domenica 22 marzo 2015

Il piacere della lentezza



Perché  è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Se lo chiedeva Milan Kundera, in un suo famoso libro pubblicato nel 1994 che si intitola, appunto, “La lentezza”. Viviamo in un mondo in cui questo atteggiamento lento nei confronti delle cose e della vita sembra sia stato bandito definitivamente. Dobbiamo andare sempre più veloci; dobbiamo fare le cose sempre di fretta; non possiamo perdere tempo perché il tempo è denaro; ci spostiamo da un punto all’altro della terra a velocità supersonica; al semaforo dobbiamo partire qualche secondo prima che scatti il verde, altrimenti quello dietro di noi – che ha sempre fretta - ci suona immediatamente; il computer deve essere una scheggia altrimenti diventiamo nervosi.
Abbiamo inventato degli strumenti tecnologici talmente potenti e veloci che non ci consentono più di riflettere, perché la velocità annulla il pensiero. Un uomo che corre a piedi, avverte sempre il proprio peso, la propria età, sente la stanchezza, può decidere se aumentare la corsa o diminuirla, fermarsi o continuare, perché è sempre consapevole di se stesso e delle proprie forze. Ma quando quell’uomo delega il potere di generare velocità ad una macchina, quando insomma si trova alla guida di una Ferrari lanciata a 300 chilometri all’ora, il suo corpo non è più presente e la velocità sostituisce il pensiero. La velocità diventa ebbrezza e rimpiazza la mente. Non c’è più riflessione ma solo estasi.

Kundera dice ancora che “c’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto, cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi, invece, vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa, che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo”. Quindi il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria quanto il grado di velocità all’intensità dell’oblio. In altre parole la lentezza ci permette di ricordare mentre la velocità ci incita a dimenticare. Sembrerebbe, a questo punto, che la nostra società - che si è completamente abbandonata al demone della velocità ed è ossessionata dall’iperattivismo produttivo - non voglia fare altro che dimenticare e non pensare. Ma una società che non ha memoria non può avere un futuro. E per questo che oggi noi viviamo solo il presente e non abbiamo idea di come possa essere l’avvenire.
Ci affrettiamo senza sosta, ma nel contempo non sappiamo dove stiamo andando. Ma perché ogni nostra giornata deve essere inevitabilmente all’insegna della fretta e dell’ansia? Perché ci sottoponiamo quotidianamente a ritmi di vita sempre più intensi e snervanti? Essere inattivi, bighellonare, lasciare che il tempo scorra lento su di noi, oziare e, perché no, annoiarsi: sono tutte azioni che non sono apprezzate nella nostra società. E’  d’obbligo correre da un impegno all’altro. Restare invece a casa, lasciarsi assorbire da un buon libro, fare le cose con ritmi più umani e naturali, far scorrere il tempo standosene seduti sul terrazzo a prendere il sole o a coltivare i gerani….tutto ciò viene marchiato come inerzia, mancanza di iniziativa, inettitudine. Bisogna, invece, dare l’impressione di essere sempre attivi, efficienti, scattanti, impegnati.

La lentezza oggigiorno è considerata una brutta parola: sinonimo di indolenza, svogliatezza che non porta da nessuna parte e – secondo i cultori della velocità e degli ottimizzatori del tempo - non crea ricchezza, non genera progresso. Eppure è fondamentale per ristabilire i nostri ritmi naturali e per ritrovare le nostre pause quotidiane. Non riusciamo più a vivere secondo i cicli naturali ed abbiamo stravolto completamente il rapporto umano con il tempo. Un rapporto che andrebbe curato e regolato attraverso delle regole di comportamento più vicine alle esigenze naturali dell’uomo. Dovremmo ritornare a coltivare l’ozio, quale arte di saper ascoltare, riflettere, pensare, perché la velocità è nemica del nostro equilibrio psico-fisico. Ma andrebbe rivisto anche il rapporto con la natura, perché non possiamo sempre forzare e velocizzare la crescita delle piante e delle verdure. Non capisco perché dobbiamo mangiare le ciliegie a natale e le fragole a febbraio. Se vogliamo salvarci, è importante riscoprire la verità di quel vecchio adagio secondo il quale chi va piano, va sano e va lontano. Dobbiamo quindi cercare di vivere con lentezza, appropriandoci dei nostri tempi naturali a discapito della frenesia imperante e lottando contro chi vuole rubarci il nostro tempo.

lunedì 16 marzo 2015

Uno scrittore che appartiene a quella "provincia dell'intelligenza"



Non sono un acceso lettore di racconti brevi; piuttosto che leggere tante piccole storie raggruppate in un solo libro, preferisco il classico romanzo le cui vicende vengono dipanate attraverso una narrazione più complessa. Io penso che non tutti gli scrittori siano in grado di sintetizzare in poche pagine una storia, sappiano cioè delineare in così poco spazio dei personaggi e delle vicende tali da appassionare il lettore. Anche se il racconto breve può sembrare, apparentemente, una forma di scrittura più accessibile - soprattutto per chi, avendo qualche velleità letteraria, si avvicina per la prima volta alla parola scritta - io credo che se non si possiede il dono della sintesi, abbinato ad una grande capacità creativa, sia davvero molto difficile scrivere - in poche pagine - una storia che abbia una qualche valenza letteraria.

Il libriccino che ho appena finito di leggere - di poco più di 100 pagine, edito da Sellerio – fu scritto nel 1995 da Sebastiano Addamo, uno scrittore e poeta siciliano che appartiene a quella vasta schiera di autori “dimenticati” e quasi sconosciuti. Come spesso accade quando non si conosce un autore, sono rimasto colpito dal titolo “Non si fa mai giorno” che mi ha indotto prima a dargli un’occhiata in libreria e poi a comprarlo. E devo dire che non me ne sono affatto pentito perché il libro, strutturato in cinque brevi racconti, merita tutto il mio apprezzamento per la sua alta qualità letteraria. Credo che a volte sia davvero arduo, se non azzardato, parlare di certi libri così trascurati, quando le librerie – lo sappiamo bene - brulicano di tante novità editoriali e di autori cosiddetti “affermati”. Io però, lo ammetto, quest’ultimi non li digerisco e mi rifugio quasi sempre tra i grandi della letteratura o tra quelli un po’ “stagionati” che a mio avviso meriterebbero una giusta e diversa collocazione. Come Sebastiano Addamo, questo scrittore appartato che proveniva, come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia, da quella “provincia dell’intelligenza da dove spesso arrivano le pagine più suggestive e più capaci di trasportare per strade lontane e inattese”. E quella provincia era Catania, dove lo scrittore nacque nel 1925 e dove si spense all’età di 75 anni: provincia dell’intelligenza ma anche provincia sonnacchiosa e abitudinaria, dove non succedeva mai nulla di importante, anche perché, come dice un personaggio dei suoi racconti “non ci sono, in sé, cose importanti e cose non importanti, dato che gli eventi ci riguardano e noi siamo pur sempre la misura di tutto”.

I protagonisti di questi cinque racconti sono essenzialmente dei perdenti “davanti ai quali la vita passa come un fiume, e loro stanno sulla riva e si scostano se l’acqua li lambisce”. Come, in particolare, quel giudice “padrone delle sottigliezze della legge e degli uomini” descritto nel primo racconto, immerso sempre fra i suoi codici, il necessario spartiacque della sua esistenza, in piena crisi esistenziale e coniugale. Così come perdenti sono pure i quattro amici che ritroviamo nel secondo racconto intitolato “noia a Catania” - secondo me quello più illuminante - figli di quella provincia quasi del tutto scomparsa, con la sua quotidiana monotonia ed i suoi riti immutabili nel tempo. “…erano invecchiati adagio adagio, tra lavoro, casa, bar, facendo qualche figlio e riempiendo mucchi di registri. (…) Le abitudini s’erano impadronite di loro, e loro vi stavano acquattati come lucertole al sole, ciascuno nel proprio cantuccio, attento a non scalfire il ritmo dei giorni e degli anni, oppressi intanto e confortati da una reiterazione senza fine, e Catania si stendeva intorno a loro, era cresciuta mentre loro invecchiavano, caparbia e sonnolenta come la lava dei suoi palazzi, quella pietra nerastra e dura ma porosa di caldo e di salmastro”.

