinazioni e implicazioni, ma è chiaro che la brace cova sempre sotto la cenere. Grazie ancora Siu. Un caro saluto.
      P.S. – Mi era scappato un 2: pare che i blog in Italia siano circa 2 milioni e non 22, come avevo scritto.

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    2. Credo di comprendere la pressione della "fatica nascosta nel dover essere sempre presente in rete con un nuovo post." Nello stesso tempo però capisco meno il perché di questo 'dover essere'. Non potresti semplicemente metterti nell'ordine d'idee di scrivere sempre e solo, per così dire, se ti scappa, cioè quando c'è qualcosa di cui senti proprio l'esigenza o la voglia di parlare? Senza fartene un cruccio se anche succede che trascorra molto tempo tra un post e l'altro, visto che non hai firmato nessun contratto, nè formale nè ideale, con i tuoi lettori; i quali sapendoti tranquillo si adegueranno, più che pazienti, rallegrandosi ancora di più all'apparire di un nuovo post... sorridendo aggiungerei secondo l'equazione tanto più preziosi, quanto più sporadici.
      Ricambio con grande affetto il tuo saluto.
      P.S. - Grazie per la precisazione sul numero dei blog... che continuano a sembrarmi ancora tanti, e pure sempre troppi ;-)

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    3. Sorrido! Hai ragione, forse mi sono espresso male. Effettivamente io scrivo solo quando ho qualcosa da dire che vale più del silenzio. Si, i blog sono davvero tanti...e perciò vorrei contribuire ad abbassare il numero chiudendo il mio :))
      Ciao Siu, stammi bene

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  2. credo che la cifra che riporti, 2 milioni di blog, sia artificiosa e riguardi un calderone dove i blog di scrittura, quelli che ci interessano da vicino, costituiscono una percentuale irrisoria (e in continuo calo), sovrastata da una quantità di blog fittizi (quelli aperti unicamente per accedere ad un'altra piattaforma e mai utilizzati, quelli abbandonati da anni e mai chiusi, quelli aperti solo sulla carta), o che riguardano interessi settoriali, quelli di cucina o di cucito, quelli che pubblicizzano cosmetici o viaggi organizzati, quelli dei cosiddetti influencer o dei "tuttologi" che ti spiegano con la medesima sicumera come avvitare una lampadina e come sconfiggere il cancro. Sfoltita a questo modo la rosa dei partecipanti, penso che ogni blog che rimane abbia una sua peculiarità, apprezzata da pochi o tanti lettori, che ne giustifica la presenza sulla scena e la cui scomparsa crea un momentaneo vuoto.
    massimolegnani

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    1. Si, anch'io penso che molti di quei blog siano fittizi e che non abbiano nulla a che vedere con quelli che ci interessano. Grazie Massimo e un caro saluto

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  3. Caro Pino, forse la tua forza sta proprio nel non sentirti un "maestro" ma nel restare quel ''luddista "che scrive per sé;)
    C'è un paradosso in noi lettori: passiamo le giornate immersi nel rumore, magari agguerriti a commentare proprio quella politica che tu eviti, ma poi veniamo qui perché abbiamo un bisogno vitale di silenzio .

    La tua lentezza riesce semplicemente a placare la nostra anima.Qui non si avverte il timore di usare la parola "anima" perché anche su questa nascono processi e incursioni per dar vita a nuove etichette.Io penso che anche se per il mondo siamo "Nessuno" ( nome da te citato), per noi la tua assenza di rumore è un rifugio indispensabile. Non viverlo come un obbligo, ma come un dono che ci fai restando semplicemente te stesso.

