Visualizzazione post con etichetta Cilento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cilento. Mostra tutti i post

venerdì 13 giugno 2025

Viaggio nel Cilento

 


Nella primavera del 1881 – a vent’anni dall’Unità d’Italia – un insigne studioso pugliese, Cosimo De Giorgi, intraprese un lungo viaggio esplorativo nel Cilento, con l’incarico di redigere una carta geologica del territorio. Nel percorrerlo tutto, dalle valli del Calore a quelle dell’Alento, ebbe modo di conoscere e studiare dettagliatamente anche le condizioni di vita e di lavoro dei suoi abitanti, nonché le caratteristiche antropologiche degli stessi, evidenziandone miserie e degrado, pregi e difetti. Il suo reportage è contenuto in un libro molto interessante “Viaggio nel Cilento” (pubblicato da Galzerano Editore) la cui lettura mi ha stimolato (da buon cilentano) a fare una breve riflessione. Sarebbe oltremodo interessante capire – a distanza di oltre 140 anni da quel viaggio – quanto le caratteristiche identitarie di quegli antichi abitanti della seconda metà dell’Ottocento appartengano ancora ai moderni cilentani. E’ chiaro che la mia non vuole essere un’analisi a valenza scientifica dell’intima natura dell’uomo cilentano: non ho né la competenza né gli strumenti conoscitivi per farla. Vorrei soltanto soffermarmi, con leggerezza, senza pregiudizi ed in maniera anche ironica, su alcuni aspetti caratteriali messi in evidenza dallo scrittore pugliese, il quale, “calandosi” tra gli uomini del Cilento, offre la possibilità di guardarsi allo specchio del passato e verificare cos’è cambiato in questo arco di tempo. 

La prima cosa che traspare dalla lettura del libro è la grande ospitalità che i cilentani sapevano offrire ai propri visitatori “un’ospitalità franca, cordiale e senza orpelli. E’ questa la pagina più bella che renderà simpatica a tutti gli Italiani questa regione, come ha lasciato in me dei ricordi carissimi”. Così scriveva De Giorgi, il quale, girando tra i diversi paesi ebbe la possibilità di sperimentare la bontà e la meravigliosa accoglienza che gli riservavano: infatti a Roccadaspide il Sindaco lo accolse “a braccia aperte e mi offrì una cortese e gradita ospitalità nel suo palazzo”; a Felitto i signori che lo ospitarono “furono cortesissimi e mi prodigarono nel breve tempo che mi  trattenni delle cure affettuose delle quali serberò perenne ricordo”; a Vallo della Lucania il sig. Ermenegildo “mi usò un mondo di cortesie nel tempo che mi trattenni da lui”; a Pollica i signori della Cortiglia si dimostrarono nei suoi confronti “gentilissimi e colti”; a Ortodonico “mi prodigarono mille cortesie”, a Rutino la famiglia Magnoni “mi fu cordialissima” e a Vatolla “fui accolto gentilmente”. 

I cilentani, insomma, erano e sono rimasti così: ospitali, dal carattere tranquillo e cortese. Ecco, bisogna tirar fuori il meglio della tradizione. E il meglio è rappresentato senza dubbio dall’accoglienza e dall’affabilità dei comportamenti che sono alla base della nostra forza e ci contraddistinguono. Il De Giorgi scriveva anche che il cilentano è in generale “docile, buono, quieto, laborioso, coraggioso e audace nei pericoli”. Però poi notava che era anche “geloso e vendicativo specialmente nella cerchia dei suoi parenti e conterranei”.  Escludo che lui, oggi, possa considerarsi vendicativo: la vendetta è un sentimento che non gli appartiene. E poi uno che possiede una grande dose di bontà non può pensare alla vendetta come mezzo di riparazione delle offese ricevute. Sarebbe una palese contraddizione. Aveva poi notato - il viaggiatore pugliese - che l’abitante di quel territorio aveva qualcosa dei popoli orientali quando cantava le sue canzoni intrise di frasi monotone e melanconiche che egli ripeteva in maniera cantilenante: canzoni in cui vi era sempre “l’impronta dell’amore disperato, della gelosia, dell’abbandono e della voluttà”. E’ difficile oggi immaginare le giovani generazioni (sempre con un cellulare tra le mai) votate a questo tipo di canto di stampo orientale. I mass media, l’omologazione dei comportamenti e… Sanremo hanno provveduto, in maniera definitiva, a cancellare ogni traccia di quel passato. Parlando poi dell’indole del contadino, De Giorgi scriveva che “è svelto, sobrio, perspicace per talento naturale non per educazione o per istruzione: ma il suo lavoro è profuso in modo cieco ed irrazionale, e serve più come forza muscolare che come intelligenza”. Ebbene, quando ho letto questa frase, il mio pensiero è andato immediatamente a ciò che mi disse, tempo fa, proprio un contadino del mio paese natale, il quale avendo visto il suo asino in difficoltà mentre stava per attraversare un ruscello, se lo caricò sulle spalle sussurrandogli in un orecchio: “mi puoi fottere con l’intelligenza ma non con la forza”. 

Nonostante il De Giorgi non viaggiasse per scopi artistici, tuttavia non poteva esimersi dal visitare i monumenti e i cimeli d’arte che incontrava lungo il suo percorso. “Quanti tesori di arte e di antichità sono nascosti in questi piccoli paesi”, così annotava tra i suoi appunti. A tal proposito ebbe modo di verificare, in diverse circostanze, che nel popolo cilentano il sentimento della bellezza e dell’arte “era ridotto ai minimi termini”. Infatti, osservando gli edifici pubblici oltre quelli privati, si era reso conto che non era raro “veder delle case a due e tre piani, belle e finite e mobiliate con lusso nell’interno, ma senza facciata”. Devo dire che questo vizio non l’abbiamo ancora perso, tant’è che girando per i paesi è facile imbattersi in queste costruzioni le cui rifiniture esterne lasciano molto a desiderare. Il De Giorgi aveva notato inoltre che la coltura dei fiori, che ingentilisce lo spirito e rallegra la vista, in quei posti era sconosciuta, tanto è vero che un ricchissimo proprietario gli rispose “che preferivano un cavolo cappuccio ad una rosa o a un gelsomino”. Ma la cosa più grave era che sia a Paestum che a Velia “l’incuria degli uomini verso i monumenti sa dei popoli barbari…la profanazione qui ha toccato l’apice e prosegue vandalicamente senza che nessun italiano pensi ad opporvi riparo”. Mi viene da pensare a tutte le spoliazioni di monumenti perpetrate sul suolo italico e non solo nel Cilento. Basti pensare al detto latino riferito a Roma: quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini. 

De Giorgi aveva inoltre riscontrato nella popolazione la mancanza di iniziativa, lo scarso spirito di associazione, una certa indolenza e indifferenza per le cose, caratteristiche queste che forse ancora ci appartengono e che riguarderebbero praticamente tutto il meridione. Ogni opera buona e degna di attenzione veniva accolta con freddezza e con indifferenza – rilevava De Giorgi – “va innanzi pel tenace buon volere di qualcuno, e poi rapidamente languisce. Invano l’Autorità superiore cerca di soffiare un po’ di vita nel corpo addormentato; difficilmente si sveglia e presto si addormenta”. Egli portava l’esempio di Vallo della Lucania, dove due monumentali fontane decoravano la piazza; ma erano simulacri senz’acqua nonostante i monti dei dintorni fossero ricchissimi di acque potabili. 

E mi chiedo, per finire: gli odierni cilentani si sono risvegliati da quell’antico torpore? Hanno abbandonato quell’atavico letargo che li costringeva all’inerzia? Sono stati capaci – nel corso degli anni – di esprimere una classe di amministratori locali all’altezza della situazione? I risultati sono sotto gli occhi di tutti e, nel bene e nel male, ognuno può trarre le proprie conclusioni. Mi viene da pensare che quando un popolo - qualunque esso sia - riesce a fare autocritica individuando la parte peggiore di sé, debba munirsi di strumenti adeguati per poterla combattere. E penso che debba anche investire tutte le risorse e le energie necessarie al fine di potenziare il meglio che gli appartiene.

domenica 18 maggio 2025

Certi luoghi...

