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mercoledì 8 luglio 2020

Lo scrittore fantasma



Credo che per scrivere un libro nel terzo millennio – e mi riferisco soprattutto a chi si azzarda a pubblicare la sua prima opera letteraria - occorra avere davvero tantissimo coraggio. O tanta superbia, a seconda dei punti di vista. Basta entrare in una qualsiasi libreria, anche la più piccola, per accorgersi che il mondo non ha bisogno di un nuovo libro.

Tutto ciò che c’era di importante da scrivere, secondo me, è stato già scritto. Mi riferisco, naturalmente, alla buona letteratura e non alla spazzatura che oggi imperversa; e penso al libro come spazio della fantasia e non come semplice prodotto di mercato. Chi ha un po’ di dimestichezza con i libri sa dove cercare e dove attingere, perché esistono buone riserve, grazie ai grandi autori del passato che hanno lasciato opere indispensabili per la nostra formazione culturale. Con questo non voglio dire che non si debba più scrivere o che non ci siano giovani talenti in grado di fare ancora buona letteratura: me ne guardo bene da una simile affermazione. Però quello che vedo in giro mi lascia molto perplesso e mi induce a fare questa riflessione. Mi domando, quindi, perché mai dovremmo leggere un romanzo di Giovanni Floris, che sarà pure un bravo giornalista, ma non credo abbia la stoffa dello scrittore; Gigi Buffon è senz’altro uno dei più grandi portieri della storia del calcio, ma non si dovrebbe avventurare in campi che non gli appartengono; Matteo Renzi continui pure a fare politica – se proprio non sa che fare - ma lasci perdere la carta stampata. L’elenco dei nuovi scrittori sarebbe lunghissimo, ma mi fermo qui. Se dovessi dare un consiglio a questi personaggi famosi, direi loro: cercate di fare bene il vostro mestiere, provate a leggere qualche libro in più e risparmiateci le vostre opere letterarie. Oggi fanno letteratura - sto usando una parola grossa – soprattutto i volti noti della televisione e della carta stampata i quali - se non fossero tali - venderebbero tanti libri quanti ne potrebbe vendere il mio amico macellaio, qualora decidesse di abbandonare i quarti di bue per darsi alla scrittura. E lo dico senza nulla togliere a chi mi fornisce dell’ottima carne, perché  sono sicuro che lui ha più talento dei tanti personaggi noti, le cui facce sorridenti spuntano dalla quarta di copertina dei loro “capolavori” in mostra nelle vetrine delle librerie.

E’ sempre attuale quel motto di Leopardi che recita: “è più facile ad un libro mediocre d’acquistare grido per virtù di una fama già ottenuta dall’autore, che ad un autore di venire in reputazione per mezzo di un libro eccellente”. Se questo assunto era già valido ai tempi del poeta di Recanati, figuriamoci oggi che viviamo perennemente in una sorta di società dello spettacolo: se non sei un volto conosciuto, anche se hai ottime qualità, vieni inevitabilmente tagliato fuori dal mercato editoriale perché gli editori, quelli importanti, hanno ormai abdicato alle loro responsabilità culturali. Il personaggio famoso fa vendere, e chissenefrega della qualità dei libri e della scrittura. Ma va detto che se attualmente prolificano tanti scribacchini – alcuni dei quali non sarebbero capaci di scrivere neanche la lista della spesa - è perché esiste sul mercato una figura molto ricercata a cui si rivolgono questi geni con velleità letterarie: è lo “scrittore fantasma”. Si tratta di un autore che sa usare molto bene la penna; costui non scrive per sé ma per gli altri e cioè per quelli già famosi e per le grandi personalità del mondo dello spettacolo e della televisione. Tra questi spicca un talentuoso e scaltro scrittore inglese, tal Andrew Crofts, il quale ha capito molto bene il sistema ed ha scoperto il modo per fare un po’ di soldi scrivendo libri per i suoi clienti più importanti e popolari. E’ un perfetto sconosciuto questo Crofts, il suo nome infatti non appare mai in copertina. Ha pubblicato, in quarant’anni di carriera, oltre ottanta libri molti dei quali hanno scalato le classifiche di vendita inglesi, con decine di milioni di copie vendute. Viene contattato da editori, agenti letterari, da vip e romanzieri, anche sconosciuti (un migliaio di richieste annuali): e lui - attraverso la storia che gli viene commissionata e guardando il mondo con gli occhi di un altro, ossia “l’autore” del libro – scrive senza sosta oscurando il suo nome. Elabora in media tre libri all’anno e al suo cliente chiede “soltanto” 130.000 euro per ogni libro pubblicato. Vi consiglio, però, di non provarci perché se non siete delle star, se non avete partecipato neanche a un “grande fratello” e non siete mai stati ospiti a “che tempo che fa”, rischierete di buttare al vento molti soldi, perché il libro – seppure fosse scritto dal re dei bestseller Andrew Crofts – lo comprerebbero solo i vostri familiari: quelli più stretti.

lunedì 22 giugno 2020

Il sacro



Il sacro si può scorgere
in un’antica chiesetta di campagna
che eleva l’animo
più di una sfarzosa cattedrale;
e  si può scorgere al cospetto di
un muretto a secco levigato dal tempo
che rende più morbido un pendio
e più lieve una collina;
il sacro si può scorgere osservando
la maestosità di una quercia,
il tronco contorto di in un ulivo secolare,
un lungo filare di altissimi cipressi;
e si può scorgere sulla cima di una montagna,
su una spiaggia solitaria e incontaminata,
in una piazzetta silenziosa di paese,
tra i vicoli quieti di un antico borgo
arroccato su una rupe
che non sa di questo tempo
che non sa di questo mondo;
il sacro si può scorgere stando in contemplazione
su una panchina appartata
di fronte al mare;
si può scorgere osservando il tramonto,
il cielo stellato,
il cadere lento della pioggia
su un campo di grano,
il volto sereno di un vecchio senza tempo;
il sacro si può scorgere 
dinanzi a un solitario contadino
destinato a sparire
che affonda l’erpice tirato da un bue
nel suo piccolo campo;
e si può scorgere in una madonna di Raffaello,
in una scultura di Michelangelo
che educa al bello
e in una sinfonia di Mozart
che nutre lo spirito.

martedì 9 giugno 2020

Centocelle



Abito in un quartiere di Roma che si chiama “Centocelle”, limitrofo all’omonimo Parco Archeologico dove sorgeva - circa duemila anni fa - la villa imperiale ad duas lauros dell’imperatrice Elena (madre di Costantino), circondata dalla grande piscina termale e dagli alloggiamenti per i suoi cavalieri. Per la sua grande estensione, la dimora imperiale venne chiamata Centum Cellae, da cui deriva l’attuale toponimo. Grazie alla presenza di questi importanti resti archeologici l’area del parco, di oltre 120 ettari – di cui solo una trentina aperti al pubblico – è sottoposta a vincolo paesaggistico e da tempo attende quegli interventi di riqualificazione che potrebbero rilanciare, dal punto di vista socio-ambientale-culturale, tutto il territorio che gravita a sud est della Capitale. Va detto che proprio in questa area fu realizzato, nell’aprile del 1909, il primo aeroporto italiano, la cui pista lunga circa 400 metri ancora si conserva, come da foto. E qui doveva sorgere, negli anni settanta, il famoso Sistema Direzionale Orientale (SDO) che avrebbe dovuto liberare il centro storico di Roma da tutti i Ministeri e da tutti gli altri uffici del potere politico-economico. Il progetto, per fortuna, non venne realizzato ed oggi il Parco attende tempi migliori per decollare.

