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lunedì 24 gennaio 2022

Nei mari estremi

 


“E’ un libro che tratta “della nostra vita, della sua morte”. Così Lalla Romano – una delle figure più significative del nostro Novecento letterario - parlava del suo libro “Nei mari estremi”, forse la sua opera più intensa, quella che tocca il suo vertice narrativo. Già la conoscevo, questa scrittrice piemontese, per aver letto “Le parole tra noi leggere” con cui vinse il premio Strega nel 1969, romanzo che parla del suo rapporto con un figlio “difficile”. Con “nei mari estremi” Lalla Romano (amica di Mario Soldati e Cesare Pavese), ripercorre i “quattro anni” dell’innamoramento per Innocenzo Monti (che diventerà Presidente della Banca Commerciale Italiana e che sposa nel 1932), e poi i “quattro mesi” della malattia di lui che lo porterà alla morte. Il libro - che si sviluppa attraverso concisi flash di memoria e di immagini - è un singolare romanzo/diario, una sorta di intima confessione disperata e intensa, un’ “avventura spirituale” nei punti più estremi dell’amore e della morte, che ne fanno un unicum di tutta la nostra letteratura.

“Per me scrivere – dice Lalla Romano – è stato sempre cogliere, dal tessuto fitto e complesso della vita qualche immagine, dal rumore del mondo qualche nota, e circondarle di silenzio”. E queste sue concise strofe in prosa, questi suoi istanti di vita circondati dal bianco della pagina – come avrebbe detto lei - sono brandelli di sofferenza interiore di fronte alla fugacità della condizione umana, ma anche brevi momenti di felicità. “C’era malinconia nella gioia, come è giusto; e non era follia, era saggezza”. Sicché il libro risulta come spezzato in due parti: c’è un “prima”, fatto di dolcezze, di piccoli piaceri, di serenità familiare, che Lalla Romano sembra quasi proteggerlo dal “dopo” che è in agguato e che sfocia nel dramma, “nei mari estremi” della malattia. E poi della morte. Ma la scrittrice non è nella malattia che temeva di perdere la sua storia d’amore con Innocenzo “ma nelle assenze, nella lontananza. Morire è allontanarsi: l’ho saputo poi”. Così scrive. Nei mari estremi è un testo duro e struggente - ma nello stesso tempo – di grande tenerezza; è uno di quei rari libri che, grazie al pathos che riesce a trasmettere, non può essere raccontato: va soltanto letto.


martedì 18 gennaio 2022

Paestum

 


Ci sono dei luoghi che sanno di eterno e nessuna riproduzione, fotografica o descrittiva, può mai rendere l’idea della loro bellezza che solo la presenza sul posto può trasmettere. Sono luoghi come sospesi nel tempo, che in qualche maniera ci riportano alle nostre origini, di fronte ai quali si rimane incantati, soggiogati dalla grandiosità delle immagini e dalle sensazioni che suscitano. Uno di questi luoghi è certamente Paestum, patrimonio dell’umanità. Dicevo che nessuna descrizione può mai sostituirsi allo sguardo, eppure resto sempre affascinato dalle parole dei grandi personaggi della cultura (poeti, scrittori, artisti…) che - trovandosi al cospetto dei templi di Paestum – hanno saputo celebrarli con parole che posseggono una straordinaria capacità evocativa, prima ancora che godere della loro maestosità architettonica. Un atto d’amore nei confronti della bellezza, un invito ad osservare con occhi estasiati la magnificenza del passato. E a volte queste belle descrizioni le trovi dove meno te le aspetti, come nelle pagine di un romanzo di Michele Prisco “Lo specchio cieco” di cui ho parlato nel post precedente:

“A Paestum ogni volta ritrovo, e rinnovo, un coagulo di emozioni, il rigurgito come di ancestrali allarmi: per quanto anche lì intorno la speculazione edilizia abbia cercato di deturpare il paesaggio, resta ancora uno dei pochi luoghi in cui il Sud mi parla più che con la sua storia o la sua civiltà con la forza oscura e inalterabile dei suoi richiami. Già ci si arriva intimiditi, attraversando una campagna bassa e squadrata (le bufale che vi si attardano impigrite sono grasse, lucide, sazie), e quando si è di fronte ai templi s’entra come in un sortilegio di cui non si riesce mai a spiegare la natura e forse il loro fascino sul visitatore consiste proprio in questa silenziosa arcana impenetrabilità. Perché qui siamo soli, noi uomini d’oggi più o meno malati di nevrosi, e i blocchi di pietra millenari, ma ci separa più che la distanza temporale l’ineffabilità del mistero, del rito, del recinto sacro, che si respira in tutta la sua chiusa solennità e che niente può aiutarci a sciogliere in un incontro più diretto o in una più umana misura: la pietra resta muta e gelosa, lo stesso mare che traluce di là dai colonnati (e quel giorno era livido, fermo e senza confini) diventa un altro elemento di questa suggestione così intensa e struggente”.


sabato 15 gennaio 2022

Scrittori dimenticati: Michele Prisco

 


Un libro deve avere la capacità di aprire la mente e lasciare una traccia del suo passaggio. In questa orgia di pubblicazioni noi oggi sembriamo rincorrere solo le novità, le mode letterarie, l’immediata fruibilità di un prodotto, come se il libro fosse equiparabile all’ultimo modello di telefonino e non fosse, invece, un luogo di metafore, di incontri, uno strumento di autoanalisi. Mi piacerebbe che ogni tanto la televisione, anziché pubblicizzare l’ennesimo libro di Carofiglio, di Vespa e di Vattelapesca, riproponesse qualcuno dei tanti ottimi scrittori italiani del Novecento che – pur non avendo mai frequentato i salotti televisivi – hanno fatto la storia della nostra letteratura scrivendo opere che non muoiono mai. Sono autori del tutto dimenticati e che oggi nessuno più legge. Eppure hanno scritto libri importanti e hanno vinto premi significativi. Tra questi, c’è sicuramente Michele Prisco, scrittore partenopeo (era nato a Torre Annunziata) di grande spessore culturale, morto circa venti anni fa. Egli sa rendere bella anche “la vita del condominio” - come chiamava le storie del presente e dell’ordinario Sebastiano Vassalli – sa dare dignità letteraria anche alla banalità del vivere quotidiano: e non è da tutti. E questo, grazie ad uno stile corposo ed elegante che non può non incantare chi ama la bella scrittura. Prisco – da acuto osservatore del suo tempo – concentra la sua attenzione quasi sempre su pochi personaggi, per lo più appartenenti alla ricca borghesia partenopea, a quella “provincia addormentata” (che è anche il titolo di un suo libro di racconti), adagiata sulle falde del Vesuvio. E intorno a questi soggetti, sempre tormentati da dilemmi etici e morali, costruisce la trama psicologica dei suoi romanzi che toccano debolezze e fragilità dell’animo umano, vizi e virtù. Ne escono degli affreschi esistenziali sempre attuali. Sempre piacevoli da leggere e su cui riflettere. Mi piacerebbe che una mattina, passando davanti ad una libreria qui a Roma, scorgessi in vetrina accanto all’ultimo libro di Carofiglio e della Lambertucci, anche la nuova edizione di un vecchio romanzo di Michele Prisco: non dovrei più cercarlo sulle bancarelle dei mercatini dell’usato.

“Lo specchio cieco” è uno di questi suoi romanzi, uscito nel 1984. Il protagonista, e voce narrante, è un noto scrittore, che vive con la moglie a Roma (forse lo stesso Prisco, il suo alter ego) il quale, arrivato alla soglia dei cinquant’anni - dopo aver pubblicato diversi libri di successo - si ritrova come svuotato e impoverito dentro, tanto da non riuscire a scrivere più niente. A questo indebolimento della sua fantasia narrativa, si unisce pure un sentimento di sfiducia o disillusione sulla reale necessità del suo lavoro intellettuale, tant’è che spesso si domanda se non sia arrivato il momento di deporre definitivamente la penna. Complice anche quel “processo d’involgarimento sempre più pervasivo” innescato dai mezzi di informazione di massa, in primis la televisione, attraverso l’intrusione dentro le nostre case della realtà esterna, così “violentemente prevaricante e preponderante”. Ma, come per incanto, l’incontro casuale con una donna conosciuta molti anni addietro e che aveva perso di vista (era stata la seconda moglie del padre di un suo caro amico d’infanzia), ha la capacità di interrompere quel suo stato di inerzia. Un incontro, questo, che lo riporta con la mente indietro nel tempo, agli anni della sua tranquilla vita a San Severino, un piccolo paese in provincia di Salerno, che aveva custodito i suoi sogni adolescenziali di diventare scrittore. L’immagine di questa donna, così diversa da come l’aveva conosciuta, e poi i luoghi della giovinezza, i ricordi e gli amici di quel tempo sembrano favorire il recupero del suo equilibrio interiore, da cui dipende il suo futuro di narratore. E per ritrovare fiducia nella scrittura, decide di raccontarne la storia, di romanzarla o addirittura camuffarla con la fantasia, facendo riaffiorare dal passato episodi e figure e volti e paesaggi della sua vita di provincia, là dove solo poteva rintracciare la sorgente vera delle sue radici. “In quel mondo unico e irriducibile – dice il protagonista – che poi avrebbe trasformato il tempo in memoria e che non era propriamente il tempo della mia adolescenza ma era come l’adolescenza del tempo, di quella insostituibile età, voglio dire, che rappresenta per tutti noi, in accezione individuale o collettiva, il solo possibile punto di riferimento per un disegno del nostro destino”.


domenica 9 gennaio 2022

Al cimitero

 


Passeggiare lentamente in un cimitero non è una cosa sconfortante, da evitare: è, invece, l’occasione per rintracciare nomi e volti di amici, conoscenti, persone care che non ci sono più e di cui si conserva la memoria, anche solo attraverso storie lontane che ci sono state raccontate. E’ un modo per ritrovare ricordi e significati profondi, per lasciarsi coinvolgere da quella dolce malinconia che, in certi momenti della vita, fa proprio bene all’anima. “Venite vivi a visitare i morti – si legge, non ricordo in quale cimitero – prima che morte a visitar vi venga”. Questa visita al cimitero io la faccio ogni qualvolta ritorno al paese d'origine, nel Cilento. Ma non il 2 di novembre: quel giorno vi si aggirano troppi vivi e io mal sopporto la folla da mercato, tanto più nel posto dove regnano i morti e la pace eterna.

