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venerdì 24 gennaio 2020

Arte e pubblicità



Qualcuno certamente ricorderà quella raccapricciante immagine di qualche anno fa riguardante il David di Michelangelo - simbolo della Firenze rinascimentale – che imbraccia una mitragliatrice, grazie ad un abile fotomontaggio. Si trattava di una campagna pubblicitaria di un’azienda americana produttrice di armi, la quale, senza alcuna autorizzazione e senza alcuna vergogna, aveva avuto la brillante idea di trasformare quel capolavoro dell’arte universale in un rambo grottesco. Inoltre, allo stesso David, una nota azienda di abbigliamento pensò bene di infilargli pure un paio di jeans fino al ginocchio: da rambo pronto alla battaglia a indossatore per una sfilata di moda, il passaggio fu breve. Credo  che la salma di Michelangelo si rigiri ancora nella tomba. Ma non è finita qui, perché la celebre scultura si poteva anche ammirare, inquadrata di spalle, sui manifesti affissi in alcune città italiane con un prosciutto a tracolla a mò di zaino. E che dire, poi, delle campagne pubblicitarie create intorno alla “povera” Gioconda: stravolta e sbeffeggiata in tutte le salse e credo che molte persone, oggi, facciano fatica a comprendere ed a distinguere il dipinto originale dall’immagine deformata. Si potrebbe continuare, perché gli esempi di aziende che ricorrono alle immagini di opere d’arte per promuovere i loro prodotti sono davvero tanti.

Pubblicità ed arte sono due mondi molto distanti l’uno dall’altro e con fini assai divergenti; pertanto non credo proprio che possano incontrarsi ed amalgamarsi: la prima crea desideri e bisogni e spinge le persone a comprare in maniera compulsiva delle cose, la seconda incoraggia le persone a riflettere sul bello elevando i loro desideri e selezionando i loro bisogni. C’è da dire, inoltre, che da un pò di tempo a questa parte ha preso piede un’altra strategia di marketing, rappresentata da quei giganteschi pannelli pubblicitari che coprono le facciate di interi palazzi in restauro nei centri storici di molte città d’arte. Una violenza visiva, questa, davvero insopportabile resa ancora più scioccante quando il cartellone riveste un’intera chiesa, un’antica fontana o un monumento importante. Anche queste aziende, in maniera diversa rispetto a quelle che “rubano” un’ immagine artistica, sfruttano l’arte per sponsorizzare le proprie mercanzie, i cui profitti e ritorni di immagine sono di gran lunga superiori ai finanziamenti dovuti per il restauro. Secondo me, con queste operazioni si altera il messaggio insito nell’arte, che è un messaggio culturale che tocca le corde più sensibili del nostro animo e non può diventare la rendita di una griffe, che arruola Michelangelo e Leonardo tra i propri testimonial. Non è giustificabile che un marchio di fabbrica possa appropriarsi del nostro patrimonio artistico ed architettonico, accostando il suo contenuto più profondo alla merce pubblicizzata e beneficiandone in termini di prestigio e di profitto. Accreditare l’idea che una basilica paleocristiana o una dimora gentilizia siano luoghi commerciali anziché luoghi dello spirito, è un errore che andrebbe evitato. Il patrimonio storico-artistico, tutto, dovrebbe essere sottratto al potere del mercato che oramai divora e fagocita ogni cosa, compreso il sacro insito in un’opera d’arte frutto dell’ingegno umano.

venerdì 17 gennaio 2020

Il volto della folla



Con l’avvento della società di massa – conseguenza dell’industrializzazione e della globalizzazione - si è andato sempre di più espandendo un nuovo soggetto sociale: la folla. Questa la si può osservare in qualsiasi contesto: allo stadio durante una partita di calcio o in piazza in occasione di un comizio politico… uno spettacolo… una manifestazione, in un centro commerciale come in una strada cittadina durante le ore dedicate allo “struscio”, in una stazione ferroviaria come in un teatro. E da qualche anno a questa parte, se n'è aggiunta un'altra: la folla sul web e sui cosiddetti social. Scrittori e filosofi, sociologi e poeti si sono da sempre interrogati sui comportamenti sia della folla che degli individui di cui ne fanno parte. Già Seneca, in una lettera all’amico Lucilio, scriveva: “mi chiedi che cosa tu debba specialmente evitare. Rispondo: la folla. La compagnia della moltitudine è dannosa: c’è sempre qualcuno che ci rende gradevole un vizio o, senza che ce ne accorgiamo, ce lo trasmette in tutto o in parte. Più sono le persone con cui viviamo, maggiore è il pericolo”.  Nell’Ottocento, Maupassant affermava di avere “orrore delle folle” e che non poteva entrare in un teatro  né assistere a una festa pubblica senza provare subito “un disagio strano, insostenibile, uno snervamento penoso”. Egli aveva constatato che “l’intelligenza cresce e si innalza quando si è da soli, e che diminuisce e si abbassa quando ci si mischia con gli altri”. Un concetto, questo, già anticipato nel Seicento dal filosofo Michel de Montaigne, il quale scriveva:  “quando gli uomini si riuniscono  le loro teste si restringono”. Gli si può mai dare torto? Lo confesso: la folla non mi piace e la evito, in ogni sua declinazione. Forse le ho pure frequentate nel passato, ma ora alle folle delle arene plaudenti e vocianti e festanti, preferisco il silenzio e la solitudine dei monasteri. Alle adunate in piazza scelgo la contemplazione in un angolo appartato.

Ho appena finito di leggere un saggio intitolato “Il volto della folla” (Società editrice il Mulino), scritto dalla prof.ssa Michela Nacci che insegna Storia delle dottrine politiche all’Università di Firenze. E’ un libro interessante, anche se a volte può apparire come un testo didattico per soli addetti ai lavori; un libro che prende in esame la psicologia di una massa di persone riunita in un determinato posto, i cui componenti si comportano in modo unanime, formando una sorta di soggetto collettivo che è “individuale e insieme plurale”. L’analisi della prof.ssa Nacci – che è suffragata da tesi sociologiche oltre che da argomentazioni proprie dell’antropologia criminale e della psichiatria - offre una visione davvero esaustiva di un fenomeno sociale che ha sempre appassionato gli osservatori.

