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lunedì 2 dicembre 2019

Paesi



E’ “povero” chi non ha un paese in cui riconoscersi. Paese non nell’accezione estesa del termine - paese come nazione - ma luogo antropologico più intimo e localistico che contiene le radici più nascoste;  e che conserva quegli aspetti socio-culturali che plasmano una piccola comunità e che in base a quello spazio, quasi familiare, si costruisce la propria identità e si rafforzano i rapporti con gli altri che vivono quel territorio. Il paese come condizione esistenziale, come immagine e approdo a misura d’uomo. Forse tutti noi cerchiamo o ci inventiamo un paese dove ritornare o dove fuggire, magari solo con l’immaginazione, nei momenti di dolce malinconia.

Luogo della memoria e dell’anima: questo è il paese; una minuscola patria di origine all’interno della grande patria di appartenenza; territorio in cui ci si identifica e ci si ritrova, dove il tempo sembra arrestarsi e dove anche la noia e la tristezza appaiono più sopportabili. Ma il paese è anche luogo fuori dal tempo che regala bellezza e tranquillità dove il silenzio e la natura, il camino acceso nelle case in pietra e la serenità dei volti della gente, l’ospitalità e la solidarietà, i ritmi lenti e il culto dello stare assieme e le antiche tradizioni, rendono più dolce l’esistenza.  Ma il paese è anche il luogo in cui senti il tuo corpo in maniera diversa e - con amore o con disagio - può essere di volta in volta un eden o un carcere, un simbolo di libertà o di oppressione. Ti mantiene sospeso su un ciglio che ondeggia sempre tra il desiderio di andare via e quello di rimanere aggrappato alle sue piccole certezze.

Il poeta Alfonso Gatto ricorda in una sua poesia che “abbiamo tutti fretta di morire per tornare al paese natale”. E come non citare le parole sempre attuali di Cesare Pavese che diceva: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Certo, il paese è fatto di partenze e di abbandoni, di fughe e di rimpianti, ma è fatto anche di ritorni: il ritorno al paese nativo dell’emigrante, di chi ha lasciato il proprio paese per lavoro.  E’ il momento, questo, in cui subentra quel sentimento nostalgico dei tempi vissuti e ormai perduti. “Quante volte, o paese mio nativo - recita una poesia di Cardarelli - in te venni a cercare ciò che più m'appartiene e ciò che ho perso. Quel vento antico, quelle antiche voci, e gli odori e le stagioni d'un tempo, ahimè, vissuto”.

mercoledì 27 novembre 2019

Gli "anni beati" del boom economico



“Esistono realtà iscritte in ogni destino, di cui solo a posteriori ci è dato valutare l’importanza”




Primi anni  ’60 del secolo scorso: il mondo era stato sull’orlo di una nuova guerra e faticava a dimenticare i mesi bui della rivolta di Budapest contro i russi, la spedizione anglo-francese sul canale di Suez, le lotte sindacali nelle piazze… Ma era viva in molti la speranza che un’epoca nuova stesse per arrivare, un periodo di pace duratura e di benessere per tutti: la crescente popolarità del nuovo Papa Giovanni XXIII; i buoni rapporti tra Krusciov ed Eisenhower; il rovesciamento del governo corrotto a Cuba ad opera di un giovane avvocato di nome Fidel Castro, erano avvenimenti, questi, che facevano ben sperare. E poi, l’arrivo della televisione con “lascia o raddoppia” e la produzione intensificata di radioline sempre più piccole; il ronzio delle cineprese nei cinematografi; l’abbandono dei campi da parte dei contadini meridionali per un posto in fabbrica alla Innocenti o all’Alfa; le prime cliniche private dove le mamme di solida borghesia davano alla luce i loro rampolli; la diffusione dei rotocalchi che permettevano alle masse di poter spiare da vicino gli scandali e gli amori dei potenti e dei vip; la rivalità Bartali-Coppi; la bellezza femminile esaltata dalla moda, dalla pubblicità e dai concorsi  attraverso una scollatura audace, una bocca rossa ben disegnata, una movenza allusiva; le prime macchine sportive che celebravano l’ebbrezza della velocità; la corsa agli acquisti e ai divertimenti; l’arrivo del cha-cha-cha dal Sudamerica e le canzoni dei Platters che dilagavano dai juke-box sulle spiagge, sulle passeggiate a mare, nei caffè. Tutto sembrava presagire un mondo nuovo, migliore, un’era di benessere e di serenità: stavano per arrivare gli “anni beati”, gli anni del boom economico, in un’Italia che credeva ai miracoli.

In questa cornice prende il via la storia immaginata da Carlo Castellaneta (nato a Milano nel 1930 e morto a Palmanova nel 2013) nel suo romanzo “Anni beati”, pubblicato da Rizzoli una quarantina di anni fa. Un libro oramai fuori catalogo, che si può trovare solo sui banchi di qualche mercatino dell’usato; un libro che – grazie alla bella scrittura di un autore che andrebbe rivalutato – spinge a riesaminare un periodo della nostra storia recente con una maggiore tranquillità di giudizio. E perché no: con una certa nostalgia per chi, come il sottoscritto, non è più un giovincello. Ambientato nel capoluogo lombardo tra il 1957 e il 1961, Castellaneta dipinge uno spaccato della nascente borghesia imprenditoriale in quella Milano del “miracolo economico”, sebbene la povertà fosse ancora evidente, assoggettata com’era dal lusso di pochi. Ma il romanzo è incentrato, soprattutto, su una storia d’amore idealizzata e struggente, una passione amorosa solo vagheggiata, una vera e propria ossessione tra un giovane architetto (Claudio) - sposato con Simona, una delle due figlie del padrone della fabbrica in cui lavora - che si innamora perdutamente dell’altra (Paola, sua cognata), a sua volta maritata con Alessandro. Una vicenda, questa, quasi banale e scontata, che solo l’eccezionale abilità stilistica di uno scrittore poteva elevare ad opera letteraria. Castellaneta è molto bravo a descrivere i moti dell’animo e le contraddizioni di una passione amorosa; sa scrutare gli slanci soffocati del protagonista nei confronti di quel desiderio ostinato di cui non riusciva a sbarazzarsi; esprime la tenerezza e la rabbia di cui lo stesso era vittima a fasi alterne “quasi che l’esistenza di Paola rappresentasse, a seconda dei giorni, motivo di letizia oppure di sconforto”; racconta, con delicatezza, le fantasie e le paure di un amore come questo “clandestino e senza speranza, certo il più puro che esista”.

giovedì 21 novembre 2019

I meridionali: oziosi, sporchi e cattivi



Io credo che nessun altro territorio e nessun altro popolo siano stati così tanto denigrati e offesi, nel corso dei secoli, come quel territorio e quel popolo che si trovano nel Sud dell’Italia. Indolenti ed apatici, viziosi e superstiziosi, briganti e mafiosi, sporchi e oziosi, superficiali e scansafatiche, pigri e corrotti: sono questi alcuni stereotipi cuciti addosso ai meridionali. E come spesso accade, il pregiudizio genera in coloro che lo subiscono una sorta di “psicologia da assediati” che finisce per marcare i confini tra un luogo e un altro, tra il nord e il sud, accentuando i rancori e le distanze.

