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lunedì 15 dicembre 2025

"Ce ne siamo andati dal mondo"

 


“E’ in atto un gigantesco esodo, il più grande della storia. Non mi riferisco al dramma delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo, non mi riferisco al dramma silenzioso causato dai sessanta milioni di persone che ogni anno si trasferiscono verso le metropoli. L’esodo a cui mi riferisco è insieme serissimo e frivolo, e forse più che un esodo dovremmo chiamarlo trasloco. Si cambia casa, si va a vivere in Rete, dal condominio reale al condominio digitale. Pure io sto traslocando e mentre scrivo faccio un pezzo di trasloco, come se impacchettassi un lampadario da accendere nella nuova casa. Il trasloco avviene nei bar, per strada, nei treni, ovunque si vede un essere umano con un cellulare in mano: li chiamiamo ancora telefonini, ma sono dei tir dentro i quali ci sono tutte le nostre masserizie.

Dove andiamo? L’umanità in trasloco è composta da pensionati e avvocati, da operai e governanti da casalinghe e intellettuali. Si procede alla spicciolata, ognuno avanza per la sua strada, le rotte dell’isolamento corale sono infinite….

Nessuno è in grado di dire dove stiamo andando. Si sa che siamo in movimento, dopo tante tecnologie al servizio della vita ne abbiamo inventata una per andarcene dal mondo pur rimanendo qui. E ora siamo solitari senza solitudini, allegri senza allegria, disperati senza disperazione.

E’ in corso un esodo dal reale all’irreale, dal sacro di essere sulla Terra al profano di essere sulla Rete. La questione digitale diventa una questione teologica: Dio è morto ma ci ha lasciato il mouse, la tastiera, la password. L’enormità di questo trasloco che impegna per molte ore al giorno miliardi di persone ci impedisce di ragionare come facevamo un tempo: la modernità è stata liquidata velocemente da questo trasloco, le vecchie categorie di spazio e tempo si sono sgretolate. Anche la domanda sul che fare appare un ferro vecchio. Siamo davanti a un evento che in qualche modo non avviene. E così finiscono amori che non sono mai nati, formiamo associazioni che non associano niente, raccontiamo battaglie che non stiamo combattendo e mostriamo ferite che non ci fanno buttare sangue ma parole”.

Franco Arminio

“La grazia della fragilità”




lunedì 17 novembre 2025

Il sapore della castagna

 

Mi sono imbattuto in questo articolo di Marcello Veneziani – carico di piacevoli ricordi - pubblicato sul suo blog. Devo dire che mi ci ritrovo e, pertanto, lo ripropongo qui di seguito. E'  "la dolcezza del tempo perduto".

Il sapore della castagna

di Marcello Veneziani

17 Novembre 2025

Il passato, alle volte, si nasconde dentro il guscio di una castagna. Tornando al paese d’origine, ho visto fiammeggiare al porto un’improvvisata fornace che arrostiva castagne. Mi sono avvicinato con l’avidità di un bambino e ho chiesto un “coppo” (un cartoccio) di caldarroste: me le ha incartate in un giornale, costavano solo un euro, contro i cinque, dieci delle grandi città, dove te le confezionano però in due appositi vani, quello dei frutti e quello per le bucce. Ma in paese è tutto più primitivo e naïve. Erano piccole quelle castagne, non come i marroni delle grandi città, non facevano bella figura; ma avevano il sapore e il profumo verace di un tempo, qualcosa che non ricordavo più da decenni.

Il sapore di una castagna è la versione campestre della madeleine di Marcel Proust: riattiva i ricordi e riannoda i lacci della memoria. Da una piccola porta si accede a un immenso passato.

Un mondo, a lungo dimenticato, si è riaperto d’improvviso mentre sbucciavo le castagne bollenti, inalavo odori di un tempo e addentavo le annerite e indorate delizie. Un’isola d’infanzia in mezzo al mare della senilità.

Ho rivisto allora, morso dopo morso, i banchi di legno grezzo dei primi giorni di scuola, in prima elementare, con i calamai e le sedioline incorporate, piccole e dure. E i nostri grembiuli, col fiocco azzurro e il colletto bianco, ho sentito l’odore del gesso che stride sulla lavagna e ho rivisto il cassino, di cui avevo scordato l’aspetto e pure il nome. La prima poesia che imparammo a memoria nei primi giorni di scuola era dedicata proprio alla castagna, regina dell’autunno. “Cotta, bruciata e ballotta, attenti che scotta”, l’insidia del riccio che la ricopre, il gusto del frutto, la gravidanza del castagnaccio. Fu lei, la castagna, a iniziarci alla poesia, fu il primitivo rudimento di letteratura. Era autunno, e il libro di lettura seguiva in quel tempo il corso naturale delle stagioni.

Poi dopo la scuola tornavo a casa, era pomeriggio e scendeva il buio vespertino, calavano le prime umidità autunnali, e i primi freddi. Era un po’ triste la strada di casa a quell’ora d’autunno, soprattutto quando era bagnata di pioggerelle recenti. Ma quando rientravo a casa c’era aria di festa e calore di vita: i miei avevano tirato fuori quel tegame nero coi buchi, che aveva ai miei occhi un aspetto giocoso, con cui si arrostivano le castagne. La fiamma le abbronzava e si sentiva nell’aria un odore misto a bruciato. Per essere ammesse in padella le castagne erano segnate da una croce che ne spaccava la buccia; mi raccomando il taglio, dicevano, altrimenti scoppiano. Quella breccia nel guscio sarebbe poi diventato l’appiglio per sbucciarle, appena tolte dal fuoco con le dita scottate; l’impazienza di sbucciarle e mangiarle superava il timore di ustionarsi. Alle castagne arrostite, non so perché, ci pensava mio padre, di solito inoperoso in cucina; quando invece le castagne erano bollite in pentola, sia nella versione sbucciata e guarnita col lauro (l’alloro), sia nella versione integrale, non spogliata, era compito di mia madre. Le castagne ne uscivano di tutti i colori: giallo-nere se arrostite, grigio-rosse se bollite senza buccia, bianco-avorio se preservate ancora nella loro buccia marrone. Erano i grandi, prometeici, a tirare le castagne dal fuoco.

