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venerdì 4 ottobre 2019

Fuga dalla città



“Un romanzo sul profondo disagio del nostro tempo”, così recita la quarta di copertina de  “Il silenzio delle pietre”, uno degli ultimi libri pubblicati da Vittorino Andreoli, capace di incunearsi nei più oscuri labirinti dell’animo umano. Ci troviamo nel 2028, un futuro che somiglia molto al nostro presente dove le città, che intossicano sempre di più, continuano a crescere a dismisura “come se si stesse accumulando della spazzatura in maniera incontrollata” e, nonostante il benessere raggiunto da una società sempre più tecnologizzata, la vita sociale e familiare appare sull’orlo di un precipizio. Il protagonista che esce dalla penna di Andreoli – in cui potrebbe rispecchiarsi chiunque oggi sia stanco della follia che regna sovrana nelle grandi città – decide di andarsene lontano da tutti e da un mondo civilizzato che “stava scivolando verso la sua fine, verso la barbarie” e dove era diventato quasi difficile e faticoso vivere. Un mondo dove non esisteva più il rispetto dell’altro e dove la sopraffazione e la trasgressione si erano affermate come le uniche modalità per emergere. Il personaggio del romanzo si spinge, per questa sua temporanea ma estrema decisione, in una baia isolata nel Sutherland della Scozia, affacciata sull’Oceano Atlantico, un luogo straordinario per la sua bellezza quasi primordiale, abitato solo da pecore, anatre e uccelli marini quali gabbiani, aironi, cormorani…, dove esiste la più bassa concentrazione umana di tutto il pianeta. “Li non correva il pericolo di incontrare uomini e donne – recita la voce narrante del libro - ma se avesse sentito la mancanza, gli sarebbe bastato percorrere cinque-sei chilometri e sarebbe arrivato al villaggio, che contava cinquecentosessanta abitanti”. Il nostro eroe non ne poteva più del caos delle metropoli “capolavori della follia umana”, non sopportava più l’idea di essere schiavo dei soldi, delle macchine, delle cose inutili e della libertà di possedere ciò che non serviva a vivere. Voleva liberarsi – anche se momentaneamente - dal contatto con l’uomo, “che è uno degli animali più impossibili e orrendi tra le creature del cielo e della terra”, per poter pensare e interrogarsi sulle sorti del mondo, ricominciando così a vivere. Cercava quel contatto perduto con la natura e con se stesso, inseguiva la bellezza del silenzio che permette di sentire un mondo diverso oltre che il piacere delle piccole cose, desiderava ascoltare i suoni della natura, come il canto degli uccelli, il mormorio del vento, il sussurrare della pioggia, soffocati tutti dal frastuono delle città. E la solitudine gli sembrava la condizione ideale.

Il libro mi rimanda inevitabilmente a “Walden o vita nei boschi” , da sempre considerato libro-culto da intere generazioni, in cui si rispecchiano i fautori dell’ecologia, i pacifisti di ogni paese ed i sostenitori di un modello di sviluppo e di vita alternativi a quello vigente. Il suo autore, Henry David Thoreau - figlio ribelle ed anticonformista dell’America dei primi anni dell’Ottocento - voleva dimostrare che l’uomo, rifuggendo la civiltà industriale e consumistica, con poche e semplici cose poteva condurre un’esistenza in armonia con se stesso e con il mondo circostante. E pertanto abbandonò il consorzio civile e si rifugiò in una casupola in mezzo al bosco sulla sponda di un piccolo lago, dove visse per oltre due anni, zappando la terra e coltivando fagioli, pescando nel lago, leggendo, ricevendo ospiti nella sua capanna, dedicandosi alla meditazione ed alla contemplazione della natura. E interrogandosi sulle ragioni più profonde dell’esistenza.

“Ma l’uomo – scrive Andreoli – ha bisogno dell’uomo e allora occorre che rimanga e non fugga lontano…il problema non è quello di scappare dal mondo per andare in un altro che non ti appartiene, ma di fare in modo che la città mantenga una dimensione possibile e non sia più il luogo della follia”.



giovedì 26 settembre 2019

Camminare è...

dal web


“Camminare è una guarigione, un’esperienza di salvezza”.
(Michele Serra)

Ho la buona abitudine di camminare tutti i giorni, ad andatura spedita, per circa un’ora. Dicono che aiuti a stare bene fisicamente. Frequento un parco vicino casa - Villa De Sanctis – che tra l’altro custodisce un importante monumento funerario di età romana – il Mausoleo di Elena - fatto costruire dall’imperatore Costantino intorno al 330 d.c. per sua madre Elena. Camminare all’ombra della storia, al cospetto di un monumento che sta lì da oltre 17 secoli, è il modo migliore e più suggestivo per riflettere sulla caducità della condizione umana.
Mausoleo di Elena

Ma le mie camminate non si esauriscono in quel parco: spesso vado gironzolando anche per la città eterna, senza una meta precisa, cercando solo di evitare quei posti battuti da branchi di turisti. Sono due momenti del mio camminare che racchiudono piaceri diversi: salutare e del corpo (il primo), estetico e dell’anima, il secondo. 

Camminare è un coinvolgimento corporeo con l’ ambiente circostante, è un donarsi incondizionato, di anima e corpo, alla bellezza ed alla sensorialità dei luoghi;

camminare è un atto rivoluzionario in un mondo dominato dalle macchine e dalla velocità, è prendere le distanze, in maniera pacifica, dai ritmi sfrenati del progresso;

camminare è l’affermazione del proprio essere, è ricerca di tranquillità, di silenzio, di solitudine;

camminare è godere lentamente il proprio tempo, è gioia del pensare, è bellezza del guardare;

camminare è affinare lo sguardo, è scoprire le piccole cose semplici e belle della vita;

camminare è un’ancora di libertà e di salvezza, una fonte inesauribile di esplorazioni, un sereno godimento di incontri inattesi e di scoperte improvvise;

camminare è cercare un momento di pausa ai ritmi frenetici ed esagitati dell’esistenza, è ristabilire le giuste distanze tra l’essere e l’apparire;

camminare è sciogliere lentamente la tristezza, è la medicina dell’anima e del corpo.

lunedì 23 settembre 2019

La provincia addormentata



Se c’è uno scrittore meridionale che forse più degli altri ha saputo analizzare, con grande maestria, l’animo umano attraverso i suoi libri, interrogandosi su alcuni grandi temi del vivere quotidiano che tormentano l’uomo moderno - quali la solitudine, la sofferenza, l’incomunicabilità tra le persone, i difficili rapporti familiari - ebbene questi è Michele Prisco, lo scrittore partenopeo nato a Torre Annunziata e morto nel 2003 nella città che lui più amava, Napoli.

“La provincia addormentata” rappresenta il suo esordio nel mondo letterario, pubblicato nel 1949. E’ un testo che comprende dieci racconti, attraverso i quali Prisco dipinge, in chiave psicologica, un affresco umano ed esistenziale di notevole impatto emozionale incentrato sulla ricca borghesia partenopea degli anni ’50 - alla quale egli stesso apparteneva – composta da “una ristretta aristocrazia di facoltosi borghesi agganciati tra loro da un vincolo di pigra amicizia: proprietari terrieri, industriali di aziende alimentari o corallifere nelle vicine città costiere, le più sviluppate, taluni professionisti, qualche rappresentante della stanca nobiltà cittadina”.

