domenica 18 maggio 2014

E' bello ciò che piace?



Se  dico che mi piace la pittura di Renoir, esprimo un mio gusto personale, vale a dire che sono conquistato dalla luce e dai soggetti dipinti all’aria aperta, dalla serenità delle immagini, dai colori lievemente sfumati. Invece a qualcun altro potrebbe piacere Caravaggio, per le tensioni drammatiche che sa creare, per il gioco di luce e ombra presente nei suoi quadri;
 
altri potrebbero dire che sono attratti da Van Gogh, per la violenza dei colori. E così di seguito.
 
Sono piaceri differenti, che rimandano a sensibilità e preferenze diverse. Non è pensabile, però, che colui a cui piace Caravaggio possa affermare che la pittura di Renoir è brutta, così come il sottoscritto mai si sognerebbe di sostenere che Caravaggio è brutto. 

Definire la bellezza in tutte le sue innumerevoli sfaccettature è quasi impossibile, però una cosa si può dire con certezza: il gusto è una cosa, il bello è un’altra. E il gusto di una persona spesso coincide con il bello. Quindi, da questo punto di vista, non è bello ciò che piace – secondo quel vecchio detto popolare - ma è bello ciò che è bello. Ciò che è universalmente riconosciuto come tale. E’ bello sia Renoir che Caravaggio, solo che a me piacciono le atmosfere di luce e di colori che sa creare il pittore francese, ad un altro piace l’apprensione dolorosa che sa esprimere Caravaggio nei suoi dipinti. Ma è bello anche Van Gogh, per l’angoscia e l’ansia esistenziale che traspare dalla sua pittura. E’ chiaro che il gusto esprime una emozione personale, un piacere soggettivo che nasce dal modo di pensare di chi guarda, dalla sua sensibilità, dai suoi principi morali, dalla sua cultura. Il gusto comunica anche un orientamento che spesso si lega alla moda di una determinata epoca.

La bellezza, invece, è armonia tra le parti, è proporzione e ordine: è un ideale di realizzazione e di rappresentazione attraverso il quale l’artista mira a tradurre in forme concrete un ideale di bellezza universale. Forse nessuna civiltà ha saputo esprimere meglio la bellezza come quella tramandataci dall’antica Grecia. Il fatto stesso che la Venere di Milo, risalente al II secolo a.c., sia universalmente riconosciuta,  a distanza di oltre due millenni, quale ideale perfetto di bellezza femminile, dimostra quanta  perfezione e quanta grazia sapevano infondere nelle loro opere quegli antichi maestri.

Nel corso dei secoli si sono succeduti stili diversi (romanico, gotico, classico, barocco ecc.) attraverso i quali gli artisti hanno sempre rappresentato la bellezza secondo i canoni della propria cultura, secondo il modello estetico della propria epoca storica, eppure la bellezza delle loro rappresentazioni rimane sempre la stessa, pur essendo raffigurata con stili diversi. Secondo me noi oggi viviamo in una società in cui l’idea di “bellezza”,  intesa nel suo significato oggettivo, è entrata in crisi profonda e si è affermato sempre di più il giudizio del “gusto”, un gusto che spesso sfocia nel “kitsch”, che sta a significare cattivo gusto e che testimonia il degrado dei nostri tempi, della nostra realtà quotidiana. Diceva Antonio Tabucchi che “la sensibilità alla bellezza appartiene ad un momento storico e non al patrimonio genetico di una persona. E’ culturale e quindi bisogna insegnarla”. E sembrerebbe che nella società in cui viviamo è molto più semplice e redditizio insegnare il peggio anziché il meglio. Oggi purtroppo assistiamo, soprattutto sui canali delle televisioni commerciali, a programmi che attraverso rappresentazioni volgari e di cattivo gusto, mirano ad abbassare il livello estetico e la percezione del bello.

Per cambiare rotta a questo degrado, è necessario pertanto affinare, educare, allenare il nostro gusto al bello. E come si allena il gusto? Semplicemente guardando il maggior numero possibile di opere d’arte, di monumenti, di statue, di dipinti; frequentando più spesso mostre e musei; ma anche leggendo e informandoci, perché quando noi guardiamo un dipinto lo giudichiamo, in primis, sulla base delle nostre percezioni sensoriali e poi in riferimento alle nostre conoscenze culturali. E se noi non conosciamo, siamo soliti dire che quella cosa che stiamo osservando è brutta:  invece potrebbe essere bella, se culturalmente fossimo capaci di scoprirvi la bellezza. Tutto ciò contribuisce a migliorare il nostro modo di vedere, di osservare, di capire. Solo la conoscenza e il continuo allenamento visivo possono indurci ad apprezzare l’essenza della bellezza e farci capire ciò che è bello, in quanto rientra nei nostri gusti personali, da ciò che è bello perché scaturisce da canoni estetici universalmente accettati e riconosciuti.

martedì 13 maggio 2014

"La morte del fiume" di Guglielmo Petroni (1911-1993)



 
Mi piace gironzolare tra le bancarelle dei libri usati di Roma. Vi si possono trovare testi molto interessanti, spesso fuori catalogo, che non vengono più stampati perché gli editori preferiscono rincorrere comodi guadagni attraverso la pubblicazione di prodotti letterari alla moda, di facile successo, il più delle volte scritti da autori e personaggi televisivi. Giorni fa, in Piazza Esedra, ho trovato alcuni bei libri pubblicati dal Club degli Editori di Milano che ha riproposto, in edizione speciale e con la copertina originale, i vincitori del premio Strega. “La morte del fiume” di Guglielmo Petroni è, appunto, uno tra quelli (si aggiudicò l’ambito premio nel 1974).

Non conoscevo questo autore nato a Lucca, autodidatta, che prese parte alla Resistenza e finì arrestato in Via Tasso a Roma. Tale esperienza la raccontò nel suo libro più noto “Il mondo è una prigione”, che secondo Natalino Sapegno resta una delle prove più alte della letteratura di quel periodo.

La trama di questo romanzo si sviluppa intorno alle vicende di due amici, Stefano Calzolari e Sante Martelli, i quali – sradicati nella Capitale da prima dell’ultima guerra - dopo oltre 40 anni ritornano, per motivi di lavoro e quindi non per iniziativa personale, nella loro città natale (Lucca). L’impatto del ritorno è violento, traumatico, inconsolabile. Entrando in città con il bagaglio di ricordi e di immagini, si accorgono che “al posto dei vasti prati verdi sfilava una sequela di villette la cui architettura vagamente avanguardista era contornata da giardinetti cosparsi di statuine classiche, in cemento compresso”. Ma ciò che più li irrita e li mortifica, fino alle lacrime, sono le condizioni pietose del fiume Serchio, quel fiume che li aveva visti felici durante l’infanzia quando potevano affondare le labbra in quell’acqua limpida e trasparente; un luogo “dove si dimenticava la miseria”. Ora l’acqua del fiume sembrava scorrere stancamente, e i miasmi della putredine lo avvolgevano trascinando enormi mucchi di spazzatura. Chi mai, quaranta anni prima, avrebbe potuto prevedere un simile scempio naturale? La memoria, per tutto il tempo trascorso, aveva conservato un ricordo pulito e profumato di quel luogo, di quella natura incontaminata, di quella città; ora quelle immagini amate e gelosamente custodite svanivano all’improvviso e si scontravano e si spaccavano impietosamente di fronte alla triste realtà.

