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domenica 13 giugno 2021

Rileggere



Un bel libro - un grande libro - non va letto mai una sola volta. Dopo la prima lettura non lo si può abbandonare su un ripiano della libreria, come una cosa vecchia e sorpassata. Bisogna cercare di non dire, incrociandolo con lo sguardo: “quel libro l’ho già letto”, come per sottolineare che ci si può mettere sopra una pietra tombale. Un bel libro – e qui entrano in gioco inevitabilmente anche le nostre preferenze e competenze letterarie, i nostri gusti estetici – non si finisce mai di leggere. Con il passare del tempo cambia il nostro modo di percepire le cose e ogni qual volta lo sfogliamo, ne ricaviamo sempre nuove impressioni. Ogni rilettura ci regala qualcosa di inatteso che prima ci era sfuggito.

Per quanto mi riguarda, preferisco rileggere più volte un vecchio e amato libro, con le sue pagine ormai ingiallite, piuttosto che leggere “il più venduto”, il cosiddetto best seller. Nel primo caso, è come rivedere il primo amore che non si dimentica mai. E’ ritrovare in “quel libro” l’antica complicità che si è stabilita con l’autore. Nel secondo caso, invece, vedo spesso la tirannia del marketing che incombe sul lettore. Vedo l’astuta abilità di certi autori che - grazie alla pubblicità e a certi decisivi passaggi televisivi - sanno cogliere le aspirazioni del momento e assecondare i sentimenti comuni dei lettori, con delle storie che emotivamente si avvicinano al loro sentire. E allora si legge quel libro senza che ci sia stata una scelta consapevole e interessata; si legge perché risulta ai primi posti nelle vendite, come se la qualità di un testo fosse da ricercare nella quantità dei suoi lettori. E poi si legge, perché l’autore è un volto noto della televisione. Una sorta di imposizione consumistica di un prodotto, questa, che riflette il dilagante conformismo dei nostri tempi.

Rileggere esprime anche un modo di essere, denota una sorta di inadeguatezza verso le mode letterarie del momento, una certa insofferenza nei confronti di quella letteratura che sembra voglia rassicurare e ammiccare, e che si parla addosso e si ripete. Rileggere significa, addirittura, avere nostalgia di un libro, di una storia che ha appassionato e che si desidera rivivere per riassaporarne la bellezza; rileggere prefigura un atteggiamento mentale e culturale di “ritorno” al passato, di rifiuto di certa letteratura usa e getta. E se leggere significa intraprendere un viaggio per esplorare l’ignoto, alla stregua di un moderno Ulisse, rileggere vuol dire ritornare a Itaca, alle sicurezze del luogo natale. Non bisogna mai abbandonare “il nostro libro,” dobbiamo riprenderlo tra le mani soprattutto in quelle giornate di particolare disgusto esistenziale, quando tutto ciò che succede intorno a noi non ci piace: e allora affidiamoci al conforto delle sue pagine. Sono questi i grandi libri, che continuano ad essere letti e riletti, che fanno parte della nostra esistenza, che li abitiamo e li amiamo. Ma quanti sono questi libri che meritano una rilettura? Beh! Io credo che facendo un conto veloce, i miei si riducano a un centinaio. Non di più. E’ come dire che alle letture infinite e ignote io preferisco quelle finite, che meglio si riconciliano con la finitezza della vita.


giovedì 27 maggio 2021

Libertà, solitudine e misantropia

 


Chi non ama la solitudine, non ama neppure la libertà, poiché soltanto quando si è soli si è liberi.
(Arthur Schopenhauer)

Vivere in uno dei tanti piccoli paesi disseminati lungo tutta la penisola, ma anche solo passeggiare attraverso le stradine silenziose di certi minuscoli agglomerati di case in pietra, spesso incastonati in scenari naturali di rara bellezza, ha un suo fascino particolare. Di questi tempi, è senz’altro un privilegio e una gioia impagabili.

Il paese, prima ancora che un’entità geografica, è uno stile di vita. Sono attratto da tutto ciò che lì non esiste, ma che abbonda in una qualsiasi grande città: il traffico, il rumore, la folla, l’inquinamento, il degrado urbano, condizioni queste che mi procurano un grande fastidio e che affliggono buona parte degli abitanti dei grossi centri urbani. Tranquillità, silenzio e solitudine - che puoi catturare e godere solo in un borgo di poche anime - sono valori indispensabili per un corretto equilibrio psico-fisico, che non tutti sanno apprezzare. E per fortuna, mi viene da pensare! Provate solo a immaginare come diverrebbe un qualsiasi tranquillo paesello, arroccato sui monti dell’appennino umbro marchigiano piuttosto che su una collina del Cilento - con la sua panoramica piazzetta, i suoi vicoli stretti, silenziosi e puliti, le sue serene atmosfere, le sue casette in pietra ed il suo castello che lo domina dall’alto - se all’improvviso la gente, che oggi è assuefatta alla confusione e non rispetta minimamente il luogo in cui abita, abbandonasse la città e vi si trasferisse in massa, a bordo di quei mezzi mastodontici che esprimono il nuovo status simbol della modernità: i SUV! Io credo che un’alluvione o un’invasione di cinghiali farebbero meno danni al territorio. Diceva un filosofo dell’antichità che se conosci un bel posto non lo devi raccontare in giro, altrimenti arriva la massa e lo distrugge. Come dargli torto! A costo di sembrare un misantropo, ogni tanto bisogna coltivare un po' di amor proprio e di sano egoismo, senza ipocrisia - vista l’inciviltà e la maleducazione che regnano sovrane ovunque - per non essere schiacciati dall’omologazione dei costumi e da certe false sirene che sembrano volerti catturare. Condividere la bellezza di un luogo con poche persone i cui comportamenti non sono pilotati dalla moda del momento, è il piacere più grande. In un paese s’impara ad apprezzare il silenzio e il corso naturale delle stagioni; si affinano certe capacità manuali che non pensavi di possedere e che la vita in città non ti permette di esprimere. Chi, stanco del caotico tran tran quotidiano, decide di mollare tutto e stabilirsi in un piccolo centro, il premio che ottiene è davvero grande: pace, serenità, aria buona, cibi genuini, rilassatezza, rapporti umani coltivati in una dimensione del tempo dilatata. Sono queste le condizioni essenziali per la vita di un essere umano e chi fa simili scelte dà un senso alla propria esistenza e viene premiato.

Lo ripeto, non tutti sanno vivere nel silenzio, nella solitudine e nel rispetto della natura. Mi diceva un amico, tempo fa, che fu ospite per un giorno a casa di un suo parente che vive nella campagna toscana; ebbene, nel corso di quella notte - lui che veniva da Roma - non riuscì a chiudere occhio. E sapete perché? Perché non sentiva alcun rumore, e quel silenzio quasi assoluto che percepiva intorno a sé, rotto solo dal sibilo del vento e dal tubare di qualche tortora, lo angosciava terribilmente. Gli mancava quel continuo rumore di macchine di sottofondo, la sua ninna nanna notturna. E poi si chiedeva – sempre quel mio amico stordito e avvezzo al baccano di Roma - come potesse vivere una persona in campagna, lontana da tutto e da tutti. Praticamente in solitudine. Cercai di fargli capire che chi sceglie il contatto diretto con la natura, l’aria pulita, il silenzio, il fascino delle pietre antiche e l’incanto dei muretti a secco, ha capito tante belle cose, estranee ai più. Chi sa scorgere la variegata vita che regna in un bosco e sa contemplare la bellezza di una vigna o la maestosità di una quercia secolare; chi sa ascoltare il suono del silenzio con le sue armonie non può soffrire la solitudine. La solitudine è una componente essenziale della vita: è la nostra fedele alleata, la nostra vera libertà. Naturalmente la società, con il suo sistema economico dominante, con la sua ideologia dello “sviluppo” quale unico fattore rilevante, in grado di soggiogare gran parte delle persone alle proprie logiche, afferma il contrario e cerca di distoglierti da questa idea pericolosa, quasi ascetica e quindi poco consumistica. Per la società, chi sta fuori dal coro, chi si allontana dalla vita frenetica della città e non segue i ritmi veloci imposti dal progresso e dalla tecnologia, è fuori dal mondo: è un misantropo. Ma è proprio così?  Un uomo che non sa stare da solo non può ascoltare quella voce dentro di sé, la sola che riesce a esprimere un senso e un significato profondo all’esistenza. La solitudine non deve essere un fine ma un mezzo, per comprendere le cose essenziali della vita, e quando diventa tale può dischiudere spazi straordinari di libertà e di pienezza del vivere. Lo stesso discorso vale per gli uomini con cui, in maniera diretta o indiretta, abbiamo a che fare tutti i giorni: per apprezzarli meglio, ogni tanto bisogna starne lontani, perché ciò che vedo e sento in giro stimola in me pensieri sempre meno confortanti. Una loro assidua frequentazione è a dir poco deleteria: si diventa inevitabilmente misantropi. “Chi comunica poco cogli uomini – scriveva Leopardi - rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l’uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia”.