Il piccolo camposanto del mio paese - che si erge su una lieve collina - gode di una posizione davvero invidiabile, oserei dire amena: da una parte guarda verso il mare e la Costiera Amalfitana e, dall’altra, verso la vallata della diga dell’Alento, circondata da una catena di monti a delimitarne l’orizzonte. Certo, è sempre un camposanto, però pensare di essere seppelliti in un luogo così dolce, forse rende più lieve il pensiero della morte. Un posto per l’eternità, con vista sulla bellezza anche questa eterna. Ci sono stato l’ultimo giorno dell’anno appena passato: non sono il tipo che si lascia influenzare dalle superstizioni. Le stupidaggini proprio non le sopporto. Sono i vivi che a volte fanno paura, non i morti. Tantomeno i cimiteri. Diceva Giovanni Papini che “i teatri di marionette e i camposanti sono gli unici luoghi dove l’uomo possa prendere acuta coscienza di sé. Nei primi vede cos’è prima della morte, nei secondi quel che sarà dopo la vita”.

Non c’era nessuno a quell’ora, nel cimitero, solo un signore del paese che io conosco, raccolto nei suoi pensieri sulla tomba del figlio, morto qualche anno fa. Scambio qualche parola con lui: mi dice che viene qui a fargli visita due volte al giorno, la mattina e la sera. Io credo che la morte di un figlio sia, per un genitore, una delle prove più dure e difficili da sopportare, il dolore più straziante e insanabile che possa colpire una persona. Raggiungo il loculo marmoreo dove è sepolto mio padre: guardo quella sua foto, in alto, che lo ritrae sorridente, e gli mando un bacio con la mano. Ho come l’impressione che mi stia aspettando e sia felice di rivedermi. Chiudo gli occhi in muta preghiera, e bastano quei pochi istanti per ripercorrere tutta la sua esistenza: la guerra, che da giovane lo aveva visto prigioniero in Germania (spesso me ne parlava), le difficoltà del vivere, il duro lavoro, i sacrifici per assicurarmi un avvenire migliore, la sua malattia. Un padre vive sempre se non lo lasciamo morire dentro di noi. Ricordo la sua infinita, contagiosa serenità: era capace di stare delle ore seduto davanti l’uscio di casa – durante gli ultimi anni della sua vita - senza mai annoiarsi. E senza mai lamentarsi. Non aveva bisogno di molto per essere contento, questo mi ha insegnato. Avrei voluto stare di più con lui, apprezzarne quell’umanità che ho perduto per sempre. E goderne. Saluto, poi, i miei nonni che “abitano” lì vicino. Quanta tenerezza, quanta nostalgia ancora mi suscitano! Su quei volti in bianco e nero, che sanno di antico, si compie ogni volta il riassunto più rapido della mia adolescenza. Spensieratezza, gioie, sensazioni indelebili di quando ero ragazzo e stavo con loro. “Tutto viene dalla terra” – diceva mio nonno Nicola, contadino – e terra diventeremo”…e come è vivo in me il ricordo di nonna Giovannina: da piccolo mi proteggeva con raccomandazioni e preghiere e ogni giorno aspettava trepidante il mio ritorno dalla scuola, per il pranzo!.. e poi quelle lunghe partite a briscola con nonno Peppo: cercavo sempre di imbrogliarlo per suscitare la sua indignata reazione, che tanto mi divertiva! Questi pensieri, per un attimo, mi commuovono. Passo poi a salutare mio suocero; era di una bontà rara! Faceva il fabbro, un mestiere che, nel paese, è morto con lui. Quanti manufatti in ferro battuto ha realizzato per noi! Giro l’angolo per lasciare un saluto, una preghiera e un fiore a Nicola, mio cognato, che riposa in pace nella cappella della sua famiglia: un drammatico e crudele destino l’ha strappato alla vita e ai suoi cari (moglie e due figlie), quando aveva solo 33 anni, gli anni di Cristo. Sembra quasi che Nostro Signore morto in croce chiami a sé prima i più buoni.

Mi aggiro tra le lapidi, fila dopo fila, tutte guarnite di foto, ed ho come l’impressione che gli occhi di quei defunti prendano vita e mi seguano benevolmente ovunque io vada. Osservo i mazzi di fiori allineati, alcuni freschi altri appassiti, i lumini accesi, le piccole immagini sacre, le tante epigrafi a ricordare chi non c’è più. Forse sono proprio le epigrafi il lato stonato di questo luogo: sembrano tutte uguali, vergate dalla stessa mano, le solite scritte generiche, banali e dolciastre. “A leggerle – diceva Andreotti – uno si chiede: scusate ma se sono tutti buoni, dov’è il cimitero dei cattivi?”. La frase celebrativa incisa sulla lapide dovrebbe forse regalare, come una Spoon River, l’ultimo sorriso o far riflettere sulla fragilità della condizione umana. “Ero ciò che non sono”, si legge sulla tomba di Pessoa; “Allegria” su quella di Mike Bongiorno; “Amici non piangete, è soltanto sonno arretrato” ci ammonisce Walter Chiari.

Quanti morti ci sono in un cimitero! Mentre guardo di qua e di là, rivolgo loro un cenno di saluto con la mano o con la testa. Conosco più le persone che sono qui sepolte che non quelle che vivono nel paese. Contadini, muratori, artigiani…molti di loro li avevo conosciuti anziani, o li vedevo semplicemente girare nel paese, quando io ero ancora ragazzo. E ora li ritrovo qui. E qui, ogni volta, scorgo qualcuno che prima non c’era. E questo mi rattrista e mi ricorda che il tempo passa inesorabilmente. Mi soffermo in raccoglimento davanti alla tomba di Gaetano, di Tony…due amici: se ne sono andati per sempre anzitempo. La morte non sfoglia solo il libro dei vecchi, mi viene da pensare. Ogni volto mi riporta alla mente ricordi e immagini del passato, frammenti di vita vissuta nel paese in cui sono nato.

Esco dal cimitero avvinto da un sentimento d’intensa e profonda compassione per tutte quelle persone assenti. Ma non sono triste! Come dice Franco Arminio “il luogo diventa più dolce se ognuno porta la sua ferita, il suo segreto”. In una delle tante “Cartoline dai morti” (un suo libriccino) sempre Franco Arminio - immaginando un morto che dà dei consigli ai vivi – così scrive“Ora che sono morto io vi dico: fate attenzione quando salutate un vecchio, quando salutate un bambino, sentitevi contenti di avvitare una lampadina, di allacciarvi le scarpe, ma più di tutto godetevi la bellezza di tornare a casa, non importa se da un lungo viaggio o da un funerale”.


lunedì 3 gennaio 2022

L'amicizia

 


L’amicizia è un sentimento raro, molto raro. Da qui il suo lato prezioso. Da qui nasce quell’antico proverbio che recita: “chi trova un amico trova un tesoro”. E non è facile trovare un tesoro. Dubito, pertanto, delle dichiarazioni troppo entusiastiche in favore dell’amicizia. Diffido di quelle persone che si beano, allegramente, di avere “tantissimi amici”. Se mi guardo intorno, con un occhio rivolto anche al mio passato, io vedo solo compagni di scuola e di giochi (che non si dimenticano mai), vedo simpatici conoscenti, vedo parenti, vedo ex colleghi di lavoro (la cui compagnia è sempre piacevole): ma non vedo amici, nell’accezione più vera e profonda del termine.