Aleggia nel racconto un leggero senso di malinconia “perché le cose che si ritrovano non sono più quelle, oppure noi non siamo più quelli”. Evidentemente il tempo cambia le cose e i luoghi che ci appartengono e a cui siamo legati, ma cambia anche gli uomini. E allora la ricerca del volto del passato, tra persone e luoghi che lo possano contenere, costituisce una sorta di occupazione vitale quando il tempo della giovinezza sta ormai dietro le spalle. A volte si ritorna nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza e non si riesce a trovare più nulla: forse perché abbiamo raccontato a noi stessi cose non vere; o perché abbiamo ingentilito o enfatizzato o mitizzato troppo quel passato il cui confronto con il presente non può reggere; o perché abbiamo vissuto le cose guardandole dal di fuori anziché esserci stati dentro. E allora, come dice Sante al suo amico Stefano “non è facile recuperare così volontariamente il proprio passato, in genere se ne trae una immagine che risponde a ciò che desideriamo, non a quello che realmente è stato. Ci si crea gli alibi, i veli, i paradisi artificiali, le illusioni, col proprio passato”. Però, nonostante tutto, loro avranno il coraggio di accettarlo nella sua realtà, di non alterarlo, perché il passato è come un libro che si può consultare quando se ne sente il bisogno.

Tra le righe del libro affiora, in maniera evidente e significativa, il tema molto attuale del disastro ambientale, della cementificazione del territorio, dell’inquinamento; affiora un’Italia che – come ha scritto Ottavio Cecchi nella prefazione del libro – “è andata scomparendo sotto la colata di nuove periferie dilagate sugli orti e sulle campagne fuoriporta”. Il fiume sporco e inquinato che muore, cui allude il titolo del romanzo, simboleggia un mondo che non c’è più, un mondo scomparso, che emerge nel ricordo dei protagonisti come in una sorta di rappresentazione teatrale.

mercoledì 7 maggio 2014

"I fratelli Tanner" di Robert Walser (1878 - 1956)



E’ un singolare e bellissimo libro, un’autentica sorpresa, scritto da Robert Walser nel 1909; è un romanzo fiabesco e reazionario, che disorienta, stupisce e fa riflettere.

Simon Tanner, il giovane protagonista del romanzo, altri non è che la controfigura dello scrittore svizzero, il suo alter ego, uno spirito libero che attraversa con leggerezza la vita, o meglio vi striscia nelle sue fessure e negli angoli più nascosti, con un senso di straordinaria libertà e meraviglia, che gli fa apprezzare tutte le cose belle e meno belle dell’esistenza. Ha una peculiare caratteristica questo singolare personaggio, ed è quella di riuscire a donare al lettore felicità ed allegria, anche quando ci parla delle sue miserie e della sua inettitudine.

Si, perché il protagonista del romanzo, in definitiva, è un inetto, un fannullone, un inguaribile scansafatiche, un ozioso, che conduce una vita pigra e dissipata, che non ama intristirsi in uffici angusti e ammuffiti, anche se a prima vista possono sembrare gli uffici più distinti. E’ sempre pronto, di sua spontanea volontà, a lasciare impieghi e lavori, anche quelli che promettono un’ottima carriera, per la pura voglia di andarsene, per la sua sconfinata voglia di libertà.

Ma a differenza delle tante figure di inetti che popolano la nostra letteratura, questo autentico eroe del dolce far niente vive la sua condizione senza affanni, senza traumi. Per essere felice non ha bisogno di occupare una posizione stabile e privilegiata nella società. No. Per riconciliarsi con la vita, gli basta una bella domenica di sole, un bel prato verde, un tramonto, una passeggiata per le strade di campagna. Egli vuole un presente anziché un avvenire, perché gli sembra più prezioso. E il presente, per lui, è fatto di giornate all’aria aperta, di incontri casuali, di passeggiate. “Si ha un avvenire soltanto quando si ha un presente”, egli dice “e quando si ha un presente si dimentica anche solo di pensare a un avvenire”.

La sorella Erwin lo vorrebbe diverso (ha tre fratelli ed una sorella), lo invita ad essere più intraprendente, a mostrarsi un po’ vanitoso, altrimenti nella vita non avrà mai successo; a lei farebbe piacere che la gente parlasse di lui, che prendesse parte alla vita pubblica. Gli fa capire che per avere successo è fondamentale mostrarsi e rendersi graditi agli altri con discorsi elevati. Invece Simon resta sempre muto, perché non ama aprir bocca quando già tanti chiacchierano confusamente, ritiene che nella conversazione il saper ascoltare sia più importante perfino del parlare. E poi non sta mai nello stesso posto, non fa che girovagare dalla mattina alla sera in cerca di nuove sensazioni, anche se piove o addirittura nevica, attratto dai profumi del bosco. “Una valigia è tutta la casa che abita a questo mondo”.
“Io non voglio assolutamente far carriera nella vita” afferma Simon “voglio soltanto vivere con un minimo di decenza”. Il suo sogno è quello di appartenere a qualcuno, di essere un dipendente. “A me fa piacere essere uno che dipende dalla benevolenza altrui, mi piace in genere dipendere da qualcuno”. Dice di essere nato per il dono e quindi vuole sempre donarsi a qualcuno ed essere trattato anche severamente, tant’è che se per caso gli capita di vagare un giorno intero senza trovare nessuno a cui potersi offrire, ne soffre terribilmente.

Non ha grande stima del denaro e pertanto non trova necessario lavorare. Non ha molta voglia di imparare un mestiere perché sente che il giorno è troppo bello per essere infangato con il lavoro. Gode di scarsa stima, a volte lo considerano un soggetto da evitare, ma di questo non gliene importa nulla; egli possiede l’arte di incantare con la sua grazia e la sua disarmante ingenuità, gli piace vivere, ma non gli piace entrare in competizione con gli altri, preferisce rimanere povero, per amore della libertà.

Con questo libro Walser ci trasporta in un mondo diverso, ci invita a vivere con serenità e senza affanni, a non rincorrere il successo a tutti i costi. Apre davanti al nostro sguardo una filosofia di vita alternativa e controcorrente e, con una prosa bella e scorrevole, ci regala un personaggio indimenticabile.
 
letto nel febbraio 2013
 

 

 

domenica 4 maggio 2014

L'odore della cucina



“Un tempo anch’io ero schiava di alcuni luoghi comuni: l’odor di cucina che non doveva assolutamente varcare l’ambito dei fornelli; e questo spazio – sempre più ristretto – vietato alle persone di un certo rango, che mangiavano scrupolosamente nella sala da pranzo. Sarà perché ho rinunciato a tutti i “ranghi” ma la cosa ora mi sembra una ridicolaggine piccolo borghese.

Il luogo giusto per mangiare è la cucina: il più funzionale e ricco di poesia; dove il cibo non giunge, quasi sterilizzato e sradicato dalla sua preparazione, ma lo si prende direttamente dai forni, dai fornelli, dalla brace; e dove il profumo delle vivande cucinate è l’odore giusto, non vergognoso, ma appetitoso, vitale, pieno di umori e di significati.

E il mangiare, in quest’amalgama di odori e sapori e abilità culinaria, è un porsi in comunione con le cose: la carne dell’animale, passata al fuoco e aromatizzata col rosmarino dell’orto, l’uovo preso dal nido, il frutto colto dall’albero: è tutta materia e vita, al servizio della vita”
Tratto dal libro “Un eremo non è un guscio di lumaca”
di Adriana Zarri

lunedì 28 aprile 2014

"La vita ingenua" di Vittorio Gorresio (1910-1982)


 
Non so se “la vita ingenua” sia il libro migliore di Vittorio Gorresio, con cui lo scrittore piemontese vinse nel 1980 il premio Strega. Credo, comunque, che sia quello a cui lui si senta più legato, perché attraverso una prosa dai toni lievi e delicati, soffusa di bonaria ironia, ci racconta in prima persona la sua storia personale, le vicende della sua famiglia; ripercorre con la memoria i luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza; si apre agli altri e svela frammenti di vita, anche i più intimi; rende noti i suoi affetti personali attraverso una galleria di ritratti familiari. In primo piano la figura del padre, un uomo all’antica che credeva molto nei valori militari, patriota sincero “ma non deformato dal militarismo”. E poi i due fratelli, anch’essi militari, che moriranno durante la campagna di guerra in Russia. Senza dimenticare altre figure importanti della sua vita come le due nonne che lui chiamava Nonnina e Nounou, politicamente distanti l’una dall’altra.

