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giovedì 4 luglio 2024

Ninna nanna della guerra

 


Solo un grande poeta come Trilussa poteva denunciare l’insensatezza e l’ipocrisia e la nefandezza e l’atrocità della guerra - di tutte le guerre - con una ninna nanna dedicata a un bambino. La sua satira dolce amara, in dialetto romanesco, è un atto di accusa, quanto mai attuale, rivolto ai potenti della terra.

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili de li popoli civili...

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza...

O a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Ché quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le Borse.

Fa’ la ninna, cocco bello,
finché dura ’sto macello:
fa’ la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!


Trilussa


domenica 23 giugno 2024

Tecnica e Umanesimo

 


La mia forma mentis ha una configurazione prevalentemente umanistica, ma per il mondo di oggi è antiquata perché fatica a stare dietro al cambiamento tecnologico globalizzato e prevaricatore. Non riesce ad adeguarsi - la mia mente - alla velocizzazione del tempo con cui il mondo procede in questa sua corsa inarrestabile e folle verso non si sa dove. Lo stesso modello umanistico-esistenziale della società, che ha resistito fino ad oggi a tutti i cambiamenti della storia, sembra sia venuto meno: l’uomo non è più al centro dell’universo, è diventato quasi superfluo, per quanto ciò possa apparire assurdo. Altri soggetti hanno preso, o stanno per prendere il suo posto: i robot, gli algoritmi, i social, la rete, l’intelligenza artificiale. E se questo è il mondo che sta fuori di me e confligge con quello dentro di me, devo dire che - pur appartenendo fisicamente a questo mondo -  ne sono fuori mentalmente. Per formazione culturale, per convinzione, per filosofia di vita.

La tecnica, da utile strumento nelle mani dell’uomo, è diventata un soggetto autonomo che sfugge al suo controllo e lo domina. E rimuovendo quelle dimensioni irrazionali che sono alla base stessa dell’esistenza, quali l’immaginazione, il sogno, la riflessione, i sentimenti, la sacralità delle cose, rende indispensabili solo la velocità, l’efficienza, la produttività. E mira esclusivamente al suo auto potenziamento infinito. Ha preso il sopravvento - la tecnica - su tutte le altre attività nel determinare le aspettative dell’umanità; ha stravolto radicalmente pensieri e abitudini - a livello planetario - come nessuno aveva saputo fare prima attraverso due strumenti straordinari che, gestiti male, possono fare danni gravissimi: i cellulari e la rete. Strumenti che hanno mutato – in tempi brevissimi - tutte le regole della convivenza civile, della moralità, del linguaggio, dei comportamenti, della comunicazione. E noi, da utilizzatori della tecnica quali eravamo fino a poco tempo fa, siamo ora concretamente utilizzati dalla stessa. Ci illudiamo di gestirla ma, in realtà, ne siamo fortemente gestiti e guidati.

Mi sento disarmato, lo confesso, di fronte alla pervasiva sopraffazione del presente e agli imperativi imposti dalla tecnica. A volte mi viene da pensare – come estrema via di salvezza – a un luogo monastico, e invocare un Dio sconosciuto che possa favorire uno sviluppo sostenibile ad una crescita senza fine, il silenzio al rumore assordante delle macchine e delle parole, la lentezza alla velocità, la riflessione al vocalizzo mediatico privo di senso; che possa finalmente far tacere quei persuasori occulti che creano bisogni e vogliono insegnarti a vivere secondo i loro canoni devianti, secondo le loro mode di stagione. A volte sarebbe meglio non vedere, non sentire, non parlare, essere come gli animali che, forse, sono molto più felici di noi perché vedono solo ciò che detta loro l’istinto. Nell’era dei media elettronici e digitali, non esiste più un luogo sulla terra per sottrarsi alla condizione di essere sempre informati. O meglio, disinformati. E inseguiti dalla pubblicità che martella il cervello ovunque ti trovi.

Il progresso non ha migliorato l’uomo nella sua essenza più nobile: il pensiero. Ne ha solo modificato fortemente i comportamenti e il modo di comunicare. E’ triste pensare che io possa desiderare un contatto immediato con uno sconosciuto che sta in un paese dell’Oceania e ignorare, invece, il vicino seduto di fronte a me nello scompartimento di un treno. La tecnica inaridisce l’uomo, lo allontana dalla realtà e dal presente, non gli permette di chiedersi più nulla, modifica il suo modo di pensare (in attesa dell’intelligenza artificiale che penserà per lui), gli porge i suoi strumenti sempre più potenti che in qualche maniera gli facilitano la vita materiale, ma non lo aiutano a trovare il senso vero dell’esistenza. Ebbene, se questo è il migliore dei mondi possibili, bisogna allora chiedersi se non sia arrivato il momento di “coltivare il proprio giardino”, come sostiene quel famoso personaggio di Voltaire, Candido, che dà il titolo al suo omonimo romanzo filosofico.


sabato 8 giugno 2024

La giornata d'uno scrutatore

 


Una giornata da scrutatore, in una sezione elettorale all’interno di un luogo di sventura come il Cottolengo di Torino, può insegnare qualcosa a un cittadino? E quel cittadino può arrivare alla fine della sua giornata, in qualche maniera, diverso da com’era al mattino? Non sto parlando delle elezioni europee che si stanno svolgendo in queste ore nei vari paesi dell'unione (…hanno poco da insegnare), ma di un romanzo di Italo Calvino che si intitola, appunto, “La giornata d’uno scrutatore”. Ebbene, solo un grande scrittore come Calvino poteva porsi simili domande e raccontarle in una storia (in meno di cento pagine) dove, praticamente, non succede quasi nulla. Solo le riflessioni del protagonista - Amerigo Ormea - un intellettuale comunista (alter ego dello scrittore), che si trova a osservare un mondo fatto di ricoverati infelici senza capacità di intendere, di parlare e di muoversi, ai quali viene imposta questa “finzione di libertà”: esercitare il diritto di voto (siamo nel 1953) accompagnati dai loro assistenti, un prete o una monaca.

Il mondo della bellezza, della sicurezza e della normalità sembra svanire all’orizzonte, di fronte a quel mondo di cittadini sfortunati. E’ un’Italia nascosta che non conta niente, quella che sfila davanti agli occhi del protagonista del libro, che viene però sfruttata per un voto. E’ il rovescio di quell’Italia che si mostra al sole, che cammina per le strade e che pretende e che produce e che consuma…è il Piemonte miserabile che sempre stringe dappresso il Piemonte efficiente e severo. Ma “se il solo mondo al mondo fosse il “Cottolengo”, pensava Amerigo, senza un mondo di fuori che, per esercitare la sua carità, lo sovrasta e schiaccia e umilia, forse anche questo mondo potrebbe diventare una società, iniziare una sua storia…e più la possibilità che il “Cottolengo” fosse l’unico mondo possibile lo sommergeva, più Amerigo si dibatteva per non esserne inghiottito”.

Mi è piaciuto molto questo libro: fa molto riflettere, così diverso dalle tematiche avventuroso-fantastiche dei romanzi più noti di Italo Calvino, il quale ebbe a dire che per scrivere un libro così breve come “La giornata d’uno scrutatore” ci mise ben dieci anni, più di quanto avesse impiegato per ogni altro suo lavoro.


lunedì 27 maggio 2024

Ciao mamma...

