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venerdì 31 dicembre 2021

Cenone e veglione

 


Ci sono alcune parole che non riesco proprio a digerirle, mi provocano una sorta di reazione allergica ogni volta che le sento pronunciare. Sono tutte quelle parole che hanno la desinenza “one” e determinano un ambiguo accrescitivo. Due di queste, in particolare, si presentano immancabilmente alla fine di ogni anno solare, e non esiste pandemia in grado di liberarcene: cenone e veglione. Le due parole vivono in stretta correlazione, direi quasi in simbiosi, e l’una non può esistere senza l’altra. Con chi fai il cenone? Ti senti chiedere il 31 dicembre di ogni anno. E il veglione? Se gli rispondi che l’ultimo giorno dell’anno hai l’abitudine di fare una cena normale, morigerata come sempre, senza abbuffarti perché non ne vedi la ragione; se gli fai capire – pacatamente - che durante le feste di fine anno vorresti fuggire su una montagna e nasconderti in un eremo, lontano dalle cataste di panettoni, dai regali e dal profluvio di luminarie intermittenti, ti guardano male. Il disprezzo nei tuoi confronti, poi, è palese sui loro volti se vengono a sapere che non aspetti nemmeno la mezzanotte, per il brindisi finale davanti al televisore, e te ne vai a dormire alla tua solita ora, incurante dei botti e della festa che incalza. Si, perché il cenone e il veglione casalingo procedono di pari passo con il cenone e il veglione televisivo. Assistiamo, in quest’ultimo caso, ad un tripudio di urla, balli sfrenati, risate sgangherate e contentezza prorompente da parte di un cast composto da tutte le mezze figure del video nazionale, condotto dal solito presentatore di turno, che invita contemporaneamente, spettatori a casa e attori e pubblico televisivi, a tenere d’occhio il grande orologio che campeggia in sala. Mancano ancora 3 ore…mancano ancora 2 ore – urla eccitato il grande cerimoniere - e così di seguito fino al fatidico conto finale, meno tre…meno due… quando cresce l’esaltazione collettiva e scoppia la felicità. Baci, abbracci, spari, gioia incontenibile: è arrivato il nuovo anno. Un clima, questo, che evoca il crollo dell’impero romano prima dell’arrivo dei barbari a porre fine, pietosamente, alla lancinante agonia di una civiltà. 

Speriamo che l'anno che verrà sia migliore!


martedì 14 dicembre 2021

Il blogger, questo sconosciuto

 


Scrivo su questo blog da quando sono andato in pensione, e devo dire che tutto è nato per gioco: volevo vedere l’effetto che fa. Ancora prima, avevo l’abitudine di scrivere al computer le “recensioni” dei libri che leggevo, salvandole in un semplice file word: mi piaceva, ogni tanto, rileggerle per rinfrescarmi la memoria su questo o quel libro. Diciamo che ho trasformato quel mio iniziale esercizio di scrittura in un blog, con l’aggiunta di post attinenti altre tematiche. E sono qui da oltre otto anni, senza infamia e senza lode. Ma non sono molto prolifico: pubblico 3/4 post al mese, al di sotto della frequenza media di pubblicazione che – secondo certi “esperti” del settore - dovrebbe essere di 2/3 a settimana. Ciò, al fine di instaurare una quotidiana connessione con chi ti legge, e convincere Google ad inserire il tuo blog tra le prime pagine di ricerca. Ma io non ho di queste velleità e poi non ho seguaci, i “famigerati” follower, che aspettano ansiosi il mio ultimo post.

Scrivere è una cosa seria e impegnativa: ma non è il mio mestiere. A volte mi sento addirittura inadeguato in questo ruolo, perché non sono nato con la penna in mano (come si suol dire), né ho l’impertinenza di affermare che non potrei vivere se non scrivessi, come mi capita di leggere in giro. Certo, la scrittura rappresenta un ottimo esercizio per l’anima e per la mente, sostiene la memoria e ti fa stare bene. Può essere un valido strumento di analisi e di ascolto che ti aiuta a riflettere. E se non mi esercitassi in questa maniera, credo che oggi sarei ridotto a scrivere solo la lista della spesa e i bollettini postali. Perciò, con fatica, resisto e vado avanti. Non dobbiamo però dimenticare – noi tutti che curiamo un blog - che verba volant, scripta manent, come dicevano gli antichi. Quindi bisogna stare attenti a quello che viene disseminato nella blogosfera, un mondo dominato dalle parole che sempre più spesso perdono di significato e di valore. Una volta scritte, diventano parole pubbliche che acquistano un peso, una vera responsabilità. E restano lì, a disposizione, per chissà quanto tempo. Un mondo - questo della rete - dove tutti trafficano con la scrittura, dove si può scrivere qualsiasi sciocchezza, qualsiasi affermazione senza bisogno di verificarla, anzi sapendo che è infondata, spacciando un vocabolario spesso ingannevole senza che ciò porti discredito alla dignità di chi scrive. E anche chi scrive su un blog è responsabile delle sue parole, e perciò deve rispettare i lettori oltre che salvaguardare la sua integrità di persona attraverso il linguaggio scritto che divulga in rete, usando quello più appropriato, più corretto.

Cesare Pavese diceva che “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla”. E forse è questa la molla che spinge ad aprire un blog: scrivere, prima ancora che per un piacere personale, per l’inconfessabile desiderio di vedere qualcuno che ti legge. A dir la verità, quando scrivo un post non ambisco a tanto, o meglio non mi illudo di parlare ad una folla. Immagino, sempre, di parlare da solo, anche se, da qualche parte, ci sono quelle due/tre persone che si ostinano a leggermi (ringrazio di cuore) e a lasciare qualche commento pur non avendo il sottoscritto meriti particolari.

Ho letto che nel mondo, secondo le statistiche, esistono oltre 400 milioni di blog (22 milioni solo in Italia) e ogni giorno vengono pubblicati su WordPress circa 70 milioni di post. Numeri pazzeschi che fanno capire quanto spietata sia la concorrenza. D’altra parte le visualizzazioni di un blog sono legate spesso a un principio: “do ut des”. E io dò davvero poco alla blogosfera perché non sono presente sui social, non ho cellulari, seguo saltuariamente solo due/tre blog, non resisto in Internet più di mezz’ora. E non sempre lascio commenti al blog visitato. Ma anche il commento deve avere una sua dignità, al pari del post. Certo, ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ma ha un senso fare un post scrivendo che oggi sono andato a farmi il vaccino anti covid, e ricevere il commento di uno che afferma di averlo fatto ieri? E poi ancora un altro che andrà a farlo domani? Devo constatare che spesso i post e i commenti sono di questo tono. Forse è un modo per allungare il numero dei post pubblicati e fare adepti e aumentare le visualizzazioni, ma di certo, questo, non arricchisce uno strumento nato con l’intento di pubblicare contenuti meno banali.

Durante i primi tempi - forse infervorato dalla novità ed esaltato dall’idea che ci potesse essere qualcuno interessato ai miei scritti, che non aspettasse altro che un mio post giornaliero - davo più spazio al mio narcisismo (sentimento questo che gioca un ruolo fondamentale nella blogosfera), e mi impegnavo molto di più: e i post crescevano e si susseguivano uno dietro l’altro, in tempi brevi. Pensavo – come forse pensano un po' tutti - che il successo di un blog dipendesse esclusivamente dall’ultimo post pubblicato, e non già dai precedenti che, secondo una consolidata credenza, pare non contino più nulla, non siano più leggibili, come se non esistessero. E’ raro, infatti, che un visitatore lasci un commento su un vecchio post, come avviene, invece, per l’ultimo nato. Io credo che un post scritto bene e con impegno negli anni passati - se non riguarda la stretta attualità - è sempre attuale per chi non l’ha letto. Per quanto mi riguarda (con tutto il rispetto per gli altri blogger che fanno altre scelte), è difficile che io scriva un articolo sulle scemenze che dice l’On. Caio o sulle frottole che racconta l’On. Sempronio, o su questo o quel delitto familiare di cui parlano largamente i media. I fatti di cronaca nera, gialla e rosa e il teatrino della politica trovano poco spazio sul mio blog. Per queste tematiche ci sono in giro giornalisti e persone molto più autorevoli e informate di me anche in rete, e non vedo quindi perché uno dovrebbe leggere la mia opinione per farsi un’idea su un determinato argomento, spesso inflazionato. Il blog, per quanto mi riguarda, non è un giornale che deve riportare le ultime notizie – che poi in certi periodi di vacche magre sono le stesse del giorno prima e del giorno prima ancora – ma una sorta di diario condiviso in cui specchiarsi, un raccoglitore di idee, di sentimenti, di sensazioni, di esperienze, di letture, di spunti di riflessioni che non hanno una scadenza e non sono legati al fatto del giorno. E allora, quando proprio non sappiamo che scrivere, meglio riproporre qualche vecchio post, che magari ha già avuto un discreto successo di lettori, di visualizzazioni e di commenti. E’ come riascoltare un vecchio disco, è come rileggere una poesia o una pagina di un bel libro. Senza ingolfare la rete di testi inutili e noiosi.


sabato 11 dicembre 2021

La felicità è adesso

 


Arriva all’improvviso,
dura quanto i cerchi nell’acqua dopo il sasso,
interrompe i pensieri, la malinconia,
non si fa prenotare, nessun appuntamento,
la misteriosa briciola della felicità.
Chi la riconosce troppo tardi
le manda un saluto alla memoria
di quando c’era e non la conosceva.
Prova a soffiarci sopra ma non serve,
non parte la scintilla della brace.
Allora ci sto attento,
nervo pronto alla scossa
elettrica, materna, pirotecnica
della felicità, eccola, è adesso.