La folla, scrive la Nacci nel suo libro, è ormai diventata la protagonista della vita politica e sociale: è irrazionale, istintiva, passionale, ama o odia senza distinzioni, risponde al carisma di un leader, rifiuta ed allontana chi dissente, accetta o respinge in blocco, circoscrive un nemico esterno e fonda la sua unità sulla lotta a quel nemico; è il soggetto – come si dice - che vota e prende le sue decisioni con la pancia. La folla non parla, ma inveisce e urla, non ragiona ma applaude freneticamente, usa le parole non per distinguere e scegliere ma per infiammare gli animi. L’individuo e le sue caratteristiche socio-culturali nella folla vanno perduti; nella folla si verifica un’imitazione per contagio che conduce all’azione unitaria: qualcuno grida e tutti gridano, qualcuno applaude e tutti applaudono, qualcuno fugge e tutti fuggono. “Quando gli individui entrano a far parte della folla – sostiene l’autrice del saggio – perdono la loro personalità e acquisiscono una personalità collettiva. La folla ha un suo volto, un suo carattere, suoi occhi per vedere e bocca per parlare, suoi istinti e sue emozioni, un suo rapporto specifico tra ragione e istinti, tra ragione e passioni. La folla è un individuo formato da tanti individui. Pensa, sente e agisce come un essere solo. Annulla ogni differenza che esiste al suo interno e rende tutti i suoi componenti identici gli uni agli altri. Il capo non fa che esprimere l’essenza della folla, la sua personalità specifica”.

Ma l’epoca attuale – sostiene infine la prof.ssa Nacci – sembra caratterizzata oltre che dalla folla (da cui, comunque, si può uscire se uno ne fa parte o scegliere di non farne parte mentre si sta formando), dalla “moltitudine” da cui è impossibile sfuggire, perché “è la modernità che l’ha creata, così come ha creato i meccanismi della sua eguaglianza, della sua omologazione della sua passività. Lo afferma Tocqueville quando parla dell’uguaglianza americana. Lo afferma Riesman quando parla non solo delle case tutte uguali nelle quali tutti guardano la televisione, ma del desiderio di adeguarsi alle aspettative altrui che caratterizza ognuno. La forza che crea la moltitudine striscia inavvertitamente nelle nostre case e nelle nostre vite e, come notava Rimbaud, ci rende simili mentre neppure ce ne accorgiamo”.

venerdì 10 gennaio 2020

Vivere senza cellulare



Mi trovo in un ufficio pubblico per sbrigare una pratica amministrativa. L’impiegata allo sportello, nel compilare un modulo, mi chiede – badate bene – non un numero di telefono, ma "il numero di un cellulare"; al che io rispondo di non possederne. Tutt’al più potrei darle il numero obsoleto del telefono di casa. A questa mia “strana” affermazione l’impiegata – che non mi aveva ancora degnato di uno sguardo – finalmente mi scruta stupefatta, come se vedesse un alieno. La cosa buffa è che alzano contemporaneamente la testa - di scatto - le quattro persone che si trovavano nella sala d’attesa, fino a quel momento chine sul proprio smartphone come in trance, anche loro curiose di guardare l’extraterrestre. Beato lei! - fa quello dietro di me - come se io fossi stato baciato dalla sorte e lui, poveraccio, una vittima predestinata, costretta con la forza e con le minacce a usare, vita natural durante, un telefonino.

Ma oggi è davvero impossibile vivere senza uno smartphone? La mia esperienza non fa testo, dal momento che – non avendo mai comprato questo oggetto del desiderio, non avendone mai sentito la necessità – non posso confrontare il prima con il dopo, il buio con la luce. E’ interessante, però, leggere le reazioni di chi – avendo avuto sempre con sé un telefonino – all’improvviso gli viene a mancare. Ho trovato in rete (https://www.sardiniapost.it/) la testimonianza dello scrittore cagliaritano Andrea Melis, il quale un bel giorno, vittima del furto del suo cellulare, si ritrova a vivere senza quella vitale, quotidiana, assillante protezione. E lui che fa? Anziché comprarne subito uno nuovo, come farebbe chiunque si venisse a trovare in una tale “scomoda” situazione, prova ad andare avanti lo stesso senza la sua protesi salvavita. Riporto, di seguito, queste sue considerazioni che fanno sorridere prima ancora che riflettere, ringraziando l'autore:
“Una volta elaborato il lutto, ho dovuto prendere atto di due mondi: quello chiuso dentro al cellulare, immenso, molto più grande di quanto la mia memoria potesse contenere, che era andato perso per sempre. Foto, social, banche, password da cambiare, utenze, rubrica, messaggi, chat, praticamente la scatola nera della mia vita, finita in mano a perfetti sconosciuti. Da impazzire solo a pensarci. E poi c’era il mondo di fuori. Quel poco che mi restava. Così ho pensato a sangue caldo. Come se fuori dallo smartphone, mi attendesse un mondo selvaggio e pericoloso. Come sarei sopravvissuto? C’era un solo modo per scoprirlo: provarlo. Così un po’ per gioco un po’ per risparmiare, ho resistito all’impulso di correre a comprare un nuovo cellulare e mi sono preso qualche giorno. Che poi sono diventate due settimane. E ho rifiutato, soprattutto, l’elemosina di tutti i vecchi cellulari che decine di amici impietositi mi hanno messo a disposizione per salvarmi la vita.
Ma quella senza cellulare non è una vita impossibile. E’ un mondo semplicemente diverso, e dimenticato. Ma con tanti lati piacevoli. La paura di sentirmi solo, ad esempio, ho scoperto che ha più il sapore di sentirmi libero. La paura di smarrirsi, devo ammettere, è diventata piuttosto la magica scoperta che ovunque tu sia nella vita, sei sempre al tuo posto. La paura di subire una isolamento mediatico, ha invece fatto crollare la maschera alla schiavitù dei condizionamenti a flusso continuo: da giorni mi sento al di là dell’argine, capace di circoscrivere e contenere tutto il resto del mondo dentro un alveo possibile: la giusta attenzione. Sono comandante, anziché comandato. Quando accendo la tv, per esempio, non so già cos’è successo per averlo appreso da tweet, post, lanci ansa, newsletter. Però non è comunque cambiato niente. A parte il morto del giorno, la sparata del politico e l’arresto per corruzione di turno, è tutto fermo, tutto uguale. Come lo riempivo minuto per minuto questo niente nei giorni scorsi? Pazzesco.
La vita senza cellulare è fatta di una ritrovata andatura umana, che restituisce paesaggi meno appiattiti e confusi. E ti fa riscoprire universi vicini che credevi si fossero trasferiti per sempre altrove, invece erano solo diventati sfuocati per colpa della tua fretta indotta. Sentimenti cari e antichi come: silenzio, pausa, concentrazione, procrastinazione, calcolo, meditazione, previsione, paura, e soprattutto distanza, e tutti i suoi meravigliosi opposti che avevamo annullato: ricongiunzione, agnizione, epifania verso te stesso e chi ami davvero.
Ecco dieci cose che ti succederanno con molta probabilità se vivrai senza cellulare.
Vita senza cellulare 1: al supermarket, la lista della spesa resterà la stessa che hai concordato su carta con tua moglie prima di uscire di casa. Le dimenticanze non sono sanabili. No integrazioni quando sei già in fila alla cassa via whatsapp o sms. Niente distrazioni o telefonate lunghissime che ti fanno girare per ore senza senso tra le corsie. Ho dimezzato i tempi impiegati per fare la spesa, pur raddoppiando il tempo dedicato alle conversazioni: con la cassiera, il salumiere, il pescivendolo.

