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lunedì 23 marzo 2020

Bellezza e solitudine al tempo del coronavirus


In queste lunghe giornate di isolamento forzato, velate di malinconia, di paura e di pensieri, mi capita spesso di stare da solo, in silenzio, cercando di scacciare quel “tarlo” che continua in maniera ostinata a scavare nel corpo e nella mente di ognuno di noi, lasciando segni indelebili difficili da emarginare, almeno in tempi brevi. Passo lunghe ore a leggere, e poi ad osservare e curare i fiori sul balcone di casa, e poi a conversare con mio figlio, e poi a guardare qualche programma televisivo, per lo più documentari (io che guardo poca televisione), cercando di essere attento a non subire dosi eccessive di informazioni no stop sul coronavirus. Secondo lo psichiatra Raffaele Morelli dobbiamo assolutamente evitare di stare incollati al televisore e sui social, dobbiamo allontanare dalla nostra mente questi problemi angosciosi - che alla lunga diventano devastanti per il nostro equilibrio psico-fisico - ed iniziare ad immaginare e fare altro, perché la parte sognante del cervello è un farmaco, forse il farmaco più potente, che allontana le preoccupazioni sullo sfondo.

E così mi è capitato, l’altra sera, di soffermarmi a lungo – come non mi era mai capitato di fare in precedenza – su un piccolo quadro appeso ad una parete della mia camera. Che strano: sta lì da chissà quanto tempo e non aveva mai ricevuto così tanta attenzione da parte mia. Come a dire che a volte trascuriamo le cose vicine per un altrove che riteniamo migliore. Questo dipinto è stato realizzato da una brava e sconosciuta pittrice contemporanea, Cristina Mazzoni, ed ha per soggetto una donna seduta su un muretto in un giardino con accanto una bambina – nell’intenzione dell’artista, probabilmente, madre e figlia – il cui delizioso abbigliamento rococò rimanda ad un’epoca lontana, di altri tempi. 
Cristina Mazzoni - Damine

Chissà quali sentimenti avranno guidato la mano della pittrice nel fissare sulla tela quell’immagine all’aria aperta, così delicata, che infonde una piacevole serenità, soprattutto di questi tempi. Devo dire che chiunque si trovasse a guardare questo quadro – anche il più sprovveduto degli osservatori – non potrebbe non riconoscere la bellezza della rappresentazione; e nessuno, almeno così credo, potrebbe sostenere di non capire il significato dell’opera. D’altra parte, così non sarebbe se lo stesso spettatore si trovasse al cospetto di una forma d’arte assolutamente diversa, non facile da comprendere, da indurlo perfino a mettere in discussione il fatto stesso che sia arte, come il quadro astratto sotto riportato dipinto da Paul klee.
 
Paul Klee
Alla luce di queste osservazioni, io non credo che esista un modo corretto di guardare un’opera d’arte o che si possa, tanto meno, insegnare la giusta maniera per apprezzare la bellezza. Ognuno di noi, nell’osservare un quadro, è inevitabilmente influenzato da tante cose che vanno ad incidere sulla propria scelta, sulla propria reazione emotiva: la maggiore o minore sensibilità, l’educazione ricevuta, l’istruzione, l’ambiente socio familiare in cui vive. E’ come dire che spesso vediamo non tanto quello che un dipinto ci mostra, quanto ciò che siamo o ciò che conosciamo. E fino a quando tali condizioni ci consentono di trarne beneficio, non esiste alcun problema estetico: il bello che scorgiamo in un’opera d’arte ci viene incontro e ci dà piacere e conforto. Ma quando nella visione subentra un pregiudizio, quando scartiamo o consideriamo brutto un quadro che – per esempio - ha per soggetto una montagna innevata, mentre noi amiamo solo il mare, allora dobbiamo riconoscere le nostre ragioni sbagliate che, senza alcun fondamento estetico, ostacolano la ricerca del bello e ci privano di un piacere che altrimenti proveremmo.

In un quadro noi cerchiamo sempre quelle atmosfere e quelle sensazioni che più amiamo. Se uno dice di essere attratto dalla luce e dalla vita all’aria aperta, esprime un suo gusto personale che lo porta, probabilmente, a preferire la pittura degli espressionisti ed in particolare quella di Renoir. Qualcun altro potrebbe affermare che i contorni sfumati delle figure dipinte nei quadri del pittore francese, non riescono a trasmettergli quella tensione emotiva e quella bellezza che scorge, invece, nelle tele del Caravaggio, con quel suo gioco di luce e ombra dove i personaggi così ben delineati sembrano vivi, appena usciti da un contesto reale. Evidentemente sono percezioni differenti, che rimandano a sensibilità e preferenze diverse: il primo ama le situazioni delicate, un po’ sfumate, il secondo quelle intense e drammatiche. Non è pensabile, però, che colui a cui piace Caravaggio possa dichiarare che la pittura di Renoir sia brutta.

Come ci insegna il grande storico dell’arte Ernst Gombrich – autore di uno dei libri più belli che siano stati scritti sulla storia dell’arte - la bellezza di un quadro non risiede solo ed esclusivamente nella bellezza del soggetto rappresentato. Quando il pittore tedesco Albrecht Durer dipinse nel 1500 il suo famoso “autoritratto con pelliccia”, simile ad un Gesù Cristo sceso in terra, probabilmente desiderava esprimere tutto il suo narcisismo e voleva che anche noi ammirassimo la sua bellezza, quasi divina.
Durer - autoritratto

Probabilmente ci riuscì, perché quel disegno esprime fascino ed attrazione. Tuttavia la seduzione per i soggetti belli nell’arte non deve indurci a respingere opere che raffigurano soggetti meno belli. Anche il grande pittore olandese Rembrandt disegnò, negli ultimi anni della sua vita, un suo ritratto e a quest’opera dedicò tutto il suo impegno artistico, certamente lo stesso impegno che Durer aveva riservato alla sua effige.
Rembrandt - autoritratto

Il volto di Rembrandt non è bello come quello di Durer, tuttavia non si può dire che non abbia una sua forte intensità espressiva; quindi entrambi i quadri meritano il nostro interesse perché hanno la straordinaria capacità di evocare - con assoluta sincerità - la vanità dell’uomo (il primo) e la sua decadenza fisica, il secondo. Ciò che siamo ci viene raccontato dalla maestria di questi due artisti i quali sono riusciti a convertire in forme comprensibili i sentimenti umani.

Ma l’artista crea anche attraverso la propria immaginazione, rende visibile qualcosa che, forse, non riusciremmo mai ad immaginare, pur sollecitando attraverso la sua opera la nostra stessa immaginazione. Quando l’autore de “la città ideale” dipinse, nella seconda metà del 1400, questo famoso quadro che viene attribuito a tre diversi artisti (Piero della Francesca, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini), intendeva rappresentare gli ideali di perfezione, di armonia e di bellezza di un tessuto urbano rinascimentale. E non poteva immaginare altro. 
La città ideale

Ora, osservando bene questa raffigurazione, il mio pensiero non può che andare alle immagini – direi molto belle, se non avessimo quel “tarlo” nella testa che ci perseguita e deforma anche la nostra visione - delle tante, magnifiche piazze del nostro Paese, svuotate e rese quasi spettrali dal contagio che ci perseguita. E come non pensare, poi, alla pittura di Mario Sironi.
Mario Sironi - paesaggio urbano

