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mercoledì 1 febbraio 2023

Reminiscenze scolastiche

 


In quarta ginnasio avevamo un anziano professore di matematica (si chiamava Capo) il quale, ad ogni lezione, soleva ripeterci la consueta bonaria esortazione: “mi raccomando ragazzi, se qualcuno di voi non capisce qualcosa, alzi pure la mano…”. Ma nessuno mai si azzardava, vuoi perché la lezione appariva chiara, vuoi perché nessuno voleva fare la figura del somaro. Devo dire che la matematica non era il mio forte. E un giorno, dopo la solita lezione con esercizi e formule alla lavagna – vincendo la mia innata timidezza – alzai la fatidica mano: “Scusi professore, ma quel passaggio non l’ho capito; le sarei grato se potesse spiegarmelo di nuovo”. Mi aspettavo che il professore mettesse in pratica quel suo accorato appello, finalmente contento di poter ripetere a qualcuno quanto aveva appena detto: però mi sbagliavo. Infatti, guardandomi con un sorrisetto tra il serafico e il canzonatorio, il professor Capo esclamò: capirai…capirai! Naturalmente la risposta scatenò un coro di risate da parte di tutta la classe. Ci rimasi molto male e mi lasciai quasi cadere sul banco, rosso come un peperone e consapevole di essere stato preso in giro in una maniera così irridente. E dal quel momento diventai quello del capirai e non solo quando venivo chiamato alla cattedra per essere interrogato.

Ho sempre pensato che il professor Capo – che mi era pure simpatico, nonostante tutto – aspettasse qualcuno di noi al varco per poter fare quella sua battuta di spirito di patate. Altrimenti non si spiega perché – da quel giorno – non osò più ripetere a tutti noi quel suo incoraggiamento ad alzare la mano alla fine di ogni sua lezione.


venerdì 20 gennaio 2023

Quando la bellezza nasce dalla sofferenza

 


Se escludiamo la sofferenza dalla poesia e dalla pittura, dalla musica e dalla letteratura – insomma dall’arte in generale - non facciamo altro che privare la “bellezza” di un suo contenuto fondamentale. Potremmo mai immaginare la poetica di Leopardi senza i suoi tormenti dell’anima? Se la Dickinson fosse stata una donna felice, probabilmente non avrebbe potuto deliziarci con i suoi componimenti malinconici. E pensiamo ad Alda Merini: i suoi versi d’amore nascono dal profondo del suo disagio sociale. E che dire di Eugenio Montale: senza le sue sofferenze interiori difficilmente avremmo letto questa struggente poesia:

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

I poeti sono capaci di sublimare nell’arte le proprie angosce. Le faticose condizioni esistenziali molto spesso sono le loro fonti di ispirazione che rappresentano – per noi lettori - basi di emozioni straordinarie. Mi viene da pensare che la poesia trasmette felicità anche quando scaturisce da un dolore e sembra quasi che il poeta sia destinato a soffrire per regalare gioia a chi legge i suoi versi. “Il poeta è un fingitore – scrive Fernando Pessoa – Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”. Leggendo certe poesie, ma anche certi libri – mi viene in mente “Se questo è un uomo” di Levi, il “Diario” di Anna Frank, ma anche “La cognizione del dolore” di Gadda o “Il male oscuro” di Berto, etc. - si scopre a quali altezze la mente umana è capace di arrivare anche attraverso la sofferenza, sopportandola e superandola per un imprescindibile bisogno di vita.

Anche la pittura spesso nasce da un disagio, da una profonda afflizione dell’anima: penso a Van Gogh e ai suoi dipinti carichi di tormento; penso a Edvard Munch, il pittore norvegese che dipinse la “Malinconia” e ci ha lasciato il suo famoso “Urlo” di terrore e angoscia lacerante;



penso a Picasso con la sua “Guernica”, uno degli esempi più alti di sofferenza; penso a Ligabue che ha racchiuso nelle tele i suoi gravi disagi psico-fisici.

L’arte ha un elevato potere terapeutico: è il luogo nel quale è possibile incontrare e sentire il dolore senza rimanerne contagiati. Anzi, succede proprio il contrario tant’è che la bellezza di una poesia o di un dipinto o di una scultura o di un componimento musicale ci esaltano e ci inebriano, sempre, indipendentemente dal loro contenuto di tristezza. E’ come se l’artista, trovandosi in una condizione di malessere, si sentisse più vicino alla sua anima e intravedesse la sua profonda spiritualità. E' come dire che nessuno meglio di chi è stato infelice ed ha sofferto può darci insegnamenti di quotidiana felicità.


domenica 8 gennaio 2023

L'uomo che guarda

 


Se dovessi descrivere - con una sola parola - l’attività che più di tutte appassiona l’uomo della nostra epoca, non avrei dubbi: direi semplicemente che “guarda”. Ovunque si trovi, in casa o per strada, al mare o in montagna, in macchina, dal barbiere o dal droghiere, allo stadio o a un concerto, sui mezzi pubblici, al bar, al ristorante o in un centro commerciale: lui guarda…

Ma non guarda il mare, o le montagne, o la pioggia che cade, e nemmeno un libro o un giornale;

non guarda i platani che perdono le foglie lungo un viale;

non guarda quel bambino che piange, o quel cane che abbaia o quel vecchietto stanco seduto su una panchina;

e neanche guarda il traffico della città in cui vive, i marciapiedi sporchi su cui cammina, i muri orribilmente tappezzati di pubblicità e graffiti;

e non guarda il panorama dal finestrino di un treno in corsa e nemmeno il suo compagno di viaggio seduto di fronte;

non guarda quell’antico palazzo, quella chiesa barocca, quella statua che orna la fontana al centro della piazza;

non guarda i gerani che abbelliscono un balcone, quei piccioni che beccano briciole, quel gatto che dorme sul davanzale di una finestra;

e nemmeno guarda chi si dispera e chi gioisce, chi parla e chi sta zitto, chi ride, chi piange e chi impreca;

non guarda dove mette i piedi, se sale o se scende le scale;

non guarda se piove o c’è il sole o tira vento;

non guarda l’amico che gli siede vicino o il cantante in concerto o il mendicante che gli chiede un aiuto;

e, naturalmente, non guarda chi – accanto a lui - non guarda.

Ma se non guarda, cosa guarda l’uomo che guarda? Guarda sempre un’anonima scatoletta rettangolare di plastica di14x7centimetri circa (agli inizi sempre più piccola, oggi sempre più grande) che contiene tutto il suo guardare, l’universo intero, il presente e il futuro. L’amore e gli affetti. Tutto il suo mondo. E se non gli piace – quel mondo - lo cancella e ne cerca un altro. Non ha bisogno di percorrere lunghe distanze per scoprirlo. E’ racchiuso all’interno di quell’oggetto portatile che consulta in maniera febbrile per guardare: il mare, le montagne, la pioggia, gli alberi che perdono le foglie, i libri e i giornali, il bambino che piange, il cane che abbaia, la città in cui vive, il panorama che si vede dal treno in corsa, il vecchietto seduto sulla panchina, i suoi amici mai incontrati e mai conosciuti, il palazzo e la chiesa e la piazza e la finestra con i gerani, i piccioni che raccolgono briciole e il gatto che dorme….e guarda l’ennesimo video che diventa, immediatamente, “virale”.


mercoledì 4 gennaio 2023

La cripta dei cappuccini

 


“Io non sono un figlio del mio tempo, anzi, mi riesce difficile non definirmi addirittura suo nemico”

 

Tutte le grandi civiltà che ci hanno preceduto, rappresentate da monarchie e imperi con estensioni territoriali a volte immense, sono implose nel corso dei secoli. E la fine di una civiltà fa sempre nascere, in chi l’ha vissuta e in qualche modo attraversata, sentimenti contrastanti che vanno dallo smarrimento alla nostalgia e sfociano, spesso, nell’incapacità di sapersi adattare al nuovo che arriva e avanza. Certo, il passaggio da un’epoca all’altra non è sempre così netto e immediato, visto che i cambiamenti avvengono in modo molto lento nel tempo, non facilmente avvertibili. Tuttavia, chi oggi ha una certa età e si guarda indietro, non può non constatare la evidente trasformazione socio-culturale della società avvenuta in questi ultimi cinquant’anni.