Vita senza cellulare 2: le persone sono felici di rivederti quando torni. Hanno finalmente riassaporato la tua mancanza. Ogni giorno è come un piccolo viaggio alla fine del mondo.

Vita senza cellulare 3: dopo 20 anni ho usato un citofono per vedere se era in casa un amico al quale non avevo annunciato la mia venuta. Ero in zona. Ho provato. Era in casa. Mi ha visto dal videocitofono è trasalito, era felice, sono salito, abbiamo bevuto una birra, ci siamo dati un appuntamento vago per l’avvenire. E mi sono ricordato di quando il citofono non era video, era solo un citofono ma era sempre foriero di curiosità positive. Ora ti vengono i brividi quando lo senti: se va bene è il postino. Altrimenti sai già chi è o si tratta per certo di uno sconosciuto, il che significa che sono seccature. Il citofono è una campana funebre nelle case.
Gli amici quindi non citofonano. Whatsappano: sto arrivando, sono giù, sto salendo, sono fuori, apri. E quindi gli amici non ti fanno più visite a sorpresa. Che peccato.

Vita senza cellulare 4: è anche vita senza Google Maps. Il piacere di smarrirsi. Mi ha fatto ricordare una frase di Dardell: “non c’è modo di contraddire una mappa. Continua a dirti dove sei, e se tu non sei li allora sei perso”. Una sera ho preso un appuntamento in un luogo della città che non conoscevo bene, al quale sono andato con un bigliettino di carta con scritto l’indirizzo e sotto braccio lo stradario del “tutto città”. Il tutto città comunque non l’ho usato, onestamente. Era troppo retrò anche per me. Ho preferito chiedere indicazioni ai passanti. Cosa che non facevo mai. Sono arrivato puntualissimo e senza complicazioni. Ma non solo. Ho scoperto che Dardell si sbagliava: se non sai dove sei non è vero che sei perso. Sei semplicemente ancora in viaggio.  

Vita senza cellulare 5: Quello che vale per il citofono vale per il telefono fisso. Serve solo per l’adsl. Chiamano solo i call center e i venditori di vini e mobili. Eppure che sapore antico ha avuto la frase che ho rivolto a casa di un amico: scusa mi faresti fare una telefonata? Credo di non averla pronunciata da oltre dieci anni. Da quando pur avendo il cellulare ero un pischello spiantato che finiva il credito sulla sim. Al massimo negli ultimi dieci anni ho chiesto se qualcuno aveva un carica batterie per Blackberry. E quando mi ha risposto “certo” porgendomi il cellulare l’emozione di rispondere: non dal cellulare, perché non hai il telefono?  Si. Allora grazie chiamo dal fisso. Faccio uno squillo a casa a mia moglie e l’avviso che sono arrivato. Una telefonata tra telefoni fissi. Da qualche parte, nella rete telefonica, una vecchia borchia deve aver pianto di commozione.

Vita senza cellulare 6: è anche inaspettatamente confrontarti con la memoria e le persone davvero importanti. Senza rubrica sincronizzata con facebook che a sua volta si sincronizza con google che si sinconizza con icloud, sei solo con la tua memoria. E non credo sia più ampia di 2 o 3 bit. Non so voi, ma io infatti conosco a memoria: il cellulare di mia moglie, il numero fisso di casa di mia madre, quello dei miei nonni, e il cellulare di un solo mio amico. Il più caro. Di molti amici di lunga data non so il cellulare ma ricordo perfettamente il numero di telefono di casa dei loro genitori. Quello dove li chiamavo da bambino per invitarli a giocare. Segno che la memoria si è congelata irrimediabilmente ai tempi pre- cellulare. Altra cosa: le foto. Ho pensato migliaia di volte che avrei voluto fotografare su facebook cose curiose. Migliaia di volte in appena due settimane. Ringraziatemi per questo. Ve lo siete risparmiato. E anche io. Di sicuro foto che non avrei mai più riguardato. Secondo me ci si annoia anche il ladro, con le mie foto. Anche perché a pensarci col senno di poi, superato l’impulso del momento, o erano cose trascurabili e banali, oppure è tutto curioso e imperdibile nella vita. Dipende solo dagli occhi che guardano. In questo secondo caso meglio godersela che fotografarla. Che mentre posti la fotografia ti stai perdendo tutto il resto.

Vita senza cellulare 7: dallo studio del mio medico di famiglia si vede un bel giardino. C’è perfino una fontana con intorno delle panchette di granito bianco. Ho passato tutti i tre quarti d’ora d’attesa a guardare dalla finestra. Intorno a me altre sette persone chine sul cellulare. Tutte. Non si sono mai staccate dal monitor. Non si sono mai rivolte la parola. Tranne per chiedere chi fosse l’ultimo all’arrivo e sbuffare quando qualcuno restava dentro per oltre tre livelli di ruzzle o candy crash.
Il resto era ticchettare di dita su tasti. Tranne una vecchietta che si guardava intorno smarrita quanto me. Solo che per me lo smarrimento finirà e presto sarò di nuovo tra quelli chini sul cellulare e il bel giardino fuori dalla finestra e i volti delle persone torneranno un ricordo. La vecchia continuerà a non parlare con nessuno.

Vita senza cellulare 8: i ritardi. Senza cellulare sono diventato puntuale. Io ero tipo ritardatario cronico impenitente. Quello che mandava il messaggio di avviso del ritardo molto dopo che sarebbe dovuto essere a destinazione. Quello che ad arrivare in anticipo manco a parlarne. Tanto non c’è mai nessuno ad apprezzarlo. Ora so che ritardare vuol dire lasciare nell’apprensione qualcuno e quindi mi sto muovendo in maniera svizzera. Sono arrivato a dire a mia moglie torno alle 11 di sera, e nonostante fossi con amici dall’altra parte del mondo, immerso nel gorgo della convivialità, il piacere della cena, la voglia di restare, che in altri tempi avrei risolto con un sms, alle 23 e 02 ero a casa. Ed è stato bello tornare, e mantenere la parola data.  Una sottile soddisfazione di ordine nel regno caotco di una vita. Quindi ritardi strategici annullati. Ho fatto un solo ritardo clamoroso di circa 2 ore. Ed era un vero imprevisto imprevedibile. Inutile cercare cabine telefoniche, bar con telefono. Hanno rimosso tutto. Non c’è più nulla. Solo la speranza che chi era in apprensione per te tenesse duro, e il sapere che comunque stavo bene, e il mio rientro a casa non avrebbe generato cazzietoni ma gioia, gioia pura. Perché non avere cellulare la giustificazione più potente che abbia mai avuto agli occhi del prossimo. Un handicap su cui nessuno osa infierire. Sei tornato, sei vivo, non conta nient’altro per chi ti ama.