Ritornare nel mio paese dell’infanzia - e lo faccio sempre più spesso, tranne in questo periodo di pandemia che mi ha bloccato - è il modo migliore per “ritirarmi dalla società” e riappropriarmi della mia solitudine. Il paesello, arroccato su una collina nel Cilento tra ulivi e querce, non è più quello che lasciai circa mezzo secolo fa, tuttavia conserva ancora oggi la sua antica anima rurale, i suoi antichi silenzi e le sue dolci atmosfere. Dove posso finalmente ritrovare la mia dimensione spirituale.


sabato 22 maggio 2021

Sull'anima

 


“Impuro e deformante è lo sguardo della volontà. Solo quando non desideriamo niente, solo quando il nostro guardare diventa mera contemplazione, si schiude l’anima delle cose, la bellezza. Se osservo un bosco che intendo comperare, affittare, ipotecare, dove voglio tagliare legna o andare a caccia, io non vedo il bosco, bensì soltanto i suoi legami con le mie intenzioni, i miei progetti e preoccupazioni, il mio portafoglio. Allora esso è fatto di legno, è giovane o vecchio, malato o sano, Se però non voglio niente da lui, guardo “senz’altri fini” nella sua verde profondità, ecco che è soltanto bosco, e natura e creatura vegetale, è bello.

Così succede anche con gli uomini e con il loro aspetto. L’uomo che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con precise intenzioni e richieste non è un uomo, bensì soltanto un torbido specchio della mia volontà. (…) Nel momento in cui si placa la volontà e si instaura la contemplazione, il puro osservare e abbandonarsi, tutto cambia. L’uomo non è più utile o pericoloso, interessante o noioso, gentile o rozzo, forte o debole. Diventa natura, diventa bello e singolare come tutto ciò su cui si rivolge la contemplazione pura. Perché la contemplazione non è né studio, né critica, è soltanto amore. E’ la condizione della nostra anima più elevata e più desiderabile: amore senza cupidigia. Se riusciamo a raggiungere questo stato, anche solo per pochi minuti, ore o giorni (preservarlo per sempre sarebbe la perfetta beatitudine), gli uomini ci appaiono diversi dal solito. Non più specchi o caricature della nostra volontà, ma natura. (…)

Il nostro simile diventa così l’oggetto più nobile, più eletto e più degno di contemplazione. Non tutti sanno fare questa semplice valutazione in modo libero e spontaneo, lo so per esperienza diretta. In gioventù sono stato più strettamente e intimamente legato a paesaggi e opere d’arte che all’essere umano; anzi, ho sognato per anni una poesia in cui fossero presenti solo aria, terra, acqua, alberi, montagne e animali, e mai l’uomo. Lo vedevo così sviato dal corso tracciato dall’anima, così dominato dalla volontà, così rozzo e scatenato nel perseguimento di finalità animalesche, scimmiesche, primitive, così avido di stupidaggini e di nullità, che per un certo periodo mi dominò l’errore peggiore; che forse l’uomo, come via d’accesso all’anima, fosse già stato ripudiato e stesse regredendo, e quella sorgente dovesse cercare altrove nella natura la propria via.

Se oggi si osserva come si comportano tra loro due uomini qualunque, che per caso fanno conoscenza e non desiderano effettivamente niente di materiale l’uno dall’altro, si avverte in maniera quasi tangibile come ognuno di essi sia oppresso da un’atmosfera di coercizione, da una crosta protettiva, da una membrana difensiva; da una rete tessuta unicamente con rimozioni dell’elemento spirituale, con intenzioni, paure e desideri tutti orientati verso mete secondarie, che separano il singolo da tutti gli altri. E’ come se l’anima non fosse nemmeno lecito avere la parola, come se fosse necessario proteggerla con alti steccati, gli steccati della paura e della vergogna. Solo l’amore disinteressato può spezzare queste reti. E ovunque si apre un varco, là c’è l’anima che ci guarda. Siedo in treno e osservo due giovanotti che si salutano perché il caso li ha avvicinati per un’ora. Il loro saluto è estremamente singolare, quasi tragico: queste due brave persone sembrano salutarsi da distanze siderali, da poli gelidi e disabitati – non penso naturalmente a malesi o cinesi, bensì a europei di oggi -, essi paiono abitare, ognuno per sé, in una fortezza di altezzosità, di minacciata superbia, di diffidenza e di insensibilità. Ciò che dicono, considerato dall’esterno, è del tutto assurdo, è lo schizzo consunto di un mondo senz’anima, da cui di continuo sconfiniamo e i cui limiti ghiacciati incombono costantemente su di noi. Rari, molto rari sono gli uomini la cui anima si esprime già nei discorsi quotidiani…Hanno perso la loro anima nel mondo del denaro, delle macchine, della diffidenza…”

 

tratto da “Le stagioni della vita” di Hermann Hesse

Oscar Mondadori


martedì 4 maggio 2021

Il piacere dell'ozio

 


«O Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria! O Ozio, padre delle arti e delle nobili virtù, sii il balsamo delle angosce umane!  

Paul Lafargue

Quelli che appartengono alla mia generazione sono stati educati – diciamo pure così - secondo l’avvertimento di quell’antico proverbio che recita: “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. In più, ci è stato inculcato quell’altro pensiero, ancora più sibillino, vale a dire: “il tempo è denaro”. Insomma, in questi ultimi anni hanno cercato (forse riuscendoci) di far passare il messaggio secondo cui il lavoro è l’unica virtù in cui credere, e che il tempo a nostra disposizione va utilizzato nel migliore dei modi possibili: produrre e consumare. O meglio, consumare avidamente per continuare a produrre in un circolo vizioso senza fine.

Ora io non voglio assolutamente mettere in discussione l’attuale organizzazione del lavoro: non ne ho le competenze. Né saprei concepire una società che lo abolisca: è comunque la nostra risorsa economica che ci permette di vivere e avere un futuro. E poi sarebbe davvero un grave atto d’accusa contro la civiltà moderna che ci offre tanti benefici. Tuttavia mi piace fare una breve considerazione su questo antico modo di ragionare, generato esclusivamente dalla logica mercantile e produttivistica della società dei consumi, che sta cancellando (o ha già cancellato?) il tempo della pausa e della lentezza. Basta osservare un qualsiasi locale pubblico (bar, pizzeria, ristorante…) di una grande città nell’ora di pranzo, tanto per fare un esempio. Ebbene, i commensali - lavoratori e impiegati in pausa pranzo che siedono a quei tavoli - continuano a lavorare imperterriti al cellulare…mentre il piatto piange. Una volta esisteva quel momento di piacevole interruzione durante il quale ci si poteva estraniare e pensare ad altro, senza essere connessi: sparito. Quelli che hanno la mia età ricorderanno certamente “l’intervallo” televisivo che veniva mandato in onda tra un programma e l’altro senza messaggi pubblicitari, fatto solo di paesaggi in bianco e nero, di vecchi borghi o di greggi di pecore che pascolavano, il tutto accompagnato da un dolce sottofondo musicale. Erano sprazzi di autentico rilassamento che rimandavano ai ritmi lenti dell’esistenza. Oggi tali immagini sarebbero inconcepibili e antieconomiche, divorate da una pubblicità falsa e immorale.

C’è qualcuno che sta tentando di impossessarsi del nostro tempo e della nostra libertà e annullare quello spazio interiore che potremmo dedicare alla riflessione, all’ozio, alla convivialità. Questa filosofia di vita legata all’efficientismo economico a tutti i costi, questi ritmi frenetici e questi tempi del vivere dettati solo dall’economia e dalla tecnologia, dalla fretta e dalla velocità, dalle macchine e dal “sempre connesso” non mi hanno mai entusiasmato. Lo confesso. Ho sempre rivendicato ritmi più lenti e a misura d’uomo; ho sempre guardato all’ozio quale espressione di un modo diverso di stare nel mondo e nella vita; e cerco di vivere il tempo senza affanni e di rapportarmi con consapevolezza alle cose e ai luoghi senza rincorrere le mode del momento, respingendo le lusinghe di chi vuole controllare e veicolare le mie scelte. E, naturalmente, da sempre rivendico un approccio al lavoro meno pregnante e onnivoro, meno competitivo e più umano, che non decida il ruolo degli individui nella società a seconda del lavoro che svolgono. Qualcuno ha detto che il lavoro nobilita l’uomo e lo rende più felice (sarà poi vero?); per me rappresenta solo un’attività necessaria per vivere, e non un mezzo di affermazione sociale o di rivalsa che genera, spesso, ingiustizie e prevaricazioni.