Il tempo delle castagne è per me associato a una piccola preistoria domestica, ancora priva di televisore e di altre comodità moderne: da qui l’associazione di idee tra le castagne e il tempo perduto. In alcune case le castagne arrostivano sui bracieri ed erano perciò associate ai primi freddi nell’era antica, che precede i termosifoni e perfino le stufe.

In quel tempo, così come oggi, amavo l’estate con tutta l’anima e il corpo, mi riempiva gli occhi di vita e m’intristiva l’autunno, le giornate più corte e non più vissute all’aperto, i pomeriggi a casa, tra i compiti, i giochi e la tristezza del clima, il mese dei morti e dei vestiti pesanti. L’unica vera, scoppiettante gioia domestica di quella ritirata autunnale erano le castagne sul fuoco; erano la consolazione della stagione. Si creava un’atmosfera speciale in quei momenti e in quella catena di smontaggio famigliare nel passaggio delle castagne dalla padella alle mani bambine e dalle mani alla bocca golosa. Vita semplice, di poche pretese, addolcita da piccole delizie della natura.

Associo quei momenti pomeridiani delle castagne al cerchio di luce disegnato da un abat-jour, circondato dall’ombra della stanza e dall’imbrunire che s’intravedeva dal balcone e dalle finestre. La castagna era un fuori programma, non la mangiavi a pranzo, a cena, a colazione, ma fuori dai pasti; era una piccola festa, una dolce pausa offerta dalla natura, un frutto temprato dal fuoco.

La castagna mi pareva la metafora cristiana della vita: appena raccolta è respingente e può pungerti, ma se riesci a togliere il riccio accedi al frutto, passando però da altre due bucce: quella più dura, color mogano lucido, come un vestito e poi la vestaglia più esile, come una maglieria intima che copre il corpo nudo della castagna. Solo dopo aver sbucciato i tre strati accedi al frutto; sarà il fuoco a renderlo maturo per i nostri appetiti. Nulla ti è dato in natura senza la fatica di raccogliere, di sgusciare senza ferirti e poi sbucciare. Non so se già esiste la castagna ogm, o se l’Intelligenza Artificiale produrrà la Castagna Artificiale. Ma nella castagna vedo occhieggiare la natura e la favola, il mondo arcaico e l’infanzia perduta e ritrovata per poco.

(Panorama n.47)


martedì 22 aprile 2025

"Serve il coraggio della bandiera bianca..."

 


Tener bene a mente certe parole di Papa Francesco è il modo migliore per ricordarlo, e per capire dove stiamo andando:

“Come vorrei una chiesa povera e per i poveri! Per questo mi chiamo Francesco: come Francesco d’Assisi, uomo di povertà, uomo di pace. L’uomo che ama e custodisce il Creato; e noi oggi abbiamo una relazione non tanto buona col Creato”

“Quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a mafiarsi, quella società si impoverisce fino alla miseria”

“Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo. L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”

“Serve il coraggio della bandiera bianca: il negoziato non è mai una resa”

“La guerra in Ucraina non è la favola di Cappuccetto Rosso: Cappuccetto Rosso era buona e il lupo cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Emerge qualcosa di globale, con elementi molto intrecciati. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio…molto preoccupato per come si muoveva la Nato. Gli ho chiesto perché, mi ha risposto: stanno abbaiando alle porte della Russia”

“Alcuni stati si sono impegnati a spendere il 2% del Pil nell’acquisto di armi: sono dei pazzi”

“Oggi noi siamo in un mondo in guerra  dappertutto…noi siamo nella terza guerra mondiale, ma a pezzi”

“No a un’economia dell’esclusione. No all’idolatria del dio denaro”

“In questa società in cui c’è l’abitudine di fare muri, voi fate ponti, per favore”

“Un cristiano se non è rivoluzionario non è un cristiano”

“Se una persona gay e cerca il Signore e ha buona volontà chi sono io per giudicarla?

“Se uno dice una parolaccia a mia mamma io gli do un pugno”

“La corruzione spuzza”


lunedì 16 ottobre 2023

Caro, dolcissimo Proust...

 


“Tu sei stato l’ultimo erede di una tradizione che ha creduto, come fine supremo dell’uomo, nell’arte. Hai esplorato con estremo coraggio il Continente Uomo, nei suoi vizi e nei suoi ideali. Hai estratto dal mondo fisico dei segni che nessun altro era riuscito a decifrare. Hai scoperto giardini nelle tazze da tè. Il campanile di una chiesa, una siepe di biancospino, i ciottoli disuguali del cortile di una casa, l’odor di muffa di un gabinetto, il rumore di un cucchiaio contro un piatto o lo scorrere dell’acqua nei tubi, e tante piccole cose per altri insignificanti hanno trovato in te lo storico e il poeta: e così i tristi effetti della patologia, della nevrosi, i tic, le nevralgie, i nostri peccati futili e gravi. Ti sei murato prigioniero in un faro, come Baudelaire, mescolando nell’ampia coppa del tuo sistema sostanze disparatissime: positivismo e bergsonismo, misticismo e intelletto, estasi e analisi, critica e immaginazione, platonismo e conoscenza. Parlando di tutto, di pittura, di teatro, di architettura, di musica, di poesia, inseguivi la specifica e volatile essenza delle cose, per la riconquista di un paradiso di essenze. Modernissimo fino allo spasimo, hai adorato perdutamente il sapore, il colore di cose vecchie e svanite della Francia “seigneuriale” e borghese, nel mistero religioso delle cattedrali, nella maestà della pietra.

