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lunedì 19 settembre 2022

Restare o viaggiare?

 


Non sono un viaggiatore, nell’accezione più nobile e, direi, romantica del termine. Più che “andare” in capo al mondo, amo “restare” in posti a me cari e conosciuti, che io considero più seducenti di quelle mete esotiche o di quelle località alla moda che si trovano sempre altrove, lontane. E non sono viaggiatori - ma semplici turisti - coloro che si spostano in poche ore da un punto all’altro del pianeta senza alcuna fatica. Ansiosi solo di raggiungere la meta agognata. Viaggiare è un’arte che appartiene (o apparteneva?) solo a pochi eletti. Il viaggio è spaesamento; è sorpresa; è conoscenza. In un mondo globalizzato e uniforme come il nostro anche quelle destinazioni irraggiungibili e sconosciute che un tempo si potevano solo immaginare, dove nessuno aveva messo piede e che costituivano tappe fondamentali per l’educazione dei rampolli delle famiglie benestanti che si apprestavano a fare il loro ingresso nella società, sono diventate accessibili e alla portata di un turismo di massa che le ha stravolte e standardizzate. Io credo che il grand tour intrapreso da Goethe tra il 1813 e il 1817, riportato in quel suo bel libro che si chiama “Viaggio in Italia”, possa scoraggiare chiunque, oggi, vorrà ritentare l’impresa.

Esistono luoghi vicini a noi che ci parlano di bellezza, spesso ignoti perfino a chi li abita, eppure non ci attirano, li evitiamo: anziché “restare” dobbiamo sempre “andare”, afflitti da una inguaribile esterofilia. “Il fatto è che sono pochi quelli che sanno essere felici dove si trovano – diceva lo scrittore statunitense George Washington Irving - da qui deriva il desiderio di essere dove non sono, da qui la mania del moto perpetuo”. 

Sto leggendo un saggio dell’antropologo Vito Teti “Pietre di pane” con sottotitolo “un’antropologia del restare”; scrive Teti:

“Non si resta, perché in un mondo in perenne movimento, anche chi resta è in viaggio. E, forse, partire, tornare, restare sono diventate – o sono sempre state – modalità diverse del viaggiare. Se non ti senti prigioniero di nessun luogo o padrone di qualche luogo, vuol dire che possiedi la libertà del cammino. L’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della restanza – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate insieme. Restare, allora, non è stata, per tanti, una scorciatoia, un atto di pigrizia, una scelta di comodità; restare è stata un’avventura, un atto di incoscienza e, forse, di prodezza, una fatica e un dolore. Non si ceda alla retorica o all’enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa esperienza del tempo, una riconsiderazione dei ritmi e delle stagioni della vita”.


Mi viene da pensare che la vera scelta rivoluzionaria, oggi, sia quella di “restare” e forse anche quella di “ritornare”: perché, come scrive Claudio Magris “il viaggio più affascinante è un ritorno, un’odissea e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca”.


giovedì 8 settembre 2022

La penombra che abbiamo attraversato

 


Sono rientrato da qualche giorno nella Capitale. L’avevo lasciata alle prime luci dell’alba di un giorno di fine luglio. Scappavo dalla cappa di afa che l’avvolgeva; scappavo dal suo traffico caotico e dalla spazzatura ad ogni angolo di strada; scappavo dalla calca di un turismo di massa, mai così convulso come quest’anno. Ma la pandemia non doveva migliorarci?

Roma, di prima mattina - quando tutti dormono e tacciono sia le macchine, che le attività e la frenesia isterica della gente sempre connessa - appare più umana, più vivibile. Addirittura più pulita. Sembra quasi che i suoi abitanti e chi l’amministra siano la causa principale di tutti i suoi mali. Ero diretto al paesello natale - il mio eremo - capace ancora di lenire le ferite inferte da una città che diventa, di giorno in giorno, sempre più difficile da abitare. La mia àncora di salvezza, il mio buen retiro è proprio quel paesello, arroccato su una collina che guarda verso il mare. Il mio luogo dell’anima che conserva il ricordo genuino e spensierato dell’infanzia e dell’adolescenza: il mio tempo perduto. Forse il più felice, nonostante le difficoltà del vivere di quel tempo passato. Un luogo che evoca profumi e sapori e sensazioni e sentimenti di una certa Italia che non c’è più. Un luogo che serba quasi le tracce dei miei anni più spensierati. E ogni volta che mi ritrovo lì, tra quelle case in pietra e quei vicoli silenziosi, mi piace andare con la mente a quel periodo lontano, quasi allo scopo di recuperare il senso antico di quella stagione della vita e cercarne i significati più profondi. Non so se il mondo di oggi è migliore: sappiamo, però, quanto sia diverso. E quanto sia cambiato!

Man mano che mi avvicinavo con la macchina alla mia terra di origine, sentivo la mia aria che è diversa da quella di Roma. E’ un’aria pungente e fresca che sa di erba appena falciata e ha il potere di rinvigorire la mente; ha il profumo muschiato del latte di bufala e di mozzarella, mentre attraverso la piana del Sele nei pressi di Paestum; sa di salsedine, appena percorro la strada che costeggia il mare di Agropoli, prima di prendere la via che si inerpica sulla collina dove sorge la mia casetta che mi aspetta come addormentata. Mi vengono in mente le parole scritte da Lalla Romano – scrittrice piemontese, una delle maggiori del Novecento – nel suo bellissimo romanzo pubblicato nel 1964 “La penombra che abbiamo attraversato”, un libro che avevo iniziato a leggere prima di partire. La scrittrice fa ritorno, dopo molti anni, al paese della sua infanzia - Ponte Stura - una piccola località tra le montagne della provincia di Alessandria: vuole riannodare i fili di una vita partendo dalle sue origini, con immagini e ricordi. “Sono uscita nella strada davanti all’albergo, e ho sentito l’aria – scrive la Romano - L’aria mi può bastare. E’ la mia aria. In nessun’altra valle vicina o lontana c’è quell’aria. Io la riconosco all’odore leggero che sa di latte, di strame, di erbe amare…Non è mai esaurito il mio bisogno di quell’aria. Io la penso di lontano, e mi nutre. Mi tormenta, anche: per qualcosa di irraggiungibile, ma anche di fatale. Essa è per me il passato: tutto quello che è avvenuto”. L’autrice di questo romanzo rievoca, con uno stile intimo e poetico, quel suo “buon tempo antico” in quel luogo rimasto immobile che conserva “il fascino del tempo di prima”. Anche se lentamente continua a morire. Ma lei ne è consolata perché quella immutabilità costituisce la sua vera essenza. La sua felicità è legata al luogo dell’infanzia e viene riassunta dalla madre poco prima di morire: “come eravamo felici!”. Per lei, sembra quasi che il meglio della vita sia qualcosa di già trascorso; il tempo della felicità sia solo quello di prima.


“La penombra che abbiamo attraversato” è un libro tipicamente proustiano: ricorda. Il titolo è tratto proprio da una bellissima frase di Proust relativa all’infanzia che dice: “ci appartiene veramente soltanto ciò che noi stessi portiamo alla luce estraendolo dall’oscurità che abbiamo dentro di noi…Intorno alle verità che siamo riusciti a trovare in noi stessi spira un’aurea poetica, una dolcezza e un mistero, i quali non sono altro se non la penombra che abbiamo attraversato”. Lalla Romano, nel percorrere il paese che l’aveva vista bambina, rivive quei tempi dolci e sereni nei minimi particolari, come se quelle antiche immagini avessero la capacità di sciogliersi e il tepore di quel ricordo le richiamasse in vita dal gelo dell’oblio.

