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venerdì 4 luglio 2025

Le guerre in televisione

 


Davanti a queste guerre in video vi confesso che ho una sola immediata reazione: spegnere il televisore, non potendo fare nulla di concreto per fermarle. Non sopporto più lo "spettacolo della guerra" che ci viene offerto quotidianamente come un antipasto. E non riesco più a guardare  la guerra parallela, fatta di chiacchiere, che si combatte nei salotti televisivi tra gli opposti schieramenti, mentre vengono mandate in onda - a ripetizione - immagini di palazzi sventrati, di bambini affamati e uccisi, di donne che piangono e si disperano per i loro familiari massacrati. La cosa che più mi spaventa è la naturalezza con cui si guardano e si commentano e si accettano atrocità e stragi di innocenti, come se fosse una cosa dovuta, un costo inevitabile da pagare.

Io sono contro tutte le guerre, la cosa più aberrante in assoluto che possa fare l’uomo; e sono contro tutte le armi. Se io potessi, non distruggerei solo i missili, i carri armati, le bombe nucleari, ma anche i fucili  per la caccia.  Ripudiare le guerre e le armi significa una cosa sola: eliminarle dalle nostre coscienze prima ancora che dai nostri arsenali.  Scriveva qualche giorno fa Marcello Veneziani: “la guerra è brutta non solo per chi uccide e per cosa distrugge, ma anche per cosa uccide e distrugge dentro di noi che siamo fuori, lontani. Ci rende peggiori. Oltre i crimini contro l’umanità dovremmo contemplare anche il caso inverso, il tifo dell’umanità per i crimini, sempre con la scusa di prevenire o combattere i crimini altrui. E poi la morte vista in tv è come un film, una fiction, in fondo per te non fa differenza. A meno che un missile entri dentro casa tua…”


domenica 16 febbraio 2025

Sanremo

 


Il festival di Sanremo è finito. Deo gratias!

E' riuscito a sostituire e plasmare l'intero Paese per una serie infinita di serate, monopolizzando l'informazione e occupando la Rai. Ora si fa un gran parlare dei suoi 13 milioni e 400.000 spettatori che hanno seguito il festival nell’ultima puntata. Ma nessuno spende una parola per i 46 milioni e 600.000 italiani che non l’hanno guardato e che hanno dovuto subire, invece, il battage pubblicitario e mediatico di una ristretta minoranza. Diceva Nanni Moretti nel film “Caro diario”: “io credo nelle persone però non credo nella maggioranza delle persone: mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza”. Ecco, devo dire che – diversamente da altre circostanze - in questa particolare occasione festivaliera le parole di Moretti mi trovano in totale disaccordo.


lunedì 3 febbraio 2025

Il teatrino della politica e dell'informazione

 


Non so voi, ma il sottoscritto  si nutre di pochissima televisione, per lo più di genere documentario. E’ noto, però, che siamo alquanto masochisti e farsi del male è una caratteristica che appartiene  unicamente al genere umano: e allora basta accendere la televisione e sintonizzarsi su uno dei tanti talk show, in onda dalla mattina alla sera. Sono quegli spettacoli tutti uguali nei contenuti: cambia solo il nome, il conduttore e il pubblico (dove è presente) che applaude a comando. Che si discuta di arte o di cucina, di ambiente o di economia, di lavoro o di pace o di guerra, ebbene, appare sempre lui: l’opinionista di turno, che può essere un giornalista o un politico. Uno potrebbe dire, a proposito dei parlamentari: sono circa seicento, quelli che siedono alla Camera e al Senato, e quindi è giusto che i cittadini che l’hanno eletti (o meglio li eleggevano…visto che ora non succede più), abbiano la possibilità di sentirli…di vederli…di conoscerli. Macché! La pattuglia che sta in televisione è composta da un numero esiguo di presenzialisti: sempre gli stessi di questo e di quel partito, i soli esperti della comunicazione politica e del sapere universale. E i giornalisti, allora? Sempre i soliti noti, pure quelli, che zompano da un programma all’altro.

E allora può accadere che il leader politico chiamato Tizio e il giornalista chiamato Caio - che all’alba erano ospiti di “Uno Mattina” a discutere di economia – si trovino entrambi, verso mezzogiorno, a “l’aria che tira” a discettare di guerra, per rincontrarsi, la sera, a “otto e mezzo”, pronti a inscenare una litigata su un tema molto spinoso come “il campo largo”. Il ministro Sempronio, intanto, aveva fatto una breve comparsata a “Omnibus” per dire la sua sullo strapotere di Trump e poi un salto a “Coffee break” (a pontificare su “la guerra in Medio Oriente”), dove era presente anche il suo avversario politico Vattelapesca, il quale - intervistato, la mattina presto, dal TG1 - aveva poi rilasciato un breve comunicato nel recarsi ad una riunione di partito, per essere poi ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, dove avrebbe presentato il suo ultimo libro, già best seller.

Ma non è finita qui, perché se vi capita di incrociare qualche telegiornale – di qualsiasi televisione pubblica o privata – ebbene, le facce di bronzo che avevate visto disquisire a Porta a Porta…a Otto e mezzo…a Piazza Pulita e chi più ne ha più ne metta, ve le ritrovate di nuovo nei vari notiziari. E la cosa buffa è che le immagini dei soliti politici… che salgono o scendono da una macchina o stringono mani o parlano al cellulare – spesso attorniati da guardie del corpo in assetto di guerra e da un nugolo di giornalisti che impugnano microfoni alla ricerca di scoop – vengono trasmesse, in maniera ossessiva anche quattro/cinque volte durante lo stesso notiziario, a supporto visivo di servizi diversi (si fa per dire). Insomma vanno bene per tutte le salse.

