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giovedì 16 settembre 2021

Capri e non più Capri

 


Capri: non puoi vederla se non l’hai sognata prima


Da Norman Douglas a Thomas Mann, da Edwin Cerio a Tommaso Marinetti, da Curzio Malaparte a Pablo Neruda, passando per Alberto Savinio, Alberto Moravia, Elsa Morante…: esistono luoghi che sono diventati celebri nel mondo per la fama dei personaggi illustri che li hanno frequentati e celebrati, prima ancora che per la loro bellezza. Capri è certamente il principe di questi luoghi. E tra i suoi frequentatori abituali - a cavallo degli anni 50/60 del secolo scorso - c’era anche lo scrittore Raffaele La Capria il quale, quando aveva solo 65 anni – oggi ne ha la bellezza di 99 - “per ritornare là dove si è stati giovani” decise di comprare una casetta di contadini nella campagna sotto il Monte Solaro, tra le viti e gli ulivi digradanti a terrazze, raggiungibile solo scalando ben 150 scalini. Con quel suo trasferimento sull’isola il grande letterato napoletano voleva scrivere un libro su Capri, sullo spirito di quel luogo; finì per scrivere un libro sul suo ritorno nell’isola delle Sirene, quando il canto delle sirene non lo incantava più: “Capri e non più Capri”, questo il titolo, pubblicato da Mondadori nel 1991, libro molto bello scovato sul banchetto di un mercatino dell’usato. Me lo sono goduto questa estate, seduto sul terrazzino della mia casetta nel Cilento, da cui si scorge in lontananza propria quella sagoma inconfondibile dell’isola di Capri.

Nei libri di Raffaele La Capria – scrittore che io amo - aleggia sempre un filo sottile di malinconia che a me piace. E’ una malinconia creativa tendente all’introspezione, alla riflessione, alla nostalgia, sentimenti questi nobilitati soprattutto dagli artisti romantici e decadenti dell’Ottocento. Leggo nel libro: “E così qui sono a Capri e non-più-Capri, il malessere continuo che mi prende è dovuto proprio a questa sensazione che tutto è non-più, ed è perduto giorno dopo giorno inesorabilmente. La vacanza è il momento che meglio si presta a percepire questo fatto, perché nella vacanza si ha tutto il tempo a disposizione per contemplare la vacanza di ogni cosa, e nessuna occupazione quotidiana ci distrae da questa osservazione del mondo e di tutto ciò che va nell’universo alla deriva”.  

Lo scrittore partenopeo, ritornato dopo trent’anni di assenza, non riconosce più la Capri della sua giovinezza dove nacque “il mito della natura abitata dagli dèi”, dove il paesaggio era il riflesso del suo stato d’animo, dove l’acqua era sempre più trasparente. La piazzetta, quel famoso salotto del mondo, simbolo stesso dell’isola dove si andava per guardare e farsi guardare, un tempo centro di raffinata mondanità cosmopolita, appare irriconoscibile agli occhi dello scrittore, l’immagine della più becera società dei consumi. Ma è proprio nei luoghi più belli della terra che meglio si percepisce il degrado che avanza, quel “cammino verso il disordine” che modifica e condiziona l’uomo nell’anima e nel corpo, profanando i paesaggi più belli. E’ il rapporto dell’uomo con la natura che è cambiato e “non è più spensierato”, è il sentimento nei confronti dell’isola che non è più quello di una volta, ed è a Capri che lo scrittore se ne accorge meglio che altrove. “E’ un sentimento – scrive La Capria – che nasce da un’esperienza traumatica fatta da quelli della mia generazione, e solo da loro, in tutta la storia dell’umanità. Solo noi abbiamo vissuto, nel breve arco di una vita, il tempo in cui la Natura (il mare, il cielo, la terra) era la stessa che è sempre stata per millenni, e il tempo in cui non è più quella, ed è malata, sofferente, disanimata come il fondo del mare. E come si fa allora a godere a cuor leggero della sua bellezza, come si fa ad ammirare un panorama o un bel paesaggio?” E’ un grido di dolore, questo, che fa riflettere e che dobbiamo fare nostro se vogliamo salvare i luoghi più belli della Terra.


sabato 11 settembre 2021

Il ritratto di Dorian Gray

 


Ho riletto con rinnovato piacere “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. Aldo Busi, nella sua originale e sfrontata prefazione, rivolge una calda raccomandazione ai giovani di “lasciarsi avvelenare in quantità non modica” da questo libro meraviglioso. “Il veleno della letteratura – scrive Busi – acuisce il senso della normalità e della straordinaria bellezza di tutto ciò che essendo normale, non finisce mai di stupire e di interessare. Il veleno della letteratura non dà assuefazione e resta il solo che permetta viaggi sempre più distanti e esponenzialmente eccitanti”. Non servono le mie parole per raccontare questo libro: altri, molto più autorevoli di me, ne hanno scritto. Mi piace però riportare, di seguito, alcune citazioni raccolte dal libro di questo geniale scrittore, figura emblematica del decadentismo della letteratura di fine Ottocento.

Vi è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé.

E’ meglio non essere differenti dai propri simili. I brutti e gli stupidi hanno la parte migliore in questo mondo: possono mettersi a loro agio e godersi lo spettacolo a bocca aperta. Se niente sanno della vittoria, viene per lo meno risparmiata loro la coscienza della sconfitta. Vivono come dovremmo tutti vivere, indisturbati, indifferenti, e senza inquietudine. Non portano rovina agli altri, né altri la portano a loro.

Quando una persona mi piace moltissimo non ne dico mai il nome a nessuno: è come rinunciare a una parte di lei. Ho imparato ad amare il segreto: mi sembra l’unica cosa che può rendere misteriosa – o splendida – la vita moderna. La cosa più banale diventa deliziosa se solamente la si nasconde.

Forse dimentichi che sono sposato, e l’unico fascino del matrimonio è nel rendere assolutamente necessaria per entrambe le parti una vita di inganni. Non so mai dov’è mia moglie, e lei non sa mai cosa sto facendo. Quando ci incontriamo, ci raccontiamo le storie più assurde con le facce più serie.

Con un abito da sera e la cravatta bianca, come hai detto una volta, chiunque, anche un agente di cambio, può conquistarsi la reputazione di persona civile.

Quelli che sono sempre fedeli sanno solo il lato banale dell’amore: mentre gli infedeli ne conoscono le tragedie.

Ogni influenza è immorale…perchè influenzare qualcuno significa dargli la propria anima.

L’unico modo di liberarsi di una tentazione è di abbandonarsi ad essa. Resisti, e la tua anima si ammala di nostalgia per le cose che si è proibita, di desiderio per ciò che le sue mostruose leggi hanno reso mostruoso e illecito. E’ stato detto che i grandi eventi del mondo hanno luogo nella mente. Ed è nella mente, e solo lì, che si commettono anche i grandi peccati dell’umanità.

La giovinezza è l’unica cosa che val la pena di possedere.

Sempre! E’ una parola tremenda. Rabbrividisco quando la sento pronunciare. Piace molto alle donne, che rovinano ogni bella favola tentando di farla durare per sempre. E poi è una parola senza significato.

L’unica differenza fra un capriccio e una passione eterna è che il capriccio dura un po' più a lungo.

Perdendo la bellezza, quale che essa sia, si perde tutto.

Posso aver compassione di tutto, tranne che della sofferenza. Di quella non ho nessuna pietà. E’ troppo brutta, mostruosa, avvilente. Mi sembra di una tremenda morbosità questa simpatia che al giorno d’oggi hanno tutti per il dolore: della vita bisogna amare i colori, la bellezza, la gioia. E le ferite, meno se ne parla meglio è.

Per riprendersi la giovinezza basta ripeterne tutte le sciocchezze.

Al giorno d’oggi la gente sa il prezzo di tutto e non conosce il valore di niente.

Gli uomini si sposano per stanchezza, le donne per curiosità. E se ne pentono sia gli uni che gli altri.

Nessuna donna è un genio. Le donne sono un sesso decorativo: non hanno mai niente da dire, ma lo esprimono in modo incantevole. Sono il trionfo della materia sullo spirito, così come gli uomini sono il trionfo dello spirito sulla morale.

La ricerca della bellezza è il vero segreto della vita.

Ciò che chiamano lealtà o fedeltà a me sembra più che altro letargo dell’abitudine, o mancanza di fantasia. La fedeltà è per la vita sentimentale ciò che la coerenza è per la vita dell’intelletto – una pura e semplice ammissione di fallimento.

Un grande poeta, un poeta veramente grande, è la più grande, è la più impoetica delle creature. I poeti con minore talento, invece, hanno molto più fascino: più le loro rime sono scadenti, più pittoreschi essi appaiono. Il solo fatto di aver pubblicato un libro di sonetti mediocri rende una persona irresistibile, perché vive quella poesia che non sa scrivere. Gli altri scrivono la poesia che non hanno il coraggio di vivere.

Una sigaretta è l’esempio perfetto del vero piacere. E’ squisita e ti lascia insoddisfatto.

Amo il teatro: è tanto più vero della vita.

Esistono solo due tipi di persone realmente affascinanti: quelle che sanno assolutamente tutto, e quelle che non sanno assolutamente niente.

Viviamo in un’epoca in cui solo le cose inutili sono veramente indispensabili.

E’ ben magra consolazione sentirsi dire che l’uomo che ci ha offerto una pessima cena ha una vita privata irreprensibile.

Da noi basta che un uomo abbia cervello e si distingua dagli altri perché la lingua dei mediocri gli si scateni contro.

Forse non ci si sente mai tanto a proprio agio come quando si è costretti a recitare una parte.

