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venerdì 3 ottobre 2025

Quel "tuffo" che ci spaventa

 


Viviamo in una società che si rifiuta di affrontare il tema della morte, una società che ha impostato la propria organizzazione immaginando che non esista o che non abbia alcun legame con la vita. Ma, come diceva Michel de Montaigne, “nascendo moriamo e la fine comincia dall’inizio”.

Forse mai come adesso il pensiero della morte ci spaventa; abbiamo il terrore di quel “tuffo” - raffigurato su quella celebre lastra funeraria del V secolo a.c. conservata nel Museo di Paestum - che per gli antichi Greci simboleggiava il salto metaforico dal mondo dei vivi a quello dei morti. Abbiamo paura di interrogarci sulla morte e facciamo di tutto per allontanarla dai nostri pensieri. Ma se da un lato c’è questo maldestro tentativo di rimuoverla dalle nostre esistenze, dall’altro la morte irrompe quotidianamente sugli  schermi televisivi, entra nelle case come un vero e proprio spettacolo e viene mostrata nelle sue varie ed innumerevoli  rappresentazioni. E’ la spettacolarizzazione della morte degli altri che ci attrae in maniera morbosa. Una morte causata – il più delle volte - da tragedie familiari o naturali e poi da guerre o carestie, il cui drammatico evento pur generando dispiacere, ci sfiora ma non ci tocca, lo viviamo con dolore, a volte con indifferenza, ma ne usciamo affrancati perché la morte appartiene sempre agli altri. E basta questo a tranquillizzarci.

E succede che per scacciare queste nostre antiche paure, per rendere più sopportabile la vita, cerchiamo sempre di esorcizzarla, la morte: a volte con l’indifferenza, a volte con la fede, a volte con la superstizione. E da un po’ di tempo a questa parte anche con lo spettacolo televisivo della morte che comprende l’appaluso al morto. Tentiamo, inoltre, di tenere a bada anche la vecchiaia attraverso rimedi fittizi sempre più sofisticati: interventi di chirurgia estetica, attività sportive, diete salutari e dimagranti, atteggiamenti  giovanili. Ci illudiamo, così, di poter sconfiggere la morte. Una immorale fantasia di onnipotenza su cui dovremmo stendere un velo pietoso, perché la morte altro non è che l’inevitabile conclusione della vita.


sabato 12 luglio 2025

L'estrema lentezza con la quale invecchiamo

 


Fare letteratura attraverso il racconto autobiografico è una scelta spesso dettata dal bisogno di scavare nei ricordi e far rivivere vicende personali in cui possa ritrovarsi anche chi legge. In tale contesto narrativo si pone Natalia Ginzburg, la cui produzione letteraria è improntata a una ricerca continua di fatti e sentimenti che fluiscono dal suo passato e da quelle realtà che rappresentano il senso più profondo della sua esistenza. Avevo avuto modo di apprezzare la sua scrittura leggendo, tempo fa, il romanzo “Lessico famigliare” con cui la scrittrice di origini triestine (era nata a Palermo) vinse il Premio Strega nel 1963. Mi sono ora imbattuto in “Mai devi domandarmi”, un libro che raccoglie articoli apparsi su “La Stampa”, una sorta di diario letterario intimo e appassionato che affronta tantissimi temi, che vanno dall’infanzia alla morte, dalla vecchiaia alla vita collettiva, dai libri ai viaggi, dalla politica al credere o non credere in Dio, dai ricordi di scuola alla poesia. Vorrei soffermarmi su quanto ha scritto sulla vecchiaia, un tema che – da un po' di tempo a questa parte - mi sta particolarmente a cuore.