Vito Teti - antropologo presso l’Università della Calabria - con un saggio molto interessante che si intitola “Maledetto Sud” – Einaudi Editore – prova a smontare tutti i luoghi comuni espressi su questa “razza maledetta”. E lo fa attraverso storie vissute, riferimenti storici e letterari, studi antropologici ed esperienze personali di studioso attento e camminatore instancabile. Un sentimento antimeridionale – scrive Teti - si avvertiva al Nord già a partire dall’Ottocento e, viceversa, una ostilità nei confronti del Nord era diffusa al Sud soprattutto tra la popolazione. E tali sentimenti contrapposti spesso nascevano non già da fatti sganciati dalla realtà, ma da erronee scelte politiche ed economiche dei governi nazionali e locali e da scontri e conflitti sociali. Pertanto, nonostante non fosse mai stata formalizzata una separazione – prima ancora dell’attuale espansione leghista che avrebbe accentuato i contrasti politici – l’idea che esistessero italiani del Nord e italiani del Sud era fortemente avvertita nella società del passato e continua ad esistere nel presente. E allora – dice Teti “bisogna ripartire da una riflessione sulla possibilità e sulla necessità di sentirsi italiano, pure sentendo l’appartenenza a un luogo e a un mondo”. Per ridurre e rovesciare le immagini negative costruite contro i meridionali, per annullare i luoghi comuni creati nei confronti di un popolo e alimentati da un razzismo strisciante, è comunque necessario ed urgente – scrive ancora l’autore meridionale - “andare dentro di noi” e “guardare nelle nostre profondità”. Se i meridionali non possono più tollerare pregiudizi e stereotipi, è pur vero che non devono più sostenere le menzogne e gli errori del passato attuati in nome di una “diversità” in cui si nascondevano e si riconoscevano. Devono lasciarsi alle spalle “le lamentele e l’autocommiserazione” e devono essere consapevoli che la cosa peggiore è quella di chiudersi in se stessi, negando quelle “verità scomode” che vengono poi rinfacciate con cattiveria dagli altri. “E’ doloroso, amaro – dichiara Vito Teti – vedere come i pochi intellettuali, giornalisti, studiosi che denunciano la presenza della criminalità organizzata, il malaffare e la malapolitica, debbano difendersi da quanti li indicano come calunniatori della propria terra. L’abitante del Sud si trova ancora di fronte ad una realtà che non può negare, a responsabilità che deve assumere, a una scelta di verità che non può rinviare”.

mercoledì 13 novembre 2019

Sant'Onofrio: pace e silenzio nel cuore di Roma



Accanto ad una Roma monumentale e barocca, con le sue grandiose basiliche, i suoi imponenti palazzi gentilizi, le sue antiche rovine che testimoniano la potenza dell’antico impero romano; e accanto ad una Roma caotica per il traffico e perennemente invasa dai turisti, che genera spesso un senso di spaesamento, esiste un’altra Roma poco conosciuta, meno affollata, appartata e suggestiva, direi quasi familiare, con un’architettura meno appariscente, che nasconde atmosfere piacevoli e rilassanti tipiche di un piccolo borgo. E’ una Roma, questa, che a volte ti si presenta davanti all’improvviso, quando meno te lo aspetti: basta non seguire l’incessante flusso turistico e svoltare l’angolo per immergersi in uno spazio dove regna ancora il silenzio, la pace e dove il “sacro” aleggia nell’aria che respiri.

Il complesso di Sant’Onofrio sul Gianicolo, con il suo convento, con la sua chiesa, con il suo chiostro presenta tali caratteristiche. Questo luogo dello spirito aveva colpito positivamente anche Giacomo Leopardi quando fu ospite degli zii a Roma, intorno al 1823. Lui, che proveniva da quel “natio borgo selvaggio”, mal sopportava la disgregazione della grande città, dove risultava difficile poter coltivare rapporti di amicizia e di solidarietà e dove veniva umiliato e disperso quel senso poetico che si può cogliere solo nei piccoli centri. Non è un caso, allora – come scrive Attilio Brilli (In viaggio con Leopardi – Ed. il Mulino) che “l’unico momento d’intensa identificazione con lo spirito del luogo venga colto da Leopardi in un’altra Roma, ben più intima, circoscritta, paesana, quasi pittoresca”. E ciò avvenne nel corso della sua visita al borgo che contorna il chiostro e la chiesa di Sant’Onofrio sul Gianicolo.


Il luogo si raggiunge - per chi proviene da Trastevere - percorrendo una ripida, stretta e silenziosa stradina, con alcuni tratti di scalinate (la Salita di Sant’Onofrio), fiancheggiata da antichi palazzi, che congiunge via della Lungara al colle del Gianicolo. Il posto che ti accoglie è tra i più poetici di Roma. La chiesetta, dedicata all’eremita Sant’Onofrio, che visse per circa sessant’anni nel deserto, fu fondata nel 1419; qui si respira ancora qualcosa di quell’atmosfera di pace che deriva dalle sue antiche origini. Sul piazzale antistante la chiesa, da cui si può godere una bellissima vista sul centro storico di Roma, sorge una graziosa fontana il cui dolce mormorio invita al riposo ed alla contemplazione. Un grazioso portico ad angolo adorno di affreschi del Domenichino, che rappresentano “Fatti della vita di San Gerolamo”, unisce la chiesa al monastero, dove trovò riparo e conforto Torquato Tasso e dove morì nel 1595 in una cella dello stesso monastero, dove oggi è allestito un piccolo museo a lui dedicato. La sua tomba è visibile all’interno della chiesa che presenta linee gotiche, con affreschi rinascimentali nell’abside, opera del Peruzzi e del Pinturicchio. Il portico esterno è collegato, tramite un breve e basso corridoio, al delizioso e piccolo chiostro quattrocentesco che presenta una serie di lunette affrescate dal Cavalier d’Arpino con le storie di Sant’Onofrio. 