In questa pigra e addormentata provincia che si adagia alle falde del Vesuvio “un po’ tarda, pettegola ma tanto pacifica” satura di luce, di colori e di profumi, dove le case sono “seppellite di verde, così calme e borghesi, dove tutto è tranquillo e i sentimenti stessi son cose catalogate” si muovono tutti i personaggi del libro, molti dei quali hanno come voce narrante una donna; gli stessi si dibattono, direi senza speranza e vie d’uscita, tra conflitti interiori e difficoltà ad instaurare sereni e duraturi rapporti interpersonali, tra monotonia ed abitudini consolidate, in contrasto con la tranquillità del circostante paesaggio naturale. Quasi sempre gli uomini e le donne, protagonisti di questi racconti, sono reduci da esperienze dolorose; sembrano appesantiti da un fardello di sofferenza e avvolti da una insanabile solitudine che appare come la loro unica possibilità di conforto. Vittime di ossessioni, vere o presunte che si portano dietro, i personaggi che escono dalla penna dello scrittore napoletano richiamano alla memoria tempi passati carichi di nostalgia, i quali pur vivendo in ambienti ricchi e curati, non riescono ad essere felici e vivere una vita normale. Quasi a voler significare che la ricchezza non dona la felicità ai suoi possessori. Alcuni di essi, che si erano allontanati dalla propria casa, dai propri familiari, dal proprio mondo, per inseguire sogni e desideri, spezzando inconsapevolmente un legame sicuro, ritornano alle origini cercando con difficoltà di ricucire gli antichi rapporti con le persone e con le cose che avevano lasciato.

Sono storie velate di leggera malinconia, inserite in un contesto urbano che la modernità ha notevolmente cambiato, scritte con uno stile raffinato che appartiene – senza ombra di dubbio - ad una maniera antica e colta di raccontare, non riscontrabile tra i tanti scrittori alla moda dei nostri tempi.

lunedì 16 settembre 2019

Il mio primo viaggio all'estero



Non sono mai stato un “viaggiatore”, nell’accezione più nobile del termine, e devo dire che non mi sento neanche un “turista” nel suo significato più moderno. Quando viaggio (ed i miei non sono lunghi spostamenti verso i “paradisi” tropicali dell’Oceano Pacifico, o verso le destinazioni più ambite dell’Europa o dell’America, tanto per intenderci), mi considero un “visitatore dell’anima”: ho bisogno di identificarmi nel luogo che mi ospita e non devo  sentirmi né spaesato né straniero. Luoghi dove posso ritrovare me stesso, le mie origini storiche, sociali e culturali: insomma il mio paese. E l’Italia tutta, con le sue città d’arte ed i suoi innumerevoli borghi e paesi ricchi di storia e di fascino, non può essere che il mio esclusivo luogo dell’anima. Più che “andare” in capo al mondo, pertanto, amo “ritornare” in posti a me cari e conosciuti, che io considero più seducenti di quelle mete esotiche o di quelle località alla moda che si trovano sempre altrove, lontane, in un sud del mondo sempre più a sud. Non credo che si possa vedere e godere meglio e di più, viaggiando lontano, verso paesi stranieri. Le nostre località di mare, dalla Sicilia al Conero, dalle Cinque Terre alla Costa Smeralda sono forse meno belle e attraenti delle Seychelles o di Acapulco? Eppure, c’è chi è stato alle Maldive e non conosce Capri e la Costiera Amalfitana, c’è chi va a New York senza avere mai visto Todi, che proprio gli americani considerano il luogo più vivibile del pianeta. D’altra parte c’è chi ha visitato il museo del Prado a Madrid e non ha mai messo piede nella Galleria degli Uffizi a Firenze. E’ come dire che l’erba del vicino è sempre più verde. A volte ho l’impressione che a “casa nostra” le attese di ognuno di noi si indeboliscano e si lascino fuorviare. Viviamo in posti circondati dalla bellezza artistica e paesaggistica, eppure questa bellezza a volte ci sfugge, non la cogliamo, non la conosciamo, andiamo all’estero a scoprire qualche rudere, senza aver mai ammirato i templi di Paestum o gli scavi di Pompei. Siamo convinti di avere già visto, nel paese più bello del mondo (il nostro), tutto quello che c’è da vedere. Ma non basta una vita per visitare l’Italia: e noi ne abbiamo una sola, di vita. L’abitudine a non guardare la bellezza che ci appartiene e che il mondo intero ci invidia, l’esterofilia da cui sembriamo afflitti e, soprattutto, certe mode e certe pubblicità che impazzano, ci hanno resi ciechi e insensibili. “Il fatto è che sono pochi quelli che sanno essere felici dove si trovano – diceva lo scrittore statunitense  George Washington Irving - da qui deriva il desiderio di essere dove non sono, da qui la mania del moto perpetuo. Solo dopo avere sacrificato più e più volte ogni comodità alla passione per i viaggi siamo in grado di apprezzare la dulce domum". E qual è la “dolce casa” se non l’Italia?

Facevo queste considerazioni mentre mi trovavo sul pullman (quando giro preferisco i mezzi pubblici, in primis il treno…la macchina non mi permette di guardare), che aveva da poco lasciato la pianura attorno a Rimini e mi stava portando nello Stato più antico del mondo, appollaiato da oltre 17 secoli sul monte Titano tra la Romagna e le Marche: la Repubblica di San Marino. Mi accingevo a varcare, per la prima volta, i confini di uno stato estero. Si, non sono mai stato all’estero, avendo sempre dato la preferenza all’Italia.
“Questo piccolo, libero stato – scriveva nel 1792 il poeta tedesco Friedrich Leopold Stolberg che l’aveva visitato - sarebbe ben più celebre delle grandi nazioni, se la virtù e l'innocenza, piuttosto che la pompa ed il vizio, costituissero oggetto d'ammirazione degli uomini”. Parole che mi trovano d’accordo. La tradizione fa risalire la sua fondazione al 3^ sec. d.c. quando un tagliapietre della Dalmazia – un tal Marino che poi sarebbe diventato santo - per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani disposte dall’imperatore romano Diocleziano, si rifugiò sulla cima di questa montagna per viverci da eremita. Le sue dure privazioni fisiche e morali ed i miracoli che gli vennero attribuiti, lo resero ben presto popolare, tant’è che una principessa del posto, conquistata dalla sua estrema scelta di vita e dalla sua santità, gli donò la montagna su cui lui fondò una piccola comunità cristiana che prese il suo nome.


Mentre il pullman sembrava arrampicarsi con fatica verso l’alto, quasi a scalare il cielo, mi si aprivano davanti vedute estese e spettacolari che si allargavano verso il mare Adriatico, in lontananza. Alcune delle case sembravano scolpite nelle rocce o costruite con le rocce stesse, qualcuna appariva come un nido di aquile tra le fenditure della montagna, sulla cui sommità appuntita svettavano tre rocche fortificate, ad una certa distanza l'una dall'altra, collegate fra loro con dei camminamenti, le cui torri  sembravano sfidare il cielo.

Il borgo, silenzioso e tranquillo nonostante la folla che lo anima, sembra essere stato creato apposta per sfuggire alle sirene della modernità più sfrenata, e riconduce subito alle sue antiche origini ed alla storia del suo  fondatore eremita. Stradine e angoli suggestivi, a strapiombo sulla valle sottostante, sembrano inghiottirti per liberarti all’improvviso in ampi spiazzi, da dove lo sguardo si perde con ammirazione in lontananza verso Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, San Leo, Pesaro, Urbino, Ancona, fino ad arrivare sulle coste della Dalmazia e su quell’oceano di montagne che è l’Appennino tosco-romagnolo. Il luogo ti dispone alla pace, alla meditazione ed alla tranquillità dell’animo, allontana le preoccupazioni che corrodono il corpo e rimuove i timori che avvelenano la mente. Se solo per un attimo si riuscisse a non vedere i tanti turisti che impugnano un telefonino come un’arma filmando senza guardare nulla (guarderanno, poi, a casa), la magica atmosfera del posto ti catapulterebbe nel suo lontano passato. E allora ti chiedi come sia stato possibile che una delle Repubbliche più piccole del mondo abbia potuto mantenere, nel corso dei secoli, la sua libertà e la sua autonomia e sia sfuggita a guerre e a contrasti politici, fatali a tanti grandi imperi dell’Europa, in nome di un diritto “nemini teneri” (non dipendere da nessuno) proclamato dallo stesso San Marino. Una terra meravigliosa che vanta una straordinaria tradizione di ospitalità e che non ha mai negato aiuti e diritto di asilo a nessuno. La sua triplice cerchia muraria racchiude un ricco patrimonio di beni architettonici, tra piazze che si aprono su panorami incantevoli, antichi palazzi in pietra, chiese, musei e case che conservano il loro aspetto medievale. Su una delle piazze più belle si erge maestoso e severo il Palazzo Pubblico, dove si svolgono le cerimonie ufficiali dello Stato. Ho avuto modo di parlare, durante la mia breve permanenza a San Marino, con alcuni suoi abitanti e devo dire che sono rimasto colpito dai loro sentimenti: l’ orgoglio di appartenere ad una piccola e singolare comunità riconosciuta come stato sovrano ed il legame che li tiene uniti alla grande madre patria, l’Italia.

mercoledì 11 settembre 2019

La conosci tu la solitudine?