    Grazie e buona serata

    Linda

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    1. Devo dirti – cara Linda – che il silenzio delle parole che evochi mi piace assai. Si, perché il silenzio non è solo assenza di suoni e di rumori, ma è fatto anche di parole quando queste sanno esprimere la profondità dei sentimenti, quando sanno creare uno spazio di ascolto reciproco, una cornice che dà valore al contesto in cui le stesse parole vengono pronunciate…o ascoltate…o lette. Io, che mi considero un eremita di città, una sorta di monaco laico, starei per ore a passeggiare nel chiostro di un convento, luogo del silenzio e dello spirito, metafora di una filosofia di vita più semplice, in antitesi all’attuale snervante condizione umana caratterizzata da uno stress continuo, dalla fretta, dai rumori delle macchine e da quella perenne connessione virtuale con un indefinibile “altrove” che abbiamo creato ultimamente e che ci ha ingabbiati. Il fatto stesso che io non abbia cellulari e non ne senta la mancanza e non stia sui social, ti fa capire di che pasta sono fatto. Però sto su un blog che comunque appartiene alla categoria dei social media, anche se viene considerato di nicchia, visto che offre la possibilità di trattare argomenti complessi e una longevità di contenuti che facebook e tutti gli altri non hanno.
      “E noi veniamo qui perché abbiamo un bisogno vitale di silenzio”, così scrivi nel tuo commento. E io ti ringrazio per questa tua generosità. Il blog diventa allora il nostro monastero, una sorta di “chiostro digitale”, luogo di introspezione, di riflessione, condivisione comunitaria, per scoprire ciò che il baccano del mondo nasconde. Uno spazio chiuso e protetto, di resistenza contro la superficialità e la velocità dei social network, con contenuti lenti e meditati. Un nuovo monachesimo, allora? Dove la comunità si rifugia non più in un luogo fisico e reale (il monastero) ma in una rete di relazioni virtuali? La rete, e quindi il blog, come "cella" o prigione? E qui si apre – mia cara Linda - una riflessione importante che meriterebbe un post a parte…
      Un caro saluto :)

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    2. La tua domanda sulla "cella o prigione" tocca un nervo scoperto. Più di dieci anni fa, anche io pensavo che la rete, blog inclusi, fossero una prigione per l’anima, un muro che ci isolava dalla realtà. A lungo andare ho capito che non è così: non tutti usano il blog come i social di massa, perché non tutti si rivedono nel meccanismo del consumare contenuti a raffica, c'è chi sceglie di fermarsi e pensare.
      Il paradosso sta proprio qui: mentre altrove tutto corre e scade subito, qui il ''chiostro digitale "diventa una cella di libertà, uno spazio dove l’anima può finalmente respirare e volare alta, lontano dal baccano.

      In questo luogo l’algoritmo ha già perso :)).

      Il punto chiave allora quale è? Io credo sia l’affinità. Non è il mezzo tecnico (blog)a fare la differenza, ma la risonanza tra chi scrive e chi legge. Quando scrivi qualcosa di profondo e io mi ci riconosco, si crea un legame autentico che non ha data di scadenza. Non conta la velocità, ma la forza di un pensiero che resta vivo e così anche leggere oggi un tuo post, più datato, genera lo stesso "volo dell’anima", perché l’affinità non ha orologio ,non consuma il tempo, ma lo abita.

      Linda

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    3. “Cella di libertà”, metafora di un modo diverso di essere, di pensare e di scrivere, è un concetto molto originale che, da ossimoro quale appare, diventa uno spazio che va oltre l’omologazione imperante. Prigionieri nel mondo esterno e liberi nella nostra cella che può essere anche un blog. Non è male. Certo, poi dobbiamo saperne uscire affinchè non diventi la nostra prigione. Buona domenica, Linda :)

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    4. Caro Pino scusami se insisto ma citando proprio un tuo post più datato, tu scrivevi:
      «Io credo che anche un blog possa essere accomunato a quel “retrobottega” immaginato da Montaigne, quale spazio dell’anima in cui raccogliere e conservare pensieri, parole e idee da spalmare, poi, verso l’esterno e quindi verso chi lo legge.»
      Vedi ? Perché oggi aver timore che questo spazio diventi una prigione ?Non stai tradendo la tua natura di eremita, ma la stai solo condividendo con chi ti legge Qui la situazione non si è ribaltata, si è solo evoluta: il tuo "retrobottega" è diventato un ponte. In fondo, il tuo uliveto o il mio orto non sono rimasti abbandonati:) la dedizione che mettiamo nel mondo reale, qui viene proiettata come uno specchio interiore di quell'autenticità di cui parlavo.
      L’aspetto spirituale e il pensiero profondo non si lasciano ingabbiare da uno schermo poiché vibrano e librano liberi, tanto qui quanto tra i tuoi ulivi.

      Se vivessimo di solo blog (che tra l'altro nemmeno ho ma ci scrivo comunque) allora io potrei convenire con te ,ma non credo che l'anima venga scalfita o si senta in cella ,non siamo al servizio della tecnologia ma comunichiamo attraverso .E su questo c'è una sostanziale differenza.

      Grazie e buona domenica anche a te.

