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domenica 1 marzo 2026

Senilità

 


Ho incontrato di nuovo Emilio Brentani rileggendo per la seconda volta “Senilità” di Italo Svevo. Lo conobbi tanto tempo fa questo fragile personaggio sveviano – credo che fossero gli anni immediatamente successivi al liceo – quando certe letture costituivano una sorta di obbligo morale per i giovani, un passaggio quasi necessario per la propria formazione socio-culturale. Ricordo che – io ancora digiuno di avversità esistenziali e di problematiche sentimentali - provai una immediata simpatia, seppure venata di malinconia, per quest’oscuro impiegato triestino di fine Ottocento, chiuso in una precoce “senilità” psicologica. Offrii la mia solidarietà a quest’uomo solitario incline alla sconfitta, reso inerte dalla sua “inattitudine” alle astuzie della vita e, ancor di più, travolto dalla sua “inettitudine” a gestire relazioni affettive. L’ho ritrovato, in questi giorni, tra le pagine ingiallite della celebre edizione “Dall’oglio”, nota in Italia tra gli anni ‘50/”70, con le antiche sottolineature a matita, come questa che appare l’estrema sintesi del libro: “egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza”.

Emilio Brentani è considerato dalla critica letteraria il prototipo dell’inetto, incapace di “tuffarsi” nella vita piena, quella che conta. Eppure, io ritengo che sia una figura molto umana, uno specchio in cui l’uomo moderno dovrebbe riconoscersi, costretto com’è a confrontarsi con una società sempre più complessa che non riesce a dominare. Non è un vincente, ma un sognatore candido e ingenuo, che ha difficoltà a gestire i propri sentimenti, le proprie relazioni, come un po' tutti noi. Non ha la vitalità predatoria del suo amico Stefano Balli, è un solitario che vive con la sorella Amalia, e quando prova a dare una svolta alla sua vita innamorandosi di Angiolina, una donna dinamica e manipolatrice, trova la sua rovina: vuole educarla, diventandone vittima.

Mi veniva da pensare, mentre leggevo le pagine di questo libro, che esiste un indubbio piacere nell’intrattenersi con certi personaggi letterari: il rischio di incorrere in tormenti e fastidi personali è praticamente nullo, diversamente da ciò che potrebbe accadere qualora si avesse a che fare con persone e fatti reali. E’ come se si stabilisse, tra il lettore e il protagonista del libro, un tacito rapporto del tutto privato che, escludendo gli altri soggetti, sfociasse in un atto di reciproca misantropia.


mercoledì 21 gennaio 2026

Viaggio in Italia

 


C’è stato un tempo in cui viaggiare era un’arte, anche se riservata a pochi: una pratica nobile, un’occasione di crescita personale, un’esperienza formativa e di scoperta di sé e del mondo. Ed era un’arte anche il saper raccontare il viaggio che - da esperienza personale - diventava una narrazione coinvolgente che andava oltre la descrizione geografica del luogo, suscitando empatia e coinvolgendo emotivamente il lettore. Il viaggiatore (scrittore, artista…) che raccontava il suo viaggio – con tutte le difficoltà pratiche che incontrava rispetto ad oggi - era come il pittore che dipinge un quadro osservando un paesaggio: usava le parole anziché la tavolozza dei colori per rappresentare sulla pagina le sue impressioni, che divenivano una vera e propria avventura intellettuale. Riferiva non solo ciò che aveva visto, ma raccontava anche sé stesso e i sentimenti che aveva provato, estrapolando la vera essenza del luogo. E trasformando la sua avventura in un’opera letteraria.

Quest’arte non esiste più. Si è persa questa idea di letteratura legata al viaggio. Viaggiare non ha più quell’aura mitica, romantica e suggestiva di un tempo. E’ impensabile che un intellettuale, oggi, decida di intraprendere un viaggio per cercare ispirazioni culturali tra le città d’arte. Quelle esperienze e quelle emozioni di un tempo - vissute da pochi eletti e riportate sulla carta come un romanzo – apparivano uniche  ed irripetibili. Esperienze ed emozioni che cessano di essere significative quando vengono vissute e raccontate da tutti alla stessa maniera, attraverso un forsennato turismo di massa come quello dei nostri tempi. Oggi abbondano le foto per descrivere i luoghi e si sprecano i video, ma non bastano per esprimere un’emozione, per raccontare l’anima di un territorio, per destare entusiasmi: servono le parole scritte. Parole evocative e descrittive, direi quasi “cinematografiche”, capaci di trasportare il lettore dentro l’evento. Ecco, noi oggi siamo orfani di quelle parole che un tempo sapevano raccontare un viaggio. Penso alle belle parole scritte da Hermann Hesse nel suo diario “Dall’Italia”; penso a quel grande libro che è il “Viaggio in Italia” di Goethe; penso al vagabondaggio, senza una meta precisa, in quell’Italia non riportata dalle guide turistiche, che intraprese Guido Ceronetti negli anni ’80 ricavandone un libro godibile e graffiante che si intitola “Un viaggio in Italia”; penso agli articoli di Corrado Alvaro raccolti in “Itinerario italiano”; penso ai viaggi in Italia di Ruskin, di Stendhal…e poi i reportage di Goffredo Parise, Alberto Moravia, Giorgio Manganelli.

In questo filone letterario si pone anche il “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, che sto leggendo in questi giorni. Un libro bellissimo. Durò tre anni, quel viaggio nell’Italia degli anni ’50. Ne scaturì un’opera senza precedenti, di circa mille pagine, un reportage straordinario dal quale emergono i vizi e le virtù di un popolo a cui tutti noi apparteniamo. Una riflessione antropologica che forse non ha eguali nella tradizione giornalistica, da cui si evince quel carattere nazionale immutabile che ci contraddistingue e che - come scrisse Oreste Del Buono nella prefazione del 1992 – “resiste alle mode e ai rovesci della storia…Piovene passeggiò per le piazze fisiche e metafisiche, sostò nei caffè, scrutò nelle sacrestie, curiosò nei palazzi del potere, entrò nelle case e scoprì l’Italia come, in una precedente inchiesta, aveva scoperto l’America”.


mercoledì 10 dicembre 2025

"Il bell'Antonio" : quando l'apparenza inganna

 


" Gli amici brutti rispettavano Antonio, e lo avrebbero anche invidiato, e forse odiato, se, indotti e contagiati dalle donne che frequentavano, anch’essi, senza saperlo, non fossero stati innamorati di lui”

 

Io credo che certi fatti tragicomici possano accadere solo in Sicilia e che nessuno, meglio di uno scrittore siciliano, sappia raccontarli con ironia e leggerezza. E’ il caso della storia narrata da Vitaliano Brancati in uno dei suoi romanzi più noti: “Il bell’Antonio”.

Il protagonista del libro è un giovane rampollo della borghesia siciliana (Antonio Magnano), un giovane talmente bello e impossibile da penetrare nei desideri e nella fantasia erotica di tutte le donne che incontra lungo via Etnea, l’arteria principale di Catania. Costui ha fama di grande seduttore, al quale vengono attribuite conquiste femminili a ripetizione; è invidiato dagli uomini, che lo vedono inimitabile e irraggiungibile, e corteggiato dalle donne che se lo mangiano vivo con gli occhi. Naturalmente non può che essere il vanto di un padre  maschilista (don Alfio) che considera il “gallismo” un valore assoluto, la sua filosofia di vita, il suo “modo di essere siciliano”. Ad impalmare il “bell’Antonio” è una ricca e bellissimna ereditiera (Barbara), naturalmente scelta dal padre, figlia di un rispettabilissimo notaio “ritenuto l’uomo più serio ed equilibrato della città”. Tutto sembra filare liscio, come in una favola, ma il dramma è dietro l’angolo.

E allora provate ad immaginare cosa può succedere in un simile contesto socio-familiare - dominato dal mito del maschio siciliano – quando la famiglia e tutta la gente del contado viene a sapere che il “bell’Antonio”, il tombeur des femmes, è un impotente e che sua moglie, dopo tre anni di matrimonio è tale e quale come è uscita dalla sua casa paterna.