Vita senza cellulare 9: Pensare. A mia volta penso tantissimo a chi amo. Ne sento la mancanza. Desidero il momento del rientro a casa. Cerco di memorizzare le cose da dire.
Prima il pensiero era sostituito all’azione. Compulsiva, continua. Ora penso mentre guido. Guarda gli altri ai semafori e ho scoperto che le dita nel naso hanno ceduto il passo alle dita sullo smartphone. Che le sigarette elettroniche hanno invaso molti abitacoli e c’è un sacco di gente che ciuccia tubicini di ferro e plastica al semaforo o alla guida. Me compreso. Che i mendicanti sono aumentati in maniera esponenziale.
Penso in continuazione alle cose da non dimenticare e a quelle da fare.
Prima mi mandavo mail, impostavo promemoria, prendevo appunti vocali, scrivevo remember.
Ora penso intensamente e ricordo solo quello che serve davvero.

Vita senza cellulare 10: è una miscellanea di percezioni temporali. Perché le cose da dire sarebbero troppe e non tutte importanti.
Il cellulare è tante cose. Sveglia, orologio (io non portavo mai orologi) e così mi è capitato di svegliarmi tardissimo per essermi dimenticato che il cellulare-sveglia non c’è più. O di perdere la cognizione del tempo camminando per strada perché tutti gli orologi pubblici sono ormai fermi e abbandonati. Nessuno – o quasi – li guarda più.
Vado a letto prima, leggo di più, mi concentro meglio.
Ma soprattutto ho scoperto che il ladro non mi ha sottratto più di quanto mi abbia restituito.
Mi ha vaccinato a sua insaputa alla grande paura di perdere. Che secondo me ha molto a che vedere con la morte.
Il distacco.
Ecco perché il cellulare ci ha tanto conquistato fino a renderci succubi. Illude di essere sempre vicini, sempre presenti, che tutto sia un qui e ora. Che le distanze non esistano. Che il futuro sia a portata di un aggiorna, aggiorna, aggiorna, aggiorna, vedi notifiche, post, news, refresh.
La verità è che tutto questo è necessario ma non indispensabile.
Tanto le buone notizie sono sempre gradite, in qualunque momento arrivino, fresche o no. E per quelle brutte invece, non vedo la fretta. Il ladro non lo sa, ma ha cambiato per sempre il mio rapporto con il cellulare. Forse non lo userò più come prima.
E di sicuro prima del cellulare mi comprerò intanto un orologio”.

martedì 7 gennaio 2020

Un uomo "affamato di grandezza"




“Volevo essere veramente grande, epico, smisurato; volevo compiere qualcosa di gigantesco, d’inaudito, che cambiasse la faccia della terra e il cuore degli uomini”

Tantissimi sono gli scrittori della nostra letteratura che si sono cimentati con il romanzo autobiografico. Generalmente tali memoriali si redigono alla fine del proprio percorso umano e professionale, proprio al fine di redigere una sorta di resoconto di un’intera esistenza. Giovanni Papini, invece – controverso e inquieto scrittore, ma anche intellettuale molto apprezzato per il suo stile erudito - quando pubblicò il suo libro autobiografico “Un uomo finito” (era il 1913) aveva da poco superato i trent’anni e ne avrebbe vissuti altri 43. Io credo che scrivere le proprie memorie sia una scelta ispirata da un inconscio desiderio narcisistico: voler mettere sé stessi al centro della scena e quindi della narrazione. E Giovanni Papini, per soddisfare questo suo impellente desiderio autocelebrativo, non poteva aspettare gli ultimi anni della sua vita: gli bastavano i primi trenta già vissuti in maniera esaltata. C’è da dire, però, che se l’autore non possiede vocazione letteraria, il rischio che il racconto possa risultare noioso agli occhi del lettore è davvero molto alto. Devo confessare che questo rischio non si corre affatto con lo scrittore fiorentino Giovanni Papini, perché la sua narrazione, seppure enfatica e sfacciata, iperbolica e ambiziosa, finisce per lasciare un segno e conquistare chi legge, soprattutto grazie alla sua prosa roboante, colta e raffinata, così inusuale e così lontana dai tempi mediocri in cui viviamo.

“Io mi presento ai vostri occhi con tutti i miei dolori, le mie speranze e le mie fiacchezze. Non chiedo pietà né indulgenza, né lodi né consolazioni, ma soltanto tre o quattr’ore della vostra vita. E se dopo avermi ascoltato crederete lo stesso, a dispetto dei miei propositi, ch’io sia davvero un uomo finito dovrete almen confessare ch’io son finito perché volli incominciar troppe cose e che non son più nulla perché volli esser tutto”. Sono queste le ultime parole - che spiegano anche il titolo alquanto fuorviante del libro – con cui Papini si commiata dai lettori. E devo dire che le “quattr’ore della mia vita” di questo nuovo anno, che lui chiedeva per poter leggere le 327 pagine di “Un uomo finito” (Vallecchi editore) non sono state affatto sprecate. Ma chi era Giovanni Papini? Ce lo racconta lui stesso in questo libro encomiastico: un uomo afflitto da “smania di sapere”, il quale non ebbe piacere più grande né consolazione più sicura del leggere; un uomo nato con la malattia della grandezza i cui vizi erano la carta bianca e la carta stampata. Tutto quello che c’era di poetico, di malinconico e di solitario in lui l’aveva ereditato – così scrive - dalla campagna toscana. Pochi riuscivano a resistergli: il parlare animoso, la facilità di improvvisazione, la pratica della scherma dialettica, la sfacciataggine della sua immensa erudizione gli davano il sopravvento e la forza di sentirsi il migliore, il più grande. Simile a un dio. Scrive nel suo libro che era nauseato dal banale, dall’ordinario, dal buon senso comune e per odio dell’esistente e degli uomini si abbandonava al sogno e alla solitudine della campagna, cercando non l’amicizia dei suoi simili ma quella delle piante. Così facendo si creava un mondo fantastico dove si ritirava e dov’era “padrone e re senza legge”. Non accettava la realtà in cui viveva perché ne voleva un’altra “più pura, più perfetta, più angelica, più divina”. Rinnegava il passato salvando solo “gli spiriti magni, i fratelli sepolti eppur vivi e presenti” che lo avrebbero consolato negli anni della solitudine. Li amava quei  maestri “quei cadaveri celebri, sepolti sotto i marmi ed i secoli” perché lo invitavano all’odio e lo aiutavano a fuggire e si sentiva bene soltanto con loro: Dante, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Whitman, Carducci, Goethe, Cervantes, Dostojevski, Stendhal, Platone, Nietzsche…furono i suoi “compagni delle veglie rinchiuse”, che in maniera diversa lo facevano crescere e lo arricchivano. Soltanto fra quei pensieri sentiva il mondo degno di sé. E tanto forte era l’amore per i grandi morti quanto il disprezzo per i “piccoli vivi”. Riteneva che nessun uomo – tolti i tre o quattro compagni di avventure – fosse un suo pari. Nessuno gli sembrava degno di giudicarlo e neanche di stargli accanto.