“Ora noi stiamo diventando – scrive la Ginzburg – quello che non abbiamo mai desiderato di diventare, e cioè dei vecchi”. Ed è proprio così: la vecchiaia non l’abbiamo mai né desiderata, né aspettata, né cercata. Arriva, prima o poi. E quando dovevamo immaginarla, la nostra curiosità ci spingeva ad osservare solo quella degli altri, come se noi fossimo immuni da questa condizione esistenziale. Adesso invece sentiamo d’avanzare in quella direzione, “dove faremo parte di una folla grigia le cui vicende non potranno accendere né la nostra curiosità, né la nostra immaginazione... perderemo la facoltà sia di stupirci, sia di stupire gli altri”. Tuttavia, dice la Ginzburg, un motivo di meraviglia l’avremo ancora, ed è “l’estrema lentezza con la quale invecchiamo”.

Si, perché conserviamo a lungo l’abitudine di crederci ancora “giovani”, anche quando abbiamo imboccato una strada diversa. Ma a questa nostra lentezza nell’invecchiare si oppone la rapidità vertiginosa del mondo che ruota e cambia e si trasforma intorno a noi, conservando solo qualche pallida traccia del mondo che è stato il nostro. Quello che abbiamo oggi sotto gli occhi “ci sfugge e ci appare indecifrabile: e in esso non sappiamo leggere che le poche e pallide tracce di quanto è stato. Vorremmo che quelle pallide tracce non sparissero, per poter ancora riconoscere nel presente qualcosa che è stato nostro; ma sentiamo che fra poco non avremo, per esprimere questo desiderio forse molto puerile e ingenuo, né forze, né voce”.

Il fatto che questo mondo sia destinato ai nostri figli e ai nostri nipoti – dice la Ginzburg – non solo non ci aiuta a capirlo di più, ma non fa che aumentare la nostra confusione, il nostro smarrimento. D’altronde loro, i giovani, sono abituati a dirci,  fin dall’infanzia, che noi non abbiamo mai capito nulla e non sappiamo niente. E questo ci fa sentire ancora più inutili, incompetenti, inadeguati, mentre misuriamo le infinite distanze che ci separano dal presente. E pensare che quando scrisse queste parole, Natalia Ginzburg aveva solo 52 anni, era il 1968.



venerdì 2 maggio 2025

Invecchiare al tempo della rete

 


La lentezza, oltre a richiamare una filosofia di vita, un modo di stare al mondo, è anche una caratteristica propria della vecchiaia. Invecchiando si diventa lenti, nel fisico e nella mente, mentre il mondo intorno gira a grande velocità. E a volte appare incomprensibile. Al di là della retorica con cui oggi si cerca di mitigare quella che comunemente viene chiamata “terza età”, io mi sento di  dire, senza falsi infingimenti, che sono dentro la vecchiaia. E’ inutile girarci intorno: è arrivata con la pensione e me la porto dietro. Il passato, quello giovanile, io lo percepisco sempre più lontano, un passato che mi costringe a constatare il mio distacco dal presente, a volte la mia inadeguatezza, sebbene la società consumistica e tecnologica mi inviti a partecipare ai cambiamenti impetuosi che il mondo produce.