Amo la “letteratura della memoria” e il libro della Romano si colloca, con tutte le sue buone qualità di stile e di linguaggio, in questo filone narrativo. Saper rendere universale una vicenda umana così individuale è una delle caratteristiche migliori di una grande scrittrice: e devo dire che tra le righe del libro di Lalla Romano io spesso ritrovo e rivedo il bambino e l’adolescente che fui nel “leggendario tempo di prima”. Mi piace condividere con la scrittrice l’illusione che possa esistere nel nostro tempo un piccolo eden rappresentato da un microcosmo che è “il paese”, con il suo silenzio, le sue atmosfere, la sua natura, la sua aria buona. Il suo paese natale in quell’angolo di Piemonte diventa anche il mio, nel Cilento. Perché tutti i paesi un po' si somigliano. Mi ritrovo e mi rivedo nelle sue parole quando scrive che si sentiva come drogata “nell’odore arido delle stoppie, nel caldo pungente del mezzogiorno, tra lo stridore delle cicale”; e quando scrive che cercava una esaltante libertà “solo sulle montagne, nei valloni profondi e freschi, sui costoni ventosi”; e quando parla del “castello” (c’è sempre un castello in ogni paese) che “era il luogo di ogni bellezza…dove il tempo pareva fermato” dove andava a nascondersi e a giocare; mi ritrovo tra le sue pagine quando dice che “non le piaceva andare dove e quando andavano tutti” e che preferiva “schivare la gente”. Un po' per timidezza, un po' per la sua indole solitaria. Ha parole di ammirazione per “i nobili”: “esseri di una specie più fine, più rara”. Li vedeva passare sul calessino, il marchese e la marchesa, mentre andavano in chiesa. Ricordo anch’io i marchesi del mio paese – discendenti di un’antica e nobile casata - che uscivano dal loro palazzo marchesale, antistante la chiesa, per la messa domenicale: li osservavo, venivano ossequiati dai contadini del posto, ammiravo il loro portamento elegante e potevo solo immaginare la vita appartata che conducevano in quella grande dimora aristocratica che li rendeva così speciali, così diversi dagli altri. Girando per Ponte Stura Lalla Romano cerca con gli occhi la bottega del fabbro, dalla quale sentiva battere il ferro sull’incudine: “il suono più esaltante che si possa sentire”. Ma la forgia non c’è più. Un velo di malinconia mi scende addosso. Quel rumore ritmico del martello che batteva il ferro sull’incudine piaceva anche a me, da bambino. Mi era familiare. La modernità me l’ha portato via. E' sparito un antico mestiere. E' venuta meno una filosofia di vita.


sabato 23 luglio 2022

Connessione assente

 


Internet è la negazione assoluta del silenzio. Da quando esiste, tutti parlano; tutti scrivono; tutti gridano, esibendo sé stessi e cercando posto nel mondo con le parole. E lo scrivente, naturalmente, non è da meno. Diciamolo: un vero eccesso comunicativo. E’ arrivato il momento, almeno per me, di una moratoria, di una pausa. Io credo che uno stacco da internet – ogni tanto - e dai suoi micidiali derivati, i social, ci faccia tornare umani.

Mi ritiro nel mio “eremo” dove non c’è connessione. Ci leggeremo – forse - dopo l’estate.


venerdì 15 luglio 2022

Proust: ancora tu!

 


E’ difficile pensare che un libro, sterminato e complesso come la Recherche di Proust, si possa leggere due volte; sempreché ci si riesca la prima volta, naturalmente. Eppure, il grande scrittore russo Nabokov sosteneva che non si può leggere un grande libro: lo si può soltanto rileggere. Solo rileggendolo più volte ci si può avvicinare alla sua vera essenza e possederla. “Alla ricerca del tempo perduto” è una delle opere più grandi che siano mai state scritte. E’ un libro che ti annienta, ti sovrasta, ti fa sentire piccolo piccolo; ti fa capire che oggi, nell’attuale panorama letterario, non esistono scrittori capaci di eguagliare lo stile di Proust. La sua scrittura. Quello che più mi affascina di Proust è la sua immensa abilità tecnica, la sua mostruosa bravura di spezzettare un’idea, un concetto in mille rivoli e di creare effetti speciali con le sue figure retoriche, i suoi paradossi, le sue metafore, le sue dettagliate descrizioni anche di particolari apparentemente insignificanti; e poi quella sua impareggiabile attitudine nel tratteggiare i caratteri psicologici dei vari personaggi. Esiste uno strumento artistico, che è la scrittura, e Proust la usa ad un livello altissimo e coltissimo – irraggiungibile - che mi lascia esterrefatto.

Sto rileggendo “Dalla parte di Swann, il primo dei sette volumi de la Recherche. Lo sto sorseggiando con estrema lentezza. Leggere Proust non è come leggere uno scrittore qualsiasi, fosse anche il più bravo. Richiede un impegno diverso; un tempo diverso; una diversa disposizione d’animo. Mi viene quasi da pensare che occorre “ruminare” quel che si legge, sostare il più a lungo possibile sulle parole per avere il tempo di gustarne il sapore, la bellezza. E tornare indietro, quando serve. Vi puoi trovare, nell’opera di Proust, pagine lunghissime che ti annoiano e altrettante che ti esaltano. E sono proprio quest’ultime che ti invogliano e ti stimolano a rileggerle più volte, fino a farle tue. Perché il modo migliore, per avere coscienza di ciò che senti, è quello di affidarti ad un maestro, ricreando in te le sue stesse sensazioni. Proust è un autore che va centellinato a piccole dosi, altrimenti ne esci spossato: non è pensabile che possa essere letto “tutto d’un fiato”, e forse per questo non si finisce mai di leggerlo. Lui ha rappresentato e analizzato tutti i grandi temi dell’esistenza, ha indugiato sui sentimenti e sulle passioni degli uomini e ci ha lasciato pagine memorabili. Mi piace riportare di seguito – come faccio quasi sempre quando parlo di libri - un passo tratto da “Dalla parte di Swann”. Se dovessi dare un titolo a questa straordinaria pagina di letteratura – Proust mi perdonerà – direi: “odori e sapori di provincia”. Il “Narratore” è appena arrivato con il treno a Combray, nella casa della zia Léonie, dove la sua famiglia trascorre le vacanze. Descrive ciò che vede e ciò che sente. E’ una pagina, questa, che io leggo e rileggo senza mai riuscire a saziarmene.  

“Erano di quelle stanze di provincia che – così come in certi paesi intere porzioni dell’aria o del mare sono illuminate o profumate da miriadi di protozoi che non possiamo vedere – ci affascinano con i mille odori in esse depositati dalle virtù, dalla saggezza, dalle abitudini, da tutta una vita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale tenuta in sospensione dall’atmosfera; odori ancora naturali, certo, e color del tempo come quelli della vicina campagna, ma già casalinghi, umani e claustrali, gelatina squisita, industriosa e limpida di tutta la frutta dell’anno che ha lasciato l’orto per la dispensa; stagionali, ma mobili e domestici, capaci di correggere il piccante della brina con la dolcezza del pane caldo, pigri e puntuali come un orologio di villaggio, bighelloni e costumati, incuranti e previdenti, lingeristi, mattinieri, devoti, felici d’una pace dalla quale non può provenire che un po' più di ansia e d’una prosaicità che funge da inesauribile serbatoio di poesia per chi li attraversa senza aver vissuto con loro. L’aria, lì, era satura della quintessenza di un silenzio così’ sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità, soprattutto in quei primi mattini ancora freddi della settimana di Pasqua in cui lo gustavo di più perché ero appena arrivato a Combray: prima di lasciarmi entrare ad augurare il buongiorno alla zia, mi facevano attendere un istante nella prima stanza dove il sole, ancora invernale, era venuto a scaldarsi davanti al fuoco che, già acceso tra i due mattoni, avvolgeva tutta la camera in un odore di fuliggine, facendone qualcosa come uno di quei grandi “antiforni” di campagna o una di quelle cappe di camino dei castelli sotto i quali ci si augura che fuori rompano gli indugi la pioggia, la neve, magari qualche catastrofe diluviesca per aggiungere al confort del riparo la poesia della reclusione invernale; muovevo qualche passo dall’inginocchiatoio alle poltrone di velluto arabescato, sempre ricoperte con un poggiatesta all’uncinetto; e il fuoco, che cuoceva come una pasta gli odori appetitosi di cui l’aria della camera era tutta grumosa e già “lavorati” e fatti lievitare dalla freschezza umida e soleggiata del mattino, li tirava a sfoglia, li dorava, li gonfiava, li faceva bombare, trasformandoli in un’invisibile e palpabile leccornia provinciale, un immenso “calzone” nel quale, assaggiati appena gli aromi più stuzzicanti, più fini, più pregiati, ma anche più secchi, dell’armadio a muro, del cassettone, della tappezzeria a ramages, tornavo sempre con inconfessata ingordigia a invischiarmi nell’odore medio, appiccicoso, scipito, indigesto e fruttato del copriletto a fiori…”.


martedì 12 luglio 2022

Il fantasma della democrazia

 


Sarebbe veramente una bella cosa se i cittadini, in democrazia, vedessero riconosciuti i propri diritti e potessero definire il proprio destino. Purtroppo questi obiettivi non vengono mai realizzati sebbene la parola che li celebra – la democrazia, appunto - venga perennemente evocata dai politici nei comizi elettorali e nei discorsi parlamentari, nelle chiacchiere televisive e negli articoli dei giornali. Lo sostiene il prof. Piergiorgio Odifreddi nel suo libro “La democrazia non esiste” con sottotitolo “critica matematica della ragione politica” (Rizzoli editore). Un libro molto interessante, scritto in maniera chiara e incisiva per stimolare l’attenzione del lettore e dell’elettore.