 


La morte di un genitore è un dolore profondo con cui ognuno di noi, prima o poi, deve fare i conti. Aveva 96 anni, mia madre: una bella età, non c’è che dire! E’ la conferma che la medicina e il progresso, oggi, hanno aumentato l’aspettativa di vita. Anche se, molto spesso, sembra che abbiano solo prolungato le sofferenze: si fa fatica anche a morire. Quando la vita viene aggredita da certe gravi malattie che alterano irreparabilmente tutte le funzioni del cervello, vengono meno non solo le capacità motorie e comportamentali di una persona, ma anche quelle cognitive e affettive: e la vita, allora, diventa una sofferenza senza fine. Nient’altro. Per chi la subisce e per chi tenta, disperatamente, di dare un sollievo umano e spirituale al proprio familiare.

Negli ultimi tempi mi guardava con occhi malinconici e interrogativi – mia madre – come se volesse dirmi qualcosa di importante e definitivo, senza riuscirci. Forse voleva parlarmi proprio della morte che la seguiva. A volte piangeva, esprimendo così la sua intima sofferenza. E mi stringeva forte la mano, tanto da non volerla più lasciare. Le chiedevo dei suoi due figli. La stimolavo a ricordare il mio nome: ma lei scuoteva la testa, come per dirmi che non ricordava più chi fossi. Una tristezza infinita.

Penso alla vecchiaia: io credo che si cominci a viverla dal momento stesso in cui si va in pensione, quando il tempo vissuto è molto più lungo del tempo da vivere e gli acciacchi sembrano togliere ogni illusione alla gioventù che se n’è andata. “Non mi voglio voltare – recitano i versi di una bella e struggente poesia di Kavafis - ch’io non scorga, in un brivido, come s’allunga presto la tenebrosa riga, come crescono presto le mie candele spente”. Oltre ad essere definita da un dato anagrafico, la vecchiaia si manifesta con un graduale e lento decadimento fisico. E’ inutile nasconderlo: la persona che c’era prima non c’è più. E con la vecchiaia si affaccia una imprevedibile disponibilità a esplorare, senza alcuna schermatura, il mistero dell’esistenza quale momento prezioso da proteggere e preservare gelosamente. Ma è anche il momento in cui l’uomo – forse per la prima volta –  pone la morte al centro della sua vita e dei suoi pensieri. Anche se resta ancora un argomento tabù su cui riversa tutta la sua paura. Ma io credo che quando uno sta male e soffre maledettamente il pensiero della morte lo assale e non lo abbandona.

Non voleva invecchiare, mia madre, me lo ripeteva quando la vita ancora le sorrideva. Stranamente aveva più paura della vecchiaia che della morte. Senza conoscere Epicuro, soleva ripetermi: quando ci siamo noi, la morte non c’è e quando c’è lei noi non ci siamo più. Con la vecchiaia, invece, bisogna convivere forzatamente. E non sempre è una buona convivenza. Devo dire che non si sbagliava.

Lo confesso: non è la morte in sé a terrorizzarmi, tantomeno la vecchiaia, ma le modalità con cui la prima, a volte, si nasconde dietro la seconda. E’ quel ritaglio di vita che ti è concesso e ti porti dietro prima della fine: può essere una piuma o una zavorra, un momento di serenità o di afflizione. “Guardo la mia luce che muore” dice un personaggio di Samuel Beckett: forse la risposta più saggia che si può dare, in vecchiaia, a chi azzarda presuntuosi programmi per il futuro. E ancora più presuntuosi e patetici appaiono quei vecchietti che, di fronte ad una telecamera, fingono di sentirsi giovani pur avendo novant’anni.

Ricordatevi di portarmi sempre un fiore, quando verrete a trovarmi al camposanto: erano le parole di mia madre, quando parlava della sua morte. Forse era un modo per esorcizzarla. Una tomba senza fiori – diceva - mi mette tristezza, e sulla mia non devono mai mancare. E così, l’altro giorno, sono andato a farle visita nel piccolo cimitero del paese, dove riposa in pace; sorge su un crinale che da un lato guarda la campagna declinante verso il mare e dall’altro fronteggia la vallata della diga dell’Alento, circondata da una catena di monti a delimitarne l’orizzonte. Un luogo davvero piacevole, da godere, se non fosse un Camposanto.  Il grande pensatore Giovanni Papini diceva che “i teatri di marionette e i camposanti sono gli unici luoghi dove l’uomo possa prendere acuta coscienza di sé. Nei primi vede cos’è prima della morte, nei secondi quel che sarà dopo la vita”.

Le ho portato i fiori, come desiderava. Mi aggiro tra le fila di lapidi prima di raggiungere il luogo dove è sepolta. Quante belle persone ci sono in  un cimitero, ribadiva mia madre ogni qual volta faceva visita ai suoi cari! In vita, le aveva conosciute tutte quelle persone lì sepolte. Ognuna le ricordava qualcosa. Si fermava davanti ad ogni lapide per formulare una preghiera, un pensiero. Un cenno del capo per salutare ora questo ora quello. Ecco che intravedo, da lontano, il suo loculo sovrastante quello di mio padre, che l’ha preceduta di molti anni. Li raggiungo: saluto e accarezzo entrambi con gli occhi. Mando loro un bacio con la mano. Sono stati insieme per oltre mezzo secolo, sempre fedeli “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, come recita quella famosa formula del rito matrimoniale: ora davanti a loro hanno l’eternità. Chiudo gli occhi in una muta preghiera, come in un esame di coscienza, e non riesco a trattenere una lacrima. E su quei due volti che mi guardano sorridenti dalla foto, ripercorro velocissimamente il racconto della loro esistenza. E della mia.


giovedì 9 maggio 2024

La dittatura dello smartphone

 


Viviamo in un mondo fatto di cose da sostituire il più rapidamente possibile. Qualsiasi prodotto deve avere una durata limitata perché bisogna produrre sempre di più e, quindi, consumare velocemente. E chi non si adegua a questo andazzo è guardato con sospetto. Non puoi più affezionarti a una vecchia giacca, a una vecchia macchina (anche se in perfette condizioni), a un vecchio telefono. Devi per forza cambiare, rincorrere le novità, te lo dice in maniera ossessiva la pubblicità. E ogni pubblicità – scrive Gunther Anders nel suo libro “L’uomo è antiquato” – è un appello alla distruzione. Il filosofo tedesco racconta che negli anni Quaranta del secolo scorso venne a conoscenza del caso di una studentessa – normale sotto tutti i punti di vista – la quale fu costretta a subire un trattamento psicoanalitico perché opponeva resistenza alla madre che voleva comprarle vestiti sempre nuovi, alla moda, di cui non aveva alcun bisogno. Fu classificata “disadattata” e considerata come una “malata” da curare, ma anche come una nemica del mondo dominante. Insomma, una sorta di sabotatrice del modello produttivo.

Ora chi mi legge sa che io oppongo resistenza a chi vuole regalarmi, in ogni occasione,  uno smartphone di cui non ho alcun bisogno: mi basta e avanza quel vecchio telefono di casa, che mi permette di fare o ricevere telefonate (poche, in verità), lontano da occhi e orecchie indiscrete. E se devo collegarmi a Internet, ho un vecchio computer che me lo consente. Mi domando: dovrei preoccuparmi, alla luce di quanto sopra? Appartengo alla categoria dei disadattati perché vivo senza cellulare? Sarei un malato da curare, se venissi sottoposto a un trattamento psicoanalitico? Comunque sia, ho scoperto che c’è sempre un modo per escluderti e fartela pagare in qualche maniera.

