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martedì 28 giugno 2022

Addio a Raffaele La Capria

 


“Mi sono svegliato con un allegro pensiero: “Ma io sono preparato davvero a morire?”. E ho concluso che no. So che devo morire – statisticamente – in questa decade, che va pressappoco dai miei ottanta ai miei novanta. Ora ne ho ottantuno. Dunque tra breve. Ma “non ci sto”, non posso crederci realmente e mi comporto e vivo come se non ci credessi. Ne parlo spesso in questo diario, per esorcismo e con poca vera convinzione. Non riesco proprio a immaginare che non ci sarò più. E’ inevitabile lo so, so che capita a tutti, faccio anche la concessione di accettarlo con una certa umiltà come una forma infine di vera uguaglianza che vale per l’uomo e l’animale, per me e per il mio cane, per il ricco e per il povero di spirito, ma fingermene almeno con la fantasia la vera portata, questo stamattina non mi riesce. E se ci provassi entrerei in una specie di racconto di Poe, che da una parte è terrificante e dall’altra non ha senso, perché non ha senso credere di poter sperimentare ciò di cui non è dato a nessuno fare esperienza da vivo.

Una parabola, raccontata dal solito saggio cinese, descrive bene quel che sento a volte quando penso al destino ineluttabile che m’aspetta. Un uomo entra in una sala con tante porte, quante sono le occasioni della vita all’inizio. Deve sceglierne una per uscire, lui esita parecchio, ci sono mille opportunità, poi apre una porta che lo conduce in una sala più piccola che di porte ne ha soltanto la metà, e poi di metà in metà arriva a una sala con sei porte. Ne sceglie una per andarsene ma questa dà in un’altra stanza che ha tre porte. Di nuovo ne sceglie una e finisce in una stanza con una porta sola. E quando apre quella entra in una stanza senza porte. Veramente la parabola del saggio cinese non finisce così, io l’ho modificata. Quella del saggio cinese non finisce in una stanza senza porte (come la mia) ma in un lungo corridoio in fondo al quale c’è un carnefice con una spada sguainata, la Morte. Io sono, nella mia immaginazione, forse più cinese del cinese, perché la mia angoscia al pensiero della morte è claustrofobica, sono morto ma allo stesso tempo sono un vivo che pensa se stesso come un morto. Insomma sono incapace di pensarmi in altro modo se non vivo. Ma poiché devo morire, entro in una stanza senza uscita e lì rimango per l’eternità come un sepolto vivo di Poe. Meglio non pensarci, meglio non pensare la morte se la pensi nell’unico modo in cui puoi pensarla: da vivo. E poi è possibile tenersi così in basso come fai tu? Neanche un po' di metafisica? Si, mi tengo in basso e penso ai due momenti in cui sento che il morto viene separato dai vivi: quando saldano la cassa di zinco e avvitano le viti del coperchio della bara, e quando in chiesa la bara viene portata via e tutti con un sospiro di sollievo “non ci pensano più” e se ne vanno finalmente per i fatti loro nella luce del sole, parlando delle solite cose. E’ allora che penso alla solitudine del morto e ne ho pietà. Allora sento che è abbandonato al suo destino, destino di distacco, di non ritorno, di addio definitivo. E penso al povero corpo lasciato solo al cimitero mentre cala tra le tombe l’ombra e l’umidiccio della sera. E comincia il processo graduale verso l’oblio totale”.

tratto da “L’estro quotidiano”

di Raffaele La Capria

 


giovedì 23 giugno 2022

Quella faccia un pò così...

 


Il sociologo Domenico De Masi, qualche anno fa, scriveva che i 5 Stelle non erano ancora pronti a governare perché, per essere classe dirigente di un paese, prima di tutto occorreva avere la faccia giusta: “quella rapace di La Russa, quella greve di Salvini, quella stitica di Monti, quella paracula di Mastella”. Ma non bastava la faccia, ci voleva anche “la parola alata di Vendola, quella sibillina di Moro, quella cafona di De Luca”. E poi – diceva sempre De Masi - occorrevano le idee, come quelle “sgangherate di Alfano, quelle perfide di Ichino, quelle variopinte di Gasparri”. Insomma, per diventare veri statisti di partito occorreva “l’ingenuo candore di Andreotti e l’adolescenziale stupore di Scajola, la santità di Previti e la trasparenza di Gianni Letta, il giovanile coraggio di Napolitano, la pluridecennale esperienza governativa della Boschi e la specchiata onestà di Ciancimino”. Ecco, finalmente dopo alcuni anni di praticantato e di esperienza, alcuni Pentastellati capeggiati da Giggino – rinnegando il passato - si sono staccati dalla casa madre perché ritenevano, finalmente, di avere acquisito le giuste e necessarie qualità per essere considerati vera classe dirigente di questo nostro martoriato paese. E pensare – caro Domenico De Masi - che il fesso e ingenuo che scrive, illudendosi, li aveva pure votati,  proprio perché allora non avevano quella faccia “un po' così…” che hanno i politici nostrani.


lunedì 6 giugno 2022

"Ognuno si sputa parole addosso"

 


“Si parla per risonanza e le parole non nascono più dal pensiero. La testa si è svuotata e ognuna ha generato un mobile, un telefonino che suona, per chiamare un altro telefonino che suona anch’esso. Sentendone suonare uno, ogni uomo accende il proprio e al rumore che esce dalle fauci si unisce il suono di sette miliardi e duecento milioni di telefonini, che produce in ogni minuto sette miliardi e duecento milioni di sms vocianti. Così tutti devono rispondere e, per rispondere, devono alzare il tono del telefonino. E le urla del telefonino si uniscono alle urla dell’uomo di superficie e persino in Cielo giungono urla disumane e gli angeli si spaventano. Jahvè urla come si fosse giunti al Giudizio universale, ma non si riesce più a distinguere un telefonino da un uomo e nasce un caos perché all’Inferno al posto di un peccatore viene talvolta inviato un mobile. (…) Ciò che serve è la parola. I concetti sono ormai putrefatti, l’iperuranio è un cimitero. Domina la parola. Esce dalla bocca ed è sputata contro un’effige umana che subito sputa una frase che, a propria volta, genera un periodo.

Ognuno si sputa parole addosso (…) Siamo fatti tutti di rumori e abbiamo bisogno di rumori per dare energia al rumore. Esistono studenti che leggono il trattato di filosofia teoretica mentre dalle cuffie giunge loro un brano di musica techno e allo stesso tempo parlano al telefonino con un interlocutore virtuale, che non c’è. Tutto deve avvenire in tempo reale e occorre muoversi senza un perché e senza un piano, semplicemente per lo stimolo a cui occorre dare subito una risposta. Ogni uomo ha raddoppiato e sovente triplicato la propria quota di rumore, poiché si trova all’interno di uno o due telefonini e, in quest’ultimo caso, anche i telefonini si parlano. Il risultato è sempre e soltanto il rumore.

