venerdì 13 febbraio 2015

Televisione e giornali: dateci oggi il nostro delitto quotidiano



Siamo sottoposti quotidianamente ad una dose massiccia di cronaca nera sia da parte della televisione (che la fa da padrone) che dei giornali e delle riviste specializzate; viviamo in una sorta di terapia intensiva a base di inalazioni indiscriminate di delitti familiari e di brandelli di orrore a tutte le ore del giorno. Non si salva nessuno da questa truce mattanza dell’informazione e, nessuno, può considerarsi al riparo dai crimini che ci vengono somministrati con estrema regolarità. I mass media fanno a gara a chi arriva prima sulla tragedia, si fiondano come avvoltoi sulla preda, per darla poi in pasto ad un pubblico sempre più vorace che, con malcelato godimento, segue le varie puntate dell’ultima disgrazia familiare. E come diceva Popper, il pubblico accetta questi spettacoli purché “ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo. Il fatto è che più si impiega questo genere di spezie più si educa la gente a richiederne. E questo è quello che è accaduto anno dopo anno da quando la televisione è partita: spezie più forti sul cibo preparato perché il cibo è cattivo e con più sale e più pepe si cerca di passar sopra anche a un sapore disgustoso”.
Pertanto, tra commenti e commozione mentre sorbiamo il cappuccino del mattino, tra rabbia e sgomento mentre sediamo a tavola con i nostri familiari all’ora di cena, ci appassioniamo morbosamente alla spettacolarizzazione del dolore, seguiamo tutti i delitti minuto per minuto che generano discussioni sempre molto accese tra due gruppi contrastanti: gli innocentisti da una parte e i colpevolisti dall’altra. Costoro stanno “fuori” come sfigati spettatori, mentre i soliti noti, invece, (criminologi di grido e uomini dello spettacolo, psicologi e psichiatri, vittime e parenti delle vittime) stanno “dentro” (la televisione o le prime pagine dei giornali) a pontificare in qualità di esperti o di testimoni dei fatti, anche se i primi venderebbero l’anima pur di essere presenti in quei salotti trash, per raccogliere spiccioli di notorietà. Magari davanti ad un plastico che ricostruisce in scala la casa o il luogo in cui si è verificata la tragedia familiare del momento. Spettacoli dell’orrore, il più delle volte discutibili, volgari e offensivi della dignità umana che generano, comunque, commozione e angoscia. Spettacoli che comunque ci rassicurano, perché l’orrore che vediamo riguarda sempre gli altri; le efferatezze ci lambiscono ma non ci toccano personalmente, le guardiamo con un certo sollievo, anche se misto a turbamento, perché non ci appartengono. E seguiamo sempre quelle vicende per sentirci normali, in un mondo – quello rappresentato – di violenti e di pazzi.

Ma non sempre è così. Scriveva giorni fa sul “Fatto Quotidiano” Daniela Ranieri che a volte il pubblico che assiste e commenta questi delitti vuole anche “affogare le sue remore nella cronaca più sinistra, e provare l’infima voluttà di scaricare su qualcun altro la fatica di ciò che esso non ha il coraggio di fare: ammazzare la suocera, massacrare il socio in affari, disfarsi di ciò che grava sulla sua vita: le responsabilità, il destino, la sventura di non essere famoso”. E già, perché i protagonisti della cronaca nera - siano essi vittime che carnefici – assurgono a personaggi famosi, a divi della carta patinata e del pettegolezzo; li chiamiamo per nome (valga per tutti quel “zì Michele” del delitto  Avetrana), diventano persone di casa, come se fossero nostri familiari, nostri amici, diamo loro tutto il nostro sostegno se li riteniamo innocenti, ovvero li condanniamo e li disprezziamo se l’intuito investigativo che ci sorregge li considera colpevoli. Personaggi, questi, che appaiono sorridenti e in pose da divi sui settimanali specializzati di cronaca nera ( e non solo) come “Giallo cronaca”, una rivista che vende più copie di qualsiasi altro giornale. Solo la Gazzetta dello Sport riesce ad ottenere più lettori. Come a dire che la cresta multicolore di Balotelli o i tatuaggi di De Rossi seducono più del pizzetto biondo di Massimo Bossetti, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio.
Sono gli eroi negativi della nostra società, i paladini del male che meritano la stessa visibilità dei divi dello spettacolo, la stessa attenzione mediatica che si riconosce ad un grande avvenimento sportivo. La curiosità morbosa vince su ogni altra considerazione e tutto passa in second’ordine: la disoccupazione giovanile, le imprese che chiudono, gli stipendi che non bastano, la sanità che non funziona, la libertà di stampa e di espressione, la corruzione. Tutto svanisce come neve al sole di fronte allo show incessante del dolore. Ma c’è da chiedersi: è normale tutto questo? È normale che delle persone psicologicamente stabili possano diventare i fan o i difensori di presunti assassini oppure rivendicare il diritto di piangere la vittima, purché venga ripresa dai riflettori di una telecamera? Ai posteri l’ardua sentenza.

lunedì 9 febbraio 2015

Siamo destinati a ritornare nel Pleistocene ?!



Non saprei come classificare questo libro: un romanzo fantascientifico, oppure un saggio sulla storia dell’evoluzione umana o piuttosto un racconto anacronistico e metaforico sulle prime invenzioni dell’uomo. Non saprei in quale settore narrativo riporlo, volendo riordinare gli scaffali di  un’ipotetica libreria. E’ un testo che si allontana un po’ dai classici generi letterari e, in quanto difficilmente catalogabile, avrebbe potuto allontanare un lettore come me, più attento alle certezze narrative. Ma, proprio grazie a questa varietà di interpretazioni, l’opera letteraria di Roy Lewis “il più grande uomo scimmia del pleistocene” ha incontrato il mio particolare favore. E’ un romanzo molto originale, al di là della sua forza umoristica, la cui lettura offre lo spunto per fare innumerevoli riflessioni sulla modernità, su questo continuo e illimitato sviluppo tecnologico e sulle sue infinite distorsioni e aberrazioni. Ma è anche uno scritto che ci fa capire quanto lunga e difficile sia stata la storia dell’evoluzione socio-scientifica del genere umano, nonostante la sua efficace vis comica.

Lo scrittore inglese ci riporta indietro nel tempo di circa 3 milioni di anni, nell’Africa Centrale del Pleistocene, dove vive una numerosa famiglia di cavernicoli o uomini scimmia, i cui componenti si esprimono con un anacronistico e divertente linguaggio moderno. Sembra quasi che gli stessi personaggi, pur vivendo in un’epoca primordiale, già si identifichino in certe espressioni tipiche dei nostri tempi e della nostra cultura. Pare che vogliano precorrere i tempi, pur non avendo ancora le basi della conoscenza.

I protagonisti principali sono i due fratelli Edwards e Vania (zio Vania, per il nipote che è anche la voce narrante). Il primo è uno strenuo sostenitore del progresso e dello sviluppo in tutte le sue forme, sempre ispirato da una grande creatività, una sorta di antenato di Leonardo da Vinci, che si appresta a fare le sue grandi scoperte scientifiche; il secondo è invece un moderato conservatore che non vuole forzare la natura, perché teme gli impatti negativi che le invenzioni potrebbero avere sull’ambiente circostante. Questa diversità di vedute e di condotta li porta spesso a litigare, come quando discutono sull’opportunità o meno di avere un fuoco nelle notti fredde.  Secondo zio Vania il fuoco rappresenta una sorta di vulcano attivo che avrebbe finito per distruggere le foreste e la natura (...e come non dargli ragione, visti gli scempi moderni); per Edwards (che l’ha scoperto), è invece uno strumento affascinante, con potenzialità incredibili: ci si può difendere dagli animali feroci, cuocere i cibi, temperare le lance. Inoltre, con questa fondamentale scoperta, i nostri ominidi possono finalmente scendere dagli alberi, su cui avevano sempre vissuto lontano dai pericoli, e sistemarsi in una bella caverna, “la più lussuosa della zona”, dopo aver cacciato gli orsi che vi abitavano.