 


…esercitano su di noi un forte richiamo, hanno un’anima, certi luoghi, che parla alla nostra anima;

ce li portiamo dentro senza saperlo, certi luoghi e, un bel giorno, si manifestano evidenziando quel legame profondo che con essi abbiamo deciso di intrattenere;



certi luoghi ci elevano verso una dimensione spirituale, forgiano la nostra vera identità, fortificano la nostra salute mentale, allontanano la tristezza, sono una promessa di felicità;

certi luoghi ci rendono migliori moralmente, esaltano i valori in cui crediamo, ci parlano di serenità, di equilibrio, di armonia e offrono l’espressione di quell’intima affinità che esiste tra ciò che vediamo e ciò che desideriamo essere;

certi luoghi custodiscono le note del silenzio, lo sguardo lento della gente, la gioia durevole delle piccole cose, il rumore dei nostri passi sul selciato in pietra;



certi luoghi - dove il tempo sembra essersi fermato - incoraggiano uno stile di vita alternativo, un nuovo modo di vedere le cose e di stare al mondo;

non ci fanno sentire mai soli, certi luoghi, e ci attraggono profondamente, a volte senza capirne la vera ragione; è come se proteggessero i nostri desideri, le nostre sensazioni, i nostri stati d’animo;



certi luoghi li percepiamo come un rifugio, sono cura dell’anima;

certi luoghi…


venerdì 13 dicembre 2024

Io, il Natale e la "voluttuosa pigrizia del caminetto"

 


Un caminetto acceso, nelle serate invernali, ha sempre esercitato su di me un fascino straordinario. Una forte attrazione. E’ come ritornare alla mia infanzia, quando il focolare era il centro della vita domestica e offriva non solo calore ma anche serenità, rafforzando quello spirito familiare dello stare insieme. E’ come rivedere le persone care che non ci sono più. E’ riassaporare sensazioni e odori e sapori e ricordi preziosi che albergano, indelebili, nella mia memoria.

Il focolare acceso - prima ancora che una fonte di calore – è per me uno stato d’animo. Una filosofia di vita. E’ riscoprire le cose essenziali della vita. Simbolo di accoglienza e di tradizioni, è una sorgente di piacere che riscopro ogni qual volta mi ritrovo al paese nelle feste di fine anno. Mi piace stare accovacciato su una vecchia seggiola, godermi quella beatitudine nascosta tra le fiamme che scoppiettano e che sembrano gesticolare, parlandomi dell’anno che sta per finire e consigliandomi su quello che verrà. In un’epoca dominata dalla tecnologia sempre più invasiva, il focolare mi riporta alle origini e assurge quasi a simbolo di nume tutelare della casa. Una presenza sacrale che unisce e invoglia a raccontarsi. Ma anche una presenza silenziosa. Manca nella nostra società, nelle nostre case sempre più moderne e tecnologiche, un punto di riferimento così antico e familiare, oggi sostituito da strumenti digitali che annullano il silenzio, anche quando sono spenti, e illudono e allontanano le persone dalla realtà circostante. Andando con la mente alla mitologia greca, è come se Estia, la dea del focolare che vigilava sulla casa, venisse sostituita dal dio Prometeo, l’inventore della tecnica che aveva rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini.

Il Natale è alle porte ed io mi sono già rifugiato nella mia casetta nativa, nel Cilento. “Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade (mi vengono in mente i versi di una indimenticabile poesia di Ungaretti) lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata”. E aspettando che passi questa “tempesta” consumistica, fatta di luminarie e panettoni e regali e cenoni e confusione, me ne sto accanto al fuoco, a godermi le piccole gioie della vita, a dimenticare rimpianti e a stemperare  malinconie. “Qui non si sente altro che il caldo buono – faccio ancora miei i versi del poeta – sto con le quattro capriole di fumo del focolare”. Quanto sarebbe triste e fredda questa casetta se, dal suo tetto, non salisse il fumo del mio caminetto. Anche il paese sembrerebbe incompiuto, come un presepe senza pastori, se dai tetti delle case non svettassero i tanti fantasiosi comignoli che resistono al peso del tempo.

Accendere il fuoco è un rituale rilassante che mi concedo tutte le mattine, appena sveglio. Non potrei mai rinunciarvi. Uso come base di accensione dei fogli di giornale appallottolati, con dei legnetti molto secchi di facile combustione. Poi aggiungo, man mano che la fiamma aumenta, della legna più robusta proveniente dalla mia campagna: legna di quercia, di olmo o di ulivo, legna che sprigiona odori inconfondibili che sanno di terra e di natura. La mia abilità nell’officiare questa liturgia mattutina mi conforta. Mi dona serenità. Inondato dal riverbero della fiamma, osservo estasiato le faville che schizzano di qua e di là, simili a lucciole di antica memoria, che ridestano i miei ricordi infantili. Da bambino amavo sbucciare i mandarini e lanciare le scorze nel fuoco: mi piaceva tanto quel profumo che si sprigionava dai tizzoni ardenti e si diffondeva nell’aria, mentre aumentava all’improvviso la vampata. E quasi mi intimoriva quel suo “linguaggio” crepitante. “Quando il fuoco brontola – diceva la buon’anima di mia nonna - c’è qualcuno che ti pensa”. E chi mai poteva essere? Ecco allora che la mia fantasia cominciava a galoppare, per dare un nome a quella voce misteriosa che proveniva dal camino. Un gioco a cui non rinunciavo, invogliato dalla nonna.

Rinvigorire la fiamma stuzzicando i tizzoni e aggiungendo nuova legna, che ritiro da una catasta innalzata fuori dalla porta di casa, è per me un piacevole passatempo. E’ un’arte antica, quella di  accatastare la legna. Ha una sua bellezza, un suo fascino misterioso. E’ un po' come costruire un muretto a secco, vale la stessa tecnica: impilare i ceppi di misure diverse, uno sopra l’altro, al posto delle pietre. E l’opera è bell’e fatta! A volte è così perfetta che, nel prelevare i tronchetti da ardere, provo quasi un senso di dispiace doverla smantellare, quella catasta.

La felicità è stare accanto al focolare nelle fredde serate di fine anno: è come stare in piacevole compagnia di un amico fidato, che ti parla e non ti fa sentire mai solo. Mi vengono in mente le preziose parole che Giovanni Verga scriveva in una sua novella che si intitola “Nedda”, parole che riscaldano come quel focolare che raccontano e ti trasportano in un mondo che non c’è più:

“Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembrava in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascerei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri…”


giovedì 2 maggio 2024

Tramonto

 


“ Dove potrei rifugiarmi – diceva Holderlin per bocca di Iperione – se non avessi i cari giorni della mia giovinezza ?”. E dove potrei ritrovarli quei giorni – mi viene da pensare – se non tra i vicoli, le pietre, i panorami del mio paesello nativo, testimone delle sensazioni di quell’età fortunata? E allora, quando la fatica del vivere in città diventa gravosa, mi rifugio in quel luogo dell’anima, custode dei miei ricordi, per recuperare brandelli di pace e di silenzio. E di bellezza.

E così - l’altra sera - mi trovavo sul terrazzino di casa che guarda verso il mare dove si staglia la sagoma inconfondibile dell’isola di Capri. La magia dell’ora mi aveva abbagliato. Chi volesse riflettere sulla bellezza del creato dovrebbe cominciare dal tramonto. Dalla sua luce incantata che non scende più sulle cose in maniera diretta, ma le accarezza leggermente di lato affinandole con quel colore vicino al rosso, che appare quasi irreale.

Fascino, meraviglia, mistero: sono i sentimenti che provavo osservando il sole che si nascondeva piano piano dietro l’orizzonte del mare, nell’ora più dolce del giorno: il tramonto. Ma che altro è la bellezza se non una visione incantevole che ti può trafiggere l’anima come un dolore?


mercoledì 14 giugno 2023

Paesi e bellezza

 


Vivere in una grande città è trascorrere gran parte della propria vita immersi nella bruttezza, nel degrado dello spazio urbano. Faccio questa amara riflessione mentre percorro una strada del quartiere in cui abito, a sud-est di Roma. Una strada come tante, dove la bellezza - che ha plasmato la città eterna nel corso dei secoli - qui non è mai arrivata. Tra smog, incessanti rumori di fondo, traffico nevrotico, cumuli di rifiuti, marciapiedi maleodoranti, manifesti pubblicitari che ricoprono qualsiasi spazio, muri e saracinesche di negozi imbrattati di scritte, palazzoni simili ad alveari che sembrano respingere più che ospitare: una scenografia urbana, questa, che non evoca alcuna idea di bellezza. E non stimola affatto il buon umore.

Sono appena ritornato con il treno dal mio paesello, nel Cilento. L’impatto con la vita frenetica della Capitale, a cominciare dal caos della stazione Termini che per prima mi accoglie, appare sempre più traumatico. Mi viene da pensare che a volte sembriamo divisi tra l’impulso a ignorare le nostre sensazioni - diventando indifferenti e anestetizzati all’ambiente circostante - e il sentimento opposto che ci fa soffrire e riconoscere che il nostro carattere è legato intimamente al luogo in cui viviamo abitualmente. Un posto ameno e seducente, una bella architettura residenziale, una strada pulita, un parco pubblico non dico che sono garanti di felicità ma hanno, certamente, la capacità di migliorare lo stato d’animo delle persone che li abitano.