Democrazia significa letteralmente “governo del popolo”, ma quando il popolo da soggetto che dovrebbe governare diventa l’oggetto da governare e da gabellare, allora non c’è più democrazia. Non c’è democrazia quando gli elettori non possono più scegliere i propri candidati, imposti invece dai segretari di partito. Non c’è democrazia quando governa una maggioranza espressione di una minoranza di votanti. Non c’è democrazia quando vengono elette persone incompetenti e disoneste. Non c’è democrazia nei cambi di casacca dei voltagabbana, che costituiscono la vera maggioranza del parlamento. Non c’è democrazia quando è il Governo a legiferare e il Parlamento a eseguire sotto il ricatto del voto di fiducia. Non c’è democrazia quando il potere legislativo e il potere esecutivo sono influenzati dal potere della finanza. Non c’è democrazia quando il politico cattivo scaccia quello buono. Non c’è democrazia nella degenerazione del linguaggio usato dai politici. E allora uno si chiede: ma ha un senso andare ancora a votare?


lunedì 4 luglio 2022

L'incipit di un libro

 


L’incipit di un libro è costruito per catturare e sedurre il lettore. E’ una parte molto importante, a volte fondamentale, di un romanzo; rappresenta una sorta di calamita, una porta d’ingresso che invoglia il lettore a comprare proprio quel libro. Infatti, la prima cosa che leggiamo di un libro di cui non sappiamo nulla - quando ci troviamo in una libreria - oltre alla cosiddetta quarta di copertina, è proprio il suo inizio. E la letteratura è costellata di incipit belli e curiosi, interessanti e illuminanti. Forse il più famoso è quello che introduce il primo canto dell’Inferno nella Divina Commedia di Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”. Lo conosceva anche mio nonno, contadino analfabeta.

E’ pur vero, però, che ci sono libri molto belli che hanno avuto successo e fama nonostante  un incipit brutto, anonimo e scialbo, che non dice assolutamente niente: l’elenco sarebbe davvero lunghissimo e meriterebbe un post a parte. Ma per il momento occupiamoci degli incipit belli, almeno quelli che più hanno colpito la mia immaginazione, che più mi hanno incantato. Certo, la mia è una scelta personale, pertanto mi piacerebbe che qualcuno aggiungesse a questo mio elenco, senz’altro incompleto, un suo incipit preferito.

Proust – Alla ricerca del tempo perduto – “Per molto tempo sono andato a letto presto la sera. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: mi addormento. E mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi ridestava”

Salvatore Satta – Il giorno del giudizio - “Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all’ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l’unica viva nella grande casa, anche perché l’unica riscaldata da un vecchio caminetto”.

Gabriele D’Annunzio - Il piacere - “L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma”.

Vincenzo Cardarelli  - Villa Tarantola – “Fin da ragazzo ho amato le distanze e la solitudine. Uscire dalle porte del mio paese e guardarlo dal di fuori, come qualche cosa di perduto, era uno dei miei più abituali diletti”.

Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore – “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: No, non voglio vedere la televisione! Alza la voce, se no non ti sentono: Sto leggendo! Non voglio essere disturbato! Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace”

Carlo Levi – Cristo si è fermato a Eboli – “Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia”

Gesualdo Bufalino – Argo il cieco – “Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata”

Albert Camus – Lo straniero – “Oggi la mamma è morta: O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”

Jean d’Ormesson – A Dio piacendo – “Sono nato in un mondo che guardava indietro. Dove cioè il passato contava più del futuro”

Vladimir Nabokov – Lolita – “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta”

Francoise Sagan – Bonjour tristesse – “Esito ad apporre il nome, il bel nome grave di tristezza, sul sentimento così completo, così egoista che io quasi me ne vergogno mentre la tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto, e più raramente i rimorsi”

Antonio Tabucchi – Requiem – “Pensai: quel tizio non arriva più. E poi pensai: mica posso chiamarlo “tizio”, è un grande poeta, forse il più grande poeta del ventesimo secolo, è morto ormai da tanti anni, devo trattarlo con rispetto, meglio, con tutto il rispetto”

Mario Tobino – Tre amici – “Non ci dicemmo mai che eravamo amici”

Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo – “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen” La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e mentre durava quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre”.


giovedì 30 giugno 2022

Il male oscuro

 


“il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”

“Il male oscuro” di Giuseppe Berto è un libro che lascia un segno profondo e indelebile nell’animo del lettore. E’ un racconto autobiografico - duro e spietato - di una nevrosi, fondata sulla paura di vivere, e per uno scrittore, anche sulla paura di scrivere.  Un libro che l’autore vergò di getto, quasi impetuosamente, in una località della Calabria - Capo Vaticano - dove si era ritirato in solitudine, impiegando poco più di due mesi di tempo per redigere le oltre cinquecento pagine. La sua grande paura era proprio quella di fermarsi e di non avere più la forza di continuare a scrivere; e forse fu proprio questa paura che lo portò ad elaborare una tecnica narrativa nuova ed originale: periodi lunghissimi, interminabili, che corrono per pagine e pagine senza alcuna punteggiatura. “Era come se avessi scoperto – scrive Berto - il bandolo d’un filo che mi usciva dall’ombelico: io tiravo e il filo veniva fuori, quasi ininterrottamente, e faceva un po' male si capisce, ma anche a lasciarlo dentro faceva male”. Raccontare per guarire. La scrittura come autoanalisi e medicina dell’anima. Ma, una volta arrivato alla fine, Berto si rese conto che il romanzo andava rivisto e in qualche maniera riscritto; e fu un lavoro che gli costò molto più tempo e fatica di quanto non gli fosse costato scriverlo la prima volta. Pubblicato nel 1964, si aggiudicò in poche settimane due premi prestigiosi: il Viareggio e il Campiello. E' sicuramente un classico della nostra letteratura.

Da tempo volevo procurarmelo, ma poi usciva quasi sempre dai miei pensieri e, come dire, lo perdevo di vista, fino a quando non l’ho scovato sul solito banchetto di un mercatino dell’usato. Non è un romanzo facile, a dir la verità, tuttavia pur trattando il tema della malattia che forse mai nessuno, prima di Berto, aveva avuto l’ardire di raccontare in una maniera così cruda, senza pregiudizi e impedimenti, il libro non appare sconfortante. La lettura scorre veloce e senza affanno, nonostante i lunghi periodi, che a volte possono suscitare una sorta di effetto apnea. E tutto questo grazie ad una diffusa e sottile ironia che avvolge gli episodi più tragici, più sgradevoli e tristi della vicenda. Lo stesso Berto ebbe a scrivere nell’appendice: “non è certo un’invenzione mia: Svevo e Gadda ci sono arrivati assai prima di me, e d’altronde un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni”. Attraverso la sua umana esperienza, l’autore de “il male oscuro” sembra volerci insegnare che non dobbiamo avere paura di guardare dentro di noi, perché nascondere certe oscure verità, certi disagi, certe paure non serve che a renderci sempre più ammalati e infelici.


martedì 28 giugno 2022

Addio a Raffaele La Capria

 


“Mi sono svegliato con un allegro pensiero: “Ma io sono preparato davvero a morire?”. E ho concluso che no. So che devo morire – statisticamente – in questa decade, che va pressappoco dai miei ottanta ai miei novanta. Ora ne ho ottantuno. Dunque tra breve. Ma “non ci sto”, non posso crederci realmente e mi comporto e vivo come se non ci credessi. Ne parlo spesso in questo diario, per esorcismo e con poca vera convinzione. Non riesco proprio a immaginare che non ci sarò più. E’ inevitabile lo so, so che capita a tutti, faccio anche la concessione di accettarlo con una certa umiltà come una forma infine di vera uguaglianza che vale per l’uomo e l’animale, per me e per il mio cane, per il ricco e per il povero di spirito, ma fingermene almeno con la fantasia la vera portata, questo stamattina non mi riesce. E se ci provassi entrerei in una specie di racconto di Poe, che da una parte è terrificante e dall’altra non ha senso, perché non ha senso credere di poter sperimentare ciò di cui non è dato a nessuno fare esperienza da vivo.