Chiunque abbia presente la sua arte sa che l’artista sardo amava trasferire sulla tela suggestioni metafisiche e surreali, atmosfere cupe e desolate. Spesso dipingeva paesaggi urbani alienanti da cui non traspare la bellezza che si può cogliere nel dipinto precedente, ma soltanto solitudine. La solitudine dell’uomo nel suo contesto abitativo. Sembra quasi che bellezza e solitudine si rincorrano e si uniscano, nell’arte come nella vita. Oggi, forse nel momento più tragico della nostra esistenza, quando vediamo i nostri centri storici - autentici scrigni di bellezza – senza la presenza umana, ci assale un profondo e indescrivibile malessere. Eppure, prima del coronavirus, chissà quante volte, passeggiando per gli stessi luoghi sovraffollati e rumorosi ci è capitato di provare horror pleni, in contrapposizione all’horror vacui che stiamo vivendo.   
Roma - piazza del pantheon


domenica 8 marzo 2020

Il disagio esistenziale: da Camus a Bassani



Considero Giorgio Bassani uno dei nostri più grandi scrittori del Novecento. Tutti i suoi romanzi, tra cui “Il giardino dei Finzi Contini” – il più famoso - sono ambientati nella sua Ferrara, la città in cui trascorse l’infanzia e l’adolescenza, e raccontano le sorti della ricca borghesia ebraica della città estense (di cui egli stesso faceva parte) durante il regime fascista. Ho letto in questi giorni “L’airone” – il romanzo che si aggiudicò il Premio Campiello nel 1969 – e devo dire che sono rimasto particolarmente colpito dal suo disincantato protagonista - l’avvocato Edgardo Limentani – che simbolizza il profondo malessere esistenziale dell’uomo, tematica al centro della narrativa dello scrittore ferrarese. E mentre leggevo, mi sono ricordato di un altro personaggio della letteratura così somigliante all’avvocato Limentani: quel Meursault incontrato tra le pagine del romanzo di Albert Camus “Lo straniero”. Costui è un modesto e oscuro impiegato che vive ad Algeri il quale si fa arrestare e processare senza battere ciglio, dopo aver ammazzato per futili motivi un arabo che nemmeno conosce. Il personaggio di Bassani, invece, è un ricco proprietario terriero che in una nebbiosa e fredda domenica del 1947 (la storia è tutta incentrata nell’arco di questa giornata) decide di riprendere una sua antica passione abbandonata da tempo: la “caccia in botte” nelle valli della bassa ferrarese. Sebbene le vicende narrate nei due romanzi sopra menzionati siano molto diverse, entrambi i protagonisti sono accomunati dallo stesso disagio esistenziale, e vivono nella più completa apatia verso se stessi e il mondo che li circonda, trascinandosi in uno stato di indifferenza, di pigrizia, di solitudine e di estraneità. L’atmosfera che si respira nei due libri messi a confronto – raccontati attraverso il monologo interiore del protagonista – è mesta e rassegnata. Sia Meursault che Limentani, animati quasi da una tensione surreale, sembrano accettare passivamente gli eventi che accadono; sembra quasi che i fatti e le persone che hanno a che fare con loro li allontanino sempre di più dalla realtà delle cose.

Seguiamo passo dopo passo il protagonista del romanzo di Bassani – dall’istante in cui si sveglia ed esce di casa fino al suo rientro a tarda sera - nel suo lento itinerario alla guida della sua vecchia Aprilia, tra le valli nebbiose ed incerte della bassa padana. I suoi tempi, le sue azioni, i suoi movimenti sono descritti in maniera meticolosa e scanditi ossessivamente dal suo orologio. In questa lunga ed estenuante giornata l’avv. Limentani non fa altro che delirare; sembra che non ci sia più niente che non lo irriti, che non lo ferisca, che non lo disgusti: la caccia, il freddo, il pranzo in una bettola gestita da un fascista, l’incontro con un cugino che non vedeva da tempo, i paesi avvolti nella nebbia.

“Come erano tranquilli e beati gli altri, tutti gli altri – pensava – come erano bravi a godersi la vita”. Lui invece era disgustato di se stesso e e della propria esistenza. E tutto sembrava mescolarsi e confondersi, perfino il tempo, quello dei minuti e delle ore, pareva non contasse più nulla. E allora “dopo aver deciso quello che aveva deciso” di fare una volta ritornato a casa - dove lo aspettava una moglie che “sapeva recitare con compunzione la sua parte di dama della più eletta società cittadina”, mentre lui ancora non riusciva a capacitarsi di come avesse potuto sposarla – finisce per identificarsi in un airone imbalsamato, osservato al di là della vetrina di una bottega di un impagliatore di uccelli. E di fronte a quelle bestie “magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive”, si sente finalmente felice tanto da comprendere quanto fosse “stupida, ridicola, grottesca , la vita, la famosa vita, a guardarla dall’interno di una vetrina di imbalsamatore. E come ci si sentiva bene, immediatamente, al solo pensiero di piantarla con tutto quel monotono su e giù di mangiare e defecare, di bere e orinare, di dormire e vegliare, di andare in giro e stare, in cui la vita consisteva! Per la prima volta, forse, da quando era al mondo, gli capitava di pensare ai morti senza paura”.

A lettura ultimata, che ti lascia addosso una indicibile mestizia, viene spontaneo domandarsi: può considerarsi bello da leggere un libro che racconta un dramma esistenziale? Per me la risposta è si, quando l’autore, attraverso una narrazione struggente e malinconica - e le pagine conclusive del romanzo (che da sole valgono la lettura) ne sono la testimonianza – riesce ad esprimere sensibilità e capacità espressiva che lasciano un segno indelebile nell’animo del lettore.

giovedì 27 febbraio 2020

La vecchiaia, questa sconosciuta



Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla vecchiaia e, a tutt’oggi, il dibattito su questo tema, che ha affascinato i pensatori di tutte le epoche, risulta sempre di grande attualità. Anziano, vecchio, attempato, maturo, diversamente giovane: i nomi si sprecano per definire una condizione dell’esistenza che, prima o poi – se non intervengono impedimenti in itinere  - riguarda tutti noi. “Morir di vecchiaia – diceva Michel de Montaigne – è una morte rara, singolare e straordinaria, e tanto meno naturale delle altre; è l’ultima specie di morte, e la più difficile; più è lontana da noi, tanto meno possiamo sperare in essa; essa è senza dubbio il confine al di là del quale non andremo, e che la legge di natura ha prescritto non debba essere oltrepassato; ma è una sua rara concessione farci giungere fin là”.

Ma a che età comincia davvero la vecchiaia? A sessanta…a settanta…a ottant’anni? Qualcuno ha detto che comincia nel momento stesso in cui si nasce. La terza età (chiamiamola pure così, nella sua accezione più edulcorata) per me è arrivata all’improvviso, come un temporale estivo che si scatena inaspettato e ti coglie senza l’ombrello. Ero in pensione da poco, quando un mio amico - che non vedevo da tantissimi anni - incrociandomi per caso una mattina, dopo avermi osservato con attenzione per qualche istante, mi ha detto compiaciuto: ti trovo bene! L’ho ringraziato di cuore, naturalmente, però riflettendo su quell’affermazione apparentemente innocua, tanto cortese quanto indulgente, mi è venuto di pensare che mai prima di allora avevo ricevuto un siffatto apprezzamento. Quel “ti trovo bene” l’ho percepito in maniera ambigua, come a dire: vabbé, sono passati tanti anni, però vedo che ancora te la cavi e, tutto sommato, credevo di trovarti peggio di come sei. Ora, diciamocelo: per vedere come gli anni cambiano il tuo fisico, nessuno specchio è più affidabile della faccia di un tuo coetaneo che non vedi da molto tempo. E devo dire che, osservando la faccia alquanto stagionata del mio amico di gioventù, quella mattina ho capito che anch’io avevo imboccato quella fase calante dell’esistenza che lo specchio di casa - con cui faccio i conti tutti i giorni - non mi aveva ancora svelato. Ci rido sopra, ovviamente, eppure è così: ho avuto la sensazione, per la prima volta, di non essere più il giovane virgulto degli anni migliori.