Edward Hopper - tavola calda


La conosci tu la solitudine?
Sì, quella dei poeti e degli impotenti.
La solitudine?
Quale solitudine?
Ma lo sai che non si è mai soli?
E che dovunque ci portiamo addosso
il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro?
Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi.
E fossero solo loro, poco male.
Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato,
quelli che abbiamo amato e che ci hanno amato.
Il rimpianto,
il desiderio,
il disincanto e la dolcezza,
le puttane e la banda degli dei!
La solitudine risuona di denti che stridono,
chiasso, lamenti perduti…
se soltanto potessi godere la vera solitudine,
non questa mia solitudine infestata dai fantasmi,
ma quella vera,
fatta di silenzio e
tremore d’alberi
Tratta dal testo teatrale “Caligola” di
Albert Camus

sabato 7 settembre 2019

Quando viaggiare era un'arte



In un lontano passato solo poche persone viaggiavano: in primis, i mercanti che affrontavano molte difficoltà per trasportare le loro mercanzie da un paese all’altro; poi c’erano i pellegrini che si incamminavano verso i luoghi dello spirito per ottenere l’indulgenza, attraverso percorsi che hanno disegnato le mappe geografiche dell’Europa medioevale;  ed infine troviamo gli artisti (scrittori, pittori, musicisti…) che a ragion veduta erano i veri viaggiatori – figure romantiche ormai scomparse - che cercavano ispirazioni culturali nelle città d’arte in cui si recavano. Un viaggio in Italia (Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Pompei, tanto per citare le località più ambite), costituiva il coronamento della buona educazione dei giovani delle famiglie benestanti, che si apprestavano a fare il loro ingresso nella società ricca e borghese del tempo. Il loro viaggio – il cosiddetto “Grand Tour” - durava mesi, a volte anni, grazie soprattutto alle disponibilità finanziarie degli interessati, ma anche alla lentezza dei mezzi di trasporto: ci si spostava in carrozza o a piedi, attraverso strade e sentieri accidentati e poco affidabili, sostando in locande e bettole in cui promiscuità e gravi carenze igieniche erano la normalità. Si pensava che tramite queste esperienze di vita si potessero acquisire doti di capacità, conoscenze e coraggio, necessarie ai rampolli di quell’aristocrazia europea impegnata soprattutto in un’attenta gestione delle proprie ricchezze.
Il Settecento - scrive Attilio Brilli, uno dei massimi esperti di letteratura da viaggio, nel suo interessantissimo saggio che si intitola “Quando viaggiare era un’arte”, con sottotitolo “il romanzo del Grand Tour” – è stato il secolo d’oro dei viaggi, “l’era di una cultura saldamente ancorata ai parametri della ragione ottimistica, cosmopolita e soprattutto itinerante”. Si partiva per l’ignoto e per conoscere e studiare le vestigia delle antiche civiltà, con un occhio attento al “viaggio di dentro ritagliato nelle anse e nelle pause di quello di fuori”.
E il “viaggiatore”, che nel passato percorreva la sua strada quasi sempre in solitudine e in lentezza – tranne i rampolli delle famiglie aristocratiche che si facevano scortare da un vero e proprio corteo di servitori e lacchè, precettori e medici, cuochi e palafrenieri - in un’epoca caotica e massificata come la nostra si è trasformato in “turista” che aspira ad essere guidato e portato in giro, a condividere in gruppo e senza sforzo le medesime esperienze. Esperienze ed emozioni che, vissute da pochi, apparivano uniche ed irripetibili, cessano di essere significative quando vengono vissute da tutti alla stessa maniera. Quell’arte di viaggiare, riservata un tempo alle classi più colte, oggi si è come frantumata al ritmo squilibrato del turismo di massa, sommerso da “consigli” sul dove andare e su cosa visitare, a scapito della qualità, della lentezza e della riflessione. L’antropologo e filosofo Levy-Strauss – scrive Brilli nel suo libro – dice che i viaggi non sono più in grado di concederci promesse di sogno e tesori incontaminati, poiché la prima cosa che vediamo viaggiando per il mondo è la nostra sporcizia gettata in faccia all’umanità. Anche per questo i libri di viaggio – prosegue Levy-Strauss – creano l’illusione di qualcosa che non esiste più ma che vorremmo esistesse ancora.

venerdì 30 agosto 2019

Un ospite illustre nel Cilento: Giambattista Vico



Ogni estate mi ritiro nella mia terra di origine: l’amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi, che l’aveva percorso in lungo e in largo verso la fine dell’800. Qui – lontano dai clamori della pazza folla e dalle aberrazioni dei nostri tempi – mi ritaglio uno spazio appartato e silenzioso dove cerco di raccogliere sensazioni ed atmosfere perdute, odori e colori, paesaggi e bellezze dimenticate. Insomma, quelle memorie e quei sentimenti che attraversano l’esistenza di ognuno di noi.

Capita, a volte, che la memoria di un uomo si rispecchi in quella di un luogo. La conferma l’ho avuta giorni fa mentre stavo per raggiungere, con la mia macchina, un paesino che si chiama Vatolla, un antico borgo di poche anime sprofondato fra le colline ammantate di castagni e ulivi nel Parco Nazionale del Cilento. Un luogo che conserva ancora il suo aspetto medievale, a pochi chilometri da Agropoli e da Paestum, che invita al silenzio, alla meditazione ed all’ozio creativo. Avevo appena finito di leggere un prezioso libriccino che si intitola “G. B. Vico un ospite d’eccezione della terra di Vatolla”, scritto dal prof. Antonio Malandrino, e avevo pertanto deciso di seguire le tracce del grande filosofo e giurista napoletano, il quale soggiornò da queste parti per circa un decennio (dal 1686 al 1695). E quando si parla di Vatolla – almeno per i cilentani -  il pensiero corre immediatamente a lui, all’autore della “Scienza Nuova”. Il paese sembra legato indissolubilmente al filosofo napoletano. La memoria dell’uomo si riflette, come dicevo prima, nella memoria del luogo.