Erri De Luca


mercoledì 1 dicembre 2021

Un'isola per cambiare vita

 


“che credibilità ha, chi non critica costruttivamente e fattivamente la sua vita, di criticare la società e il mondo?”

Simone Perotti, per chi non lo conosce, è un giornalista e scrittore nonché marinaio, di 56 anni. Un bel giorno del 2020 lui prende armi e bagagli e si trasferisce – insieme alla sua compagna - su un’isola greca dove ricostruisce un rudere, di fronte al mare, e ne fa la sua dimora prediletta, una casa a impatto zero, autonoma sotto tutti gli aspetti. Dalla città se ne era già scappato nel gennaio 2008, quando aveva lasciato Milano, licenziandosi dall’azienda in cui lavorava come manager, per rifugiarsi in una casetta di pietra in una vallata ligure, ristrutturata con le sue mani. Aveva deciso di vivere con il poco che riusciva ad ottenere vendendo i suoi libri, però coltivando l’orto, facendo il pane e riciclando qualsiasi cosa. “Sentivo che dovevo vivere altre vite e non proseguire con la stessa per i prossimi trenta”, scrive nel suo libro “L’altra via” con sottotitolo “costruirsi da soli una casa, progettare per tutti una nuova vita” (Solferino). Ma la vallata ligure non gli bastava. Aveva navigato per anni tra le isole mediterranee e ora aveva la sensazione che “bisognasse mettersi in salvo, e che andasse escogitata una strategia di sopravvivenza per tentare di rimanere esseri umani”. Ecco, quindi, l’isola greca di Citera, distesa tra lo Ionio e l’Egeo, l’ultima tappa di questo suo percorso esistenziale. La sua ancora di salvezza.

Ora ci si domanda: ma che cosa può spingere, oggi, un uomo a lasciare le sicurezze e le comodità di una vita per un’isola remota? La risposta la possiamo trovare leggendo il suo libro, che Perotti ha scritto anche “per suscitare una riflessione allargata” : non gli andava, egli dice, “di saltare dal treno in fiamme da solo”. Mi limito a riportare, di seguito, alcune sue riflessioni in cui mi ritrovo (e per questo lo ringrazio) anche se - lo ammetto – io forse non sarei mai capace di fare una scelta di vita così radicale. Però mi piace sognarla.

“Io e F. cercavamo un po' di cose per vivere decentemente, ed eravamo pronti a pagare tutti i prezzi necessari, soprattutto in termini di scelte. L’isolamento, per esempio. Siamo gente a cui piace stare con gli altri, ma abbiamo bisogno di solitudine per una quota maggioritaria del tempo. Solitudine dal mondo, e anche l’uno dall’altra…Io vivo come una specie di eremita da ben prima di conoscerla. Se esco di casa è perché sto partendo, altrimenti non mi si vede mai in giro. Poi, all’improvviso, mi viene un gran desiderio di stare con le persone che amo, e allora scateno baccanali, organizzo una festa, ma fino a quel momento posso stare da solo per mesi, in compagnia delle mie moltitudini. Ho lasciato lavoro, carriera, stipendio per studiare e scrivere, due cose che si fanno da soli…Non ci piace il rumore della città, né qualunque affollamento. Se c’è da fare una fila, cambiamo programma…

Io dalla città sono venuto via perché non potevo più vivere senza avere intorno alberi, senza gli animali del bosco, a pochi metri da me, senza la terra sotto le piante dei miei piedi…Ho regalato tutti i vestiti nell’armadio, decine di cravatte, una marea di oggetti inutili, simboli di un camuffamento innaturale. Vivo un’estate intera con una maglia, sempre con lo stesso paio di braghette sdrucite. Se si strappano le cucio. Sto scalzo sette o otto mesi l’anno…Siamo entrambi del tutto disinteressati ai vestiti firmati, ai negozi, ai centri commerciali, al consumo…Non ci interessano le automobili, altro che per la funzione che svolgono.

Sono anche convinto che nelle città, tra mutamenti del clima e minacce di vario genere, le cose andranno sempre peggio. Non sopporto il traffico, l’affollamento, l’idea stessa che bisogna comprare tutto, che non si possa fare niente per proprio conto…Entrambi amiamo il Sud, il profumo di limone, fico, finocchio selvatico. Più che amarlo, ne abbiamo bisogno…

Diciamo anche le cose come stanno: non ci riconosciamo più nella società degli uomini, almeno per come è diventata nella maggioranza dei casi. Lo so che suona male, e mi vergogno anche un po' a scriverlo, ma non ci posso fare niente…E tuttavia, quasi tutto quello che sento oggi, che leggo sui social network, sui giornali, che vedo accadere, mi appare distante, sembra l’eco di una voce che parla in una lingua che non possiedo. Il telegiornale riferisce fatti e opinioni di una cultura che non è la mia, dove le cose hanno un ordine di importanza capovolto, e dove tutto pare destinato a peggiorare, insistere nella direzione sbagliata. In questo ultimo periodo, poi, se ascolto un notiziario o un programma di approfondimento, non condivido nulla, non i contenuti, non le espressioni, e neppure il tono dato alle parole. …Per me è come se ci fosse un’occupazione in corso, come se un esercito alieno stesse dilagando, e bisognasse andare in montagna per rimanere liberi, facendo i partigiani…Noi ci autofinanziamo con l’autonomia, l’autoproduzione e la sobrietà…non andiamo quasi mai al ristorante, perché pagare di più ciò che potremmo prepararci con maggiore soddisfazione e un decimo del costo non è sensato…non compriamo niente che non sia necessario. Siamo ambientalisti, senza alcun radicalismo o fisse inutili, ma in modo determinato e sistematico, ogni giorno, il più possibile, scegliendo le pratiche migliori…Se andiamo su una spiaggia, torniamo sempre con una busta di plastica piena di immondizia raccolta lì. Ho stimato che per un’isola come l’Elba basterebbe che circolassero trenta persone motivate e sarebbe il luogo più pulito del mondo…

Gli italiani sono cambiati, sono tesi, ansiosi, angosciati, arrabbiati, e avere sempre intorno gente col fiato corto fa male…sono diventati troppo spesso arroganti, annoiati e ignoranti come delle zappe vecchie, e in più con un pessimo carattere. Ci sono in giro un mucchio di razzisti, intolleranti, gente che quando parla mi fa rabbrividire…viviamo tutti con un insufficiente spazio per lo spirito, e poco anche pe la vita solitaria e le relazioni autentiche…

Quando non si buttava niente, ogni cosa veniva rispettata per il valore che aveva, cioè per la fatica che era costata produrla. Nella mia Repubblica ideale, l’atto di gettare via è un reato…a me il buon contadino di un tempo affascina per alcune cose, ma non aspiro affatto a tornare ai suoi tempi. Voglio progredire, non recedere…Abitare non è un fatto occasionale, temporaneo, dettato dall’esigenza strumentale di stare lì perché l’ufficio è vicino, o perchè c’è la fermata del metrò. Questo accade nelle città, è normale nel nostro alienato sistema di vita, dove abitare non è più una funzione del vivere. Si vive dove si abita, mentre dovrebbe essere il contrario…

Il denaro, uno strumento, è diventato l’obiettivo assoluto: un fine. E pensare che il denaro era nato per semplificare il negotium: un portafogli in tasca era più pratico che andare in giro con tre galline da barattare con una zappa. Il mezzo che diventa obiettivo finale è il tipico campanello d’allarme della nevrosi…Ci assicuriamo per tutta la vita contro danni che mai o quasi mai subiamo…correre dietro alle sicurezze assolute si vive sempre più insicuri, assediati dalla paura, e per di più incapaci di difenderci a dovere…L’uomo antico, che pativa ogni genere di rischio (invasioni, malattie, soprusi, fame, carestie, violenza…) senza medicine, diritti, risarcimenti e aiuti statali, pare vivesse più sereno di noi…”



martedì 23 novembre 2021

La "bellezza" è una strada pulita

 


Sono stato sempre attratto dalla bellezza, nella sua accezione più vasta. Quella bellezza che si può cogliere non solo osservando un’opera d’arte, ma anche una strada dove regna il silenzio e la pulizia, così come una piazzetta con la sua fontanella al centro dove potersi fermare a riflettere. Direi che sono stato educato a questa sensibilità cercando di raffinare lo sguardo, dando valore alle cose belle che pure esistono nella nostra realtà quotidiana, che sia un antico palazzo o un’aiuola fiorita lungo un marciapiede o un vecchio muro in pietra impreziosito dalla patina del tempo. E’ un esercizio, questo, che mi accompagna da sempre e diventa ancor più incombente di questi tempi in cui il guardare – che non sia rivolto solo ed esclusivamente allo schermo di uno smartphone – sembra sparito del tutto dalle attività umane. Osservare una piazza con le panchine non divelte e sporche di vernice, senza erbacce e senza immondizia, mi fa stare bene. Osservare un muro senza scritte, senza pubblicità ma solo invecchiato dal tempo, mi dona serenità. Il contrario, invece, mi massacra l’anima. Mi rattrista.