Il tempo passa e se ne va, lasciando i suoi segni indelebili sulle cose, così come sul volto di una persona. E questo passaggio genera inevitabilmente sensazioni e sentimenti, a volte velati di malinconia. I giovani, per esempio, non avvertono mai il fluire del tempo perché la giovinezza - che apparentemente sembra un’età infinita - concede loro un privilegio che ad altri non è concesso e cioè quello di poterlo sprecare, il tempo, visto che ne hanno in abbondanza. A volte i giovani, anziché vivere con gioia il presente, non vedono l’ora di diventare grandi e indipendenti. Rinviano tutto al futuro, incapaci di cogliere l’attimo, che deve passare presto, affinché il domani arrivi quanto prima. Anch’io, quando ero ancora un giovane lavoratore, non vedevo l’ora che arrivasse il sabato e la domenica…le ferie estive…una certa ricorrenza…una determinata occasione. Erano i soli momenti, questi, in cui credevo di poter vivere ed essere felice. Troppe erano le ragioni per sperare che il tempo passasse il più velocemente possibile, che il presente diventasse futuro e in questa infinita attesa aspettando di avere già vissuto, andavo inesorabilmente incontro alla “vecchiaia”. E non me ne accorgevo. Ora, guardando indietro, ho l’impressione che almeno fino ai trent’anni il tempo sembra statico, che non passa mai; dopo i quaranta comincia a correre, passati i cinquanta precipita giù come un masso da una montagna e compiuti i sessanta - poiché ci si trova in età pensionabile - gli anni ruzzolano uno dietro l’altro a velocità inaudita, nonostante si viva l’illusione di giornate lunghissime, rese tali dai minori impegni e dai tempi più lenti del vivere quotidiano.

“Vorrei fermare il tempo in questo dolce istante”, così cantava negli anni sessanta/settanta il cantautore italo-belga Adamo, che forse solo quelli della mia età ricordano.  Ma il tempo non si può fermare. Eppure, oggi, nella società dell’efficienza a tutti i costi e della “dittatura della giovinezza”, in quest’epoca ormai proiettata verso un’aspettativa di vita vicina ai 100 anni, vige una sorta di convinzione di onnipotenza che induce a pensare - proprio nel momento in cui il tempo sta per travolgerti – di poter ritornare giovani attraverso un intervento di chirurgia estetica. Su questi penosi restauri non posso che stendere un velo pietoso perché la bellezza non è solo quella di superficie, fatta di esteriorità e immagine – che comunque ha una sua importanza – ma è soprattutto quella interiore, spirituale. E poi, non si può escludere che ha una sua straordinaria bellezza anche il volto di un anziano segnato dal tempo, con le sue rughe che raccontano storie ed esperienze di vita vissuta.

La terza età, che comincia a manifestarsi sul corpo e sulla mente con l’arrivo della pensione, non è una sciagura – come si vorrebbe far credere - ma l’inizio di un nuovo capitolo dell’esistenza che elargisce, senza alcuna enfasi, vantaggi e piacevolezze, ma anche rimpianti e sofferenze, a cui nessuno può sottrarsi. Essa irrompe, spietata, nella vita rappresentandone un ritaglio importante ed imprescindibile, facendoti comprendere l’estrema fragilità della condizione umana. Finalmente puoi accantonare il tempo fisico ed esteriore, quello regolato dagli orologi, dalla burocrazia, dalla pubblicità e dai ritmi lavorativi, e riconquistare quel tempo interiore, vitale e primario che scorre lento e sereno, guidato non più dalle convenzioni sociali, dalla fretta e dagli impegni, ma dai sentimenti, quelli veri, dagli affetti e dai ricordi. Non devi più firmare il cartellino, puoi pensare, leggere, scrivere, passeggiare, oziare, osservare, perché non hai più un padrone a cui rendere conto; sei affrancato dal “mercato” e da quell’abito sociale che ti era stato confezionato addosso; non devi più dimostrare nulla a nessuno e puoi finalmente appendere al famoso chiodo quei “tormenti più intimi” e seguire il consiglio di Lord Philip Chesterfiel, secondo cui fare certe cose ad una certa età non conviene perché “la fatica è tanta, il piacere è poco, la posizione è ridicola”. La vecchiaia ti apre ad un mondo nuovo e ti rende finalmente libero. Libero di essere te stesso senza falsi infingimenti. Libero dai lacci e dai lacciuoli imposti dalla società, dagli affari, dalle mode, dalla tecnologia.

mercoledì 19 febbraio 2020

La scomparsa del pensiero



Perché oggi un politico può vincere le elezioni raccontando menzogne? Perché la pubblicità, appellandosi ai nostri istinti più elementari, riesce a far credere che bevendo un caffè diventiamo belli come George Clooney? Perché i giovani copiano lo stile, i tic espressivi, i tatuaggi, il modo di vestire e di pettinarsi delle star del cinema e dei calciatori? Perché quando ci troviamo in un luogo sconosciuto camminiamo con lo sguardo incollato su Google Maps? Insomma, perché lasciamo che siano gli altri a pensare e a decidere al posto nostro e non facciamo nulla per invertire questa tendenza? Se lo chiede Ermanno Bencivenga – professore ordinario di filosofia presso l’Università della California – nel suo saggio “La scomparsa del pensiero” pubblicato da Feltrinelli.

L’autore, attraverso un’analisi approfondita e didascalica, arriva ad una conclusione inquietante: la nostra capacità di ragionare oggi è a rischio. Incombe la minaccia di una vera e propria mutazione antropologica che dissolve la peculiarità propria degli esseri umani, che è quella di pensare. Si tratta – dice il prof. Bencivenga - di una “catastrofe gentile che non squassa l’ambiente con uragani…e non semina cadaveri”, ma ci viene apparentemente incontro con un’offerta di aiuto che è ancora più devastante, perché “qualcun altro, qualcos’altro, ragionerà per noi”. I più esposti a questa deriva sono naturalmente i giovani, ipnotizzati dai loro cellulari e immersi in scambi virtuali con persone assenti, i quali non sono più in grado di prestare attenzione a nulla, costantemente distratti da un flusso continuo di informazioni e di messaggi visivi e sonori, troppo veloci e potenti rispetto ai tempi di elaborazione che il pensiero logico richiede. “I dispositivi elettronici – scrive Bencivenga – hanno eliminato la necessità di svolgere semplici, quotidiani esercizi deduttivi e hanno così pesantemente ridotto il fiorire della virtù logica che in questi esercizi trovava nutrimento”. In altre parole, è vero che la tecnologia ci libera da certe fatiche, ma è pur vero che affidandoci completamente a delle macchine fornite di intelligenza artificiale, finiamo per perdere quelle capacità sensoriali e cognitive indispensabili per riflettere e ragionare con la nostra testa.

venerdì 14 febbraio 2020

La solitudine del lettore



Chi ha una certa familiarità con i libri forse ha avuto modo di verificare quel benevolo “risentimento” che un‘azione così pacifica come quella di sfogliare e leggere un libro, può provocare in ogni occasione di coesistenza con il prossimo ed in particolare con le persone che hanno poca dimestichezza con la lettura. “Te ne stai sempre con un libro tra le mani…”: sono le parole che mi ripeteva spesso mia madre, soprattutto negli anni scolastici, quando mi vedeva intento nella lettura non propriamente finalizzata allo studio. Mia madre non è che volesse privarmi di un piacere, a lei sconosciuto, tuttavia, pur riconoscendo l’importanza della cultura e dell’istruzione - a cui lei non aveva avuto accesso, avendo frequentato solo la scuola dell’obbligo fino alla quarta elementare - scorgendomi sempre chino su un libro cercava, in qualche maniera, di distogliermi da quella condizione di solitudine che, comunque, genera la lettura. E poi tentava soprattutto di interrompere quel silenzio così ingombrante che si frapponeva tra di noi, silenzio che se per me era indispensabile, per lei significava rinunciare ad una possibile conversazione.

Chi legge, afferma sempre un’esigenza di solitudine, un bisogno di estraniarsi dal contesto sociale in cui si trova, per ricucirsi uno spazio intimo e personale dove non sono ammessi estranei. Questa condizione privilegiata - che  ti permette di “conversare” con uomini molto più interessanti di quelli che potresti incrociare nella quotidianità, e ti fa incontrare personaggi che diventano tuoi amici fidati - spesso viene osteggiata dalle stesse persone che ti vogliono bene, le quali avvertono quasi la necessità di richiamarti nell’alveo di quel tessuto socio-familiare fatto di relazioni colloquiali, dal quale la lettura ti allontana. Sotto questo aspetto, leggere appare agli occhi degli altri quasi come una forma di misantropia, di distacco dalla realtà circostante che il piacere della lettura, comunque, non può sempre compensare.