Una parabola, raccontata dal solito saggio cinese, descrive bene quel che sento a volte quando penso al destino ineluttabile che m’aspetta. Un uomo entra in una sala con tante porte, quante sono le occasioni della vita all’inizio. Deve sceglierne una per uscire, lui esita parecchio, ci sono mille opportunità, poi apre una porta che lo conduce in una sala più piccola che di porte ne ha soltanto la metà, e poi di metà in metà arriva a una sala con sei porte. Ne sceglie una per andarsene ma questa dà in un’altra stanza che ha tre porte. Di nuovo ne sceglie una e finisce in una stanza con una porta sola. E quando apre quella entra in una stanza senza porte. Veramente la parabola del saggio cinese non finisce così, io l’ho modificata. Quella del saggio cinese non finisce in una stanza senza porte (come la mia) ma in un lungo corridoio in fondo al quale c’è un carnefice con una spada sguainata, la Morte. Io sono, nella mia immaginazione, forse più cinese del cinese, perché la mia angoscia al pensiero della morte è claustrofobica, sono morto ma allo stesso tempo sono un vivo che pensa se stesso come un morto. Insomma sono incapace di pensarmi in altro modo se non vivo. Ma poiché devo morire, entro in una stanza senza uscita e lì rimango per l’eternità come un sepolto vivo di Poe. Meglio non pensarci, meglio non pensare la morte se la pensi nell’unico modo in cui puoi pensarla: da vivo. E poi è possibile tenersi così in basso come fai tu? Neanche un po' di metafisica? Si, mi tengo in basso e penso ai due momenti in cui sento che il morto viene separato dai vivi: quando saldano la cassa di zinco e avvitano le viti del coperchio della bara, e quando in chiesa la bara viene portata via e tutti con un sospiro di sollievo “non ci pensano più” e se ne vanno finalmente per i fatti loro nella luce del sole, parlando delle solite cose. E’ allora che penso alla solitudine del morto e ne ho pietà. Allora sento che è abbandonato al suo destino, destino di distacco, di non ritorno, di addio definitivo. E penso al povero corpo lasciato solo al cimitero mentre cala tra le tombe l’ombra e l’umidiccio della sera. E comincia il processo graduale verso l’oblio totale”.

tratto da “L’estro quotidiano”

di Raffaele La Capria

 


giovedì 23 giugno 2022

Quella faccia un pò così...

 


Il sociologo Domenico De Masi, qualche anno fa, scriveva che i 5 Stelle non erano ancora pronti a governare perché, per essere classe dirigente di un paese, prima di tutto occorreva avere la faccia giusta: “quella rapace di La Russa, quella greve di Salvini, quella stitica di Monti, quella paracula di Mastella”. Ma non bastava la faccia, ci voleva anche “la parola alata di Vendola, quella sibillina di Moro, quella cafona di De Luca”. E poi – diceva sempre De Masi - occorrevano le idee, come quelle “sgangherate di Alfano, quelle perfide di Ichino, quelle variopinte di Gasparri”. Insomma, per diventare veri statisti di partito occorreva “l’ingenuo candore di Andreotti e l’adolescenziale stupore di Scajola, la santità di Previti e la trasparenza di Gianni Letta, il giovanile coraggio di Napolitano, la pluridecennale esperienza governativa della Boschi e la specchiata onestà di Ciancimino”. Ecco, finalmente dopo alcuni anni di praticantato e di esperienza, alcuni Pentastellati capeggiati da Giggino – rinnegando il passato - si sono staccati dalla casa madre perché ritenevano, finalmente, di avere acquisito le giuste e necessarie qualità per essere considerati vera classe dirigente di questo nostro martoriato paese. E pensare – caro Domenico De Masi - che il fesso e ingenuo che scrive, illudendosi, li aveva pure votati,  proprio perché allora non avevano quella faccia “un po' così…” che hanno i politici nostrani.


lunedì 6 giugno 2022

"Ognuno si sputa parole addosso"

 


“Si parla per risonanza e le parole non nascono più dal pensiero. La testa si è svuotata e ognuna ha generato un mobile, un telefonino che suona, per chiamare un altro telefonino che suona anch’esso. Sentendone suonare uno, ogni uomo accende il proprio e al rumore che esce dalle fauci si unisce il suono di sette miliardi e duecento milioni di telefonini, che produce in ogni minuto sette miliardi e duecento milioni di sms vocianti. Così tutti devono rispondere e, per rispondere, devono alzare il tono del telefonino. E le urla del telefonino si uniscono alle urla dell’uomo di superficie e persino in Cielo giungono urla disumane e gli angeli si spaventano. Jahvè urla come si fosse giunti al Giudizio universale, ma non si riesce più a distinguere un telefonino da un uomo e nasce un caos perché all’Inferno al posto di un peccatore viene talvolta inviato un mobile. (…) Ciò che serve è la parola. I concetti sono ormai putrefatti, l’iperuranio è un cimitero. Domina la parola. Esce dalla bocca ed è sputata contro un’effige umana che subito sputa una frase che, a propria volta, genera un periodo.

Ognuno si sputa parole addosso (…) Siamo fatti tutti di rumori e abbiamo bisogno di rumori per dare energia al rumore. Esistono studenti che leggono il trattato di filosofia teoretica mentre dalle cuffie giunge loro un brano di musica techno e allo stesso tempo parlano al telefonino con un interlocutore virtuale, che non c’è. Tutto deve avvenire in tempo reale e occorre muoversi senza un perché e senza un piano, semplicemente per lo stimolo a cui occorre dare subito una risposta. Ogni uomo ha raddoppiato e sovente triplicato la propria quota di rumore, poiché si trova all’interno di uno o due telefonini e, in quest’ultimo caso, anche i telefonini si parlano. Il risultato è sempre e soltanto il rumore.

Quando si incontra un uomo che non emette rumori, o è morto oppure è folle. In quest’ultimo caso, il tono della voce è flebile, l’espressione sotto tono e, così, non riesce mai a farsi sentire. Sindrome gravissima poiché non permette l’azione in tempo reale e mantiene l’uomo nella fase che precede il fare e così non agisce. E’ la malattia di chi immagina prima ciò che dovrebbe fare dopo e, così, non entra mai dentro il rumore e finisce solo per subirlo, senza creare la giusta parte che gli spetta come uomo di superficie. (…) Sono spaventato dalla regressione dell’uomo che vorrei fosse solo un mio delirio, ma che osservo invece dirigersi lentamente verso il primitivo e il selvaggio. E’ questa la superficie dell’uomo ridotto a un meccanismo di apparenza e a un sopravvivere come una farfalla che non sa immaginare per quale significato continui a volare. Ho assistito a un progressivo vantaggio evolutivo della stupidità e ho constatato che l’intelligenza e la creatività sono state poste ai margini come qualità inferiori di un vivente inferiore. La stupidità è uno stadio intermedio verso il non senso, verso il fare senza capire, al fare come automatismo per essere. Questo stato doveva definire un robot. E’ diventato l’uomo, l’uomo metropolitano. Sono testimone di come sia rapida la morte di una civiltà che ha richiesto secoli e fatica per essere costruita, pur senza raggiungere la perfezione. Una torre cresciuta a poco a poco e d’un tratto ridotta a macerie…”

Tratto da “BEATA SOLITUDINE – Il potere del silenzio” (Piemme)

Vittorino Andreoli


lunedì 30 maggio 2022

C'è chi non muore mai

 


Qualcuno ha detto che si comincia a morire nascendo. Eppure, ci sono alcuni predestinati che – vincendo la sfida con la morte – si sottraggono al destino dell’oblio vivendo per sempre nelle loro opere. 

