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martedì 7 aprile 2026

Segnali di abbandono

 


Scrivo su questo blog da 13 anni, e tutto è nato per gioco: volevo vedere l’effetto che fa. Avevo l’abitudine di scrivere al computer le “recensioni” dei libri che leggevo, salvandole poi in un semplice file word: mi piaceva, ogni tanto, rileggerle per rinfrescarmi la memoria su questo o quel libro. Diciamo che ho trasformato quel mio iniziale esercizio di scrittura in un blog, con l’aggiunta di post attinenti altre tematiche. Devo dire però che non sono molto prolifico: pubblico 2/3 post al mese, molto al di sotto della frequenza media di pubblicazione che – secondo certi “esperti” del settore - dovrebbe essere di 2/3 a settimana. Ciò al fine di instaurare una quotidiana connessione con chi ti legge, e convincere Google ad inserire il tuo blog tra le prime pagine di ricerca. Ma io non ho di queste velleità e poi non ho seguaci, i “famigerati” follower, che aspettano ansiosi il mio ultimo post.

Scrivere è una cosa seria e impegnativa: ma non è il mio mestiere, lo ammetto. A volte mi sento addirittura inadeguato in questo ruolo, perché non sono nato con la penna in mano (come si suol dire), né ho l’impertinenza di affermare che non potrei vivere se non scrivessi, come mi capita di leggere in giro. Certo, la scrittura rappresenta un ottimo esercizio per l’anima e per la mente, sostiene la memoria e ti fa stare bene. Può essere un valido strumento di analisi e di ascolto che ti aiuta a riflettere. E se non mi esercitassi in questa maniera, credo che oggi sarei ridotto a scrivere solo la lista della spesa e i bollettini postali. Non bisogna però dimenticare che verba volant scripta manent, come dicevano gli antichi. E’ fondamentale, quindi, stare attenti a ciò che viene disseminato nella blogosfera, un mondo dominato dalle parole che sempre più spesso perdono di significato e di valore. Una volta scritte, diventano parole pubbliche che acquistano un peso, una vera responsabilità. E restano lì a disposizione per chissà quanto tempo. Un mondo - questo della rete - dove tutti trafficano con la scrittura in modo anonimo, dove si può scrivere qualsiasi cosa senza verificare la veridicità del contenuto, spacciando un vocabolario spesso ingannevole senza che ciò porti discredito alla dignità di chi scrive.

Cesare Pavese diceva che “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla”. E forse è questa la molla che spinge ad aprire un blog: scrivere, prima ancora che per un piacere personale, per un inconfessabile desiderio di vedere qualcuno che ti legge. A dir la verità, quando scrivo un post non ambisco a tanto, o meglio non mi illudo di parlare a una folla. Immagino, sempre, di parlare da solo, anche se, da qualche parte, ci sono quelle tre/quattro persone che si ostinano a leggermi (ringrazio di cuore) e a lasciare qualche commento pur non avendo il sottoscritto meriti particolari.

Ho letto che nel mondo, secondo le statistiche, esistono oltre 400 milioni di blog (circa 2 milioni solo in Italia) e ogni giorno vengono pubblicati su WordPress circa 70 milioni di post. Numeri pazzeschi che fanno capire quanto spietata sia la concorrenza. D’altra parte le visualizzazioni di un blog sono legate spesso a quel noto principio: “do ut des”. E io do davvero poco alla blogosfera perché non sono presente sui social, non ho cellulari e quindi posso utilizzare solo il computer, seguo pochissimi blog, non resisto in Internet più di mezz’ora. E non sempre lascio commenti al blog visitato. Ma anche il commento deve avere una sua dignità, al pari del post. Certo, ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ma ha un senso fare un post scrivendo che oggi piove e non mi va di uscire, e ricevere il commento di uno che afferma che anche dalle sue parti il tempo è inclemente? E poi ancora un altro che magnifica, invece, il bel tempo? Post e commenti di questo tono possono accrescere il numero degli articoli pubblicati e fare adepti aumentando le visualizzazioni, ma di certo non arricchiscono uno strumento on line nato con l’intento di pubblicare altri contenuti.

Durante i primi tempi - forse infervorato dalla novità ed esaltato dall’idea che ci potesse essere qualcuno interessato ai miei scritti, che non aspettasse altro che un mio post giornaliero - davo più spazio al mio narcisismo (sentimento questo che gioca un ruolo fondamentale nella blogosfera), e mi impegnavo molto di più: e i post crescevano e si susseguivano uno dietro l’altro, in tempi brevi. Pensavo – come forse pensano un po' tutti - che il successo di un blog dipendesse esclusivamente dall’ultimo post pubblicato, e non già dai precedenti che, secondo una consolidata credenza, pare non contino più nulla, non siano più leggibili, come se non esistessero. E’ raro, infatti, che un visitatore lasci un commento su un vecchio post, come avviene, invece, per l’ultimo nato. Io credo che un post scritto bene e con impegno negli anni passati - se non riguarda la stretta attualità - è sempre attuale per chi non l’ha letto. Per quanto mi riguarda (con tutto il rispetto per gli altri blogger che fanno altre scelte), è difficile che io scriva un articolo sulle scemenze che dice l’on. caio o sulle frottole che racconta l’on. sempronio, o su questo o quel delitto familiare di cui parlano largamente i media. I fatti di cronaca nera, gialla e rosa e il teatrino della politica trovano poco spazio sul mio blog. Per queste tematiche ci sono in giro giornalisti e persone molto più autorevoli e informate di me anche in rete, e non vedo quindi perché uno dovrebbe leggere la mia opinione per farsi un’idea su un determinato argomento, spesso inflazionato. Il blog, diciamocelo, non è un giornale che deve riportare le ultime notizie – che poi in certi periodi di vacche magre sono le stesse del giorno prima e del giorno prima ancora – ma una sorta di diario emotivo condiviso in cui specchiarsi, un raccoglitore di idee, di sentimenti, di sensazioni, di esperienze, di letture, di spunti di riflessioni che non hanno una scadenza e non sono legati al fatto del giorno. E allora, quando proprio non sappiamo che scrivere, meglio riproporre qualche vecchio post, che magari ha già avuto un discreto successo di lettori, di visualizzazioni e di commenti. E’ come riascoltare una vecchia canzone, è come rileggere una poesia o una pagina di un bel libro. Senza ingolfare la rete di testi inutili e noiosi.