Il luogo non è molto frequentato: tranne pochi amanti del footing, la maggior parte delle persone del quartiere preferisce il vicino parco Villa De Sanctis (di cui ho parlato in un mio post precedente), che tra l’altro custodisce il Mausoleo funerario della succitata imperatrice Elena, che da queste parti era di casa. Devo dire che anch’io, per “oliare” le mie articolazioni sempre più arrugginite, vado spesso a passeggiare su quella vecchia pista abbandonata e lungo quei vialetti circostanti delimitati da radi cipressi, dove la mentuccia e il finocchietto selvatico crescono spontanei e dove svolazzano liberi corvi e pappagalli. Lo confesso: non è il massimo delle aspirazioni umane. Ma, purtroppo, solo questo offre il convento. E allora, per circa un’ora al giorno mi allontano dai rumori, dall’aria inquinata e dal traffico cittadino e vado lì a respirare il silenzio, a corteggiare i miei pensieri, a stemperare le mie malinconie. E ogni volta mi vengono in mente quelle meravigliose parole - in cui mi identifico - con le quali il filosofo francese Denis Diderot iniziava un suo famoso dialogo filosofico, verso la metà del ‘700:

“Che faccia bello o cattivo tempo è mia abitudine andare a passeggiare ogni pomeriggio verso le 5 nei giardini del Palais-Royal. Intrattengo me stesso con la politica, l’amore, il gusto, la filosofia e abbandono la mente al suo libertinaggio lasciandola padrona di seguire ogni pensiero che le si presenti, saggio o folle che sia. E la mente si comporta come quei giovani dissoluti che corrono dietro alle ragazze con l’aria sventata, il volto sorridente, l’occhio vivace e il nasino all’insù, corteggiandole tutte senza attaccarsi a nessuna di loro. Ecco: i miei pensieri sono le mie puttane”.

venerdì 5 giugno 2020

L'uomo senza qualità



Ci sono dei libri monumentali che da sempre mi perseguitano. Provo una certa difficoltà nell’affrontarli, avverto nei loro confronti una sorta di timore reverenziale che scaturisce non tanto dalla mole dei volumi quanto dalla loro indiscussa complessità letteraria. Penso ai 7 volumi della “Recherche” di Proust (ne ho letti, con una certa fatica, appena tre); penso a “Ulisse” di Joyce che non ho ancora letto. E penso, poi, a “L’uomo senza qualità” di Musil che da lungo tempo sembra sfidarmi dall’alto di un ripiano della mia libreria. Il testo in mio possesso è quello pubblicato da Newton nel 2013 (i Mammut) di 1137 pagine. Devo dire che - dopo molti rinvii e titubanze - ho iniziato finalmente a leggerlo in questi giorni. E tra lentezze, interruzioni e riprese, tra noia ed elogi, saltando anche delle pagine per me indigeste, ma soffermandomi con vero piacere su altre davvero illuminanti, credo che alla fine riuscirò  a portarlo a termine.

Ora - sia ben chiaro - non ho la sfacciataggine di “recensire” questo sterminato romanzo/saggio (tra l’altro incompiuto) su cui sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro. Non potrei aggiungere nient’altro rispetto a ciò che è stato già scritto da studiosi e lettori appassionati, molto più autorevoli di me. Mi limito a dire che forse una delle possibili chiavi di lettura del libro si nasconde nelle parole che Musil mette in bocca al suo eroe protagonista, Ulrich: “un uomo che vuole la verità diventa scienziato; un uomo che vuole sfogare la propria soggettività diventa forse scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio?” Lungo tale tracciato si colloca il percorso esistenziale di questo trentaduenne matematico e ingegnere - uomo dell’utopia e per questo uomo “senza qualità” – anche se di qualità ne ha tante ed anche eccezionali, che però mal si adattano ai tempi, già massificati, in cui vive. Ulrich è un uomo segnato da sconfinate letture in tutti i campi del sapere, “innamorato della scienza in un mondo più umano che scientifico”; è sostenitore di un mondo “retto da un Senato di uomini sapienti e progrediti” e non sapendo cosa fare della propria esistenza, decide “di prendersi un anno di vacanza dalla vita per cercare un uso appropriato delle sue capacità” abbracciando la causa nazionalistica del comitato che dovrà organizzare le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe. Ci troviamo nel 1918, epoca di collasso della plurisecolare e grandiosa dinastia asburgica, travolta dall’avanzata della tecnica e stretta dalla sua variegata e inarrestabile crisi spirituale. E’ un libro che, dall’interno di questa vicenda storica, intende rappresentare le contraddizioni della modernità - e per questo appare molto attuale - lasciando spazio a riflessioni, digressioni, paradossi, ironie e introspezioni di vario genere, come questa riservata a quegli improbabili “cacciatori di spirito” che mi piace riportare di seguito:

“Si poteva ben dire che lui stesso volesse diventare qualcosa di simile a un principe o a un signore dello spirito. Del resto, chi non lo vorrebbe? E’ così evidente che lo spirito venga considerato l’elemento supremo e dominante su qualsiasi altro. Lo impariamo a scuola. Chi può si adorna di spirito, se ne abbellisce. Legato ad alcunché, lo spirito è l’elemento più diffuso al mondo. Lo spirito della fedeltà, lo spirito dell’amore, uno spirito virile, uno spirito colto, il più importante spirito del nostro tempo, teniamo alto lo spirito di questa o di quell’altra impresa, agiamo secondo lo spirito del nostro movimento: come suonano rassicuranti e inoffensive queste espressioni fino ai gradi più bassi. Tutto il resto, i crimini che si compiono ogni giorno o la mai paga avidità di guadagno, sembra in confronto come l’inconfessabile, come la sporcizia che Dio si toglie dalle unghie dei piedi. Ma quando lo spirito se ne sta lì da solo, un sostantivo nudo, spoglio come un fantasma al quale si vorrebbe prestare un lenzuolo, che cosa accade allora? Si possono leggere poeti, studiare filosofi, comprare quadri e trascorrere intere nottate a discutere: ma è spirito quello che si ottiene così? Mettiamo pure che lo si ottenga, ma poi lo si possiede? Questo spirito è così fortemente legato alla forma contingente nella quale si presenta! Passa attraverso l’individuo che vorrebbe accoglierlo, e si lascia dietro solo una piccola vibrazione. Che cosa ce ne facciamo di tutto questo spirito? Lo si continua a produrre su montagne di carta, di pietra, di tela in quantità addirittura astronomiche; altrettanto di continuo lo si gusta e lo si assimila con un impegno smisurato di energia nervosa: ma che ne è poi dello spirito? Scompare come un’allucinazione? Si scompone in particelle? Si sottrae alla legge fisica della conservazione? Non c’è proporzione tra tutto quello spreco e i granelli di polvere che scendono dentro di noi e lentamente si posano. Dove va, dov’è, che cos’è? Forse se ne sapessimo di più calerebbe sul termine “spirito” un silenzio opprimente”.