Rimuginavo dentro di me questi pensieri mentre percorrevo a piedi una strada di un quartiere periferico di Roma – una come tante, non esiste differenza - circondato da centinaia di macchine (quasi tutti Suv e fuoristrada, come se la Capitale si trovasse sull’Altipiano delle Ande), parcheggiate a casaccio, sulle strisce pedonali e ovunque ci fosse un po' di spazio libero. Devo dire che mentre proseguivo - cercando di evitare macchine e cassonetti straripanti di spazzatura e tavolini e sedie dei bar lungo il marciapiede pieno di cartacce e gente incollata con lo sguardo al cellulare – ero come insidiato da un vago latente malessere. Avevo l’impressione che nessuno facesse più caso a quel disordine, o apparisse turbato da quel contesto urbano in cui ci si muoveva abitualmente. Eppure – pensavo – il traffico in città ormai ci sta strozzando. I rumori sono al limite della sopportazione umana. L’aria che respiriamo non è certo quella di montagna. I marciapiedi sono diventati orinatoi per cani, sporchi e maleodoranti (mi dispiace dirlo, per chi ha un animale, ma è così), e si cammina su un tappeto di cicche di sigarette e spazzatura. Ogni spazio visibile, come i muri dei palazzi, le saracinesche dei negozi, perfino i monumenti e le facciate delle chiese sono zeppi di graffiti, di scritte con le bombolette spray le une sulle altre, e poi manifesti pubblicitari e dépliant che svolazzano ovunque e ti aggrediscono visivamente senza via di scampo, deturpando l’ambiente circostante e accrescendo la percezione del degrado.

Devo dire che vivendo in una grande città ogni condotta, ogni minimo particolare, ogni cosa che mi circonda non posso che registrarla come riflesso della decadenza dei nostri tempi. Non riesco più ad estraniarmi dal brutto, in tutti i suoi innumerevoli aspetti. Mi ossessiona. A volte vorrei essere indifferente, menefreghista: ma non ci riesco. Faccio fatica a ritrovarmi in una città che vedo sempre più spesso abbandonata a se stessa, dove i comportamenti sono omologati al ribasso e dove il senso del decoro e della civiltà sembrano spariti. Diamo sempre la colpa a chi ci governa e non vogliamo mai riconoscere le nostre responsabilità. Sembriamo divisi tra l’impulso a trascurare le nostre percezioni, diventando sempre più impassibili alle brutture che ormai ci sommergono, e lo stimolo opposto a riconoscere che noi siamo quello che vediamo e che il nostro benessere psico-fisico è legato, in buona misura, alla qualità del luogo che siamo costretti a guardare e ad abitare. “Una città che rinasce”, così si presentava nella campagna elettorale il nuovo sindaco di Roma. Più o meno le stesse parole che usava il suo predecessore, e poi il predecessore del predecessore, così andando indietro nel tempo fino ad arrivare agli Imperatori dell’Antica Roma.

Dobbiamo essere consapevoli che l’importanza del decoro urbano si fonda sull’idea che tutti noi, nel bene e nel male, siamo persone diverse in luoghi diversi, e se i luoghi cambiano, noi cambiamo con essi.  E a volte basta una strada pulita per far migliorare notevolmente il nostro umore.


mercoledì 17 novembre 2021

Le cose buffe

 

Raramente leggo un libro che occupa i primi posti nelle classifiche di vendita. Comprare quel determinato libro solo perché risulta il più venduto, non sembra altro che ubbidire ad una sorta di imposizione dettata, non tanto dalla qualità dell’opera, quanto da una scelta pubblicitaria e di mercato. Chi segue quelle classifiche, secondo me, non è un lettore ma un consumatore e quei prodotti cartacei, spesso, durano qualche mese e poi spariscono dalla circolazione, come un qualsiasi prodotto industriale scaduto. La lettura implica una continua ricerca, una continua scoperta. Chi l’ha detto che il libro più venduto sia anche il più bello? Dirò di più: io non seguo neanche il consiglio dell’amico chi mi suggerisce di leggere il libro che lui ha già letto, soprattutto se quell’amico ha gusti letterari diversi dai miei. Certo, può anche capitare che mi ricorderò del suo libro dopo qualche anno, quando nessuno più ne parlerà e tutti l’avranno dimenticato, magari scovandolo un po' ingiallito sul banchetto di un mercatino dell’usato. Ma è tutt’altro piacere! Diciamolo: ognuno ha le sue perversioni. Tuttavia, sapere che oggi c’è qualcuno che spende 18 euro per immergersi nella lettura di “Un amore chiamato politica” con sottotitolo “La mia storia e tutto quello che ancora non sapete”, esordio narrativo di Luigi Di Maio, in qualche maniera mi consola e mi fa pensare che, tutto sommato, esistono perversioni peggiori delle mie. Diceva Goethe che “all’uomo, nella sua fragile barchetta, è dato il remo in mano proprio perché segua non il capriccio delle onde ma la volontà della sua intelligenza”.



Ho appena finito di leggere un libro che non sta in nessuna classifica, credo che non si trovi neanche in libreria in quanto fuori catalogo. Si intitola “La cosa buffa” pubblicato oltre mezzo secolo fa da Giuseppe Berto, lo scrittore veneto ricordato soprattutto per “Il male oscuro” con cui si aggiudicò, nel 1964, due premi letterari, il Campiello e il Viareggio. La cosa buffa è che probabilmente il libro del Ministro Di Maio venderà molte più copie di quante ne abbia vendute, in circa sessant’anni,  “La cosa buffa” di Berto. La cosa buffa è che gli editori, che dovrebbero trasmettere cultura attraverso i libri che pubblicano, non provano alcun imbarazzo di fronte a questa realtà. Qualcuno potrebbe rinfacciarmi: ma tu l’hai letto il libro dell’enfant prodige della politica italiana (lo avevo pure votato…ahimé!), nonché scrittore emergente di belle speranze, il Giggino nazionale, già Vice Presidente della Camera e Vice Presidente del Consiglio, già Ministro dello Sviluppo Economico e ora Ministro degli Esteri? Gli risponderei con le parole di Giorgio Manganelli, il quale interpellato da uno scribacchino per sapere se avesse letto il suo libro appena uscito, gli rispose: “no, non l’ho letto e non mi piace”.

Mi è piaciuto, invece – ed è stata una deliziosa scoperta - “La cosa buffa”: un romanzo poco conosciuto che ti conquista e ti stupisce, non tanto per la trama - scarna ed essenziale, come peraltro piace a me - quanto per la tecnica narrativa adottata dall’autore, fatta di lunghi periodi inarrestabili, direi torrenziali, privi di punteggiatura, che a volte occupano anche due/tre pagine. Eppure, nonostante questa singolarità stilistica, la lettura scorre limpida e leggera, senza affanni, senza quell’effetto apnea che un lungo periodo potrebbe causare al lettore. E’ un libro che, nel suo genere, costituisce un piccolo capolavoro che si esplica attraverso il monologo interiore del suo protagonista, Antonio “un giovane pessimista sul fiore degli anni (…) il maggiore e pressoché unico artefice delle proprie disgrazie” il quale, trovandosi sulla terrazza del Caffè alle Zattere, a Venezia, dove si recava ogni pomeriggio di sole, vide per la prima volta Maria e “fu immediatamente preso dalla tumultuosa certezza ch’era lei che cercava, e altrettanto immediatamente sentì che quella ragazza escludeva qualsiasi possibilità di avere un’altra ragazza diversa da lei almeno nello stesso tempo, e insomma venne a trovarsi nella condizione più propizia per un’esplosione amorosa ancor più grossa di quella ch’egli stesso potesse desiderare e prevedere”.

L’autore segue passo dopo passo il personaggio che esce dalla sua penna; registra, attraverso uno scavo analitico profondo, le sue incessanti fantasticherie in un susseguirsi di ipotesi, calcoli, dubbi, paure, valutazioni, desideri, imprudenze, che riflettono la sua inadeguatezza, la sua timidezza, la sua inesperienza, la difficoltà di vivere la sua storia d’amore, con risvolti ora comici e ora drammatici, ora malinconici e ora felici. E noi lettori, con divertimento e tenerezza, lo scrutiamo, lo comprendiamo – questo candido e disincantato antieroe – facciamo il tifo per lui in questa sua difficile e a volte buffa educazione sentimentale e finiamo per volergli bene, come fosse un fratello o un amico. E perché no: come se fosse il nostro alter ego. Con questa narrazione dolceamara, Berto forse vuole raccontare la nostra stessa giovinezza costellata di entusiasmi e delusioni, di gioie e dispiaceri. D'altronde, come diceva il nostro protagonista, “le gioie di questo mondo vanno sempre meritate per mezzo di una buona dose di sofferenze”.

mercoledì 10 novembre 2021

No cellulare...No bancomat

 


Mi trovo davanti allo sportello bancomat per un prelievo. Inserisco la mia carta bancomat e mi appare una scritta: “la sua carta non è valida, si rivolga ad un operatore della sua banca”. Guardo la scadenza: aprile 2023. Non capisco. Entro in banca e chiedo chiarimenti. Una gentile impiegata controlla e poi mi dice: “stiamo ritirando le vecchie carte, questa non è più valida nonostante non sia ancora scaduta; se vuole, può fare la richiesta di una nuova carta, al prezzo di 1 euro al mese”. Notate quel “se vuole”…come se io avessi altre alternative. Faccio presente che nessuno mi ha informato di questa cosa e poi, fino a ieri, non ho mai pagato un centesimo di canone. E vabbè!...non si può avere tutto dalla vita!

