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lunedì 12 aprile 2021

Il telefono cellulare? Uno strumento maleducato

 


Qualcuno ha detto che non avere uno smartphone, oggi, sia uno status simbol, così come lo era, qualche anno fa, quando solo poche persone potevano permettersi un telefono cellulare; qualcun altro, ancora più zuzzerellone, ha aggiunto che un soggetto così raro, praticamente in via di estinzione, andrebbe tutelato dal WWF come categoria protetta. Insomma, sembrerebbe che il sottoscritto - non essendo smartphonizzato come i circa 6 miliardi di esseri umani che hanno accesso alla telefonia mobile – sia una sorta di privilegiato. Sinceramente non aspiravo a tanto!

Ora io vorrei rivolgermi a chi si trovi a passare per caso da queste parti, naturalmente munito di cellulare di ordinanza. Immaginiamo di trovarci a chiacchierare gradevolmente su una terrazza a picco sul mare, davanti ad un gustoso piatto fumante di spaghetti alle vongole veraci. Il panorama è splendido, la giornata è meravigliosa, l’intesa relazionale è perfetta, la cucina è ottima. Improvvisamente irrompe tra di noi, come un temporale a ciel sereno rovinando quella piacevole atmosfera che si era creata, un disturbatore abituale, un molestatore tecnologico, l’oggetto più desiderato e – diciamocelo – più maleducato e invasivo che sia mai stato inventato: il tuo cellulare, in bella mostra sulla tavola imbandita. Ti sta annunciando, con fasci di luci colorate e una strana musichetta (stavo per scrivere uno squillo…ma io sono rimasto all’antico), che c’è un ospite per te che io non avevo invitato, con tanto di nome e provenienza e fotografia che appare sul display. Tu – caro amico/a - hai solo due possibilità, visto che la terza (spegnere il cellulare a tavola) non l’hai presa in considerazione: rispondere in mia presenza, oppure, se proprio non vuoi deliziarmi con la tua telefonata, allontanarti momentaneamente, lasciandomi solo al tavolo come un fesso. Una cosa rara, quest’ultima opzione, perché al cellulare si parla con chi sta lontano, ma con un occhio sempre rivolto a chi sta vicino, affinchè possa ascoltare. In entrambi i casi – spiace dirtelo - adotti comunque un comportamento scorretto: primo, perché interrompendo la nostra amabile conversazione dai preferenza a quell’altro (è come non rispettare la fila), e poi - la cosa più grave - lasci che il piatto di spaghetti alle vongole si raffreddi miseramente. E per fare cosa? Dare retta a uno scocciatore (come lo chiameresti, tu, uno che ti chiama senza nessun motivo all’ora di pranzo?), il quale anziché dire “pronto” (come si diceva una volta), ti domanda senza vergogna dove stai (lo vedi che ti tallonano e ti spiano?) e poi, dulcis in fundo, ti attacca un pippone sul perché la Roma ha perso il derby con la Lazio. Alla fine della lunga e noiosa telefonata (i miei spaghetti alle vongole me li sono gustati da solo…i tuoi li puoi ormai buttare), mi dici rattristato e deluso: “non se ne può più con questi cellulari…beato te che non ce l’hai”. Ora, perdonami, ma mi verrebbe da dire: a te l’ha prescritto per caso il medico, sto benedetto cellulare? E mi chiedo e ti chiedo: è maleducato lo strumento, oppure lo strumento ha reso maleducato chi lo possiede e lo utilizza?


lunedì 5 aprile 2021

La stanza del vescovo

 


Se i personaggi descritti da Italo Svevo nei suoi romanzi – di cui ho parlato nel mio post precedente – si sentivano inadatti a relazionarsi con gli altri, erano degli inetti e si lasciavano vivere in maniera abulica, quelli che popolano la narrativa di Piero Chiara - lo scrittore di Luino, in provincia di Varese, morto oltre trent’anni fa – hanno innato il gusto del vivere e la vita se la prendono a piene mani e se la godono. E’ uno scrittore forse un po' dimenticato, Piero Chiara, che racconta in tutte le sue opere la provincia lombarda affacciata sulle rive del lago Maggiore. “La stanza del vescovo”, il cui sottotitolo recita che è “un romanzo drammatico e dolce come il lago sul quale si intreccia”, ne è la testimonianza più significativa e gustosa.

Ci troviamo nei mesi immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale. Il protagonista, voce narrante del libro e probabilmente alter ego dello scrittore, è un giovane sui trent’anni, libero e agiato, che se ne va a zonzo con la sua grossa barca a vela da un porto all’altro sul lago Maggiore e, ogni tanto, fa ritorno nel porto base – Luino - dove ha casa. Da quando è tornato dalla Svizzera, dove ha vissuto per due anni come internato, il nostro eroe sembra quasi voler recuperare con la “bella vita” il tempo perduto durante la guerra. Una sera, mentre ormeggia la sua imbarcazione nel porticciolo di Oggebbio, si imbatte in un signore di mezza età, “di una certa raffinatezza”, che attacca subito bottone e poi, senza pensarci più di tanto, lo invita nella sua villa immersa in un parco rigoglioso dove vive con la moglie, dispotica e molto più anziana di lui, la giovane e bella cognata, vedova, e tre fedeli servitori. Si chiama Temistocle Mario Orimbelli che aveva partecipato alla guerra d’Africa  e che “aveva imparato a prendere quello che la vita volta a volta gli offriva”. I due personaggi, che non hanno un lavoro ben definito, si piacciono all'istante, la loro intesa si consolida immediatamente, tant’è che scoprono di avere una somiglianza di fondo che li porta a vivere una nuova giovinezza “profittando dell’età ancora fresca e di un certo vigore del corpo”. Accaniti seduttori, sempre alla ricerca di qualche gonnella da conquistare, la barca diventa la loro alcova, il centro nevralgico della loro vita quotidiana, compagna inseparabile delle loro scorribande passionali sul “grande lago”.

Un racconto davvero godibile che Chiara dipinge - attraverso una scrittura velata di arguzia ed ironia - con estrema raffinatezza psicologica e piacevole malizia, come solo gli scrittori di razza sanno fare. Senza mai indulgere in banalità e tantomeno in volgarità, l’autore ci fa assistere ai rituali seduttivi di questi due briosi “dongiovanni” da una sponda all’altra del lago, lago che diventa parte integrante della narrazione, con i suoi innumerevoli meravigliosi paesi lungo le rive quali Locarno, Stresa, Arona, Ascona, Cannobio, Laveno, Pallanza…; con le sue ville affacciate sull’acqua e circondate da splendidi parchi. Per renderci, infine, partecipi di quel pericoloso gioco dei sentimenti cavalcato dai protagonisti che “nasconde sempre un dramma, lo prepara, quasi lo alleva tra allegre divagazioni e spensierate ebbrezze”.


lunedì 22 marzo 2021

Io e Zeno nella Trieste di Svevo

 


Tra gli scrittori italiani che, più di tutti, hanno lasciato dentro di me un segno profondo c’è sicuramente Italo Svevo, uno dei maggiori narratori che il nostro paese abbia avuto. I suoi tre romanzi più noti, “Una vita”, “Senilità” e “La coscienza di Zeno” - una sorta di trilogia narrativa con cui l’autore triestino ha scrutato l’animo umano attraverso un approccio introspettivo - mi accompagnano da sempre ed in particolare da quando, giovanissimo – era il 1976 – arrivai per motivi di lavoro nella sua Trieste che fa da sfondo alla sua narrazione. Mitteleuropea e plurietnica, crocevia di commerci e di culture, famosa ai più per la bora, le grandi assicurazioni e i caffè storici, ricordo che, prima ancora di innamorarmi di questa città, così diversa dalle altre e così lontana - per usi, cultura e costumi - dal mondo agreste e contadino che avevo lasciato al Sud, mi lasciai sedurre dai libri del suo illustre cittadino. Libri che ancora oggi, a distanza di tempo, continuo a rileggere perché, tra quelle pagine, io ritrovo i miei stati d’animo, le mie malinconie. Le mie inadeguatezze.