E perdente è anche quell’impiegato del racconto “il cuore della legge” che si ritrova per caso in mezzo ad una rapina in una gioielleria e, mentre scappa assieme al rapinatore, viene preso e processato suo malgrado. Perché il caso spesso “decide gli eventi, giunge inappuntabile e definitivo, quasi losco, scompiglia il giorno”.

Sono racconti che si possono leggere - così come riportato nella quarta di copertina del libro - alla maniera di “storie di orfani di una provincia che non c’è più: una crepa nella loro giornata li precipita dove mai avrebbero creduto”. E per loro non si fa mai giorno.

lunedì 9 marzo 2015

A chi giova l'ingresso gratuito nei musei?



A partire dal mese di luglio dello scorso anno è cambiato il sistema tariffario dei musei statali e dei siti archeologici, grazie ad un decreto del Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Dario Franceschini che prevede, tra l’altro, la possibilità di visitare musei e siti archeologici, gratuitamente, la prima domenica di ogni mese. Un’iniziativa che appare lodevole e degna di apprezzamento. E così, la prima domenica del corrente mese – dopo aver consultato la lista dei luoghi statali della cultura della mia città (abito a Roma) - ho voluto personalmente saggiare questa novità scegliendo – quale prima visita - la Galleria di Arte Antica ospitata all’interno di un palazzo magnifico, fatto costruire dalla potente famiglia Barberini quando salì al soglio papale, con il nome di Urbano VIII, il cardinale Maffeo Barberini. Un palazzo iniziato nel 1627 sotto la direzione dell’architetto Carlo Maderno, cui subentrò Gian Lorenzo Bernini nel 1629 con il contributo successivo del giovane Francesco Borromini.

Avevo già visitato anni addietro questo importante Museo – pagando allora un regolare biglietto – il cui percorso espositivo è articolato secondo una successione cronologica che tiene conto della varie scuole pittoriche e comprende le opere di alcuni dei più grandi artisti della nostra storia dell’arte: da Andrea del Sarto a Giovanni Baglione, dal Bronzino al Caravaggio, da Giulio Romano al Guercino, da Pietro da Cortona a Raffaello da Guido Reni a Tiziano. E tantissimi altri.

Mentre mi apprestavo ad entrare, risucchiato da una folla vociante simile ad un fiume in piena (diamo un’occhiata, tanto è gratis, l’ho sentito da alcuni che passavano per caso da quelle parti), mi è venuto da pensare a quanti sostengono che tutti i beni artistici ed architettonici del nostro Paese, ed in particolare i musei, dovrebbero essere offerti gratuitamente affinché il cittadino medio possa abituarsi all’arte e che tali luoghi, dove già è tanto se si entra una volta, ma raramente si torna, diventino spazi familiari e rientrino nelle abitudini di ognuno. Punti di vista rispettabili.

Comunque, vista la grande confusione che già si preannunciava nel giardino antistante il museo, mi chiedevo perché mai l’arte dovrebbe essere a sbafo  e la televisione pubblica, invece, debba avere un canone annuale. Chissà in base a quale logica la TV ha il compito di informare il cittadino, ma a pagamento, mentre l’arte dovrebbe forgiarlo culturalmente in forma gratuita. E così – con questi pensieri non in linea con i sostenitori del “tutto gratis” - dopo aver percorso l’elegante e maestosa scala elicoidale opera del Bernini, mi sono trovato al cospetto, al piano nobile, della più sfarzosa e monumentale sala del palazzo, la cui volta fu affrescata da Pietro da Cortona. Il mio rinnovato stupore per la bellezza di quel salone è stato pari alla incredulità che ho provato nel vedere così tanta gente lì assiepata che brandiva, contemporaneamente, un telefonino e anziché ammirare in silenzio, fotografava tutto ciò che c’era da guardare. Ma non solo. Di fronte alla “Betsabea al bagno” dipinto di Jacopo Zucchi, non sono mancate le battutacce sulle “grosse tette” della protagonista dell’opera e al cospetto del grande quadro di Caravaggio “Giuditta taglia la testa ad Oloferne” c’è stato chi non ha rinunciato all’ultima moda in fatto di fotografie: farsi un selfie. Tutto questo mentre intorno brulicava una folla più disposta a ridere e a scherzare che non ad osservare i capolavori per i quali si era lì riunita. Dopo oltre un’ora, sono uscito frastornato, ma non per la sindrome di Stendhal – che pure avrebbe potuto colpire qualche visitatore più sensibile in una situazione di normalità - ma per quel brusio e quel chiacchiericcio continuo che hanno accompagnato l’intera visita. Per quella calca disordinata e vociante, parte della quale non interessata affatto all’arte, che ha letteralmente invaso un luogo in cui, se non fosse stato per l’ingresso gratuito, non vi avrebbe messo mai piede.

Si dirà: l’arte appartiene a tutti e quindi bisogna dare la possibilità di conoscerla anche a coloro che non se la possono permettere pagando un biglietto. D’accordo! Anche se c’è chi è disposto a spendere centinaia e centinaia di euro per uno smartphone ultimo modello, o 50 euro allo stadio per una mediocre partita di calcio, ma si lamenta se deve sborsare 7 euro per un museo. In ogni caso, a prescindere da quelle che possono essere le reazioni emozionali di ognuno di noi di fronte alla “bellezza” – che nascono essenzialmente dal modo di pensare di chi guarda, dalla sua sensibilità, dai suoi principi morali e dalla sua cultura - non è pensabile che non si riesca a regolarizzare il grande afflusso di visitatori, in una giornata in cui l’entrata al museo è gratuita, quando anche alle poste viene regolato l’accesso agli sportelli  nelle ore di maggiore affluenza. Tutto ciò va naturalmente a discapito della qualità complessiva della visita che non sopporta l’affollamento: se ci sono di continuo persone che ti passano davanti non si riescono nemmeno a vedere i quadri esposti. E’ come andare ad un concerto dove la gente fa tanto di quel baccano da non poter sentire la musica.

E’ altrettanto evidente che l’arte non può essere offerta gratis: è come svilirla. Ha un suo valore anche economico che va preservato e rispettato. Altrimenti perché non consentire, una volta all’anno, il libero ingresso anche alla “prima” della stagione lirica al teatro della Scala di Milano? Perché lo Stato non regala un libro ogni anno a tutte le famiglie? Non sarebbe un modo per invogliare le persone a leggere? E’ chiaro che non è così che si eleva il livello culturale di un paese. Queste giornate dedicate alle visite museali gratuite, nonostante il successo di pubblico assicurato (noi italiani, si sa, corriamo a frotte dove se magna gratis, ma se dobbiamo mettere mano al portafogli, diventiamo inappetenti), secondo me non portano le persone a “vivere l’arte” nella giusta maniera ma costituiscono - per la maggior parte degli interessati - solo un pretesto per cambiare aria la domenica; e per il Ministro, che ha ideato la proposta, un facile e demagogico sistema per racimolare qualche consenso in più.

giovedì 5 marzo 2015

Chesil Beach



Chesil Beach è un romanzo di Ian McEwan, uno scrittore inglese che gode di molta popolarità anche in Italia. Lo regalai, tempo fa, ad una mia collega che lo apprezzò moltissimo. Devo dire che, per evitare brutte sorprese, difficilmente regalo un libro che io non abbia già letto. Ho la presunzione di pensare che se quel tale romanzo mi è piaciuto, possa interessare anche alla persona cui è diretto, conoscendo un po’ le curiosità culturali della stessa. D’altra parte, sarebbe come consigliare ad un amico la visione di un film, senza averlo visto, o elogiare la prelibatezza di un piatto culinario, senza prima averlo assaggiato. Chesil Beach è un piccolo gioiello della letteratura dei nostri tempi (anche se il titolo lo trovo brutto), perché attraverso una prosa leggera e piacevole - nonostante un finale alquanto triste - sa coinvolgere emotivamente il lettore, con descrizioni acute e dettagliate dell’animo dei suoi personaggi.

Non tutti gli scrittori sono capaci di descrivere l’amore e il dramma di una vicenda sentimentale che vede protagonisti - nell’arco di tempo di poche ore, in un antiquato hotel vicino alla spiaggia di ciottoli di Chesil Beach - due giovani sposi digiuni di esperienze sessuali, nell’Inghilterra degli anni sessanta. Ebbene McEwan, con uno stile personalissimo, è riuscito perfettamente a raccontare questa storia che è insieme un contenitore di tensioni emotive e di aspettative erotiche. Ma è anche la vicenda di una breve e fallimentare esperienza amorosa, vissuta con apprensione dai due giovani protagonisti, prima di coricarsi sul letto a baldacchino e consumare la loro prima notte di matrimonio.