In una recente intervista Giovanni Lindo Ferretti – noto per essere stato paroliere e cantore dei CCCP – ha detto di avere fatto in tempo a percepire la grandezza del suo antico mondo che moriva, ma anche ad essere affascinato da quello che stava nascendo. Avendo più o meno la sua stessa età, devo dire che anch’io ho avuto il privilegio di assistere alla fine di una civiltà - quella contadina, ancorata alla sua filosofia di vita semplice e naturale - e di affacciarmi a questo nuovo mondo sempre più legato alla tecnologia, al denaro, ai consumi e allo sfruttamento scriteriato della natura; un mondo di cui non si conoscono ancora bene i contorni e gli sviluppi futuri. Ma non credo proprio di poter assistere, questa volta, al suo inevitabile declino, come sempre avviene quando un’epoca raggiunge il suo massimo sviluppo.

Facevo questa riflessione dopo aver letto il romanzo di Joseph Roth “La cripta dei cappuccini” con cui lo scrittore austriaco descrive il tramonto di un’epoca aurea incarnata dal grande impero multietnico austro-ungarico e della sua illustre capitale, Vienna. E lo fa attraverso lo sguardo disincantato e decadente del protagonista/narratore - un giovane e frivolo rampollo dell’aristocrazia viennese, devoto all’imperatore Francesco Giuseppe - che avrebbe preferito morire in guerra piuttosto che osservare il tracollo del suo mondo, rappresentato da quell’Austria felix di cui Roth si sentiva figlio legittimo. “La cripta dei cappuccini” è un inno malinconico all’inesorabile e cinico scorrere del tempo che spazza via senza alcun ritegno uomini e imperi, seppure possano sembrare incrollabili ed eterni.


lunedì 2 gennaio 2023

Il più bello dei mari

 


Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

Nazim Hikmet

 


giovedì 22 dicembre 2022

Verso sera

 


Vittorio Sgarbi sostiene che esiste un legame inseparabile tra poesia e sofferenza interiore, perché nessuno meglio di un poeta che soffre sa elevare in versi le sue angosce e i suoi timori. Per il piacere di chi legge.  Sembra quasi che una poesia debba nascere da un dolore e che la tristezza sia materia d’ispirazione per chi si accinge a scrivere versi poetici.

Ho ricevuto da un’amica questa struggente poesia in vernacolo: mi piace qui riportarla, per chi sa cogliere e apprezzare la bellezza che, a volte, si nasconde dietro un velo impalpabile di malinconia.

 Verso sera

 Er celo che rosseggia verso sera

me mette ar core na malinconia

e dar petto me sarza na preghiera

“Venite a notte pe’ portamme via

vojo godemme l’urtimo tramonto

guardà li storni che passeno a frotte

pare che me stanno affà ‘n racconto

vojo sentillo prima che viè notte…”

Paola

 Tanti auguri e lunga vita a Paola e a chi passa, di tanto in tanto, da queste parti.


venerdì 9 dicembre 2022

La mercificazione del Natale

 




Si avvicina il Natale, la festa più importante della liturgia cristiana. E’ una ricorrenza che risveglia in me teneri ricordi legati al periodo della mia infanzia e della mia adolescenza. Ricordo quel piccolo e povero presepe che vegliava in un angolo della casa del paese rischiarato dalla fiamma vacillante del focolare: era l'espressione della dignitosa povertà di quei tempi. Ogni volta che lo osservavo, quel presepe, mi divertivo a cambiare la collocazione delle statuine di terracotta, quasi a voler dare loro una sorta di movimento. Ricordo, poi, l’arrivo degli zampognari, che sostavano per pochi minuti davanti alla porta di casa suonando “tu scendi dalle stelle”: ero affascinato dai loro tipici strumenti musicali, così diversi da quelli della banda musicale del paese. Ricordo il pranzo di Natale con le persone care che non ci sono più, il più abbondante e il più buono dell’anno: “perché era Natale”, come diceva mio padre. E poi i dolcetti tipici della tradizione che annunciavano la festa e rendevano più dolce l’attesa. Era una ricorrenza di sobria e moderata felicità, fatta di gesti semplici e di piccole cose, non ancora offuscata dalla sagra dell’abbondanza, dagli sprechi, dalla frenesia dei regali e dall’esasperata baldoria pubblicitaria sui mezzi di informazione. Ho come l’impressione che con la giovinezza sia finita non solo una stagione della vita ma anche la sacralità del Natale, quel Natale cristiano che mal si concilia con l’opulenza che ci viene offerta dalla nostra società. Un Natale che – dal punto di vista degli acquisti e della pubblicità – tende ad iniziare sempre prima come se la vigilia, di anno in anno, si spostasse all’indietro, tant’è che ho visto i primi alberi di Natale e relativi panettoni già a fine ottobre.

Ora, nonostante i miei contrastanti sentimenti intorno al Natale, devo dire che è davvero difficile sottrarsi a questo rito orgiastico di fine anno abusando del nome di Gesù Bambino. Ne prendo atto mentre giro per un centro commerciale della Capitale, sforzandomi di capire quali effetti possano produrre in me le tante vetrine addobbate a festa, stracolme di prodotti di ogni genere, e quali oggetti siano in grado di stimolare i miei desideri più reconditi. Prima di recarmi nel mio paese nativo, dove trascorro da sempre il Natale, mi sono concesso un bagno di folla per rendere più desiderabile il silenzio e la quiete che lì mi aspettano. E quale poteva essere il luogo migliore se non il centro commerciale: l’emblema del luogo-non-luogo della nostra epoca, dove l’anonimato ti protegge e ti isola, pur stando a stretto contatto con una moltitudine di persone. Il luogo della solitudine di gruppo, identico e indistinguibile l’uno dall’altro, in qualsiasi punto del pianeta lo si osservi. E durante le feste di fine anno – con il carico di luminarie, decorazioni, alberi di natale di plastica, cataste di panettoni e torroni e spumanti – il centro commerciale diventa la rappresentazione tragica di un presepe vivente laico e consumistico, dove i frequentatori assurgono al ruolo di re magi che, anziché portare doni al bambin Gesù, sono lì a caccia di doni.  

Mentre mi aggiro alquanto frastornato tra quella eccessiva offerta di mercanzia, mi viene in mente la scritta che sovrasta un famigerato “Centro”, simbolo del potere economico nell’età della globalizzazione, immaginato dallo scrittore portoghese Josè Saramago nel suo romanzo “La caverna”: “Ti venderemmo tutto quello di cui tu hai bisogno – dice la scritta - se non preferissimo che tu abbia bisogno di ciò che vendiamo”. La finzione letteraria diventa realtà. Come a dire che sono le scelte commerciali dei produttori a determinare i gusti della gente e a creare nuovi bisogni. Un potere, quello economico e produttivo, che ci vuole sempre insoddisfatti e dipendenti alla continua ricerca di novità. E noi, come schiavi, obbediamo. E compriamo. E, lo possiamo ben dire, ormai viviamo perennemente in un centro commerciale.