E’ il solito teatrino dell’informazione che va in onda tutti i giorni negli studi televisivi, dove la menzogna ha la stessa dignità della verità documentata con prove inoppugnabili; dove si consuma la quotidiana, ipocrita celebrazione della politica, “per il bene del Paese” o “per le ragioni di stato” o “per la sicurezza della nazione”; dove il conduttore fa una domanda al politico di turno, senza poi replicare alla risposta, qualunque essa sia; dove un pubblico, pagato e plaudente, assiste in maniera passiva ad una falsa contrapposizione di idee e di intenzioni; dove i nostri cosiddetti “rappresentanti” – lo ripeto ancora – sempre gli stessi, possono esprimere qualsiasi sciocchezza, possono promettere mari e monti e mentire spudoratamente, perché tanto noi cittadini italiani siamo completamente sedati, incapaci di comprendere e di reagire. Mi chiedo: ma tali rappresentazioni televisive hanno il pregio di apportare qualche contributo, non dico alla soluzione dei problemi trattati, ma almeno alla conoscenza degli stessi? C’è forse qualcuno che a fine trasmissione - avendo ascoltato le opposte fazioni politiche insultarsi - ricordi qualcosa di ciò che è stato detto, dopo che gli uni hanno affermato una cosa e gli altri il suo contrario? Ma quando finirà questa farsa autoreferenziale? E chi fa informazione, potrà mai abusare all’infinito della pazienza degli spettatori che si ostinano ancora a guardarli?


giovedì 11 aprile 2024

Lettera al Direttore di un giornale

 




Caro Direttore,

un tempo, nemmeno tanto lontano, ero un tuo affezionato lettore e compravo, tutti i giorni, il giornale da te diretto. Un rito irrinunciabile, come quello del caffè mattutino, per cominciare bene la giornata. Aveva poche pagine – quel giornale - perché è meglio tacere quando non c’è niente di nuovo da scrivere; e poche immagini in bianco e nero, immagini essenziali che sapevano davvero raccontare ciò che le parole non dicevano. Allora, i politici parlavano poco e scrivevano ancora di meno perché non esistevano quelle iatture che si chiamano “i social”, e i giornali non correvano il rischio di cadere nell’attuale riprovevole inganno: fare da cassa di risonanza alle loro parole. La pubblicità, poi, era quasi inesistente e appena lo aprivi – quel giornale - ti appariva la famosa “terza pagina”, sinonimo di cultura, di giornalismo di qualità. Sapesse - caro Direttore - quante ne conservavo di quelle pagine! Autentiche perle letterarie da rileggere nei momenti di particolare noia esistenziale. Oggi la “terza pagina”, inventata dai padri nobili del giornalismo, è occupata dalle quotidiane fandonie pronunciate da questo o da quell’altro politico di questo o di quell’altro partito, con tutti i noiosissimi e inconcludenti commenti al riguardo. E la pagina culturale che fine ha fatto? Relegata, quando c’è, in fondo al giornale. Come a voler dire che con la cultura non si mangia, come ebbe a sottolineare tempo fa un ministro, i cui sproloqui oggi trovano rilevanza proprio su quella pagina un tempo appannaggio di ben altri pensieri.

Come le dicevo, caro Direttore, da un po' di anni a questa parte, quel rito che si consumava con piacere tutte le mattine recandomi all’edicola non si ripete più, anche perché è sempre più difficile trovare un’edicola aperta: stanno chiudendo tutte e il giornale non lo compro con l’assiduità di un tempo. Ma non creda, caro Direttore, che io abbia scelto altre testate giornalistiche o che mi avvalga della rete per tenermi informato! Niente di tutto questo! A me piace troppo la carta stampata e non potrei mai leggere un giornale on line stando davanti allo schermo di un computer o - peggio ancora – con gli occhi incollati allo smartphone, che nemmeno possiedo. Semplicemente, non mi ci ritrovo più tra quelle pagine diventate teatrino della politica più greve e del gossip mediatico.

Mi preme sottolineare che ciò che oggi rimprovero ai giornali è di farci prestare attenzione a fatti a volte insignificanti e marginali, a seguire gli insulsi giochetti della politica politicante. E, sinceramente, devo anche dirle che non mi piace affatto questo sottile confine che esprime oggi la stampa, sempre in bilico tra il sensazionalismo e il voyeurismo, un giornalismo, questo, tipico della televisione commerciale, per cui se nel mese di agosto si suda, è immancabile il titolo a tutta pagina: “il paese nella morsa del caldo”; e se piove - come sempre piove in inverno - è la solita “bomba d’acqua” che si abbatte sull’Italia. E che dire della spettacolarizzazione del dolore e delle tragedie umane e familiari? Intere pagine riservate all’ultimo efferato delitto che “ha scosso la coscienza del Paese”, pagine che si ripetono per giorni e giorni in una sorta di raccapricciante telenovela. Capisco che, a volte, certe notizie e certi titoli fanno vendere più copie di giornali, perché sollecitano la morbosità latente della gente, così come le immagini più strazianti trasmesse dai telegiornali fanno più audience. Ma io credo – caro Direttore – che anche l’informazione abbia una sua dignità. Una sua credibilità. Interpretare correttamente gli avvenimenti che accadono, senza declamare alcuni fatti rispetto ad altri e senza costruire ad hoc una notizia per fare presa sul lettore, è compito fondamentale di un sano giornalismo. Altrimenti, perché dovrei comprare tutte le mattine un giornale che adopera certi espedienti solo per vendere qualche copia in più?

Il crollo delle vendite dei quotidiani è sotto gli occhi di tutti, basta entrare in un vagone della metropolitana di Roma nell’ora di punta: non vedi più nessuno che legge un giornale. Ma non è solo colpa di internet se tutti gli occhi sono appiccicati a quella famigerata tavoletta elettronica che si chiama smartphone. Qualche responsabilità ce l’ha anche chi fa giornalismo tradizionale, perchè non ha saputo trovare gli accorgimenti necessari per frenare l’avanzata dei nuovi canali informativi. E nell’era della dittatura digitale, la carta stampata sembra purtroppo un relitto del passato. Una vera disfatta. Stiamo perdendo un pezzo della nostra umanità, della nostra cultura, della nostra maniera di stare al mondo. Eppure, io credo che salvare il giornale cartaceo sia una fondamentale battaglia culturale, una vera e propria missione di civiltà e di libertà. Perciò - caro Direttore - mi affido alla sua lungimiranza, alla sua professionalità, alla sua capacità di mettere in discussione il sistema vigente che, attraverso la Rete, tende all’omologazione universale e  all’assenza di pensiero. Si inventi qualcosa di nuovo! riveda la sua maniera di progettare il giornale! faccia scrivere i suoi articoli alle menti più illuminate di questo Paese! non si arrenda lasciando l’informazione nelle mani dei media digitali. Insomma, caro Direttore, si adoperi nel migliore dei modi affinché quelli che amano il fruscìo della carta stampata possano continuare ancora a comprare un giornale. Per il nostro bene.


mercoledì 22 novembre 2023

TG e Talk, l'indotto del dolore

 


Siamo inondati di cattive notizie, sempre più drammatiche e angosciose. In particolare, i media danno grande risalto ai fatti di sangue e continuano a proporre giorno dopo giorno – con dovizia di particolari a volte scabrosi – storie di dolori e di tragedie familiari. E’ un modo di fare informazione, questo, che non mi piace. Sottoscrivo, qui di seguito, l’articolo di Nanni Delbecchi apparso oggi su “Il fatto quotidiano”:

“Oltre ad aggiungersi alla terribile serie di donne uccise dai loro stalker, l’omicidio di Giulia Cecchettin passerà alla storia della TV, in particolare dell’informazione televisiva. Mai era accaduto che un singolo delitto diventasse la prima notizia del giorno, quasi l’unica, d’un tratto tutte le testate mutate in un coro di prefiche. Dal Pensiero Unico all’Epicedio Unico. Lunedì sera si è occupato dell’omicidio Cecchettin più di un terzo dell’intero del Tg1, oltre 12 minuti; ancora più lunga la durata del Tg5, circa la metà del notiziario. Pare che al mondo accada anche altro, ma sono quisquilie: le trattative sugli ostaggi a Gaza valgono una manciata di secondi, ancora meno quelli dedicati al conflitto ucraino (Zelensky chi?). In compenso su Giulia nulla è trascurato dai potenti mezzi del tg. Nugoli di microfoni assediano il procuratore di Venezia: si vuol sapere in diretta quali capi d’imputazione, quanti giorni, minuti e secondi ci vorranno per l’estradizione di Filippo (fermate le rotative). Un inviato del Tg1 è spedito nottetempo davanti al carcere di Halle: “Vedete, Turetta ha passato qui la sua seconda notte” (rifermate le rotative). Il Tg5 raduna alcuni psicologi da salotto che ci spiegano tutto dell’assassino: “Non é un raptus, questi gesti si premeditano”; “Filippo voleva tornare con Giulia, ma era anche invidioso dei suoi studi” (Bloccate definitivamente le rotative). Poi, i volti rigati di lacrime, le ispezioni cadaveriche, il censimento delle coltellate…il trionfo della cronaca nera sull’informazione, grande classico di ogni regime, con i suoi manti funebri a coprire ogni accadimento. E la tv del dolore spacciata per notizia, la merce più ghiotta per lo share che per la prima volta esonda da ballatoi pomeridiani e presidia i tg. E vai con l’indotto del dolore: politici e opinionisti pronti a offrire il loro profilo migliore per aprire il dibattito sul patriarcato, sul satanismo, sulla cultura dello stupro. La morte sarà di destra o di sinistra? Ci siamo dimenticati di domandarlo a Gaber, ma l’impressione è che tenda al campo largo”.

Nanni Delbecchi


venerdì 15 marzo 2019

Malati di notizie



Da ragazzo vivevo in un piccolo paese del salernitano, dove ogni giorno un corriere portava  – presso la stessa bottega che vendeva pane, formaggi e altri generi alimentari – 4 copie di uno storico giornale, il “Roma”, che si stampava a Napoli: uno era per il sindaco, il secondo per il medico, il terzo per il parroco e l’altro per il maestro elementare del paese (che era stato anche il mio maestro), il quale, abitando vicino alla nostra casa, me lo cedeva subito dopo averlo letto. Provavo una grande gioia quando mi ritrovavo tra le mani quello strumento cartaceo, che mi proiettava nel mondo dell’informazione. La verità è che cominciavo ad avere fame di notizie in una realtà in cui le notizie, allora, viaggiavano ancora con estrema difficoltà, con lentezza. C’era la radio, la televisione era appena arrivata dalle nostre parti e non tutti ce l’avevano (ricordo che andavo a vederla in un bar o a casa di un amico) ed i giornali non erano ancora diffusi in maniera capillare su tutto il territorio.

Racconto questo episodio, legato alla mia giovinezza, per ribadire che ho vissuto personalmente un passaggio epocale: da un mondo avaro di notizie, ad un mondo in cui, letteralmente, le notizie abbondano e ci sommergono. E di fronte a questo profluvio di parole…parole, siamo diventati famelici e passivi, sfruttatori e succubi inermi. Parole roboanti ci assalgono appena “accendiamo” i mezzi di informazione di massa. Ogni giorno, sia la televisione che i giornali, sia internet che i social, riempiono la nostra testa di notizie, di immagini, di dati. E nella maggior parte dei casi non sono notizie allegre, non sono immagini esaltanti, non sono dati confortanti: raccontano di violenze, di scontri, di ingiustizie subite, di rapine, di sparatorie, di morti, di respingimenti…ma raccontano anche di fatti più leggeri, di pettegolezzi, di politica, di sport, di vite private spiattellate in pubblico…Quello che colpisce è che sia l’avvenimento importante che quello marginale, sia il fatto che andrebbe approfondito che quello su cui si potrebbe sorvolare, vengono presentati e dati in pasto al pubblico con la stessa enfasi, con la stessa drammaticità, con la stessa tensione emotiva. E direi, con la stessa spettacolarizzazione. Si, perché oggi la notizia, qualunque essa sia, deve essere imbellettata e confezionata in uno spettacolo condotto da un presentatore, dove c’è un pubblico che viene pagato per applaudire e degli “esperti” che non ti spiegano la notizia ma litigano tra di loro. Da semplici notizie, quelle che ci vendono, diventano schiamazzi, appelli, messaggi allarmistici, segnali di pericolo, missive che orientano comportamenti e mode.

Una informazione, per essere appetibile, deve apparire straordinaria, eccezionale. Deve essere esagerata. Ad esempio, se un politico non è d’accordo su quanto afferma un suo avversario di partito, immediatamente il giornalista televisivo di turno annuncia, visibilmente preoccupato, che è in atto “uno scontro durissimo tra le opposte fazioni”. Se un pazzo accoltella una persona, “l’uomo televisivo” non è soddisfatto se non ci ragguaglia sul numero delle coltellate inferte, commiserando “i tempi violenti in cui viviamo”. Come se questi delitti non fossero mai accaduti nel passato e, purtroppo, continueranno ancora nel futuro, almeno fino a quando l’uomo abiterà questa terra. Anche le notizie meteorologiche subiscono lo stesso speciale trattamento mediatico. Se in una normale giornata invernale piove a dirotto – come spesso succede da quando esiste il mondo – per chi si occupa di informazione si tratta di “ una spaventosa bomba d’acqua”; se in agosto il termometro sale (sarebbe straordinaria la notizia se facesse freddo), tutto il Paese è stretto “nella morsa del caldo”. Mi domando: a chi giova questo terrorismo psicologico?! Anche i giornali – che attualmente non se la passano tanto bene perché pochi li leggono – si prestano a questi giochi per accalappiare qualche lettore. Leggevo proprio l’altro giorno un titolo a caratteri cubitali, passando davanti ad un chiosco di giornali: “Ira d’Iddio”. Era successo che un calciatore della Juventus, un tale Ronaldo, aveva infilato tre palloni nella rete della squadra avversaria.