Lo confesso: quando mi trovo a sostare in un ritiro spirituale come questo, al riparo dal frastuono e dalla folla, dove chiuso e aperto convivono in splendida armonia e dove il silenzio e la bellezza regnano in un connubio perfetto, fa sentire forte la sua voce quel monaco laico che vive dentro di me; lui vorrebbe chiedere asilo al monastero e stabilirsi per sempre in quest’oasi di pace che dispone l’animo alla tranquillità e rimuove gli affanni che avvelenano la mente.

venerdì 8 novembre 2019

Uno, nessuno e centomila


Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?



“Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altri parti della mia persona”. Sono queste le parole su cui inizia a meditare Vitangelo Moscarda, protagonista e voce narrante di uno dei più famosi romanzi di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila”, la mattina in cui la moglie gli fa notare che il suo naso pende verso destra e quindi appare leggermente storto. Com’era possibile che in tanti anni, nel guardarsi allo specchio, lui non se ne fosse mai accorto? Questa sgradevole imperfezione - che all’improvviso si materializza agli occhi della moglie prima ancora che ai suoi - lo fa cadere nello sconforto più nero tanto da provocargli una vera e propria crisi di identità. Il protagonista si rende conto di apparire agli altri in maniera diversa da come egli stesso si vede e cioè di non essere la stessa persona “uno” per tutti - come aveva creduto fino a quel momento - ma “centomila” Vitangelo Moscarda, quanti potevano essere i giudizi e le rappresentazioni di chi lo guardava. E allora, se la sua personalità si poteva scomporre all’infinito, non essendoci più un’immagine unica, il protagonista arriva alla conclusione che non è più “nessuno”.

Ho riletto, dopo tanti anni, questo caposaldo della letteratura italiana. Dalle letture di Pirandello se ne esce fuori quasi sempre disorientati: tante sono le cose da scoprire; tanti sono i percorsi e le sfumature che l’autore ci pone davanti. E tante sono le tematiche su cui riflettere: la follia e la crisi di identità, la maschera e il doppio, il conflitto tra l’io e gli altri, il dubbio e le certezze che vacillano, il monologo interiore, la disperazione, le apparenze, le cose paradossali e tragiche dell’esistenza, la sfida al mondo in cui ci si sente imprigionati, l’alienazione umana. Sono i temi specifici della letteratura pirandelliana che abbiamo imparato a conoscere già sui banchi di scuola.

martedì 5 novembre 2019

La signorina Felicita ovvero la Felicità



Amo il poeta Guido Gozzano, forse il più grande “narratore in versi” della letteratura italiana. Amo la sua malcelata malinconia, il suo decadentismo, il suo distacco ironico e disincantato nei confronti della vita, il suo raffinato stile letterario, il suo interesse per le “buone cose di pessimo gusto”, la sua sofferenza esistenziale. Le poesie di Gozzano sono bozzetti di vita quotidiana, sono scene legate ad un mondo crepuscolare. Diceva Pasolini che “non c’è dopo Dante un rimatore più abile di lui, né un più spregiudicato inventore di rime”.

“La signorina Felicita ovvero la Felicità” è forse il poemetto narrativo più celebre del poeta piemontese che contiene - in 434 versi - tutta la sua tematica poetica, la sua visione del mondo, sospesa tra ironia e malinconia, tra letteratura e malattia, tra estetismo e decadentismo. Il protagonista del poemetto è un avvocato – l’alter ego del poeta - che si abbandona al ricordo di una donna, Felicita, conosciuta durante una vacanza nel Canavese in provincia di Ivrea. Il suo amore giovanile. Il componimento poetico così inizia:

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Tra il serio e il faceto, Gozzano descrive questo amore malinconico, rivede la casa con il suo arredo “squallido e severo” dove Felicita abitava con il padre che gli parlava “dell'uve e del guaio notarile con somma deferenza”, rievoca quel mondo semplice e contadino fatto di piccole cose, dove ogni azione quotidiana aveva la sua importanza. E poi celebra lei, Felicita, che ha la forza di suscitare in lui un fascino indefinibile, nonostante la sua scarsa bellezza:

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto squadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia…
 
Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Il pensiero del poeta/avvocato  corre poi alla sua malattia ed ai pochi anni che ancora gli restano da vivere; ma la presenza ed il sorriso di Felicita gli procurano gioia e lo fanno ben sperare
 
Vedevo questa vita che m'avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
  
< Avvocato, non parla: che cos'ha?>
<Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con lei!…>-
<Qui, nel solai?…> - < Per l'eternità!>-
<Per sempre? Accetterebbe?…> -<Accetterei!>
 
Il protagonista  si accorge che Felicita lo guarda quasi con sgomento ed allora lui cerca le sue mani e le stringe lungamente dicendole:

< Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?>
 
<Perché mi fa tali discorsi vani?>
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!..>
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia come fa la scolaretta.

Il poeta è colpito dalla semplicità e dall’ignoranza di Felicita e pensa che sia meglio vivere una vita normale e semplice anziché scrivere versi e fare  l'esteta gelido, il sofista”
 
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t'han detto che la terra è tonda,
ma tu non credi… e non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d'un'intellettuale gemebonda…
  
Ma con la vacanza che volge alla fine, viene meno anche quella felicità promessa e quell'amore non soddisfatto 

giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d'altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…
 
M'apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l'abbandono
per l'isole perdute nell'Atlantico;
ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…
 
Quello che fingo d'essere e non sono!

La poesia è di una bellezza struggente. Consiglio l’ascolto in rete della lettura integrale declamata da Vittorio de Sica.



domenica 3 novembre 2019

Poco è bello



Siamo frastornati dal “troppo” che oramai invade le nostre esistenze. L’altro giorno mi trovavo su un treno della metropolitana di Roma. Seduta accanto a me una bella signora (ingioiellata come la Madonna di Pompei) mi costringeva ad ascoltare la sua affranta telefonata. Costei raccontava ad una sua amica che dopo una giornata di duro lavoro in ufficio (sob!), doveva sobbarcarsi: alle 16 un corso di pittura, alle 17,30 portare fuori il cane per i suoi bisogni, alle 18 la palestra, alle 19,30 la spesa al supermercato, in serata una cena con i colleghi per festeggiare un compleanno e, prima di andare a letto – dulcis in fundo - l’immancabile visita ai social. Che vitaccia!