In poco tempo Papini si fece “una fama di terribile e di strafottente”. Molti lo odiavano (che poi era quello che desiderava) perché aveva “sempre sentito più bisogno di nemici che d’amici”; voleva che il suo passaggio sulla terra lasciasse “una traccia più profonda di una rivoluzione o d’un cataclisma”. Scrive nel suo libro che la vita degli uomini, lenta e volgare, lo nauseava sempre di più. Voleva che anche gli altri sentissero questa nausea e trovassero la forza per uscirne. E lui si considerava il “gran predestinato” , colui che avrebbe dovuto accompagnarli verso la salvezza. “Per agire sugli uomini bisogna conoscerli – scrive nel libro - per cambiare le loro anime bisogna esserci saputi entrare, averle penetrate colla simpatia e coll’amore…Chiunque voglia trovare le vie del loro cuore e scoprire la molla de’ loro atti deve aver conosciuto i loro pensieri più segreti, i loro bisogni più gravi, le loro scelte più nascoste”. Papini diceva che tutti sono buoni ad amare gli uomini chiusi nella propria casa. Ma quell’amore diventa disprezzo quando si esce fuori e si ha che fare con loro. Si era convertito dall’anticlericalismo al cattolicesimo leggendo i vangeli “per cercarvi Cristo” ed era rientrato nelle chiese non soltanto per ammirarne l’architettura e la bellezza ma “per ritrovarvi Iddio”.

Ma chi era veramente Giovanni Papini? Un genio…un folle … un polemista…un poeta e scrittore maledetto?  Certamente è un autore “immeritatamente dimenticato” come lo definì Luis Borges. Vi lascio ancora alle sue parole: “Io sono, per dir tutto in due parole, un poeta e un distruttore, un fantastico e uno scettico, un lirico e un cinico. Come queste due anime possano stare insieme e ritrovarsi bene, sarebbe troppo lungo a descrivere. Ma veramente è questo il fondo dell’anima mia (…) Soltanto gli imbecilli confitti a vita nell’imbecillità possono dichiararsi soddisfatti del mondo. Chi tenta di smuoverlo, di animarlo, d’incendiarlo, di rinnovarlo ed accrescerlo ha diritto – non alla riconoscenza di cui fo a meno ora e sempre, ma alla libertà di parlare e di esistere. Ogni uomo ha bisogno, per vivere, di non credersi totalmente inutile. Io non chiedo e non voglio altro appoggio – ma di questa miserabile certezza ho bisogno anch’io, alla pari dei deboli. Io vivo ed agisco ben sapendo che tutta la mia vita e la mia azione sprofonderà nel nulla ma voglio che gli altri sentano che ho il diritto di star fra loro e di offenderli perché faccio qualcosa che a loro stessi può giovare. In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura…io sono uno di questi uomini che accettano il più ingrato dovere e la parte più pericolosa. E per il bene e per il male che faccio ho diritto di respirare, di riscaldarmi, di camminare, di alzar la testa, d’essere libero, di esistere secondo la mia legge”.







venerdì 27 dicembre 2019

Il mio Natale accanto al focolare



Mi trovavo al paese, la notte di Natale, in quel mio buen retiro  aggrappato alle colline del Cilento e affacciato sul mare. Ero seduto davanti al fuoco. Lo riattizzavo di tanto in tanto, ora con legna di castagno, che sprigiona scoppiettii e scintille simili a fuochi d’artificio, ora con legna di ulivo che emana un aroma delicato ed intenso. Un profumo di liturgia e di festa. Fuori faceva freddo. Il camino spargeva all’interno della casa un piacevole, avvolgente calore ed io, seduto su una seggiola proprio lì davanti, ne ero completamente rapito. Stavo così, in silenzio, da quando era terminata la cena alquanto frugale, consumata di fronte a quel focolare che assumeva quasi il simbolo di nume tutelare della casa. In un cantuccio della cucina, un piccolo presepe mi ricordava il rito della Natività che si ripete ogni anno, le cui statuine di terracotta – su cui si riverberava la fiamma del camino – mi davano l’impressione che dovessero prendere vita da un momento all’altro. Guadavo quella rappresentazione di povertà e di semplicità – espressione del Natale cristiano - e mi chiedevo come potesse conciliarsi, oggi, l’etica della moderazione che la chiesa predica da oltre duemila anni, con l’opulenza che ci viene offerta da una società sempre più sprecona e consumistica.


Mi ero lasciato alle spalle una Roma più caotica del solito; invasa da un turismo festaiolo di massa; addobbata da cascate di luminarie e da centinaia di alberi di Natale, di plastica; stretta nella morsa del traffico reso ancora più convulso da una vera e propria isteria collettiva da regalo - la Capitale - durante le feste di fine anno mette a dura prova la pazienza anche dei suoi abitanti più indulgenti. Lo confesso: io, durante le feste di fine anno, mi sento frastornato e reagisco scappando. Fuggo dalla calca, dalle orge alimentari, dai “cenoni” e dai “pranzoni”, da quel tripudio di luci, di suoni, di botti e di falsa allegria; fuggo dai centri commerciali presi d’assalto, dalle cataste di panettoni e torroni, da quelle atmosfere gioiose confezionate tanto al chilo. Se potessi, mi rifugerei in un eremo sopra una montagna: ma mi sta bene anche la casetta del paese natale, accanto al focolare.