Mi trovo in uno di quei negozi sempre affollati di gente, all’interno dei quali lavorano dei ragazzi, giovanissimi ed espertissimi di cose digitali, che conducono trattative di “offerte” telefoniche. Sono lì, in attesa, per cercare di sottoscrivere - su consiglio di mio figlio - un contratto di telefonia economicamente più vantaggioso riguardante, però, il mio apparecchio fisso di casa. Si, proprio quell’oggetto obsoleto che sta per sparire e che un tempo faceva bella mostra di sé sul tavolino dell’ingresso. E che oggi usano solo i cavernicoli. Mi guardo intorno: una giungla di messaggi pubblicitari declamano regali e offerte imperdibili. Sembra quasi che tutto ti venga concesso gratuitamente. Arriva il mio turno e, dopo una lunghissima trafila non degna della tecnologia che tutto dovrebbe velocizzare e semplificare, l’impiegato mi chiede il numero di cellulare, a cui deve trasmettere, necessariamente, non so bene quale tipo di messaggio di conferma, dando per scontato che oggi tutti ne posseggano almeno uno. Mi guarda stupefatto e quasi non crede alle proprie orecchie quando apprende l’incredibile notizia: “ma come, lei di questi tempi non ha un cellulare?....(fa bene! mi dice una signora che sta dietro in attesa)… “purtroppo, se non mi dà il numero di un suo cellulare – sentenzia affranto l’uomo delle offerte telefoniche - il sistema non mi permette di continuare”. Cerco di far valere le mie buone ragioni, di far capire l’incongruenza della richiesta ma, ahimè, la logica e il buon senso nulla possono contro l’attuale dittatura della telefonia mobile. Se oggi non hai lo smartphone il “sistema” ti punisce, ti emargina, non ti riconosce, ti fa sentire inadeguato. Non ti consente di accedere a certi servizi, ti impedisce di utilizzare alcune applicazioni. E se non ti adegui, per il “sistema” non esisti. Sono sicuro che fra qualche anno lo smartphone - in attesa che venga impiantato sotto pelle ai nascituri - sarà reso obbligatorio, come la carta d’identità o la patente. E chi andrà in giro senza, verrà arrestato in flagranza di reato.


giovedì 2 maggio 2024

Tramonto

 


“ Dove potrei rifugiarmi – diceva Holderlin per bocca di Iperione – se non avessi i cari giorni della mia giovinezza ?”. E dove potrei ritrovarli quei giorni – mi viene da pensare – se non tra i vicoli, le pietre, i panorami del mio paesello nativo, testimone delle sensazioni di quell’età fortunata? E allora, quando la fatica del vivere in città diventa gravosa, mi rifugio in quel luogo dell’anima, custode dei miei ricordi, per recuperare brandelli di pace e di silenzio. E di bellezza.

E così - l’altra sera - mi trovavo sul terrazzino di casa che guarda verso il mare dove si staglia la sagoma inconfondibile dell’isola di Capri. La magia dell’ora mi aveva abbagliato. Chi volesse riflettere sulla bellezza del creato dovrebbe cominciare dal tramonto. Dalla sua luce incantata che non scende più sulle cose in maniera diretta, ma le accarezza leggermente di lato affinandole con quel colore vicino al rosso, che appare quasi irreale.

Fascino, meraviglia, mistero: sono i sentimenti che provavo osservando il sole che si nascondeva piano piano dietro l’orizzonte del mare, nell’ora più dolce del giorno: il tramonto. Ma che altro è la bellezza se non una visione incantevole che ti può trafiggere l’anima come un dolore?


giovedì 11 aprile 2024

Lettera al Direttore di un giornale

 




Caro Direttore,

un tempo, nemmeno tanto lontano, ero un tuo affezionato lettore e compravo, tutti i giorni, il giornale da te diretto. Un rito irrinunciabile, come quello del caffè mattutino, per cominciare bene la giornata. Aveva poche pagine – quel giornale - perché è meglio tacere quando non c’è niente di nuovo da scrivere; e poche immagini in bianco e nero, immagini essenziali che sapevano davvero raccontare ciò che le parole non dicevano. Allora, i politici parlavano poco e scrivevano ancora di meno perché non esistevano quelle iatture che si chiamano “i social”, e i giornali non correvano il rischio di cadere nell’attuale riprovevole inganno: fare da cassa di risonanza alle loro parole. La pubblicità, poi, era quasi inesistente e appena lo aprivi – quel giornale - ti appariva la famosa “terza pagina”, sinonimo di cultura, di giornalismo di qualità. Sapesse - caro Direttore - quante ne conservavo di quelle pagine! Autentiche perle letterarie da rileggere nei momenti di particolare noia esistenziale. Oggi la “terza pagina”, inventata dai padri nobili del giornalismo, è occupata dalle quotidiane fandonie pronunciate da questo o da quell’altro politico di questo o di quell’altro partito, con tutti i noiosissimi e inconcludenti commenti al riguardo. E la pagina culturale che fine ha fatto? Relegata, quando c’è, in fondo al giornale. Come a voler dire che con la cultura non si mangia, come ebbe a sottolineare tempo fa un ministro, i cui sproloqui oggi trovano rilevanza proprio su quella pagina un tempo appannaggio di ben altri pensieri.

Come le dicevo, caro Direttore, da un po' di anni a questa parte, quel rito che si consumava con piacere tutte le mattine recandomi all’edicola non si ripete più, anche perché è sempre più difficile trovare un’edicola aperta: stanno chiudendo tutte e il giornale non lo compro con l’assiduità di un tempo. Ma non creda, caro Direttore, che io abbia scelto altre testate giornalistiche o che mi avvalga della rete per tenermi informato! Niente di tutto questo! A me piace troppo la carta stampata e non potrei mai leggere un giornale on line stando davanti allo schermo di un computer o - peggio ancora – con gli occhi incollati allo smartphone, che nemmeno possiedo. Semplicemente, non mi ci ritrovo più tra quelle pagine diventate teatrino della politica più greve e del gossip mediatico.

Mi preme sottolineare che ciò che oggi rimprovero ai giornali è di farci prestare attenzione a fatti a volte insignificanti e marginali, a seguire gli insulsi giochetti della politica politicante. E, sinceramente, devo anche dirle che non mi piace affatto questo sottile confine che esprime oggi la stampa, sempre in bilico tra il sensazionalismo e il voyeurismo, un giornalismo, questo, tipico della televisione commerciale, per cui se nel mese di agosto si suda, è immancabile il titolo a tutta pagina: “il paese nella morsa del caldo”; e se piove - come sempre piove in inverno - è la solita “bomba d’acqua” che si abbatte sull’Italia. E che dire della spettacolarizzazione del dolore e delle tragedie umane e familiari? Intere pagine riservate all’ultimo efferato delitto che “ha scosso la coscienza del Paese”, pagine che si ripetono per giorni e giorni in una sorta di raccapricciante telenovela. Capisco che, a volte, certe notizie e certi titoli fanno vendere più copie di giornali, perché sollecitano la morbosità latente della gente, così come le immagini più strazianti trasmesse dai telegiornali fanno più audience. Ma io credo – caro Direttore – che anche l’informazione abbia una sua dignità. Una sua credibilità. Interpretare correttamente gli avvenimenti che accadono, senza declamare alcuni fatti rispetto ad altri e senza costruire ad hoc una notizia per fare presa sul lettore, è compito fondamentale di un sano giornalismo. Altrimenti, perché dovrei comprare tutte le mattine un giornale che adopera certi espedienti solo per vendere qualche copia in più?