Il libro si può dividere in due parti distinte: la prima abbraccia gli anni della sua fanciullezza, la seconda invece rievoca i fatti delle due grandi guerre. Ritengo molto più interessanti le pagine della prima parte del libro, durante gli anni della prima guerra mondiale, sullo sfondo della Cuneo  del primo Novecento, come peraltro scrive anche il suo amico A. Galante Garrone nella sua bella prefazione. Lo scrittore, attraverso le vicende della sua famiglia, ci racconta il mondo della piccola borghesia di provincia, un mondo oramai scomparso, con i suoi difetti ma anche con i suoi innumerevoli pregi. Da piccolo, lo scrittore piemontese era convinto che la sua città natale – Cuneo – unitamente alla sua famiglia, fossero il motore della patria, in virtù di tutti i militari di casa sua: il padre era un generale dell’esercito, i suoi due fratelli ufficiali degli alpini, i nonni, sia quello materno che paterno, avevano entrambi rivestito il grado di colonnello, mentre i suoi bisnonni erano stati generali savoiardi o piemontesi. Era cresciuto respirando in famiglia il convincimento della superiorità della condizione del militare rispetto a quella chiamata comunemente borghese. E pensare che solo lui aveva scelto una professione borghese, quella appunto di giornalista.

Educato al rispetto del culto e della dottrina cristiana nonché alle buone maniere, sempre il primo della classe durante lo svolgimento dei suoi studi, era persuaso che la guerra fosse la cosa più normale di questo mondo “la guerra era per me una componente necessaria dell’esistenza, alla stregua della pioggia e del sole, del giorno e della notte”. Pertanto il tempo, per Gorresio, scorreva scandito in capitoli: prima della guerra, durante la guerra e dopo la guerra; trovarsi quindi immerso in un conflitto mondiale non gli faceva alcuna impressione. Però cominciava a “temere la vita” e si chiedeva cosa avrebbe saputo fare per guadagnarsela. La carriera militare non lo attirava; aveva intrapreso gli studi giuridici ma quelle materie lo interessavano poco e soprattutto non aveva nessuna intenzione di fare l’avvocato perché “difendere assassini e discolpare ladri” non gli sembrava “una funzione missionaria ma un tentativo di ribaltare la verità”. Le sue aspirazioni erano altre, seppure vaghe e confuse. Voleva diventare un grande scrittore, per esempio, o uno storico o un poeta. Qualche volta pensava al giornalismo che gli avrebbe permesso di viaggiare e conoscere popoli e paesi.

Seguono i trasferimenti del padre ufficiale da una città all’altra, da Napoli a Caserta e quindi l’approdo a Roma, dove Gorresio visse il resto della sua vita. Un ricordo speciale nel libro è rivolto, poi, ai rapporti che i suoi familiari ebbero con la famiglia reale proprio a Roma, dove il padre, quale comandante del collegio militare, ebbe tra i suoi allievi il principe ereditario Umberto di Savoia. Ma Roma non era una città molto amata dalla sua famiglia, nei cui confronti nutriva un sottile disprezzo per la sua arretratezza. Senza contare che “il complesso di superiorità dei piemontesi era in quegli anni ancora forte nelle nostre famiglie di immigrati, e noi bambini ne subivamo facilmente il contagio”, così scrive l’autore.

giovedì 24 aprile 2014

Ci vediamo in piazza




A volte è davvero difficile riuscire a cogliere la vera natura di un luogo e ciò che esso può rappresentare e comunicare emotivamente ad ognuno di noi, a prescindere dalla sua funzione e dal contesto in cui si trova quel luogo. Mi riferisco alla “piazza”, quel microcosmo racchiuso, il più delle volte, nel centro storico del paese o della città, dove si consumano incontri, ma anche scontri, dove si tengono spettacoli e raduni.
Mi chiedo se esista ancora quel salotto buono della nostra infanzia, custode geloso dei nostri appuntamenti quotidiani, dove nascevano e maturavano amori ed amicizie. Nell’immaginario collettivo la piazza era ( lo è ancora? ) il luogo dove ci si riuniva, dove ci si confrontava con gli altri. E’ stata sempre immaginata come spazio di socializzazione e di aggregazione dove poter vivere momenti di vita comunitaria, dove poter scambiare idee ed opinioni; un luogo pubblico dove potersi divertire, ma nel contempo un luogo privato, intimo, dove ritrovare se stessi, l’essenza della propria appartenenza.
Chissà quante volte ci siamo detti: ci vediamo in piazza! E per noi, ragazzi di paese, non ci si poteva sbagliare perché la piazza era una sola, rispetto alle tante piazze delle città, quasi sempre incastonata tra antichi palazzi, al centro del borgo, magari con una bella fontanella zampillante, con il bar o la pasticceria per le ore più dolci, con la sua bella chiesa per i momenti della preghiera. E con l’immancabile “muretto”, che fungeva da panchina su cui si trascorrevano ore liete e spensierate, tra giochi e schiamazzi. La piazza era il buen retiro, il salotto per le chiacchiere e per il divertimento. Era un luogo di arrivo e di permanenza, dove si bighellonava per ore, ma era anche un luogo di appuntamento temporaneo, da dove si partiva per altre scorribande, per altre mete. Se si desiderava incontrare qualcuno, bastava andare in piazza e aspettare: prima o poi sarebbe arrivato. Se si voleva sapere qualcosa, bisognava andare in piazza, perché la piazza era il giornale del paese. Era lo specchio e il simbolo del paese.
Nell’antica Grecia rappresentava il centro pulsante della polis: era l’agorà, contemporaneamente il luogo del mercato e il centro economico, politico e religioso, vi sorgevano gli edifici pubblici e commerciali nonché quelli adibiti al culto delle divinità. Un’autentica invenzione architettonica, la cui funzione e fruizione è andata cambiando sempre di più nel corso dei secoli.  Durante il periodo fascista, per esempio, la piazza ricopriva un ruolo fortemente politico: era il luogo dove il popolo di radunava per ascoltare i discorsi del Duce e per fare propaganda. Negli anni 50/60, con i suoi caffè letterari (che sorgevano soprattutto nelle grandi città come Napoli, Roma o Milano) era il luogo privilegiato del dibattito culturale; vi si incontravano scrittori e artisti, sceneggiatori e cineasti. E’ diventata, in seguito, sede delle grandi manifestazioni politiche e sindacali, centro di raccolta per spettacoli e concerti. Insomma la vita che scorreva e si fermava in questo spazio della memoria collettiva, vera fucina di idee, di discussioni, di emozioni, di contestazioni.