I suoi tre romanzi più importanti, dicevo, con i suoi tre principali protagonisti incardinati in storie apparentemente diverse, in verità sembrano raccontare sempre lo stesso personaggio, vero stereotipo sveviano: l’inetto, l’incapace che si sente inadatto a vivere e relazionarsi con gli altri e, pertanto, si lascia vivere in maniera abulica e oziosa. E’ stato detto che Italo Svevo ha scritto tre volte il medesimo libro e basta leggerne uno per scoprire anche gli altri. E’ come se avesse percorso tre tappe narrative diverse scrutando sempre lo stesso uomo: irresoluto, rinunciatario, malato immaginario, insicuro, tormentato, instabile. Ognuno incarna qualcosa che appartiene agli altri; le loro vite sembrano intersecarsi ed amalgamarsi a vicenda, fondersi in un unico soggetto. Sembra quasi che l’Alfonso Nitti di “Una vita” si trasformi, con il passare del tempo nell’Emilio Brentani di “Senilità” per diventare, a sua volta, Zeno Cosini nel terzo e ultimo romanzo “La coscienza di Zeno”, libro, quest’ultimo, che rappresenta il coronamento di un percorso interiore, umano e psicologico, uno scavo introspettivo che ci conduce senza ombra di dubbio al suo alter ego: Ettore Schmitz in arte Italo Svevo.

Eugenio Montale, nella sua bella prefazione a “La coscienza di Zeno” – libro che ho riletto con rinnovato piacere in questi giorni, nella storica edizione Dall’Oglio del 1976 - ha scritto che “non esiste uno scrittore più italiano di questo triestino che si è formato in Germania ed ha trascurato i nostri classici. E non esiste moderno narratore nostro che più di lui abbia allargato la conoscenza dell’anima umana. Tanto importante è stato il suo scandaglio che i suoi immediati successori ne hanno subìto il contagio, e non solo tra i triestini…”

Zeno non sembra estraniarsi dalla vita, come fanno gli altri personaggi sveviani, ma vi si immerge con tutte le sue manchevolezze. Ma chi è questa figura letteraria attraverso la quale possiamo, noi lettori, fare autoanalisi senza accomodarci sul lettino di uno psicanalista? Egli appartiene a una buona e ricca famiglia della borghesia triestina, è un uomo abbastanza intelligente, vive in una bella villa con servitù, ha un segretario tuttofare che gestisce i suoi affari e non avverte nessun desiderio di lavorare. E’ ipocondriaco. “La malattia – dice – è una convinzione” e lui nacque “con quella convinzione”. E, giunto alle soglie dei cinquant’anni, su consiglio del suo medico psicanalista, inizia la stesura di un diario retrospettivo, una sorta di confessione a scopo terapeutico, cercando nel contempo di smettere di fumare, un vizio che lo assilla da sempre. All’inizio di questa sua avventura ha un solo e urgente desiderio: sposarsi. Non per un bisogno di amore, o di affetto o di compagnia, ma per “stanchezza”. Forse stanchezza della vita monotona che conduce. E per questa ragione inizia a frequentare assiduamente una famiglia della sua cerchia sociale dove sono disponibili tre ragazze da marito. Rifiutato dalla più giovane (Alberta), che lui vorrebbe educare al matrimonio, si invaghisce della più bella (Ada), la quale non sembra avere nessun interesse per lui. E una sera, durante una seduta spiritica intorno ad un tavolo, pur di conquistarla, azzarda un “piedino”, ma il buio lo inganna e anziché sfiorare il piede desiderato, preme ripetutamente il piede di legno del tavolo e forse anche quello della sorella (Augusta), strabica e brutta. Respinto anche dalla bella Ada, il nostro personaggio, in poco tempo, si ritrova sposato, senza grande entusiasmo proprio con Augusta, con “quell’occhio sbilenco che a torto faceva credere che anche il resto non fosse al suo vero posto”. Lei lo ama, sa conquistare con garbo il suo rispetto e la sua stima e si rivelerà un’ottima moglie. Lui, invece - combattuto tra la fedeltà e la correttezza della moglie e la sua relazione extraconiugale con una giovane amante, che gli procura continui rimorsi e lo fa sentire “colpevole e malato” - sarà accompagnato da un solo dubbio: “l’amo o non l’amo?”. Tanto da arrivare a pensare - forse per auto-consolarsi - che il vero amore è proprio quello “accompagnato da tanto dubbio”.

Ora, come si fa a non sorridere di fronte all’episodio del piedino, uno dei tanti passaggi comici del libro che mirano a sollecitare l’umorismo del lettore? Come si può non guardare con occhi benevoli questo impacciato antieroe della nostra letteratura che voleva essere commiserato, che aveva paura di invecchiare e soprattutto di morire, che invidiava agli altri la disinvoltura e che, per soddisfare il suo “desiderio di salute”, aveva deciso di studiare il corpo umano? E come si fa a non volergli bene, visto che sapeva ridere di se stesso e delle cose più serie della vita, proprio per rendere la vita più sopportabile? La vita, per Zeno, non è un dramma, come forse lo era per gli altri personaggi nati dalla penna di Svevo, ma una strana e curiosa rappresentazione scenica che non andava presa troppo sul serio. "La vita - per lui - non è né brutta né bella, ma è originale...E non occorreva mica venire dal di fuori per vederla messa insieme in un modo tanto bizzarro. Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vita si è aspettato, per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l'uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene". Con il suo spirito  indolente ma allegro, descritto con arguzia dallo scrittore triestino, il protagonista del romanzo racchiude molte di quelle ambiguità esistenziali presenti nell’inconscio di ognuno di noi. In lui ritroviamo le nostre leggerezze, le nostre ingenuità, i nostri timori, le nostre colpe, i nostri difetti di cui spesso ci vergogniamo. Eppure, questi lati incerti dell’esistenza lui riesce, in qualche maniera, a nobilitarli, a conferire loro una sorta di accettabilità, raffigurazione di una commedia umano-psicologica che sulla pagina scritta acquista un sapore particolare e va oltre ogni possibile giudizio morale. Alla fine della lettura vorremmo abbracciarlo, il nostro Zeno, e dirgli grazie per averci fatto compagnia con quel suo lungo monologo interiore, con i suoi vizi e con la sua goffaggine, con la sua ironia e con il suo candore; e dirgli grazie per averci fatto riflettere e sorridere amaramente sulla nostra umana fragilità e per averci fatto capire che a volte un libro può rendere felice chi lo legge, anche quando racconta l’inettitudine e l’infelicità.


mercoledì 10 marzo 2021

Il piacere di non leggere

 


Chi non legge, lo sappiamo bene, viene sempre bistrattato da chi, invece, si intrattiene e si diletta con i libri. Quante volte ci è capitato di sentire che nel nostro paese si legge poco…che le letture degli Italiani sono al di sotto della media europea…che le nostre competenze letterarie sono molto scarse. Per alcuni, appare addirittura stridente che l’Italia, il paese che ha dato i natali ai più grandi letterati, possa trovarsi agli ultimi posti di questa classifica. Michel Houllebecq, controverso scrittore e regista francese, dice che “se si ama la vita non si legge” e che l’accesso alla lettura “è riservato quasi esclusivamente a chi ne abbia un po' le palle piene”. In altre parole è come dire che ci lasciamo sedurre dal piacere dei libri e dalle loro storie solo quando siamo stanchi e delusi dalle vicissitudini della vita reale.

Ora io credo – pur essendo un discreto lettore amante dei libri - che ogni tanto bisognerebbe ridimensionare l’effetto miracoloso attribuito alla lettura e rivedere i nostri giudizi negativi su chi vive la propria esistenza felicemente senza libri. Si, perché questo continuo ritornello rivolto a chi non ha dimestichezza con le pagine scritte, questa rampogna enunciata con parole altezzose proviene, spesso, da soggetti interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico: case editrici, giornalisti e volti televisivi e scribacchini vari che devono vendere la propria merce. E’ come se gli industriali del settore caseario si lamentassero della gente che non mangia formaggi o i macellai deplorassero i vegetariani.