Una casa di paese senza un camino acceso, la notte di Natale, è un luogo freddo, triste e senz’anima. I termosifoni non possono sostituirsi alla sacralità di un ceppo che arde e si consuma lentamente. Ed io ero lì, la notte di Natale, che alimentavo con passione quella fiamma con la legna di ulivo della mia campagna, così come un prete si cura di riempire di incenso il proprio turibolo, affinché bruci regolarmente e diffonda nella chiesa profumi che sanno di sacro. La mia abilità nell’officiare quella “liturgia” mi elargiva piacere e commozione. Mi confortava quel calore che sapeva di campagna e di Natale; mi faceva compagnia il “linguaggio” di quella fiamma scoppiettante, più di qualsiasi altra vicinanza (c’è qualcuno che ti pensa, diceva mia nonna quando il fuoco brontolava…); mi infondeva sollievo quel tepore, suscitando in me sensazioni e pensieri; mi riportava alla mente odori e sapori di cose antiche, risvegliando ricordi: il natale povero ma dignitoso della mia infanzia e della mia prima giovinezza, così vicino alla rappresentazione di quel presepe, e poi i dolci natalizi tipici della tradizione contadina del Cilento (gli struffoli, gli scauratielli, le lucernelle…), le povere tombolate in famiglia, le persone care che non ci sono più, la spensieratezza di un mondo perduto. Non bisognerebbe avere rimpianti per il passato, ma essere forti e determinati per affrontare con serenità il futuro, che comunque appare incerto. E allora, con il nuovo anno alle porte, cercavo di dipingerne uno con la mente. Ed ecco che affioravano desideri e speranze, e aspettative che poi si perdono per strada, ma anche paure e dubbi.  

Accanto a me c’era lei, mia moglie, paziente come sempre, che forse – chissà - avrebbe voluto essere altrove: a volte è difficile condividere gli stessi riti, le stesse fantasie, lo stesso modo di sentire. Stare insieme non è solo un legame fisico di corpi, ma è anche un accordo di pensieri, di emozioni, di sentimenti. Forse la cosa più difficile.

Intanto continuavo a dare vigore alla fiamma, stuzzicando la legna con voluttuosa energia. Un caminetto fa casa, pensavo. Potessimo averne uno anche nelle nostre moderne abitazioni di città! È un simbolo che unisce, che rafforza, che accomuna e c’è sempre qualcuno accanto al fuoco che racconta una storia e si racconta. Purtroppo, manca nella nostra società una immagine così antica e familiare, sostituita dai moderni mezzi della tecnologia, dalla televisione e dalla virtualità dei social che illudono le persone e le allontanano dalla realtà.

E così, assorto, mi distendevo sulla poltroncina accanto al fuoco, inondato dal riverbero della fiamma che sprigionava scintille somiglianti a lucciole di antica memoria. Stavo immerso in quella sorta di sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere leggero, aspettando che gli ultimi tizzoni ardenti si consumassero in attesa della mezzanotte. Mentre avvertivo lo scoppio di petardi lontani e rintocchi di campane a festa. Era Natale.

sabato 21 dicembre 2019

Raccontare la vita



“L’estro quotidiano” di Raffaele La Capria (pubblicato nel 2005) è un libro bello ed intenso, scritto sulle ali di ricordi malinconici, con cui lo scrittore partenopeo - dall’alto dei suoi 97 anni - racconta sprazzi della sua vita del passato e del presente “non come la si è vissuta, ma credendo di averla vissuta come la si racconta”. Forte della sua esperienza umana e letteraria, La Capria a volte è convinto di essere una sorta di fantasma del passato, un sopravvissuto, e con malcelata nostalgia, con leggerezza ed ironia, ricorda i suoi anni che non ci sono più, gli amici morti che lo hanno lasciato negli ultimi tempi, quei suoi coetanei nei cui confronti sente una fratellanza che prima non avvertiva.

Aleggia nel racconto un suo pensiero ricorrente, che è quello della morte, della sua morte, che ha un legame molto forte con il suo senso estetico “...il mio senso della morte ha molto a che fare col rapporto che ho col mio corpo. Più lo vedo decadere, incresparsi, gonfiarsi, più sento di morire...”. Eppure riesce ad essere - con la sua scrittura incredibilmente acuta ed elegante - sempre amabile e leggero anche quando la sua mente è rivolta verso questa dimensione finale della vita, che si affaccia alla nostra riflessione proprio in quella decade in cui le possibilità di morire sono molto alte, e cioè tra gli ottanta e i novant’anni “...per esorcismo e con poca vera convinzione di dover morire”, dice l’autore.

“L’estro quotidiano” è un diario molto intimistico in cui i genitori dell’autore sono spesso presenti, con aneddoti a volte curiosi e divertenti, così come sono presenti tra le sue pagine i suoi amici più stretti e più cari, i suoi figli, sua moglie, i suoi ricordi più belli, perché, dice lo scrittore “...salvando un po’ della loro vita salvo un po’ anche la mia, perché le nostre vite si intrecciano, e la vita di ognuno non è solo quella personale, intima, che si gioca tra sé e sé, ma è anche quella di tutte le persone che abbiamo avuto intorno e l’hanno arricchita con la loro presenza..”.

E non poteva mancare tra le sue pagine il ricordo di Capri, meta delle sue passate vacanze, delle sue riflessioni, un’isola - quella attuale - affollata da orde di turisti, molto diversa dall’immagine presente nei suoi ricordi giovanili, quando stare seduti in “Piazzetta” aveva un valore e un significato. Oggi invece, scrive l’autore, con quel continuo viavai che scorre a fianco della tua sedia “mi sottraggo alla tirannia delle facce intorno, da cui emana un vuoto che mi spaventa”. Così come oggi è spaventato da quella “nuvola di chiacchiere” che arriva da ogni parte, dalla televisione, dai giornali, dal mondo della comunicazione ipertrofica di massa, che sta trasformando le idee in gossip e la situazione non può che peggiorare, col peggiorare della coscienza disturbata degli italiani, perché quando si degrada il linguaggio “...anche noi ci degradiamo, anche la vita morale e spirituale si abbassa di livello”.



venerdì 20 dicembre 2019

Natale



Il Natale è una festa cristiana che celebra la nascita di Gesù avvenuta in una grotta di Betlemme, oltre duemila anni fa. Ma il Natale è soprattutto uno stato d’animo. E, vista l’isteria collettiva di questi giorni che si percepisce andando in giro, per la stragrande maggioranza delle persone il Natale è sinonimo di regali (inutili), panettoni e abbuffate a tavola. Di cristiano c’è davvero poco. Il mio stato d’animo è simile a quello che esprime Giuseppe Ungaretti in una sua famosa poesia del 1916. Allora c’era la guerra, e la voglia di festeggiare il Natale era poca. Ma se l’avesse scritta oggi, io credo che non avrebbe cambiato nemmeno una virgola che, tra l’altro, nemmeno c’è:

Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

venerdì 13 dicembre 2019

Quando parlano i morti



Si può guardare la vita da un osservatorio improbabile, cioè dalla sua fine? La si può osservare da morti? Franco Arminio – poeta e scrittore tra i più interessanti e originali del nostro firmamento letterario – riesce a farlo a modo suo, consegnandoci 151 “cartoline” da un aldilà , da un altrove che, tutto sommato, non sembra destare inquietudini, grazie soprattutto al suo tono ironico, disincantato e disorientante.