Quando si incontra un uomo che non emette rumori, o è morto oppure è folle. In quest’ultimo caso, il tono della voce è flebile, l’espressione sotto tono e, così, non riesce mai a farsi sentire. Sindrome gravissima poiché non permette l’azione in tempo reale e mantiene l’uomo nella fase che precede il fare e così non agisce. E’ la malattia di chi immagina prima ciò che dovrebbe fare dopo e, così, non entra mai dentro il rumore e finisce solo per subirlo, senza creare la giusta parte che gli spetta come uomo di superficie. (…) Sono spaventato dalla regressione dell’uomo che vorrei fosse solo un mio delirio, ma che osservo invece dirigersi lentamente verso il primitivo e il selvaggio. E’ questa la superficie dell’uomo ridotto a un meccanismo di apparenza e a un sopravvivere come una farfalla che non sa immaginare per quale significato continui a volare. Ho assistito a un progressivo vantaggio evolutivo della stupidità e ho constatato che l’intelligenza e la creatività sono state poste ai margini come qualità inferiori di un vivente inferiore. La stupidità è uno stadio intermedio verso il non senso, verso il fare senza capire, al fare come automatismo per essere. Questo stato doveva definire un robot. E’ diventato l’uomo, l’uomo metropolitano. Sono testimone di come sia rapida la morte di una civiltà che ha richiesto secoli e fatica per essere costruita, pur senza raggiungere la perfezione. Una torre cresciuta a poco a poco e d’un tratto ridotta a macerie…”

Tratto da “BEATA SOLITUDINE – Il potere del silenzio” (Piemme)

Vittorino Andreoli


lunedì 30 maggio 2022

C'è chi non muore mai

 


Qualcuno ha detto che si comincia a morire nascendo. Eppure, ci sono alcuni predestinati che – vincendo la sfida con la morte – si sottraggono al destino dell’oblio vivendo per sempre nelle loro opere. 

Quando ci troviamo di fronte a un dipinto di Raffaello o Leonardo, o quando ascoltiamo una sinfonia di Mozart o leggiamo una poesia di Leopardi, davanti a noi abbiamo quattro artisti, quattro geni universali che non sono morti perché hanno trasferito la loro anima sulla tela… in un componimento musicale… nei versi di una poesia. E ci parlano! E fissando lo sguardo su quei dipinti, o lasciandoci cullare dalle note di quel brano musicale o emozionandoci leggendo quei versi, avvertiamo inesorabilmente la nostra fragilità, la nostra pochezza di esseri umani. E comprendiamo, invece, quanto essi siano ancora vivi dinanzi a noi, così come lo erano quando Raffaello e Leonardo provavano il pennello sulla tela, Mozart componeva una partitura per pianoforte, Leopardi passava la notte sveglio sulle sue “sudate carte”. Essi vivranno per l’eternità, noi, tutt’al più, arriveremo a cent’ anni, sperando di fare meno danni possibili su questa terra. In attesa dell’oblio eterno.


mercoledì 18 maggio 2022

Seduto fuori d'un caffè...

 


in Piazza della Maddalena a Roma – tra il Pantheon e Montecitorio – osservo la gente che passa e mi perdo in un mare di futili pensieri. Ricevo conforto dalla bellezza del posto che, pur trovandosi nel centro del flusso turistico, appare incredibilmente appartato. Devo dire che accanto alle tante piazze maestose e dispersive – come Piazza del Popolo o Piazza Navona - Roma offre anche spazi più piccoli, ma non per questo meno seducenti, dove fermarsi per una pausa è sempre un’occasione piacevole. E questa deliziosa piazzetta che mi accoglie, insinuata fra strette stradine pedonali che vi convergono, ne è la conferma. D'altronde, non c’è luogo nella Capitale - piccolo o grande che sia - in cui non ci si senta a proprio agio protetti nello spirito, dove lo sguardo non abbia bellezze a sufficienza su cui posarsi. 

Sembra una piazzetta di paese nel cuore della Città Eterna, questa in cui mi trovo. E se non è proprio così, cerco di immaginarla tale, come doveva apparire in un tempo passato. Un luogo che emana un fascino particolare, che suggerisce ritmi di vita più lenti, e conserva, nel suo insieme raccolto, quell’atmosfera della Roma del Seicento, grazie anche ai suoi palazzi che la racchiudono e che conservano storie di antiche famiglie. La piazzetta prende il nome dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, un gioiello del barocco-rococò: è la chiesa degli Abruzzesi residenti a Roma nel cui interno riposano le spoglie mortali di San Camillo De Lellis, nato in un paesino dell’Abruzzo. Mi soffermo ad ammirare la sua splendida facciata recentemente restaurata – che svetta maestosa proprio di fronte a me, quasi a proteggermi – e mi sembra troppo ridondante per uno spazio così ridotto. Ma questi meravigliosi contrasti sono frequenti a Roma: a volte basta svoltare un angolo e ti si presenta davanti la rappresentazione di un incredibile palcoscenico architettonico, concepito da un geniale artista del passato. Solo Roma riesce a donare questi incanti. Basti pensare allo spettacolo che offre la monumentale Fontana di Trevi, la più grande di Roma, ideata dall’architetto Nicola Salvi sulla facciata di un palazzo del Settecento e inserita in una minuscola piazzetta che la occupa quasi interamente. E’ una visione magica e incantata che non ti aspetti; quella sagoma maestosa ti appare quasi all’improvviso come una sorta di miraggio che ne accresce la bellezza scenografica.

Abbandono questi pensieri mentre osservo alcuni turisti che passeggiano leccando gelati, con un look a dir poco balneare (bermuda, canottiere, infradito, zoccoli…), un look favorito da questo improvviso assaggio di estate con temperature superiori alla media stagionale. Non per fare il moralista, ma mi sembra un vestiario inadatto, soprattutto quando viene utilizzato da signori attempati che esibiscono allegramente e senza alcun pudore corpi su cui gli anni hanno lasciato segni disastrosi. Sono l’espressione di una moda sciatta, di una condotta poco rispettosa del decoro di un luogo, dove il brutto prevale sulla decenza. In certe occasioni sarebbe opportuno coprirsi anziché spogliarsi. Ma oggi ci si spoglia anche per mettere in bella mostra vistosi tatuaggi. Alcuni sostengono che sia una forma d’arte. Insomma, è come portare in giro sul proprio corpo un’intera collezione privata di pittura contemporanea. Come fanno quei due giovanotti che sono appena entrati nel bar: uno dei due sarà certamente un romano perché porta impresso su un bicipite il famoso acronimo S.P.Q.R. con i colori della Roma Calcio; l’altro esibisce sul braccio una sorta di madonna, a meno che non sia la sua fidanzata a cui ha giurato fedeltà eterna con quel sigillo sulla pelle.