Ma perché una persona che passa tutto il suo tempo libero a leggere dovrebbe essere migliore di chi, invece, si dedica al giardinaggio? o di chi va per i boschi a cercare funghi e asparagi selvatici? o di chi si diletta a zappettare un orto ricavandone zucchine e pomodori? Forse si può vivere, e bene, anche senza toccare un libro. E poi – ammettiamolo - le persone perbene ed educate così come gli ipocriti, gli idioti, i disonesti, gli arroganti, i saccenti, i cattivi, gli ignoranti… li troviamo in egual misura sia tra i lettori bulimici e raffinati che tra coloro che leggono solo il corriere dello sport o non leggono affatto. Insomma, non è detto che i libri abbiano necessariamente queste capacità taumaturgiche tali da migliorare il carattere, i sentimenti e le qualità dei lettori. Anzi, a volte succede che i libri generano dubbi, tormenti e tolgono quell’incosciente entusiasmo di prendere la vita così come viene, senza arrovellarsi troppo l’animo a forza di riflessioni e argomentazioni letterarie che, anziché farti vivere meglio, in qualche maniera ti deprimono. “Chi accresce il sapere aumenta il dolore”, sono queste le parole di Qoèlet. Certo, la lettura è un piacere, per alcuni, ma se per altri rappresenta un’inutile fatica è bene che costoro non insistano e non si sentano inferiori a chi mangia solo pane e libri; e, soprattutto, non si nascondano dietro quella frase ridicola: “non ho tempo per leggere”. Leggere è un diritto e un piacere quanto il non leggere. La lettura non si può imporre come una mascherina, perché non ci salva da nulla: né dalla pandemia, né dalla maleducazione, né dall’ignoranza.  La buon’anima di mio nonno – contadino che sapeva appena firmare e non aveva mai visto un libro in vita sua – oltre ad essere una persona estremamente serena, nonostante le difficoltà dei suoi tempi, era dotato di una straordinaria sapienza di vita che nessun libro poteva offrirgli, una sapienza di vita difficilmente riscontrabile, oggi, tra chi ha il “vizio” della lettura.

Diceva Schopenhauer – e lui di libri ne aveva letti e scritti – che “leggere equivale a pensare con la testa di qualcun altro invece che con la propria. Questa è la ragione perché colui che legge molto e quasi tutto il giorno, e negli intervalli si riposa passando il tempo senza pensare, a poco a poco perde la capacità di pensare da sé”. Io, nonostante tutto, leggo ancora qualche libro perché sono convinto che si possa migliorare la propria capacità di pensare, pur pensando “con la testa di qualcun altro”.


lunedì 1 marzo 2021

La salute...al tempo del coronavirus

 


“Almeno i nove decimi della nostra felicità sono dovuti esclusivamente alla salute. Da essa dipende anzitutto la serenità d’animo: dove questa è presente, le condizioni esterne più ostili e sfavorevoli appaiono più sopportabili di quanto non siano quelle più felici quando la salute malferma rende insofferenti e timorosi. Si confronti il modo in cui nei giorni di salute e di serenità si vedono le cose con il modo in cui queste stesse appaiono nei giorni di malattia. Ciò che ci rende felici o infelici non è quello che le cose sono realmente nel contesto esterno dell’esperienza, ma quello che esse sono per noi, dal nostro punto di vista. Inoltre la salute, con la serenità che la accompagna, può sostituire ogni altra cosa, ma niente può prendere il suo posto. Insomma, senza la salute non si può assaporare alcuna felicità esterna, che dunque per chi la possiede ma è malato non c’è; quando invece c’è la salute ogni cosa è una fonte di piacere, ed è per questo che un mendicante sano è più felice di un re malato. Non è quindi senza ragione che ci si informa sempre reciprocamente su come va la salute, non su altre cose, e ci si augura di star bene: sono questi infatti i nove decimi di ogni felicità. Ne consegue che la follia più grande è sacrificare la propria salute, quale che ne sia il motivo: il guadagno, l’erudizione, la fama, la promozione, e perfino la lussuria e i piaceri fugaci. Piuttosto, ogni altra cosa dev’essere sempre   posposta alla salute”

massima n. 32

tratta da “L’arte di essere felici” di Arthur Schopenhauer

(Adelphi)


lunedì 22 febbraio 2021

I luoghi della lettura

 


Con l’avvento delle nuove tecnologie, che stanno sempre di più modificando le nostre esistenze, anche i luoghi fisici si avviano a scomparire soppiantati da quelli virtuali, così come i libri elettronici (ahimè!) stanno prendendo il posto di quelli cartacei. Premesso che ognuno di noi dedica alla lettura tempi e metodi diversi - a seconda dell’importanza che si dà a quest’attività dello spirito - io penso che il luogo in cui si legge sia importante quanto il libro stesso. Credo che esista una sorta di relazione amorosa indivisibile che si stabilisce tra il lettore, il libro e l’ambiente circostante, tale da risultare indispensabile per godere della lettura nel migliore dei modi. Italo Calvino raccomandava al lettore, per leggere al meglio un libro, di estraniarsi completamente dall’esterno e lasciare “che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto”. Io credo, invece, che non bisogna chiudere del tutto la porta al mondo circostante e che lo stesso debba entrare, in qualche maniera, nella coscienza di chi legge. Certo, se proprio non puoi fare a meno di leggere pur trovandoti in un posto rumoroso e molesto, è bene che ti estrani da quella sfavorevole situazione (se ci riesci); altra cosa, invece, è leggere in un ambiente favorevole ed idilliaco: allora, è meglio che quel mondo non “sfumi nell’indistinto” ma diventi esso stesso parte di quella lettura.

Sappiamo bene che i lettori più voraci non pongono limiti né di tempi né di luoghi: leggono sempre, in ogni spazio e nei posti più strani ed imprevisti e anche nelle condizioni più estreme. Per loro, ogni momento della giornata è buono per sfogliare un libro che portano sempre con sé. Io non ci riesco, lo ammetto. Incontro serie difficoltà nel leggere in certi posti e a certe condizioni. Sono più intransigente perché devo creare quella giusta atmosfera che si realizza attraverso la perfetta sintonia tra il libro, lo spazio in cui mi trovo e il mio stato d’animo. E poi, devo dire che i miei tempi di lettura sono molto lenti perché mi capita di alzare gli occhi dalla pagina, di tanto in tanto, e pensare a quello che ho letto in quel preciso momento; oppure sento la necessità, a volte, di tornare indietro nelle pagine. E, dulcis in fundo, ho il vezzo di sottolineare con una matita: una parola, un pensiero che mi ha particolarmente entusiasmato, quasi a volerlo imprimere per sempre nella memoria. Diceva Seneca “…del molto che leggo, prendo sempre qualcosa”. Ed io prendo…anzi saccheggio con la mia matita. Si sa che un libro non può essere letto in una sola volta, se non in casi davvero rari. E allora può succedere che le sue pagine vengano lette in momenti diversi, in luoghi diversi, con uno stato d’animo diverso. La lettura diventa, allora, una sorta di puzzle letterario la cui narrazione solo apparentemente si porta a termine in maniera lineare. Infatti mi capita di rileggere dei libri in tempi e luoghi differenti e ogni volta ho come l’impressione di aver letto un libro nuovo, questo perché le variabili che influiscono sulla lettura cambiano di volta in volta.

Le mie migliori letture, quelle più appaganti e gradevoli, le faccio quando mi ritrovo da solo - la lettura, si sa, educa alla solitudine – magari in un luogo ameno all’aria aperta, al cospetto di un magnifico panorama. E mi riferisco, in particolare, ai momenti che trascorro nel mio paesino natale, il mio buen retiro, lontano dai rumori della città. Dicevo che ho l’abitudine di sollevare ogni tanto lo sguardo dal libro. Ebbene, fare questa pausa di riflessione mentre si ammira un uliveto, o si scorge in lontananza un antico borgo arroccato su una montagna o si sta seduti su una panchina di fronte al mare, senza bagnanti – bisogna ammetterlo - non è come trovarsi nella sala d’attesa di un medico o dal barbiere o in un vagone della metropolitana nell’ora di punta. Le impressioni e le reazioni che se ne ricavano sono opposte. E credo che non basti neanche starsene comodamente seduti sul divano di casa, se davvero si vuole quell’incontro d’amore che nasce tra le pagine scritte e il luogo che ti accoglie. Per quanto bella e ospitale sia la tua casa, espressione della tua identità e della tua filosofia di vita, dove puoi volgere lo sguardo quando senti il bisogno di allontanarti, per un momento, dalla pagina scritta? Sulla televisione che trasmette incessantemente, di là, il quotidiano teatrino della politica e dell’informazione? Sulla credenza di fronte che racchiude la cristalleria per gli ospiti? Su quegli anonimi e brutti palazzoni che si intravedono dalla finestra aperta, da cui entra forte e fastidioso il ruggito del traffico? Diciamocelo: manca quell’atmosfera di piacevole abbandono che fa la differenza. Manca quel segnale di bellezza naturale esterna, quei colori e quei profumi e quella storia di certi luoghi che hanno la straordinaria capacità di stimolare ed esaltare il piacere della lettura. Qualcuno dirà: e la libreria di casa, allora? Non è forse una vasta prateria colorata capace di raccogliere lo sguardo e con esso i pensieri e la fantasia di chi legge? Non è forse una magnifica cattedrale che contiene tutta la bellezza dell'universo? Si, in casa bisogna leggere all’ombra di una libreria che vigila su di noi, con i suoi libri grandi e piccoli, libri nuovi appena comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino dell’usato, libri con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la copertina bianca e con la copertina gialla, grigia, libri brutti e libri belli, in edizione economica e in edizione pregiata,  libri parcheggiati in bella confusione in doppia fila, accovacciati di piatto davanti agli altri e accatastati gli uni sopra gli altri, libri che devo ancora leggere e libri già letti ma che vorrei rileggere. Uno spettacolo bellissimo di fronte al quale la lettura non può che scorrere piacevole e diventare fonte di benessere.  E’ proprio vero: ci sono contesti in cui un libro – un buon libro - acquista un altro sapore, un altro significato e questo accade quando si rapporta con il luogo in cui lo si legge, luogo che diventa parte integrante della lettura. In tali circostanze le parole che scorrono sul libro sono, per il lettore, i colori sulla tavolozza per il pittore che dipinge un quadro en plein air.  