Quante volte abbiamo sentito dire da chi ama la lettura: “i libri sono i miei migliori amici”…oppure, da chi ama gli animali, “il cane è il mio amico più fedele”. Se questo è vero, perché i libri così come i cani ti danno tanto senza chiedere nulla, diventa plausibile anche essere amico di uno strumento musicale, di un albero che l’hai visto crescere, di un oggetto a cui sei affezionato, di una bottiglia di vino. D’altra parte Proust affermava che “avrebbe potuto fare ugualmente amicizia con un divano”. E poi quante volte un genitore si pone nei confronti del figlio come un amico! e alzi la mano chi non ha mai sentito dire: “non esiste migliore amico di me stesso”. Tutto ciò, a riprova di quanto possa essere ampio o limitato il valore che si attribuisce alle amicizie. Insomma, tra malintesi, confusioni e interpretazioni sbagliate, tra appropriazioni indebite di un sentimento e differenze di punti di vista: l’amicizia è una delle parole più abusate, che sta in bocca a tutti e da tutti viene maltrattata. Diciamo di avere tanti amici, quando invece ci troviamo di fronte a persone che troviamo solo simpatiche, e con le quali ci piace trascorrere una serata in pizzeria. Certo, può essere una forma di amicizia anche questa – se proprio non vogliamo chiamarla compagnia - ma dobbiamo riconoscere che nella maggior parte dei casi si parla di amicizia laddove non ci sono che relazioni legate da interessi reciproci, superficiali, poco profonde, senza conseguenze emotive. E che dire, poi, dell’amicizia virtuale che nasce sui social! Si “chiede l’amicizia” su facebook, e il bello è che ti può essere concessa ma anche revocata, come se questo sentimento fosse un adempimento burocratico, o si potesse comprare. Una vera aberrazione.

Ci sono stati, nel corso dei secoli, coppie di amici che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della letteratura, e non solo, legate da una profonda amicizia fondata sulla lealtà e sulla generosità: mi vengono in mente Eurialo e Niso, Patroclo e Achille, Narciso e Boccadoro, fino ad arrivare ai giorni nostri con Falcone e Borsellino. Sono esempi di amicizia, questi, che ci offrono interessanti spunti di riflessione su un sentimento ormai svalutato e banalizzato. A questi esempi vorrei ora aggiungere una bella e reale storia di amicizia raccontata dallo scrittore e psichiatra viareggino Mario Tobino - “medico dei matti” come amava definirsi - nel suo romanzo autobiografico “Tre amici”

Tobino è stato uno scrittore atipico della letteratura del ‘900, la cui scrittura si muove sempre tra vicende di guerra e di follia, toccando aspetti autobiografici, attraverso uno scavo psicologico molto profondo. Qualche sera fa Rai 5, uno dei pochi canali che si occupa davvero di cultura, gli ha dedicato - a trent’anni dalla sua morte - una interessante trasmissione proponendo il suo percorso di vita attraverso le sue opere e la sua attività di medico nell’ospedale psichiatrico di Maggiano (LU). E tra le sue opere, “Tre amici” occupa un posto di rilievo perché narra le vicende umane e professionali dell’autore e dei suoi due amici fraterni Mario Pasi e Aldo Cucchi (nel libro assumono i nomi di Campi e Turri), i quali si incontrano all’Università di Bologna dove studiano medicina. Li unisce lo studio, la passione politica, il desiderio di costruire un mondo migliore. Lo sfondo è quello degli anni ’30: la guerra, il Fascismo, la militanza nella Resistenza. I tre protagonisti non hanno bisogno di sbandierare ai quattro venti la loro fraterna amicizia e il libro inizia proprio con queste parole: “Non ci dicemmo mai che eravamo amici. Figuriamoci il Campi se pronunciava la parola amicizia! Vi avrebbe potuto scorgere una svenevolezza…Anch’io e Turri mai pronunciammo: siamo amici. Ci chiamavamo con i nostri nomi, ecco tutto. Quel che era infisso nel cuore non doveva trasparire”. Erano legati da un rapporto di amicizia fraterno e inscindibile che andava oltre il semplice affetto, più forte delle avversità della vita e degli anni della guerra. Più forte della morte. 

La voce narrante è quella di Alfeo Ottaviani, l’alter ego di Tobino: “Ora, mentre scrivo, trascorsi più di quaranta anni, mi pare eccezionale la nostra amicizia, incapace io a descriverla, noi tre, che non ci siamo comunicati mai nessun sentimento, mai un’effusione…Ora sono rimasto solo. Non mi rimane che ricordarli, tentare qualche loro tratto, inseguire a lampi, affacciarmi sopra le loro ombre, sperando che la storia risorga…Era la nostra amicizia così profonda, talmente insieme avevamo collaborato ai nostri sogni che, se anche non ci si vedeva, non ci si frequentava, il nostro colloquio procedeva, sapevamo tutto quel che ci passava nel cuore e nella mente…”.

Un libro dal sapore dolce amaro, delicato, a tratti malinconico e poetico. “…quel che ci univa, il tizzone che bruciava Turri, Campi e me, era la politica, questa la nostra croce, infissa nel cuore, Il nostro segreto era quello, tre croci uguali, quasi per noi tempo di catacombe, avessimo frequentato Gesù…Io sono qui a tentare di tradurli con le parole…”


venerdì 31 dicembre 2021

Cenone e veglione

 


Ci sono alcune parole che non riesco proprio a digerirle, mi provocano una sorta di reazione allergica ogni volta che le sento pronunciare. Sono tutte quelle parole che hanno la desinenza “one” e determinano un ambiguo accrescitivo. Due di queste, in particolare, si presentano immancabilmente alla fine di ogni anno solare, e non esiste pandemia in grado di liberarcene: cenone e veglione. Le due parole vivono in stretta correlazione, direi quasi in simbiosi, e l’una non può esistere senza l’altra. Con chi fai il cenone? Ti senti chiedere il 31 dicembre di ogni anno. E il veglione? Se gli rispondi che l’ultimo giorno dell’anno hai l’abitudine di fare una cena normale, morigerata come sempre, senza abbuffarti perché non ne vedi la ragione; se gli fai capire – pacatamente - che durante le feste di fine anno vorresti fuggire su una montagna e nasconderti in un eremo, lontano dalle cataste di panettoni, dai regali e dal profluvio di luminarie intermittenti, ti guardano male. Il disprezzo nei tuoi confronti, poi, è palese sui loro volti se vengono a sapere che non aspetti nemmeno la mezzanotte, per il brindisi finale davanti al televisore, e te ne vai a dormire alla tua solita ora, incurante dei botti e della festa che incalza. Si, perché il cenone e il veglione casalingo procedono di pari passo con il cenone e il veglione televisivo. Assistiamo, in quest’ultimo caso, ad un tripudio di urla, balli sfrenati, risate sgangherate e contentezza prorompente da parte di un cast composto da tutte le mezze figure del video nazionale, condotto dal solito presentatore di turno, che invita contemporaneamente, spettatori a casa e attori e pubblico televisivi, a tenere d’occhio il grande orologio che campeggia in sala. Mancano ancora 3 ore…mancano ancora 2 ore – urla eccitato il grande cerimoniere - e così di seguito fino al fatidico conto finale, meno tre…meno due… quando cresce l’esaltazione collettiva e scoppia la felicità. Baci, abbracci, spari, gioia incontenibile: è arrivato il nuovo anno. Un clima, questo, che evoca il crollo dell’impero romano prima dell’arrivo dei barbari a porre fine, pietosamente, alla lancinante agonia di una civiltà. 

Speriamo che l'anno che verrà sia migliore!


martedì 14 dicembre 2021

Il blogger, questo sconosciuto

 


Scrivo su questo blog da quando sono andato in pensione, e devo dire che tutto è nato per gioco: volevo vedere l’effetto che fa. Ancora prima, avevo l’abitudine di scrivere al computer le “recensioni” dei libri che leggevo, salvandole in un semplice file word: mi piaceva, ogni tanto, rileggerle per rinfrescarmi la memoria su questo o quel libro. Diciamo che ho trasformato quel mio iniziale esercizio di scrittura in un blog, con l’aggiunta di post attinenti altre tematiche. E sono qui da oltre otto anni, senza infamia e senza lode. Ma non sono molto prolifico: pubblico 3/4 post al mese, al di sotto della frequenza media di pubblicazione che – secondo certi “esperti” del settore - dovrebbe essere di 2/3 a settimana. Ciò, al fine di instaurare una quotidiana connessione con chi ti legge, e convincere Google ad inserire il tuo blog tra le prime pagine di ricerca. Ma io non ho di queste velleità e poi non ho seguaci, i “famigerati” follower, che aspettano ansiosi il mio ultimo post.

