sabato 5 settembre 2026

Il tempo che resta

 


Avevo avvertito, qualche mese fa, il bisogno di staccarmi da questo schermo, di vivere le cose senza doverle per forza raccontare, di respirare senza l’ansia di un’agenda online da rispettare e l’attesa di un commento a cui rispondere. Così sono uscito dalla blogosfera, ho chiuso la porta, ho staccato la spina, proprio io che non sono mai connesso perché non ho lo smartphone e solo raramente utilizzo internet attraverso un vecchio computer da tavolo.

E allora perché sono di nuovo qui? Perché dopo aver abbandonato il blog ho capito che mi mancava una cosa che mi faceva compagnia: il piacere di scrivere. Non per scalare le classifiche della blogosfera e fare numeri, non per avere persone che ti seguono – anche se fa piacere trovare qualcuno che ti legge e condivide i tuoi pensieri – non per rincorrere gli algoritmi e per parlare di ciò che va di moda, ma semplicemente perché a volte mettere le parole – certe parole - in fila su una pagina bianca fa bene all’anima. E’ una vera catarsi emotiva. E allora ci sarò ancora quando avrò qualcosa da dire e sparirò di nuovo quando la vita o qualcos’altro, là fuori, busserà alla porta. Sono ancora qui per riprendermi il mio tempo fatto di lentezza, di riflessione, di silenzi, che non sono vuoti da riempire ma spazi da abitare; sono ancora qui per parlare del tempo che passa e che mi sfugge inesorabile, veloce, distratto, senza lasciare traccia, come acqua sulla roccia.

Ma dove eravamo rimasti? Ah sì… parlavo del blog e terminavo il post con una citazione di Andrea Emo che voglio ancora riportare qui perché rappresenta, secondo me, l’estrema sintesi della scrittura in rete: “Ciò che scriviamo – ebbe a dire una volta questo filosofo sconosciuto ai più – è una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”. Una splendida e malinconica e veritiera riflessione. Io credo che tocchi il cuore dell’esistenza digitale e dell’atto stesso dello scrivere. Significa che ciò che pubblichiamo online o scriviamo su una pagina è una sorta di confessione, un diario, un messaggio racchiuso in una bottiglia e lanciato nel vuoto, destinato a persone che non   conosceremo mai, o che potrebbero perfino non esistere. Pensandoci bene, questo è il grande paradosso della rete: siamo presenti e assenti nello stesso tempo, circondati da miliardi di voci. Eppure non siamo mai stati così isolati come oggi. La tecnologia ci ha dato l’illusione di essere sempre in compagnia creando legami fragili e fittizi.

Se domani sparissimo dalla blogosfera, per la stragrande maggioranza degli utenti non cambierebbe nulla. La nostra assenza equivarrebbe alla nostra presenza. Scrivere in rete significa accettare che il proprio messaggio viaggerà nel tempo e nello spazio svincolato da chi lo ha creato, accettando l’idea che forse nessuno mai lo raccoglierà. Perché il lettore universale è una figura astratta. Un’ombra senza volto e senza nome. Dietro l’iperconnessione totale dei nostri tempi si nasconde una solitudine profonda. Comunichiamo nel buio sperando che quel “Nessuno” dall’altra parte dello schermo sia in realtà un “Qualcuno” che sta provando il nostro stesso identico vuoto e si senta meno solo leggendo le nostre parole. La scrittura, allora, come per incanto, rompe l’isolamento, trasforma un’esperienza intima e solitaria in un terreno d’incontro universale, diventa un ponte invisibile tra chi scrive e chi legge: il primo lo fa per non sentirsi solo, e il secondo – specchiandosi in quelle parole – scopre di non esserlo più. Se non avessimo questa capacità di creare un destinatario, individuale e universale – ci ricorda ancora Andrea Emo – non scriveremmo mai. Forse non penseremmo neppure. Perché nessuno veramente scrive solo per sé.

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