La vecchiaia, come scrive Massimo Mantellini in “Invecchiare al tempo della rete” è una faccenda da vecchi, interessa soprattutto chi è ormai avanti negli anni. Tutti gli altri le passano accanto con indifferenza. Da giovane io non mi sarei mai sognato di leggere un libro sulla vecchiaia.  Con questo saggio, Mantellini - uno dei maggiori esperti del mondo digitale - ci ricorda che nessuno, fino ad ora, è diventato vecchio su internet, un luogo molto diverso da quello in cui invecchiavano i nostri nonni e poi i nostri genitori. Tutto è iniziato circa un quarto di secolo fa quando la “rete” ha cominciato ad avviluppare le nostre vite, anche se in maniera differente. E chi nel frattempo cominciava ad avere una certa età, l’unica maniera possibile per dimostrare di essere ancora vivi ed attivi dentro la spietatezza del mondo digitale era quella di mimetizzarsi, adattandosi ai tempi che cambiavano. Il nuovo vecchio si è trovato, allora, ad un bivio: rimanere tale senza lasciarsi influenzare più di tanto dai cambiamenti tecnologici, oppure trasformarsi in una nuova figura: il vecchiogiovane. E la differenza principale fra il vecchio e il vecchiogiovane, ci dice Mantellini, è che “il primo rimpiange mentre il secondo – ancora – invidia”. E chi può invidiare se non i giovani? Il primo riconosce le sue limitate possibilità e si mette da parte, il secondo si finge innovativo e ancora giovane perché solo il giovane è la faccia dell’innovazione. Per Mantellini, il vecchio è Bartali, che apre un negozio di biciclette dopo aver appeso la sua al chiodo. Il vecchiogiovane invece, esponendosi talvolta allo scherno altrui, continua ad immaginarsi sui tornanti del Tour de France, trionfante a fine tappa mentre indossa la maglia gialla e riceve il bacio dalla miss. Per quanto mi riguarda, devo dire che con l’avvento della rete io sono rimasto fondamentalmente vecchio, sono il “Bartali che apre un negozio di biciclette”; e, come una pietra sul greto del torrente che scorre vorticoso, osservo la vita e, a volte, rimpiango. Avevo tutta la vita davanti, un tempo, perciò mi potevo permettere il lusso di rinviare. E rinviavo. Ora che il mio tempo va esaurendosi, mi accorgo che me ne servirebbe altro. Diceva Bobbio – citato da Mantellini – che “quanto più mantiene fermi i punti di riferimento del suo universo culturale, tanto più il vecchio si estrania dal proprio tempo”. E’ ciò che mi succede.

La rete ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa, tra la nuova vecchiaia e quella precedente. Un tempo erano i vecchi che sapevano e tramandavano ai giovani le proprie conoscenze. Oggi i vecchi non sanno, vengono guardati con sospetto e commiserazione, mentre i giovani sanno tutto. Sono i padroni della rete. Ma la possibilità di “esserci senza esserci, di guardare senza essere visti, di parlare in forma di sconosciuto, è una delle ragioni per cui, dopo un allenamento durato un paio di decenni, l’uomo adulto che inizia ad invecchiare in rete sceglierà di trasformarsi talvolta nel vecchiogiovane”. Gli ambienti digitali rendono ogni confine impalpabile, aggiungono astrattezza, confondono le carte e solo da quelle parti “gli estremi potranno mescolarsi e perdersi uno nell’altro”. Ciò non può succedere nel mondo reale dove non c’è alcuna mediazione e dove l’età separa e rappresenta un confine geografico insormontabile.

Il vecchio in rete si materializza con le parole, ma la rete resta pur sempre un luogo impervio e pieno di insidie, un percorso ad ostacoli nel quale la velocità fa da padrone incidendo sulle sue abitudini di vita come mai era avvenuto nel passato. Quando un’epoca decide di sostituire la scrittura a matita con quella digitale, la tecnologia costruisce improvvisamente barriere e fossati, spesso insormontabili, che fino a poco prima non esistevano, riducendo ulteriormente gli spazi di esistenza in vita dei più anziani. Alcuni riusciranno, o quantomeno proveranno a superare quei fossati, altri saranno lasciati ai margini “nel medesimo luogo nel quale in fondo erano sempre stati – scrive Mantellini - ma dentro una marginalità che origina per la prima volta dal design degli oggetti: una specie di dichiarazione di irrilevanza che ogni persona anziana vedrà ripetuta ogni giorno, dentro ogni gesto della parte di vita che gli resta”.



mercoledì 7 luglio 2021

Vecchiaia

 