Il crollo delle vendite dei quotidiani è sotto gli occhi di tutti, basta entrare in un vagone della metropolitana di Roma nell’ora di punta: non vedi più nessuno che legge un giornale. Ma non è solo colpa di internet se tutti gli occhi sono appiccicati a quella famigerata tavoletta elettronica che si chiama smartphone. Qualche responsabilità ce l’ha anche chi fa giornalismo tradizionale, perchè non ha saputo trovare gli accorgimenti necessari per frenare l’avanzata dei nuovi canali informativi. E nell’era della dittatura digitale, la carta stampata sembra purtroppo un relitto del passato. Una vera disfatta. Stiamo perdendo un pezzo della nostra umanità, della nostra cultura, della nostra maniera di stare al mondo. Eppure, io credo che salvare il giornale cartaceo sia una fondamentale battaglia culturale, una vera e propria missione di civiltà e di libertà. Perciò - caro Direttore - mi affido alla sua lungimiranza, alla sua professionalità, alla sua capacità di mettere in discussione il sistema vigente che, attraverso la Rete, tende all’omologazione universale e  all’assenza di pensiero. Si inventi qualcosa di nuovo! riveda la sua maniera di progettare il giornale! faccia scrivere i suoi articoli alle menti più illuminate di questo Paese! non si arrenda lasciando l’informazione nelle mani dei media digitali. Insomma, caro Direttore, si adoperi nel migliore dei modi affinché quelli che amano il fruscìo della carta stampata possano continuare ancora a comprare un giornale. Per il nostro bene.


mercoledì 3 aprile 2024

Libri e guerre

 


Non amo leggere quei romanzi dove la guerra è al centro della narrazione e l’autore mescola personaggi di fantasia e fatti storici. Sarà perché – come diceva Gino Strada - io non sono un pacifista: sono contrario alla guerra. E mi fa orrore  anche solo pensarla e leggerla. Non riesco proprio ad appassionarmi a quelle storie romanzate, raccontate soprattutto da chi la guerra non l’ha vissuta personalmente. E ne dà una sua libera interpretazione. Ma dirò di più:  non riesco a guardare neppure i film di guerra. Non mi piace lo spettacolo della guerra. Così come non mi piace la spettacolarizzazione della sofferenza e del dolore altrui. Ma è proprio ciò che, oggi, succede sui mezzi di informazione. E che dire, poi, dei tanti guerrafondai da salotto che - comodamente seduti sulle loro poltrone - indossano l’elmetto d’ordinanza e discettano di guerra nei programmi televisivi! Secondo questi “pacifisti”, per garantire la pace nel mondo bisogna “preparare la guerra”. Io credo che tutti i problemi esistenziali dell’intera umanità potrebbero essere risolti se i potenti della terra, un bel giorno, decidessero finalmente di non spendere soldi per le armi e distruggere tutte quelle già esistenti. Riconosco che la mia è utopia allo stato puro. Mi piace, però, immaginare un mondo così: senza armi e senza guerre.

Ma ritorniamo ai libri sulla guerra; è necessario fare una distinzione tra i libri che raccontano storie di fantasia ambientate sullo sfondo di un conflitto, e quelli che raccontano, invece, la guerra attraverso la testimonianza di chi l’ha vissuta davvero sulla propria pelle, da combattente o da prigioniero. Devo dire che ho letto due volte “Se questo è un uomo” di Primo Levi, ma non sono riuscito ancora a leggere “Guerra e Pace” di Tolstoj. E tra i principali scrittori che hanno combattuto la guerra partigiana c’è, sicuramente, Beppe Fenoglio, un personaggio che ho sempre ammirato, conosciuto attraverso la lettura di articoli di giornali o la visione di qualche documentario televisivo, pur non avendo mai letto le sue opere, ispirate proprio dalle sue esperienze personali. “Una questione privata” è uno dei suoi libri più importanti – tra l’altro pubblicato dopo la sua morte - che stava da anni, in attesa, su un ripiano della mia libreria, ma per i motivi di cui sopra non avevo mai sfogliato. A volte certi libri, che appartengono a determinati generi letterari - che noi riteniamo difficoltosi per una serie di motivi - hanno bisogno di una sorta di spinta emotiva per poterli affrontare, indipendentemente dalla nostra volontà. E questa spinta a leggere Fenoglio è arrivata proprio alcune settimane fa, quando mi sono imbattuto in un bel post su https://orearovescio.wordpress.com/  dal titolo “la pioggia di marzo (cotture e letture)” dove il suo autore (massimolegnani) parlava, tra l’altro, di Beppe Fenoglio e di un suo romanzo “ostico”, dallo stile “difficile da digerire”: il Partigiano Jonny. Nel far presente - con un commento – che non mi ero mai misurato con le opere di questo scrittore piemontese, cantore delle Langhe e delle sue popolazioni durante l’ultima guerra, mi si è accesa una luce nella mente: era arrivata l’ora di affrontare la lettura, sempre rinviata, di “Una questione privata”.

E’ proprio vero: certi pregiudizi spesso influiscono sulle nostre scelte letterarie. E devo dire che il libro di Fenoglio non l’ho trovato per niente “ostico”, come ero portato a credere, ma intenso ed emozionante, che ti cala in quella realtà dura e drammatica che è stata la lotta partigiana. Un libro dallo stile asciutto e fulmineo che ha rafforzato la mia convinzione sull’assurdità della guerra, che determina sempre morte, distruzione, miseria. Una sconfitta per tutti. Fenoglio racconta le vicende di un giovane studente partigiano, Milton (il suo alter ego) durante la fine della seconda guerra mondiale, che vive la Resistenza come una questione privata, cercando di affermare e difendere il suo amore per Fulvia, una ragazza di Alba persa di vista. Un amore non tanto vissuto dal protagonista quanto evocato. E Fenoglio, con intensa partecipazione che coinvolge emotivamente, riesce a descrivere la guerra e i sentimenti, la morte e la giovinezza, la paura e il coraggio. A fine lettura ho pensato alle guerre in corso, che potrebbero deflagrare in una terza e definitiva guerra mondiale, e allora mi sono venute in mente quelle famose parole di Einstein: “non so con quali armi si farà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta verrà combattuta con clave e pietre”. 



lunedì 18 marzo 2024

Leggere Mastro Don Gesualdo

 


E così, ci sono riuscito anch’io a leggere “Mastro Don Gesualdo” di Giovanni Verga, un libro che mi trascinavo dietro, come una zavorra, da oltre mezzo secolo. Un libro che tutti conoscono – almeno per sentito dire - ma pochi l’hanno davvero letto; un libro su cui siamo stati interrogati da studenti, il cui protagonista è da considerare, forse, tra i maggiori della nostra letteratura.

Gesualdo Motta è un muratore di umili origini della Sicilia rurale della prima metà dell’ Ottocento; è un “mastro”, come suol dirsi, il quale - dopo essersi arricchito – convola a nozze con una giovane donna appartenente ad una nobile famiglia decaduta e conquista il “Don”, quale appellativo di riguardo riservato ai notabili. Per tutti è Mastro Don Gesualdo: un uomo gretto, astuto, che non dà nessun valore ai sentimenti, attaccato ossessivamente alla sua “roba”, detestato e invidiato, per la rapida ascesa sociale, tanto dal basso ceto da cui proviene, quanto dalla nobiltà del paese che lo annovera tra i propri ranghi.

Un libro che mette in risalto due opposte visioni del mondo, due diverse realtà che si confrontano e si sfidano, senza mai trovare un punto d’incontro: da una parte la logica mercantile di un povero contadino che, diventato un ricchissimo proprietario terriero, tenta di emanciparsi socialmente, terrorizzato dalla paura di perdere la “roba” conquistata con tanta fatica e, dall’altra, l’ipocrisia e la superbia di una nobiltà di paese in declino, alla fine della sua parabola ascendente, corrosa da debiti e ipoteche.