Accanto al mio tavolo siede una giovane coppia: da quando i due sono arrivati non hanno mai alzato lo sguardo dai loro rispettivi cellulari. Mi viene da pensare che li posso osservare senza essere visto: se mi mettessi a fare le boccacce, lì di fronte a loro, non se ne accorgerebbero, assenti come sono dalla vita circostante. Più in là, un signore dall’aria manageriale smanetta su un computer portatile: sembra che stia lavorando. E già, perché non c’è luogo, oggi, in cui non si possa lavorare con i moderni strumenti tecnologici: al bar, come al ristorante o mentre si prende il sole al mare, qualsiasi posto può diventare la succursale della propria azienda. D'altra parte, non esiste più la “pausa pranzo”, quel momento liberatorio della giornata in cui uno se ne poteva stare tranquillo senza essere raggiunto dal suo capo ufficio. Si continua a lavorare anche di fronte a un caffè o a un piatto di bucatini all’amatriciana. E intanto sono arrivati due parlamentari, volti noti dei talk show televisivi: qui la politica è di casa perché le stanze del potere sono a un tiro di schioppo dalla piazzetta. Si siedono a un tavolo discutendo animatamente; carpisco parole che in questo momento stanno sulla bocca di tutti: Ucraina…Putin…Nato…Dalla televisione al bar continua lo spettacolo della guerra con il solito bla bla. E intanto di là si continua a morire.

Il mio sguardo si sofferma, di nuovo, sulle statue dei santi che ornano la facciata della chiesa di Santa Maria Maddalena; sembrano assistere a questi brandelli di vita quotidiana che si susseguono nella piazza. Chi passa le osserva distrattamente, tutt’al più una foto con il telefonino. Bisogna consumare in fretta, i sentimenti come la bellezza: è l’imperativo della modernità. Chissà quante storie, quante vicende si sono succedute ai piedi di queste sculture nel corso degli anni! Sono trascorsi circa tre secoli, da quando l’architetto Giuseppe Sardi, nel 1735, le inserì nelle apposite nicchie al di sopra del portale d’ingresso della chiesa. Stanno lì a ricordarci quanto sia fugace la nostra esistenza. Ma ecco l’ennesima comitiva di turisti accaldati e stanchi, che fa la sua comparsa nella piazzetta. Ma nemmeno si ferma. Ha una meta molto più importante: il Pantheon. Si perpetua il rito infinito del turismo di massa. Devo dire che, in tanti anni, non avevo mai visto tanta gente a Roma nel mese di maggio. E tanto traffico! E tanto caos! Ma la pandemia non doveva migliorarci? Non doveva cambiare in meglio le nostre abitudini?


lunedì 9 maggio 2022

Sul viaggiare in treno

 


“Sono un pessimo viaggiatore, lo confesso. Mi è tanto difficile staccarmi da un luogo quanto assuefarmici. E sono inoltre un viaggiatore impaziente, incapace di acconciarmi ai fastidi, alle noie del viaggio. Ammiro coloro che sanno trasferirsi da un capo all’altro del globo senza nostalgie di sorta, con pochi oggetti di biancheria nella valigia. Per conto mio, simile a un emigrante, a uno zingaro, potrei dire, una volta in viaggio, “ominia mea mecum porto”, ma in un senso affatto opposto a quello che si ricava dal celebre motto di non so quale filosofo greco. E’ un bagaglio pesantissimo, è tutta la mia esistenza che io mi trascino dietro viaggiando.

Di notte, lungo la linea maremmana, guardo il mio vuoto scompartimento in una prigione che i vetri del finestrino rispecchiano da una parte e dall’altra, prolungandola all’infinito. Viaggio in un lentissimo e rumorosissimo bolide, in un enorme proiettile che non arriva, non scoppia mai. Poter dormire! Ma il mio sonno è un’operazione troppo macchinosa perché possa compiersi in ferrovia. Non mi rimane che vegliare e riflettere: starei per dire pregare. Eccitato dal fragore del treno, in preda a una lucida e tormentosa insonnia, cavo di tasca il mio taccuino, destinato ad annotazioni assai più innocenti, e scrivo: <<Per tutta la vita la fortuna m’è corsa appresso senza riuscire ad acciuffarmi>>. Oppure: <<Ho vissuto come un morto: nella memoria, nella fantasia degli altri>>. Scrivo ancora: <<Disordine, stanchezza, insufficienza, in tutte le occasioni, in ogni cimento della mia vita: perpetuo deficit o, per esprimermi con una parola meno frusta e meglio appropriata, perpetuo ammanco>>. Ecco in che modo una semplice notte in ferrovia può trasformarsi per me in una congiuntura molto seria.

Temo il viaggio, perché temo di venire, come al gioco, in troppo immediato contatto con me stesso. Ma quel che mi fa orrore soprattutto è il viaggiare di notte, ad occhi bendati, per così dire, senza potermi concedere l’unico diversivo e piacere che mi si offra in una situazione così tediosa: la vista della campagna, delle città colte a volo dall’alto d’un cavalcavia o rasentando col treno in moto le finestre delle case, e perfino, vorrei aggiungere, di quelle povere stazioni vuote, spesso importanti e provviste di decorosa tettoia, che i rapidi sorvolano rallentando, come per render loro l’onore delle armi.

Viaggiare è sognare, scrive Pascal. Sognare la felicità fuori di noi. E mentre il treno corre non mai abbastanza veloce per il mio desiderio, in quel trapasso, in quella sospensione di vita e di rapporti, fate che io possa starmene al finestrino, in assidua contemplazione di ciò che Rimbaud chiama “il fascino dei luoghi fuggenti”. Sarà ben difficile ch’io rinunci a questa mia vecchia consuetudine, in viaggio. Consuetudine che, d’altra parte, aggiunge allo strapazzo fisico una fatica psicologica assai più sottile ed estenuante e mi conduce ad abbrutirmi del tutto.