giovedì 21 maggio 2020

Lettere cartacee e letteratura: un binomio inscindibile



Chi non è più giovanissimo – come il sottoscritto - ricorderà certamente quelle lettere cartacee di una volta, espressione di un modo di comunicare ormai superato. Erano gli anni in cui il telefono di casa (oggi uno strumento obsoleto, sostituito dal cellulare) veniva usato con vera parsimonia, solo per le telefonate necessarie e urgenti; internet era ancora fantascienza; la velocità – in tutte le sue declinazioni - non aveva soppiantato i ritmi lenti e naturali dell’esistenza e il computer - così come oggi lo conosciamo - non era stato inventato. Pertanto, tranne qualcuno che poteva permettersi una macchina da scrivere (ricordo la mia mitica “olivetti lettera 32”), si ricorreva necessariamente alla carta e alla penna per comunicare con una persona lontana. A nostra insaputa, allora, eravamo tutti scrittori che si rivolgevano ad un solo, affezionato lettore: colui che avrebbe ricevuto la lettera. La nostra lettera.

Quale originario strumento di comunicazione, la lettera scritta a mano assumeva quasi un’immagine di sacralità che si poteva toccare e annusare come una cosa cara e preziosa; si poteva accarezzare con lo sguardo per cogliervi non solo il senso profondo delle parole, ma anche  il carattere e perfino lo stato d’animo di colui che scriveva; era un oggetto unico e speciale che si conservava in un cassetto e si rileggeva a distanza di tempo, capace di rinnovare ed evocare, ogni volta, emozioni e ricordi, gioie e dolori.

Con la modernità e con l’avvento di internet siamo stati catapultati nel magico mondo – si fa per dire - della comunicazione digitale. Facebook, twitter, whatsapp - i famigerati social - sono diventati i nuovi strumenti di comunicazione di massa con cui dispensiamo, al mondo intero, messaggi sempre più incerti e sminuzzati e sgrammaticati, a cui non attribuiamo alcun valore affettivo, nessun peso emozionale o letterario, se non l’ostentazione di una conquistata visibilità in un mondo virtuale, dove esiste solo chi è parte integrante di quell’universo. Affetti da una sorta di bulimia comunicativa, scriviamo incessantemente, senza approfondire e senza pensare, con una soglia di attenzione molta bassa, adoperando un vocabolario che contiene non più di 100/200 vocaboli, nella migliore delle ipotesi. E devo dire che ce la mettiamo tutta, pur di storpiare e abbreviare le parole: per fare prima, per non occupare spazio, per non perdere tempo. E poi inviamo con un semplice click, incuranti di rileggere quello che abbiamo scritto. In una sequenza interminabile di rimandi che rasenta la follia.

Facevo queste riflessioni, l’altra sera, mentre leggevo la corrispondenza amorosa intercorsa, ai primi del ‘900, tra il poeta Guido Gozzano ed Amalia Guglielminetti, una bella e sensuale poetessa, tra l’altro molto stimata da Gabriele D’Annunzio. Il carteggio - attraverso un appassionato gioco cerebrale, crudele e dissacrante, rivela tutto il tormento interiore di Gozzano e la sua incapacità di sostenere un sentimento come l’amore, sentimento che lo attraeva e lo respingeva, nello stesso tempo. D’altra parte, il poeta, in una sua famosa poesia (Cocotte) confessava:
“…il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state…”

I due protagonisti si conoscono, si apprezzano, si seducono e si raccontano attraverso le lettere, tuttavia il lettore non riuscirà mai a capire del tutto cosa sia effettivamente accaduto tra queste due anime tormentate, che riuscivano a volare in alto anche quando scrivevano una semplice lettera. Miracolo della letteratura! E pensavo, mentre leggevo questi scritti di elevato valore letterario, che un “Gozzano” – oggi – difficilmente scriverebbe una lettera alla sua amante. Sicuramente userebbe il cellulare, subisserebbe la sua malcapitata con centinaia di messaggi, tutt’al più  le invierebbe una e-mail, lo strumento che forse più si avvicina alla lettera di un tempo. Ma tutto questo non lascerebbe alcuna traccia cartacea, da tramandare ai posteri, né la mail potrebbe avere lo stesso incantesimo letterario di una lettera scritta a mano, con i suoi tempi di attesa, lenti e meditativi, e con il suo carico di emozioni.
Mi piace riportare, di seguito, alcuni frammenti di queste lettere.

 6 gennaio 1908 - “Vi sto dimenticando Amalia! Vi sto dimenticando (mi spiego) fisicamente. E’ uno strazio curioso, che dà il senso giusto della nostra grande miseria cerebrale: non riesco più, per quanto io tenti, a ricordare certi piccoli particolari del vostro volto, delle vostre mani…
Ma in questo lento dileguare la vostra immagine spirituale (nell’ultima vostra me ne chiedete) si definisce meglio, balza al mio spirito con linee precise: vi voglio un gran bene, mia cara Amalia! E voi siete per me la vera amica, la compagna di sogni e di tristezza. Gl’istanti di aberrazione giovanile che ci avvinsero l’un l’altro sono già dimenticati (ben altre cose cancella e corrode il Mare!) ed io mi sento già estraneo, immune dal vostro fascino fisico, franco da ogni schiavitù voluttuosa…”

30 marzo 1908 - “Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia. E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti…Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno. (…) Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino. (…)
Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! Ma hai degli occhi luminosi e una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque.
Ho rilette queste sei pagine, amica mia: oimè! Parlo, parlo e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami!
Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai (…) Già altre volte t’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo…
Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia mai incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo. E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco. Partirei pur non dovendo partire”

13 aprile 1907 – Cortese Avvocato, ieri sera ho ritrovato fra le pagine del suo libro un poco di quella fraternità spirituale che la sua offerta mi rivela. Il rimpianto di ciò che fu, e l’ansia di ciò che non è ancora, e il sottile tormento del dubbio, e l’ebbrezza folle del sogno, tulle le cose belle e perfide di cui noi poeti si vive e ci s’avvelena.
Non ho ancora assaporato le squisitezze dell’arte, solo ho sfiorato l’essenza, l’anima della sua poesia: un’anima un poco amara, un poco inferma. Spero che la sua fraternità non sarà più tanto silenziosa, ch’essa vorrà esprimersi in modo più diretto. Cordialmente. Amalia Guglielminetti

Novembre 1909 – Guido molto amato (…) Fatti vivo, buon fratello cattivo e oblioso; dicono che sei a Torino, ma saresti così perverso da non farti vedere da me? Non mi vuoi più bene, lo sento! Vedi, mi lamento come una modistina abbandonata dall’amante e siamo tu celebre ed io quasi, senza contare che ci amiamo di un amore puro. Scrivimi se sei a Torino o altrove, anzi vieni a trovarmi: voglio dirti tante cose, tante care cose sciocche, di quelle che si dicono fra persone intelligenti. Se non ti fai vivo m’offendo, te lo giuro, e rinnego la nostra fraternità. Ti bacio su una tempia: dev’essere un po’ cavata la tua tempia, credo. Addio Amalia

sabato 16 maggio 2020

Lunga vita alla stupidità e all'ignoranza


“…Come sistema, l’istruzione obbligatoria ha un merito: dà a tutte le persone educabili con profitto la possibilità di apprendere nozioni da cui trarre giovamento e con cui giovare magari all’intera società. Nel contempo, però, essa aumenta a dismisura il numero di persone che non sanno ricavare molti vantaggi dalla cultura, ma che nondimeno ricevono un’istruzione più o meno raffinata.

