martedì 3 febbraio 2026

La vita fugge et non s'arresta una hora

 


Tra i grandi pensatori del passato che hanno saputo esprimere, con immagini di straordinaria intensità, la fugacità del tempo che scorre e la precarietà dell’esistenza umana, c’è sicuramente Francesco Petrarca. Nel sonetto La vita fugge et non s’arresta una hora l’autore del Canzoniere (…oggi mi piace tornare sui banchi di scuola), ci invita a riflettere sul senso della vita, sul declino della giovinezza e sulla morte che “vien dietro a gran giornate”. Una riflessione esistenziale potente, carica di malinconia e inquietudine. Io credo che non occorra fare la parafrasi del testo per comprenderlo.

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;

e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sí che ’n veritate,
se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi penser’ fòra.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ’l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.


mercoledì 28 gennaio 2026

L'altro potere

 


Se, una volta, il potere mostrava le sembianze della forza di un esercito invincibile e il carisma del suo comandante supremo – Alessandro Magno… Giulio Cesare… Napoleone Bonaparte - oggi si esprime in forme assai diverse, non ha il volto riconoscibile dei “Grandi della Terra”, nonostante si allarghi tra gli uomini il desiderio di conquistare quel potere.

E’ un potere oscuro, subdolo, vischioso, che si insinua dentro di noi e occupa i nostri pensieri; un potere che non ha un volto decifrabile e ci lusinga, ci domina, ci rende schiavi. Ci possiede.

Ha potere il messaggio pubblicitario replicato all’infinito: genera desideri;

ha potere l’immagine violenta di distruzione e di morte: è lo spettacolo quotidiano del dolore veicolato dai media per destare paura, scioccare e impressionare;

ha potere la parola, capace di influenzare il modo di pensare, ma anche di costruire o distruggere, consolare o ferire;

ha potere la moda, capace di definire scelte e comportamenti sociali;

ha potere il denaro, che da mezzo di scambio è diventato il fine ultimo del mondo e strumento di controllo;

ha potere la tecnologia che, attraverso i suoi strumenti pervasivi, condiziona il pensiero umano e imprigiona le menti.


mercoledì 21 gennaio 2026

Viaggio in Italia

 


C’è stato un tempo in cui viaggiare era un’arte, anche se riservata a pochi: una pratica nobile, un’occasione di crescita personale, un’esperienza formativa e di scoperta di sé e del mondo. Ed era un’arte anche il saper raccontare il viaggio che - da esperienza personale - diventava una narrazione coinvolgente che andava oltre la descrizione geografica del luogo, suscitando empatia e coinvolgendo emotivamente il lettore. Il viaggiatore (scrittore, artista…) che raccontava il suo viaggio – con tutte le difficoltà pratiche che incontrava rispetto ad oggi - era come il pittore che dipinge un quadro osservando un paesaggio: usava le parole anziché la tavolozza dei colori per rappresentare sulla pagina le sue impressioni, che divenivano una vera e propria avventura intellettuale. Riferiva non solo ciò che aveva visto, ma raccontava anche sé stesso e i sentimenti che aveva provato, estrapolando la vera essenza del luogo. E trasformando la sua avventura in un’opera letteraria.

Quest’arte non esiste più. Si è persa questa idea di letteratura legata al viaggio. Viaggiare non ha più quell’aura mitica, romantica e suggestiva di un tempo. E’ impensabile che un intellettuale, oggi, decida di intraprendere un viaggio per cercare ispirazioni culturali tra le città d’arte. Quelle esperienze e quelle emozioni di un tempo - vissute da pochi eletti e riportate sulla carta come un romanzo – apparivano uniche  ed irripetibili. Esperienze ed emozioni che cessano di essere significative quando vengono vissute e raccontate da tutti alla stessa maniera, attraverso un forsennato turismo di massa come quello dei nostri tempi. Oggi abbondano le foto per descrivere i luoghi e si sprecano i video, ma non bastano per esprimere un’emozione, per raccontare l’anima di un territorio, per destare entusiasmi: servono le parole scritte. Parole evocative e descrittive, direi quasi “cinematografiche”, capaci di trasportare il lettore dentro l’evento. Ecco, noi oggi siamo orfani di quelle parole che un tempo sapevano raccontare un viaggio. Penso alle belle parole scritte da Hermann Hesse nel suo diario “Dall’Italia”; penso a quel grande libro che è il “Viaggio in Italia” di Goethe; penso al vagabondaggio, senza una meta precisa, in quell’Italia non riportata dalle guide turistiche, che intraprese Guido Ceronetti negli anni ’80 ricavandone un libro godibile e graffiante che si intitola “Un viaggio in Italia”; penso agli articoli di Corrado Alvaro raccolti in “Itinerario italiano”; penso ai viaggi in Italia di Ruskin, di Stendhal…e poi i reportage di Goffredo Parise, Alberto Moravia, Giorgio Manganelli.

In questo filone letterario si pone anche il “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, che sto leggendo in questi giorni. Un libro bellissimo. Durò tre anni, quel viaggio nell’Italia degli anni ’50. Ne scaturì un’opera senza precedenti, di circa mille pagine, un reportage straordinario dal quale emergono i vizi e le virtù di un popolo a cui tutti noi apparteniamo. Una riflessione antropologica che forse non ha eguali nella tradizione giornalistica, da cui si evince quel carattere nazionale immutabile che ci contraddistingue e che - come scrisse Oreste Del Buono nella prefazione del 1992 – “resiste alle mode e ai rovesci della storia…Piovene passeggiò per le piazze fisiche e metafisiche, sostò nei caffè, scrutò nelle sacrestie, curiosò nei palazzi del potere, entrò nelle case e scoprì l’Italia come, in una precedente inchiesta, aveva scoperto l’America”.


giovedì 15 gennaio 2026

Chaplin award: La nobiltà della sconfitta

 

Tra gli otto migliori post del 2025 - scelti da Luz curatrice del blog Io, la letteratura e Chaplinc’è anche questo mio scritto, pubblicato nel settembre del 2025 con il titolo “La nobiltà della sconfitta”. Lo ripropongo qui di seguito e ringrazio Luz per averlo menzionato.