Gli antichi Greci – da cui abbiamo ereditato il senso della bellezza artistica nella vita dell’uomo - disprezzavano il lavoro, riservato solo agli schiavi. E infatti ogni cittadino ateniese ne aveva diversi a sua disposizione: ciò gli consentiva di dedicare tutto il suo tempo ai giochi, allo studio, alla ginnastica, all’arte, tant’è che furono capaci di creare quelle opere artistiche e architettoniche straordinarie che ancora oggi ammiriamo. Anche nelle società delle epoche successive - almeno fino all’avvento della rivoluzione industriale – il lavoro non era considerato un valore essenziale in cui credere e in cui riconoscersi. Lavoravano solo le persone più umili, i contadini e gli artigiani, i quali dovevano provvedere non solo alle proprie esigenze vitali ma anche a quelle dei nobili, la classe sociale dominante che non svolgeva alcuna attività lavorativa. E se noi oggi possiamo ancora contemplare tutte le bellezze artistiche e architettoniche che ci hanno tramandato, dobbiamo ringraziare proprio loro, i principi e i signori delle corti rinascimentali che vivevano nell’ozio creativo e furono i mecenati dei più grandi artisti. Ci voleva il grande filosofo Bertrand Russell, che all’ozio dedicò un suo famoso libretto, per dire che l’ozio “è essenziale per la civiltà”. E che fu proprio questa classe di persone oziose che “contribuì in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civiltà. Fu questa classe che coltivò le arti e scoprì le scienze, che scrisse libri, inventò sistemi filosofici e raffinò i rapporti sociali. Persino la campagna per la liberazione degli oppressi partì generalmente dall’alto. Senza una classe oziosa, l’umanità non si sarebbe mai sollevata dalla barbarie”.

Noi oggi non abbiamo schiavi che possano lavorare per noi, offrendoci così più tempo libero. E poi non esiste più una “classe oziosa” come quella del passato, capace di lasciare al mondo tracce eterne del loro passaggio. A nostra disposizione abbiamo, però, la tecnologia con le sue macchine potentissime ed intelligentissime che ci consentono di produrre beni e servizi in tempi brevi, con sempre meno rapporto di lavoro umano. Secondo il sociologo Domenico De Masi “tutte queste macchine equivalgono ad almeno 33 schiavi. Eppure – scrive De Masi - la sensazione è che ci sia meno tempo di una volta per coltivare la propensione all’arte, la vocazione civile, la riflessione filosofica, i rapporti conviviali”. Invece di liberarci dagli affanni e restituirci il tempo da dedicare alle cose belle e alla riflessione interiore, la tecnologia ci illude e ci rende sempre più occupati, cosicché il tempo libero diventa solo un’opportunità di consumo, utile alla produzione e all’economia ma non alla crescita civile, culturale e spirituale, la sola che possa anche educare e raffinare il gusto di una persona. In un momento considerato di decadenza culturale, si è perso il senso dell’ozio – direi il buon uso del tempo - che permetteva di dare anche un senso all’esistenza. Siamo diventati noi gli schiavi, succubi delle macchine, che ci rubano la cosa più preziosa che abbiamo: il tempo.

Ora, non posso sfuggire a questa conclusione: la bellezza, in tutte le sue innumerevoli espressioni, nasce sempre dall’ozio creativo di qualcuno e non dal lavoro. E mi viene allora da pensare a un antico proverbio spagnolo che così ammonisce: “l’uomo che lavora, perde il suo tempo”. Beh…come se non bastasse questo anacronistico elogio dell’ozio nell’era della modernità e della velocità!


giovedì 22 aprile 2021

Contentezza e felicità: le passeggiate di un sognatore solitario

 “c’è ancora tempo, quando si deve morire, per imparare come si sarebbe dovuto vivere?”



Sono tanti i letterati, soprattutto del passato, che nel corso della loro vita hanno cercato e trovato risarcimento e conforto alla propria sofferenza nell’immaginazione, nell’ozio e nella meditazione. Tra questi, un posto di rilievo lo occupa sicuramente Jean-Jacques Rousseau, scrittore e filosofo svizzero, figura di spicco dell’Illuminismo e precursore del Romanticismo, il quale, ferito da accuse, condanne e interdizioni, ma anche perseguitato dai suoi fantasmi e dalle sue ossessioni (pare che soffrisse di manie di persecuzione), ad un certo punto della sua vita si autoesiliò dal consorzio umano, rifugiandosi nella solitudine, nella scrittura e nel sereno abbraccio della natura.

“Le passeggiate del sognatore solitario – Feltrinelli Editore” – la sua opera più perturbante, sperimentale e innovativa di Rousseau, come scrive Beppe Sebaste nell’introdurre la sua traduzione - è una sorta di testamento spirituale scritto negli ultimi anni della sua esistenza, con cui l’autore ginevrino si abbandona al piacere della solitudine, della confessione e della contemplazione immerso nella natura e nella vita agreste, trasformando il suo disagio psichico, le sue insanabili tristezze, in pagine di rara bellezza. Pagine dove vita e sogno spesso coincidono, dove il vagabondare della mente si mescola al peregrinare del corpo, dove la prosa si confonde con la poesia fino a raggiungere un’armonia stilistica incomparabile.

“Il sentimento dell’esistere – scrive in una della sue passeggiate - spogliato di ogni altro affetto, è in se stesso un sentimento prezioso di contentezza e di pace, che basterebbe, da solo, a rendere l’esistenza amabile e dolce a chi sapesse allontanare da sé tutte le impressioni mondane e sensuali che senza posa, quaggiù, vengono a distrarci e guastarne la dolcezza…”. E questo sentimento lui lo ritrova sull’isola di San Pietro in mezzo al lago di Bienne, in territorio svizzero, dove trascorre un breve periodo libero da ostacoli e preoccupazioni, dedicandosi alla sua occupazione preferita: l’ozio e il dolce far niente a contatto con la natura. E’ il periodo più felice della sua vita  “ e così felice – lui scrive - che mi sarebbe bastato per tutta la mia esistenza senza che nell’anima mi nascesse, anche per un solo momento, il desiderio di un’altra condizione…Desideravo che quel rifugio mi venisse trasformato in una prigione perpetua, che mi si confinasse lì per la vita togliendomi ogni possibilità e ogni speranza di uscirne; che mi si vietasse infine ogni forma di comunicazione con la terraferma, di modo che, restando all’oscuro di quanto si svolgeva nel mondo, ne dimenticassi perfino l’esistenza, così come là sarebbe stata dimenticata la mia”. (…)

“La felicità – leggiamo ancora - è uno stato permanente che non sembra fatto quaggiù per gli uomini. Tutto è sulla terra in un flusso continuo, che non permette a nulla di assumere una forma costante. Tutto è mutevole intorno a noi. Noi stessi cambiamo, e nessuno può assicurare di amare domani quello che ama oggi. Perciò tutti i nostri progetti di felicità per questa vita sono chimere. Approfittiamo della contentezza dello spirito quando essa è presente; badiamo a non allontanarla per colpa nostra ma senza elaborare progetti per incatenarla, perché simili piani sono pura follia. Ho visto pochi uomini felici, forse nessuno; ma ho visto spesso cuori contenti, e di tutte le cose che mi hanno colpito è ciò che mi ha reso a mia volta più contento. Credo sia una conseguenza naturale del potere che le sensazioni hanno sui miei sentimenti. La felicità non affigge insegne esteriori: per conoscerla bisognerebbe leggere il cuore di un uomo felice. La contentezza invece si legge negli occhi, nei modi, nell’accento, nell’andatura, e sembra comunicarsi a chi la osserva. C’è forse un piacere più dolce del vedere tutto un popolo abbandonarsi alla gioia in un giorno di festa, e la totalità dei cuori sbocciare sotto i raggi espansivi del piacere che rapidamente, ma vividamente, passa attraverso le nubi della vita? (…) C’è un compenso per ogni cosa. Se le mie gioie sono rare e brevi, ne godo più vivamente quando mi giungono che se mi fossero abituali. Le rumino, per dir così, con reminiscenze frequenti; e per quanto siano rare, fossero incontaminate e pure sarei forse più felice che in tutta una vita di prosperosa fortuna. Nell’estrema miseria ci si sente ricchi con poco; un mendicante che trova uno scudo è più commosso di un ricco che trova una borsa piena d’oro…”


lunedì 12 aprile 2021

Il telefono cellulare? Uno strumento maleducato

 


Qualcuno ha detto che non avere uno smartphone, oggi, sia uno status simbol, così come lo era, qualche anno fa, quando solo poche persone potevano permettersi un telefono cellulare; qualcun altro, ancora più zuzzerellone, ha aggiunto che un soggetto così raro, praticamente in via di estinzione, andrebbe tutelato dal WWF come categoria protetta. Insomma, sembrerebbe che il sottoscritto - non essendo smartphonizzato come i circa 6 miliardi di esseri umani che hanno accesso alla telefonia mobile – sia una sorta di privilegiato. Sinceramente non aspiravo a tanto!