Sembrerebbe – a sentire quella signora - che le nostre giornate siano ormai zeppe di impegni e di appuntamenti, veri o falsi che siano. Tra corsi di inglese e gare di ballo, tra esercizi in palestra e acquisti compulsivi, tra incontri virtuali in rete e serate in pizzeria con gli amici, tra fiumi di  messaggi improbabili e telefonate superflue, pianifichiamo il nostro tempo in maniera irrefrenabile, senza alcuna pausa. E come se tutto ciò non bastasse, ci  si mettono pure i mezzi di informazione bombardandoci con immagini e messaggi pubblicitari, video i più disparati e assurdi, notizie di ogni genere che dovrebbero suscitare, in chiunque, una reazione di rifiuto e di nausea: ma ciò non succede, assuefatti come siamo ad ogni forma di orrore. Non contenti, poi, ci spostiamo velocemente da un posto all’altro del pianeta, prendiamo  la macchina anche per percorrere pochi metri e nulla sembra più turbarci: violenza, maleducazione, volgarità, rumori, sporcizia nei posti in cui viviamo. Siamo sempre alla ricerca spasmodica di “qualcosa” che possa riempire quel probabile “vuoto” giornaliero e che faccia tacere quel silenzio di cui abbiamo una paura fottuta. E allora, musica di sottofondo che non è una sinfonia ma solo rumore; e poi televisione sempre accesa in casa, monitor nei locali pubblici, nelle stazioni dei treni e delle metropolitane che sparano pubblicità. Ma la cosa che più ci appassiona e con cui trascorriamo la maggior parte del nostro tempo è il cellulare. Smanettiamo istericamente su quella magica scatoletta mentre guidiamo, mentre mangiamo, mentre stiamo con i nostri figli, mentre camminiamo…insomma, sempre, tranne in quelle poche ore di sonno. Non siamo più capaci di stare fermi e pensare, di oziare senza fare niente, di guardare trasognati il mondo che ci circonda, di emozionarci davanti alla bellezza della natura o dell’arte ; non esistiamo senza uno smartphone tra le mani. E non conosciamo più l’attesa, perché dobbiamo agire e rispondere con urgenza in qualsiasi momento ed in qualsiasi situazione. Tutto è diventato terribilmente improrogabile. Facciamo troppe cose, anche in una giornata ordinaria. E quando troppe cose premono contemporaneamente alle porte e reclamano di essere soddisfatte e capite, finiamo per esserne sopraffatti. Ma non ce ne rendiamo conto.

Dice Franco Arminio, poeta e scrittore molto sensibile a queste tematiche del vivere quotidiano: “In un giorno incontriamo tante persone, gli incontri in rete comunque sono incontri e le parole sono parole e le emozioni sono emozioni: è tutto vero e tutto falso ed è tutto un ronzio che ci sfinisce. Per guardare il mondo ci vuole un poco di silenzio, bisogna restaurare le vigilie. Adesso le cose accadono una dietro l’altro, le attacchiamo senza tregua, senza spazi vuoti: magari ascoltiamo un messaggio mentre ci laviamo la faccia, parliamo al telefono mentre guidiamo, decidiamo un amore villeggiando al sole di facebook. I luoghi possono ancora essere visti, ma non basta andare in un luogo, bisogna aver cura di vedere poco, di fare poche cose in un giorno, di lasciare un poco di vuoto in mezzo alle giornate. L’assillo di esserci rischia di farci diventare sempre più irreperibili a noi stessi e agli altri. E il mondo diventa vago e imprendibile come una nuvola”

martedì 15 ottobre 2019

Il blog: il mio retrobottega



In una delle pagine più belle dei “Saggi”, il filosofo francese Michel de Montaigne (1533 – 1592) scriveva: “Bisogna avere moglie, figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze, senza seguito e senza servitori, affinché, quando verrà il momento di perderli, non ci riesca nuovo il farne a meno”.
Devo dire che quel “retrobottega” di Montaigne - nonostante il termine, nella sua accezione più autentica, non sottintenda nulla di spirituale ma faccia riferimento, invece, ad un luogo del tutto mercantile e materiale - ha sempre esercitato su di me un fascino particolare. Esiste, forse, altra immagine metaforica che possa meglio esprimere quello spazio di interiorità che costituisce “il nostro principale ritiro”, in cui ritroviamo indipendenza di pensiero?
Io credo che anche un blog possa essere accomunato a quel “retrobottega” immaginato da Montaigne, quale spazio dell’anima in cui raccogliere e conservare pensieri, parole e idee da spalmare, poi, verso l’esterno e quindi verso chi lo legge. E da ritiro segreto ed intimo, riconducibile ad un momento di solitaria personale riflessione, possa diventare spazio pubblico dove l’intrattenimento con se stessi diventi anche conversazione con gli altri.

venerdì 4 ottobre 2019

Fuga dalla città



“Un romanzo sul profondo disagio del nostro tempo”, così recita la quarta di copertina de  “Il silenzio delle pietre”, uno degli ultimi libri pubblicati da Vittorino Andreoli, capace di incunearsi nei più oscuri labirinti dell’animo umano. Ci troviamo nel 2028, un futuro che somiglia molto al nostro presente dove le città, che intossicano sempre di più, continuano a crescere a dismisura “come se si stesse accumulando della spazzatura in maniera incontrollata” e, nonostante il benessere raggiunto da una società sempre più tecnologizzata, la vita sociale e familiare appare sull’orlo di un precipizio. Il protagonista che esce dalla penna di Andreoli – in cui potrebbe rispecchiarsi chiunque oggi sia stanco della follia che regna sovrana nelle grandi città – decide di andarsene lontano da tutti e da un mondo civilizzato che “stava scivolando verso la sua fine, verso la barbarie” e dove era diventato quasi difficile e faticoso vivere. Un mondo dove non esisteva più il rispetto dell’altro e dove la sopraffazione e la trasgressione si erano affermate come le uniche modalità per emergere. Il personaggio del romanzo si spinge, per questa sua temporanea ma estrema decisione, in una baia isolata nel Sutherland della Scozia, affacciata sull’Oceano Atlantico, un luogo straordinario per la sua bellezza quasi primordiale, abitato solo da pecore, anatre e uccelli marini quali gabbiani, aironi, cormorani…, dove esiste la più bassa concentrazione umana di tutto il pianeta. “Li non correva il pericolo di incontrare uomini e donne – recita la voce narrante del libro - ma se avesse sentito la mancanza, gli sarebbe bastato percorrere cinque-sei chilometri e sarebbe arrivato al villaggio, che contava cinquecentosessanta abitanti”. Il nostro eroe non ne poteva più del caos delle metropoli “capolavori della follia umana”, non sopportava più l’idea di essere schiavo dei soldi, delle macchine, delle cose inutili e della libertà di possedere ciò che non serviva a vivere. Voleva liberarsi – anche se momentaneamente - dal contatto con l’uomo, “che è uno degli animali più impossibili e orrendi tra le creature del cielo e della terra”, per poter pensare e interrogarsi sulle sorti del mondo, ricominciando così a vivere. Cercava quel contatto perduto con la natura e con se stesso, inseguiva la bellezza del silenzio che permette di sentire un mondo diverso oltre che il piacere delle piccole cose, desiderava ascoltare i suoni della natura, come il canto degli uccelli, il mormorio del vento, il sussurrare della pioggia, soffocati tutti dal frastuono delle città. E la solitudine gli sembrava la condizione ideale.