La nobiltà della sconfitta


In fondo, ciascuno di noi osserva e interpreta il mondo secondo la propria visione ideale della vita. Viviamo in un mondo globalizzato e chi non è allineato e si oppone alla tirannia degli imperativi tecnologici e mercantili è destinato, prima o poi, ad affondare aggrappato al suo mondo, come un naufrago alla sua zattera. E’ come dire che oggi la globalizzazione miete vittime metaforiche lungo il suo percorso inarrestabile.

Combattere per le cause perse, sostenere moralmente gli sconfitti è un segno di nobiltà d’animo. Gli sconfitti dalla vita, quelli che non si adeguano al potere dominante, alle consuetudini, alle mode, alla uniformità del pensiero e che hanno difficoltà a vivere una vita cosiddetta “normale” godono della mia solidarietà. Ho come l’impressione che i vinti abbiano sguardi più umani e pensieri più leggeri, che siano liberi da convenzioni e opportunità, portatori di dubbi e non di certezze. E accettino, in solitudine, il malinconico verdetto della vita che li consegna all’oblio. I vincenti, al contrario, gli arrampicatori sociali, coloro che rincorrono successo e potere e fama e soldi e cavalcano l’onda del tempo, ossessionati dal culto dell’affermazione e dell’apparenza, mi annoiano terribilmente. Preferisco le storie degli insicuri, di coloro che si perdono per strada o che sono sempre alla ricerca di qualcosa ma non sanno mai quale. Chissà! Forse cercano proprio sé stessi e questo faticoso cammino esistenziale me li rende simpatici. Amabili.

La letteratura è piena di sconfitte e di perdenti. Molti grandi scrittori, soprattutto del passato, hanno sublimato i propri fallimenti in capolavori letterari. Penso a Pessoa che scriveva “porto con me la consapevolezza della sconfitta come un vessillo di vittoria”; penso a Pavese e al suo disagio esistenziale che lo portò al suicidio; penso a Proust e al suo rapporto di amore/odio con il tempo a cui dedicò forse la sua unica forma di vita: la scrittura di quel capolavoro che è la Recherche; penso a Pasolini che intendeva educare le giovani generazioni al valore della sconfitta e all’umanità che ne deriva. E penso a Henry David Thoreau, teorico della disubbidienza civile dell’America dei primi anni dell’Ottocento, quell’America che si stava affacciando al progresso tecnologico ed ai consumi. Thoreau disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, inseguiva un ideale di vita più umano ed equilibrato, a stretto contatto con la natura ed in sintonia con il ciclo delle stagioni. Lui appare come la prima vittima della nascente globalizzazione.

I vincitori fanno la storia – questo lo sappiamo - ma sono i perdenti che ne smascherano le ingiustizie, le menzogne, i soprusi. L’archetipo del perdente è Don Chisciotte della Mancia, l’eroe di Cervantes, che insegue ideali cavallereschi ormai scomparsi e combatte la sua battaglia contro la limitatezza della realtà che non rispecchia i suoi sogni. Lui vive il suo vaneggiamento inattuale con passione e combatte instancabilmente le sue battaglie. E’ la sua sconfitta a renderlo umano; è la sua sconfitta a dare il senso del limite alla sua azione; è la sua sconfitta a farmelo amare. E come non ricordare i perdenti o “inetti” di Italo Svevo - da Alfonso Nitti a Emilio Brentani a Zeno Cosini – icone del fallimento esistenziale e dell’incapacità di adattarsi al contesto sociale; e poi JaKob von Gunten dell’omonimo romanzo di Robert Walser (che voleva essere uno zero assoluto). Un eterno sconfitto appare Stoner, dell’omonimo romanzo di John Williams, eroe buono della normalità che subisce gli eventi della vita senza mai alzare la voce. Grande e nobile sconfitto dalla storia è il Principe Fabrizio Salina, straordinario personaggio de “Il Gattopardo” che non incarna – come comunemente si crede – l’opportunismo da voltagabbana di chi cambia tutto per non cambiare nulla, pur di rimanere a galla, ma il suo esatto contrario: la capacità di saper perdere e affondare, con eleganza, insieme al suo mondo. La nobiltà della sconfitta.


sabato 10 gennaio 2026

libri e dintorni

 


Rientrare a Roma dopo un lungo periodo trascorso al paese, nel Cilento, mi provoca quasi sempre un senso di malessere e di smarrimento dovuto al brusco passaggio dai ritmi lenti e rilassati della campagna a quelli caotici e frenetici della città. La chiamano “sindrome da rientro”.

E’ sera. Mi giungono da un televisore, acceso di là, voci e immagini del solito, sconsolante e avvilente teatrino serale dell’informazione: è la razione quotidiana di rimbambimento televisivo da cui nessuno può sfuggire. Inizio, allora, a girovagare con lo sguardo tra i miei libri, alla ricerca di qualcosa che possa addolcirmi la serata. E così come un devoto credente si rivolge con la preghiera alla misericordia dei santi del paradiso, al fine di ottenere una grazia, io mi affido a quei volumi che fanno capolino dai ripiani della mia libreria, ed alla forza immaginativa in essi racchiusa, affinché mi liberino da quelle irritanti facce televisive da talk show – e sempre le stesse - che discettano ossessivamente di guerre e di armi e di Trump e di politica e di tragedie familiari. Non pensiate che io sia insensibile a questi fatti! No. E' che il modo come gli stessi vengono raccontati è diventato insopportabile.