Oggi mi chiedo se questa antica maniera di vivere la piazza appartenga ancora alla società contemporanea; mi domando se la piazza venga ancora percepita come luogo di interazione sociale e di incontro o non sia diventata, invece, un luogo-non-luogo o meglio un luogo di passaggio, come tutti gli altri esistenti in un paese o in una città.
La migliore risposta a questo interrogativo credo che mi sia arrivata l’altro giorno da un ragazzo, il quale parlando al telefonino con un suo amico, diceva: ci vediamo su facebook. Quel “ci vediamo in piazza” di antica memoria è stato, ormai, soppiantato dal moderno “ci vediamo su facebook”. Oppure in “chat” o su “twitter”. Quindi la piazza tradizionale sembra essere stata superata da quella virtuale: internet e la televisione, dove la gente si ritrova accomunata dalle stesse idee e dagli stessi interessi. Non è un caso se oggi i politici, per propagandare le proprie idee (si fa per dire!) preferiscano il salotto televisivo, piuttosto che il contatto con la piazza, scelgano il talk show anziché il comizio in piazza. Preferiamo incontrare i nostri amici su internet, anziché conoscerli dal vivo nelle piazze e approfondire quella amicizia attraverso una frequentazione fisica e diretta.

E annullando il luogo fisico con il luogo virtuale, affidandosi sistematicamente alle moderne piazze multimediali, il pericolo maggiore che si corre è quello di un effettivo impoverimento culturale della nostra società, sempre più massificata e succube di un pensiero unico, imposto dai moderni strumenti tecnologici. Si ha l’impressione che quei rapporti interpersonali, che si nutrivano di opinioni e modi diversi di fare, di esperienze differenti di vita, finalizzati al raggiungimento di una vera crescita personale, siano di fatto sostituiti da relazioni virtuali, snaturate dal contesto in cui si vive. Questo produce un modo di esprimersi sempre più disarticolato e sintetico che si affida al pollice in su o al pollice verso per indicare che quella cosa “mi piace” o “non mi piace” oppure ad un messaggino di pochi caratteri, al posto di un pensiero più elaborato ed esplicito.

martedì 22 aprile 2014

Dissipatio H. G. di Guido Morselli (1912-1973)


 


Scritto da Guido Morselli pochi mesi prima della sua tragica scomparsa (si suicidò nel luglio del 1973 a seguito dell’ennesimo rifiuto editoriale), Dissipatio H.G. - dove HG sta per humanis generis – rappresenta, forse, il libro che meglio dipinge la contraddittoria figura dello scrittore bolognese. Va detto che è un libro di difficile collocazione, che si presta a diverse interpretazioni e che presenta una trama scarna e debole, non sempre sorretta da una prosa lucida e lineare.

Scritto sotto forma di monologo interiore, la vicenda ruota intorno ad uno strano e complicato personaggio il quale, così come il suo autore, ha deciso di porre fine alla sua esistenza. Sennonché, mentre sta per compiere l’insano gesto all’interno di una caverna, il suo istinto di conservazione gli fa cambiare idea. Esce dal luogo che doveva essere la sua tomba e scopre che è successo qualcosa di misterioso: tutto il genere umano sembra sparito, volatilizzato, non c’è più alcuna traccia di uomini sulla terra. Solo le macchine, le case e tutte le altre cose materiali sono al loro posto, intatte, che continuano a funzionare e di cui lui può servirsi a suo piacimento. Comincia a girovagare in lungo e in largo, ossessionato dai suoi dubbi e dalle sue angosce. Ma ossessionato soprattutto dal silenzio dovuto all’ assenza umana, che è un “silenzio che non scorre. Si accumula”.

L’anonimo protagonista, l’aspirante suicida, che da sempre coltivava il vizio del solipsismo, si ritrova così ad essere l’unico superstite in un mondo senza uomini, padrone assoluto dell’universo in cui monarchia e anarchia sembrano coincidere e coesistere nella stessa persona. Proprio lui, che aveva deciso di sparire da quel mondo che avversava e disprezzava e di allontanarsi per sempre dall’umanità intera attraverso il suicidio, si ritrovava, per uno strano ed inspiegabile gioco del destino, catapultato in un mondo surreale, abitato solo dagli animali e dalle cose, senza via di scampo.

Un eletto o un dannato? Alla luce di quanto era successo, doveva considerarsi un prescelto o piuttosto un escluso? Questo nella finzione letteraria. Nella realtà il Morselli/sopravvissuto non aveva avuto dubbi: si considerava inevitabilmente un escluso, che doveva pagare con la vita.

(febbraio 2013)

sabato 12 aprile 2014

L'etica del lavoro è l'etica degli schiavi?



Bertrand Russel è stato uno dei più grandi intellettuali del ‘900: il suo pensiero ha influenzato notevolmente la cultura del mondo occidentale. In un suo libro affermava che “l’etica del lavoro è l’etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi”. Partendo da questo principio, proponeva di lavorare solo 4 ore al giorno: sarebbero bastate, non solo per assicurare una produzione di beni e di servizi sufficienti per tutti, ma anche per garantire ad ognuno il necessario per vivere dignitosamente. Ma la cosa più importante, secondo lui, è che una siffatta organizzazione del lavoro avrebbe finalmente sconfitto la disoccupazione.
In un sistema sociale di questo genere, Russel riteneva essenziale l’istruzione, che doveva essere molto più completa dell’attuale e che mirasse, in parte, ad educare e raffinare il gusto in modo che un uomo potesse sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero. Il lavoro richiesto a ciascuno, affermava il filosofo inglese, sarebbe sufficiente per farci apprezzare il tempo libero; e non essendo stanchi per il troppo lavoro, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui ma potremmo dedicare parte del tempo non impegnato nel lavoro professionale anche a ricerche di utilità pubblica. Egli, insomma, immaginava una società in cui lavorassero tutti  - ma poco - dando così grande spazio al “saggio uso dell’ozio, che è un prodotto della civiltà e dell’educazione”. Sognava un mondo in cui al centro ci fosse l’uomo affrancato dal troppo lavoro e non l’uomo schiavo del lavoro. Auspicava una società in cui tutti avessero il necessario per vivere - lavorando il meno possibile - per poter dedicare il resto del tempo alle cose più belle della vita. Un progetto apparentemente molto interessante che, però, non è stato mai preso in seria considerazione dagli economisti e dal potere dominante. E’ stato visto come un disegno puramente accademico e utopistico. Tuttavia, nella nostra società caratterizzata da una massa di super impegnati a fronte di un’altra massa di senza lavoro, poter dividere gli incarichi e le attività lavorative secondo un principio di equità non sarebbe una cosa del tutto sconveniente.
A volte mi capita di ascoltare persone che si annoiano se all’improvviso, magari per qualche giorno, a causa di un malanno, sono costrette a stare a casa senza poter lavorare. Sono le stesse persone che dopo aver lavorato per tutta una vita e per tantissime ore al giorno, non sanno più che fare quando vanno in pensione. E  probabilmente non saprebbero come riempire le loro giornate se dovessero lavorare soltanto quattro ore su ventiquattro. La nostra è una società che spinge gli individui a lavorare sempre di più (quelli che già hanno un lavoro) e si dimentica di coloro che un lavoro non ce l’hanno.
Il giornalista Massimo Fini scriveva giorni fa su un quotidiano che non ha senso aver inventato strumenti che velocizzano al massimo il tempo se poi siamo costretti a impiegare il tempo così guadagnato in altro lavoro (magari investito nella creazione di strumenti ancor più veloci in un circuito vizioso che non ha mai fine). Abbiamo usato malissimo la tecnologia che avrebbe potuto liberarci dalla schiavitù del lavoro e invece l’abbiamo utilizzata per renderlo ancor più alienante, o assente proprio mentre lo abbiamo reso necessario.