lunedì 8 febbraio 2021

Bordello facebook

 


Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno

Franco Arminio


lunedì 1 febbraio 2021

La mia isola che non c'è

 


Quando la città in cui vivi – con il suo traffico snervante, il suo frastuono, le sue inefficienze, il suo degrado…le sue follie – mette a dura prova la tua pazienza; quando gli strumenti digitali sempre più invasivi ed i mezzi di informazione di massa sempre più pressanti condizionano i tuoi pensieri; quando il continuo chiacchiericcio mediatico e politico ti assale e non ti dà scampo, con i suoi gridi d’allarme e le sue enfatiche notizie, ebbene allora – lo confesso - mi lascio prendere da un pensiero estremo: approdare come un naufrago su un’isola deserta, alla stregua di quegli antichi navigatori del passato che, dopo mesi e mesi di navigazione in alto mare, sbarcavano su terre lontane e disabitate. Proprio in tali circostanze di sconforto e frustrazione si affaccia alla mente quell’intimo desiderio di scappare dal presente, da ciò che vedo e da ciò che sento; e di allontanarmi dalle cose che fluttuano intorno a me come asteroidi, per cercare protezione e conforto in un “altrove” che possegga la virtù di sciogliere contrarietà e delusioni, disinganni e malinconie. Ecco, allora, che affiora l’isola come consolazione dell’anima. L’isola come metafora di libertà e distacco dalle miserie quotidiane, dove poter rimarginare le ferite prodotte dal disordine della modernità, dal caos metropolitano e dalle follie dell’uomo.

 Ma non ho né la forza di un Robinson Crusoe, né il coraggio di un David Thoreau.  E allora posso scappare solo su un’isola che non è di questo mondo: l’isola che non c’è, luogo di illusioni e di fantasie. Qui il rischio di essere inseguiti è praticamente inesistente e ci si può ritagliare un immenso territorio gratificante, lontano dall’omologazione e dai condizionamenti della società che ti rincorrono. Immagino di portarci poche cose essenziali: qualche libro… un cane… una capretta…tre galline… Vivere così, tra la terra, il cielo e il mare, in una casetta di pietra, con un piccolo camino e con tre sedie, come quelle descritte da Thoreau: “una per la solitudine, due per l’amicizia e tre per la compagnia”. Forse a me basterebbe solo quella per la solitudine: chi mai avrebbe voglia di raggiungermi in un posto simile per costruire un’amicizia o una compagnia? Finalmente giornate senza vedere gente per strada che scruta incessantemente un telefonino, senza macchine parcheggiate sui marciapiedi, in doppia e tripla fila, senza spazzatura e graffiti lungo le strade, senza orologi, senza televisori…senza crisi di governo in piena pandemia: giornate segnate soltanto dal sole che nasce e poi tramonta, dal vento che soffia e dalla pioggia che cade lentamente; giornate nelle quali indugiare totalmente immersi nel tempo che passa senza fretta, tanto da dimenticare la sua esistenza, il suo potere mercenario, i segni indelebili che lascia sulle persone e sulle cose. Qualcuno potrebbe dire che, la mia, è una filosofia di vita che coincide con la misantropia. A tal proposito, diceva Leopardi che  “i veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l'uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia”.

Ricordo che da piccolo, quando ancora vivevo nel mio paese nativo, amavo arrampicarmi sugli alberi e volteggiare di ramo in ramo, come una scimmia. La mia pianta preferita era un grande gelso - che svettava nella piazzetta del piccolo borgo – le cui ramificazioni, molto levigate, mi permettevano di fare delle acrobazie senza scorticarmi eccessivamente le mani. Era un gioco, il mio, ma anche un modo per isolarmi momentaneamente e guardare gli altri dall’alto verso il basso. Un po’ come quel bambino descritto da Calvino nel suo romanzo “ Il barone  rampante” il quale – rifugiandosi sulle piante – poteva affrancarsi da tutti i condizionamenti familiari. Oggi l’isola immaginaria ha preso il posto di quell’albero: vi approdo metaforicamente ogni qualvolta avverto la necessità di difendermi dall’enfasi e dalla tirannia dei mass media, diventati sempre più asfissianti e allarmistici. Mi rifugio lì per liberarmi dalle scemenze dei social, dal teatrino della politica e dell’informazione – entrambi abilmente orchestrati da giornalisti televisivi compiacenti – dalla pubblicità onnipresente che tortura la mente, dalla deriva delle mode, dall’inciviltà e dal malcostume imperanti, dal degrado della città. Penso a quell’isola che non c’è, per affrancarmi dagli imperativi del nostro tempo: produrre, comprare e consumare…e ingrossare quella montagna di rifiuti che sta per coprire e distruggere l’intero pianeta.


giovedì 21 gennaio 2021

La Sardegna: una terra "tanto vecchia e tanto lontana"

 


Giuseppe Dessi è un nome poco conosciuto al grande pubblico dei lettori nonostante sia da annoverare tra i grandi narratori del Novecento italiano. Credo, inoltre, che i suoi libri siano ormai quasi tutti “fuori catalogo” e non vengano più stampati. Chissà secondo quali perverse strategie commerciali, oggi, un editore può permettersi il lusso di rinunciare alle sue opere letterarie, vista la buona qualità della sua prosa. Una prosa chiara, suggestiva, poetica che si legge con piacere. Ho iniziato ad apprezzare questo autore leggendo, qualche tempo fa, quello che forse è considerato il suo romanzo più importante, con cui vinse nel 1972 il Premio Strega: Paese d’ombre. Dessì era nato a Villacidro, un grosso centro del sud della Sardegna, a cui rimase legato per tutta la vita e che fa da sfondo a tutte le sue opere. Questo piccolo mondo - metafora di una Sardegna arcaica e sotto certi aspetti defraudata - lo ritroviamo già nel suo primo romanzo “San Silvano”,  che segnerà il suo esordio narrativo. Lo scrittore sardo – così come spesso hanno fatto altri autori del passato – ha quasi sempre dato un nome di fantasia ai luoghi reali in cui collocava le vicende dei suoi romanzi, salvo poi spargere lungo il percorso narrativo tracce di un contesto facilmente identificabile, a lui noto e caro. Evidentemente, attraverso località non ben definite, Dessì preferiva non ingabbiare il lettore in rigide coordinate di riferimento che potessero in qualche maniera limitarne il racconto, lasciando così anche un ampio spazio di manovra alla sua appassionata immaginazione. Così facendo, il suo amato paese, Villacidro, diventa Norbio in “Paese d’ombre” per assumere poi il nome di San Silvano nell’omonimo romanzo. E ancora una volta devo ringraziare quei mercatini dell’usato se ho potuto sfogliare questo libro, rifiutato in modo ostinato da una certa “modernità” che rincorre spasmodicamente solo le novità. Anche le più mediocri. 