Un libro godibile che affronta il tema, sempre molto attuale, dell’incomunicabilità di coppia, dove l’amore tra gli sposi non riesce a superare le convenzioni sociali e le aspettative deluse, dove i veri protagonisti sono le parole non dette e le situazioni non affrontate. E allora dopo il “pasticcio” di quella prima notte, come lo chiamano entrambi, avvertiamo immediatamente il precipitare della situazione e ci chiediamo come sia possibile che due innamorati come Florence ed Edward, legati da un sentimento di amore fortissimo, possano fermarsi e bloccarsi dinanzi a un banale e spesso ricorrente “incidente” di percorso.

 


giovedì 26 febbraio 2015

Un uomo che voleva essere uno zero assoluto



Ci sono certi personaggi letterari - nati dalla penna di alcuni grandi scrittori - che godono della mia appassionata simpatia e meritano tutto il mio affetto: sono gli “ultimi”, quelli che chiamano inetti e che hanno difficoltà a vivere una vita cosiddetta normale. Devo pertanto ammettere che non amo in modo particolare le persone che vincono sempre, che hanno successo e che conducono una esistenza brillante e soddisfacente. Costoro mi annoiano, non li sopporto, non hanno nulla da insegnarmi. Preferisco piuttosto gli incerti, quelli che hanno sbagliato strada, che sono sempre alla ricerca di qualcosa, ma non sanno mai quale. Perché forse cercano se stessi attraverso gli altri e questo loro cammino esistenziale spesso diventa anche il mio.
Insomma, ad un arrampicatore sociale come Geoges Duroy, il protagonista del romanzo “Bel-ami” di Maupassant preferisco, per esempio, uno sconfitto dalla vita come Alfonso Nitti, il personaggio descritto da Italo Svevo nel suo libro “Una vita”. Oppure uno come Jakob von Gunten - dell’omonimo romanzo di Robert Walser che ho appena finito di leggere - il quale voleva addirittura essere uno zero assoluto “un magnifico zero rotondo come una palla”.
 
 E per raggiungere questo estremo e poco qualificante obiettivo, il nostro eroe frequenta uno strano ed insolito istituto (il Benjamenta), dove i professori non gli danno mai compiti; l’unico insegnamento che gli viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcare nel suo animo due essenziali qualità: pazienza e ubbidienza. E’ un istituto che invece di formare la personalità dei suoi allievi con lo studio, cerca di demolirla attraverso la negazione del pensiero, la disciplina e le rinunce. “A che servono a un uomo i pensieri e le idee – dice Jacob – se ha la sensazione di non saper cosa farsene?”. E allora è meglio non pensare, perché “chi pensa s’impenna”. La fedeltà, lo zelo, l’altruismo discreto e servizievole sono le sue principali virtù. Non sa figurarsi niente di più bello dell’ubbidienza, della disciplina e dell’attenzione verso gli altri.
Per capire la psicologia di Jakob von Gunten non si può prescindere dalla vita del suo autore, questo candido e raffinato scrittore svizzero (era il preferito di Musil e Kafka) che visse quasi sempre tra Zurigo e Berlino e proprio in quest’ultima città frequentò una scuola per domestici che gli suggerì l’arte ossequiosa del servire, che traspare con forza prorompente nelle sue storie. Si può senz’altro affermare che tutti i suoi libri sono autobiografici: è sempre lui - il mite e riservato scrittore Robert Walser - che si cela dietro i suoi personaggi i quali fanno dell’assenza la propria ragione di vita, in antitesi all’atteggiamento presenzialista della società in cui noi oggi viviamo, dove l’apparire è più importante dell’essere, dove la visibilità ha più valore della discrezione.

Il talento letterario di Walser fu riconosciuto solo dopo la sua morte, che avvenne il giorno di Natale del 1956: si accasciò sulla neve, durante la sua solita passeggiata che soleva fare tutti i giorni da quando – all’età di 50 anni – era stato trasferito (o forse aveva volontariamente deciso di rinchiudersi) in una clinica psichiatrica. Egli stesso aveva previsto e descritto la sua morte, ventotto anni prima, in un suo celebre libro “I fratelli Tanner” quando racconta che il protagonista del romanzo, Sebastian, “doveva essersi accasciato lì per una grande stanchezza che non riusciva più a sopportare (…) e si aveva la sensazione che non fosse in grado di affrontare la vita e le sue fredde esigenze”.
Se fosse vissuto ai giorni nostri avremmo potuto dire che Walser non amava la ribalta mediatica. “Chiunque abbia da far mostra dei suoi successi e riconoscimenti – dice Jakob – lo si vede quasi ingrassare, nutrirsi di compiacimento, gonfiarsi per la forza della vanità fino a diventare un pallone irriconoscibile. Dio preservi la brava gente dagli applausi della massa. Anche se non diventano cattivi, perdono la testa e s’infiacchiscono”. Parole emblematiche che dipingono bene la vanità di certi personaggi che cavalcano la cronaca dei nostri tempi. E poi, dobbiamo riconoscergli quel particolare intuito con cui aveva saputo anticipare alcune caratteristiche della nostra società consumistica, quando affermava che “ci impadroniamo prima di una cosa, poi di un’altra, e una volta che ce ne siamo impadroniti, quasi quasi è essa che ci possiede. Non siamo noi a possederla, ma, al contrario, quello che credevamo essere una nostra conquista, finisce poi col dominarci”. Non siamo forse posseduti dalle nostre meravigliose macchine? Non siamo forse diventati schiavi delle nostre sofisticate conquiste tecnologiche?
Con una prosa tenera, ironica, a volte malinconica, Jakob Von Gunten/Walser ci insegna che per rimanere puri bisogna scendere dal piedistallo del successo mondano e della gloria e non vantarsi del proprio albero genealogico e del proprio potere. Ci ricorda che si può essere perfettamente tranquilli e sereni pur non essendo scalatori sociali ma semplici individui sperduti e dimenticati nell’immensità della vita: basta saper aspettare e nello stesso tempo saper tendere “l’orecchio verso la vita, verso quella pianura che si chiama mondo, verso il mare con le sue tempeste”.

venerdì 13 febbraio 2015

Televisione e giornali: dateci oggi il nostro delitto quotidiano



Siamo sottoposti quotidianamente ad una dose massiccia di cronaca nera sia da parte della televisione (che la fa da padrone) che dei giornali e delle riviste specializzate; viviamo in una sorta di terapia intensiva a base di inalazioni indiscriminate di delitti familiari e di brandelli di orrore a tutte le ore del giorno. Non si salva nessuno da questa truce mattanza dell’informazione e, nessuno, può considerarsi al riparo dai crimini che ci vengono somministrati con estrema regolarità. I mass media fanno a gara a chi arriva prima sulla tragedia, si fiondano come avvoltoi sulla preda, per darla poi in pasto ad un pubblico sempre più vorace che, con malcelato godimento, segue le varie puntate dell’ultima disgrazia familiare. E come diceva Popper, il pubblico accetta questi spettacoli purché “ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo. Il fatto è che più si impiega questo genere di spezie più si educa la gente a richiederne. E questo è quello che è accaduto anno dopo anno da quando la televisione è partita: spezie più forti sul cibo preparato perché il cibo è cattivo e con più sale e più pepe si cerca di passar sopra anche a un sapore disgustoso”.
Pertanto, tra commenti e commozione mentre sorbiamo il cappuccino del mattino, tra rabbia e sgomento mentre sediamo a tavola con i nostri familiari all’ora di cena, ci appassioniamo morbosamente alla spettacolarizzazione del dolore, seguiamo tutti i delitti minuto per minuto che generano discussioni sempre molto accese tra due gruppi contrastanti: gli innocentisti da una parte e i colpevolisti dall’altra. Costoro stanno “fuori” come sfigati spettatori, mentre i soliti noti, invece, (criminologi di grido e uomini dello spettacolo, psicologi e psichiatri, vittime e parenti delle vittime) stanno “dentro” (la televisione o le prime pagine dei giornali) a pontificare in qualità di esperti o di testimoni dei fatti, anche se i primi venderebbero l’anima pur di essere presenti in quei salotti trash, per raccogliere spiccioli di notorietà. Magari davanti ad un plastico che ricostruisce in scala la casa o il luogo in cui si è verificata la tragedia familiare del momento. Spettacoli dell’orrore, il più delle volte discutibili, volgari e offensivi della dignità umana che generano, comunque, commozione e angoscia. Spettacoli che comunque ci rassicurano, perché l’orrore che vediamo riguarda sempre gli altri; le efferatezze ci lambiscono ma non ci toccano personalmente, le guardiamo con un certo sollievo, anche se misto a turbamento, perché non ci appartengono. E seguiamo sempre quelle vicende per sentirci normali, in un mondo – quello rappresentato – di violenti e di pazzi.