Quando era riservata a pochi, la cultura appariva preziosa come le perle o il caviale. L’età dell’oro dello snobismo culturale fu l’età buia dell’educazione. Quando infine l’istruzione, che all’epoca in cui era riservata ai Pochi era sembrata così preziosa e magicamente efficace, fu data ai Molti, questi scoprirono presto che il dono non valeva quanto avevano creduto, e anzi era praticamente inutile. E in effetti, alla stragrande maggioranza degli uomini e delle donne, la cultura non dà ovviamente un bel nulla. Proprio nulla: né soddisfazioni spirituali né ricompense sociali. Non dà soddisfazioni spirituali perché la maggior parte della gente (e forse è una fortuna) non possiede la curiosità intellettuale di chi trae piacere dalle astrazioni e dalle teorizzazioni di un’educazione liberale. E non dà ricompense sociali perché, in un mondo in cui tutti sono istruiti, il mero fatto di essere andati a scuola cessa automaticamente di rappresentare la chiave del successo. Nel sistema dell’istruzione obbligatoria, i vantaggi sociali tendono ad andare a chi possiede sia talento sia cultura. I Molti istruiti ma privi di talento si ritrovano, proprio come prima, fortemente emarginati.

I democratici militanti continuano a prescrivere studio e sempre più studio come ricetta per tutti i mali personali e sociali. A quanto sembra, ritengono l’istruzione qualcosa di più di una semplice medicina: una sorta di magico elisir. Basta che se ne beva in buona quantità per trasformarsi in superuomini. (…) Se per un miracolo si realizzassero i sogni dei pedagogisti e la maggioranza degli esseri umani cominciasse a interessarsi solo di argomenti culturali, l’intero sistema industriale collasserebbe all’istante. Considerata la struttura dei macchinari moderni, non può esservi prosperità industriale senza produzione di massa. Posto che tutti gli altri fattori restino immutati, il consumo varia in misura inversamente proporzionale alla ricchezza della vita intellettuale. Un uomo interessato esclusivamente ad argomenti culturali sarà felicissimo (secondo le parole di Pascal) di starsene seduto tranquillo in una stanza. Un uomo che non nutre alcun interesse per gli argomenti culturali si annoierà a morte se lo si costringerà a star seduto tranquillo in una stanza. Poiché non ha pensieri con cui distrarsi, deve acquistare cose che sostituiscano i pensieri; poiché non è in grado di compiere viaggi mentali, dovrà muoversi fisicamente. Un simile uomo è, in poche parole, il consumatore ideale, il consumatore di massa di oggetti e mezzi di trasporto.

Ebbene, gli industriali hanno chiaramente interesse a incoraggiare il buon consumatore e scoraggiare il cattivo. Ed effettuano quest’operazione per mezzo della pubblicità, nonché dell’immensa propaganda che la stampa, grata, conduce a rinforzo della pubblicità. Chi se ne sta seduto tranquillo in una stanza senz’altra compagnia che i suoi pensieri e magari un libro da cui trarre diletto, viene dipinto come un derelitto, un poveraccio ridicolo e perfino un po’ immorale. La felicità è data dal rumore, dallo stare in compagnia, dal movimento e dal possesso di oggetti. Più rumore si ascolta, più gente si ha intorno, più rapidamente ci si sposta e più oggetti si possiedono, più felicità ci sarà: e non solo più felici, ma anche più normali e virtuosi. Nel moderno stato industriale gli intellettuali, in quanto scarsi consumatori, sono cattivi cittadini. Lunga vita alla stupidità e all’ignoranza!

Incoraggiati dalla propaganda dell’industrialismo, i frutti dell’istruzione di massa sono maturati e divenuti sempre più rigogliosi, come cavoli nella perenne luce dell’estate artica. Oggi i nuovi snobismi della stupidità e dell’ignoranza sono abbastanza forti da muover guerra almeno ad armi pari all’antico snobismo della cultura. Perché, pur nel suo assurdo anacronismo, il caro, vecchio snobismo culturale sopravvive ancora, con coraggio. Sarà sconfitto dai suoi nemici? E, particolare assai più importante, sarà sconfitta anche la cultura che esso difende con così eroico, patetico sforzo? Spero, e quasi oso confidare, che così non sia. Ci sarà sempre qualcuno per il quale le realtà interiori resteranno così importanti, così vitali da non permettergli, da non potergli assolutamente permettere di lasciarle scomparire.
<< Ma esisteranno davvero sempre persone del genere? >>, domanda un ironico demone. <<E l’aumento di ritardati mentali che si registra ogni anno? E le prove addotte da R.A. Fisher per dimostrare che una società abituata a misurare il successo in termini economici deve fatalmente e inevitabilmente eliminare tutte le facoltà intellettive superiori ereditabili alla nascita?>> Ignoriamo il demone; o meglio speriamo ardentemente che si possa far qualcosa per tacitarlo prima che sia troppo tardi. Nel frattempo la battaglia tra snobismi rivali infuria grottescamente…”

Aldous Huxley
Riflessioni sulla luna (Oscar Mondadori)



lunedì 11 maggio 2020

Quando un algoritmo ti viene a cercare



E’ in atto una rivoluzione tecnologica a livello planetario che sta esercitando una pressione senza precedenti sui comportamenti umani e sull’etica individuale. Naturalmente, chi guida siffatto cambiamento epocale tende ad esaltare qualsiasi ritrovato della scienza e della tecnica, anche il più invasivo. Per fortuna c’è ancora qualcuno che prova a suonare l’allarme, al fine di contrastare questa vera e propria tirannia digitale. Yuval Noah Harari, professore e scrittore israeliano che insegna all’università di Gerusalemme - attraverso il suo ultimo libro “21 lezioni per il XXI secolo” -affronta alcune delle questioni più urgenti legate all’avanzata tecnologica. Il libro non intende dare risposte ma proporre riflessioni e domande sia sul comportamento degli individui che sulla condotta di intere società. L’analisi dello scrittore israeliano prende le mosse dalla cosiddetta “intelligenza artificiale” che ormai comincia a superare le prestazioni degli uomini in molte competenze e mansioni. Il rischio è che, investendo troppo sul suo sviluppo e troppo poco sulla coscienza e sulla mente umana, finiremo per regredire come esseri pensanti.