Sono, come vedete, un provinciale, un viaggiatore di terza classe, uno che, avendo talvolta affrontato viaggi piuttosto lunghi con lo stesso ingenuo trasporto con cui si fa una gita di piacere, è sempre giunto a destinazione come un “ecce homo”, con la barba cresciuta e impresentabilissimo. Ragione per cui devo riconoscere che il vero viaggiatore è quello che si raccoglie nello scompartimento come in casa propria e viaggia con le tendine abbassate. Costui arriva fresco fresco, senz’avere nessun sospetto dei luoghi che attraversò. Ha viaggiato come un baule, sissignori. Ma questa è la sola maniera di viaggiare. Così viaggiano tutti, salvo una piccola categoria d’inesperti e amanti del paesaggio, a cui ho la disgrazia d’appartenere…”

tratto dal romanzo “Villa Tarantola”
di Vincenzo Cardarelli

lunedì 2 maggio 2022

Vincenzo Cardarelli, la solitudine di un poeta

 


Amo il poeta Vincenzo Cardarelli; i suoi versi malinconici legati a ricordi indelebili del tempo passato; amo la sua arte poetica avvinta come edera a quel sofferto e discordante sentimento di amore per il suo paese d’origine - Tarquinia - che lasciò da giovane e a cui rimase legato per tutta la vita. E di cui sentiva la mancanza soprattutto quando se ne allontanava. Paradossalmente, immaginava il suo paese come un luogo perduto e lontano, per desiderarlo. Oppure doveva scorgerlo attraverso il finestrino di un treno in corsa, per sentirlo veramente suo: “Giace lassù la mia infanzia/ Lassù in quella collina/ ch’io riveggo di notte/ passando in ferrovia...”, così leggiamo nella sua poesia “Passaggio notturno”.  E, ancor di più, questa sua contrastante propensione amorosa nei confronti del paese natio si percepisce nell’incipit del suo unico romanzo “Villa Tarantola”: "Fin da ragazzo – scrive Cardarelli - ho amato le distanze e la solitudine. Uscire dalle porte del mio paese e guardarlo dal di fuori, come qualche cosa di perduto, era uno dei miei più abituali diletti”.  Tarquinia è per Cardarelli quello che Recanati era per Leopardi: il natio borgo selvaggio, tanto amato quanto osteggiato. Un paese che diventa, attraverso la sua poesia, luogo universale, un microcosmo con caratteristiche socio-culturali-ambientali simili a tutti i paesi. E – lo confesso – quando il poeta ricorda con i suoi versi Tarquinia, io percepisco il mio paese, nel Cilento. Provo i suoi stessi sentimenti.

Dicevo di questo suo romanzo “Villa Tarantola” con cui Cardarelli vinse il Premio Strega nel 1948, un libro introvabile e fuori catalogo che cercavo da tanto tempo. Ebbene, giorni fa, l’ho finalmente trovato su un banchetto di un mercatino dell’usato, che si trova dalle parti di San Giovanni a Roma. E’ stata una gioia immensa. E’ proprio vero che la felicità - come diceva Trilussa - è una piccola cosa, come, appunto, trovare un libro che cercavi. Che poi è anche un libro di rara bellezza, per il suo stile raffinato, ricco di notizie storiche, artistiche e poetiche. E’ un’edizione del Club degli Editori nel 1968, che ripropone la copertina originale del 1948 (Edizioni Meridiana). L’ho letto immediatamente, scavalcando tanti altri libri che attendono da tempo.

“Villa Tarantola” è una raccolta di scritti autobiografici con cui Cardarelli racconta i suoi burrascosi rapporti con il padre, il quale non voleva che studiasse e pretendeva che diventasse un buon commerciante, lui che invece aveva “il bacillo della cultura e della letteratura nel sangue”; e poi racconta il suo enorme bisogno di affetto, i suoi platonici amori giovanili fatti di sguardi, di pedinamenti, di piaceri solo cerebrali per delle donne che, a volte, non aveva nemmeno il coraggio di conoscere “camminando sulla loro traccia fuggitiva come Apollo dietro Dafne, come Teseo guidato dal filo d’Arianna, ma senza fare un passo di più per raggiungerle”, figure quasi evanescenti che ritroviamo anche nei suoi versi malinconici;  e racconta la sua misantropia di uomo senza famiglia, che viveva in camere d’affitto e passava da una pensione all’altra “come uno straniero, un pellegrino o, se volete, un vagabondo”; la sua scarsa partecipazione alla vita letteraria che lo isolavano sempre di più; il suo intransigente moralismo e il suo eloquio tagliente, feroce e poetico, che tutti ammiravano e molti temevano. Il libro non poteva non raccontare dei fatti e misfatti del suo “etrusco paese” natale “con le sue molte torri e i suoi campanili, come una San Gemignano in Maremma” e poi di altri luoghi in cui aveva soggiornato: come nelle Marche, il cui paesaggio “è quale noi lo conosciamo in Leopardi: bellissimo, dolce, e nondimeno avaro di ogni facile e umana consolazione”. Dedica delle pagine tenere e affettuose a Recanati, il paese del suo amato Leopardi: “è come tornare dopo molti anni al proprio paese natale. Non si può salire questo colle senza sentirsi il cuore stretto da una commozione indicibile. Par proprio di averci vissuto in questo paese…non soltanto è il nostro passato, che risorge da ogni pietra, ma un motivo inesauribile e perenne di meditare sul nostro destino, di ripiegarci su noi stessi”. Ci parla poi dei suoi passaggi per Urbino, “l’infinita melodia delle colline raffaellesche”; Ferrara, Venezia, dove voleva trascorrere solo un paio di giorni e invece ci rimase tre anni; Milano, che rivede dopo undici anni di assenza e non riesce a trovare le sensazioni di un tempo. Ma le pagine più belle e ricche di aneddoti io trovo che siano quelle dedicate a Roma, che lo accolse non ancora ventenne: qui fece i mestieri più diversi prima di diventare il poeta che conosciamo. Prima che cominciasse a provare “il perturbante piacere delle congratulazioni” da parte di chi lo leggeva. E così ci descrive la Roma barocca che “ci rammenta ad ogni passo la nostra fragilità, la nostra miseria, ma, nel tempo stesso, tutto conduce a farci guardare in alto”. Ed ecco allora le grandi strade con le altissime facciate dei suoi palazzi. “E che dire delle madonne che passeggiano sui tetti? Delle miriadi di croci, di ostensori, e altri emblemi issati in cima agli obelischi e sui fastigi delle chiese, che si scoprono, chissà perché, soltanto all’alba? Sono i miracoli, le apparizioni di Roma”.  E poi la Roma del Rinascimento, del Sei e del Settecento “dove non c’è vicolo, non c’è piazzetta, in cui non ci si senta difesi nello spirito e nel corpo e i nostri occhi non abbiano materia di diletto…”; la Roma dei caffè letterari che lui frequentava dove si consumavano discussioni e battibecchi, come il Caffè Aragno “il quale non era un caffè, ma un foro, una basilica, un porto di mare”; quella Roma, insomma, che lo aveva ripagato di tutto, facendogli sembrare dolce perfino la povertà, senza farlo sentire mai solo.