Scrivere è una cosa seria e impegnativa: ma non è il mio mestiere. A volte mi sento addirittura inadeguato in questo ruolo, perché non sono nato con la penna in mano (come si suol dire), né ho l’impertinenza di affermare che non potrei vivere se non scrivessi, come mi capita di leggere in giro. Certo, la scrittura rappresenta un ottimo esercizio per l’anima e per la mente, sostiene la memoria e ti fa stare bene. Può essere un valido strumento di analisi e di ascolto che ti aiuta a riflettere. E se non mi esercitassi in questa maniera, credo che oggi sarei ridotto a scrivere solo la lista della spesa e i bollettini postali. Perciò, con fatica, resisto e vado avanti. Non dobbiamo però dimenticare – noi tutti che curiamo un blog - che verba volant, scripta manent, come dicevano gli antichi. Quindi bisogna stare attenti a quello che viene disseminato nella blogosfera, un mondo dominato dalle parole che sempre più spesso perdono di significato e di valore. Una volta scritte, diventano parole pubbliche che acquistano un peso, una vera responsabilità. E restano lì, a disposizione, per chissà quanto tempo. Un mondo - questo della rete - dove tutti trafficano con la scrittura, dove si può scrivere qualsiasi sciocchezza, qualsiasi affermazione senza bisogno di verificarla, anzi sapendo che è infondata, spacciando un vocabolario spesso ingannevole senza che ciò porti discredito alla dignità di chi scrive. E anche chi scrive su un blog è responsabile delle sue parole, e perciò deve rispettare i lettori oltre che salvaguardare la sua integrità di persona attraverso il linguaggio scritto che divulga in rete, usando quello più appropriato, più corretto.

Cesare Pavese diceva che “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla”. E forse è questa la molla che spinge ad aprire un blog: scrivere, prima ancora che per un piacere personale, per l’inconfessabile desiderio di vedere qualcuno che ti legge. A dir la verità, quando scrivo un post non ambisco a tanto, o meglio non mi illudo di parlare ad una folla. Immagino, sempre, di parlare da solo, anche se, da qualche parte, ci sono quelle due/tre persone che si ostinano a leggermi (ringrazio di cuore) e a lasciare qualche commento pur non avendo il sottoscritto meriti particolari.

Ho letto che nel mondo, secondo le statistiche, esistono oltre 400 milioni di blog (22 milioni solo in Italia) e ogni giorno vengono pubblicati su WordPress circa 70 milioni di post. Numeri pazzeschi che fanno capire quanto spietata sia la concorrenza. D’altra parte le visualizzazioni di un blog sono legate spesso a un principio: “do ut des”. E io dò davvero poco alla blogosfera perché non sono presente sui social, non ho cellulari, seguo saltuariamente solo due/tre blog, non resisto in Internet più di mezz’ora. E non sempre lascio commenti al blog visitato. Ma anche il commento deve avere una sua dignità, al pari del post. Certo, ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ma ha un senso fare un post scrivendo che oggi sono andato a farmi il vaccino anti covid, e ricevere il commento di uno che afferma di averlo fatto ieri? E poi ancora un altro che andrà a farlo domani? Devo constatare che spesso i post e i commenti sono di questo tono. Forse è un modo per allungare il numero dei post pubblicati e fare adepti e aumentare le visualizzazioni, ma di certo, questo, non arricchisce uno strumento nato con l’intento di pubblicare contenuti meno banali.

Durante i primi tempi - forse infervorato dalla novità ed esaltato dall’idea che ci potesse essere qualcuno interessato ai miei scritti, che non aspettasse altro che un mio post giornaliero - davo più spazio al mio narcisismo (sentimento questo che gioca un ruolo fondamentale nella blogosfera), e mi impegnavo molto di più: e i post crescevano e si susseguivano uno dietro l’altro, in tempi brevi. Pensavo – come forse pensano un po' tutti - che il successo di un blog dipendesse esclusivamente dall’ultimo post pubblicato, e non già dai precedenti che, secondo una consolidata credenza, pare non contino più nulla, non siano più leggibili, come se non esistessero. E’ raro, infatti, che un visitatore lasci un commento su un vecchio post, come avviene, invece, per l’ultimo nato. Io credo che un post scritto bene e con impegno negli anni passati - se non riguarda la stretta attualità - è sempre attuale per chi non l’ha letto. Per quanto mi riguarda (con tutto il rispetto per gli altri blogger che fanno altre scelte), è difficile che io scriva un articolo sulle scemenze che dice l’On. Caio o sulle frottole che racconta l’On. Sempronio, o su questo o quel delitto familiare di cui parlano largamente i media. I fatti di cronaca nera, gialla e rosa e il teatrino della politica trovano poco spazio sul mio blog. Per queste tematiche ci sono in giro giornalisti e persone molto più autorevoli e informate di me anche in rete, e non vedo quindi perché uno dovrebbe leggere la mia opinione per farsi un’idea su un determinato argomento, spesso inflazionato. Il blog, per quanto mi riguarda, non è un giornale che deve riportare le ultime notizie – che poi in certi periodi di vacche magre sono le stesse del giorno prima e del giorno prima ancora – ma una sorta di diario condiviso in cui specchiarsi, un raccoglitore di idee, di sentimenti, di sensazioni, di esperienze, di letture, di spunti di riflessioni che non hanno una scadenza e non sono legati al fatto del giorno. E allora, quando proprio non sappiamo che scrivere, meglio riproporre qualche vecchio post, che magari ha già avuto un discreto successo di lettori, di visualizzazioni e di commenti. E’ come riascoltare un vecchio disco, è come rileggere una poesia o una pagina di un bel libro. Senza ingolfare la rete di testi inutili e noiosi.


sabato 11 dicembre 2021

La felicità è adesso

 


Arriva all’improvviso,
dura quanto i cerchi nell’acqua dopo il sasso,
interrompe i pensieri, la malinconia,
non si fa prenotare, nessun appuntamento,
la misteriosa briciola della felicità.
Chi la riconosce troppo tardi
le manda un saluto alla memoria
di quando c’era e non la conosceva.
Prova a soffiarci sopra ma non serve,
non parte la scintilla della brace.
Allora ci sto attento,
nervo pronto alla scossa
elettrica, materna, pirotecnica
della felicità, eccola, è adesso.

Erri De Luca


mercoledì 1 dicembre 2021

Un'isola per cambiare vita

 


“che credibilità ha, chi non critica costruttivamente e fattivamente la sua vita, di criticare la società e il mondo?”

Simone Perotti, per chi non lo conosce, è un giornalista e scrittore nonché marinaio, di 56 anni. Un bel giorno del 2020 lui prende armi e bagagli e si trasferisce – insieme alla sua compagna - su un’isola greca dove ricostruisce un rudere, di fronte al mare, e ne fa la sua dimora prediletta, una casa a impatto zero, autonoma sotto tutti gli aspetti. Dalla città se ne era già scappato nel gennaio 2008, quando aveva lasciato Milano, licenziandosi dall’azienda in cui lavorava come manager, per rifugiarsi in una casetta di pietra in una vallata ligure, ristrutturata con le sue mani. Aveva deciso di vivere con il poco che riusciva ad ottenere vendendo i suoi libri, però coltivando l’orto, facendo il pane e riciclando qualsiasi cosa. “Sentivo che dovevo vivere altre vite e non proseguire con la stessa per i prossimi trenta”, scrive nel suo libro “L’altra via” con sottotitolo “costruirsi da soli una casa, progettare per tutti una nuova vita” (Solferino). Ma la vallata ligure non gli bastava. Aveva navigato per anni tra le isole mediterranee e ora aveva la sensazione che “bisognasse mettersi in salvo, e che andasse escogitata una strategia di sopravvivenza per tentare di rimanere esseri umani”. Ecco, quindi, l’isola greca di Citera, distesa tra lo Ionio e l’Egeo, l’ultima tappa di questo suo percorso esistenziale. La sua ancora di salvezza.

Ora ci si domanda: ma che cosa può spingere, oggi, un uomo a lasciare le sicurezze e le comodità di una vita per un’isola remota? La risposta la possiamo trovare leggendo il suo libro, che Perotti ha scritto anche “per suscitare una riflessione allargata” : non gli andava, egli dice, “di saltare dal treno in fiamme da solo”. Mi limito a riportare, di seguito, alcune sue riflessioni in cui mi ritrovo (e per questo lo ringrazio) anche se - lo ammetto – io forse non sarei mai capace di fare una scelta di vita così radicale. Però mi piace sognarla.

“Io e F. cercavamo un po' di cose per vivere decentemente, ed eravamo pronti a pagare tutti i prezzi necessari, soprattutto in termini di scelte. L’isolamento, per esempio. Siamo gente a cui piace stare con gli altri, ma abbiamo bisogno di solitudine per una quota maggioritaria del tempo. Solitudine dal mondo, e anche l’uno dall’altra…Io vivo come una specie di eremita da ben prima di conoscerla. Se esco di casa è perché sto partendo, altrimenti non mi si vede mai in giro. Poi, all’improvviso, mi viene un gran desiderio di stare con le persone che amo, e allora scateno baccanali, organizzo una festa, ma fino a quel momento posso stare da solo per mesi, in compagnia delle mie moltitudini. Ho lasciato lavoro, carriera, stipendio per studiare e scrivere, due cose che si fanno da soli…Non ci piace il rumore della città, né qualunque affollamento. Se c’è da fare una fila, cambiamo programma…

Io dalla città sono venuto via perché non potevo più vivere senza avere intorno alberi, senza gli animali del bosco, a pochi metri da me, senza la terra sotto le piante dei miei piedi…Ho regalato tutti i vestiti nell’armadio, decine di cravatte, una marea di oggetti inutili, simboli di un camuffamento innaturale. Vivo un’estate intera con una maglia, sempre con lo stesso paio di braghette sdrucite. Se si strappano le cucio. Sto scalzo sette o otto mesi l’anno…Siamo entrambi del tutto disinteressati ai vestiti firmati, ai negozi, ai centri commerciali, al consumo…Non ci interessano le automobili, altro che per la funzione che svolgono.