E quando Edwards arriva a progettare anche l’arco con le frecce, per la prima volta quel nostro antenato prende coscienza della propria forza: il fuoco e l’arco possono rendere invincibile il gruppo a cui egli appartiene, sono in grado di assoggettare altre popolazioni e conquistare altri territori.  Ma queste invenzioni si riveleranno fatali per il suo inventore.

“La natura non sta dalla parte del più forte” dice Edwards ai suoi figli, “ma dalla parte della specie che sa far valere un vantaggio tecnologico sull’altra” . E’ una frase simbolica quella che l’autore fa dire al nostro personaggio, l’espressione che sintetizza metaforicamente il percorso egemonico  delle varie civiltà storiche che si sono susseguite nel corso dei millenni e riassume il principio su cui si basa il potere dominante di qualsiasi epoca.  E’ l’esordio, sulla scena del mondo, della potenza tecnologica che - se nell’Africa del Pleistocene poteva essere rappresentata dal fuoco o dall’arco, attraverso i quali la “specie” poteva far valere la sua forza - nei tempi moderni è senz’altro raffigurata dalle armi di distruzione di massa, capaci di distruggere uomini e cose. Mi viene in mente a questo punto una famosa frase di Albert Einstein il quale affermava: “Non so con quali armi verrà combattuta la Terza Guerra Mondiale, so però con quali armi verrà combattuta la Quarta: con la clava”. Siamo destinati, quindi, ad un ritorno al passato? ...Un ritorno nel Pleistocene con l’arco e le frecce?

 

 

sabato 7 febbraio 2015

La mia gatta



“La mia gatta, entrata con me di soppiatto dal corridoio nella stanza, era saltata su una sedia. Rimase un poco a fissarmi con le pupille splendenti e turchine, si raggomitolò fremendo a scatti interni per tutte le membra e, con un nuovo salto silenzioso e felice, mi raggiunse sul letto.
Fui contento, la tenni accanto, le parlai, la ringraziai della sua grata compagnia, mentre mi urtava dolcemente la fronte col capo, socchiudeva gli occhi lasciando sprigionare dalla gola un rotolìo continuo e sonoro di piacere, pigiando mollemente le coperte con le zampe, anch’essa contenta di stare con me.
Pareva che volesse consolarmi di vivere.
Sentivo per lei una gratitudine profonda, un’amicizia fedele, la accarezzavo, sempre le parlavo, mi rianimavo; non ero più solo, esisteva un mondo che potevo amare, abitato dagli agili, flessuosi felini, dai nobili cavalli, dalle libellule sopra i canali, dalle rondini al tramonto; c’era una creatura gradevole da vedere, piacevole da toccare, affettuosa, contenta di starmi accanto.

Ma a un tratto la gatta ribalzò dal letto sulla sedia e stette ancora a fissarmi, serrando misteriosamente le pupille in lineette nere che si allargavano all’improvviso in nuovi cerchi brillanti e turchini. Quegli sguardi mi incantavano, ma cercavo di capire, nuovamente avvilito, se la gatta pensasse qualcosa di me, se con ironia osservasse la mia paura di esistere, o forse volesse disilludermi sulla sua stessa amicizia: lei tanto più sdegnosa di me,solitaria, libera da ogni divieto nel mondo”

tratto da “La Memoria” di G. B. Angioletti

 

lunedì 2 febbraio 2015

La Memoria



In questi ultimi tempi i libri più belli li trovo quasi sempre sulle bancarelle dei mercatini dell’usato. A volte sono testi che, inspiegabilmente, gli editori si rifiutano di stampare, indaffarati come sono a sommergerci di thriller, dove i morti ammazzati abbondano, e di improbabili libri di ricette di cucina, scritti non già da grandi chef – come la logica vorrebbe – ma da presentatrici e veline della televisione che, non si sa in base a quali competenze ed abilità gastronomiche, aspirano ad offuscare la fama di Pellegrino Artusi.

Giambattista Angioletti - l’autore di questo straordinario romanzo che si intitola “La memoria” - è un nome sconosciuto alla stragrande maggioranza dei lettori; ed era sconosciuto anche al sottoscritto fino a quando il suo fiuto non l’ha scoperto, nascosto e quasi schiacciato da una mole impressionante di volumi di Ken Follet, in vendita sulla stessa bancarella un tanto al chilo.

Questo autore “ troppo mite e disincantato, gran signore delle lettere, dai gesti nobili e lenti, dalle parole sobrie e meditate” - come scrisse di lui una sua amica scrittrice, Clotilde Marghieri - era nato a Milano nel 1896 e fu un acceso  sostenitore di una letteratura aurea, rigorosa, direi aristocratica; fautore di una sorta di prosa d’arte, messaggera di atmosfere poetiche e auliche, velata di dolce e struggente malinconia. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Torre del Greco, “il suo approdo finale” in una casa di campagna ai piedi del Vesuvio, “illudendosi di avervi trovato la pace” e rammaricandosi che i suoi amici del nord non capissero questo suo amore per il sud, pur continuando a sentirsi milanese a Napoli. Così scriveva ancora la sua amica Clotilde Marghieri: “…qui, nella sua stanza bianca come una cella, al suo tavolo di lavoro messo in modo da poter guardare la casa di Leopardi, egli voleva vedere nella memoria tutti i luoghi scoperti e amati; e insieme con la memoria personale voleva coltivare quella memoria comune di tutti i paesi e di tutti i tempi, che nella sua forse utopica Europa stava a simboleggiare il suo sogno di fratellanza umana. Qui, prima di morire, diceva, doveva rileggersi tutti i classici, accomiatarsi dai Maestri…”

Io credo che egli stesso oggi sia da considerare un Maestro e, leggendo questo suo libro, dalla prima all’ultima pagina, non si può non rimanere incantati di fronte alla bellezza della sua prosa.

“La memoria” è il racconto autobiografico e retrospettivo della sua infanzia ed adolescenza vissuta nella Milano di fine Ottocento e prima della guerra del 1915-18. L’io narrante è un ragazzino “figlio di signori”, solitario, ultrasensibile, riflessivo e triste il quale, proprio nell’età in cui si è spensierati e felici, lui - governato da demoni invisibili - si interrogava sui grandi temi dell’esistenza: l’eternità, l’infinito, Dio, l’amore, il dolore, l’infelicità, la povertà, la ricchezza. Si chiedeva “per quale perfido disegno si nasce creature umane, e non piante, pietre, nuvole”; si domandava perché mai il mondo “ si dividesse in servi e padroni, in poveri e ricchi” e si interrogava sull’esistenza di Dio: mai avrebbe trovato pace “fin quando la presenza divina non fosse diventata in me, anziché angosciosa, soccorrevole e consolatrice”.

Era un bambino che appariva privo delle qualità necessarie ad assicurarsi il successo nella vita: la disinvoltura, la parola facile e spiritosa, la furberia, la vivacità. Tutto ciò lo rendeva infelice; non riusciva ad essere spigliato e sicuro come i ragazzi del viale in cui abitava, che lui ammirava e ai quali si sforzava di somigliare. Ma invano. E soffriva. E allora avrebbe voluto “dare la testimonianza di qualche istinto malvagio, rompere un vaso di cristallo, dar lo sgambetto ad un ospite, imitare la voce chioccia di una vecchia signora: tutte imprese portate a termine con successo da altri ragazzi”. Ma non avrebbe mai trovato il coraggio per queste azioni.