Leggere un libro richiede solitudine e silenzio, contemplazione e lentezza, qualità poco attinenti ai tempi nevrotici in cui viviamo, sempre più afflitti dalla fretta e da un inquinamento visivo e sonoro che non danno scampo. C’è da dire, però, che finché la lettura costituisce per noi la chiave per aprire quegli spazi in cui da soli non saremmo mai capaci di entrare, la funzione che essa svolge nella vita quotidiana è assai benefica. Diventa invece quasi dannosa quando - anziché risvegliare lo spirito critico di ognuno di noi e indirizzare il nostro sguardo verso una visione più nobile del mondo e della vita - tende a sostituirsi alla vita stessa, illudendoci che possano bastare le pagine di un libro - seppure scritte da un grande della letteratura - per risolvere tutti i nostri problemi esistenziali.

lunedì 10 febbraio 2020

Il bell'Antonio


" Gli amici brutti rispettavano Antonio, e lo avrebbero anche invidiato, e forse odiato, se, indotti e contagiati dalle donne che frequentavano, anch’essi, senza saperlo, non fossero stati innamorati di lui”

Io credo che certi fatti tragicomici possano accadere solo in Sicilia e che nessuno, meglio di uno scrittore siciliano, sappia raccontarli con ironia e leggerezza. E’ il caso della storia narrata da Vitaliano Brancati in uno dei suoi romanzi più noti: “Il bell’Antonio”.

Il protagonista del libro è un giovane rampollo della borghesia fascista siciliana (Antonio Magnano), un giovane talmente bello e impossibile da penetrare nei desideri e nella fantasia erotica di tutte le donne che incontra lungo via Etnea, l’arteria principale di Catania. Costui ha fama di grande seduttore, al quale vengono attribuite conquiste femminili a ripetizione, vere o false che siano; è invidiato dagli uomini, che lo vedono inimitabile e irraggiungibile, e corteggiato dalle donne che se lo mangiano vivo con gli occhi. Naturalmente non può che essere il vanto di un padre  maschilista (don Alfio) che ha fatto del “gallismo” la sua filosofia di vita, un suo “modo di essere siciliano”. Ad impalmare il “bell’Antonio” è una ricca e bella ereditiera (Barbara), naturalmente scelta dal padre, figlia di un rispettabilissimo notaio “ritenuto l’uomo più serio ed equilibrato della città”. Tutto sembra filare liscio, come in una favola, ma il dramma è dietro l’angolo.

E allora provate ad immaginare cosa può succedere in un simile contesto socio-familiare - dominato dal gallismo e dal mito del maschio siciliano – quando la famiglia e tutta la gente del contado verrà a sapere che il “bell’Antonio”, il tombeur des femmes, è un impotente e che sua moglie, dopo tre anni di matrimonio è tale e quale come è uscita dalla sua casa paterna.

Comicità e tragedia, ironia e scherno, commedia e farsa si mescolano in questo romanzo incentrato sul malessere esistenziale di un uomo condizionato da convenzioni sociali e pregiudizi, metafora di una società che probabilmente non esiste più ma che Brancati, grazie alla sua straordinaria capacità affabulatoria, riesce a far vivere per sempre.

lunedì 3 febbraio 2020

In viaggio con Leopardi



Giacomo Leopardi non era un viaggiatore – come certi artisti e letterati del suo tempo che non rinunciavano mai al cosiddetto “gran tour” - tanto meno era scrittore di letteratura di viaggio, visto che non ci ha lasciato libri di questo genere. Più che farli, probabilmente Leopardi preferiva immaginarli i suoi viaggi, perché il muoversi per lui significava “separazione e fatica” e in questa sua “proiezione immaginaria” così scriveva nello Zibaldone: “è assai più dolce il ricordarsi del bene (non mai provato, ma che in lontananza sembra d’aver provato) che il goderne, come è più dolce lo sperarlo, perché in lontananza sembra di poterlo gustare”. I suoi tragitti, a volte molto brevi, si risolvevano sempre “in fughe disperate e in ritorni angosciosi”,  come scrive Attilio Brilli, autore di un libro molto piacevole che si intitola “In viaggio con Leopardi” (il Mulino). Parlare, quindi, di questi spostamenti da/per le principali città italiane quali Roma, Bologna, Milano, Venezia, Firenze, Pisa, Napoli… significa innanzitutto scoprire quel suo bisogno di evadere dal “natio borgo selvaggio”; ma significa anche rivivere le sue insoddisfazioni e le sue paure che nascevano nel momento stesso in cui doveva lasciare la casa paterna.

Il libro ripercorre luoghi e città – fra il 1822 e il 1833 – visti e raccontati attraverso le lettere che il poeta inviava a familiari ed amici, dove ritroviamo la sensibilità e la sottigliezza delle osservazioni di uno degli ingegni più grandi della nostra letteratura. E non mancano, nel libro, le belle e profonde riflessioni di altri viaggiatori dell’Ottocento – quali Hutton, Lady Morgan, Stendhal, Ruskin, Hazlitt, Vieusseux) che si ritrovavano a percorrere gli stessi itinerari,  quasi a voler mettere a confronto stati d’animo differenti nell’osservare lo stesso luogo. Scrive Brilli che un luogo visitato o solo intravisto dalla carrozza, per Leopardi, era tanto più seducente ed interessante quanto più riusciva quel luogo a stimolare la memoria del borgo nativo, come a dire che anche quando si trovava in un’altra città, lui cercava sempre quelle “rimembranze” che gli ricordassero l’ambiente della sua Recanati, il suo “carcere” amato e odiato. Leopardi, insomma, non aveva una grande capacità di entrare in sintonia con un luogo che non fosse quello d’origine, verso il quale si riversavano comunque i ben noti motivi di rigetto. Lo dice in una lettera indirizzata al padre il 3 ottobre 1825, mentre si trovava a Bologna: “Io non cerco altro che libertà, e facoltà di studiare senza ammazzarmi. Ma veramente non trovo in nessun luogo né la libertà né i comodi di casa mia…”. Nelle sue parole si coglie sempre un senso di estraneità e rifiuto nei confronti della grande città, dove non riesce a coltivare rapporti di solidarietà e amicizia. Una lettera inviata al fratello Carlo, due giorni dopo il suo arrivo a Roma, nel 1822, rivela tutta la delusione e il disagio che gli procura la città eterna: “…delle gran cose che io vedo non provo il minimo piacere, perché conosco che sono meravigliose ma non le sento, e t’accerto che la moltitudine e la grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno…”. Neanche Milano sembra conquistarlo. E se a Stendhal - che l’aveva visitata non molto tempo prima – era apparsa una meta ideale in cui “bighellonare” tra i suoi monumenti che gli offrivano “un’idea della bellezza lombarda, una delle più conturbanti”, al poeta recanatese, invece, il capoluogo lombardo era sembrato  “insociale” dove non si poteva “fare altra vita che quella del letterato solitario”. Aveva apprezzato, però, la calda atmosfera e la buona accoglienza che gli offriva Bologna, una città a misura d’uomo, dove aveva “contratto più amicizie assai in nove giorni, che a Roma in cinque mesi”. Così come era rimasto incantato dalla bellezza e dal clima di Pisa, che tanto bene procurava al suo fisico malandato. E poi c’è Napoli che è una città – come scrive Brilli – “sempre sul punto di essere travolta dai detriti dei luoghi comuni dai quali non fu del tutto immune nemmeno Leopardi”. Il poeta visse quel suo lungo soggiorno a Napoli – vi era arrivato assieme all’amico Antonio Ranieri - come un ospite precario “separatissimo dalla gente” ed il suo risentimento nei confronti della città e dei suoi abitanti, definiti “Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei” affiora spesso nelle sue lettere.