Capita, poi, di ritrovarci in un delizioso e antico paesino arroccato sulla collina che guarda verso il mare. Apriamo la finestra della casetta costruita in pietra dove ci siamo momentaneamente rifugiati, e veniamo assorbiti dal magnifico panorama che ci si presenta davanti: la bella vigna giù nella vallata, la distesa di ulivi secolari, qua e là alberi di querce e di lecci e di fichi, le rovine di un vecchio castello in lontananza, casupole di contadini a punteggiare il territorio circostante, il mare all’orizzonte…e il tutto sotto un cielo azzurro, limpido e profumato. Respiriamo a pieni polmoni quell’aria salubre e ci sentiamo felici. Nessun rumore di macchine, nessuno che farnetica ad alta voce con un cellulare, assenza di graffiti sui muri: solo silenzio, pace, tranquillità, armonia naturale. Insomma, un piccolo angolo di mondo che non conosce la bruttezza metropolitana e le miserie umane. Solo quando ci troviamo di fronte alla bellezza della natura ci rendiamo conto di quanta bruttezza ci sia nella nostra vita. Ci riempiamo gli occhi e il cuore con quel panorama non violentato dall’intervento scriteriato dell’uomo, mentre il pensiero va al nostro appartamento in città, con vista non sulla Fontana di Trevi o su Piazza di Spagna ma sulla facciata scrostata di un palazzo simile al nostro, e su quella sterminata distesa di lamiere, il nostro doloroso paesaggio quotidiano.

Ma perché ci siamo allontanati così tanto da certi fondamentali valori dell’esistenza? Perché scegliamo di vivere in agglomerati urbani superaffollati e sempre più invivibili? Come abbiamo potuto rinunciare a ciò che più conta nella vita, in primis, a quel rapporto virtuoso e salutare con la natura? Se esiste davvero la bellezza da ammirare e da godere tutti i giorni, allora la si deve cercare non in un museo o in un’antica cattedrale, ma proprio in uno dei tanti borghi del nostro Paese dove il paesaggio naturale - cancellato dentro di noi dalla modernità e fuori di noi dal cemento – si estende sereno dinanzi a noi; dove la lentezza è ancora un valore; dove un muretto a secco diventa la nostra cattedrale; dove ci si può ripulire la mente e l’anima dalle brutture quotidiane e abbandonarsi anche all’assenza di un pensiero; dove finalmente ci si può svestire delle nostre discutibili ed omologate impalcature metropolitane.


martedì 18 gennaio 2022

Paestum

 


Ci sono dei luoghi che sanno di eterno e nessuna riproduzione, fotografica o descrittiva, può mai rendere l’idea della loro bellezza che solo la presenza sul posto può trasmettere. Sono luoghi come sospesi nel tempo, che in qualche maniera ci riportano alle nostre origini, di fronte ai quali si rimane incantati, soggiogati dalla grandiosità delle immagini e dalle sensazioni che suscitano. Uno di questi luoghi è certamente Paestum, patrimonio dell’umanità. Dicevo che nessuna descrizione può mai sostituirsi allo sguardo, eppure resto sempre affascinato dalle parole dei grandi personaggi della cultura (poeti, scrittori, artisti…) che - trovandosi al cospetto dei templi di Paestum – hanno saputo celebrarli con parole che posseggono una straordinaria capacità evocativa, prima ancora che godere della loro maestosità architettonica. Un atto d’amore nei confronti della bellezza, un invito ad osservare con occhi estasiati la magnificenza del passato. E a volte queste belle descrizioni le trovi dove meno te le aspetti, come nelle pagine di un romanzo di Michele Prisco “Lo specchio cieco” di cui ho parlato nel post precedente:

“A Paestum ogni volta ritrovo, e rinnovo, un coagulo di emozioni, il rigurgito come di ancestrali allarmi: per quanto anche lì intorno la speculazione edilizia abbia cercato di deturpare il paesaggio, resta ancora uno dei pochi luoghi in cui il Sud mi parla più che con la sua storia o la sua civiltà con la forza oscura e inalterabile dei suoi richiami. Già ci si arriva intimiditi, attraversando una campagna bassa e squadrata (le bufale che vi si attardano impigrite sono grasse, lucide, sazie), e quando si è di fronte ai templi s’entra come in un sortilegio di cui non si riesce mai a spiegare la natura e forse il loro fascino sul visitatore consiste proprio in questa silenziosa arcana impenetrabilità. Perché qui siamo soli, noi uomini d’oggi più o meno malati di nevrosi, e i blocchi di pietra millenari, ma ci separa più che la distanza temporale l’ineffabilità del mistero, del rito, del recinto sacro, che si respira in tutta la sua chiusa solennità e che niente può aiutarci a sciogliere in un incontro più diretto o in una più umana misura: la pietra resta muta e gelosa, lo stesso mare che traluce di là dai colonnati (e quel giorno era livido, fermo e senza confini) diventa un altro elemento di questa suggestione così intensa e struggente”.


venerdì 3 settembre 2021

Le mie vacanze nel Cilento

 


Ognuno conserva dentro di sé un suo luogo dell’anima che si porta inciso nella memoria come un’immagine sacra. Ed è in questo luogo che si ripara – a volte anche solo con l’immaginazione – quando ha bisogno di una sospensione dal presente, dal tran tran quotidiano. E’ un luogo, questo, che spesso richiama dei punti fermi di riferimento: una quercia secolare che svetta maestosa verso il cielo; un pugno di case in pietra addossate le une alle altre che sfidano i secoli; un muretto a secco che rende più dolce un pendio; una panchina su un belvedere che si affaccia sul mare. Ci si aggrappa a questi simboli come l’edera al muro, immaginandoli sempre allo stesso posto che attendono immutabili ed eterni il nostro ritorno. Poi, un bel giorno, si scopre che quella quercia secolare l’hanno abbattuta per far passare l’ennesima strada; al posto di quel pugno di case ora c’è un grande albergo; il muretto a secco è crollato perché nessuno più fa manutenzione; quel belvedere da cui si scorgeva il paradiso è stato occultato da una serie di anonime villette a schiera. Insomma, quelle immagini della memoria che sembravano immortali, in cui ci si identificava, sono state distrutte, stravolte e con esse anche una parte di noi: il nostro conforto dell’anima.

Rimuginavo dentro di me questi pensieri mentre mi avvicinavo lentamente – dopo circa tre ore di macchina – al mio paese natio, nel Cilento, dove amo trascorrere l’estate. Qui, in questa terra che solo pochi anni fa era semisconosciuta ed oggi viene letteralmente invasa dal turismo di massa, ho la mia casetta avita di origine contadina: custodisce il mio passato, gli anni dell'infanzia e della mia prima giovinezza. Qui, mi illudo ancora di tornare indietro nel tempo. Ma nulla è più come prima: la modernità ha stravolto quell’antico equilibrio esistente tra l’uomo e la natura, ha seppellito quelle serene atmosfere conviviali. E gli incendi dolosi stanno distruggendo, anno dopo anno, il resto del territorio non ancora invaso dal cemento. Tutto è mutato in maniera rapida e a volte disastrosa: il carattere delle persone, il panorama, la terra, il mare, le stagioni, i profumi, i sapori. Ho come l’impressione che il progresso e la tecnologia, che dovrebbero migliorare la qualità della vita e farci stare meglio, ci rendano, invece, sempre più infelici, insoddisfatti e incattiviti. E se un tempo si stava peggio dal punto di vista della salute, dell’igiene, dei trasporti, dei servizi in generale e dell’aspettativa di vita – nessuno lo mette in dubbio - è pur vero, però, che allora si riusciva a godere delle piccole cose della vita e a ritagliarsi semplici spazi di serenità.

Nonostante tutto, devo dire che – per chi proviene da una grande città - l’effetto di tranquillità e di pace che ancora si avverte arrivando in un piccolo paese è sempre notevole, così come immediato è il contatto con la natura circostante. La Roma caotica e rumorosa che mi sono lasciato alle spalle sembra distante anni luce. Qui mi fa compagnia il silenzio; qui, in questa casetta costruita con le pietre locali nei primi anni del Novecento, posso vivere per giorni e giorni come un eremita, in completa solitudine; qui, il tempo ha un’altra dimensione, scorre lento, allo stato puro e a volte sembra di poterlo misurare soltanto osservando il nascere e il morire del giorno, ascoltando il canto di un gallo che mi sveglia tutte le mattine alle sei o il frinire monotono delle cicale durante le assolate e lunghissime giornate estive.