“Cartoline dai morti 2007 – 2017” - questo il titolo del libro – è il resoconto degli ultimi istanti di vita raccontati, in forma concisa ed essenziale,  non già da chi resta e vede, ma da chi se n’è andato per sempre. Ognuno di questi personaggi passati a miglior vita vive il proprio trapasso senza troppi affanni, riflette con poche parole sulla caducità della vita, a volte governata da un avverso o grottesco destino: “Il giorno dell’apertura della caccia qualcuno mi ha scambiato per una quaglia”, scrive uno; e un altro ancora: “Tutto per colpa di una vacca che di notte stava in mezzo all’autostrada”. E c’è chi, nonostante tutto, non si rassegna alla brutta fine che il destino gli ha riservato: “Sono sempre stato un tipo tranquillo. Non meritavo di finire sotto un camion.”

Ogni cartolina è un flash di immagini e di sensazioni, da cui emergono vizi e virtù di ciascuno, ma anche recriminazioni, delusioni, rassegnazioni, inganni nei confronti della vita e di chi è rimasto:

“Io passeggiavo, mangiavo poco, cercavo di non arrabbiarmi con nessuno. Non è servito a niente”;

“All’inizio chi ci ama vorrebbe riaverci, poi si abitua al fatto che siamo morti, poi per tutti stiamo bene dove stiamo”;

“Sono sempre stato un ottimista. E mi va bene anche così”

“Sono sempre stato un tipo sfortunato. Il giorno del mio funerale si parlava del funerale della figlia del farmacista, morta il giorno prima”;

“Mi dispiace per te, ho detto a mia moglie che mi stringeva le mani. Nessuno quando stiamo bene ci stringe le mani in questo modo, nessuno".

C’è qualcuno - tra gli estensori di queste cartoline - che ricorda, con amarezza, il suo ultimo estremo desiderio da vivo, quel suo agognato miraggio di morire di notte, magari nel sonno, e comunque in una giornata senza sole; e invece: “Fuori era una bella giornata. Non volevo morire con tutto quel sole fuori. Ho sempre pensato di morire di notte, nell’ora in cui abbaiano i cani. E invece sono morto a mezzogiorno, mentre alla televisione cominciava un programma di cucina”. E c’è chi, a sua insaputa, si porta dietro il superfluo, quel superfluo così ambito dai vivi: “Nella bara mi hanno vestito con un abito firmato. E di nascosto nella tasca mio figlio mi ha infilato pure il cellulare”. Susciterebbe tenerezza, quel figlio, se il suo gesto - solo apparentemente inverosimile – non infondesse spavento. Si, perché stiamo inculcando nella mente dei nostri figli l’idea, secondo cui un cellulare oggi può tutto: anche resuscitare un morto.

Queste “cartoline dai morti” sono brandelli di vita vissuta che ci parlano della provvisorietà delle cose e della fragilità della condizione umana; sono piccole storie che racchiudono un mondo, una filosofia di vita, raccontate con garbo e con sottile ironia. Franco Arminio  ci parla della morte in maniera lieve e spiazzante, sdrammatizza questo evento di cui tutti hanno paura, facendo riflettere, commuovere e sorridere il lettore. Leggendo questi brevi frammenti – che in qualche maniera ricordano gli epitaffi di Spoon River di Edgar Lee Masters - sembra quasi che la morte arrivi per caso, è come se stesse passando e si fermasse un momento, così senza impegno, per andare subito via. E’ una morte, quella che ci racconta lo scrittore avellinese, che perde le sembianze della tragedia e si scioglie in un episodio malinconico ed inevitabile, quasi banale, l’ultimo tassello di quel puzzle che si chiama vita.

E c’è forse qualcuno, meglio di un morto, che può dare dei consigli ai vivi? “Ora che sono morto io vi dico: fate attenzione quando salutate un vecchio, quando salutate un bambino, sentitevi contenti di avvitare una lampadina, di allacciarvi le scarpe, ma più di tutto godetevi la bellezza di tornare a casa, non importa se da un lungo viaggio o da un funerale”.


lunedì 9 dicembre 2019

La sacralità delle cose



Non credo a un progresso illimitato. Io penso che se non sapremo trovare nei prossimi anni un nuovo modo di “fare sviluppo”, se non riusciremo ad abbracciare una nuova filosofia di vita, gli scenari che si prospettano saranno davvero disastrosi. Abbiamo smarrito, da un po’ di tempo a questa parte, quel modello di società che racchiudeva al suo interno alcuni valori quali la sacralità, l’equilibrio, la sobrietà, la semplicità. E’ ovvio che non si può tornare al passato – che tra l’altro non è stato mai un paradiso – però io credo che in quel passato recente si possano trovare alcune lezioni di vita utili per affrontare meglio il futuro.

Quelli della mia generazione, nati a cavallo tra gli anni 50/70 del secolo scorso, hanno vissuto un lento e graduale passaggio da un’economia di beni necessari ad una più dispendiosa di beni superflui. In mezzo c’è stato il cosiddetto “boom economico” che si lasciava alle spalle un mondo di miseria e difficoltà, per fuggire dal quale i nostri nonni, prima, ed i nostri genitori, dopo, emigravano nelle Americhe o negli stati del nord Europa in cerca di fortuna. Oggi, le nuove generazioni – mi riferisco ai nostri figli ed ai nostri nipoti – vivono in un’epoca di grandi trasformazioni economico-sociali, grazie anche ad una tecnologia sempre più rilevante ed innovativa. E tutto avviene – o meglio si consuma - in una maniera talmente veloce che non si ha più tempo e modo di elaborare ciò che accade, né di riflettere sulle vicende del presente: qualsiasi idea, qualsiasi progetto, insomma ogni cambiamento che si prospetta all’orizzonte diventa immediatamente vecchio, superato, da un giorno all’altro. E’ una corsa continua verso l’ultima novità, verso il nuovissimo ritrovato della tecnologia. L’invasione dei beni di largo consumo, ma soprattutto di quelli superflui, ha fatto perdere la memoria di come vengono prodotti (a volte inquinando e saccheggiando le risorse naturali), ha generato la convinzione che tutto ci è dovuto, ha fatto credere che la produzione non ha nulla a che vedere con l’etica e con la salvaguardia dell’ambiente. Ma l’abbondanza non deve far dimenticare la moderazione, il benessere conquistato non deve trasformarsi in spreco di risorse e di ricchezza, la tecnologia – che tanti benefici ha portato - non deve diventare la schiavitù dell’uomo moderno.