E’ pur vero che quando certe attività diventano abitudinarie si crea – a volte senza accorgersene - una insolita dipendenza. Sorge allora spontanea la domanda: ma se questo consolidato legame venisse interrotto improvvisamente e si decidesse di dire basta, quale reazione emotiva produrrebbe? Nella fattispecie, se domani decidessi di uscire dalla rete e non scrivere più su questo blog, cosa mi verrebbe a mancare? E, soprattutto, potrebbero mai sentire la mia mancanza quei pochi e affezionati lettori che fino a questo momento hanno avuto la costanza di seguirmi e di leggermi? Ora, senza voler apparire irriguardoso, la risposta a questi interrogativi è molto semplice: io non ne soffrirei più di tanto, forse mi sentirei quasi liberato da questo impegno. E loro, “i miei lettori”, tutt’al più si domanderebbero, non vedendomi apparire con l’ultimo post: chissà che fine ha fatto quel “luddista” che metteva in discussione la tecnologia e aspirava a vivere in un eremo, con un cane, due galline e una capretta. E senza smartphone. Sarà forse morto?... purtroppo succede anche questo in rete. Ha cambiato finalmente vita? Si è stufato del blog?

In fondo, miei cari amici vicini e lontani, la nostra presenza qui in rete vale, né più né meno, quanto la nostra assenza. “Ciò che scriviamo - ebbe a dire una volta il filosofo Andrea Emo, un nobiluomo veneto che discendeva dai dogi e passò la sua vita in ombra e in solitudine - è una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”.


mercoledì 18 marzo 2026

Il dolore del ritorno

 


Arriva un momento della vita - che coincide quasi sempre con la “vecchiaia” - in cui senti forte il bisogno di tornare con il pensiero al tempo e al luogo dove tutto è iniziato. E’ come  percepire un piacere velato  di malinconia che ti fa andare a ritroso e ti fa rivedere la tua vita, ritrovare quel che sai ineluttabilmente perduto: l’infanzia, le persone care che non ci sono più, il paese natio come l’avevi conosciuto. E' la nostalgia, il “dolore del ritorno”, quel sentimento agrodolce che ti offre gioia e tristezza nel ricordo, e si pone come un ponte emotivo tra il passato e il presente. Un sentimento nobile - se non pretende di erigere il passato a modello di vita - che fa da contrasto alla frenesia e all’omologazione contemporanea. “Quando ti viene nostalgia – scrive Erri De Luca – non è mancanza. E’ presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti”.

Non posso volgere le spalle alla nostalgia. Devo sempre fare i conti con lei, è un mio tratto identitario e caratteriale, appartiene al mio vissuto: è come se me la portassi dietro da sempre come una seconda pelle. E’ un delicato esercizio della mente che evoca la vita vissuta, la nostalgia.

Devo poi dire che non mi considero “cittadino del mondo”, un ideale cosmopolita che non mi appartiene; appartengo, invece, a un piccolo mondo, che è quel microcosmo fisico ed emotivo che io chiamo “casa” ma anche “paese”, che ha una sua dimensione contenuta, a misura d’uomo, contrapposta alla vastità alienante del paese globale. Preferisco la profondità di un  piccolo mondo fatto di abitudini, punti identitari, tradizioni, limiti, ricordi, alla vastità di un mondo globalizzato e  massificato fatto di nonluoghi desacralizzati. Ciascuno di noi porta nel cuore, a volte con gioia e a volte con sofferenza, il paese delle proprie origini. E più siamo immersi e disorientati in questo mondo globale e più sentiamo il bisogno di avere un luogo dell’anima che sentiamo nostro, originario, unico, che nessuno può sottrarci e che ci portiamo dentro: il paese dell’infanzia e della giovinezza.

Sono figlio del tempo e del luogo in cui sono nato: un piccolo paese del sud dove la fatica del vivere, in quei tempi, era pane quotidiano. E, nonostante i cambiamenti che si sono succeduti, sono ancora quello che un tempo sono stato. Non posso rinnegare il mio vissuto, fuggire dalle mie origini che mi hanno forgiato e mi inseguono, anche se dovessi portarle come un pesante fardello. “Siamo tutti inseguiti dalle nostre origini” diceva bene Cioran. E il modo migliore per sottrarre all’oblio il luogo e il tempo perduti è quello di coltivare il ricordo nel cuore, sublimando quella perdita ineluttabile in una compensazione spirituale. Per non perdersi nel mondo.


sabato 10 gennaio 2026

libri e dintorni

 


Rientrare a Roma dopo un lungo periodo trascorso al paese, nel Cilento, mi provoca quasi sempre un senso di malessere e di smarrimento dovuto al brusco passaggio dai ritmi lenti e rilassati della campagna a quelli caotici e frenetici della città. La chiamano “sindrome da rientro”.

E’ sera. Mi giungono da un televisore, acceso di là, voci e immagini del solito, sconsolante e avvilente teatrino serale dell’informazione: è la razione quotidiana di rimbambimento televisivo da cui nessuno può sfuggire. Inizio, allora, a girovagare con lo sguardo tra i miei libri, alla ricerca di qualcosa che possa addolcirmi la serata. E così come un devoto credente si rivolge con la preghiera alla misericordia dei santi del paradiso, al fine di ottenere una grazia, io mi affido a quei volumi che fanno capolino dai ripiani della mia libreria, ed alla forza immaginativa in essi racchiusa, affinché mi liberino da quelle irritanti facce televisive da talk show – e sempre le stesse - che discettano ossessivamente di guerre e di armi e di Trump e di politica e di tragedie familiari. Non pensiate che io sia insensibile a questi fatti! No. E' che il modo come gli stessi vengono raccontati è diventato insopportabile.