Ora io vorrei rivolgermi a chi si trovi a passare per caso da queste parti, naturalmente munito di cellulare di ordinanza. Immaginiamo di trovarci a chiacchierare gradevolmente su una terrazza a picco sul mare, davanti ad un gustoso piatto fumante di spaghetti alle vongole veraci. Il panorama è splendido, la giornata è meravigliosa, l’intesa relazionale è perfetta, la cucina è ottima. Improvvisamente irrompe tra di noi, come un temporale a ciel sereno rovinando quella piacevole atmosfera che si era creata, un disturbatore abituale, un molestatore tecnologico, l’oggetto più desiderato e – diciamocelo – più maleducato e invasivo che sia mai stato inventato: il tuo cellulare, in bella mostra sulla tavola imbandita. Ti sta annunciando, con fasci di luci colorate e una strana musichetta (stavo per scrivere uno squillo…ma io sono rimasto all’antico), che c’è un ospite per te che io non avevo invitato, con tanto di nome e provenienza e fotografia che appare sul display. Tu – caro amico/a - hai solo due possibilità, visto che la terza (spegnere il cellulare a tavola) non l’hai presa in considerazione: rispondere in mia presenza, oppure, se proprio non vuoi deliziarmi con la tua telefonata, allontanarti momentaneamente, lasciandomi solo al tavolo come un fesso. Una cosa rara, quest’ultima opzione, perché al cellulare si parla con chi sta lontano, ma con un occhio sempre rivolto a chi sta vicino, affinchè possa ascoltare. In entrambi i casi – spiace dirtelo - adotti comunque un comportamento scorretto: primo, perché interrompendo la nostra amabile conversazione dai preferenza a quell’altro (è come non rispettare la fila), e poi - la cosa più grave - lasci che il piatto di spaghetti alle vongole si raffreddi miseramente. E per fare cosa? Dare retta a uno scocciatore (come lo chiameresti, tu, uno che ti chiama senza nessun motivo all’ora di pranzo?), il quale anziché dire “pronto” (come si diceva una volta), ti domanda senza vergogna dove stai (lo vedi che ti tallonano e ti spiano?) e poi, dulcis in fundo, ti attacca un pippone sul perché la Roma ha perso il derby con la Lazio. Alla fine della lunga e noiosa telefonata (i miei spaghetti alle vongole me li sono gustati da solo…i tuoi li puoi ormai buttare), mi dici rattristato e deluso: “non se ne può più con questi cellulari…beato te che non ce l’hai”. Ora, perdonami, ma mi verrebbe da dire: a te l’ha prescritto per caso il medico, sto benedetto cellulare? E mi chiedo e ti chiedo: è maleducato lo strumento, oppure lo strumento ha reso maleducato chi lo possiede e lo utilizza?


lunedì 5 aprile 2021

La stanza del vescovo

 


Se i personaggi descritti da Italo Svevo nei suoi romanzi – di cui ho parlato nel mio post precedente – si sentivano inadatti a relazionarsi con gli altri, erano degli inetti e si lasciavano vivere in maniera abulica, quelli che popolano la narrativa di Piero Chiara - lo scrittore di Luino, in provincia di Varese, morto oltre trent’anni fa – hanno innato il gusto del vivere e la vita se la prendono a piene mani e se la godono. E’ uno scrittore forse un po' dimenticato, Piero Chiara, che racconta in tutte le sue opere la provincia lombarda affacciata sulle rive del lago Maggiore. “La stanza del vescovo”, il cui sottotitolo recita che è “un romanzo drammatico e dolce come il lago sul quale si intreccia”, ne è la testimonianza più significativa e gustosa.

Ci troviamo nei mesi immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale. Il protagonista, voce narrante del libro e probabilmente alter ego dello scrittore, è un giovane sui trent’anni, libero e agiato, che se ne va a zonzo con la sua grossa barca a vela da un porto all’altro sul lago Maggiore e, ogni tanto, fa ritorno nel porto base – Luino - dove ha casa. Da quando è tornato dalla Svizzera, dove ha vissuto per due anni come internato, il nostro eroe sembra quasi voler recuperare con la “bella vita” il tempo perduto durante la guerra. Una sera, mentre ormeggia la sua imbarcazione nel porticciolo di Oggebbio, si imbatte in un signore di mezza età, “di una certa raffinatezza”, che attacca subito bottone e poi, senza pensarci più di tanto, lo invita nella sua villa immersa in un parco rigoglioso dove vive con la moglie, dispotica e molto più anziana di lui, la giovane e bella cognata, vedova, e tre fedeli servitori. Si chiama Temistocle Mario Orimbelli che aveva partecipato alla guerra d’Africa  e che “aveva imparato a prendere quello che la vita volta a volta gli offriva”. I due personaggi, che non hanno un lavoro ben definito, si piacciono all'istante, la loro intesa si consolida immediatamente, tant’è che scoprono di avere una somiglianza di fondo che li porta a vivere una nuova giovinezza “profittando dell’età ancora fresca e di un certo vigore del corpo”. Accaniti seduttori, sempre alla ricerca di qualche gonnella da conquistare, la barca diventa la loro alcova, il centro nevralgico della loro vita quotidiana, compagna inseparabile delle loro scorribande passionali sul “grande lago”.

Un racconto davvero godibile che Chiara dipinge - attraverso una scrittura velata di arguzia ed ironia - con estrema raffinatezza psicologica e piacevole malizia, come solo gli scrittori di razza sanno fare. Senza mai indulgere in banalità e tantomeno in volgarità, l’autore ci fa assistere ai rituali seduttivi di questi due briosi “dongiovanni” da una sponda all’altra del lago, lago che diventa parte integrante della narrazione, con i suoi innumerevoli meravigliosi paesi lungo le rive quali Locarno, Stresa, Arona, Ascona, Cannobio, Laveno, Pallanza…; con le sue ville affacciate sull’acqua e circondate da splendidi parchi. Per renderci, infine, partecipi di quel pericoloso gioco dei sentimenti cavalcato dai protagonisti che “nasconde sempre un dramma, lo prepara, quasi lo alleva tra allegre divagazioni e spensierate ebbrezze”.


lunedì 22 marzo 2021

Io e Zeno nella Trieste di Svevo

 


Tra gli scrittori italiani che, più di tutti, hanno lasciato dentro di me un segno profondo c’è sicuramente Italo Svevo, uno dei maggiori narratori che il nostro paese abbia avuto. I suoi tre romanzi più noti, “Una vita”, “Senilità” e “La coscienza di Zeno” - una sorta di trilogia narrativa con cui l’autore triestino ha scrutato l’animo umano attraverso un approccio introspettivo - mi accompagnano da sempre ed in particolare da quando, giovanissimo – era il 1976 – arrivai per motivi di lavoro nella sua Trieste che fa da sfondo alla sua narrazione. Mitteleuropea e plurietnica, crocevia di commerci e di culture, famosa ai più per la bora, le grandi assicurazioni e i caffè storici, ricordo che, prima ancora di innamorarmi di questa città, così diversa dalle altre e così lontana - per usi, cultura e costumi - dal mondo agreste e contadino che avevo lasciato al Sud, mi lasciai sedurre dai libri del suo illustre cittadino. Libri che ancora oggi, a distanza di tempo, continuo a rileggere perché, tra quelle pagine, io ritrovo i miei stati d’animo, le mie malinconie. Le mie inadeguatezze.

I suoi tre romanzi più importanti, dicevo, con i suoi tre principali protagonisti incardinati in storie apparentemente diverse, in verità sembrano raccontare sempre lo stesso personaggio, vero stereotipo sveviano: l’inetto, l’incapace che si sente inadatto a vivere e relazionarsi con gli altri e, pertanto, si lascia vivere in maniera abulica e oziosa. E’ stato detto che Italo Svevo ha scritto tre volte il medesimo libro e basta leggerne uno per scoprire anche gli altri. E’ come se avesse percorso tre tappe narrative diverse scrutando sempre lo stesso uomo: irresoluto, rinunciatario, malato immaginario, insicuro, tormentato, instabile. Ognuno incarna qualcosa che appartiene agli altri; le loro vite sembrano intersecarsi ed amalgamarsi a vicenda, fondersi in un unico soggetto. Sembra quasi che l’Alfonso Nitti di “Una vita” si trasformi, con il passare del tempo nell’Emilio Brentani di “Senilità” per diventare, a sua volta, Zeno Cosini nel terzo e ultimo romanzo “La coscienza di Zeno”, libro, quest’ultimo, che rappresenta il coronamento di un percorso interiore, umano e psicologico, uno scavo introspettivo che ci conduce senza ombra di dubbio al suo alter ego: Ettore Schmitz in arte Italo Svevo.