Quindi, viste le cose come stanno, non posso che avanzare richiesta di una nuova carta bancomat; la gentile impiegata procede e dopo un pò mi chiede il numero del cellulare, al che io rispondo di non possedere cellulari, tutt’al più posso darle quello di casa. Sorrisino stranito dell’impiegata, come a dire, ma questo dove vive?; così vengo a sapere che il telefono fisso di casa non serve più a nulla. E’ un oggetto anacronistico, simile ai segnali di fumo. Ormai lo usano solo gli sfigati. L’impiegata – afflitta - mi comunica che senza cellulare non può rilasciarmi la nuova carta perché il “sistema” deve necessariamente mandarmi un messaggio di conferma. E’ assurdo! Allora tento di aggirare l’ostacolo, fornendo il numero di cellulare di mia moglie: però lei dovrebbe essere presente in banca – mi dice l’impiegata - e poi…non è detto che il famigerato “sistema” accetti il numero di telefono di un altro utente. Si sa, le macchine sono tanto intelligenti quanto stupide. Faccio le mie discrete rimostranze, senza esito, e me ne vado sconsolato e frustrato, senza avere neanche la mia vecchia carta (come ricordo) perché la gentile impiegata nel frattempo l’aveva già tagliata in mille pezzi.

Mi viene da pensare alle innumerevoli proteste e scontri in piazza che ci sono stati in questi ultimi giorni a causa dell’obbligatorietà del “green pass” . Ebbene, mi aspetterei anche ribellioni e cortei contro la strisciante imposizione del cellulare in questa nostra società…ma – ahimè – credo proprio che chi oggi combatte la cosiddetta “dittatura sanitaria” difficilmente sarebbe disponibile a scendere in piazza, con la stessa veemenza, contro la vera dittatura dei nostri tempi: la “dittatura digitale”.


mercoledì 3 novembre 2021

Raccogliere le olive

 


Alle otto di mattina, quando il sole sbucava da dietro i monti, ero già lì: nella mia campagna sulle colline del Cilento, tra i miei olivi. Alcuni sono secolari, maestosi, con quel tronco incavato, attorcigliato e gibboso, tanto che nell’osservarli uno si chiede come possano dare linfa ai propri frutti. Stanno lì da qualche centinaio di anni e se potessero parlare mi racconterebbero dei miei bisnonni…e poi di mio nonno e poi ancora di mio padre. Altri olivi, invece, sono molto più giovani, piantati dallo scrivente solo una trentina di anni fa. Mi vedranno morire mentre loro sfideranno i secoli, almeno me lo auguro. Anch’io lascio qualcosa di importante su questa terra. Li accarezzo – tutti - con lo sguardo, avvolto dal silenzio e protetto dalla loro imponenza e dalla loro bellezza. Mi danno pace, serenità. Piantare un olivo, di questi tempi, è un gesto quasi rivoluzionario. Un albero, che sia un olivo, una quercia o quant’altro, non si pianta mai solo per sé ma anche per chi verrà dopo. E solo Dio sa quanto siano importanti e fondamentali, oggi, gli alberi per la nostra stessa sopravvivenza.

Come ogni anno, a partire dalla seconda metà di ottobre, mi dedico a questo rito antico che si perde nella notte dei tempi: la raccolta delle olive. Non serve internet, non serve il cellulare, non servono i social: basta un po' di passione, un po' di amore per la natura e poi un rastrello per “pettinare” i rami, un telo su cui far cadere le olive e un seghetto per tagliare quelle cime che svettano verso il cielo dove le mani non arrivano. Si, servono proprio le mani che noi oggi usiamo solo per spingere pulsanti o per smanettare, ma solo con due dita, su uno smartphone. E’ inutile nasconderlo, ma stiamo diventando sempre più deboli fisicamente, inetti, svuotati, incapaci di fare la minima fatica; abbiamo disimparato a fare ogni cosa che prima si riteneva normale conoscere. Abbiamo perso manualità, autosufficienza, antiche conoscenze. Compriamo tutto, anche quelle cose che un tempo si facevano in casa, come il pane, la pasta, le conserve. Non sappiamo più coltivare un orto o raccogliere le erbe selvatiche o la legna nel bosco, perché ci siamo rinchiusi in città rumorose e caotiche, prigionieri di una tecnologia sempre più invasiva che ci controlla attraverso il Web, ci esamina e ci studia per poterci persuadere a comprare ora questo e ora quello attraverso una omologazione comportamentale e culturale che annienta la nostra libertà. La nostra mente. Per mantenerci in forma e non perdere l’uso delle gambe e delle braccia, frequentiamo le palestre, facciamo jogging in mezzo al traffico, anziché andare in altri luoghi più sani a fare cose diverse, a ripopolare i tanti piccoli borghi sparsi sul territorio, con l’orto sotto casa. Diamo tutto per scontato e non fatichiamo più per realizzare anche le piccole cose. Ma quando sudi, ti impegni, fatichi e realizzi qualcosa con le tue mani, la percezione che ne hai è del tutto diversa. Acquista un altro sapore.

Ero stanco, la sera, non lo posso negare. Ma era una stanchezza che, paradossalmente, mi faceva stare bene, niente a che vedere con quella stanchezza psico-fisica che ti prende stando seduto passivamente su una poltrona, davanti a un televisore acceso, sconfortato dalle notizie dei telegiornali e dalle facce di bronzo dei politici, quella spossatezza che ti svigorisce, che ti rende apatico, non più capace di fare il benché minimo movimento. Ma ero soddisfatto, la sera, quando ripercorrevo con la mente la mia giornata lavorativa, le mie attività agricole, quel “pettinare” i rami degli olivi per far cadere sui teli stesi a terra quei frutti meravigliosi da cui si estrae l’olio. Il mio olio. Ero ancora in grado di raccogliere le olive, da solo o in compagnia, nonostante questa nostra spietata e sbiadita società ci allontani sempre di più da certe attività manuali, da certi antichi gesti. Ero soddisfatto perchè mi inorgogliva quella fatica. Guardavo la mia bottiglia di olio novello posata sul camino, dal colore verde scuro e con quel suo aroma intenso, fruttato ed erbaceo, ed ero felice. Felice di poterlo gustare su una fetta di pane.


lunedì 4 ottobre 2021

L'arte di tacere

 


Di questi tempi, più che di tempo pieno abbiamo bisogno di tempo vuoto. La nostra mente ama le piccole cose dell’esistenza quotidiana, si lascia ispirare da un paesaggio, da una bella parola, dal sorriso di una persona, da un albero che ci regala ombra in una torrida giornata estiva. Ha bisogno di tempo - la nostra mente - per elaborare tutto ciò che vede, che ascolta, che legge. Non può essere travolta dagli eventi. Eppure, ogni giorno i mezzi di informazione, come la televisione e la radio, i giornali e la pubblicità, la rete e i social e chi più ne ha più ne metta, inondano le nostre esistenze di notizie, di avvenimenti, di parole, di immagini, di rumori. Quando troppi fatti ci aggrediscono contemporaneamente - siano essi importanti o marginali - e reclamano di essere compresi e ascoltati tutti nella stessa maniera, la nostra mente viene oppressa. Viene ferita. Se pensiamo, poi, alla quantità di carta, sotto forma di giornali e riviste, che riempie le edicole e alle migliaia e migliaia di libri pubblicati ogni anno che nessuno legge; se pensiamo alla disinvoltura con cui gli “ospiti” dei talk show televisivi urlano tutto e il contrario di tutto, non per cercare una verità condivisa ma per mostrare di saperla più lunga degli altri; se pensiamo alla spudoratezza di certi attori, giornalisti, cantanti, politici, calciatori che si ostinano a scrivere i loro inutili libri e libercoli che - ahimè! - si trovano pure in testa alle classifiche; se pensiamo a quante parole e a quante scemenze girano attraverso i social in una sola giornata; ebbene, se pensiamo a tutto ciò, ci assale inevitabilmente l’angoscia e avvertiamo un forte bisogno di silenzio.

“Si deve smettere di tacere solo quando si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio”. Lo scriveva nel 1700 l’abate Joseph Antoine Dinouart in un suo libriccino intitolato “L’arte di tacere seguita dall’arte dello scriver poco” (Castelvecchi editore). Con questo delizioso libretto l’insigne ecclesiastico del XVIII secolo si scaglia contro la sovrabbondanza di parole dette e scritte, contro l’abituale smania narcisistica di dire qualcosa e di mettersi in evidenza in ogni occasione. Il silenzio sarebbe indispensabile a tutti quegli autori – e sono la maggioranza - che scrivono male e scrivono troppo, “mentre sarebbe un bene di grande utilità se quegli scrittori validi e giudiziosi che troppo amano tacere, offrissero più spesso al pubblico insegnamenti saggi e importanti”.