Quando troppi fatti premono contemporaneamente alle porte dell’informazione e reclamano di essere afferrati e capiti, la nostra testa va in tilt,  viene inesorabilmente oppressa e ferita. Le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti fisiologici oltre i quali sono destinate ad offuscarsi, per le eccessive stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Non abbiamo difese, e per non soccombere dovremmo abituarci a non prendere in considerazione ogni cosa che ci viene propinata, a saper distinguere le vere notizie da quelle false, a cercare momenti di “digiuno”, a inseguire pause creative che ci consentano di liberarci dalle troppe notizie. Senza aspettare che questa limitazione informativa arrivi dagli stessi mezzi che vivono di parole ed immagini. Però tutto sembra tramare contro queste pause rigenerative, soprattutto da quando sono stati catapultati nelle nostre esistenze i cosiddetti “social”. Li inseguiamo e ci facciamo inseguire, abbiamo bisogno di loro e corriamo verso di loro, così come un assetato nel deserto si precipita verso una fonte di acqua appena intravista: ma è solo un miraggio. Ne siamo fagocitati, siamo allo stesso tempo vittime e carnefici. Siccome ci abbeveriamo alle stesse fonti di conoscenza ed informazione, finiamo poi per parlare – quelle poche volte in cui ci troviamo a fare conversazione – degli stessi fatti che, a puntate, rimbalzano dalla televisione ai giornali, da internet ai social. Alcune notizie diventano, poi, dei “casi”: ce le portiamo dietro per mesi, per anni. Sono notizie che fanno sempre notizia. E alla lunga appaiono quasi astratte, immaginarie, surreali di cui però non possiamo farne a meno. Un contadino che viveva nel mio Cilento una cinquantina di anni fa, forse era molto più libero di noi: non era assillato e influenzato dalle notizie. Il suo pensiero non era veicolato dall’esterno, le sue parole non venivano forgiate dalla televisione, ma nascevano da conoscenze ed esperienze dirette. Quando incontrava un suo amico, i due si scambiavano esperienze di vita e di lavoro: ciò che diceva l’uno rappresentava quasi sempre una novità, un arricchimento per l’altro e viceversa. I fatti che raccontavano non erano imposti da un suggeritore: i mass media.

A questo punto qualcuno potrebbe dire, giustamente: e allora i blog? Cosa sono questi strumenti di scrittura se non moltiplicatori di parole e di notizie cotte e stracotte che vanno ad ingolfare un sistema già intasato? Come a dire che si contesta chi scarabocchia sui muri, salvo poi comportarsi alla stessa maniera scrivendo sullo stesso muro: “scemo chi scrive sul muro”. 

lunedì 19 dicembre 2016

Che "brutto" tempo che fa



Ho l’impressione che il principale obiettivo della televisione – almeno da un po’ di tempo a questa parte - sia quello di far regredire i telespettatori e renderli sempre più ottusi. Infatti, non capisco perché una trasmissione televisiva, che gode del favore del pubblico e della critica e, in qualche maniera, si discosta da quel format di puro intrattenimento sostenuto dalle televisioni commerciali, possa essere stravolta in peggio, così tanto per dare un segnale di cambiamento. Mi riferisco ad uno di quei programmi che – visto il grande successo che si porta dietro da oltre un decennio – va considerato il vero fiore all’occhiello della  Rai: Che tempo che fa. Fabio Fazio, il deus ex machina del programma, ha il grande merito di aver portato in televisione personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della società civile che vi apparivano solo raramente o, addirittura, si rifiutavano di darsi in pasto al grande pubblico televisivo. Penso a Guido Ceronetti, Gillo Dorfles, Ermanno Olmi, Paolo Poli, Carlo Fruttero, Roberto Saviano, Pietro Citati, tanto per fare qualche nome. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo. Devo dire, inoltre, che Fazio è riuscito, con la sua istrionica abilità, ad avere nel suo studio grandi star internazionali che si negavano a tutti tranne che a lui: il “buonista” della televisione di stato - per alcuni - il “fazioso” per altri e il “furbetto”, per altri ancora. Ma diciamolo: il Fabio nazionale ha saputo, con intelligenza, catturare l’attenzione della gente grazie soprattutto all’importanza ed alla forza attraente dei suoi ospiti i quali avevano la capacità di oscurare, finalmente, le solite facce note del piccolo schermo, e sempre le stesse. Chi stava a casa davanti allo schermo aveva la possibilità di ascoltare voci autorevoli, in un contesto dove la leggerezza e la semplicità, mista al divertimento, la facevano da padrone.
Chi guarda, oggi, la trasmissione domenicale di Rai 3, Che tempo che fa, si accorge che non è più quella di una volta in quanto si è sdoppiata e, a prescindere dagli ascolti (forse sono rimasti invariati),  mi sembra che l’incantesimo che si creava tra chi parla in TV e chi ascolta da casa sia ormai finito e che la pochezza abbia preso il posto della qualità. Difatti, dopo un lungo e noiosissimo monologo della Littizzetto nella prima parte della trasmissione (mi domando perché una come lei, senza alcun merito e con quella vocina gracchiante e fastidiosa, con le sue consuete fissazioni sessuali sul walter…sulla jolanda, debba avere tutto quello spazio televisivo), vediamo, nella seconda parte, una eterogenea tavolata a ferro di cavallo, intorno alla quale siedono una decina di “commensali” ridanciani e vocianti (ex vip famosi e dimenticati, personaggi emergenti in attesa di una più alta affermazione, atleti in pensione, ecc), che si danno del tu come vecchi amici e si pavoneggiano soddisfatti. Tra gli ospiti fissi c’è Nino Frassica – per carità, un attore simpaticissimo che ormai è presente ovunque – che si esibisce come un fantomatico direttore di un giornale di gossip infilando, una dietro l’altro, le sue surreali e scontate battute tipiche del suo repertorio. Poi c’è Gigi Marzullo, il quale pone le sue domande improbabili agli ospiti presenti in studio, non per avere uno straccio di risposta – che pure si potrebbe osare, nonostante l’idiozia della domanda - ma per scatenare una scontata risata generale. E, dulcis in fundo, siede a quella tavola l’intellettuale del momento, lo scrittore di best seller più amato dalle nuove generazioni: Fabio Volo. Costui non fa che ridere per tutta la durata della trasmissione. Ride e si scompiscia alle battute di Frassica; ride a crepapelle alle domande insulse di Marzullo; ride anche quando gli si rivolge Fazio, il quale da buon padrone di casa, non nasconde il suo compiacimento per la spensierata compagnia. Insomma, ridono e si divertono tutti, ignari dei tanti telespettatori che li stanno a guardare e che - pagando il canone - vorrebbero ridere o quantomeno sorridere un po’ anche loro, ma non delle loro sghignazzate.