G. B. Vico, che per volere del padre aveva studiato legge – pur detestando la vita forense – ebbe l’occasione di conoscere, un giorno del 1686, monsignor Gerolamo Rocca, Vescovo di Ischia. Questi, apprezzando le qualità intellettuali di quel giovane giurista, gli propose – secondo quanto si legge nella sua autobiografia – di fare da maestro ai suoi quattro nipoti presso “un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissimo clima, il quale era in signoria di suo fratello, il signor Domenico Rocca, perché lo avrebbe in tutto pari ai suoi figlioli trattato ed ivi dalla buona aria del paese sarebbe restituito in salute ed avrebbe tutto l’agio di studiare…”. Ora, proviamo ad immaginare lo stato d’animo del giovane Vico: all’epoca aveva solo 18 anni, era povero, viveva a Napoli in una modestissima casa accanto ad una botteguccia di libri gestita dal padre, alternando lo studio della giurisprudenza con quello della filosofia, la sua vera passione. La proposta ricevuta dal vescovo avrà certamente suscitato nel suo animo apprensioni e timori; egli avrebbe dovuto lasciare la sua amata Napoli per una terra lontana e sconosciuta, per andare a vivere presso una famiglia di feudatari, signori di Vatolla, prendendosi cura di quattro ragazzi poco più giovani di lui. Certo, l’impiego che gli veniva offerto, a quei tempi, non era affatto prestigioso: il precettore, infatti, era considerato alla stregua di un servitore, di poco superiore ad un cocchiere, con un salario molto basso. Accettando l’incarico, Vico poté usufruire di vitto e alloggio gratis: e questo non era poco considerate le sue ristrettezze economiche. E soprattutto quel mandato gli diede la possibilità di dedicarsi ai suoi studi filosofici, che lo avrebbero reso immortale, avvalendosi della ricca biblioteca padronale dove si trovavano opere di S. Agostino, Ficino, Pico della Mirandola, Tacito ecc. Il viaggio in carrozza durò circa tre giorni, tra soste e pernottamenti in locande di fortuna, percorrendo strade accidentate spesso infestate da banditi, prima di arrivare nel castello di Vatolla. In questa dimora fortilizia - che era stata costruita prima dell’anno mille dai Longobardi, a pianta trapezoidale e munita di quattro torri cilindriche (oggi palazzo De Vargas, dal nome degli ultimi proprietari di origine spagnola, sede della fondazione G.B. Vico) - viveva il marchese Don Domenico Rocca, vedovo, con i suoi quattro figli. Gli fu assegnata una stanza da cui poteva ammirare, in lontananza, l’isola di Capri sulla cui inconfondibile sagoma Vico soffermava il suo sguardo, nei momenti di malinconia e di nostalgia. Si, perché il filosofo aveva un rapporto alquanto tormentato con il luogo che lo ospitava tant’è che in un suo scritto definiva Vatolla  “aspra Selva solinga arida e mesta”, mentre in altre occasioni manifestava tutto il suo amore al “bellissimo sito di perfectissima aria” . Spesso si sentiva triste e spaesato perché l’ambiente non gli offriva molto, tranne le occasionali visite che il suo “datore di lavoro” faceva ai “signori” del posto, a cui lui partecipava di buon grado. Già allora, così come per tutta la vita, il filosofo cercava di coltivare sempre buone conoscenze in “isfere molto elevate siano stati essi dotti prelati, eloquenti predicatori, alti magistrati, studiosi universitari e non universitari, cavalieri e dame della più eletta aristocrazia…”. Ma, da buon studioso, non disprezzava la solitudine e il silenzio: e naturalmente Vatolla ne offriva in abbondanza. Così – sempre nella sua autobiografia – Vico racconta che spesso lasciava il palazzo per recarsi nel vicino convento francescano di Santa Maria della Pietà dove, all’ombra di un grande ulivo, godendosi l’aria fresca e salubre che saliva dalla valle sottostante, trascorreva lunghe ore nello studio e nella meditazione, in compagnia dei libri della biblioteca del convento. E in questo posto così suggestivo che evoca sensazioni indescrivibili, dove la mente del filosofo probabilmente raggiungeva vette altissime, e dove l’aria ha un sapore diverso ed i colori della natura sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore, ho sostato a lungo, da solo, soggiogato dal silenzio e dalla pace. Certi luoghi, che richiamano alla memoria vicende e personaggi di un lontano passato, sembrano lanciare a noi contemporanei - che viviamo in un’epoca caratterizzata dall’indifferenza, dall’eccessiva velocità e dalla scarsa sensibilità verso il bello - un  potente ammonimento a cambiare filosofia di vita e a non dimenticare le ricchezze artistiche e paesaggistiche della nostra terra. Elevare culturalmente un paese significa, essenzialmente, far maturare in ogni suo abitante consapevolezza e sensibilità, affinché possa comprendere e apprezzare la bellezza del patrimonio che gli appartiene.

Girare per le strette e silenziose stradine di Vatolla è come tornare indietro nel tempo. Un vero tuffo nel passato. Il retaggio vichiano, poi, è molto sentito nel paese, perché tutto parla del suo cittadino più illustre. Vie e piazze a lui dedicate, didascalie, notizie storiche e citazioni tratte dalle sue opere impresse su pannelli in ferro battuto posizionati in ogni angolo del borgo: un piccolo museo a cielo aperto. Al fine di rilanciare lo sviluppo di una terra, troppe volte umiliata e offesa, bisogna ripartire proprio dai suoi antichi borghi che si affacciano su un mare cristallino: Vatolla è uno di questi, con la bellezza dei suoi silenzi e la forza della sua storia, risorsa essenziale per la vita e la crescita culturale dell’intera comunità. Ruggero Cappuccio, scrittore e regista napoletano che ben conosce questi posti, dice che “non sono gli uomini a possedere le cose, sono le cose a possedere gli uomini, protetti e minacciati dal maggior difetto e dal maggior pregio di questa terra, la memoria. Certi ricordi non aiutano a vivere. Senza certi ricordi vivere è impossibile”.

lunedì 22 luglio 2019

Mai più senza maestri


Nell’ immaginario collettivo il “maestro” è quella figura romantica legata agli anni della nostra scuola elementare, una figura da sempre confinata in una condizione socio-economica subalterna, palesemente discordante con la dignità di una professione che dovrebbe rivestire il grado più alto della scala sociale. E parlando di maestri vissuti in altre epoche, non possiamo non ricordare i maestri d’ascia, i maestri orafi, i maestri di bottega, senza dimenticare che chiamiamo maestro, ancora oggi, l’artista cui sono riconosciuti meriti particolari nel campo musicale, cinematografico, letterario ecc. La letteratura, poi, è ricca di ritratti di precettori ed istitutori, spesso persone pedanti e vanitose, cui le famiglie aristocratiche affidavano l’educazione dei propri rampolli. Ma nella società del nostro tempo, sempre più omologata verso il basso, esistono ancora i maestri, quali autorità morali e culturali che tendono verso l’alto? Si può ancora chiamare qualcuno “maestro” senza incorrere in una facile ironia se non addirittura nello scherno? Se lo chiede il prof. Gustavo Zagrebelsky, grande giurista, già Presidente della Corte Costituzionale, con il suo libro molto interessante che si intitola “Mai più senza maestri” (Ediz. il Mulino).


Secondo Zagrebelsky il maestro è innanzitutto “chi non s’accontenta”, ma è anche chi si sente un “irregolare, fuori delle regole”; il maestro, inoltre, è un critico che non inculca certezze e non indottrina i suoi allievi (come certi tipi di “maestri” indispensabili ai regimi totalitari), ma è colui che semina dubbi, “crea asperità”, produce divisioni e rotture, “uno che mette a nudo, un provocatore”, il quale conosce a fondo la materia del suo insegnamento e la sa comunicare senza censure e con la chiarezza necessaria. Per legittimarsi, il maestro non ha bisogno dell’istituzione. Anzi - dice Zagrebelsky - a volte può percepirla come una sorta di camicia di forza fatta di programmi e di asfissianti procedure burocratiche che sono di impaccio alla sua autorità. Mentre l’unica, autentica autorità del maestro, si legge nel libro, deriva dagli allievi. “Sono loro che gliela conferiscono. Non è l’istituzione. Quanti insegnanti incontriamo nelle scuole privi di autorità e, viceversa, quanti maestri che esercitano il loro magistero senza bisogno di parlare da cattedre autorizzate. Non esistono maestri senza allievi. Sarebbe una contraddizione in termini. Se non c’è maestro senza allievi, vale anche il contrario: non ci sono allievi senza maestri”.