Sono anche convinto che nelle città, tra mutamenti del clima e minacce di vario genere, le cose andranno sempre peggio. Non sopporto il traffico, l’affollamento, l’idea stessa che bisogna comprare tutto, che non si possa fare niente per proprio conto…Entrambi amiamo il Sud, il profumo di limone, fico, finocchio selvatico. Più che amarlo, ne abbiamo bisogno…

Diciamo anche le cose come stanno: non ci riconosciamo più nella società degli uomini, almeno per come è diventata nella maggioranza dei casi. Lo so che suona male, e mi vergogno anche un po' a scriverlo, ma non ci posso fare niente…E tuttavia, quasi tutto quello che sento oggi, che leggo sui social network, sui giornali, che vedo accadere, mi appare distante, sembra l’eco di una voce che parla in una lingua che non possiedo. Il telegiornale riferisce fatti e opinioni di una cultura che non è la mia, dove le cose hanno un ordine di importanza capovolto, e dove tutto pare destinato a peggiorare, insistere nella direzione sbagliata. In questo ultimo periodo, poi, se ascolto un notiziario o un programma di approfondimento, non condivido nulla, non i contenuti, non le espressioni, e neppure il tono dato alle parole. …Per me è come se ci fosse un’occupazione in corso, come se un esercito alieno stesse dilagando, e bisognasse andare in montagna per rimanere liberi, facendo i partigiani…Noi ci autofinanziamo con l’autonomia, l’autoproduzione e la sobrietà…non andiamo quasi mai al ristorante, perché pagare di più ciò che potremmo prepararci con maggiore soddisfazione e un decimo del costo non è sensato…non compriamo niente che non sia necessario. Siamo ambientalisti, senza alcun radicalismo o fisse inutili, ma in modo determinato e sistematico, ogni giorno, il più possibile, scegliendo le pratiche migliori…Se andiamo su una spiaggia, torniamo sempre con una busta di plastica piena di immondizia raccolta lì. Ho stimato che per un’isola come l’Elba basterebbe che circolassero trenta persone motivate e sarebbe il luogo più pulito del mondo…

Gli italiani sono cambiati, sono tesi, ansiosi, angosciati, arrabbiati, e avere sempre intorno gente col fiato corto fa male…sono diventati troppo spesso arroganti, annoiati e ignoranti come delle zappe vecchie, e in più con un pessimo carattere. Ci sono in giro un mucchio di razzisti, intolleranti, gente che quando parla mi fa rabbrividire…viviamo tutti con un insufficiente spazio per lo spirito, e poco anche pe la vita solitaria e le relazioni autentiche…

Quando non si buttava niente, ogni cosa veniva rispettata per il valore che aveva, cioè per la fatica che era costata produrla. Nella mia Repubblica ideale, l’atto di gettare via è un reato…a me il buon contadino di un tempo affascina per alcune cose, ma non aspiro affatto a tornare ai suoi tempi. Voglio progredire, non recedere…Abitare non è un fatto occasionale, temporaneo, dettato dall’esigenza strumentale di stare lì perché l’ufficio è vicino, o perchè c’è la fermata del metrò. Questo accade nelle città, è normale nel nostro alienato sistema di vita, dove abitare non è più una funzione del vivere. Si vive dove si abita, mentre dovrebbe essere il contrario…

Il denaro, uno strumento, è diventato l’obiettivo assoluto: un fine. E pensare che il denaro era nato per semplificare il negotium: un portafogli in tasca era più pratico che andare in giro con tre galline da barattare con una zappa. Il mezzo che diventa obiettivo finale è il tipico campanello d’allarme della nevrosi…Ci assicuriamo per tutta la vita contro danni che mai o quasi mai subiamo…correre dietro alle sicurezze assolute si vive sempre più insicuri, assediati dalla paura, e per di più incapaci di difenderci a dovere…L’uomo antico, che pativa ogni genere di rischio (invasioni, malattie, soprusi, fame, carestie, violenza…) senza medicine, diritti, risarcimenti e aiuti statali, pare vivesse più sereno di noi…”



martedì 23 novembre 2021

La "bellezza" è una strada pulita

 


Sono stato sempre attratto dalla bellezza, nella sua accezione più vasta. Quella bellezza che si può cogliere non solo osservando un’opera d’arte, ma anche una strada dove regna il silenzio e la pulizia, così come una piazzetta con la sua fontanella al centro dove potersi fermare a riflettere. Direi che sono stato educato a questa sensibilità cercando di raffinare lo sguardo, dando valore alle cose belle che pure esistono nella nostra realtà quotidiana, che sia un antico palazzo o un’aiuola fiorita lungo un marciapiede o un vecchio muro in pietra impreziosito dalla patina del tempo. E’ un esercizio, questo, che mi accompagna da sempre e diventa ancor più incombente di questi tempi in cui il guardare – che non sia rivolto solo ed esclusivamente allo schermo di uno smartphone – sembra sparito del tutto dalle attività umane. Osservare una piazza con le panchine non divelte e sporche di vernice, senza erbacce e senza immondizia, mi fa stare bene. Osservare un muro senza scritte, senza pubblicità ma solo invecchiato dal tempo, mi dona serenità. Il contrario, invece, mi massacra l’anima. Mi rattrista.

Rimuginavo dentro di me questi pensieri mentre percorrevo a piedi una strada di un quartiere periferico di Roma – una come tante, non esiste differenza - circondato da centinaia di macchine (quasi tutti Suv e fuoristrada, come se la Capitale si trovasse sull’Altipiano delle Ande), parcheggiate a casaccio, sulle strisce pedonali e ovunque ci fosse un po' di spazio libero. Devo dire che mentre proseguivo - cercando di evitare macchine e cassonetti straripanti di spazzatura e tavolini e sedie dei bar lungo il marciapiede pieno di cartacce e gente incollata con lo sguardo al cellulare – ero come insidiato da un vago latente malessere. Avevo l’impressione che nessuno facesse più caso a quel disordine, o apparisse turbato da quel contesto urbano in cui ci si muoveva abitualmente. Eppure – pensavo – il traffico in città ormai ci sta strozzando. I rumori sono al limite della sopportazione umana. L’aria che respiriamo non è certo quella di montagna. I marciapiedi sono diventati orinatoi per cani, sporchi e maleodoranti (mi dispiace dirlo, per chi ha un animale, ma è così), e si cammina su un tappeto di cicche di sigarette e spazzatura. Ogni spazio visibile, come i muri dei palazzi, le saracinesche dei negozi, perfino i monumenti e le facciate delle chiese sono zeppi di graffiti, di scritte con le bombolette spray le une sulle altre, e poi manifesti pubblicitari e dépliant che svolazzano ovunque e ti aggrediscono visivamente senza via di scampo, deturpando l’ambiente circostante e accrescendo la percezione del degrado.

Devo dire che vivendo in una grande città ogni condotta, ogni minimo particolare, ogni cosa che mi circonda non posso che registrarla come riflesso della decadenza dei nostri tempi. Non riesco più ad estraniarmi dal brutto, in tutti i suoi innumerevoli aspetti. Mi ossessiona. A volte vorrei essere indifferente, menefreghista: ma non ci riesco. Faccio fatica a ritrovarmi in una città che vedo sempre più spesso abbandonata a se stessa, dove i comportamenti sono omologati al ribasso e dove il senso del decoro e della civiltà sembrano spariti. Diamo sempre la colpa a chi ci governa e non vogliamo mai riconoscere le nostre responsabilità. Sembriamo divisi tra l’impulso a trascurare le nostre percezioni, diventando sempre più impassibili alle brutture che ormai ci sommergono, e lo stimolo opposto a riconoscere che noi siamo quello che vediamo e che il nostro benessere psico-fisico è legato, in buona misura, alla qualità del luogo che siamo costretti a guardare e ad abitare. “Una città che rinasce”, così si presentava nella campagna elettorale il nuovo sindaco di Roma. Più o meno le stesse parole che usava il suo predecessore, e poi il predecessore del predecessore, così andando indietro nel tempo fino ad arrivare agli Imperatori dell’Antica Roma.

