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martedì 3 febbraio 2026

La vita fugge et non s'arresta una hora

 


Tra i grandi pensatori del passato che hanno saputo esprimere, con immagini di straordinaria intensità, la fugacità del tempo che scorre e la precarietà dell’esistenza umana, c’è sicuramente Francesco Petrarca. Nel sonetto La vita fugge et non s’arresta una hora l’autore del Canzoniere (…oggi mi piace tornare sui banchi di scuola), ci invita a riflettere sul senso della vita, sul declino della giovinezza e sulla morte che “vien dietro a gran giornate”. Una riflessione esistenziale potente, carica di malinconia e inquietudine. Io credo che non occorra fare la parafrasi del testo per comprenderlo.

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;

e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sí che ’n veritate,
se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi penser’ fòra.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ’l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.


mercoledì 19 febbraio 2025

Coltivo una rosa bianca

 




Coltivo una rosa bianca,
in luglio come in gennaio,
per l’amico sincero
che mi porge la sua mano franca.
E per il crudele che mi strappa
il cuore con cui vivo,
né il cardo né ortica coltivo:
coltivo la rosa bianca

 

José Martì


sabato 8 febbraio 2025

Biglietto lasciato prima di non andar via

 


Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

 

Giorgio Caproni

 

Ho letto e riletto, tante volte, questa breve poesia di Giorgio Caproni, cercando di afferrare quell’ intima e misteriosa essenza che si nasconde tra i suoi versi: ma non so se ci sono riuscito. La poesia, qualsiasi poesia, si presta sempre a innumerevoli chiavi di lettura. E la nostra non sempre coincide con quella dell’autore.

Il viaggio, lo sappiamo, è la metafora della vita: si viaggia, vivendo. Ma è un viaggio che si può fare anche senza partire: restando. D’altra parte, il mondo intorno a noi è sempre in movimento, è in continuo cambiamento e, quindi, non partire potrebbe essere una regola diversa del viaggiare. Ma viaggiare presuppone sempre un tornare. E non tornare significa morire. “Se non dovessi tornare – dice il poeta - sappiate che non sono mai partito”. E’ il suo epitaffio. Il poeta non parte e non torna: è in continuo viaggio con la sua poesia. E la poesia non muore mai, ti fa viaggiare con la fantasia e ti fa restare anche laddove non sei mai stato.


lunedì 18 novembre 2024

Io sono nessuno

 


Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare, come una rana
che gracida il tuo nome, per tutto giugno,
ad una palude ammirata!

Emily Dickinson 

 


giovedì 4 luglio 2024

Ninna nanna della guerra

 


Solo un grande poeta come Trilussa poteva denunciare l’insensatezza e l’ipocrisia e la nefandezza e l’atrocità della guerra - di tutte le guerre - con una ninna nanna dedicata a un bambino. La sua satira dolce amara, in dialetto romanesco, è un atto di accusa, quanto mai attuale, rivolto ai potenti della terra.

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili de li popoli civili...

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza...

O a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Ché quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le Borse.

Fa’ la ninna, cocco bello,
finché dura ’sto macello:
fa’ la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!


Trilussa


sabato 9 dicembre 2023

Quanto ad essere felici

 


“Quanto ad essere felici, questo è
il terribilmente difficile, estenuante.

Come portare in bilico
sulla testa una preziosa pagoda,
tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli
e di fragili fiamme accese;
e continuare a compiere ora per ora i mille
oscuri e pesanti movimenti della giornata
senza che un lumicino si spenga, che
un campanello dia una nota turbata”.

Cristina Campo


giovedì 19 ottobre 2023

Imparare le poesie a memoria

 


Italo Calvino sosteneva che imparare le poesie a memoria, ripeterle mentalmente da bambini, da giovani ma anche da vecchi, è un ottimo esercizio per tenere viva la memoria e combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposto. E poi le poesie fanno tanta compagnia. Si potrebbe cominciare con quelle più corte, più facili da ricordare.

 Corre senza guinzaglio la poesia.

Nessuno si azzardi a dire: è mia.