Chi lo ha conosciuto – come lo scrittore Libero Bigiaretti che ha scritto una bella e struggente prefazione al suo libro – lo ricorda, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, ormai lontano dalla sua vena creativa, seduto a un tavolo all’aperto del solito bar di Via Veneto a Roma, dove trascorreva lunghe ore della giornata,  indossando cappotto, cappello e sciarpa anche d’estate. E c’era sempre qualcuno che – pur canzonando questa sua bizzarra abitudine - ogni tanto gli si avvicinava tentando di ottenere una di quelle sue sferzanti e colte battute, per cui un tempo era famoso. La foto che ho postato sopra, che lo ritrae di spalle, è una sorta di icona inconfondibile: rimanda alla sua solitudine, alla sua precoce decadenza fisica e intellettuale. Chissà come avrebbe raccontato la Roma di oggi, uno come lui che sapeva guardare il mondo con occhi disincantati, standosene seduto da solo al tavolo di un caffè!


domenica 24 aprile 2022

"Bagheria": quando la vita entra nella letteratura

 


Fare buona letteratura è anche raccontare la propria vita, raccogliere suggerimenti dal proprio vissuto. D’altronde, quasi tutti gli scrittori del passato, mescolando a volte finzione letteraria e realtà, hanno scritto romanzi autobiografici, a cominciare dal più grande di tutti: Proust. Anche la scrittrice Dacia Maraini, nata a Firenze e appartenente al ramo siciliano di un’antica e nobile famiglia - gli Alliata di Villafranca, duchi di Salaparuta - ha attinto dai suoi ricordi personali, dalla sua vita passata, per scrivere alcune sue opere. Questa scrittrice la conoscevo solo come donna amabilmente raffinata e salottiera, spesso ospite dei talk show televisivi, ma non avevo letto nulla di suo. Per caso mi sono imbattuto in “Bagheria”, un romanzo autobiografico pubblicato nel 1993, ed ho avuto modo di apprezzarne anche le  chiare doti letterarie.

Bagheria è la cittadina siciliana dove la Maraini arrivò, insieme alla sua famiglia, dopo due anni di prigionia trascorsi in un campo di concentramento giapponese. Qui, nella splendida villa familiare settecentesca di Valguarnera, circondata di limoni e ulivi e sospesa in alto sopra le colline - uno dei maggiori complessi architettonici di Bagheria - trascorre gli anni della sua fanciullezza e della sua adolescenza. I ricordi di quel periodo affiorano nitidi e a volte malinconici, tra le pagine di questo libro: la sua timidezza, le sue sterminate letture (Lucrezio, Tacito, Shakespeare, Dikens, Conrad, Melville…), il sesso scoperto come inganno e violenza, gli odori e i profumi di quella terra, la bellezza della valle di olivi che digradavano verso il mare, il rumore continuo delle onde sulle rocce, il freddo dell’inverno mitigato da una stufa; ma anche la mafia e l’arroganza di quell'aristocratica famiglia, e poi la madre “bionda e splendente”, il padre “burbero e allegro, ribelle e solitario”, le sorelle, i cugini, le tante zie, i nonni, gli amici dell’infanzia che orbitavano intorno alla villa: costituiscono i reali personaggi del romanzo. “Per anni – scrive la Maraini – ho cancellato dalla mia vita quelle parentele, considerandole tanto lontane da me da non poterne tenere conto. Mi vergognavo di appartenere, per parte di madre, a una famiglia così antica e nobile. Non veniva proprio da loro – si chiede la scrittrice - da quelle grandi famiglie avide, ipocrite, rapaci, gran parte del male dell’isola? Odiavo la loro incapacità atavica di cambiare, di vedere la realtà, di capire gli altri, di farsi da parte, di agire con umiltà. E la sola idea di dividere qualcosa con loro, fosse solo una involontaria somiglianza, mi disgustava”. Lei aveva sempre avversato le ricchezze di quelle grandi famiglie siciliane, che nutrivano e facevano prosperare le mafie locali. Non aveva mai voluto indagare sul passato, da dove venissero quelle ville, quelle terre che ormai non le appartenevano più ma erano lì a testimoniare fasti lontani. Era sempre stata dalla parte del padre che mal sopportava quel mondo ricco e arrogante, e si considerava nata dalla sua testa “come una novella Minerva, armata di penna e carta, pronta ad affrontare il mondo attraverso un difficile lavoro di alchimia delle parole”. Ma, alla fine, anche la madre aveva dato un calcio a quel passato e si teneva alla larga da quella pletora di parenti famelici.

Per parlare di quel mondo, di quella Sicilia, la Maraini ritorna in quei luoghi che l’avevano vista bambina, in quell’antica e bellissima residenza della sua infanzia dove ancora vive una sua vecchia zia. Ma non intende raccontare “di una Sicilia immaginaria, di una Sicilia letteraria, sognata, mitizzata. Ma di quel rovinio di vestiti di broccato, di quei ritratti stagnanti, di quelle stanze che puzzavano di rancido, di quelle carte sbiadite, di quegli scandali svaporati, di quelle antiche storie”, storie che comunque le appartengono e non possono essere scacciate solo perché la infastidiscono.

“Parlare della Sicilia significa aprire una porta rimasta sprangata”, dice  la scrittrice nel suo libro. E una volta aperta quella porta “mi sono affacciata nel mondo dei ricordi con sospetto e una leggera nausea. I fantasmi che ho visto passare non mi hanno certo incoraggiata. Ma ormai ero lì e non potevo tirarmi indietro”.


martedì 19 aprile 2022

Un libro dissotterrato: "Gli ultimi sensuali"

 


Parlavo l’altra sera con mia moglie di Mario Puccini, a cui avevo dedicato un post, tempo fa. Lo ripubblico.