Ma non sempre è così. Scriveva giorni fa sul “Fatto Quotidiano” Daniela Ranieri che a volte il pubblico che assiste e commenta questi delitti vuole anche “affogare le sue remore nella cronaca più sinistra, e provare l’infima voluttà di scaricare su qualcun altro la fatica di ciò che esso non ha il coraggio di fare: ammazzare la suocera, massacrare il socio in affari, disfarsi di ciò che grava sulla sua vita: le responsabilità, il destino, la sventura di non essere famoso”. E già, perché i protagonisti della cronaca nera - siano essi vittime che carnefici – assurgono a personaggi famosi, a divi della carta patinata e del pettegolezzo; li chiamiamo per nome (valga per tutti quel “zì Michele” del delitto  Avetrana), diventano persone di casa, come se fossero nostri familiari, nostri amici, diamo loro tutto il nostro sostegno se li riteniamo innocenti, ovvero li condanniamo e li disprezziamo se l’intuito investigativo che ci sorregge li considera colpevoli. Personaggi, questi, che appaiono sorridenti e in pose da divi sui settimanali specializzati di cronaca nera ( e non solo) come “Giallo cronaca”, una rivista che vende più copie di qualsiasi altro giornale. Solo la Gazzetta dello Sport riesce ad ottenere più lettori. Come a dire che la cresta multicolore di Balotelli o i tatuaggi di De Rossi seducono più del pizzetto biondo di Massimo Bossetti, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio.
Sono gli eroi negativi della nostra società, i paladini del male che meritano la stessa visibilità dei divi dello spettacolo, la stessa attenzione mediatica che si riconosce ad un grande avvenimento sportivo. La curiosità morbosa vince su ogni altra considerazione e tutto passa in second’ordine: la disoccupazione giovanile, le imprese che chiudono, gli stipendi che non bastano, la sanità che non funziona, la libertà di stampa e di espressione, la corruzione. Tutto svanisce come neve al sole di fronte allo show incessante del dolore. Ma c’è da chiedersi: è normale tutto questo? È normale che delle persone psicologicamente stabili possano diventare i fan o i difensori di presunti assassini oppure rivendicare il diritto di piangere la vittima, purché venga ripresa dai riflettori di una telecamera? Ai posteri l’ardua sentenza.

lunedì 9 febbraio 2015

Siamo destinati a ritornare nel Pleistocene ?!



Non saprei come classificare questo libro: un romanzo fantascientifico, oppure un saggio sulla storia dell’evoluzione umana o piuttosto un racconto anacronistico e metaforico sulle prime invenzioni dell’uomo. Non saprei in quale settore narrativo riporlo, volendo riordinare gli scaffali di  un’ipotetica libreria. E’ un testo che si allontana un po’ dai classici generi letterari e, in quanto difficilmente catalogabile, avrebbe potuto allontanare un lettore come me, più attento alle certezze narrative. Ma, proprio grazie a questa varietà di interpretazioni, l’opera letteraria di Roy Lewis “il più grande uomo scimmia del pleistocene” ha incontrato il mio particolare favore. E’ un romanzo molto originale, al di là della sua forza umoristica, la cui lettura offre lo spunto per fare innumerevoli riflessioni sulla modernità, su questo continuo e illimitato sviluppo tecnologico e sulle sue infinite distorsioni e aberrazioni. Ma è anche uno scritto che ci fa capire quanto lunga e difficile sia stata la storia dell’evoluzione socio-scientifica del genere umano, nonostante la sua efficace vis comica.

Lo scrittore inglese ci riporta indietro nel tempo di circa 3 milioni di anni, nell’Africa Centrale del Pleistocene, dove vive una numerosa famiglia di cavernicoli o uomini scimmia, i cui componenti si esprimono con un anacronistico e divertente linguaggio moderno. Sembra quasi che gli stessi personaggi, pur vivendo in un’epoca primordiale, già si identifichino in certe espressioni tipiche dei nostri tempi e della nostra cultura. Pare che vogliano precorrere i tempi, pur non avendo ancora le basi della conoscenza.

I protagonisti principali sono i due fratelli Edwards e Vania (zio Vania, per il nipote che è anche la voce narrante). Il primo è uno strenuo sostenitore del progresso e dello sviluppo in tutte le sue forme, sempre ispirato da una grande creatività, una sorta di antenato di Leonardo da Vinci, che si appresta a fare le sue grandi scoperte scientifiche; il secondo è invece un moderato conservatore che non vuole forzare la natura, perché teme gli impatti negativi che le invenzioni potrebbero avere sull’ambiente circostante. Questa diversità di vedute e di condotta li porta spesso a litigare, come quando discutono sull’opportunità o meno di avere un fuoco nelle notti fredde.  Secondo zio Vania il fuoco rappresenta una sorta di vulcano attivo che avrebbe finito per distruggere le foreste e la natura (...e come non dargli ragione, visti gli scempi moderni); per Edwards (che l’ha scoperto), è invece uno strumento affascinante, con potenzialità incredibili: ci si può difendere dagli animali feroci, cuocere i cibi, temperare le lance. Inoltre, con questa fondamentale scoperta, i nostri ominidi possono finalmente scendere dagli alberi, su cui avevano sempre vissuto lontano dai pericoli, e sistemarsi in una bella caverna, “la più lussuosa della zona”, dopo aver cacciato gli orsi che vi abitavano.

E quando Edwards arriva a progettare anche l’arco con le frecce, per la prima volta quel nostro antenato prende coscienza della propria forza: il fuoco e l’arco possono rendere invincibile il gruppo a cui egli appartiene, sono in grado di assoggettare altre popolazioni e conquistare altri territori.  Ma queste invenzioni si riveleranno fatali per il suo inventore.

“La natura non sta dalla parte del più forte” dice Edwards ai suoi figli, “ma dalla parte della specie che sa far valere un vantaggio tecnologico sull’altra” . E’ una frase simbolica quella che l’autore fa dire al nostro personaggio, l’espressione che sintetizza metaforicamente il percorso egemonico  delle varie civiltà storiche che si sono susseguite nel corso dei millenni e riassume il principio su cui si basa il potere dominante di qualsiasi epoca.  E’ l’esordio, sulla scena del mondo, della potenza tecnologica che - se nell’Africa del Pleistocene poteva essere rappresentata dal fuoco o dall’arco, attraverso i quali la “specie” poteva far valere la sua forza - nei tempi moderni è senz’altro raffigurata dalle armi di distruzione di massa, capaci di distruggere uomini e cose. Mi viene in mente a questo punto una famosa frase di Albert Einstein il quale affermava: “Non so con quali armi verrà combattuta la Terza Guerra Mondiale, so però con quali armi verrà combattuta la Quarta: con la clava”. Siamo destinati, quindi, ad un ritorno al passato? ...Un ritorno nel Pleistocene con l’arco e le frecce?

 

 

sabato 7 febbraio 2015

La mia gatta



“La mia gatta, entrata con me di soppiatto dal corridoio nella stanza, era saltata su una sedia. Rimase un poco a fissarmi con le pupille splendenti e turchine, si raggomitolò fremendo a scatti interni per tutte le membra e, con un nuovo salto silenzioso e felice, mi raggiunse sul letto.
Fui contento, la tenni accanto, le parlai, la ringraziai della sua grata compagnia, mentre mi urtava dolcemente la fronte col capo, socchiudeva gli occhi lasciando sprigionare dalla gola un rotolìo continuo e sonoro di piacere, pigiando mollemente le coperte con le zampe, anch’essa contenta di stare con me.
Pareva che volesse consolarmi di vivere.
Sentivo per lei una gratitudine profonda, un’amicizia fedele, la accarezzavo, sempre le parlavo, mi rianimavo; non ero più solo, esisteva un mondo che potevo amare, abitato dagli agili, flessuosi felini, dai nobili cavalli, dalle libellule sopra i canali, dalle rondini al tramonto; c’era una creatura gradevole da vedere, piacevole da toccare, affettuosa, contenta di starmi accanto.