Comicità e tragedia, ironia e scherno, commedia e farsa si mescolano in questo romanzo incentrato sul malessere esistenziale di un uomo condizionato da convenzioni sociali e pregiudizi, metafora di una società che probabilmente non esiste più ma che Brancati, grazie alla sua straordinaria capacità affabulatoria, riesce a far vivere per sempre.


sabato 20 gennaio 2024

Pontiggia: chi l'ha visto?

 


“Spesso, quando si cerca di convincere gli altri, si tenta solo di placare i propri dubbi; e non c’è da stupirsi se si fallisce in entrambi gli intenti”


Mentre leggevo “La grande sera”, un romanzo di Giuseppe Pontiggia, mi veniva da pensare che quasi tutti i miei scrittori preferiti sono morti. E spesso dimenticati dagli editori prima ancora che dai lettori. Da Michele Prisco a Giovanni Arpino, da Ercole Patti a Luciano Bianciardi, da Raffaele La Capria a Vitaliano Brancati, da A. Maria Ortese a Lalla Romano – tanto per fare alcuni nomi, ma la lista è davvero lunga – sembra quasi che le mie letture siano legate ad una tomba. Come se la morte dell’autore potesse imprimere una sorta di sigillo di garanzia o un alone di grandezza su quelle opere letterarie che mi sono più congeniali. Senza negare, tuttavia, che certi scrittori passati a miglior vita appaiono, oggi – per la loro statura morale e artistica - molto più vivi dei vivi. Vista la distanza davvero incolmabile che passa tra le opere dei primi (i morti) e quelle dei secondi (i vivi).

Considero Giuseppe Pontiggia, scrittore lombardo morto una ventina di anni fa, la new entry in questa mia particolare e amata classifica. “La grande sera”, forse il suo libro più importante, l’ho scovato sul banchetto di un mercatino dell’usato. Conoscevo per sentito dire il nome di Giuseppe Pontiggia, ma non avevo ancora letto niente di suo. Questa lettura è stata, per me, davvero una piacevole sorpresa.

La vicenda del romanzo è estremamente semplice ed essenziale: in un pomeriggio estivo, in una Milano di qualche anno fa, un affermato professionista sparisce all’improvviso senza lasciare alcuna traccia. Oggi, probabilmente, se ne occuperebbe “Chi l’ha visto” che – guarda caso – è la storica trasmissione televisiva di RAI 3 che nasce nel 1989, l’anno in cui il libro fu pubblicato aggiudicandosi il premio Strega. L’assenza, congiuntamente all’attesa sono i due temi del romanzo, la cui vicenda riguarda non tanto la storia del protagonista che si è dato alla fuga quanto quella degli “altri” che ruotano intorno a lui e che reagiscono, in maniera diversa, alla scomparsa: la moglie, l’amante, il fratello, la cognata, il nipote, il socio d’affari. “Forse era stanco di definire insensata la propria vita come si fa solo per poterla accettare, e si era preso improvvisamente un giorno insensato”. Di fronte a questa oscura sparizione, emerge il carattere molto discutibile dei vari personaggi, ognuno avvolto nella propria ipocrisia, nelle proprie amarezze e delusioni e si scopre tutta la pochezza dei sentimenti da cui gli stessi sono animati. Sembra quasi che il protagonista scomparso riesca finalmente a disvelare i sotterfugi, le menzogne, le cose non dette e non fatte, il vuoto esistenziale delle loro vite poco esaltanti. E a mettere in luce ambizioni e rinunce, incertezze e falsità e ambiguità relazionali fino ad allora occultate. L’assente che smaschera la fuga dei presenti dalle loro responsabilità. E mentre cercano senza troppe convinzioni lo scomparso, costoro si rispecchiano in quell’assenza e finiscono per cercare sé stessi.

Con uno stile misurato e preciso, non privo di appuntite divagazioni ironiche sulla psicologia dei vari personaggi e con un’abbondanza di aforismi che impreziosiscono la narrazione e la rendono più profonda, Pontiggia ci restituisce il piacere della lettura. Come solo i grandi sanno fare.


giovedì 8 settembre 2022

La penombra che abbiamo attraversato

 


Sono rientrato da qualche giorno nella Capitale. L’avevo lasciata alle prime luci dell’alba di un giorno di fine luglio. Scappavo dalla cappa di afa che l’avvolgeva; scappavo dal suo traffico caotico e dalla spazzatura ad ogni angolo di strada; scappavo dalla calca di un turismo di massa, mai così convulso come quest’anno. Ma la pandemia non doveva migliorarci?

Roma, di prima mattina - quando tutti dormono e tacciono sia le macchine, che le attività e la frenesia isterica della gente sempre connessa - appare più umana, più vivibile. Addirittura più pulita. Sembra quasi che i suoi abitanti e chi l’amministra siano la causa principale di tutti i suoi mali. Ero diretto al paesello natale - il mio eremo - capace ancora di lenire le ferite inferte da una città che diventa, di giorno in giorno, sempre più difficile da abitare. La mia àncora di salvezza, il mio buen retiro è proprio quel paesello, arroccato su una collina che guarda verso il mare. Il mio luogo dell’anima che conserva il ricordo genuino e spensierato dell’infanzia e dell’adolescenza: il mio tempo perduto. Forse il più felice, nonostante le difficoltà del vivere di quel tempo passato. Un luogo che evoca profumi e sapori e sensazioni e sentimenti di una certa Italia che non c’è più. Un luogo che serba quasi le tracce dei miei anni più spensierati. E ogni volta che mi ritrovo lì, tra quelle case in pietra e quei vicoli silenziosi, mi piace andare con la mente a quel periodo lontano, quasi allo scopo di recuperare il senso antico di quella stagione della vita e cercarne i significati più profondi. Non so se il mondo di oggi è migliore: sappiamo, però, quanto sia diverso. E quanto sia cambiato!

Man mano che mi avvicinavo con la macchina alla mia terra di origine, sentivo la mia aria che è diversa da quella di Roma. E’ un’aria pungente e fresca che sa di erba appena falciata e ha il potere di rinvigorire la mente; ha il profumo muschiato del latte di bufala e di mozzarella, mentre attraverso la piana del Sele nei pressi di Paestum; sa di salsedine, appena percorro la strada che costeggia il mare di Agropoli, prima di prendere la via che si inerpica sulla collina dove sorge la mia casetta che mi aspetta come addormentata. Mi vengono in mente le parole scritte da Lalla Romano – scrittrice piemontese, una delle maggiori del Novecento – nel suo bellissimo romanzo pubblicato nel 1964 “La penombra che abbiamo attraversato”, un libro che avevo iniziato a leggere prima di partire. La scrittrice fa ritorno, dopo molti anni, al paese della sua infanzia - Ponte Stura - una piccola località tra le montagne della provincia di Alessandria: vuole riannodare i fili di una vita partendo dalle sue origini, con immagini e ricordi. “Sono uscita nella strada davanti all’albergo, e ho sentito l’aria – scrive la Romano - L’aria mi può bastare. E’ la mia aria. In nessun’altra valle vicina o lontana c’è quell’aria. Io la riconosco all’odore leggero che sa di latte, di strame, di erbe amare…Non è mai esaurito il mio bisogno di quell’aria. Io la penso di lontano, e mi nutre. Mi tormenta, anche: per qualcosa di irraggiungibile, ma anche di fatale. Essa è per me il passato: tutto quello che è avvenuto”. L’autrice di questo romanzo rievoca, con uno stile intimo e poetico, quel suo “buon tempo antico” in quel luogo rimasto immobile che conserva “il fascino del tempo di prima”. Anche se lentamente continua a morire. Ma lei ne è consolata perché quella immutabilità costituisce la sua vera essenza. La sua felicità è legata al luogo dell’infanzia e viene riassunta dalla madre poco prima di morire: “come eravamo felici!”. Per lei, sembra quasi che il meglio della vita sia qualcosa di già trascorso; il tempo della felicità sia solo quello di prima.


“La penombra che abbiamo attraversato” è un libro tipicamente proustiano: ricorda. Il titolo è tratto proprio da una bellissima frase di Proust relativa all’infanzia che dice: “ci appartiene veramente soltanto ciò che noi stessi portiamo alla luce estraendolo dall’oscurità che abbiamo dentro di noi…Intorno alle verità che siamo riusciti a trovare in noi stessi spira un’aurea poetica, una dolcezza e un mistero, i quali non sono altro se non la penombra che abbiamo attraversato”. Lalla Romano, nel percorrere il paese che l’aveva vista bambina, rivive quei tempi dolci e sereni nei minimi particolari, come se quelle antiche immagini avessero la capacità di sciogliersi e il tepore di quel ricordo le richiamasse in vita dal gelo dell’oblio.