Più di noi che in esse viviamo hai amato le nostre città, anche quelle che non conoscevi o che conoscevi soltanto attraverso mediocri riproduzioni o il suono vivo del loro nome: Parma, Firenze. Hai riversato nelle tue pagine le ansie ingenue del bambino e le insensate manie aristocratiche e, nella circolarità della tua esperienza, con quale tenerezza crudele osservavi la metamorfosi dello splendido volto umano nella immonda maschera goyesca, nelle decrepite ombre che in un istante d’allucinazione credono di essere libere, così come le belve, chiuse nelle gabbie del Jardin del Plantes, sognano di trovarsi nei deserti dell’Africa. Nella tua infinita prolissità ci hai costretto a soffrire, ad amare, ad annoiarci, ci hai regalato tristezza ed entusiasmo, fiducia e sconforto, guidandoci nella tua folta selva per poi disperderci, umiliarci. Hai scritto un’altra Commedia, o un nuovo Roman de la Rose. Ed ora che sulla tua opera si è depositata, come nelle antiche pitture, l’unità trasparente che chiamasti <<le vernis des maitres>>, e la patina è il velo che solo il tempo sa dare alle immagini dell’arte, anche ora avvertiamo di non poterti situare nella tranquilla luce diffusa, un po' fredda, che impongono le cosiddette operazioni critiche della storia. Da tutto quel che si è scritto, che è come una cattedrale piena di irte guglie su un’altra immensa cattedrale, ci basta ricavare la consolante certezza, che hai cambiato il vecchio mondo senza distruggerlo”.

Giovanni Macchia – “L’angelo della notte”


lunedì 26 giugno 2023

La schiavitù è la legge della vita

 


“Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.

Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.

La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova, e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere.

Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle”.

da “Il libro dell’inquietudine”

di Fernando Pessoa


venerdì 15 luglio 2022

Proust: ancora tu!

 


E’ difficile pensare che un libro, sterminato e complesso come la Recherche di Proust, si possa leggere due volte; sempreché ci si riesca la prima volta, naturalmente. Eppure, il grande scrittore russo Nabokov sosteneva che non si può leggere un grande libro: lo si può soltanto rileggere. Solo rileggendolo più volte ci si può avvicinare alla sua vera essenza e possederla. “Alla ricerca del tempo perduto” è una delle opere più grandi che siano mai state scritte. E’ un libro che ti annienta, ti sovrasta, ti fa sentire piccolo piccolo; ti fa capire che oggi, nell’attuale panorama letterario, non esistono scrittori capaci di eguagliare lo stile di Proust. La sua scrittura. Quello che più mi affascina di Proust è la sua immensa abilità tecnica, la sua mostruosa bravura di spezzettare un’idea, un concetto in mille rivoli e di creare effetti speciali con le sue figure retoriche, i suoi paradossi, le sue metafore, le sue dettagliate descrizioni anche di particolari apparentemente insignificanti; e poi quella sua impareggiabile attitudine nel tratteggiare i caratteri psicologici dei vari personaggi. Esiste uno strumento artistico, che è la scrittura, e Proust la usa ad un livello altissimo e coltissimo – irraggiungibile - che mi lascia esterrefatto.

Sto rileggendo “Dalla parte di Swann, il primo dei sette volumi de la Recherche. Lo sto sorseggiando con estrema lentezza. Leggere Proust non è come leggere uno scrittore qualsiasi, fosse anche il più bravo. Richiede un impegno diverso; un tempo diverso; una diversa disposizione d’animo. Mi viene quasi da pensare che occorre “ruminare” quel che si legge, sostare il più a lungo possibile sulle parole per avere il tempo di gustarne il sapore, la bellezza. E tornare indietro, quando serve. Vi puoi trovare, nell’opera di Proust, pagine lunghissime che ti annoiano e altrettante che ti esaltano. E sono proprio quest’ultime che ti invogliano e ti stimolano a rileggerle più volte, fino a farle tue. Perché il modo migliore, per avere coscienza di ciò che senti, è quello di affidarti ad un maestro, ricreando in te le sue stesse sensazioni. Proust è un autore che va centellinato a piccole dosi, altrimenti ne esci spossato: non è pensabile che possa essere letto “tutto d’un fiato”, e forse per questo non si finisce mai di leggerlo. Lui ha rappresentato e analizzato tutti i grandi temi dell’esistenza, ha indugiato sui sentimenti e sulle passioni degli uomini e ci ha lasciato pagine memorabili. Mi piace riportare di seguito – come faccio quasi sempre quando parlo di libri - un passo tratto da “Dalla parte di Swann”. Se dovessi dare un titolo a questa straordinaria pagina di letteratura – Proust mi perdonerà – direi: “odori e sapori di provincia”. Il “Narratore” è appena arrivato con il treno a Combray, nella casa della zia Léonie, dove la sua famiglia trascorre le vacanze. Descrive ciò che vede e ciò che sente. E’ una pagina, questa, che io leggo e rileggo senza mai riuscire a saziarmene.  