Mi ritrovo così  a leggiucchiare ora una pagina…ora una frase, a spizzicare belle parole di qua e di là traendone indicazioni e suggerimenti. Insomma inizio una sorta di caccia al tesoro fra i ripiani della mia libreria che contengono, in bella confusione: libri alti e libri bassi, libri nuovi appena comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino dell’usato, testi con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la copertina bianca e con la copertina verde…gialla…rossa, libri belli e libri brutti, in edizione economica e in edizione rilegata,  parcheggiati in doppia fila… accovacciati di piatto davanti agli altri… accatastati gli uni sopra gli altri… da una parte gli autori italiani e dall’altra quelli stranieri, sopra i libri d’arte e sotto quelli di storia, in alto i libri di filosofia e in basso quelli di poesia e poi i saggi, l’attualità…

Eccolo, “il Gattopardo”: l’ho letto più volte, sempre con rinnovato piacere. Sono dell’avviso che se ascoltiamo cento volte una canzone che ci piace, non possiamo non leggere, almeno due/tre volte, lo stesso libro che pure ci piace. Lo prendo, lo sfoglio, mi soffermo su qualche antica sottolineatura (ho questo strano vizio…), a riprova della bellezza del pensiero colta durante la mia prima lettura. Il mio sguardo si sofferma, poi, su quello che viene considerato un libro culto dagli alfieri dell’ecologia: “Walden o vita nei boschi”. Lo scrisse un americano ribelle e anticonformista nei primi anni dell’Ottocento che disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, David Thoreau. E per dimostrare che si poteva vivere un’esistenza in armonia con la natura, si costruì una capanna nel bosco dove visse per oltre due anni, lontano dal consorzio civile. Mi viene in mente “la famiglia nel bosco” che oggi spadroneggia in tutti programmi televisivi. Ma, allora, non c’era ancora la televisione con le sue vite in diretta, non c’erano gli assistenti sociali che vogliono insegnarti a vivere. Lo apro a caso, quel libro, e mi colpisce una frase che non avevo sottolineato, a conferma del fatto che un libro ha mille sfumature e per poterle afferrare tutte bisogna leggerlo almeno una seconda volta e in tempi diversi: “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”.

Ora prendo tra le mani quel grosso volume che si trova nello scomparto dei libri in attesa di essere letti: “Guerra e pace”; do una scorsa alla quarta di copertina e poi salto all’interno…leggo qualche riga…lo chiudo, lo giro e rigiro tra le mani come a volerlo soppesare: non è ancora giunto il suo momento, e mi domando perché. Ma non so trovare una risposta. Anche i libri hanno i loro tempi di lettura e non dobbiamo avere fretta. Mi lascio poi coinvolgere, ancora una volta, dal titolo di quel libro così stimolante che mi spinse, tempo fa, ad acquistarlo: “Quel che resta del giorno”. E’ proprio vero, se non conosciamo l’autore ci lasciamo lusingare da una bella copertina o da quelle poche allettanti parole che costituiscono il titolo. E sapeste, poi, la gioia che provo quando scorgo, sul ripiano in basso, quel piccolo saggio in formato tascabile di poco meno di settanta pagine, che non riuscivo più a trovare: “L’arte di tacere”, scritto da un abate francese nella seconda metà del Settecento, Joseph Antoine Dinouart. Eccolo scovato, finalmente! Con le sue piccole dimensioni sembrava quasi volersi nascondere, invece era stato praticamente schiacciato, a mò di sandwich, da due grossi volumi impilati ai suoi fianchi. Lo libero, lo sfoglio con piacere e vado diritto su quella frase che mi aveva colpito la prima volta che la lessi: “si deve smettere di tacere solo quando si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio”. Chissà cosa avrebbero da dire al riguardo i tanti personaggi logorroici che imperversano nei salotti televisivi!

Tiro poi fuori un libro dalle pagine ingiallite di cui me n’ero proprio dimenticato: “Tra un mese, tra un anno” di Francoise Sagan. Mi riporta indietro nel tempo, agli anni della mia giovinezza: credo di averlo letto ai tempi del liceo. Lo guardo con dolce malinconia; lo annuso: sprigiona quell’inconfondibile profumo tipico dei libri invecchiati, un misto di vaniglia, mandorla e cannella. Un vero piacere olfattivo per chi ama ancora i libri cartacei. Ma anche un piacere tangibile che nasce sia dal toccare e dallo sfogliare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, che dal sottolineare con una matita un pensiero che ci piace. Pare che con l’avvento del digitale i libri cartacei siano destinati a sparire. La cosa non mi preoccupa affatto perché mi bastano questi libri “vecchia maniera” allineati sugli scaffali, comprati in tempi non sospetti, libri che mi permetteranno di trascorrere gli anni a venire in piacevole e dolce compagnia.

Lascio questi pensieri per riprendere la mia esplorazione tattile  e visiva tra i ripiani della libreria. Quanti bei titoli evocativi vedo davanti a me: “La montagna incantata”…”Se una notte d’inverno un viaggiatore”…”L’insostenibile leggerezza dell’essere”…”Il deserto dei tartari”…”Viaggio al termine della notte”…”Il piccolo principe”…”Il nome della rosa”. Libri che rimandano a ricordi e risvegliano sensazioni profonde, che offrono mondi alternativi e aprono scenari straordinari. Ma eccolo, un po’ dietro, quasi nascosto, quel classico della letteratura, “Cent’anni di solitudine” un libro che descrive una delle mie sconfitte letterarie; ho cominciato a leggerlo, devo dire con fatica, poi l’ho abbandonato, quindi l’ho ripreso di nuovo, tempo fa: niente da fare, non sono riuscito a portarlo a termine. Lo guardo sconsolato, un titolo così bello e suggestivo, lo sfoglio di nuovo quasi a voler cercare tra quelle pagine i segni di una improbabile giustificazione. Lo ripongo di nuovo al suo posto. E subito dopo mi intrattengo con un testo diverso a cui sono molto affezionato e che, meglio degli altri, si presta ad essere letto anche aprendolo a caso: “Lettere a Lucilio”. Il grande filosofo romano Seneca così scriveva, nella lettera n. 2, a quel suo amico di Pompei: “…leggi sempre i migliori autori e, se talvolta vuoi passare ad altri, torna poi ai primi. Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per sopportare la povertà e per affrontare la morte e tutte le altre sventure umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”


lunedì 15 dicembre 2025

"Ce ne siamo andati dal mondo"

 


“E’ in atto un gigantesco esodo, il più grande della storia. Non mi riferisco al dramma delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo, non mi riferisco al dramma silenzioso causato dai sessanta milioni di persone che ogni anno si trasferiscono verso le metropoli. L’esodo a cui mi riferisco è insieme serissimo e frivolo, e forse più che un esodo dovremmo chiamarlo trasloco. Si cambia casa, si va a vivere in Rete, dal condominio reale al condominio digitale. Pure io sto traslocando e mentre scrivo faccio un pezzo di trasloco, come se impacchettassi un lampadario da accendere nella nuova casa. Il trasloco avviene nei bar, per strada, nei treni, ovunque si vede un essere umano con un cellulare in mano: li chiamiamo ancora telefonini, ma sono dei tir dentro i quali ci sono tutte le nostre masserizie.