Il libro si divide in 12 capitoli, ognuno dei quali si sofferma su un momento significativo della sua vita adolescenziale ed in particolare: il viale dove abitava con la sua famiglia e dove si svolgevano tutte le attività sociali e commerciali; il laboratorio di ceramiche del nonno, dove si sentiva ingiustamente rifiutato dagli operai solo perché era il nipote del padrone; e poi la sua casa, frequentata da “personaggi di riguardo” che parlavano sempre di affari, di danaro, eccitandosi ed animandosi “ognuno impaziente di raccontare come riuscisse a sedurre i clienti, a ingannare i provinciali, a sventare i tranelli dei concorrenti, tra il fumo acre dei lunghi sigari, il risuonare delle catene d’oro sui panciotti e le acclamazioni avide delle mogli”; e poi le feste, durante le quali tutti “diventavano pii e devoti”, tutti fingevano di divertirsi, come i pagliacci del circo, “tanto esperti nel fingere l’entusiasmo e la gioia”; e poi il ballo in maschera al Circolo dove i partecipanti, con i loro travestimenti “non avevano più bisogno di nascondere il loro vero animo, come facevano ogni mattina ricomponendo il volto a gravità, a dignità (…), camuffati da diavoli e da buffoni potevano finalmente dar sfogo ai loro veri istinti puerili, inverecondi e dispettosi”.

Ma come poteva risollevarsi questo bambino intelligente e dall’animo nobile e sensibile, che dava il meglio di sé nella tristezza anziché nell’allegria? Che non mostrava alcuna abilità, che arrivava sempre ultimo, che non sapeva divertirsi, che era sempre pensieroso? Che appariva troppo buono, sottomesso, mansueto, forse sciocco, che veniva preso in giro dai suoi compagni e che, date le sue caratteristiche, non avrebbe mai potuto raggiungere un’onorevole posizione nel mondo? Come poteva diventare degno di attenzione?

Sono le parole a salvarlo. Capisce che i fatti della sua vita, ricreati dalle parole, apparivano in una luce più precisa e attraente; si accorge che per far vivere la realtà “bisognava descriverla, le parole risollevavano le immagini affastellate nella memoria come vecchie tele in una soffitta; e anche gli avvenimenti più paurosi diventavano nella rievocazione affascinanti”.

E cosa c’è di più bello della pagina scritta, anche quando è chiamata a raccontare il grido di dolore di un bambino? La pagina scritta – se ben scritta -- riesce a far dimenticare anche la sofferenza interiore che intende raccontare e ciò che si coglie in essa non è tanto la difficile condizione di chi soffre, quanto la vitalità e l’eleganza della prosa, la raffinata ironia che aleggia in alcune bellissime descrizioni, l’armonia dei pensieri. Tutto questo è il libro.

domenica 25 gennaio 2015

Vivere la bellezza

Camerota: spiaggia di Cala Bianca

Quando si parla della “bellezza” bisognerebbe evitare di commettere un errore di valutazione spesso ricorrente  e cioè considerarla come un bene di lusso riservato a pochi eletti. La bellezza, invece, è un valore universale che appartiene a tutti. E’ patrimonio dell’umanità.
Non c’è luogo, non c’è paese  in Italia, che non abbia qualcosa di bello da mostrare sia sul piano naturale che su quello artistico-architettonico, tale da suscitare in ognuno di noi una molteplicità di emozioni e sensazioni. Secondo il filosofo Remo Bodei, l’emozione più alta e forse più rara si percepisce quando, trovandoci al cospetto di un grande capolavoro dell’arte, sentiamo un vero brivido che attraversa tutto il nostro corpo. “E’ la pelle d’oca la vera espressione della bellezza”, così scrive il filosofo. Direi, tuttavia, che ci sono bellezze più complesse che, per suscitare in noi emozioni e rimanerne attratti, richiedono un grado di conoscenza superiore, una sensibilità estetica straordinaria, necessitano di una riflessione prolungata affinché possano essere apprezzate; sono come quelle canzoni d’autore poco orecchiabili ma raffinate e difficili, che hanno bisogno di tempi d’ascolto più lunghi per essere amate. Esistono altre bellezze, invece, che sono alla portata di tutti e da tutti sono comprensibili, anche dalle persone più sprovvedute che, seppure digiune di particolari conoscenze e competenze storico-artistiche, riescono tuttavia  a meravigliarsi e stupirsi al primo sguardo.
Giorgio de Chirico: le muse inquietanti
 
E così può accadere che un dipinto di Giorgio de Chirico come “le muse inquietanti” fa storcere il naso a chi non sia in grado di comprendere i significati nascosti insiti nell’arte della pittura metafisica; al contrario, di fronte ad un quadro del Canaletto - uno dei pittori più affermati del ‘700, noto soprattutto per la sua pittura “fotografica” –   come quello raffigurante “piazza San Marco a Venezia” non si ha nessuna difficoltà a cogliere l’incanto della sua rappresentazione artistica che si compie attraverso il felice connubio tra architettura e natura.

Canaletto: Piazza San Marco

Sembrerebbe, quindi, che noi vediamo sempre ciò che comprendiamo e le emozioni che ne scaturiscono sono legate intimamente non solo alla maggiore o minore sensibilità che sappiamo esprimere, ma anche al grado di conoscenza di cui siamo dotati: nel primo caso solo una approfondita preparazione o una più attenta visualizzazione o valutazione ci avvicina alla bellezza metafisica che ha inteso comunicare il pittore, nel secondo caso, invece, riusciamo a percepirne l’essenza anche non avendo competenze specifiche in merito. Basta un colpo d’occhio per cogliere qualcosa (nel nostro caso la meravigliosa piazza San Marco) che ci seduce e che ci spinge a dire: quel quadro è veramente bello! E questo perché a volte desideriamo vedere ciò che più amiamo nella realtà: la bellezza della natura, la perfezione di un volto, la magnificenza di un luogo. E’ pur vero, però, che questa preferenza per i soggetti gradevoli ed attraenti potrebbe indurci a respingere opere altrettanto belle, solo perché le tematiche in esse rappresentate non soddisfano la nostra personale idea di bellezza. E’ difficile mettere in dubbio la bellezza che ispira il dipinto “le due sorelle” del pittore francese W. Bouguereau: siamo quindi portati a dire che il quadro è molto bello.
W. Bouguereau; le due sorelle

Anche Henri Matisse dipinse un quadro simile: probabilmente “le due sorelle” uscite dal suo pennello a prima vista non sembrano poter competere con la bellezza delle prime due. Però, si può mai affermare che l’opera di Matisse è brutta? Quest’ultimo dipinto - espressione di una tecnica meno realistica, che in qualche maniera si allontana da una visione fotografica della realtà – possiede comunque una forza ed una bellezza evocativa pari al primo; quindi dobbiamo convincerci che la bellezza di un dipinto non dipende esclusivamente dalla bellezza del soggetto.
Matisse: le due sorelle
 
Vorrei concludere dicendo che il bello tocca sempre le corde più intime e più sensibili dell’animo umano e ci pone di fronte alla nostra limitatezza e fragilità, alla nostra irrilevanza nei confronti della grandezza della natura e dell’ingegno umano.

lunedì 19 gennaio 2015

I nuovi barbari

Riporto, di seguito, un mio post pubblicato sulla rivista on line "La Mandragola" http://www.lamandragola.org/ che tratta - come recita il sottotitolo - "notizie approfondimenti informazioni dal Cilento". Invito chi mi legge a visitarla.