Quante sciocchezze dice la gente sui matrimoni felici…un uomo può essere felice con qualsiasi donna – purchè non la ami.

Non ho mai cercato la felicità. Chi vuole la felicità? Io ho inseguito il piacere.

Non ho paura della morte: è il venire a me della morte che mi terrorizza.

E’ l’incertezza che affascina. Un velo di nebbia rende incantevole ogni cosa.

La tragedia della vecchiaia non è l’essere vecchi, ma continuare ad essere giovani.

Tu sei il simbolo di ciò che la nostra epoca va cercando e ha paura di aver trovato. Come sono felice che tu non abbia mai creato niente, scolpito una statua, dipinto un quadro, o prodotto nulla al di fuori di te stesso. La vita è stata la tua arte. Hai fatto del tuo essere una musica – i tuoi giorni sono i tuoi sonetti.


venerdì 3 settembre 2021

Le mie vacanze nel Cilento

 


Ognuno conserva dentro di sé un suo luogo dell’anima che si porta inciso nella memoria come un’immagine sacra. Ed è in questo luogo che si ripara – a volte anche solo con l’immaginazione – quando ha bisogno di una sospensione dal presente, dal tran tran quotidiano. E’ un luogo, questo, che spesso richiama dei punti fermi di riferimento: una quercia secolare che svetta maestosa verso il cielo; un pugno di case in pietra addossate le une alle altre che sfidano i secoli; un muretto a secco che rende più dolce un pendio; una panchina su un belvedere che si affaccia sul mare. Ci si aggrappa a questi simboli come l’edera al muro, immaginandoli sempre allo stesso posto che attendono immutabili ed eterni il nostro ritorno. Poi, un bel giorno, si scopre che quella quercia secolare l’hanno abbattuta per far passare l’ennesima strada; al posto di quel pugno di case ora c’è un grande albergo; il muretto a secco è crollato perché nessuno più fa manutenzione; quel belvedere da cui si scorgeva il paradiso è stato occultato da una serie di anonime villette a schiera. Insomma, quelle immagini della memoria che sembravano immortali, in cui ci si identificava, sono state distrutte, stravolte e con esse anche una parte di noi: il nostro conforto dell’anima.

Rimuginavo dentro di me questi pensieri mentre mi avvicinavo lentamente – dopo circa tre ore di macchina – al mio paese natio, nel Cilento, dove amo trascorrere l’estate. Qui, in questa terra che solo pochi anni fa era semisconosciuta ed oggi viene letteralmente invasa dal turismo di massa, ho la mia casetta avita di origine contadina: custodisce il mio passato, gli anni dell'infanzia e della mia prima giovinezza. Qui, mi illudo ancora di tornare indietro nel tempo. Ma nulla è più come prima: la modernità ha stravolto quell’antico equilibrio esistente tra l’uomo e la natura, ha seppellito quelle serene atmosfere conviviali. E gli incendi dolosi stanno distruggendo, anno dopo anno, il resto del territorio non ancora invaso dal cemento. Tutto è mutato in maniera rapida e a volte disastrosa: il carattere delle persone, il panorama, la terra, il mare, le stagioni, i profumi, i sapori. Ho come l’impressione che il progresso e la tecnologia, che dovrebbero migliorare la qualità della vita e farci stare meglio, ci rendano, invece, sempre più infelici, insoddisfatti e incattiviti. E se un tempo si stava peggio dal punto di vista della salute, dell’igiene, dei trasporti, dei servizi in generale e dell’aspettativa di vita – nessuno lo mette in dubbio - è pur vero, però, che allora si riusciva a godere delle piccole cose della vita e a ritagliarsi semplici spazi di serenità.

Nonostante tutto, devo dire che – per chi proviene da una grande città - l’effetto di tranquillità e di pace che ancora si avverte arrivando in un piccolo paese è sempre notevole, così come immediato è il contatto con la natura circostante. La Roma caotica e rumorosa che mi sono lasciato alle spalle sembra distante anni luce. Qui mi fa compagnia il silenzio; qui, in questa casetta costruita con le pietre locali nei primi anni del Novecento, posso vivere per giorni e giorni come un eremita, in completa solitudine; qui, il tempo ha un’altra dimensione, scorre lento, allo stato puro e a volte sembra di poterlo misurare soltanto osservando il nascere e il morire del giorno, ascoltando il canto di un gallo che mi sveglia tutte le mattine alle sei o il frinire monotono delle cicale durante le assolate e lunghissime giornate estive.

Conduco una vita appartata, quasi monacale: mi sveglio presto, la mattina, e la sera non faccio mai tardi. Uno dei pochi riti sociali che mi concedo - di sera - è quello di gustare un gelato artigianale nella tranquilla piazzetta di Sant’Antuono di Torchiara (un borgo a un tiro di schioppo dal mio paese), dove c’è la storica gelateria “Di Matteo”, una delle migliori del Cilento, inserita nella prestigiosa guida del “Gambero Rosso”. Per il resto, incontro poche persone, non frequento pizzerie o discoteche o assembramenti (a prescindere dal covid), non possiedo cellulari, non navigo in internet perché non ho neanche il computer (questo post l’ho scritto a mano, prima di batterlo al pc), guardo poca televisione e soprattutto evito il telegiornale durante l’ora di cena. Le mattinate scorrono lente tra letture, passeggiate in campagna a raccogliere fichi e brevi incursioni al mare - tra Agropoli e Paestum - per un bagno nelle ore in cui non c’è ancora l’assalto dei vacanzieri alla spiaggia. Ma il mio rapporto con il mare è cambiato, non è più quello di una volta. Vedo una bottiglia di plastica che galleggia sull’acqua; vedo il mio vicino di ombrellone che nasconde le cicche di sigaretta nella sabbia; vedo i resti di un falò notturno sulla spiaggia, con contorno di bicchieri e piatti di plastica…e mi rattristo. Si offusca in me quel piacere che può offrire una mattinata al mare. Sparisce la magia del luogo. Lo confesso: mi viene voglia di scappare per non vedere. Ma perché, mi domando, dobbiamo sporcare l’acqua dove ci bagniamo e la sabbia dove ci distendiamo? Sembra quasi che la bellezza, oggi, esista per essere violata. Per essere oltraggiata. Anche nel passato ci si poteva imbattere in una bottiglia abbandonata lungo la spiaggia (di vetro, perché la plastica non era stata ancora inventata), ma era solo una bottiglia dimenticata. Poi c’era sempre qualcuno che la raccoglieva, perché era ancora un oggetto prezioso che poteva servire, aveva un costo. Oggi la spazzatura la si può trovare ovunque, al mare come lungo un sentiero di montagna: è un modo di essere e di vivere. E’ la moderna società dei consumi usa e getta.

La mia estate nel Cilento è fatta di piccole cose, di semplici abitudini, di pochi divertimenti che non hanno nulla a che vedere con le mode del momento. In questi vuoti giorni di vacanza, sul far della sera, quando il caldo è meno soffocante, amo rifugiarmi sul terrazzino di casa in una sorta di muto e solitario raccoglimento. E’ un terrazzino che ha poco spazio vivibile, ma in compenso mi offre un grande panorama, la cui contemplazione mi spinge a meditare sui grandi temi dell’esistenza e a ritrovare me stesso. Osservo nella sottostante vallata i boschi di querce, le vigne, gli olivi secolari, la strada a scorrimento veloce piena di macchine, la cosiddetta Cilentana, che si incunea tra le colline. In lontananza, quando la giornata è limpida, lo sguardo arriva fino alla Costiera Amalfitana con le sue alte cime che declinano dolcemente verso la Penisola Sorrentina; vedo all’orizzonte l’inconfondibile, bellissima sagoma dell’isola di Capri. Ma vedo anche quella collina, che fino a ieri era coperta da una rigogliosa macchia mediterranea, che sta bruciando da molte ore, e vedo quelle brutte costruzioni in alto che deturpano il paesaggio, laddove poteva sorgere uno spazio verde, una sorta di balcone sulla vallata. Bellezza e bruttezza sembrano convivere in questa terra, e la bruttezza è sempre opera dell’uomo, mai della natura. E mentre si fa sera e il sole sembra nascondersi laggiù all’orizzonte, tingendo di giallo oro lo specchio immobile del mare che bagna Agropoli, sono insidiato da una lieve malinconia che rimanda al declino delle cose e delle persone e mi fa pensare, con un brivido, che tutto è destinato a finire, come questa mia vacanza nel Cilento.



giovedì 29 luglio 2021

I grandi della Terra

 


I grandi della Terra, quelli che stanno nei libri di storia, non esistono più. Forse l’ultimo rappresentante di questa razza ormai estinta è stato Mao Tse-tung, morto nel 1976. Oggi, coloro che governano il mondo e guidano nazioni immense come la Cina, l’India, gli Stati Uniti, la Russia hanno certamente poteri enormi, incontenibili, come forse non possedevano neanche gli Imperatori dell’antica Roma, eppure nessuno di loro può essere paragonato a un Giulio Cesare, a un Carlo Magno, a un Napoleone. Insomma, ad uno di quei grandi personaggi carismatici del passato che – nel bene e nel male - hanno fatto la storia del mondo. Nessuno ha quelle qualità straordinarie che trasformano un uomo politico in un simbolo, che gli conferiscono quell’aura di grandezza e gli consentono di accedere nell’immaginario collettivo.