Conduco una vita appartata, quasi monacale: mi sveglio presto, la mattina, e la sera non faccio mai tardi. Uno dei pochi riti sociali che mi concedo - di sera - è quello di gustare un gelato artigianale nella tranquilla piazzetta di Sant’Antuono di Torchiara (un borgo a un tiro di schioppo dal mio paese), dove c’è la storica gelateria “Di Matteo”, una delle migliori del Cilento, inserita nella prestigiosa guida del “Gambero Rosso”. Per il resto, incontro poche persone, non frequento pizzerie o discoteche o assembramenti (a prescindere dal covid), non possiedo cellulari, non navigo in internet perché non ho neanche il computer (questo post l’ho scritto a mano, prima di batterlo al pc), guardo poca televisione e soprattutto evito il telegiornale durante l’ora di cena. Le mattinate scorrono lente tra letture, passeggiate in campagna a raccogliere fichi e brevi incursioni al mare - tra Agropoli e Paestum - per un bagno nelle ore in cui non c’è ancora l’assalto dei vacanzieri alla spiaggia. Ma il mio rapporto con il mare è cambiato, non è più quello di una volta. Vedo una bottiglia di plastica che galleggia sull’acqua; vedo il mio vicino di ombrellone che nasconde le cicche di sigaretta nella sabbia; vedo i resti di un falò notturno sulla spiaggia, con contorno di bicchieri e piatti di plastica…e mi rattristo. Si offusca in me quel piacere che può offrire una mattinata al mare. Sparisce la magia del luogo. Lo confesso: mi viene voglia di scappare per non vedere. Ma perché, mi domando, dobbiamo sporcare l’acqua dove ci bagniamo e la sabbia dove ci distendiamo? Sembra quasi che la bellezza, oggi, esista per essere violata. Per essere oltraggiata. Anche nel passato ci si poteva imbattere in una bottiglia abbandonata lungo la spiaggia (di vetro, perché la plastica non era stata ancora inventata), ma era solo una bottiglia dimenticata. Poi c’era sempre qualcuno che la raccoglieva, perché era ancora un oggetto prezioso che poteva servire, aveva un costo. Oggi la spazzatura la si può trovare ovunque, al mare come lungo un sentiero di montagna: è un modo di essere e di vivere. E’ la moderna società dei consumi usa e getta.

La mia estate nel Cilento è fatta di piccole cose, di semplici abitudini, di pochi divertimenti che non hanno nulla a che vedere con le mode del momento. In questi vuoti giorni di vacanza, sul far della sera, quando il caldo è meno soffocante, amo rifugiarmi sul terrazzino di casa in una sorta di muto e solitario raccoglimento. E’ un terrazzino che ha poco spazio vivibile, ma in compenso mi offre un grande panorama, la cui contemplazione mi spinge a meditare sui grandi temi dell’esistenza e a ritrovare me stesso. Osservo nella sottostante vallata i boschi di querce, le vigne, gli olivi secolari, la strada a scorrimento veloce piena di macchine, la cosiddetta Cilentana, che si incunea tra le colline. In lontananza, quando la giornata è limpida, lo sguardo arriva fino alla Costiera Amalfitana con le sue alte cime che declinano dolcemente verso la Penisola Sorrentina; vedo all’orizzonte l’inconfondibile, bellissima sagoma dell’isola di Capri. Ma vedo anche quella collina, che fino a ieri era coperta da una rigogliosa macchia mediterranea, che sta bruciando da molte ore, e vedo quelle brutte costruzioni in alto che deturpano il paesaggio, laddove poteva sorgere uno spazio verde, una sorta di balcone sulla vallata. Bellezza e bruttezza sembrano convivere in questa terra, e la bruttezza è sempre opera dell’uomo, mai della natura. E mentre si fa sera e il sole sembra nascondersi laggiù all’orizzonte, tingendo di giallo oro lo specchio immobile del mare che bagna Agropoli, sono insidiato da una lieve malinconia che rimanda al declino delle cose e delle persone e mi fa pensare, con un brivido, che tutto è destinato a finire, come questa mia vacanza nel Cilento.



giovedì 27 maggio 2021

Libertà, solitudine e misantropia

 


Chi non ama la solitudine, non ama neppure la libertà, poiché soltanto quando si è soli si è liberi.
(Arthur Schopenhauer)

Vivere in uno dei tanti piccoli paesi disseminati lungo tutta la penisola, ma anche solo passeggiare attraverso le stradine silenziose di certi minuscoli agglomerati di case in pietra, spesso incastonati in scenari naturali di rara bellezza, ha un suo fascino particolare. Di questi tempi, è senz’altro un privilegio e una gioia impagabili.

Il paese, prima ancora che un’entità geografica, è uno stile di vita. Sono attratto da tutto ciò che lì non esiste, ma che abbonda in una qualsiasi grande città: il traffico, il rumore, la folla, l’inquinamento, il degrado urbano, condizioni queste che mi procurano un grande fastidio e che affliggono buona parte degli abitanti dei grossi centri urbani. Tranquillità, silenzio e solitudine - che puoi catturare e godere solo in un borgo di poche anime - sono valori indispensabili per un corretto equilibrio psico-fisico, che non tutti sanno apprezzare. E per fortuna, mi viene da pensare! Provate solo a immaginare come diverrebbe un qualsiasi tranquillo paesello, arroccato sui monti dell’appennino umbro marchigiano piuttosto che su una collina del Cilento - con la sua panoramica piazzetta, i suoi vicoli stretti, silenziosi e puliti, le sue serene atmosfere, le sue casette in pietra ed il suo castello che lo domina dall’alto - se all’improvviso la gente, che oggi è assuefatta alla confusione e non rispetta minimamente il luogo in cui abita, abbandonasse la città e vi si trasferisse in massa, a bordo di quei mezzi mastodontici che esprimono il nuovo status simbol della modernità: i SUV! Io credo che un’alluvione o un’invasione di cinghiali farebbero meno danni al territorio. Diceva un filosofo dell’antichità che se conosci un bel posto non lo devi raccontare in giro, altrimenti arriva la massa e lo distrugge. Come dargli torto! A costo di sembrare un misantropo, ogni tanto bisogna coltivare un po' di amor proprio e di sano egoismo, senza ipocrisia - vista l’inciviltà e la maleducazione che regnano sovrane ovunque - per non essere schiacciati dall’omologazione dei costumi e da certe false sirene che sembrano volerti catturare. Condividere la bellezza di un luogo con poche persone i cui comportamenti non sono pilotati dalla moda del momento, è il piacere più grande. In un paese s’impara ad apprezzare il silenzio e il corso naturale delle stagioni; si affinano certe capacità manuali che non pensavi di possedere e che la vita in città non ti permette di esprimere. Chi, stanco del caotico tran tran quotidiano, decide di mollare tutto e stabilirsi in un piccolo centro, il premio che ottiene è davvero grande: pace, serenità, aria buona, cibi genuini, rilassatezza, rapporti umani coltivati in una dimensione del tempo dilatata. Sono queste le condizioni essenziali per la vita di un essere umano e chi fa simili scelte dà un senso alla propria esistenza e viene premiato.

Lo ripeto, non tutti sanno vivere nel silenzio, nella solitudine e nel rispetto della natura. Mi diceva un amico, tempo fa, che fu ospite per un giorno a casa di un suo parente che vive nella campagna toscana; ebbene, nel corso di quella notte - lui che veniva da Roma - non riuscì a chiudere occhio. E sapete perché? Perché non sentiva alcun rumore, e quel silenzio quasi assoluto che percepiva intorno a sé, rotto solo dal sibilo del vento e dal tubare di qualche tortora, lo angosciava terribilmente. Gli mancava quel continuo rumore di macchine di sottofondo, la sua ninna nanna notturna. E poi si chiedeva – sempre quel mio amico stordito e avvezzo al baccano di Roma - come potesse vivere una persona in campagna, lontana da tutto e da tutti. Praticamente in solitudine. Cercai di fargli capire che chi sceglie il contatto diretto con la natura, l’aria pulita, il silenzio, il fascino delle pietre antiche e l’incanto dei muretti a secco, ha capito tante belle cose, estranee ai più. Chi sa scorgere la variegata vita che regna in un bosco e sa contemplare la bellezza di una vigna o la maestosità di una quercia secolare; chi sa ascoltare il suono del silenzio con le sue armonie non può soffrire la solitudine. La solitudine è una componente essenziale della vita: è la nostra fedele alleata, la nostra vera libertà. Naturalmente la società, con il suo sistema economico dominante, con la sua ideologia dello “sviluppo” quale unico fattore rilevante, in grado di soggiogare gran parte delle persone alle proprie logiche, afferma il contrario e cerca di distoglierti da questa idea pericolosa, quasi ascetica e quindi poco consumistica. Per la società, chi sta fuori dal coro, chi si allontana dalla vita frenetica della città e non segue i ritmi veloci imposti dal progresso e dalla tecnologia, è fuori dal mondo: è un misantropo. Ma è proprio così?  Un uomo che non sa stare da solo non può ascoltare quella voce dentro di sé, la sola che riesce a esprimere un senso e un significato profondo all’esistenza. La solitudine non deve essere un fine ma un mezzo, per comprendere le cose essenziali della vita, e quando diventa tale può dischiudere spazi straordinari di libertà e di pienezza del vivere. Lo stesso discorso vale per gli uomini con cui, in maniera diretta o indiretta, abbiamo a che fare tutti i giorni: per apprezzarli meglio, ogni tanto bisogna starne lontani, perché ciò che vedo e sento in giro stimola in me pensieri sempre meno confortanti. Una loro assidua frequentazione è a dir poco deleteria: si diventa inevitabilmente misantropi. “Chi comunica poco cogli uomini – scriveva Leopardi - rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l’uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia”.