Oggi, “sotto la dittatura del presente” – scrive Zagrebelsky – il maestro appare come una figura anacronistica. E’ visto dal potere dominante, qualunque esso sia, quasi come un intralcio alla crescita economica del paese, viene ignorato e reso innocuo L’attuale società richiede competenze tecniche più che umanistiche, “esperti” più che maestri, quindi economisti, politologi, giuristi, che vengono valorizzati e protetti dal sistema. Al posto dei maestri ci sono, poi, gli influencer, che sono quelle figure che impongono e assecondano le tendenze di massa e le mode attraverso strumenti di persuasione, in primis la comunicazione commerciale. “Il più bravo – scrive Zagrebelsky – è quello che più si immedesima nella tendenza del momento, non quello che più se ne distingue. Il successo consiste nell’eccellere in idiozie. La riflessione, che è l’ingrediente di ogni magistero, è erosa da uno stile di vita in cui il silenzio, propedeutico a ogni atteggiamento riflessivo, è proscritto. La costruzione di rapporti profondi e duraturi sembra sempre più difficile. Per i più, i maestri sono sostituiti dagli idoli e questi idoli devono essere banali…I maestri di cui il nostro tempo sembra avere bisogno sono quelli che rassicurano e consolano, non quelli che risvegliano le coscienze”. E quest’ultimi si trovano nel web dove c’è di tutto, e tutto può essere affidabile o meno, a seconda delle proprie convenienze e dei propri convincimenti. Si trovano nella televisione, nella pubblicità, nella moda, nei social e si chiamano demagoghi, comunicatori, propagandisti. Tutti usano il nostro stesso linguaggio, li comprendiamo senza sforzi e sono adatti alla società dello spettacolo e dei grandi numeri perché sopprimono la curiosità, esaltano il pensiero unico e organizzano esistenze omologate. Noi siamo il riflesso di ciò che ci sta intorno: il guasto che sta fuori di noi è anche dentro di noi. I maestri, quelli veri, quelli che risvegliano le coscienze, si propongono a noi quando incominciamo a porci domande e interrogativi inevasi, a cui non sappiamo dare una risposta. Allora possono rivelarsi. Ma quando nessuno ne sente il bisogno, quelli che si propongono come tali sembrano malinconiche comparse che si espongono alla denigrazione. Nonostante tutto, io credo che in questa nostra società iperconnessa i maestri che tendono verso l’alto sono ancora presenti tra di noi. E noi ne abbiamo estremamente bisogno. Uno ci ha da poco lasciati: si chiamava Andrea Camilleri.



lunedì 15 luglio 2019

Roma: tra rifiuti e sfilate balneari

dal web


Il decoro urbano di Roma – lo sappiamo bene – è assai compromesso. E’ un problema, questo, che si trascina ormai da decenni, tanto da sembrare irrisolvibile. I marciapiedi (in centro come in periferia) sono regolarmente un tappeto di cartacce e cicche di sigarette, ovunque ti giri vedi cumuli di spazzatura, cassonetti sempre strapieni e debordanti di immondizia, scritte e graffiti su qualsiasi superficie, anche sui monumenti, manifesti pubblicitari che invadono ogni spazio disponibile, un’edilizia abitativa (in periferia) che intristisce, macchine e poi macchine dappertutto. E come se tutto ciò non bastasse a turbare e a deturpare il paesaggio urbano, con l’arrivo dell’estate noi cittadini, non soddisfatti di sporcare la città in cui viviamo (prendiamoci ogni tanto questa responsabilità, anziché incolpare sempre la Raggi), la trasformiamo in una località di mare (nonostante il mare sia distante una trentina di chilometri), grazie al nostro look balneare. Infatti, chi in questi giorni passeggia per Roma (ma credo sia un andazzo che ha preso piede in tutte le città), può assistere ad una incessante passerella “moda mare”: pantaloncini a mezza gamba, di tutte le fogge, con mocassini e calzini corti, sandali francescani abbinati con calze lunghe, e poi bermuda, canottiere multicolori, infradito, zoccoli. Mancano solo le sdraio e gli ombrelloni. Un vestiario decisamente inappropriato, in alcuni casi ridicolo e osceno, non giustificato neanche dal gran caldo di questi giorni. Gli indossatori non sono quelle statuarie figure che vediamo in televisione nelle sfilate di moda, ma signori attempati che esibiscono allegramente e senza alcun pudore corpi su cui la natura, prima ancora che gli anni, hanno lasciato segni disastrosi. Oltre ad essere esteticamente brutti a vedersi, questi “modelli” sono l’espressione di una moda sciatta, di una condotta poco rispettosa del decoro di un luogo, dove il brutto prevale - non dico sul bello - ma sulla decenza. Ora tralasciamo i ragazzi che – grazie alla loro freschezza giovanile – se la possono pure permettere questa mise balneare. Ma gli altri, quelli che non hanno né il fisico né l’età adatti allo spogliarello, più che svestirsi dei propri abiti e, soprattutto, della propria dignità, dovrebbero coprirsi il più possibile. Nascondere anziché svelare le proprie brutture. Mostrare in maniera disinvolta pance prominenti, gambette rinsecchite o cosce da elefante, gambe storte con vene varicose, pelurie pettorali ed ascellari sudate è quanto di più indecente e deplorevole si possa vedere per le strade, nei negozi mentre fai la spesa, nei locali e sui mezzi pubblici. Sono scene sgradevoli alla vista che non si addicono al buon senso, prima ancora che al ritegno ed alla rispettabilità di una persona.

Lo stile balneare, anche per chi non ha il fisico di un adone, è ammesso in casa propria (dove nessuno ti vede) e viene ben tollerato nelle località marine e sulle spiagge (si va lì per prendere il sole e fare il bagno), ma non può essere accettato in altri contesti sociali. Ora io non voglio fare la morale a nessuno, ma sinceramente quando vedo in giro certi “tipi da spiaggia” che si atteggiano pure a bronzi di Riace, si acuisce in me quel senso di malessere, già provocato dal degrado urbano, dalla spazzatura, dal traffico e dai comportamenti volgari. Ho letto da qualche parte che in alcuni Stati dell’America è vietato andare in giro in maniera discinta e chi non rispetta tali norme rischia multe salate. Il decoro di una città – diciamocelo - si misura anche dall’abbigliamento dei suoi abitanti, che va di pari passo con la pulizia delle strade, il senso civico e l’educazione. Insomma esiste un’etica anche nel modo come ci si veste.

Chissà cosa avrebbe scritto, oggi, Ennio Flaiano di questa moda balneare che ha preso piede nelle nostre città. Lo scrittore abruzzese, passeggiando negli anni ‘60 per una via Veneto che non gli sembrava una strada ma una spiaggia, ebbe a scrivere: “Il nostro destino è sul mare. Siamo tanto affezionati a questa idea, che abbiamo dovuto tradurla nell’unico modo accettabile alla nostra pigrizia, trasformando le strade in località balneari, elaborando uno stile balneare per le abitazioni, per l’abbigliamento, per le automobili e infine per i cittadini, che sembrano – e intimamente sono – soltanto bagnanti. Anche le conversazioni sono balneari, prive cioè di ogni riferimento alla realtà, barocche e scherzose. Manca che ci si spruzzi o che si giochi col pallone”.

sabato 6 luglio 2019

Viaggio tra le abbazie alla ricerca dell'Europa

Abbazia benedettina di Praglia


“Da dove se non dall’Appennino, mondo duro abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto – scrive Paolo Rumiz, nel suo bellissimo libro intitolato “Il filo infinito”poteva essere venuta, millecinquecento anni fa, quella formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa?...” E da quali uomini poteva arrivare quella spinta alla formazione di un continente se non dai monaci benedettini che abitavano in quei luoghi e che  ben conoscevano? Furono proprio loro, i seguaci di Benedetto da Norcia - fondatore dell’ordine monastico e santo protettore dell’Europa - a salvare un intero territorio dopo la caduta dell’impero romano, con un lavoro incessante per rinvigorire i terreni, per organizzare i sistemi di irrigazione, per diffondere la vite e l’ulivo, per curare la pastorizia e le foreste. E lo fecero – scrive Rumiz nel suo libro - quando gli invasori erano gli Unni, i Vandali, i Visigoti, i Longobardi e non già dei migranti diseredati, inermi e impauriti, come quelli che sbarcano oggi sulle nostre coste. Quei monaci benedettini, affidandosi alla sola forza della fede e all’efficacia di una formula, ora et labora, riuscirono a cristianizzarli con il loro esempio, seppero rilanciare la civiltà in un mondo sconvolto dalle violenze, dalle immigrazioni di massa e dal degrado urbano, ricostruendo un territorio devastato che non aveva ancora confini nazionali ed innalzando un reticolo di formidabili bastioni di resistenza: le abbazie.