Mi ritrovo così  a leggiucchiare ora una pagina…ora una frase, a spizzicare belle parole di qua e di là traendone indicazioni e suggerimenti. Insomma inizio una sorta di caccia al tesoro fra i ripiani della mia libreria che contengono, in bella confusione: libri alti e libri bassi, libri nuovi appena comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino dell’usato, testi con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la copertina bianca e con la copertina verde…gialla…rossa, libri belli e libri brutti, in edizione economica e in edizione rilegata,  parcheggiati in doppia fila… accovacciati di piatto davanti agli altri… accatastati gli uni sopra gli altri… da una parte gli autori italiani e dall’altra quelli stranieri, sopra i libri d’arte e sotto quelli di storia, in alto i libri di filosofia e in basso quelli di poesia e poi i saggi, l’attualità…

Eccolo, “il Gattopardo”: l’ho letto più volte, sempre con rinnovato piacere. Sono dell’avviso che se ascoltiamo cento volte una canzone che ci piace, non possiamo non leggere, almeno due/tre volte, lo stesso libro che pure ci piace. Lo prendo, lo sfoglio, mi soffermo su qualche antica sottolineatura (ho questo strano vizio…), a riprova della bellezza del pensiero colta durante la mia prima lettura. Il mio sguardo si sofferma, poi, su quello che viene considerato un libro culto dagli alfieri dell’ecologia: “Walden o vita nei boschi”. Lo scrisse un americano ribelle e anticonformista nei primi anni dell’Ottocento che disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, David Thoreau. E per dimostrare che si poteva vivere un’esistenza in armonia con la natura, si costruì una capanna nel bosco dove visse per oltre due anni, lontano dal consorzio civile. Mi viene in mente “la famiglia nel bosco” che oggi spadroneggia in tutti programmi televisivi. Ma, allora, non c’era ancora la televisione con le sue vite in diretta, non c’erano gli assistenti sociali che vogliono insegnarti a vivere. Lo apro a caso, quel libro, e mi colpisce una frase che non avevo sottolineato, a conferma del fatto che un libro ha mille sfumature e per poterle afferrare tutte bisogna leggerlo almeno una seconda volta e in tempi diversi: “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”.

Ora prendo tra le mani quel grosso volume che si trova nello scomparto dei libri in attesa di essere letti: “Guerra e pace”; do una scorsa alla quarta di copertina e poi salto all’interno…leggo qualche riga…lo chiudo, lo giro e rigiro tra le mani come a volerlo soppesare: non è ancora giunto il suo momento, e mi domando perché. Ma non so trovare una risposta. Anche i libri hanno i loro tempi di lettura e non dobbiamo avere fretta. Mi lascio poi coinvolgere, ancora una volta, dal titolo di quel libro così stimolante che mi spinse, tempo fa, ad acquistarlo: “Quel che resta del giorno”. E’ proprio vero, se non conosciamo l’autore ci lasciamo lusingare da una bella copertina o da quelle poche allettanti parole che costituiscono il titolo. E sapeste, poi, la gioia che provo quando scorgo, sul ripiano in basso, quel piccolo saggio in formato tascabile di poco meno di settanta pagine, che non riuscivo più a trovare: “L’arte di tacere”, scritto da un abate francese nella seconda metà del Settecento, Joseph Antoine Dinouart. Eccolo scovato, finalmente! Con le sue piccole dimensioni sembrava quasi volersi nascondere, invece era stato praticamente schiacciato, a mò di sandwich, da due grossi volumi impilati ai suoi fianchi. Lo libero, lo sfoglio con piacere e vado diritto su quella frase che mi aveva colpito la prima volta che la lessi: “si deve smettere di tacere solo quando si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio”. Chissà cosa avrebbero da dire al riguardo i tanti personaggi logorroici che imperversano nei salotti televisivi!

Tiro poi fuori un libro dalle pagine ingiallite di cui me n’ero proprio dimenticato: “Tra un mese, tra un anno” di Francoise Sagan. Mi riporta indietro nel tempo, agli anni della mia giovinezza: credo di averlo letto ai tempi del liceo. Lo guardo con dolce malinconia; lo annuso: sprigiona quell’inconfondibile profumo tipico dei libri invecchiati, un misto di vaniglia, mandorla e cannella. Un vero piacere olfattivo per chi ama ancora i libri cartacei. Ma anche un piacere tangibile che nasce sia dal toccare e dallo sfogliare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, che dal sottolineare con una matita un pensiero che ci piace. Pare che con l’avvento del digitale i libri cartacei siano destinati a sparire. La cosa non mi preoccupa affatto perché mi bastano questi libri “vecchia maniera” allineati sugli scaffali, comprati in tempi non sospetti, libri che mi permetteranno di trascorrere gli anni a venire in piacevole e dolce compagnia.

Lascio questi pensieri per riprendere la mia esplorazione tattile  e visiva tra i ripiani della libreria. Quanti bei titoli evocativi vedo davanti a me: “La montagna incantata”…”Se una notte d’inverno un viaggiatore”…”L’insostenibile leggerezza dell’essere”…”Il deserto dei tartari”…”Viaggio al termine della notte”…”Il piccolo principe”…”Il nome della rosa”. Libri che rimandano a ricordi e risvegliano sensazioni profonde, che offrono mondi alternativi e aprono scenari straordinari. Ma eccolo, un po’ dietro, quasi nascosto, quel classico della letteratura, “Cent’anni di solitudine” un libro che descrive una delle mie sconfitte letterarie; ho cominciato a leggerlo, devo dire con fatica, poi l’ho abbandonato, quindi l’ho ripreso di nuovo, tempo fa: niente da fare, non sono riuscito a portarlo a termine. Lo guardo sconsolato, un titolo così bello e suggestivo, lo sfoglio di nuovo quasi a voler cercare tra quelle pagine i segni di una improbabile giustificazione. Lo ripongo di nuovo al suo posto. E subito dopo mi intrattengo con un testo diverso a cui sono molto affezionato e che, meglio degli altri, si presta ad essere letto anche aprendolo a caso: “Lettere a Lucilio”. Il grande filosofo romano Seneca così scriveva, nella lettera n. 2, a quel suo amico di Pompei: “…leggi sempre i migliori autori e, se talvolta vuoi passare ad altri, torna poi ai primi. Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per sopportare la povertà e per affrontare la morte e tutte le altre sventure umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”


giovedì 27 novembre 2025

Campane a festa

 


Le campane hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare, carico di significati. Ho sempre amato quei rintocchi che parlano una lingua universale e hanno la capacità di chiamare a raccolta la gente nella gioia e nel dolore.

I primi ricordi significativi che ho sono legati al periodo della mia infanzia, quando le campane erano ancora una presenza familiare nel cuore della società rurale e contadina del paese in cui vivevo. I rintocchi provenivano dalla chiesa di San Nicola di Bari, non lontana dalla nostra casa, sul cui campanile in pietra svettavano – e tutt’ora svettano - due enormi campane. Devo dire che, allora, ne ero completamente affascinato. Ricordo ancora che quando la maestra delle scuole elementari ci invitava a fare un disegno, sul mio quaderno le campane non mancavano mai. Mi trasmettevano gioia. Ed ero felice di disegnarle. Le campane non diffondevano solo un suono, ma erano una voce amica riconosciuta da tutti, che avvisava i contadini nei campi che era l’ora di fermarsi un momento per consumare il pasto all’ombra di una quercia, o che era giunta l’ora di tornare nelle proprie abitazioni per il meritato riposo serale.