Il libro mi rimanda inevitabilmente a “Walden o vita nei boschi” , da sempre considerato libro-culto da intere generazioni, in cui si rispecchiano i fautori dell’ecologia, i pacifisti di ogni paese ed i sostenitori di un modello di sviluppo e di vita alternativi a quello vigente. Il suo autore, Henry David Thoreau - figlio ribelle ed anticonformista dell’America dei primi anni dell’Ottocento - voleva dimostrare che l’uomo, rifuggendo la civiltà industriale e consumistica, con poche e semplici cose poteva condurre un’esistenza in armonia con se stesso e con il mondo circostante. E pertanto abbandonò il consorzio civile e si rifugiò in una casupola in mezzo al bosco sulla sponda di un piccolo lago, dove visse per oltre due anni, zappando la terra e coltivando fagioli, pescando nel lago, leggendo, ricevendo ospiti nella sua capanna, dedicandosi alla meditazione ed alla contemplazione della natura. E interrogandosi sulle ragioni più profonde dell’esistenza.

“Ma l’uomo – scrive Andreoli – ha bisogno dell’uomo e allora occorre che rimanga e non fugga lontano…il problema non è quello di scappare dal mondo per andare in un altro che non ti appartiene, ma di fare in modo che la città mantenga una dimensione possibile e non sia più il luogo della follia”.



giovedì 26 settembre 2019

Camminare è...

dal web


“Camminare è una guarigione, un’esperienza di salvezza”.
(Michele Serra)

Ho la buona abitudine di camminare tutti i giorni, ad andatura spedita, per circa un’ora. Dicono che aiuti a stare bene fisicamente. Frequento un parco vicino casa - Villa De Sanctis – che tra l’altro custodisce un importante monumento funerario di età romana – il Mausoleo di Elena - fatto costruire dall’imperatore Costantino intorno al 330 d.c. per sua madre Elena. Camminare all’ombra della storia, al cospetto di un monumento che sta lì da oltre 17 secoli, è il modo migliore e più suggestivo per riflettere sulla caducità della condizione umana.
Mausoleo di Elena

Ma le mie camminate non si esauriscono in quel parco: spesso vado gironzolando anche per la città eterna, senza una meta precisa, cercando solo di evitare quei posti battuti da branchi di turisti. Sono due momenti del mio camminare che racchiudono piaceri diversi: salutare e del corpo (il primo), estetico e dell’anima, il secondo. 

Camminare è un coinvolgimento corporeo con l’ ambiente circostante, è un donarsi incondizionato, di anima e corpo, alla bellezza ed alla sensorialità dei luoghi;

camminare è un atto rivoluzionario in un mondo dominato dalle macchine e dalla velocità, è prendere le distanze, in maniera pacifica, dai ritmi sfrenati del progresso;

camminare è l’affermazione del proprio essere, è ricerca di tranquillità, di silenzio, di solitudine;

camminare è godere lentamente il proprio tempo, è gioia del pensare, è bellezza del guardare;

camminare è affinare lo sguardo, è scoprire le piccole cose semplici e belle della vita;

camminare è un’ancora di libertà e di salvezza, una fonte inesauribile di esplorazioni, un sereno godimento di incontri inattesi e di scoperte improvvise;

camminare è cercare un momento di pausa ai ritmi frenetici ed esagitati dell’esistenza, è ristabilire le giuste distanze tra l’essere e l’apparire;

camminare è sciogliere lentamente la tristezza, è la medicina dell’anima e del corpo.

lunedì 23 settembre 2019

La provincia addormentata



Se c’è uno scrittore meridionale che forse più degli altri ha saputo analizzare, con grande maestria, l’animo umano attraverso i suoi libri, interrogandosi su alcuni grandi temi del vivere quotidiano che tormentano l’uomo moderno - quali la solitudine, la sofferenza, l’incomunicabilità tra le persone, i difficili rapporti familiari - ebbene questi è Michele Prisco, lo scrittore partenopeo nato a Torre Annunziata e morto nel 2003 nella città che lui più amava, Napoli.

“La provincia addormentata” rappresenta il suo esordio nel mondo letterario, pubblicato nel 1949. E’ un testo che comprende dieci racconti, attraverso i quali Prisco dipinge, in chiave psicologica, un affresco umano ed esistenziale di notevole impatto emozionale incentrato sulla ricca borghesia partenopea degli anni ’50 - alla quale egli stesso apparteneva – composta da “una ristretta aristocrazia di facoltosi borghesi agganciati tra loro da un vincolo di pigra amicizia: proprietari terrieri, industriali di aziende alimentari o corallifere nelle vicine città costiere, le più sviluppate, taluni professionisti, qualche rappresentante della stanca nobiltà cittadina”.

In questa pigra e addormentata provincia che si adagia alle falde del Vesuvio “un po’ tarda, pettegola ma tanto pacifica” satura di luce, di colori e di profumi, dove le case sono “seppellite di verde, così calme e borghesi, dove tutto è tranquillo e i sentimenti stessi son cose catalogate” si muovono tutti i personaggi del libro, molti dei quali hanno come voce narrante una donna; gli stessi si dibattono, direi senza speranza e vie d’uscita, tra conflitti interiori e difficoltà ad instaurare sereni e duraturi rapporti interpersonali, tra monotonia ed abitudini consolidate, in contrasto con la tranquillità del circostante paesaggio naturale. Quasi sempre gli uomini e le donne, protagonisti di questi racconti, sono reduci da esperienze dolorose; sembrano appesantiti da un fardello di sofferenza e avvolti da una insanabile solitudine che appare come la loro unica possibilità di conforto. Vittime di ossessioni, vere o presunte che si portano dietro, i personaggi che escono dalla penna dello scrittore napoletano richiamano alla memoria tempi passati carichi di nostalgia, i quali pur vivendo in ambienti ricchi e curati, non riescono ad essere felici e vivere una vita normale. Quasi a voler significare che la ricchezza non dona la felicità ai suoi possessori. Alcuni di essi, che si erano allontanati dalla propria casa, dai propri familiari, dal proprio mondo, per inseguire sogni e desideri, spezzando inconsapevolmente un legame sicuro, ritornano alle origini cercando con difficoltà di ricucire gli antichi rapporti con le persone e con le cose che avevano lasciato.