Come tutti i libri di viaggio – di cui sono un estimatore, lo confesso – anche questo piccolo saggio l’ho gustato con squisita lentezza, interrompendo ogni tanto la lettura per soffermami con la fantasia sulle incredibili peripezie e sugli  inconvenienti cui andavano incontro i viaggiatore di un tempo: le strade insicure e malridotte, le carrozze, le soste alle locande, gli incidenti di percorso. Nulla a che vedere con i viaggi dei nostri tempi. Queste letture le consiglio solo a coloro che sanno viaggiare senza partire, e che amano intraprendere un viaggio nel viaggio, traendo diletto dalle esperienze e dalle descrizioni di chi ha visitato luoghi incontaminati, non ancora stravolti dal turismo di massa. Leggere i pensieri di un grande viaggiatore del passato – mi viene in mente Goethe, Ruskin, Piovene – non è come ascoltare passivamente il racconto di un amico al ritorno dalle sue vacanze estive. Quest’ultimo, con enfasi autocelebrativa, non fa che sciorinare un elenco infinito di cose e di luoghi visitati, costringendoti a guardare un migliaio di foto catturate con il suo smartphone, incurante della noia che dopo un po’ ti assale. Il grande scrittore/viaggiatore, invece, senza nessuna fotografia ma solo con parole, le più suggestive, ha la straordinaria capacità non solo di raccontare il fascino di un luogo, ma anche di trasmettere la sua emozione al cospetto della bellezza, nonché la sua repulsione di fronte alla bruttezza: sensazioni, queste, che diventano nostre attraverso la lettura.



venerdì 24 gennaio 2020

Arte e pubblicità



Qualcuno certamente ricorderà quella raccapricciante immagine di qualche anno fa riguardante il David di Michelangelo - simbolo della Firenze rinascimentale – che imbraccia una mitragliatrice, grazie ad un abile fotomontaggio. Si trattava di una campagna pubblicitaria di un’azienda americana produttrice di armi, la quale, senza alcuna autorizzazione e senza alcuna vergogna, aveva avuto la brillante idea di trasformare quel capolavoro dell’arte universale in un rambo grottesco. Inoltre, allo stesso David, una nota azienda di abbigliamento pensò bene di infilargli pure un paio di jeans fino al ginocchio: da rambo pronto alla battaglia a indossatore per una sfilata di moda, il passaggio fu breve. Credo  che la salma di Michelangelo si rigiri ancora nella tomba. Ma non è finita qui, perché la celebre scultura si poteva anche ammirare, inquadrata di spalle, sui manifesti affissi in alcune città italiane con un prosciutto a tracolla a mò di zaino. E che dire, poi, delle campagne pubblicitarie create intorno alla “povera” Gioconda: stravolta e sbeffeggiata in tutte le salse e credo che molte persone, oggi, facciano fatica a comprendere ed a distinguere il dipinto originale dall’immagine deformata. Si potrebbe continuare, perché gli esempi di aziende che ricorrono alle immagini di opere d’arte per promuovere i loro prodotti sono davvero tanti.

Pubblicità ed arte sono due mondi molto distanti l’uno dall’altro e con fini assai divergenti; pertanto non credo proprio che possano incontrarsi ed amalgamarsi: la prima crea desideri e bisogni e spinge le persone a comprare in maniera compulsiva delle cose, la seconda incoraggia le persone a riflettere sul bello elevando i loro desideri e selezionando i loro bisogni. C’è da dire, inoltre, che da un pò di tempo a questa parte ha preso piede un’altra strategia di marketing, rappresentata da quei giganteschi pannelli pubblicitari che coprono le facciate di interi palazzi in restauro nei centri storici di molte città d’arte. Una violenza visiva, questa, davvero insopportabile resa ancora più scioccante quando il cartellone riveste un’intera chiesa, un’antica fontana o un monumento importante. Anche queste aziende, in maniera diversa rispetto a quelle che “rubano” un’ immagine artistica, sfruttano l’arte per sponsorizzare le proprie mercanzie, i cui profitti e ritorni di immagine sono di gran lunga superiori ai finanziamenti dovuti per il restauro. Secondo me, con queste operazioni si altera il messaggio insito nell’arte, che è un messaggio culturale che tocca le corde più sensibili del nostro animo e non può diventare la rendita di una griffe, che arruola Michelangelo e Leonardo tra i propri testimonial. Non è giustificabile che un marchio di fabbrica possa appropriarsi del nostro patrimonio artistico ed architettonico, accostando il suo contenuto più profondo alla merce pubblicizzata e beneficiandone in termini di prestigio e di profitto. Accreditare l’idea che una basilica paleocristiana o una dimora gentilizia siano luoghi commerciali anziché luoghi dello spirito, è un errore che andrebbe evitato. Il patrimonio storico-artistico, tutto, dovrebbe essere sottratto al potere del mercato che oramai divora e fagocita ogni cosa, compreso il sacro insito in un’opera d’arte frutto dell’ingegno umano.

venerdì 17 gennaio 2020

Il volto della folla



Con l’avvento della società di massa – conseguenza dell’industrializzazione e della globalizzazione - si è andato sempre di più espandendo un nuovo soggetto sociale: la folla. Questa la si può osservare in qualsiasi contesto: allo stadio durante una partita di calcio o in piazza in occasione di un comizio politico… uno spettacolo… una manifestazione, in un centro commerciale come in una strada cittadina durante le ore dedicate allo “struscio”, in una stazione ferroviaria come in un teatro. E da qualche anno a questa parte, se n'è aggiunta un'altra: la folla sul web e sui cosiddetti social. Scrittori e filosofi, sociologi e poeti si sono da sempre interrogati sui comportamenti sia della folla che degli individui di cui ne fanno parte. Già Seneca, in una lettera all’amico Lucilio, scriveva: “mi chiedi che cosa tu debba specialmente evitare. Rispondo: la folla. La compagnia della moltitudine è dannosa: c’è sempre qualcuno che ci rende gradevole un vizio o, senza che ce ne accorgiamo, ce lo trasmette in tutto o in parte. Più sono le persone con cui viviamo, maggiore è il pericolo”.  Nell’Ottocento, Maupassant affermava di avere “orrore delle folle” e che non poteva entrare in un teatro  né assistere a una festa pubblica senza provare subito “un disagio strano, insostenibile, uno snervamento penoso”. Egli aveva constatato che “l’intelligenza cresce e si innalza quando si è da soli, e che diminuisce e si abbassa quando ci si mischia con gli altri”. Un concetto, questo, già anticipato nel Seicento dal filosofo Michel de Montaigne, il quale scriveva:  “quando gli uomini si riuniscono  le loro teste si restringono”. Gli si può mai dare torto? Lo confesso: la folla non mi piace e la evito, in ogni sua declinazione. Forse le ho pure frequentate nel passato, ma ora alle folle delle arene plaudenti e vocianti e festanti, preferisco il silenzio e la solitudine dei monasteri. Alle adunate in piazza scelgo la contemplazione in un angolo appartato.

Ho appena finito di leggere un saggio intitolato “Il volto della folla” (Società editrice il Mulino), scritto dalla prof.ssa Michela Nacci che insegna Storia delle dottrine politiche all’Università di Firenze. E’ un libro interessante, anche se a volte può apparire come un testo didattico per soli addetti ai lavori; un libro che prende in esame la psicologia di una massa di persone riunita in un determinato posto, i cui componenti si comportano in modo unanime, formando una sorta di soggetto collettivo che è “individuale e insieme plurale”. L’analisi della prof.ssa Nacci – che è suffragata da tesi sociologiche oltre che da argomentazioni proprie dell’antropologia criminale e della psichiatria - offre una visione davvero esaustiva di un fenomeno sociale che ha sempre appassionato gli osservatori.