      Linda

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    5. Il “retrobottega” immaginato da Montaigne era uno spazio chiuso e separato dal resto del mondo. Uno spazio fisico – la biblioteca del suo castello dove si era rifugiato - che lo preservava dalle miserie della vita e del mondo esterno. Il blog, che io ho associato a quel luogo di libertà interiore, è invece un luogo aperto, virtuale e pubblico da cui si può entrare e uscire. Che ti costringe a misurarti con gli altri, a condividere le tue idee, a discuterne e quant’altro. La rete è una sorta di prigione senza sbarre, non socialmente riprovevole che genera dipendenza. E noi che la frequentiamo siamo convinti di essere liberi. Ma non lo siamo. Non so come spiegartelo, ma non è tanto lo strumento che ti fa prigioniero quanto le molteplici possibilità che ti offre, in primis quella di essere un diffusore di pensiero che fa adepti, che produce e consuma parole, sentimenti, sensazioni. Da qui nasce una ricerca costante di approvazione derivante dall’attenzione ricevuta che ti fa credere alla forza convincente della tua scrittura. Ciao e buona domenica a te.

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    6. Per capire concretamente il tuo pensiero faccio un lavoro introspettivo,interrogo me in primis se non mi stia illudendo di vivere una libertà in quella che tu definisci cella senza sbarre.Io continuo a prestare molta attenzione e ascolto su ciò che scrivi soprattutto per una questione di stima verso la tua persona per qualità interiore ed esperienza maturata a cavallo di più epoche, persona conosciuta però anche grazie a questa rete . È un dato di fatto che non possiamo non riconoscere, nonostante le tante avversità di questa dimensione digitale.

      Ma il mio presupposto sta proprio qui ,io non rispondo adesso per una questione di dipendenza dal web ,o di prigionia a me ignota , perché il mio è un contributo autentico ,non finalizzato a nessun interesse materiale o acchiappa consensi .
      Forse tu non temi tanto la prigionia del mezzo in se ,di quell'aspetto tecnico ,ma temi di una prigionia spirituale .

      Se da un lato la rete ti connette al mondo, un Pavese del passato e il Pino del presente ti riconnette a te stesso:)

      Forse è davvero così,la rete ci illude di essere liberi perché ci permette di dire tutto, ma Pavese come anche te Pino ci ricordate che la vera libertà sta nel proteggere il proprio segreto. Spendere se stessi in mille riflessi altrui significa svuotare il proprio nucleo(dal diario stesso di Pavese) e il rischio è quello di ''non esserci mai del tutto''. La libertà quindi non è trovarsi ovunque, ma avere il coraggio di restare soli con la propria essenza, senza svenderla al rumore del mondo per paura di non esistere.Perché oggi diciamocelo pure si vive soprattutto di visibilità e questo è accessibile proprio grazie alla rete e alla illusione di libertà da cui siamo spesso molto attratti ahimè.

      Grazie di cuore ,un caro saluto

      Linda

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    7. Stiamo forse scrivendo le stesse cose, anche se aleggia sul nostro disquisire un equivoco di fondo dato dalla parola “cella” – a cui ho associato il blog - che allude alla prigione, alla mancanza di libertà. Sarà un caso, ma il telefonino viene comunemente chiamato cellulare, che è il furgone blindato con cui la Polizia Penitenziaria trasporta i detenuti. La parola “cella” deriva dal latino e indica un piccolo spazio chiuso e disadorno come quello abitato dai monaci, ma anche dai detenuti. I primi sono apparentemente liberi, perchè l’hanno scelta loro quella cella, i secondi invece no. Ora il blog, che è una derivazione del cellulare, è una sorta di cella in senso figurato, aperta a tutti e quindi senza sbarre, dove ci sentiamo liberi di scrivere quello che ci passa per la testa. Ma è davvero uno spazio di libertà rispetto alla frenesia di tutti gli altri social che impazzano nella rete e che sono in qualche maniera manipolati dagli algoritmi? Boh! La libertà è un concetto molto labile difficile da definire. A volte è la ricerca di una schiavitù in cui vogliamo cadere, perché solo in essa ci sentiamo veramente appagati. Certo, non fa male a nessuno scrivere, però dobbiamo ammettere che anche noi contribuiamo al sovraccarico informativo di parole che caratterizza la nostra esistenza e che rende sempre più difficile distinguere il vero dal falso, le cose importanti da quelle insignificanti. Ciao Linda.