Che dire: appare quasi anacronistica, oggi, la lettura di questo libro;  eppure, per comprendere meglio l’epoca in cui viviamo, a volte sarebbe necessario prendere le mosse proprio da certi testi letterari e dai fatti che raccontano, quei fatti scanditi in modo lento e ripetitivo dai tempi ciclici della natura, tanto che nell’arco di un’intera esistenza poteva capitare di non assistere a nessun tipo di cambiamento. Oggi, invece, i cambiamenti sono diventati inarrestabili grazie ai mezzi tecnologici che hanno determinato una compressione del tempo e dello spazio, imprigionando l’uomo moderno in un eterno presente che lo rende incapace, tanto di trarre insegnamento dagli errori e dalle virtù del passato, quanto di immaginare un futuro migliore. E allora, mi piace pensare che nel leggere Mastro Don Gesualdo – visto che è ancora presente nei programmi scolastici – gli studenti sappiano cogliere dalla tragedia umana ed esistenziale di questo antieroe della nostra letteratura che aveva affidato il suo riscatto sociale alla ricchezza, quel messaggio non scritto che però aleggia tra le pagine del libro, ossia: la felicità di un uomo non si può acquistare e la bramosia di possesso (l’accumulo di “roba” per Mastro Don Gesualdo) è sempre fonte di tensioni perché suggerisce una visione del mondo e della società distorta.


venerdì 8 marzo 2024

Un eremo non è un guscio di lumaca

 


Quando si pensa all’eremita, inevitabilmente affiorano alcuni pregiudizi duri a morire: si ritiene che il soggetto sia un asociale, che abbia paura della vita e allora non fa che chiudersi nel suo guscio, al riparo dalle difficoltà e dal mondo. Ma non è così. Scrive Adriana Zarri – teologa e scrittrice morta alcuni anni fa – in un suo libro che si intitola “Un eremo non è un guscio di lumaca” che un eremita “non è un misantropo inavvicinabile, non è nemmeno necessariamente un recluso che non possa, di tanto in tanto, muoversi e incontrarsi con la gente, che non possa soprattutto ricevere chi venga a condividere qualche ora della sua solitudine e a fargli dono della sua amicizia. L’eremita è semplicemente uno che sceglie di vivere da solo perché nella solitudine ha il suo momento privilegiato d’incontro”. Ecco, l’incontro si può avere solo in solitudine: l’incontro con gli uomini, l’incontro con sé stessi, l’incontro con Dio e con la preghiera (per chi crede) e l’incontro con la scrittura. Si, perché quando si scrive, e di conseguenza quando si legge, si sta in solitudine e, quindi, tanto la scrittura quanto la lettura sono attività eremitiche. 

Adriana Zarri era una donna libera che non aveva paura di esporsi a difesa delle sue idee e dei suoi principi. Non aveva mai praticato l’arrendevolezza: preferiva legare l’asino dove meglio credeva, anziché legarlo dove voleva il padrone. E, ad un certo punto della sua vita, decise di trasferirsi in una cascina sulle colline attorno ad Ivrea e di vivere da eremita, raccontando questa sua esperienza esistenziale in questo libro molto intenso. Il suo intento era quello di contestare, in qualche maniera, il nostro mondo che si fonda essenzialmente sull’ arrivismo e sul carrierismo, che predilige gli arrampicamenti sociali, calpestando magari i diritti delle classi più deboli. Ma desiderava anche sottolineare che, oggigiorno, alcuni valori sociali sembrano completamente dimenticati come il silenzio, il rispetto della natura e la preghiera, intesa - per un non credente – quale momento di ascolto interiore. Per la Zarri un eremo non è un guscio di lumaca: e lei non vi si era rinchiusa, ma aveva solo scelto di vivere in piena libertà, lontana dal clamore, lottando contro quella falsa retorica dello “stare insieme”, che vede i solitari come persone individualiste, nemici del vivere sociale. Ma il singolo, affinché possa acquistare una sua autonomia di pensiero e di giudizio che gli consenta di inserirsi nella comunità senza “affogarvi dentro”, ha bisogno di uno spazio di silenzio che gli permetta di non essere plagiato dal gruppo e da quei persuasori occulti che oggi si annidano nei mass media. “Silenzio e solitudine sono valori ineludibili” affermava la teologa; ma la cosa più interessante è che in ciascuno di noi “c’è una valenza monastica che attende d’essere tratta in superficie e sviluppata secondo le varie vocazioni”. 

Consiglio vivamente questo libro a chi oggi va sempre di fretta; a chi è convinto che i soldi siano l’unico valore in cui credere; a chi pensa che la solitudine sia un isolamento e un tagliarsi fuori e non, invece, un vivere dentro, percorsa da voci e animata di presenze. Lo consiglio a chi si fa possedere dalla tecnologia e dalle cose, anziché possederle; a chi si lascia stordire dalla folla e dal rumore, dimenticando che il silenzio “contiene ogni possibile parola”. Lo consiglio a chi non ha mai coltivato l’ “otium”, come l’ha coltivato per tutta la vita questa grande testimone dei nostri tempi.




sabato 2 marzo 2024

Il realismo magico di Antonio Donghi

 


Qualcuno ha detto che è impossibile, se non irriverente, commentare e descrivere un’opera d’arte. Davanti a un dipinto o ad una scultura possiamo solo guardare e lasciarci guidare, prima ancora che dal nostro stato d’animo, dalle emozioni che proviamo. E le emozioni non si possono raccontare, vanno semplicemente vissute. La parola scritta appare incompleta, insufficiente, e rischia di sovrapporsi a quanto il dipinto o la scultura vogliono trasmetterci. A questo pensavo mentre mi aggiravo per le sale di Palazzo Merulana a Roma, dove è stata allestita una mostra dedicata ad Antonio Donghi, uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “realismo magico”, uno stile pittorico tra fantasia e realtà.



Questo artista mi affascina molto per le sue immagini inafferrabili e a volte indecifrabili, per le sue figure avvolte nel silenzio, sospese nell’attesa e nel mistero che sembrano inseguire una sorta di “incanto esistenziale”, per dirla con le parole dello storico dell’arte Bernard Berenson. Icone morbide e aggraziate, comunicano con la loro postura quasi ieratica, una bellezza taciturna e solenne. E ci osservano, chiuse nel loro mondo fuori dal tempo.

Il realismo magico di Antonio Donghi – scrive il curatore della mostra Fabio Benzi – è “intriso di una dimensione tutta romana, per la luce immobile di pomeriggi tiepidi, per la rilassatezza di pose e scene, per l’aria scanzonata di alcuni personaggi, che non sai se ti fissano severi o stanno scherzando, per l’ambiguità di fondo”.



lunedì 26 febbraio 2024

Diario siciliano: alla ricerca della felicità perduta

 


Amo leggere i grandi narratori siciliani del passato. Sono quelli provenienti dalla “provincia intelligente”, per usare una espressione cara a Leonardo Sciascia, che hanno fatto la storia della letteratura del nostro Novecento. E poi sono spariti, relegati nel dimenticatoio dall’esercito dei nuovi romanzieri di successo, i moderni interpreti e cantori del mondo attuale. Tra questi scrittori dimenticati c’è sicuramente Ercole Patti, il cui percorso umano e letterario si svolse tra Catania (dove nacque nel 1903) e Roma, che lo accolse e lo celebrò giovanissimo e dove si spense nel 1976. Grande amico di Vitaliano Brancati – altro figlio illustre di quella “provincia intelligente” - seppe descrivere mirabilmente nei suoi libri quella sicilianità che forse non esiste più, quel mondo dove la vita scorreva lenta, sonnacchiosa, monotona, noiosa...e dolce. Così dolce, ebbe a scrivere lo stesso Ercole Patti in un suo romanzo "che si poteva invecchiare senza accorgersene e ritrovarsi ad averla vissuta tutta senza averne avuto coscienza, rimanendo sempre figli di famiglia. Questo era il dolcissimo veleno di Catania".