Sono storie velate di leggera malinconia, inserite in un contesto urbano che la modernità ha notevolmente cambiato, scritte con uno stile raffinato che appartiene – senza ombra di dubbio - ad una maniera antica e colta di raccontare, non riscontrabile tra i tanti scrittori alla moda dei nostri tempi.

lunedì 16 settembre 2019

Il mio primo viaggio all'estero



Non sono mai stato un “viaggiatore”, nell’accezione più nobile del termine, e devo dire che non mi sento neanche un “turista” nel suo significato più moderno. Quando viaggio (ed i miei non sono lunghi spostamenti verso i “paradisi” tropicali dell’Oceano Pacifico, o verso le destinazioni più ambite dell’Europa o dell’America, tanto per intenderci), mi considero un “visitatore dell’anima”: ho bisogno di identificarmi nel luogo che mi ospita e non devo  sentirmi né spaesato né straniero. Luoghi dove posso ritrovare me stesso, le mie origini storiche, sociali e culturali: insomma il mio paese. E l’Italia tutta, con le sue città d’arte ed i suoi innumerevoli borghi e paesi ricchi di storia e di fascino, non può essere che il mio esclusivo luogo dell’anima. Più che “andare” in capo al mondo, pertanto, amo “ritornare” in posti a me cari e conosciuti, che io considero più seducenti di quelle mete esotiche o di quelle località alla moda che si trovano sempre altrove, lontane, in un sud del mondo sempre più a sud. Non credo che si possa vedere e godere meglio e di più, viaggiando lontano, verso paesi stranieri. Le nostre località di mare, dalla Sicilia al Conero, dalle Cinque Terre alla Costa Smeralda sono forse meno belle e attraenti delle Seychelles o di Acapulco? Eppure, c’è chi è stato alle Maldive e non conosce Capri e la Costiera Amalfitana, c’è chi va a New York senza avere mai visto Todi, che proprio gli americani considerano il luogo più vivibile del pianeta. D’altra parte c’è chi ha visitato il museo del Prado a Madrid e non ha mai messo piede nella Galleria degli Uffizi a Firenze. E’ come dire che l’erba del vicino è sempre più verde. A volte ho l’impressione che a “casa nostra” le attese di ognuno di noi si indeboliscano e si lascino fuorviare. Viviamo in posti circondati dalla bellezza artistica e paesaggistica, eppure questa bellezza a volte ci sfugge, non la cogliamo, non la conosciamo, andiamo all’estero a scoprire qualche rudere, senza aver mai ammirato i templi di Paestum o gli scavi di Pompei. Siamo convinti di avere già visto, nel paese più bello del mondo (il nostro), tutto quello che c’è da vedere. Ma non basta una vita per visitare l’Italia: e noi ne abbiamo una sola, di vita. L’abitudine a non guardare la bellezza che ci appartiene e che il mondo intero ci invidia, l’esterofilia da cui sembriamo afflitti e, soprattutto, certe mode e certe pubblicità che impazzano, ci hanno resi ciechi e insensibili. “Il fatto è che sono pochi quelli che sanno essere felici dove si trovano – diceva lo scrittore statunitense  George Washington Irving - da qui deriva il desiderio di essere dove non sono, da qui la mania del moto perpetuo. Solo dopo avere sacrificato più e più volte ogni comodità alla passione per i viaggi siamo in grado di apprezzare la dulce domum". E qual è la “dolce casa” se non l’Italia?

Facevo queste considerazioni mentre mi trovavo sul pullman (quando giro preferisco i mezzi pubblici, in primis il treno…la macchina non mi permette di guardare), che aveva da poco lasciato la pianura attorno a Rimini e mi stava portando nello Stato più antico del mondo, appollaiato da oltre 17 secoli sul monte Titano tra la Romagna e le Marche: la Repubblica di San Marino. Mi accingevo a varcare, per la prima volta, i confini di uno stato estero. Si, non sono mai stato all’estero, avendo sempre dato la preferenza all’Italia.
“Questo piccolo, libero stato – scriveva nel 1792 il poeta tedesco Friedrich Leopold Stolberg che l’aveva visitato - sarebbe ben più celebre delle grandi nazioni, se la virtù e l'innocenza, piuttosto che la pompa ed il vizio, costituissero oggetto d'ammirazione degli uomini”. Parole che mi trovano d’accordo. La tradizione fa risalire la sua fondazione al 3^ sec. d.c. quando un tagliapietre della Dalmazia – un tal Marino che poi sarebbe diventato santo - per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani disposte dall’imperatore romano Diocleziano, si rifugiò sulla cima di questa montagna per viverci da eremita. Le sue dure privazioni fisiche e morali ed i miracoli che gli vennero attribuiti, lo resero ben presto popolare, tant’è che una principessa del posto, conquistata dalla sua estrema scelta di vita e dalla sua santità, gli donò la montagna su cui lui fondò una piccola comunità cristiana che prese il suo nome.


Mentre il pullman sembrava arrampicarsi con fatica verso l’alto, quasi a scalare il cielo, mi si aprivano davanti vedute estese e spettacolari che si allargavano verso il mare Adriatico, in lontananza. Alcune delle case sembravano scolpite nelle rocce o costruite con le rocce stesse, qualcuna appariva come un nido di aquile tra le fenditure della montagna, sulla cui sommità appuntita svettavano tre rocche fortificate, ad una certa distanza l'una dall'altra, collegate fra loro con dei camminamenti, le cui torri  sembravano sfidare il cielo.