“L’arte di tacere” sembra proprio parlare dell’oggi e ci invoglia a guardare con attenzione alle storture dovute all’eccesso di comunicazioni, informazioni e scrittura in generale. E’ un piccolo grande libro che dovrebbero leggere tutti coloro che parlano e scrivono troppo, anche quando dovrebbero tacere. La domanda sorge spontanea: ma noi che scriviamo sui nostri blog siamo per caso esenti da questa moratoria? Qualcuno dirà che ci sono differenze di merito e di valore e quindi vanno fatti dei distinguo, però un po' di silenzio – diciamolo - ogni tanto non farebbe male a nessuno. Non guasterebbe. “Quale che sia la disposizione d’animo che abbiamo verso il silenzio – diceva l’abate Dinouart – dobbiamo sempre diffidare di noi stessi: la smania di dire qualcosa sarebbe già un motivo sufficiente per tacerla”.


sabato 2 ottobre 2021

I 99 anni di Raffaele La Capria

 


E’ il mio terzo post, di fila, che dedico a Raffaele La Capria e ai suoi libri: domani il grande scrittore e intellettuale napoletano compie la bellezza di 99 anni. Auguri vivissimi, maestro!

Avevo l’abitudine, tempo fa – quando tutti i giorni compravo un giornale (ora non più) - di ritagliare e conservare quegli articoli che più mi interessavano. Li raccoglievo in una bella cartella e, di tanto in tanto, mi capitava di aprirla per rileggere qualcosa. E così ho fatto l’altro giorno, quando mi sono imbattuto in un elzeviro scritto una quindicina di anni fa proprio da Raffaele La Capria su “La Repubblica” intitolato “Il gioco dello sparire”, con cui lo scrittore faceva una riflessione sulla morte. “Noi tutti viviamo – scriveva La Capria – come se non sapessimo di dover morire, è stato detto ed è vero. Meno male. Se prendessimo la cosa sul serio (come meriterebbe), chi muoverebbe un dito? Chi si darebbe da fare per ottenere questo o quello? E dove finirebbe il desiderio di amore, di potere, di fama e di gloria? Dunque, vivere come se si fosse immortali è una prerogativa della giovinezza”. Ma la giovinezza non dura per sempre  e allora arriva un momento, prima o poi, in cui si finisce inevitabilmente per pensare alla morte. Anche se la morte ci fa paura solo a nominarla. Per La Capria questo pensiero arrivava proprio nei momenti più belli, magari quando stava seduto sul terrazzo della casa di Capri ad ammirare il magnifico panorama che gli si presentava davanti, ed allora “il pensiero della morte, non come cosa temuta ma come presenza che dava valore al momento che stava trascorrendo, arrivava di soppiatto”. Lui dice che chiudeva gli occhi e immaginava il dopo, l’Eterno. Allora sparivano i rumori, la bellezza che stava ammirando, le fusa della sua gattina, la barca che filava lontano sul mare e subentrava un silenzio immenso dove pian piano anche lui spariva, anzi si annullava. Poi di colpo riapriva gli occhi e tutto ritornava come prima. E questa sensazione, scriveva La Capria in quel suo articolo, era bellissima. Era come se la bellezza e la fugacità delle cose e della vita giocassero a nascondino. E questo gioco “dell’apparire e scomparire” era uno di quelli che più lo divertivano quand’era bambino, con un senso di meraviglia e di timore.

Superati gli ottant’anni, La Capria lasciò la casa di Capri e questo diede inizio a un nuovo rapporto tra lui e il pensiero della morte. “Perchè mentre prima era soltanto un’acquisizione della coscienza…dopo è diventato rassegnazione. Non più sapere che moriremo, ma rassegnarsi a poco a poco a una fine vicina”. Ma il problema della vicinanza è un altro mistero della vita, dice lo scrittore “e può essere rivelato nei momenti più banali”. Lui aveva 85 anni quando andò da un dottore per una visita di routine e in quella circostanza scoprì che il suo corpo era “abitato dall’Estraneo”. Ma il medico gli disse di stare tranquillo perché “l’Estraneo” non ce l’avrebbe fatta ad estendersi perché la morte lo avrebbe fregato arrivando certamente prima di lui. Scriveva La Capria: “Bella soddisfazione! Ecco, così mi è stato rivelato il senso della vicinanza, così è nata la persuasione. Una persuasione che non è solo sapere che tutti dovremo morire – sentimento da tutti in modo diverso condiviso – ma significa rassegnarsi alla propria morte, vicina, anzi prossima ventura, preparandosi adeguatamente, col distacco e con la distrazione vigilante, alla sua inevitabilità.” Ancora tantissimi auguri e lunga vita al nostro caro scrittore.

Ora mi viene da pensare che il prossimo anno dovrà essere eletto il nuovo Presidente della Repubblica. Ebbene, se Raffaele La Capria avesse avuto qualche anno di meno, sarebbe stato – almeno per me - il candidato ideale, una scelta di rottura rispetto al passato: uomo colto e raffinato, simpatico e affabile, conoscitore delle cose del mondo e soprattutto non legato ai giochetti della politica e della finanza. Con tutto il rispetto per gli attuali papabili, tra cui Draghi (patrimonio dell’umanità…), Berlusconi (ancora lui?...Signore abbi pietà di noi!), e poi Franceschini, Cartabia, Casini (Casini?...Signore pietà!!), Alberti Casellati… Così tanto per fare alcuni nomi che vanno per la maggiore.


mercoledì 29 settembre 2021

Bellissima l'Italia

 


Non so scrivere poesie: mi piace, però, leggere quelle degli altri. Come le poesie di Franco Arminio. “Mi piace l’Italia che non sa di mondo che non sa di questo tempo”: ecco, questa è anche la mia Italia, quella che più amo.

 

Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
È la mia Italia,
è l’Italia che trema
e in cui mi inginocchio
ogni giorno
davanti alla porte chiuse
ai muri squarciati.
Bisogna partire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane
e gli animali più belli e più liberi
e grandi spazi di silenzio
e di luce.
A questa Italia voglio dedicare
il resto della mia vita, camminarci dentro
ogni giorno, dalla Sila ai Sibillini,
da Smerillo a Montaguto.
Mi piace l’Italia che non sa di mondo
che non sa di questo tempo.
Venite con me, andiamo insieme
ad Amandola e ad Acerenza,
basta un vicolo
una chiesa, un soffio di vento.

 

Franco Arminio


mercoledì 22 settembre 2021

La bellezza è un'Annunciazione

 


Definire la bellezza, espressa nelle sue più diverse declinazioni, con una semplice formula è un modo senz’altro riduttivo. Certo, ognuno ha la propria idea del bello e come tale resta legittima e meritoria. Trovo affascinante e illuminante la definizione che ne dà lo scrittore Raffaele La Capria nel suo libro “Lo stile dell’anatra” (Rizzoli editore), quando scrive che “la bellezza è un’Annunciazione che si presenta con un messaggio misterioso, intraducibile nelle parole, e in una luce abbagliante che genera timore e stupore. Così dovrebbe essere la Bellezza: un’annunciazione”.

Insomma, secondo lo scrittore partenopeo, la bellezza ce la porta un angelo attraverso un messaggio impenetrabile che nessuno riesce ad immaginare. E’ l’Annunciazione concepita e dipinta dai pittori del Rinascimento, grandissimo tra tutti il Beato Angelico. L’Annunciazione presuppone sempre la presenza di due soggetti: l’angelo e colui cui l’angelo si rivolge. Ciò vuol dire – dice La Capria – che “la bellezza per svelarsi ha bisogno di un incontro che avviene nel tempo, ed è perciò relativo al tempo. Non ha senso una Bellezza che splende per conto suo, è necessario il complemento di chi ne resta abbagliato. Questi però non può essere soltanto un guru arbitro del gusto, che indica anno per anno i nuovi traguardi della sensibilità, e neppure un favorito degli dèi. Dev’essere, in ipotesi, chiunque sia predisposto per natura, per cultura, o meglio per semplice aspettativa – per nostalgia -, ad accogliere il messaggio dell’Angelo. Chiunque lo abbia meritato, chiunque sappia riconoscerlo e riceverlo, o abbia sentito il desiderio di incontrarlo.”

Mi viene da pensare che oggi quest’angelo messaggero di bellezza, che trionfava nelle opere degli antichi maestri, è quasi sparito dal mondo, scende sempre più raramente tra di noi. E’ stato soppiantato dall’angelo della tecnologia che annuncia al mondo intero, giorno dopo giorno, i suoi ultimi ritrovati, che ci abbagliano e ci confondono. E ci rendono schiavi.


giovedì 16 settembre 2021

Capri e non più Capri

 


Capri: non puoi vederla se non l’hai sognata prima


Da Norman Douglas a Thomas Mann, da Edwin Cerio a Tommaso Marinetti, da Curzio Malaparte a Pablo Neruda, passando per Alberto Savinio, Alberto Moravia, Elsa Morante…: esistono luoghi che sono diventati celebri nel mondo per la fama dei personaggi illustri che li hanno frequentati e celebrati, prima ancora che per la loro bellezza. Capri è certamente il principe di questi luoghi. E tra i suoi frequentatori abituali - a cavallo degli anni 50/60 del secolo scorso - c’era anche lo scrittore Raffaele La Capria il quale, quando aveva solo 65 anni – oggi ne ha la bellezza di 99 - “per ritornare là dove si è stati giovani” decise di comprare una casetta di contadini nella campagna sotto il Monte Solaro, tra le viti e gli ulivi digradanti a terrazze, raggiungibile solo scalando ben 150 scalini. Con quel suo trasferimento sull’isola il grande letterato napoletano voleva scrivere un libro su Capri, sullo spirito di quel luogo; finì per scrivere un libro sul suo ritorno nell’isola delle Sirene, quando il canto delle sirene non lo incantava più: “Capri e non più Capri”, questo il titolo, pubblicato da Mondadori nel 1991, libro molto bello scovato sul banchetto di un mercatino dell’usato. Me lo sono goduto questa estate, seduto sul terrazzino della mia casetta nel Cilento, da cui si scorge in lontananza propria quella sagoma inconfondibile dell’isola di Capri.