Mario Puccini, chi era costui? Oggi, sicuramente, mi sarei posto questa domanda se non avessi conosciuto – tanti anni fa - una giovane ragazza (diventata poi mia moglie), che stava scrivendo la sua tesi di laurea in Lettere Moderne sulla vita e le opere di uno scrittore marchigiano, nato a Senigallia nel 1887 e morto a Roma nel 1957: Mario Puccini. Ricordo che la suddetta laureanda (che viveva nel Cilento) - non riuscendo a trovare un paio di libri di questo scrittore, ed essendo venuta a conoscenza che il figlio Dario Puccini (critico letterario ed uno dei massimi studiosi di letteratura spagnola) viveva a Roma - mi pregò di contattarlo, per recuperare quei testi, fondamentali per la preparazione della sua tesi di laurea. Devo dire che Dario Puccini mi accolse nella sua abitazione con squisita gentilezza e - nel fornirmi i due volumi tanto ricercati - mi omaggiò anche di un altro romanzo “Gli ultimi sensuali”, scritto sempre dal padre Mario (Garzanti editore – 1944). Ricordo ancora che lo “abbandonai” sullo scaffale della mia libreria, senza degnargli neppure uno sguardo, tra quei libri in attesa di essere letti. E lì è rimasto per oltre quarant’anni, con le sue pagine sempre più ingiallite dal tempo. Poi, giorni fa, chissà per quale oscura e misteriosa ragione - visto che già altre volte nel passato l’avevo preso tra le mani senza mai decidermi – ho avvertito una strana sensazione: era arrivato finalmente il momento di leggere “Gli ultimi sensuali” di Mario Puccini. L’ho preso con estrema delicatezza, come se fosse una cosa preziosa e rara e man mano che proseguivo nella lettura mi sono accorto che le pagine - che si erano mantenute intatte per tanti anni, seppure ingiallite – iniziavano a staccarsi dal dorso una ad una, come quando un innamorato sfoglia una margherita ripetendo “m’ama o non m’ama”. O come accade a un reperto archeologico che, mantenutosi integro per tanti secoli sepolto sotto una coltre di terra, si sgretola una volta rinvenuto e portato alla luce del sole.

Ma le parole erano intatte, limpide, senza tempo. Una prosa dal sapore antico, se mi è consentito, così lontana dalle mode effimere della letteratura usa e getta dei nostri giorni. Il libro contiene tre brevi racconti, incentrati su tre diverse tematiche: l’amore, l’amicizia e l’impotenza, condizione quest’ultima intesa come inadeguatezza del proprio ruolo sociale. L’autore porta avanti la sua narrazione attraverso personaggi riservati, schivi, dall’indole solitaria che appartengono ad una condizione umana inappagata e alienata e ne indaga l’aspetto psicologico della loro esistenza. Mi piace qui riportare l’incipit del primo racconto che io ritengo sia il più bello, quale assaggio dello stile narrativo di questo autore. Il protagonista è un professore che vive a Varese e conduce una vita solitaria, tra la scuola dove insegna e la camera in cui vive. Non avendo né affetti, né amici, né distrazioni decide di ritornare nel suo paese d’origine, per ritrovare ciò che laggiù aveva lasciato di caro e forse il meglio della sua vita: il suo antico amore.

 

“Trentadue anni che non ritornavo tra le mura, nelle vie; che non respiravo l’aria della mia città. Ma sono contento di essermivi riaffacciato in queste giornate: che da tempo non è più estate, ma il tardo, l’ultimo autunno non è ancora precipitato con le sue ore scopertamente grevi, mollicce: e il sole non è più troppo caldo, pieno, ma neanche si arrende languido e docile al vento che sgruppa ed allenta con estrema facilità le nuvole sulle quali il suo bagliore s’infila e sparpaglia. Al mare non si andava già più in queste mattine; ma la città pareva diventata come più piccola, più meschina: le piazze, le contrade, le case, le piante, sembrava avessero perso ciascuna qualche cosa; una sorta di patina bigia, come una ruggine, macchiava e incupiva tutto…”.

Di questo autore Vasco Pratolini (leggo su Wikipedia) ebbe a dire: “uno dei maestri a cui la letteratura italiana deve rendere giustizia”. Ma la buon’anima di Puccini sta ancora aspettando. I suoi libri non si trovano più da nessuna parte…e chissà se c’è ancora qualche temerario che si spinge a fare una tesi di laurea su di lui. Io credo che un romanzo non muore mai fino a quando c’è qualcuno che lo legge e ne parla. Perché leggere un libro introvabile e dimenticato da tutti è come riesumarlo dall’oblio del tempo e dargli nuova vita.

 


sabato 9 aprile 2022

Il mio mondo racchiuso nei libri di 50 scrittori

 


Leggo Carlo Collodi perché con “le avventure di Pinocchio” ritorno bambino;

leggo Miguel de Cervantes perché non si può non amare “Don Chisciotte della Mancia”;

leggo Michel de Montaigne perché è saggio;

leggo Federico de Roberto perché ha scritto un bellissimo romanzo storico: i Vicerè;

leggo F. Dostoevskij per capire che in ogni essere umano c’è l’aspirazione ad un mondo migliore;

leggo Sandor Marai perché è raffinato;

leggo Guido Ceronetti perché è dissacrante;

leggo Ennio Flaiano perché è illuminante;

leggo Hermann Hesse perché è spirituale;

leggo Luciano De Crescenzo perché è simpatico;

leggo Gabriele D’Annunzio perché è solenne;

leggo Erri De Luca perché scrive come parla;

leggo Raffaele la Capria perché è l’unico napoletano che mal digerisce la “napoletanità”;

leggo Robert Walser perché voleva essere uno “zero assoluto”;

leggo Erasmo da Rotterdam (l’elogio della pazzia) perchè bisogna essere pazzi per essere felici;

leggo Anna Frank perché il suo “diario” mi fa piangere;

leggo W. Goethe perché posso viaggiare senza partire con il suoViaggio in Italia”;

leggo Ivan Goncarov (Oblomov) perché amo l’ozio e la lentezza;

leggo Antonio Gramsci (Lettere dal carcere) perché la scrittura ti salva dall’isolamento;

leggo Primo Levi (Se questo è un uomo) per non dimenticare l’orrore di cui è capace l’animo umano;

leggo Alberto Moravia perché mi ricorda gli anni della mia giovinezza;

leggo Fernando Pessoa perché descrive le sue inquietudini, che sono anche le mie;

leggo Elsa Morante de “L’sola di Arturo” perché amo Procida;

leggo J. D. Salinger perché con Il giovane Holden” cavalco le mie (poche) ribellioni adolescenziali;

leggo Herman Melville perché mi piace “lo scrivano Bartleby” che dice sempre di No;

leggo Lucio Anneo Seneca perché non mi stanco mai di leggere le “Lettere a Lucilio”;

leggo Italo Svevo perché mi rispecchio nei suoi personaggi inetti;

leggo Cesare Pavese perché non si può non leggerlo;

leggo Carlo Levi perché “Cristo si è fermato a Eboli”;

leggo Marcel Proust perché è il più grande, e proprio per questo faccio fatica a leggerlo;

leggo Antonio Tabucchi perché mi ha fatto conoscere Pessoa;