Dove andiamo? L’umanità in trasloco è composta da pensionati e avvocati, da operai e governanti da casalinghe e intellettuali. Si procede alla spicciolata, ognuno avanza per la sua strada, le rotte dell’isolamento corale sono infinite….

Nessuno è in grado di dire dove stiamo andando. Si sa che siamo in movimento, dopo tante tecnologie al servizio della vita ne abbiamo inventata una per andarcene dal mondo pur rimanendo qui. E ora siamo solitari senza solitudini, allegri senza allegria, disperati senza disperazione.

E’ in corso un esodo dal reale all’irreale, dal sacro di essere sulla Terra al profano di essere sulla Rete. La questione digitale diventa una questione teologica: Dio è morto ma ci ha lasciato il mouse, la tastiera, la password. L’enormità di questo trasloco che impegna per molte ore al giorno miliardi di persone ci impedisce di ragionare come facevamo un tempo: la modernità è stata liquidata velocemente da questo trasloco, le vecchie categorie di spazio e tempo si sono sgretolate. Anche la domanda sul che fare appare un ferro vecchio. Siamo davanti a un evento che in qualche modo non avviene. E così finiscono amori che non sono mai nati, formiamo associazioni che non associano niente, raccontiamo battaglie che non stiamo combattendo e mostriamo ferite che non ci fanno buttare sangue ma parole”.

Franco Arminio

“La grazia della fragilità”




mercoledì 10 dicembre 2025

"Il bell'Antonio" : quando l'apparenza inganna

 


" Gli amici brutti rispettavano Antonio, e lo avrebbero anche invidiato, e forse odiato, se, indotti e contagiati dalle donne che frequentavano, anch’essi, senza saperlo, non fossero stati innamorati di lui”

 

Io credo che certi fatti tragicomici possano accadere solo in Sicilia e che nessuno, meglio di uno scrittore siciliano, sappia raccontarli con ironia e leggerezza. E’ il caso della storia narrata da Vitaliano Brancati in uno dei suoi romanzi più noti: “Il bell’Antonio”.

Il protagonista del libro è un giovane rampollo della borghesia siciliana (Antonio Magnano), un giovane talmente bello e impossibile da penetrare nei desideri e nella fantasia erotica di tutte le donne che incontra lungo via Etnea, l’arteria principale di Catania. Costui ha fama di grande seduttore, al quale vengono attribuite conquiste femminili a ripetizione; è invidiato dagli uomini, che lo vedono inimitabile e irraggiungibile, e corteggiato dalle donne che se lo mangiano vivo con gli occhi. Naturalmente non può che essere il vanto di un padre  maschilista (don Alfio) che considera il “gallismo” un valore assoluto, la sua filosofia di vita, il suo “modo di essere siciliano”. Ad impalmare il “bell’Antonio” è una ricca e bellissimna ereditiera (Barbara), naturalmente scelta dal padre, figlia di un rispettabilissimo notaio “ritenuto l’uomo più serio ed equilibrato della città”. Tutto sembra filare liscio, come in una favola, ma il dramma è dietro l’angolo.

E allora provate ad immaginare cosa può succedere in un simile contesto socio-familiare - dominato dal mito del maschio siciliano – quando la famiglia e tutta la gente del contado viene a sapere che il “bell’Antonio”, il tombeur des femmes, è un impotente e che sua moglie, dopo tre anni di matrimonio è tale e quale come è uscita dalla sua casa paterna.

Comicità e tragedia, ironia e scherno, commedia e farsa si mescolano in questo romanzo incentrato sul malessere esistenziale di un uomo condizionato da convenzioni sociali e pregiudizi, metafora di una società che probabilmente non esiste più ma che Brancati, grazie alla sua straordinaria capacità affabulatoria, riesce a far vivere per sempre.


giovedì 27 novembre 2025

Campane a festa

 


Le campane hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare, carico di significati. Ho sempre amato quei rintocchi che parlano una lingua universale e hanno la capacità di chiamare a raccolta la gente nella gioia e nel dolore.

I primi ricordi significativi che ho sono legati al periodo della mia infanzia, quando le campane erano ancora una presenza familiare nel cuore della società rurale e contadina del paese in cui vivevo. I rintocchi provenivano dalla chiesa di San Nicola di Bari, non lontana dalla nostra casa, sul cui campanile in pietra svettavano – e tutt’ora svettano - due enormi campane. Devo dire che, allora, ne ero completamente affascinato. Ricordo ancora che quando la maestra delle scuole elementari ci invitava a fare un disegno, sul mio quaderno le campane non mancavano mai. Mi trasmettevano gioia. Ed ero felice di disegnarle. Le campane non diffondevano solo un suono, ma erano una voce amica riconosciuta da tutti, che avvisava i contadini nei campi che era l’ora di fermarsi un momento per consumare il pasto all’ombra di una quercia, o che era giunta l’ora di tornare nelle proprie abitazioni per il meritato riposo serale.

Le campane, simbolo della cristianità, celebravano anche le tappe civili più importanti della vita comunitaria, eventi lieti e luttuosi dalla nascita alla morte e  sancivano lo scorrere del tempo. Suonavano “a morto”, per annunciare la scomparsa di una persona del paese, e dal numero dei rintocchi si poteva intuire se si trattava di un uomo o di una donna. Era un suono lento e malinconico che faceva pensare alla precarietà dell’esistenza. Suonavano “a martello” nei casi di pericolo, una sequenza di rintocchi rapidi e insistenti che comunicavano emergenza.  E suonavano “a festa” nelle ricorrenze religiose: un suono a distesa, dal ritmo gioioso e vivace, pieno e vibrante che invitava ai festeggiamenti. Ricordo che mio nonno, ogni volta che sentiva le campane, si toglieva il cappello con deferenza e si faceva il segno della croce. Un gesto di devozione, di ringraziamento. Era una sorta di balsamo per la sua anima. Un modo per fermarsi un istante a riflettere con serenità.