Amo la “letteratura della memoria” e il libro della Romano si colloca, con tutte le sue buone qualità di stile e di linguaggio, in questo filone narrativo. Saper rendere universale una vicenda umana così individuale è una delle caratteristiche migliori di una grande scrittrice: e devo dire che tra le righe del libro di Lalla Romano io spesso ritrovo e rivedo il bambino e l’adolescente che fui nel “leggendario tempo di prima”. Mi piace condividere con la scrittrice l’illusione che possa esistere nel nostro tempo un piccolo eden rappresentato da un microcosmo che è “il paese”, con il suo silenzio, le sue atmosfere, la sua natura, la sua aria buona. Il suo paese natale in quell’angolo di Piemonte diventa anche il mio, nel Cilento. Perché tutti i paesi un po' si somigliano. Mi ritrovo e mi rivedo nelle sue parole quando scrive che si sentiva come drogata “nell’odore arido delle stoppie, nel caldo pungente del mezzogiorno, tra lo stridore delle cicale”; e quando scrive che cercava una esaltante libertà “solo sulle montagne, nei valloni profondi e freschi, sui costoni ventosi”; e quando parla del “castello” (c’è sempre un castello in ogni paese) che “era il luogo di ogni bellezza…dove il tempo pareva fermato” dove andava a nascondersi e a giocare; mi ritrovo tra le sue pagine quando dice che “non le piaceva andare dove e quando andavano tutti” e che preferiva “schivare la gente”. Un po' per timidezza, un po' per la sua indole solitaria. Ha parole di ammirazione per “i nobili”: “esseri di una specie più fine, più rara”. Li vedeva passare sul calessino, il marchese e la marchesa, mentre andavano in chiesa. Ricordo anch’io i marchesi del mio paese – discendenti di un’antica e nobile casata - che uscivano dal loro palazzo marchesale, antistante la chiesa, per la messa domenicale: li osservavo, venivano ossequiati dai contadini del posto, ammiravo il loro portamento elegante e potevo solo immaginare la vita appartata che conducevano in quella grande dimora aristocratica che li rendeva così speciali, così diversi dagli altri. Girando per Ponte Stura Lalla Romano cerca con gli occhi la bottega del fabbro, dalla quale sentiva battere il ferro sull’incudine: “il suono più esaltante che si possa sentire”. Ma la forgia non c’è più. Un velo di malinconia mi scende addosso. Quel rumore ritmico del martello che batteva il ferro sull’incudine piaceva anche a me, da bambino. Mi era familiare. La modernità me l’ha portato via. E' sparito un antico mestiere. E' venuta meno una filosofia di vita.


giovedì 30 giugno 2022

Il male oscuro

 


“il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”

“Il male oscuro” di Giuseppe Berto è un libro che lascia un segno profondo e indelebile nell’animo del lettore. E’ un racconto autobiografico - duro e spietato - di una nevrosi, fondata sulla paura di vivere, e per uno scrittore, anche sulla paura di scrivere.  Un libro che l’autore vergò di getto, quasi impetuosamente, in una località della Calabria - Capo Vaticano - dove si era ritirato in solitudine, impiegando poco più di due mesi di tempo per redigere le oltre cinquecento pagine. La sua grande paura era proprio quella di fermarsi e di non avere più la forza di continuare a scrivere; e forse fu proprio questa paura che lo portò ad elaborare una tecnica narrativa nuova ed originale: periodi lunghissimi, interminabili, che corrono per pagine e pagine senza alcuna punteggiatura. “Era come se avessi scoperto – scrive Berto - il bandolo d’un filo che mi usciva dall’ombelico: io tiravo e il filo veniva fuori, quasi ininterrottamente, e faceva un po' male si capisce, ma anche a lasciarlo dentro faceva male”. Raccontare per guarire. La scrittura come autoanalisi e medicina dell’anima. Ma, una volta arrivato alla fine, Berto si rese conto che il romanzo andava rivisto e in qualche maniera riscritto; e fu un lavoro che gli costò molto più tempo e fatica di quanto non gli fosse costato scriverlo la prima volta. Pubblicato nel 1964, si aggiudicò in poche settimane due premi prestigiosi: il Viareggio e il Campiello. E' sicuramente un classico della nostra letteratura.

Da tempo volevo procurarmelo, ma poi usciva quasi sempre dai miei pensieri e, come dire, lo perdevo di vista, fino a quando non l’ho scovato sul solito banchetto di un mercatino dell’usato. Non è un romanzo facile, a dir la verità, tuttavia pur trattando il tema della malattia che forse mai nessuno, prima di Berto, aveva avuto l’ardire di raccontare in una maniera così cruda, senza pregiudizi e impedimenti, il libro non appare sconfortante. La lettura scorre veloce e senza affanno, nonostante i lunghi periodi, che a volte possono suscitare una sorta di effetto apnea. E tutto questo grazie ad una diffusa e sottile ironia che avvolge gli episodi più tragici, più sgradevoli e tristi della vicenda. Lo stesso Berto ebbe a scrivere nell’appendice: “non è certo un’invenzione mia: Svevo e Gadda ci sono arrivati assai prima di me, e d’altronde un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni”. Attraverso la sua umana esperienza, l’autore de “il male oscuro” sembra volerci insegnare che non dobbiamo avere paura di guardare dentro di noi, perché nascondere certe oscure verità, certi disagi, certe paure non serve che a renderci sempre più ammalati e infelici.


martedì 19 aprile 2022

Un libro dissotterrato: "Gli ultimi sensuali"

 


Parlavo l’altra sera con mia moglie di Mario Puccini, a cui avevo dedicato un post, tempo fa. Lo ripubblico.

Mario Puccini, chi era costui? Oggi, sicuramente, mi sarei posto questa domanda se non avessi conosciuto – tanti anni fa - una giovane ragazza (diventata poi mia moglie), che stava scrivendo la sua tesi di laurea in Lettere Moderne sulla vita e le opere di uno scrittore marchigiano, nato a Senigallia nel 1887 e morto a Roma nel 1957: Mario Puccini. Ricordo che la suddetta laureanda (che viveva nel Cilento) - non riuscendo a trovare un paio di libri di questo scrittore, ed essendo venuta a conoscenza che il figlio Dario Puccini (critico letterario ed uno dei massimi studiosi di letteratura spagnola) viveva a Roma - mi pregò di contattarlo, per recuperare quei testi, fondamentali per la preparazione della sua tesi di laurea. Devo dire che Dario Puccini mi accolse nella sua abitazione con squisita gentilezza e - nel fornirmi i due volumi tanto ricercati - mi omaggiò anche di un altro romanzo “Gli ultimi sensuali”, scritto sempre dal padre Mario (Garzanti editore – 1944). Ricordo ancora che lo “abbandonai” sullo scaffale della mia libreria, senza degnargli neppure uno sguardo, tra quei libri in attesa di essere letti. E lì è rimasto per oltre quarant’anni, con le sue pagine sempre più ingiallite dal tempo. Poi, giorni fa, chissà per quale oscura e misteriosa ragione - visto che già altre volte nel passato l’avevo preso tra le mani senza mai decidermi – ho avvertito una strana sensazione: era arrivato finalmente il momento di leggere “Gli ultimi sensuali” di Mario Puccini. L’ho preso con estrema delicatezza, come se fosse una cosa preziosa e rara e man mano che proseguivo nella lettura mi sono accorto che le pagine - che si erano mantenute intatte per tanti anni, seppure ingiallite – iniziavano a staccarsi dal dorso una ad una, come quando un innamorato sfoglia una margherita ripetendo “m’ama o non m’ama”. O come accade a un reperto archeologico che, mantenutosi integro per tanti secoli sepolto sotto una coltre di terra, si sgretola una volta rinvenuto e portato alla luce del sole.