Quando le tecnologie biologiche si uniranno a quelle informatiche – afferma l’autore del libro - produrranno degli “algoritmi” che potranno capire e controllare i nostri sentimenti meglio di noi stessi. Di conseguenza, l’autorità decisionale passerà, in maniera molto veloce, dagli esseri umani ai computer. La libera volontà – sostiene il prof. Harari - sarà solo un’illusione, dal momento che le aziende, le agenzie governative e il potere economico-finanziario potranno comprendere e manipolare quello che finora è stato il nostro impenetrabile mondo interiore. Delegando agli algoritmi ogni decisione, perderemo gradualmente la capacità di pensare in autonomia. Basti considerare che già oggi, miliardi di persone si affidano all’algoritmo di ricerca di Google per trovare qualsiasi informazione su internet. E tale ricerca è definita quasi sempre dal primo risultato che appare su Google.

La tecnologia può aiutarci moltissimo ma se questa guadagna troppo potere sulla nostra vita, diventeremo inevitabilmente ostaggio dei suoi programmi. Scrive Harari nel suo saggio:
“Quando la tecnologia sarà in grado di comprendere meglio gli esseri umani, sarà sempre più facile trovarsi nella condizione di servirla, invece di essere serviti. Avete visto quegli zombi che vagano per le strade con le facce incollate ai loro smartphone? Pensate che siano loro a controllare la tecnologia o che sia invece quella a controllarli? (…) Per migliaia di anni i filosofi e i profeti hanno stimolato gli uomini a conoscere se stessi. Ma questo consiglio non è mai diventato così pressante come nel XXI secolo, poiché a differenza dei tempi di Lao-Tze o di Socrate, adesso la concorrenza è dura. (…) Gli algoritmi vi guardano anche in questo momento. Osservano dove andate, cosa comprate, chi incontrate. Presto saranno in grado di controllare tutti i vostri passi, ogni vostro respiro, tutti i battiti del vostro cuore. Usano i Big Data e l’apprendimento automatico per conoscervi sempre meglio. E una volta che questi algoritmi vi conosceranno meglio di voi stessi, potranno controllarvi e manipolarvi, e non potrete fare granché per contrastarli. (…) Certo si può essere felici di lasciare tutta l’autorità agli algoritmi e affidarsi a loro per quello che riguarda noi e il resto del mondo. Se è così rilassatevi e godetevi il viaggio. Non dovete pensare a nulla. Gli algoritmi si occuperanno di tutto. Se invece volete avere un minimo di controllo sulla vostra esistenza individuale e sul futuro della vita, dovrete correre più velocemente degli algoritmi, più velocemente di Amazon e del governo, e cercare di conoscere voi stessi prima di loro”



venerdì 8 maggio 2020

Palingenesi



Da oltre due mesi tutto ancora ruota intorno al coronavirus. E' la triste realtà! Fatti, parole, immagini, proposte, suggerimenti: ogni avvenimento, ogni cosa che leggiamo o scriviamo o guardiamo o ascoltiamo rimanda, implacabilmente, a quel “tarlo” invisibile che ha sconvolto la nostra esistenza e continua a scavare dentro di noi. E nessuno sa fino a quando. E nessuno sa come ne usciremo. Sarà possibile una rinascita, dopo la distruzione?
Mi sono imbattuto in questa profonda e dolente poesia di Giorgio Caproni. Affidiamoci, per qualche attimo, a questi versi, che mi sembrano molto attuali.

Palingenesi
Resteremo in pochi.
Raccatteremo le pietre
e ricominceremo.
A voi,
portare ora a finimento
distruzione e abominio.
 Saremo nuovi.
Non saremo noi.
Saremo altri, e punto
per punto riedificheremo
il guasto che ora imputiamo a voi.

Giorgio Caproni


sabato 25 aprile 2020

Il prima e il dopo



Ci siamo ritrovati all’improvviso barricati in casa, spaventati e prigionieri delle nostre inquietudini generate da un nemico invisibile e sconosciuto: il coronavirus. Non eravamo preparati ad una segregazione in casa così lunga e forzata. Avevamo lasciato, fuori, il mondo che più amiamo, forse più della nostra stessa casa: rumoroso, caotico e inquinato, il mondo globalizzato creato in pochi decenni a nostra immagine e somiglianza, che sembrava potesse offrirci sicurezza e certezze. Un mondo, quello, al centro del quale, da un po’ di anni a questa parte, non c’è più l’uomo, con la sua immensa fragilità; non c’è più la natura incontaminata con il suo ordine e con il suo equilibrio geologico raggiunto attraverso migliaia e migliaia di anni; ma c’è il potere economico e finanziario sorretto dal dio denaro che tutto calpesta: territorio e salute, sentimenti e qualità della vita. Credevamo di essere inattaccabili e invulnerabili: onnipotenti. Pensavamo di essere padroni incontrastati del pianeta, un pianeta da manipolare e sfruttare e stravolgere a nostro piacimento nei suoi aspetti naturali e climatici. Sicuri del fatto che nulla potesse mettere in discussione il nostro comportamento, assistevamo giorno dopo giorno al primato dell’eccesso sulla moderazione, della velocità e del “tutto subito” sulla lentezza e sulla riflessione, della competizione sfrenata sulla solidarietà, della produzione globale su quella locale, dell’efficienza produttiva sul piacere per le piccole cose. Avevamo maturato la convinzione che l’acquisto e il consumo smodato di beni e di merci e lo stordimento attraverso divertimenti eccessivi ci avrebbero resi felici.

Rincorriamo, da molti anni, la crescita illimitata del Pil anziché una migliore qualità della vita, pur sapendo che nella formulazione di questo indicatore – il famigerato Pil - non sono comprese quelle attività e quelle risorse che - non avendo un indicatore commerciale – non vengono prese in considerazione: come l’acqua limpida e pura e l’aria fresca e non inquinata; la genuinità dei cibi che arrivano sulla nostra tavola e la salute dei nostri figli; la qualità della loro istruzione e la spontaneità dei loro svaghi; la vivibilità delle nostre città e il valore dell’arte nella crescita sociale e culturale; e poi l’importanza del verde pubblico e delle foreste, che purtroppo stiamo distruggendo. E’ bastato un microscopico virus – che certamente non è uscito dal cappello di un prestigiatore ma è il frutto delle nostre scellerate condotte di vita – per farci finalmente capire che abbiamo un corpo che si può ammalare e con esso l’intera impalcatura esistenziale su cui abbiamo costruito il nostro presente; e ci siamo resi conto, forse per la prima volta, di quanto siamo fragili e vulnerabili.