Nei libri di Raffaele La Capria – scrittore che io amo - aleggia sempre un filo sottile di malinconia che a me piace. E’ una malinconia creativa tendente all’introspezione, alla riflessione, alla nostalgia, sentimenti questi nobilitati soprattutto dagli artisti romantici e decadenti dell’Ottocento. Leggo nel libro: “E così qui sono a Capri e non-più-Capri, il malessere continuo che mi prende è dovuto proprio a questa sensazione che tutto è non-più, ed è perduto giorno dopo giorno inesorabilmente. La vacanza è il momento che meglio si presta a percepire questo fatto, perché nella vacanza si ha tutto il tempo a disposizione per contemplare la vacanza di ogni cosa, e nessuna occupazione quotidiana ci distrae da questa osservazione del mondo e di tutto ciò che va nell’universo alla deriva”.  

Lo scrittore partenopeo, ritornato dopo trent’anni di assenza, non riconosce più la Capri della sua giovinezza dove nacque “il mito della natura abitata dagli dèi”, dove il paesaggio era il riflesso del suo stato d’animo, dove l’acqua era sempre più trasparente. La piazzetta, quel famoso salotto del mondo, simbolo stesso dell’isola dove si andava per guardare e farsi guardare, un tempo centro di raffinata mondanità cosmopolita, appare irriconoscibile agli occhi dello scrittore, l’immagine della più becera società dei consumi. Ma è proprio nei luoghi più belli della terra che meglio si percepisce il degrado che avanza, quel “cammino verso il disordine” che modifica e condiziona l’uomo nell’anima e nel corpo, profanando i paesaggi più belli. E’ il rapporto dell’uomo con la natura che è cambiato e “non è più spensierato”, è il sentimento nei confronti dell’isola che non è più quello di una volta, ed è a Capri che lo scrittore se ne accorge meglio che altrove. “E’ un sentimento – scrive La Capria – che nasce da un’esperienza traumatica fatta da quelli della mia generazione, e solo da loro, in tutta la storia dell’umanità. Solo noi abbiamo vissuto, nel breve arco di una vita, il tempo in cui la Natura (il mare, il cielo, la terra) era la stessa che è sempre stata per millenni, e il tempo in cui non è più quella, ed è malata, sofferente, disanimata come il fondo del mare. E come si fa allora a godere a cuor leggero della sua bellezza, come si fa ad ammirare un panorama o un bel paesaggio?” E’ un grido di dolore, questo, che fa riflettere e che dobbiamo fare nostro se vogliamo salvare i luoghi più belli della Terra.


sabato 11 settembre 2021

Il ritratto di Dorian Gray

 


Ho riletto con rinnovato piacere “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. Aldo Busi, nella sua originale e sfrontata prefazione, rivolge una calda raccomandazione ai giovani di “lasciarsi avvelenare in quantità non modica” da questo libro meraviglioso. “Il veleno della letteratura – scrive Busi – acuisce il senso della normalità e della straordinaria bellezza di tutto ciò che essendo normale, non finisce mai di stupire e di interessare. Il veleno della letteratura non dà assuefazione e resta il solo che permetta viaggi sempre più distanti e esponenzialmente eccitanti”. Non servono le mie parole per raccontare questo libro: altri, molto più autorevoli di me, ne hanno scritto. Mi piace però riportare, di seguito, alcune citazioni raccolte dal libro di questo geniale scrittore, figura emblematica del decadentismo della letteratura di fine Ottocento.

Vi è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé.

E’ meglio non essere differenti dai propri simili. I brutti e gli stupidi hanno la parte migliore in questo mondo: possono mettersi a loro agio e godersi lo spettacolo a bocca aperta. Se niente sanno della vittoria, viene per lo meno risparmiata loro la coscienza della sconfitta. Vivono come dovremmo tutti vivere, indisturbati, indifferenti, e senza inquietudine. Non portano rovina agli altri, né altri la portano a loro.

Quando una persona mi piace moltissimo non ne dico mai il nome a nessuno: è come rinunciare a una parte di lei. Ho imparato ad amare il segreto: mi sembra l’unica cosa che può rendere misteriosa – o splendida – la vita moderna. La cosa più banale diventa deliziosa se solamente la si nasconde.

Forse dimentichi che sono sposato, e l’unico fascino del matrimonio è nel rendere assolutamente necessaria per entrambe le parti una vita di inganni. Non so mai dov’è mia moglie, e lei non sa mai cosa sto facendo. Quando ci incontriamo, ci raccontiamo le storie più assurde con le facce più serie.

Con un abito da sera e la cravatta bianca, come hai detto una volta, chiunque, anche un agente di cambio, può conquistarsi la reputazione di persona civile.

Quelli che sono sempre fedeli sanno solo il lato banale dell’amore: mentre gli infedeli ne conoscono le tragedie.

Ogni influenza è immorale…perchè influenzare qualcuno significa dargli la propria anima.

L’unico modo di liberarsi di una tentazione è di abbandonarsi ad essa. Resisti, e la tua anima si ammala di nostalgia per le cose che si è proibita, di desiderio per ciò che le sue mostruose leggi hanno reso mostruoso e illecito. E’ stato detto che i grandi eventi del mondo hanno luogo nella mente. Ed è nella mente, e solo lì, che si commettono anche i grandi peccati dell’umanità.

La giovinezza è l’unica cosa che val la pena di possedere.

Sempre! E’ una parola tremenda. Rabbrividisco quando la sento pronunciare. Piace molto alle donne, che rovinano ogni bella favola tentando di farla durare per sempre. E poi è una parola senza significato.

L’unica differenza fra un capriccio e una passione eterna è che il capriccio dura un po' più a lungo.

Perdendo la bellezza, quale che essa sia, si perde tutto.

Posso aver compassione di tutto, tranne che della sofferenza. Di quella non ho nessuna pietà. E’ troppo brutta, mostruosa, avvilente. Mi sembra di una tremenda morbosità questa simpatia che al giorno d’oggi hanno tutti per il dolore: della vita bisogna amare i colori, la bellezza, la gioia. E le ferite, meno se ne parla meglio è.

Per riprendersi la giovinezza basta ripeterne tutte le sciocchezze.

Al giorno d’oggi la gente sa il prezzo di tutto e non conosce il valore di niente.

Gli uomini si sposano per stanchezza, le donne per curiosità. E se ne pentono sia gli uni che gli altri.

Nessuna donna è un genio. Le donne sono un sesso decorativo: non hanno mai niente da dire, ma lo esprimono in modo incantevole. Sono il trionfo della materia sullo spirito, così come gli uomini sono il trionfo dello spirito sulla morale.

La ricerca della bellezza è il vero segreto della vita.

Ciò che chiamano lealtà o fedeltà a me sembra più che altro letargo dell’abitudine, o mancanza di fantasia. La fedeltà è per la vita sentimentale ciò che la coerenza è per la vita dell’intelletto – una pura e semplice ammissione di fallimento.

Un grande poeta, un poeta veramente grande, è la più grande, è la più impoetica delle creature. I poeti con minore talento, invece, hanno molto più fascino: più le loro rime sono scadenti, più pittoreschi essi appaiono. Il solo fatto di aver pubblicato un libro di sonetti mediocri rende una persona irresistibile, perché vive quella poesia che non sa scrivere. Gli altri scrivono la poesia che non hanno il coraggio di vivere.

Una sigaretta è l’esempio perfetto del vero piacere. E’ squisita e ti lascia insoddisfatto.

Amo il teatro: è tanto più vero della vita.

Esistono solo due tipi di persone realmente affascinanti: quelle che sanno assolutamente tutto, e quelle che non sanno assolutamente niente.

Viviamo in un’epoca in cui solo le cose inutili sono veramente indispensabili.

E’ ben magra consolazione sentirsi dire che l’uomo che ci ha offerto una pessima cena ha una vita privata irreprensibile.

Da noi basta che un uomo abbia cervello e si distingua dagli altri perché la lingua dei mediocri gli si scateni contro.

Forse non ci si sente mai tanto a proprio agio come quando si è costretti a recitare una parte.

Quante sciocchezze dice la gente sui matrimoni felici…un uomo può essere felice con qualsiasi donna – purchè non la ami.

Non ho mai cercato la felicità. Chi vuole la felicità? Io ho inseguito il piacere.

Non ho paura della morte: è il venire a me della morte che mi terrorizza.