La folla, scrive la Nacci nel suo libro, è ormai diventata la protagonista della vita politica e sociale: è irrazionale, istintiva, passionale, ama o odia senza distinzioni, risponde al carisma di un leader, rifiuta ed allontana chi dissente, accetta o respinge in blocco, circoscrive un nemico esterno e fonda la sua unità sulla lotta a quel nemico; è il soggetto – come si dice - che vota e prende le sue decisioni con la pancia. La folla non parla, ma inveisce e urla, non ragiona ma applaude freneticamente, usa le parole non per distinguere e scegliere ma per infiammare gli animi. L’individuo e le sue caratteristiche socio-culturali nella folla vanno perduti; nella folla si verifica un’imitazione per contagio che conduce all’azione unitaria: qualcuno grida e tutti gridano, qualcuno applaude e tutti applaudono, qualcuno fugge e tutti fuggono. “Quando gli individui entrano a far parte della folla – sostiene l’autrice del saggio – perdono la loro personalità e acquisiscono una personalità collettiva. La folla ha un suo volto, un suo carattere, suoi occhi per vedere e bocca per parlare, suoi istinti e sue emozioni, un suo rapporto specifico tra ragione e istinti, tra ragione e passioni. La folla è un individuo formato da tanti individui. Pensa, sente e agisce come un essere solo. Annulla ogni differenza che esiste al suo interno e rende tutti i suoi componenti identici gli uni agli altri. Il capo non fa che esprimere l’essenza della folla, la sua personalità specifica”.

Ma l’epoca attuale – sostiene infine la prof.ssa Nacci – sembra caratterizzata oltre che dalla folla (da cui, comunque, si può uscire se uno ne fa parte o scegliere di non farne parte mentre si sta formando), dalla “moltitudine” da cui è impossibile sfuggire, perché “è la modernità che l’ha creata, così come ha creato i meccanismi della sua eguaglianza, della sua omologazione della sua passività. Lo afferma Tocqueville quando parla dell’uguaglianza americana. Lo afferma Riesman quando parla non solo delle case tutte uguali nelle quali tutti guardano la televisione, ma del desiderio di adeguarsi alle aspettative altrui che caratterizza ognuno. La forza che crea la moltitudine striscia inavvertitamente nelle nostre case e nelle nostre vite e, come notava Rimbaud, ci rende simili mentre neppure ce ne accorgiamo”.

venerdì 10 gennaio 2020

Vivere senza cellulare



Mi trovo in un ufficio pubblico per sbrigare una pratica amministrativa. L’impiegata allo sportello, nel compilare un modulo, mi chiede – badate bene – non un numero di telefono, ma "il numero di un cellulare"; al che io rispondo di non possederne. Tutt’al più potrei darle il numero obsoleto del telefono di casa. A questa mia “strana” affermazione l’impiegata – che non mi aveva ancora degnato di uno sguardo – finalmente mi scruta stupefatta, come se vedesse un alieno. La cosa buffa è che alzano contemporaneamente la testa - di scatto - le quattro persone che si trovavano nella sala d’attesa, fino a quel momento chine sul proprio smartphone come in trance, anche loro curiose di guardare l’extraterrestre. Beato lei! - fa quello dietro di me - come se io fossi stato baciato dalla sorte e lui, poveraccio, una vittima predestinata, costretta con la forza e con le minacce a usare, vita natural durante, un telefonino.

Ma oggi è davvero impossibile vivere senza uno smartphone? La mia esperienza non fa testo, dal momento che – non avendo mai comprato questo oggetto del desiderio, non avendone mai sentito la necessità – non posso confrontare il prima con il dopo, il buio con la luce. E’ interessante, però, leggere le reazioni di chi – avendo avuto sempre con sé un telefonino – all’improvviso gli viene a mancare. Ho trovato in rete (https://www.sardiniapost.it/) la testimonianza dello scrittore cagliaritano Andrea Melis, il quale un bel giorno, vittima del furto del suo cellulare, si ritrova a vivere senza quella vitale, quotidiana, assillante protezione. E lui che fa? Anziché comprarne subito uno nuovo, come farebbe chiunque si venisse a trovare in una tale “scomoda” situazione, prova ad andare avanti lo stesso senza la sua protesi salvavita. Riporto, di seguito, queste sue considerazioni che fanno sorridere prima ancora che riflettere, ringraziando l'autore:
“Una volta elaborato il lutto, ho dovuto prendere atto di due mondi: quello chiuso dentro al cellulare, immenso, molto più grande di quanto la mia memoria potesse contenere, che era andato perso per sempre. Foto, social, banche, password da cambiare, utenze, rubrica, messaggi, chat, praticamente la scatola nera della mia vita, finita in mano a perfetti sconosciuti. Da impazzire solo a pensarci. E poi c’era il mondo di fuori. Quel poco che mi restava. Così ho pensato a sangue caldo. Come se fuori dallo smartphone, mi attendesse un mondo selvaggio e pericoloso. Come sarei sopravvissuto? C’era un solo modo per scoprirlo: provarlo. Così un po’ per gioco un po’ per risparmiare, ho resistito all’impulso di correre a comprare un nuovo cellulare e mi sono preso qualche giorno. Che poi sono diventate due settimane. E ho rifiutato, soprattutto, l’elemosina di tutti i vecchi cellulari che decine di amici impietositi mi hanno messo a disposizione per salvarmi la vita.
Ma quella senza cellulare non è una vita impossibile. E’ un mondo semplicemente diverso, e dimenticato. Ma con tanti lati piacevoli. La paura di sentirmi solo, ad esempio, ho scoperto che ha più il sapore di sentirmi libero. La paura di smarrirsi, devo ammettere, è diventata piuttosto la magica scoperta che ovunque tu sia nella vita, sei sempre al tuo posto. La paura di subire una isolamento mediatico, ha invece fatto crollare la maschera alla schiavitù dei condizionamenti a flusso continuo: da giorni mi sento al di là dell’argine, capace di circoscrivere e contenere tutto il resto del mondo dentro un alveo possibile: la giusta attenzione. Sono comandante, anziché comandato. Quando accendo la tv, per esempio, non so già cos’è successo per averlo appreso da tweet, post, lanci ansa, newsletter. Però non è comunque cambiato niente. A parte il morto del giorno, la sparata del politico e l’arresto per corruzione di turno, è tutto fermo, tutto uguale. Come lo riempivo minuto per minuto questo niente nei giorni scorsi? Pazzesco.
La vita senza cellulare è fatta di una ritrovata andatura umana, che restituisce paesaggi meno appiattiti e confusi. E ti fa riscoprire universi vicini che credevi si fossero trasferiti per sempre altrove, invece erano solo diventati sfuocati per colpa della tua fretta indotta. Sentimenti cari e antichi come: silenzio, pausa, concentrazione, procrastinazione, calcolo, meditazione, previsione, paura, e soprattutto distanza, e tutti i suoi meravigliosi opposti che avevamo annullato: ricongiunzione, agnizione, epifania verso te stesso e chi ami davvero.
Ecco dieci cose che ti succederanno con molta probabilità se vivrai senza cellulare.
Vita senza cellulare 1: al supermarket, la lista della spesa resterà la stessa che hai concordato su carta con tua moglie prima di uscire di casa. Le dimenticanze non sono sanabili. No integrazioni quando sei già in fila alla cassa via whatsapp o sms. Niente distrazioni o telefonate lunghissime che ti fanno girare per ore senza senso tra le corsie. Ho dimezzato i tempi impiegati per fare la spesa, pur raddoppiando il tempo dedicato alle conversazioni: con la cassiera, il salumiere, il pescivendolo.

Vita senza cellulare 2: le persone sono felici di rivederti quando torni. Hanno finalmente riassaporato la tua mancanza. Ogni giorno è come un piccolo viaggio alla fine del mondo.

Vita senza cellulare 3: dopo 20 anni ho usato un citofono per vedere se era in casa un amico al quale non avevo annunciato la mia venuta. Ero in zona. Ho provato. Era in casa. Mi ha visto dal videocitofono è trasalito, era felice, sono salito, abbiamo bevuto una birra, ci siamo dati un appuntamento vago per l’avvenire. E mi sono ricordato di quando il citofono non era video, era solo un citofono ma era sempre foriero di curiosità positive. Ora ti vengono i brividi quando lo senti: se va bene è il postino. Altrimenti sai già chi è o si tratta per certo di uno sconosciuto, il che significa che sono seccature. Il citofono è una campana funebre nelle case.
Gli amici quindi non citofonano. Whatsappano: sto arrivando, sono giù, sto salendo, sono fuori, apri. E quindi gli amici non ti fanno più visite a sorpresa. Che peccato.