Quando li vediamo arrivare – i “grandi” dei nostri tempi - con quel seguito sproporzionato di macchine, scortati da uomini in assetto di guerra, quando li contempliamo in televisione, nei summit, in quelle foto di rito che ricordano gli scolari in posa per l’istantanea di fine anno, abbiamo l’impressione - noi poveri mortali - che non potranno mai rimanere impressi nella memoria della storia. E nella nostra memoria. Sorridono meccanicamente, protesi nell’ansia di piacere; discutono, leggono discorsi, si atteggiano a grandi statisti; si dimostrano preoccupati o rasserenati a seconda della circostanza; danno l’impressione di conoscersi tra di loro come vecchi amici e fingono cordialità. Loro, vorrebbero recitare come i sovrani di una volta: ma non hanno autorità, sono fantasmi di se stessi che non suscitano nessuna complicità e nessuna passione nelle masse. I nuovi potenti, indeboliti nella loro forza persuasiva, carismatica e decisionale, sono una copia sbiadita di quegli antichi condottieri del passato. Hanno smarrito quella sicurezza, quell’autorità e quel distacco contemplativo che permetteva ai Grandi di guardare il mondo dall’alto, mentre conquistavano cose e uomini.

Ma, se i grandi della Terra sembrano spariti, non è sparito dal mondo il potere, tant’è che ogni giorno aumenta tra gli uomini il desiderio di appropriarsene, qualunque esso sia e in qualsiasi contesto si manifesti. E’ un potere che ha cambiato forma, che non ha un volto preciso, che si annida nei gangli più diversi della società, delle istituzioni e dell’informazione, e si esprime - di volta in volta - attraverso un politico importante, un imprenditore, un magistrato, un personaggio televisivo, una moda, una pubblicità ripetuta ossessivamente, un influencer…un oggetto. E’ un potere, questo, subdolo e pericoloso che si insinua nelle nostre vite, che occupa le nostre azioni quotidiane, che manipola le nostre scelte, che condiziona i nostri pensieri. Un potere che finisce per plasmare colui che lo anela, ma che blandisce, con ogni mezzo, anche chi si trova per caso a passare dalle sue parti.


venerdì 23 luglio 2021

Lo "spirito" del nostro tempo

 


“…E’ così evidente che lo spirito venga considerato l’elemento supremo e dominante su qualsiasi altro. Lo impariamo a scuola. Chi può si adorna di spirito, se ne abbellisce. Legato ad alcunché, lo spirito è l’elemento più diffuso al mondo. Lo spirito della fedeltà, lo spirito dell’amore, uno spirito virile, uno spirito colto, il più importante spirito del nostro tempo, teniamo alto lo spirito di questa o di quell’altra impresa, agiamo secondo lo spirito del nostro movimento: come suonano rassicuranti e inoffensive queste espressioni fino ai gradi più bassi. Tutto il resto, i crimini che si compiono ogni giorno o la mai paga avidità di guadagno, sembra in confronto come l’inconfessabile, come la sporcizia che Dio si toglie dalle unghie dei piedi.

Ma quando lo spirito se ne sta lì da solo, un sostantivo nudo, spoglio come un fantasma al quale si vorrebbe prestare un lenzuolo, che cosa accade allora? Si possono leggere poeti, studiare filosofi, comprare quadri e trascorrere intere nottate a discutere; ma è spirito quello che si ottiene così? Mettiamo pure che lo si ottenga, ma poi lo si possiede? Questo spirito è così fortemente legato alla forma contingente nella quale si presenta! Passa attraverso l’individuo che vorrebbe accoglierlo, e si lascia dietro solo una piccola vibrazione. Che cosa ce ne facciamo di tutto questo spirito? Lo si continua a produrre su montagne di carta, di pietra, di tela in quantità addirittura astronomiche; altrettanto di continuo lo si gusta e lo si assimila con un impegno smisurato di energia nervosa: ma che ne è poi dello spirito? Scompare come un’allucinazione? Si scompone in particelle? Si sottrae alla legge fisica della conservazione?

Non c’è proporzione tra tutto quello spreco e i granelli di polvere che scendono dentro di noi e lentamente si posano. Dove va, dov’è, che cos’è? Forse se ne sapessimo di più calerebbe sul termine “spirito” un silenzio opprimente…”

 tratto da “L’uomo senza qualità”

di Robert Musil


venerdì 16 luglio 2021

A ritroso: il ritratto di un esteta

 


Tra i personaggi più famosi e più eccentrici della letteratura mondiale, Des Esseintes - il protagonista del romanzo “A ritroso” dello scrittore francese Joris Karl Huysmans - è forse quello che più colpisce la mia immaginazione. Il libro, pubblicato nel 1884 e tradotto in Italia anche con i titoli “Controcorrente” e “Al contrario”, narra le vicende di un giovane aristocratico di stampo decadente - Des Esseintes, appunto – il quale, stanco e deluso della vita parigina di fine Ottocento, decide di abbandonare il consorzio umano - per il quale nutriva una crescente avversione - e rifugiarsi nella solitudine di una villa di campagna, evitando qualsiasi contatto non solo con il mondo esterno, ma anche con i suoi due vecchi domestici che avevano già assistito sua madre. Lui vuole allontanarsi il più possibile dalla realtà che lo circonda, dagli usi e dai costumi della gente comune, da quel mondo in cui i valori sociali e culturali sono in piena crisi. E, soprattutto, insegue un’esistenza vissuta esclusivamente alla ricerca della bellezza e del piacere estetico. Prima di trasferirsi nella sua nuova casa, Des Esseintes provvede a sistemarla in conformità dei suoi desideri e dei suoi progetti. In particolare, l’arreda con mobili e tappezzerie e suppellettili fuori dal comune; la riempie di meravigliose piante tropicali; arricchisce gli scaffali della sua libreria con le opere dei più grandi autori latini, da lui amati; fa tappezzare il salotto di rosso vivo adornando le pareti con delle stampe terrificanti “contenenti tutti i supplizi che la follia religiosa ha inventato”. In questo modo pensava di crearsi una dimora piacevole e curiosa, arredata tuttavia in maniera rara, non con l’intento di stupire gli altri ma solo per il suo piacere, “adatta alle esigenze della sua futura solitudine”. Un arredamento che finalmente potesse annullare i ricordi irritanti e volgari della sua vita trascorsa.

“In realtà quando l’epoca in cui un uomo di talento è condannato a vivere è stolta e monotona – declama la voce narrante del libro – l’artista è, a sua stessa insaputa, ossessionato dalla nostalgia di un altro secolo…Vengono in lui ricordi di esseri e di cose che non ha conosciuto personalmente, finché giunge il momento in cui egli evade violentemente dal reclusorio del suo secolo e si avventura in piena libertà in un’altra epoca con la quale, estrema illusione, gli sembra di essere in maggiore armonia”.

Per Des Esseintes la vita si svolgeva solo di notte perché il suo spirito si eccitava “solo al contatto con l’ombra”. Lui pensava che le azioni umane e gli spostamenti fossero inutili e che l’immaginazione potesse facilmente supplire alla volgare realtà dei fatti della vita; era convinto che ci si potesse abbandonare a lunghe esplorazioni e a scoperte meravigliose standosene comodamente seduti davanti al camino, aiutando all’occasione lo spirito con la lettura suggestiva di un libro di viaggi, perchè “…tutto sta nel sapere astrarsi abbastanza per far sorgere l’allucinazione e sostituire il sogno della realtà alla realtà stessa”. E poi mal sopportava la vita sociale in tutte le sue varie declinazioni, e poi gli arrampicatori sociali e “quegli stretti cervelli di bottegai” attratti solo dai soldi;  e disprezzava quella “bassa distrazione degli spiriti mediocri che è la politica”. Il nostro eroe, insomma, “viveva di se stesso, si nutriva della sua propria sostanza, al pari di quegli animali intorpiditi, rannicchiati in un buco durante l’inverno. La solitudine aveva agito sul suo cervello come un narcotico”. Ma proprio quella solitudine così fervidamente bramata e finalmente raggiunta, proprio quel silenzio che in altre passate occasioni gli era parso come un compenso, un po' alla volta iniziavano a pesargli, a gravare su di lui come un peso insostenibile.

La nevrosi non tarda a spuntare: e se dapprima la malattia si rivela sotto forma di una smisurata scrupolosità nell’arredare la casa, con il passare del tempo subentrano allucinazioni sempre più frequenti che lo costringono inerte a letto. La sua felicità sembrava dunque finita, doveva “abbandonare il piccolo porto in cui aveva trovato rifugio”; era costretto a riallacciare i legami con l’odiata società e fare ritorno a Parigi. Ma proprio ora che “ doveva mutar pelle gli sarebbe piaciuto sforzarsi di possedere la fede, di farla propria non appena l’avesse raggiunta, di radicarsela nell’anima, di metterla finalmente al riparo da tutte quelle riflessioni che la scuotono e la strappano dalle radici. Ma più la desiderava e meno si colmava il vuoto del suo spirito, più tardava a venire la visita del Cristo. Anzi, via via che la sua fame religiosa aumentava, via via che egli chiamava con tutte le sue forze, come una garanzia per l’avvenire, come un aiuto per la sua nuova vita, quella fede che si lasciava vedere ma che restava così distante da spaventarlo, nuove idee si affollavano nel suo spirito sempre in combustione, respingevano la sua volontà mal ferma, combattevano con motivi di buon senso e con prove matematiche i misteri e i dogmi…”


mercoledì 7 luglio 2021

Vecchiaia

 


L’estremo paradosso dei vecchi è che desiderano morire ma vogliono vivere


Finalmente un libro sulla vecchiaia che non cede alla retorica e che evita di darne un’immagine edulcorata e seducente, come sempre più spesso viene raccontata non solo da certi testi, ma soprattutto dai mezzi di informazione e dalla pubblicità. Questo godibile libriccino di poco più di cento pagine, una via di mezzo tra il saggio e l’autobiografia, l’ha scritto Massimo Fini (aveva appena compiuto sessant’anni, oggi ne ha 78), ed era stato da poco “agguantato” dalla vecchiaia. Si intitola “Ragazzo - Storia di una vecchiaia” (Marsilio Editore). Un libro che parla della vecchiaia ma che in realtà, come scrive lo stesso Fini nella sua breve introduzione, è “un inno a quella irripetibile età in cui ci chiamavano ragazzi”. Con arguzia e con lucida spietatezza, sempre sorretto dai suoi ricordi, riesce a dare una sorta di valenza universale alle sue esperienze personali, tant’è che spesso mi sono immedesimato e ritrovato nel suo racconto.