“Erano di quelle stanze di provincia che – così come in certi paesi intere porzioni dell’aria o del mare sono illuminate o profumate da miriadi di protozoi che non possiamo vedere – ci affascinano con i mille odori in esse depositati dalle virtù, dalla saggezza, dalle abitudini, da tutta una vita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale tenuta in sospensione dall’atmosfera; odori ancora naturali, certo, e color del tempo come quelli della vicina campagna, ma già casalinghi, umani e claustrali, gelatina squisita, industriosa e limpida di tutta la frutta dell’anno che ha lasciato l’orto per la dispensa; stagionali, ma mobili e domestici, capaci di correggere il piccante della brina con la dolcezza del pane caldo, pigri e puntuali come un orologio di villaggio, bighelloni e costumati, incuranti e previdenti, lingeristi, mattinieri, devoti, felici d’una pace dalla quale non può provenire che un po' più di ansia e d’una prosaicità che funge da inesauribile serbatoio di poesia per chi li attraversa senza aver vissuto con loro. L’aria, lì, era satura della quintessenza di un silenzio così’ sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità, soprattutto in quei primi mattini ancora freddi della settimana di Pasqua in cui lo gustavo di più perché ero appena arrivato a Combray: prima di lasciarmi entrare ad augurare il buongiorno alla zia, mi facevano attendere un istante nella prima stanza dove il sole, ancora invernale, era venuto a scaldarsi davanti al fuoco che, già acceso tra i due mattoni, avvolgeva tutta la camera in un odore di fuliggine, facendone qualcosa come uno di quei grandi “antiforni” di campagna o una di quelle cappe di camino dei castelli sotto i quali ci si augura che fuori rompano gli indugi la pioggia, la neve, magari qualche catastrofe diluviesca per aggiungere al confort del riparo la poesia della reclusione invernale; muovevo qualche passo dall’inginocchiatoio alle poltrone di velluto arabescato, sempre ricoperte con un poggiatesta all’uncinetto; e il fuoco, che cuoceva come una pasta gli odori appetitosi di cui l’aria della camera era tutta grumosa e già “lavorati” e fatti lievitare dalla freschezza umida e soleggiata del mattino, li tirava a sfoglia, li dorava, li gonfiava, li faceva bombare, trasformandoli in un’invisibile e palpabile leccornia provinciale, un immenso “calzone” nel quale, assaggiati appena gli aromi più stuzzicanti, più fini, più pregiati, ma anche più secchi, dell’armadio a muro, del cassettone, della tappezzeria a ramages, tornavo sempre con inconfessata ingordigia a invischiarmi nell’odore medio, appiccicoso, scipito, indigesto e fruttato del copriletto a fiori…”.


martedì 28 giugno 2022

Addio a Raffaele La Capria

 


“Mi sono svegliato con un allegro pensiero: “Ma io sono preparato davvero a morire?”. E ho concluso che no. So che devo morire – statisticamente – in questa decade, che va pressappoco dai miei ottanta ai miei novanta. Ora ne ho ottantuno. Dunque tra breve. Ma “non ci sto”, non posso crederci realmente e mi comporto e vivo come se non ci credessi. Ne parlo spesso in questo diario, per esorcismo e con poca vera convinzione. Non riesco proprio a immaginare che non ci sarò più. E’ inevitabile lo so, so che capita a tutti, faccio anche la concessione di accettarlo con una certa umiltà come una forma infine di vera uguaglianza che vale per l’uomo e l’animale, per me e per il mio cane, per il ricco e per il povero di spirito, ma fingermene almeno con la fantasia la vera portata, questo stamattina non mi riesce. E se ci provassi entrerei in una specie di racconto di Poe, che da una parte è terrificante e dall’altra non ha senso, perché non ha senso credere di poter sperimentare ciò di cui non è dato a nessuno fare esperienza da vivo.

Una parabola, raccontata dal solito saggio cinese, descrive bene quel che sento a volte quando penso al destino ineluttabile che m’aspetta. Un uomo entra in una sala con tante porte, quante sono le occasioni della vita all’inizio. Deve sceglierne una per uscire, lui esita parecchio, ci sono mille opportunità, poi apre una porta che lo conduce in una sala più piccola che di porte ne ha soltanto la metà, e poi di metà in metà arriva a una sala con sei porte. Ne sceglie una per andarsene ma questa dà in un’altra stanza che ha tre porte. Di nuovo ne sceglie una e finisce in una stanza con una porta sola. E quando apre quella entra in una stanza senza porte. Veramente la parabola del saggio cinese non finisce così, io l’ho modificata. Quella del saggio cinese non finisce in una stanza senza porte (come la mia) ma in un lungo corridoio in fondo al quale c’è un carnefice con una spada sguainata, la Morte. Io sono, nella mia immaginazione, forse più cinese del cinese, perché la mia angoscia al pensiero della morte è claustrofobica, sono morto ma allo stesso tempo sono un vivo che pensa se stesso come un morto. Insomma sono incapace di pensarmi in altro modo se non vivo. Ma poiché devo morire, entro in una stanza senza uscita e lì rimango per l’eternità come un sepolto vivo di Poe. Meglio non pensarci, meglio non pensare la morte se la pensi nell’unico modo in cui puoi pensarla: da vivo. E poi è possibile tenersi così in basso come fai tu? Neanche un po' di metafisica? Si, mi tengo in basso e penso ai due momenti in cui sento che il morto viene separato dai vivi: quando saldano la cassa di zinco e avvitano le viti del coperchio della bara, e quando in chiesa la bara viene portata via e tutti con un sospiro di sollievo “non ci pensano più” e se ne vanno finalmente per i fatti loro nella luce del sole, parlando delle solite cose. E’ allora che penso alla solitudine del morto e ne ho pietà. Allora sento che è abbandonato al suo destino, destino di distacco, di non ritorno, di addio definitivo. E penso al povero corpo lasciato solo al cimitero mentre cala tra le tombe l’ombra e l’umidiccio della sera. E comincia il processo graduale verso l’oblio totale”.

tratto da “L’estro quotidiano”

di Raffaele La Capria

 


lunedì 6 giugno 2022

"Ognuno si sputa parole addosso"

 


“Si parla per risonanza e le parole non nascono più dal pensiero. La testa si è svuotata e ognuna ha generato un mobile, un telefonino che suona, per chiamare un altro telefonino che suona anch’esso. Sentendone suonare uno, ogni uomo accende il proprio e al rumore che esce dalle fauci si unisce il suono di sette miliardi e duecento milioni di telefonini, che produce in ogni minuto sette miliardi e duecento milioni di sms vocianti. Così tutti devono rispondere e, per rispondere, devono alzare il tono del telefonino. E le urla del telefonino si uniscono alle urla dell’uomo di superficie e persino in Cielo giungono urla disumane e gli angeli si spaventano. Jahvè urla come si fosse giunti al Giudizio universale, ma non si riesce più a distinguere un telefonino da un uomo e nasce un caos perché all’Inferno al posto di un peccatore viene talvolta inviato un mobile. (…) Ciò che serve è la parola. I concetti sono ormai putrefatti, l’iperuranio è un cimitero. Domina la parola. Esce dalla bocca ed è sputata contro un’effige umana che subito sputa una frase che, a propria volta, genera un periodo.