Intanto, come annullato e assorbito da quel traffico natalizio di cose e persone che mi circondano, e da quella forzata atmosfera festaiola che mi esonera dal pensare, passeggio in quegli spazi che man mano diventano sempre più affollati. E più che guardare le vetrine e comprare, osservo le tante persone cariche di pacchi e pacchetti e bustoni infiocchettati, come se avessero appena svaligiato delle botteghe; e vedo enormi carrelli che escono da un supermercato stracarichi di generi alimentari, come stesse per arrivare una terribile carestia. Mi accorgo che molti si assiepano - curiosi, avidi ed estasiati – davanti a un mega negozio che espone gli ultimi ritrovati della tecnologia, ed in particolare le novità della telefonia mobile. Sembra il punto vendita più ambito, più ricercato davanti al quale resto freddo e indifferente. I telefonini proprio non mi interessano: sono troppo legato al mio apparecchio fisso di casa, con tastiera a disco rotante. Amo quell’oggetto demodé che mi permette, ancora, di fare le mie poche telefonate lontano da occhi e orecchie indiscrete. E penso che se tutti fossero come il sottoscritto, il cellulare sarebbe l’invenzione più fallimentare della storia dell’umanità. Ma - per fortuna – non siamo tutti uguali e le cose sono andate diversamente: l’iPhone è diventato l’oggetto più desiderato. Mi viene da pensare che mentre la tecnologia avanza l’homo sapiens regredisce sempre di più.

Mi attardo per alcuni minuti in una libreria dove anche i libri sono infiocchettati con nastrini colorati come un qualsiasi prodotto industriale. Leggo i titoli delle copertine più in vista: vedo solo novità editoriali che non conosco, tranne i soliti personaggi noti che stanno sempre in televisione a promuovere le loro opere letterarie. Dei grandi del passato non c’è traccia. Va bene l’ennesima strenna natalizia di Vespa o di Carofiglio o di Cazzullo, ma perché dimentichiamo sempre gli autori che hanno fatto la storia della nostra letteratura? Mi piacerebbe che, ogni tanto, si vedesse in vetrina - che so - un Pavese o un Italo Svevo, tanto per fare qualche nome. Un modo, questo, per far conoscere anche alle giovani generazioni autori che non rientrano nel calderone pubblicitario e consumistico. Nel frattempo mi giungono alle orecchie le parole di una signora che all’interno della libreria chiede al commesso: “scusi…vorrei regalare un libro a un mio nipote che legge poco…mi può consigliare qualcosa?”

Davanti a un negozio di giocattoli provo una sorta di ammirazione puerile mista a stupore: non ricordo i miei trastulli infantili, ma certamente erano primitivi se li confronto con questi moderni ritrovati della tecnologia e della psicologia infantile, in bella mostra sugli scaffali. Guardo, poi, delle ragazze che hanno appena comprato jeans strappati, simili a quelli indossati dai due manichini nella vetrina di abbigliamento. Mia nonna, che ci teneva molto al decoro del vestiario e rammendava qualsiasi buco, avrebbe faticato a capire la ragione di questa moda così bizzarra. Più in là mi cattura una enoteca: è un luogo magico dove ogni bottiglia esposta racconta una storia e identifica un territorio. Quando mi capita di entrare in questi negozi – che restano i miei preferiti assieme alle librerie e alle ferramenta - resto affascinato da quella esposizione di bottiglie schierate apposta per sedurti, così diverse l’una dall’altra anche se apparentemente sembrano tutte uguali. Le osservo, leggo le etichette, ne prendo qualcuna tra le mani e avverto un desiderio fortissimo di piacere e di possesso: sarebbe bello avere una cantina con tante bottiglie di vini pregiati. Ne compro una: è un morellino di Scansano del 2018. Che dire: ogni tanto mi piace “tradire” il buon vinello del contadino del mio paese da cui mi fornisco, un vinello che io trovo genuino e delizioso.  E con questo prezioso bottino natalizio esco dal centro commerciale. Fuori sono accolto da uno strombazzare di Suv che tentano di farsi strada nel traffico impazzito. E’ Natale! Lo confesso: mi viene voglia di fuggire… ma dove? “Adda passà ‘a nuttata”, direbbe il grande Eduardo.


martedì 22 novembre 2022

La solitudine

 


E’ bello stare da soli: sentirsi soli, invece, è forse uno dei mali peggiori dei nostri tempi. Più siamo connessi, più siamo informati, più dipendiamo dalla tecnologia stando sui social e più ci sentiamo soli. Diceva Luciano De Crescenzo che se stai male e sei solo stai malissimo, se stai bene e sei solo stai benissimo. La solitudine cercata e desiderata e non imposta o subita è una delle componenti importanti della nostra vita che eleva l’animo e ci rende liberi. Il contadino che sta nella sua vigna o che raccoglie le olive non ha bisogno di compagnia; il monaco benedettino che prega nella sua cella e poi coltiva il suo orticello è in pace con sé stesso e ama la sua condizione; chi legge o chi scrive non teme la solitudine; l’artista quando crea le sue opere non è mai solo.  Ti puoi sentire solo, invece, in un treno affollato della metropolitana; su una spiaggia gremita di bagnanti nel mese di agosto; al ristorante durante quegli interminabili pranzi nuziali. E non sentirti solo mentre percorri un sentiero di montagna con lo zaino in spalla, dopo aver mangiato un panino con la mortadella. Per dirla con Sartre, se ti senti triste quando stai da solo probabilmente sei in cattiva compagnia. Ma non sempre la tristezza è associata alla solitudine. A chi non è mai capitato di avere voglia di starsene da soli pur trovandosi in mezzo a un’allegra e spensierata comitiva di amici? E’ chiaro che sull’umore influiscono tantissimi fattori. Mio nonno, per esempio, era una persona estremamente semplice: contadino, non sapeva né leggere né scrivere, trascorse la sua vita senza mai allontanarsi dalla sua campagna e dal suo paese nativo, eppure non lo vidi mai triste o depresso. Quando non lavorava era capace di starsene giornate intere seduto davanti l’uscio di casa a fischiettare, senza lamentarsi. E ogni piccolo imprevisto, ogni minima distrazione anche la più insignificante, come un passante che gli rivolgeva un saluto, un gatto che faceva le fusa, un ragazzino che giocava a palla, possedevano ai suoi occhi la straordinaria capacità di movimentare la sua giornata. Non aveva bisogno di leggere libri… di scrivere… di viaggiare…di guardare la televisione…di stare con un telefonino in mano come facciamo noi. Solo che lui era sereno, e noi siamo stressati; lui appariva soddisfatto della sua esistenza e si accontentava del poco che aveva e noi siamo sempre scontenti, alla ricerca di novità.

Io avverto la solitudine soprattutto quando mi trovo a girovagare per una di quelle superaffollate strade di Roma, piene di negozi, luminarie e suoni, nell’ora del suo massimo struscio pomeridiano. Lì mi sento terribilmente solo come in nessun altro luogo. Poi magari mi capita di percorrere un viottolo di paese e non percepire quella strana sensazione che mi assale tra la folla. E se incontro, anche una sola persona che nemmeno conosco, mi sembra naturale salutarla e scambiarci pure qualche parola di rito. E che dire, poi, di quei vecchietti di città che trascorrono lunghe ore seduti su una panchina all’interno di qualche parco spelacchiato di periferia, straziati e afflitti dalle macchine, dallo smog e dai rumori? La loro solitudine si percepisce immediatamente, si tocca quasi con mano e devo dire che quella visione mi procura tristezza. Eppure, la stessa immagine di vecchiaia, le stesse persone anziane sedute a chiacchierare sul sagrato antistante la chiesetta del loro paese, mi trasmettono altri sentimenti, altre sensazioni. E sono sensazioni positive di serenità e di tranquillità. Sembra quasi che certi luoghi siano capaci di proteggerti e non farti sentire solo, seppure apparentemente possano apparire fuori dal mondo e dalla realtà.