E allora sarebbe essenziale ripensare il lavoro, magari ripartendo da quegli antichi mestieri di una volta che oggi sembrano essere scomparsi dal mondo lavorativo (il falegname, il sarto, il fabbro, l’idraulico ecc.) sostituiti da professioni dai nomi improbabili che non si sa bene cosa facciano ( il curatore d’immagine, il webmaster, il consulente di marketing, l’ideatore di videogame, l’allocatore di risorse). Ve lo immaginate un bambino alle scuole elementari, che alla domanda del maestro cosa fa tuo padre, debba rispondere il project manager? Gli altri compagni di classe non capirebbero e forse neanche il maestro sarebbe capace di spiegare ai suoi alunni la vera attività di quel genitore.
Dobbiamo ripartire – senza per questo ritornare nel medioevo – dalle arti manuali, dalle piccole imprese agricole, dalle botteghe di artigianato, dai negozi a conduzione familiare, affinché si possa lavorare unicamente per produrre ciò di cui abbiamo bisogno, anziché consumare sempre di più per poter continuare a produrre all’infinito cose di cui non sappiamo che farcene.
 

venerdì 11 aprile 2014

"Bel-ami" di Guy de Maupassant (1850-1893)


Questo bel romanzo - scritto da Guy de Maupassant nel 1884 - può senz’altro considerarsi come uno dei grandi capolavori della letteratura europea, un libro di estrema modernità ed attualità, sia per la tematica trattata (il potere e la corruzione, con tutte le nefande conseguenze sul piano etico-sociale) che per lo stile letterario caratterizzato da una straordinaria eleganza e linearità.
 
Sappiamo bene che tutti i grandi libri della letteratura hanno elevato a “protagonisti” del racconto, sostanzialmente, due categorie di persone, ossia gli inetti, da una parte, ed i vincenti, gli arrampicatori sociali, dall’altra. Se nei libri di Italo Svevo i personaggi, per lo più sconfitti dalla vita, subiscono passivamente questa loro penosa condizione ( mi riferisco ai vari Zeno Cosini o Alfonso Nitti), nel romanzo dello scrittore francese, invece, il protagonista Georges Duroy - che inizialmente è un oscuro impiegato delle Ferrovie (prima ancora si era arruolato nell’esercito per diventare ufficiale, ma si era immediatamente dimesso perché disgustato dalla vita militare) - mostra tutta la sua volontà per emergere e raggiungere le vette più alte della società.

Il personaggio - che esce dalla penna di Maupassant - nelle prime pagine del libro appare esasperato per la miserevole condizione di vita in cui si dibatte. Egli manifesta un vero e proprio senso di ribellione contro la sua povertà; desidera porre fine a quell’esistenza meschina; avverte che per elevarsi socialmente bisogna sapersi destreggiare, schivare le difficoltà della vita, aggirare gli ostacoli che si incontrano lungo il cammino, costi quel che costi. Peraltro si sente umiliato dal vedersi precluse le porte della buona società, dal non avere conoscenze altolocate, dal non essere ammesso nell’intimità delle signore che contano.
D’altra parte, sa di avere la parola facile e un certo fascino nella voce, e di possedere “molta grazia nello sguardo e un’irresistibile forza di seduzione nei baffi”; inoltre egli è consapevole del fatto che le donne provino per lui una particolare predilezione, un’immediata simpatia, e il non aver modo di conoscere quelle da cui far dipendere il suo avvenire, lo rende impaziente.

Ma la sua vita cambia improvvisamente, quando incontra un suo compagno d’armi che lo introduce nel giornale in cui lavora, “La vie francaise”, una testata giornalistica nota per i suoi legami con il potere, temuta e rispettata, che si presta ad operazioni di borsa ed a intrallazzi di ogni genere, una vera fabbrica di soldi, il cui padrone è un affarista ebreo cui la stampa e il suo mandato parlamentare gli servono solo da leva.
Questa occasione rappresenta, per il nostro personaggio, il trampolino di lancio verso una immediata scalata sociale, che lo porta ad essere introdotto tra la gente che conta. E’ un uomo scaltro e senza scrupoli, Duroy, che piace alle donne e che passa da un’amante all’altra, da un’avventura sentimentale con la moglie del padrone del giornale, al matrimonio con la moglie del suo migliore amico, morto prematuramente. Queste figure femminili – che lui utilizza oltre che per ricevere piacere, anche e soprattutto per accumulare privilegi di ogni sorta – sono esse stesse manipolatrici o vittime dei suoi disegni di potere e di successo.

Ambientato nella Parigi di fine Ottocento, lo scrittore francese, attraverso la descrizione psicologica dei suoi innumerevoli personaggi,  intende fare una critica - a volte feroce e canzonatoria ed a volte bonaria - della società borghese del suo tempo, mettendone in luce tutte le ipocrisie, le falsità e la corruzione di cui si nutre, per mantenere privilegi ed interessi personali.
C’è da dire inoltre che il romanzo presenta anche alcuni aspetti autobiografici, riscontrabili nelle caratteristiche della figura principale del romanzo (l’arrampicatore sociale Duroy), un impenitente e cinico donnaiolo, che peraltro somiglia anche fisicamente allo scrittore francese.

Il testo si presta, infine, attraverso alcune belle descrizioni che esulano dagli intrecci della storia, a riflessioni più ampie e profonde sui grandi temi dell’esistenza (la vita e la morte, l’amore e il potere, la miseria e il successo) come solo i grandi libri riescono a produrre.

(letto nel marzo 2013)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 






 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

lunedì 7 aprile 2014

Il rumore assordante delle parole


Da piccolo mi arrampicavo sugli alberi e mi piaceva volare di ramo in ramo; era il gioco che più mi entusiasmava. Ricordo che preferivo un albero di gelso, perché aveva dei rami molto lisci che mi permettevano di fare delle acrobazie senza rovinarmi le mani. Mi arrampicavo e saltavo su e giù; c’era un attimo in cui la mano destra si fidava della sinistra ed io volavo, sentivo i muscoli elastici, la presa forte, ed era come camminare sulle mani e potevo guardare gli altri sotto di me e sentirmi più forte di loro.
Ero una sorta di “barone  rampante”. Ero come quel bambino descritto da Italo Calvino nel suo libro che vedeva negli alberi l’unico modo per affrancarsi dal condizionamento familiare.

Ancora oggi mi arrampico su quell’albero. Però solo simbolicamente. Lo faccio per legittima difesa. Per liberarmi dai condizionamenti imperanti, perché sono un po’ insofferente alle mode....ai volgari gossip quotidiani presenti su tutti i mezzi di informazione.....alle notizie insignificanti presentate come fatti importanti... all’enfasi con cui i mass media costruiscono i fatti per darli in pasto alla gente. Spesso sono costretto a risalire su quell’albero, non per chiudere gli occhi e non vedere,  ma per guardare meglio e per combattere la tirannia dell’informazione e del conformismo.

D’altra parte i giornalisti fanno il loro mestiere, devono vendere e poi conoscono molto bene la curiosità morbosa di chi legge e di chi guarda. Se uno squilibrato ammazza i propri familiari e poi si suicida, io posso anche leggere la notizia come fatto di cronaca, ma non potrei mai seguire le mille puntate successive costruite ad arte su una tragedia umana e familiare che si ripete, purtroppo, da quando esiste l’uomo sulla terra.
In queste occasioni mi “arrampico” su quell’albero ideale, in attesa di tempi e notizie migliori. In attesa che cessi il rumore. Si, perché nella nostra società  esiste un rumore che nel passato non esisteva: il rumore assordante delle parole. Troppe. Una tempesta di parole ci assale non appena mettiamo in moto i mezzi di informazione. Si parla di politica? le parole sono sempre le stesse, da anni, pronunciate dai soliti noti che zompano come cavallette da una trasmissione all’altra. E parlano…parlano.