Vita senza cellulare 4: è anche vita senza Google Maps. Il piacere di smarrirsi. Mi ha fatto ricordare una frase di Dardell: “non c’è modo di contraddire una mappa. Continua a dirti dove sei, e se tu non sei li allora sei perso”. Una sera ho preso un appuntamento in un luogo della città che non conoscevo bene, al quale sono andato con un bigliettino di carta con scritto l’indirizzo e sotto braccio lo stradario del “tutto città”. Il tutto città comunque non l’ho usato, onestamente. Era troppo retrò anche per me. Ho preferito chiedere indicazioni ai passanti. Cosa che non facevo mai. Sono arrivato puntualissimo e senza complicazioni. Ma non solo. Ho scoperto che Dardell si sbagliava: se non sai dove sei non è vero che sei perso. Sei semplicemente ancora in viaggio.  

Vita senza cellulare 5: Quello che vale per il citofono vale per il telefono fisso. Serve solo per l’adsl. Chiamano solo i call center e i venditori di vini e mobili. Eppure che sapore antico ha avuto la frase che ho rivolto a casa di un amico: scusa mi faresti fare una telefonata? Credo di non averla pronunciata da oltre dieci anni. Da quando pur avendo il cellulare ero un pischello spiantato che finiva il credito sulla sim. Al massimo negli ultimi dieci anni ho chiesto se qualcuno aveva un carica batterie per Blackberry. E quando mi ha risposto “certo” porgendomi il cellulare l’emozione di rispondere: non dal cellulare, perché non hai il telefono?  Si. Allora grazie chiamo dal fisso. Faccio uno squillo a casa a mia moglie e l’avviso che sono arrivato. Una telefonata tra telefoni fissi. Da qualche parte, nella rete telefonica, una vecchia borchia deve aver pianto di commozione.

Vita senza cellulare 6: è anche inaspettatamente confrontarti con la memoria e le persone davvero importanti. Senza rubrica sincronizzata con facebook che a sua volta si sincronizza con google che si sinconizza con icloud, sei solo con la tua memoria. E non credo sia più ampia di 2 o 3 bit. Non so voi, ma io infatti conosco a memoria: il cellulare di mia moglie, il numero fisso di casa di mia madre, quello dei miei nonni, e il cellulare di un solo mio amico. Il più caro. Di molti amici di lunga data non so il cellulare ma ricordo perfettamente il numero di telefono di casa dei loro genitori. Quello dove li chiamavo da bambino per invitarli a giocare. Segno che la memoria si è congelata irrimediabilmente ai tempi pre- cellulare. Altra cosa: le foto. Ho pensato migliaia di volte che avrei voluto fotografare su facebook cose curiose. Migliaia di volte in appena due settimane. Ringraziatemi per questo. Ve lo siete risparmiato. E anche io. Di sicuro foto che non avrei mai più riguardato. Secondo me ci si annoia anche il ladro, con le mie foto. Anche perché a pensarci col senno di poi, superato l’impulso del momento, o erano cose trascurabili e banali, oppure è tutto curioso e imperdibile nella vita. Dipende solo dagli occhi che guardano. In questo secondo caso meglio godersela che fotografarla. Che mentre posti la fotografia ti stai perdendo tutto il resto.

Vita senza cellulare 7: dallo studio del mio medico di famiglia si vede un bel giardino. C’è perfino una fontana con intorno delle panchette di granito bianco. Ho passato tutti i tre quarti d’ora d’attesa a guardare dalla finestra. Intorno a me altre sette persone chine sul cellulare. Tutte. Non si sono mai staccate dal monitor. Non si sono mai rivolte la parola. Tranne per chiedere chi fosse l’ultimo all’arrivo e sbuffare quando qualcuno restava dentro per oltre tre livelli di ruzzle o candy crash.
Il resto era ticchettare di dita su tasti. Tranne una vecchietta che si guardava intorno smarrita quanto me. Solo che per me lo smarrimento finirà e presto sarò di nuovo tra quelli chini sul cellulare e il bel giardino fuori dalla finestra e i volti delle persone torneranno un ricordo. La vecchia continuerà a non parlare con nessuno.

Vita senza cellulare 8: i ritardi. Senza cellulare sono diventato puntuale. Io ero tipo ritardatario cronico impenitente. Quello che mandava il messaggio di avviso del ritardo molto dopo che sarebbe dovuto essere a destinazione. Quello che ad arrivare in anticipo manco a parlarne. Tanto non c’è mai nessuno ad apprezzarlo. Ora so che ritardare vuol dire lasciare nell’apprensione qualcuno e quindi mi sto muovendo in maniera svizzera. Sono arrivato a dire a mia moglie torno alle 11 di sera, e nonostante fossi con amici dall’altra parte del mondo, immerso nel gorgo della convivialità, il piacere della cena, la voglia di restare, che in altri tempi avrei risolto con un sms, alle 23 e 02 ero a casa. Ed è stato bello tornare, e mantenere la parola data.  Una sottile soddisfazione di ordine nel regno caotco di una vita. Quindi ritardi strategici annullati. Ho fatto un solo ritardo clamoroso di circa 2 ore. Ed era un vero imprevisto imprevedibile. Inutile cercare cabine telefoniche, bar con telefono. Hanno rimosso tutto. Non c’è più nulla. Solo la speranza che chi era in apprensione per te tenesse duro, e il sapere che comunque stavo bene, e il mio rientro a casa non avrebbe generato cazzietoni ma gioia, gioia pura. Perché non avere cellulare la giustificazione più potente che abbia mai avuto agli occhi del prossimo. Un handicap su cui nessuno osa infierire. Sei tornato, sei vivo, non conta nient’altro per chi ti ama.

Vita senza cellulare 9: Pensare. A mia volta penso tantissimo a chi amo. Ne sento la mancanza. Desidero il momento del rientro a casa. Cerco di memorizzare le cose da dire.
Prima il pensiero era sostituito all’azione. Compulsiva, continua. Ora penso mentre guido. Guarda gli altri ai semafori e ho scoperto che le dita nel naso hanno ceduto il passo alle dita sullo smartphone. Che le sigarette elettroniche hanno invaso molti abitacoli e c’è un sacco di gente che ciuccia tubicini di ferro e plastica al semaforo o alla guida. Me compreso. Che i mendicanti sono aumentati in maniera esponenziale.
Penso in continuazione alle cose da non dimenticare e a quelle da fare.
Prima mi mandavo mail, impostavo promemoria, prendevo appunti vocali, scrivevo remember.
Ora penso intensamente e ricordo solo quello che serve davvero.