Ritornare nel mio paese dell’infanzia - e lo faccio sempre più spesso, tranne in questo periodo di pandemia che mi ha bloccato - è il modo migliore per “ritirarmi dalla società” e riappropriarmi della mia solitudine. Il paesello, arroccato su una collina nel Cilento tra ulivi e querce, non è più quello che lasciai circa mezzo secolo fa, tuttavia conserva ancora oggi la sua antica anima rurale, i suoi antichi silenzi e le sue dolci atmosfere. Dove posso finalmente ritrovare la mia dimensione spirituale.


martedì 28 luglio 2020

Dalla villeggiatura al turismo di massa



E’ racchiuso nei ricordi dei miei anni infantili, trascorsi in un piccolo paese del Cilento poco distante dal mare, il mio primo approccio alla comprensione della differenza di classe sociale che esisteva tra noi – figli di quel meridione povero degli anni sessanta – ed i componenti di una facoltosa famiglia del Nord che, all’inizio di ogni estate, arrivavano nel mio paese natale per trascorrervi la villeggiatura, ospiti di alcuni parenti. Devo dire che quella indelebile sensazione di diversità nasceva non tanto dalle differenti condizioni economico-sociali (che pure esistevano tra noi), quanto dal fatto che loro facessero la villeggiatura ed io no. E per giunta in un luogo dove vivevo tutto l’anno, da cui certe volte desideravo fuggire. Tuttavia ero affascinato da quei “signori” venuti da lontano, li osservavo nei loro spostamenti, cercavo di carpirne la “diversità”. Vestivano bene, erano educati, mi sembravano addirittura più belli: e poi parlavano l’italiano. Intanto avevo fatto amicizia con i figli, due ragazzi della mia stessa età, con cui spesso giocavo. In qualche maniera mi facevano sentire in villeggiatura, senza dovermi spostare da casa e senza fare bagagli, praticamente a costo zero. Anche se mi sarebbe piaciuto andare nella loro città, (ne parlavano con entusiasmo e ne elogiavano le magnificenze), per poter sperimentare anch’io l’ebbrezza del viaggio e della scoperta. L’ebbrezza della villeggiatura. Che poi, almeno lì da noi - durante quegli interminabili pomeriggi assolati scanditi dal canto senza fine delle cicale – la villeggiatura era fatta di piccole semplici cose: lunghe passeggiate, partite a pallone per strada, letture, noia, riposo. Insomma, quel dolce far niente ormai perduto.

La villeggiatura l’avevano inventata gli imperatori dell’antica Roma, i quali all’inizio della bella stagione lasciavano il caos e il caldo dell’Urbe per rifugiarsi nelle loro splendide ville al mare o in campagna. Erano le cosiddette “ville dell’ozio”, un genere architettonico che si diffuse in tutto il Paese, a partire soprattutto dal ‘700, quando le famiglie nobili e aristocratiche del tempo iniziarono a costruire magnifiche residenze, poste lontano dalla città, in cui si ritiravano per lunghi periodi di svago e di riposo. Erano le ferie di quei tempi, appannaggio solo dei ricchi. I poveri ne erano esclusi. Il boom economico degli anni 60/70 del secolo scorso avrebbe immesso nel circuito turistico anche loro, avrebbe sancito la vittoria delle vacanze di massa sulla villeggiatura per pochi privilegiati, con la fine dell’esclusione dei lavoratori dagli agi riservati ai “signori” e l’azzeramento di una piramide sociale in cui i meno abbienti comparivano, sulla scena della villeggiatura, solo come servitori. Finalmente anche loro – gli impiegati, gli artigiani, gli operai - potevano divertirsi andando in vacanza: sarebbe esploso, di lì a poco, il turismo di massa, nevrotico e consumistico sulla riviera adriatica. Rimini, Riccione: paradisi per chi voleva divertirsi con pochi soldi. Ma le conseguenze, con un impatto devastante sui luoghi e il paesaggio, erano dietro l’angolo: sovraffollamenti, code chilometriche di macchine sull’autostrada, stress, villaggi turistici e strutture alberghiere che sorgevano come funghi, seconde case, colate di cemento ovunque, pacchetti turistici tutto compreso. Sull’altra sponda, intanto, i ricchi, orfani della villeggiatura che evocava l’otium degli antichi Romani e imitava usi e costumi  delle residenze blasonate del passato, avrebbero eletto come luogo della propria vacanza estiva Cortina d’Ampezzo, Courmayeur, la Costa Smeralda ed altre perle simili. La villeggiatura era definitivamente finita: da una parte aveva perso i ricchi praticanti e dall’altra si era trasformata in vacanza di massa: i turisti lasciavano le città sempre più caotiche e rumorose per trasferirsi, in massa, nelle località di mare che diventavano, a loro volta, altrettanto caotiche e rumorose.

Oggi le località di villeggiatura sono diventate, sostanzialmente, indistinguibili l’una dall’altra grazie al costante livellamento dettato dal mercato globale, che tende a cancellarne le diversità. A volte mi chiedo se abbia ancora un senso andare al mare in Sardegna piuttosto che in Sicilia, trascorrere le vacanze nel Cilento anziché sul Gargano.
E’ saltato quell’antico e consolidato equilibrio che esisteva tra la natura incontaminata e la presenza proficua dell’uomo; un bilanciamento virtuoso che si fondava sul rispetto e sulla salvaguardia del territorio, un territorio non invaso da orde di turisti simili a sciami famelici di cavallette che - congiuntamente ad amministratori corrotti e incompetenti - stanno saccheggiando e deturpando qualsiasi posto. Anche il più bello. Chiunque, oggi, voglia osservare il fenomeno con spirito critico, non può non accorgersi della bassa qualità di questo “diritto alle vacanze” esteso a tutti e venduto in maniera ingannevole come esclusivo; un diritto svilito nella sua essenza. Se tutti frequentiamo in massa lo stesso luogo si finisce per stravolgerlo in poco tempo. E’ su questo squilibrio, tra la presenza eccessiva dell’uomo nei luoghi deputati allo svago e la natura offesa, che bisogna ragionare e riflettere.