Franco Marcoaldi


martedì 9 maggio 2023

Franco Arminio: tornate al paese

 


Franco Arminio è un gentile e colto signore dell’Irpinia il quale somiglia, sotto certi aspetti, ad un monaco laico: da molti anni a questa parte va predicando la poesia - in lungo e in largo per l’Italia - quale balsamo per l’anima oltre che forma di conoscenza e di bellezza. “Sogno un mondo – lui scrive – in cui si leggono poesie ai matrimoni, ai compleanni, ai funerali. Una poesia per aprire il collegio dei docenti e il consiglio dei ministri, una poesia prima del pranzo e della cena, nelle cerimonie di Stato, alla tv in prima serata, poesia al mercato, in camera da letto, in pizzeria…”. 

Si definisce “paesologo” e nei suoi versi, così come nei suoi scritti brevi, si coglie sempre il suo sguardo attento alla natura, alle cose semplici della vita e ai piccoli paesi da cui bisogna ricominciare se vogliamo salvarci come esseri umani. “Tornate al vostro paese, non c’è luogo più vasto. Tornate presto, non pensate se è conveniente per la vostra vita. Cominciate la grande migrazione al contrario. Avete una casa vuota che vi aspetta, la casa che vostro nonno ha costruito con i soldi dell’emigrazione: voi qui potete accendere la vita, altrove al massimo potete tirare avanti la vita. Tornate, non dovete fare altro. Qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto”.


martedì 14 marzo 2023

Lo sguardo del poeta

 


Per nostra fortuna c’è ancora qualcuno che sa parlare alla luna, che guarda con stupore le nuvole, sa cogliere la malinconia, sa ascoltare il vento, si commuove aspettando l’alba: è il poeta. Che sia un premio Nobel o il vicino di casa o di blog, non ha importanza.

“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento” ci ricorda uno dei poeti più amati dei nostri tempi: Franco Arminio. Abbiamo bisogno di qualcuno che faccia parlare – attraverso la sua poesia - le emozioni, il silenzio, i profumi, i ricordi, i lievi tormenti dell’anima, le metafore, la buona solitudine. Qualcuno che sappia guardare con occhi incantati il mondo, che sappia osservare un gabbiano in volo come fa il poeta Vincenzo Cardarelli

"Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io son come loro,

in perpetuo volo.

La vita la sfioro

com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,

la gran quiete marina,

ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca"

Ed è per questo che – ogni tanto – è bene fermarsi e non lasciarsi condizionare dalla fretta e dalla velocità, buttare via lo smartphone (o spegnerlo momentaneamente, per evitare crisi di astinenza) e prendere in mano un libro di poesie e leggerne una e poi rileggerla ancora magari ad alta voce, come si faceva a scuola: è un gesto salvifico che costa poco e fa bene allo spirito. “Un tempo di notte cantavo a voce alta per farmi coraggio – scrive Franco Marcoaldi in una sua poesia – abitudine persa da quando mi è chiaro che sono qui di passaggio”.

Nei versi di una poesia trovi tutto ciò che hai smarrito. Rincorrere sempre la moda del momento, seguire comportamenti codificati o modelli imposti dal mercato, percorrere la strada che non è la tua, stare sempre connessi, significa insoddisfazione perenne. E allora, quando ti senti assediato e schiacciato e circondato e deluso dal presente, abbraccia pure un poeta e lasciati cullare dai suoi versi, perché la felicità – come ci ricorda Trilussa – risiede nelle piccole cose:

“C’è un’ape che se posa

su un bottone de rosa:

lo succhia e se ne va…

tutto sommato, la felicità

è una piccola cosa”.


giovedì 9 marzo 2023

Del non leggere

 


In libreria con l'opera di Proust
non ti danno un telecomando,
non puoi cambiare
sulla partita di calcio
o sul telequiz con in premio una Volvo.

Viviamo più a lungo,
ma con minor esattezza
e con frasi più brevi.

Viaggiamo più veloci, più spesso, più lontano
e torniamo con foto invece di ricordi.
Qui sono io con uno.
Là, credo, è il mio ex.
Qui sono tutti nudi,
quindi di certo in spiaggia.