Oggi nessuno fa più caso al suono di una campana, sempreché si possa ancora sentire nel frastuono delle città in cui viviamo. Alle nuove generazioni è del tutto estraneo quel fascino mistico che poteva suscitava un tempo. Il rumore, l’insensibilità, l’indifferenza, le mille distrazioni che abbiamo intorno, le variate condizioni di vita non più legate ai cicli naturali, hanno ridotto quei rintocchi a suoni privi di significato, facendo perdere alle campane quella funzione religiosa, sociale e culturale che aveva nel passato.

Ma la cosa che più mi rattrista è che in molti paesi le campane - con le loro storie secolari - stanno scomparendo, o meglio non vengono più suonate perché mancano i campanari, sostituite da registrazioni e sistemi automatizzati che simulano i rintocchi tradizionali. “Ma che fine ha fatto oggi questo oggetto così amato e popolare? – si chiede Enzo Bianchi – Povere campane: da linguaggio comune, da strumento di comunicazione eccezionale, da “difensori civici”, quando non sono scomparse del tutto o ridotte al silenzio, vengono trascinate sul banco degli imputati per inquinamento acustico”.


mercoledì 19 novembre 2025

Architettura e felicità

 


Tutti i libri di Alain de Botton - un brillante scrittore britannico di origine svizzera – ci guidano, attraverso una scrittura colta e piacevole, verso la comprensione delle cose del vivere quotidiano, su cui non sempre ci soffermiamo con la dovuta attenzione. E, attingendo ora dal pensiero filosofico, ora dalla letteratura, ora dall’arte, quei libri ci invitano a fare delle riflessioni profonde sui tanti modi che possono rendere meno triste la nostra esistenza.

In “Architettura e felicità” (Guanda Editore) lo scrittore esplora quella sorta di connubio che esiste tra bellezza e felicità che, in qualche maniera, ha la capacità di contribuire a migliorare il benessere psico-fisico. De Botton scrive che il nostro umore è spesso influenzato dalla qualità del contesto urbano in cui viviamo, dall’edificio in cui abitiamo o dalla casa che ci accoglie dopo una giornata di lavoro e che parla di noi attraverso i mobili e gli oggetti scelti con cura, che abbelliscono gli ambienti ed esprimono la nostra identità.

L’altro giorno mi trovavo in una deliziosa piazzetta del centro storico di Roma, Piazza Sant’Ignazio, progettata nel Settecento dall’architetto Filippo Raguzzini su cui si affacciano, da un lato, cinque eleganti palazzetti dalle linee concave - che evocano una sorta di scenario teatrale - e, dall’altro, l’imponente facciata barocca dell’omonima chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a fare da palcoscenico, famosa per gli affreschi illusionistici di Andrea Pozzo. Una composizione architettonica, questa, che sembra unire sacro e profano e avvolgere la piazza in un abbraccio armonioso. Un luogo davvero suggestivo che ispira bellezza e predispone alla tranquillità dell'animo. Un luogo che mi faceva pensare che la felicità è legata soprattutto alla bellezza visiva e che sussiste un’intima affinità tra il gusto e i sentimenti profondi che guidano le nostre scelte e i nostri comportamenti. Da qui nasce poi quel senso di soddisfazione che ci rende felici. Fu Stendhal a dire che la bellezza è una promessa di felicità e che esistono tanti stili di bellezza quante visioni della felicità.

Ora io mi chiedo: se abitassi in uno di quei palazzetti rococò anziché in un anonimo edificio di un quartiere periferico di Roma, sarei forse più felice? E in linea generale, è possibile immaginare che tutti noi potremmo essere idealmente - nel bene e nel male – persone diverse in luoghi diversi? Io credo che sia difficile individuare una misura assoluta del bello che possa influire, in positivo, sulla qualità della vita delle persone. Certo, abitare in una bella casa, nel centro storico di una delle città più belle del mondo, non può che destare piacere e felicità; ma non so fino a che punto quella bella casa abbia l’effettiva capacità di  migliorare l’umore o il carattere di chi la abita. Le belle case – scrive de Botton – non hanno i vantaggi indiscutibili di un vaccino o di una ciotola di riso e per questo motivo “la bella architettura non acquisterà mai rilevanza politica e non diventerà mai una priorità, perché anche se potessimo rimodellare tutte le opere dell’edilizia umana, con sforzi e sacrifici costanti, fino a emulare piazza San Marco, anche se potessimo trascorrere il resto della nostra vita nella Villa Rotonda del Palladio, continueremmo comunque a essere spesso di cattivo umore”. Certo, può succedere che a volte una piazza con i suoi edifici seducenti catturi la nostra attenzione e faccia galoppare la nostra fantasia…”ah, se abitassi qui”, tuttavia, è innegabile che ci sono momenti in cui nemmeno il luogo più ameno sarà in grado di scacciare la nostra tristezza o la nostra misantropia. Tuttavia i nostri momenti di abbattimento, dice de Botton “offrono all’architettura e all’arte le occasioni migliori, perché è proprio in questi casi che la nostra fame delle loro qualità ideali raggiunge l’apice”.

La bella architettura – come il bello in generale – possiede un suo contenuto morale, incarna delle qualità interiori, ci dà dei consigli velati, ci invita a imitare il suo spirito. E’ ciò che dobbiamo saper cogliere osservando la bellezza, se intendiamo davvero essere migliori. E felici.



lunedì 17 novembre 2025

Il sapore della castagna

 

Mi sono imbattuto in questo articolo di Marcello Veneziani – carico di piacevoli ricordi - pubblicato sul suo blog. Devo dire che mi ci ritrovo e, pertanto, lo ripropongo qui di seguito. E'  "la dolcezza del tempo perduto".