Sappiamo quanto sia sferzante, sarcastica, provocatoria, ironica, ma anche piacevole la scrittura di questo libero pensatore del nostro tempo, che non si è mai adeguato al “politicamente corretto”, e anche in questa occasione non smentisce la sua fama di fustigatore. Il risultato è una crudele analisi senza falsi infingimenti, senza ipocrisie e senza inganni su quella che, in modo eufemistico e consolatorio, ci ostiniamo a chiamare “terza età”. Un libro consigliato soprattutto a chi sta per essere “agguantato” dalla vecchiaia che Terenzio definiva “morbus”; e Seneca, correggendolo, si premurò di aggiungere: “enim insanabilis morbus est”, in verità è una malattia insanabile. “La vecchiaia è una carogna”, diceva sempre la buonanima di mio nonno, locuzione che ripete spesso mia madre che di anni ne ha 93.

Scrive Fini che “abbiamo, al di là delle retoriche di rito, un autentico orrore della vecchiaia. E continuiamo a spostarne in avanti l’inizio. A rigore non dovrebbero più esserci vecchi, tanto abbiamo portato in là questo inizio.” E’ vero che la vita si è allungata, ma la vecchiaia comincia a sessant’anni – secondo l’autore - quindi abbiamo aumentato il tempo di vivere in questa “età atroce”. L’unico modo per fregare la vecchiaia – si legge nel libro - è anticiparla. Ma mentre “il suicidio del giovane ha una sua nobiltà, una grandezza estetica ma anche etica. Perché mette sul piatto tutto quello che ha – la vita – a favore della morte. Quello del vecchio è semplicemente patetico. Non possiede alcun valore, perché da giocarsi non ha che gli spiccioli”. Oggi i ragazzi guardano i vecchi – sostiene l’autore del libro - con la stessa incredulità venata di affetto e di pena con cui lui, alla loro età, guardava quelli della sua. Perché i ragazzi non pensano mai che anche un vecchio è stato giovane.

Ognuno di noi ha, in partenza, un organo più debole degli altri, che è il primo a cedere. Prima divoravi cibi in quantità industriale e stavi bene: ora anche un brodino diventa indigesto. Se stai accovacciato un po' più a lungo, fai fatica a rialzarti. Fai lavoretti di ordinaria amministrazione, che avevi sempre fatto, e dopo un po' ti accorgi che sei stanco morto. Tutto si complica. Tutto cala. Tutto diventa più difficile. Tutto diminuisce. “Curiosamente una sola cosa cresce: degli orribili peli nel naso e nelle orecchie. E’ cominciata l’atra senectus”. La mente, si sa, invecchia molto più tardi del corpo e, prima di indolenzirsi definitivamente, può scrutare con ribrezzo i mutamenti fisici che stanno avvenendo. E allora, dice Fini, “sia benedetta l’arteriosclerosi, siano innalzati peana all’Alzheimer, che impediscono al vecchio di rendersi conto delle sue condizioni”. Tutti noi, oggi, cerchiamo di dimostrare un’età diversa da quella che abbiamo. Ma possiamo ingannare noi stessi, non il tempo. “La vecchiaia è diventata, insieme alla morte, il tabù dei tabù dell’uomo contemporaneo. Abbiamo così creato un’intera e inedita classe di spostati e di infelici che prima non esisteva e che nella società sviluppate continua a ingrossare le proprie fila a causa del rapido invecchiamento della popolazione dovuto al combinato disposto dell’allungamento della vita e della bassa natalità. Siamo una società di vecchi che coltiva un paradossale e grottesco culto del giovanilismo andando così ad accrescere il senso di frustrazione, di inadeguatezza e di umiliazione degli anziani. (…) Le rapidissime trasformazioni tecnologiche fanno del vecchio, e sempre più spesso anche di chi biologicamente non lo è ancora, un analfabeta, uno spaesato, la sua esperienza non serve più a nulla, non conta più nulla”. E se un vecchio nella società agricola era un saggio, nell’attuale società industriale e supertecnologizzata è “un relitto”.


mercoledì 30 giugno 2021

Copertine

 


Ad attirare la mia attenzione – mentre, afflitto dall’afa di questi giorni, girovagavo tra i banchetti dei libri usati ubicati nei pressi della stazione Termini di Roma – è stata una inconsueta copertina dal colore rosso marocchino, o meglio cardinalizio, bordata in oro. Una copertina d’altri tempi, davvero impensabile per l’odierno mercato editoriale, che predilige tutt’altri format per accalappiare lettori, in primis l’effigie del volto noto dell’autore. E come un’ape che si posa su un fiore colorato per succhiarne il nettare, così il mio sguardo si è posato su quella sorpassata edizione della Bompiani del 1980: “L’età breve” di Corrado Alvaro pubblicato per la prima volta nel 1946.

Lo ammetto: sono attratto da vecchie pubblicazioni fuori moda; l’occhio mi cade spesso su certi scrittori dimenticati o poco conosciuti che, però, hanno il dono della scrittura. E mentre incuriosito rigiravo questo libro tra le mani, e lo sfogliavo alla ricerca di una parola…di un’aforisma…di una bella frase che mi invogliasse all’acquisto e ne giustificasse la lettura, pensavo “malinconicamente” che - da un po' di tempo a questa parte - mi capita di leggere quasi esclusivamente autori già morti. Come se, poi, la patina del tempo potesse rendere migliore un’opera letteraria. Come se l’autore, da morto, potesse acquisire un’aura di nobiltà o conquistare quella grandezza non riconosciutagli o addirittura negatagli in vita. Non so perché, ma tranne alcune lodevoli eccezioni - e fatti salvi certi libri di saggistica - non riesco a farmi piacere gli autori contemporanei che addobbano le vetrine delle librerie. Insomma, gli scrittori ancora vivi. Per carità, lunga vita a loro! Li leggerò quando io vivrò un’altra vita e quando i loro libri saranno affrancati dal presente. Oggi al posto di Flaiano, di Pavese, di Moravia, di Alvaro, impazzano gli scrittori da romanzi thriller che sanno raccontare solo storie di delitti, di detective, di serial killer. Come se la letteratura poliziesca fosse più vicina alla sensibilità e allo stato d’animo del lettore, ansioso di scoprire l’assassino, e la vita non potesse fare a meno di tingersi di giallo.

E allora ben vengano scrittori come Corrado Alvaro, morto oltre sessant’anni fa ma ancora vivo per chi sa apprezzare l’altra letteratura, quella fatta di metafore, di figure simboliche, di mondi arcaici che non smettono mai di rivelare l’essenza più profonda del vivere, di storie che sanno raccontare il presente pur parlando del passato. L’età breve è un romanzo di formazione e coglie il difficile passaggio dall’adolescenza alla maturità di un ragazzo calabrese che da grande voleva fare il poeta. E quando lo disse per la prima volta ai suoi genitori, “sua madre si mise a piangere, forse di gioia, e suo padre lo prese sul serio. Erano miseri possidenti d’un ettaro di terra, e perciò non lo sgridarono, non lo derisero; lo consideravano visitato da un male divino (…) Essere poeta voleva dire partecipare, come soltanto possono partecipare i poveri, alla grandezza terrena”.  E' davvero impensabile che un bambino, oggi, possa mai esprimere un simile desiderio. Oggi sogna di diventare calciatore, cuoco, poliziotto, attore, cantante. Ma anche questi sono segni dei tempi che viviamo.


domenica 13 giugno 2021

Rileggere



Un bel libro - un grande libro - non va letto mai una sola volta. Dopo la prima lettura non lo si può abbandonare su un ripiano della libreria, come una cosa vecchia e sorpassata. Bisogna cercare di non dire, incrociandolo con lo sguardo: “quel libro l’ho già letto”, come per sottolineare che ci si può mettere sopra una pietra tombale. Un bel libro – e qui entrano in gioco inevitabilmente anche le nostre preferenze e competenze letterarie, i nostri gusti estetici – non si finisce mai di leggere. Con il passare del tempo cambia il nostro modo di percepire le cose e ogni qual volta lo sfogliamo, ne ricaviamo sempre nuove impressioni. Ogni rilettura ci regala qualcosa di inatteso che prima ci era sfuggito.

Per quanto mi riguarda, preferisco rileggere più volte un vecchio e amato libro, con le sue pagine ormai ingiallite, piuttosto che leggere “il più venduto”, il cosiddetto best seller. Nel primo caso, è come rivedere il primo amore che non si dimentica mai. E’ ritrovare in “quel libro” l’antica complicità che si è stabilita con l’autore. Nel secondo caso, invece, vedo spesso la tirannia del marketing che incombe sul lettore. Vedo l’astuta abilità di certi autori che - grazie alla pubblicità e a certi decisivi passaggi televisivi - sanno cogliere le aspirazioni del momento e assecondare i sentimenti comuni dei lettori, con delle storie che emotivamente si avvicinano al loro sentire. E allora si legge quel libro senza che ci sia stata una scelta consapevole e interessata; si legge perché risulta ai primi posti nelle vendite, come se la qualità di un testo fosse da ricercare nella quantità dei suoi lettori. E poi si legge, perché l’autore è un volto noto della televisione. Una sorta di imposizione consumistica di un prodotto, questa, che riflette il dilagante conformismo dei nostri tempi.