venerdì 13 febbraio 2015

Televisione e giornali: dateci oggi il nostro delitto quotidiano



Siamo sottoposti quotidianamente ad una dose massiccia di cronaca nera sia da parte della televisione (che la fa da padrone) che dei giornali e delle riviste specializzate; viviamo in una sorta di terapia intensiva a base di inalazioni indiscriminate di delitti familiari e di brandelli di orrore a tutte le ore del giorno. Non si salva nessuno da questa truce mattanza dell’informazione e, nessuno, può considerarsi al riparo dai crimini che ci vengono somministrati con estrema regolarità. I mass media fanno a gara a chi arriva prima sulla tragedia, si fiondano come avvoltoi sulla preda, per darla poi in pasto ad un pubblico sempre più vorace che, con malcelato godimento, segue le varie puntate dell’ultima disgrazia familiare. E come diceva Popper, il pubblico accetta questi spettacoli purché “ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo. Il fatto è che più si impiega questo genere di spezie più si educa la gente a richiederne. E questo è quello che è accaduto anno dopo anno da quando la televisione è partita: spezie più forti sul cibo preparato perché il cibo è cattivo e con più sale e più pepe si cerca di passar sopra anche a un sapore disgustoso”.
Pertanto, tra commenti e commozione mentre sorbiamo il cappuccino del mattino, tra rabbia e sgomento mentre sediamo a tavola con i nostri familiari all’ora di cena, ci appassioniamo morbosamente alla spettacolarizzazione del dolore, seguiamo tutti i delitti minuto per minuto che generano discussioni sempre molto accese tra due gruppi contrastanti: gli innocentisti da una parte e i colpevolisti dall’altra. Costoro stanno “fuori” come sfigati spettatori, mentre i soliti noti, invece, (criminologi di grido e uomini dello spettacolo, psicologi e psichiatri, vittime e parenti delle vittime) stanno “dentro” (la televisione o le prime pagine dei giornali) a pontificare in qualità di esperti o di testimoni dei fatti, anche se i primi venderebbero l’anima pur di essere presenti in quei salotti trash, per raccogliere spiccioli di notorietà. Magari davanti ad un plastico che ricostruisce in scala la casa o il luogo in cui si è verificata la tragedia familiare del momento. Spettacoli dell’orrore, il più delle volte discutibili, volgari e offensivi della dignità umana che generano, comunque, commozione e angoscia. Spettacoli che comunque ci rassicurano, perché l’orrore che vediamo riguarda sempre gli altri; le efferatezze ci lambiscono ma non ci toccano personalmente, le guardiamo con un certo sollievo, anche se misto a turbamento, perché non ci appartengono. E seguiamo sempre quelle vicende per sentirci normali, in un mondo – quello rappresentato – di violenti e di pazzi.

Ma non sempre è così. Scriveva giorni fa sul “Fatto Quotidiano” Daniela Ranieri che a volte il pubblico che assiste e commenta questi delitti vuole anche “affogare le sue remore nella cronaca più sinistra, e provare l’infima voluttà di scaricare su qualcun altro la fatica di ciò che esso non ha il coraggio di fare: ammazzare la suocera, massacrare il socio in affari, disfarsi di ciò che grava sulla sua vita: le responsabilità, il destino, la sventura di non essere famoso”. E già, perché i protagonisti della cronaca nera - siano essi vittime che carnefici – assurgono a personaggi famosi, a divi della carta patinata e del pettegolezzo; li chiamiamo per nome (valga per tutti quel “zì Michele” del delitto  Avetrana), diventano persone di casa, come se fossero nostri familiari, nostri amici, diamo loro tutto il nostro sostegno se li riteniamo innocenti, ovvero li condanniamo e li disprezziamo se l’intuito investigativo che ci sorregge li considera colpevoli. Personaggi, questi, che appaiono sorridenti e in pose da divi sui settimanali specializzati di cronaca nera ( e non solo) come “Giallo cronaca”, una rivista che vende più copie di qualsiasi altro giornale. Solo la Gazzetta dello Sport riesce ad ottenere più lettori. Come a dire che la cresta multicolore di Balotelli o i tatuaggi di De Rossi seducono più del pizzetto biondo di Massimo Bossetti, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio.
Sono gli eroi negativi della nostra società, i paladini del male che meritano la stessa visibilità dei divi dello spettacolo, la stessa attenzione mediatica che si riconosce ad un grande avvenimento sportivo. La curiosità morbosa vince su ogni altra considerazione e tutto passa in second’ordine: la disoccupazione giovanile, le imprese che chiudono, gli stipendi che non bastano, la sanità che non funziona, la libertà di stampa e di espressione, la corruzione. Tutto svanisce come neve al sole di fronte allo show incessante del dolore. Ma c’è da chiedersi: è normale tutto questo? È normale che delle persone psicologicamente stabili possano diventare i fan o i difensori di presunti assassini oppure rivendicare il diritto di piangere la vittima, purché venga ripresa dai riflettori di una telecamera? Ai posteri l’ardua sentenza.

domenica 12 ottobre 2014

Applausi al morto



Viviamo in una società dove i mezzi di informazione – in primis la pubblicità - celebrano, incessantemente, il trionfo del corpo sano e giovane, rigettando qualsiasi immagine e qualsivoglia riferimento legati alla fine naturale di quel corpo; rifiutano ogni aspetto che possa far pensare alla morte. Anche gli anziani vengono presentati in atteggiamenti giovanili – magari con una bella e forte dentiera che frantuma con un solo morso una mela o con un apparecchio acustico per sopperire alla perdita dell’udito -  però sempre scattanti e propositivi, come se davanti a loro avessero ancora un’intera vita da consumare. La televisione, poi, si rivolge di continuo a un telespettatore che è essenzialmente un consumatore - qualunque età egli abbia – e gli parla di vita e mai di morte. Come se il trapasso non esistesse e non facesse parte della vita.
Eppure – nonostante blandisca persone sempre più passive, disposte a farsi adescare senza reagire - la TV ci ha ormai abituati a guardare anche la morte. Anzi lo spettacolo della morte.