Quando ci troviamo di fronte a un dipinto di Raffaello o Leonardo, o quando ascoltiamo una sinfonia di Mozart o leggiamo una poesia di Leopardi, davanti a noi abbiamo quattro artisti, quattro geni universali che non sono morti perché hanno trasferito la loro anima sulla tela… in un componimento musicale… nei versi di una poesia. E ci parlano! E fissando lo sguardo su quei dipinti, o lasciandoci cullare dalle note di quel brano musicale o emozionandoci leggendo quei versi, avvertiamo inesorabilmente la nostra fragilità, la nostra pochezza di esseri umani. E comprendiamo, invece, quanto essi siano ancora vivi dinanzi a noi, così come lo erano quando Raffaello e Leonardo provavano il pennello sulla tela, Mozart componeva una partitura per pianoforte, Leopardi passava la notte sveglio sulle sue “sudate carte”. Essi vivranno per l’eternità, noi, tutt’al più, arriveremo a cent’ anni, sperando di fare meno danni possibili su questa terra. In attesa dell’oblio eterno.


mercoledì 18 maggio 2022

Seduto fuori d'un caffè...

 


in Piazza della Maddalena a Roma – tra il Pantheon e Montecitorio – osservo la gente che passa e mi perdo in un mare di futili pensieri. Ricevo conforto dalla bellezza del posto che, pur trovandosi nel centro del flusso turistico, appare incredibilmente appartato. Devo dire che accanto alle tante piazze maestose e dispersive – come Piazza del Popolo o Piazza Navona - Roma offre anche spazi più piccoli, ma non per questo meno seducenti, dove fermarsi per una pausa è sempre un’occasione piacevole. E questa deliziosa piazzetta che mi accoglie, insinuata fra strette stradine pedonali che vi convergono, ne è la conferma. D'altronde, non c’è luogo nella Capitale - piccolo o grande che sia - in cui non ci si senta a proprio agio protetti nello spirito, dove lo sguardo non abbia bellezze a sufficienza su cui posarsi. 

Sembra una piazzetta di paese nel cuore della Città Eterna, questa in cui mi trovo. E se non è proprio così, cerco di immaginarla tale, come doveva apparire in un tempo passato. Un luogo che emana un fascino particolare, che suggerisce ritmi di vita più lenti, e conserva, nel suo insieme raccolto, quell’atmosfera della Roma del Seicento, grazie anche ai suoi palazzi che la racchiudono e che conservano storie di antiche famiglie. La piazzetta prende il nome dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, un gioiello del barocco-rococò: è la chiesa degli Abruzzesi residenti a Roma nel cui interno riposano le spoglie mortali di San Camillo De Lellis, nato in un paesino dell’Abruzzo. Mi soffermo ad ammirare la sua splendida facciata recentemente restaurata – che svetta maestosa proprio di fronte a me, quasi a proteggermi – e mi sembra troppo ridondante per uno spazio così ridotto. Ma questi meravigliosi contrasti sono frequenti a Roma: a volte basta svoltare un angolo e ti si presenta davanti la rappresentazione di un incredibile palcoscenico architettonico, concepito da un geniale artista del passato. Solo Roma riesce a donare questi incanti. Basti pensare allo spettacolo che offre la monumentale Fontana di Trevi, la più grande di Roma, ideata dall’architetto Nicola Salvi sulla facciata di un palazzo del Settecento e inserita in una minuscola piazzetta che la occupa quasi interamente. E’ una visione magica e incantata che non ti aspetti; quella sagoma maestosa ti appare quasi all’improvviso come una sorta di miraggio che ne accresce la bellezza scenografica.

Abbandono questi pensieri mentre osservo alcuni turisti che passeggiano leccando gelati, con un look a dir poco balneare (bermuda, canottiere, infradito, zoccoli…), un look favorito da questo improvviso assaggio di estate con temperature superiori alla media stagionale. Non per fare il moralista, ma mi sembra un vestiario inadatto, soprattutto quando viene utilizzato da signori attempati che esibiscono allegramente e senza alcun pudore corpi su cui gli anni hanno lasciato segni disastrosi. Sono l’espressione di una moda sciatta, di una condotta poco rispettosa del decoro di un luogo, dove il brutto prevale sulla decenza. In certe occasioni sarebbe opportuno coprirsi anziché spogliarsi. Ma oggi ci si spoglia anche per mettere in bella mostra vistosi tatuaggi. Alcuni sostengono che sia una forma d’arte. Insomma, è come portare in giro sul proprio corpo un’intera collezione privata di pittura contemporanea. Come fanno quei due giovanotti che sono appena entrati nel bar: uno dei due sarà certamente un romano perché porta impresso su un bicipite il famoso acronimo S.P.Q.R. con i colori della Roma Calcio; l’altro esibisce sul braccio una sorta di madonna, a meno che non sia la sua fidanzata a cui ha giurato fedeltà eterna con quel sigillo sulla pelle.

Accanto al mio tavolo siede una giovane coppia: da quando i due sono arrivati non hanno mai alzato lo sguardo dai loro rispettivi cellulari. Mi viene da pensare che li posso osservare senza essere visto: se mi mettessi a fare le boccacce, lì di fronte a loro, non se ne accorgerebbero, assenti come sono dalla vita circostante. Più in là, un signore dall’aria manageriale smanetta su un computer portatile: sembra che stia lavorando. E già, perché non c’è luogo, oggi, in cui non si possa lavorare con i moderni strumenti tecnologici: al bar, come al ristorante o mentre si prende il sole al mare, qualsiasi posto può diventare la succursale della propria azienda. D'altra parte, non esiste più la “pausa pranzo”, quel momento liberatorio della giornata in cui uno se ne poteva stare tranquillo senza essere raggiunto dal suo capo ufficio. Si continua a lavorare anche di fronte a un caffè o a un piatto di bucatini all’amatriciana. E intanto sono arrivati due parlamentari, volti noti dei talk show televisivi: qui la politica è di casa perché le stanze del potere sono a un tiro di schioppo dalla piazzetta. Si siedono a un tavolo discutendo animatamente; carpisco parole che in questo momento stanno sulla bocca di tutti: Ucraina…Putin…Nato…Dalla televisione al bar continua lo spettacolo della guerra con il solito bla bla. E intanto di là si continua a morire.

Il mio sguardo si sofferma, di nuovo, sulle statue dei santi che ornano la facciata della chiesa di Santa Maria Maddalena; sembrano assistere a questi brandelli di vita quotidiana che si susseguono nella piazza. Chi passa le osserva distrattamente, tutt’al più una foto con il telefonino. Bisogna consumare in fretta, i sentimenti come la bellezza: è l’imperativo della modernità. Chissà quante storie, quante vicende si sono succedute ai piedi di queste sculture nel corso degli anni! Sono trascorsi circa tre secoli, da quando l’architetto Giuseppe Sardi, nel 1735, le inserì nelle apposite nicchie al di sopra del portale d’ingresso della chiesa. Stanno lì a ricordarci quanto sia fugace la nostra esistenza. Ma ecco l’ennesima comitiva di turisti accaldati e stanchi, che fa la sua comparsa nella piazzetta. Ma nemmeno si ferma. Ha una meta molto più importante: il Pantheon. Si perpetua il rito infinito del turismo di massa. Devo dire che, in tanti anni, non avevo mai visto tanta gente a Roma nel mese di maggio. E tanto traffico! E tanto caos! Ma la pandemia non doveva migliorarci? Non doveva cambiare in meglio le nostre abitudini?


lunedì 9 maggio 2022

Sul viaggiare in treno

 


“Sono un pessimo viaggiatore, lo confesso. Mi è tanto difficile staccarmi da un luogo quanto assuefarmici. E sono inoltre un viaggiatore impaziente, incapace di acconciarmi ai fastidi, alle noie del viaggio. Ammiro coloro che sanno trasferirsi da un capo all’altro del globo senza nostalgie di sorta, con pochi oggetti di biancheria nella valigia. Per conto mio, simile a un emigrante, a uno zingaro, potrei dire, una volta in viaggio, “ominia mea mecum porto”, ma in un senso affatto opposto a quello che si ricava dal celebre motto di non so quale filosofo greco. E’ un bagaglio pesantissimo, è tutta la mia esistenza che io mi trascino dietro viaggiando.