Le campane, simbolo della cristianità, celebravano anche le tappe civili più importanti della vita comunitaria, eventi lieti e luttuosi dalla nascita alla morte e  sancivano lo scorrere del tempo. Suonavano “a morto”, per annunciare la scomparsa di una persona del paese, e dal numero dei rintocchi si poteva intuire se si trattava di un uomo o di una donna. Era un suono lento e malinconico che faceva pensare alla precarietà dell’esistenza. Suonavano “a martello” nei casi di pericolo, una sequenza di rintocchi rapidi e insistenti che comunicavano emergenza.  E suonavano “a festa” nelle ricorrenze religiose: un suono a distesa, dal ritmo gioioso e vivace, pieno e vibrante che invitava ai festeggiamenti. Ricordo che mio nonno, ogni volta che sentiva le campane, si toglieva il cappello con deferenza e si faceva il segno della croce. Un gesto di devozione, di ringraziamento. Era una sorta di balsamo per la sua anima. Un modo per fermarsi un istante a riflettere con serenità.

Oggi nessuno fa più caso al suono di una campana, sempreché si possa ancora sentire nel frastuono delle città in cui viviamo. Alle nuove generazioni è del tutto estraneo quel fascino mistico che poteva suscitava un tempo. Il rumore, l’insensibilità, l’indifferenza, le mille distrazioni che abbiamo intorno, le variate condizioni di vita non più legate ai cicli naturali, hanno ridotto quei rintocchi a suoni privi di significato, facendo perdere alle campane quella funzione religiosa, sociale e culturale che aveva nel passato.

Ma la cosa che più mi rattrista è che in molti paesi le campane - con le loro storie secolari - stanno scomparendo, o meglio non vengono più suonate perché mancano i campanari, sostituite da registrazioni e sistemi automatizzati che simulano i rintocchi tradizionali. “Ma che fine ha fatto oggi questo oggetto così amato e popolare? – si chiede Enzo Bianchi – Povere campane: da linguaggio comune, da strumento di comunicazione eccezionale, da “difensori civici”, quando non sono scomparse del tutto o ridotte al silenzio, vengono trascinate sul banco degli imputati per inquinamento acustico”.


lunedì 17 novembre 2025

Il sapore della castagna

 

Mi sono imbattuto in questo articolo di Marcello Veneziani – carico di piacevoli ricordi - pubblicato sul suo blog. Devo dire che mi ci ritrovo e, pertanto, lo ripropongo qui di seguito. E'  "la dolcezza del tempo perduto".

Il sapore della castagna

di Marcello Veneziani

17 Novembre 2025

Il passato, alle volte, si nasconde dentro il guscio di una castagna. Tornando al paese d’origine, ho visto fiammeggiare al porto un’improvvisata fornace che arrostiva castagne. Mi sono avvicinato con l’avidità di un bambino e ho chiesto un “coppo” (un cartoccio) di caldarroste: me le ha incartate in un giornale, costavano solo un euro, contro i cinque, dieci delle grandi città, dove te le confezionano però in due appositi vani, quello dei frutti e quello per le bucce. Ma in paese è tutto più primitivo e naïve. Erano piccole quelle castagne, non come i marroni delle grandi città, non facevano bella figura; ma avevano il sapore e il profumo verace di un tempo, qualcosa che non ricordavo più da decenni.

Il sapore di una castagna è la versione campestre della madeleine di Marcel Proust: riattiva i ricordi e riannoda i lacci della memoria. Da una piccola porta si accede a un immenso passato.

Un mondo, a lungo dimenticato, si è riaperto d’improvviso mentre sbucciavo le castagne bollenti, inalavo odori di un tempo e addentavo le annerite e indorate delizie. Un’isola d’infanzia in mezzo al mare della senilità.

Ho rivisto allora, morso dopo morso, i banchi di legno grezzo dei primi giorni di scuola, in prima elementare, con i calamai e le sedioline incorporate, piccole e dure. E i nostri grembiuli, col fiocco azzurro e il colletto bianco, ho sentito l’odore del gesso che stride sulla lavagna e ho rivisto il cassino, di cui avevo scordato l’aspetto e pure il nome. La prima poesia che imparammo a memoria nei primi giorni di scuola era dedicata proprio alla castagna, regina dell’autunno. “Cotta, bruciata e ballotta, attenti che scotta”, l’insidia del riccio che la ricopre, il gusto del frutto, la gravidanza del castagnaccio. Fu lei, la castagna, a iniziarci alla poesia, fu il primitivo rudimento di letteratura. Era autunno, e il libro di lettura seguiva in quel tempo il corso naturale delle stagioni.

Poi dopo la scuola tornavo a casa, era pomeriggio e scendeva il buio vespertino, calavano le prime umidità autunnali, e i primi freddi. Era un po’ triste la strada di casa a quell’ora d’autunno, soprattutto quando era bagnata di pioggerelle recenti. Ma quando rientravo a casa c’era aria di festa e calore di vita: i miei avevano tirato fuori quel tegame nero coi buchi, che aveva ai miei occhi un aspetto giocoso, con cui si arrostivano le castagne. La fiamma le abbronzava e si sentiva nell’aria un odore misto a bruciato. Per essere ammesse in padella le castagne erano segnate da una croce che ne spaccava la buccia; mi raccomando il taglio, dicevano, altrimenti scoppiano. Quella breccia nel guscio sarebbe poi diventato l’appiglio per sbucciarle, appena tolte dal fuoco con le dita scottate; l’impazienza di sbucciarle e mangiarle superava il timore di ustionarsi. Alle castagne arrostite, non so perché, ci pensava mio padre, di solito inoperoso in cucina; quando invece le castagne erano bollite in pentola, sia nella versione sbucciata e guarnita col lauro (l’alloro), sia nella versione integrale, non spogliata, era compito di mia madre. Le castagne ne uscivano di tutti i colori: giallo-nere se arrostite, grigio-rosse se bollite senza buccia, bianco-avorio se preservate ancora nella loro buccia marrone. Erano i grandi, prometeici, a tirare le castagne dal fuoco.

Il tempo delle castagne è per me associato a una piccola preistoria domestica, ancora priva di televisore e di altre comodità moderne: da qui l’associazione di idee tra le castagne e il tempo perduto. In alcune case le castagne arrostivano sui bracieri ed erano perciò associate ai primi freddi nell’era antica, che precede i termosifoni e perfino le stufe.