Il sapore della castagna

di Marcello Veneziani

17 Novembre 2025

Il passato, alle volte, si nasconde dentro il guscio di una castagna. Tornando al paese d’origine, ho visto fiammeggiare al porto un’improvvisata fornace che arrostiva castagne. Mi sono avvicinato con l’avidità di un bambino e ho chiesto un “coppo” (un cartoccio) di caldarroste: me le ha incartate in un giornale, costavano solo un euro, contro i cinque, dieci delle grandi città, dove te le confezionano però in due appositi vani, quello dei frutti e quello per le bucce. Ma in paese è tutto più primitivo e naïve. Erano piccole quelle castagne, non come i marroni delle grandi città, non facevano bella figura; ma avevano il sapore e il profumo verace di un tempo, qualcosa che non ricordavo più da decenni.

Il sapore di una castagna è la versione campestre della madeleine di Marcel Proust: riattiva i ricordi e riannoda i lacci della memoria. Da una piccola porta si accede a un immenso passato.

Un mondo, a lungo dimenticato, si è riaperto d’improvviso mentre sbucciavo le castagne bollenti, inalavo odori di un tempo e addentavo le annerite e indorate delizie. Un’isola d’infanzia in mezzo al mare della senilità.

Ho rivisto allora, morso dopo morso, i banchi di legno grezzo dei primi giorni di scuola, in prima elementare, con i calamai e le sedioline incorporate, piccole e dure. E i nostri grembiuli, col fiocco azzurro e il colletto bianco, ho sentito l’odore del gesso che stride sulla lavagna e ho rivisto il cassino, di cui avevo scordato l’aspetto e pure il nome. La prima poesia che imparammo a memoria nei primi giorni di scuola era dedicata proprio alla castagna, regina dell’autunno. “Cotta, bruciata e ballotta, attenti che scotta”, l’insidia del riccio che la ricopre, il gusto del frutto, la gravidanza del castagnaccio. Fu lei, la castagna, a iniziarci alla poesia, fu il primitivo rudimento di letteratura. Era autunno, e il libro di lettura seguiva in quel tempo il corso naturale delle stagioni.

Poi dopo la scuola tornavo a casa, era pomeriggio e scendeva il buio vespertino, calavano le prime umidità autunnali, e i primi freddi. Era un po’ triste la strada di casa a quell’ora d’autunno, soprattutto quando era bagnata di pioggerelle recenti. Ma quando rientravo a casa c’era aria di festa e calore di vita: i miei avevano tirato fuori quel tegame nero coi buchi, che aveva ai miei occhi un aspetto giocoso, con cui si arrostivano le castagne. La fiamma le abbronzava e si sentiva nell’aria un odore misto a bruciato. Per essere ammesse in padella le castagne erano segnate da una croce che ne spaccava la buccia; mi raccomando il taglio, dicevano, altrimenti scoppiano. Quella breccia nel guscio sarebbe poi diventato l’appiglio per sbucciarle, appena tolte dal fuoco con le dita scottate; l’impazienza di sbucciarle e mangiarle superava il timore di ustionarsi. Alle castagne arrostite, non so perché, ci pensava mio padre, di solito inoperoso in cucina; quando invece le castagne erano bollite in pentola, sia nella versione sbucciata e guarnita col lauro (l’alloro), sia nella versione integrale, non spogliata, era compito di mia madre. Le castagne ne uscivano di tutti i colori: giallo-nere se arrostite, grigio-rosse se bollite senza buccia, bianco-avorio se preservate ancora nella loro buccia marrone. Erano i grandi, prometeici, a tirare le castagne dal fuoco.

Il tempo delle castagne è per me associato a una piccola preistoria domestica, ancora priva di televisore e di altre comodità moderne: da qui l’associazione di idee tra le castagne e il tempo perduto. In alcune case le castagne arrostivano sui bracieri ed erano perciò associate ai primi freddi nell’era antica, che precede i termosifoni e perfino le stufe.

In quel tempo, così come oggi, amavo l’estate con tutta l’anima e il corpo, mi riempiva gli occhi di vita e m’intristiva l’autunno, le giornate più corte e non più vissute all’aperto, i pomeriggi a casa, tra i compiti, i giochi e la tristezza del clima, il mese dei morti e dei vestiti pesanti. L’unica vera, scoppiettante gioia domestica di quella ritirata autunnale erano le castagne sul fuoco; erano la consolazione della stagione. Si creava un’atmosfera speciale in quei momenti e in quella catena di smontaggio famigliare nel passaggio delle castagne dalla padella alle mani bambine e dalle mani alla bocca golosa. Vita semplice, di poche pretese, addolcita da piccole delizie della natura.

Associo quei momenti pomeridiani delle castagne al cerchio di luce disegnato da un abat-jour, circondato dall’ombra della stanza e dall’imbrunire che s’intravedeva dal balcone e dalle finestre. La castagna era un fuori programma, non la mangiavi a pranzo, a cena, a colazione, ma fuori dai pasti; era una piccola festa, una dolce pausa offerta dalla natura, un frutto temprato dal fuoco.

La castagna mi pareva la metafora cristiana della vita: appena raccolta è respingente e può pungerti, ma se riesci a togliere il riccio accedi al frutto, passando però da altre due bucce: quella più dura, color mogano lucido, come un vestito e poi la vestaglia più esile, come una maglieria intima che copre il corpo nudo della castagna. Solo dopo aver sbucciato i tre strati accedi al frutto; sarà il fuoco a renderlo maturo per i nostri appetiti. Nulla ti è dato in natura senza la fatica di raccogliere, di sgusciare senza ferirti e poi sbucciare. Non so se già esiste la castagna ogm, o se l’Intelligenza Artificiale produrrà la Castagna Artificiale. Ma nella castagna vedo occhieggiare la natura e la favola, il mondo arcaico e l’infanzia perduta e ritrovata per poco.

(Panorama n.47)


venerdì 7 novembre 2025

La dolcezza del tempo perduto

 



Quando penso al passato – al mio passato vissuto in un piccolo paese del sud – il sentimento che prevale in me è una profonda dolcezza per quel mondo scomparso e per quelle persone care che non ci sono più. Naturalmente, con questo, non voglio rimpiangere quel tempo che a volte era anche molto duro e oggi sarebbe insostenibile.