L’effetto di questo baccano assordante si riflette negativamente sulle persone, che ormai vivono con questo chiacchiericcio di fondo, assuefatte al rumore e sempre meno disposte a cogliere e distinguere la vera comunicazione meditata e quindi realizzata con intelligenza, dalla spazzatura. Televisione, giornali, internet e quant’altro sono diventati tutti contenitori di parole roboanti, in continua guerra tra di loro per accaparrarsi il maggior numero di clienti disposti a farsi fagocitare. Sembriamo ipnotizzati soprattutto dalle parole poco autorevoli, quelle vuote di senso; siamo attratti dalle notizie-gossip e dal frastuono, che ci stordiscono e ci impediscono di pensare. Un profluvio di parole senza alcun contenuto. I fatti che accadono, se non vengono enfatizzati, sono poco appetibili; un avvenimento, quindi, deve essere sempre presentato come straordinario…eccezionale. Anche le notizie meteorologiche subiscono questo speciale trattamento. Se in una normale giornata invernale fa freddo – come succede da millenni – per chi si occupa di informazione è sempre in arrivo “ un’ondata di gelo”; se in agosto fa caldo (sarebbe straordinaria la notizia se facesse freddo), tutto il Paese è serrato “nella morsa del caldo”. Sembra quasi che l’informazione debba  fare ammuina per scuotere le persone dal torpore. Rumore come contrario di una corretta informazione e quindi confusione di ogni messaggio, notizie irrilevanti al fine di nascondere – sempre più spesso - quelle più scomode.

Le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti oltre i quali sono destinate ad ottundersi per l’eccesso di stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Per non soccombere, io credo che dobbiamo cercare sempre, durante la giornata, un momento di “digiuno”. E’ difficile che questa limitazione possa arrivare dagli stessi mezzi che vivono di parole e di immagini. E allora spetta a noi ritrovare quell’intervallo perduto, quella pausa immaginifica che ci consenta di liberarci dal “troppo pieno”, dalle troppe parole.

venerdì 4 aprile 2014

Libri per sempre



Ci sono libri che restano scolpiti per sempre nella memoria. Sono quei libri che non finiscono mai di sorprendere e ogni qual volta vengono sfogliati, hanno sempre la capacità di attrarre l’attenzione come la prima volta. Sono quelli destinati a durare nei pensieri, oltreché sugli scaffali della libreria, rispetto ad altri che invece vengono consumati velocemente e poi si dimenticano. Libri che vanno letti e riletti, a distanza di tempo, per coglierne la vera essenza, per trovare in essi ciò che la prima volta non abbiamo afferrato o ci è sfuggito.

E’ chiaro che ognuno di noi ha i suoi preferiti, tra quelli letti fino ad ora, naturalmente. Escludendo volutamente alcuni grandi libri scolastici (la scuola, a volte, te li fa odiare), se io dovessi sceglierne solo 25 da portare, come si suol dire, su un’isola deserta, questi sarebbero i miei eletti (l’ordine è puramente casuale):

 
Henry Thoreau - Wallden, la vita nei boschi - per abbracciare la natura e vivere l’esperienza della solitudine gioiosa

Ernst Gombrich - La storia dell’arte - per conoscere la bellezza

Carlo Collodi - Le avventure di Pinocchio - per ritornare bambino

Miguel de Cervantes - Don Chisciotte della Mancia - per viaggiare in un mondo fantastico e visionario

Michel de Montaigne - Saggi  - per esplorare i recessi più reconditi dell’animo umano

Federico de Roberto    I Vicerè - per toccare con mano l’avidità, la sete di potere, la meschinità e gli odi che a volte si annidano tra i componenti di una famiglia

F. Dostoevskij - Delitto e castigo per poter immaginare un delitto e vivere il tormento e l’angoscia

Sandor Marai   - Le braci - per tenere accesa una passione

E. da Rotterdam - Elogio della follia - per conoscere le virtù della pazzia, a volte condizione essenziale per essere felici

Anna Frank -   Diario - per piangere

W. Goethe - Viaggio in Italia - per viaggiare senza partire

Ivan Goncarov – Oblomov -  per non avere fretta e alimentare l’ozio

Antonio Gramsci - Lettere dal carcere - per onorare la scrittura come forma di sopravvivenza e di libertà

Kazuo Ishiguro - Quel che resta del giorno - per non avere rimpianti

Primo Levi - Se questo è un uomo - per non dimenticare la cattiveria insita nell’uomo

Alberto Moravia - Gli indifferenti - per riflettere sulla meschinità e l’ipocrisia delle persone

Fernando Pessoa - Il libro dell’inquietudine - per cercare l’equilibrio perduto

Luigi Pirandello - Il fu Mattia Pascal - per quell’oscuro desiderio di vivere due esistenze

J. D. Salinger - Il giovane Holden - per cavalcare le ribellioni adolescenziali

Melville - Bartleby lo scrivano - per dire no all’iperattivismo del mondo del lavoro

Seneca - Lettere a Lucilio - per allontanarmi dalle miserie umane

Italo Svevo - La coscienza di Zeno - per scrutare quel senso di inadeguatezza che a volte mi assale

Alberto Vigevani - Estate al lago - per osservare l’adolescenza, età in cui subentrano sentimenti mai sperimentati prima

Antonio Tabucchi - Sostiene Pereira - per rafforzare la libertà di pensiero

Tomasi di Lampedusa  - Il Gattopardo - per comprendere come in questa nostra società tutto cambia affinché nulla cambi

 

martedì 1 aprile 2014

"Paese d'ombre" di Giuseppe Dessì (1909-1977)


 
Giuseppe Dessì è stato uno dei grandi narratori della nostra letteratura. In questo suo romanzo, vincitore del Premio Strega 1972, lo scrittore sardo descrive la sua terra, quella Sardegna della sua infanzia (era nato a Villacidro, in provincia di Cagliari), a cui era rimasto legato tutta la vita e che fa da sfondo a tutte le sue opere narrative.

La Sardegna che egli ci racconta in questo libro è quella dei primi anni del ‘900: una regione antica e rurale, abbandonata dalle autorità locali e dalle istituzioni che - nonostante l’unificazione dell’Italia avvenuta nel 1861 - non aveva nulla a che fare con il Continente, dal momento che il suo mondo, anche per le differenti condizioni geografiche e culturali, contrastava con quell’astratta e retorica idea nazionalistica uscita dalle mani di Mazzini e Garibaldi. Era ancora una terra che continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, ed i suoi abitanti erano considerati alla stregua dei briganti calabresi, rozzi e ignoranti, incapaci di darsi un futuro migliore. I sardi, scrive l’autore, “si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani, e sempre più si abbandonavano alla loro secolare apatia e alla totale sfiducia nello Stato.

In questo contesto socio-politico si snoda la vicenda del romanzo, che è ambientata in un immaginario paesino della Sardegna, Norbio (potrebbe essere Villacidro, il borgo natio dello scrittore) e ruota intorno all’ascesa sociale di un povero ed umile ragazzo, orfano di padre (Angelo Uras), il quale, anche grazie all’aiuto della ricca e nobile famiglia Fulgheri (il defunto avvocato Don Francesco Fulgheri lo aveva nominato suo erede universale) diventa padrone di uno dei più grossi patrimoni terrieri del circondario, fino ad essere eletto sindaco del proprio paese. Assistiamo, così, al lento passaggio del nostro personaggio dalla condizione contadina a quella borghese, dalla condizione di uomo libero a quella di uomo pubblico, osservato e criticato. Egli, però, senza mai ingannare i suoi elettori, durante il suo lungo mandato riesce a cambiare il volto del suo paese attraverso importanti riforme; in particolare, il giovane sindaco si batte strenuamente per impedire il taglio sistematico di migliaia di ettari di bosco – su cui gli abitanti di Norbio esercitavano i loro antichi diritti di pascolo e di legnatico – da parte di una Società Mineraria per alimentare e sostenere le fornaci delle Regie Fonderie della zona.