C’è stato un tempo, nemmeno tanto remoto, in cui - percorrendo le strade che si inerpicano lungo le colline del Cilento - era possibile scorgere le sagome inconfondibili dei vari paesi ivi arroccati, attorniati da vecchi casolari di campagna rigorosamente costruiti in pietra locale. Erano luoghi familiari e facilmente riconoscibili dagli abitanti del posto, perché il paesaggio che si stagliava in lontananza difficilmente mutava nel tempo, aveva una sua specifica identità, appariva sempre identico: la cementificazione selvaggia non era ancora arrivata, lo sfruttamento del territorio non aveva preso piede. Lungo il percorso si potevano ammirare, inoltre, graziosi muretti a secco, frutto del lavoro caparbio e certosino dei nostri contadini che lavoravano la terra e la proteggevano dalle frane e dagli smottamenti con questi semplici e naturali sbarramenti di pietra. Autentici capolavori di architettura rurale. Di questi muretti a secco, purtroppo, se ne vedono sempre di meno. Così come sembrano spariti quei caratteristici casolari di campagna, il cui legame con il territorio circostante era ancora molto forte. In compenso, al loro posto, stanno sorgendo come funghi orribili filari di villette a schiera tutte uguali: veri condomini orizzontali. Costruzioni, quest’ultime, che hanno ormai preso il sopravvento in ogni angolo del Cilento.
Mi viene in mente una pagina del romanzo di Antonio Scurati “Il sopravvissuto”, il cui protagonista così descrive il suo paese (ci troviamo nell’interland milanese, ma potrebbe essere anche un paese del Cilento) “ai margini delle strade statali il prolasso del paesaggio rurale era così veloce che quando andavi in ferie per tre settimane, al tuo rientro stentavi a trovare la strada di casa”. Sembra una provocazione, un paradosso, ma la finzione letteraria non si discosta molto dalla cruda realtà: il sottoscritto, ogni qual volta ritorna nel suo paese d’origine, ritrova sempre una nuova costruzione, magari laddove solo qualche mese prima sorgeva un vecchio rudere di campagna; oppure, cosa molto più deprecabile, si imbatte in antiche e nobili dimore che hanno subito improbabili interventi di restauro su cui bisognerebbe solo stendere un velo pietoso.
Stiamo facendo di tutto per stravolgere l’anima dei luoghi. Le torri, i castelli, i palazzi signorili costituivano il segno di riconoscimento di un Cilento antico; intorno a questi simboli di appartenenza ruotava un’intera comunità in cui si ritrovava e si riconosceva. Il paese, anche in lontananza, diventava riconoscibile grazie a loro. L’incuria dell’uomo per il territorio in cui vive procede di pari passo con le sue scellerate scelte urbanistiche, non sempre in relazione alle caratteristiche ambientali in cui vengono inserite. In un lontano passato i Barbari – così venivano chiamati dagli antichi Romani quei popoli che vivevano al di fuori dei loro confini - invadevano i territori, distruggendo e saccheggiando tutto ciò che incontravano lungo il passaggio. Oggi la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle costruzioni. I nuovi barbari distruggono, costruendo. Io quando penso ai barbari, penso a quei costruttori senza scrupoli che spesso, in combutta con amministratori locali incompetenti e poco sensibili alla bellezza del posto in cui operano, violano il territorio con orrendi fabbricati seriali, senza stile e senza armonia. E costruendo, continuano a scardinare luoghi pieni di memoria e di silenzio, modificando in maniera davvero violenta antichi borghi, distruggendo colline dove rigogliosa sorgeva la macchia mediterranea. Villaggi turistici (che si animano solo in estate, mentre durante i mesi invernali diventano agglomerati fantasma), strutture balneari lungo le coste, villoni con piscine olimpioniche invadono ogni luogo, si appropriano del territorio. La fisionomia di un paese cambia in maniera veloce, tanto che si stenta a riconoscerlo e si perde quell’antica e piacevole sicurezza di sentirsi “a casa”.
Sia ben chiaro che sono favorevole ad un corretto uso del territorio; sono sostenitore di un piano urbanistico del paese a misura d’uomo. Sono contrario, invece, alle speculazioni edilizie, alle costruzioni sempre più invadenti che cancellano le tracce del passato, che non legano in maniera armoniosa con il territorio in cui vengono realizzate; sono contrario a quegli interventi edilizi che non “lasciano parlare” i luoghi. Si, perché i luoghi del Cilento non sono cose morte, ma hanno un’anima e parlano di noi: della nostra storia, dei nostri antenati, di come eravamo. Una nuova costruzione non deve rompere il rapporto uomo/natura, quel sodalizio che regge da secoli: deve invece arricchire un luogo non distruggerlo; deve renderlo più bello, non imbruttirlo. Natura e opera dell’uomo devono fondersi in un unico paesaggio, in una sorta di simbiosi in cui l’una si possa specchiare nell’altra. Provate a immaginare un’antica abbazia circondata da un bosco; e poi confrontatela, sempre nell’immaginazione, con una serie di villette a schiera. Sarebbe interessante conoscere le diverse reazioni emotive.

Io penso che il tramonto di un’epoca (e forse la nascita di una nuova civiltà) si può intravedere, non solo attraverso l’inarrestabile e aggressivo progresso tecnologico che ha invaso le nostre esistenze, ma anche attraverso il deterioramento e la devastazione dei posti in cui viviamo; questa evoluzione (positiva o negativa, secondo i diversi punti di vista) si può scorgere osservando il quotidiano accanimento urbanistico contro il territorio e il suo passato, che se apparentemente non ci dice nulla, o non ci facciamo caso, in realtà descrive meglio di qualsiasi altra immagine la fragilità della condizione umana. Quella fragilità che umanamente ci appartiene e ci fa somigliare a quei luoghi che stiamo distruggendo e in cui non ci riconosciamo più.

 

sabato 17 gennaio 2015

Il tempo e la nostalgia



La nostalgia ha come punto centrale della sua essenza il “tempo” che fugge via e mai, come in questo particolare momento della mia vita (forse sto invecchiando), avevo avvertito in maniera così forte questo sentimento che  mi riporta costantemente a ciò che ho vissuto...a ciò che è stato.

Tornare indietro con la memoria significa, sempre, scoprire che quel “luogo”, quella “cosa” non esistono più. Oppure esistono, ma la loro intima natura è cambiata e con essa, siamo cambiati noi stessi. Scrive Pessoa in una poesia dedicata a Lisbona: “Lisbona torno a rivederti, ma io non mi rivedo. Torno a rivederti, ma io non mi rivedo”.

Questa nostalgia del passato, questo desiderio legato al ricordo rappresenta, per me, anche una forma di difesa nei confronti di una strana realtà in cui non sempre riesco ad immedesimarmi, una realtà che non mi appartiene, in cui faccio fatica  a ritrovare la mia giusta dimensione e collocazione. E allora mi capita di tuffarmi nel tempo che fu e, nella memoria nostalgica, il passato riesco sempre ad ingentilirlo, a coprirlo di un’ aura positiva, a nobilitarlo e percepirlo, il più delle volte, migliore del presente. E questo forse è l’errore che mi impedisce di comprendere le cose dell’oggi, e da qui nasce la mia nostalgia:
nostalgia di certi luoghi della mia passata giovinezza in cui non ritrovo più quelle cose amate, quelle atmosfere che mi rendevano felice, in cui non ritrovo più la bellezza del paesaggio perché deturpata dal cemento e dalla spazzatura che avanzano e dagli incendi che tutto distruggono;

nostalgia di quegli antichi sapori, di quei profumi intensi che sapevano di tradizione, di natura incontaminata e di genuinità;

nostalgia di quelle antiche botteghe di artigiani, dove tutto veniva fatto a mano con passione e con cura, sostituite da moderni locali dove vendono stracci e oggetti alla moda e dove tutto è omologato;

nostalgia delle macchine di una volta, quelle belle autovetture che avevano una propria identità, direi quasi una propria anima e che riconoscevi da lontano e le amavi perché uniche.....oggi invece i modelli sono centinaia, standardizzati, tutti uguali, irriconoscibili;

nostalgia di quelle strade senza cartelloni pubblicitari che ti opprimono e senza graffiti che ti violentano, opera quest’ultimi di emeriti idioti che vengono invogliati a insozzare da coloro che si ostinano a chiamarli artisti di strada;

nostalgia di quel tempo in cui non esistevano ancora i telefonini (soli pochi anni fa), quando si conosceva l’attesa e telefonare significava parlare senza farsi sentire dagli altri, a casa o in una cabina telefonica;

nostalgia della televisione in bianco e nero, con una programmazione che aveva un inizio ed una fine, quella televisione che sapeva divertire ed informare, che al posto della pubblicità trasmetteva “intervallo” con le pecore che pascolavano o con le immagini di antichi borghi;

nostalgia…

mercoledì 7 gennaio 2015

Quant'è buono il pane di ieri!