L’estremo paradosso dei vecchi è che desiderano morire ma vogliono vivere


Finalmente un libro sulla vecchiaia che non cede alla retorica e che evita di darne un’immagine edulcorata e seducente, come sempre più spesso viene raccontata non solo da certi testi, ma soprattutto dai mezzi di informazione e dalla pubblicità. Questo godibile libriccino di poco più di cento pagine, una via di mezzo tra il saggio e l’autobiografia, l’ha scritto Massimo Fini (aveva appena compiuto sessant’anni, oggi ne ha 78), ed era stato da poco “agguantato” dalla vecchiaia. Si intitola “Ragazzo - Storia di una vecchiaia” (Marsilio Editore). Un libro che parla della vecchiaia ma che in realtà, come scrive lo stesso Fini nella sua breve introduzione, è “un inno a quella irripetibile età in cui ci chiamavano ragazzi”. Con arguzia e con lucida spietatezza, sempre sorretto dai suoi ricordi, riesce a dare una sorta di valenza universale alle sue esperienze personali, tant’è che spesso mi sono immedesimato e ritrovato nel suo racconto.

Sappiamo quanto sia sferzante, sarcastica, provocatoria, ironica, ma anche piacevole la scrittura di questo libero pensatore del nostro tempo, che non si è mai adeguato al “politicamente corretto”, e anche in questa occasione non smentisce la sua fama di fustigatore. Il risultato è una crudele analisi senza falsi infingimenti, senza ipocrisie e senza inganni su quella che, in modo eufemistico e consolatorio, ci ostiniamo a chiamare “terza età”. Un libro consigliato soprattutto a chi sta per essere “agguantato” dalla vecchiaia che Terenzio definiva “morbus”; e Seneca, correggendolo, si premurò di aggiungere: “enim insanabilis morbus est”, in verità è una malattia insanabile. “La vecchiaia è una carogna”, diceva sempre la buonanima di mio nonno, locuzione che ripete spesso mia madre che di anni ne ha 93.

Scrive Fini che “abbiamo, al di là delle retoriche di rito, un autentico orrore della vecchiaia. E continuiamo a spostarne in avanti l’inizio. A rigore non dovrebbero più esserci vecchi, tanto abbiamo portato in là questo inizio.” E’ vero che la vita si è allungata, ma la vecchiaia comincia a sessant’anni – secondo l’autore - quindi abbiamo aumentato il tempo di vivere in questa “età atroce”. L’unico modo per fregare la vecchiaia – si legge nel libro - è anticiparla. Ma mentre “il suicidio del giovane ha una sua nobiltà, una grandezza estetica ma anche etica. Perché mette sul piatto tutto quello che ha – la vita – a favore della morte. Quello del vecchio è semplicemente patetico. Non possiede alcun valore, perché da giocarsi non ha che gli spiccioli”. Oggi i ragazzi guardano i vecchi – sostiene l’autore del libro - con la stessa incredulità venata di affetto e di pena con cui lui, alla loro età, guardava quelli della sua. Perché i ragazzi non pensano mai che anche un vecchio è stato giovane.

Ognuno di noi ha, in partenza, un organo più debole degli altri, che è il primo a cedere. Prima divoravi cibi in quantità industriale e stavi bene: ora anche un brodino diventa indigesto. Se stai accovacciato un po' più a lungo, fai fatica a rialzarti. Fai lavoretti di ordinaria amministrazione, che avevi sempre fatto, e dopo un po' ti accorgi che sei stanco morto. Tutto si complica. Tutto cala. Tutto diventa più difficile. Tutto diminuisce. “Curiosamente una sola cosa cresce: degli orribili peli nel naso e nelle orecchie. E’ cominciata l’atra senectus”. La mente, si sa, invecchia molto più tardi del corpo e, prima di indolenzirsi definitivamente, può scrutare con ribrezzo i mutamenti fisici che stanno avvenendo. E allora, dice Fini, “sia benedetta l’arteriosclerosi, siano innalzati peana all’Alzheimer, che impediscono al vecchio di rendersi conto delle sue condizioni”. Tutti noi, oggi, cerchiamo di dimostrare un’età diversa da quella che abbiamo. Ma possiamo ingannare noi stessi, non il tempo. “La vecchiaia è diventata, insieme alla morte, il tabù dei tabù dell’uomo contemporaneo. Abbiamo così creato un’intera e inedita classe di spostati e di infelici che prima non esisteva e che nella società sviluppate continua a ingrossare le proprie fila a causa del rapido invecchiamento della popolazione dovuto al combinato disposto dell’allungamento della vita e della bassa natalità. Siamo una società di vecchi che coltiva un paradossale e grottesco culto del giovanilismo andando così ad accrescere il senso di frustrazione, di inadeguatezza e di umiliazione degli anziani. (…) Le rapidissime trasformazioni tecnologiche fanno del vecchio, e sempre più spesso anche di chi biologicamente non lo è ancora, un analfabeta, uno spaesato, la sua esperienza non serve più a nulla, non conta più nulla”. E se un vecchio nella società agricola era un saggio, nell’attuale società industriale e supertecnologizzata è “un relitto”.