Ognuno si sputa parole addosso (…) Siamo fatti tutti di rumori e abbiamo bisogno di rumori per dare energia al rumore. Esistono studenti che leggono il trattato di filosofia teoretica mentre dalle cuffie giunge loro un brano di musica techno e allo stesso tempo parlano al telefonino con un interlocutore virtuale, che non c’è. Tutto deve avvenire in tempo reale e occorre muoversi senza un perché e senza un piano, semplicemente per lo stimolo a cui occorre dare subito una risposta. Ogni uomo ha raddoppiato e sovente triplicato la propria quota di rumore, poiché si trova all’interno di uno o due telefonini e, in quest’ultimo caso, anche i telefonini si parlano. Il risultato è sempre e soltanto il rumore.

Quando si incontra un uomo che non emette rumori, o è morto oppure è folle. In quest’ultimo caso, il tono della voce è flebile, l’espressione sotto tono e, così, non riesce mai a farsi sentire. Sindrome gravissima poiché non permette l’azione in tempo reale e mantiene l’uomo nella fase che precede il fare e così non agisce. E’ la malattia di chi immagina prima ciò che dovrebbe fare dopo e, così, non entra mai dentro il rumore e finisce solo per subirlo, senza creare la giusta parte che gli spetta come uomo di superficie. (…) Sono spaventato dalla regressione dell’uomo che vorrei fosse solo un mio delirio, ma che osservo invece dirigersi lentamente verso il primitivo e il selvaggio. E’ questa la superficie dell’uomo ridotto a un meccanismo di apparenza e a un sopravvivere come una farfalla che non sa immaginare per quale significato continui a volare. Ho assistito a un progressivo vantaggio evolutivo della stupidità e ho constatato che l’intelligenza e la creatività sono state poste ai margini come qualità inferiori di un vivente inferiore. La stupidità è uno stadio intermedio verso il non senso, verso il fare senza capire, al fare come automatismo per essere. Questo stato doveva definire un robot. E’ diventato l’uomo, l’uomo metropolitano. Sono testimone di come sia rapida la morte di una civiltà che ha richiesto secoli e fatica per essere costruita, pur senza raggiungere la perfezione. Una torre cresciuta a poco a poco e d’un tratto ridotta a macerie…”

Tratto da “BEATA SOLITUDINE – Il potere del silenzio” (Piemme)

Vittorino Andreoli


lunedì 9 maggio 2022

Sul viaggiare in treno

 


“Sono un pessimo viaggiatore, lo confesso. Mi è tanto difficile staccarmi da un luogo quanto assuefarmici. E sono inoltre un viaggiatore impaziente, incapace di acconciarmi ai fastidi, alle noie del viaggio. Ammiro coloro che sanno trasferirsi da un capo all’altro del globo senza nostalgie di sorta, con pochi oggetti di biancheria nella valigia. Per conto mio, simile a un emigrante, a uno zingaro, potrei dire, una volta in viaggio, “ominia mea mecum porto”, ma in un senso affatto opposto a quello che si ricava dal celebre motto di non so quale filosofo greco. E’ un bagaglio pesantissimo, è tutta la mia esistenza che io mi trascino dietro viaggiando.

Di notte, lungo la linea maremmana, guardo il mio vuoto scompartimento in una prigione che i vetri del finestrino rispecchiano da una parte e dall’altra, prolungandola all’infinito. Viaggio in un lentissimo e rumorosissimo bolide, in un enorme proiettile che non arriva, non scoppia mai. Poter dormire! Ma il mio sonno è un’operazione troppo macchinosa perché possa compiersi in ferrovia. Non mi rimane che vegliare e riflettere: starei per dire pregare. Eccitato dal fragore del treno, in preda a una lucida e tormentosa insonnia, cavo di tasca il mio taccuino, destinato ad annotazioni assai più innocenti, e scrivo: <<Per tutta la vita la fortuna m’è corsa appresso senza riuscire ad acciuffarmi>>. Oppure: <<Ho vissuto come un morto: nella memoria, nella fantasia degli altri>>. Scrivo ancora: <<Disordine, stanchezza, insufficienza, in tutte le occasioni, in ogni cimento della mia vita: perpetuo deficit o, per esprimermi con una parola meno frusta e meglio appropriata, perpetuo ammanco>>. Ecco in che modo una semplice notte in ferrovia può trasformarsi per me in una congiuntura molto seria.

Temo il viaggio, perché temo di venire, come al gioco, in troppo immediato contatto con me stesso. Ma quel che mi fa orrore soprattutto è il viaggiare di notte, ad occhi bendati, per così dire, senza potermi concedere l’unico diversivo e piacere che mi si offra in una situazione così tediosa: la vista della campagna, delle città colte a volo dall’alto d’un cavalcavia o rasentando col treno in moto le finestre delle case, e perfino, vorrei aggiungere, di quelle povere stazioni vuote, spesso importanti e provviste di decorosa tettoia, che i rapidi sorvolano rallentando, come per render loro l’onore delle armi.

Viaggiare è sognare, scrive Pascal. Sognare la felicità fuori di noi. E mentre il treno corre non mai abbastanza veloce per il mio desiderio, in quel trapasso, in quella sospensione di vita e di rapporti, fate che io possa starmene al finestrino, in assidua contemplazione di ciò che Rimbaud chiama “il fascino dei luoghi fuggenti”. Sarà ben difficile ch’io rinunci a questa mia vecchia consuetudine, in viaggio. Consuetudine che, d’altra parte, aggiunge allo strapazzo fisico una fatica psicologica assai più sottile ed estenuante e mi conduce ad abbrutirmi del tutto.