E’ l’incertezza che affascina. Un velo di nebbia rende incantevole ogni cosa.

La tragedia della vecchiaia non è l’essere vecchi, ma continuare ad essere giovani.

Tu sei il simbolo di ciò che la nostra epoca va cercando e ha paura di aver trovato. Come sono felice che tu non abbia mai creato niente, scolpito una statua, dipinto un quadro, o prodotto nulla al di fuori di te stesso. La vita è stata la tua arte. Hai fatto del tuo essere una musica – i tuoi giorni sono i tuoi sonetti.


venerdì 3 settembre 2021

Le mie vacanze nel Cilento

 


Ognuno conserva dentro di sé un suo luogo dell’anima che si porta inciso nella memoria come un’immagine sacra. Ed è in questo luogo che si ripara – a volte anche solo con l’immaginazione – quando ha bisogno di una sospensione dal presente, dal tran tran quotidiano. E’ un luogo, questo, che spesso richiama dei punti fermi di riferimento: una quercia secolare che svetta maestosa verso il cielo; un pugno di case in pietra addossate le une alle altre che sfidano i secoli; un muretto a secco che rende più dolce un pendio; una panchina su un belvedere che si affaccia sul mare. Ci si aggrappa a questi simboli come l’edera al muro, immaginandoli sempre allo stesso posto che attendono immutabili ed eterni il nostro ritorno. Poi, un bel giorno, si scopre che quella quercia secolare l’hanno abbattuta per far passare l’ennesima strada; al posto di quel pugno di case ora c’è un grande albergo; il muretto a secco è crollato perché nessuno più fa manutenzione; quel belvedere da cui si scorgeva il paradiso è stato occultato da una serie di anonime villette a schiera. Insomma, quelle immagini della memoria che sembravano immortali, in cui ci si identificava, sono state distrutte, stravolte e con esse anche una parte di noi: il nostro conforto dell’anima.

Rimuginavo dentro di me questi pensieri mentre mi avvicinavo lentamente – dopo circa tre ore di macchina – al mio paese natio, nel Cilento, dove amo trascorrere l’estate. Qui, in questa terra che solo pochi anni fa era semisconosciuta ed oggi viene letteralmente invasa dal turismo di massa, ho la mia casetta avita di origine contadina: custodisce il mio passato, gli anni dell'infanzia e della mia prima giovinezza. Qui, mi illudo ancora di tornare indietro nel tempo. Ma nulla è più come prima: la modernità ha stravolto quell’antico equilibrio esistente tra l’uomo e la natura, ha seppellito quelle serene atmosfere conviviali. E gli incendi dolosi stanno distruggendo, anno dopo anno, il resto del territorio non ancora invaso dal cemento. Tutto è mutato in maniera rapida e a volte disastrosa: il carattere delle persone, il panorama, la terra, il mare, le stagioni, i profumi, i sapori. Ho come l’impressione che il progresso e la tecnologia, che dovrebbero migliorare la qualità della vita e farci stare meglio, ci rendano, invece, sempre più infelici, insoddisfatti e incattiviti. E se un tempo si stava peggio dal punto di vista della salute, dell’igiene, dei trasporti, dei servizi in generale e dell’aspettativa di vita – nessuno lo mette in dubbio - è pur vero, però, che allora si riusciva a godere delle piccole cose della vita e a ritagliarsi semplici spazi di serenità.

Nonostante tutto, devo dire che – per chi proviene da una grande città - l’effetto di tranquillità e di pace che ancora si avverte arrivando in un piccolo paese è sempre notevole, così come immediato è il contatto con la natura circostante. La Roma caotica e rumorosa che mi sono lasciato alle spalle sembra distante anni luce. Qui mi fa compagnia il silenzio; qui, in questa casetta costruita con le pietre locali nei primi anni del Novecento, posso vivere per giorni e giorni come un eremita, in completa solitudine; qui, il tempo ha un’altra dimensione, scorre lento, allo stato puro e a volte sembra di poterlo misurare soltanto osservando il nascere e il morire del giorno, ascoltando il canto di un gallo che mi sveglia tutte le mattine alle sei o il frinire monotono delle cicale durante le assolate e lunghissime giornate estive.

Conduco una vita appartata, quasi monacale: mi sveglio presto, la mattina, e la sera non faccio mai tardi. Uno dei pochi riti sociali che mi concedo - di sera - è quello di gustare un gelato artigianale nella tranquilla piazzetta di Sant’Antuono di Torchiara (un borgo a un tiro di schioppo dal mio paese), dove c’è la storica gelateria “Di Matteo”, una delle migliori del Cilento, inserita nella prestigiosa guida del “Gambero Rosso”. Per il resto, incontro poche persone, non frequento pizzerie o discoteche o assembramenti (a prescindere dal covid), non possiedo cellulari, non navigo in internet perché non ho neanche il computer (questo post l’ho scritto a mano, prima di batterlo al pc), guardo poca televisione e soprattutto evito il telegiornale durante l’ora di cena. Le mattinate scorrono lente tra letture, passeggiate in campagna a raccogliere fichi e brevi incursioni al mare - tra Agropoli e Paestum - per un bagno nelle ore in cui non c’è ancora l’assalto dei vacanzieri alla spiaggia. Ma il mio rapporto con il mare è cambiato, non è più quello di una volta. Vedo una bottiglia di plastica che galleggia sull’acqua; vedo il mio vicino di ombrellone che nasconde le cicche di sigaretta nella sabbia; vedo i resti di un falò notturno sulla spiaggia, con contorno di bicchieri e piatti di plastica…e mi rattristo. Si offusca in me quel piacere che può offrire una mattinata al mare. Sparisce la magia del luogo. Lo confesso: mi viene voglia di scappare per non vedere. Ma perché, mi domando, dobbiamo sporcare l’acqua dove ci bagniamo e la sabbia dove ci distendiamo? Sembra quasi che la bellezza, oggi, esista per essere violata. Per essere oltraggiata. Anche nel passato ci si poteva imbattere in una bottiglia abbandonata lungo la spiaggia (di vetro, perché la plastica non era stata ancora inventata), ma era solo una bottiglia dimenticata. Poi c’era sempre qualcuno che la raccoglieva, perché era ancora un oggetto prezioso che poteva servire, aveva un costo. Oggi la spazzatura la si può trovare ovunque, al mare come lungo un sentiero di montagna: è un modo di essere e di vivere. E’ la moderna società dei consumi usa e getta.

La mia estate nel Cilento è fatta di piccole cose, di semplici abitudini, di pochi divertimenti che non hanno nulla a che vedere con le mode del momento. In questi vuoti giorni di vacanza, sul far della sera, quando il caldo è meno soffocante, amo rifugiarmi sul terrazzino di casa in una sorta di muto e solitario raccoglimento. E’ un terrazzino che ha poco spazio vivibile, ma in compenso mi offre un grande panorama, la cui contemplazione mi spinge a meditare sui grandi temi dell’esistenza e a ritrovare me stesso. Osservo nella sottostante vallata i boschi di querce, le vigne, gli olivi secolari, la strada a scorrimento veloce piena di macchine, la cosiddetta Cilentana, che si incunea tra le colline. In lontananza, quando la giornata è limpida, lo sguardo arriva fino alla Costiera Amalfitana con le sue alte cime che declinano dolcemente verso la Penisola Sorrentina; vedo all’orizzonte l’inconfondibile, bellissima sagoma dell’isola di Capri. Ma vedo anche quella collina, che fino a ieri era coperta da una rigogliosa macchia mediterranea, che sta bruciando da molte ore, e vedo quelle brutte costruzioni in alto che deturpano il paesaggio, laddove poteva sorgere uno spazio verde, una sorta di balcone sulla vallata. Bellezza e bruttezza sembrano convivere in questa terra, e la bruttezza è sempre opera dell’uomo, mai della natura. E mentre si fa sera e il sole sembra nascondersi laggiù all’orizzonte, tingendo di giallo oro lo specchio immobile del mare che bagna Agropoli, sono insidiato da una lieve malinconia che rimanda al declino delle cose e delle persone e mi fa pensare, con un brivido, che tutto è destinato a finire, come questa mia vacanza nel Cilento.



giovedì 29 luglio 2021

I grandi della Terra

 


I grandi della Terra, quelli che stanno nei libri di storia, non esistono più. Forse l’ultimo rappresentante di questa razza ormai estinta è stato Mao Tse-tung, morto nel 1976. Oggi, coloro che governano il mondo e guidano nazioni immense come la Cina, l’India, gli Stati Uniti, la Russia hanno certamente poteri enormi, incontenibili, come forse non possedevano neanche gli Imperatori dell’antica Roma, eppure nessuno di loro può essere paragonato a un Giulio Cesare, a un Carlo Magno, a un Napoleone. Insomma, ad uno di quei grandi personaggi carismatici del passato che – nel bene e nel male - hanno fatto la storia del mondo. Nessuno ha quelle qualità straordinarie che trasformano un uomo politico in un simbolo, che gli conferiscono quell’aura di grandezza e gli consentono di accedere nell’immaginario collettivo.