A volte mi chiedo se i blog, o meglio ancora i social network – che in qualche maniera hanno sostituito i luoghi di aggregazione di una volta – siano in grado di alleviare la solitudine dei nostri tempi. Ma ho seri dubbi al riguardo. Questi strumenti tecnologici sono come quelle strade superaffollate del centro storico di Roma: ti fanno sentire tragicamente ancora più solo. Ti illudono di stare in compagnia. Quella moltitudine di persone che passeggia in città è simile ai tanti follower dei blog e agli amici virtuali a cui “abbiamo chiesto amicizia” su Facebook. Come se l’amicizia fosse una merce da comprare e non una relazione profonda che si costruisce guardando negli occhi una persona.  Resta la scrittura, strumento insuperabile per raccontare le nostre ambizioni e le nostre fantasie, le nostre solitudini e le nostre sconfitte, che forse sono le vere protagoniste di questo mondo virtuale. C’è addirittura chi prova, in rete, a fingere un’altra esistenza, forse per vedere l’effetto che fa e illudersi di essere quello che non si è nella realtà. In tempi non sospetti lo faceva anche Fernando Pessoa (di cui ho parlato nel post precedente), quando vestiva i panni dei suoi tanti eteronimi. Chissà, forse oggi il poeta e scrittore portoghese avrebbe creato tanti blog quanti furono i suoi personaggi che vivevano nella sua “affollata solitudine”.


domenica 13 novembre 2022

Libri da comodino

 


Ci sono alcuni libri che si possono sfogliare e leggere a caso, senza iniziare in maniera sistematica dalla prima pagina. Io li chiamo “libri da comodino”, libri sempre a portata di mano, che hanno una sorta di potere taumaturgico di suggerire risposte e far sorgere domande, da leggere magari prima di andare a letto, la sera.  Sono libri che non vanno letti come un romanzo perché non hanno né un inizio né una fine; sono libri che si sfogliano con lentezza quando ti assale un’inquietudine, quando la malinconia fatica ad andare via. Sono libri senza tempo, scritti nel passato ma che hanno la freschezza del presente.

I miei libri da comodino sono gli “Essais” (o Saggi) di Montaigne; le “Lettere a Lucilio” di Seneca; e “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa. Non li abbandono mai, leggo una pagina di qua, un pensiero di là, sottolineo, annoto, rubo qualche citazione per rafforzare i miei modesti scritti su questo blog, o per “esprimere meglio me stesso” come direbbe Montaigne: insomma, una lettura senza fine che prendo e lascio quando mi piace perché tra una pagina e l’altra non c’è alcun legame.

Michel de Montaigne (1533 – 1592) è un filosofo che mi ha sempre affascinato, da quando comprai i “Saggi” pubblicati in due volumi da Adelphi (traduzione di Fausta Garavini - pagg. 1588). Chi non ha mai pensato, almeno una volta nella propria vita, di lasciare tutto e rifugiarsi in un posto lontano dalle miserie umane? E’ proprio quello che fece Michel de Montaigne, verso i quarant’anni: si ritirò nella torre del suo castello nel sudovest della Francia a meditare, a leggere e a scrivere, circondato da una ricca biblioteca che conteneva un migliaio di testi. Possono sembrare pochi, ma in quell’epoca non esisteva tutta la spazzatura cartacea che oggi ci sommerge. Aveva Plutarco, Lucrezio, Terenzio, Cicerone, Cesare, Plotino; aveva le opere di Erasmo, di Sofocle, di Platone, di Seneca; aveva il libro dell’Ecclesiaste e tanti altri. Preferiva i testi antichi che gli sembravano “più succosi e vigorosi” di quelli del suo tempo. Diceva “non amo che i libri o piacevoli e facili, che mi accarezzano, o quelli che mi consolano e mi consigliano a regolare la mia vita e la mia morte”. Erano, insomma, i suoi libri da comodino. Da queste opere egli estrasse cinquantasette sentenze e le fece iscrivere sulle travi del soffitto affinché lo proteggessero e lo accompagnassero nella sua solitudine e nella stesura dei suoi “Saggi”, un libro immenso che arricchiva giorno dopo giorno con i pensieri dei suoi autori prediletti. Leggeva Plutarco, leggeva Seneca, leggeva Lucrezio e li “saccheggiava”, piluccava una frase a questo, una citazione a quell’altro creando, con la sua straordinaria prosa, degli incastri letterari ricchi e deliziosi, ironici e amabili. “Le api saccheggiano fiori qua e là – scriveva – ma poi ne fanno il miele, che è tutto loro; non è più timo né maggiorana” . Non citava gli altri se non per esprimere meglio il suo pensiero. Si compiaceva del fatto che le sue opinioni avessero l’onore di corrispondere spesso a quelle dei grandi dell’antichità. Fino ad allora, forse nessuno scrittore aveva parlato e scritto di sé stesso, mettendosi a nudo davanti ai propri lettori con parole le più esplicite possibili, scrivendo della sua anima e soprattutto del suo corpo. E questo ci consente di giudicare più accettabili quegli aspetti di noi che a volte non abbiamo il coraggio di raccontare, ma non per questo non sono parti integranti della nostra esistenza. “Tante cose che non vorrei dire a nessuno, le dico al pubblico, e per quanto riguarda le mie più segrete convinzioni o idee rimando a una bottega di libraio i miei amici più fedeli”.

A Montaigne interessava l’uomo nella sua interezza. E attraverso l’autoritratto che troviamo nei Saggi, quest’uomo ce lo restituisce nella sua complessa, variegata e contraddittoria immagine. Perché ogni singolo individuo porta in sé una traccia dell’intera varietà della specie umana. “Io che mi spio più da vicino – scrive nei Saggi – che ho gli occhi incessantemente fissi su me stesso, come chi non ha molto da fare altrove, a malapena oserei dire quanta vanità e debolezza trovo in me (…) Se la salute mi ride e la serenità di una bella giornata, eccomi amabile; se ho un callo che mi fa dolere l’alluce, eccomi corrucciato, stizzoso e intrattabile (…) ora mi va di far tutto, ora niente; quello che mi fa piacere in questo momento, talvolta mi sarà penoso”. Dicendo queste cose Montaigne difendeva la sua naturalezza, la sua sincerità, caratteristiche che apprezzava in ogni essere umano. Nonostante si fosse allontanato dal consorzio umano, era attratto comunque dall’uomo per le stesse ragioni per cui egli lo scherniva e lo punzecchiava. Quell’uomo incoerente e inaffidabile, che non andava preso troppo sul serio, composto da tante piccole parti, come un puzzle, che non sempre stanno al posto giusto. Nella sua grande biblioteca, sotto la protezione delle sue sentenze scritte sulle travi del soffitto di quella torre, passava il suo tempo senza progetti futuri, ora sfogliando un libro, ora un altro, ora scrivendo ora passeggiando, ora osservando il panorama dalla sua alta postazione. Entrando e uscendo dal suo libro, i Saggi, il testamento che ci ha lasciato.

Dai “Saggi” di Montaigne alle “Lettere a Lucilio” di Seneca il passo – per me – è breve, anche se vado indietro di circa quindici secoli; è un libro di straordinaria attualità e di una semplicità tanto profonda quanto disarmante. Anche qui è sempre l’uomo al centro della narrazione, con i suoi vizi e le sue virtù, i suoi entusiasmi e le sue paure, i suoi desideri e le sue illusioni. Sono, questi, i mali dell’anima che derivano dalla sua incapacità di comprenderli e dare loro ascolto. “Se vorrai star bene – scrive Seneca – cura soprattutto la salute dell’animo, e poi quella del corpo, la quale non ti costerà molto”. Sono innamorato di questo cofanetto che contiene i due volumi – con il testo latino a fronte – pubblicato dalla BUR. Lo comprai tanti anni fa pagandolo trentamila lire: una sorta di bibbia laica, una fonte inesauribile di saggezza. Per chi non lo sapesse, l’opera comprende 124 lettere indirizzate da Seneca al suo amico Lucilio, Governatore della Sicilia. Le missive toccano diversi argomenti e affrontano i grandi temi dell’esistenza come l’amore e la morte, l’amicizia e la vecchiaia, la povertà e la ricchezza, il tempo e la solitudine…