In quel tempo, così come oggi, amavo l’estate con tutta l’anima e il corpo, mi riempiva gli occhi di vita e m’intristiva l’autunno, le giornate più corte e non più vissute all’aperto, i pomeriggi a casa, tra i compiti, i giochi e la tristezza del clima, il mese dei morti e dei vestiti pesanti. L’unica vera, scoppiettante gioia domestica di quella ritirata autunnale erano le castagne sul fuoco; erano la consolazione della stagione. Si creava un’atmosfera speciale in quei momenti e in quella catena di smontaggio famigliare nel passaggio delle castagne dalla padella alle mani bambine e dalle mani alla bocca golosa. Vita semplice, di poche pretese, addolcita da piccole delizie della natura.

Associo quei momenti pomeridiani delle castagne al cerchio di luce disegnato da un abat-jour, circondato dall’ombra della stanza e dall’imbrunire che s’intravedeva dal balcone e dalle finestre. La castagna era un fuori programma, non la mangiavi a pranzo, a cena, a colazione, ma fuori dai pasti; era una piccola festa, una dolce pausa offerta dalla natura, un frutto temprato dal fuoco.

La castagna mi pareva la metafora cristiana della vita: appena raccolta è respingente e può pungerti, ma se riesci a togliere il riccio accedi al frutto, passando però da altre due bucce: quella più dura, color mogano lucido, come un vestito e poi la vestaglia più esile, come una maglieria intima che copre il corpo nudo della castagna. Solo dopo aver sbucciato i tre strati accedi al frutto; sarà il fuoco a renderlo maturo per i nostri appetiti. Nulla ti è dato in natura senza la fatica di raccogliere, di sgusciare senza ferirti e poi sbucciare. Non so se già esiste la castagna ogm, o se l’Intelligenza Artificiale produrrà la Castagna Artificiale. Ma nella castagna vedo occhieggiare la natura e la favola, il mondo arcaico e l’infanzia perduta e ritrovata per poco.

(Panorama n.47)


venerdì 7 novembre 2025

La dolcezza del tempo perduto

 



Quando penso al passato – al mio passato vissuto in un piccolo paese del sud – il sentimento che prevale in me è una profonda dolcezza per quel mondo scomparso e per quelle persone care che non ci sono più. Naturalmente, con questo, non voglio rimpiangere quel tempo che a volte era anche molto duro e oggi sarebbe insostenibile.

Era un universo, quello in cui ho vissuto la mia infanzia e poi la mia adolescenza, che aveva una sua dimensione comunitaria, umana, che privilegiava i legami forti e esercitava la solidarietà, un universo fatto di cose semplici ed essenziali, di contadini e … di nonni. Ma era anche un universo fatto di fatiche e di sacrifici, di arretratezze economiche e sociali e di brutture dalle quali si avvertiva forte il desiderio di evadere. Un microcosmo che, in qualche maniera, ti proteggeva in un caldo abbraccio e non ti faceva sentire mai solo, rispetto al mondo globalizzato di oggi che ha sostituito le interazioni reali con quelle mediate dagli strumenti tecnologici.

Non era un mondo racchiuso in uno smartphone, quel mondo. Esisteva una comunità con i suoi riti; esisteva il paese con i suoi silenzi e i suoi rumori, come quel ritmo scandito dal martello di un fabbro sull’incudine: “il suono più esaltante che si possa sentire” ebbe a dire una grande scrittrice del passato. C’erano i vecchi e i bambini: tanti vecchi e tanti bambini; c’erano i cugini, i nonni che vivevano – senza badante - nella stessa casa e poi i vicini che entravano e uscivano dalle porte di casa sempre aperte; c’era quell’aria salubre che io riconoscevo dall’odore di erba fresca appena tagliata. E devo dire che c’era sempre un velo di malinconia nei brevi momenti di felicità. Una felicità allo stato puro. Ma non era il paradiso sulla terra, quel passato. No! Era un mondo povero, difficile di cui non ho nostalgia. Eppure, quando penso al tempo che scorre, io penso a quel tempo che sembrava eterno e immutabile.

Perché ne scrivo? Perché mi piace ritornare con la mente a quegli anni lontani? Semplicemente perché il ricordo mi fa stare bene. Mi infonde serenità. Mi restituisce le radici, l’infanzia, la spensieratezza di un’età. Mi riporta nel luogo dove tutto è cominciato. Mi fa ritrovare il volto delle persone care che non ci sono più. Mi aiuta a non perdere la sensibilità e a recuperare il senso antico di una stagione della vita che non può più ritornare. Conservare la memoria è come costruire un ponte ideale tra passato e presente, necessario per poter affrontare il futuro.


lunedì 22 settembre 2025

Com'è bello perdere tempo!

 


Nel film “Maccheroni” diretto da Ettore Scola e girato a Napoli negli anni ‘80, il protagonista, Marcello Mastroianni, passeggia per le vie della città partenopea in piacevole compagnia con Jack Lemmon. A un certo punto Mastroianni, con accento napoletano dice al suo amico: “comm’è bello perdere ‘o tiempo!”. Ora mi viene da pensare che in un mondo dominato dall’efficienza, dalla velocità e dalla fretta, da assillanti messaggi mediatici che ci invitano a produrre e a consumare e a fare e a non fermarsi mai e a non sprecare il tempo perché “il tempo è denaro”, non esiste frase più rivoluzionaria, liberatoria e sovversiva di questa: com’è bello perdere tempo.

Io sono un estimatore del “perdere tempo”, che è una cosa ben diversa da “sprecare il tempo”. Mi piace tenermi occupato senza fare nulla. Basta una finestra, magari affacciata su un bel panorama, ma anche il finestrino di un treno in corsa o una panchina in una piazzetta di un antico borgo dove il silenzio è rotto solo dall’acqua che zampilla da una fontanella: e il piacere è assicurato. Passeggiare, meditare, pensare, contemplare la natura, coltivare l’arte della conversazione e del dolce far niente, stare seduti accanto al focolare d’inverno, ascoltare Mozart con gli occhi chiusi, sono tra le attività più piacevoli e nobili che un essere umano possa desiderare. Hanno un potere curativo. E creativo. Ritagliarsi un angolo di tempo tutto per sé, un momento di riflessione e di tranquillità lontano dalle folle e dagli impegni: è, questo, il tempo dell’ozio che non è il tempo nevrotico del mondo che ruota intorno ma quello del proprio mondo interiore. Nel passeggiare, nel bighellonare si può trovare l’anima dell’ozioso. Chi passeggia – da solo o in compagnia ( ma senza cellulare) - lo fa per piacere, contempla senza disturbare ed essere disturbato, non ha fretta, non ha impegni, è felice di stare in compagnia dei propri pensieri. Indugiando, osservando, pensando. E’ libero. Il mondo, per lui, smette di esistere. Un grande passeggiatore solitario era Beethoven il quale elaborava mentalmente le sue meravigliose sinfonie durante i suoi vagabondaggi.