Sette volumi - pietà.
Non si potrebbe riassumerli, abbreviarli
o meglio ancora mostrarli in immagini?
Una volta hanno trasmesso un serial, La bambola,
ma per mia cognata è di un altro che inizia con la P.

E poi tra parentesi, chi mai era costui.
Scriveva, dicono, a letto, per interi anni.
Un foglio dopo l'altro,
a velocità ridotta.
Noi invece andiamo in quinta
e - toccando ferro - stiamo bene.

Wislawa Szymborska



martedì 21 febbraio 2023

La poesia è uno stato d'animo

 


Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

 

Giorgio Caproni


lunedì 2 gennaio 2023

Il più bello dei mari

 


Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

Nazim Hikmet

 


giovedì 22 dicembre 2022

Verso sera

 


Vittorio Sgarbi sostiene che esiste un legame inseparabile tra poesia e sofferenza interiore, perché nessuno meglio di un poeta che soffre sa elevare in versi le sue angosce e i suoi timori. Per il piacere di chi legge.  Sembra quasi che una poesia debba nascere da un dolore e che la tristezza sia materia d’ispirazione per chi si accinge a scrivere versi poetici.

Ho ricevuto da un’amica questa struggente poesia in vernacolo: mi piace qui riportarla, per chi sa cogliere e apprezzare la bellezza che, a volte, si nasconde dietro un velo impalpabile di malinconia.

 Verso sera

 Er celo che rosseggia verso sera

me mette ar core na malinconia

e dar petto me sarza na preghiera

“Venite a notte pe’ portamme via

vojo godemme l’urtimo tramonto

guardà li storni che passeno a frotte

pare che me stanno affà ‘n racconto

vojo sentillo prima che viè notte…”

Paola

 Tanti auguri e lunga vita a Paola e a chi passa, di tanto in tanto, da queste parti.


martedì 8 febbraio 2022

Chi sono?

 




Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
« follìa ».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
« malinconìa ».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
« nostalgìa ».
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

Aldo Palazzeschi

sabato 11 dicembre 2021

La felicità è adesso

 


Arriva all’improvviso,
dura quanto i cerchi nell’acqua dopo il sasso,
interrompe i pensieri, la malinconia,
non si fa prenotare, nessun appuntamento,
la misteriosa briciola della felicità.
Chi la riconosce troppo tardi
le manda un saluto alla memoria
di quando c’era e non la conosceva.
Prova a soffiarci sopra ma non serve,
non parte la scintilla della brace.
Allora ci sto attento,
nervo pronto alla scossa
elettrica, materna, pirotecnica
della felicità, eccola, è adesso.

Erri De Luca


mercoledì 29 settembre 2021

Bellissima l'Italia

 


Non so scrivere poesie: mi piace, però, leggere quelle degli altri. Come le poesie di Franco Arminio. “Mi piace l’Italia che non sa di mondo che non sa di questo tempo”: ecco, questa è anche la mia Italia, quella che più amo.

 

Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
È la mia Italia,
è l’Italia che trema
e in cui mi inginocchio
ogni giorno
davanti alla porte chiuse
ai muri squarciati.
Bisogna partire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane
e gli animali più belli e più liberi
e grandi spazi di silenzio
e di luce.
A questa Italia voglio dedicare
il resto della mia vita, camminarci dentro
ogni giorno, dalla Sila ai Sibillini,
da Smerillo a Montaguto.
Mi piace l’Italia che non sa di mondo
che non sa di questo tempo.
Venite con me, andiamo insieme
ad Amandola e ad Acerenza,
basta un vicolo
una chiesa, un soffio di vento.