Rileggere esprime anche un modo di essere, denota una sorta di inadeguatezza verso le mode letterarie del momento, una certa insofferenza nei confronti di quella letteratura che sembra voglia rassicurare e ammiccare, e che si parla addosso e si ripete. Rileggere significa, addirittura, avere nostalgia di un libro, di una storia che ha appassionato e che si desidera rivivere per riassaporarne la bellezza; rileggere prefigura un atteggiamento mentale e culturale di “ritorno” al passato, di rifiuto di certa letteratura usa e getta. E se leggere significa intraprendere un viaggio per esplorare l’ignoto, alla stregua di un moderno Ulisse, rileggere vuol dire ritornare a Itaca, alle sicurezze del luogo natale. Non bisogna mai abbandonare “il nostro libro,” dobbiamo riprenderlo tra le mani soprattutto in quelle giornate di particolare disgusto esistenziale, quando tutto ciò che succede intorno a noi non ci piace: e allora affidiamoci al conforto delle sue pagine. Sono questi i grandi libri, che continuano ad essere letti e riletti, che fanno parte della nostra esistenza, che li abitiamo e li amiamo. Ma quanti sono questi libri che meritano una rilettura? Beh! Io credo che facendo un conto veloce, i miei si riducano a un centinaio. Non di più. E’ come dire che alle letture infinite e ignote io preferisco quelle finite, che meglio si riconciliano con la finitezza della vita.


giovedì 27 maggio 2021

Libertà, solitudine e misantropia

 


Chi non ama la solitudine, non ama neppure la libertà, poiché soltanto quando si è soli si è liberi.
(Arthur Schopenhauer)

Vivere in uno dei tanti piccoli paesi disseminati lungo tutta la penisola, ma anche solo passeggiare attraverso le stradine silenziose di certi minuscoli agglomerati di case in pietra, spesso incastonati in scenari naturali di rara bellezza, ha un suo fascino particolare. Di questi tempi, è senz’altro un privilegio e una gioia impagabili.

Il paese, prima ancora che un’entità geografica, è uno stile di vita. Sono attratto da tutto ciò che lì non esiste, ma che abbonda in una qualsiasi grande città: il traffico, il rumore, la folla, l’inquinamento, il degrado urbano, condizioni queste che mi procurano un grande fastidio e che affliggono buona parte degli abitanti dei grossi centri urbani. Tranquillità, silenzio e solitudine - che puoi catturare e godere solo in un borgo di poche anime - sono valori indispensabili per un corretto equilibrio psico-fisico, che non tutti sanno apprezzare. E per fortuna, mi viene da pensare! Provate solo a immaginare come diverrebbe un qualsiasi tranquillo paesello, arroccato sui monti dell’appennino umbro marchigiano piuttosto che su una collina del Cilento - con la sua panoramica piazzetta, i suoi vicoli stretti, silenziosi e puliti, le sue serene atmosfere, le sue casette in pietra ed il suo castello che lo domina dall’alto - se all’improvviso la gente, che oggi è assuefatta alla confusione e non rispetta minimamente il luogo in cui abita, abbandonasse la città e vi si trasferisse in massa, a bordo di quei mezzi mastodontici che esprimono il nuovo status simbol della modernità: i SUV! Io credo che un’alluvione o un’invasione di cinghiali farebbero meno danni al territorio. Diceva un filosofo dell’antichità che se conosci un bel posto non lo devi raccontare in giro, altrimenti arriva la massa e lo distrugge. Come dargli torto! A costo di sembrare un misantropo, ogni tanto bisogna coltivare un po' di amor proprio e di sano egoismo, senza ipocrisia - vista l’inciviltà e la maleducazione che regnano sovrane ovunque - per non essere schiacciati dall’omologazione dei costumi e da certe false sirene che sembrano volerti catturare. Condividere la bellezza di un luogo con poche persone i cui comportamenti non sono pilotati dalla moda del momento, è il piacere più grande. In un paese s’impara ad apprezzare il silenzio e il corso naturale delle stagioni; si affinano certe capacità manuali che non pensavi di possedere e che la vita in città non ti permette di esprimere. Chi, stanco del caotico tran tran quotidiano, decide di mollare tutto e stabilirsi in un piccolo centro, il premio che ottiene è davvero grande: pace, serenità, aria buona, cibi genuini, rilassatezza, rapporti umani coltivati in una dimensione del tempo dilatata. Sono queste le condizioni essenziali per la vita di un essere umano e chi fa simili scelte dà un senso alla propria esistenza e viene premiato.

Lo ripeto, non tutti sanno vivere nel silenzio, nella solitudine e nel rispetto della natura. Mi diceva un amico, tempo fa, che fu ospite per un giorno a casa di un suo parente che vive nella campagna toscana; ebbene, nel corso di quella notte - lui che veniva da Roma - non riuscì a chiudere occhio. E sapete perché? Perché non sentiva alcun rumore, e quel silenzio quasi assoluto che percepiva intorno a sé, rotto solo dal sibilo del vento e dal tubare di qualche tortora, lo angosciava terribilmente. Gli mancava quel continuo rumore di macchine di sottofondo, la sua ninna nanna notturna. E poi si chiedeva – sempre quel mio amico stordito e avvezzo al baccano di Roma - come potesse vivere una persona in campagna, lontana da tutto e da tutti. Praticamente in solitudine. Cercai di fargli capire che chi sceglie il contatto diretto con la natura, l’aria pulita, il silenzio, il fascino delle pietre antiche e l’incanto dei muretti a secco, ha capito tante belle cose, estranee ai più. Chi sa scorgere la variegata vita che regna in un bosco e sa contemplare la bellezza di una vigna o la maestosità di una quercia secolare; chi sa ascoltare il suono del silenzio con le sue armonie non può soffrire la solitudine. La solitudine è una componente essenziale della vita: è la nostra fedele alleata, la nostra vera libertà. Naturalmente la società, con il suo sistema economico dominante, con la sua ideologia dello “sviluppo” quale unico fattore rilevante, in grado di soggiogare gran parte delle persone alle proprie logiche, afferma il contrario e cerca di distoglierti da questa idea pericolosa, quasi ascetica e quindi poco consumistica. Per la società, chi sta fuori dal coro, chi si allontana dalla vita frenetica della città e non segue i ritmi veloci imposti dal progresso e dalla tecnologia, è fuori dal mondo: è un misantropo. Ma è proprio così?  Un uomo che non sa stare da solo non può ascoltare quella voce dentro di sé, la sola che riesce a esprimere un senso e un significato profondo all’esistenza. La solitudine non deve essere un fine ma un mezzo, per comprendere le cose essenziali della vita, e quando diventa tale può dischiudere spazi straordinari di libertà e di pienezza del vivere. Lo stesso discorso vale per gli uomini con cui, in maniera diretta o indiretta, abbiamo a che fare tutti i giorni: per apprezzarli meglio, ogni tanto bisogna starne lontani, perché ciò che vedo e sento in giro stimola in me pensieri sempre meno confortanti. Una loro assidua frequentazione è a dir poco deleteria: si diventa inevitabilmente misantropi. “Chi comunica poco cogli uomini – scriveva Leopardi - rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l’uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia”.

Ritornare nel mio paese dell’infanzia - e lo faccio sempre più spesso, tranne in questo periodo di pandemia che mi ha bloccato - è il modo migliore per “ritirarmi dalla società” e riappropriarmi della mia solitudine. Il paesello, arroccato su una collina nel Cilento tra ulivi e querce, non è più quello che lasciai circa mezzo secolo fa, tuttavia conserva ancora oggi la sua antica anima rurale, i suoi antichi silenzi e le sue dolci atmosfere. Dove posso finalmente ritrovare la mia dimensione spirituale.


sabato 22 maggio 2021

Sull'anima

 


“Impuro e deformante è lo sguardo della volontà. Solo quando non desideriamo niente, solo quando il nostro guardare diventa mera contemplazione, si schiude l’anima delle cose, la bellezza. Se osservo un bosco che intendo comperare, affittare, ipotecare, dove voglio tagliare legna o andare a caccia, io non vedo il bosco, bensì soltanto i suoi legami con le mie intenzioni, i miei progetti e preoccupazioni, il mio portafoglio. Allora esso è fatto di legno, è giovane o vecchio, malato o sano, Se però non voglio niente da lui, guardo “senz’altri fini” nella sua verde profondità, ecco che è soltanto bosco, e natura e creatura vegetale, è bello.

Così succede anche con gli uomini e con il loro aspetto. L’uomo che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con precise intenzioni e richieste non è un uomo, bensì soltanto un torbido specchio della mia volontà. (…) Nel momento in cui si placa la volontà e si instaura la contemplazione, il puro osservare e abbandonarsi, tutto cambia. L’uomo non è più utile o pericoloso, interessante o noioso, gentile o rozzo, forte o debole. Diventa natura, diventa bello e singolare come tutto ciò su cui si rivolge la contemplazione pura. Perché la contemplazione non è né studio, né critica, è soltanto amore. E’ la condizione della nostra anima più elevata e più desiderabile: amore senza cupidigia. Se riusciamo a raggiungere questo stato, anche solo per pochi minuti, ore o giorni (preservarlo per sempre sarebbe la perfetta beatitudine), gli uomini ci appaiono diversi dal solito. Non più specchi o caricature della nostra volontà, ma natura. (…)

Il nostro simile diventa così l’oggetto più nobile, più eletto e più degno di contemplazione. Non tutti sanno fare questa semplice valutazione in modo libero e spontaneo, lo so per esperienza diretta. In gioventù sono stato più strettamente e intimamente legato a paesaggi e opere d’arte che all’essere umano; anzi, ho sognato per anni una poesia in cui fossero presenti solo aria, terra, acqua, alberi, montagne e animali, e mai l’uomo. Lo vedevo così sviato dal corso tracciato dall’anima, così dominato dalla volontà, così rozzo e scatenato nel perseguimento di finalità animalesche, scimmiesche, primitive, così avido di stupidaggini e di nullità, che per un certo periodo mi dominò l’errore peggiore; che forse l’uomo, come via d’accesso all’anima, fosse già stato ripudiato e stesse regredendo, e quella sorgente dovesse cercare altrove nella natura la propria via.