Lo scrittore, per mezzo del protagonista del suo libro – che assurge a paladino dell’ambiente e sostenitore della messa in sicurezza del patrimonio boschivo della sua terra - svela tutta la sua attenzione e la sua sensibilità verso una problematica così delicata come la salvaguardia della natura e dei boschi. E’ molto bella la descrizione del paesaggio sardo che ne fa l’autore, con le sue foreste, antiche quanto la stessa isola, margini naturali alle alluvioni e alle frane, con i suoi monti che chiudevano le vallate, con i suoi olivi secolari, così simili ad enormi pachidermi “di cui si percepiva il silenzio, non come si percepisce il silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio di persone che stanno zitte e pensano”. Il fascino di quella natura selvaggia e arcaica “che faceva pensare a ere geologiche scomparse” è sempre presente tra le righe del romanzo, così come sono presenti, con le loro vicende umane, gli innumerevoli personaggi che nell’insieme contribuiscono a fare del libro un romanzo corale, un affresco storico di tutto un popolo, di straordinaria intensità.
Colto e armonico appare lo stile narrativo, che non delude mai il lettore amante della bella scrittura.

(maggio 2013)

 

domenica 30 marzo 2014

La felicità la ritroviamo in un retrobottega


A proposito di felicità il grande Totò scriveva:

Vurria sapè ched’è chesta parola,
vurria sapè che vvò significa.
Sarrà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,
ma chi ll’ha ‘ntiso maje annummenà.

 Non credo serva la traduzione per capire il significato di queste parole bellissime impregnate, però, di tristezza; evocano tempi passati, ristrettezze economiche, misera e privazioni. Eppure, la poesia riesce a sublimare quei momenti. E ci rende felici. Se per Totò la felicità era difficile da trovare, per Trilussa, invece, bastava accontentarsi di poco per afferrarla; egli infatti ci ricordava che

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

Ma che cos’è davvero la felicità? Cosa ci rende felici?

Ognuno di noi potrebbe dare una risposta, spesso legata alle sensazioni di quel momento, ad un particolare avvenimento che noi consideriamo importante, ad un nostro stato d’animo, ad un ricordo piacevole, alle emozioni che sa trasmetterci una persona.

Eppure, oggi noi rincorriamo spasmodicamente solo quella felicità opaca e passiva fatta di cose, di oggetti, che ci rendono sempre più spaesati e insoddisfatti. Consumiamo tutto in fretta: oggetti nuovissimi diventano obsoleti prima del tempo. Non riusciamo più ad affezionarci alle cose; consumiamo in fretta anche i sentimenti, le relazioni umane. E ciò riguarda non solo i rapporti di coppia, ma anche quelli tra genitori e figli. La dinamica dell’usa e getta, propria di una società consumistica e globalizzata, ormai si è impadronita di tutti noi.

Siamo sempre alla ricerca di un piacere spesso irrealizzabile, di un qualcosa che ci faccia uscire da quell’inquietudine grigia che si prova nella ripetitività del quotidiano, siamo sempre portati a cercare quella felicità nella realtà che ci circonda e soprattutto negli altri. Crediamo che gli altri (la moglie, il marito, l’amico, l’amante...ma anche l’ultimo modello di telefonino, internet, ecc.) possano renderci felici, possano liberarci da quelle pene che teniamo nascoste nel nostro animo. Non pensiamo che spesso la felicità sta in noi stessi e che dentro di noi dobbiamo cercarla.

E allora affidiamoci qualche volta alle parole dei filosofi. Diceva Michel de Montagne che “..bisogna avere donne, figli, beni e soprattutto salute, se si può; ma non bisogna attaccarvisi in modo che la nostra felicità ne dipenda; bisogna riservarsi un retrobottega tutto proprio, tutto indipendente, in cui possa riporsi la nostra vera libertà e il nostro principale e solitario rifugio”.

 

 

venerdì 28 marzo 2014

L'uomo calvo: un essere divino



Non ho mai avuto dubbi sulla superiorità degli uomini calvi rispetto a quelli capelluti…. ( non ridete!! ) e la conferma mi viene data da un filosofo del 370 d.c., Sinesio di Cirene il quale così scriveva:

“….se ti capita di vedere una testa perfettamente “sgusciata”, stà pur certo che lì si è insidiato il senno: anzi considera quella testa come un tempio di Dio.

Sfere perfette sono il sole, la luna, gli astri, le stelle e i pianeti: hanno tutti la stessa forma, dal più grande al più piccolo; e che cosa c’è di più calvo di una sfera? Che cosa anzi di più divino?

L’organo della vista è poi di tutti il più divino e, di conseguenza, il più glabro. E se di un uomo le parti più nobili sono le meno pelose, dobbiamo aspettarci che meno pelosi siano anche gli individui migliori della nostra specie.

Insomma, il genere umano è tanto più distante dalla natura ferina quanto più è privo di peli. E se è vero, come è vero, che l’uomo è fra tutte le creature la più divina, fra gli uomini che hanno avuto la fortuna di perdere i capelli, l’individuo completamente calvo è in assoluto l’essere più divino sulla terra”

 

 

venerdì 21 marzo 2014

Telefono ergo sum



Ve la ricordate quella locuzione latina “cogito ergo sum” che letteralmente significa “penso dunque sono”? La pronunciò Cartesio più di 400 anni fa. Il filosofo francese sosteneva che l’uomo è sicuro di esistere in quanto è un soggetto che dubita e quindi, avendo la capacità di dubitare, egli pensa. Se fosse vissuto nella nostra epoca ed avesse avuto la possibilità di osservare come si comporta oggi la gente per strada, avrebbe sicuramente affermato: “telefono, ergo sum”.

Ai nostri giorni l’uomo esiste in quanto telefona, non in quanto pensa. Se uno non ha nulla da dire, dovrebbe stare zitto, dovrebbe osservare il silenzio: invece no. Telefona.

Mi viene da pensare che quando il cellulare non esisteva (solo una ventina di anni fa) l’idiota non era facilmente riconoscibile: si, perché non avendo la possibilità di esternare pubblicamente il suo pensiero, il silenzio lo copriva, lo rendeva non facilmente identificabile.

Il telefonino l’ha smascherato, l’ha reso visibile.

Lui telefona per appartenere al mondo e per sentirsi vivo. Telefona per esprimere il suo amore alla sua donna, attento però che intorno a sé abbia molti ascoltatori. Urla per riferire il suo sdegno contro quell’arbitro cornuto che non ha concesso “un rigore netto” alla sua squadra del cuore e per avvertire la moglie che sta arrivando, si trova a pochi metri da casa, e che buttasse pure la pasta. Telefona sempre con un occhio al suo uditorio, per affermare la sua autorevolezza e per richiamare l’attenzione su di sé, come se fosse un diritto/dovere farsi sentire. La sua enfasi è in funzione degli ascoltatori: se è colpito da una bella ragazza, diventa una modalità per conquistarla, dicendo magari che ha appena comprato una Ferrari; se vuole darsi una certa importanza, dice che si farà sentire al prossimo consiglio di amministrazione. Ho sentito uno dire che non andava di corpo neanche con il clistere (giuro! ) e che detestava la pizza alle quattro stagioni. Telefona sempre a chi sta lontano, ma le sue parole sono rivolte soprattutto a chi sta vicino.