 

Franco Arminio


martedì 12 gennaio 2021

Senza memoria

 




Quando io andavo a scuola  – negli anni 60/70 del secolo scorso – i professori ci davano da studiare a memoria le poesie. Era un’imposizione che accettavo di malavoglia e quegli esercizi mnemonici  rappresentavano per me una dura fatica. Devo dire che sono rimaste piccole tracce di quelle reminiscenze scolastiche. Quei pochi versi che si sono salvati dall’oblio e che hanno attraversato con me il tempo e lo spazio stanno nascosti, come reperti archeologici, in qualche angolo remoto della mia mente. E’ come se la mia memoria, allora, si rifiutasse di prendere in carico le poesie e, di proposito, le relegasse immediatamente nel cassetto della dimenticanza.

“O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna”…: a distanza di tanti anni, di quella famosa poesia di Giovanni Pascoli riecheggia nella mia mente solo questo malinconico ritornello. Non ricordo altro. E poi c’è l’altro cavallo di battaglia, “San Martino” di Giosuè Carducci: mi è rimasto impresso soltanto l’inizio, come un mantra: “la nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar…”. Senza parlare, poi, di Giacomo Leopardi, il mio poeta preferito: il suo “Sabato del villaggio” è ridotto a poche parole: “La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole, col suo fascio dell’erba; e reca in mano un mazzolin di rose e viole…”. Povero me! E miglior fortuna non poteva avere il Sommo poeta con la “Divina Commedia”. Mi resta quell’incipit indimenticabile del primo canto dell’Inferno, da tutti conosciuto: “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita”. Potrei continuare ma mi fermo qui, sarebbe come roteare il coltello nella piaga. Invece non facevo fatica a memorizzare le formazioni di molte squadre di calcio (memoria che ho conservato), come per esempio quella della grande Inter di Herrera, all’epoca la mia squadra del cuore: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi…o addirittura quella del grande Torino…Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano...(me la ricordo tutta, ma ve la risparmio).

Se oggi mi ritrovo una cattiva memoria, se interi periodi della mia vita sono spariti, se non ricordo più nulla di un libro letto solo qualche mese fa, se a volte dimentico perfino dove ho parcheggiato la macchina, ebbene io credo che ciò sia anche la conseguenza di quell’ostilità che nutrivo nei confronti delle poesie da imparare a memoria. Osteggiando quell’esercizio letterario, apparentemente noioso, finivo per indebolire giorno dopo giorno la mia capacità di memorizzare. E così, ricordi lontani ma anche vicini, avvenimenti belli e brutti, momenti di felicità e momenti di tristezza, inezie ma anche cose rilevanti: tutto sembra cancellato per sempre, avvolto in una nebbia fittissima che non mi permette più di ricordare né le cose che avrei dovuto conservare per sempre, perché importanti, né  quelle da buttare via perché inutili.

Purtroppo viviamo un presente che non ci viene incontro, in quanto ci schiaccia con la sua mole di informazioni che ci piovono addosso e si affollano dentro di noi, tanto che nessuna mente umana potrebbe contenerle. Così, anziché ricordare, dimentichiamo. E buttiamo via notizie, letture, fatti, sensazioni, sentimenti, senza poter scegliere e conservare il buono dal cattivo. La memoria, per mantenerla in perfetta salute, va esercitata quotidianamente come un qualsiasi muscolo e non va ingolfata di cose inutili e insignificanti. E quindi per rinvigorirla, bisogna foraggiarla con continui esercizi giornalieri. Purtroppo, tutto intorno a noi sembra remare contro, tutto ci spinge a dimenticare e ci ammonisce che la memoria (soprattutto quella storica, che riguarda i fatti accaduti nel passato) non serve più a nulla, non è necessaria: ci sono i computer, c’è internet con le sue innumerevoli applicazioni, ci sono i telefonini, le agende elettroniche, gli archivi informatici che ci assistono, rimpiazzando quella parte di cervello a cui gli uomini, nel corso dei secoli, si sono affidati per ricordare. E’ la tecnica che ormai pensa e ricorda per noi. Nei secoli passati non era così. La memoria era la madre di tutte le scienze e le arti e veniva raffinata, coltivata, pungolata come la più rara delle capacità umane. Si insegnava addirittura l’arte della memoria. Monaci, scrittori, poeti, artisti, viaggiatori portavano e custodivano - racchiusi negli edifici della propria memoria - fatti e ricordi da tramandare oralmente alle generazioni future. Oggi la memoria dei padri non viene più trasmessa ai figli perché i primi sono vissuti in un mondo reale e i secondi, vivendo in un mondo virtuale, non hanno né orecchi per ascoltare né occhi per guardare.