giovedì 27 febbraio 2020

La vecchiaia, questa sconosciuta



Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla vecchiaia e, a tutt’oggi, il dibattito su questo tema, che ha affascinato i pensatori di tutte le epoche, risulta sempre di grande attualità. Anziano, vecchio, attempato, maturo, diversamente giovane: i nomi si sprecano per definire una condizione dell’esistenza che, prima o poi – se non intervengono impedimenti in itinere  - riguarda tutti noi. “Morir di vecchiaia – diceva Michel de Montaigne – è una morte rara, singolare e straordinaria, e tanto meno naturale delle altre; è l’ultima specie di morte, e la più difficile; più è lontana da noi, tanto meno possiamo sperare in essa; essa è senza dubbio il confine al di là del quale non andremo, e che la legge di natura ha prescritto non debba essere oltrepassato; ma è una sua rara concessione farci giungere fin là”.

Ma a che età comincia davvero la vecchiaia? A sessanta…a settanta…a ottant’anni? Qualcuno ha detto che comincia nel momento stesso in cui si nasce. La terza età (chiamiamola pure così, nella sua accezione più edulcorata) per me è arrivata all’improvviso, come un temporale estivo che si scatena inaspettato e ti coglie senza l’ombrello. Ero in pensione da poco, quando un mio amico - che non vedevo da tantissimi anni - incrociandomi per caso una mattina, dopo avermi osservato con attenzione per qualche istante, mi ha detto compiaciuto: ti trovo bene! L’ho ringraziato di cuore, naturalmente, però riflettendo su quell’affermazione apparentemente innocua, tanto cortese quanto indulgente, mi è venuto di pensare che mai prima di allora avevo ricevuto un siffatto apprezzamento. Quel “ti trovo bene” l’ho percepito in maniera ambigua, come a dire: vabbé, sono passati tanti anni, però vedo che ancora te la cavi e, tutto sommato, credevo di trovarti peggio di come sei. Ora, diciamocelo: per vedere come gli anni cambiano il tuo fisico, nessuno specchio è più affidabile della faccia di un tuo coetaneo che non vedi da molto tempo. E devo dire che, osservando la faccia alquanto stagionata del mio amico di gioventù, quella mattina ho capito che anch’io avevo imboccato quella fase calante dell’esistenza che lo specchio di casa - con cui faccio i conti tutti i giorni - non mi aveva ancora svelato. Ci rido sopra, ovviamente, eppure è così: ho avuto la sensazione, per la prima volta, di non essere più il giovane virgulto degli anni migliori.