La nostra casa, rifugio caldo e confortevole che ci accoglieva dopo una giornata di lavoro e di svago, improvvisamente è diventata una sorta di prigione. “State a casa”, ci siamo sentiti dire in questi giorni dagli uomini delle istituzioni e dai mezzi di informazione di massa. Ma, per noi, la vita non si svolgeva tra queste quattro mura, ma fuori, tra quelle piazze e quelle vie, ora vuote e spettrali, ma prima superaffollate di gente e di macchine, impregnate di rumori e di smog, brulicanti di attività frenetiche. La vita vera, così come l’avevamo impostata, era fatta di velocità e di incontri, di affari e di continui spostamenti da un punto all’altro del pianeta, di sprechi e di bisogni superflui, di ritmi serrati e snervanti; la vita vera era fatta di tempo libero vissuto in maniera nevrotica nei posti di villeggiatura presi d’assalto dal turismo di massa.

Abbiamo intrapreso un percorso esistenziale che, se oggi ha partorito la tragedia che stiamo tutti vivendo, nei prossimi decenni l’umanità potrebbe trovare sulla propria strada nuove minacce: un virus diverso o il collasso ecologico. Si, perché a causa del criminale sfruttamento dell’ambiente,  che provoca danni irreversibili e cambiamenti devastanti alla composizione della terra, dell’acqua e dell’aria che respiriamo, la natura prima o poi ci chiederà il conto. Dicono - gli ottimisti - che non tutti i mali vengono per nuocere e che questa tragedia globale ci renderà migliori. Dicono che questo nemico invisibile, che ora ci costringe a stare chiusi in casa e a mantenere le distanze sociali, cambierà i nostri comportamenti futuri, le nostre consolidate abitudini. Lo confesso: io non credo a questa metamorfosi e nutro seri dubbi sul nuovo umanesimo che dovrebbe investire i nostri tempi. Ho l’impressione che la gente già scalpiti per poter ricominciare tutto daccapo. Magari recuperando il tempo perduto in casa, perché il lupo perde il pelo ma non il vizio. E allora, io credo che – superata la fase 1 e poi la fase 2, con le sue regole rigide, con le sue mascherine e la distanza sociale – con la fase 3 e la fase 4 tutto tornerà come prima. E chi, già prima, conduceva una vita equilibrata, semplice e appartata, rispettosa dell’ambiente, lontana dagli affollamenti e dagli spostamenti frenetici, e si affidava ai ritmi lenti dell’esistenza, immaginando il luogo in cui vive quale centro insostituibile del mondo – essenziale per dare un senso alla propria esistenza - sarà invogliato ancor di più a continuare su questa strada, ed a privilegiare la quiete della propria casa ad una strada affollata e caotica. Chi, invece – prima del coronavirus - aveva una diversa filosofia di vita, molto più movimentata e stressante, priva del senso del limite e della misura, basata sulla velocità piuttosto che sulla lentezza, la cui unica finalità era quella di produrre e consumare e sprecare e inquinare e distruggere e sporcare e viaggiare, sempre di più, da un punto all’altro della terra in poche ore, non vedo come possa rinsavirsi - così da un giorno all’altro - modificando il proprio stile di vita per uno più morigerato e corretto. Abbiamo una memoria cortissima, e fra qualche mese, quando il coronavirus con i suoi morti e con le sue sofferenze sarà un lontano ricordo, nessuno si ricorderà più dei buoni propositi di cambiamento sociale, oggi da tutti auspicati.

sabato 18 aprile 2020

Casa silenziosa



Le penne della scrivania,
gli inchiostri neri e la mano
mancina che si macchia
della sostanza che realizza
il pensiero.
E tutto il resto è il mondo.

Le porcellane dipinte a mano,
i piatti del servizio buono
con il filo d’oro, le posate
d’argento tediate dall’attesa
dell’ospite importante
che non è ancora arrivato.
Le bottiglie di liquore denso
scambiate sempre a Natale,
i quadretti con scritto “vi penso”
del padre emigrato in Germania,
le torri di Pisa illuminate
al neon, i busti degli imperatori
in bronzo, San Pietro
di plastica sopra la mensola.
Il pianoforte coperto di polvere
bloccato alle sette note,
i tasti neri sfiorati da dita
lontane, il violino del nonno
con le corde spezzate
e i manichini di burro contorti
ad appassire alla finestra,
i fiori, le bollette e i dischi
dei cantautori morti.
E la foto di una donna
bella come non è mai stata.
Le statuette in gesso dei santi 
e le preghiere che si sgranano
sui fili del rosario
e lo stanco orologio a pendolo
che macina le ore
sul filo del rasoio.
E tutte le giacche a doppiopetto,
le sciarpe profumate d’incenso
dell’India sognata.
Ancora i biglietti del treno,
banchina di Santa Maria Novella
ventuno aprile o ventidue.
E le perle della tua corona.
Le bamboline di ceramica
ghignano invece di sorridere, 
escono coi soldatini di piombo
la notte sulle macchinine di latta.
I libri censurati sopra gli scaffali
coi fiori sbiaditi come segnalibri,
i giornali e gli animali impagliati.
Il poster col ragazzo che spara
inginocchiato col viso coperto
e le mani tese in avanti,
la disperazione di due madri
che macchia il foglio.
I segni delle dita impressi
nel mazzo di carte appoggiato
sulla stufa spenta.
Non ci sono tutte:
mancano un re e un cavaliere.
Non me ne dispiace affatto.
E tutto il resto è il mondo.

A. C.

lunedì 13 aprile 2020

Nostalgia



“Sono entrato dal barbiere con la disposizione consueta, col piacere che mi dà il fatto di poter entrare senza imbarazzo nei luoghi conosciuti. La mia sensibilità al nuovo è terribile: mi sento calmo solo nei luoghi in cui sono già stato.
Mentre mi accomodavo sulla poltrona mi è venuto fatto di domandare al garzone che mi stava collocando intorno al collo un lino freddo e pulito, come stesse il suo collega che serviva alla poltrona accanto, quel tipo spiritoso, più anziano di lui, che era malato. Glielo ho domandato senza che mi premesse sapere: è stata una domanda suggerita dal luogo e dal ricordo. “E’ morto ieri”, mi ha risposto senza tono la voce che stava dietro di me e le cui dita stavano finendo di inserire l’asciugamano fra la mia nuca e il mio colletto. Tutto il mio immotivato buonumore è svanito all’improvviso, come il barbiere della poltrona accanto assente per l’eternità. E’ sceso il freddo sui miei pensieri. Non ho detto niente.
Nostalgia ! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita. Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio ? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani scomparirò anch'io da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch'io - l'anima che sente e pensa, l'universo che io sono per me stesso - sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui?”. E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi “.

Brano tratto da “Il libro dell’inquietudine”
di Fernando Pessoa

sabato 4 aprile 2020

Viaggio intorno alla mia stanza



Giusto un anno fa avevo scritto una recensione su questo libro. Ora, alla luce di questa nostra forzata segregazione in casa, mi piace di nuovo riproporre il post, perché credo che la tematica trattata sia di stringente attualità.