Se oggi si osserva come si comportano tra loro due uomini qualunque, che per caso fanno conoscenza e non desiderano effettivamente niente di materiale l’uno dall’altro, si avverte in maniera quasi tangibile come ognuno di essi sia oppresso da un’atmosfera di coercizione, da una crosta protettiva, da una membrana difensiva; da una rete tessuta unicamente con rimozioni dell’elemento spirituale, con intenzioni, paure e desideri tutti orientati verso mete secondarie, che separano il singolo da tutti gli altri. E’ come se l’anima non fosse nemmeno lecito avere la parola, come se fosse necessario proteggerla con alti steccati, gli steccati della paura e della vergogna. Solo l’amore disinteressato può spezzare queste reti. E ovunque si apre un varco, là c’è l’anima che ci guarda. Siedo in treno e osservo due giovanotti che si salutano perché il caso li ha avvicinati per un’ora. Il loro saluto è estremamente singolare, quasi tragico: queste due brave persone sembrano salutarsi da distanze siderali, da poli gelidi e disabitati – non penso naturalmente a malesi o cinesi, bensì a europei di oggi -, essi paiono abitare, ognuno per sé, in una fortezza di altezzosità, di minacciata superbia, di diffidenza e di insensibilità. Ciò che dicono, considerato dall’esterno, è del tutto assurdo, è lo schizzo consunto di un mondo senz’anima, da cui di continuo sconfiniamo e i cui limiti ghiacciati incombono costantemente su di noi. Rari, molto rari sono gli uomini la cui anima si esprime già nei discorsi quotidiani…Hanno perso la loro anima nel mondo del denaro, delle macchine, della diffidenza…”

 

tratto da “Le stagioni della vita” di Hermann Hesse

Oscar Mondadori


martedì 4 maggio 2021

Il piacere dell'ozio

 


«O Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria! O Ozio, padre delle arti e delle nobili virtù, sii il balsamo delle angosce umane!  

Paul Lafargue

Quelli che appartengono alla mia generazione sono stati educati – diciamo pure così - secondo l’avvertimento di quell’antico proverbio che recita: “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. In più, ci è stato inculcato quell’altro pensiero, ancora più sibillino, vale a dire: “il tempo è denaro”. Insomma, in questi ultimi anni hanno cercato (forse riuscendoci) di far passare il messaggio secondo cui il lavoro è l’unica virtù in cui credere, e che il tempo a nostra disposizione va utilizzato nel migliore dei modi possibili: produrre e consumare. O meglio, consumare avidamente per continuare a produrre in un circolo vizioso senza fine.

Ora io non voglio assolutamente mettere in discussione l’attuale organizzazione del lavoro: non ne ho le competenze. Né saprei concepire una società che lo abolisca: è comunque la nostra risorsa economica che ci permette di vivere e avere un futuro. E poi sarebbe davvero un grave atto d’accusa contro la civiltà moderna che ci offre tanti benefici. Tuttavia mi piace fare una breve considerazione su questo antico modo di ragionare, generato esclusivamente dalla logica mercantile e produttivistica della società dei consumi, che sta cancellando (o ha già cancellato?) il tempo della pausa e della lentezza. Basta osservare un qualsiasi locale pubblico (bar, pizzeria, ristorante…) di una grande città nell’ora di pranzo, tanto per fare un esempio. Ebbene, i commensali - lavoratori e impiegati in pausa pranzo che siedono a quei tavoli - continuano a lavorare imperterriti al cellulare…mentre il piatto piange. Una volta esisteva quel momento di piacevole interruzione durante il quale ci si poteva estraniare e pensare ad altro, senza essere connessi: sparito. Quelli che hanno la mia età ricorderanno certamente “l’intervallo” televisivo che veniva mandato in onda tra un programma e l’altro senza messaggi pubblicitari, fatto solo di paesaggi in bianco e nero, di vecchi borghi o di greggi di pecore che pascolavano, il tutto accompagnato da un dolce sottofondo musicale. Erano sprazzi di autentico rilassamento che rimandavano ai ritmi lenti dell’esistenza. Oggi tali immagini sarebbero inconcepibili e antieconomiche, divorate da una pubblicità falsa e immorale.

C’è qualcuno che sta tentando di impossessarsi del nostro tempo e della nostra libertà e annullare quello spazio interiore che potremmo dedicare alla riflessione, all’ozio, alla convivialità. Questa filosofia di vita legata all’efficientismo economico a tutti i costi, questi ritmi frenetici e questi tempi del vivere dettati solo dall’economia e dalla tecnologia, dalla fretta e dalla velocità, dalle macchine e dal “sempre connesso” non mi hanno mai entusiasmato. Lo confesso. Ho sempre rivendicato ritmi più lenti e a misura d’uomo; ho sempre guardato all’ozio quale espressione di un modo diverso di stare nel mondo e nella vita; e cerco di vivere il tempo senza affanni e di rapportarmi con consapevolezza alle cose e ai luoghi senza rincorrere le mode del momento, respingendo le lusinghe di chi vuole controllare e veicolare le mie scelte. E, naturalmente, da sempre rivendico un approccio al lavoro meno pregnante e onnivoro, meno competitivo e più umano, che non decida il ruolo degli individui nella società a seconda del lavoro che svolgono. Qualcuno ha detto che il lavoro nobilita l’uomo e lo rende più felice (sarà poi vero?); per me rappresenta solo un’attività necessaria per vivere, e non un mezzo di affermazione sociale o di rivalsa che genera, spesso, ingiustizie e prevaricazioni.

Gli antichi Greci – da cui abbiamo ereditato il senso della bellezza artistica nella vita dell’uomo - disprezzavano il lavoro, riservato solo agli schiavi. E infatti ogni cittadino ateniese ne aveva diversi a sua disposizione: ciò gli consentiva di dedicare tutto il suo tempo ai giochi, allo studio, alla ginnastica, all’arte, tant’è che furono capaci di creare quelle opere artistiche e architettoniche straordinarie che ancora oggi ammiriamo. Anche nelle società delle epoche successive - almeno fino all’avvento della rivoluzione industriale – il lavoro non era considerato un valore essenziale in cui credere e in cui riconoscersi. Lavoravano solo le persone più umili, i contadini e gli artigiani, i quali dovevano provvedere non solo alle proprie esigenze vitali ma anche a quelle dei nobili, la classe sociale dominante che non svolgeva alcuna attività lavorativa. E se noi oggi possiamo ancora contemplare tutte le bellezze artistiche e architettoniche che ci hanno tramandato, dobbiamo ringraziare proprio loro, i principi e i signori delle corti rinascimentali che vivevano nell’ozio creativo e furono i mecenati dei più grandi artisti. Ci voleva il grande filosofo Bertrand Russell, che all’ozio dedicò un suo famoso libretto, per dire che l’ozio “è essenziale per la civiltà”. E che fu proprio questa classe di persone oziose che “contribuì in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civiltà. Fu questa classe che coltivò le arti e scoprì le scienze, che scrisse libri, inventò sistemi filosofici e raffinò i rapporti sociali. Persino la campagna per la liberazione degli oppressi partì generalmente dall’alto. Senza una classe oziosa, l’umanità non si sarebbe mai sollevata dalla barbarie”.

Noi oggi non abbiamo schiavi che possano lavorare per noi, offrendoci così più tempo libero. E poi non esiste più una “classe oziosa” come quella del passato, capace di lasciare al mondo tracce eterne del loro passaggio. A nostra disposizione abbiamo, però, la tecnologia con le sue macchine potentissime ed intelligentissime che ci consentono di produrre beni e servizi in tempi brevi, con sempre meno rapporto di lavoro umano. Secondo il sociologo Domenico De Masi “tutte queste macchine equivalgono ad almeno 33 schiavi. Eppure – scrive De Masi - la sensazione è che ci sia meno tempo di una volta per coltivare la propensione all’arte, la vocazione civile, la riflessione filosofica, i rapporti conviviali”. Invece di liberarci dagli affanni e restituirci il tempo da dedicare alle cose belle e alla riflessione interiore, la tecnologia ci illude e ci rende sempre più occupati, cosicché il tempo libero diventa solo un’opportunità di consumo, utile alla produzione e all’economia ma non alla crescita civile, culturale e spirituale, la sola che possa anche educare e raffinare il gusto di una persona. In un momento considerato di decadenza culturale, si è perso il senso dell’ozio – direi il buon uso del tempo - che permetteva di dare anche un senso all’esistenza. Siamo diventati noi gli schiavi, succubi delle macchine, che ci rubano la cosa più preziosa che abbiamo: il tempo.

Ora, non posso sfuggire a questa conclusione: la bellezza, in tutte le sue innumerevoli espressioni, nasce sempre dall’ozio creativo di qualcuno e non dal lavoro. E mi viene allora da pensare a un antico proverbio spagnolo che così ammonisce: “l’uomo che lavora, perde il suo tempo”. Beh…come se non bastasse questo anacronistico elogio dell’ozio nell’era della modernità e della velocità!


giovedì 22 aprile 2021

Contentezza e felicità: le passeggiate di un sognatore solitario

 “c’è ancora tempo, quando si deve morire, per imparare come si sarebbe dovuto vivere?”