 

Enzo Bianchi – per chi non lo conoscesse – è un monaco laico, fondatore e Priore del Monastero di Bose nel Canavese, una comunità religiosa di grande successo e spiritualità meta di tantissimi pellegrini in cerca di silenzio, meditazione e preghiera. Con questo suo libro, che io  lessi nel marzo 2010, lo scrittore piemontese rivisita il suo passato vissuto nella sua amata terra del Monferrato. E lo fa proprio al fine di cogliere in esso le chiavi di lettura non solo del presente ma anche del futuro. Perché l’esperienza che ci viene dal passato è buona anche per affrontare gli anni a venire,  ed i principi e i valori che hanno alimentato l’esistenza di chi ci ha preceduto sono in grado di sostenere anche noi che viviamo il presente.

I ricordi di quella vita faticosa, portata avanti con durezza per il lavoro quotidiano e per l’isolamento in cui si viveva nelle cascine, affiorano nitidi e appassionati in queste pagine. Una carrellata di immagini, di luoghi, di personaggi, di sensazioni, di suoni, di profumi che sembrano scomparsi dalla nostra vita quotidiana e che vengono evocati con affetto e con gioia, misti a nostalgia.

Come le campane che tendono a non suonare più e comunque quando rintoccano nessuno riesce nemmeno ad ascoltarle, soffocate come sono dal frastuono del traffico, dai telefonini sempre accesi, dai rumori assordanti. Erano suoni che scandivano la vita nei paesi di campagna, che venivano ascoltati come moniti quotidiani e ritmavano il passare del tempo avvolgendo la vita delle comunità, aiutandole nella loro identità e fornendo loro un vero linguaggio di comunicazione a distanza.

Come dimenticare il canto del gallo, che da messaggero del giorno è stato bandito dalle nostre esistenze. Confesso - dice Enzo Bianchi – che per me è sempre stato ed è il suono quotidiano più straordinario, più desiderato, più amato. E come non ricordare la cucina tradizionale, quella fatta con ingredienti  genuini: quel profumo di ragù che si avvertiva camminando lungo le stradine del borgo antico nei giorni di festa. Sparito. Oppure il profumo del pane appena sfornato, fatto in casa nel forno a legna. Si è perso il senso di questo fondamentale alimento della nostra tavola: oggi viene facilmente trascurato e sostituito con tanti prodotti alternativi la cui unica positività consiste in una negatività e cioè quella di non farci ingrassare.

Tra i tanti ricordi non poteva non spuntare, nel libro, la coltivazione della vite e la trasformazione dell’uva in vino, attraverso il rito antichissimo della vendemmia. La stagione della vendemmia era ed è non solo il coronamento di un’annata di lavoro ma il simbolo dell’intimo rapporto tra l’uomo e la terra che abita. E quando si parla di terra, il ricordo di Bianchi va immancabilmente all’orto: l’autore aveva solo 14 anni, quando chiese in dono a suo padre un piccolo fazzoletto di terra da coltivare e da allora non riesce a vivere senza accudirne uno, perché un orto non solo dà gusto ai cibi, ma gli insaporisce l’anima. L’orto quindi come una grande metafora della vita spirituale, come lo spazio interiore della nostra vita, luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione.

Il ricordo del passato passa anche attraverso le feste, che venivano vissute con partecipazione e semplicità e che costituivano un’occasione importante, allietate con pasti abbondanti e preparati con cura. E’ un mondo semplice, quello che ci descrive Enzo Bianchi, un mondo che seguiva i ritmi delle stagioni, che non conosceva i tempi frenetici della vita moderna, che prediligeva la lentezza piuttosto che la velocità.

venerdì 2 gennaio 2015

L'insostenibile ansia della condivisione



Questo post è stato pubblicato sul Blog http://alfonsocernelli.blogspot.it/ Credo sia una riflessione molto interessante, che riporto di seguito:

“ L’altro giorno sull’autobus c’era una donna che, munita di una tavoletta elettronica di ultima generazione, scriveva i propri appuntamenti di vita e di lavoro. Il magico apparire dell’apparecchio del desiderio calamitava l’attenzione di molti dei presenti, che si mettevano tranquillamente a leggere gli appunti della signora. Anche io non sono riuscito a fare a meno di sbirciare, scoprendo così che la signora aveva per le ore 10 un appuntamento dal dentista e alle 17 avrebbe atteso l’idraulico a casa. Allora io mi sono chiesto se, qualora al posto dell’aggeggio elettronico da 10 pollici la signora avesse tirato fuori taccuino e penna, l’effetto sarebbe stato lo stesso. La domanda è retorica. Con una penna ed un’agenda la privatezza della signora sarebbe stata tutelata, questo è certo, ma essa non avrebbe potuto condividere col mondo le proprie esperienze, cosa che faceva con parecchia disinvoltura, ben avvedendosi della presenza di estranei che sbirciavano i suoi affari.

Nel lontano 1973 Guido Morselli, anticipando con grande lucidità i mali (e la stupidità) del nostro tempo, scriveva: “non mi convince la tesi che ogni esprimere, anche il più privato, supponga un comunicare”. A distanza di quaranta anni, possiamo affermare con certezza che quelle parole hanno assunto una portata profetica.

Il raccontare agli estranei le proprie faccende private, infatti, sembra essere oggi la forma più diffusa di comunicazione, se non quella esclusiva, almeno per molte persone. La massiccia diffusione dei telefoni portatili e dei c.d. “social network” ha ampliato la possibilità per tutti di comunicare, consentendo a chiunque, persino in strada o sull’autobus, di esprimere pensieri e raccontare vicende, che spesso non meriterebbero di essere condivisi, perché futili, discutibili, offensivi, banali. Il mezzo, certamente fenomenale, è stato così utilizzato male. L’ampliamento delle possibilità comunicative ha determinato una perdita di qualità del contenuto della comunicazione. Ho sentito persone parlare ad alta voce al telefonino dell’ultima di campionato di calcio, oppure litigare, o discutere animatamente, senza fare nulla per abbassare la voce o per non dare nell’occhio. Ci sono taluni che desiderano che gli altri ascoltino la loro conversazione, per far sapere quanti soldi hanno, quale lavoro svolgono, quale squadra tifano, dove andranno in vacanza. Un tempo le cabine telefoniche erano munite di porte e pareti, che salvaguardavano la segretezza della comunicazione e la voglia di non ascoltare dei passanti. Oggi queste barriere sono scomparse: la condivisione, persino di vicende che dovrebbero essere confinate in ambiti di gelosa riservatezza, è divenuta la regola becera della modernità. Tutto deve essere lasciato in pasto alla rete, perché ognuno crede di essere innovativo, di avere pensieri o parole originali da diffondere. Senza pensare che, in molti casi, sarebbe meglio sussurrare, per un’istintiva forma di difesa”.

venerdì 19 dicembre 2014

Il viaggio: metafora della vita e della libertà

 
Chi non legge o non ha voglia di leggere – e sia ben chiaro che nessuno è obbligato a farlo e chi non ha dimestichezza con la carta stampata non è assolutamente inferiore a nessuno - puntella sempre questa sua mancanza, di cui un po’ si vergogna, con un alibi di ferro: “purtroppo non ho tempo”. Sarebbe, infatti, poco credibile se affermasse di non leggere per i prezzi dei libri troppo alti, considerata la variegata e ampia offerta del mercato editoriale. Per esempio, ho appena finito di leggere, in contemporanea, due libriccini di poco più di cento pagine ciascuno: un racconto intitolato “Corto viaggio sentimentale” di Italo Svevo ed il romanzo “Peter Camenzind” di Hermann Hesse. Il primo, pubblicato nel corso del 2014 dalla Newton, presenta una veste grafica davvero molto accattivante e costa solo 1 euro e 90 centesimi; il secondo, invece, è un’edizione Oscar Mondadori del 1980, trovato su una bancarella dell’usato (praticamente come nuovo) a soli 2 euro. Insomma, con meno di 4 euro (una pizza mediocre costa molto di più), ho portato a casa due piccoli capolavori della nostra letteratura, anche se poco noti al grande pubblico. E’ pur vero che a volte la bellezza della lettura risiede proprio nella scoperta dei suoi tesori.
Ebbene i protagonisti dei due libri, pur nella loro estrema diversità – da una parte il tipico personaggio inetto di Svevo e, dall’altra, il sognatore, l’amante della natura che esce dalla penna di Hesse - sono accomunati dallo stesso desiderio: viaggiare. Il viaggio quale occasione per “evadere” dall’ambiente in cui vivono; il viaggio quale metafora della vita e della libertà e quindi espressione di fuga dalle costrizioni quotidiane.
 
