Cerca nel blog

giovedì 11 aprile 2024

Lettera al Direttore di un giornale

 




Caro Direttore,

un tempo, nemmeno tanto lontano, ero un tuo affezionato lettore e compravo, tutti i giorni, il giornale da te diretto. Un rito irrinunciabile, come quello del caffè mattutino, per cominciare bene la giornata. Aveva poche pagine – quel giornale - perché è meglio tacere quando non c’è niente di nuovo da scrivere; e poche immagini in bianco e nero, immagini essenziali che sapevano davvero raccontare ciò che le parole non dicevano. Allora, i politici parlavano poco e scrivevano ancora di meno perché non esistevano quelle iatture che si chiamano “i social”, e i giornali non correvano il rischio di cadere nell’attuale riprovevole inganno: fare da cassa di risonanza alle loro parole. La pubblicità, poi, era quasi inesistente e appena lo aprivi – quel giornale - ti appariva la famosa “terza pagina”, sinonimo di cultura, di giornalismo di qualità. Sapesse - caro Direttore - quante ne conservavo di quelle pagine! Autentiche perle letterarie da rileggere nei momenti di particolare noia esistenziale. Oggi la “terza pagina”, inventata dai padri nobili del giornalismo, è occupata dalle quotidiane fandonie pronunciate da questo o da quell’altro politico di questo o di quell’altro partito, con tutti i noiosissimi e inconcludenti commenti al riguardo. E la pagina culturale che fine ha fatto? Relegata, quando c’è, in fondo al giornale. Come a voler dire che con la cultura non si mangia, come ebbe a sottolineare tempo fa un ministro, i cui sproloqui oggi trovano rilevanza proprio su quella pagina un tempo appannaggio di ben altri pensieri.

Come le dicevo, caro Direttore, da un po' di anni a questa parte, quel rito che si consumava con piacere tutte le mattine recandomi all’edicola non si ripete più, anche perché è sempre più difficile trovare un’edicola aperta: stanno chiudendo tutte e il giornale non lo compro con l’assiduità di un tempo. Ma non creda, caro Direttore, che io abbia scelto altre testate giornalistiche o che mi avvalga della rete per tenermi informato! Niente di tutto questo! A me piace troppo la carta stampata e non potrei mai leggere un giornale on line stando davanti allo schermo di un computer o - peggio ancora – con gli occhi incollati allo smartphone, che nemmeno possiedo. Semplicemente, non mi ci ritrovo più tra quelle pagine diventate teatrino della politica più greve e del gossip mediatico.

Mi preme sottolineare che ciò che oggi rimprovero ai giornali è di farci prestare attenzione a fatti a volte insignificanti e marginali, a seguire gli insulsi giochetti della politica politicante. E, sinceramente, devo anche dirle che non mi piace affatto questo sottile confine che esprime oggi la stampa, sempre in bilico tra il sensazionalismo e il voyeurismo, un giornalismo, questo, tipico della televisione commerciale, per cui se nel mese di agosto si suda, è immancabile il titolo a tutta pagina: “il paese nella morsa del caldo”; e se piove - come sempre piove in inverno - è la solita “bomba d’acqua” che si abbatte sull’Italia. E che dire della spettacolarizzazione del dolore e delle tragedie umane e familiari? Intere pagine riservate all’ultimo efferato delitto che “ha scosso la coscienza del Paese”, pagine che si ripetono per giorni e giorni in una sorta di raccapricciante telenovela. Capisco che, a volte, certe notizie e certi titoli fanno vendere più copie di giornali, perché sollecitano la morbosità latente della gente, così come le immagini più strazianti trasmesse dai telegiornali fanno più audience. Ma io credo – caro Direttore – che anche l’informazione abbia una sua dignità. Una sua credibilità. Interpretare correttamente gli avvenimenti che accadono, senza declamare alcuni fatti rispetto ad altri e senza costruire ad hoc una notizia per fare presa sul lettore, è compito fondamentale di un sano giornalismo. Altrimenti, perché dovrei comprare tutte le mattine un giornale che adopera certi espedienti solo per vendere qualche copia in più?

Il crollo delle vendite dei quotidiani è sotto gli occhi di tutti, basta entrare in un vagone della metropolitana di Roma nell’ora di punta: non vedi più nessuno che legge un giornale. Ma non è solo colpa di internet se tutti gli occhi sono appiccicati a quella famigerata tavoletta elettronica che si chiama smartphone. Qualche responsabilità ce l’ha anche chi fa giornalismo tradizionale, perchè non ha saputo trovare gli accorgimenti necessari per frenare l’avanzata dei nuovi canali informativi. E nell’era della dittatura digitale, la carta stampata sembra purtroppo un relitto del passato. Una vera disfatta. Stiamo perdendo un pezzo della nostra umanità, della nostra cultura, della nostra maniera di stare al mondo. Eppure, io credo che salvare il giornale cartaceo sia una fondamentale battaglia culturale, una vera e propria missione di civiltà e di libertà. Perciò - caro Direttore - mi affido alla sua lungimiranza, alla sua professionalità, alla sua capacità di mettere in discussione il sistema vigente che, attraverso la Rete, tende all’omologazione universale e  all’assenza di pensiero. Si inventi qualcosa di nuovo! riveda la sua maniera di progettare il giornale! faccia scrivere i suoi articoli alle menti più illuminate di questo Paese! non si arrenda lasciando l’informazione nelle mani dei media digitali. Insomma, caro Direttore, si adoperi nel migliore dei modi affinché quelli che amano il fruscìo della carta stampata possano continuare ancora a comprare un giornale. Per il nostro bene.