Anch’io sto per andare in villeggiatura nel Cilento. Si, preferisco usare questo termine desueto: mi è più congeniale e mi riporta, almeno con la mente, al passato. Non sarò ospite di parenti come quei signori di antica memoria: no, mi accoglierà – come ogni anno - la mia “casarella” avita nel paese nativo: la mia villa otium. Quei “signori” di una volta – forse per nostra fortuna – non esistono più. Sono diventati dei borghesi piccoli piccoli, che vanno altrove o ritornano nei luoghi delle origini, come il sottoscritto. “Fate le vostre vacanze in Italia, scoprite le bellezze che ancora non conoscete o tornate a visitare quelle che già avete visitato”: è questo l’appello lanciato delle autorità istituzionali, in questi tempi di coronavirus. Io da sempre le faccio in Italia, le vacanze. E prima di ritornare nel mio paesello, amo trascorrere qualche giorno in una delle tante meravigliose località del bel Paese. Quest’anno, per colpa del covid 19, per la prima volta, mi accontenterò solo del Cilento. E non è poco! Il mio amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi che l’aveva percorso verso la fine dell’800. Fino a qualche anno fa era meta di pochi estimatori alla ricerca di silenzio, di mare pulito e di natura incontaminata, buen retiro per chi come me è nato da quelle parti. Una terra quasi selvaggia. Il turismo di massa è riuscito in poco tempo a cambiarlo, a standardizzarlo, a fargli perdere quell’identità che lo caratterizzava. Sia ben chiaro: io non voglio ritornare ai tempi degli antichi villeggianti, i soli che potevano permettersi una vacanza. Anche perché non credo che loro avessero un migliore rapporto con l’ambiente o fossero più civili di noi. Erano solo di meno e forse più austeri. Dobbiamo, quindi, ripensare il modo di fruire la vacanza e di godere i luoghi in cui andiamo. Non so come, ma dobbiamo far si che qualità e quantità possano in qualche maniera armonizzarsi, e non essere sempre inversamente proporzionali tra di loro. Se non vogliamo distruggere il valore di un posto, facendo danni irreparabili prima ancora che alla natura e alla bellezza, a noi stessi.

venerdì 27 dicembre 2019

Il mio Natale accanto al focolare



Mi trovavo al paese, la notte di Natale, in quel mio buen retiro  aggrappato alle colline del Cilento e affacciato sul mare. Ero seduto davanti al fuoco. Lo riattizzavo di tanto in tanto, ora con legna di castagno, che sprigiona scoppiettii e scintille simili a fuochi d’artificio, ora con legna di ulivo che emana un aroma delicato ed intenso. Un profumo di liturgia e di festa. Fuori faceva freddo. Il camino spargeva all’interno della casa un piacevole, avvolgente calore ed io, seduto su una seggiola proprio lì davanti, ne ero completamente rapito. Stavo così, in silenzio, da quando era terminata la cena alquanto frugale, consumata di fronte a quel focolare che assumeva quasi il simbolo di nume tutelare della casa. In un cantuccio della cucina, un piccolo presepe mi ricordava il rito della Natività che si ripete ogni anno, le cui statuine di terracotta – su cui si riverberava la fiamma del camino – mi davano l’impressione che dovessero prendere vita da un momento all’altro. Guadavo quella rappresentazione di povertà e di semplicità – espressione del Natale cristiano - e mi chiedevo come potesse conciliarsi, oggi, l’etica della moderazione che la chiesa predica da oltre duemila anni, con l’opulenza che ci viene offerta da una società sempre più sprecona e consumistica.


Mi ero lasciato alle spalle una Roma più caotica del solito; invasa da un turismo festaiolo di massa; addobbata da cascate di luminarie e da centinaia di alberi di Natale, di plastica; stretta nella morsa del traffico reso ancora più convulso da una vera e propria isteria collettiva da regalo - la Capitale - durante le feste di fine anno mette a dura prova la pazienza anche dei suoi abitanti più indulgenti. Lo confesso: io, durante le feste di fine anno, mi sento frastornato e reagisco scappando. Fuggo dalla calca, dalle orge alimentari, dai “cenoni” e dai “pranzoni”, da quel tripudio di luci, di suoni, di botti e di falsa allegria; fuggo dai centri commerciali presi d’assalto, dalle cataste di panettoni e torroni, da quelle atmosfere gioiose confezionate tanto al chilo. Se potessi, mi rifugerei in un eremo sopra una montagna: ma mi sta bene anche la casetta del paese natale, accanto al focolare.

Una casa di paese senza un camino acceso, la notte di Natale, è un luogo freddo, triste e senz’anima. I termosifoni non possono sostituirsi alla sacralità di un ceppo che arde e si consuma lentamente. Ed io ero lì, la notte di Natale, che alimentavo con passione quella fiamma con la legna di ulivo della mia campagna, così come un prete si cura di riempire di incenso il proprio turibolo, affinché bruci regolarmente e diffonda nella chiesa profumi che sanno di sacro. La mia abilità nell’officiare quella “liturgia” mi elargiva piacere e commozione. Mi confortava quel calore che sapeva di campagna e di Natale; mi faceva compagnia il “linguaggio” di quella fiamma scoppiettante, più di qualsiasi altra vicinanza (c’è qualcuno che ti pensa, diceva mia nonna quando il fuoco brontolava…); mi infondeva sollievo quel tepore, suscitando in me sensazioni e pensieri; mi riportava alla mente odori e sapori di cose antiche, risvegliando ricordi: il natale povero ma dignitoso della mia infanzia e della mia prima giovinezza, così vicino alla rappresentazione di quel presepe, e poi i dolci natalizi tipici della tradizione contadina del Cilento (gli struffoli, gli scauratielli, le lucernelle…), le povere tombolate in famiglia, le persone care che non ci sono più, la spensieratezza di un mondo perduto. Non bisognerebbe avere rimpianti per il passato, ma essere forti e determinati per affrontare con serenità il futuro, che comunque appare incerto. E allora, con il nuovo anno alle porte, cercavo di dipingerne uno con la mente. Ed ecco che affioravano desideri e speranze, e aspettative che poi si perdono per strada, ma anche paure e dubbi.  

Accanto a me c’era lei, mia moglie, paziente come sempre, che forse – chissà - avrebbe voluto essere altrove: a volte è difficile condividere gli stessi riti, le stesse fantasie, lo stesso modo di sentire. Stare insieme non è solo un legame fisico di corpi, ma è anche un accordo di pensieri, di emozioni, di sentimenti. Forse la cosa più difficile.

Intanto continuavo a dare vigore alla fiamma, stuzzicando la legna con voluttuosa energia. Un caminetto fa casa, pensavo. Potessimo averne uno anche nelle nostre moderne abitazioni di città! È un simbolo che unisce, che rafforza, che accomuna e c’è sempre qualcuno accanto al fuoco che racconta una storia e si racconta. Purtroppo, manca nella nostra società una immagine così antica e familiare, sostituita dai moderni mezzi della tecnologia, dalla televisione e dalla virtualità dei social che illudono le persone e le allontanano dalla realtà.

E così, assorto, mi distendevo sulla poltroncina accanto al fuoco, inondato dal riverbero della fiamma che sprigionava scintille somiglianti a lucciole di antica memoria. Stavo immerso in quella sorta di sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere leggero, aspettando che gli ultimi tizzoni ardenti si consumassero in attesa della mezzanotte. Mentre avvertivo lo scoppio di petardi lontani e rintocchi di campane a festa. Era Natale.

lunedì 2 dicembre 2019

Paesi



E’ “povero” chi non ha un paese in cui riconoscersi. Paese non nell’accezione estesa del termine - paese come nazione - ma luogo antropologico più intimo e localistico che contiene le radici più nascoste;  e che conserva quegli aspetti socio-culturali che plasmano una piccola comunità e che in base a quello spazio, quasi familiare, si costruisce la propria identità e si rafforzano i rapporti con gli altri che vivono quel territorio. Il paese come condizione esistenziale, come immagine e approdo a misura d’uomo. Forse tutti noi cerchiamo o ci inventiamo un paese dove ritornare o dove fuggire, magari solo con l’immaginazione, nei momenti di dolce malinconia.

Luogo della memoria e dell’anima: questo è il paese; una minuscola patria di origine all’interno della grande patria di appartenenza; territorio in cui ci si identifica e ci si ritrova, dove il tempo sembra arrestarsi e dove anche la noia e la tristezza appaiono più sopportabili. Ma il paese è anche luogo fuori dal tempo che regala bellezza e tranquillità dove il silenzio e la natura, il camino acceso nelle case in pietra e la serenità dei volti della gente, l’ospitalità e la solidarietà, i ritmi lenti e il culto dello stare assieme e le antiche tradizioni, rendono più dolce l’esistenza.  Ma il paese è anche il luogo in cui senti il tuo corpo in maniera diversa e - con amore o con disagio - può essere di volta in volta un eden o un carcere, un simbolo di libertà o di oppressione. Ti mantiene sospeso su un ciglio che ondeggia sempre tra il desiderio di andare via e quello di rimanere aggrappato alle sue piccole certezze.

Il poeta Alfonso Gatto ricorda in una sua poesia che “abbiamo tutti fretta di morire per tornare al paese natale”. E come non citare le parole sempre attuali di Cesare Pavese che diceva: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Certo, il paese è fatto di partenze e di abbandoni, di fughe e di rimpianti, ma è fatto anche di ritorni: il ritorno al paese nativo dell’emigrante, di chi ha lasciato il proprio paese per lavoro.  E’ il momento, questo, in cui subentra quel sentimento nostalgico dei tempi vissuti e ormai perduti. “Quante volte, o paese mio nativo - recita una poesia di Cardarelli - in te venni a cercare ciò che più m'appartiene e ciò che ho perso. Quel vento antico, quelle antiche voci, e gli odori e le stagioni d'un tempo, ahimè, vissuto”.

venerdì 30 agosto 2019

Un ospite illustre nel Cilento: Giambattista Vico



Ogni estate mi ritiro nella mia terra di origine: l’amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi, che l’aveva percorso in lungo e in largo verso la fine dell’800. Qui – lontano dai clamori della pazza folla e dalle aberrazioni dei nostri tempi – mi ritaglio uno spazio appartato e silenzioso dove cerco di raccogliere sensazioni ed atmosfere perdute, odori e colori, paesaggi e bellezze dimenticate. Insomma, quelle memorie e quei sentimenti che attraversano l’esistenza di ognuno di noi.