Vita senza cellulare 10: è una miscellanea di percezioni temporali. Perché le cose da dire sarebbero troppe e non tutte importanti.
Il cellulare è tante cose. Sveglia, orologio (io non portavo mai orologi) e così mi è capitato di svegliarmi tardissimo per essermi dimenticato che il cellulare-sveglia non c’è più. O di perdere la cognizione del tempo camminando per strada perché tutti gli orologi pubblici sono ormai fermi e abbandonati. Nessuno – o quasi – li guarda più.
Vado a letto prima, leggo di più, mi concentro meglio.
Ma soprattutto ho scoperto che il ladro non mi ha sottratto più di quanto mi abbia restituito.
Mi ha vaccinato a sua insaputa alla grande paura di perdere. Che secondo me ha molto a che vedere con la morte.
Il distacco.
Ecco perché il cellulare ci ha tanto conquistato fino a renderci succubi. Illude di essere sempre vicini, sempre presenti, che tutto sia un qui e ora. Che le distanze non esistano. Che il futuro sia a portata di un aggiorna, aggiorna, aggiorna, aggiorna, vedi notifiche, post, news, refresh.
La verità è che tutto questo è necessario ma non indispensabile.
Tanto le buone notizie sono sempre gradite, in qualunque momento arrivino, fresche o no. E per quelle brutte invece, non vedo la fretta. Il ladro non lo sa, ma ha cambiato per sempre il mio rapporto con il cellulare. Forse non lo userò più come prima.
E di sicuro prima del cellulare mi comprerò intanto un orologio”.

martedì 7 gennaio 2020

Un uomo "affamato di grandezza"




“Volevo essere veramente grande, epico, smisurato; volevo compiere qualcosa di gigantesco, d’inaudito, che cambiasse la faccia della terra e il cuore degli uomini”

Tantissimi sono gli scrittori della nostra letteratura che si sono cimentati con il romanzo autobiografico. Generalmente tali memoriali si redigono alla fine del proprio percorso umano e professionale, proprio al fine di redigere una sorta di resoconto di un’intera esistenza. Giovanni Papini, invece – controverso e inquieto scrittore, ma anche intellettuale molto apprezzato per il suo stile erudito - quando pubblicò il suo libro autobiografico “Un uomo finito” (era il 1913) aveva da poco superato i trent’anni e ne avrebbe vissuti altri 43. Io credo che scrivere le proprie memorie sia una scelta ispirata da un inconscio desiderio narcisistico: voler mettere sé stessi al centro della scena e quindi della narrazione. E Giovanni Papini, per soddisfare questo suo impellente desiderio autocelebrativo, non poteva aspettare gli ultimi anni della sua vita: gli bastavano i primi trenta già vissuti in maniera esaltata. C’è da dire, però, che se l’autore non possiede vocazione letteraria, il rischio che il racconto possa risultare noioso agli occhi del lettore è davvero molto alto. Devo confessare che questo rischio non si corre affatto con lo scrittore fiorentino Giovanni Papini, perché la sua narrazione, seppure enfatica e sfacciata, iperbolica e ambiziosa, finisce per lasciare un segno e conquistare chi legge, soprattutto grazie alla sua prosa roboante, colta e raffinata, così inusuale e così lontana dai tempi mediocri in cui viviamo.

“Io mi presento ai vostri occhi con tutti i miei dolori, le mie speranze e le mie fiacchezze. Non chiedo pietà né indulgenza, né lodi né consolazioni, ma soltanto tre o quattr’ore della vostra vita. E se dopo avermi ascoltato crederete lo stesso, a dispetto dei miei propositi, ch’io sia davvero un uomo finito dovrete almen confessare ch’io son finito perché volli incominciar troppe cose e che non son più nulla perché volli esser tutto”. Sono queste le ultime parole - che spiegano anche il titolo alquanto fuorviante del libro – con cui Papini si commiata dai lettori. E devo dire che le “quattr’ore della mia vita” di questo nuovo anno, che lui chiedeva per poter leggere le 327 pagine di “Un uomo finito” (Vallecchi editore) non sono state affatto sprecate. Ma chi era Giovanni Papini? Ce lo racconta lui stesso in questo libro encomiastico: un uomo afflitto da “smania di sapere”, il quale non ebbe piacere più grande né consolazione più sicura del leggere; un uomo nato con la malattia della grandezza i cui vizi erano la carta bianca e la carta stampata. Tutto quello che c’era di poetico, di malinconico e di solitario in lui l’aveva ereditato – così scrive - dalla campagna toscana. Pochi riuscivano a resistergli: il parlare animoso, la facilità di improvvisazione, la pratica della scherma dialettica, la sfacciataggine della sua immensa erudizione gli davano il sopravvento e la forza di sentirsi il migliore, il più grande. Simile a un dio. Scrive nel suo libro che era nauseato dal banale, dall’ordinario, dal buon senso comune e per odio dell’esistente e degli uomini si abbandonava al sogno e alla solitudine della campagna, cercando non l’amicizia dei suoi simili ma quella delle piante. Così facendo si creava un mondo fantastico dove si ritirava e dov’era “padrone e re senza legge”. Non accettava la realtà in cui viveva perché ne voleva un’altra “più pura, più perfetta, più angelica, più divina”. Rinnegava il passato salvando solo “gli spiriti magni, i fratelli sepolti eppur vivi e presenti” che lo avrebbero consolato negli anni della solitudine. Li amava quei  maestri “quei cadaveri celebri, sepolti sotto i marmi ed i secoli” perché lo invitavano all’odio e lo aiutavano a fuggire e si sentiva bene soltanto con loro: Dante, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Whitman, Carducci, Goethe, Cervantes, Dostojevski, Stendhal, Platone, Nietzsche…furono i suoi “compagni delle veglie rinchiuse”, che in maniera diversa lo facevano crescere e lo arricchivano. Soltanto fra quei pensieri sentiva il mondo degno di sé. E tanto forte era l’amore per i grandi morti quanto il disprezzo per i “piccoli vivi”. Riteneva che nessun uomo – tolti i tre o quattro compagni di avventure – fosse un suo pari. Nessuno gli sembrava degno di giudicarlo e neanche di stargli accanto.

In poco tempo Papini si fece “una fama di terribile e di strafottente”. Molti lo odiavano (che poi era quello che desiderava) perché aveva “sempre sentito più bisogno di nemici che d’amici”; voleva che il suo passaggio sulla terra lasciasse “una traccia più profonda di una rivoluzione o d’un cataclisma”. Scrive nel suo libro che la vita degli uomini, lenta e volgare, lo nauseava sempre di più. Voleva che anche gli altri sentissero questa nausea e trovassero la forza per uscirne. E lui si considerava il “gran predestinato” , colui che avrebbe dovuto accompagnarli verso la salvezza. “Per agire sugli uomini bisogna conoscerli – scrive nel libro - per cambiare le loro anime bisogna esserci saputi entrare, averle penetrate colla simpatia e coll’amore…Chiunque voglia trovare le vie del loro cuore e scoprire la molla de’ loro atti deve aver conosciuto i loro pensieri più segreti, i loro bisogni più gravi, le loro scelte più nascoste”. Papini diceva che tutti sono buoni ad amare gli uomini chiusi nella propria casa. Ma quell’amore diventa disprezzo quando si esce fuori e si ha che fare con loro. Si era convertito dall’anticlericalismo al cattolicesimo leggendo i vangeli “per cercarvi Cristo” ed era rientrato nelle chiese non soltanto per ammirarne l’architettura e la bellezza ma “per ritrovarvi Iddio”.

Ma chi era veramente Giovanni Papini? Un genio…un folle … un polemista…un poeta e scrittore maledetto?  Certamente è un autore “immeritatamente dimenticato” come lo definì Luis Borges. Vi lascio ancora alle sue parole: “Io sono, per dir tutto in due parole, un poeta e un distruttore, un fantastico e uno scettico, un lirico e un cinico. Come queste due anime possano stare insieme e ritrovarsi bene, sarebbe troppo lungo a descrivere. Ma veramente è questo il fondo dell’anima mia (…) Soltanto gli imbecilli confitti a vita nell’imbecillità possono dichiararsi soddisfatti del mondo. Chi tenta di smuoverlo, di animarlo, d’incendiarlo, di rinnovarlo ed accrescerlo ha diritto – non alla riconoscenza di cui fo a meno ora e sempre, ma alla libertà di parlare e di esistere. Ogni uomo ha bisogno, per vivere, di non credersi totalmente inutile. Io non chiedo e non voglio altro appoggio – ma di questa miserabile certezza ho bisogno anch’io, alla pari dei deboli. Io vivo ed agisco ben sapendo che tutta la mia vita e la mia azione sprofonderà nel nulla ma voglio che gli altri sentano che ho il diritto di star fra loro e di offenderli perché faccio qualcosa che a loro stessi può giovare. In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura…io sono uno di questi uomini che accettano il più ingrato dovere e la parte più pericolosa. E per il bene e per il male che faccio ho diritto di respirare, di riscaldarmi, di camminare, di alzar la testa, d’essere libero, di esistere secondo la mia legge”.