Ma le parole erano intatte, limpide, senza tempo. Una prosa dal sapore antico, se mi è consentito, così lontana dalle mode effimere della letteratura usa e getta dei nostri giorni. Il libro contiene tre brevi racconti, incentrati su tre diverse tematiche: l’amore, l’amicizia e l’impotenza, condizione quest’ultima intesa come inadeguatezza del proprio ruolo sociale. L’autore porta avanti la sua narrazione attraverso personaggi riservati, schivi, dall’indole solitaria che appartengono ad una condizione umana inappagata e alienata e ne indaga l’aspetto psicologico della loro esistenza. Mi piace qui riportare l’incipit del primo racconto che io ritengo sia il più bello, quale assaggio dello stile narrativo di questo autore. Il protagonista è un professore che vive a Varese e conduce una vita solitaria, tra la scuola dove insegna e la camera in cui vive. Non avendo né affetti, né amici, né distrazioni decide di ritornare nel suo paese d’origine, per ritrovare ciò che laggiù aveva lasciato di caro e forse il meglio della sua vita: il suo antico amore.

 

“Trentadue anni che non ritornavo tra le mura, nelle vie; che non respiravo l’aria della mia città. Ma sono contento di essermivi riaffacciato in queste giornate: che da tempo non è più estate, ma il tardo, l’ultimo autunno non è ancora precipitato con le sue ore scopertamente grevi, mollicce: e il sole non è più troppo caldo, pieno, ma neanche si arrende languido e docile al vento che sgruppa ed allenta con estrema facilità le nuvole sulle quali il suo bagliore s’infila e sparpaglia. Al mare non si andava già più in queste mattine; ma la città pareva diventata come più piccola, più meschina: le piazze, le contrade, le case, le piante, sembrava avessero perso ciascuna qualche cosa; una sorta di patina bigia, come una ruggine, macchiava e incupiva tutto…”.

Di questo autore Vasco Pratolini (leggo su Wikipedia) ebbe a dire: “uno dei maestri a cui la letteratura italiana deve rendere giustizia”. Ma la buon’anima di Puccini sta ancora aspettando. I suoi libri non si trovano più da nessuna parte…e chissà se c’è ancora qualche temerario che si spinge a fare una tesi di laurea su di lui. Io credo che un romanzo non muore mai fino a quando c’è qualcuno che lo legge e ne parla. Perché leggere un libro introvabile e dimenticato da tutti è come riesumarlo dall’oblio del tempo e dargli nuova vita.

 


lunedì 24 gennaio 2022

Nei mari estremi

 


“E’ un libro che tratta “della nostra vita, della sua morte”. Così Lalla Romano – una delle figure più significative del nostro Novecento letterario - parlava del suo libro “Nei mari estremi”, forse la sua opera più intensa, quella che tocca il suo vertice narrativo. Già la conoscevo, questa scrittrice piemontese, per aver letto “Le parole tra noi leggere” con cui vinse il premio Strega nel 1969, romanzo che parla del suo rapporto con un figlio “difficile”. Con “nei mari estremi” Lalla Romano (amica di Mario Soldati e Cesare Pavese), ripercorre i “quattro anni” dell’innamoramento per Innocenzo Monti (che diventerà Presidente della Banca Commerciale Italiana e che sposa nel 1932), e poi i “quattro mesi” della malattia di lui che lo porterà alla morte. Il libro - che si sviluppa attraverso concisi flash di memoria e di immagini - è un singolare romanzo/diario, una sorta di intima confessione disperata e intensa, un’ “avventura spirituale” nei punti più estremi dell’amore e della morte, che ne fanno un unicum di tutta la nostra letteratura.

“Per me scrivere – dice Lalla Romano – è stato sempre cogliere, dal tessuto fitto e complesso della vita qualche immagine, dal rumore del mondo qualche nota, e circondarle di silenzio”. E queste sue concise strofe in prosa, questi suoi istanti di vita circondati dal bianco della pagina – come avrebbe detto lei - sono brandelli di sofferenza interiore di fronte alla fugacità della condizione umana, ma anche brevi momenti di felicità. “C’era malinconia nella gioia, come è giusto; e non era follia, era saggezza”. Sicché il libro risulta come spezzato in due parti: c’è un “prima”, fatto di dolcezze, di piccoli piaceri, di serenità familiare, che Lalla Romano sembra quasi proteggerlo dal “dopo” che è in agguato e che sfocia nel dramma, “nei mari estremi” della malattia. E poi della morte. Ma la scrittrice non è nella malattia che temeva di perdere la sua storia d’amore con Innocenzo “ma nelle assenze, nella lontananza. Morire è allontanarsi: l’ho saputo poi”. Così scrive. Nei mari estremi è un testo duro e struggente - ma nello stesso tempo – di grande tenerezza; è uno di quei rari libri che, grazie al pathos che riesce a trasmettere, non può essere raccontato: va soltanto letto.


sabato 15 gennaio 2022

Scrittori dimenticati: Michele Prisco

 


Un libro deve avere la capacità di aprire la mente e lasciare una traccia del suo passaggio. In questa orgia di pubblicazioni noi oggi sembriamo rincorrere solo le novità, le mode letterarie, l’immediata fruibilità di un prodotto, come se il libro fosse equiparabile all’ultimo modello di telefonino e non fosse, invece, un luogo di metafore, di incontri, uno strumento di autoanalisi. Mi piacerebbe che ogni tanto la televisione, anziché pubblicizzare l’ennesimo libro di Carofiglio, di Vespa e di Vattelapesca, riproponesse qualcuno dei tanti ottimi scrittori italiani del Novecento che – pur non avendo mai frequentato i salotti televisivi – hanno fatto la storia della nostra letteratura scrivendo opere che non muoiono mai. Sono autori del tutto dimenticati e che oggi nessuno più legge. Eppure hanno scritto libri importanti e hanno vinto premi significativi. Tra questi, c’è sicuramente Michele Prisco, scrittore partenopeo (era nato a Torre Annunziata) di grande spessore culturale, morto circa venti anni fa. Egli sa rendere bella anche “la vita del condominio” - come chiamava le storie del presente e dell’ordinario Sebastiano Vassalli – sa dare dignità letteraria anche alla banalità del vivere quotidiano: e non è da tutti. E questo, grazie ad uno stile corposo ed elegante che non può non incantare chi ama la bella scrittura. Prisco – da acuto osservatore del suo tempo – concentra la sua attenzione quasi sempre su pochi personaggi, per lo più appartenenti alla ricca borghesia partenopea, a quella “provincia addormentata” (che è anche il titolo di un suo libro di racconti), adagiata sulle falde del Vesuvio. E intorno a questi soggetti, sempre tormentati da dilemmi etici e morali, costruisce la trama psicologica dei suoi romanzi che toccano debolezze e fragilità dell’animo umano, vizi e virtù. Ne escono degli affreschi esistenziali sempre attuali. Sempre piacevoli da leggere e su cui riflettere. Mi piacerebbe che una mattina, passando davanti ad una libreria qui a Roma, scorgessi in vetrina accanto all’ultimo libro di Carofiglio e della Lambertucci, anche la nuova edizione di un vecchio romanzo di Michele Prisco: non dovrei più cercarlo sulle bancarelle dei mercatini dell’usato.

“Lo specchio cieco” è uno di questi suoi romanzi, uscito nel 1984. Il protagonista, e voce narrante, è un noto scrittore, che vive con la moglie a Roma (forse lo stesso Prisco, il suo alter ego) il quale, arrivato alla soglia dei cinquant’anni - dopo aver pubblicato diversi libri di successo - si ritrova come svuotato e impoverito dentro, tanto da non riuscire a scrivere più niente. A questo indebolimento della sua fantasia narrativa, si unisce pure un sentimento di sfiducia o disillusione sulla reale necessità del suo lavoro intellettuale, tant’è che spesso si domanda se non sia arrivato il momento di deporre definitivamente la penna. Complice anche quel “processo d’involgarimento sempre più pervasivo” innescato dai mezzi di informazione di massa, in primis la televisione, attraverso l’intrusione dentro le nostre case della realtà esterna, così “violentemente prevaricante e preponderante”. Ma, come per incanto, l’incontro casuale con una donna conosciuta molti anni addietro e che aveva perso di vista (era stata la seconda moglie del padre di un suo caro amico d’infanzia), ha la capacità di interrompere quel suo stato di inerzia. Un incontro, questo, che lo riporta con la mente indietro nel tempo, agli anni della sua tranquilla vita a San Severino, un piccolo paese in provincia di Salerno, che aveva custodito i suoi sogni adolescenziali di diventare scrittore. L’immagine di questa donna, così diversa da come l’aveva conosciuta, e poi i luoghi della giovinezza, i ricordi e gli amici di quel tempo sembrano favorire il recupero del suo equilibrio interiore, da cui dipende il suo futuro di narratore. E per ritrovare fiducia nella scrittura, decide di raccontarne la storia, di romanzarla o addirittura camuffarla con la fantasia, facendo riaffiorare dal passato episodi e figure e volti e paesaggi della sua vita di provincia, là dove solo poteva rintracciare la sorgente vera delle sue radici. “In quel mondo unico e irriducibile – dice il protagonista – che poi avrebbe trasformato il tempo in memoria e che non era propriamente il tempo della mia adolescenza ma era come l’adolescenza del tempo, di quella insostituibile età, voglio dire, che rappresenta per tutti noi, in accezione individuale o collettiva, il solo possibile punto di riferimento per un disegno del nostro destino”.