San Silvano è un racconto autobiografico costruito con frammenti di ricordi, un nostalgico atto d’amore nei confronti del paese dell’infanzia; è la trasposizione nella scrittura degli affetti familiari dell’autore, delle sue memorie giovanili, del suo amore struggente per una terra “tanto vecchia e tanto lontana”. Rappresenta, in estrema sintesi, una sorta di manifesto del suo essere orgogliosamente sardo. Qualsiasi paese, per chi ha la fortuna di averne uno, costituisce sempre un gioioso e sereno approdo nei momenti tristi e malinconici. Per Dessì, Villacidro era il suo buen retiro, la sua  “piccola patria”, capace di scatenare in lui sentimenti di forte passione ma anche di inevitabili contrasti. “Là sono diventato uomo – scriveva – là è la mia gente: case e tombe. Ma ciò che conta di più è che io, anche ora, se vado là, mi sento più forte, più intelligente, anzi onnisciente”. Sepolto nella memoria, San Silvano appare nei ricordi dello scrittore con i suoi ritmi lenti e con il suo silenzio, con le sue atmosfere serene e con i suoi ulivi enormi simili a pachidermi, chiusi nei campi cinti di muri a secco; e con quella tipica monotonia dei mesi estivi che rendeva immobile il paesaggio facendo quasi perdere la cognizione del tempo e degli avvenimenti. Un paese avvolto nella solitudine che sembrava essere la condizione persistente, l’ineludibile destino di ogni sardo. Eppure, Dessì si trovava a suo agio in quell’ambiente tagliato fuori dal mondo, aspro e selvaggio “come gli animali selvatici nel bosco e gli uccelli nell’aria”. Devo dire che San Silvano è un libro che ha una sua straordinaria forza evocatrice, capace di trasmettere nell’animo del lettore sensazioni e sentimenti, gli stessi provati dall’autore. E quel paese che scorgiamo tra le sue pagine, attraverso i ricordi del suo illustre figlio, ci appartiene perché diventa simbolicamente il nostro antico paese nativo, retaggio di un passato ormai perduto. 

Anna Dolfi, nella sua introduzione al libro (Oscar Mondadori – ediz. del 1980) ha scritto che San Silvano è il libro “più intensamente poetico, più struggentemente disperato, più appassionatamente lucido, coraggioso, patetico (nell’accezione antica, silenziosa di pathos), tra quelli scritti da Giuseppe Dessì”.


martedì 12 gennaio 2021

Senza memoria

 




Quando io andavo a scuola  – negli anni 60/70 del secolo scorso – i professori ci davano da studiare a memoria le poesie. Era un’imposizione che accettavo di malavoglia e quegli esercizi mnemonici  rappresentavano per me una dura fatica. Devo dire che sono rimaste piccole tracce di quelle reminiscenze scolastiche. Quei pochi versi che si sono salvati dall’oblio e che hanno attraversato con me il tempo e lo spazio stanno nascosti, come reperti archeologici, in qualche angolo remoto della mia mente. E’ come se la mia memoria, allora, si rifiutasse di prendere in carico le poesie e, di proposito, le relegasse immediatamente nel cassetto della dimenticanza.

“O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna”…: a distanza di tanti anni, di quella famosa poesia di Giovanni Pascoli riecheggia nella mia mente solo questo malinconico ritornello. Non ricordo altro. E poi c’è l’altro cavallo di battaglia, “San Martino” di Giosuè Carducci: mi è rimasto impresso soltanto l’inizio, come un mantra: “la nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar…”. Senza parlare, poi, di Giacomo Leopardi, il mio poeta preferito: il suo “Sabato del villaggio” è ridotto a poche parole: “La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole, col suo fascio dell’erba; e reca in mano un mazzolin di rose e viole…”. Povero me! E miglior fortuna non poteva avere il Sommo poeta con la “Divina Commedia”. Mi resta quell’incipit indimenticabile del primo canto dell’Inferno, da tutti conosciuto: “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita”. Potrei continuare ma mi fermo qui, sarebbe come roteare il coltello nella piaga. Invece non facevo fatica a memorizzare le formazioni di molte squadre di calcio (memoria che ho conservato), come per esempio quella della grande Inter di Herrera, all’epoca la mia squadra del cuore: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi…o addirittura quella del grande Torino…Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano...(me la ricordo tutta, ma ve la risparmio).

Se oggi mi ritrovo una cattiva memoria, se interi periodi della mia vita sono spariti, se non ricordo più nulla di un libro letto solo qualche mese fa, se a volte dimentico perfino dove ho parcheggiato la macchina, ebbene io credo che ciò sia anche la conseguenza di quell’ostilità che nutrivo nei confronti delle poesie da imparare a memoria. Osteggiando quell’esercizio letterario, apparentemente noioso, finivo per indebolire giorno dopo giorno la mia capacità di memorizzare. E così, ricordi lontani ma anche vicini, avvenimenti belli e brutti, momenti di felicità e momenti di tristezza, inezie ma anche cose rilevanti: tutto sembra cancellato per sempre, avvolto in una nebbia fittissima che non mi permette più di ricordare né le cose che avrei dovuto conservare per sempre, perché importanti, né  quelle da buttare via perché inutili.

Purtroppo viviamo un presente che non ci viene incontro, in quanto ci schiaccia con la sua mole di informazioni che ci piovono addosso e si affollano dentro di noi, tanto che nessuna mente umana potrebbe contenerle. Così, anziché ricordare, dimentichiamo. E buttiamo via notizie, letture, fatti, sensazioni, sentimenti, senza poter scegliere e conservare il buono dal cattivo. La memoria, per mantenerla in perfetta salute, va esercitata quotidianamente come un qualsiasi muscolo e non va ingolfata di cose inutili e insignificanti. E quindi per rinvigorirla, bisogna foraggiarla con continui esercizi giornalieri. Purtroppo, tutto intorno a noi sembra remare contro, tutto ci spinge a dimenticare e ci ammonisce che la memoria (soprattutto quella storica, che riguarda i fatti accaduti nel passato) non serve più a nulla, non è necessaria: ci sono i computer, c’è internet con le sue innumerevoli applicazioni, ci sono i telefonini, le agende elettroniche, gli archivi informatici che ci assistono, rimpiazzando quella parte di cervello a cui gli uomini, nel corso dei secoli, si sono affidati per ricordare. E’ la tecnica che ormai pensa e ricorda per noi. Nei secoli passati non era così. La memoria era la madre di tutte le scienze e le arti e veniva raffinata, coltivata, pungolata come la più rara delle capacità umane. Si insegnava addirittura l’arte della memoria. Monaci, scrittori, poeti, artisti, viaggiatori portavano e custodivano - racchiusi negli edifici della propria memoria - fatti e ricordi da tramandare oralmente alle generazioni future. Oggi la memoria dei padri non viene più trasmessa ai figli perché i primi sono vissuti in un mondo reale e i secondi, vivendo in un mondo virtuale, non hanno né orecchi per ascoltare né occhi per guardare.

Qualche anno fa, in una lettera a un suo nipote, Umberto Eco ebbe a scrivere: “Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “la vispa Teresa”. Lo confesso: da un po’ di tempo a questa parte ho ripreso quell’esercizio che odiavo fare durante gli anni scolastici: imparare a memoria delle poesie. Voi direte che è troppo tardi e che la mia memoria è già avvizzita ed ha perso tono e vivacità: sarà, ma io ci provo lo stesso. Certo, ho iniziato con le poesie di pochi versi: indebolita com’è - la mia memoria – di sicuro non potrebbe sostenere il primo canto dell’Inferno. Tuttavia, conto di avventurarmi in imprese più significative. L’altra sera mi sono addormentato con questi versi di Franco Marcoaldi: non li dimenticherò mai più.

Un tempo di notte cantavo

a voce alta per farmi coraggio –

abitudine persa da quando mi è chiaro

che sono qui di passaggio.


sabato 9 gennaio 2021

L'educazione sentimentale di un adolescente

 


Capita raramente di leggere un libro dai toni così delicati e poetici, velato di sottile malinconia che solo certi testi dal sapore antico sanno trasmettere al lettore: “Estate al lago” – questo il titolo - scritto da Alberto Vigevani, uno scrittore milanese poco noto al grande pubblico, che meriterebbe tutt’altra considerazione. Pubblicato oltre mezzo secolo fa, con una prosa che sotto certi aspetti intenerisce e commuove, il romanzo esplora il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di un quattordicenne, figlio di una ricca famiglia della borghesia milanese degli anni ’50. Giacomo, il protagonista, è un ragazzino dall’indole solitaria e scontrosa, incline alla “tristezza contemplativa”, timido ed impacciato, a volte indolente, al quale non dispiace stare da solo ad osservare e fantasticare. Alla compagnia chiassosa degli amici nei giardini della città in cui vive (la Milano industriale dei navigli tra paesaggi di nebbie e di palazzi grigi), preferisce i romanzi di Salgari e Verne e aspetta con viva trepidazione  l’estate, che per lui rappresenta una sorta di risveglio dal lungo letargo invernale, l’unico momento felice e spensierato della sua vita.