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  4. Come tutti i fenomeni della rete, il blogging ha avuto un suo magnifico picco e oggi invece versa in una certa crisi. Colpa dei social di consumo, come Facebook, Instagram e compagnia bella. Luoghi che sono diventati una cloaca (su Fb mi affaccio molto meno rispetto a prima e pubblico pochissimo e non partecipo più a gruppi dopo un paio di esperienze traumatiche per la maleducazione dei webeti). Benché avverta la crisi dei blog, perlomeno rispetto a quando ne ho aperto uno mio, 11 anni fa, continuo a credere che siano gli unici spazi in cui si può ancora instaurare uno scambio bello ed edificante. Io come te, Pino, frequento pochi blog, quelli a cui sono rimasta affezionata da anni, e tendenzialmente rifuggo proprio quelli in cui c'è uno che se la canta e se la suona raccontando la propria giornata, blog autoreferenziali senza un vero e proprio progetto. Magari graditissimi a tanti, ma non fanno per me. Il bello dei blog è proprio l'intimità della propria community. Sono 10/15 persone che ti leggono? Bene, le conosci nel tempo una a una, diventano quasi parte della quotidianità, si sviluppa una certa stima.
    Questi luoghi non sono né saranno mai più il roboante mondo di una decina di anni fa, quando l'atmosfera era davvero bella, ma smettere di scrivere non mi sfiora, perché amo farlo e amo il pensiero che mi leggano in 10/15 persone di cui conosco tante cose.
    Spero di continuare a leggerti, Pino, i tuoi valori sono evidenti, i tuoi post ne sono una bella testimonianza che mi dispiacerebbe perdere. :)

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    1. “Il bello dei blog è proprio l'intimità della propria community”.
      Cara Luz, mi è capitato di scoprire, qualche tempo fa, che due “amici virtuali” che seguivo sui rispettivi blog se ne erano andati, per sempre, dal blog e dalla vita. Succede anche questo nella blogosfera. Mi devi credere: ho provato una grande tristezza. Ho pensato che ci sono delle persone, in rete, che mi sono diventate familiari, che fanno parte della mia vita quotidiana pur non sapendo nulla di loro, non avendole mai incontrate. E mi preoccuperei se un giorno non dovessi più leggere un post aggiornato sul proprio blog; sentirei quasi la mancanza di quelle vite, che senza conoscerle, “conosco” da tanto tempo e incontro tutti i giorni sul blog. Magari con un commento. Il grande scrittore portoghese Pessoa, che io amo, diceva che aveva nostalgia anche di ciò che non era stato nulla per lui, “per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita”. Se non vedeva più quei volti che incontrava abitualmente lungo la strada che percorreva tutte le mattine, si rattristava. Facevano parte della sua vita solo per averli sempre visti passare. Domani anch'io – diceva Pessoa – “sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui?". E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi “.
      Questo per dire che tutto è destinato a finire. Le nostre scelte, la nostra consapevolezza, i nostri umori ci permettono di decidere quando concludere una relazione, un rapporto, senza subire passivamente gli eventi. Con il mio post – e non ho scritto che è l’ultimo - io sollevo un interrogativo che vale per tutti: “se domani decidessi di uscire dalla rete e non scrivere più su questo blog, cosa mi verrebbe a mancare?”
      Un caro saluto, Luz.

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    2. Anch'io ho vissuto la scomparsa di cari amici di blog. Sono morti anche due amici che frequentavo nel mio forum (una vita fa). Ha impressionato molto anche me. Sì, comprendo il tuo discorso forse un po' meglio. Cosa rappresenta questo nostro scrivere? Quale valore possiamo dare alle persone con le quali comunichiamo in maniera virtuale, che sono dietro questi schermi? Non so, forse proprio quel che pensava Pessoa è la chiave. La familiarità instaurata, le abitudini, la quotidianità. Siamo consapevoli che dietro questi schermi ci sono persone, a volte ci sforziamo di attribuire a questi scritti un volto, cogliamo molta parte di chi scrive, perché la scrittura ha in sé qualcosa di straordinario e irrefutabile. La "nicchia" è ciò che avvalora questi luoghi virtuali. Anche questo mio scrivere in questo momento qui, perché di slancio sento di dover completare il mio pensiero. :)

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    3. Nonostante la mancanza di contatti fisici, anche i legami sociali che nascono attraverso la condivisione di pensieri e idee e scambi intellettuali su un blog possono essere estremamente sinceri e autentici, capaci spesso di creare un senso di comunità molto forte. E la morte di un amico virtuale conosciuto in rete (ora succede anche questo) può essere un’esperienza traumatica e dolorosa quanto la perdita di un nostro conoscente che incontriamo tutti i giorni di persona. Resta da capire, però, se è bene continuare così per i prossimi cento anni aspettando gli eventi, oppure uscire prima o poi dalla rete e tornare con i piedi sulla terra. Sorrido!

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  5. Io scrivo molto di meno, per molte ragioni. Ti confesso che anche iniziare a fare il lavoro che volevo ( a 55 anni, non che quelli di prima mi dispiacessero)mi ha sicuramente placato e la scrittura invece è come un furor, o la risposta a una mancanza.

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    1. Grazie sara. Si a volte la scrittura può essere proprio "la risposta a una mancanza". Ciao

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