mercoledì 17 novembre 2021

Le cose buffe

 

Raramente leggo un libro che occupa i primi posti nelle classifiche di vendita. Comprare quel determinato libro solo perché risulta il più venduto, non sembra altro che ubbidire ad una sorta di imposizione dettata, non tanto dalla qualità dell’opera, quanto da una scelta pubblicitaria e di mercato. Chi segue quelle classifiche, secondo me, non è un lettore ma un consumatore e quei prodotti cartacei, spesso, durano qualche mese e poi spariscono dalla circolazione, come un qualsiasi prodotto industriale scaduto. La lettura implica una continua ricerca, una continua scoperta. Chi l’ha detto che il libro più venduto sia anche il più bello? Dirò di più: io non seguo neanche il consiglio dell’amico chi mi suggerisce di leggere il libro che lui ha già letto, soprattutto se quell’amico ha gusti letterari diversi dai miei. Certo, può anche capitare che mi ricorderò del suo libro dopo qualche anno, quando nessuno più ne parlerà e tutti l’avranno dimenticato, magari scovandolo un po' ingiallito sul banchetto di un mercatino dell’usato. Ma è tutt’altro piacere! Diciamolo: ognuno ha le sue perversioni. Tuttavia, sapere che oggi c’è qualcuno che spende 18 euro per immergersi nella lettura di “Un amore chiamato politica” con sottotitolo “La mia storia e tutto quello che ancora non sapete”, esordio narrativo di Luigi Di Maio, in qualche maniera mi consola e mi fa pensare che, tutto sommato, esistono perversioni peggiori delle mie. Diceva Goethe che “all’uomo, nella sua fragile barchetta, è dato il remo in mano proprio perché segua non il capriccio delle onde ma la volontà della sua intelligenza”.



Ho appena finito di leggere un libro che non sta in nessuna classifica, credo che non si trovi neanche in libreria in quanto fuori catalogo. Si intitola “La cosa buffa” pubblicato oltre mezzo secolo fa da Giuseppe Berto, lo scrittore veneto ricordato soprattutto per “Il male oscuro” con cui si aggiudicò, nel 1964, due premi letterari, il Campiello e il Viareggio. La cosa buffa è che probabilmente il libro del Ministro Di Maio venderà molte più copie di quante ne abbia vendute, in circa sessant’anni,  “La cosa buffa” di Berto. La cosa buffa è che gli editori, che dovrebbero trasmettere cultura attraverso i libri che pubblicano, non provano alcun imbarazzo di fronte a questa realtà. Qualcuno potrebbe rinfacciarmi: ma tu l’hai letto il libro dell’enfant prodige della politica italiana (lo avevo pure votato…ahimé!), nonché scrittore emergente di belle speranze, il Giggino nazionale, già Vice Presidente della Camera e Vice Presidente del Consiglio, già Ministro dello Sviluppo Economico e ora Ministro degli Esteri? Gli risponderei con le parole di Giorgio Manganelli, il quale interpellato da uno scribacchino per sapere se avesse letto il suo libro appena uscito, gli rispose: “no, non l’ho letto e non mi piace”.

Mi è piaciuto, invece – ed è stata una deliziosa scoperta - “La cosa buffa”: un romanzo poco conosciuto che ti conquista e ti stupisce, non tanto per la trama - scarna ed essenziale, come peraltro piace a me - quanto per la tecnica narrativa adottata dall’autore, fatta di lunghi periodi inarrestabili, direi torrenziali, privi di punteggiatura, che a volte occupano anche due/tre pagine. Eppure, nonostante questa singolarità stilistica, la lettura scorre limpida e leggera, senza affanni, senza quell’effetto apnea che un lungo periodo potrebbe causare al lettore. E’ un libro che, nel suo genere, costituisce un piccolo capolavoro che si esplica attraverso il monologo interiore del suo protagonista, Antonio “un giovane pessimista sul fiore degli anni (…) il maggiore e pressoché unico artefice delle proprie disgrazie” il quale, trovandosi sulla terrazza del Caffè alle Zattere, a Venezia, dove si recava ogni pomeriggio di sole, vide per la prima volta Maria e “fu immediatamente preso dalla tumultuosa certezza ch’era lei che cercava, e altrettanto immediatamente sentì che quella ragazza escludeva qualsiasi possibilità di avere un’altra ragazza diversa da lei almeno nello stesso tempo, e insomma venne a trovarsi nella condizione più propizia per un’esplosione amorosa ancor più grossa di quella ch’egli stesso potesse desiderare e prevedere”.

L’autore segue passo dopo passo il personaggio che esce dalla sua penna; registra, attraverso uno scavo analitico profondo, le sue incessanti fantasticherie in un susseguirsi di ipotesi, calcoli, dubbi, paure, valutazioni, desideri, imprudenze, che riflettono la sua inadeguatezza, la sua timidezza, la sua inesperienza, la difficoltà di vivere la sua storia d’amore, con risvolti ora comici e ora drammatici, ora malinconici e ora felici. E noi lettori, con divertimento e tenerezza, lo scrutiamo, lo comprendiamo – questo candido e disincantato antieroe – facciamo il tifo per lui in questa sua difficile e a volte buffa educazione sentimentale e finiamo per volergli bene, come fosse un fratello o un amico. E perché no: come se fosse il nostro alter ego. Con questa narrazione dolceamara, Berto forse vuole raccontare la nostra stessa giovinezza costellata di entusiasmi e delusioni, di gioie e dispiaceri. D'altronde, come diceva il nostro protagonista, “le gioie di questo mondo vanno sempre meritate per mezzo di una buona dose di sofferenze”.

venerdì 16 luglio 2021

A ritroso: il ritratto di un esteta

 


Tra i personaggi più famosi e più eccentrici della letteratura mondiale, Des Esseintes - il protagonista del romanzo “A ritroso” dello scrittore francese Joris Karl Huysmans - è forse quello che più colpisce la mia immaginazione. Il libro, pubblicato nel 1884 e tradotto in Italia anche con i titoli “Controcorrente” e “Al contrario”, narra le vicende di un giovane aristocratico di stampo decadente - Des Esseintes, appunto – il quale, stanco e deluso della vita parigina di fine Ottocento, decide di abbandonare il consorzio umano - per il quale nutriva una crescente avversione - e rifugiarsi nella solitudine di una villa di campagna, evitando qualsiasi contatto non solo con il mondo esterno, ma anche con i suoi due vecchi domestici che avevano già assistito sua madre. Lui vuole allontanarsi il più possibile dalla realtà che lo circonda, dagli usi e dai costumi della gente comune, da quel mondo in cui i valori sociali e culturali sono in piena crisi. E, soprattutto, insegue un’esistenza vissuta esclusivamente alla ricerca della bellezza e del piacere estetico. Prima di trasferirsi nella sua nuova casa, Des Esseintes provvede a sistemarla in conformità dei suoi desideri e dei suoi progetti. In particolare, l’arreda con mobili e tappezzerie e suppellettili fuori dal comune; la riempie di meravigliose piante tropicali; arricchisce gli scaffali della sua libreria con le opere dei più grandi autori latini, da lui amati; fa tappezzare il salotto di rosso vivo adornando le pareti con delle stampe terrificanti “contenenti tutti i supplizi che la follia religiosa ha inventato”. In questo modo pensava di crearsi una dimora piacevole e curiosa, arredata tuttavia in maniera rara, non con l’intento di stupire gli altri ma solo per il suo piacere, “adatta alle esigenze della sua futura solitudine”. Un arredamento che finalmente potesse annullare i ricordi irritanti e volgari della sua vita trascorsa.