Di notte, lungo la linea maremmana, guardo il mio vuoto scompartimento in una prigione che i vetri del finestrino rispecchiano da una parte e dall’altra, prolungandola all’infinito. Viaggio in un lentissimo e rumorosissimo bolide, in un enorme proiettile che non arriva, non scoppia mai. Poter dormire! Ma il mio sonno è un’operazione troppo macchinosa perché possa compiersi in ferrovia. Non mi rimane che vegliare e riflettere: starei per dire pregare. Eccitato dal fragore del treno, in preda a una lucida e tormentosa insonnia, cavo di tasca il mio taccuino, destinato ad annotazioni assai più innocenti, e scrivo: <<Per tutta la vita la fortuna m’è corsa appresso senza riuscire ad acciuffarmi>>. Oppure: <<Ho vissuto come un morto: nella memoria, nella fantasia degli altri>>. Scrivo ancora: <<Disordine, stanchezza, insufficienza, in tutte le occasioni, in ogni cimento della mia vita: perpetuo deficit o, per esprimermi con una parola meno frusta e meglio appropriata, perpetuo ammanco>>. Ecco in che modo una semplice notte in ferrovia può trasformarsi per me in una congiuntura molto seria.

Temo il viaggio, perché temo di venire, come al gioco, in troppo immediato contatto con me stesso. Ma quel che mi fa orrore soprattutto è il viaggiare di notte, ad occhi bendati, per così dire, senza potermi concedere l’unico diversivo e piacere che mi si offra in una situazione così tediosa: la vista della campagna, delle città colte a volo dall’alto d’un cavalcavia o rasentando col treno in moto le finestre delle case, e perfino, vorrei aggiungere, di quelle povere stazioni vuote, spesso importanti e provviste di decorosa tettoia, che i rapidi sorvolano rallentando, come per render loro l’onore delle armi.

Viaggiare è sognare, scrive Pascal. Sognare la felicità fuori di noi. E mentre il treno corre non mai abbastanza veloce per il mio desiderio, in quel trapasso, in quella sospensione di vita e di rapporti, fate che io possa starmene al finestrino, in assidua contemplazione di ciò che Rimbaud chiama “il fascino dei luoghi fuggenti”. Sarà ben difficile ch’io rinunci a questa mia vecchia consuetudine, in viaggio. Consuetudine che, d’altra parte, aggiunge allo strapazzo fisico una fatica psicologica assai più sottile ed estenuante e mi conduce ad abbrutirmi del tutto.

Sono, come vedete, un provinciale, un viaggiatore di terza classe, uno che, avendo talvolta affrontato viaggi piuttosto lunghi con lo stesso ingenuo trasporto con cui si fa una gita di piacere, è sempre giunto a destinazione come un “ecce homo”, con la barba cresciuta e impresentabilissimo. Ragione per cui devo riconoscere che il vero viaggiatore è quello che si raccoglie nello scompartimento come in casa propria e viaggia con le tendine abbassate. Costui arriva fresco fresco, senz’avere nessun sospetto dei luoghi che attraversò. Ha viaggiato come un baule, sissignori. Ma questa è la sola maniera di viaggiare. Così viaggiano tutti, salvo una piccola categoria d’inesperti e amanti del paesaggio, a cui ho la disgrazia d’appartenere…”

tratto dal romanzo “Villa Tarantola”
di Vincenzo Cardarelli

lunedì 2 maggio 2022

Vincenzo Cardarelli, la solitudine di un poeta

 


Amo il poeta Vincenzo Cardarelli; i suoi versi malinconici legati a ricordi indelebili del tempo passato; amo la sua arte poetica avvinta come edera a quel sofferto e discordante sentimento di amore per il suo paese d’origine - Tarquinia - che lasciò da giovane e a cui rimase legato per tutta la vita. E di cui sentiva la mancanza soprattutto quando se ne allontanava. Paradossalmente, immaginava il suo paese come un luogo perduto e lontano, per desiderarlo. Oppure doveva scorgerlo attraverso il finestrino di un treno in corsa, per sentirlo veramente suo: “Giace lassù la mia infanzia/ Lassù in quella collina/ ch’io riveggo di notte/ passando in ferrovia...”, così leggiamo nella sua poesia “Passaggio notturno”.  E, ancor di più, questa sua contrastante propensione amorosa nei confronti del paese natio si percepisce nell’incipit del suo unico romanzo “Villa Tarantola”: "Fin da ragazzo – scrive Cardarelli - ho amato le distanze e la solitudine. Uscire dalle porte del mio paese e guardarlo dal di fuori, come qualche cosa di perduto, era uno dei miei più abituali diletti”.  Tarquinia è per Cardarelli quello che Recanati era per Leopardi: il natio borgo selvaggio, tanto amato quanto osteggiato. Un paese che diventa, attraverso la sua poesia, luogo universale, un microcosmo con caratteristiche socio-culturali-ambientali simili a tutti i paesi. E – lo confesso – quando il poeta ricorda con i suoi versi Tarquinia, io percepisco il mio paese, nel Cilento. Provo i suoi stessi sentimenti.

Dicevo di questo suo romanzo “Villa Tarantola” con cui Cardarelli vinse il Premio Strega nel 1948, un libro introvabile e fuori catalogo che cercavo da tanto tempo. Ebbene, giorni fa, l’ho finalmente trovato su un banchetto di un mercatino dell’usato, che si trova dalle parti di San Giovanni a Roma. E’ stata una gioia immensa. E’ proprio vero che la felicità - come diceva Trilussa - è una piccola cosa, come, appunto, trovare un libro che cercavi. Che poi è anche un libro di rara bellezza, per il suo stile raffinato, ricco di notizie storiche, artistiche e poetiche. E’ un’edizione del Club degli Editori nel 1968, che ripropone la copertina originale del 1948 (Edizioni Meridiana). L’ho letto immediatamente, scavalcando tanti altri libri che attendono da tempo.

“Villa Tarantola” è una raccolta di scritti autobiografici con cui Cardarelli racconta i suoi burrascosi rapporti con il padre, il quale non voleva che studiasse e pretendeva che diventasse un buon commerciante, lui che invece aveva “il bacillo della cultura e della letteratura nel sangue”; e poi racconta il suo enorme bisogno di affetto, i suoi platonici amori giovanili fatti di sguardi, di pedinamenti, di piaceri solo cerebrali per delle donne che, a volte, non aveva nemmeno il coraggio di conoscere “camminando sulla loro traccia fuggitiva come Apollo dietro Dafne, come Teseo guidato dal filo d’Arianna, ma senza fare un passo di più per raggiungerle”, figure quasi evanescenti che ritroviamo anche nei suoi versi malinconici;  e racconta la sua misantropia di uomo senza famiglia, che viveva in camere d’affitto e passava da una pensione all’altra “come uno straniero, un pellegrino o, se volete, un vagabondo”; la sua scarsa partecipazione alla vita letteraria che lo isolavano sempre di più; il suo intransigente moralismo e il suo eloquio tagliente, feroce e poetico, che tutti ammiravano e molti temevano. Il libro non poteva non raccontare dei fatti e misfatti del suo “etrusco paese” natale “con le sue molte torri e i suoi campanili, come una San Gemignano in Maremma” e poi di altri luoghi in cui aveva soggiornato: come nelle Marche, il cui paesaggio “è quale noi lo conosciamo in Leopardi: bellissimo, dolce, e nondimeno avaro di ogni facile e umana consolazione”. Dedica delle pagine tenere e affettuose a Recanati, il paese del suo amato Leopardi: “è come tornare dopo molti anni al proprio paese natale. Non si può salire questo colle senza sentirsi il cuore stretto da una commozione indicibile. Par proprio di averci vissuto in questo paese…non soltanto è il nostro passato, che risorge da ogni pietra, ma un motivo inesauribile e perenne di meditare sul nostro destino, di ripiegarci su noi stessi”. Ci parla poi dei suoi passaggi per Urbino, “l’infinita melodia delle colline raffaellesche”; Ferrara, Venezia, dove voleva trascorrere solo un paio di giorni e invece ci rimase tre anni; Milano, che rivede dopo undici anni di assenza e non riesce a trovare le sensazioni di un tempo. Ma le pagine più belle e ricche di aneddoti io trovo che siano quelle dedicate a Roma, che lo accolse non ancora ventenne: qui fece i mestieri più diversi prima di diventare il poeta che conosciamo. Prima che cominciasse a provare “il perturbante piacere delle congratulazioni” da parte di chi lo leggeva. E così ci descrive la Roma barocca che “ci rammenta ad ogni passo la nostra fragilità, la nostra miseria, ma, nel tempo stesso, tutto conduce a farci guardare in alto”. Ed ecco allora le grandi strade con le altissime facciate dei suoi palazzi. “E che dire delle madonne che passeggiano sui tetti? Delle miriadi di croci, di ostensori, e altri emblemi issati in cima agli obelischi e sui fastigi delle chiese, che si scoprono, chissà perché, soltanto all’alba? Sono i miracoli, le apparizioni di Roma”.  E poi la Roma del Rinascimento, del Sei e del Settecento “dove non c’è vicolo, non c’è piazzetta, in cui non ci si senta difesi nello spirito e nel corpo e i nostri occhi non abbiano materia di diletto…”; la Roma dei caffè letterari che lui frequentava dove si consumavano discussioni e battibecchi, come il Caffè Aragno “il quale non era un caffè, ma un foro, una basilica, un porto di mare”; quella Roma, insomma, che lo aveva ripagato di tutto, facendogli sembrare dolce perfino la povertà, senza farlo sentire mai solo.