Sono, come vedete, un provinciale, un viaggiatore di terza classe, uno che, avendo talvolta affrontato viaggi piuttosto lunghi con lo stesso ingenuo trasporto con cui si fa una gita di piacere, è sempre giunto a destinazione come un “ecce homo”, con la barba cresciuta e impresentabilissimo. Ragione per cui devo riconoscere che il vero viaggiatore è quello che si raccoglie nello scompartimento come in casa propria e viaggia con le tendine abbassate. Costui arriva fresco fresco, senz’avere nessun sospetto dei luoghi che attraversò. Ha viaggiato come un baule, sissignori. Ma questa è la sola maniera di viaggiare. Così viaggiano tutti, salvo una piccola categoria d’inesperti e amanti del paesaggio, a cui ho la disgrazia d’appartenere…”

tratto dal romanzo “Villa Tarantola”
di Vincenzo Cardarelli

lunedì 28 marzo 2022

L'uso del tempo

 


Dalla prima lettera di Seneca a Lucilio:

Fa così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva. Persuaditi che le cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Se badi bene, una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si renda conto com’egli muoia giorno per giorno? In questo c’inganniamo, nel vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del nostro passato appartiene al dominio della morte. Dunque, caro Lucilio, fa ciò che mi scrivi; fa tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Abbiamo avuto dalla natura il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, ma ce lo lasciamo togliere dal primo venuto. E l’uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di nessun valore, e in ogni caso compensabili, accetta che gli vengano messi in conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.

Mi domanderai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma tiene in ordine la sua amministrazione; anch’io tengo i conti esatti della spesa. Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi della mia povertà. Capita anche a me, come alla maggior parte della gente caduta in miseria senza sua colpa: tutti sono disposti a scusare, ma nessuno viene in aiuto. E che dunque? Per me non è povero del tutto colui che, per quanto poco gli resti, se lo fa bastare. Ma tu, fin d’ora, serba gelosamente tutto quello che possiedi; e avrai cominciato a buon punto, poiché – ci ammoniscono i nostri vecchi – “è troppo tardi per risparmiare il vino, quando si è giunti alla feccia”. Nel fondo del vaso resta non solo la parte più scarsa, ma anche la peggiore.  Addio.


martedì 18 gennaio 2022

Paestum

 


Ci sono dei luoghi che sanno di eterno e nessuna riproduzione, fotografica o descrittiva, può mai rendere l’idea della loro bellezza che solo la presenza sul posto può trasmettere. Sono luoghi come sospesi nel tempo, che in qualche maniera ci riportano alle nostre origini, di fronte ai quali si rimane incantati, soggiogati dalla grandiosità delle immagini e dalle sensazioni che suscitano. Uno di questi luoghi è certamente Paestum, patrimonio dell’umanità. Dicevo che nessuna descrizione può mai sostituirsi allo sguardo, eppure resto sempre affascinato dalle parole dei grandi personaggi della cultura (poeti, scrittori, artisti…) che - trovandosi al cospetto dei templi di Paestum – hanno saputo celebrarli con parole che posseggono una straordinaria capacità evocativa, prima ancora che godere della loro maestosità architettonica. Un atto d’amore nei confronti della bellezza, un invito ad osservare con occhi estasiati la magnificenza del passato. E a volte queste belle descrizioni le trovi dove meno te le aspetti, come nelle pagine di un romanzo di Michele Prisco “Lo specchio cieco” di cui ho parlato nel post precedente:

“A Paestum ogni volta ritrovo, e rinnovo, un coagulo di emozioni, il rigurgito come di ancestrali allarmi: per quanto anche lì intorno la speculazione edilizia abbia cercato di deturpare il paesaggio, resta ancora uno dei pochi luoghi in cui il Sud mi parla più che con la sua storia o la sua civiltà con la forza oscura e inalterabile dei suoi richiami. Già ci si arriva intimiditi, attraversando una campagna bassa e squadrata (le bufale che vi si attardano impigrite sono grasse, lucide, sazie), e quando si è di fronte ai templi s’entra come in un sortilegio di cui non si riesce mai a spiegare la natura e forse il loro fascino sul visitatore consiste proprio in questa silenziosa arcana impenetrabilità. Perché qui siamo soli, noi uomini d’oggi più o meno malati di nevrosi, e i blocchi di pietra millenari, ma ci separa più che la distanza temporale l’ineffabilità del mistero, del rito, del recinto sacro, che si respira in tutta la sua chiusa solennità e che niente può aiutarci a sciogliere in un incontro più diretto o in una più umana misura: la pietra resta muta e gelosa, lo stesso mare che traluce di là dai colonnati (e quel giorno era livido, fermo e senza confini) diventa un altro elemento di questa suggestione così intensa e struggente”.


sabato 22 maggio 2021

Sull'anima

 


“Impuro e deformante è lo sguardo della volontà. Solo quando non desideriamo niente, solo quando il nostro guardare diventa mera contemplazione, si schiude l’anima delle cose, la bellezza. Se osservo un bosco che intendo comperare, affittare, ipotecare, dove voglio tagliare legna o andare a caccia, io non vedo il bosco, bensì soltanto i suoi legami con le mie intenzioni, i miei progetti e preoccupazioni, il mio portafoglio. Allora esso è fatto di legno, è giovane o vecchio, malato o sano, Se però non voglio niente da lui, guardo “senz’altri fini” nella sua verde profondità, ecco che è soltanto bosco, e natura e creatura vegetale, è bello.