Eugenio Montale, nella sua bella prefazione a “La coscienza di Zeno” – libro che ho riletto con rinnovato piacere in questi giorni, nella storica edizione Dall’Oglio del 1976 - ha scritto che “non esiste uno scrittore più italiano di questo triestino che si è formato in Germania ed ha trascurato i nostri classici. E non esiste moderno narratore nostro che più di lui abbia allargato la conoscenza dell’anima umana. Tanto importante è stato il suo scandaglio che i suoi immediati successori ne hanno subìto il contagio, e non solo tra i triestini…”

Zeno non sembra estraniarsi dalla vita, come fanno gli altri personaggi sveviani, ma vi si immerge con tutte le sue manchevolezze. Ma chi è questa figura letteraria attraverso la quale possiamo, noi lettori, fare autoanalisi senza accomodarci sul lettino di uno psicanalista? Egli appartiene a una buona e ricca famiglia della borghesia triestina, è un uomo abbastanza intelligente, vive in una bella villa con servitù, ha un segretario tuttofare che gestisce i suoi affari e non avverte nessun desiderio di lavorare. E’ ipocondriaco. “La malattia – dice – è una convinzione” e lui nacque “con quella convinzione”. E, giunto alle soglie dei cinquant’anni, su consiglio del suo medico psicanalista, inizia la stesura di un diario retrospettivo, una sorta di confessione a scopo terapeutico, cercando nel contempo di smettere di fumare, un vizio che lo assilla da sempre. All’inizio di questa sua avventura ha un solo e urgente desiderio: sposarsi. Non per un bisogno di amore, o di affetto o di compagnia, ma per “stanchezza”. Forse stanchezza della vita monotona che conduce. E per questa ragione inizia a frequentare assiduamente una famiglia della sua cerchia sociale dove sono disponibili tre ragazze da marito. Rifiutato dalla più giovane (Alberta), che lui vorrebbe educare al matrimonio, si invaghisce della più bella (Ada), la quale non sembra avere nessun interesse per lui. E una sera, durante una seduta spiritica intorno ad un tavolo, pur di conquistarla, azzarda un “piedino”, ma il buio lo inganna e anziché sfiorare il piede desiderato, preme ripetutamente il piede di legno del tavolo e forse anche quello della sorella (Augusta), strabica e brutta. Respinto anche dalla bella Ada, il nostro personaggio, in poco tempo, si ritrova sposato, senza grande entusiasmo proprio con Augusta, con “quell’occhio sbilenco che a torto faceva credere che anche il resto non fosse al suo vero posto”. Lei lo ama, sa conquistare con garbo il suo rispetto e la sua stima e si rivelerà un’ottima moglie. Lui, invece - combattuto tra la fedeltà e la correttezza della moglie e la sua relazione extraconiugale con una giovane amante, che gli procura continui rimorsi e lo fa sentire “colpevole e malato” - sarà accompagnato da un solo dubbio: “l’amo o non l’amo?”. Tanto da arrivare a pensare - forse per auto-consolarsi - che il vero amore è proprio quello “accompagnato da tanto dubbio”.

Ora, come si fa a non sorridere di fronte all’episodio del piedino, uno dei tanti passaggi comici del libro che mirano a sollecitare l’umorismo del lettore? Come si può non guardare con occhi benevoli questo impacciato antieroe della nostra letteratura che voleva essere commiserato, che aveva paura di invecchiare e soprattutto di morire, che invidiava agli altri la disinvoltura e che, per soddisfare il suo “desiderio di salute”, aveva deciso di studiare il corpo umano? E come si fa a non volergli bene, visto che sapeva ridere di se stesso e delle cose più serie della vita, proprio per rendere la vita più sopportabile? La vita, per Zeno, non è un dramma, come forse lo era per gli altri personaggi nati dalla penna di Svevo, ma una strana e curiosa rappresentazione scenica che non andava presa troppo sul serio. "La vita - per lui - non è né brutta né bella, ma è originale...E non occorreva mica venire dal di fuori per vederla messa insieme in un modo tanto bizzarro. Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vita si è aspettato, per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l'uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene". Con il suo spirito  indolente ma allegro, descritto con arguzia dallo scrittore triestino, il protagonista del romanzo racchiude molte di quelle ambiguità esistenziali presenti nell’inconscio di ognuno di noi. In lui ritroviamo le nostre leggerezze, le nostre ingenuità, i nostri timori, le nostre colpe, i nostri difetti di cui spesso ci vergogniamo. Eppure, questi lati incerti dell’esistenza lui riesce, in qualche maniera, a nobilitarli, a conferire loro una sorta di accettabilità, raffigurazione di una commedia umano-psicologica che sulla pagina scritta acquista un sapore particolare e va oltre ogni possibile giudizio morale. Alla fine della lettura vorremmo abbracciarlo, il nostro Zeno, e dirgli grazie per averci fatto compagnia con quel suo lungo monologo interiore, con i suoi vizi e con la sua goffaggine, con la sua ironia e con il suo candore; e dirgli grazie per averci fatto riflettere e sorridere amaramente sulla nostra umana fragilità e per averci fatto capire che a volte un libro può rendere felice chi lo legge, anche quando racconta l’inettitudine e l’infelicità.


mercoledì 10 marzo 2021

Il piacere di non leggere

 


Chi non legge, lo sappiamo bene, viene sempre bistrattato da chi, invece, si intrattiene e si diletta con i libri. Quante volte ci è capitato di sentire che nel nostro paese si legge poco…che le letture degli Italiani sono al di sotto della media europea…che le nostre competenze letterarie sono molto scarse. Per alcuni, appare addirittura stridente che l’Italia, il paese che ha dato i natali ai più grandi letterati, possa trovarsi agli ultimi posti di questa classifica. Michel Houllebecq, controverso scrittore e regista francese, dice che “se si ama la vita non si legge” e che l’accesso alla lettura “è riservato quasi esclusivamente a chi ne abbia un po' le palle piene”. In altre parole è come dire che ci lasciamo sedurre dal piacere dei libri e dalle loro storie solo quando siamo stanchi e delusi dalle vicissitudini della vita reale.

Ora io credo – pur essendo un discreto lettore amante dei libri - che ogni tanto bisognerebbe ridimensionare l’effetto miracoloso attribuito alla lettura e rivedere i nostri giudizi negativi su chi vive la propria esistenza felicemente senza libri. Si, perché questo continuo ritornello rivolto a chi non ha dimestichezza con le pagine scritte, questa rampogna enunciata con parole altezzose proviene, spesso, da soggetti interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico: case editrici, giornalisti e volti televisivi e scribacchini vari che devono vendere la propria merce. E’ come se gli industriali del settore caseario si lamentassero della gente che non mangia formaggi o i macellai deplorassero i vegetariani.

Ma perché una persona che passa tutto il suo tempo libero a leggere dovrebbe essere migliore di chi, invece, si dedica al giardinaggio? o di chi va per i boschi a cercare funghi e asparagi selvatici? o di chi si diletta a zappettare un orto ricavandone zucchine e pomodori? Forse si può vivere, e bene, anche senza toccare un libro. E poi – ammettiamolo - le persone perbene ed educate così come gli ipocriti, gli idioti, i disonesti, gli arroganti, i saccenti, i cattivi, gli ignoranti… li troviamo in egual misura sia tra i lettori bulimici e raffinati che tra coloro che leggono solo il corriere dello sport o non leggono affatto. Insomma, non è detto che i libri abbiano necessariamente queste capacità taumaturgiche tali da migliorare il carattere, i sentimenti e le qualità dei lettori. Anzi, a volte succede che i libri generano dubbi, tormenti e tolgono quell’incosciente entusiasmo di prendere la vita così come viene, senza arrovellarsi troppo l’animo a forza di riflessioni e argomentazioni letterarie che, anziché farti vivere meglio, in qualche maniera ti deprimono. “Chi accresce il sapere aumenta il dolore”, sono queste le parole di Qoèlet. Certo, la lettura è un piacere, per alcuni, ma se per altri rappresenta un’inutile fatica è bene che costoro non insistano e non si sentano inferiori a chi mangia solo pane e libri; e, soprattutto, non si nascondano dietro quella frase ridicola: “non ho tempo per leggere”. Leggere è un diritto e un piacere quanto il non leggere. La lettura non si può imporre come una mascherina, perché non ci salva da nulla: né dalla pandemia, né dalla maleducazione, né dall’ignoranza.  La buon’anima di mio nonno – contadino che sapeva appena firmare e non aveva mai visto un libro in vita sua – oltre ad essere una persona estremamente serena, nonostante le difficoltà dei suoi tempi, era dotato di una straordinaria sapienza di vita che nessun libro poteva offrirgli, una sapienza di vita difficilmente riscontrabile, oggi, tra chi ha il “vizio” della lettura.

Diceva Schopenhauer – e lui di libri ne aveva letti e scritti – che “leggere equivale a pensare con la testa di qualcun altro invece che con la propria. Questa è la ragione perché colui che legge molto e quasi tutto il giorno, e negli intervalli si riposa passando il tempo senza pensare, a poco a poco perde la capacità di pensare da sé”. Io, nonostante tutto, leggo ancora qualche libro perché sono convinto che si possa migliorare la propria capacità di pensare, pur pensando “con la testa di qualcun altro”.


lunedì 1 marzo 2021

La salute...al tempo del coronavirus

 


“Almeno i nove decimi della nostra felicità sono dovuti esclusivamente alla salute. Da essa dipende anzitutto la serenità d’animo: dove questa è presente, le condizioni esterne più ostili e sfavorevoli appaiono più sopportabili di quanto non siano quelle più felici quando la salute malferma rende insofferenti e timorosi. Si confronti il modo in cui nei giorni di salute e di serenità si vedono le cose con il modo in cui queste stesse appaiono nei giorni di malattia. Ciò che ci rende felici o infelici non è quello che le cose sono realmente nel contesto esterno dell’esperienza, ma quello che esse sono per noi, dal nostro punto di vista. Inoltre la salute, con la serenità che la accompagna, può sostituire ogni altra cosa, ma niente può prendere il suo posto. Insomma, senza la salute non si può assaporare alcuna felicità esterna, che dunque per chi la possiede ma è malato non c’è; quando invece c’è la salute ogni cosa è una fonte di piacere, ed è per questo che un mendicante sano è più felice di un re malato. Non è quindi senza ragione che ci si informa sempre reciprocamente su come va la salute, non su altre cose, e ci si augura di star bene: sono questi infatti i nove decimi di ogni felicità. Ne consegue che la follia più grande è sacrificare la propria salute, quale che ne sia il motivo: il guadagno, l’erudizione, la fama, la promozione, e perfino la lussuria e i piaceri fugaci. Piuttosto, ogni altra cosa dev’essere sempre   posposta alla salute”

massima n. 32

tratta da “L’arte di essere felici” di Arthur Schopenhauer

(Adelphi)


lunedì 22 febbraio 2021

I luoghi della lettura

 