Oziare significa essere affrancati da convenzioni, opportunità, desideri, competizioni, regole; significa allontanarsi dagli affanni quotidiani e ritrovare quel senso fanciullesco di meraviglia e di piacere di fronte alle piccole gioie della vita; significa sottrarsi a quella ricorrente sensazione di sentirsi vittima della società dei consumi; significa non dare ascolto ai cultori della velocità e agli “ottimizzatori del tempo” ossessionati dal loro iperattivismo produttivo senza limiti. L’ozio e la lentezza sono condizioni esistenziali necessarie e irrinunciabili, che andrebbero elevate ad arte, in opposizione alla fretta, all’efficientismo a tutti i costi ed alla crescita produttiva illimitata, proprio per ristabilire quei ritmi naturali perduti e ritrovare le giuste pause quotidiane.

Bertrand Russel, in un suo famoso saggio che si intitola “Elogio dell’ozio”, sosteneva che l’umanità non si sarebbe mai sollevata dalla barbarie senza una classe sociale oziosa. Queste persone oziose, a fronte di una vasta classe di lavoratori, godevano di immensi vantaggi economici e sociali, ma di scarse simpatie perché non lavoravano come gli altri. Tuttavia – sosteneva Russell – contribuirono in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civiltà. Furono loro, gli oziosi, che coltivarono le arti, scrissero libri, raffinarono i rapporti sociali. E’ come dire che dall’ozio scaturisce tutta la bellezza dell’esistenza.


giovedì 31 luglio 2025

L'immenso edificio del ricordo

 


Ritornare nel “natio borgo selvaggio” - da cui forse non mi sono mai allontanato – è un rito irrinunciabile che ripeto ogni estate. E’ il luogo dell’infanzia e dell’adolescenza dove la “dolente bellezza” (prendo a prestito questa suggestiva espressione di Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”) non si manifesta esplicitamente in opere d’arte, in fontane seicentesche e statue barocche, ma la si scopre in certi angoli appartati, ben nascosta ad un osservatore frettoloso, in certi panorami al tramonto, in certi scorci naturali avvolti nella calura estiva, dove il silenzio è rotto solo dal canto incessante delle cicale.

Ogni piccola cosa degna di essere osservata bisogna scovarla, in un paese, e prendersene cura affinché resista nel tempo; ogni ricordo va nutrito, coltivato, affinché si rinnovi quell’  intesa di fiducia e fedeltà alle proprie radici, quel senso di appartenenza su cui si fonda l’identità di una persona. E’ la casa in cui sei nato; è la strada in cui hai giocato a pallone; è quell’albero di gelso su cui ti sei arrampicato scorticandoti le ginocchia; sono le case abbandonate, un tempo abitate da persone del posto che tu conoscevi; è il dialetto che hai parlato come la sola lingua conosciuta; è il cimitero dove sono sepolti i tuoi cari; è quel viottolo di campagna percorso in groppa all’asino del nonno; è il rintocco delle campane a festa che chiamava a raccolta una comunità che, oggi, non esiste più. Perché quel tempo non esiste più!

Immagini e sensazioni che ritornano alla mente. Cose semplici colorite di infinite illusioni che ti appaiono, adesso, come le scene di un teatro a spettacolo finito, mentre senti il tuo cuore stretto da un’ indicibile malinconia. La malinconia degli anni che passano e delle stagioni della vita che si succedono, “del tacito infinito andar del tempo” .

E mentre te ne stai in silenzio su quel terrazzino della casa avita che osserva il mare in lontananza, riemerge - come un temporale improvviso che ti coglie alla sprovvista e ti bagna – il ricordo di ciò che sei stato. E ti domandi cosa è rimasto in te del tuo paese nativo, della vita di prima, quando non sapevi come sarebbe stato il tuo futuro e il solo immaginarlo ti faceva stare male, perché capivi che il futuro non poteva essere lì. E ti domandi ancora cosa è rimasto di quella antica civiltà contadina esiliata dalla storia e con una concezione del tempo del tutto diversa, dove i giorni, i mesi, gli anni si succedevano monotoni senza che nulla cambiasse.

A volte si è costretti a spezzare gli antichi legami e partire. Ma poi arriva il momento del ritorno. E ritornare nel luogo in cui tutto è cominciato significa compiere una sorta di cammino a ritroso e guardare la realtà che ritrovi con occhi diversi. Ma niente è più come prima. Quella zona lontana che chiami passato non è altro che uno spazio d’oblio: eppure attende il momento per risorgere. Se ne sta nascosto in qualche anfratto, magari in un insospettabile oggetto, in un delicato profumo di madeleine. Perché – come scriveva Proust - “l’odore e il sapore permangono ancora a lungo come anime  a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo”.

 


domenica 18 maggio 2025

Certi luoghi...

 


…esercitano su di noi un forte richiamo, hanno un’anima, certi luoghi, che parla alla nostra anima;

ce li portiamo dentro senza saperlo, certi luoghi e, un bel giorno, si manifestano evidenziando quel legame profondo che con essi abbiamo deciso di intrattenere;



certi luoghi ci elevano verso una dimensione spirituale, forgiano la nostra vera identità, fortificano la nostra salute mentale, allontanano la tristezza, sono una promessa di felicità;

certi luoghi ci rendono migliori moralmente, esaltano i valori in cui crediamo, ci parlano di serenità, di equilibrio, di armonia e offrono l’espressione di quell’intima affinità che esiste tra ciò che vediamo e ciò che desideriamo essere;

certi luoghi custodiscono le note del silenzio, lo sguardo lento della gente, la gioia durevole delle piccole cose, il rumore dei nostri passi sul selciato in pietra;



certi luoghi - dove il tempo sembra essersi fermato - incoraggiano uno stile di vita alternativo, un nuovo modo di vedere le cose e di stare al mondo;

non ci fanno sentire mai soli, certi luoghi, e ci attraggono profondamente, a volte senza capirne la vera ragione; è come se proteggessero i nostri desideri, le nostre sensazioni, i nostri stati d’animo;



certi luoghi li percepiamo come un rifugio, sono cura dell’anima;

certi luoghi…


venerdì 21 febbraio 2025

Se telefonando...