Ma a un tratto la gatta ribalzò dal letto sulla sedia e stette ancora a fissarmi, serrando misteriosamente le pupille in lineette nere che si allargavano all’improvviso in nuovi cerchi brillanti e turchini. Quegli sguardi mi incantavano, ma cercavo di capire, nuovamente avvilito, se la gatta pensasse qualcosa di me, se con ironia osservasse la mia paura di esistere, o forse volesse disilludermi sulla sua stessa amicizia: lei tanto più sdegnosa di me,solitaria, libera da ogni divieto nel mondo”

tratto da “La Memoria” di G. B. Angioletti

 

lunedì 2 febbraio 2015

La Memoria



In questi ultimi tempi i libri più belli li trovo quasi sempre sulle bancarelle dei mercatini dell’usato. A volte sono testi che, inspiegabilmente, gli editori si rifiutano di stampare, indaffarati come sono a sommergerci di thriller, dove i morti ammazzati abbondano, e di improbabili libri di ricette di cucina, scritti non già da grandi chef – come la logica vorrebbe – ma da presentatrici e veline della televisione che, non si sa in base a quali competenze ed abilità gastronomiche, aspirano ad offuscare la fama di Pellegrino Artusi.

Giambattista Angioletti - l’autore di questo straordinario romanzo che si intitola “La memoria” - è un nome sconosciuto alla stragrande maggioranza dei lettori; ed era sconosciuto anche al sottoscritto fino a quando il suo fiuto non l’ha scoperto, nascosto e quasi schiacciato da una mole impressionante di volumi di Ken Follet, in vendita sulla stessa bancarella un tanto al chilo.

Questo autore “ troppo mite e disincantato, gran signore delle lettere, dai gesti nobili e lenti, dalle parole sobrie e meditate” - come scrisse di lui una sua amica scrittrice, Clotilde Marghieri - era nato a Milano nel 1896 e fu un acceso  sostenitore di una letteratura aurea, rigorosa, direi aristocratica; fautore di una sorta di prosa d’arte, messaggera di atmosfere poetiche e auliche, velata di dolce e struggente malinconia. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Torre del Greco, “il suo approdo finale” in una casa di campagna ai piedi del Vesuvio, “illudendosi di avervi trovato la pace” e rammaricandosi che i suoi amici del nord non capissero questo suo amore per il sud, pur continuando a sentirsi milanese a Napoli. Così scriveva ancora la sua amica Clotilde Marghieri: “…qui, nella sua stanza bianca come una cella, al suo tavolo di lavoro messo in modo da poter guardare la casa di Leopardi, egli voleva vedere nella memoria tutti i luoghi scoperti e amati; e insieme con la memoria personale voleva coltivare quella memoria comune di tutti i paesi e di tutti i tempi, che nella sua forse utopica Europa stava a simboleggiare il suo sogno di fratellanza umana. Qui, prima di morire, diceva, doveva rileggersi tutti i classici, accomiatarsi dai Maestri…”

Io credo che egli stesso oggi sia da considerare un Maestro e, leggendo questo suo libro, dalla prima all’ultima pagina, non si può non rimanere incantati di fronte alla bellezza della sua prosa.

“La memoria” è il racconto autobiografico e retrospettivo della sua infanzia ed adolescenza vissuta nella Milano di fine Ottocento e prima della guerra del 1915-18. L’io narrante è un ragazzino “figlio di signori”, solitario, ultrasensibile, riflessivo e triste il quale, proprio nell’età in cui si è spensierati e felici, lui - governato da demoni invisibili - si interrogava sui grandi temi dell’esistenza: l’eternità, l’infinito, Dio, l’amore, il dolore, l’infelicità, la povertà, la ricchezza. Si chiedeva “per quale perfido disegno si nasce creature umane, e non piante, pietre, nuvole”; si domandava perché mai il mondo “ si dividesse in servi e padroni, in poveri e ricchi” e si interrogava sull’esistenza di Dio: mai avrebbe trovato pace “fin quando la presenza divina non fosse diventata in me, anziché angosciosa, soccorrevole e consolatrice”.

Era un bambino che appariva privo delle qualità necessarie ad assicurarsi il successo nella vita: la disinvoltura, la parola facile e spiritosa, la furberia, la vivacità. Tutto ciò lo rendeva infelice; non riusciva ad essere spigliato e sicuro come i ragazzi del viale in cui abitava, che lui ammirava e ai quali si sforzava di somigliare. Ma invano. E soffriva. E allora avrebbe voluto “dare la testimonianza di qualche istinto malvagio, rompere un vaso di cristallo, dar lo sgambetto ad un ospite, imitare la voce chioccia di una vecchia signora: tutte imprese portate a termine con successo da altri ragazzi”. Ma non avrebbe mai trovato il coraggio per queste azioni.

Il libro si divide in 12 capitoli, ognuno dei quali si sofferma su un momento significativo della sua vita adolescenziale ed in particolare: il viale dove abitava con la sua famiglia e dove si svolgevano tutte le attività sociali e commerciali; il laboratorio di ceramiche del nonno, dove si sentiva ingiustamente rifiutato dagli operai solo perché era il nipote del padrone; e poi la sua casa, frequentata da “personaggi di riguardo” che parlavano sempre di affari, di danaro, eccitandosi ed animandosi “ognuno impaziente di raccontare come riuscisse a sedurre i clienti, a ingannare i provinciali, a sventare i tranelli dei concorrenti, tra il fumo acre dei lunghi sigari, il risuonare delle catene d’oro sui panciotti e le acclamazioni avide delle mogli”; e poi le feste, durante le quali tutti “diventavano pii e devoti”, tutti fingevano di divertirsi, come i pagliacci del circo, “tanto esperti nel fingere l’entusiasmo e la gioia”; e poi il ballo in maschera al Circolo dove i partecipanti, con i loro travestimenti “non avevano più bisogno di nascondere il loro vero animo, come facevano ogni mattina ricomponendo il volto a gravità, a dignità (…), camuffati da diavoli e da buffoni potevano finalmente dar sfogo ai loro veri istinti puerili, inverecondi e dispettosi”.

Ma come poteva risollevarsi questo bambino intelligente e dall’animo nobile e sensibile, che dava il meglio di sé nella tristezza anziché nell’allegria? Che non mostrava alcuna abilità, che arrivava sempre ultimo, che non sapeva divertirsi, che era sempre pensieroso? Che appariva troppo buono, sottomesso, mansueto, forse sciocco, che veniva preso in giro dai suoi compagni e che, date le sue caratteristiche, non avrebbe mai potuto raggiungere un’onorevole posizione nel mondo? Come poteva diventare degno di attenzione?

Sono le parole a salvarlo. Capisce che i fatti della sua vita, ricreati dalle parole, apparivano in una luce più precisa e attraente; si accorge che per far vivere la realtà “bisognava descriverla, le parole risollevavano le immagini affastellate nella memoria come vecchie tele in una soffitta; e anche gli avvenimenti più paurosi diventavano nella rievocazione affascinanti”.