Quando li vediamo arrivare – i “grandi” dei nostri tempi - con quel seguito sproporzionato di macchine, scortati da uomini in assetto di guerra, quando li contempliamo in televisione, nei summit, in quelle foto di rito che ricordano gli scolari in posa per l’istantanea di fine anno, abbiamo l’impressione - noi poveri mortali - che non potranno mai rimanere impressi nella memoria della storia. E nella nostra memoria. Sorridono meccanicamente, protesi nell’ansia di piacere; discutono, leggono discorsi, si atteggiano a grandi statisti; si dimostrano preoccupati o rasserenati a seconda della circostanza; danno l’impressione di conoscersi tra di loro come vecchi amici e fingono cordialità. Loro, vorrebbero recitare come i sovrani di una volta: ma non hanno autorità, sono fantasmi di se stessi che non suscitano nessuna complicità e nessuna passione nelle masse. I nuovi potenti, indeboliti nella loro forza persuasiva, carismatica e decisionale, sono una copia sbiadita di quegli antichi condottieri del passato. Hanno smarrito quella sicurezza, quell’autorità e quel distacco contemplativo che permetteva ai Grandi di guardare il mondo dall’alto, mentre conquistavano cose e uomini.

Ma, se i grandi della Terra sembrano spariti, non è sparito dal mondo il potere, tant’è che ogni giorno aumenta tra gli uomini il desiderio di appropriarsene, qualunque esso sia e in qualsiasi contesto si manifesti. E’ un potere che ha cambiato forma, che non ha un volto preciso, che si annida nei gangli più diversi della società, delle istituzioni e dell’informazione, e si esprime - di volta in volta - attraverso un politico importante, un imprenditore, un magistrato, un personaggio televisivo, una moda, una pubblicità ripetuta ossessivamente, un influencer…un oggetto. E’ un potere, questo, subdolo e pericoloso che si insinua nelle nostre vite, che occupa le nostre azioni quotidiane, che manipola le nostre scelte, che condiziona i nostri pensieri. Un potere che finisce per plasmare colui che lo anela, ma che blandisce, con ogni mezzo, anche chi si trova per caso a passare dalle sue parti.


venerdì 23 luglio 2021

Lo "spirito" del nostro tempo

 


“…E’ così evidente che lo spirito venga considerato l’elemento supremo e dominante su qualsiasi altro. Lo impariamo a scuola. Chi può si adorna di spirito, se ne abbellisce. Legato ad alcunché, lo spirito è l’elemento più diffuso al mondo. Lo spirito della fedeltà, lo spirito dell’amore, uno spirito virile, uno spirito colto, il più importante spirito del nostro tempo, teniamo alto lo spirito di questa o di quell’altra impresa, agiamo secondo lo spirito del nostro movimento: come suonano rassicuranti e inoffensive queste espressioni fino ai gradi più bassi. Tutto il resto, i crimini che si compiono ogni giorno o la mai paga avidità di guadagno, sembra in confronto come l’inconfessabile, come la sporcizia che Dio si toglie dalle unghie dei piedi.

Ma quando lo spirito se ne sta lì da solo, un sostantivo nudo, spoglio come un fantasma al quale si vorrebbe prestare un lenzuolo, che cosa accade allora? Si possono leggere poeti, studiare filosofi, comprare quadri e trascorrere intere nottate a discutere; ma è spirito quello che si ottiene così? Mettiamo pure che lo si ottenga, ma poi lo si possiede? Questo spirito è così fortemente legato alla forma contingente nella quale si presenta! Passa attraverso l’individuo che vorrebbe accoglierlo, e si lascia dietro solo una piccola vibrazione. Che cosa ce ne facciamo di tutto questo spirito? Lo si continua a produrre su montagne di carta, di pietra, di tela in quantità addirittura astronomiche; altrettanto di continuo lo si gusta e lo si assimila con un impegno smisurato di energia nervosa: ma che ne è poi dello spirito? Scompare come un’allucinazione? Si scompone in particelle? Si sottrae alla legge fisica della conservazione?

Non c’è proporzione tra tutto quello spreco e i granelli di polvere che scendono dentro di noi e lentamente si posano. Dove va, dov’è, che cos’è? Forse se ne sapessimo di più calerebbe sul termine “spirito” un silenzio opprimente…”

 tratto da “L’uomo senza qualità”

di Robert Musil


venerdì 16 luglio 2021

A ritroso: il ritratto di un esteta

 


Tra i personaggi più famosi e più eccentrici della letteratura mondiale, Des Esseintes - il protagonista del romanzo “A ritroso” dello scrittore francese Joris Karl Huysmans - è forse quello che più colpisce la mia immaginazione. Il libro, pubblicato nel 1884 e tradotto in Italia anche con i titoli “Controcorrente” e “Al contrario”, narra le vicende di un giovane aristocratico di stampo decadente - Des Esseintes, appunto – il quale, stanco e deluso della vita parigina di fine Ottocento, decide di abbandonare il consorzio umano - per il quale nutriva una crescente avversione - e rifugiarsi nella solitudine di una villa di campagna, evitando qualsiasi contatto non solo con il mondo esterno, ma anche con i suoi due vecchi domestici che avevano già assistito sua madre. Lui vuole allontanarsi il più possibile dalla realtà che lo circonda, dagli usi e dai costumi della gente comune, da quel mondo in cui i valori sociali e culturali sono in piena crisi. E, soprattutto, insegue un’esistenza vissuta esclusivamente alla ricerca della bellezza e del piacere estetico. Prima di trasferirsi nella sua nuova casa, Des Esseintes provvede a sistemarla in conformità dei suoi desideri e dei suoi progetti. In particolare, l’arreda con mobili e tappezzerie e suppellettili fuori dal comune; la riempie di meravigliose piante tropicali; arricchisce gli scaffali della sua libreria con le opere dei più grandi autori latini, da lui amati; fa tappezzare il salotto di rosso vivo adornando le pareti con delle stampe terrificanti “contenenti tutti i supplizi che la follia religiosa ha inventato”. In questo modo pensava di crearsi una dimora piacevole e curiosa, arredata tuttavia in maniera rara, non con l’intento di stupire gli altri ma solo per il suo piacere, “adatta alle esigenze della sua futura solitudine”. Un arredamento che finalmente potesse annullare i ricordi irritanti e volgari della sua vita trascorsa.

“In realtà quando l’epoca in cui un uomo di talento è condannato a vivere è stolta e monotona – declama la voce narrante del libro – l’artista è, a sua stessa insaputa, ossessionato dalla nostalgia di un altro secolo…Vengono in lui ricordi di esseri e di cose che non ha conosciuto personalmente, finché giunge il momento in cui egli evade violentemente dal reclusorio del suo secolo e si avventura in piena libertà in un’altra epoca con la quale, estrema illusione, gli sembra di essere in maggiore armonia”.

Per Des Esseintes la vita si svolgeva solo di notte perché il suo spirito si eccitava “solo al contatto con l’ombra”. Lui pensava che le azioni umane e gli spostamenti fossero inutili e che l’immaginazione potesse facilmente supplire alla volgare realtà dei fatti della vita; era convinto che ci si potesse abbandonare a lunghe esplorazioni e a scoperte meravigliose standosene comodamente seduti davanti al camino, aiutando all’occasione lo spirito con la lettura suggestiva di un libro di viaggi, perchè “…tutto sta nel sapere astrarsi abbastanza per far sorgere l’allucinazione e sostituire il sogno della realtà alla realtà stessa”. E poi mal sopportava la vita sociale in tutte le sue varie declinazioni, e poi gli arrampicatori sociali e “quegli stretti cervelli di bottegai” attratti solo dai soldi;  e disprezzava quella “bassa distrazione degli spiriti mediocri che è la politica”. Il nostro eroe, insomma, “viveva di se stesso, si nutriva della sua propria sostanza, al pari di quegli animali intorpiditi, rannicchiati in un buco durante l’inverno. La solitudine aveva agito sul suo cervello come un narcotico”. Ma proprio quella solitudine così fervidamente bramata e finalmente raggiunta, proprio quel silenzio che in altre passate occasioni gli era parso come un compenso, un po' alla volta iniziavano a pesargli, a gravare su di lui come un peso insostenibile.

La nevrosi non tarda a spuntare: e se dapprima la malattia si rivela sotto forma di una smisurata scrupolosità nell’arredare la casa, con il passare del tempo subentrano allucinazioni sempre più frequenti che lo costringono inerte a letto. La sua felicità sembrava dunque finita, doveva “abbandonare il piccolo porto in cui aveva trovato rifugio”; era costretto a riallacciare i legami con l’odiata società e fare ritorno a Parigi. Ma proprio ora che “ doveva mutar pelle gli sarebbe piaciuto sforzarsi di possedere la fede, di farla propria non appena l’avesse raggiunta, di radicarsela nell’anima, di metterla finalmente al riparo da tutte quelle riflessioni che la scuotono e la strappano dalle radici. Ma più la desiderava e meno si colmava il vuoto del suo spirito, più tardava a venire la visita del Cristo. Anzi, via via che la sua fame religiosa aumentava, via via che egli chiamava con tutte le sue forze, come una garanzia per l’avvenire, come un aiuto per la sua nuova vita, quella fede che si lasciava vedere ma che restava così distante da spaventarlo, nuove idee si affollavano nel suo spirito sempre in combustione, respingevano la sua volontà mal ferma, combattevano con motivi di buon senso e con prove matematiche i misteri e i dogmi…”