Dobbiamo essere consapevoli che l’importanza del decoro urbano si fonda sull’idea che tutti noi, nel bene e nel male, siamo persone diverse in luoghi diversi, e se i luoghi cambiano, noi cambiamo con essi.  E a volte basta una strada pulita per far migliorare notevolmente il nostro umore.


mercoledì 17 novembre 2021

Le cose buffe

 

Raramente leggo un libro che occupa i primi posti nelle classifiche di vendita. Comprare quel determinato libro solo perché risulta il più venduto, non sembra altro che ubbidire ad una sorta di imposizione dettata, non tanto dalla qualità dell’opera, quanto da una scelta pubblicitaria e di mercato. Chi segue quelle classifiche, secondo me, non è un lettore ma un consumatore e quei prodotti cartacei, spesso, durano qualche mese e poi spariscono dalla circolazione, come un qualsiasi prodotto industriale scaduto. La lettura implica una continua ricerca, una continua scoperta. Chi l’ha detto che il libro più venduto sia anche il più bello? Dirò di più: io non seguo neanche il consiglio dell’amico chi mi suggerisce di leggere il libro che lui ha già letto, soprattutto se quell’amico ha gusti letterari diversi dai miei. Certo, può anche capitare che mi ricorderò del suo libro dopo qualche anno, quando nessuno più ne parlerà e tutti l’avranno dimenticato, magari scovandolo un po' ingiallito sul banchetto di un mercatino dell’usato. Ma è tutt’altro piacere! Diciamolo: ognuno ha le sue perversioni. Tuttavia, sapere che oggi c’è qualcuno che spende 18 euro per immergersi nella lettura di “Un amore chiamato politica” con sottotitolo “La mia storia e tutto quello che ancora non sapete”, esordio narrativo di Luigi Di Maio, in qualche maniera mi consola e mi fa pensare che, tutto sommato, esistono perversioni peggiori delle mie. Diceva Goethe che “all’uomo, nella sua fragile barchetta, è dato il remo in mano proprio perché segua non il capriccio delle onde ma la volontà della sua intelligenza”.



Ho appena finito di leggere un libro che non sta in nessuna classifica, credo che non si trovi neanche in libreria in quanto fuori catalogo. Si intitola “La cosa buffa” pubblicato oltre mezzo secolo fa da Giuseppe Berto, lo scrittore veneto ricordato soprattutto per “Il male oscuro” con cui si aggiudicò, nel 1964, due premi letterari, il Campiello e il Viareggio. La cosa buffa è che probabilmente il libro del Ministro Di Maio venderà molte più copie di quante ne abbia vendute, in circa sessant’anni,  “La cosa buffa” di Berto. La cosa buffa è che gli editori, che dovrebbero trasmettere cultura attraverso i libri che pubblicano, non provano alcun imbarazzo di fronte a questa realtà. Qualcuno potrebbe rinfacciarmi: ma tu l’hai letto il libro dell’enfant prodige della politica italiana (lo avevo pure votato…ahimé!), nonché scrittore emergente di belle speranze, il Giggino nazionale, già Vice Presidente della Camera e Vice Presidente del Consiglio, già Ministro dello Sviluppo Economico e ora Ministro degli Esteri? Gli risponderei con le parole di Giorgio Manganelli, il quale interpellato da uno scribacchino per sapere se avesse letto il suo libro appena uscito, gli rispose: “no, non l’ho letto e non mi piace”.

Mi è piaciuto, invece – ed è stata una deliziosa scoperta - “La cosa buffa”: un romanzo poco conosciuto che ti conquista e ti stupisce, non tanto per la trama - scarna ed essenziale, come peraltro piace a me - quanto per la tecnica narrativa adottata dall’autore, fatta di lunghi periodi inarrestabili, direi torrenziali, privi di punteggiatura, che a volte occupano anche due/tre pagine. Eppure, nonostante questa singolarità stilistica, la lettura scorre limpida e leggera, senza affanni, senza quell’effetto apnea che un lungo periodo potrebbe causare al lettore. E’ un libro che, nel suo genere, costituisce un piccolo capolavoro che si esplica attraverso il monologo interiore del suo protagonista, Antonio “un giovane pessimista sul fiore degli anni (…) il maggiore e pressoché unico artefice delle proprie disgrazie” il quale, trovandosi sulla terrazza del Caffè alle Zattere, a Venezia, dove si recava ogni pomeriggio di sole, vide per la prima volta Maria e “fu immediatamente preso dalla tumultuosa certezza ch’era lei che cercava, e altrettanto immediatamente sentì che quella ragazza escludeva qualsiasi possibilità di avere un’altra ragazza diversa da lei almeno nello stesso tempo, e insomma venne a trovarsi nella condizione più propizia per un’esplosione amorosa ancor più grossa di quella ch’egli stesso potesse desiderare e prevedere”.

L’autore segue passo dopo passo il personaggio che esce dalla sua penna; registra, attraverso uno scavo analitico profondo, le sue incessanti fantasticherie in un susseguirsi di ipotesi, calcoli, dubbi, paure, valutazioni, desideri, imprudenze, che riflettono la sua inadeguatezza, la sua timidezza, la sua inesperienza, la difficoltà di vivere la sua storia d’amore, con risvolti ora comici e ora drammatici, ora malinconici e ora felici. E noi lettori, con divertimento e tenerezza, lo scrutiamo, lo comprendiamo – questo candido e disincantato antieroe – facciamo il tifo per lui in questa sua difficile e a volte buffa educazione sentimentale e finiamo per volergli bene, come fosse un fratello o un amico. E perché no: come se fosse il nostro alter ego. Con questa narrazione dolceamara, Berto forse vuole raccontare la nostra stessa giovinezza costellata di entusiasmi e delusioni, di gioie e dispiaceri. D'altronde, come diceva il nostro protagonista, “le gioie di questo mondo vanno sempre meritate per mezzo di una buona dose di sofferenze”.

mercoledì 10 novembre 2021

No cellulare...No bancomat

 


Mi trovo davanti allo sportello bancomat per un prelievo. Inserisco la mia carta bancomat e mi appare una scritta: “la sua carta non è valida, si rivolga ad un operatore della sua banca”. Guardo la scadenza: aprile 2023. Non capisco. Entro in banca e chiedo chiarimenti. Una gentile impiegata controlla e poi mi dice: “stiamo ritirando le vecchie carte, questa non è più valida nonostante non sia ancora scaduta; se vuole, può fare la richiesta di una nuova carta, al prezzo di 1 euro al mese”. Notate quel “se vuole”…come se io avessi altre alternative. Faccio presente che nessuno mi ha informato di questa cosa e poi, fino a ieri, non ho mai pagato un centesimo di canone. E vabbè!...non si può avere tutto dalla vita!

Quindi, viste le cose come stanno, non posso che avanzare richiesta di una nuova carta bancomat; la gentile impiegata procede e dopo un pò mi chiede il numero del cellulare, al che io rispondo di non possedere cellulari, tutt’al più posso darle quello di casa. Sorrisino stranito dell’impiegata, come a dire, ma questo dove vive?; così vengo a sapere che il telefono fisso di casa non serve più a nulla. E’ un oggetto anacronistico, simile ai segnali di fumo. Ormai lo usano solo gli sfigati. L’impiegata – afflitta - mi comunica che senza cellulare non può rilasciarmi la nuova carta perché il “sistema” deve necessariamente mandarmi un messaggio di conferma. E’ assurdo! Allora tento di aggirare l’ostacolo, fornendo il numero di cellulare di mia moglie: però lei dovrebbe essere presente in banca – mi dice l’impiegata - e poi…non è detto che il famigerato “sistema” accetti il numero di telefono di un altro utente. Si sa, le macchine sono tanto intelligenti quanto stupide. Faccio le mie discrete rimostranze, senza esito, e me ne vado sconsolato e frustrato, senza avere neanche la mia vecchia carta (come ricordo) perché la gentile impiegata nel frattempo l’aveva già tagliata in mille pezzi.

Mi viene da pensare alle innumerevoli proteste e scontri in piazza che ci sono stati in questi ultimi giorni a causa dell’obbligatorietà del “green pass” . Ebbene, mi aspetterei anche ribellioni e cortei contro la strisciante imposizione del cellulare in questa nostra società…ma – ahimè – credo proprio che chi oggi combatte la cosiddetta “dittatura sanitaria” difficilmente sarebbe disponibile a scendere in piazza, con la stessa veemenza, contro la vera dittatura dei nostri tempi: la “dittatura digitale”.


mercoledì 3 novembre 2021

Raccogliere le olive

 


Alle otto di mattina, quando il sole sbucava da dietro i monti, ero già lì: nella mia campagna sulle colline del Cilento, tra i miei olivi. Alcuni sono secolari, maestosi, con quel tronco incavato, attorcigliato e gibboso, tanto che nell’osservarli uno si chiede come possano dare linfa ai propri frutti. Stanno lì da qualche centinaio di anni e se potessero parlare mi racconterebbero dei miei bisnonni…e poi di mio nonno e poi ancora di mio padre. Altri olivi, invece, sono molto più giovani, piantati dallo scrivente solo una trentina di anni fa. Mi vedranno morire mentre loro sfideranno i secoli, almeno me lo auguro. Anch’io lascio qualcosa di importante su questa terra. Li accarezzo – tutti - con lo sguardo, avvolto dal silenzio e protetto dalla loro imponenza e dalla loro bellezza. Mi danno pace, serenità. Piantare un olivo, di questi tempi, è un gesto quasi rivoluzionario. Un albero, che sia un olivo, una quercia o quant’altro, non si pianta mai solo per sé ma anche per chi verrà dopo. E solo Dio sa quanto siano importanti e fondamentali, oggi, gli alberi per la nostra stessa sopravvivenza.