“In realtà quando l’epoca in cui un uomo di talento è condannato a vivere è stolta e monotona – declama la voce narrante del libro – l’artista è, a sua stessa insaputa, ossessionato dalla nostalgia di un altro secolo…Vengono in lui ricordi di esseri e di cose che non ha conosciuto personalmente, finché giunge il momento in cui egli evade violentemente dal reclusorio del suo secolo e si avventura in piena libertà in un’altra epoca con la quale, estrema illusione, gli sembra di essere in maggiore armonia”.

Per Des Esseintes la vita si svolgeva solo di notte perché il suo spirito si eccitava “solo al contatto con l’ombra”. Lui pensava che le azioni umane e gli spostamenti fossero inutili e che l’immaginazione potesse facilmente supplire alla volgare realtà dei fatti della vita; era convinto che ci si potesse abbandonare a lunghe esplorazioni e a scoperte meravigliose standosene comodamente seduti davanti al camino, aiutando all’occasione lo spirito con la lettura suggestiva di un libro di viaggi, perchè “…tutto sta nel sapere astrarsi abbastanza per far sorgere l’allucinazione e sostituire il sogno della realtà alla realtà stessa”. E poi mal sopportava la vita sociale in tutte le sue varie declinazioni, e poi gli arrampicatori sociali e “quegli stretti cervelli di bottegai” attratti solo dai soldi;  e disprezzava quella “bassa distrazione degli spiriti mediocri che è la politica”. Il nostro eroe, insomma, “viveva di se stesso, si nutriva della sua propria sostanza, al pari di quegli animali intorpiditi, rannicchiati in un buco durante l’inverno. La solitudine aveva agito sul suo cervello come un narcotico”. Ma proprio quella solitudine così fervidamente bramata e finalmente raggiunta, proprio quel silenzio che in altre passate occasioni gli era parso come un compenso, un po' alla volta iniziavano a pesargli, a gravare su di lui come un peso insostenibile.

La nevrosi non tarda a spuntare: e se dapprima la malattia si rivela sotto forma di una smisurata scrupolosità nell’arredare la casa, con il passare del tempo subentrano allucinazioni sempre più frequenti che lo costringono inerte a letto. La sua felicità sembrava dunque finita, doveva “abbandonare il piccolo porto in cui aveva trovato rifugio”; era costretto a riallacciare i legami con l’odiata società e fare ritorno a Parigi. Ma proprio ora che “ doveva mutar pelle gli sarebbe piaciuto sforzarsi di possedere la fede, di farla propria non appena l’avesse raggiunta, di radicarsela nell’anima, di metterla finalmente al riparo da tutte quelle riflessioni che la scuotono e la strappano dalle radici. Ma più la desiderava e meno si colmava il vuoto del suo spirito, più tardava a venire la visita del Cristo. Anzi, via via che la sua fame religiosa aumentava, via via che egli chiamava con tutte le sue forze, come una garanzia per l’avvenire, come un aiuto per la sua nuova vita, quella fede che si lasciava vedere ma che restava così distante da spaventarlo, nuove idee si affollavano nel suo spirito sempre in combustione, respingevano la sua volontà mal ferma, combattevano con motivi di buon senso e con prove matematiche i misteri e i dogmi…”


lunedì 5 aprile 2021

La stanza del vescovo

 


Se i personaggi descritti da Italo Svevo nei suoi romanzi – di cui ho parlato nel mio post precedente – si sentivano inadatti a relazionarsi con gli altri, erano degli inetti e si lasciavano vivere in maniera abulica, quelli che popolano la narrativa di Piero Chiara - lo scrittore di Luino, in provincia di Varese, morto oltre trent’anni fa – hanno innato il gusto del vivere e la vita se la prendono a piene mani e se la godono. E’ uno scrittore forse un po' dimenticato, Piero Chiara, che racconta in tutte le sue opere la provincia lombarda affacciata sulle rive del lago Maggiore. “La stanza del vescovo”, il cui sottotitolo recita che è “un romanzo drammatico e dolce come il lago sul quale si intreccia”, ne è la testimonianza più significativa e gustosa.

Ci troviamo nei mesi immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale. Il protagonista, voce narrante del libro e probabilmente alter ego dello scrittore, è un giovane sui trent’anni, libero e agiato, che se ne va a zonzo con la sua grossa barca a vela da un porto all’altro sul lago Maggiore e, ogni tanto, fa ritorno nel porto base – Luino - dove ha casa. Da quando è tornato dalla Svizzera, dove ha vissuto per due anni come internato, il nostro eroe sembra quasi voler recuperare con la “bella vita” il tempo perduto durante la guerra. Una sera, mentre ormeggia la sua imbarcazione nel porticciolo di Oggebbio, si imbatte in un signore di mezza età, “di una certa raffinatezza”, che attacca subito bottone e poi, senza pensarci più di tanto, lo invita nella sua villa immersa in un parco rigoglioso dove vive con la moglie, dispotica e molto più anziana di lui, la giovane e bella cognata, vedova, e tre fedeli servitori. Si chiama Temistocle Mario Orimbelli che aveva partecipato alla guerra d’Africa  e che “aveva imparato a prendere quello che la vita volta a volta gli offriva”. I due personaggi, che non hanno un lavoro ben definito, si piacciono all'istante, la loro intesa si consolida immediatamente, tant’è che scoprono di avere una somiglianza di fondo che li porta a vivere una nuova giovinezza “profittando dell’età ancora fresca e di un certo vigore del corpo”. Accaniti seduttori, sempre alla ricerca di qualche gonnella da conquistare, la barca diventa la loro alcova, il centro nevralgico della loro vita quotidiana, compagna inseparabile delle loro scorribande passionali sul “grande lago”.

Un racconto davvero godibile che Chiara dipinge - attraverso una scrittura velata di arguzia ed ironia - con estrema raffinatezza psicologica e piacevole malizia, come solo gli scrittori di razza sanno fare. Senza mai indulgere in banalità e tantomeno in volgarità, l’autore ci fa assistere ai rituali seduttivi di questi due briosi “dongiovanni” da una sponda all’altra del lago, lago che diventa parte integrante della narrazione, con i suoi innumerevoli meravigliosi paesi lungo le rive quali Locarno, Stresa, Arona, Ascona, Cannobio, Laveno, Pallanza…; con le sue ville affacciate sull’acqua e circondate da splendidi parchi. Per renderci, infine, partecipi di quel pericoloso gioco dei sentimenti cavalcato dai protagonisti che “nasconde sempre un dramma, lo prepara, quasi lo alleva tra allegre divagazioni e spensierate ebbrezze”.


lunedì 4 gennaio 2021

Buongiorno tristezza


 


Quando Françoise Sagan pubblicò – a soli 19 anni – il suo romanzo di esordio “Bonjour tristesse” correva l’anno 1954 ed io avevo due anni. Il libro divenne subito un caso letterario con milioni di copie vendute in tutto il mondo, forse anche a seguito della censura disposta dalla Chiesa. Lo lessi verso i 18/20 anni, a cavallo del ’68. Da allora - erano gli anni della contestazione giovanile che il libro, sotto certi aspetti, anticipava – è passato mezzo secolo. A pensarci bene, oggi, mi vengono i brividi!