E quell’estate trascorsa sul lago (ci troviamo a Menaggio, sul lago di Como) alla soglia dei suoi 15 anni - un’età molto complicata in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti - così diversa da tutte le estati precedenti passate con la famiglia sempre in una località di mare, sarà vissuta dal protagonista non solo come una novità assoluta, ma anche come la sua ultima stagione da bambino, foriera  di stravolgimenti psico-fisici, che preludono alla maggiore età. Confusamente diviso tra l’amicizia per Andrew, un bambino gracile e malato più piccolo di lui,  e l’amore/attrazione per la bella e bionda madre del suo compagno di giochi, ci fa partecipi delle sue inquietudini, delle sue paure, dei suoi turbamenti adolescenziali.

Con questo romanzo, l’autore scruta l’età dell’innocenza in cui subentrano sentimenti nuovi, mai sperimentati prima, come l’amicizia, la seduzione e l’amore: ma sono sentimenti ancora incerti, nebulosi, sfumati, senza contorni precisi, tipici di quell’età, che procurano sofferenze piuttosto che piaceri, dubbi anziché certezze. Sono impulsi appena sbozzati, stordimenti di un istante che a un ragazzo molto sensibile creano apprensione. Alberto Vigevani, attraverso la sua scrittura gradevole – davvero rara di questi tempi - ci racconta l’amore muto e platonico di un adolescente, costellato di silenzi e contemplazione, ci dipinge con maestria la storia di una struggente educazione sentimentale.


lunedì 4 gennaio 2021

Buongiorno tristezza


 


Quando Françoise Sagan pubblicò – a soli 19 anni – il suo romanzo di esordio “Bonjour tristesse” correva l’anno 1954 ed io avevo due anni. Il libro divenne subito un caso letterario con milioni di copie vendute in tutto il mondo, forse anche a seguito della censura disposta dalla Chiesa. Lo lessi verso i 18/20 anni, a cavallo del ’68. Da allora - erano gli anni della contestazione giovanile che il libro, sotto certi aspetti, anticipava – è passato mezzo secolo. A pensarci bene, oggi, mi vengono i brividi!

L’ho riletto con piacere in questi giorni di feste e di confinamento. E’ la stessa edizione del 1971 edita da Longanesi, meravigliosamente invecchiata e ingiallita, nella sua mitica veste de “i super pocket” al prezzo di 450 lire. Il libro se ne stava quasi nascosto su un ripiano della mia libreria, impilato tra “Le confessioni” di Rousseau e “La nausea” di Sartre; l’ho preso tra le mani con delicatezza, accarezzando con lo sguardo l'insolita copertina; mi è giunto immediato quel profumo vanigliato di carta antica che nessun supporto informatico può dare; l’ho aperto a caso, a pagina 27, dove ho letto queste parole sottolineate a matita: “Credo che la maggior parte dei miei piaceri di allora io li dovessi al danaro: il piacere di andare in macchina a gran velocità, di comprare dischi, fiori, libri. Non ho vergogna nemmeno ora di quei piaceri facili, d’altronde li chiamo facili soltanto perché ho sentito dire che lo erano. Rimpiangerei, rinnegherei più facilmente i miei dolori o le mie crisi mistiche. Il gusto del piacere, della felicità, rappresenta il solo lato coerente del mio carattere”. Sono le parole della voce narrante del romanzo, una ragazzina di 17 anni, Cecilia, che racconta in maniera semplice e diretta la sua voglia di vivere la sua vita spericolata, la sua voglia di libertà, la sua voglia di infrangere le regole e le convenzioni sociali. Una ragazzina che alla compagnia dei suoi coetanei preferiva gli amici di suo padre, suo complice, “uomini sui quarant’anni che mi parlavano con cortesia, teneramente, trattandomi con una dolcezza da padre e da amante”. Non si ha alcuna difficoltà nel collegare questa figura ribelle e “maledetta” alla scrittrice francese, icona del disordine esistenziale e dell’anticonformismo, la quale scandalizzò la società benpensante del suo tempo con il suo stile di vita sconsiderato e distruttivo e con i suoi amori trasgressivi.

Un vecchio libro si rilegge perché ha lasciato un segno indelebile nella nostra memoria; e forse si rilegge per ritornare indietro nel tempo, in quel tempo della spensieratezza giovanile e dell’imprudenza. E perché no: si rilegge per assaporare quel gusto agrodolce del tempo che passa in fretta e se ne va. E mentre noi lettori invecchiamo leggendo, i libri belli – tranne le copertine - non invecchiano mai. “Bonjour tristesse” è uno di quelli: un libro “scandaloso” dalla sensualità sfumata, che non cade mai nella volgarità come uno potrebbe pensare, velato di leggera malinconia. Un libro che non si dimentica.

mercoledì 23 dicembre 2020

Scrivere sul blog

 


Le relazioni mediate dalla tecnologia sono ormai diventate dominanti nella vita di ognuno di noi. Possiamo trascorrere giorni e giorni senza mai intrattenere alcun rapporto interpersonale de visu, senza mai guardare in faccia il nostro interlocutore, pur comunicando con qualcuno. In certi contesti il corpo – che ha un proprio linguaggio e riesce a trasmettere i sentimenti che viviamo in quel determinato momento - sembra scomparso, sostituito dalla sola parola, che ha preso sempre più spazio da quando esistono i telefonini. Basta guardarsi in giro: tutti parlano da soli, anche ad alta voce, collegati con un altrove indefinito, incuranti degli altri che stanno accanto. Ma il corpo scompare anche in altre circostanze, ovvero quando lascia spazio alla scrittura (posta elettronica, facebook, whatsApp, blog e chi più ne ha più ne metta) il cui contenuto, di sicuro, non è paragonabile alla ricchezza di quei carteggi e di quella corrispondenza che hanno fatto letteratura a partire dal Settecento.

Da alcuni anni - scrivendo su questo blog – anch’io intrattengo indirettamente e virtualmente “relazioni” con chi ha la bontà di leggere i miei post, e questo avviene non solo con chi vi lascia un commento, ma anche con coloro che passano da queste parti fugacemente e poi spariscono, per non farvi mai più ritorno. Devo dire che le poche persone che mi leggono assiduamente (si contano sulle dita di una mano…ma mi bastano) e con cui scambio parole e riflessioni, hanno ormai assunto caratteristiche di familiarità e di amicizia, fanno parte del mio quotidiano. E quando loro non vengono da me, ricambio la visita: vado io a cercarle nei loro blog pur non sapendo nulla della loro vita, tranne quelle poche cose personali che si riescono a cogliere durante “l’incontro”. Lo confesso: mi rattristerei se un giorno non dovessi più vedere sul mio post quell’account…quel nome…quell’Anonimo, con cui i diretti interessati lasciano tracce del loro passaggio, il cui bisogno di comunicare e di essere letti credo sia pari al mio, checché ne dicano quelli che scrivono solo per se stessi. Sentirei la mancanza di quelle persone che, senza averle mai viste realmente, “conosco” da tanto tempo. Ogni tanto qualcuno mi abbandona, non mi legge più, così apparentemente senza motivo: chissà, forse ho deluso le sue attese, si è stancato di me, oppure quell’affinità nata casualmente tra di noi si è semplicemente spenta. La relazione allora svanisce, come una bolla di sapone. A volte ho come l’impressione che dall’altra parte non ci sia nessuno, che la persona con cui sono in contatto non abbia un corpo, tant’è che mi viene da pensare che la mia relazione con lui/lei - più che virtuale, come solitamente si dice - sia puramente spirituale. Di lui o di lei esiste esclusivamente la parola scritta, non il linguaggio del corpo, anche se qualcuno dissemina la scrittura di “faccine” per simulare un sorriso, un sentimento, un saluto. Ci diamo del tu fin dal primo momento, come vecchi amici, a volte ci prendiamo la libertà di qualche confidenza, esprimiamo liberamente le nostre opinioni. Addirittura, entriamo con delicatezza finanche nelle nostre vite private. E poi ci rallegriamo quando le idee che comunichiamo collimano. Non mi è mai capitato di “litigare” con qualcuno, non metto filtri di nessun genere, non ho mai cancellato commenti, anche perché noi siamo quel che scriviamo e ognuno è responsabile delle proprie parole. Le parole ci identificano. Sono il riflesso della nostra anima.