E chi gli sta vicino è costretto ad ascoltare queste memorabili conversazioni, a subire senza possibilità di scampo un supplizio senza fine. Ma la cosa buffa è che, chi appare seccato per la telefonata del vicino, appena squilla il suo apparecchio telefonico si comporta allo stesso modo, dimenticando il fastidio che aveva provato prima ed incurante del disturbo che a sua volta arreca. Vittime e carnefici, controllati e controllori si scambiano i ruoli. Quelli che prima subivano la telefonata dell’altro, si vendicano telefonando, anzi urlando.

L’uomo oggi ama farsi sentire perché altrimenti ha l’impressione di non esistere. Con un telefonino in mano si è vivi, si è in contatto con il mondo e si può comunicare, contemporaneamente, con un interlocutore lontano e con tanti vicini, si può andare su internet, si possono inviare e ricevere e-mail, si può fare tutto. E’ una protesi che si indossa ogni mattina, appena si esce di casa. E’ la droga del terzo millennio: smartphone, iphone, tablet e chi più ne ha più ne metta. E come tutte le droghe, genera dipendenza. Si ha paura di essere tagliati fuori da questa comunicazione continua e incessante, si va in fibrillazione quando si dimentica il cellulare o si teme di averlo perso. E poi quella smania di controllarlo continuamente in cerca di notizie, messaggi, chiamate perse, pagine facebook.

E’ uno strumento rivoluzionario che è entrato in noi, ci condiziona, ci modifica, ci rende diversi. Da esseri umani ci ha reso esseri digitali. Non escludo che nel futuro venga impiantato sotto pelle ai nascituri. E allora chissà se – nell’ascoltare il vagito di un bambino appena nato – non sorga un dubbio: ma sarà la sua prima manifestazione di gioia alla vita, o la suoneria del suo telefonino che annuncia il primo messaggino di auguri del gestore di telefonia mobile?

giovedì 20 marzo 2014

Il treno, metafora della separazione




“....Ero eccitato perché non ero mai stato alla stazione e volevo vedere i treni da vicino. Fino a quel momento i treni li avevo visti passare soltanto in lontananza, dalla finestra della cucina della casa di mia nonna in campagna. La nonna abitava in collina, a meno di duecento metri in linea d’aria dalla strada ferrata; così, quando andavamo da lei la domenica, io mi affacciavo alla finestra della cucina per guardare i treni che circolavano nella vallata. La nonna conosceva a memoria gli orari di passaggio e li aveva addirittura segnati su un piccolo foglietto appeso vicino al calendario, apposta per me. Ma a me quel foglio non serviva: avevo imparato anch’io a memoria gli orari di passaggio, perché dopotutto era quella la mia occupazione domenicale preferita. Dei treni avevo un’idea vaga, lontana, filtrata dal vetro della finestra. Erano per me come lunghi serpenti di metallo, freddi e lucidi; non riuscivo ad immaginare che potessero contenere delle persone.
Facevo mille domande a mio padre, in attesa che il treno arrivasse per portarlo via. Il suo viso era tirato e stanco, ma rispondeva lo stesso anche a quelle più sciocche, sempre. Scherzava, dandomi risposte bizzarre o sconclusionate. E io gli facevo domande a raffica solo per sentirlo parlare, per sentirlo vicino. Quando percepii distintamente la preoccupazione nella sua voce, però, decisi che non era il caso di fargliene più. Mi parve addirittura più vecchio, con le rughe che si spandevano sulla fronte e poi si raccoglievano in vertigini.
Bastò quella grigia giornata a far svanire la passione della mia infanzia. Il primo incontro ravvicinato coi treni fu traumatico e sufficiente a mutare la mia eccitazione in terrore. Fui assai stupito di scoprire che i treni, visti da vicino, mi spaventavano: arrivavano sferragliando e scuotendo la terra e il cielo, vomitando fumo e acqua, ingoiando le persone. Duri tubi di metallo, luccicanti, avvolgenti, rumorosi. Ne ebbi paura. In tutto ciò che piace c’è sempre un lato che ci intimorisce; esso resta nascosto, intangibile, finché le vicende e l’esperienza non lo fanno uscire fuori. Allora mutiamo il nostro atteggiamento: ciò che ci piaceva prima, diventa per noi fonte di angoscia. E quel giorno, nella mia mente, senza volerlo, associai il treno con la partenza di mio padre. Il treno me lo portava via, verso quel luogo più trascendente che reale che avevo sempre sentito chiamare “su in Svizzera”: non poteva perciò che essere cattivo, quasi demoniaco, il mostro delle fiabe...”

(tratto dal romanzo “Percezione dell’inverno”
di Alfonso Cernelli)

mercoledì 19 marzo 2014

RECENSIONE: "A proposito di donne" di Isabella Coluzzi



Ho letto, con molta curiosità, il libro “A proposito di donne”  scritto da una scrittrice esordiente e non potevo astenermi dal fare la mia personale riflessione sulla sua opera letteraria, così come faccio ad ogni felice lettura portata a termine.

Ai tanti libri che ci parlano delle donne - scritti da donne - le cui storie sono state raccontate nella nostra letteratura passata e presente, si aggiungono anche questi racconti brevi, frutto del suo esordio letterario, elaborati con  leggerezza e garbo, con fantasia e sentimento, con passione e sensibilità. Una sensibilità, direi, tutta femminile.

Le donne che troviamo nei 13 racconti - diverse eppure eguali tra di loro - sono interessate da un sentimento comune di “amore” e tutte si interrogano sul proprio vissuto per cercarne il senso, anche attraverso un singolo episodio caratterizzante la propria esistenza. Attraverso un racconto intriso di sensibilità, ma anche velato di leggera sofferenza e nostalgia - con uno sguardo autobiografico introspettivo molto forte -  il libro affronta i diversi momenti del percorso di crescita e di maturità delle protagoniste.

Questi racconti ripongono al centro dell’attenzione la donna in tutte le sue componenti psico-fisiche; sono tanti tasselli che vengono incuneati, completando un mosaico fatto di storie, di emozioni e di sentimenti da cui emerge l’universo femminile nei suoi innumerevoli aspetti. Anche se, devo dire, si ha l’impressione che sia sempre la stessa donna che racconta e si racconta, seppure con nomi diversi e in situazioni differenti.

La scrittrice produce un tipo di “scrittura al femminile”, a volte dai risvolti narrativi un po’ scontati, attenta, comunque, ad ogni piccolo sconvolgimento interiore dei suoi personaggi, attraverso la costruzione di immagini di donne che, seppure nate dalla sua immaginazione, riflettono in qualche maniera i tratti della sua anima e della sua personalità. Una scrittura al femminile che predilige storie romantiche, con infatuazioni e delusioni, slanci passionali e cinici distacchi, sogni infranti e desideri inappagati. Una scrittura al femminile caratterizzata da uno spiccato e compiaciuto sentimentalismo, a volte  un pò sdolcinato e ingenuo. Una scrittura in cui pone sempre al centro dell’attenzione il sentimento dell’amore in tutte le sue sfaccettature, tra il sogno e la realtà, in una continua ricerca di verità, in cui l’amore di volta in volta veste i panni della passione erotica e del rapporto matrimoniale... dell’abbandono e del tradimento...dell’amicizia e del colpevole tormento interiore.

In questa simbolica narrazione, si  innestano le varie figure di donne, attraverso le quali l’autrice cerca sempre di esaltare la bellezza in tutte le accezioni del termine : bellezza di un corpo...bellezza di un paesaggio...bellezza di un sentimento....bellezza di una sensazione. E senza dimenticare che il destino a volte è ingrato, soprattutto quando “la bellezza”, quella fisica, viene aggredita inesorabilmente dalla malattia e dalla sofferenza.