Il tempo passa e se ne va, lasciando i suoi segni indelebili sulle cose, così come sul volto di una persona. E questo passaggio genera inevitabilmente sensazioni e sentimenti, a volte velati di malinconia. I giovani, per esempio, non avvertono mai il fluire del tempo perché la giovinezza - che apparentemente sembra un’età infinita - concede loro un privilegio che ad altri non è concesso e cioè quello di poterlo sprecare, il tempo, visto che ne hanno in abbondanza. A volte i giovani, anziché vivere con gioia il presente, non vedono l’ora di diventare grandi e indipendenti. Rinviano tutto al futuro, incapaci di cogliere l’attimo, che deve passare presto, affinché il domani arrivi quanto prima. Anch’io, quando ero ancora un giovane lavoratore, non vedevo l’ora che arrivasse il sabato e la domenica…le ferie estive…una certa ricorrenza…una determinata occasione. Erano i soli momenti, questi, in cui credevo di poter vivere ed essere felice. Troppe erano le ragioni per sperare che il tempo passasse il più velocemente possibile, che il presente diventasse futuro e in questa infinita attesa aspettando di avere già vissuto, andavo inesorabilmente incontro alla “vecchiaia”. E non me ne accorgevo. Ora, guardando indietro, ho l’impressione che almeno fino ai trent’anni il tempo sembra statico, che non passa mai; dopo i quaranta comincia a correre, passati i cinquanta precipita giù come un masso da una montagna e compiuti i sessanta - poiché ci si trova in età pensionabile - gli anni ruzzolano uno dietro l’altro a velocità inaudita, nonostante si viva l’illusione di giornate lunghissime, rese tali dai minori impegni e dai tempi più lenti del vivere quotidiano.

“Vorrei fermare il tempo in questo dolce istante”, così cantava negli anni sessanta/settanta il cantautore italo-belga Adamo, che forse solo quelli della mia età ricordano.  Ma il tempo non si può fermare. Eppure, oggi, nella società dell’efficienza a tutti i costi e della “dittatura della giovinezza”, in quest’epoca ormai proiettata verso un’aspettativa di vita vicina ai 100 anni, vige una sorta di convinzione di onnipotenza che induce a pensare - proprio nel momento in cui il tempo sta per travolgerti – di poter ritornare giovani attraverso un intervento di chirurgia estetica. Su questi penosi restauri non posso che stendere un velo pietoso perché la bellezza non è solo quella di superficie, fatta di esteriorità e immagine – che comunque ha una sua importanza – ma è soprattutto quella interiore, spirituale. E poi, non si può escludere che ha una sua straordinaria bellezza anche il volto di un anziano segnato dal tempo, con le sue rughe che raccontano storie ed esperienze di vita vissuta.

La terza età, che comincia a manifestarsi sul corpo e sulla mente con l’arrivo della pensione, non è una sciagura – come si vorrebbe far credere - ma l’inizio di un nuovo capitolo dell’esistenza che elargisce, senza alcuna enfasi, vantaggi e piacevolezze, ma anche rimpianti e sofferenze, a cui nessuno può sottrarsi. Essa irrompe, spietata, nella vita rappresentandone un ritaglio importante ed imprescindibile, facendoti comprendere l’estrema fragilità della condizione umana. Finalmente puoi accantonare il tempo fisico ed esteriore, quello regolato dagli orologi, dalla burocrazia, dalla pubblicità e dai ritmi lavorativi, e riconquistare quel tempo interiore, vitale e primario che scorre lento e sereno, guidato non più dalle convenzioni sociali, dalla fretta e dagli impegni, ma dai sentimenti, quelli veri, dagli affetti e dai ricordi. Non devi più firmare il cartellino, puoi pensare, leggere, scrivere, passeggiare, oziare, osservare, perché non hai più un padrone a cui rendere conto; sei affrancato dal “mercato” e da quell’abito sociale che ti era stato confezionato addosso; non devi più dimostrare nulla a nessuno e puoi finalmente appendere al famoso chiodo quei “tormenti più intimi” e seguire il consiglio di Lord Philip Chesterfiel, secondo cui fare certe cose ad una certa età non conviene perché “la fatica è tanta, il piacere è poco, la posizione è ridicola”. La vecchiaia ti apre ad un mondo nuovo e ti rende finalmente libero. Libero di essere te stesso senza falsi infingimenti. Libero dai lacci e dai lacciuoli imposti dalla società, dagli affari, dalle mode, dalla tecnologia.