Tutta l’infelicità degli uomini – diceva Pascal – viene da una sola cosa, e cioè dal non saper starsene da soli in una stanza. Il desiderio di uscire… di viaggiare... di andare... di muoversi, ha sempre spinto gli uomini ad allontanarsi dal proprio ambito quotidiano e familiare, dalla propria “stanza”. Nel passato i giovani artisti e gli aristocratici dei ricchi paesi del nord Europa (Inghilterra, Germania, Francia),  intraprendevano un lungo viaggio alla scoperta dell’ Italia – il cosiddetto grand tour – il cui obiettivo era soprattutto quello di affinare la propria cultura. Queste esperienze di viaggio le ritroviamo in alcuni bellissimi libri: mi viene in mente il “Viaggio in Italia” di Goethe o quello di John Ruskin descritto in “Mattinate fiorentine”. C’è stato, invece, uno scrittore francese di nome Xavier De Maistre, il quale - intorno al 1790 – all’età di ventisette anni, senza spostarsi dal modesto alloggio in cui si trovava recluso (per quarantadue giorni), e quindi senza fare bagagli e senza prendere alcun mezzo di trasporto (praticamente a costo zero), intraprese un viaggio esplorativo nella sua stessa camera da letto. La cronaca di questa sua singolare e bizzarra impresa  la raccontò in un libro che si intitola “Viaggio intorno alla mia stanza”, libro che alla sua pubblicazione venne salutato come un piccolo capolavoro letterario. Nella prefazione il fratello Joseph De Maistre (famoso filosofo e politico) mise in evidenza che l’autore non intendeva affatto screditare i grandi viaggiatori del passato, ma che desiderava solo consigliare, ai poveri e a coloro che temevano un furto in casa, un modo di viaggiare molto più pratico e conveniente.

Le 42 giornate trascorse in quella camera – pari ad altrettanti capitoletti in cui è suddiviso il libro – sono raccontate con una grazia ed una raffinatezza davvero encomiabili. All’autore basta poco per descrivere una sensazione o un’emozione, per rivelare un’indagine psicologica o per creare un personaggio immaginario: un quadro appeso alla parete, un oggetto apparentemente insignificante, un mobile. Tutto è utile alle sue descrizioni e al suo intimo modo di sentire e di guardare. Come quando si trova di fronte al suo letto che “ci vede nascere e ci vede morire; è il mutevole teatro nel quale il genere umano rappresenta a turno drammi interessanti, farse ridicole e tragedie spaventose. E’ una culla adorna di fiori; è il trono dell’amore; è un sepolcro”. Non avevo mai letto una riflessione così profonda su un mobile presente in ogni casa e di cui tutti ci serviamo quotidianamente. Senza, però, soffermarci su di esso con il pensiero.

“Coraggio, dunque, si parte – scrive l’autore – Seguitemi voi tutti, che per una delusione amorosa o per un malinteso tra amici, ve ne state chiusi nel vostro appartamento, lungi dalla piccineria e dalla perfidia degli uomini. Mi seguano tutti gli sventurati, tutti gli ammalati, tutti gli annoiati del mondo! Si levino in massa tutti gli indolenti!... voi che in un salottino rinunziate per sempre al mondo, amabili anacoreti d’una serata venite anche voi; datemi ascolto, lasciate quei vostri tetri pensieri; voi sottraete un attimo al piacere senza guadagnarne uno alla saggezza; degnatevi di accompagnarmi nel mio viaggio; marceremo pian pianino, ridendo, lungo il cammino dei viaggiatori che hanno visitato Roma e Parigi…”. Sembra rivolgersi proprio a noi che stiamo vivendo questo particolare momento della nostra esistenza, invitandoci ad abbandonare quei tetri pensieri che da circa un mese ronzano nella nostra mente.

E ancora, in una delle sue peregrinazioni, lo scrittore francese scrive “…quando viaggio nella mia camera, raramente percorro una linea retta; vado dalla tavola verso un quadro situato nell’angolo: di là mi muovo obliquamente per andare verso la porta; ma sebbene alla partenza la mia intenzione sia quella di recarmi là, se incontro il mio seggiolone sul cammino non sto a pensarci e mi ci sdraio senza complimenti. Il seggiolone è un eccellente mobile, ed è di estrema utilità per un meditativo. Nelle lunghe serate invernali, talvolta è dolce, e sempre prudente, distendervisi mollemente, lungi dal fracasso delle assemblee affollate. Un focherello, alcuni libri, una penna: che risorse contro la noia! E che piacere dimenticare i propri libri e la penna per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, oppure buttando giù alla meglio dei versi per divertire gli amici! Allora le ore scorrono e piombano silenziosamente nell’eternità, senza far sentire il loro triste passaggio”

Ma qual è il messaggio profondo di questo libro delizioso? Al di là del libero accostamento alla situazione attuale che ci vede reclusi in casa, secondo me non può essere che uno solo: il piacere del viaggio e dello spostamento deriva non tanto dal luogo prescelto quanto dall’atteggiamento interiore con cui si affronta il viaggio stesso. Si può viaggiare anche durante i percorsi che facciamo tutti i giorni nelle nostre città; e si può viaggiare stando nel chiuso di una stanza, cioè in quel “bugigattolo” dove ci rifugiamo e ci nascondiamo agli occhi del mondo, collegati intimamente solo con la nostra anima, che vede, sente e descrive paesaggi, avventure ed emozioni. Sembra quasi che De Maistre voglia invitarci a guardare con occhi diversi la realtà quotidiana che ci circonda. E se noi riuscissimo a farlo, a scrutare luoghi e cose con uno spirito di osservazione immune dall’abitudine e dall’indifferenza, senza farci guidare dalle mode e dagli strumenti tecnologici, forse ci accorgeremmo che le cose degne di interesse si trovano anche accanto a noi e che non sempre è necessario partire verso mete lontane ed esotiche per scoprirle. Credo che il coronavirus e l’emergenza che stiamo vivendo – con tutto il suo carico di morte e di paura – dovrà spingerci, in futuro, a cambiare il nostro stile di vita, le nostre abitudini.


lunedì 23 marzo 2020

Bellezza e solitudine al tempo del coronavirus


In queste lunghe giornate di isolamento forzato, velate di malinconia, di paura e di pensieri, mi capita spesso di stare da solo, in silenzio, cercando di scacciare quel “tarlo” che continua in maniera ostinata a scavare nel corpo e nella mente di ognuno di noi, lasciando segni indelebili difficili da emarginare, almeno in tempi brevi. Passo lunghe ore a leggere, e poi ad osservare e curare i fiori sul balcone di casa, e poi a conversare con mio figlio, e poi a guardare qualche programma televisivo, per lo più documentari (io che guardo poca televisione), cercando di essere attento a non subire dosi eccessive di informazioni no stop sul coronavirus. Secondo lo psichiatra Raffaele Morelli dobbiamo assolutamente evitare di stare incollati al televisore e sui social, dobbiamo allontanare dalla nostra mente questi problemi angosciosi - che alla lunga diventano devastanti per il nostro equilibrio psico-fisico - ed iniziare ad immaginare e fare altro, perché la parte sognante del cervello è un farmaco, forse il farmaco più potente, che allontana le preoccupazioni sullo sfondo.