Io credo che nessuno, prima dell’avvento della televisione, abbia mai assistito a tanti omicidi e a tanti funerali - tra film e orrori legati alla cronaca nera di tutti i giorni – quanti ne sono riservati a un normale cittadino della nostra epoca. Da un lato c’è il tentativo di fuggire dalla morte, di nasconderla agli occhi dei telespettatori, di evitarla in tutti i modi, mentre dall’altro irrompe ineluttabilmente sullo schermo televisivo come un vero spettacolo. La morte viene mostrata nelle sue varie ed innumerevoli  rappresentazioni; domina la fiction, naturalmente, ma l’informazione di sciagure, di massacri familiari, di efferati omicidi in questi ultimi tempi non sono da meno ed occupano sempre più spesso le prime pagine dei giornali e degli spettacoli televisivi di intrattenimento. E’ quasi sempre una morte drammatica, per uccisione o per incidente, condita con dovizia di particolari davvero raccapriccianti. Tanto per fare un esempio: se un aereo precipita in mare causando la morte di tutti i passeggeri, non ci sarebbe la necessità di indugiare su macabri particolari, perché ognuno di noi è in grado di immaginare la tragica sorte toccata a quelle persone. Tuttavia, pur di rendere lo spettacolo più forte e morboso, la telecamera si sofferma sui resti umani che galleggiano sull’acqua e quelle immagini vengono date in pasto ad un pubblico sempre più vorace ed esigente.
Tragedie che generano angoscia ma nello stesso tempo ci tranquillizzano perché non ci toccano direttamente, le osserviamo sgomenti ma ne usciamo liberati perché sono morti che appartengono ad altri.

Ma la cosa più aberrante si verifica dopo, a disgrazia avvenuta, quando tutti i mezzi di informazione ne hanno diffusamente parlato: succede che orde di curiosi – spinti dalle immagini televisive e dagli innumerevoli spettacoli pomeridiani dedicati all’evento - si rechino come in una gita domenicale sui luoghi del disastro, o dell’incidente, o dell’efferato delitto passionale a caccia di morbose curiosità, immortalando l’avvenimento con fotografie e filmini da mostrare ai loro amici e familiari che non hanno avuto questa possibilità. E se è presente anche la telecamera, allora qualche attimo di notorietà è assicurato. Potranno salutare con la manina e testimoniare la loro effettiva presenza sul luogo dello spettacolo.
Io di fronte a queste oscene esibizioni mi domando sempre: ma è la televisione a creare interesse per questo genere di informazione, oppure tale comportamento è dettato da un normale bisogno dell’animo umano nell’immedesimarsi in tragedie che si ripetono, purtroppo, da sempre? Sono i giornalisti con i loro servizi e con le loro telecamere impietose che fanno di una disgrazia uno spettacolo televisivo, o sono piuttosto i telespettatori che cercano emozioni sempre più forti? E come qualsiasi spettacolo che si rispetti – in presenza di una telecamera - non possono mancare gli applausi: e sono quelli che vengono tributati immancabilmente alla bara che esce dalla chiesa. Ma che significato hanno gli applausi durante un funerale? L’applauso dovrebbe sottolineare un momento di gioia non di dolore, è rivolto ai vivi non ai morti. Ma è possibile che per esprimere partecipazione e dispiacere si debba applaudire come allo stadio o al teatro? Non sarebbe un comportamento più rispettoso restare in silenzio?

Mi vengono in mente le parole scritte da Antonio Scurati nel suo romanzo “Il sopravvissuto”: “Terminata la messa funebre, un applauso fragoroso e assurdo accolse le sette bare all’uscita della chiesa. In verità non c’era nulla di così sorprendente in quel battimano rivolto a dei cadaveri. Educata da milioni di ore trascorse davanti alla televisione, quella gente reagiva di fronte a ogni evento dell’esistenza, fosse anche gravemente luttuoso, con l’unico comportamento richiesto al pubblico televisivo: l’applauso”.

lunedì 7 aprile 2014

Il rumore assordante delle parole


Da piccolo mi arrampicavo sugli alberi e mi piaceva volare di ramo in ramo; era il gioco che più mi entusiasmava. Ricordo che preferivo un albero di gelso, perché aveva dei rami molto lisci che mi permettevano di fare delle acrobazie senza rovinarmi le mani. Mi arrampicavo e saltavo su e giù; c’era un attimo in cui la mano destra si fidava della sinistra ed io volavo, sentivo i muscoli elastici, la presa forte, ed era come camminare sulle mani e potevo guardare gli altri sotto di me e sentirmi più forte di loro.
Ero una sorta di “barone  rampante”. Ero come quel bambino descritto da Italo Calvino nel suo libro che vedeva negli alberi l’unico modo per affrancarsi dal condizionamento familiare.

Ancora oggi mi arrampico su quell’albero. Però solo simbolicamente. Lo faccio per legittima difesa. Per liberarmi dai condizionamenti imperanti, perché sono un po’ insofferente alle mode....ai volgari gossip quotidiani presenti su tutti i mezzi di informazione.....alle notizie insignificanti presentate come fatti importanti... all’enfasi con cui i mass media costruiscono i fatti per darli in pasto alla gente. Spesso sono costretto a risalire su quell’albero, non per chiudere gli occhi e non vedere,  ma per guardare meglio e per combattere la tirannia dell’informazione e del conformismo.

D’altra parte i giornalisti fanno il loro mestiere, devono vendere e poi conoscono molto bene la curiosità morbosa di chi legge e di chi guarda. Se uno squilibrato ammazza i propri familiari e poi si suicida, io posso anche leggere la notizia come fatto di cronaca, ma non potrei mai seguire le mille puntate successive costruite ad arte su una tragedia umana e familiare che si ripete, purtroppo, da quando esiste l’uomo sulla terra.
In queste occasioni mi “arrampico” su quell’albero ideale, in attesa di tempi e notizie migliori. In attesa che cessi il rumore. Si, perché nella nostra società  esiste un rumore che nel passato non esisteva: il rumore assordante delle parole. Troppe. Una tempesta di parole ci assale non appena mettiamo in moto i mezzi di informazione. Si parla di politica? le parole sono sempre le stesse, da anni, pronunciate dai soliti noti che zompano come cavallette da una trasmissione all’altra. E parlano…parlano.