 


Non ho un buon rapporto con il telefono: lo confesso. C’è ancora qualcuno che rimane sorpreso quando scopre che non ho il cellulare, una cosa rara di questi tempi. Quello che posso dire è che non mi serve, e poi mi causerebbe fastidio e imbarazzo, doverlo utilizzare in un luogo aperto. Però, non ho rinunciato al telefono fisso di casa: ma non rispondo quasi mai, quando squilla. Tanto nessuno mi cerca... A gestirlo, ci pensa mia moglie: lei ama tantissimo il telefono, non potrebbe vivere senza. Con il fisso o con il mobile, trascorre diverse ore della giornata in sua compagnia. Beata lei, io non la invidio affatto! E forse anche da qui nasce la mia idiosincrasia verso questo strumento, forse il più amato dall’umanità. Ma non da me. Se tutti fossero come il sottoscritto, oggi i gestori della telefonia sarebbero sull’orlo del fallimento. Tutti. Per fortuna non è così e il mondo va avanti.

Non esistono statistiche attendibili sull’argomento, ma io credo che da quando il cellulare ha fatto irruzione nella vita delle persone la quantità delle insulsaggini, dette e ascoltate, sia aumentata vertiginosamente. Un vantaggio comunque ce l’ha: si può parlare da soli, ad alta voce, e gesticolare furiosamente, ovunque, senza essere presi per matti.

Lo scrittore svedese Bjorn Larsson, in un suo delizioso libro che si intitola “Filosofia minima del pendolare” - l'ho letto in treno qualche giorno fa - ha scritto che alcuni studiosi del comportamento umano ritengono che le chiacchiere quotidiane degli esseri umani, al telefono o in altre circostanze, hanno la stessa funzione dello spulciarsi a vicenda delle scimmie, sarebbero cioè una sorta di collante che tiene insieme la società. Insomma, è l'evoluzione della specie umana.


venerdì 13 dicembre 2024

Io, il Natale e la "voluttuosa pigrizia del caminetto"

 


Un caminetto acceso, nelle serate invernali, ha sempre esercitato su di me un fascino straordinario. Una forte attrazione. E’ come ritornare alla mia infanzia, quando il focolare era il centro della vita domestica e offriva non solo calore ma anche serenità, rafforzando quello spirito familiare dello stare insieme. E’ come rivedere le persone care che non ci sono più. E’ riassaporare sensazioni e odori e sapori e ricordi preziosi che albergano, indelebili, nella mia memoria.

Il focolare acceso - prima ancora che una fonte di calore – è per me uno stato d’animo. Una filosofia di vita. E’ riscoprire le cose essenziali della vita. Simbolo di accoglienza e di tradizioni, è una sorgente di piacere che riscopro ogni qual volta mi ritrovo al paese nelle feste di fine anno. Mi piace stare accovacciato su una vecchia seggiola, godermi quella beatitudine nascosta tra le fiamme che scoppiettano e che sembrano gesticolare, parlandomi dell’anno che sta per finire e consigliandomi su quello che verrà. In un’epoca dominata dalla tecnologia sempre più invasiva, il focolare mi riporta alle origini e assurge quasi a simbolo di nume tutelare della casa. Una presenza sacrale che unisce e invoglia a raccontarsi. Ma anche una presenza silenziosa. Manca nella nostra società, nelle nostre case sempre più moderne e tecnologiche, un punto di riferimento così antico e familiare, oggi sostituito da strumenti digitali che annullano il silenzio, anche quando sono spenti, e illudono e allontanano le persone dalla realtà circostante. Andando con la mente alla mitologia greca, è come se Estia, la dea del focolare che vigilava sulla casa, venisse sostituita dal dio Prometeo, l’inventore della tecnica che aveva rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini.

Il Natale è alle porte ed io mi sono già rifugiato nella mia casetta nativa, nel Cilento. “Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade (mi vengono in mente i versi di una indimenticabile poesia di Ungaretti) lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata”. E aspettando che passi questa “tempesta” consumistica, fatta di luminarie e panettoni e regali e cenoni e confusione, me ne sto accanto al fuoco, a godermi le piccole gioie della vita, a dimenticare rimpianti e a stemperare  malinconie. “Qui non si sente altro che il caldo buono – faccio ancora miei i versi del poeta – sto con le quattro capriole di fumo del focolare”. Quanto sarebbe triste e fredda questa casetta se, dal suo tetto, non salisse il fumo del mio caminetto. Anche il paese sembrerebbe incompiuto, come un presepe senza pastori, se dai tetti delle case non svettassero i tanti fantasiosi comignoli che resistono al peso del tempo.

Accendere il fuoco è un rituale rilassante che mi concedo tutte le mattine, appena sveglio. Non potrei mai rinunciarvi. Uso come base di accensione dei fogli di giornale appallottolati, con dei legnetti molto secchi di facile combustione. Poi aggiungo, man mano che la fiamma aumenta, della legna più robusta proveniente dalla mia campagna: legna di quercia, di olmo o di ulivo, legna che sprigiona odori inconfondibili che sanno di terra e di natura. La mia abilità nell’officiare questa liturgia mattutina mi conforta. Mi dona serenità. Inondato dal riverbero della fiamma, osservo estasiato le faville che schizzano di qua e di là, simili a lucciole di antica memoria, che ridestano i miei ricordi infantili. Da bambino amavo sbucciare i mandarini e lanciare le scorze nel fuoco: mi piaceva tanto quel profumo che si sprigionava dai tizzoni ardenti e si diffondeva nell’aria, mentre aumentava all’improvviso la vampata. E quasi mi intimoriva quel suo “linguaggio” crepitante. “Quando il fuoco brontola – diceva la buon’anima di mia nonna - c’è qualcuno che ti pensa”. E chi mai poteva essere? Ecco allora che la mia fantasia cominciava a galoppare, per dare un nome a quella voce misteriosa che proveniva dal camino. Un gioco a cui non rinunciavo, invogliato dalla nonna.

Rinvigorire la fiamma stuzzicando i tizzoni e aggiungendo nuova legna, che ritiro da una catasta innalzata fuori dalla porta di casa, è per me un piacevole passatempo. E’ un’arte antica, quella di  accatastare la legna. Ha una sua bellezza, un suo fascino misterioso. E’ un po' come costruire un muretto a secco, vale la stessa tecnica: impilare i ceppi di misure diverse, uno sopra l’altro, al posto delle pietre. E l’opera è bell’e fatta! A volte è così perfetta che, nel prelevare i tronchetti da ardere, provo quasi un senso di dispiace doverla smantellare, quella catasta.