Paolo Rumiz – giornalista e grande viaggiatore - quei “giganti in tonaca nera”, forti dei loro antichi valori quali l’accoglienza, l’ascolto, la preghiera, il lavoro dei campi, il rispetto della natura, li ha cercati attraverso un lungo peregrinare tra i monasteri di tutta Europa, dall’Atlantico al Danubio. “Da nomade impenitente, da uomo di frontiera orgogliosamente senza radici”, lui si lascia affascinare, in questo viaggio, dal “luogo chiuso” che è il monastero, allontanandosi dal frastuono di un mondo globalizzato e di plastica, frenetico e mercificato e iperconnesso, stracolmo di cose inutili che accentuano il nostro vuoto esistenziale e il nostro smarrimento. Un mondo di una povertà spirituale allarmante. Il suo è stato un viaggio alla riscoperta di quelle radici cristiane e di quei valori fondanti del monachesimo benedettino e dell’Europa, che sembrano definitivamente spariti dalla società moderna, dove la cultura è in caduta libera, dove l’economia mette al suo centro solo il profitto e non la felicità dell’uomo, dove gli strumenti tecnologici ti fanno sentire più solo e più povero e dove la politica non sa dare speranza e risposte ai bisogni della gente.

La sua avventura inizia dal monastero di Praglia, nel Veneto, “ancorato come un bastimento all’ultimo dei Colli Euganei”. Scrive Rumiz; “…è facile svegliarsi prima dell’alba in un posto così. Chi non è abituato al silenzio si scopre insonne, in preda a vortici di pensieri, sospeso nel tempo e nello spazio. Mi è già capitato in un faro, in un’isola deserta del Mediterraneo. Un mese di solitudine e inaudite navigazioni nei labirinti dell’anima”. E’ la volta, poi, dell’abbazia di Sankt Ottilien, in Germania, dove “se qualcuno è in cerca di Dio, è più facile che lo trovi qui, tra mucche e galline, che nelle timorate parrocchie”. La sacra peregrinazione lo porta, quindi, all’abbazia femminile di Viboldone, situata in mezzo a un prato che una volta era campagna e oggi è periferia di Milano. “Pare che tutto il peggio della modernità si coalizzi contro quest’isola di pace, per estirparne il silenzio.” Così scrive l’autore. E poi quando tutto sembra annichilito dalla modernità, ecco che il sacro “ti fulmina appena entri nella navata medievale coperta di affreschi di epoca giottesca”. Il viaggio è denso di sorprese e se l’abbazia di Viboldone è povera ed essenziale, quella di Muri Gries a Bolzano “è ricca e trionfante con la sua struttura massiccia, i possedimenti agricoli, le seicentomila bottiglie di vino d’annata”. Ogni monastero esprime e potenzia l’anima del luogo in cui sorge. Questo straordinario viaggio di Rumiz continua da Marienberg nel Tirolo, a 1335 metri, il monastero benedettino più alto d’Europa, a San Gallo, in Svizzera; da Citeaux dove nacque nel 1098 l’ordine dei cistercensi a Saint Wandrille in Francia, dall’abbazia di Orval in Belgio dove “ronza come un alveare, la vita operosa dei trappisti, noti come cistercensi di stretta osservanza” a quella di Altotting in Germania e Pannonhalma in Ungheria, per ritornare là da dove era partito, nel Veneto, nel monastero benedettino veneziano dell’isola di San Giorgio, per ritrovare un ultimo ancoraggio, mentre “dal canale della Giudecca sbuca un transatlantico illuminato da cinquemila passeggeri. Immenso, più alto della chiesa della Salute, sullo sfondo di un cielo rosso fuoco. Non gli importa di vedere, gli basta essere visto. La città artificiale passa, indifferente, sul cadavere di quella vera” .

Ma se per secoli il cristianesimo ha mostrato questa straordinaria capacità di rinnovarsi ed estendersi attraverso le migliaia di abbazie sorte in tutta Europa, nel tempo di internet – si chiede Rumiz – le stesse abbazie sono ancora in grado di rinsavire una società globalizzata che esclude i deboli, predica uno sviluppo illimitato e distrugge l’ambiente? “Di certo – scrive Rumiz - a chi è assordato dal frastuono e dal superfluo, quel modello offre almeno una zattera di frugalità e silenzio, che di questi tempi è già un dono inestimabile”. E se ognuno di noi, mi permetto di aggiungere, potesse fare una simile esperienza di vita, avesse la forza di abitare – per un breve periodo di tempo - il silenzio, la pace e il raccoglimento di un luogo suggestivo come il monastero, alternando momenti di preghiera, di studio e di lavoro a momenti di introspezione interiore e meditazione, lontano dal chiasso della modernità, io credo che ne uscirebbe cambiato. E in meglio.



domenica 30 giugno 2019

Lavorare meno per lavorare tutti

dal web


Il progresso, così come oggi lo viviamo e lo subiamo, non genera felicità, tant’è che nel mondo dei ricchi parecchie migliaia di persone ogni anno si tolgono la vita. La migliore qualità della vita non è legata alla crescita illimitata del Pil, croce e delizia (forse più croce) dei nostri tempi. Purtroppo in questo rilevatore non sono comprese attività e risorse che, sebbene concorrano alla prosperità ed al benessere dei cittadini, non vengono prese in considerazione perché non hanno un valore di mercato. Mi riferisco al tempo libero, all’ambiente non inquinato dai gas di scarico e dai rumori, alla qualità dell’istruzione e dell’informazione, all’importanza dell’arte e della bellezza nella vita di tutti i giorni. Io credo che sia arrivato il momento per cominciare a prendere in considerazione un diverso stile di vita, spendendo e consumano di meno in risposta al super consumismo imperante. Sarebbe necessario che alcuni valori conseguissero il predominio su altri: in primis, la lentezza sulla velocità, la generosità sul disinteresse, i prodotti nostrani su quelli esotici, il piacere dell’ozio e del tempo libero sull’ossessione del lavoro. La società moderna è caratterizzata da una massa di persone super impegnate e super pagate a fronte di un’altra massa, senza lavoro e senza soldi. La mia idea di mondo è quella in cui al centro ci sia l’uomo e non la tecnologia che sostituisce l’uomo, in cui le attività lavorative vengano divise secondo principi di equità, di merito e di competenze. La nostra è una società che spinge gli individui a lavorare sempre di più (quelli che già hanno un lavoro) e si dimentica di coloro che un lavoro non ce l’hanno. Mi piace immaginare un mondo in cui gli individui abbiano il necessario per vivere dignitosamente lavorando di meno, ma lavorando tutti, per poter dedicare il resto del proprio tempo a se stessi, ma anche alle cose piacevoli della vita. Non ha senso, secondo me, inventare strumenti tecnologici sempre più potenti e sofisticati che velocizzano tutte le attività umane, se poi siamo costretti a impiegare il tempo così guadagnato in altri lavori, indirizzati magari nella creazione di strumenti ancor più veloci, in un circuito vizioso senza fine.

Bisogna ripensare l’uso della terra, elemento fondamentale della cultura umana, attraverso una sua migliore distribuzione che preveda un maggiore sviluppo dell’agricoltura contadina, biologica e rispettosa dell’ambiente. La terra è un bene comune e non va violentata e distrutta con i pesticidi e con le colate di cemento. Senza ritornare al medioevo e con il supporto dei mezzi tecnologici adeguati, è necessario ripartire dalle attività manuali, dalle piccole imprese agricole, dalle botteghe di artigianato, da quegli antichi mestieri che oggi sembrano scomparsi dal mondo lavorativo, affinché si possa lavorare unicamente per produrre ciò di cui abbiamo bisogno, anziché consumare sempre di più per poter continuare a sfornare all’infinito cose di cui non sappiamo che farcene. Siamo strapieni di cose superflue che accentuano il nostro vuoto esistenziale e il nostro smarrimento.