Era un universo, quello in cui ho vissuto la mia infanzia e poi la mia adolescenza, che aveva una sua dimensione comunitaria, umana, che privilegiava i legami forti e esercitava la solidarietà, un universo fatto di cose semplici ed essenziali, di contadini e … di nonni. Ma era anche un universo fatto di fatiche e di sacrifici, di arretratezze economiche e sociali e di brutture dalle quali si avvertiva forte il desiderio di evadere. Un microcosmo che, in qualche maniera, ti proteggeva in un caldo abbraccio e non ti faceva sentire mai solo, rispetto al mondo globalizzato di oggi che ha sostituito le interazioni reali con quelle mediate dagli strumenti tecnologici.

Non era un mondo racchiuso in uno smartphone, quel mondo. Esisteva una comunità con i suoi riti; esisteva il paese con i suoi silenzi e i suoi rumori, come quel ritmo scandito dal martello di un fabbro sull’incudine: “il suono più esaltante che si possa sentire” ebbe a dire una grande scrittrice del passato. C’erano i vecchi e i bambini: tanti vecchi e tanti bambini; c’erano i cugini, i nonni che vivevano – senza badante - nella stessa casa e poi i vicini che entravano e uscivano dalle porte di casa sempre aperte; c’era quell’aria salubre che io riconoscevo dall’odore di erba fresca appena tagliata. E devo dire che c’era sempre un velo di malinconia nei brevi momenti di felicità. Una felicità allo stato puro. Ma non era il paradiso sulla terra, quel passato. No! Era un mondo povero, difficile di cui non ho nostalgia. Eppure, quando penso al tempo che scorre, io penso a quel tempo che sembrava eterno e immutabile.

Perché ne scrivo? Perché mi piace ritornare con la mente a quegli anni lontani? Semplicemente perché il ricordo mi fa stare bene. Mi infonde serenità. Mi restituisce le radici, l’infanzia, la spensieratezza di un’età. Mi riporta nel luogo dove tutto è cominciato. Mi fa ritrovare il volto delle persone care che non ci sono più. Mi aiuta a non perdere la sensibilità e a recuperare il senso antico di una stagione della vita che non può più ritornare. Conservare la memoria è come costruire un ponte ideale tra passato e presente, necessario per poter affrontare il futuro.


giovedì 16 ottobre 2025

La civiltà del troppo

 


Siamo frastornati dal “troppo” che oramai invade le nostre esistenze.

Mi trovo all'interno di un vagone della metropolitana di Roma. Seduta accanto a me una signora mi “costringe” ad ascoltare la sua affranta telefonata. Racconta ad una sua amica che dopo una giornata di duro lavoro in ufficio (sob!), deve ora sobbarcarsi: un corso di pittura; poi deve portare fuori il cane per i suoi bisogni; poi ha la palestra e la spesa al supermercato; in serata deve partecipare a una cena con i colleghi per festeggiare un compleanno; e - dulcis in fundo – l’immancabile visita ai social, prima di andare a letto. Che vitaccia!

Sembrerebbe – a sentire quella signora - che le nostre giornate siano ormai zeppe di impegni e di appuntamenti. Tra corsi di inglese e gare di ballo, tra esercizi in palestra e acquisti compulsivi, tra incontri virtuali in rete e serate in pizzeria con gli amici, tra fiumi di  messaggi improbabili e telefonate superflue, pianifichiamo il nostro tempo in maniera irrefrenabile, senza alcuna pausa. E come se tutto ciò non bastasse, ci  si mettono pure i mezzi di informazione bombardandoci con immagini e messaggi pubblicitari e video i più disparati e assurdi e notizie di ogni genere che dovrebbero suscitare, in chiunque, una reazione di rifiuto e di nausea: ma ciò non succede, assuefatti come siamo ad ogni forma di orrore. Non contenti, poi, ci spostiamo velocemente da un posto all’altro del pianeta, prendiamo  la macchina anche per percorrere pochi metri e nulla sembra più turbarci: violenza, maleducazione, volgarità, rumori, sporcizia nei posti in cui viviamo. Siamo sempre alla ricerca spasmodica di “qualcosa” che possa riempire quel probabile “vuoto” giornaliero e che faccia tacere quel silenzio di cui abbiamo una paura fottuta. E allora, musica di sottofondo che non è una sinfonia ma solo rumore; e poi televisione sempre accesa in casa e monitor nei locali pubblici e nelle stazioni dei treni e delle metropolitane che sparano pubblicità. Ma la cosa che più ci appassiona e con cui trascorriamo la maggior parte del nostro tempo è il cellulare. Smanettiamo istericamente su quella magica scatoletta mentre guidiamo, mentre mangiamo, mentre stiamo con i nostri figli, mentre camminiamo…insomma, sempre, tranne in quelle poche ore di sonno. Non siamo più capaci di stare fermi e pensare, di oziare senza fare niente, di guardare trasognati il mondo che ci circonda; non esistiamo senza uno smartphone tra le mani. E non conosciamo più l’attesa, perché dobbiamo agire e rispondere con urgenza in qualsiasi momento ed in qualsiasi situazione. Tutto è diventato terribilmente improrogabile. Facciamo troppe cose, anche in una giornata ordinaria. E quando troppe cose premono contemporaneamente alle porte e reclamano di essere soddisfatte e capite, finiamo per esserne sopraffatti. Ma non ce ne rendiamo conto!

Franco Arminio, poeta e scrittore molto sensibile a queste tematiche del vivere quotidiano, scrive: “In un giorno incontriamo tante persone, gli incontri in rete comunque sono incontri e le parole sono parole e le emozioni sono emozioni: è tutto vero e tutto falso ed è tutto un ronzio che ci sfinisce. Per guardare il mondo ci vuole un poco di silenzio, bisogna restaurare le vigilie. Adesso le cose accadono una dietro l’altro, le attacchiamo senza tregua, senza spazi vuoti: magari ascoltiamo un messaggio mentre ci laviamo la faccia, parliamo al telefono mentre guidiamo, decidiamo un amore villeggiando al sole di facebook. I luoghi possono ancora essere visti, ma non basta andare in un luogo, bisogna aver cura di vedere poco, di fare poche cose in un giorno, di lasciare un poco di vuoto in mezzo alle giornate. L’assillo di esserci rischia di farci diventare sempre più irreperibili a noi stessi e agli altri. E il mondo diventa vago e imprendibile come una nuvola”.


venerdì 3 ottobre 2025

Quel "tuffo" che ci spaventa

 


Viviamo in una società che si rifiuta di affrontare il tema della morte, una società che ha impostato la propria organizzazione immaginando che non esista o che non abbia alcun legame con la vita. Ma, come diceva Michel de Montaigne, “nascendo moriamo e la fine comincia dall’inizio”.