Così succede anche con gli uomini e con il loro aspetto. L’uomo che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con precise intenzioni e richieste non è un uomo, bensì soltanto un torbido specchio della mia volontà. (…) Nel momento in cui si placa la volontà e si instaura la contemplazione, il puro osservare e abbandonarsi, tutto cambia. L’uomo non è più utile o pericoloso, interessante o noioso, gentile o rozzo, forte o debole. Diventa natura, diventa bello e singolare come tutto ciò su cui si rivolge la contemplazione pura. Perché la contemplazione non è né studio, né critica, è soltanto amore. E’ la condizione della nostra anima più elevata e più desiderabile: amore senza cupidigia. Se riusciamo a raggiungere questo stato, anche solo per pochi minuti, ore o giorni (preservarlo per sempre sarebbe la perfetta beatitudine), gli uomini ci appaiono diversi dal solito. Non più specchi o caricature della nostra volontà, ma natura. (…)

Il nostro simile diventa così l’oggetto più nobile, più eletto e più degno di contemplazione. Non tutti sanno fare questa semplice valutazione in modo libero e spontaneo, lo so per esperienza diretta. In gioventù sono stato più strettamente e intimamente legato a paesaggi e opere d’arte che all’essere umano; anzi, ho sognato per anni una poesia in cui fossero presenti solo aria, terra, acqua, alberi, montagne e animali, e mai l’uomo. Lo vedevo così sviato dal corso tracciato dall’anima, così dominato dalla volontà, così rozzo e scatenato nel perseguimento di finalità animalesche, scimmiesche, primitive, così avido di stupidaggini e di nullità, che per un certo periodo mi dominò l’errore peggiore; che forse l’uomo, come via d’accesso all’anima, fosse già stato ripudiato e stesse regredendo, e quella sorgente dovesse cercare altrove nella natura la propria via.

Se oggi si osserva come si comportano tra loro due uomini qualunque, che per caso fanno conoscenza e non desiderano effettivamente niente di materiale l’uno dall’altro, si avverte in maniera quasi tangibile come ognuno di essi sia oppresso da un’atmosfera di coercizione, da una crosta protettiva, da una membrana difensiva; da una rete tessuta unicamente con rimozioni dell’elemento spirituale, con intenzioni, paure e desideri tutti orientati verso mete secondarie, che separano il singolo da tutti gli altri. E’ come se l’anima non fosse nemmeno lecito avere la parola, come se fosse necessario proteggerla con alti steccati, gli steccati della paura e della vergogna. Solo l’amore disinteressato può spezzare queste reti. E ovunque si apre un varco, là c’è l’anima che ci guarda. Siedo in treno e osservo due giovanotti che si salutano perché il caso li ha avvicinati per un’ora. Il loro saluto è estremamente singolare, quasi tragico: queste due brave persone sembrano salutarsi da distanze siderali, da poli gelidi e disabitati – non penso naturalmente a malesi o cinesi, bensì a europei di oggi -, essi paiono abitare, ognuno per sé, in una fortezza di altezzosità, di minacciata superbia, di diffidenza e di insensibilità. Ciò che dicono, considerato dall’esterno, è del tutto assurdo, è lo schizzo consunto di un mondo senz’anima, da cui di continuo sconfiniamo e i cui limiti ghiacciati incombono costantemente su di noi. Rari, molto rari sono gli uomini la cui anima si esprime già nei discorsi quotidiani…Hanno perso la loro anima nel mondo del denaro, delle macchine, della diffidenza…”

 

tratto da “Le stagioni della vita” di Hermann Hesse

Oscar Mondadori


lunedì 1 marzo 2021

La salute...al tempo del coronavirus

 


“Almeno i nove decimi della nostra felicità sono dovuti esclusivamente alla salute. Da essa dipende anzitutto la serenità d’animo: dove questa è presente, le condizioni esterne più ostili e sfavorevoli appaiono più sopportabili di quanto non siano quelle più felici quando la salute malferma rende insofferenti e timorosi. Si confronti il modo in cui nei giorni di salute e di serenità si vedono le cose con il modo in cui queste stesse appaiono nei giorni di malattia. Ciò che ci rende felici o infelici non è quello che le cose sono realmente nel contesto esterno dell’esperienza, ma quello che esse sono per noi, dal nostro punto di vista. Inoltre la salute, con la serenità che la accompagna, può sostituire ogni altra cosa, ma niente può prendere il suo posto. Insomma, senza la salute non si può assaporare alcuna felicità esterna, che dunque per chi la possiede ma è malato non c’è; quando invece c’è la salute ogni cosa è una fonte di piacere, ed è per questo che un mendicante sano è più felice di un re malato. Non è quindi senza ragione che ci si informa sempre reciprocamente su come va la salute, non su altre cose, e ci si augura di star bene: sono questi infatti i nove decimi di ogni felicità. Ne consegue che la follia più grande è sacrificare la propria salute, quale che ne sia il motivo: il guadagno, l’erudizione, la fama, la promozione, e perfino la lussuria e i piaceri fugaci. Piuttosto, ogni altra cosa dev’essere sempre   posposta alla salute”

massima n. 32

tratta da “L’arte di essere felici” di Arthur Schopenhauer

(Adelphi)


lunedì 8 febbraio 2021

Bordello facebook

 


Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno

Franco Arminio


lunedì 26 ottobre 2020

Se ti comparisse davanti Cesare Pavese...

 


“Siamo sinceri. Se ti comparisse davanti Cesare Pavese e parlasse e cercasse di fare amicizia, sei sicuro che non ti sarebbe odioso? Ti fideresti di lui? Vorresti uscire con lui la sera a chiacchierare?” Lo scriveva, il 6 maggio del 1938, lo stesso Cesare Pavese in quel suo diario che si intitola “Il mestiere di vivere”, nel quale lo scrittore piemontese registra avvenimenti, riflessioni, le sue più intime sensazioni. Una sorta di confessione esistenziale, spietata e compiaciuta. Ebbene, se avessi potuto rispondere a quella sua provocatoria domanda, non avrei avuto dubbi: mi sarei fidato di lui e sarebbe stato un vero piacere trascorrere una serata in sua compagnia per poter ascoltare le sue parole, così come oggi leggo e rileggo i suoi libri. Ho estrapolato da quel diario – riletto in questi giorni - alcuni suoi pensieri, rivelatori del suo modo di essere uomo e scrittore alle prese con quella multiforme occupazione che è “il mestiere di vivere”.

La vita senza fumo è come il fumo senza l’arrosto.

Ho sempre seguito impulsi sentimentali, edonistici. Su questo non c’è dubbio. Persino il mio misoginismo (1930 – 1934) era un principio voluttuario: non volevo seccature e mi compiacevo della posa.

Non ho mai lavorato davvero e infatti non so nessun mestiere.