Un breve viaggio di lavoro in treno da Milano a Trieste è, infatti, l’occasione che aspettava da tanto tempo il signor Aghios, il protagonista di “Corto viaggio sentimentale”, un libro rimasto incompiuto a causa della morte dell’autore avvenuta nel 1928. Tipico personaggio sveviano insoddisfatto e abitudinario, questo Aghios “guardava con invidia e desiderio la vita intensa che lo circondava e respingeva” e pensava che una parte di tale malessere gli venisse dalla famiglia, perché “la sicurezza di cui si gode in famiglia addormenta, irrigidisce e avvia alla paralisi”. Perciò il viaggio programmato sarebbe stato una sorta di esperimento, un gradevole svago foriero di altri futuri viaggi, che avrebbero dovuto assicurargli incontri piacevoli e un po’ di felicità. Quella felicità che - a suo dire - non poteva nascere dalla gelida relazione con la moglie e il figlio. Lui aveva sacrificato tutta la sua vita al dovere familiare, “abbandonando i suoi cari pensieri, le sue care fantasie, il vero piacere. Se lo avessero lasciato in pace, egli avrebbe percorso il mondo, non per guardarlo, ma per trovare maggiore stimolo a staccarsene, abbellirlo e offuscarlo”. Certo, abitudinario come egli era, certamente avrebbe poi sentito il desiderio di ritornare in famiglia e “rimettersi sotto la protezione della moglie e soprattutto andare a proteggere quello scervellato di suo figlio, insomma il ritorno alla sua galera”.
E se per il signor Aghios la galera è rappresentata dalla famiglia, per Peter Camenzind (alias Hermann Hesse) il personaggio che dà il titolo al libro dello scrittore tedesco naturalizzato svizzero (il suo primo successo letterario che segna l’inizio della sua carriera) la “galera” da cui vuole evadere per conoscere il mondo è il suo paese natale, Nimikon, “un villaggetto che giace su un piano obliquo triangolare incuneato fra due propaggini montane, in riva al lago”. Questo giovane aveva avuto come educatori ed amici, oltre i libri, le montagne, il lago, gli alberi e la natura tutta, che per molto tempo gli “furono più cari e più noti degli uomini e del loro destino”; era stato talmente forte il contatto unilaterale con la terra e con gli animali che, in qualche maniera, quest’ultimi lo avevano allontanato dal consorzio umano. Allora sente il bisogno di “uscire dall’aria prosaica e deprimente” del suo paesello per la gioia di essere libero, di partire per paesi lontani “per cercare la patria futura nel regno dello spirito”. I suoi viaggi diventano un fondamento della sua vita, passa gran parte degli anni camminando per mesi e settimane in vari paesi, abituandosi a lunghe marce con in tasca pochi quattrini e un pezzo di pane, pernottando spesso all’addiaccio. Si convince di non essere nato per la vita sedentaria, ma per il vagabondaggio in terre straniere. E’ all’occorrenza diventa poeta e pellegrino, beone ed eremita.

Ma così come era successo al protagonista del viaggio di Italo Svevo, che aveva sentito il bisogno di rientrare in famiglia, anche Camenzind/Hesse, dopo la sua lunga caccia alla felicità mondana, dopo la ricerca dell’arte nelle principali città dell’Italia, della Francia e della Germania, dopo essersi abbeverato di musica e di bellezze spirituali, “i miei vagabondaggi nel regno dello spirito e della così detta cultura”, avverte l’urgenza di ritornare nel vecchio nido fra i monti e il lago, felice di aver fatto le sue esperienze di vita e con la consapevolezza che un contadino come lui non poteva, a nessun costo, diventare un cittadino e uomo di mondo.

giovedì 11 dicembre 2014

Folla e demagoghi



 
In una lettera all’amico Lucilio, Seneca così scriveva: “mi chiedi che cosa tu debba specialmente evitare. Rispondo: la folla. (…) La compagnia della moltitudine è dannosa: c’è sempre qualcuno che ci rende gradevole un vizio o, senza che ce ne accorgiamo, ce lo trasmette in tutto o in parte. Più sono le persone con cui viviamo, maggiore è il pericolo…”
Lo ammetto: anch’io evito la folla. In qualsiasi contesto venga configurata, allo stadio durante una partita di calcio o in piazza in occasione di un comizio o un concerto, in un centro commerciale durante le feste natalizie o su una metropolitana all’ora di punta, la folla cessa di essere una moltitudine di individui pensanti e diventa una sorta di miscuglio appiccicoso, nevrastenico che nulla ha a che fare con la razionalità e con l’intelligenza delle persone prese singolarmente. La folla risponde solo all’istinto, condiziona coloro che la compongono e produce reazioni stupide e incontrollabili.

Prendiamo – per esempio - la folla che, munita di bandiere, tamburi, fischietti e striscioni, gremisce una piazza per ascoltare, applaudire, osannare l’uomo politico del momento. E’ la tipica manifestazione di fede che ormai abbiamo imparato a conoscere e che si ripete da sempre: applausi, slogan, canti, evviva, insomma tutto il repertorio e il modo di esprimersi di quella marea di persone accomunate dagli stessi ideali. E proprio in queste circostanze assistiamo ad uno strano spettacolo che prevede - da una parte - un palco (in un recente passato era un balcone) da cui un demagogo arringa i presenti, cerca il loro consenso con promesse altisonanti, lusingandone anche i più bassi istinti; dall’altra, cinquecentomila/un milione di manifestanti (secondo l’organizzazione) ovvero mille (secondo la questura), che esultano e credono agli asini che volano. Il demagogo si guarda bene dal dire la verità e cerca solo di ottenere un effetto corale di giubilo, invece i cinquecentomila/un milione di disgraziati (secondo l’organizzazione) o i mille (secondo la Questura) – eccitati dall’entusiasmo generale e dalle grida di evviva - non sanno di essere stati presi in giro perché la folla di cui fanno parte offusca loro il cervello. L’ipocrisia del demagogo di turno si nutre della schizofrenia della piazza: la perfidia del primo crea l’alienazione della seconda. Ieri come oggi, fatta salva qualche differenza, la folla è sempre la stessa entità amorfa, sia quando si radunava sotto un balcone che quando si dà appuntamento in piazza. Perché, come diceva Michel de Montaigne “quando gli uomini si riuniscono, le loro teste si restringono”.
Fino a quando esisteranno dei populisti che, per governare il Paese, rincorrono il consenso e l’entusiasmo irrazionale delle folle che riempiono le piazze, attraverso promesse irrealizzabili e interventi demagogici, non credo sia possibile sperare in un miglioramento dell’attuale situazione socio-economica. L’educazione politica di una nazione si ottiene facendo sì che i suoi cittadini siano in grado di leggere, studiare, informarsi, discutere, conoscere, capire; abbiano cioè gli strumenti culturali più appropriati per poter eleggere, senza condizionamenti emotivi, chi li dovrà rappresentare nelle istituzioni e nel governo del Paese, con competenza, serietà ed onestà. Solo attraverso la conoscenza si definisce la coscienza civile di una nazione. Altrimenti avremo sempre una classe politica a immagine e somiglianza di un elettorato disinformato. Con sommo piacere di chi è stato eletto. Pertanto non basta ubriacarsi di folla con una bandiera, di qualsiasi colore, e urlare slogan preconfezionati, se poi quella folla a cui si appartiene, al momento delle decisioni, non conta più nulla. Le cose da fare non reclamano l’applauso della piazza ma azioni immediate nell’interesse del Paese.