L’effetto di questo baccano assordante si riflette negativamente sulle persone, che ormai vivono con questo chiacchiericcio di fondo, assuefatte al rumore e sempre meno disposte a cogliere e distinguere la vera comunicazione meditata e quindi realizzata con intelligenza, dalla spazzatura. Televisione, giornali, internet e quant’altro sono diventati tutti contenitori di parole roboanti, in continua guerra tra di loro per accaparrarsi il maggior numero di clienti disposti a farsi fagocitare. Sembriamo ipnotizzati soprattutto dalle parole poco autorevoli, quelle vuote di senso; siamo attratti dalle notizie-gossip e dal frastuono, che ci stordiscono e ci impediscono di pensare. Un profluvio di parole senza alcun contenuto. I fatti che accadono, se non vengono enfatizzati, sono poco appetibili; un avvenimento, quindi, deve essere sempre presentato come straordinario…eccezionale. Anche le notizie meteorologiche subiscono questo speciale trattamento. Se in una normale giornata invernale fa freddo – come succede da millenni – per chi si occupa di informazione è sempre in arrivo “ un’ondata di gelo”; se in agosto fa caldo (sarebbe straordinaria la notizia se facesse freddo), tutto il Paese è serrato “nella morsa del caldo”. Sembra quasi che l’informazione debba  fare ammuina per scuotere le persone dal torpore. Rumore come contrario di una corretta informazione e quindi confusione di ogni messaggio, notizie irrilevanti al fine di nascondere – sempre più spesso - quelle più scomode.

Le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti oltre i quali sono destinate ad ottundersi per l’eccesso di stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Per non soccombere, io credo che dobbiamo cercare sempre, durante la giornata, un momento di “digiuno”. E’ difficile che questa limitazione possa arrivare dagli stessi mezzi che vivono di parole e di immagini. E allora spetta a noi ritrovare quell’intervallo perduto, quella pausa immaginifica che ci consenta di liberarci dal “troppo pieno”, dalle troppe parole.

sabato 8 marzo 2014

L'uniformità del pensiero


Siamo quotidianamente investiti da una autentica tempesta di informazioni. Siamo circondati da strumenti (giornali, computer, televisioni, telefonini e quant’altro) che sembrano aspettarci al varco per avvilupparci in un groviglio di parole e di immagini da cui è difficile liberarci. Sono convinto che la sempre più grande diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, l’enorme volume di notizie che riceviamo in ogni momento della nostra giornata dai media, finiscano per indebolire progressivamente le nostre capacità di ascolto e di comunicazione. Non abbiamo più necessità di spostarci perché le notizie, le idee, i suggerimenti ci arrivano a casa. Basta azionare un pulsante o far scorrere su e giù un dito sullo schermo di una delle tante applicazioni tecnologiche, per entrare nel mondo.

Siamo esposti ad una quantità esorbitante di notizie e di fatti che, ormai, non riusciamo più ad elaborare e a gestire. E tutto ciò determina, da una parte, una inevitabile omologazione del pensiero e, dall’altra, un distacco da quel bisogno antico di comunicare agli altri le nostre esperienze di vita.
 
Quando mio nonno, contadino, incontrava un suo conoscente – parliamo di un tempo in cui i mezzi di informazione non erano così asfissianti – egli poteva scambiare con il suo amico esperienze di vita e di lavoro: ciò che diceva l’uno rappresentava quasi sempre una novità, un arricchimento per l’altro e viceversa, perché tra i due, nonostante tutto, esistevano ancora delle differenze di cultura e di conoscenze. Alla base, infatti, di chi parlava e di chi ascoltava, c’era sempre una diversa concezione della vita, una differente coscienza delle cose che succedevano e quindi il confronto accresceva e migliorava sia l’uno che l’altro. Esisteva, in quel contraddittorio, un dare ed un avere. Le parole di quelle due persone non erano veicolate dall’esterno, non venivano forgiate da programmi televisivi ma nascevano da conoscenze personali.

Oggi non esiste più, come nel passato, una diversa esperienza del mondo. Si va sempre di più affievolendo quel modo variegato di pensare perché il mondo fornito a tutti dai media è identico, così come sempre più identiche sono le parole ed i messaggi messi a disposizione per descriverlo. Chi ascolta una qualsiasi notizia, finisce con il recepire le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire;  chi parla, non fa che ripetere le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque perché ci abbeveriamo, tutti, alle stesse fonti di informazione, quali i giornali, la televisione, internet. Viviamo in un mondo standardizzato che alla lunga appiattisce il cervello e la società che ci viene raccontata spesso è fuori dalla realtà (vedi la pubblicità), ci allontana e ci unisce, nello stesso tempo, attraverso un pensiero unico.

Se quei due amici di prima si incontrassero oggi, non credo proprio che si scambierebbero le loro concrete esperienze di vita e di lavoro, non parlerebbero né di semina né di potatura, non si consiglierebbero vicendevolmente su come ottenere un buon vino, ma i loro discorsi sarebbero rivolti al delitto Meredith....alla nipote di Moubarak.....a Grillo e a Renzi...a questo o a quel pettegolezzo mediatico...al festival di San Remo e a  tutte le altre notizie, costruite ad arte, che plasmano le coscienze e tendono ad abolire la vera comunicazione interpersonale e le differenze che ancora sussistono tra gli uomini.

E chi non si adegua, viene emarginato.

giovedì 20 febbraio 2014

Gli idioti


Abbiamo finalmente saputo da degni rappresentanti della cosiddetta politica che gli idioti, in questo paese, si dividono in due grosse categorie: gli utili e gli inutili. Gli utili idioti fanno parte della maggioranza che governa l’Italia, mentre quelli inutili si danno da fare per ritornare in quella stessa maggioranza che li ha visti protagonisti nel recente passato. Insomma, stanno studiando per poter passare alla categoria superiore, quella degli utili idioti. C’è da dire, comunque, che le due categorie – nonostante le apparenti diversità riscontrabili solo nell’aggettivo – si equivalgono per incompetenza, per cinismo e per cialtroneria.
La nostra è una società democratica, dove tutti sono ugualmente idioti. Quindi non è vera la maldicenza secondo la quale in Italia non c’è democrazia. Gli idioti, in politica, stanno sia a destra che a sinistra, sia al centro che in quello spazio indefinibile che viene occupato da tutti gli altri partiti.

Finalmente qualcuno, credendo di offendere gli avversari politici, si è autoproclamato idiota, dando nel contempo la patente di idiota a tutti gli altri che bivaccano e tirano a campare – ormai da anni - nei partiti, nel governo e nel parlamento, pagati profumatamente con i soldi nostri. Costoro si nutrono di risorse pubbliche e di promesse, di annunci roboanti e di menzogne e si caratterizzano per non aver mai lavorato un giorno in vita loro.