Chi lo ha conosciuto – come lo scrittore Libero Bigiaretti che ha scritto una bella e struggente prefazione al suo libro – lo ricorda, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, ormai lontano dalla sua vena creativa, seduto a un tavolo all’aperto del solito bar di Via Veneto a Roma, dove trascorreva lunghe ore della giornata,  indossando cappotto, cappello e sciarpa anche d’estate. E c’era sempre qualcuno che – pur canzonando questa sua bizzarra abitudine - ogni tanto gli si avvicinava tentando di ottenere una di quelle sue sferzanti e colte battute, per cui un tempo era famoso. La foto che ho postato sopra, che lo ritrae di spalle, è una sorta di icona inconfondibile: rimanda alla sua solitudine, alla sua precoce decadenza fisica e intellettuale. Chissà come avrebbe raccontato la Roma di oggi, uno come lui che sapeva guardare il mondo con occhi disincantati, standosene seduto da solo al tavolo di un caffè!


domenica 24 aprile 2022

"Bagheria": quando la vita entra nella letteratura

 


Fare buona letteratura è anche raccontare la propria vita, raccogliere suggerimenti dal proprio vissuto. D’altronde, quasi tutti gli scrittori del passato, mescolando a volte finzione letteraria e realtà, hanno scritto romanzi autobiografici, a cominciare dal più grande di tutti: Proust. Anche la scrittrice Dacia Maraini, nata a Firenze e appartenente al ramo siciliano di un’antica e nobile famiglia - gli Alliata di Villafranca, duchi di Salaparuta - ha attinto dai suoi ricordi personali, dalla sua vita passata, per scrivere alcune sue opere. Questa scrittrice la conoscevo solo come donna amabilmente raffinata e salottiera, spesso ospite dei talk show televisivi, ma non avevo letto nulla di suo. Per caso mi sono imbattuto in “Bagheria”, un romanzo autobiografico pubblicato nel 1993, ed ho avuto modo di apprezzarne anche le  chiare doti letterarie.

Bagheria è la cittadina siciliana dove la Maraini arrivò, insieme alla sua famiglia, dopo due anni di prigionia trascorsi in un campo di concentramento giapponese. Qui, nella splendida villa familiare settecentesca di Valguarnera, circondata di limoni e ulivi e sospesa in alto sopra le colline - uno dei maggiori complessi architettonici di Bagheria - trascorre gli anni della sua fanciullezza e della sua adolescenza. I ricordi di quel periodo affiorano nitidi e a volte malinconici, tra le pagine di questo libro: la sua timidezza, le sue sterminate letture (Lucrezio, Tacito, Shakespeare, Dikens, Conrad, Melville…), il sesso scoperto come inganno e violenza, gli odori e i profumi di quella terra, la bellezza della valle di olivi che digradavano verso il mare, il rumore continuo delle onde sulle rocce, il freddo dell’inverno mitigato da una stufa; ma anche la mafia e l’arroganza di quell'aristocratica famiglia, e poi la madre “bionda e splendente”, il padre “burbero e allegro, ribelle e solitario”, le sorelle, i cugini, le tante zie, i nonni, gli amici dell’infanzia che orbitavano intorno alla villa: costituiscono i reali personaggi del romanzo. “Per anni – scrive la Maraini – ho cancellato dalla mia vita quelle parentele, considerandole tanto lontane da me da non poterne tenere conto. Mi vergognavo di appartenere, per parte di madre, a una famiglia così antica e nobile. Non veniva proprio da loro – si chiede la scrittrice - da quelle grandi famiglie avide, ipocrite, rapaci, gran parte del male dell’isola? Odiavo la loro incapacità atavica di cambiare, di vedere la realtà, di capire gli altri, di farsi da parte, di agire con umiltà. E la sola idea di dividere qualcosa con loro, fosse solo una involontaria somiglianza, mi disgustava”. Lei aveva sempre avversato le ricchezze di quelle grandi famiglie siciliane, che nutrivano e facevano prosperare le mafie locali. Non aveva mai voluto indagare sul passato, da dove venissero quelle ville, quelle terre che ormai non le appartenevano più ma erano lì a testimoniare fasti lontani. Era sempre stata dalla parte del padre che mal sopportava quel mondo ricco e arrogante, e si considerava nata dalla sua testa “come una novella Minerva, armata di penna e carta, pronta ad affrontare il mondo attraverso un difficile lavoro di alchimia delle parole”. Ma, alla fine, anche la madre aveva dato un calcio a quel passato e si teneva alla larga da quella pletora di parenti famelici.

Per parlare di quel mondo, di quella Sicilia, la Maraini ritorna in quei luoghi che l’avevano vista bambina, in quell’antica e bellissima residenza della sua infanzia dove ancora vive una sua vecchia zia. Ma non intende raccontare “di una Sicilia immaginaria, di una Sicilia letteraria, sognata, mitizzata. Ma di quel rovinio di vestiti di broccato, di quei ritratti stagnanti, di quelle stanze che puzzavano di rancido, di quelle carte sbiadite, di quegli scandali svaporati, di quelle antiche storie”, storie che comunque le appartengono e non possono essere scacciate solo perché la infastidiscono.

“Parlare della Sicilia significa aprire una porta rimasta sprangata”, dice  la scrittrice nel suo libro. E una volta aperta quella porta “mi sono affacciata nel mondo dei ricordi con sospetto e una leggera nausea. I fantasmi che ho visto passare non mi hanno certo incoraggiata. Ma ormai ero lì e non potevo tirarmi indietro”.


martedì 19 aprile 2022

Un libro dissotterrato: "Gli ultimi sensuali"

 


Parlavo l’altra sera con mia moglie di Mario Puccini, a cui avevo dedicato un post, tempo fa. Lo ripubblico.