Ho sempre cercato di non dare troppo credito ai cultori della velocità e agli “ottimizzatori del tempo” ossessionati dal loro iperattivismo produttivo senza limiti, i quali ci ricordano che dobbiamo correre e che non dobbiamo perdere tempo, perché il tempo è denaro. Per me, l’ozio e la lentezza sono condizioni esistenziali necessarie e irrinunciabili, che andrebbero elevate ad arte, in opposizione alla fretta, all’efficientismo a tutti i costi ed alla crescita illimitata, proprio per ristabilire quei ritmi naturali perduti e ritrovare le nostre pause quotidiane.

venerdì 21 giugno 2019

Ennio Flaiano: la solitudine del satiro



Ci sono alcuni libri che non ci abbandonano mai, che teniamo sempre a portata di mano, sul comodino, libri che ci confortano, come amici fidati e preziosi, quando ci troviamo a vivere giornate di particolare insofferenza esistenziale. Sono libri che si sfogliano specialmente quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, quando non riusciamo a capire le contraddizioni del mondo in cui viviamo, quando si ha l’impressione che la verità ci sfugga e che possa esserci svelata non già dai fatti che succedono intorno a noi, non già dall’informazione che ormai ci sommerge, ma da quello che leggiamo tra le pagine di “quel” libro. E i libri di Ennio Flaiano - la maggior parte dei quali sono raccolte di articoli, elzeviri, appunti di viaggio e aforismi, quasi tutti pubblicati postumi - hanno questo straordinario potere: sono sempre attuali e aiutano a capire il presente pur parlando del passato. Lo scrittore abruzzese arrivò a Roma da Pescara - dove era nato nel 1910 (si considerava un “emigrante interno”, come tutti gli italiani) - e la Capitale diventò subito la sua città, ne descrisse l’anima più profonda, i suoi pregi e i suoi difetti, dividendosi tra il giornalismo di costume e l’attività di sceneggiatore e critico cinematografico, intrattenendo rapporti di amicizia e di lavoro con personaggi illustri e intellettuali del calibro di Longanesi, Palazzeschi, Brancati, Cardarelli, Carlo Levi, Moravia, Fellini, Arbasino…e tanti altri. Attento osservatore della realtà sociale a cavallo tra gli anni '50 e '70, fustigatore disincantato dei vizi della provincia italiana, diceva di non avere una vera vocazione narrativa, perchè sapeva solo scrivere, che è una cosa diversa; e i suoi aforismi graffianti e ironici, le sue battute pungenti e lungimiranti sono impresse ormai nell’immaginario collettivo. “La solitudine del Satiro” (Adelphi) ne è un compendio illuminante, cinico e malinconico. Passeggiando per Roma, Flaiano ferma la sua attenzione e il suo sguardo sulle cose che lo circondano, sulle persone che incontra, sui comportamenti che lo stimolano; le mode, i vezzi, la stupidità, l’arroganza, il menefreghismo, la burocrazia più sfrenata, il giornalismo, la televisione, la cultura che si parla e sparla addosso, diventano l’oggetto e il bersaglio delle sue fulminanti battute, delle sue sarcastiche riflessioni.

pag. 35 – “la Libertà è una forza vitale che può essere oscurata, mortificata ma non soppressa e che ogni uomo, in un preciso momento della sua vita, impara veramente ad amarla; ma che pretendere di anticipare questo momento è avventato, anzi illiberale. La Libertà, voglio dire, per alcuni è un dono, che trovano sul cuscino nascendo, portato da un benefico caso, per altri è una conquista, che tentano – qui è il punto – di ostacolare essi stessi con tutte le loro forze, di rifiutare con ogni argomento, dal più facile al più capzioso, dal più onesto al più politico. (…) Noi italiani odiamo la libertà; e la prova maggiore che io porto a sostegno di tale tesi è il gran numero di monumenti eretti nel nostro Paese ai martiri della Libertà, che sono sempre morti per difenderla. Noi amiamo la Forza e la Libertà sta sempre dalla parte dei deboli, che muoiono

pag. 174 – “Breve passeggiata serale in Via Veneto. Non è una strada, è una spiaggia dice N.  Quest’ immagine è tanto più giusta se si pensa che a Via Veneto manca appunto il mare, che nelle spiagge italiane è l’ultima cosa di cui si sente ormai bisogno. I sei caffè che l’adornano hanno ognuno un tipo diverso di ombrellone per i loro tavoli, come appunto gli stabilimenti di Ostia: forse per impedire che una volta rubati, possano essere utilizzati altrove. Non sono ombrelloni da strada, questo salta subito agli occhi, ma da festa galante. Ombrelloni con nappe, o di paglia – come debbono essercene nelle isole Hawaii. Le automobili scivolano come barche e il pubblico prende il fresco e si muove da un tavolo all’altro, o su e giù, con l’indolenza delle alghe. Il nostro destino è sul mare. Siamo tanto affezionati a questa idea, che abbiamo dovuto tradurla nell’unico modo accettabile alla nostra pigrizia, trasformando le strade in località balneari, elaborando uno stile balneare per le abitazioni, per l’abbigliamento, per le automobili e infine per i cittadini, che sembrano – e intimamente sono – soltanto bagnanti. Anche le conversazioni sono balneari, prive cioè di ogni riferimento alla realtà, barocche e scherzose. Manca che ci si spruzzi o che si giochi col pallone. (…) Alla fine della passeggiata sull’orlo di un marciapiede, ho trovato una conchiglia”.

pag. 192 – “Dalle vetrine dei negozi si vede che il popolo è assetato di ciò che l’industria moderna produce di più laido. Ma non è tanto attirato dal fatto che questa roba sia nuova, quanto dalla sua inutilità. E’ l’altra faccia dei negozi eleganti del centro della capitale, che credono di aver roba di gusto, per una clientela ricca ma altrettanto gretta e assetata di cose inutili. Il cane vale il padrone”

pag. 212 – “Piazza del popolo: si ferma un torpedone, ne scendono quaranta turisti, che senza perdere tempo, occhio al mirino, come una banda di guastatori, fotografano la piazza e risalgono nel torpedone, che riparte. Il tutto si è svolto con la rapidità delle manovre militari. Il turista è un essere privilegiato, che non rimane ferito da ciò che vede, dalla gente soprattutto, dalla gente che continua a vivere nei luoghi che egli fotografa e che impiega spesso la vita a penetrarne il mistero. Il turista raccoglie documenti che proveranno il suo viaggio, ma sarebbe troppo facile provargli che non si è mai mosso”

pag. 216 – Davanti ad un italiano medio elegante si ha sempre il dubbio che si tratti di un ballerino, o d’uno che aspiri a diventarlo. Quelle persone veramente eleganti che tutti conosciamo passano inosservate alla maggioranza (…) Credo che l’eleganza cominci dal sentirsi a proprio agio nei vestiti che s’indossano. L’agio svanisce appena indossiamo un abito che dobbiamo giustificare non soltanto agli occhi del prossimo, ma ai nostri stessi occhi”

pag. 355 – “In questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro, hanno una loro unica verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la “loro” verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia, infatti, la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi”

pag. 356 – “Appena un mese fa parlavo con Mino Maccari. Che si fa? Niente, si aspetta Godot? No, si aspetta la rivoluzione. Chi dovrebbe farla, i fascisti? I fascisti – gli ho ricordato – sono una trascurabile maggioranza. Maccari ha precisato: il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo. Tutti e due vogliono confusamente ma subito le stesse cose: ordine, lavoro, democrazia, livellamento delle classi, un partito autoritario, nessuno vuole la libertà. Ossia ognuno vuole la sua versione della libertà, che consiste nel sopprimere quella dell’altro. La libertà comunemente intesa, quella per esempio di esprimere le proprie opinioni, è una cosa da disprezzare perché bene o male l’abbiamo”