Forse mai come adesso il pensiero della morte ci spaventa; abbiamo il terrore di quel “tuffo” - raffigurato su quella celebre lastra funeraria del V secolo a.c. conservata nel Museo di Paestum - che per gli antichi Greci simboleggiava il salto metaforico dal mondo dei vivi a quello dei morti. Abbiamo paura di interrogarci sulla morte e facciamo di tutto per allontanarla dai nostri pensieri. Ma se da un lato c’è questo maldestro tentativo di rimuoverla dalle nostre esistenze, dall’altro la morte irrompe quotidianamente sugli  schermi televisivi, entra nelle case come un vero e proprio spettacolo e viene mostrata nelle sue varie ed innumerevoli  rappresentazioni. E’ la spettacolarizzazione della morte degli altri che ci attrae in maniera morbosa. Una morte causata – il più delle volte - da tragedie familiari o naturali e poi da guerre o carestie, il cui drammatico evento pur generando dispiacere, ci sfiora ma non ci tocca, lo viviamo con dolore, a volte con indifferenza, ma ne usciamo affrancati perché la morte appartiene sempre agli altri. E basta questo a tranquillizzarci.

E succede che per scacciare queste nostre antiche paure, per rendere più sopportabile la vita, cerchiamo sempre di esorcizzarla, la morte: a volte con l’indifferenza, a volte con la fede, a volte con la superstizione. E da un po’ di tempo a questa parte anche con lo spettacolo televisivo della morte che comprende l’appaluso al morto. Tentiamo, inoltre, di tenere a bada anche la vecchiaia attraverso rimedi fittizi sempre più sofisticati: interventi di chirurgia estetica, attività sportive, diete salutari e dimagranti, atteggiamenti  giovanili. Ci illudiamo, così, di poter sconfiggere la morte. Una immorale fantasia di onnipotenza su cui dovremmo stendere un velo pietoso, perché la morte altro non è che l’inevitabile conclusione della vita.


lunedì 22 settembre 2025

Com'è bello perdere tempo!

 


Nel film “Maccheroni” diretto da Ettore Scola e girato a Napoli negli anni ‘80, il protagonista, Marcello Mastroianni, passeggia per le vie della città partenopea in piacevole compagnia con Jack Lemmon. A un certo punto Mastroianni, con accento napoletano dice al suo amico: “comm’è bello perdere ‘o tiempo!”. Ora mi viene da pensare che in un mondo dominato dall’efficienza, dalla velocità e dalla fretta, da assillanti messaggi mediatici che ci invitano a produrre e a consumare e a fare e a non fermarsi mai e a non sprecare il tempo perché “il tempo è denaro”, non esiste frase più rivoluzionaria, liberatoria e sovversiva di questa: com’è bello perdere tempo.

Io sono un estimatore del “perdere tempo”, che è una cosa ben diversa da “sprecare il tempo”. Mi piace tenermi occupato senza fare nulla. Basta una finestra, magari affacciata su un bel panorama, ma anche il finestrino di un treno in corsa o una panchina in una piazzetta di un antico borgo dove il silenzio è rotto solo dall’acqua che zampilla da una fontanella: e il piacere è assicurato. Passeggiare, meditare, pensare, contemplare la natura, coltivare l’arte della conversazione e del dolce far niente, stare seduti accanto al focolare d’inverno, ascoltare Mozart con gli occhi chiusi, sono tra le attività più piacevoli e nobili che un essere umano possa desiderare. Hanno un potere curativo. E creativo. Ritagliarsi un angolo di tempo tutto per sé, un momento di riflessione e di tranquillità lontano dalle folle e dagli impegni: è, questo, il tempo dell’ozio che non è il tempo nevrotico del mondo che ruota intorno ma quello del proprio mondo interiore. Nel passeggiare, nel bighellonare si può trovare l’anima dell’ozioso. Chi passeggia – da solo o in compagnia ( ma senza cellulare) - lo fa per piacere, contempla senza disturbare ed essere disturbato, non ha fretta, non ha impegni, è felice di stare in compagnia dei propri pensieri. Indugiando, osservando, pensando. E’ libero. Il mondo, per lui, smette di esistere. Un grande passeggiatore solitario era Beethoven il quale elaborava mentalmente le sue meravigliose sinfonie durante i suoi vagabondaggi.

Oziare significa essere affrancati da convenzioni, opportunità, desideri, competizioni, regole; significa allontanarsi dagli affanni quotidiani e ritrovare quel senso fanciullesco di meraviglia e di piacere di fronte alle piccole gioie della vita; significa sottrarsi a quella ricorrente sensazione di sentirsi vittima della società dei consumi; significa non dare ascolto ai cultori della velocità e agli “ottimizzatori del tempo” ossessionati dal loro iperattivismo produttivo senza limiti. L’ozio e la lentezza sono condizioni esistenziali necessarie e irrinunciabili, che andrebbero elevate ad arte, in opposizione alla fretta, all’efficientismo a tutti i costi ed alla crescita produttiva illimitata, proprio per ristabilire quei ritmi naturali perduti e ritrovare le giuste pause quotidiane.

Bertrand Russel, in un suo famoso saggio che si intitola “Elogio dell’ozio”, sosteneva che l’umanità non si sarebbe mai sollevata dalla barbarie senza una classe sociale oziosa. Queste persone oziose, a fronte di una vasta classe di lavoratori, godevano di immensi vantaggi economici e sociali, ma di scarse simpatie perché non lavoravano come gli altri. Tuttavia – sosteneva Russell – contribuirono in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civiltà. Furono loro, gli oziosi, che coltivarono le arti, scrissero libri, raffinarono i rapporti sociali. E’ come dire che dall’ozio scaturisce tutta la bellezza dell’esistenza.