E già, scriviamo! In un mondo in cui le parole davvero si sprecano e nonostante sia già stato scritto tutto ciò che c’era da scrivere, ci proviamo ancora a lasciare un segno sulla carta e, ora, anche nell’immensità della rete. Scriviamo, forse, per avere consapevolezza di essere intelligenti in un mondo di mediocri; e scriviamo per alleviare il dolore o per confessarci. E perché no: scriviamo per non morire, per rallentare il tempo, per viaggiare senza partire. Scriviamo per tornare indietro nel tempo, ed io con i miei post lo faccio frequentemente. E poi scriviamo per fuggire in un mondo migliore, che a volte è quello dell’immaginazione, ma scriviamo anche per liberarci dalla malinconia sperando che quel messaggio, quel pensiero, quella richiesta di consenso, quel commento, insomma quella riflessione venga – anche solo momentaneamente – raccolta da qualcuno e poi lasciata. E devo dire che in una situazione difficile come questa che stiamo vivendo, in cui è sconsigliata la fisicità e la vicinanza dei corpi, la parola e la scrittura diventano fondamentali per accorciare quel distanziamento sociale che ci viene imposto e per alleviare la solitudine e la tristezza del momento.

Auguro un sereno Natale agli abituali frequentatori del mio blog (sono sicuro che si faranno vivi anche in questa occasione) e a tutti coloro che, almeno per una volta, si ritrovano per caso a passare da queste parti.

giovedì 17 dicembre 2020

Ogni tanto

 




Ogni tanto
volgo lo sguardo alla fonte
e vo alla ricerca dei sogni
che sono scomparsi nel nulla.
Li cerco negli angoli bui,
nei vicoli,
che il sole più non carezza,
nelle lunghe notti d’estate,
tra lucciole e sonni sudati.
Invano
m’aggiro tra vecchie dimore
ormai abbandonate,
invano
scruto i balconi serrati
ed i vasi di fresie tutte seccate.
Invano
cerco un viso amato
affacciato a un verone,
che chiama
e mi chiede qualcosa.
Invano!
Mi resta questa mia disperata ricerca
di spazi dispersi nel nulla,
di corse per campi e sentieri
che sanno ancora di vecchi profumi
aggrappati alle siepi di gialla ginestra,
ridente su poggi e colline,
di glicini abbracciati ai cancelli
e di bimbe ridenti e chiassose
coi capelli arruffati,
spazzati dal vento.
Poi vedo, d’un tratto,
dei visi curiosi affacciati
alla casa che amai,
alla casa che serra ancora le voci
più care al mio cuore
ed un senso d’angoscia m’opprime,
mi strazia i pensieri
e m’offusca la mente.

Salvatore Armando Santoro


mercoledì 25 novembre 2020

Passeggiare per una Roma insolita e segreta

 


Passeggiare lentamente per le strade del centro storico di Roma, da soli o in compagnia, è un modo gradevole di godere il proprio tempo. Il passeggiare riunisce, almeno per me, due piaceri: quello di pensare e quello di guardare, occupazioni che oggi non sembrano riscuotere grande interesse. Roma, pur essendo una città piuttosto rumorosa e caotica – come tutte le metropoli – custodisce posti abbastanza tranquilli dove ritrovare silenzio e solitudine. Vivo nella città eterna da oltre quarant’anni, eppure devo dire che non ho ancora finito di scoprire tutti i suoi innumerevoli angoli, quelli più nascosti e suggestivi, le sue bellezze artistiche, la magnificenza dei suoi antichi palazzi. Roma, da questo punto di vista, è fonte inesauribile di esplorazioni, di incontri inattesi e di scoperte improvvise. Forse come nessun’altra città al mondo.

Facevo queste considerazioni l’altro giorno, mentre parcheggiavo la mia macchina nel piazzale Numa Pompilio, antistante le Terme di Caracalla. Avevo deciso di fare due passi a piedi con mio figlio (ormai grande), alla ricerca di quella “medicina dell’anima” che serve a stemperare quei momenti di dolce malinconia. E di questi tempi devo dire che non mancano. Mi trovavo nell’area dove circa duemila anni fa sorgeva il complesso architettonico delle terme della Roma imperiale (i resti maestosi stanno ancora lì a testimoniarne lo splendore), una sorta di moderno centro polifunzionale del benessere psico-fisico, con volte affrescate e con statue grandiose, che comprendeva palestre, bagni, campi sportivi, sale per massaggi e saune, ristoranti, biblioteche, ecc. Insomma tutto ciò che rendeva la vita bella e godibile agli antichi romani. Mi veniva da pensare, osservando in lontananza quei resti monumentali, che siamo passati dalla bellezza di una simile opera architettonica, quale luogo di socializzazione e di ritrovo per attività ricreative, alla bruttezza di quel “luogo non luogo” che è il centro commerciale, dove vengono forgiati non cittadini, ma consumatori. Poveri noi!

Prima di imboccare Via di Porta San Sebastiano – che  corre parallela a via di Porta Latina sulla sinistra, formando un angolo davvero delizioso di una Roma poco frequentata (per la gioia di chi, invece, la frequenta) – ci siamo soffermati ad ammirare quella inconfondibile villa color ocra, circondata da un bellissimo parco, situata in cima ad una piccola collina, che domina tutta la zona circostante, in cui è vissuto uno dei figli più grandi della Roma moderna: Alberto Sordi. L’indimenticabile Albertone nazionale, uno degli interpreti più amati del cinema italiano, non poteva scegliere un posto migliore in cui vivere, forse quello a lui più congeniale. Oggi la casa, dopo la sua morte, è diventata un museo che raccoglie i suoi oggetti più cari. Il mausoleo di un grande dei nostri tempi tra le grandiose rovine del passato.



Dicevo di Via di Porta San Sebastiano, che praticamente costituisce il tratto iniziale di Via Appia Antica, considerata dai Romani la Regina Viarum, una delle più grandi arterie del mondo antico, che collegava Roma a Brindisi e dal cui porto partivano le navi commerciali per l’Oriente. Se non fosse stata lastricata con i famosi sampietrini (per chi non lo sapesse, sono quei cubetti di selce estratti dalle cave poste ai piedi dei Colli Albani, con cui vengono pavimentate le vie del centro storico di Roma) la strada - fiancheggiata da alte mura che racchiudono deliziosi giardini con piante secolari, oltre ad antiche dimore e resti archeologici – avrebbe avuto l’aspetto di un grosso sentiero di campagna. Peraltro proprio la campagna, con le sue pecore che vi pascolavano al posto delle macchine che oggi vi parcheggiano, dominava certamente quest’area rinchiusa entro la cerchia delle Mura Aureliane, almeno fino ai primi del ‘900.

A quell’ora, erano circa le due del pomeriggio di una bella domenica di sole, la strada appariva pressoché deserta. Per girare senza troppi affanni per Roma devi andare controcorrente: uscire quando gli altri sono ancora a tavola e rientrare quando gli stessi escono. Solo l’incontro di qualche persona solitaria munita di mascherina – ci hanno detto che dobbiamo stare da soli se vogliamo sconfiggere questo maledetto virus che tarda a lasciarci – mi riportava alla difficile normalità del momento. Devo dire che nel percorrere questa strada totalmente immersa nella quiete, si percepisce una piacevole sensazione di pace: poter ascoltare i propri passi che risuonano sul selciato, sempre soffocati da ben altri quotidiani frastuoni, è una cosa rara a cui – noi abitanti delle città - non siamo più abituati. Ma ecco che mi si presenta, sulla destra della strada, la chiesa di San Cesareo, dalla severa facciata tardo-rinascimentale attribuita a Giacomo della Porta. 



Non c’è strada, a Roma, che non abbia la sua bella chiesetta, il suo edificio religioso, la sua edicola votiva, a testimonianza di duemila anni di cristianesimo e la presenza di 266 papi ascesi al soglio pontificio. Un po’ più avanti, sulla sinistra, una finestrella con una grata su un muro di cinta permette di vedere un bel giardino, all’interno del quale si scorge una deliziosa casetta con le sue finestre a crociera e la loggia affrescata. Leggiamo che era la “casina del cardinale Bessarione”, un illustre umanista greco che morì in Italia nella seconda metà del ‘400. L’insieme, casetta e giardino, riproduce un modello esemplare di dimora gentilizia, e offre al visitatore un’idea di come doveva essere piacevole e semplice la vita per il letterato che vi dimorava nella Roma del primo Rinascimento. Lo confesso: se mi venisse offerta la possibilità di vivere in quell’esilio di pace, tra alberi secolari, stanze affrescate e qualche libro, accetterei senza indugio. Ho pretese modeste. Sorrido!