mercoledì 3 aprile 2024

Libri e guerre

 


Non amo leggere quei romanzi dove la guerra è al centro della narrazione e l’autore mescola personaggi di fantasia e fatti storici. Sarà perché – come diceva Gino Strada - io non sono un pacifista: sono contrario alla guerra. E mi fa orrore  anche solo pensarla e leggerla. Non riesco proprio ad appassionarmi a quelle storie romanzate, raccontate soprattutto da chi la guerra non l’ha vissuta personalmente. E ne dà una sua libera interpretazione. Ma dirò di più:  non riesco a guardare neppure i film di guerra. Non mi piace lo spettacolo della guerra. Così come non mi piace la spettacolarizzazione della sofferenza e del dolore altrui. Ma è proprio ciò che, oggi, succede sui mezzi di informazione. E che dire, poi, dei tanti guerrafondai da salotto che - comodamente seduti sulle loro poltrone - indossano l’elmetto d’ordinanza e discettano di guerra nei programmi televisivi! Secondo questi “pacifisti”, per garantire la pace nel mondo bisogna “preparare la guerra”. Io credo che tutti i problemi esistenziali dell’intera umanità potrebbero essere risolti se i potenti della terra, un bel giorno, decidessero finalmente di non spendere soldi per le armi e distruggere tutte quelle già esistenti. Riconosco che la mia è utopia allo stato puro. Mi piace, però, immaginare un mondo così: senza armi e senza guerre.

Ma ritorniamo ai libri sulla guerra; è necessario fare una distinzione tra i libri che raccontano storie di fantasia ambientate sullo sfondo di un conflitto, e quelli che raccontano, invece, la guerra attraverso la testimonianza di chi l’ha vissuta davvero sulla propria pelle, da combattente o da prigioniero. Devo dire che ho letto due volte “Se questo è un uomo” di Primo Levi, ma non sono riuscito ancora a leggere “Guerra e Pace” di Tolstoj. E tra i principali scrittori che hanno combattuto la guerra partigiana c’è, sicuramente, Beppe Fenoglio, un personaggio che ho sempre ammirato, conosciuto attraverso la lettura di articoli di giornali o la visione di qualche documentario televisivo, pur non avendo mai letto le sue opere, ispirate proprio dalle sue esperienze personali. “Una questione privata” è uno dei suoi libri più importanti – tra l’altro pubblicato dopo la sua morte - che stava da anni, in attesa, su un ripiano della mia libreria, ma per i motivi di cui sopra non avevo mai sfogliato. A volte certi libri, che appartengono a determinati generi letterari - che noi riteniamo difficoltosi per una serie di motivi - hanno bisogno di una sorta di spinta emotiva per poterli affrontare, indipendentemente dalla nostra volontà. E questa spinta a leggere Fenoglio è arrivata proprio alcune settimane fa, quando mi sono imbattuto in un bel post su https://orearovescio.wordpress.com/  dal titolo “la pioggia di marzo (cotture e letture)” dove il suo autore (massimolegnani) parlava, tra l’altro, di Beppe Fenoglio e di un suo romanzo “ostico”, dallo stile “difficile da digerire”: il Partigiano Jonny. Nel far presente - con un commento – che non mi ero mai misurato con le opere di questo scrittore piemontese, cantore delle Langhe e delle sue popolazioni durante l’ultima guerra, mi si è accesa una luce nella mente: era arrivata l’ora di affrontare la lettura, sempre rinviata, di “Una questione privata”.

E’ proprio vero: certi pregiudizi spesso influiscono sulle nostre scelte letterarie. E devo dire che il libro di Fenoglio non l’ho trovato per niente “ostico”, come ero portato a credere, ma intenso ed emozionante, che ti cala in quella realtà dura e drammatica che è stata la lotta partigiana. Un libro dallo stile asciutto e fulmineo che ha rafforzato la mia convinzione sull’assurdità della guerra, che determina sempre morte, distruzione, miseria. Una sconfitta per tutti. Fenoglio racconta le vicende di un giovane studente partigiano, Milton (il suo alter ego) durante la fine della seconda guerra mondiale, che vive la Resistenza come una questione privata, cercando di affermare e difendere il suo amore per Fulvia, una ragazza di Alba persa di vista. Un amore non tanto vissuto dal protagonista quanto evocato. E Fenoglio, con intensa partecipazione che coinvolge emotivamente, riesce a descrivere la guerra e i sentimenti, la morte e la giovinezza, la paura e il coraggio. A fine lettura ho pensato alle guerre in corso, che potrebbero deflagrare in una terza e definitiva guerra mondiale, e allora mi sono venute in mente quelle famose parole di Einstein: “non so con quali armi si farà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta verrà combattuta con clave e pietre”.