leggo G. Tomasi di Lampedusa perché ha scritto “Il Gattopardo”, quello del tutto cambia affinché nulla cambi;

leggo Franco Arminio perché è il poetico paesologo dei nostri tempi;

leggo Vladimir Nabokov perché “Lolita” si legge almeno una volta nella vita;

leggo Oscar Wilde perché “Il ritratto di Dorian Gray” è un libro meraviglioso;

leggo Lalla Romano perché ti fa navigare “nei mari estremi”;

leggo Arthur Schopenhauer perché è pessimista;

leggo Vittorino Andreoli perché è un pessimista che illumina;

leggo Thomas Mann perché è un grande scrittore;

leggo Henry Thoreau perché “l’uomo che viaggia solo può partire oggi; ma chi viaggia in compagnia deve aspettare che l’altro sia pronto”;

leggo Ernst Gombrich perché nessuno, meglio di lui, sa raccontare la bellezza;

leggo Sibilla Aleramo perché era una donna affascinante ed ha scritto “Una donna”;

leggo Giorgio Bassani perché continuo ad amare i suoi libri;

leggo Gian Piero Bona perché “Il silenzio delle cicale” è un romanzo di rara bellezza;

leggo Vitaliano Brancati perché è l’ironico cantore del “gallismo italico”;

leggo Gesualdo Bufalino per il suo stile colto e raffinato;

leggo Dino Buzzati perché “Il deserto dei tartari” celebra l’attesa, che oggi abbiamo smarrito;

leggo Vincenzo Cardarelli perché non esistono più poeti come lui;

leggo Serge Latouche perché la “decrescita felice” può salvare il pianeta e migliorare la qualità della vita;

leggo Italo Calvino perché bisogna leggere sempre i classici perché “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Parola di Calvino.

 

leggo….


venerdì 1 aprile 2022

Scrivere, parlare...e leggere

 


Scrivere non è come parlare. Parlare non richiede tempo. Non richiede fatica. Non richiede impegno. Basta aprire la bocca e, anche se non è collegata al cervello, le parole defluiscono, volano, si perdono, fanno rumore. Basta sintonizzarsi su uno dei tanti talk show  televisivi (sono tutti uguali, cambia solo il nome), per rendersene conto. Scrivere richiede tempo, fatica, abilità. Le parole scritte hanno maggiore responsabilità. E poi restano, perché chi le scrive vuole restare a lungo nella mente di chi legge. Il desiderio segreto di chi scrive è quello di restare “per sempre”. “Scrivere è anche non parlare – diceva Marguerite Duras – E’ tacere. E’ urlare in silenzio”. Parlare e scrivere hanno distinte proprietà e richiedono differenti capacità: non è detto che chi scrive bene sappia essere altrettanto convincente nel parlare e viceversa. Certi scrittori, per esempio, io preferisco ascoltarli mentre parlano, piuttosto che leggerli: Andrea Camilleri, tanto per fare un nome, era uno di questi. Fino ad ora non ho mai letto un suo libro (e me ne rammarico), però pendevo dalle sue labbra quando mi capitava di vederlo in televisione. Quel suo modo di parlare, di gesticolare e di raccontare mi stregava. Naturalmente, me ne guardo bene dal dire che non sapesse scrivere! Ci sono poi altri scrittori che, in qualche maniera, scrivono così come parlano e si possono leggere o ascoltare con lo stesso entusiasmo. Con lo stesso piacere. Erri De Luca è uno di questi: quando comunica verbalmente sembra stia leggendo un suo libro. E poi esiste un’altra categoria di scrittori, senz’altro la più scadente, ed è quella rappresentata dai volti noti dello spettacolo, dello sport e della politica: straparlano su tutto in TV e, non contenti, si sentono pure autorizzati a scrivere libri per diffondere il loro verbo.

Non credo che oggi ci sia la impellente necessità di nuovi scrittori: basta entrare in una qualsiasi grande libreria per capirlo. Esistono già, per nostra fortuna, le fonti autorevoli da cui attingere il nostro nutrimento spirituale. E - se proprio lo vogliamo dire - non abbiamo alcun bisogno di “novità editoriali”. Certo, l’uomo non può smettere di scrivere, né si può impedirlo, sarebbe la fine della letteratura. Peccato, però, che certe opere scadenti a volte prendano il sopravvento, complice anche l’operato di certi editori che preferiscono gli affari alla cultura. E poi, viviamo in un tempo in cui la rincorsa alle novità è perenne, come se le novità fossero tutto. Ma un libro non è come l’ultimo modello di un telefonino. Un buon libro non invecchia mai, e per nostra fortuna ne sono stati già scritti tanti. Se rileggessimo, senza comprarne altri, quei nostri cento libri più importanti allineati sui ripiani della nostra libreria - aggiungendo magari all’elenco qualche classico che ci manca - io credo che faremmo una scelta culturale davvero meritoria. Più che di nuovi scrittori, abbiamo bisogno di nuovi lettori. Ho come l’impressione che tutto quello che c’era da scrivere, in qualche maniera, sia stato già scritto dai grandi della letteratura di ogni epoca. E in giro non ne vedo altri in grado di eguagliarli. Chi decide di scrivere un libro – che sia un autore affermato o un esordiente – credo che non abbia davanti a sé niente di nuovo da raccontare. Le solite storie fritte e rifritte. Oggi uno scrittore deve stare in sintonia col gusto corrente, che è il gusto della massa. E, infatti, quando un libro incontra il favore della maggioranza, si afferma come best-seller. Diventa il libro più venduto. Un libro che spesso nuota nel mare magnum dell’attualità, e fa sentire solo quel “brusio fuori dalla finestra – come diceva Calvino - che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici”. E dopo un breve periodo di notorietà, quel libro cade nel dimenticatoio. Un fuoco di paglia, senza alcuna rilevanza letteraria. 

C’è da dire che i grandi scrittori del passato, all’inizio della loro carriera, raramente venivano compresi. Spesso infrangevano gli equilibri preesistenti, andavano contro il pensiero dominante, comunicavano una nuova etica, una nuova estetica. Insomma, sapevano guardare lontano creando un nuovo bisogno culturale che, raccolto dalle generazioni future, conferiva loro quell’aura di grandezza. Ecco, secondo me, oggi mancano questi autori non allineati, e se ci sono vengono ostacolati ed emarginati e, forse, verranno compresi e apprezzati solo in un prossimo futuro. Chi scrive oggi, preferisce adeguarsi alla logica narrativa dei tempi e vendersi al migliore offerente: è la strada più facile per trovare un briciolo di successo e vendere qualche libro.


lunedì 28 marzo 2022

L'uso del tempo

 


Dalla prima lettera di Seneca a Lucilio:

Fa così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva. Persuaditi che le cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Se badi bene, una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si renda conto com’egli muoia giorno per giorno? In questo c’inganniamo, nel vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del nostro passato appartiene al dominio della morte. Dunque, caro Lucilio, fa ciò che mi scrivi; fa tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Abbiamo avuto dalla natura il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, ma ce lo lasciamo togliere dal primo venuto. E l’uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di nessun valore, e in ogni caso compensabili, accetta che gli vengano messi in conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.