Sul mio comodino c’è, infine,  “Il libro dell’inquietudine” con cui Fernando Pessoa ci restituisce l’uomo del Novecento: tormentato, con una visione negativa del mondo, con la sua solitudine esistenziale; un uomo – come ha scritto Antonio Tabucchi che ci ha fatto conoscere lo scrittore portoghese – “che deride e si deride e che, nella sua verità e nella sua cattiveria, nell’abuso del paradosso, nella capacità di affermare ironicamente il contrario di un assioma già ironicamente adoperato, realizza una poesia fra le più rivoluzionarie del Novecento”. Il libro dell’inquietudine è una miscela di appunti, meditazioni, vaneggiamenti, una sorta di diario intimo che Pessoa affidò a uno dei suoi tanti eteronimi: Bernardo Soares. Si, perché in Pessoa si riflettono e vivono tante personalità da lui create che ne fanno “una sola moltitudine”, “una plurima, mostruosa cattiva coscienza: – scrive ancora Tabucchi - la mia, la nostra, la vostra, quella di tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi buona volontà si tratti. Pessoa è un grido di dolore e un belato, un canto altissimo e una smorfia, un’unghia che corre sulla lavagna dove un buon professore voleva tracciare la tranquillizzante dimostrazione del suo teorema” Pessoa ci dice che “la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta”. Se bastasse, probabilmente nessuno scriverebbe libri, dipingerebbe madonne, costruirebbe cattedrali, comporrebbe sinfonie e poesie. E nessuno leggerebbe libri. “Per me scrivere – dice Pessoa – è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come la droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima”. E noi non possiamo smettere di nutrirci di questi “veleni necessari” e di leggere e rileggere “Il libro dell’inquietudine”.


sabato 5 novembre 2022

Non ho letto libri: ho raccolto olive

 


“Non lessi libri, la prima estate; zappai fagioli”. Così scrive David Thoreau in quel suo libro cult che è “Walden o vita nei boschi”, resoconto dei due anni di soggiorno solitario trascorso in una foresta del Massachusetts, la sua affascinante esperienza di vita. Prendendo a prestito le parole di questo eccentrico e anticonformista personaggio dell’America dell’Ottocento, mi viene da dire: non ho letto libri nello scorso mese di ottobre; ho raccolto olive. Come dire che ho sacrificato il lavoro mentale per quello materiale. Eppure, a volte, c'è più spiritualità e raccoglimento in un'attività manuale che cerebrale. Sono stato tra i miei ulivi, nel Cilento, presenze quasi umane che mi hanno fatto compagnia e mi hanno trasmesso ricordi e saperi antichi che si perdono nella notte dei tempi. A guardarli, con quelle scanalature, con quelle forme asimmetriche e contorte, con quei tronchi attorcigliati e gibbosi, questi magnifici e preziosi alberi mi ricordano, sotto certe apparenze, i contadini del passato con il loro corpo incurvato, le mani nodose che raccontavano la fatica del vivere, le rughe scavate nei volti bruciati dal sole. Mi ricordano i miei nonni, contadini anch’essi. Ma oggi i contadini sono figure in via di estinzione.

Ne ho incontrato uno, giorni fa, nel piccolo frantoio dove mi recavo per la molitura delle mie olive. Aveva 87 anni. Era lì con il figlio in attesa del suo olio. Sembrava un personaggio appena uscito da un dipinto di Giovanni Segantini, fuori dal tempo. Mi diceva che nonostante l’età, si arrampicava ancora sugli ulivi, armato di rastrello per “pettinare” i rami carichi di olive. Devo dire che il suo volto asciutto sprigionava una straordinaria, antica umanità, non scalfita minimamente dal progresso e dalla modernità. Era l’immagine personificata di un vecchio ulivo secolare e mentre mi raccontava della sua vita vissuta sempre nei campi a coltivare l’orto, a vendemmiare, a raccogliere le olive e a mietere il grano "con la falce", stentavo a credere che potesse avere ancora così tanta vitalità e voglia di lavorare. Lo osservavo con ammirazione: era parte di una natura incontaminata in cui era vissuto per tutta la vita seguendo il ciclo delle stagioni; era parte di un mondo che rimandava a una dimensione dell’esistenza più semplice e genuina, lontana dal caos, dalla fretta e dalle macchine. Certamente lui non era conscio di essere - con la sua filosofia di vita - condannato a sparire. Eppure era ancora lì a raccontare il suo mondo e le sue esperienze, con pazienza, con saggezza, con umiltà. E con convinzione.


domenica 23 ottobre 2022

Là dove nascono i post...

 


“Mens sana in corpore sano” dicevano gli antichi romani. E per onorare al meglio questo detto, cerco di non trascurare la salute della mente, leggendo qualche libro e scribacchiando su questo blog, né quella del corpo, oliando le mie articolazioni sempre più arrugginite con una camminata spedita di circa un’ora, tutti i giorni. Ne ho già parlato in un vecchio post. Mi reco nel Parco Archeologico di Centocelle, poco frequentato. E’ un luogo che si trova un po' distante dalle abitazioni del quartiere di Roma, dove abito, e gli amanti del footing (per non stancarsi?) si riversano quasi tutti in un parco vicino, più a portata di mano…o meglio di piedi. L’uomo, si sa, è per sua natura un animale sociale che ama stare nel gregge e ammassarsi nello stesso posto, anziché cercare spazi più liberi e meno affollati. Somiglia più a una pecora che a un lupo. Che poi, è ciò che avviene in città: attorno esistono borghi a volte spopolati (secondo uno studio circa metà della superficie terrestre è disabitata), eppure scegliamo sempre gli alveari metropolitani. Insomma, ce la mettiamo tutta per farci del male.

Prima di arrivare al parco percorro una strada molto trafficata lungo la quale c’è di tutto e di più: bottiglie di plastica, calcinacci, miriadi di mozziconi di sigarette, lattine, mascherine (le new entry), biglietti di gratta e vinci (auguro, a chi l’ha buttati lì, di non vincere mai!); e non mancano, di tanto in tanto, rifiuti più corposi quali materassi, frigoriferi e altro... Ricordo, a chi ha la memoria corta, che il Sindaco di Roma non è più la Raggi: gli incivili che la abitano, però, sono sempre gli stessi. Ma lasciamo perdere! Attraverso la Casilina, un’antica strada medievale che congiungeva Roma a Casilinum, l’odierna Capua, confinante con il Parco: a quell’ora della mattina è un lungo serpentone di macchine strombazzanti, che procedono a passo d’uomo, con una sola persona a bordo. La cosa surreale è che la maggior parte sono suv e fuoristrada, come se Roma si trovasse sulle Dolomiti. Se dovessi immaginare una eventuale estinzione della specie umana sulla terra non avrei dubbi: vedo con la mente solo un ingorgo planetario di macchine superaccessoriate i cui occupanti, prigionieri in quella distesa di lamiere, strillano disperatamente al cellulare: “ma tu dove sei?”. Sette miliardi di persone che si telefonano a vicenda, senza scampo.

Sono nel Parco Archeologico dove sorgeva - duemila anni fa - la villa imperiale ad duas lauros dell’imperatrice Elena, madre dell’imperatore Costantino. Per la sua grande estensione la dimora imperiale venne chiamata Centum Cellae, da cui deriva l’attuale toponimo. Respiro quell’aria frizzantina del mattino a pieni polmoni e mi sento bene, lontano da quell’inferno di lamiere che mi sono lasciato alle spalle. Sembro davvero l’unico superstite dell’apocalisse immaginata, ma anche il custode di trenta ettari di verde pubblico a mia completa disposizione: una vera meraviglia! Non c’è nessuno, a quell’ora. Percorro quei sentieri lungo i quali cresce rigogliosa la rughetta selvatica, la cicoria e la carota e poi la portulaca e il finocchietto; ammiro dei bellissimi fiori di prato quali il verbasco, la linaiola, la vedovella, la malva. Ho imparato a conoscerli in questo luogo. Mi imbatto in una piantina di ulivo messa lì a dimora da una mano ignota: un gesto quasi rivoluzionario da parte di una persona sensibile, un vero atto d’amore verso la natura e verso l’uomo.  Un albero - che sia un ulivo, un limone o un abete - non si pianta mai solo per sé ma anche per chi verrà dopo. E sappiamo quanto siano importanti e fondamentali, oggi, gli alberi per la nostra stessa sopravvivenza.