E cosa c’è di più bello della pagina scritta, anche quando è chiamata a raccontare il grido di dolore di un bambino? La pagina scritta – se ben scritta -- riesce a far dimenticare anche la sofferenza interiore che intende raccontare e ciò che si coglie in essa non è tanto la difficile condizione di chi soffre, quanto la vitalità e l’eleganza della prosa, la raffinata ironia che aleggia in alcune bellissime descrizioni, l’armonia dei pensieri. Tutto questo è il libro.

domenica 25 gennaio 2015

Vivere la bellezza

Camerota: spiaggia di Cala Bianca

Quando si parla della “bellezza” bisognerebbe evitare di commettere un errore di valutazione spesso ricorrente  e cioè considerarla come un bene di lusso riservato a pochi eletti. La bellezza, invece, è un valore universale che appartiene a tutti. E’ patrimonio dell’umanità.
Non c’è luogo, non c’è paese  in Italia, che non abbia qualcosa di bello da mostrare sia sul piano naturale che su quello artistico-architettonico, tale da suscitare in ognuno di noi una molteplicità di emozioni e sensazioni. Secondo il filosofo Remo Bodei, l’emozione più alta e forse più rara si percepisce quando, trovandoci al cospetto di un grande capolavoro dell’arte, sentiamo un vero brivido che attraversa tutto il nostro corpo. “E’ la pelle d’oca la vera espressione della bellezza”, così scrive il filosofo. Direi, tuttavia, che ci sono bellezze più complesse che, per suscitare in noi emozioni e rimanerne attratti, richiedono un grado di conoscenza superiore, una sensibilità estetica straordinaria, necessitano di una riflessione prolungata affinché possano essere apprezzate; sono come quelle canzoni d’autore poco orecchiabili ma raffinate e difficili, che hanno bisogno di tempi d’ascolto più lunghi per essere amate. Esistono altre bellezze, invece, che sono alla portata di tutti e da tutti sono comprensibili, anche dalle persone più sprovvedute che, seppure digiune di particolari conoscenze e competenze storico-artistiche, riescono tuttavia  a meravigliarsi e stupirsi al primo sguardo.
Giorgio de Chirico: le muse inquietanti
 
E così può accadere che un dipinto di Giorgio de Chirico come “le muse inquietanti” fa storcere il naso a chi non sia in grado di comprendere i significati nascosti insiti nell’arte della pittura metafisica; al contrario, di fronte ad un quadro del Canaletto - uno dei pittori più affermati del ‘700, noto soprattutto per la sua pittura “fotografica” –   come quello raffigurante “piazza San Marco a Venezia” non si ha nessuna difficoltà a cogliere l’incanto della sua rappresentazione artistica che si compie attraverso il felice connubio tra architettura e natura.

Canaletto: Piazza San Marco

Sembrerebbe, quindi, che noi vediamo sempre ciò che comprendiamo e le emozioni che ne scaturiscono sono legate intimamente non solo alla maggiore o minore sensibilità che sappiamo esprimere, ma anche al grado di conoscenza di cui siamo dotati: nel primo caso solo una approfondita preparazione o una più attenta visualizzazione o valutazione ci avvicina alla bellezza metafisica che ha inteso comunicare il pittore, nel secondo caso, invece, riusciamo a percepirne l’essenza anche non avendo competenze specifiche in merito. Basta un colpo d’occhio per cogliere qualcosa (nel nostro caso la meravigliosa piazza San Marco) che ci seduce e che ci spinge a dire: quel quadro è veramente bello! E questo perché a volte desideriamo vedere ciò che più amiamo nella realtà: la bellezza della natura, la perfezione di un volto, la magnificenza di un luogo. E’ pur vero, però, che questa preferenza per i soggetti gradevoli ed attraenti potrebbe indurci a respingere opere altrettanto belle, solo perché le tematiche in esse rappresentate non soddisfano la nostra personale idea di bellezza. E’ difficile mettere in dubbio la bellezza che ispira il dipinto “le due sorelle” del pittore francese W. Bouguereau: siamo quindi portati a dire che il quadro è molto bello.
W. Bouguereau; le due sorelle

Anche Henri Matisse dipinse un quadro simile: probabilmente “le due sorelle” uscite dal suo pennello a prima vista non sembrano poter competere con la bellezza delle prime due. Però, si può mai affermare che l’opera di Matisse è brutta? Quest’ultimo dipinto - espressione di una tecnica meno realistica, che in qualche maniera si allontana da una visione fotografica della realtà – possiede comunque una forza ed una bellezza evocativa pari al primo; quindi dobbiamo convincerci che la bellezza di un dipinto non dipende esclusivamente dalla bellezza del soggetto.
Matisse: le due sorelle
 
Vorrei concludere dicendo che il bello tocca sempre le corde più intime e più sensibili dell’animo umano e ci pone di fronte alla nostra limitatezza e fragilità, alla nostra irrilevanza nei confronti della grandezza della natura e dell’ingegno umano.

lunedì 19 gennaio 2015

I nuovi barbari

Riporto, di seguito, un mio post pubblicato sulla rivista on line "La Mandragola" http://www.lamandragola.org/ che tratta - come recita il sottotitolo - "notizie approfondimenti informazioni dal Cilento". Invito chi mi legge a visitarla.

C’è stato un tempo, nemmeno tanto remoto, in cui - percorrendo le strade che si inerpicano lungo le colline del Cilento - era possibile scorgere le sagome inconfondibili dei vari paesi ivi arroccati, attorniati da vecchi casolari di campagna rigorosamente costruiti in pietra locale. Erano luoghi familiari e facilmente riconoscibili dagli abitanti del posto, perché il paesaggio che si stagliava in lontananza difficilmente mutava nel tempo, aveva una sua specifica identità, appariva sempre identico: la cementificazione selvaggia non era ancora arrivata, lo sfruttamento del territorio non aveva preso piede. Lungo il percorso si potevano ammirare, inoltre, graziosi muretti a secco, frutto del lavoro caparbio e certosino dei nostri contadini che lavoravano la terra e la proteggevano dalle frane e dagli smottamenti con questi semplici e naturali sbarramenti di pietra. Autentici capolavori di architettura rurale. Di questi muretti a secco, purtroppo, se ne vedono sempre di meno. Così come sembrano spariti quei caratteristici casolari di campagna, il cui legame con il territorio circostante era ancora molto forte. In compenso, al loro posto, stanno sorgendo come funghi orribili filari di villette a schiera tutte uguali: veri condomini orizzontali. Costruzioni, quest’ultime, che hanno ormai preso il sopravvento in ogni angolo del Cilento.
Mi viene in mente una pagina del romanzo di Antonio Scurati “Il sopravvissuto”, il cui protagonista così descrive il suo paese (ci troviamo nell’interland milanese, ma potrebbe essere anche un paese del Cilento) “ai margini delle strade statali il prolasso del paesaggio rurale era così veloce che quando andavi in ferie per tre settimane, al tuo rientro stentavi a trovare la strada di casa”. Sembra una provocazione, un paradosso, ma la finzione letteraria non si discosta molto dalla cruda realtà: il sottoscritto, ogni qual volta ritorna nel suo paese d’origine, ritrova sempre una nuova costruzione, magari laddove solo qualche mese prima sorgeva un vecchio rudere di campagna; oppure, cosa molto più deprecabile, si imbatte in antiche e nobili dimore che hanno subito improbabili interventi di restauro su cui bisognerebbe solo stendere un velo pietoso.
Stiamo facendo di tutto per stravolgere l’anima dei luoghi. Le torri, i castelli, i palazzi signorili costituivano il segno di riconoscimento di un Cilento antico; intorno a questi simboli di appartenenza ruotava un’intera comunità in cui si ritrovava e si riconosceva. Il paese, anche in lontananza, diventava riconoscibile grazie a loro. L’incuria dell’uomo per il territorio in cui vive procede di pari passo con le sue scellerate scelte urbanistiche, non sempre in relazione alle caratteristiche ambientali in cui vengono inserite. In un lontano passato i Barbari – così venivano chiamati dagli antichi Romani quei popoli che vivevano al di fuori dei loro confini - invadevano i territori, distruggendo e saccheggiando tutto ciò che incontravano lungo il passaggio. Oggi la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle costruzioni. I nuovi barbari distruggono, costruendo. Io quando penso ai barbari, penso a quei costruttori senza scrupoli che spesso, in combutta con amministratori locali incompetenti e poco sensibili alla bellezza del posto in cui operano, violano il territorio con orrendi fabbricati seriali, senza stile e senza armonia. E costruendo, continuano a scardinare luoghi pieni di memoria e di silenzio, modificando in maniera davvero violenta antichi borghi, distruggendo colline dove rigogliosa sorgeva la macchia mediterranea. Villaggi turistici (che si animano solo in estate, mentre durante i mesi invernali diventano agglomerati fantasma), strutture balneari lungo le coste, villoni con piscine olimpioniche invadono ogni luogo, si appropriano del territorio. La fisionomia di un paese cambia in maniera veloce, tanto che si stenta a riconoscerlo e si perde quell’antica e piacevole sicurezza di sentirsi “a casa”.
Sia ben chiaro che sono favorevole ad un corretto uso del territorio; sono sostenitore di un piano urbanistico del paese a misura d’uomo. Sono contrario, invece, alle speculazioni edilizie, alle costruzioni sempre più invadenti che cancellano le tracce del passato, che non legano in maniera armoniosa con il territorio in cui vengono realizzate; sono contrario a quegli interventi edilizi che non “lasciano parlare” i luoghi. Si, perché i luoghi del Cilento non sono cose morte, ma hanno un’anima e parlano di noi: della nostra storia, dei nostri antenati, di come eravamo. Una nuova costruzione non deve rompere il rapporto uomo/natura, quel sodalizio che regge da secoli: deve invece arricchire un luogo non distruggerlo; deve renderlo più bello, non imbruttirlo. Natura e opera dell’uomo devono fondersi in un unico paesaggio, in una sorta di simbiosi in cui l’una si possa specchiare nell’altra. Provate a immaginare un’antica abbazia circondata da un bosco; e poi confrontatela, sempre nell’immaginazione, con una serie di villette a schiera. Sarebbe interessante conoscere le diverse reazioni emotive.