giovedì 4 dicembre 2014

Aspettando Godot



 

Vladimiro ed Estragone, i protagonisti del libro di Samuel Beckett (1906-1989), sono due mendicanti che si incontrano per caso una sera in aperta campagna; aspettano un certo Godot, di cui non sanno nulla, non l’hanno mai visto e non sono sicuri se verrà a quell’appuntamento così strano e così assurdo. Inizia una lunga attesa, che dura poco più di cento pagine, ma che potrebbe protrarsi all’infinito. Si, perché Vladimiro ed Estragone - che vengono poi raggiunti da Pozzo, un ricco castellano che porta al guinzaglio il suo servitore Lucki - nell’attesa discorrono di facezie, sostenendo a volte cose senza senso e senza un filo logico, come in una sorta di comica ricerca introspettiva di se stessi. Si ha come l’impressione che quello strano e strampalato dialogo fra due persone così bizzarre, intervallato da lunghi silenzi, possa andare avanti senza fine, fino a consumare la vita stessa dei protagonisti, nella vana attesa di questo fantomatico Godot.
Il racconto, tutt’ora rappresentato in tutti i teatri, potrebbe essere sintetizzato con una frase di Estragone, il quale rivolgendosi al suo amico Vladimiro afferma: “Non succede niente, nessuno viene, nessuno va, è terribile”.
E’ un’attesa che sembra quasi logorare e lacerare l’animo dei personaggi, disorientando nel contempo il lettore che si aspetta, da un momento all’altro, qualche evento significativo capace di dare un senso alla storia. Ma nulla di tutto questo si verifica, tant’è che i nostri eroi alla fine sembrano stanchi di aspettare e decidono di andare via.
“Allora andiamo?” dice Vladimiro ad Estragone. “Si andiamo” dice Estragone. Ma nessuno dei due si muove, e a nostra insaputa continuano ad aspettare quel Godot, che forse potrebbe migliorare la loro infelice esistenza e liberarli da quell’attesa faticosa ed angosciante che sembra quasi una condanna senza fine.
Mi viene da pensare, dopo aver letto questo strano libro, che ognuno di noi - come Vladimiro ed Estragone - si trova sempre nella condizione di dover aspettare un immaginario Godot; un Godot che a seconda dei casi e delle circostanze, può assumere le sembianze di un “qualcuno” o di un “qualcosa” che possa, come per incanto, liberarci dalla noia del tran tran quotidiano, dagli affanni del vivere di tutti i giorni e rendere più sopportabile e felice la nostra umana esistenza. Godot è la metafora dell’amore impossibile, è l’attesa di un incontro importante e significativo ma è anche l’aspettativa di un’occasione o di un evento straordinario che possano cambiare in meglio la nostra vita. Per essere estremamente materialisti, aspettare Godot è come sperare in una vincita alla lotteria. E’ l’attesa di un sogno che raramente si avvera e si materializza che procura delusioni ed amarezze, ma che si alimenta sempre con la speranza, che è l’ultima a morire.
 
 
 



venerdì 28 novembre 2014

Una nuvola per amica



Quando una persona è ferita nel fisico e soffre, si rende conto – forse per la prima volta - di quanto la vita e la salute siano valori inestimabili, mai del tutto apprezzati. Riflettevo su questo pensiero mentre mi trovavo ricoverato in un letto d’ospedale per un intervento chirurgico. Ho avuto la sensazione, in quella particolare condizione, di non essere una persona del tutto autonoma, ma un corpo inerte, insensibile, in balìa del tempo che pareva si fosse fermato e del tutto assoggettato all’infermiere di turno, che aveva libero accesso sul mio corpo. L’ospedale, sotto certi aspetti, ti rende bambino, soffoca qualsiasi pudore e ti costringe alla totale dipendenza degli operatori sanitari che si prendono cura di te. E’ un’esperienza umana che ti fornisce, comunque, l’opportunità di scoprire alcuni valori sottesi in una condizione di piena salute e ti rafforza psicologicamente, consentendoti di affrontare eventuali future avversità con uno spirito diverso.
Soprattutto nelle situazioni di sofferenza e di solitudine, l’uomo sente il bisogno di ricercare un segno di felicità, un qualsiasi diversivo che lo liberi dall’angoscia; avverte sempre l’ esigenza di aggrapparsi a qualche pensiero positivo che gli permetta di superare le avversità del momento. In tali frangenti nessun dialogo appare impossibile, qualsiasi atto diventa il centro dei suoi pensieri e dei suoi affetti: può succedere, allora, che parli con un gatto o con un albero, oppure segua, senza annoiarsi, i movimenti di una mosca che volteggia sul suo corpo o una formica che faticosamente trasporta il suo cibo nella tana. Quello che sembra del tutto insignificante in una condizione di normalità, diventa di straordinario interesse in un contesto di isolamento e di abbandono.

E così per sentirmi meglio, quel giorno, inseguivo con gli occhi qualcosa che mi riportasse alla normalità, che mi scrollasse di dosso quella deleteria indifferenza, che mi alleggerisse la sofferenza. I miei occhi andavano spesso verso la finestra che si apriva alla sinistra del mio letto, oltre la quale potevo solo immaginare quella routine quotidiana, tante volte  disprezzata. Ora la desideravo, non vedevo l’ora di poterla riprendere. Con rinnovato piacere. E’ proprio vero: riusciamo a capire l’importanza delle piccole gioie solo quando ci vengono a mancare all’improvviso. Vale per le persone, ma vale anche per le cose e le azioni di tutti i giorni. E mentre vaneggiavo su questi concetti, all’improvviso la mia attenzione è stata attratta da un insieme di nuvole bianchissime che volteggiavano nel cielo: si allungavano, si sfilacciavano, assumevano forme bizzarre, si intrecciavano. Sembravano candidi batuffoli, onde marine che svolazzavano e si susseguivano, colori immacolati che esplodevano, morbidi cuscini.
La visione di quell’improvviso spettacolo naturale ha avuto il merito di allontanare momentaneamente il  malessere che mi opprimeva; quei ghirigori, quei riccioli disegnati nel cielo che scorgevo dal mio letto d’ospedale erano diventati il mio piacevole svago pomeridiano; proprio quelle nuvole, che in altre occasioni non avrei degnato di uno sguardo,  ora mi allietavano la giornata, mi avevano finalmente riportato alla vita, alla serenità, all’ottimismo E mentre osservavo incantato quei giochi in continuo movimento - come se mi trovassi ad assistere allo spettacolo più bello del mondo – mi è venuto da pensare che solo un luogo come l’ospedale, nonostante il suo carico di sofferenze, ha la forza di farti capire l’essenza stessa della vita e l’importanza delle piccole grandi cose.

domenica 23 novembre 2014

Fuga nelle tenebre



Anche in questo libro, come nel suo precedente romanzo più famoso dal titolo “Doppio sogno”, Arthur Schnitzler (1862 – 1931) fa ricorso al monologo interiore, per descrivere i pensieri, le ossessioni, le angosce esistenziali che si annidano come un tarlo nella mente del protagonista. E tale riflessione introspettiva si rivela nel racconto talmente incisiva e straordinaria che lo stesso Freud - il padre della psicoanalisi - ne fu colpito, tant’è che usando proprio le parole coniate dallo scrittore viennese, il grande psicoanalista vedeva in Schnitzlel il suo “doppio”.