La felicità è stare accanto al focolare nelle fredde serate di fine anno: è come stare in piacevole compagnia di un amico fidato, che ti parla e non ti fa sentire mai solo. Mi vengono in mente le preziose parole che Giovanni Verga scriveva in una sua novella che si intitola “Nedda”, parole che riscaldano come quel focolare che raccontano e ti trasportano in un mondo che non c’è più:

“Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembrava in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascerei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri…”


giovedì 10 ottobre 2024

Quell'antico frantoio

 


Diceva Schopenhauer che noi crediamo, talvolta, di avere nostalgia di un luogo lontano, mentre a rigore abbiamo soltanto nostalgia del tempo vissuto in quel luogo, quando eravamo più giovani. Così il tempo ci inganna sotto la maschera dello spazio. E se andiamo in quel luogo, ci accorgiamo dell’inganno.

Quando io ritorno nel mio paese nativo, nel Cilento – da cui sono andato via quando avevo poco più di vent’anni – cerco, ma non trovo, il luogo della mia infanzia e della mia spensieratezza. Resta solo la “nostalgia del tempo vissuto in quel luogo”, e ogni volta sono insidiato da una lieve malinconia dovuta al “tacito infinito andar del tempo” (parole di Leopardi) che rimanda al declino delle cose e mi fa pensare che tutto è destinato a finire.

Come quell’antico frantoio – ù trappìto, per noi del paese - che non esiste più, dove le olive venivano frante da due enormi ruote di granito (dette molazze), azionate da un motore elettrico all’interno di una grande vasca di acciaio. Luogo di lavoro, di sacrifici, di memorie, ma anche ritrovo per noi ragazzi di paese - nei lunghi e piovosi pomeriggi invernali, quando i compiti scolastici potevano anche aspettare - quel frantoio si carica di valori inestimabili, legati alla terra, alla produzione dell’olio d’oliva, alle tradizioni contadine e al senso quasi religioso del lavoro.

Lo sento ancora nelle narici quel flusso di aria calda e quell’odore forte e pungente di olio che mi investivano appena entravo nel frantoio. In un angolo c’era una grande stufa di ghisa sempre accesa, alimentata con la sansa, si chiama così il residuo secco della spremitura delle olive. Mi piaceva stare seduto lì, su una panca in un cantuccio, ad osservare il via vai dei clienti e dei curiosi che entravano, anche solo per stare un pò al caldo o per fare due chiacchiere, gustando una bruschetta con l’olio nuovo. Mi lasciavano tranquillamente scorrazzare e curiosare attraverso i locali adibiti alla lavorazione (oggi sarebbe una cosa impensabile), e ricordo che non mi stancavo mai di osservare quelle due gigantesche macine che giravano e giravano, schiacciando le olive. Fino ad ottenere una morbida pasta che poi veniva spalmata su dei dischi di corda (i fiscoli), impilati uno sull’altro su una pressa idraulica. Da quella pressatura usciva, poi, un liquido scuro che veniva convogliato in una vasca e ulteriormente lavorato da una centrifuga (il separatore) con la funzione, appunto, di separare l’olio dall’acqua. Rimanevo affascinato da quella ritualità artigianale, da quel movimento operoso di macchine e di uomini, dalla gestualità degli operai e dal linguaggio che gli stessi usavano. Ricordo ancora l’anziano signore addetto al separatore, lo chiamavano Don Antonio: era il padrone del frantoio, un uomo alto e asciutto, con i capelli bianchissimi che incuteva timore. Era il primo ad assaggiare l’olio nuovo con un dito, e poi ci chiamava a raccolta, sorridendo, per farlo assaporare anche a noi su una fetta di pane. Eravamo felici di partecipare a quel rito. Di stare lì, in quel luogo, che assicurava una sorta di familiare protezione E ancora più felice appariva lui, il capo del frantoio: Don Antonio, che dirigeva questa sua creatura a gesti, senza parlare, come un maestro d’orchestra. Quel colore verde intenso dell’olio appena spremuto, quel profumo inebriante, quel sapore asprigno, tutte quelle sensazioni mi sono rimaste impresse nella mente. E mi sento un privilegiato per aver  vissuto certe esperienze formative, precluse ai ragazzi di oggi che abitano in città.



Come ogni anno, di questi tempi, ritorno al paese per la raccolta delle olive. La mia grande passione. Ho ereditato da mio padre un piccolo terreno agricolo situato in collina, con diversi ulivi secolari ed altri più giovani piantati dal sottoscritto, oltre trent’anni fa. Il raccolto lo trasporto - ogni due/tre giorni - nel piccolo frantoio non lontano dalla mia campagna. E’ un impianto moderno che usa macchine molto sofisticate con frangitori a dischi rotanti, a controllo elettronico: niente a che vedere con le macine in pietra…i fiscoli…la pressa idraulica. Anche il frantoio ha subito, in questi ultimi anni, un processo di trasformazione non dissimile da tutti gli altri contesti produttivi. Nuove macchine che consentono la lavorazione di una maggiore quantità di olive, limitando l’esposizione delle stesse agli agenti atmosferici e preservandone le proprietà organolettiche, per una migliore qualità dell’olio prodotto. Nel frantoio non ci sono più ragazzini spensierati che girano tra i locali, manca la stufa accesa con la sansa, non ci sono i “perdigiorno” per fare quattro chiacchiere e assaggiare l’olio nuovo sulla bruschetta. Tutto funziona alla perfezione, i locali sono quasi asettici, rispetto a quelli di antica memoria, le lavorazioni sono tutte meccanizzate. Al posto del vecchio frantoiano alla Don Antonio, c’è un giovane imprenditore che ha studiato scienze agrarie ed alimentari e manovra le sue macchine con un computer. Il suo compito è quello di ottenere il migliore olio possibile, nel rispetto del territorio e delle tradizioni: e devo dire che ci riesce molto bene. L’evoluzione della tecnologia ha portato migliori condizioni di lavoro anche in questo settore, ed una qualità superiore del prodotto finale, questo nessuno lo mette in dubbio. Ma resta intatto il fascino per quei vecchi frantoi di una volta, custodi e  testimoni di antichi saperi che ci permettono, ancora oggi, di rivivere le tradizioni rurali dei nostri antenati.