
Da ragazzo vivevo in un piccolo paese del salernitano,
dove ogni giorno un corriere portava – presso
la stessa bottega che vendeva pane, formaggi e altri generi alimentari – 4
copie di uno storico giornale, il “Roma”,
che si stampava a Napoli: uno era per il sindaco, il secondo per il medico, il
terzo per il parroco e l’altro per il maestro elementare del paese (che era
stato anche il mio maestro), il quale, abitando vicino alla nostra casa, me lo cedeva
subito dopo averlo letto. Provavo una grande gioia quando mi ritrovavo tra le
mani quello strumento cartaceo, che mi proiettava nel mondo dell’informazione. La verità
è che cominciavo ad avere fame di notizie in una realtà in cui le notizie,
allora, viaggiavano ancora con estrema difficoltà, con lentezza. C’era la
radio, la televisione era appena arrivata dalle nostre parti e non tutti ce l’avevano
(ricordo che andavo a vederla in un bar o a casa di un amico) ed i giornali non
erano ancora diffusi in maniera capillare su tutto il territorio.
Racconto questo episodio, legato alla mia
giovinezza, per ribadire che ho vissuto personalmente un passaggio epocale: da
un mondo avaro di notizie, ad un mondo in cui, letteralmente, le notizie
abbondano e ci sommergono. E di fronte a questo profluvio di parole…parole,
siamo diventati famelici e passivi, sfruttatori e succubi inermi. Parole
roboanti ci assalgono appena “accendiamo” i mezzi di informazione di massa. Ogni
giorno, sia la televisione che i giornali, sia internet che i social, riempiono
la nostra testa di notizie, di immagini, di dati. E nella maggior parte dei
casi non sono notizie allegre, non sono immagini esaltanti, non sono dati
confortanti: raccontano di violenze, di scontri, di ingiustizie subite, di rapine,
di sparatorie, di morti, di respingimenti…ma raccontano anche di fatti più
leggeri, di pettegolezzi, di politica, di sport, di vite private spiattellate
in pubblico…Quello che colpisce è che sia l’avvenimento importante che quello
marginale, sia il fatto che andrebbe approfondito che quello su cui si potrebbe
sorvolare, vengono presentati e dati in pasto al pubblico con la stessa enfasi,
con la stessa drammaticità, con la stessa tensione emotiva. E direi, con la
stessa spettacolarizzazione. Si, perché oggi la notizia, qualunque essa sia,
deve essere imbellettata e confezionata in uno spettacolo condotto da un
presentatore, dove c’è un pubblico che viene pagato per applaudire e degli
“esperti” che non ti spiegano la notizia ma litigano tra di loro. Da semplici
notizie, quelle che ci vendono, diventano schiamazzi, appelli, messaggi allarmistici,
segnali di pericolo, missive che orientano comportamenti e mode.
Una informazione,
per essere appetibile, deve apparire straordinaria, eccezionale. Deve essere
esagerata. Ad esempio, se un politico non è d’accordo su quanto afferma un suo
avversario di partito, immediatamente il giornalista televisivo di turno
annuncia, visibilmente preoccupato, che è in atto “uno scontro durissimo tra le
opposte fazioni”. Se un pazzo accoltella una persona, “l’uomo televisivo” non è
soddisfatto se non ci ragguaglia sul numero delle coltellate inferte,
commiserando “i tempi violenti in cui viviamo”. Come se questi delitti non
fossero mai accaduti nel passato e, purtroppo, continueranno ancora nel futuro,
almeno fino a quando l’uomo abiterà questa terra. Anche le notizie
meteorologiche subiscono lo stesso speciale trattamento mediatico. Se in una
normale giornata invernale piove a dirotto – come spesso succede da quando
esiste il mondo – per chi si occupa di informazione si tratta di “ una
spaventosa bomba d’acqua”; se in agosto il termometro sale (sarebbe
straordinaria la notizia se facesse freddo), tutto il Paese è stretto “nella
morsa del caldo”. Mi domando: a chi giova questo terrorismo psicologico?! Anche
i giornali – che attualmente non se la passano tanto bene perché pochi li
leggono – si prestano a questi giochi per accalappiare qualche lettore. Leggevo
proprio l’altro giorno un titolo a caratteri cubitali, passando davanti ad un
chiosco di giornali: “Ira d’Iddio”. Era successo che un calciatore della
Juventus, un tale Ronaldo, aveva infilato tre palloni nella rete della squadra
avversaria.
Quando troppi
fatti premono contemporaneamente alle porte dell’informazione e reclamano di
essere afferrati e capiti, la nostra testa va in tilt, viene inesorabilmente oppressa e ferita. Le
nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti fisiologici
oltre i quali sono destinate ad offuscarsi, per le eccessive stimolazioni
visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Non abbiamo difese, e
per non soccombere dovremmo abituarci a non prendere in considerazione ogni
cosa che ci viene propinata, a saper distinguere le vere notizie da quelle
false, a cercare momenti di “digiuno”, a inseguire pause creative che ci
consentano di liberarci dalle troppe notizie. Senza aspettare che questa
limitazione informativa arrivi dagli stessi mezzi che vivono di parole ed
immagini. Però tutto sembra tramare contro queste pause rigenerative,
soprattutto da quando sono stati catapultati nelle nostre esistenze i
cosiddetti “social”. Li inseguiamo e ci facciamo inseguire, abbiamo bisogno di
loro e corriamo verso di loro, così come un assetato nel deserto si precipita
verso una fonte di acqua appena intravista: ma è solo un miraggio. Ne siamo
fagocitati, siamo allo stesso tempo vittime e carnefici. Siccome ci abbeveriamo
alle stesse fonti di conoscenza ed informazione, finiamo poi per parlare –
quelle poche volte in cui ci troviamo a fare conversazione – degli stessi fatti
che, a puntate, rimbalzano dalla televisione ai giornali, da internet ai
social. Alcune notizie diventano, poi, dei “casi”: ce le portiamo dietro per
mesi, per anni. Sono notizie che fanno sempre notizia. E alla lunga appaiono
quasi astratte, immaginarie, surreali di cui però non possiamo farne a meno. Un
contadino che viveva nel mio Cilento una cinquantina di anni fa, forse era
molto più libero di noi: non era assillato e influenzato dalle notizie. Il suo pensiero non era veicolato dall’esterno, le sue parole non venivano
forgiate dalla televisione, ma nascevano da conoscenze ed esperienze dirette.
Quando incontrava un suo amico, i due si scambiavano esperienze di vita e di
lavoro: ciò che diceva l’uno rappresentava quasi sempre una novità, un
arricchimento per l’altro e viceversa. I fatti che raccontavano non erano
imposti da un suggeritore: i mass media.
A questo punto qualcuno potrebbe dire, giustamente: e allora i blog? Cosa sono questi strumenti di
scrittura se non moltiplicatori di parole e di notizie cotte e stracotte che
vanno ad ingolfare un sistema già intasato? Come a dire che si contesta chi scarabocchia
sui muri, salvo poi comportarsi alla stessa maniera scrivendo sullo stesso muro:
“scemo chi scrive sul muro”.