Il protagonista della vicenda narrativa - un quarantaduenne della  borghesia viennese - rientra nella sua città natale dopo aver trascorso un lungo periodo di vacanza solitaria in Italia. Gli era stata concessa per motivi di salute, al fine di recuperare quella serenità perduta e quella gioia di vivere che sembrava lo avessero abbandonato, dopo la morte prematura della moglie. E’ un uomo insoddisfatto del lavoro d’ufficio che svolge, qualsiasi divertimento lo annoia, e si sente di continuo “tormentato e perseguitato da ogni genere di stupide e stravaganti fantasticherie”. Dopo i primi mesi vissuti con serenità, ha la sensazione di non essere affatto guarito, avverte uno  strano moto dell’animo che lo rende inquieto, depresso, ansioso. Percepisce un disagio inspiegabile, non traducibile in parole, reso ancora più acuto man mano che si avvicina verso casa e verso quei ricordi di un recente passato. “Si erano sbagliati i medici o l’avevano ingannato di proposito affermando che sei mesi di vacanza gli avrebbero restituito completamente la salute? “.

Il nostro personaggio si sforza di indagare le origini nascoste di quel malessere, interroga la sua anima alla ricerca di un indizio significativo che possa liberarlo dalla quella sua crescente ansietà, da quella paura indistinta, che possa affrancarlo da certi pensieri bui e negativi che affollano la sua mente malata. Era rimasto sconvolto, in passato, da un doloroso episodio che aveva interessato un suo amico, affetto da un inguaribile attacco di follia; questa dolorosa vicenda lo aveva spinto a scrivere una lettera al fratello medico con cui lo supplicava - qualora avesse visto manifestarsi in lui i sintomi di una malattia mentale - di mettere fine immediatamente ai suoi giorni, in maniera sbrigativa e indolore, assolvendolo nel contempo da qualsiasi responsabilità.

Ma i suoi fantasmi continuano a visitarlo, gli offuscano il senno.  La sua incapacità di ricollegare con chiarezza gli avvenimenti lo tormentano sempre di più, una parte della sua passata esistenza sembra avvolta nelle buio e non riesce a districarsi bene dai ricordi del passato, tant’è che la sua mente lo ossessiona con idee assurde e maniacali. Si insinua imperiosamente in lui anche il sospetto di essere non solo l’assassino di sua moglie, ma anche della sua amante, di cui non aveva più notizie da tempo E’ vero che non esisteva alcuna prova, però più di una volta nel passato aveva avuto questi desideri malvagi, si era proposto e aveva desiderato di fare ciò che ora la sua mente gli ricordava. Nonostante tutto, il protagonista vive anche sprazzi di intensa felicità, ore di purissima gioia insieme a una donna di cui si innamora, ma questi momenti non bastano ad allontanare gli spettri delle sue paure e delle sue angosce che si agitano in lui e che albergano negli oscuri recessi dell’animo, non servono a placare la sua intima e profonda inquietudine.

E poi quella sciagurata lettera che aveva consegnato al fratello, con cui lo autorizzava a decidere della sua vita in caso di pazzia, lo perseguita, gli fa avvertire un’angoscia del tutto nuova, mai provata prima e lo spinge ad interrogarsi sulle sue reali condizioni di salute: è pazzo o è sano? ma a cosa gli serve essere sano se gli altri lo considerano pazzo?....ma i pazzi potevano essere anche gli altri...suo fratello, per esempio, che da un pò di tempo lo vede sotto una luce diversa, proprio quel fratello per il quale ha la certezza che non poteva esistere uomo al mondo che gli fosse più caro. E’ la sua ultima e delirante idea ossessiva: lo scruta in ogni occasione alla ricerca di qualche elemento che possa confermare i suoi timori, analizza i suoi comportamenti alla luce dei suoi oscuri presentimenti.

 
letto nel gennaio 2010

 

lunedì 3 novembre 2014

Il mare non bagna Napoli



Anna Maria Ortese nacque a Roma nel 1914, però Napoli può ben considerarsi la sua vera città, dove visse per molti anni e da cui trasse la sua maggiore ispirazione letteraria. Una città dove tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione...”. Così scriveva nel 1950, in un suo libro di racconti intitolato “L’infanta sepolta”.

Il Mare non bagna Napoli – che si aggiudicò il premio speciale per la narrativa nell’edizione del Viareggio 1953 – è una raccolta di 5 brevi racconti che hanno come tema narrativo le difficili condizioni socio-economiche della Napoli dell’immediato dopoguerra. Un mondo, quello napoletano degli anni ‘50, che “è meglio non vederlo che vederlo”, come sostiene una povera madre rivolta alla figlia cieca, nel primo racconto che si intitola “Un paio di occhiali”.

E ciò che era meglio non vedere, lo racconta – anzi lo denuncia - questa scrittrice poco ascoltata, invisa all’élite culturale del suo tempo,  la quale, girando per le vecchie e poverissime vie di Napoli ebbe modo di soffermarsi su quella realtà estremamente indigente e diseredata. Nessuna parola può valere la sua dura, spietata, lucida, toccante narrazione, di cui riporto un piccolo e significativo assaggio tratto dal terzo racconto, “Oro a Forcella”:

“…Come già a Forcella, non avevo visto ancora tante anime insieme, camminare o stare ferme, scontrarsi e sfuggirsi, salutarsi dalle finestre e chiamarsi dalle botteghe, insinuare il prezzo di una merce o gridare una preghiera, con la stessa voce dolce, spezzata, cantante, ma più sul filo del lamento che della decantata allegria napoletana. Veramente era cosa che meravigliava, e oscurava tutti i vostri pensieri. Sgomentava soprattutto il numero dei bambini, forza scaturita dall’inconscio, niente affatto controllata e benedetta, a chi osservasse l’alone nero che circondava le loro teste. Ogni tanto ne usciva qualcuno da un buco a livello del marciapiede, muoveva qualche passetto fuori, come un topo, e subito rientrava. (…) Alla base del vicolo, come un tappeto persiano ridotto ora tutto grumi e filamenti, giacevano frammenti delle immondizie più varie, e anche in mezzo a queste sorgevano pallide e gonfie, oppure bizzarramente sottili, con le grosse teste rapate e gli occhi dolci, altre figurette di bambini. Pochi quelli vestiti, i più con una maglietta che scopriva il ventre, quasi tutti scalzi e con dei sandaletti di altra epoca, tenuti insieme a furia di spago. (…) Cercare le madri, appariva follia. Di tanto in tanto ne usciva qualcuna da dietro la ruota di un carro, gridando orribilmente afferrava per il polso il bambino, lo trascinava in una tana da cui poi fuggivano urli e pianti, e si vedeva un pettine brandito in aria, o una bacinella di ferro appoggiata su una sedia, dove lo sfortunato era costretto a piegare la sua dolorosa faccia. Faceva contrasto a questa selvaggia durezza dei vicoli, la soavità dei volti raffiguranti Madonne e Bambini, Vergini e Martiri, che apparivano in quasi tutti i negozi di San Biagio dei Librai, chini su una culla dorata e infiorata e velata di merletti finissimi, di cui non esisteva nella realtà la minima traccia. Non occorreva molto per capire che qui gli affetti erano stati un culto, e proprio per questa ragione erano decaduti in vizio e follia; infine, una razza svuotata di ogni logica e raziocinio, s’era aggrappata a questo tumulto informe di sentimenti, e l’uomo era adesso ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza. Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all’Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, e lo ricordava…”

E’ una scrittrice ormai dimenticata, che meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto per la sua grande libertà di pensiero. Le sue idee non sempre erano in linea con il mondo intellettuale dell’Italia dell’epoca, che lei criticò aspramente infischiandosene delle reazioni negative. Subì, in vita, un forte ostruzionismo e finì per essere osteggiata ed emarginata un po’ da tutti; morì a Rapallo nel 1998, in solitudine e povertà, con il vitalizio della legge Bacchelli che, come sappiamo, aiuta economicamente ancora oggi gli artisti in difficoltà.