Ma non crediate che gli idioti attecchiscano solo in politica! Abbondano anche nella cosiddetta società civile: che è sempre meno civile, basta guardarsi un po’ i giro. E se in politica gli idioti sono utili/inutili, nella nostra quotidianità sono idioti e basta. E una società di idioti non può che proliferare sempre di più e generare nuovi idioti, a loro immagine e somiglianza.
La stupidità, purtroppo, è una delle più gravi malattie dei nostri giorni: è una malattia infettiva. Infatti un idiota non può che associarsi con un idiota e circondarsi di idioti. Naturalmente un idiota ama anche cingersi di oggetti idioti e seguire le mode idiote: capita così di vedere i proprietari dei suv che usano esclusivamente in città quel mezzo che li “eleva” e che parcheggiano solo sulle strisce pedonali. Altri si riconoscono facilmente per strada: stanno sempre con il telefonino, ultimo modello, incollato all’orecchio ed urlano le loro amenità per far sapere, a coloro che non li avessero individuati, quanto sono idioti. E poi l’avete mai visti quei signori di una certa età, con la pancetta, che vanno in giro in tuta griffata, con le scarpe della nike e portano in giro sui loro corpi tatuati frasi o disegni idioti? E che dire di quelli che stanno in fila due giorni di seguito (giorno e notte) per accaparrarsi  il nuovo modello di iphone e poterlo mostrare compiaciuti ai loro amici idioti ? Non parliamo, poi, degli idioti da stadio, che inalberano sugli spalti vessilli idioti e scaricano le proprie frustrazioni con atti di violenza. E mi fermo qui: l’elenco sarebbe troppo lungo.
Naturalmente una società di idioti non può che riconoscersi in una televisione idiota, che li tranquillizzi e li faccia sentire sempre a proprio agio: assistiamo quindi ai concorsi per miss idiota, ai festival degli idioti, ai quiz e alle sfide per idioti ai talk show frequentati sempre dalle stesse facce da idiota, sia di destra che di sinistra (la par condicio è d’obbligo) che si confrontano (si fa per dire) in sterili dibattiti dove la verità e la menzogna hanno pari dignità.
Intanto le persone intelligenti vengono emarginate. E soffrono. Gli idioti invece vengono premiati. E sono felici.

“Molta sapienza molto affanno. Chi accresce il sapere, aumenta il dolore”. Così dice Qoèlet.
Ma per essere ricchi e felici in questa nostra società bisogna essere idioti ?

venerdì 24 gennaio 2014

Lo spettacolo del dolore


Tutti parlano male della televisione di “quella scatola magica che ormai è padrona della nostra vita, della società e degli individui” come scrisse tempo fa Giorgio Bocca, che ripete all’infinito le immagini, quelle stesse immagini che vengono trasmesse per illustrare un servizio e poi ritrasmesse, un minuto dopo, per presentare un servizio diverso. Eppure nessuno sa allontanarsene, tutti la guardano, chiunque vorrebbe stare “dentro”: come personaggio, come ospite, come concorrente delle tante trasmissioni a quiz, dove ti fanno credere che si può diventare milionari. Chiunque vorrebbe stare dentro, almeno come spettatore plaudente dei vari ballarò, delle vite in diretta, delle piazze pulite, delle gabbie, delle porte a porte. Insomma di tutti quei talk show in cui cambia solo il nome, ma la sostanza resta sempre la stessa. Basta, però, che la telecamera si soffermi - almeno per un attimo - sul nostro spettatore plaudente, che tanto ha penato per essere lì, affinché da casa possano vederlo e pensare: beato lui!
E’ una televisione inguardabile, una televisione che non perde occasione per spettacolarizzare in modo morboso soprattutto il dolore e le tragedie sia familiari che sociali. Fatti criminali che occupano uno spazio televisivo eccessivo. Notizie, queste, che debordano oltre i telegiornali ed invadono i programmi pomeridiani e di prima serata, dove immancabilmente pontificano avvocati e criminologi, psicologi e psichiatri, vittime e parenti delle vittime. Uno spettacolo, il più delle volte, volgare e osceno che viene dato in pasto ad un pubblico sempre più vorace. Un pubblico che piange, che si commuove, che si lascia coinvolgere emotivamente.
Sono tragedie quotidiane, quelle raccontate dalla televisione, che generano angoscia ma nello stesso tempo rassicurano, ci sfiorano ma non ci toccano, le osserviamo ma ne usciamo affrancati perchè appartengono agli altri.
E i giornali che fanno?
Più o meno si comportano come la televisione (tranne qualche raro esempio), non fanno che scopiazzare il peggio della televisione, tanta carta e poca sostanza. Oltre che le notizie ci vendono la bubblicità. E poi c’è il quotidiano pettegolezzo politico. Un lungo ricamo su quello che ha detto tizio e, il giorno dopo, un lungo fronzolo su quello che ha ripetuto Caio. Tranne, poi, ricamare il giorno successivo sulle adirate smentite di Caio e sulle sdegnate rettifiche di Tizio. Ma i pezzi forti di questi giornali che fagocitano milioni di euro di finanziamenti pubblici (soldi nostri) sono dedicati, come per la televisione, alle tragedie umane e familiari; intere pagine riservate all’ultimo efferato delitto, “che ha tanto scosso la coscienza del Paese”, lunghissimi servizi sulla personalità dell’autore della strage o della violenza, con annesse interviste dei vicini di casa, intervallate da belle immagini pubblicitarie, “perché la vita e lo spettacolo devono continuare”.
Evidentemente le tragedie fanno vendere più giornali così come le immagini più strazianti trasmesse dalla televisione fanno più audience. Ma la cosa che in me desta più orrore e sdegno insieme, non è tanto la notizia tragica che occupa la maggiore attenzione da parte di questi mezzi di informazione, quanto la loro ripetizione, il ritornare sempre su quell’immagine e su quella notizia per giorni, per settimane a volte per mesi, come in una sorta di sceneggiato a puntate, in attesa del nuovo dramma familiare, della nuova sciagura o incidente, del nuovo dolore, del nuovo spettacolo.
Si obietta: questa è l’informazione. No! non è informazione, è speculare per un proprio tornaconto, giornalistico o televisivo, sui sentimenti e sul dolore degli altri; è colpire le persone più deboli e sensibili attraverso immagini di crudeltà e di sofferenza, attraverso false parole di sdegno.
Mi auguro che i mezzi di informazione, tutti, (ricordiamo che oggi esiste anche internet) rivedano il proprio modo di dare notizie, che ritornino ad una corretta interpretazione degli avvenimenti e, soprattutto, che sappiano dare la giusta importanza agli avvenimenti che accadono in questa nostra società, senza enfatizzare alcuni fatti rispetto ad altri, senza costruire ad hoc la notizia per fare più presa sulla gente, altrimenti posso anche fare a meno di questo tipo di informazione.