Soltanto così si spiega la mia vita attuale da suicida. E so che per sempre sono condannato a pensare al suicidio davanti a ogni imbarazzo o dolore. E’ questo che mi atterrisce: il mio principio è il suicidio, mai consumato, che non consumerò mai, ma che mi carezza la sensibilità.

Esprimere in forma d’arte, a scopo catartico, una tragedia interiore, può farlo soltanto l’artista.

Tra i segni che mi avvertono esser finita la giovinezza, massimo è l’accorgermi che la letteratura non mi interessa più veramente. Voglio dire che non apro più libri con quella viva e animosa speranza di cose spirituali che, malgrado tutto, un tempo sentivo. Leggo e vorrei leggere sempre più, ma non ricevo ormai come un tempo le varie esperienze con entusiasmo, non le fondo più in un sereno tumulto pre-poetico. La stessa cosa mi accade passeggiando per Torino; non sento più la città come un pungolo sentimentale e simbolico alla creazione. Già fatto, mi viene da rispondere ogni volta.

In amore conta soltanto aver la donna in letto e in casa: tutto il resto sono balle, luride balle.

Eppure non riesco a pensare una volta alla morte senza tremare a quest’idea: verrà la morte necessariamente, per cause ordinarie, preparata da tutta una vita, infallibile, tant’è vero che sarà avvenuta. Sarà un fatto naturale come il cadere di una pioggia. E a questo non mi rassegno: perché non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire? Perché? Per questo. Si rimanda sempre la decisione sapendo – sperando – che un altro giorno, un’altra ora di vita potrebbero essere affermazione, espressione di un ulteriore volontà che, scegliendo la morte, escluderemmo. Perché insomma – parlo di me – si pensa che ci sarà sempre tempo. E verrà il giorno della morte naturale. E avremo perso la grande occasione di fare per una ragione l’atto più importante di tutta la vita.

Pensiero d’amore: ti voglio tanto bene che desidero esser nato tuo fratello, o averti messo al mondo io stesso.

C’è qualcosa di più triste che invecchiare, ed è rimanere bambini

Amare un’altra persona è come dire: d’or innanzi quest’altra persona penserà alla mia felicità più che alla sua. C’è qualcosa di più imprudente.

Per disprezzare il denaro bisogna appunto averne, e molto.

La cosa segretamente e più atrocemente temuta, accade sempre. Da bambino pensavo rabbrividendo alla situazione di un innamorato che vede il suo amore sposarne un altro. Mi esercitavo a questo pensiero. E voilà.

La morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo.

Sono in ritardo di almeno otto anni sui miei coetanei. Solitamente essi a ventidue sono già convinti di ciò che a trenta non mi convince ancora.

Tutti gli “affetti più sacri” non sono che una pigra abitudine.

Date una compagnia al solitario e parlerà più di chiunque.

Sciocco addolorarsi per la perdita di una compagnia: quella persona potevamo non incontrarla mai, quindi possiamo farne a meno.

Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia.

La letteratura è una difesa contro le offese della vita.

Perché sposarsi segna il trapasso dalla giovinezza alla maturità? Perché con quest’atto si sceglie tra le compagnie una che separa da tutte, che s’identifica con noi, che diventa l’arena circoscritta della nostra socialità onde non avere più bisogno di cercare la compagnia fuori di noi. E’ il suggello dell’egoismo che occorre per vivere moderatamente, un egoismo cui serve di scusa il fatto che si cerca dei doveri.

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.

Gli anni diventano lunghi nel ricordo se ripensandoci troviamo in essi molti fatti da distendervi la fantasia. Per questo l’infanzia appare lunghissima. Probabilmente ogni epoca della vita si moltiplica nelle successive riflessioni delle altre: la più corta è la vecchiaia perché non sarà più ripensata.

L’arte di vivere è l’arte di atteggiarsi in modo che le cose e le persone non abbiano bisogno d’invitarle, ma vengano a noi. Per ottenere questo non basta disprezzarle ma bisogna anche disprezzarle. Come con le donne non basta essere stupidi ma bisogna anche essere stupidi.

Il matrimonio lo prendono più sul serio gli scapoli che non i coniugati.

Siccome una donna presto o tardi bisogna piantarla, tanto vale piantarla subito.

Passare del tempo in silenzio, ringiovanisce individui e popoli.

Gli artisti sono i monaci dell’età borghese. In essi l’uomo comune vede attuarsi quella vita di contatto con l’eterno, quell’ascesi, che i villani del 200-400 vedevano nel monaco.

Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.

La vita pratica si svolge nel presente, la contemplativa nel passato. Azione e memoria.

Nessuna donna fa un matrimonio d’interesse: tutte hanno l’accortezza, prima di sposare un milionario, d’innamorarsene.

Una beffarda legge della vita è la seguente: non chi dà ma chi esige, è amato. Cioè, è amato chi non ama, perché chi ama dà. E si capisce: dare è un piacere più indimenticabile che ricevere; quello a cui abbiamo dato, ci diventa necessario, cioè lo amiamo. Il dare è una passione, quasi un vizio. La persona a cui diamo, ci diventa necessaria.

Nel rovello che ci dà un rumore, un odore, una sensazione sgradevole – rovello improvviso e bestiale, acutissimo – è mista un’ansia gioiosa che la sensazione si ripeta, che l’autore vi torni, quasi per aver noi campo e motivo di odiarlo di più, di scattare.

Vivere in un ambiente è bello quando l’anima è altrove. In città quando si sogna la campagna, in campagna quando si sogna la città. Dappertutto quando si sogna il mare.

Non è bello esser bambini: è bello da anziani pensare a quando eravamo bambini.

Ogni sera, finito l’ufficio, finita l’osteria, andate le compagnie – torna la feroce gioia, il refrigerio di esser solo. E’ l’unico vero bene quotidiano.

E’ bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla.

Aspettare è ancora un’occupazione. E’ non aspettare niente che è terribile.

C’è un solo piacere, quello di essere vivi, tutto il resto è miseria.

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.