martedì 26 maggio 2015

Segnali di vecchiaia



Preferisco servirmi dei mezzi pubblici quando giro per Roma: il traffico caotico ed i parcheggi spesso introvabili scoraggiano l’uso della macchina privata. E così l’altro giorno, dovendo spostarmi per sbrigare alcune faccende, ho preso il solito autobus sotto casa che, stranamente, non era affollato come sempre. Ero appena salito, quando mi sono sentito apostrofare da una giovane donna di circa 35/40 anni, seduta davanti a me: “scusi, signore, vuole accomodarsi?”. Nel sentire queste parole (che di solito si rivolgono ad una persona anziana), ho avuto un primo immediato imbarazzo, misto a sorpresa: ero diventato, a mia insaputa, un matusalemme che non si regge più in piedi. Comunque, mi sono ripreso con un sorriso e nel declinare garbatamente l’invito, esprimendo tutta la mia gratitudine alla gentile signora per il favore accordatomi, devo confessare che ho avvertito una strana ed amara percezione, quella cioè che ti fa sentire improvvisamente il peso della vecchiaia, a cui tu non avevi mai pensato.
Si, perché era la prima volta che qualcuno – e per giunta una donna – aveva colto la necessità di cedermi il posto sull’autobus. E ciò mi aveva molto colpito, prima ancora che impensierito. E’ come quando ti succede una cosa che non ti aspetti o che vieni percosso alle spalle senza poterti difendere. Forse voi starete sorridendo, eppure il fatto contiene tutti i segni del “dramma psicologico” che si stava consumando su quella linea urbana. Posso capire se fossi salito con le stampelle, o fossi stato un portatore di handicap, indicazioni queste che in un paese civile spingono delle persone - altrettanto civili - che siedono su un autobus, ad alzarsi per cedere il posto  al malcapitato viaggiatore bisognoso di assistenza. Devo inoltre aggiungere che ero pure vestito in maniera sportiva, con scarpe da ginnastica e occhiali da sole. Insomma, credevo di essere una persona in buona salute, ancora giovane e scattante, non appesantita né dagli anni (che comunque avanzano) né dagli stravizi alimentari; possibile che apparivo così malandato agli occhi di quella viaggiatrice, da toccare le corde della sua benevolenza? Possibile che mi abbia visto come un vecchietto che ha perso la badante? Avrei voluto ribadire a quella gentilissima ed educatissima signora o signorina che, in fondo, non sono poi così vecchio da non poter stare in piedi su un autobus, peraltro mezzo vuoto, e che prima di adottare tali apprezzabili e doverosi comportamenti, sarebbe bene verificare la reale necessità del gesto, con un’osservazione più approfondita della persona cui ci si rivolge,  onde evitare spiacevoli equivoci. Ma, naturalmente, ho desistito per non passare per il solito “vecchio maleducato”. E mentre rimuginavo questi pensieri, in preda al mio sconforto, continuavo a rimirarmi nel vetro della porta dell’autobus - che per l’occasione fungeva da specchio - al fine di rintracciare sul mio volto quei segni del tempo che avevano indotto in errore la bene educata passeggera. La quale, ogni tanto mi osservava di sottecchi, convinta che alla prima frenata brusca dell’autobus sarei stramazzato per terra. Per fortuna è scesa prima di me e, nel salutarla e ringraziarla ancora una volta con un largo sorriso, mi sono finalmente seduto al suo posto. Anche se non ne avevo alcun bisogno.

Alla fermata successiva è salita – tra le altre persone - una signora che dall’aspetto appariva molto più giovane di me. Da buon cavaliere e da persona educata quale sono, le ho ceduto immediatamente il posto. E la signora, accettando di buon grado, mi ha ringraziato per la cortesia, ristabilendo così quella situazione di normalità che mi vede su un mezzo pubblico - come da sempre - cedere il mio posto alle persone anziane e alle donne, piuttosto che riceverlo.