Osservo questa giovane piantina e non posso non andare con la mente ai miei ulivi piantati tanti anni fa nella mia campagna, nel Cilento. Mi vedranno morire mentre loro sfideranno i secoli, almeno me lo auguro. Anche quest’anno, a partire dai primi di ottobre, mi sto dedicando, con passione, a quel rito antico che si perde nella notte dei tempi: la raccolta delle olive. Bastano le mani e un rastrello per “pettinare” i rami, un telo su cui far cadere le olive e un seghetto per tagliare quelle cime che svettano verso il cielo. Ma noi oggi abbiamo perso manualità, autosufficienza, antiche conoscenze. Compriamo tutto, anche quelle cose che un tempo si facevano in casa; non sappiamo più coltivare un orto o raccogliere le erbe selvatiche o la legna nel bosco; per mantenerci in forma e non perdere l’uso delle gambe e delle braccia, frequentiamo le palestre e facciamo jogging, a volte in mezzo al traffico. Faccio queste riflessioni, mentre mi trovo da solo nel parco di Centocelle. Cammino e sento i miei passi che spaventano i corvi e i pappagalli verdi (chiamati anche parrocchetti) che hanno eletto qui la loro dimora. E osservo e intrattengo me stesso con i miei pensieri, le mie divagazioni, le mie malinconie, che spesso si materializzano nei miei post. Così come decollano da questa vecchia pista abbandonata (si vede nella foto) - reperto del primo aeroporto italiano, qui realizzato agli inizi del ‘900 – anche le mie illusioni che si sforzano di mantenere ancora scattante un corpo su cui gli anni cominciano a far sentire tutto il loro peso.

sabato 1 ottobre 2022

Un eremita in città

 


La mia vita tende al mediocre, se viene misurata secondo i modelli comportamentali attualmente in voga e valutata con il metro di giudizio del “così fan tutti”.  Io non ho cellulari; non sto sui social e non faccio vita sociale; non coltivo amicizie; non sono un conquistatore di alcove femminili; non partecipo al rito serale dell’apericena e della pizza domenicale; non giro con il cane al guinzaglio e non ho il Suv (il nuovo status simbol); non vesto abiti griffati e non frequento località alla moda; vado raramente al ristorante e non mi faccio vedere in giro nei posti che contano. E poi, lo devo dire, non sono un arrampicatore sociale, più che apparire mi piace nascondermi, non ho mai avuto ambizioni carrieristiche, i soldi non sono il mio obiettivo, non seguo le tendenze. Non ho followers e nutro non poca diffidenza nei confronti di questa invadente tecnologia. Insomma, quel modo di “fare”, di “mostrarsi” e di “essere” che ti fanno sentire perfettamente in linea con lo spirito dei tempi, sono condizioni che non mi appartengono. Più che di eccessi, la mia vita è costellata di mancanze.

Non amo il potere, in tutte le sue innumerevoli ramificazioni, e alla maggioranza che lo celebra io preferisco la minoranza che lo contesta. Io credo nelle persone – diceva Nanni Moretti in Caro Diario - però non credo nella maggioranza delle persone: mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza”. Se proprio lo devo dire: mi sento spaesato in questa società che mi circonda, non mi ci ritrovo e non la riconosco più per come è diventata nella maggior parte dei casi. “Per me è come ci fosse un’occupazione in corso – ha scritto Simone Perotti nel suo libro “L’altra via” - come se un esercito alieno stesse dilagando, e bisognasse andare in montagna per rimanere liberi, facendo i partigiani”: parole che io condivido appieno. Solo che lui ha cambiato radicalmente vita ed io mi limito a fare il “partigiano” in città.

Non faccio settimane bianche, non vado più al cinema, guardo poca televisione (Rai5 e Rai Storia e i documentari naturalistici di Geo e quelli sul patrimonio artistico di Alberto Angela). Trovo noioso e insopportabile il teatrino della politica che va in onda tutti i giorni sui mezzi di informazione. Considero falsa e sibillina la stessa informazione, o meglio quel fiume di parole e immagini che ci inondano quotidianamente. Non seguo più neanche il calcio - una mia antica passione - da quando il business lo ha stravolto e le squadre sono diventate delle legioni straniere dove giocano dei miliardari tatuati. Mi danno fastidio le macchine: se avessi una bacchetta magica le farei sparire tutte, a cominciare dalla mia; evito come la peste i luoghi affollati, detesto la pubblicità in tutte le sue forme, condanno chi scrive sui muri, chi sporca le strade della città in cui abito: Roma, sempre più sporca e super caotica, dicono la più bella del mondo. Ma non ci devi vivere per sempre, almeno per come io ritengo vivibile un luogo.

In questa città vivo come una sorta di monaco laico: starei volentieri in un luogo isolato, in campagna, con due galline, una capretta e un orto. E tre sedie, come diceva David Thoreau: la prima per la solitudine, la seconda per l’amicizia e la terza per la compagnia. Mia moglie - che un po' mi conosce - dice che probabilmente le ultime due sedie rimarrebbero sempre vuote, se facessi questa scelta di vita. Coltivo con sottile piacere la solitudine – che è l’opposto dell’isolamento - e sono ormai diventato un eremita di città. Ma un eremita, nonostante tutto, ancora disponibile e socievole, legato alla vita e all’uomo, perché nessuno, meglio di un solitario, sa aspettare e accogliere con gioia e trepidazione l’arrivo di un amico, di un conoscente.  

Ho come l’impressione, a volte, che l’arte e la letteratura siano le mie uniche forme di libertinaggio e di trasgressione. Mi soffermo, sempre più spesso, in contemplazione e in silenzio dinanzi a un dipinto (ovunque esso si trovi, in una chiesa come in un museo), e mi lascio sedurre da un vecchio buon libro, a volte il mio amico più sincero. Il poeta russo Iosif Brodskij, nel ricevere il premio Nobel per la letteratura nel 1987 ebbe a dire: “Mi pare che un libro, come interlocutore, sia più fidato di un amico o dell’innamorata. Un romanzo o una poesia non è un monologo, bensì una conversazione tra uno scrittore e un lettore; una conversazione, ripeto, del tutto privata che esclude tutti gli altri – un atto, se si vuole, di reciproca misantropia.  Un’opera d’arte, in special modo un’opera letteraria e una poesia in particolare, si rivolge all’uomo tête-à–tête, stabilendo con lui rapporti diretti, senza intermediari di sorta”. E allora, a questo punto, sorge spontanea una domanda. Ma può la letteratura o, l’arte in generale, sostituirsi alla vita, seppure “mediocre”? Qualcuno dirà che esiste ancora – per nostra fortuna - un discreto margine di piacere nell’intrattenersi, magari senza incappare in eccessivi tormenti e fastidi, con delle persone vere, di nostro gradimento. Ed è vero! E’ importante, però, che questi nostri “interlocutori” (che siano amici o parenti, social o mezzi di informazione, partiti o associazioni) non si rivelino persuasori occulti, interessati esclusivamente ad inculcarti la propria morale e la propria visione della vita e della società.


lunedì 19 settembre 2022

Restare o viaggiare?

 


Non sono un viaggiatore, nell’accezione più nobile e, direi, romantica del termine. Più che “andare” in capo al mondo, amo “restare” in posti a me cari e conosciuti, che io considero più seducenti di quelle mete esotiche o di quelle località alla moda che si trovano sempre altrove, lontane. E non sono viaggiatori - ma semplici turisti - coloro che si spostano in poche ore da un punto all’altro del pianeta senza alcuna fatica. Ansiosi solo di raggiungere la meta agognata. Viaggiare è un’arte che appartiene (o apparteneva?) solo a pochi eletti. Il viaggio è spaesamento; è sorpresa; è conoscenza. In un mondo globalizzato e uniforme come il nostro anche quelle destinazioni irraggiungibili e sconosciute che un tempo si potevano solo immaginare, dove nessuno aveva messo piede e che costituivano tappe fondamentali per l’educazione dei rampolli delle famiglie benestanti che si apprestavano a fare il loro ingresso nella società, sono diventate accessibili e alla portata di un turismo di massa che le ha stravolte e standardizzate. Io credo che il grand tour intrapreso da Goethe tra il 1813 e il 1817, riportato in quel suo bel libro che si chiama “Viaggio in Italia”, possa scoraggiare chiunque, oggi, vorrà ritentare l’impresa.