Mi domanderai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma tiene in ordine la sua amministrazione; anch’io tengo i conti esatti della spesa. Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi della mia povertà. Capita anche a me, come alla maggior parte della gente caduta in miseria senza sua colpa: tutti sono disposti a scusare, ma nessuno viene in aiuto. E che dunque? Per me non è povero del tutto colui che, per quanto poco gli resti, se lo fa bastare. Ma tu, fin d’ora, serba gelosamente tutto quello che possiedi; e avrai cominciato a buon punto, poiché – ci ammoniscono i nostri vecchi – “è troppo tardi per risparmiare il vino, quando si è giunti alla feccia”. Nel fondo del vaso resta non solo la parte più scarsa, ma anche la peggiore.  Addio.


martedì 22 marzo 2022

Il tempo e la felicità

 


La cosa che più amavo di Luciano De Crescenzo – l’ingegnere-filosofo di Napoli (morto nel 2019) che ha saputo raccontare la filosofia come nessun altro – era quel suo modo disincantato, ironico e beffardo di rapportarsi alle cose della vita. E poi quella sua irresistibile simpatia, quel suo modo arguto di parlare, quel suo umorismo così trascinante, in puro stile napoletano, che ne facevano un personaggio straordinario. Ho letto nel passato molti dei suoi libri, a cominciare da “Così parlò Bellavista”, il suo esordio letterario. Ma io qui vorrei ricordare un altro libro dal titolo evocativo: “Il tempo e la felicità”. Chi mastica un po' di filosofia sa che Lucio Anneo Seneca – filosofo dell’antica Roma - inviò al suo amico di Pompei – Lucilio - ben 124 lettere raccolte nella sua opera più famosa, “Lettere a Lucilio”.



Un libro che io tengo sempre a portata di mano, sul comodino, in cui cerco di trovare conforto quando l’insensatezza dei tempi che viviamo diventa insopportabile. Queste lettere, tutte piene di preziosi consigli su come raggiungere la felicità, o meglio una vita più serena, affrontano i grandi temi dell’esistenza: dall’amore alla morte, dall’amicizia alla vecchiaia, dalla povertà alla ricchezza, dal tempo alla solitudine… e via discorrendo. De Crescenzo, ne "Il tempo e la felicità", libro che si fa leggere con autentico piacere, riporta alcune epistole di Seneca – liberamente interpretate come solo lui sapeva fare – arricchite con i suoi gustosi commenti; e giacché si trova, svela anche le risposte di Lucilio a Seneca, che a noi non sono mai pervenute. Lui, però, dice di averle ritrovate scavando nella cantina di casa sua a Roma, in Via dei Fori Imperiali. Dobbiamo credergli? Uhm! Lasciamo perdere! Intanto mi piace riportarne, di seguito, un assaggio proprio “sulla lettura e sulla sua importanza”:

Caro Lucilio,

ho ricevuto il libro che mi avevi promesso e te ne sono grato. All’inizio, a essere sincero, non avevo molta intenzione di leggerlo. L’ho messo da parte, per poi leggerlo con comodo in un secondo momento. Sennonché mi è capitato di leggerne le prime pagine, e a quel punto non sono più riuscito a staccarmene. Pur essendo un testo voluminoso mi è sembrato breve e conciso, tanto era scorrevole il suo stile. Avrebbe potuto essere un’opera di Tito Livio o di Epicuro. L’ho letto tutto di un fiato, da cima a fondo, e alla fine ho esclamato: “che autore, che ingegno, che spirito, che slancio!” Certo che anche il soggetto ha contribuito a rendere più interessante la lettura. Per il momento, però, non ho intenzione di dirti altro: aspetta che lo rilegga una seconda volta e poi tre ne darò un ponderato giudizio. Addio

tuo Lucio Anneo

(Sen-46)

Caro Lucio Anneo,

la tua ultima lettera mi ha reso davvero felice. Mi hai scritto che ti è molto piaciuto il libro che ti ho inviato, e la notizia mi ha riempito di gioia. Apparentemente la lettura è un’attività solitaria, da svolgere nel chiuso di una stanza, e invece, non appena un libro passa da una mano all’altra, diventa immediatamente un mezzo di comunicazione che ci fa sapere se apparteniamo o meno alla stessa categoria umana. Poter parlare di un libro che è piaciuto a entrambi è come andare insieme a fare un viaggio: ognuno gode della meraviglia dell’altro. Se poi l’altro è anche un amico, la gioia aumenta in proporzione. Su questo aspetto della lettura, infatti, non sono assolutamente d’accordo con Socrate. Ora, non so se ti ricordi, ma nel Fedro il nostro filosofo se la prende con il Dio Theuth, inventore dei numeri, dei dadi e della scrittura, e lo accusa di aver inventato un sistema abominevole che condurrà l’uomo in un baratro d’ignoranza. Fidandosi del fatto che tutto quello che c’è da sapere si trova nei libri, l’uomo non eserciterà più la memoria e finirà col perdere l’uso del cervello. Meglio parlare con un essere umano, sostiene Socrate, che leggere un libro, giacché a un libro non puoi fare delle obiezioni, mentre a un essere umano sì: il libro risponderà sempre nello stesso modo, quello nel quale ha risposto la prima volta che lo hai letto. Si comporterà in pratica come una statua di marmo alla quale è inutile fare domande. Evidentemente, però, Socrate sottovalutava il libro come collegamento tra due persone che si stimano. Nel nostro caso, ad esempio, è servito a evidenziare le nostre affinità. Se è piaciuto a te, e se è piaciuto a me, vuol dire che almeno in questo ci rassomigliamo, e la cosa non può che farci piacere. Addio

tuo Lucilio

Purtroppo, non sono nelle condizioni di poter prestare questo libro a chicchessia. Se c’è qualcuno interessato alla sua lettura, non deve fare altro che cercarlo in qualche libreria o sui banchetti dell’usato. A me è piaciuto: e se dovesse piacere anche a te – caro lettore - “vuol dire che almeno in questo ci rassomigliamo, e la cosa non può che farci piacere”. Parola di "Lucilio".