L’ho riletto con piacere in questi giorni di feste e di confinamento. E’ la stessa edizione del 1971 edita da Longanesi, meravigliosamente invecchiata e ingiallita, nella sua mitica veste de “i super pocket” al prezzo di 450 lire. Il libro se ne stava quasi nascosto su un ripiano della mia libreria, impilato tra “Le confessioni” di Rousseau e “La nausea” di Sartre; l’ho preso tra le mani con delicatezza, accarezzando con lo sguardo l'insolita copertina; mi è giunto immediato quel profumo vanigliato di carta antica che nessun supporto informatico può dare; l’ho aperto a caso, a pagina 27, dove ho letto queste parole sottolineate a matita: “Credo che la maggior parte dei miei piaceri di allora io li dovessi al danaro: il piacere di andare in macchina a gran velocità, di comprare dischi, fiori, libri. Non ho vergogna nemmeno ora di quei piaceri facili, d’altronde li chiamo facili soltanto perché ho sentito dire che lo erano. Rimpiangerei, rinnegherei più facilmente i miei dolori o le mie crisi mistiche. Il gusto del piacere, della felicità, rappresenta il solo lato coerente del mio carattere”. Sono le parole della voce narrante del romanzo, una ragazzina di 17 anni, Cecilia, che racconta in maniera semplice e diretta la sua voglia di vivere la sua vita spericolata, la sua voglia di libertà, la sua voglia di infrangere le regole e le convenzioni sociali. Una ragazzina che alla compagnia dei suoi coetanei preferiva gli amici di suo padre, suo complice, “uomini sui quarant’anni che mi parlavano con cortesia, teneramente, trattandomi con una dolcezza da padre e da amante”. Non si ha alcuna difficoltà nel collegare questa figura ribelle e “maledetta” alla scrittrice francese, icona del disordine esistenziale e dell’anticonformismo, la quale scandalizzò la società benpensante del suo tempo con il suo stile di vita sconsiderato e distruttivo e con i suoi amori trasgressivi.

Un vecchio libro si rilegge perché ha lasciato un segno indelebile nella nostra memoria; e forse si rilegge per ritornare indietro nel tempo, in quel tempo della spensieratezza giovanile e dell’imprudenza. E perché no: si rilegge per assaporare quel gusto agrodolce del tempo che passa in fretta e se ne va. E mentre noi lettori invecchiamo leggendo, i libri belli – tranne le copertine - non invecchiano mai. “Bonjour tristesse” è uno di quelli: un libro “scandaloso” dalla sensualità sfumata, che non cade mai nella volgarità come uno potrebbe pensare, velato di leggera malinconia. Un libro che non si dimentica.

martedì 7 gennaio 2020

Un uomo "affamato di grandezza"




“Volevo essere veramente grande, epico, smisurato; volevo compiere qualcosa di gigantesco, d’inaudito, che cambiasse la faccia della terra e il cuore degli uomini”

Tantissimi sono gli scrittori della nostra letteratura che si sono cimentati con il romanzo autobiografico. Generalmente tali memoriali si redigono alla fine del proprio percorso umano e professionale, proprio al fine di redigere una sorta di resoconto di un’intera esistenza. Giovanni Papini, invece – controverso e inquieto scrittore, ma anche intellettuale molto apprezzato per il suo stile erudito - quando pubblicò il suo libro autobiografico “Un uomo finito” (era il 1913) aveva da poco superato i trent’anni e ne avrebbe vissuti altri 43. Io credo che scrivere le proprie memorie sia una scelta ispirata da un inconscio desiderio narcisistico: voler mettere sé stessi al centro della scena e quindi della narrazione. E Giovanni Papini, per soddisfare questo suo impellente desiderio autocelebrativo, non poteva aspettare gli ultimi anni della sua vita: gli bastavano i primi trenta già vissuti in maniera esaltata. C’è da dire, però, che se l’autore non possiede vocazione letteraria, il rischio che il racconto possa risultare noioso agli occhi del lettore è davvero molto alto. Devo confessare che questo rischio non si corre affatto con lo scrittore fiorentino Giovanni Papini, perché la sua narrazione, seppure enfatica e sfacciata, iperbolica e ambiziosa, finisce per lasciare un segno e conquistare chi legge, soprattutto grazie alla sua prosa roboante, colta e raffinata, così inusuale e così lontana dai tempi mediocri in cui viviamo.

“Io mi presento ai vostri occhi con tutti i miei dolori, le mie speranze e le mie fiacchezze. Non chiedo pietà né indulgenza, né lodi né consolazioni, ma soltanto tre o quattr’ore della vostra vita. E se dopo avermi ascoltato crederete lo stesso, a dispetto dei miei propositi, ch’io sia davvero un uomo finito dovrete almen confessare ch’io son finito perché volli incominciar troppe cose e che non son più nulla perché volli esser tutto”. Sono queste le ultime parole - che spiegano anche il titolo alquanto fuorviante del libro – con cui Papini si commiata dai lettori. E devo dire che le “quattr’ore della mia vita” di questo nuovo anno, che lui chiedeva per poter leggere le 327 pagine di “Un uomo finito” (Vallecchi editore) non sono state affatto sprecate. Ma chi era Giovanni Papini? Ce lo racconta lui stesso in questo libro encomiastico: un uomo afflitto da “smania di sapere”, il quale non ebbe piacere più grande né consolazione più sicura del leggere; un uomo nato con la malattia della grandezza i cui vizi erano la carta bianca e la carta stampata. Tutto quello che c’era di poetico, di malinconico e di solitario in lui l’aveva ereditato – così scrive - dalla campagna toscana. Pochi riuscivano a resistergli: il parlare animoso, la facilità di improvvisazione, la pratica della scherma dialettica, la sfacciataggine della sua immensa erudizione gli davano il sopravvento e la forza di sentirsi il migliore, il più grande. Simile a un dio. Scrive nel suo libro che era nauseato dal banale, dall’ordinario, dal buon senso comune e per odio dell’esistente e degli uomini si abbandonava al sogno e alla solitudine della campagna, cercando non l’amicizia dei suoi simili ma quella delle piante. Così facendo si creava un mondo fantastico dove si ritirava e dov’era “padrone e re senza legge”. Non accettava la realtà in cui viveva perché ne voleva un’altra “più pura, più perfetta, più angelica, più divina”. Rinnegava il passato salvando solo “gli spiriti magni, i fratelli sepolti eppur vivi e presenti” che lo avrebbero consolato negli anni della solitudine. Li amava quei  maestri “quei cadaveri celebri, sepolti sotto i marmi ed i secoli” perché lo invitavano all’odio e lo aiutavano a fuggire e si sentiva bene soltanto con loro: Dante, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Whitman, Carducci, Goethe, Cervantes, Dostojevski, Stendhal, Platone, Nietzsche…furono i suoi “compagni delle veglie rinchiuse”, che in maniera diversa lo facevano crescere e lo arricchivano. Soltanto fra quei pensieri sentiva il mondo degno di sé. E tanto forte era l’amore per i grandi morti quanto il disprezzo per i “piccoli vivi”. Riteneva che nessun uomo – tolti i tre o quattro compagni di avventure – fosse un suo pari. Nessuno gli sembrava degno di giudicarlo e neanche di stargli accanto.

In poco tempo Papini si fece “una fama di terribile e di strafottente”. Molti lo odiavano (che poi era quello che desiderava) perché aveva “sempre sentito più bisogno di nemici che d’amici”; voleva che il suo passaggio sulla terra lasciasse “una traccia più profonda di una rivoluzione o d’un cataclisma”. Scrive nel suo libro che la vita degli uomini, lenta e volgare, lo nauseava sempre di più. Voleva che anche gli altri sentissero questa nausea e trovassero la forza per uscirne. E lui si considerava il “gran predestinato” , colui che avrebbe dovuto accompagnarli verso la salvezza. “Per agire sugli uomini bisogna conoscerli – scrive nel libro - per cambiare le loro anime bisogna esserci saputi entrare, averle penetrate colla simpatia e coll’amore…Chiunque voglia trovare le vie del loro cuore e scoprire la molla de’ loro atti deve aver conosciuto i loro pensieri più segreti, i loro bisogni più gravi, le loro scelte più nascoste”. Papini diceva che tutti sono buoni ad amare gli uomini chiusi nella propria casa. Ma quell’amore diventa disprezzo quando si esce fuori e si ha che fare con loro. Si era convertito dall’anticlericalismo al cattolicesimo leggendo i vangeli “per cercarvi Cristo” ed era rientrato nelle chiese non soltanto per ammirarne l’architettura e la bellezza ma “per ritrovarvi Iddio”.