Esistono luoghi vicini a noi che ci parlano di bellezza, spesso ignoti perfino a chi li abita, eppure non ci attirano, li evitiamo: anziché “restare” dobbiamo sempre “andare”, afflitti da una inguaribile esterofilia. “Il fatto è che sono pochi quelli che sanno essere felici dove si trovano – diceva lo scrittore statunitense George Washington Irving - da qui deriva il desiderio di essere dove non sono, da qui la mania del moto perpetuo”. 

Sto leggendo un saggio dell’antropologo Vito Teti “Pietre di pane” con sottotitolo “un’antropologia del restare”; scrive Teti:

“Non si resta, perché in un mondo in perenne movimento, anche chi resta è in viaggio. E, forse, partire, tornare, restare sono diventate – o sono sempre state – modalità diverse del viaggiare. Se non ti senti prigioniero di nessun luogo o padrone di qualche luogo, vuol dire che possiedi la libertà del cammino. L’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della restanza – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate insieme. Restare, allora, non è stata, per tanti, una scorciatoia, un atto di pigrizia, una scelta di comodità; restare è stata un’avventura, un atto di incoscienza e, forse, di prodezza, una fatica e un dolore. Non si ceda alla retorica o all’enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa esperienza del tempo, una riconsiderazione dei ritmi e delle stagioni della vita”.


Mi viene da pensare che la vera scelta rivoluzionaria, oggi, sia quella di “restare” e forse anche quella di “ritornare”: perché, come scrive Claudio Magris “il viaggio più affascinante è un ritorno, un’odissea e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca”.


giovedì 8 settembre 2022

La penombra che abbiamo attraversato

 


Sono rientrato da qualche giorno nella Capitale. L’avevo lasciata alle prime luci dell’alba di un giorno di fine luglio. Scappavo dalla cappa di afa che l’avvolgeva; scappavo dal suo traffico caotico e dalla spazzatura ad ogni angolo di strada; scappavo dalla calca di un turismo di massa, mai così convulso come quest’anno. Ma la pandemia non doveva migliorarci?

Roma, di prima mattina - quando tutti dormono e tacciono sia le macchine, che le attività e la frenesia isterica della gente sempre connessa - appare più umana, più vivibile. Addirittura più pulita. Sembra quasi che i suoi abitanti e chi l’amministra siano la causa principale di tutti i suoi mali. Ero diretto al paesello natale - il mio eremo - capace ancora di lenire le ferite inferte da una città che diventa, di giorno in giorno, sempre più difficile da abitare. La mia àncora di salvezza, il mio buen retiro è proprio quel paesello, arroccato su una collina che guarda verso il mare. Il mio luogo dell’anima che conserva il ricordo genuino e spensierato dell’infanzia e dell’adolescenza: il mio tempo perduto. Forse il più felice, nonostante le difficoltà del vivere di quel tempo passato. Un luogo che evoca profumi e sapori e sensazioni e sentimenti di una certa Italia che non c’è più. Un luogo che serba quasi le tracce dei miei anni più spensierati. E ogni volta che mi ritrovo lì, tra quelle case in pietra e quei vicoli silenziosi, mi piace andare con la mente a quel periodo lontano, quasi allo scopo di recuperare il senso antico di quella stagione della vita e cercarne i significati più profondi. Non so se il mondo di oggi è migliore: sappiamo, però, quanto sia diverso. E quanto sia cambiato!

Man mano che mi avvicinavo con la macchina alla mia terra di origine, sentivo la mia aria che è diversa da quella di Roma. E’ un’aria pungente e fresca che sa di erba appena falciata e ha il potere di rinvigorire la mente; ha il profumo muschiato del latte di bufala e di mozzarella, mentre attraverso la piana del Sele nei pressi di Paestum; sa di salsedine, appena percorro la strada che costeggia il mare di Agropoli, prima di prendere la via che si inerpica sulla collina dove sorge la mia casetta che mi aspetta come addormentata. Mi vengono in mente le parole scritte da Lalla Romano – scrittrice piemontese, una delle maggiori del Novecento – nel suo bellissimo romanzo pubblicato nel 1964 “La penombra che abbiamo attraversato”, un libro che avevo iniziato a leggere prima di partire. La scrittrice fa ritorno, dopo molti anni, al paese della sua infanzia - Ponte Stura - una piccola località tra le montagne della provincia di Alessandria: vuole riannodare i fili di una vita partendo dalle sue origini, con immagini e ricordi. “Sono uscita nella strada davanti all’albergo, e ho sentito l’aria – scrive la Romano - L’aria mi può bastare. E’ la mia aria. In nessun’altra valle vicina o lontana c’è quell’aria. Io la riconosco all’odore leggero che sa di latte, di strame, di erbe amare…Non è mai esaurito il mio bisogno di quell’aria. Io la penso di lontano, e mi nutre. Mi tormenta, anche: per qualcosa di irraggiungibile, ma anche di fatale. Essa è per me il passato: tutto quello che è avvenuto”. L’autrice di questo romanzo rievoca, con uno stile intimo e poetico, quel suo “buon tempo antico” in quel luogo rimasto immobile che conserva “il fascino del tempo di prima”. Anche se lentamente continua a morire. Ma lei ne è consolata perché quella immutabilità costituisce la sua vera essenza. La sua felicità è legata al luogo dell’infanzia e viene riassunta dalla madre poco prima di morire: “come eravamo felici!”. Per lei, sembra quasi che il meglio della vita sia qualcosa di già trascorso; il tempo della felicità sia solo quello di prima.


“La penombra che abbiamo attraversato” è un libro tipicamente proustiano: ricorda. Il titolo è tratto proprio da una bellissima frase di Proust relativa all’infanzia che dice: “ci appartiene veramente soltanto ciò che noi stessi portiamo alla luce estraendolo dall’oscurità che abbiamo dentro di noi…Intorno alle verità che siamo riusciti a trovare in noi stessi spira un’aurea poetica, una dolcezza e un mistero, i quali non sono altro se non la penombra che abbiamo attraversato”. Lalla Romano, nel percorrere il paese che l’aveva vista bambina, rivive quei tempi dolci e sereni nei minimi particolari, come se quelle antiche immagini avessero la capacità di sciogliersi e il tepore di quel ricordo le richiamasse in vita dal gelo dell’oblio.