Con l’avvento delle nuove tecnologie, che stanno sempre di più modificando le nostre esistenze, anche i luoghi fisici si avviano a scomparire soppiantati da quelli virtuali, così come i libri elettronici (ahimè!) stanno prendendo il posto di quelli cartacei. Premesso che ognuno di noi dedica alla lettura tempi e metodi diversi - a seconda dell’importanza che si dà a quest’attività dello spirito - io penso che il luogo in cui si legge sia importante quanto il libro stesso. Credo che esista una sorta di relazione amorosa indivisibile che si stabilisce tra il lettore, il libro e l’ambiente circostante, tale da risultare indispensabile per godere della lettura nel migliore dei modi. Italo Calvino raccomandava al lettore, per leggere al meglio un libro, di estraniarsi completamente dall’esterno e lasciare “che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto”. Io credo, invece, che non bisogna chiudere del tutto la porta al mondo circostante e che lo stesso debba entrare, in qualche maniera, nella coscienza di chi legge. Certo, se proprio non puoi fare a meno di leggere pur trovandoti in un posto rumoroso e molesto, è bene che ti estrani da quella sfavorevole situazione (se ci riesci); altra cosa, invece, è leggere in un ambiente favorevole ed idilliaco: allora, è meglio che quel mondo non “sfumi nell’indistinto” ma diventi esso stesso parte di quella lettura.

Sappiamo bene che i lettori più voraci non pongono limiti né di tempi né di luoghi: leggono sempre, in ogni spazio e nei posti più strani ed imprevisti e anche nelle condizioni più estreme. Per loro, ogni momento della giornata è buono per sfogliare un libro che portano sempre con sé. Io non ci riesco, lo ammetto. Incontro serie difficoltà nel leggere in certi posti e a certe condizioni. Sono più intransigente perché devo creare quella giusta atmosfera che si realizza attraverso la perfetta sintonia tra il libro, lo spazio in cui mi trovo e il mio stato d’animo. E poi, devo dire che i miei tempi di lettura sono molto lenti perché mi capita di alzare gli occhi dalla pagina, di tanto in tanto, e pensare a quello che ho letto in quel preciso momento; oppure sento la necessità, a volte, di tornare indietro nelle pagine. E, dulcis in fundo, ho il vezzo di sottolineare con una matita: una parola, un pensiero che mi ha particolarmente entusiasmato, quasi a volerlo imprimere per sempre nella memoria. Diceva Seneca “…del molto che leggo, prendo sempre qualcosa”. Ed io prendo…anzi saccheggio con la mia matita. Si sa che un libro non può essere letto in una sola volta, se non in casi davvero rari. E allora può succedere che le sue pagine vengano lette in momenti diversi, in luoghi diversi, con uno stato d’animo diverso. La lettura diventa, allora, una sorta di puzzle letterario la cui narrazione solo apparentemente si porta a termine in maniera lineare. Infatti mi capita di rileggere dei libri in tempi e luoghi differenti e ogni volta ho come l’impressione di aver letto un libro nuovo, questo perché le variabili che influiscono sulla lettura cambiano di volta in volta.

Le mie migliori letture, quelle più appaganti e gradevoli, le faccio quando mi ritrovo da solo - la lettura, si sa, educa alla solitudine – magari in un luogo ameno all’aria aperta, al cospetto di un magnifico panorama. E mi riferisco, in particolare, ai momenti che trascorro nel mio paesino natale, il mio buen retiro, lontano dai rumori della città. Dicevo che ho l’abitudine di sollevare ogni tanto lo sguardo dal libro. Ebbene, fare questa pausa di riflessione mentre si ammira un uliveto, o si scorge in lontananza un antico borgo arroccato su una montagna o si sta seduti su una panchina di fronte al mare, senza bagnanti – bisogna ammetterlo - non è come trovarsi nella sala d’attesa di un medico o dal barbiere o in un vagone della metropolitana nell’ora di punta. Le impressioni e le reazioni che se ne ricavano sono opposte. E credo che non basti neanche starsene comodamente seduti sul divano di casa, se davvero si vuole quell’incontro d’amore che nasce tra le pagine scritte e il luogo che ti accoglie. Per quanto bella e ospitale sia la tua casa, espressione della tua identità e della tua filosofia di vita, dove puoi volgere lo sguardo quando senti il bisogno di allontanarti, per un momento, dalla pagina scritta? Sulla televisione che trasmette incessantemente, di là, il quotidiano teatrino della politica e dell’informazione? Sulla credenza di fronte che racchiude la cristalleria per gli ospiti? Su quegli anonimi e brutti palazzoni che si intravedono dalla finestra aperta, da cui entra forte e fastidioso il ruggito del traffico? Diciamocelo: manca quell’atmosfera di piacevole abbandono che fa la differenza. Manca quel segnale di bellezza naturale esterna, quei colori e quei profumi e quella storia di certi luoghi che hanno la straordinaria capacità di stimolare ed esaltare il piacere della lettura. Qualcuno dirà: e la libreria di casa, allora? Non è forse una vasta prateria colorata capace di raccogliere lo sguardo e con esso i pensieri e la fantasia di chi legge? Non è forse una magnifica cattedrale che contiene tutta la bellezza dell'universo? Si, in casa bisogna leggere all’ombra di una libreria che vigila su di noi, con i suoi libri grandi e piccoli, libri nuovi appena comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino dell’usato, libri con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la copertina bianca e con la copertina gialla, grigia, libri brutti e libri belli, in edizione economica e in edizione pregiata,  libri parcheggiati in bella confusione in doppia fila, accovacciati di piatto davanti agli altri e accatastati gli uni sopra gli altri, libri che devo ancora leggere e libri già letti ma che vorrei rileggere. Uno spettacolo bellissimo di fronte al quale la lettura non può che scorrere piacevole e diventare fonte di benessere.  E’ proprio vero: ci sono contesti in cui un libro – un buon libro - acquista un altro sapore, un altro significato e questo accade quando si rapporta con il luogo in cui lo si legge, luogo che diventa parte integrante della lettura. In tali circostanze le parole che scorrono sul libro sono, per il lettore, i colori sulla tavolozza per il pittore che dipinge un quadro en plein air.  


lunedì 8 febbraio 2021

Bordello facebook

 


Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno

Franco Arminio


lunedì 1 febbraio 2021

La mia isola che non c'è

 


Quando la città in cui vivi – con il suo traffico snervante, il suo frastuono, le sue inefficienze, il suo degrado…le sue follie – mette a dura prova la tua pazienza; quando gli strumenti digitali sempre più invasivi ed i mezzi di informazione di massa sempre più pressanti condizionano i tuoi pensieri; quando il continuo chiacchiericcio mediatico e politico ti assale e non ti dà scampo, con i suoi gridi d’allarme e le sue enfatiche notizie, ebbene allora – lo confesso - mi lascio prendere da un pensiero estremo: approdare come un naufrago su un’isola deserta, alla stregua di quegli antichi navigatori del passato che, dopo mesi e mesi di navigazione in alto mare, sbarcavano su terre lontane e disabitate. Proprio in tali circostanze di sconforto e frustrazione si affaccia alla mente quell’intimo desiderio di scappare dal presente, da ciò che vedo e da ciò che sento; e di allontanarmi dalle cose che fluttuano intorno a me come asteroidi, per cercare protezione e conforto in un “altrove” che possegga la virtù di sciogliere contrarietà e delusioni, disinganni e malinconie. Ecco, allora, che affiora l’isola come consolazione dell’anima. L’isola come metafora di libertà e distacco dalle miserie quotidiane, dove poter rimarginare le ferite prodotte dal disordine della modernità, dal caos metropolitano e dalle follie dell’uomo.