Il borgo, silenzioso e tranquillo nonostante la folla che lo anima, sembra essere stato creato apposta per sfuggire alle sirene della modernità più sfrenata, e riconduce subito alle sue antiche origini ed alla storia del suo  fondatore eremita. Stradine e angoli suggestivi, a strapiombo sulla valle sottostante, sembrano inghiottirti per liberarti all’improvviso in ampi spiazzi, da dove lo sguardo si perde con ammirazione in lontananza verso Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, San Leo, Pesaro, Urbino, Ancona, fino ad arrivare sulle coste della Dalmazia e su quell’oceano di montagne che è l’Appennino tosco-romagnolo. Il luogo ti dispone alla pace, alla meditazione ed alla tranquillità dell’animo, allontana le preoccupazioni che corrodono il corpo e rimuove i timori che avvelenano la mente. Se solo per un attimo si riuscisse a non vedere i tanti turisti che impugnano un telefonino come un’arma filmando senza guardare nulla (guarderanno, poi, a casa), la magica atmosfera del posto ti catapulterebbe nel suo lontano passato. E allora ti chiedi come sia stato possibile che una delle Repubbliche più piccole del mondo abbia potuto mantenere, nel corso dei secoli, la sua libertà e la sua autonomia e sia sfuggita a guerre e a contrasti politici, fatali a tanti grandi imperi dell’Europa, in nome di un diritto “nemini teneri” (non dipendere da nessuno) proclamato dallo stesso San Marino. Una terra meravigliosa che vanta una straordinaria tradizione di ospitalità e che non ha mai negato aiuti e diritto di asilo a nessuno. La sua triplice cerchia muraria racchiude un ricco patrimonio di beni architettonici, tra piazze che si aprono su panorami incantevoli, antichi palazzi in pietra, chiese, musei e case che conservano il loro aspetto medievale. Su una delle piazze più belle si erge maestoso e severo il Palazzo Pubblico, dove si svolgono le cerimonie ufficiali dello Stato. Ho avuto modo di parlare, durante la mia breve permanenza a San Marino, con alcuni suoi abitanti e devo dire che sono rimasto colpito dai loro sentimenti: l’ orgoglio di appartenere ad una piccola e singolare comunità riconosciuta come stato sovrano ed il legame che li tiene uniti alla grande madre patria, l’Italia.

mercoledì 11 settembre 2019

La conosci tu la solitudine?

Edward Hopper - tavola calda


La conosci tu la solitudine?
Sì, quella dei poeti e degli impotenti.
La solitudine?
Quale solitudine?
Ma lo sai che non si è mai soli?
E che dovunque ci portiamo addosso
il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro?
Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi.
E fossero solo loro, poco male.
Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato,
quelli che abbiamo amato e che ci hanno amato.
Il rimpianto,
il desiderio,
il disincanto e la dolcezza,
le puttane e la banda degli dei!
La solitudine risuona di denti che stridono,
chiasso, lamenti perduti…
se soltanto potessi godere la vera solitudine,
non questa mia solitudine infestata dai fantasmi,
ma quella vera,
fatta di silenzio e
tremore d’alberi
Tratta dal testo teatrale “Caligola” di
Albert Camus

sabato 7 settembre 2019

Quando viaggiare era un'arte



In un lontano passato solo poche persone viaggiavano: in primis, i mercanti che affrontavano molte difficoltà per trasportare le loro mercanzie da un paese all’altro; poi c’erano i pellegrini che si incamminavano verso i luoghi dello spirito per ottenere l’indulgenza, attraverso percorsi che hanno disegnato le mappe geografiche dell’Europa medioevale;  ed infine troviamo gli artisti (scrittori, pittori, musicisti…) che a ragion veduta erano i veri viaggiatori – figure romantiche ormai scomparse - che cercavano ispirazioni culturali nelle città d’arte in cui si recavano. Un viaggio in Italia (Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Pompei, tanto per citare le località più ambite), costituiva il coronamento della buona educazione dei giovani delle famiglie benestanti, che si apprestavano a fare il loro ingresso nella società ricca e borghese del tempo. Il loro viaggio – il cosiddetto “Grand Tour” - durava mesi, a volte anni, grazie soprattutto alle disponibilità finanziarie degli interessati, ma anche alla lentezza dei mezzi di trasporto: ci si spostava in carrozza o a piedi, attraverso strade e sentieri accidentati e poco affidabili, sostando in locande e bettole in cui promiscuità e gravi carenze igieniche erano la normalità. Si pensava che tramite queste esperienze di vita si potessero acquisire doti di capacità, conoscenze e coraggio, necessarie ai rampolli di quell’aristocrazia europea impegnata soprattutto in un’attenta gestione delle proprie ricchezze.
Il Settecento - scrive Attilio Brilli, uno dei massimi esperti di letteratura da viaggio, nel suo interessantissimo saggio che si intitola “Quando viaggiare era un’arte”, con sottotitolo “il romanzo del Grand Tour” – è stato il secolo d’oro dei viaggi, “l’era di una cultura saldamente ancorata ai parametri della ragione ottimistica, cosmopolita e soprattutto itinerante”. Si partiva per l’ignoto e per conoscere e studiare le vestigia delle antiche civiltà, con un occhio attento al “viaggio di dentro ritagliato nelle anse e nelle pause di quello di fuori”.
E il “viaggiatore”, che nel passato percorreva la sua strada quasi sempre in solitudine e in lentezza – tranne i rampolli delle famiglie aristocratiche che si facevano scortare da un vero e proprio corteo di servitori e lacchè, precettori e medici, cuochi e palafrenieri - in un’epoca caotica e massificata come la nostra si è trasformato in “turista” che aspira ad essere guidato e portato in giro, a condividere in gruppo e senza sforzo le medesime esperienze. Esperienze ed emozioni che, vissute da pochi, apparivano uniche ed irripetibili, cessano di essere significative quando vengono vissute da tutti alla stessa maniera. Quell’arte di viaggiare, riservata un tempo alle classi più colte, oggi si è come frantumata al ritmo squilibrato del turismo di massa, sommerso da “consigli” sul dove andare e su cosa visitare, a scapito della qualità, della lentezza e della riflessione. L’antropologo e filosofo Levy-Strauss – scrive Brilli nel suo libro – dice che i viaggi non sono più in grado di concederci promesse di sogno e tesori incontaminati, poiché la prima cosa che vediamo viaggiando per il mondo è la nostra sporcizia gettata in faccia all’umanità. Anche per questo i libri di viaggio – prosegue Levy-Strauss – creano l’illusione di qualcosa che non esiste più ma che vorremmo esistesse ancora.

venerdì 30 agosto 2019

Un ospite illustre nel Cilento: Giambattista Vico



Ogni estate mi ritiro nella mia terra di origine: l’amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi, che l’aveva percorso in lungo e in largo verso la fine dell’800. Qui – lontano dai clamori della pazza folla e dalle aberrazioni dei nostri tempi – mi ritaglio uno spazio appartato e silenzioso dove cerco di raccogliere sensazioni ed atmosfere perdute, odori e colori, paesaggi e bellezze dimenticate. Insomma, quelle memorie e quei sentimenti che attraversano l’esistenza di ognuno di noi.