Capita, a volte, che la memoria di un uomo si rispecchi in quella di un luogo. La conferma l’ho avuta giorni fa mentre stavo per raggiungere, con la mia macchina, un paesino che si chiama Vatolla, un antico borgo di poche anime sprofondato fra le colline ammantate di castagni e ulivi nel Parco Nazionale del Cilento. Un luogo che conserva ancora il suo aspetto medievale, a pochi chilometri da Agropoli e da Paestum, che invita al silenzio, alla meditazione ed all’ozio creativo. Avevo appena finito di leggere un prezioso libriccino che si intitola “G. B. Vico un ospite d’eccezione della terra di Vatolla”, scritto dal prof. Antonio Malandrino, e avevo pertanto deciso di seguire le tracce del grande filosofo e giurista napoletano, il quale soggiornò da queste parti per circa un decennio (dal 1686 al 1695). E quando si parla di Vatolla – almeno per i cilentani -  il pensiero corre immediatamente a lui, all’autore della “Scienza Nuova”. Il paese sembra legato indissolubilmente al filosofo napoletano. La memoria dell’uomo si riflette, come dicevo prima, nella memoria del luogo.

G. B. Vico, che per volere del padre aveva studiato legge – pur detestando la vita forense – ebbe l’occasione di conoscere, un giorno del 1686, monsignor Gerolamo Rocca, Vescovo di Ischia. Questi, apprezzando le qualità intellettuali di quel giovane giurista, gli propose – secondo quanto si legge nella sua autobiografia – di fare da maestro ai suoi quattro nipoti presso “un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissimo clima, il quale era in signoria di suo fratello, il signor Domenico Rocca, perché lo avrebbe in tutto pari ai suoi figlioli trattato ed ivi dalla buona aria del paese sarebbe restituito in salute ed avrebbe tutto l’agio di studiare…”. Ora, proviamo ad immaginare lo stato d’animo del giovane Vico: all’epoca aveva solo 18 anni, era povero, viveva a Napoli in una modestissima casa accanto ad una botteguccia di libri gestita dal padre, alternando lo studio della giurisprudenza con quello della filosofia, la sua vera passione. La proposta ricevuta dal vescovo avrà certamente suscitato nel suo animo apprensioni e timori; egli avrebbe dovuto lasciare la sua amata Napoli per una terra lontana e sconosciuta, per andare a vivere presso una famiglia di feudatari, signori di Vatolla, prendendosi cura di quattro ragazzi poco più giovani di lui. Certo, l’impiego che gli veniva offerto, a quei tempi, non era affatto prestigioso: il precettore, infatti, era considerato alla stregua di un servitore, di poco superiore ad un cocchiere, con un salario molto basso. Accettando l’incarico, Vico poté usufruire di vitto e alloggio gratis: e questo non era poco considerate le sue ristrettezze economiche. E soprattutto quel mandato gli diede la possibilità di dedicarsi ai suoi studi filosofici, che lo avrebbero reso immortale, avvalendosi della ricca biblioteca padronale dove si trovavano opere di S. Agostino, Ficino, Pico della Mirandola, Tacito ecc. Il viaggio in carrozza durò circa tre giorni, tra soste e pernottamenti in locande di fortuna, percorrendo strade accidentate spesso infestate da banditi, prima di arrivare nel castello di Vatolla. In questa dimora fortilizia - che era stata costruita prima dell’anno mille dai Longobardi, a pianta trapezoidale e munita di quattro torri cilindriche (oggi palazzo De Vargas, dal nome degli ultimi proprietari di origine spagnola, sede della fondazione G.B. Vico) - viveva il marchese Don Domenico Rocca, vedovo, con i suoi quattro figli. Gli fu assegnata una stanza da cui poteva ammirare, in lontananza, l’isola di Capri sulla cui inconfondibile sagoma Vico soffermava il suo sguardo, nei momenti di malinconia e di nostalgia. Si, perché il filosofo aveva un rapporto alquanto tormentato con il luogo che lo ospitava tant’è che in un suo scritto definiva Vatolla  “aspra Selva solinga arida e mesta”, mentre in altre occasioni manifestava tutto il suo amore al “bellissimo sito di perfectissima aria” . Spesso si sentiva triste e spaesato perché l’ambiente non gli offriva molto, tranne le occasionali visite che il suo “datore di lavoro” faceva ai “signori” del posto, a cui lui partecipava di buon grado. Già allora, così come per tutta la vita, il filosofo cercava di coltivare sempre buone conoscenze in “isfere molto elevate siano stati essi dotti prelati, eloquenti predicatori, alti magistrati, studiosi universitari e non universitari, cavalieri e dame della più eletta aristocrazia…”. Ma, da buon studioso, non disprezzava la solitudine e il silenzio: e naturalmente Vatolla ne offriva in abbondanza. Così – sempre nella sua autobiografia – Vico racconta che spesso lasciava il palazzo per recarsi nel vicino convento francescano di Santa Maria della Pietà dove, all’ombra di un grande ulivo, godendosi l’aria fresca e salubre che saliva dalla valle sottostante, trascorreva lunghe ore nello studio e nella meditazione, in compagnia dei libri della biblioteca del convento. E in questo posto così suggestivo che evoca sensazioni indescrivibili, dove la mente del filosofo probabilmente raggiungeva vette altissime, e dove l’aria ha un sapore diverso ed i colori della natura sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore, ho sostato a lungo, da solo, soggiogato dal silenzio e dalla pace. Certi luoghi, che richiamano alla memoria vicende e personaggi di un lontano passato, sembrano lanciare a noi contemporanei - che viviamo in un’epoca caratterizzata dall’indifferenza, dall’eccessiva velocità e dalla scarsa sensibilità verso il bello - un  potente ammonimento a cambiare filosofia di vita e a non dimenticare le ricchezze artistiche e paesaggistiche della nostra terra. Elevare culturalmente un paese significa, essenzialmente, far maturare in ogni suo abitante consapevolezza e sensibilità, affinché possa comprendere e apprezzare la bellezza del patrimonio che gli appartiene.

Girare per le strette e silenziose stradine di Vatolla è come tornare indietro nel tempo. Un vero tuffo nel passato. Il retaggio vichiano, poi, è molto sentito nel paese, perché tutto parla del suo cittadino più illustre. Vie e piazze a lui dedicate, didascalie, notizie storiche e citazioni tratte dalle sue opere impresse su pannelli in ferro battuto posizionati in ogni angolo del borgo: un piccolo museo a cielo aperto. Al fine di rilanciare lo sviluppo di una terra, troppe volte umiliata e offesa, bisogna ripartire proprio dai suoi antichi borghi che si affacciano su un mare cristallino: Vatolla è uno di questi, con la bellezza dei suoi silenzi e la forza della sua storia, risorsa essenziale per la vita e la crescita culturale dell’intera comunità. Ruggero Cappuccio, scrittore e regista napoletano che ben conosce questi posti, dice che “non sono gli uomini a possedere le cose, sono le cose a possedere gli uomini, protetti e minacciati dal maggior difetto e dal maggior pregio di questa terra, la memoria. Certi ricordi non aiutano a vivere. Senza certi ricordi vivere è impossibile”.

lunedì 18 febbraio 2019

Il fascino del treno: da Roma ad Agropoli



Il treno è una visione laterale della vita; non fai in tempo a vederla ed è già passata.
(Paolo Rumiz)

Mi servo abitualmente del treno per i miei viaggi più lunghi: è il mezzo di trasporto a me più congeniale. Meglio della macchina: stando alla guida, mi snerva e non mi permette di fare altro; meglio del pullman: lo trovo troppo angusto; meglio dell’aereo, su cui non ho mai messo piede: al solo pensiero che un simile mostro, con un carico di diverse centinaia di persone, possa volare a diecimila metri di altezza ad una velocità di ottocento Kmh, mi provoca angoscia e inquietudine.