 Ma non ho né la forza di un Robinson Crusoe, né il coraggio di un David Thoreau.  E allora posso scappare solo su un’isola che non è di questo mondo: l’isola che non c’è, luogo di illusioni e di fantasie. Qui il rischio di essere inseguiti è praticamente inesistente e ci si può ritagliare un immenso territorio gratificante, lontano dall’omologazione e dai condizionamenti della società che ti rincorrono. Immagino di portarci poche cose essenziali: qualche libro… un cane… una capretta…tre galline… Vivere così, tra la terra, il cielo e il mare, in una casetta di pietra, con un piccolo camino e con tre sedie, come quelle descritte da Thoreau: “una per la solitudine, due per l’amicizia e tre per la compagnia”. Forse a me basterebbe solo quella per la solitudine: chi mai avrebbe voglia di raggiungermi in un posto simile per costruire un’amicizia o una compagnia? Finalmente giornate senza vedere gente per strada che scruta incessantemente un telefonino, senza macchine parcheggiate sui marciapiedi, in doppia e tripla fila, senza spazzatura e graffiti lungo le strade, senza orologi, senza televisori…senza crisi di governo in piena pandemia: giornate segnate soltanto dal sole che nasce e poi tramonta, dal vento che soffia e dalla pioggia che cade lentamente; giornate nelle quali indugiare totalmente immersi nel tempo che passa senza fretta, tanto da dimenticare la sua esistenza, il suo potere mercenario, i segni indelebili che lascia sulle persone e sulle cose. Qualcuno potrebbe dire che, la mia, è una filosofia di vita che coincide con la misantropia. A tal proposito, diceva Leopardi che  “i veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l'uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia”.

Ricordo che da piccolo, quando ancora vivevo nel mio paese nativo, amavo arrampicarmi sugli alberi e volteggiare di ramo in ramo, come una scimmia. La mia pianta preferita era un grande gelso - che svettava nella piazzetta del piccolo borgo – le cui ramificazioni, molto levigate, mi permettevano di fare delle acrobazie senza scorticarmi eccessivamente le mani. Era un gioco, il mio, ma anche un modo per isolarmi momentaneamente e guardare gli altri dall’alto verso il basso. Un po’ come quel bambino descritto da Calvino nel suo romanzo “ Il barone  rampante” il quale – rifugiandosi sulle piante – poteva affrancarsi da tutti i condizionamenti familiari. Oggi l’isola immaginaria ha preso il posto di quell’albero: vi approdo metaforicamente ogni qualvolta avverto la necessità di difendermi dall’enfasi e dalla tirannia dei mass media, diventati sempre più asfissianti e allarmistici. Mi rifugio lì per liberarmi dalle scemenze dei social, dal teatrino della politica e dell’informazione – entrambi abilmente orchestrati da giornalisti televisivi compiacenti – dalla pubblicità onnipresente che tortura la mente, dalla deriva delle mode, dall’inciviltà e dal malcostume imperanti, dal degrado della città. Penso a quell’isola che non c’è, per affrancarmi dagli imperativi del nostro tempo: produrre, comprare e consumare…e ingrossare quella montagna di rifiuti che sta per coprire e distruggere l’intero pianeta.


giovedì 21 gennaio 2021

La Sardegna: una terra "tanto vecchia e tanto lontana"

 


Giuseppe Dessi è un nome poco conosciuto al grande pubblico dei lettori nonostante sia da annoverare tra i grandi narratori del Novecento italiano. Credo, inoltre, che i suoi libri siano ormai quasi tutti “fuori catalogo” e non vengano più stampati. Chissà secondo quali perverse strategie commerciali, oggi, un editore può permettersi il lusso di rinunciare alle sue opere letterarie, vista la buona qualità della sua prosa. Una prosa chiara, suggestiva, poetica che si legge con piacere. Ho iniziato ad apprezzare questo autore leggendo, qualche tempo fa, quello che forse è considerato il suo romanzo più importante, con cui vinse nel 1972 il Premio Strega: Paese d’ombre. Dessì era nato a Villacidro, un grosso centro del sud della Sardegna, a cui rimase legato per tutta la vita e che fa da sfondo a tutte le sue opere. Questo piccolo mondo - metafora di una Sardegna arcaica e sotto certi aspetti defraudata - lo ritroviamo già nel suo primo romanzo “San Silvano”,  che segnerà il suo esordio narrativo. Lo scrittore sardo – così come spesso hanno fatto altri autori del passato – ha quasi sempre dato un nome di fantasia ai luoghi reali in cui collocava le vicende dei suoi romanzi, salvo poi spargere lungo il percorso narrativo tracce di un contesto facilmente identificabile, a lui noto e caro. Evidentemente, attraverso località non ben definite, Dessì preferiva non ingabbiare il lettore in rigide coordinate di riferimento che potessero in qualche maniera limitarne il racconto, lasciando così anche un ampio spazio di manovra alla sua appassionata immaginazione. Così facendo, il suo amato paese, Villacidro, diventa Norbio in “Paese d’ombre” per assumere poi il nome di San Silvano nell’omonimo romanzo. E ancora una volta devo ringraziare quei mercatini dell’usato se ho potuto sfogliare questo libro, rifiutato in modo ostinato da una certa “modernità” che rincorre spasmodicamente solo le novità. Anche le più mediocri. 

San Silvano è un racconto autobiografico costruito con frammenti di ricordi, un nostalgico atto d’amore nei confronti del paese dell’infanzia; è la trasposizione nella scrittura degli affetti familiari dell’autore, delle sue memorie giovanili, del suo amore struggente per una terra “tanto vecchia e tanto lontana”. Rappresenta, in estrema sintesi, una sorta di manifesto del suo essere orgogliosamente sardo. Qualsiasi paese, per chi ha la fortuna di averne uno, costituisce sempre un gioioso e sereno approdo nei momenti tristi e malinconici. Per Dessì, Villacidro era il suo buen retiro, la sua  “piccola patria”, capace di scatenare in lui sentimenti di forte passione ma anche di inevitabili contrasti. “Là sono diventato uomo – scriveva – là è la mia gente: case e tombe. Ma ciò che conta di più è che io, anche ora, se vado là, mi sento più forte, più intelligente, anzi onnisciente”. Sepolto nella memoria, San Silvano appare nei ricordi dello scrittore con i suoi ritmi lenti e con il suo silenzio, con le sue atmosfere serene e con i suoi ulivi enormi simili a pachidermi, chiusi nei campi cinti di muri a secco; e con quella tipica monotonia dei mesi estivi che rendeva immobile il paesaggio facendo quasi perdere la cognizione del tempo e degli avvenimenti. Un paese avvolto nella solitudine che sembrava essere la condizione persistente, l’ineludibile destino di ogni sardo. Eppure, Dessì si trovava a suo agio in quell’ambiente tagliato fuori dal mondo, aspro e selvaggio “come gli animali selvatici nel bosco e gli uccelli nell’aria”. Devo dire che San Silvano è un libro che ha una sua straordinaria forza evocatrice, capace di trasmettere nell’animo del lettore sensazioni e sentimenti, gli stessi provati dall’autore. E quel paese che scorgiamo tra le sue pagine, attraverso i ricordi del suo illustre figlio, ci appartiene perché diventa simbolicamente il nostro antico paese nativo, retaggio di un passato ormai perduto. 

Anna Dolfi, nella sua introduzione al libro (Oscar Mondadori – ediz. del 1980) ha scritto che San Silvano è il libro “più intensamente poetico, più struggentemente disperato, più appassionatamente lucido, coraggioso, patetico (nell’accezione antica, silenziosa di pathos), tra quelli scritti da Giuseppe Dessì”.


martedì 12 gennaio 2021

Senza memoria

 




Quando io andavo a scuola  – negli anni 60/70 del secolo scorso – i professori ci davano da studiare a memoria le poesie. Era un’imposizione che accettavo di malavoglia e quegli esercizi mnemonici  rappresentavano per me una dura fatica. Devo dire che sono rimaste piccole tracce di quelle reminiscenze scolastiche. Quei pochi versi che si sono salvati dall’oblio e che hanno attraversato con me il tempo e lo spazio stanno nascosti, come reperti archeologici, in qualche angolo remoto della mia mente. E’ come se la mia memoria, allora, si rifiutasse di prendere in carico le poesie e, di proposito, le relegasse immediatamente nel cassetto della dimenticanza.

“O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna”…: a distanza di tanti anni, di quella famosa poesia di Giovanni Pascoli riecheggia nella mia mente solo questo malinconico ritornello. Non ricordo altro. E poi c’è l’altro cavallo di battaglia, “San Martino” di Giosuè Carducci: mi è rimasto impresso soltanto l’inizio, come un mantra: “la nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar…”. Senza parlare, poi, di Giacomo Leopardi, il mio poeta preferito: il suo “Sabato del villaggio” è ridotto a poche parole: “La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole, col suo fascio dell’erba; e reca in mano un mazzolin di rose e viole…”. Povero me! E miglior fortuna non poteva avere il Sommo poeta con la “Divina Commedia”. Mi resta quell’incipit indimenticabile del primo canto dell’Inferno, da tutti conosciuto: “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita”. Potrei continuare ma mi fermo qui, sarebbe come roteare il coltello nella piaga. Invece non facevo fatica a memorizzare le formazioni di molte squadre di calcio (memoria che ho conservato), come per esempio quella della grande Inter di Herrera, all’epoca la mia squadra del cuore: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi…o addirittura quella del grande Torino…Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano...(me la ricordo tutta, ma ve la risparmio).