Mario Puccini, chi era costui? Oggi, sicuramente, mi sarei posto questa domanda se non avessi conosciuto – tanti anni fa - una giovane ragazza (diventata poi mia moglie), che stava scrivendo la sua tesi di laurea in Lettere Moderne sulla vita e le opere di uno scrittore marchigiano, nato a Senigallia nel 1887 e morto a Roma nel 1957: Mario Puccini. Ricordo che la suddetta laureanda (che viveva nel Cilento) - non riuscendo a trovare un paio di libri di questo scrittore, ed essendo venuta a conoscenza che il figlio Dario Puccini (critico letterario ed uno dei massimi studiosi di letteratura spagnola) viveva a Roma - mi pregò di contattarlo, per recuperare quei testi, fondamentali per la preparazione della sua tesi di laurea. Devo dire che Dario Puccini mi accolse nella sua abitazione con squisita gentilezza e - nel fornirmi i due volumi tanto ricercati - mi omaggiò anche di un altro romanzo “Gli ultimi sensuali”, scritto sempre dal padre Mario (Garzanti editore – 1944). Ricordo ancora che lo “abbandonai” sullo scaffale della mia libreria, senza degnargli neppure uno sguardo, tra quei libri in attesa di essere letti. E lì è rimasto per oltre quarant’anni, con le sue pagine sempre più ingiallite dal tempo. Poi, giorni fa, chissà per quale oscura e misteriosa ragione - visto che già altre volte nel passato l’avevo preso tra le mani senza mai decidermi – ho avvertito una strana sensazione: era arrivato finalmente il momento di leggere “Gli ultimi sensuali” di Mario Puccini. L’ho preso con estrema delicatezza, come se fosse una cosa preziosa e rara e man mano che proseguivo nella lettura mi sono accorto che le pagine - che si erano mantenute intatte per tanti anni, seppure ingiallite – iniziavano a staccarsi dal dorso una ad una, come quando un innamorato sfoglia una margherita ripetendo “m’ama o non m’ama”. O come accade a un reperto archeologico che, mantenutosi integro per tanti secoli sepolto sotto una coltre di terra, si sgretola una volta rinvenuto e portato alla luce del sole.

Ma le parole erano intatte, limpide, senza tempo. Una prosa dal sapore antico, se mi è consentito, così lontana dalle mode effimere della letteratura usa e getta dei nostri giorni. Il libro contiene tre brevi racconti, incentrati su tre diverse tematiche: l’amore, l’amicizia e l’impotenza, condizione quest’ultima intesa come inadeguatezza del proprio ruolo sociale. L’autore porta avanti la sua narrazione attraverso personaggi riservati, schivi, dall’indole solitaria che appartengono ad una condizione umana inappagata e alienata e ne indaga l’aspetto psicologico della loro esistenza. Mi piace qui riportare l’incipit del primo racconto che io ritengo sia il più bello, quale assaggio dello stile narrativo di questo autore. Il protagonista è un professore che vive a Varese e conduce una vita solitaria, tra la scuola dove insegna e la camera in cui vive. Non avendo né affetti, né amici, né distrazioni decide di ritornare nel suo paese d’origine, per ritrovare ciò che laggiù aveva lasciato di caro e forse il meglio della sua vita: il suo antico amore.

 

“Trentadue anni che non ritornavo tra le mura, nelle vie; che non respiravo l’aria della mia città. Ma sono contento di essermivi riaffacciato in queste giornate: che da tempo non è più estate, ma il tardo, l’ultimo autunno non è ancora precipitato con le sue ore scopertamente grevi, mollicce: e il sole non è più troppo caldo, pieno, ma neanche si arrende languido e docile al vento che sgruppa ed allenta con estrema facilità le nuvole sulle quali il suo bagliore s’infila e sparpaglia. Al mare non si andava già più in queste mattine; ma la città pareva diventata come più piccola, più meschina: le piazze, le contrade, le case, le piante, sembrava avessero perso ciascuna qualche cosa; una sorta di patina bigia, come una ruggine, macchiava e incupiva tutto…”.

Di questo autore Vasco Pratolini (leggo su Wikipedia) ebbe a dire: “uno dei maestri a cui la letteratura italiana deve rendere giustizia”. Ma la buon’anima di Puccini sta ancora aspettando. I suoi libri non si trovano più da nessuna parte…e chissà se c’è ancora qualche temerario che si spinge a fare una tesi di laurea su di lui. Io credo che un romanzo non muore mai fino a quando c’è qualcuno che lo legge e ne parla. Perché leggere un libro introvabile e dimenticato da tutti è come riesumarlo dall’oblio del tempo e dargli nuova vita.

 


sabato 9 aprile 2022

Il mio mondo racchiuso nei libri di 50 scrittori

 


Leggo Carlo Collodi perché con “le avventure di Pinocchio” ritorno bambino;

leggo Miguel de Cervantes perché non si può non amare “Don Chisciotte della Mancia”;

leggo Michel de Montaigne perché è saggio;

leggo Federico de Roberto perché ha scritto un bellissimo romanzo storico: i Vicerè;

leggo F. Dostoevskij per capire che in ogni essere umano c’è l’aspirazione ad un mondo migliore;

leggo Sandor Marai perché è raffinato;

leggo Guido Ceronetti perché è dissacrante;

leggo Ennio Flaiano perché è illuminante;

leggo Hermann Hesse perché è spirituale;

leggo Luciano De Crescenzo perché è simpatico;

leggo Gabriele D’Annunzio perché è solenne;

leggo Erri De Luca perché scrive come parla;

leggo Raffaele la Capria perché è l’unico napoletano che mal digerisce la “napoletanità”;

leggo Robert Walser perché voleva essere uno “zero assoluto”;

leggo Erasmo da Rotterdam (l’elogio della pazzia) perchè bisogna essere pazzi per essere felici;

leggo Anna Frank perché il suo “diario” mi fa piangere;

leggo W. Goethe perché posso viaggiare senza partire con il suoViaggio in Italia”;

leggo Ivan Goncarov (Oblomov) perché amo l’ozio e la lentezza;

leggo Antonio Gramsci (Lettere dal carcere) perché la scrittura ti salva dall’isolamento;

leggo Primo Levi (Se questo è un uomo) per non dimenticare l’orrore di cui è capace l’animo umano;

leggo Alberto Moravia perché mi ricorda gli anni della mia giovinezza;

leggo Fernando Pessoa perché descrive le sue inquietudini, che sono anche le mie;

leggo Elsa Morante de “L’sola di Arturo” perché amo Procida;

leggo J. D. Salinger perché con Il giovane Holden” cavalco le mie (poche) ribellioni adolescenziali;

leggo Herman Melville perché mi piace “lo scrivano Bartleby” che dice sempre di No;

leggo Lucio Anneo Seneca perché non mi stanco mai di leggere le “Lettere a Lucilio”;

leggo Italo Svevo perché mi rispecchio nei suoi personaggi inetti;

leggo Cesare Pavese perché non si può non leggerlo;

leggo Carlo Levi perché “Cristo si è fermato a Eboli”;

leggo Marcel Proust perché è il più grande, e proprio per questo faccio fatica a leggerlo;

leggo Antonio Tabucchi perché mi ha fatto conoscere Pessoa;

leggo G. Tomasi di Lampedusa perché ha scritto “Il Gattopardo”, quello del tutto cambia affinché nulla cambi;

leggo Franco Arminio perché è il poetico paesologo dei nostri tempi;

leggo Vladimir Nabokov perché “Lolita” si legge almeno una volta nella vita;

leggo Oscar Wilde perché “Il ritratto di Dorian Gray” è un libro meraviglioso;

leggo Lalla Romano perché ti fa navigare “nei mari estremi”;

leggo Arthur Schopenhauer perché è pessimista;

leggo Vittorino Andreoli perché è un pessimista che illumina;

leggo Thomas Mann perché è un grande scrittore;

leggo Henry Thoreau perché “l’uomo che viaggia solo può partire oggi; ma chi viaggia in compagnia deve aspettare che l’altro sia pronto”;

leggo Ernst Gombrich perché nessuno, meglio di lui, sa raccontare la bellezza;

leggo Sibilla Aleramo perché era una donna affascinante ed ha scritto “Una donna”;

leggo Giorgio Bassani perché continuo ad amare i suoi libri;

leggo Gian Piero Bona perché “Il silenzio delle cicale” è un romanzo di rara bellezza;

leggo Vitaliano Brancati perché è l’ironico cantore del “gallismo italico”;

leggo Gesualdo Bufalino per il suo stile colto e raffinato;

leggo Dino Buzzati perché “Il deserto dei tartari” celebra l’attesa, che oggi abbiamo smarrito;

leggo Vincenzo Cardarelli perché non esistono più poeti come lui;

leggo Serge Latouche perché la “decrescita felice” può salvare il pianeta e migliorare la qualità della vita;

leggo Italo Calvino perché bisogna leggere sempre i classici perché “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Parola di Calvino.

 

leggo….