Come ogni anno, a partire dalla seconda metà di ottobre, mi dedico a questo rito antico che si perde nella notte dei tempi: la raccolta delle olive. Non serve internet, non serve il cellulare, non servono i social: basta un po' di passione, un po' di amore per la natura e poi un rastrello per “pettinare” i rami, un telo su cui far cadere le olive e un seghetto per tagliare quelle cime che svettano verso il cielo dove le mani non arrivano. Si, servono proprio le mani che noi oggi usiamo solo per spingere pulsanti o per smanettare, ma solo con due dita, su uno smartphone. E’ inutile nasconderlo, ma stiamo diventando sempre più deboli fisicamente, inetti, svuotati, incapaci di fare la minima fatica; abbiamo disimparato a fare ogni cosa che prima si riteneva normale conoscere. Abbiamo perso manualità, autosufficienza, antiche conoscenze. Compriamo tutto, anche quelle cose che un tempo si facevano in casa, come il pane, la pasta, le conserve. Non sappiamo più coltivare un orto o raccogliere le erbe selvatiche o la legna nel bosco, perché ci siamo rinchiusi in città rumorose e caotiche, prigionieri di una tecnologia sempre più invasiva che ci controlla attraverso il Web, ci esamina e ci studia per poterci persuadere a comprare ora questo e ora quello attraverso una omologazione comportamentale e culturale che annienta la nostra libertà. La nostra mente. Per mantenerci in forma e non perdere l’uso delle gambe e delle braccia, frequentiamo le palestre, facciamo jogging in mezzo al traffico, anziché andare in altri luoghi più sani a fare cose diverse, a ripopolare i tanti piccoli borghi sparsi sul territorio, con l’orto sotto casa. Diamo tutto per scontato e non fatichiamo più per realizzare anche le piccole cose. Ma quando sudi, ti impegni, fatichi e realizzi qualcosa con le tue mani, la percezione che ne hai è del tutto diversa. Acquista un altro sapore.

Ero stanco, la sera, non lo posso negare. Ma era una stanchezza che, paradossalmente, mi faceva stare bene, niente a che vedere con quella stanchezza psico-fisica che ti prende stando seduto passivamente su una poltrona, davanti a un televisore acceso, sconfortato dalle notizie dei telegiornali e dalle facce di bronzo dei politici, quella spossatezza che ti svigorisce, che ti rende apatico, non più capace di fare il benché minimo movimento. Ma ero soddisfatto, la sera, quando ripercorrevo con la mente la mia giornata lavorativa, le mie attività agricole, quel “pettinare” i rami degli olivi per far cadere sui teli stesi a terra quei frutti meravigliosi da cui si estrae l’olio. Il mio olio. Ero ancora in grado di raccogliere le olive, da solo o in compagnia, nonostante questa nostra spietata e sbiadita società ci allontani sempre di più da certe attività manuali, da certi antichi gesti. Ero soddisfatto perchè mi inorgogliva quella fatica. Guardavo la mia bottiglia di olio novello posata sul camino, dal colore verde scuro e con quel suo aroma intenso, fruttato ed erbaceo, ed ero felice. Felice di poterlo gustare su una fetta di pane.


lunedì 4 ottobre 2021

L'arte di tacere

 


Di questi tempi, più che di tempo pieno abbiamo bisogno di tempo vuoto. La nostra mente ama le piccole cose dell’esistenza quotidiana, si lascia ispirare da un paesaggio, da una bella parola, dal sorriso di una persona, da un albero che ci regala ombra in una torrida giornata estiva. Ha bisogno di tempo - la nostra mente - per elaborare tutto ciò che vede, che ascolta, che legge. Non può essere travolta dagli eventi. Eppure, ogni giorno i mezzi di informazione, come la televisione e la radio, i giornali e la pubblicità, la rete e i social e chi più ne ha più ne metta, inondano le nostre esistenze di notizie, di avvenimenti, di parole, di immagini, di rumori. Quando troppi fatti ci aggrediscono contemporaneamente - siano essi importanti o marginali - e reclamano di essere compresi e ascoltati tutti nella stessa maniera, la nostra mente viene oppressa. Viene ferita. Se pensiamo, poi, alla quantità di carta, sotto forma di giornali e riviste, che riempie le edicole e alle migliaia e migliaia di libri pubblicati ogni anno che nessuno legge; se pensiamo alla disinvoltura con cui gli “ospiti” dei talk show televisivi urlano tutto e il contrario di tutto, non per cercare una verità condivisa ma per mostrare di saperla più lunga degli altri; se pensiamo alla spudoratezza di certi attori, giornalisti, cantanti, politici, calciatori che si ostinano a scrivere i loro inutili libri e libercoli che - ahimè! - si trovano pure in testa alle classifiche; se pensiamo a quante parole e a quante scemenze girano attraverso i social in una sola giornata; ebbene, se pensiamo a tutto ciò, ci assale inevitabilmente l’angoscia e avvertiamo un forte bisogno di silenzio.

“Si deve smettere di tacere solo quando si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio”. Lo scriveva nel 1700 l’abate Joseph Antoine Dinouart in un suo libriccino intitolato “L’arte di tacere seguita dall’arte dello scriver poco” (Castelvecchi editore). Con questo delizioso libretto l’insigne ecclesiastico del XVIII secolo si scaglia contro la sovrabbondanza di parole dette e scritte, contro l’abituale smania narcisistica di dire qualcosa e di mettersi in evidenza in ogni occasione. Il silenzio sarebbe indispensabile a tutti quegli autori – e sono la maggioranza - che scrivono male e scrivono troppo, “mentre sarebbe un bene di grande utilità se quegli scrittori validi e giudiziosi che troppo amano tacere, offrissero più spesso al pubblico insegnamenti saggi e importanti”.

“L’arte di tacere” sembra proprio parlare dell’oggi e ci invoglia a guardare con attenzione alle storture dovute all’eccesso di comunicazioni, informazioni e scrittura in generale. E’ un piccolo grande libro che dovrebbero leggere tutti coloro che parlano e scrivono troppo, anche quando dovrebbero tacere. La domanda sorge spontanea: ma noi che scriviamo sui nostri blog siamo per caso esenti da questa moratoria? Qualcuno dirà che ci sono differenze di merito e di valore e quindi vanno fatti dei distinguo, però un po' di silenzio – diciamolo - ogni tanto non farebbe male a nessuno. Non guasterebbe. “Quale che sia la disposizione d’animo che abbiamo verso il silenzio – diceva l’abate Dinouart – dobbiamo sempre diffidare di noi stessi: la smania di dire qualcosa sarebbe già un motivo sufficiente per tacerla”.


sabato 2 ottobre 2021

I 99 anni di Raffaele La Capria

 


E’ il mio terzo post, di fila, che dedico a Raffaele La Capria e ai suoi libri: domani il grande scrittore e intellettuale napoletano compie la bellezza di 99 anni. Auguri vivissimi, maestro!

Avevo l’abitudine, tempo fa – quando tutti i giorni compravo un giornale (ora non più) - di ritagliare e conservare quegli articoli che più mi interessavano. Li raccoglievo in una bella cartella e, di tanto in tanto, mi capitava di aprirla per rileggere qualcosa. E così ho fatto l’altro giorno, quando mi sono imbattuto in un elzeviro scritto una quindicina di anni fa proprio da Raffaele La Capria su “La Repubblica” intitolato “Il gioco dello sparire”, con cui lo scrittore faceva una riflessione sulla morte. “Noi tutti viviamo – scriveva La Capria – come se non sapessimo di dover morire, è stato detto ed è vero. Meno male. Se prendessimo la cosa sul serio (come meriterebbe), chi muoverebbe un dito? Chi si darebbe da fare per ottenere questo o quello? E dove finirebbe il desiderio di amore, di potere, di fama e di gloria? Dunque, vivere come se si fosse immortali è una prerogativa della giovinezza”. Ma la giovinezza non dura per sempre  e allora arriva un momento, prima o poi, in cui si finisce inevitabilmente per pensare alla morte. Anche se la morte ci fa paura solo a nominarla. Per La Capria questo pensiero arrivava proprio nei momenti più belli, magari quando stava seduto sul terrazzo della casa di Capri ad ammirare il magnifico panorama che gli si presentava davanti, ed allora “il pensiero della morte, non come cosa temuta ma come presenza che dava valore al momento che stava trascorrendo, arrivava di soppiatto”. Lui dice che chiudeva gli occhi e immaginava il dopo, l’Eterno. Allora sparivano i rumori, la bellezza che stava ammirando, le fusa della sua gattina, la barca che filava lontano sul mare e subentrava un silenzio immenso dove pian piano anche lui spariva, anzi si annullava. Poi di colpo riapriva gli occhi e tutto ritornava come prima. E questa sensazione, scriveva La Capria in quel suo articolo, era bellissima. Era come se la bellezza e la fugacità delle cose e della vita giocassero a nascondino. E questo gioco “dell’apparire e scomparire” era uno di quelli che più lo divertivano quand’era bambino, con un senso di meraviglia e di timore.