Ritornare all’antico, oggi, non significa regredire o andare indietro nel tempo o essere nostalgici di una felicità perduta che – tra l’altro - non c’è mai stata, ma vuol dire attingere da quel “passato virtuoso”, valori culturali e tradizioni locali, comportamenti e scelte economiche sostenibili, che possano tradursi in future moderne realizzazioni, nel rispetto della terra e dell’uomo che la abita. E significa, soprattutto, ritrovare la “sacralità” delle cose, sentimento oggi soffocato dalle mode, dalla velocità, dall’omologazione, dalla globalizzazione e da un sistema consumistico e produttivo che privilegia l’usa e getta e la obsolescenza pianificata.

lunedì 2 dicembre 2019

Paesi



E’ “povero” chi non ha un paese in cui riconoscersi. Paese non nell’accezione estesa del termine - paese come nazione - ma luogo antropologico più intimo e localistico che contiene le radici più nascoste;  e che conserva quegli aspetti socio-culturali che plasmano una piccola comunità e che in base a quello spazio, quasi familiare, si costruisce la propria identità e si rafforzano i rapporti con gli altri che vivono quel territorio. Il paese come condizione esistenziale, come immagine e approdo a misura d’uomo. Forse tutti noi cerchiamo o ci inventiamo un paese dove ritornare o dove fuggire, magari solo con l’immaginazione, nei momenti di dolce malinconia.

Luogo della memoria e dell’anima: questo è il paese; una minuscola patria di origine all’interno della grande patria di appartenenza; territorio in cui ci si identifica e ci si ritrova, dove il tempo sembra arrestarsi e dove anche la noia e la tristezza appaiono più sopportabili. Ma il paese è anche luogo fuori dal tempo che regala bellezza e tranquillità dove il silenzio e la natura, il camino acceso nelle case in pietra e la serenità dei volti della gente, l’ospitalità e la solidarietà, i ritmi lenti e il culto dello stare assieme e le antiche tradizioni, rendono più dolce l’esistenza.  Ma il paese è anche il luogo in cui senti il tuo corpo in maniera diversa e - con amore o con disagio - può essere di volta in volta un eden o un carcere, un simbolo di libertà o di oppressione. Ti mantiene sospeso su un ciglio che ondeggia sempre tra il desiderio di andare via e quello di rimanere aggrappato alle sue piccole certezze.

Il poeta Alfonso Gatto ricorda in una sua poesia che “abbiamo tutti fretta di morire per tornare al paese natale”. E come non citare le parole sempre attuali di Cesare Pavese che diceva: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Certo, il paese è fatto di partenze e di abbandoni, di fughe e di rimpianti, ma è fatto anche di ritorni: il ritorno al paese nativo dell’emigrante, di chi ha lasciato il proprio paese per lavoro.  E’ il momento, questo, in cui subentra quel sentimento nostalgico dei tempi vissuti e ormai perduti. “Quante volte, o paese mio nativo - recita una poesia di Cardarelli - in te venni a cercare ciò che più m'appartiene e ciò che ho perso. Quel vento antico, quelle antiche voci, e gli odori e le stagioni d'un tempo, ahimè, vissuto”.

mercoledì 27 novembre 2019

Gli "anni beati" del boom economico



“Esistono realtà iscritte in ogni destino, di cui solo a posteriori ci è dato valutare l’importanza”




Primi anni  ’60 del secolo scorso: il mondo era stato sull’orlo di una nuova guerra e faticava a dimenticare i mesi bui della rivolta di Budapest contro i russi, la spedizione anglo-francese sul canale di Suez, le lotte sindacali nelle piazze… Ma era viva in molti la speranza che un’epoca nuova stesse per arrivare, un periodo di pace duratura e di benessere per tutti: la crescente popolarità del nuovo Papa Giovanni XXIII; i buoni rapporti tra Krusciov ed Eisenhower; il rovesciamento del governo corrotto a Cuba ad opera di un giovane avvocato di nome Fidel Castro, erano avvenimenti, questi, che facevano ben sperare. E poi, l’arrivo della televisione con “lascia o raddoppia” e la produzione intensificata di radioline sempre più piccole; il ronzio delle cineprese nei cinematografi; l’abbandono dei campi da parte dei contadini meridionali per un posto in fabbrica alla Innocenti o all’Alfa; le prime cliniche private dove le mamme di solida borghesia davano alla luce i loro rampolli; la diffusione dei rotocalchi che permettevano alle masse di poter spiare da vicino gli scandali e gli amori dei potenti e dei vip; la rivalità Bartali-Coppi; la bellezza femminile esaltata dalla moda, dalla pubblicità e dai concorsi  attraverso una scollatura audace, una bocca rossa ben disegnata, una movenza allusiva; le prime macchine sportive che celebravano l’ebbrezza della velocità; la corsa agli acquisti e ai divertimenti; l’arrivo del cha-cha-cha dal Sudamerica e le canzoni dei Platters che dilagavano dai juke-box sulle spiagge, sulle passeggiate a mare, nei caffè. Tutto sembrava presagire un mondo nuovo, migliore, un’era di benessere e di serenità: stavano per arrivare gli “anni beati”, gli anni del boom economico, in un’Italia che credeva ai miracoli.

In questa cornice prende il via la storia immaginata da Carlo Castellaneta (nato a Milano nel 1930 e morto a Palmanova nel 2013) nel suo romanzo “Anni beati”, pubblicato da Rizzoli una quarantina di anni fa. Un libro oramai fuori catalogo, che si può trovare solo sui banchi di qualche mercatino dell’usato; un libro che – grazie alla bella scrittura di un autore che andrebbe rivalutato – spinge a riesaminare un periodo della nostra storia recente con una maggiore tranquillità di giudizio. E perché no: con una certa nostalgia per chi, come il sottoscritto, non è più un giovincello. Ambientato nel capoluogo lombardo tra il 1957 e il 1961, Castellaneta dipinge uno spaccato della nascente borghesia imprenditoriale in quella Milano del “miracolo economico”, sebbene la povertà fosse ancora evidente, assoggettata com’era dal lusso di pochi. Ma il romanzo è incentrato, soprattutto, su una storia d’amore idealizzata e struggente, una passione amorosa solo vagheggiata, una vera e propria ossessione tra un giovane architetto (Claudio) - sposato con Simona, una delle due figlie del padrone della fabbrica in cui lavora - che si innamora perdutamente dell’altra (Paola, sua cognata), a sua volta maritata con Alessandro. Una vicenda, questa, quasi banale e scontata, che solo l’eccezionale abilità stilistica di uno scrittore poteva elevare ad opera letteraria. Castellaneta è molto bravo a descrivere i moti dell’animo e le contraddizioni di una passione amorosa; sa scrutare gli slanci soffocati del protagonista nei confronti di quel desiderio ostinato di cui non riusciva a sbarazzarsi; esprime la tenerezza e la rabbia di cui lo stesso era vittima a fasi alterne “quasi che l’esistenza di Paola rappresentasse, a seconda dei giorni, motivo di letizia oppure di sconforto”; racconta, con delicatezza, le fantasie e le paure di un amore come questo “clandestino e senza speranza, certo il più puro che esista”.