Capita, a volte, che la memoria di un uomo si rispecchi in quella di un luogo. La conferma l’ho avuta giorni fa mentre stavo per raggiungere, con la mia macchina, un paesino che si chiama Vatolla, un antico borgo di poche anime sprofondato fra le colline ammantate di castagni e ulivi nel Parco Nazionale del Cilento. Un luogo che conserva ancora il suo aspetto medievale, a pochi chilometri da Agropoli e da Paestum, che invita al silenzio, alla meditazione ed all’ozio creativo. Avevo appena finito di leggere un prezioso libriccino che si intitola “G. B. Vico un ospite d’eccezione della terra di Vatolla”, scritto dal prof. Antonio Malandrino, e avevo pertanto deciso di seguire le tracce del grande filosofo e giurista napoletano, il quale soggiornò da queste parti per circa un decennio (dal 1686 al 1695). E quando si parla di Vatolla – almeno per i cilentani -  il pensiero corre immediatamente a lui, all’autore della “Scienza Nuova”. Il paese sembra legato indissolubilmente al filosofo napoletano. La memoria dell’uomo si riflette, come dicevo prima, nella memoria del luogo.

G. B. Vico, che per volere del padre aveva studiato legge – pur detestando la vita forense – ebbe l’occasione di conoscere, un giorno del 1686, monsignor Gerolamo Rocca, Vescovo di Ischia. Questi, apprezzando le qualità intellettuali di quel giovane giurista, gli propose – secondo quanto si legge nella sua autobiografia – di fare da maestro ai suoi quattro nipoti presso “un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissimo clima, il quale era in signoria di suo fratello, il signor Domenico Rocca, perché lo avrebbe in tutto pari ai suoi figlioli trattato ed ivi dalla buona aria del paese sarebbe restituito in salute ed avrebbe tutto l’agio di studiare…”. Ora, proviamo ad immaginare lo stato d’animo del giovane Vico: all’epoca aveva solo 18 anni, era povero, viveva a Napoli in una modestissima casa accanto ad una botteguccia di libri gestita dal padre, alternando lo studio della giurisprudenza con quello della filosofia, la sua vera passione. La proposta ricevuta dal vescovo avrà certamente suscitato nel suo animo apprensioni e timori; egli avrebbe dovuto lasciare la sua amata Napoli per una terra lontana e sconosciuta, per andare a vivere presso una famiglia di feudatari, signori di Vatolla, prendendosi cura di quattro ragazzi poco più giovani di lui. Certo, l’impiego che gli veniva offerto, a quei tempi, non era affatto prestigioso: il precettore, infatti, era considerato alla stregua di un servitore, di poco superiore ad un cocchiere, con un salario molto basso. Accettando l’incarico, Vico poté usufruire di vitto e alloggio gratis: e questo non era poco considerate le sue ristrettezze economiche. E soprattutto quel mandato gli diede la possibilità di dedicarsi ai suoi studi filosofici, che lo avrebbero reso immortale, avvalendosi della ricca biblioteca padronale dove si trovavano opere di S. Agostino, Ficino, Pico della Mirandola, Tacito ecc. Il viaggio in carrozza durò circa tre giorni, tra soste e pernottamenti in locande di fortuna, percorrendo strade accidentate spesso infestate da banditi, prima di arrivare nel castello di Vatolla. In questa dimora fortilizia - che era stata costruita prima dell’anno mille dai Longobardi, a pianta trapezoidale e munita di quattro torri cilindriche (oggi palazzo De Vargas, dal nome degli ultimi proprietari di origine spagnola, sede della fondazione G.B. Vico) - viveva il marchese Don Domenico Rocca, vedovo, con i suoi quattro figli. Gli fu assegnata una stanza da cui poteva ammirare, in lontananza, l’isola di Capri sulla cui inconfondibile sagoma Vico soffermava il suo sguardo, nei momenti di malinconia e di nostalgia. Si, perché il filosofo aveva un rapporto alquanto tormentato con il luogo che lo ospitava tant’è che in un suo scritto definiva Vatolla  “aspra Selva solinga arida e mesta”, mentre in altre occasioni manifestava tutto il suo amore al “bellissimo sito di perfectissima aria” . Spesso si sentiva triste e spaesato perché l’ambiente non gli offriva molto, tranne le occasionali visite che il suo “datore di lavoro” faceva ai “signori” del posto, a cui lui partecipava di buon grado. Già allora, così come per tutta la vita, il filosofo cercava di coltivare sempre buone conoscenze in “isfere molto elevate siano stati essi dotti prelati, eloquenti predicatori, alti magistrati, studiosi universitari e non universitari, cavalieri e dame della più eletta aristocrazia…”. Ma, da buon studioso, non disprezzava la solitudine e il silenzio: e naturalmente Vatolla ne offriva in abbondanza. Così – sempre nella sua autobiografia – Vico racconta che spesso lasciava il palazzo per recarsi nel vicino convento francescano di Santa Maria della Pietà dove, all’ombra di un grande ulivo, godendosi l’aria fresca e salubre che saliva dalla valle sottostante, trascorreva lunghe ore nello studio e nella meditazione, in compagnia dei libri della biblioteca del convento. E in questo posto così suggestivo che evoca sensazioni indescrivibili, dove la mente del filosofo probabilmente raggiungeva vette altissime, e dove l’aria ha un sapore diverso ed i colori della natura sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore, ho sostato a lungo, da solo, soggiogato dal silenzio e dalla pace. Certi luoghi, che richiamano alla memoria vicende e personaggi di un lontano passato, sembrano lanciare a noi contemporanei - che viviamo in un’epoca caratterizzata dall’indifferenza, dall’eccessiva velocità e dalla scarsa sensibilità verso il bello - un  potente ammonimento a cambiare filosofia di vita e a non dimenticare le ricchezze artistiche e paesaggistiche della nostra terra. Elevare culturalmente un paese significa, essenzialmente, far maturare in ogni suo abitante consapevolezza e sensibilità, affinché possa comprendere e apprezzare la bellezza del patrimonio che gli appartiene.

Girare per le strette e silenziose stradine di Vatolla è come tornare indietro nel tempo. Un vero tuffo nel passato. Il retaggio vichiano, poi, è molto sentito nel paese, perché tutto parla del suo cittadino più illustre. Vie e piazze a lui dedicate, didascalie, notizie storiche e citazioni tratte dalle sue opere impresse su pannelli in ferro battuto posizionati in ogni angolo del borgo: un piccolo museo a cielo aperto. Al fine di rilanciare lo sviluppo di una terra, troppe volte umiliata e offesa, bisogna ripartire proprio dai suoi antichi borghi che si affacciano su un mare cristallino: Vatolla è uno di questi, con la bellezza dei suoi silenzi e la forza della sua storia, risorsa essenziale per la vita e la crescita culturale dell’intera comunità. Ruggero Cappuccio, scrittore e regista napoletano che ben conosce questi posti, dice che “non sono gli uomini a possedere le cose, sono le cose a possedere gli uomini, protetti e minacciati dal maggior difetto e dal maggior pregio di questa terra, la memoria. Certi ricordi non aiutano a vivere. Senza certi ricordi vivere è impossibile”.