pag. 357 – “Basta dare un’occhiata alla nostra cronaca. Confesso che lo faccio malvolentieri, ma bisogna farlo, o si rischia di non capire più niente. Ogni fatto si propone come una tragedia che non avrà mai la sua catarsi. Non esistono colpevoli, esiste solo il fatto, che cresce, si sviluppa, fa il suo corso; e alla fine, senza soluzione, rientra nel grembo del nulla, non appena sorge un fatto  più grosso all’orizzonte. I colpevoli svaniscono, i presunti colpevoli restano dentro, a tirarli fuori c’è sempre tempo. Tu mi dirai: sono casi limite, casi di “pazzia” momentanea. No, i pazzi da noi sono normali e anche abbastanza pazienti (basta vedere dove vengono rinchiusi); i veri pazzi sono gli altri, come diceva il filosofo, sono quelli che hanno perduto tutto fuorchè la ragione. E l’adoperano per costruire sistemi di intolleranza, di menzogna, di sopraffazione, ma soprattutto per imporre dogmi. E tutti ne hanno uno da imporre, costruito su letture affrettate, su vecchi rancori esistenziali, sulla loro trionfante inferiorità, sulla loro naturale volgarità, sulla teoria del massimo successo col minimo sforzo. Lo scopo è di far paura a quelli che non la pensano come loro”

sabato 15 giugno 2019

Notte insonne



Di tutti i piaceri che piano piano ti lasciano – forse a causa dell’età che avanza inesorabilmente - uno dei più preziosi e graditi è certamente quello del sonno. E’ un dono della natura che ti guarisce dalla stanchezza; è un compagno sincero e un rifugio sicuro; ma è anche una sorta di oscuro viaggio che si intraprende da soli ogni sera, un viaggio nell’ignoto, nel mistero, nel nulla; qualcuno addirittura ha detto che il sonno è un incontro ravvicinato con la morte, da cui se ne esce ogni volta al risveglio. Ma c’è forse qualcuno che non ha mai conosciuto una notte insonne!? Può succedere alla vigilia di un esame importante; può capitare in occasione di un grande dolore, come la morte di un genitore, o magari quando ci si trova in un letto d’ospedale o quando si è afflitti da profonde preoccupazioni. Ma può accadere anche senza motivi apparenti…

E’ notte fonda, ormai, e non riesci ancora a prendere sonno. Provi a contare le pecore, ma è una tecnica che non funziona. La mente va, con nostalgia, a quelle belle e lunghe dormite legate al tempo spensierato della tua infanzia e della tua giovinezza. Non torneranno più. La stanza da letto in cui ti trovi è avvolta nel silenzio più completo, rotto solo dal lieve respiro della persona che - beata lei - dorme accanto a te, ignara delle tue pene. In attesa che Morfeo si faccia vivo, ascolti i rumori che ti giungono nitidi dall’esterno, amplificati dal silenzio della notte. Come il passaggio di qualche macchina che corre a velocità sostenuta, non essendo ostacolata dal traffico caotico del giorno. Senti lontano il latrare di un cane, forse relegato dal suo padrone sul balcone di casa. Ti giunge, poi, la camminata spedita di un passante, che risuona in maniera insolita e inquietante sulla strada deserta: difficilmente potresti sentirla in altre ore della giornata, soffocata dai consueti rumori diurni. Ti domandi dove possa andare quel viandante frettoloso, da solo, a quell’ora di notte. Odi, in lontananza, la sirena di un’ambulanza che velocemente si avvicina: sembra quasi squarciare la quiete della città addormentata. Certamente sta correndo in soccorso di qualcuno che sta male, o lo sta già trasportando nell’ospedale più vicino. E mentre la segui con la mente - fino a quando il suo sibilo stridente non svanisce del tutto - ti tranquillizza un pensiero: meglio stare svegli nel proprio letto, che distesi su una barella all’interno di un’ambulanza.

Ma il sonno tarda ad arrivare, mentre le ore trascorrono con snervante lentezza. Intanto il vento, fuori, stormisce tra gli alberi di lecci lungo il viale, mentre il rumore di un oggetto che cade sul balcone ti fa quasi sobbalzare dal letto. Nel silenzio di tomba della tua stanza non ti sfugge nulla, ti aggrappi ad ogni alito di vita, a qualsiasi fruscio tu possa percepire. Ed è strano come questi sentori di vita, associati a dei rumori, possano apparire quasi angoscianti alle orecchie di un insonne, nel cuore della notte. E’ un modo di sentire, questo, che non si avverte mai con tanta attenzione e con tanta ansietà come durante queste ore d’insonnia.

Ti giri e rigiri nel letto, alla ricerca di una migliore posizione; accendi la luce sul comodino e guardi sconsolato l’orologio; ti alzi, vai al bagno, per ricoricarti poi di nuovo. Ti lasci prendere dalla frustrazione. Sono le ore in cui non puoi sfuggire a te stesso, ai tuoi pensieri, alle tue paure, le ore in cui non puoi parlare con nessuno se non con te stesso…poi senti suonare una sveglia: è la tua. Che beffa: ti eri appena addormentato.

mercoledì 12 giugno 2019

Il sopravvissuto



E’ un romanzo duro, spietato, inquietante, la cui avvincente narrazione ci spinge a profonde riflessioni. La vicenda si svolge in un liceo come tanti, ubicato in un immaginario paese dell’interland milanese (Casalegno). Tutto è pronto per iniziare la quarta prova dell’esame di stato, quando succede l’irreparabile: Vitaliano Caccia, il primo esaminando, già ripetente e destinato ad una seconda bocciatura, piomba nell’aula dove dovrà tenersi l’esame e, impugnando una pistola, stermina ad uno ad uno i sette professori della Commissione che avrebbero dovuto interrogarlo. Ne risparmia solo uno: Andrea Marescalchi, il suo insegnante di Storia e Filosofia. Questa è l’estrema sintesi del libro di Antonio Scurati, “Il sopravvissuto” - vincitore del premio Campiello nel 2005 - uno degli scrittori più interessanti dell’attuale panorama letterario italiano.

Perché un gesto così estremo? Quali sono le responsabilità della scuola e della società, se responsabilità ci sono, allorquando si verifica un tale efferato episodio di violenza omicida? E la famiglia quale ruolo gioca nella nostra società affinché i suoi figli possano crescere “vestiti” di sani principi morali? Questi sono gli interrogativi che potrebbero nascere dalla lettura di questo libro. Il sopravvissuto alla strage, invece, se ne pone altri. In particolare uno: perché solo lui è stato risparmiato dalla carneficina?. Poteva essere ucciso come tutti gli altri, invece l’assassino ha deciso di salvarlo. Quali meriti nascosti poteva mai avere in virtù dei quali Vitaliano Caccia l’ha voluto così ringraziare risparmiandogli la vita? E in questa ricerca, finalizzata a trovare una plausibile risposta, il professor Marescalchi si macera nei dubbi e nell’angoscia fino ad arrivare a pensare che sia egli stesso l’ispiratore dell’atto crudele; sia egli stesso il male, quel male che potrebbe albergare in ognuno di noi in attesa di liberarsi e deflagrare.

Un libro duro, come dicevo, che intende anche indagare su quegli aspetti comportamentali dei mass media alle prese con il racconto/spettacolo di eventi criminosi, che vanno a colpire emotivamente l’immaginario collettivo. E in questa narrazione si inseriscono, con forza e visibilità, alcune voci di contorno che appartengono alla cosiddetta “società civile” (presidi, psicologi, avvocati, magistrati, giornalisti) “perché un dolore che si consuma nell’invisibilità, una sofferenza che strugge senza esser vista, è più di quanto l’essere umano possa sopportare”.