Allora, cosa c’è di più bello, di più romantico, di più affascinante di un treno, che procede nel paesaggio senza inquinare, mentre noi seduti comodamente in uno scompartimento facciamo vagabondare i nostri pensieri e la nostra immaginazione. E penso che nessun altro mezzo di trasporto, meglio del treno, sia così adeguato a quel dialogo interiore che intraprendiamo con noi stessi, proprio nel momento in cui saliamo a bordo; dialogo che trae sostegno ed impulso anche dal paesaggio che scorre davanti ai nostri occhi, come lo scorrere di una sequenza di diapositive. Il treno, con quel suo sferragliare cadenzato sui binari, ha la straordinaria capacità di elevarci in uno stato di magica suggestione, che ci allontana dai nostri affanni quotidiani e ci indirizza verso riflessioni ed immagini che non potrebbero mai affiorare in circostanze diverse. Soli, con i nostri pensieri, con un libro da leggere e magari con qualche genere di conforto alimentare da utilizzare all’occorrenza, iniziamo il viaggio consapevoli di avere davanti a noi un lungo spazio vuoto da riempire a nostro piacimento, senza che nessuno possa disturbarci. Certo, dobbiamo fare i conti con i nostri compagni di viaggio i quali non sempre sanno condividere ed apprezzare quella dimensione intimistica che sembra ormai sparita dalla nostra vita: il silenzio. Lo ammetto: io sul treno difficilmente amo attaccare bottone con i miei dirimpettai. Anzi, se vedo che lo scompartimento in cui mi trovo è troppo “rumoroso” per i miei gusti - potendolo fare - cambio immediatamente posto. So di infrangere quell’antica convinzione secondo la quale il treno è un mezzo che favorisce la socializzazione tra gli individui. E’ pur vero, però, che non sempre si ha la fortuna di incontrare persone stimolanti con cui poter fare una piacevole conversazione. E allora, meglio il silenzio: per poter pensare osservando il panorama, per poter leggere o dormire, per poter lavorare al computer o guardare un film. Che il treno abbia un fascino particolare è innegabile: quanta letteratura corre sui binari! Quante immagini di treni e di stazioni sono entrate nell’arte! E quanto cinema si è servito del treno per la ripresa dei suoi film.

Facevo queste riflessioni mentre mi trovavo su un treno Intercity di Trenitalia - uno dei pochi ancora in circolazione, non soppresso in favore dell’alta velocità – in partenza dalla stazione di Roma Termini alle ore 9.26. Mi stavo recando nel Cilento, nel mio paese d’origine: l’ennesimo “viaggio non viaggio” che faccio su questa tratta con una cadenza quasi mensile, e che si ripete ormai da tantissimi anni sempre con rinnovato piacere. Sono miei compagni di viaggio, nello scompartimento: una ragazza che non alzerà mai gli occhi dal suo smartphone ultimo modello; poi un signore sulla cinquantina che, dopo aver acceso il suo telefonino - come un accanito fumatore accende la sua sigaretta – esordisce con la sua prima telefonata ad alta voce, facendo sapere che è arrivato in stazione e sta già sul treno; e infine due turisti giapponesi che parlano piano una lingua a me incomprensibile, i quali iniziano immediatamente a “selfarsi”. Partiamo. Il treno inizia la sua corsa parallela alle arcate di un antico acquedotto romano, prima di insinuarsi nella splendida campagna romana tappezzata di vigneti. E’ quì che nasce l’ottimo vino dei castelli romani. La vista è piacevole e rilassante ed invita alla meditazione. Alla lettura. In lontananza si scorge un gregge di pecore: fino a quando vedremo ancora questi docili animali, si potrà ben sperare sulle sorti di questo nostro pianeta, sempre  più oltraggiato.  Devo dire che pur percorrendo questa linea da tanti anni, mi capita ancora di notare – per la prima volta – nuovi scorci panoramici. Come quella villetta isolata sulle pendici di un monte, simile ad un eremo, che mi fa pensare al suo proprietario il quale, probabilmente, non è per niente attratto dalla vicinanza degli uomini. Arriviamo a Latina: dalla stazione è ben visibile,  su uno sperone roccioso, il suggestivo borgo medioevale di Sermoneta, incastonato tra i monti Lepini ammantati di verde, con il suo maestoso castello Caetani. Panorama suggestivo, ma non interessa granché ai miei compagni di viaggio che continuano a smanettare sui loro cellulari. Solo i turisti giapponesi – che ogni tanto mi guardano sorridenti e felici - filmano tutto attraverso il finestrino. Di tanto in tanto interrompo la mia lettura e mi lascio conquistare  dal mondo esterno che mi arriva dal finestrino e che cambia in continuazione. Da questa comoda prospettiva posso divagare e riflettere su brevi spaccati di vita quotidiana che mi scorrono davanti, e spariscono: delle donne che raccolgono verdura in un campo; un contadino che lavora con il suo trattore e al passaggio del treno alza la mano in segno di saluto; il traffico lungo una strada che si snoda affiancata ai binari; un ciclista che percorre un sentiero di campagna; un uomo che zappetta nell’orto; uno spicchio di terreno sottratto ad una boscaglia e coltivato a olivi; e poi case isolate, ponti, piccoli borghi arroccati sui monti, ancora vigneti e uliveti, passaggi a livello dismessi lungo la linea, piccole stazioni… tutto si alterna e sembra sfuggire allo sguardo. Ma il treno si muove con la velocità sufficiente ad evitare la mia irritazione e con la lentezza adeguata per consentirmi di riconoscere e catturare ogni cosa, ogni particolare di vita che lascio alle spalle.
Attraversiamo l’agro Pontino, un tempo regno delle paludi bonificato dal regime fascista, con le stazioni di Priverno, Fondi-Sperlonga e Minturno. L’arrivo nella stazione di Formia l’apprendo dall’immancabile telefonata del signore cinquantenne: mi tiene aggiornato, è come ascoltare “tutto il viaggio minuto per minuto”. Intanto sbircio sullo smartphone della ragazza che mi siede accanto: è impegnata in una sorta di battaglia navale dove delle figure mostruose vengono abbattute a cannonate (almeno così pare). Intanto i turisti giapponesi, sempre sorridenti e felici, continuano a filmare il paesaggio esterno. Si, perché sulla nostra destra si può ora ammirare lo splendido Golfo di Gaeta con l’omonima cittadina adagiata sul mare. Quella vista mi riporta alla vacanza fatta la scorsa estate proprio a Gaeta, sulla bella spiaggia di Serapo. Dopo circa un’ora di viaggio, la sagoma del Vesuvio che si staglia dinanzi ai nostri occhi ci fa capire che stiamo per arrivare a Napoli. La comodità del treno, rispetto agli altri mezzi di trasporto, è che arriva sempre nel centro cittadino. A Napoli c’è tempo per un caffè e una sfogliatella. Intanto la ragazza, sempre china sullo smartphone è scesa, come pure i turisti giapponesi, sempre sorridenti. Ripartiamo. Il signore cinquantenne fa l’ennesima telefonata per avvertire (la moglie?) che il treno è in perfetto orario. Mi tranquillizzo. Arriviamo a Salerno in poco più di mezz’ora, dopo aver percorso la galleria di Santa Lucia, che da Nocera sbuca proprio in stazione dopo oltre dieci chilometri: si intravedono scorci del suo bellissimo lungomare. Riprendiamo la corsa verso Battipaglia percorrendo la piana del fiume Sele - delimitata a nord dalle propaggini dei monti Picentini - costellata di serre sotto le quali si coltivano pomodori, zucchine, peperoni e altri ortaggi. Superiamo il fiume Sele attraverso un ponte di ferro (inaugurato sul finire dell’800), nei pressi di Ponte Barizzo e ci dirigiamo verso Paestum, l’antica e potente città della Magna Grecia, racchiusa tra le sue ciclopiche mura di travertino. Non lontano dalla stazione si intravedono i suoi famosi templi dedicati a Nettuno, Hera e Cerere. Riaffiorano in me lontane reminiscenze scolastiche. Guardando a sinistra della stazione, si può scorgere la sagoma dell’antica basilica della Madonna del Granato che sorge sul promontorio del monte Calpazio, dalla cui vetta si lanciano gli appassionati di parapendio. Bastano soli pochi minuti per arrivare ad Agropoli - una delle perle del Cilento - che si rivela in anticipo alla nostra vista con il suo mare cristallino e le sue ampie spiagge di sabbia fine che si distendono fin sul lungomare di San Marco. E’ la mia stazione di arrivo che mi fa rientrare - dopo circa 3 ore e trenta minuti di incantamento ferroviario e fuga dalla realtà - nei miei consueti abiti mentali. Raggiungo in macchina, in dieci minuti circa, il mio paesello che sta su in collina, “disteso come un vecchio addormentato”. Come recitava una vecchia canzone del passato.