E così mi è capitato, l’altra sera, di soffermarmi a lungo – come non mi era mai capitato di fare in precedenza – su un piccolo quadro appeso ad una parete della mia camera. Che strano: sta lì da chissà quanto tempo e non aveva mai ricevuto così tanta attenzione da parte mia. Come a dire che a volte trascuriamo le cose vicine per un altrove che riteniamo migliore. Questo dipinto è stato realizzato da una brava e sconosciuta pittrice contemporanea, Cristina Mazzoni, ed ha per soggetto una donna seduta su un muretto in un giardino con accanto una bambina – nell’intenzione dell’artista, probabilmente, madre e figlia – il cui delizioso abbigliamento rococò rimanda ad un’epoca lontana, di altri tempi. 
Cristina Mazzoni - Damine

Chissà quali sentimenti avranno guidato la mano della pittrice nel fissare sulla tela quell’immagine all’aria aperta, così delicata, che infonde una piacevole serenità, soprattutto di questi tempi. Devo dire che chiunque si trovasse a guardare questo quadro – anche il più sprovveduto degli osservatori – non potrebbe non riconoscere la bellezza della rappresentazione; e nessuno, almeno così credo, potrebbe sostenere di non capire il significato dell’opera. D’altra parte, così non sarebbe se lo stesso spettatore si trovasse al cospetto di una forma d’arte assolutamente diversa, non facile da comprendere, da indurlo perfino a mettere in discussione il fatto stesso che sia arte, come il quadro astratto sotto riportato dipinto da Paul klee.
 
Paul Klee
Alla luce di queste osservazioni, io non credo che esista un modo corretto di guardare un’opera d’arte o che si possa, tanto meno, insegnare la giusta maniera per apprezzare la bellezza. Ognuno di noi, nell’osservare un quadro, è inevitabilmente influenzato da tante cose che vanno ad incidere sulla propria scelta, sulla propria reazione emotiva: la maggiore o minore sensibilità, l’educazione ricevuta, l’istruzione, l’ambiente socio familiare in cui vive. E’ come dire che spesso vediamo non tanto quello che un dipinto ci mostra, quanto ciò che siamo o ciò che conosciamo. E fino a quando tali condizioni ci consentono di trarne beneficio, non esiste alcun problema estetico: il bello che scorgiamo in un’opera d’arte ci viene incontro e ci dà piacere e conforto. Ma quando nella visione subentra un pregiudizio, quando scartiamo o consideriamo brutto un quadro che – per esempio - ha per soggetto una montagna innevata, mentre noi amiamo solo il mare, allora dobbiamo riconoscere le nostre ragioni sbagliate che, senza alcun fondamento estetico, ostacolano la ricerca del bello e ci privano di un piacere che altrimenti proveremmo.

In un quadro noi cerchiamo sempre quelle atmosfere e quelle sensazioni che più amiamo. Se uno dice di essere attratto dalla luce e dalla vita all’aria aperta, esprime un suo gusto personale che lo porta, probabilmente, a preferire la pittura degli espressionisti ed in particolare quella di Renoir. Qualcun altro potrebbe affermare che i contorni sfumati delle figure dipinte nei quadri del pittore francese, non riescono a trasmettergli quella tensione emotiva e quella bellezza che scorge, invece, nelle tele del Caravaggio, con quel suo gioco di luce e ombra dove i personaggi così ben delineati sembrano vivi, appena usciti da un contesto reale. Evidentemente sono percezioni differenti, che rimandano a sensibilità e preferenze diverse: il primo ama le situazioni delicate, un po’ sfumate, il secondo quelle intense e drammatiche. Non è pensabile, però, che colui a cui piace Caravaggio possa dichiarare che la pittura di Renoir sia brutta.

Come ci insegna il grande storico dell’arte Ernst Gombrich – autore di uno dei libri più belli che siano stati scritti sulla storia dell’arte - la bellezza di un quadro non risiede solo ed esclusivamente nella bellezza del soggetto rappresentato. Quando il pittore tedesco Albrecht Durer dipinse nel 1500 il suo famoso “autoritratto con pelliccia”, simile ad un Gesù Cristo sceso in terra, probabilmente desiderava esprimere tutto il suo narcisismo e voleva che anche noi ammirassimo la sua bellezza, quasi divina.
Durer - autoritratto

Probabilmente ci riuscì, perché quel disegno esprime fascino ed attrazione. Tuttavia la seduzione per i soggetti belli nell’arte non deve indurci a respingere opere che raffigurano soggetti meno belli. Anche il grande pittore olandese Rembrandt disegnò, negli ultimi anni della sua vita, un suo ritratto e a quest’opera dedicò tutto il suo impegno artistico, certamente lo stesso impegno che Durer aveva riservato alla sua effige.
Rembrandt - autoritratto

Il volto di Rembrandt non è bello come quello di Durer, tuttavia non si può dire che non abbia una sua forte intensità espressiva; quindi entrambi i quadri meritano il nostro interesse perché hanno la straordinaria capacità di evocare - con assoluta sincerità - la vanità dell’uomo (il primo) e la sua decadenza fisica, il secondo. Ciò che siamo ci viene raccontato dalla maestria di questi due artisti i quali sono riusciti a convertire in forme comprensibili i sentimenti umani.

Ma l’artista crea anche attraverso la propria immaginazione, rende visibile qualcosa che, forse, non riusciremmo mai ad immaginare, pur sollecitando attraverso la sua opera la nostra stessa immaginazione. Quando l’autore de “la città ideale” dipinse, nella seconda metà del 1400, questo famoso quadro che viene attribuito a tre diversi artisti (Piero della Francesca, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini), intendeva rappresentare gli ideali di perfezione, di armonia e di bellezza di un tessuto urbano rinascimentale. E non poteva immaginare altro. 
La città ideale

Ora, osservando bene questa raffigurazione, il mio pensiero non può che andare alle immagini – direi molto belle, se non avessimo quel “tarlo” nella testa che ci perseguita e deforma anche la nostra visione - delle tante, magnifiche piazze del nostro Paese, svuotate e rese quasi spettrali dal contagio che ci perseguita. E come non pensare, poi, alla pittura di Mario Sironi.
Mario Sironi - paesaggio urbano

Chiunque abbia presente la sua arte sa che l’artista sardo amava trasferire sulla tela suggestioni metafisiche e surreali, atmosfere cupe e desolate. Spesso dipingeva paesaggi urbani alienanti da cui non traspare la bellezza che si può cogliere nel dipinto precedente, ma soltanto solitudine. La solitudine dell’uomo nel suo contesto abitativo. Sembra quasi che bellezza e solitudine si rincorrano e si uniscano, nell’arte come nella vita. Oggi, forse nel momento più tragico della nostra esistenza, quando vediamo i nostri centri storici - autentici scrigni di bellezza – senza la presenza umana, ci assale un profondo e indescrivibile malessere. Eppure, prima del coronavirus, chissà quante volte, passeggiando per gli stessi luoghi sovraffollati e rumorosi ci è capitato di provare horror pleni, in contrapposizione all’horror vacui che stiamo vivendo.   
Roma - piazza del pantheon