Sono tanti i letterati, soprattutto del passato, che nel corso della loro vita hanno cercato e trovato risarcimento e conforto alla propria sofferenza nell’immaginazione, nell’ozio e nella meditazione. Tra questi, un posto di rilievo lo occupa sicuramente Jean-Jacques Rousseau, scrittore e filosofo svizzero, figura di spicco dell’Illuminismo e precursore del Romanticismo, il quale, ferito da accuse, condanne e interdizioni, ma anche perseguitato dai suoi fantasmi e dalle sue ossessioni (pare che soffrisse di manie di persecuzione), ad un certo punto della sua vita si autoesiliò dal consorzio umano, rifugiandosi nella solitudine, nella scrittura e nel sereno abbraccio della natura.

“Le passeggiate del sognatore solitario – Feltrinelli Editore” – la sua opera più perturbante, sperimentale e innovativa di Rousseau, come scrive Beppe Sebaste nell’introdurre la sua traduzione - è una sorta di testamento spirituale scritto negli ultimi anni della sua esistenza, con cui l’autore ginevrino si abbandona al piacere della solitudine, della confessione e della contemplazione immerso nella natura e nella vita agreste, trasformando il suo disagio psichico, le sue insanabili tristezze, in pagine di rara bellezza. Pagine dove vita e sogno spesso coincidono, dove il vagabondare della mente si mescola al peregrinare del corpo, dove la prosa si confonde con la poesia fino a raggiungere un’armonia stilistica incomparabile.

“Il sentimento dell’esistere – scrive in una della sue passeggiate - spogliato di ogni altro affetto, è in se stesso un sentimento prezioso di contentezza e di pace, che basterebbe, da solo, a rendere l’esistenza amabile e dolce a chi sapesse allontanare da sé tutte le impressioni mondane e sensuali che senza posa, quaggiù, vengono a distrarci e guastarne la dolcezza…”. E questo sentimento lui lo ritrova sull’isola di San Pietro in mezzo al lago di Bienne, in territorio svizzero, dove trascorre un breve periodo libero da ostacoli e preoccupazioni, dedicandosi alla sua occupazione preferita: l’ozio e il dolce far niente a contatto con la natura. E’ il periodo più felice della sua vita  “ e così felice – lui scrive - che mi sarebbe bastato per tutta la mia esistenza senza che nell’anima mi nascesse, anche per un solo momento, il desiderio di un’altra condizione…Desideravo che quel rifugio mi venisse trasformato in una prigione perpetua, che mi si confinasse lì per la vita togliendomi ogni possibilità e ogni speranza di uscirne; che mi si vietasse infine ogni forma di comunicazione con la terraferma, di modo che, restando all’oscuro di quanto si svolgeva nel mondo, ne dimenticassi perfino l’esistenza, così come là sarebbe stata dimenticata la mia”. (…)

“La felicità – leggiamo ancora - è uno stato permanente che non sembra fatto quaggiù per gli uomini. Tutto è sulla terra in un flusso continuo, che non permette a nulla di assumere una forma costante. Tutto è mutevole intorno a noi. Noi stessi cambiamo, e nessuno può assicurare di amare domani quello che ama oggi. Perciò tutti i nostri progetti di felicità per questa vita sono chimere. Approfittiamo della contentezza dello spirito quando essa è presente; badiamo a non allontanarla per colpa nostra ma senza elaborare progetti per incatenarla, perché simili piani sono pura follia. Ho visto pochi uomini felici, forse nessuno; ma ho visto spesso cuori contenti, e di tutte le cose che mi hanno colpito è ciò che mi ha reso a mia volta più contento. Credo sia una conseguenza naturale del potere che le sensazioni hanno sui miei sentimenti. La felicità non affigge insegne esteriori: per conoscerla bisognerebbe leggere il cuore di un uomo felice. La contentezza invece si legge negli occhi, nei modi, nell’accento, nell’andatura, e sembra comunicarsi a chi la osserva. C’è forse un piacere più dolce del vedere tutto un popolo abbandonarsi alla gioia in un giorno di festa, e la totalità dei cuori sbocciare sotto i raggi espansivi del piacere che rapidamente, ma vividamente, passa attraverso le nubi della vita? (…) C’è un compenso per ogni cosa. Se le mie gioie sono rare e brevi, ne godo più vivamente quando mi giungono che se mi fossero abituali. Le rumino, per dir così, con reminiscenze frequenti; e per quanto siano rare, fossero incontaminate e pure sarei forse più felice che in tutta una vita di prosperosa fortuna. Nell’estrema miseria ci si sente ricchi con poco; un mendicante che trova uno scudo è più commosso di un ricco che trova una borsa piena d’oro…”


lunedì 12 aprile 2021

Il telefono cellulare? Uno strumento maleducato

 


Qualcuno ha detto che non avere uno smartphone, oggi, sia uno status simbol, così come lo era, qualche anno fa, quando solo poche persone potevano permettersi un telefono cellulare; qualcun altro, ancora più zuzzerellone, ha aggiunto che un soggetto così raro, praticamente in via di estinzione, andrebbe tutelato dal WWF come categoria protetta. Insomma, sembrerebbe che il sottoscritto - non essendo smartphonizzato come i circa 6 miliardi di esseri umani che hanno accesso alla telefonia mobile – sia una sorta di privilegiato. Sinceramente non aspiravo a tanto!

Ora io vorrei rivolgermi a chi si trovi a passare per caso da queste parti, naturalmente munito di cellulare di ordinanza. Immaginiamo di trovarci a chiacchierare gradevolmente su una terrazza a picco sul mare, davanti ad un gustoso piatto fumante di spaghetti alle vongole veraci. Il panorama è splendido, la giornata è meravigliosa, l’intesa relazionale è perfetta, la cucina è ottima. Improvvisamente irrompe tra di noi, come un temporale a ciel sereno rovinando quella piacevole atmosfera che si era creata, un disturbatore abituale, un molestatore tecnologico, l’oggetto più desiderato e – diciamocelo – più maleducato e invasivo che sia mai stato inventato: il tuo cellulare, in bella mostra sulla tavola imbandita. Ti sta annunciando, con fasci di luci colorate e una strana musichetta (stavo per scrivere uno squillo…ma io sono rimasto all’antico), che c’è un ospite per te che io non avevo invitato, con tanto di nome e provenienza e fotografia che appare sul display. Tu – caro amico/a - hai solo due possibilità, visto che la terza (spegnere il cellulare a tavola) non l’hai presa in considerazione: rispondere in mia presenza, oppure, se proprio non vuoi deliziarmi con la tua telefonata, allontanarti momentaneamente, lasciandomi solo al tavolo come un fesso. Una cosa rara, quest’ultima opzione, perché al cellulare si parla con chi sta lontano, ma con un occhio sempre rivolto a chi sta vicino, affinchè possa ascoltare. In entrambi i casi – spiace dirtelo - adotti comunque un comportamento scorretto: primo, perché interrompendo la nostra amabile conversazione dai preferenza a quell’altro (è come non rispettare la fila), e poi - la cosa più grave - lasci che il piatto di spaghetti alle vongole si raffreddi miseramente. E per fare cosa? Dare retta a uno scocciatore (come lo chiameresti, tu, uno che ti chiama senza nessun motivo all’ora di pranzo?), il quale anziché dire “pronto” (come si diceva una volta), ti domanda senza vergogna dove stai (lo vedi che ti tallonano e ti spiano?) e poi, dulcis in fundo, ti attacca un pippone sul perché la Roma ha perso il derby con la Lazio. Alla fine della lunga e noiosa telefonata (i miei spaghetti alle vongole me li sono gustati da solo…i tuoi li puoi ormai buttare), mi dici rattristato e deluso: “non se ne può più con questi cellulari…beato te che non ce l’hai”. Ora, perdonami, ma mi verrebbe da dire: a te l’ha prescritto per caso il medico, sto benedetto cellulare? E mi chiedo e ti chiedo: è maleducato lo strumento, oppure lo strumento ha reso maleducato chi lo possiede e lo utilizza?


lunedì 5 aprile 2021

La stanza del vescovo

 


Se i personaggi descritti da Italo Svevo nei suoi romanzi – di cui ho parlato nel mio post precedente – si sentivano inadatti a relazionarsi con gli altri, erano degli inetti e si lasciavano vivere in maniera abulica, quelli che popolano la narrativa di Piero Chiara - lo scrittore di Luino, in provincia di Varese, morto oltre trent’anni fa – hanno innato il gusto del vivere e la vita se la prendono a piene mani e se la godono. E’ uno scrittore forse un po' dimenticato, Piero Chiara, che racconta in tutte le sue opere la provincia lombarda affacciata sulle rive del lago Maggiore. “La stanza del vescovo”, il cui sottotitolo recita che è “un romanzo drammatico e dolce come il lago sul quale si intreccia”, ne è la testimonianza più significativa e gustosa.