Io penso che il tramonto di un’epoca (e forse la nascita di una nuova civiltà) si può intravedere, non solo attraverso l’inarrestabile e aggressivo progresso tecnologico che ha invaso le nostre esistenze, ma anche attraverso il deterioramento e la devastazione dei posti in cui viviamo; questa evoluzione (positiva o negativa, secondo i diversi punti di vista) si può scorgere osservando il quotidiano accanimento urbanistico contro il territorio e il suo passato, che se apparentemente non ci dice nulla, o non ci facciamo caso, in realtà descrive meglio di qualsiasi altra immagine la fragilità della condizione umana. Quella fragilità che umanamente ci appartiene e ci fa somigliare a quei luoghi che stiamo distruggendo e in cui non ci riconosciamo più.

 

sabato 17 gennaio 2015

Il tempo e la nostalgia



La nostalgia ha come punto centrale della sua essenza il “tempo” che fugge via e mai, come in questo particolare momento della mia vita (forse sto invecchiando), avevo avvertito in maniera così forte questo sentimento che  mi riporta costantemente a ciò che ho vissuto...a ciò che è stato.

Tornare indietro con la memoria significa, sempre, scoprire che quel “luogo”, quella “cosa” non esistono più. Oppure esistono, ma la loro intima natura è cambiata e con essa, siamo cambiati noi stessi. Scrive Pessoa in una poesia dedicata a Lisbona: “Lisbona torno a rivederti, ma io non mi rivedo. Torno a rivederti, ma io non mi rivedo”.

Questa nostalgia del passato, questo desiderio legato al ricordo rappresenta, per me, anche una forma di difesa nei confronti di una strana realtà in cui non sempre riesco ad immedesimarmi, una realtà che non mi appartiene, in cui faccio fatica  a ritrovare la mia giusta dimensione e collocazione. E allora mi capita di tuffarmi nel tempo che fu e, nella memoria nostalgica, il passato riesco sempre ad ingentilirlo, a coprirlo di un’ aura positiva, a nobilitarlo e percepirlo, il più delle volte, migliore del presente. E questo forse è l’errore che mi impedisce di comprendere le cose dell’oggi, e da qui nasce la mia nostalgia:
nostalgia di certi luoghi della mia passata giovinezza in cui non ritrovo più quelle cose amate, quelle atmosfere che mi rendevano felice, in cui non ritrovo più la bellezza del paesaggio perché deturpata dal cemento e dalla spazzatura che avanzano e dagli incendi che tutto distruggono;

nostalgia di quegli antichi sapori, di quei profumi intensi che sapevano di tradizione, di natura incontaminata e di genuinità;

nostalgia di quelle antiche botteghe di artigiani, dove tutto veniva fatto a mano con passione e con cura, sostituite da moderni locali dove vendono stracci e oggetti alla moda e dove tutto è omologato;

nostalgia delle macchine di una volta, quelle belle autovetture che avevano una propria identità, direi quasi una propria anima e che riconoscevi da lontano e le amavi perché uniche.....oggi invece i modelli sono centinaia, standardizzati, tutti uguali, irriconoscibili;

nostalgia di quelle strade senza cartelloni pubblicitari che ti opprimono e senza graffiti che ti violentano, opera quest’ultimi di emeriti idioti che vengono invogliati a insozzare da coloro che si ostinano a chiamarli artisti di strada;

nostalgia di quel tempo in cui non esistevano ancora i telefonini (soli pochi anni fa), quando si conosceva l’attesa e telefonare significava parlare senza farsi sentire dagli altri, a casa o in una cabina telefonica;

nostalgia della televisione in bianco e nero, con una programmazione che aveva un inizio ed una fine, quella televisione che sapeva divertire ed informare, che al posto della pubblicità trasmetteva “intervallo” con le pecore che pascolavano o con le immagini di antichi borghi;

nostalgia…

mercoledì 7 gennaio 2015

Quant'è buono il pane di ieri!



 

Enzo Bianchi – per chi non lo conoscesse – è un monaco laico, fondatore e Priore del Monastero di Bose nel Canavese, una comunità religiosa di grande successo e spiritualità meta di tantissimi pellegrini in cerca di silenzio, meditazione e preghiera. Con questo suo libro, che io  lessi nel marzo 2010, lo scrittore piemontese rivisita il suo passato vissuto nella sua amata terra del Monferrato. E lo fa proprio al fine di cogliere in esso le chiavi di lettura non solo del presente ma anche del futuro. Perché l’esperienza che ci viene dal passato è buona anche per affrontare gli anni a venire,  ed i principi e i valori che hanno alimentato l’esistenza di chi ci ha preceduto sono in grado di sostenere anche noi che viviamo il presente.

I ricordi di quella vita faticosa, portata avanti con durezza per il lavoro quotidiano e per l’isolamento in cui si viveva nelle cascine, affiorano nitidi e appassionati in queste pagine. Una carrellata di immagini, di luoghi, di personaggi, di sensazioni, di suoni, di profumi che sembrano scomparsi dalla nostra vita quotidiana e che vengono evocati con affetto e con gioia, misti a nostalgia.

Come le campane che tendono a non suonare più e comunque quando rintoccano nessuno riesce nemmeno ad ascoltarle, soffocate come sono dal frastuono del traffico, dai telefonini sempre accesi, dai rumori assordanti. Erano suoni che scandivano la vita nei paesi di campagna, che venivano ascoltati come moniti quotidiani e ritmavano il passare del tempo avvolgendo la vita delle comunità, aiutandole nella loro identità e fornendo loro un vero linguaggio di comunicazione a distanza.

Come dimenticare il canto del gallo, che da messaggero del giorno è stato bandito dalle nostre esistenze. Confesso - dice Enzo Bianchi – che per me è sempre stato ed è il suono quotidiano più straordinario, più desiderato, più amato. E come non ricordare la cucina tradizionale, quella fatta con ingredienti  genuini: quel profumo di ragù che si avvertiva camminando lungo le stradine del borgo antico nei giorni di festa. Sparito. Oppure il profumo del pane appena sfornato, fatto in casa nel forno a legna. Si è perso il senso di questo fondamentale alimento della nostra tavola: oggi viene facilmente trascurato e sostituito con tanti prodotti alternativi la cui unica positività consiste in una negatività e cioè quella di non farci ingrassare.

Tra i tanti ricordi non poteva non spuntare, nel libro, la coltivazione della vite e la trasformazione dell’uva in vino, attraverso il rito antichissimo della vendemmia. La stagione della vendemmia era ed è non solo il coronamento di un’annata di lavoro ma il simbolo dell’intimo rapporto tra l’uomo e la terra che abita. E quando si parla di terra, il ricordo di Bianchi va immancabilmente all’orto: l’autore aveva solo 14 anni, quando chiese in dono a suo padre un piccolo fazzoletto di terra da coltivare e da allora non riesce a vivere senza accudirne uno, perché un orto non solo dà gusto ai cibi, ma gli insaporisce l’anima. L’orto quindi come una grande metafora della vita spirituale, come lo spazio interiore della nostra vita, luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione.