Cercavo, da molto tempo, un suo libro che si intitola “Diario siciliano”: una raccolta di brani scritti in momenti diversi - molti dei quali pubblicati in più giornali del passato - e assemblati in un unico volume nel 1971, libro che non viene più stampato. E dove potevo trovarlo se non sul banchetto di un mercatino dell’usato? Devo dire che, nell’acquistarlo a soli tre euro, ho provato la stessa gioia che avverte un bambino nel ritrovare un giocattolo che credeva perduto per sempre.



“Diario siciliano” è un “viaggio autunnale compiuto a ritroso”, come lo definì l’autore, il quale contiene una trentina di racconti brevi autobiografici, scritti in forma diaristica tra il 1970 e il 1931. E’ una narrazione, questa – come peraltro il genere epistolare – che io considero di grande spessore letterario e che permette, all’autore prima ancora che al lettore, di soddisfare quell’estremo bisogno di tornare indietro nel tempo per riacciuffare, con la memoria, barlumi di felicità perduta. E questo libro di Ercole Patti, dalla prosa gradevole e armoniosa imbevuta di dolce malinconia, ne è la felice testimonianza. Attraverso il filtro incantato e poetico della sua scrittura, lo scrittore siciliano riesce a dare vita e voce a paesaggi, sentimenti, persone, odori, oggetti e gesti di un mondo scomparso. Vergati a ritroso, dagli anni più recenti a quelli della sua giovinezza, questi brevi capitoli del Diario sono come tasselli di un puzzle attraverso il quale l’autore sembra voler stemperare le proprie amarezze, la propria nostalgia e ricercare - per sé e per il lettore - quella felicità perduta.

Ecco, allora, la descrizione minuziosa degli oggetti che ci sono in un'antica casa di campagna, quel vecchio portone sprangato che evoca ricordi, il limone che cresce nell’orto i cui rami sfiorano il davanzale, l’antico uliveto che sorge tra rocce di lava secolare sulle pendici dell’Etna, dove fioriscono erbe selvatiche, ginestre e macchie di capperi; e poi l’odore inconfondibile e forte del frantoio, quello intenso delle olive macinate che piglia alla gola con una forza inebriante; il silenzio e la frescura dei paesetti che circondano le pendici dell’Etna immersi in un grande languore, in un dolcissimo letargo; e poi il suo amato paesino dell’infanzia – Pozzillo – tra Acireale e Catania, carico di agrumi e di olivi che si affacciano sui muretti a secco che costeggiano le strade; e il silenzio degli ulivi che si unisce al silenzio del mare che appare calmo e luminoso in fondo alle brevi stradine laterali che finiscono all’improvviso fra gli scogli; e ancora la vecchia credenza restaurata da cui emana un odore di lontana vita familiare e di affetti e che ricorda l’aria felice dei tempi dell’infanzia; il piccolo orto, attraverso il quale si entrava nella vigna; le fresche mattinate di ottobre, quando scendeva, ancora in pigiama, lungo i viottoli, tra le viti cariche d’uva ancora appannata dalla brina notturna; il ricordo struggente di quel bambino che, durante le mattinate d’estate a Catania - seduto tra la cameriera e la madre - allungava il collo per vedere l’arrivo della carrozza della ragazzina che amava, e che avrebbe incontrato sulla spiaggia; le strade di Catania piene di balconi in ferro battuto, ai quali Verga faceva affacciare i suoi personaggi nelle sere delle processioni; l’eterno passeggio pomeridiano in via Etnea, con i suoi marciapiedi consumati da un secolare strascicare di piedi… atmosfere,  queste, di un mondo, descrizioni di oggetti, di immagini, di odori, di colori, di paesaggi, di sensazioni che assurgono a protagonisti assoluti del libro, si confondono nella mente dello scrittore siciliano e diventano “l’espressione più alta della felicità”.


lunedì 19 febbraio 2024

Ritrovarsi in un libro

 


Se è vero che noi siamo quello che leggiamo, come sostiene qualcuno (ma si potrebbe anche affermare che noi leggiamo quello che siamo), ebbene lo scrivente – che si rifugia quasi sempre tra le pagine di certi libri del passato (a volte anche dimenticati) – non può che ritrovarsi in questo assunto: se il libro che sto leggendo mi piace è perché la mia anima si specchia in quel libro, e l’autore che l’ha scritto è un mio illustre alter ego che mi consente di scorgere, tra le righe, quella parte di me che forse non avrei potuto conoscere se non lo avessi letto. Mi ritrovo in quel determinato testo piuttosto che in un altro, perché la mia identità di lettore, la mia filosofia di vita, coincidono con la visione del mondo che racconta quel libro. Posso anche leggere gli “altri”, come faccio sempre, ma se non mi soddisfano, se mi lasciano indifferente, se quelle pagine scritte non le sento mie e non si verifica tra me e loro quella condizione che Goethe avrebbe definito “affinità elettive”, io quei libri li abbandono inevitabilmente da qualche parte sui ripiani della libreria. E non mi vedranno mai più.

A pensarci bene i libri che amo leggere e rileggere – almeno fino a questo momento – e che in qualche maniera li abito e me li sento addosso come un vestito su misura, non sono poi tanti e credo che si riducano ad una cinquantina, forse largheggiando. E molti di essi, come ebbe a dire una volta Ennio Flaiano, hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi e riletti, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza perché, proprio quelli e non altri, hanno la straordinaria capacità di farti riappacificare con la lettura. E con la vita.


lunedì 12 febbraio 2024

Chiese chiuse

 

Chiesetta di S. Francesco - Roma Torrevecchia

Amo perdutamente le chiese, scrive lo storico dell’arte Tomaso Montanari nel suo saggio “Chiese chiuse” edito da Einaudi. Luoghi di serenità e di preghiera, dove solo in linea teorica è possibile distinguere la dimensione religiosa da quella culturale. Luoghi capaci di suggerire una diversa dimensione del tempo, un altro ritmo esistenziale: riposo dell’anima e del corpo, le antiche chiese offrono una pausa di riflessione alla nostra vita esagitata, al nostro caos interiore. E’ tale la bellezza di questi spazi che anche la loro rovina riesce ad esercitare su di noi una indefinibile seduzione estetica. E devo dire - per quanto mi riguarda - che non esiste passeggiata per il centro storico di Roma che non comprenda una sosta in una chiesa, anche per allontanarmi solo per un momento dallo schiamazzo esterno e respirare un po' di silenzio. E riposarmi, in contemplazione, davanti al dipinto di una madonna del Seicento. Indipendentemente dal sentimento religioso, chi entra in una chiesa antica non può non subirne l’influsso. Non può non rimanerne affascinato.