Superati gli ottant’anni, La Capria lasciò la casa di Capri e questo diede inizio a un nuovo rapporto tra lui e il pensiero della morte. “Perchè mentre prima era soltanto un’acquisizione della coscienza…dopo è diventato rassegnazione. Non più sapere che moriremo, ma rassegnarsi a poco a poco a una fine vicina”. Ma il problema della vicinanza è un altro mistero della vita, dice lo scrittore “e può essere rivelato nei momenti più banali”. Lui aveva 85 anni quando andò da un dottore per una visita di routine e in quella circostanza scoprì che il suo corpo era “abitato dall’Estraneo”. Ma il medico gli disse di stare tranquillo perché “l’Estraneo” non ce l’avrebbe fatta ad estendersi perché la morte lo avrebbe fregato arrivando certamente prima di lui. Scriveva La Capria: “Bella soddisfazione! Ecco, così mi è stato rivelato il senso della vicinanza, così è nata la persuasione. Una persuasione che non è solo sapere che tutti dovremo morire – sentimento da tutti in modo diverso condiviso – ma significa rassegnarsi alla propria morte, vicina, anzi prossima ventura, preparandosi adeguatamente, col distacco e con la distrazione vigilante, alla sua inevitabilità.” Ancora tantissimi auguri e lunga vita al nostro caro scrittore.

Ora mi viene da pensare che il prossimo anno dovrà essere eletto il nuovo Presidente della Repubblica. Ebbene, se Raffaele La Capria avesse avuto qualche anno di meno, sarebbe stato – almeno per me - il candidato ideale, una scelta di rottura rispetto al passato: uomo colto e raffinato, simpatico e affabile, conoscitore delle cose del mondo e soprattutto non legato ai giochetti della politica e della finanza. Con tutto il rispetto per gli attuali papabili, tra cui Draghi (patrimonio dell’umanità…), Berlusconi (ancora lui?...Signore abbi pietà di noi!), e poi Franceschini, Cartabia, Casini (Casini?...Signore pietà!!), Alberti Casellati… Così tanto per fare alcuni nomi che vanno per la maggiore.


mercoledì 29 settembre 2021

Bellissima l'Italia

 


Non so scrivere poesie: mi piace, però, leggere quelle degli altri. Come le poesie di Franco Arminio. “Mi piace l’Italia che non sa di mondo che non sa di questo tempo”: ecco, questa è anche la mia Italia, quella che più amo.

 

Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
È la mia Italia,
è l’Italia che trema
e in cui mi inginocchio
ogni giorno
davanti alla porte chiuse
ai muri squarciati.
Bisogna partire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane
e gli animali più belli e più liberi
e grandi spazi di silenzio
e di luce.
A questa Italia voglio dedicare
il resto della mia vita, camminarci dentro
ogni giorno, dalla Sila ai Sibillini,
da Smerillo a Montaguto.
Mi piace l’Italia che non sa di mondo
che non sa di questo tempo.
Venite con me, andiamo insieme
ad Amandola e ad Acerenza,
basta un vicolo
una chiesa, un soffio di vento.

 

Franco Arminio


mercoledì 22 settembre 2021

La bellezza è un'Annunciazione

 


Definire la bellezza, espressa nelle sue più diverse declinazioni, con una semplice formula è un modo senz’altro riduttivo. Certo, ognuno ha la propria idea del bello e come tale resta legittima e meritoria. Trovo affascinante e illuminante la definizione che ne dà lo scrittore Raffaele La Capria nel suo libro “Lo stile dell’anatra” (Rizzoli editore), quando scrive che “la bellezza è un’Annunciazione che si presenta con un messaggio misterioso, intraducibile nelle parole, e in una luce abbagliante che genera timore e stupore. Così dovrebbe essere la Bellezza: un’annunciazione”.

Insomma, secondo lo scrittore partenopeo, la bellezza ce la porta un angelo attraverso un messaggio impenetrabile che nessuno riesce ad immaginare. E’ l’Annunciazione concepita e dipinta dai pittori del Rinascimento, grandissimo tra tutti il Beato Angelico. L’Annunciazione presuppone sempre la presenza di due soggetti: l’angelo e colui cui l’angelo si rivolge. Ciò vuol dire – dice La Capria – che “la bellezza per svelarsi ha bisogno di un incontro che avviene nel tempo, ed è perciò relativo al tempo. Non ha senso una Bellezza che splende per conto suo, è necessario il complemento di chi ne resta abbagliato. Questi però non può essere soltanto un guru arbitro del gusto, che indica anno per anno i nuovi traguardi della sensibilità, e neppure un favorito degli dèi. Dev’essere, in ipotesi, chiunque sia predisposto per natura, per cultura, o meglio per semplice aspettativa – per nostalgia -, ad accogliere il messaggio dell’Angelo. Chiunque lo abbia meritato, chiunque sappia riconoscerlo e riceverlo, o abbia sentito il desiderio di incontrarlo.”

Mi viene da pensare che oggi quest’angelo messaggero di bellezza, che trionfava nelle opere degli antichi maestri, è quasi sparito dal mondo, scende sempre più raramente tra di noi. E’ stato soppiantato dall’angelo della tecnologia che annuncia al mondo intero, giorno dopo giorno, i suoi ultimi ritrovati, che ci abbagliano e ci confondono. E ci rendono schiavi.


giovedì 16 settembre 2021

Capri e non più Capri

 


Capri: non puoi vederla se non l’hai sognata prima


Da Norman Douglas a Thomas Mann, da Edwin Cerio a Tommaso Marinetti, da Curzio Malaparte a Pablo Neruda, passando per Alberto Savinio, Alberto Moravia, Elsa Morante…: esistono luoghi che sono diventati celebri nel mondo per la fama dei personaggi illustri che li hanno frequentati e celebrati, prima ancora che per la loro bellezza. Capri è certamente il principe di questi luoghi. E tra i suoi frequentatori abituali - a cavallo degli anni 50/60 del secolo scorso - c’era anche lo scrittore Raffaele La Capria il quale, quando aveva solo 65 anni – oggi ne ha la bellezza di 99 - “per ritornare là dove si è stati giovani” decise di comprare una casetta di contadini nella campagna sotto il Monte Solaro, tra le viti e gli ulivi digradanti a terrazze, raggiungibile solo scalando ben 150 scalini. Con quel suo trasferimento sull’isola il grande letterato napoletano voleva scrivere un libro su Capri, sullo spirito di quel luogo; finì per scrivere un libro sul suo ritorno nell’isola delle Sirene, quando il canto delle sirene non lo incantava più: “Capri e non più Capri”, questo il titolo, pubblicato da Mondadori nel 1991, libro molto bello scovato sul banchetto di un mercatino dell’usato. Me lo sono goduto questa estate, seduto sul terrazzino della mia casetta nel Cilento, da cui si scorge in lontananza propria quella sagoma inconfondibile dell’isola di Capri.

Nei libri di Raffaele La Capria – scrittore che io amo - aleggia sempre un filo sottile di malinconia che a me piace. E’ una malinconia creativa tendente all’introspezione, alla riflessione, alla nostalgia, sentimenti questi nobilitati soprattutto dagli artisti romantici e decadenti dell’Ottocento. Leggo nel libro: “E così qui sono a Capri e non-più-Capri, il malessere continuo che mi prende è dovuto proprio a questa sensazione che tutto è non-più, ed è perduto giorno dopo giorno inesorabilmente. La vacanza è il momento che meglio si presta a percepire questo fatto, perché nella vacanza si ha tutto il tempo a disposizione per contemplare la vacanza di ogni cosa, e nessuna occupazione quotidiana ci distrae da questa osservazione del mondo e di tutto ciò che va nell’universo alla deriva”.  

Lo scrittore partenopeo, ritornato dopo trent’anni di assenza, non riconosce più la Capri della sua giovinezza dove nacque “il mito della natura abitata dagli dèi”, dove il paesaggio era il riflesso del suo stato d’animo, dove l’acqua era sempre più trasparente. La piazzetta, quel famoso salotto del mondo, simbolo stesso dell’isola dove si andava per guardare e farsi guardare, un tempo centro di raffinata mondanità cosmopolita, appare irriconoscibile agli occhi dello scrittore, l’immagine della più becera società dei consumi. Ma è proprio nei luoghi più belli della terra che meglio si percepisce il degrado che avanza, quel “cammino verso il disordine” che modifica e condiziona l’uomo nell’anima e nel corpo, profanando i paesaggi più belli. E’ il rapporto dell’uomo con la natura che è cambiato e “non è più spensierato”, è il sentimento nei confronti dell’isola che non è più quello di una volta, ed è a Capri che lo scrittore se ne accorge meglio che altrove. “E’ un sentimento – scrive La Capria – che nasce da un’esperienza traumatica fatta da quelli della mia generazione, e solo da loro, in tutta la storia dell’umanità. Solo noi abbiamo vissuto, nel breve arco di una vita, il tempo in cui la Natura (il mare, il cielo, la terra) era la stessa che è sempre stata per millenni, e il tempo in cui non è più quella, ed è malata, sofferente, disanimata come il fondo del mare. E come si fa allora a godere a cuor leggero della sua bellezza, come si fa ad ammirare un panorama o un bel paesaggio?” E’ un grido di dolore, questo, che fa riflettere e che dobbiamo fare nostro se vogliamo salvare i luoghi più belli della Terra.