Il ricordo del passato passa anche attraverso le feste, che venivano vissute con partecipazione e semplicità e che costituivano un’occasione importante, allietate con pasti abbondanti e preparati con cura. E’ un mondo semplice, quello che ci descrive Enzo Bianchi, un mondo che seguiva i ritmi delle stagioni, che non conosceva i tempi frenetici della vita moderna, che prediligeva la lentezza piuttosto che la velocità.

venerdì 2 gennaio 2015

L'insostenibile ansia della condivisione



Questo post è stato pubblicato sul Blog http://alfonsocernelli.blogspot.it/ Credo sia una riflessione molto interessante, che riporto di seguito:

“ L’altro giorno sull’autobus c’era una donna che, munita di una tavoletta elettronica di ultima generazione, scriveva i propri appuntamenti di vita e di lavoro. Il magico apparire dell’apparecchio del desiderio calamitava l’attenzione di molti dei presenti, che si mettevano tranquillamente a leggere gli appunti della signora. Anche io non sono riuscito a fare a meno di sbirciare, scoprendo così che la signora aveva per le ore 10 un appuntamento dal dentista e alle 17 avrebbe atteso l’idraulico a casa. Allora io mi sono chiesto se, qualora al posto dell’aggeggio elettronico da 10 pollici la signora avesse tirato fuori taccuino e penna, l’effetto sarebbe stato lo stesso. La domanda è retorica. Con una penna ed un’agenda la privatezza della signora sarebbe stata tutelata, questo è certo, ma essa non avrebbe potuto condividere col mondo le proprie esperienze, cosa che faceva con parecchia disinvoltura, ben avvedendosi della presenza di estranei che sbirciavano i suoi affari.

Nel lontano 1973 Guido Morselli, anticipando con grande lucidità i mali (e la stupidità) del nostro tempo, scriveva: “non mi convince la tesi che ogni esprimere, anche il più privato, supponga un comunicare”. A distanza di quaranta anni, possiamo affermare con certezza che quelle parole hanno assunto una portata profetica.

Il raccontare agli estranei le proprie faccende private, infatti, sembra essere oggi la forma più diffusa di comunicazione, se non quella esclusiva, almeno per molte persone. La massiccia diffusione dei telefoni portatili e dei c.d. “social network” ha ampliato la possibilità per tutti di comunicare, consentendo a chiunque, persino in strada o sull’autobus, di esprimere pensieri e raccontare vicende, che spesso non meriterebbero di essere condivisi, perché futili, discutibili, offensivi, banali. Il mezzo, certamente fenomenale, è stato così utilizzato male. L’ampliamento delle possibilità comunicative ha determinato una perdita di qualità del contenuto della comunicazione. Ho sentito persone parlare ad alta voce al telefonino dell’ultima di campionato di calcio, oppure litigare, o discutere animatamente, senza fare nulla per abbassare la voce o per non dare nell’occhio. Ci sono taluni che desiderano che gli altri ascoltino la loro conversazione, per far sapere quanti soldi hanno, quale lavoro svolgono, quale squadra tifano, dove andranno in vacanza. Un tempo le cabine telefoniche erano munite di porte e pareti, che salvaguardavano la segretezza della comunicazione e la voglia di non ascoltare dei passanti. Oggi queste barriere sono scomparse: la condivisione, persino di vicende che dovrebbero essere confinate in ambiti di gelosa riservatezza, è divenuta la regola becera della modernità. Tutto deve essere lasciato in pasto alla rete, perché ognuno crede di essere innovativo, di avere pensieri o parole originali da diffondere. Senza pensare che, in molti casi, sarebbe meglio sussurrare, per un’istintiva forma di difesa”.

venerdì 19 dicembre 2014

Il viaggio: metafora della vita e della libertà

 
Chi non legge o non ha voglia di leggere – e sia ben chiaro che nessuno è obbligato a farlo e chi non ha dimestichezza con la carta stampata non è assolutamente inferiore a nessuno - puntella sempre questa sua mancanza, di cui un po’ si vergogna, con un alibi di ferro: “purtroppo non ho tempo”. Sarebbe, infatti, poco credibile se affermasse di non leggere per i prezzi dei libri troppo alti, considerata la variegata e ampia offerta del mercato editoriale. Per esempio, ho appena finito di leggere, in contemporanea, due libriccini di poco più di cento pagine ciascuno: un racconto intitolato “Corto viaggio sentimentale” di Italo Svevo ed il romanzo “Peter Camenzind” di Hermann Hesse. Il primo, pubblicato nel corso del 2014 dalla Newton, presenta una veste grafica davvero molto accattivante e costa solo 1 euro e 90 centesimi; il secondo, invece, è un’edizione Oscar Mondadori del 1980, trovato su una bancarella dell’usato (praticamente come nuovo) a soli 2 euro. Insomma, con meno di 4 euro (una pizza mediocre costa molto di più), ho portato a casa due piccoli capolavori della nostra letteratura, anche se poco noti al grande pubblico. E’ pur vero che a volte la bellezza della lettura risiede proprio nella scoperta dei suoi tesori.
Ebbene i protagonisti dei due libri, pur nella loro estrema diversità – da una parte il tipico personaggio inetto di Svevo e, dall’altra, il sognatore, l’amante della natura che esce dalla penna di Hesse - sono accomunati dallo stesso desiderio: viaggiare. Il viaggio quale occasione per “evadere” dall’ambiente in cui vivono; il viaggio quale metafora della vita e della libertà e quindi espressione di fuga dalle costrizioni quotidiane.
 
Un breve viaggio di lavoro in treno da Milano a Trieste è, infatti, l’occasione che aspettava da tanto tempo il signor Aghios, il protagonista di “Corto viaggio sentimentale”, un libro rimasto incompiuto a causa della morte dell’autore avvenuta nel 1928. Tipico personaggio sveviano insoddisfatto e abitudinario, questo Aghios “guardava con invidia e desiderio la vita intensa che lo circondava e respingeva” e pensava che una parte di tale malessere gli venisse dalla famiglia, perché “la sicurezza di cui si gode in famiglia addormenta, irrigidisce e avvia alla paralisi”. Perciò il viaggio programmato sarebbe stato una sorta di esperimento, un gradevole svago foriero di altri futuri viaggi, che avrebbero dovuto assicurargli incontri piacevoli e un po’ di felicità. Quella felicità che - a suo dire - non poteva nascere dalla gelida relazione con la moglie e il figlio. Lui aveva sacrificato tutta la sua vita al dovere familiare, “abbandonando i suoi cari pensieri, le sue care fantasie, il vero piacere. Se lo avessero lasciato in pace, egli avrebbe percorso il mondo, non per guardarlo, ma per trovare maggiore stimolo a staccarsene, abbellirlo e offuscarlo”. Certo, abitudinario come egli era, certamente avrebbe poi sentito il desiderio di ritornare in famiglia e “rimettersi sotto la protezione della moglie e soprattutto andare a proteggere quello scervellato di suo figlio, insomma il ritorno alla sua galera”.
E se per il signor Aghios la galera è rappresentata dalla famiglia, per Peter Camenzind (alias Hermann Hesse) il personaggio che dà il titolo al libro dello scrittore tedesco naturalizzato svizzero (il suo primo successo letterario che segna l’inizio della sua carriera) la “galera” da cui vuole evadere per conoscere il mondo è il suo paese natale, Nimikon, “un villaggetto che giace su un piano obliquo triangolare incuneato fra due propaggini montane, in riva al lago”. Questo giovane aveva avuto come educatori ed amici, oltre i libri, le montagne, il lago, gli alberi e la natura tutta, che per molto tempo gli “furono più cari e più noti degli uomini e del loro destino”; era stato talmente forte il contatto unilaterale con la terra e con gli animali che, in qualche maniera, quest’ultimi lo avevano allontanato dal consorzio umano. Allora sente il bisogno di “uscire dall’aria prosaica e deprimente” del suo paesello per la gioia di essere libero, di partire per paesi lontani “per cercare la patria futura nel regno dello spirito”. I suoi viaggi diventano un fondamento della sua vita, passa gran parte degli anni camminando per mesi e settimane in vari paesi, abituandosi a lunghe marce con in tasca pochi quattrini e un pezzo di pane, pernottando spesso all’addiaccio. Si convince di non essere nato per la vita sedentaria, ma per il vagabondaggio in terre straniere. E’ all’occorrenza diventa poeta e pellegrino, beone ed eremita.

Ma così come era successo al protagonista del viaggio di Italo Svevo, che aveva sentito il bisogno di rientrare in famiglia, anche Camenzind/Hesse, dopo la sua lunga caccia alla felicità mondana, dopo la ricerca dell’arte nelle principali città dell’Italia, della Francia e della Germania, dopo essersi abbeverato di musica e di bellezze spirituali, “i miei vagabondaggi nel regno dello spirito e della così detta cultura”, avverte l’urgenza di ritornare nel vecchio nido fra i monti e il lago, felice di aver fatto le sue esperienze di vita e con la consapevolezza che un contadino come lui non poteva, a nessun costo, diventare un cittadino e uomo di mondo.