Ma chi era veramente Giovanni Papini? Un genio…un folle … un polemista…un poeta e scrittore maledetto?  Certamente è un autore “immeritatamente dimenticato” come lo definì Luis Borges. Vi lascio ancora alle sue parole: “Io sono, per dir tutto in due parole, un poeta e un distruttore, un fantastico e uno scettico, un lirico e un cinico. Come queste due anime possano stare insieme e ritrovarsi bene, sarebbe troppo lungo a descrivere. Ma veramente è questo il fondo dell’anima mia (…) Soltanto gli imbecilli confitti a vita nell’imbecillità possono dichiararsi soddisfatti del mondo. Chi tenta di smuoverlo, di animarlo, d’incendiarlo, di rinnovarlo ed accrescerlo ha diritto – non alla riconoscenza di cui fo a meno ora e sempre, ma alla libertà di parlare e di esistere. Ogni uomo ha bisogno, per vivere, di non credersi totalmente inutile. Io non chiedo e non voglio altro appoggio – ma di questa miserabile certezza ho bisogno anch’io, alla pari dei deboli. Io vivo ed agisco ben sapendo che tutta la mia vita e la mia azione sprofonderà nel nulla ma voglio che gli altri sentano che ho il diritto di star fra loro e di offenderli perché faccio qualcosa che a loro stessi può giovare. In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura…io sono uno di questi uomini che accettano il più ingrato dovere e la parte più pericolosa. E per il bene e per il male che faccio ho diritto di respirare, di riscaldarmi, di camminare, di alzar la testa, d’essere libero, di esistere secondo la mia legge”.







mercoledì 27 novembre 2019

Gli "anni beati" del boom economico



“Esistono realtà iscritte in ogni destino, di cui solo a posteriori ci è dato valutare l’importanza”




Primi anni  ’60 del secolo scorso: il mondo era stato sull’orlo di una nuova guerra e faticava a dimenticare i mesi bui della rivolta di Budapest contro i russi, la spedizione anglo-francese sul canale di Suez, le lotte sindacali nelle piazze… Ma era viva in molti la speranza che un’epoca nuova stesse per arrivare, un periodo di pace duratura e di benessere per tutti: la crescente popolarità del nuovo Papa Giovanni XXIII; i buoni rapporti tra Krusciov ed Eisenhower; il rovesciamento del governo corrotto a Cuba ad opera di un giovane avvocato di nome Fidel Castro, erano avvenimenti, questi, che facevano ben sperare. E poi, l’arrivo della televisione con “lascia o raddoppia” e la produzione intensificata di radioline sempre più piccole; il ronzio delle cineprese nei cinematografi; l’abbandono dei campi da parte dei contadini meridionali per un posto in fabbrica alla Innocenti o all’Alfa; le prime cliniche private dove le mamme di solida borghesia davano alla luce i loro rampolli; la diffusione dei rotocalchi che permettevano alle masse di poter spiare da vicino gli scandali e gli amori dei potenti e dei vip; la rivalità Bartali-Coppi; la bellezza femminile esaltata dalla moda, dalla pubblicità e dai concorsi  attraverso una scollatura audace, una bocca rossa ben disegnata, una movenza allusiva; le prime macchine sportive che celebravano l’ebbrezza della velocità; la corsa agli acquisti e ai divertimenti; l’arrivo del cha-cha-cha dal Sudamerica e le canzoni dei Platters che dilagavano dai juke-box sulle spiagge, sulle passeggiate a mare, nei caffè. Tutto sembrava presagire un mondo nuovo, migliore, un’era di benessere e di serenità: stavano per arrivare gli “anni beati”, gli anni del boom economico, in un’Italia che credeva ai miracoli.

In questa cornice prende il via la storia immaginata da Carlo Castellaneta (nato a Milano nel 1930 e morto a Palmanova nel 2013) nel suo romanzo “Anni beati”, pubblicato da Rizzoli una quarantina di anni fa. Un libro oramai fuori catalogo, che si può trovare solo sui banchi di qualche mercatino dell’usato; un libro che – grazie alla bella scrittura di un autore che andrebbe rivalutato – spinge a riesaminare un periodo della nostra storia recente con una maggiore tranquillità di giudizio. E perché no: con una certa nostalgia per chi, come il sottoscritto, non è più un giovincello. Ambientato nel capoluogo lombardo tra il 1957 e il 1961, Castellaneta dipinge uno spaccato della nascente borghesia imprenditoriale in quella Milano del “miracolo economico”, sebbene la povertà fosse ancora evidente, assoggettata com’era dal lusso di pochi. Ma il romanzo è incentrato, soprattutto, su una storia d’amore idealizzata e struggente, una passione amorosa solo vagheggiata, una vera e propria ossessione tra un giovane architetto (Claudio) - sposato con Simona, una delle due figlie del padrone della fabbrica in cui lavora - che si innamora perdutamente dell’altra (Paola, sua cognata), a sua volta maritata con Alessandro. Una vicenda, questa, quasi banale e scontata, che solo l’eccezionale abilità stilistica di uno scrittore poteva elevare ad opera letteraria. Castellaneta è molto bravo a descrivere i moti dell’animo e le contraddizioni di una passione amorosa; sa scrutare gli slanci soffocati del protagonista nei confronti di quel desiderio ostinato di cui non riusciva a sbarazzarsi; esprime la tenerezza e la rabbia di cui lo stesso era vittima a fasi alterne “quasi che l’esistenza di Paola rappresentasse, a seconda dei giorni, motivo di letizia oppure di sconforto”; racconta, con delicatezza, le fantasie e le paure di un amore come questo “clandestino e senza speranza, certo il più puro che esista”.

lunedì 23 settembre 2019

La provincia addormentata



Se c’è uno scrittore meridionale che forse più degli altri ha saputo analizzare, con grande maestria, l’animo umano attraverso i suoi libri, interrogandosi su alcuni grandi temi del vivere quotidiano che tormentano l’uomo moderno - quali la solitudine, la sofferenza, l’incomunicabilità tra le persone, i difficili rapporti familiari - ebbene questi è Michele Prisco, lo scrittore partenopeo nato a Torre Annunziata e morto nel 2003 nella città che lui più amava, Napoli.

“La provincia addormentata” rappresenta il suo esordio nel mondo letterario, pubblicato nel 1949. E’ un testo che comprende dieci racconti, attraverso i quali Prisco dipinge, in chiave psicologica, un affresco umano ed esistenziale di notevole impatto emozionale incentrato sulla ricca borghesia partenopea degli anni ’50 - alla quale egli stesso apparteneva – composta da “una ristretta aristocrazia di facoltosi borghesi agganciati tra loro da un vincolo di pigra amicizia: proprietari terrieri, industriali di aziende alimentari o corallifere nelle vicine città costiere, le più sviluppate, taluni professionisti, qualche rappresentante della stanca nobiltà cittadina”.

In questa pigra e addormentata provincia che si adagia alle falde del Vesuvio “un po’ tarda, pettegola ma tanto pacifica” satura di luce, di colori e di profumi, dove le case sono “seppellite di verde, così calme e borghesi, dove tutto è tranquillo e i sentimenti stessi son cose catalogate” si muovono tutti i personaggi del libro, molti dei quali hanno come voce narrante una donna; gli stessi si dibattono, direi senza speranza e vie d’uscita, tra conflitti interiori e difficoltà ad instaurare sereni e duraturi rapporti interpersonali, tra monotonia ed abitudini consolidate, in contrasto con la tranquillità del circostante paesaggio naturale. Quasi sempre gli uomini e le donne, protagonisti di questi racconti, sono reduci da esperienze dolorose; sembrano appesantiti da un fardello di sofferenza e avvolti da una insanabile solitudine che appare come la loro unica possibilità di conforto. Vittime di ossessioni, vere o presunte che si portano dietro, i personaggi che escono dalla penna dello scrittore napoletano richiamano alla memoria tempi passati carichi di nostalgia, i quali pur vivendo in ambienti ricchi e curati, non riescono ad essere felici e vivere una vita normale. Quasi a voler significare che la ricchezza non dona la felicità ai suoi possessori. Alcuni di essi, che si erano allontanati dalla propria casa, dai propri familiari, dal proprio mondo, per inseguire sogni e desideri, spezzando inconsapevolmente un legame sicuro, ritornano alle origini cercando con difficoltà di ricucire gli antichi rapporti con le persone e con le cose che avevano lasciato.

Sono storie velate di leggera malinconia, inserite in un contesto urbano che la modernità ha notevolmente cambiato, scritte con uno stile raffinato che appartiene – senza ombra di dubbio - ad una maniera antica e colta di raccontare, non riscontrabile tra i tanti scrittori alla moda dei nostri tempi.