Proseguendo per via di Porta S. Sebastiano si può svoltare, sulla sinistra, in un bel Parco con cipressi e pini secolari che prende il nome da una delle più illustri famiglie della Roma repubblicana: gli Scipioni, il cui sepolcro risalente al III secolo a.c. venne qui rinvenuto nei primi anni del 1600. Le mie nebulose reminiscenze scolastiche mi riportano a Scipione l’Africano, il famoso condottiero che sconfisse il generale cartaginese Annibale. Attraversando il Parco ci si imbatte in un delizioso tempietto rinascimentale dalla forma ottagonale, che sorge a pochi passi da Porta Latina, una delle più imponenti e meglio conservate delle Mura Aureliane, conosciuto con lo strano nome di S. Giovanni in Oleo. E’ un monumento molto grazioso che non ti aspetteresti mai di trovare: sembra quasi che qualcuno di notte l’abbia posto lì per farti una sorpresa, o che sia piovuto dal cielo, dono di un dio sconosciuto. Leggiamo, invece, che secondo un’antica tradizione, sorge sul luogo ove San Giovanni Evangelista fu sottoposto al supplizio dell’olio bollente dal quale uscì illeso. Progettato dal Bramante, fu restaurato dal Borromini nel Seicento che rifece l’elegante coronamento della cupola decorato con festoni di rose e palme. A quell’ora era chiuso, però dallo spioncino dell’ingresso si intravedeva un piccolo altare con delle sedie e le pareti decorate con stucchi che invitavano alla preghiera e alla meditazione. Purtroppo anche questo piccolo gioiello dell’arte, che pochi conoscono, non è stato risparmiato dal vandalismo dei soliti idioti che di notte vanno in giro per Roma ad imbrattare la città con i loro graffiti. E pensare che c’è pure qualche politico nostrano – che magari dovrebbe contrastarli – il quale si ostina a riconoscere come artisti questi soggetti, che per me sono i nuovi barbari. Evidentemente quel politico non ha la minima idea di cosa sia l’arte. E non riesco, poi, ad immaginare cosa possa aver pensato quell’artista mentre sporcava, con la sua bomboletta spray, un monumento che sta lì da oltre 500 anni e che vivrà nei secoli futuri. Chissà, forse pensava di poter essere ricordato anche lui per l’eternità!



Per ritornare sui miei passi, ho percorso via di Porta Latina dove si trova, in una quieta e raccolta piazzetta, una delle più pittoresche basiliche della vecchia Roma, con il suo magnifico campanile, che conserva la semplicità delle sue antiche origini: San Giovanni a Porta Latina. Proprio antistante la chiesa sorge un caratteristico pozzo  Sono entrato.



 Non c’era nessuno. Solo un vecchietto – che sembrava uscito da un quadro del ‘600 - stava in raccoglimento in fondo alla navata il quale, osservando gli affreschi del XII secolo che ornano le pareti, più che pregare sembrava stesse meditando sulla caducità delle umane vicende. Mi sono soffermato ad assaporare la sacralità e il silenzio di quel luogo e poi sono uscito più sereno. La strada prosegue tra alte mura e cancelli in ferro battuto a protezione di meravigliose dimore circondate da bellissimi giardini: sono le ambasciate di Canada e Norvegia e la residenza dell’ambasciatore del Giappone.

Mentre tornavo a casa – dopo aver trascorso un paio d'ore di piacevole ozio in una Roma lontana dai flussi turistici e in compagnia di mio figlio  - la lunga fila di macchine che scorreva nella direzione opposta mi rammentava che l’altra Roma, quella più festaiola, si apprestava allo shopping serale, al rito dell’apericena e della movida.

 


lunedì 16 novembre 2020

Una crescita infinita? No grazie!

 


Dicono gli scienziati che il pianeta che abitiamo non ci basta più e per continuare a mantenere lo stesso tenore di vita - fatto di consumi e sprechi eccessivi, almeno per noi occidentali - ne servirebbe un altro con le stesse caratteristiche. Ciò significa che una crescita economica infinita e globalizzata, come quella che stiamo perseguendo, è incompatibile con un pianeta finito. E’ innegabile, però, che lo sviluppo economico, soprattutto durante quest’ultimo secolo, ha generato ricchezza e benessere – anche se per una minoranza dell’umanità -  tuttavia questo non vuol dire che si potrà continuare con uno sviluppo esponenziale, proprio in virtù del fatto che le risorse naturali sono destinate ad esaurirsi nei prossimi anni. Solo gli economisti – beati loro! - credono alla crescita materiale illimitata.

La pandemia che stiamo vivendo in questi mesi è una spia rilevante di un disagio socio-economico-sanitario che dovrebbe farci riflettere e indurci a cambiare non solo il nostro stile di vita, ma anche il nostro attuale modo di produrre ricchezza, che è diventato sempre più aggressivo e pericoloso nei confronti della natura e dei popoli, perché mercifica risorse naturali e umane. Il nostro pianeta, è bene non dimenticarlo, è governato da leggi naturali, sempre le stesse da milioni e milioni di anni: non possiamo, quindi, pensare di poterle cambiare e stravolgere a nostro piacimento, anche nei suoi aspetti climatici, senza arrecare danni irreversibili all’intero ecosistema. Per dirla con le parole di Tito Livio, se vogliamo salvarci e riconquistare quell’equilibrio perduto “non possiamo più tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi”.

Lo confesso: io sono un sostenitore di quel nuovo modello di sviluppo che si chiama “decrescita felice”, modello che non è nemico del progresso e della prosperità fin qui raggiunta, ma fautore di un rinnovamento industriale ed economico in chiave ecologica volto a correggere le storture della “crescita per la crescita”, secondo quella sconsiderata credenza che il “più” sia migliore del “meno” e l’aumentare sia più opportuno del diminuire. L’attuale sviluppo economico – misurato con quel perverso strumento che si chiama PIL - va quindi totalmente ripensato, mettendo anche in discussione la movimentazione sproporzionata di persone e merci da un punto all’altro del pianeta, che genera un impatto disastroso sull’ambiente. Per sconfiggere la globalizzazione del mercato – che io considero nefasta – è necessario rivitalizzare l’artigianato locale e riscoprire e preferire i prodotti del nostro territorio: non è più accettabile, per esempio, che sulla nostra tavola ci siano arance provenienti dalla Spagna, mentre quelle siciliane - una delle nostre eccellenze - debbano andare all’estero, secondo logiche di mercato insane e incomprensibili. Va rivista l’organizzazione sociale del lavoro: bisogna lavorare meno, ma lavorare tutti. E bisogna rinunciare alla folle corsa verso i consumi. Siamo strapieni di cose superflue che accentuano il nostro vuoto esistenziale e il nostro smarrimento. Consumare e poi ancora consumare, sembra essere l’imperativo economico dei nostri tempi. E poi va ripensato il rapporto tra persone e strumenti digitali e tecnologici. Questi ultimi sono una grande conquista, non c’è che dire, ma è illusorio pensare che possano risolvere tutti i problemi che ci affliggono, o – come auspica qualcuno – sostituirsi addirittura all’uomo. Ho l’impressione che l’uso di questi mezzi tecnologici, di cui oramai siamo succubi, ci stia sfuggendo di mano: crediamo di controllarli, ma sono loro che controllano noi; non li possediamo, ma ne siamo posseduti.


domenica 1 novembre 2020

A che cosa serve la poesia

 


Vi faccio un esempio.

Prendete una coppia che va abbastanza bene:

due o tre lustri di convivenza

casa figli interessi comuni.

I coniugi però, non essendo né sordi né orbi

né privi di altri sensi

naturalmente non immuni

dal notare che il mondo è pieno di persone attraenti

dell'altro sesso

di cui alcune, per circostanze favorevoli,

sarebbero passibili di un  incontro a letto.

 

Sorge allora un problema che propone tre soluzioni.

 

La prima è la tradizionale repressione

non concupire eccetera non appropriarti dell'altrui proprietà

per cui il coniuge viene equiparato a un comò

Luigi XVI o a un televisore a colori

o a un qualsiasi oggetto di un certo valore

che non sarebbe corretto rubare.

 

La seconda soluzione è l'adulterio

altrettanto tradizionale

che crea una quantità di complicazioni

la lealtà (glielo dico o non glielo dico?)

lo squallore di motel occasionali

la necessità di costruire marchingegni di copertura

che non eliminano la paura

di fastidiose spiegazioni.

 

La terza soluzione è senza dubbio la più pratica

Si prendono i turbamenti e i sentimenti

le emozioni e le tentazioni

si mescolano bene si amalgama l'immagine

con un brodo di fantasia

e ci si fa su una poesia

che si mastica e si sublima

fino a corretta stesura sulla macchina da scrivere

e infine si manda giù

si digerisce con un pò di amaro

d'erbe naturali

e poi non ci si pensa più.

 

Joyce Lussu