Nessuno sa esattamente quante siano le chiese in Italia: si stimano in circa 95.000 - scrive il prof. Montanari nel suo libro - e sono migliaia quelle inaccessibili, pericolanti, sconsacrate e saccheggiate. Non è frutto solo della secolarizzazione che avanza o della nostra incapacità di preservare il patrimonio artistico e culturale, ma c’è qualcosa di più profondo che riguarda l’idea stessa di società che stiamo costruendo, sempre più orientata al profitto, all’evento mediatico, al sensazionalismo. “Il patrimonio è al sicuro – sostiene Montanari – finché è frequentato, amato, conosciuto: le chiese si aprono ai ladri, quando si chiudono ai cittadini”. Purtroppo noi, oggi, siamo martellati da un marketing maldestro e spietato che ci spinge ad essere clienti e turisti piuttosto che cittadini responsabili. Facciamo la fila per visitare l’ultima mostra a pagamento e non entriamo nella chiesa che si trova all’angolo, che spesso custodisce opere di altissimo valore storico ed artistico. E’ in atto una crescente mercificazione del nostro patrimonio culturale pensato non per aumentare la conoscenza e la sensibilità, non per una funzione educativa, ma per intrattenere e saziare un pubblico sempre più povero culturalmente. E sono sempre di più le antiche chiese che vengono chiuse ed alienate a privati, destinate poi - secondo logiche aziendalistiche - ad attività economiche ambitissime dall’industria dei matrimoni civili. Certo, niente vieta - scrive sempre Montanari - che nelle chiese si possano tenere concerti o conferenze o declamare poesie, insomma attività culturali: ma non a pagamento e senza snaturarne la dimensione spirituale.

In Italia, sono circa un centinaio le chiese monumentali cui si accede pagando, e moltissime altre prevedono biglietti per ambienti accessori, quali chiostri, sacrestie, campanili, cripte…ma una chiesa a pagamento non è più una chiesa, ma non diventa per questo un museo o una mostra. Le chiese sono sempre state – scrive Montanari – una sorta di “prosecuzione delle piazze…luoghi pubblici in cui entrare anche senza un perché. Perché fuori piove, o fa troppo caldo, per parlare con un amico in un giorno freddo, per rivedere un quadro o la curva di un arco che ci è caro. Luoghi intimi, spazi di respiro e riposo mentale per tutti noi che ci siamo cresciuti dentro: pezzi di una casa che ci ha dato forma e che potrebbe continuare a darcela. Un’esperienza unica, questa comunione con le antiche chiese: un’esperienza che di fatto i nostri figli non potranno avere”.

Di chi la colpa? si chiede il professor Montanari. Colpa di tutti i governi che hanno tagliato e continuano a farlo, i fondi per la manutenzione del patrimonio artistico. Colpa dei tanti proprietari delle chiese,  spesso non facili da identificare: dalla Santa Sede alle diocesi, dalle parrocchie agli istituti religiosi, dallo Stato alle Regioni…Colpa anche di un giornalismo servile capace solo di lodare il potente di turno per poi stupirsi che crollano i ponti e le chiese. Ha scritto Kant (citazione presente nel libro): “tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità”. Poter entrare, gratis, in una chiesa che custodisce bellezza è una cosa che ha una sua dignità. E sarebbe davvero intollerabile e blasfemo cancellare.



lunedì 29 gennaio 2024

Scrivere: un atto di vanità

 


Se ci soffermassimo a riflettere, con la dovuta attenzione, sui flussi di parole che inondano quotidianamente la nostra esistenza, capiremmo che il mondo non ha assolutamente bisogno delle nostre parole scritte. Sono già troppe quelle esistenti e niente possiamo aggiungere su ciò che è stato già detto da persone molto più autorevoli di noi, del presente e del passato. E’ come quando si entra in una grande libreria dove sono assiepati migliaia e migliaia di testi: ma chi mai dovrebbe comprare e leggere un nostro libro qualora decidessimo di scriverlo? Eppure, tutto questo non ci spaventa, non ci scoraggia e non ci fa desistere da questa attività che resta, nonostante tutto, tra le più nobili dell’animo umano. Mai come in questa nostra epoca ci siamo affidati in maniera così ostinata alla parola scritta, invogliati soprattutto dagli strumenti on line messi a disposizione dalla tecnica.

“Ho scritto poco – amava ripetere Cristina Campo – e mi piacerebbe aver scritto meno”. Un modo per attestare che la scrittura è una cosa seria che implica responsabilità civile, fatica, rispetto. E forse nessuna come lei rispettava le parole almeno quanto noi, sempre più spesso, le maltrattiamo. E poi aggiungeva: “se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi”. Ma esiste questa fusione anche nel nostro scrivere? Le parole che usiamo hanno la forza di penetrare in noi e rimanerci? Diciamocelo: oggi usiamo la scrittura soprattutto per interagire con gli altri, quasi in tempo reale, attraverso i social. E’ un modo di scrivere istantaneo, frammentato - come il parlare – che non ha nulla a che spartire con un pensiero ponderato, riflessivo e profondo. Insomma, una scrittura liquida, scivolosa, che non lascia alcuna traccia importante né in chi scrive e tanto meno in chi legge.

Pare che il blog, invece, sia una forma espressiva superiore e di nicchia che ricorda - con i suoi testi brevi ed equilibrati - il diario o la lettera di antica memoria (anche se oggi nessuno si sognerebbe di scrivere una lettera come si faceva un tempo). Ma se il diario e la lettera sono strumenti privati che si rivolgono ad un solo destinatario, ad un solo lettore – anche se poi alcuni di questi testi sono diventati di dominio pubblico, epistolari famosi di alto valore letterario -  il post di un blog è indirizzato, invece, a tutti coloro che vi si imbattono per caso. E’ di tutti e di nessuno. Ma allora, se non ho un destinatario preciso e circoscritto, perché sento questo bisogno di scrivere e diffondere il mio messaggio in rete? E qui si potrebbe aprire un dibattito infinito dove ognuno esprimerebbe la propria motivazione.

 Io penso che tutte le convinzioni che spingono una persona a scrivere siano accomunate da un solo sentimento: la nostra vanità. Se fosse una merce in vendita, la vanità, andrebbe a ruba nonostante ne siamo tutti muniti, sia pure in diversa misura. E’ inutile girarci intorno: scrivere è un atto di vanità; è voler essere letti. Se nessuno ci legge non esistiamo. E noi vogliamo esserci in questo mondo. Vogliamo lasciare una traccia. E’ un sentimento così radicato nell’animo umano che ciascuno di noi desidera, in qualche maniera, essere ammirato e applaudito per ciò che scrive. Non metteremmo in rete un post, per il solo piacere di scrivere, se non avessimo la certezza che qualcuno prima o poi lo leggerà: fosse anche una sola persona. Ed è proprio questa persona sconosciuta la molla che ci spinge a farlo. Altrimenti basterebbe un quaderno su cui appuntare i nostri pensieri. Ma parlare ad una folla è molto più gratificante che parlare solo a sé stessi. Ti fa sentire importante. Ti fa immaginare che c’è qualcuno nella blogosfera che sta lì in attesa del tuo ultimo post.

Diceva una volta un filosofo che non affronteremmo un viaggio in mare per il solo piacere di vedere, senza speranza di poterlo mai raccontare. Scriviamo per gli altri, a cui vogliamo sempre insegnare qualcosa, ma non abbiamo nessuna intenzione di apprendere nulla da loro. Siamo tanto sensibili alle opinioni favorevoli che vengono espresse su di noi, quanto poco interessati a quello che gli altri dicono di sé stessi. In altre parole – miei cari amici blogger - la vanità degli altri proprio non la sopportiamo, attratti come siamo dalla nostra.


sabato 20 gennaio 2024

Pontiggia: chi l'ha visto?