Ci troviamo nei mesi immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale. Il protagonista, voce narrante del libro e probabilmente alter ego dello scrittore, è un giovane sui trent’anni, libero e agiato, che se ne va a zonzo con la sua grossa barca a vela da un porto all’altro sul lago Maggiore e, ogni tanto, fa ritorno nel porto base – Luino - dove ha casa. Da quando è tornato dalla Svizzera, dove ha vissuto per due anni come internato, il nostro eroe sembra quasi voler recuperare con la “bella vita” il tempo perduto durante la guerra. Una sera, mentre ormeggia la sua imbarcazione nel porticciolo di Oggebbio, si imbatte in un signore di mezza età, “di una certa raffinatezza”, che attacca subito bottone e poi, senza pensarci più di tanto, lo invita nella sua villa immersa in un parco rigoglioso dove vive con la moglie, dispotica e molto più anziana di lui, la giovane e bella cognata, vedova, e tre fedeli servitori. Si chiama Temistocle Mario Orimbelli che aveva partecipato alla guerra d’Africa  e che “aveva imparato a prendere quello che la vita volta a volta gli offriva”. I due personaggi, che non hanno un lavoro ben definito, si piacciono all'istante, la loro intesa si consolida immediatamente, tant’è che scoprono di avere una somiglianza di fondo che li porta a vivere una nuova giovinezza “profittando dell’età ancora fresca e di un certo vigore del corpo”. Accaniti seduttori, sempre alla ricerca di qualche gonnella da conquistare, la barca diventa la loro alcova, il centro nevralgico della loro vita quotidiana, compagna inseparabile delle loro scorribande passionali sul “grande lago”.

Un racconto davvero godibile che Chiara dipinge - attraverso una scrittura velata di arguzia ed ironia - con estrema raffinatezza psicologica e piacevole malizia, come solo gli scrittori di razza sanno fare. Senza mai indulgere in banalità e tantomeno in volgarità, l’autore ci fa assistere ai rituali seduttivi di questi due briosi “dongiovanni” da una sponda all’altra del lago, lago che diventa parte integrante della narrazione, con i suoi innumerevoli meravigliosi paesi lungo le rive quali Locarno, Stresa, Arona, Ascona, Cannobio, Laveno, Pallanza…; con le sue ville affacciate sull’acqua e circondate da splendidi parchi. Per renderci, infine, partecipi di quel pericoloso gioco dei sentimenti cavalcato dai protagonisti che “nasconde sempre un dramma, lo prepara, quasi lo alleva tra allegre divagazioni e spensierate ebbrezze”.


lunedì 22 marzo 2021

Io e Zeno nella Trieste di Svevo

 


Tra gli scrittori italiani che, più di tutti, hanno lasciato dentro di me un segno profondo c’è sicuramente Italo Svevo, uno dei maggiori narratori che il nostro paese abbia avuto. I suoi tre romanzi più noti, “Una vita”, “Senilità” e “La coscienza di Zeno” - una sorta di trilogia narrativa con cui l’autore triestino ha scrutato l’animo umano attraverso un approccio introspettivo - mi accompagnano da sempre ed in particolare da quando, giovanissimo – era il 1976 – arrivai per motivi di lavoro nella sua Trieste che fa da sfondo alla sua narrazione. Mitteleuropea e plurietnica, crocevia di commerci e di culture, famosa ai più per la bora, le grandi assicurazioni e i caffè storici, ricordo che, prima ancora di innamorarmi di questa città, così diversa dalle altre e così lontana - per usi, cultura e costumi - dal mondo agreste e contadino che avevo lasciato al Sud, mi lasciai sedurre dai libri del suo illustre cittadino. Libri che ancora oggi, a distanza di tempo, continuo a rileggere perché, tra quelle pagine, io ritrovo i miei stati d’animo, le mie malinconie. Le mie inadeguatezze.

I suoi tre romanzi più importanti, dicevo, con i suoi tre principali protagonisti incardinati in storie apparentemente diverse, in verità sembrano raccontare sempre lo stesso personaggio, vero stereotipo sveviano: l’inetto, l’incapace che si sente inadatto a vivere e relazionarsi con gli altri e, pertanto, si lascia vivere in maniera abulica e oziosa. E’ stato detto che Italo Svevo ha scritto tre volte il medesimo libro e basta leggerne uno per scoprire anche gli altri. E’ come se avesse percorso tre tappe narrative diverse scrutando sempre lo stesso uomo: irresoluto, rinunciatario, malato immaginario, insicuro, tormentato, instabile. Ognuno incarna qualcosa che appartiene agli altri; le loro vite sembrano intersecarsi ed amalgamarsi a vicenda, fondersi in un unico soggetto. Sembra quasi che l’Alfonso Nitti di “Una vita” si trasformi, con il passare del tempo nell’Emilio Brentani di “Senilità” per diventare, a sua volta, Zeno Cosini nel terzo e ultimo romanzo “La coscienza di Zeno”, libro, quest’ultimo, che rappresenta il coronamento di un percorso interiore, umano e psicologico, uno scavo introspettivo che ci conduce senza ombra di dubbio al suo alter ego: Ettore Schmitz in arte Italo Svevo.

Eugenio Montale, nella sua bella prefazione a “La coscienza di Zeno” – libro che ho riletto con rinnovato piacere in questi giorni, nella storica edizione Dall’Oglio del 1976 - ha scritto che “non esiste uno scrittore più italiano di questo triestino che si è formato in Germania ed ha trascurato i nostri classici. E non esiste moderno narratore nostro che più di lui abbia allargato la conoscenza dell’anima umana. Tanto importante è stato il suo scandaglio che i suoi immediati successori ne hanno subìto il contagio, e non solo tra i triestini…”

Zeno non sembra estraniarsi dalla vita, come fanno gli altri personaggi sveviani, ma vi si immerge con tutte le sue manchevolezze. Ma chi è questa figura letteraria attraverso la quale possiamo, noi lettori, fare autoanalisi senza accomodarci sul lettino di uno psicanalista? Egli appartiene a una buona e ricca famiglia della borghesia triestina, è un uomo abbastanza intelligente, vive in una bella villa con servitù, ha un segretario tuttofare che gestisce i suoi affari e non avverte nessun desiderio di lavorare. E’ ipocondriaco. “La malattia – dice – è una convinzione” e lui nacque “con quella convinzione”. E, giunto alle soglie dei cinquant’anni, su consiglio del suo medico psicanalista, inizia la stesura di un diario retrospettivo, una sorta di confessione a scopo terapeutico, cercando nel contempo di smettere di fumare, un vizio che lo assilla da sempre. All’inizio di questa sua avventura ha un solo e urgente desiderio: sposarsi. Non per un bisogno di amore, o di affetto o di compagnia, ma per “stanchezza”. Forse stanchezza della vita monotona che conduce. E per questa ragione inizia a frequentare assiduamente una famiglia della sua cerchia sociale dove sono disponibili tre ragazze da marito. Rifiutato dalla più giovane (Alberta), che lui vorrebbe educare al matrimonio, si invaghisce della più bella (Ada), la quale non sembra avere nessun interesse per lui. E una sera, durante una seduta spiritica intorno ad un tavolo, pur di conquistarla, azzarda un “piedino”, ma il buio lo inganna e anziché sfiorare il piede desiderato, preme ripetutamente il piede di legno del tavolo e forse anche quello della sorella (Augusta), strabica e brutta. Respinto anche dalla bella Ada, il nostro personaggio, in poco tempo, si ritrova sposato, senza grande entusiasmo proprio con Augusta, con “quell’occhio sbilenco che a torto faceva credere che anche il resto non fosse al suo vero posto”. Lei lo ama, sa conquistare con garbo il suo rispetto e la sua stima e si rivelerà un’ottima moglie. Lui, invece - combattuto tra la fedeltà e la correttezza della moglie e la sua relazione extraconiugale con una giovane amante, che gli procura continui rimorsi e lo fa sentire “colpevole e malato” - sarà accompagnato da un solo dubbio: “l’amo o non l’amo?”. Tanto da arrivare a pensare - forse per auto-consolarsi - che il vero amore è proprio quello “accompagnato da tanto dubbio”.

Ora, come si fa a non sorridere di fronte all’episodio del piedino, uno dei tanti passaggi comici del libro che mirano a sollecitare l’umorismo del lettore? Come si può non guardare con occhi benevoli questo impacciato antieroe della nostra letteratura che voleva essere commiserato, che aveva paura di invecchiare e soprattutto di morire, che invidiava agli altri la disinvoltura e che, per soddisfare il suo “desiderio di salute”, aveva deciso di studiare il corpo umano? E come si fa a non volergli bene, visto che sapeva ridere di se stesso e delle cose più serie della vita, proprio per rendere la vita più sopportabile? La vita, per Zeno, non è un dramma, come forse lo era per gli altri personaggi nati dalla penna di Svevo, ma una strana e curiosa rappresentazione scenica che non andava presa troppo sul serio. "La vita - per lui - non è né brutta né bella, ma è originale...E non occorreva mica venire dal di fuori per vederla messa insieme in un modo tanto bizzarro. Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vita si è aspettato, per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l'uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene". Con il suo spirito  indolente ma allegro, descritto con arguzia dallo scrittore triestino, il protagonista del romanzo racchiude molte di quelle ambiguità esistenziali presenti nell’inconscio di ognuno di noi. In lui ritroviamo le nostre leggerezze, le nostre ingenuità, i nostri timori, le nostre colpe, i nostri difetti di cui spesso ci vergogniamo. Eppure, questi lati incerti dell’esistenza lui riesce, in qualche maniera, a nobilitarli, a conferire loro una sorta di accettabilità, raffigurazione di una commedia umano-psicologica che sulla pagina scritta acquista un sapore particolare e va oltre ogni possibile giudizio morale. Alla fine della lettura vorremmo abbracciarlo, il nostro Zeno, e dirgli grazie per averci fatto compagnia con quel suo lungo monologo interiore, con i suoi vizi e con la sua goffaggine, con la sua ironia e con il suo candore; e dirgli grazie per averci fatto riflettere e sorridere amaramente sulla nostra umana fragilità e per averci fatto capire che a volte un libro può rendere felice chi lo legge, anche quando racconta l’inettitudine e l’infelicità.