Qualche anno fa, in una lettera a un suo nipote, Umberto Eco ebbe a scrivere: “Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “la vispa Teresa”. Lo confesso: da un po’ di tempo a questa parte ho ripreso quell’esercizio che odiavo fare durante gli anni scolastici: imparare a memoria delle poesie. Voi direte che è troppo tardi e che la mia memoria è già avvizzita ed ha perso tono e vivacità: sarà, ma io ci provo lo stesso. Certo, ho iniziato con le poesie di pochi versi: indebolita com’è - la mia memoria – di sicuro non potrebbe sostenere il primo canto dell’Inferno. Tuttavia, conto di avventurarmi in imprese più significative. L’altra sera mi sono addormentato con questi versi di Franco Marcoaldi: non li dimenticherò mai più.

Un tempo di notte cantavo

a voce alta per farmi coraggio –

abitudine persa da quando mi è chiaro

che sono qui di passaggio.


giovedì 17 dicembre 2020

Ogni tanto

 




Ogni tanto
volgo lo sguardo alla fonte
e vo alla ricerca dei sogni
che sono scomparsi nel nulla.
Li cerco negli angoli bui,
nei vicoli,
che il sole più non carezza,
nelle lunghe notti d’estate,
tra lucciole e sonni sudati.
Invano
m’aggiro tra vecchie dimore
ormai abbandonate,
invano
scruto i balconi serrati
ed i vasi di fresie tutte seccate.
Invano
cerco un viso amato
affacciato a un verone,
che chiama
e mi chiede qualcosa.
Invano!
Mi resta questa mia disperata ricerca
di spazi dispersi nel nulla,
di corse per campi e sentieri
che sanno ancora di vecchi profumi
aggrappati alle siepi di gialla ginestra,
ridente su poggi e colline,
di glicini abbracciati ai cancelli
e di bimbe ridenti e chiassose
coi capelli arruffati,
spazzati dal vento.
Poi vedo, d’un tratto,
dei visi curiosi affacciati
alla casa che amai,
alla casa che serra ancora le voci
più care al mio cuore
ed un senso d’angoscia m’opprime,
mi strazia i pensieri
e m’offusca la mente.

Salvatore Armando Santoro


domenica 1 novembre 2020

A che cosa serve la poesia

 


Vi faccio un esempio.

Prendete una coppia che va abbastanza bene:

due o tre lustri di convivenza

casa figli interessi comuni.

I coniugi però, non essendo né sordi né orbi

né privi di altri sensi

naturalmente non immuni

dal notare che il mondo è pieno di persone attraenti

dell'altro sesso

di cui alcune, per circostanze favorevoli,

sarebbero passibili di un  incontro a letto.

 

Sorge allora un problema che propone tre soluzioni.

 

La prima è la tradizionale repressione

non concupire eccetera non appropriarti dell'altrui proprietà

per cui il coniuge viene equiparato a un comò

Luigi XVI o a un televisore a colori

o a un qualsiasi oggetto di un certo valore

che non sarebbe corretto rubare.

 

La seconda soluzione è l'adulterio

altrettanto tradizionale

che crea una quantità di complicazioni

la lealtà (glielo dico o non glielo dico?)

lo squallore di motel occasionali

la necessità di costruire marchingegni di copertura

che non eliminano la paura

di fastidiose spiegazioni.

 

La terza soluzione è senza dubbio la più pratica

Si prendono i turbamenti e i sentimenti

le emozioni e le tentazioni

si mescolano bene si amalgama l'immagine

con un brodo di fantasia

e ci si fa su una poesia

che si mastica e si sublima

fino a corretta stesura sulla macchina da scrivere

e infine si manda giù

si digerisce con un pò di amaro

d'erbe naturali

e poi non ci si pensa più.

 

Joyce Lussu