 


“Spesso, quando si cerca di convincere gli altri, si tenta solo di placare i propri dubbi; e non c’è da stupirsi se si fallisce in entrambi gli intenti”


Mentre leggevo “La grande sera”, un romanzo di Giuseppe Pontiggia, mi veniva da pensare che quasi tutti i miei scrittori preferiti sono morti. E spesso dimenticati dagli editori prima ancora che dai lettori. Da Michele Prisco a Giovanni Arpino, da Ercole Patti a Luciano Bianciardi, da Raffaele La Capria a Vitaliano Brancati, da A. Maria Ortese a Lalla Romano – tanto per fare alcuni nomi, ma la lista è davvero lunga – sembra quasi che le mie letture siano legate ad una tomba. Come se la morte dell’autore potesse imprimere una sorta di sigillo di garanzia o un alone di grandezza su quelle opere letterarie che mi sono più congeniali. Senza negare, tuttavia, che certi scrittori passati a miglior vita appaiono, oggi – per la loro statura morale e artistica - molto più vivi dei vivi. Vista la distanza davvero incolmabile che passa tra le opere dei primi (i morti) e quelle dei secondi (i vivi).

Considero Giuseppe Pontiggia, scrittore lombardo morto una ventina di anni fa, la new entry in questa mia particolare e amata classifica. “La grande sera”, forse il suo libro più importante, l’ho scovato sul banchetto di un mercatino dell’usato. Conoscevo per sentito dire il nome di Giuseppe Pontiggia, ma non avevo ancora letto niente di suo. Questa lettura è stata, per me, davvero una piacevole sorpresa.

La vicenda del romanzo è estremamente semplice ed essenziale: in un pomeriggio estivo, in una Milano di qualche anno fa, un affermato professionista sparisce all’improvviso senza lasciare alcuna traccia. Oggi, probabilmente, se ne occuperebbe “Chi l’ha visto” che – guarda caso – è la storica trasmissione televisiva di RAI 3 che nasce nel 1989, l’anno in cui il libro fu pubblicato aggiudicandosi il premio Strega. L’assenza, congiuntamente all’attesa sono i due temi del romanzo, la cui vicenda riguarda non tanto la storia del protagonista che si è dato alla fuga quanto quella degli “altri” che ruotano intorno a lui e che reagiscono, in maniera diversa, alla scomparsa: la moglie, l’amante, il fratello, la cognata, il nipote, il socio d’affari. “Forse era stanco di definire insensata la propria vita come si fa solo per poterla accettare, e si era preso improvvisamente un giorno insensato”. Di fronte a questa oscura sparizione, emerge il carattere molto discutibile dei vari personaggi, ognuno avvolto nella propria ipocrisia, nelle proprie amarezze e delusioni e si scopre tutta la pochezza dei sentimenti da cui gli stessi sono animati. Sembra quasi che il protagonista scomparso riesca finalmente a disvelare i sotterfugi, le menzogne, le cose non dette e non fatte, il vuoto esistenziale delle loro vite poco esaltanti. E a mettere in luce ambizioni e rinunce, incertezze e falsità e ambiguità relazionali fino ad allora occultate. L’assente che smaschera la fuga dei presenti dalle loro responsabilità. E mentre cercano senza troppe convinzioni lo scomparso, costoro si rispecchiano in quell’assenza e finiscono per cercare sé stessi.

Con uno stile misurato e preciso, non privo di appuntite divagazioni ironiche sulla psicologia dei vari personaggi e con un’abbondanza di aforismi che impreziosiscono la narrazione e la rendono più profonda, Pontiggia ci restituisce il piacere della lettura. Come solo i grandi sanno fare.


venerdì 12 gennaio 2024

Stazione Termini

 


Sono appena sceso da un treno alta velocità “Frecciargento” di Trenitalia: rientro nella Capitale dopo molti giorni trascorsi nella mia casetta al paese. Il mio buen retiro. Ad accogliermi (si fa per dire) è la stazione Termini, “luogo non luogo” per antonomasia secondo l’antropologo francese Marc Augè, che ha coniato questo neologismo valido anche per gli aeroporti, gli autogrill e altri luoghi simili. L’impatto, per uno che viene da un paesello dove il tempo sembra essersi fermato e dove non esistono assembramenti è, a dir poco, traumatizzante. E devo dire che sebbene io sia vaccinato a questi contrasti, ogni volta avverto la stessa sensazione di straniamento.

La stazione Termini è diventata una sorta di centro commerciale dove, però, arrivano e da cui partono anche i treni. E’ un luogo nel quale manca ogni riferimento storico e identitario, uno spazio di passaggio per migliaia di individui che si incrociano senza mai entrare in relazione tra di loro; un luogo di consumo, da cui si parte per assolvere quell’intimo desiderio personale – ma anche quell’obbligo sociale (se non fai una settimana alle Seychelles non sei nessuno) - del viaggiare, sempre più orientato dalle riviste specializzate e dalle agenzie turistiche, che consigliano mete sollecitando desideri e sogni di evasione.

Per motivi diversi, di svago o di necessità, non riusciamo e forse non vogliamo più stare fermi nello stesso posto. Mi vengono in mente le parole di Blaise Pascal che riecheggiano nei suoi Pensieri e che sembrano rivolgersi all’uomo d’oggi, sempre più smanioso di partire, di andare “…tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una stanza…per questo gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto…per questo il piacere della solitudine è una cosa incomprensibile”. Dobbiamo muoverci, viaggiare, spostarci a velocità supersonica da un punto all’altro della Terra con tutte le conseguenze che ciò comporta: inquinamento ambientale, distruzione del territorio e…coronavirus, diffuso proprio per via della vita frenetica e convulsa che tutti noi conduciamo. La condizione del vivere non è più legata intimamente al territorio. Il viaggiare, la fusione culturale, la facilità di muoversi, la creazione di grandi spazi urbanizzati e anonimi e non classificabili uguali gli uni agli altri, hanno finito con il produrre una separazione tra l’uomo e il territorio in cui abita, uno scollamento irreparabile tra l’uomo e la natura.

Osservo quella moltitudine assiepata nella stazione Termini (di cui anch’io faccio parte), munita di  trolley simili a vagoni ferroviari, brulicante e rumorosa come un alveare e mi sento isolato. Spaesato. E’ la solitudine che nasce non dall’essere soli ma dall’essere tanti in un luogo non luogo che avvolge tutti senza riferimenti identitari, circondati da immensi cartelloni pubblicitari e decine di monitor che proiettano, senza sosta, immagini di un mondo irreale, mentre i rumori di fondo, assordanti, disorientano e avviliscono. E’ incredibile come a volte l’impatto con un luogo possa farti piombare, all’improvviso, in una sorta di girone infernale e farti sentire a disagio. Avevo lasciato alle spalle altri paesaggi, altri riferimenti: il profilo di una collina, un bosco al limitare di una vigna, i rintocchi di una campana, un ritmo di vita lento e umano. E poi il silenzio, il grande assente in un luogo come la stazione Termini di Roma. Mi guardo in giro, ma non vedo smarrimenti di sorta, tutti sembrano sicuri e tranquilli, a proprio agio, indifferenti al rumore, alla frenesia che serpeggia nel luogo. Solo due persone anziane, dall’aria preoccupata – probabilmente marito e moglie – con la loro valigetta d’altri tempi si guardano intorno smarriti cercando  di trovare una via d’uscita in quella babele. Mi si avvicinano ansiosi come due pesci fuor d’acqua – forse perché sono l’unico che non sta al cellulare e non corre in maniera forsennata - per chiedermi del treno per Roccasecca. Li osservo con dolcezza e mi domando come possano trovarsi lì, da soli, in quella bolgia che scalpita. E mentre li indirizzo verso il treno per Roccasecca - la loro salvezza – mi ringraziano riconoscenti e mi dicono che il mondo a cui appartengono non esiste più. Loro sono gli ultimi superstiti. Queste parole mi colpiscono. E se, invece, fossimo tutti noi dei superstiti, in questo mondo?