Se oggi mi ritrovo una cattiva memoria, se interi periodi della mia vita sono spariti, se non ricordo più nulla di un libro letto solo qualche mese fa, se a volte dimentico perfino dove ho parcheggiato la macchina, ebbene io credo che ciò sia anche la conseguenza di quell’ostilità che nutrivo nei confronti delle poesie da imparare a memoria. Osteggiando quell’esercizio letterario, apparentemente noioso, finivo per indebolire giorno dopo giorno la mia capacità di memorizzare. E così, ricordi lontani ma anche vicini, avvenimenti belli e brutti, momenti di felicità e momenti di tristezza, inezie ma anche cose rilevanti: tutto sembra cancellato per sempre, avvolto in una nebbia fittissima che non mi permette più di ricordare né le cose che avrei dovuto conservare per sempre, perché importanti, né  quelle da buttare via perché inutili.

Purtroppo viviamo un presente che non ci viene incontro, in quanto ci schiaccia con la sua mole di informazioni che ci piovono addosso e si affollano dentro di noi, tanto che nessuna mente umana potrebbe contenerle. Così, anziché ricordare, dimentichiamo. E buttiamo via notizie, letture, fatti, sensazioni, sentimenti, senza poter scegliere e conservare il buono dal cattivo. La memoria, per mantenerla in perfetta salute, va esercitata quotidianamente come un qualsiasi muscolo e non va ingolfata di cose inutili e insignificanti. E quindi per rinvigorirla, bisogna foraggiarla con continui esercizi giornalieri. Purtroppo, tutto intorno a noi sembra remare contro, tutto ci spinge a dimenticare e ci ammonisce che la memoria (soprattutto quella storica, che riguarda i fatti accaduti nel passato) non serve più a nulla, non è necessaria: ci sono i computer, c’è internet con le sue innumerevoli applicazioni, ci sono i telefonini, le agende elettroniche, gli archivi informatici che ci assistono, rimpiazzando quella parte di cervello a cui gli uomini, nel corso dei secoli, si sono affidati per ricordare. E’ la tecnica che ormai pensa e ricorda per noi. Nei secoli passati non era così. La memoria era la madre di tutte le scienze e le arti e veniva raffinata, coltivata, pungolata come la più rara delle capacità umane. Si insegnava addirittura l’arte della memoria. Monaci, scrittori, poeti, artisti, viaggiatori portavano e custodivano - racchiusi negli edifici della propria memoria - fatti e ricordi da tramandare oralmente alle generazioni future. Oggi la memoria dei padri non viene più trasmessa ai figli perché i primi sono vissuti in un mondo reale e i secondi, vivendo in un mondo virtuale, non hanno né orecchi per ascoltare né occhi per guardare.

Qualche anno fa, in una lettera a un suo nipote, Umberto Eco ebbe a scrivere: “Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “la vispa Teresa”. Lo confesso: da un po’ di tempo a questa parte ho ripreso quell’esercizio che odiavo fare durante gli anni scolastici: imparare a memoria delle poesie. Voi direte che è troppo tardi e che la mia memoria è già avvizzita ed ha perso tono e vivacità: sarà, ma io ci provo lo stesso. Certo, ho iniziato con le poesie di pochi versi: indebolita com’è - la mia memoria – di sicuro non potrebbe sostenere il primo canto dell’Inferno. Tuttavia, conto di avventurarmi in imprese più significative. L’altra sera mi sono addormentato con questi versi di Franco Marcoaldi: non li dimenticherò mai più.

Un tempo di notte cantavo

a voce alta per farmi coraggio –

abitudine persa da quando mi è chiaro

che sono qui di passaggio.


sabato 9 gennaio 2021

L'educazione sentimentale di un adolescente

 


Capita raramente di leggere un libro dai toni così delicati e poetici, velato di sottile malinconia che solo certi testi dal sapore antico sanno trasmettere al lettore: “Estate al lago” – questo il titolo - scritto da Alberto Vigevani, uno scrittore milanese poco noto al grande pubblico, che meriterebbe tutt’altra considerazione. Pubblicato oltre mezzo secolo fa, con una prosa che sotto certi aspetti intenerisce e commuove, il romanzo esplora il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di un quattordicenne, figlio di una ricca famiglia della borghesia milanese degli anni ’50. Giacomo, il protagonista, è un ragazzino dall’indole solitaria e scontrosa, incline alla “tristezza contemplativa”, timido ed impacciato, a volte indolente, al quale non dispiace stare da solo ad osservare e fantasticare. Alla compagnia chiassosa degli amici nei giardini della città in cui vive (la Milano industriale dei navigli tra paesaggi di nebbie e di palazzi grigi), preferisce i romanzi di Salgari e Verne e aspetta con viva trepidazione  l’estate, che per lui rappresenta una sorta di risveglio dal lungo letargo invernale, l’unico momento felice e spensierato della sua vita.

E quell’estate trascorsa sul lago (ci troviamo a Menaggio, sul lago di Como) alla soglia dei suoi 15 anni - un’età molto complicata in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti - così diversa da tutte le estati precedenti passate con la famiglia sempre in una località di mare, sarà vissuta dal protagonista non solo come una novità assoluta, ma anche come la sua ultima stagione da bambino, foriera  di stravolgimenti psico-fisici, che preludono alla maggiore età. Confusamente diviso tra l’amicizia per Andrew, un bambino gracile e malato più piccolo di lui,  e l’amore/attrazione per la bella e bionda madre del suo compagno di giochi, ci fa partecipi delle sue inquietudini, delle sue paure, dei suoi turbamenti adolescenziali.

Con questo romanzo, l’autore scruta l’età dell’innocenza in cui subentrano sentimenti nuovi, mai sperimentati prima, come l’amicizia, la seduzione e l’amore: ma sono sentimenti ancora incerti, nebulosi, sfumati, senza contorni precisi, tipici di quell’età, che procurano sofferenze piuttosto che piaceri, dubbi anziché certezze. Sono impulsi appena sbozzati, stordimenti di un istante che a un ragazzo molto sensibile creano apprensione. Alberto Vigevani, attraverso la sua scrittura gradevole – davvero rara di questi tempi - ci racconta l’amore muto e platonico di un adolescente, costellato di silenzi e contemplazione, ci dipinge con maestria la storia di una struggente educazione sentimentale.


lunedì 4 gennaio 2021

Buongiorno tristezza


 


Quando Françoise Sagan pubblicò – a soli 19 anni – il suo romanzo di esordio “Bonjour tristesse” correva l’anno 1954 ed io avevo due anni. Il libro divenne subito un caso letterario con milioni di copie vendute in tutto il mondo, forse anche a seguito della censura disposta dalla Chiesa. Lo lessi verso i 18/20 anni, a cavallo del ’68. Da allora - erano gli anni della contestazione giovanile che il libro, sotto certi aspetti, anticipava – è passato mezzo secolo. A pensarci bene, oggi, mi vengono i brividi!

L’ho riletto con piacere in questi giorni di feste e di confinamento. E’ la stessa edizione del 1971 edita da Longanesi, meravigliosamente invecchiata e ingiallita, nella sua mitica veste de “i super pocket” al prezzo di 450 lire. Il libro se ne stava quasi nascosto su un ripiano della mia libreria, impilato tra “Le confessioni” di Rousseau e “La nausea” di Sartre; l’ho preso tra le mani con delicatezza, accarezzando con lo sguardo l'insolita copertina; mi è giunto immediato quel profumo vanigliato di carta antica che nessun supporto informatico può dare; l’ho aperto a caso, a pagina 27, dove ho letto queste parole sottolineate a matita: “Credo che la maggior parte dei miei piaceri di allora io li dovessi al danaro: il piacere di andare in macchina a gran velocità, di comprare dischi, fiori, libri. Non ho vergogna nemmeno ora di quei piaceri facili, d’altronde li chiamo facili soltanto perché ho sentito dire che lo erano. Rimpiangerei, rinnegherei più facilmente i miei dolori o le mie crisi mistiche. Il gusto del piacere, della felicità, rappresenta il solo lato coerente del mio carattere”. Sono le parole della voce narrante del romanzo, una ragazzina di 17 anni, Cecilia, che racconta in maniera semplice e diretta la sua voglia di vivere la sua vita spericolata, la sua voglia di libertà, la sua voglia di infrangere le regole e le convenzioni sociali. Una ragazzina che alla compagnia dei suoi coetanei preferiva gli amici di suo padre, suo complice, “uomini sui quarant’anni che mi parlavano con cortesia, teneramente, trattandomi con una dolcezza da padre e da amante”. Non si ha alcuna difficoltà nel collegare questa figura ribelle e “maledetta” alla scrittrice francese, icona del disordine esistenziale e dell’anticonformismo, la quale scandalizzò la società benpensante del suo tempo con il suo stile di vita sconsiderato e distruttivo e con i suoi amori trasgressivi.

Un vecchio libro si rilegge perché ha lasciato un segno indelebile nella nostra memoria; e forse si rilegge per ritornare indietro nel tempo, in quel tempo della spensieratezza giovanile e dell’imprudenza. E perché no: si rilegge per assaporare quel gusto agrodolce del tempo che passa in fretta e se ne va. E mentre noi lettori invecchiamo leggendo, i libri belli – tranne le copertine - non invecchiano mai. “Bonjour tristesse” è uno di quelli: un libro “scandaloso” dalla sensualità sfumata, che non cade mai nella volgarità come uno potrebbe pensare, velato di leggera malinconia. Un libro che non si dimentica.