Amo la “letteratura della memoria” e il libro della Romano si colloca, con tutte le sue buone qualità di stile e di linguaggio, in questo filone narrativo. Saper rendere universale una vicenda umana così individuale è una delle caratteristiche migliori di una grande scrittrice: e devo dire che tra le righe del libro di Lalla Romano io spesso ritrovo e rivedo il bambino e l’adolescente che fui nel “leggendario tempo di prima”. Mi piace condividere con la scrittrice l’illusione che possa esistere nel nostro tempo un piccolo eden rappresentato da un microcosmo che è “il paese”, con il suo silenzio, le sue atmosfere, la sua natura, la sua aria buona. Il suo paese natale in quell’angolo di Piemonte diventa anche il mio, nel Cilento. Perché tutti i paesi un po' si somigliano. Mi ritrovo e mi rivedo nelle sue parole quando scrive che si sentiva come drogata “nell’odore arido delle stoppie, nel caldo pungente del mezzogiorno, tra lo stridore delle cicale”; e quando scrive che cercava una esaltante libertà “solo sulle montagne, nei valloni profondi e freschi, sui costoni ventosi”; e quando parla del “castello” (c’è sempre un castello in ogni paese) che “era il luogo di ogni bellezza…dove il tempo pareva fermato” dove andava a nascondersi e a giocare; mi ritrovo tra le sue pagine quando dice che “non le piaceva andare dove e quando andavano tutti” e che preferiva “schivare la gente”. Un po' per timidezza, un po' per la sua indole solitaria. Ha parole di ammirazione per “i nobili”: “esseri di una specie più fine, più rara”. Li vedeva passare sul calessino, il marchese e la marchesa, mentre andavano in chiesa. Ricordo anch’io i marchesi del mio paese – discendenti di un’antica e nobile casata - che uscivano dal loro palazzo marchesale, antistante la chiesa, per la messa domenicale: li osservavo, venivano ossequiati dai contadini del posto, ammiravo il loro portamento elegante e potevo solo immaginare la vita appartata che conducevano in quella grande dimora aristocratica che li rendeva così speciali, così diversi dagli altri. Girando per Ponte Stura Lalla Romano cerca con gli occhi la bottega del fabbro, dalla quale sentiva battere il ferro sull’incudine: “il suono più esaltante che si possa sentire”. Ma la forgia non c’è più. Un velo di malinconia mi scende addosso. Quel rumore ritmico del martello che batteva il ferro sull’incudine piaceva anche a me, da bambino. Mi era familiare. La modernità me l’ha portato via. E' sparito un antico mestiere. E' venuta meno una filosofia di vita.


sabato 23 luglio 2022

Connessione assente

 


Internet è la negazione assoluta del silenzio. Da quando esiste, tutti parlano; tutti scrivono; tutti gridano, esibendo sé stessi e cercando posto nel mondo con le parole. E lo scrivente, naturalmente, non è da meno. Diciamolo: un vero eccesso comunicativo. E’ arrivato il momento, almeno per me, di una moratoria, di una pausa. Io credo che uno stacco da internet – ogni tanto - e dai suoi micidiali derivati, i social, ci faccia tornare umani.

Mi ritiro nel mio “eremo” dove non c’è connessione. Ci leggeremo – forse - dopo l’estate.


venerdì 15 luglio 2022

Proust: ancora tu!

 


E’ difficile pensare che un libro, sterminato e complesso come la Recherche di Proust, si possa leggere due volte; sempreché ci si riesca la prima volta, naturalmente. Eppure, il grande scrittore russo Nabokov sosteneva che non si può leggere un grande libro: lo si può soltanto rileggere. Solo rileggendolo più volte ci si può avvicinare alla sua vera essenza e possederla. “Alla ricerca del tempo perduto” è una delle opere più grandi che siano mai state scritte. E’ un libro che ti annienta, ti sovrasta, ti fa sentire piccolo piccolo; ti fa capire che oggi, nell’attuale panorama letterario, non esistono scrittori capaci di eguagliare lo stile di Proust. La sua scrittura. Quello che più mi affascina di Proust è la sua immensa abilità tecnica, la sua mostruosa bravura di spezzettare un’idea, un concetto in mille rivoli e di creare effetti speciali con le sue figure retoriche, i suoi paradossi, le sue metafore, le sue dettagliate descrizioni anche di particolari apparentemente insignificanti; e poi quella sua impareggiabile attitudine nel tratteggiare i caratteri psicologici dei vari personaggi. Esiste uno strumento artistico, che è la scrittura, e Proust la usa ad un livello altissimo e coltissimo – irraggiungibile - che mi lascia esterrefatto.

Sto rileggendo “Dalla parte di Swann, il primo dei sette volumi de la Recherche. Lo sto sorseggiando con estrema lentezza. Leggere Proust non è come leggere uno scrittore qualsiasi, fosse anche il più bravo. Richiede un impegno diverso; un tempo diverso; una diversa disposizione d’animo. Mi viene quasi da pensare che occorre “ruminare” quel che si legge, sostare il più a lungo possibile sulle parole per avere il tempo di gustarne il sapore, la bellezza. E tornare indietro, quando serve. Vi puoi trovare, nell’opera di Proust, pagine lunghissime che ti annoiano e altrettante che ti esaltano. E sono proprio quest’ultime che ti invogliano e ti stimolano a rileggerle più volte, fino a farle tue. Perché il modo migliore, per avere coscienza di ciò che senti, è quello di affidarti ad un maestro, ricreando in te le sue stesse sensazioni. Proust è un autore che va centellinato a piccole dosi, altrimenti ne esci spossato: non è pensabile che possa essere letto “tutto d’un fiato”, e forse per questo non si finisce mai di leggerlo. Lui ha rappresentato e analizzato tutti i grandi temi dell’esistenza, ha indugiato sui sentimenti e sulle passioni degli uomini e ci ha lasciato pagine memorabili. Mi piace riportare di seguito – come faccio quasi sempre quando parlo di libri - un passo tratto da “Dalla parte di Swann”. Se dovessi dare un titolo a questa straordinaria pagina di letteratura – Proust mi perdonerà – direi: “odori e sapori di provincia”. Il “Narratore” è appena arrivato con il treno a Combray, nella casa della zia Léonie, dove la sua famiglia trascorre le vacanze. Descrive ciò che vede e ciò che sente. E’ una pagina, questa, che io leggo e rileggo senza mai riuscire a saziarmene.  

“Erano di quelle stanze di provincia che – così come in certi paesi intere porzioni dell’aria o del mare sono illuminate o profumate da miriadi di protozoi che non possiamo vedere – ci affascinano con i mille odori in esse depositati dalle virtù, dalla saggezza, dalle abitudini, da tutta una vita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale tenuta in sospensione dall’atmosfera; odori ancora naturali, certo, e color del tempo come quelli della vicina campagna, ma già casalinghi, umani e claustrali, gelatina squisita, industriosa e limpida di tutta la frutta dell’anno che ha lasciato l’orto per la dispensa; stagionali, ma mobili e domestici, capaci di correggere il piccante della brina con la dolcezza del pane caldo, pigri e puntuali come un orologio di villaggio, bighelloni e costumati, incuranti e previdenti, lingeristi, mattinieri, devoti, felici d’una pace dalla quale non può provenire che un po' più di ansia e d’una prosaicità che funge da inesauribile serbatoio di poesia per chi li attraversa senza aver vissuto con loro. L’aria, lì, era satura della quintessenza di un silenzio così’ sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità, soprattutto in quei primi mattini ancora freddi della settimana di Pasqua in cui lo gustavo di più perché ero appena arrivato a Combray: prima di lasciarmi entrare ad augurare il buongiorno alla zia, mi facevano attendere un istante nella prima stanza dove il sole, ancora invernale, era venuto a scaldarsi davanti al fuoco che, già acceso tra i due mattoni, avvolgeva tutta la camera in un odore di fuliggine, facendone qualcosa come uno di quei grandi “antiforni” di campagna o una di quelle cappe di camino dei castelli sotto i quali ci si augura che fuori rompano gli indugi la pioggia, la neve, magari qualche catastrofe diluviesca per aggiungere al confort del riparo la poesia della reclusione invernale; muovevo qualche passo dall’inginocchiatoio alle poltrone di velluto arabescato, sempre ricoperte con un poggiatesta all’uncinetto; e il fuoco, che cuoceva come una pasta gli odori appetitosi di cui l’aria della camera era tutta grumosa e già “lavorati” e fatti lievitare dalla freschezza umida e soleggiata del mattino, li tirava a sfoglia, li dorava, li gonfiava, li faceva bombare, trasformandoli in un’invisibile e palpabile leccornia provinciale, un immenso “calzone” nel quale, assaggiati appena gli aromi più stuzzicanti, più fini, più pregiati, ma anche più secchi, dell’armadio a muro, del cassettone, della tappezzeria a ramages, tornavo sempre con inconfessata ingordigia a invischiarmi nell’odore medio, appiccicoso, scipito, indigesto e fruttato del copriletto a fiori…”.