domenica 18 maggio 2025

Certi luoghi...

 


…esercitano su di noi un forte richiamo, hanno un’anima, certi luoghi, che parla alla nostra anima;

ce li portiamo dentro senza saperlo, certi luoghi e, un bel giorno, si manifestano evidenziando quel legame profondo che con essi abbiamo deciso di intrattenere;



certi luoghi ci elevano verso una dimensione spirituale, forgiano la nostra vera identità, fortificano la nostra salute mentale, allontanano la tristezza, sono una promessa di felicità;

certi luoghi ci rendono migliori moralmente, esaltano i valori in cui crediamo, ci parlano di serenità, di equilibrio, di armonia e offrono l’espressione di quell’intima affinità che esiste tra ciò che vediamo e ciò che desideriamo essere;

certi luoghi custodiscono le note del silenzio, lo sguardo lento della gente, la gioia durevole delle piccole cose, il rumore dei nostri passi sul selciato in pietra;



certi luoghi - dove il tempo sembra essersi fermato - incoraggiano uno stile di vita alternativo, un nuovo modo di vedere le cose e di stare al mondo;

non ci fanno sentire mai soli, certi luoghi, e ci attraggono profondamente, a volte senza capirne la vera ragione; è come se proteggessero i nostri desideri, le nostre sensazioni, i nostri stati d’animo;



certi luoghi li percepiamo come un rifugio, sono cura dell’anima;

certi luoghi…


venerdì 2 maggio 2025

Invecchiare al tempo della rete

 


La lentezza, oltre a richiamare una filosofia di vita, un modo di stare al mondo, è anche una caratteristica propria della vecchiaia. Invecchiando si diventa lenti, nel fisico e nella mente, mentre il mondo intorno gira a grande velocità. E a volte appare incomprensibile. Al di là della retorica con cui oggi si cerca di mitigare quella che comunemente viene chiamata “terza età”, io mi sento di  dire, senza falsi infingimenti, che sono dentro la vecchiaia. E’ inutile girarci intorno: è arrivata con la pensione e me la porto dietro. Il passato, quello giovanile, io lo percepisco sempre più lontano, un passato che mi costringe a constatare il mio distacco dal presente, a volte la mia inadeguatezza, sebbene la società consumistica e tecnologica mi inviti a partecipare ai cambiamenti impetuosi che il mondo produce.

La vecchiaia, come scrive Massimo Mantellini in “Invecchiare al tempo della rete” è una faccenda da vecchi, interessa soprattutto chi è ormai avanti negli anni. Tutti gli altri le passano accanto con indifferenza. Da giovane io non mi sarei mai sognato di leggere un libro sulla vecchiaia.  Con questo saggio, Mantellini - uno dei maggiori esperti del mondo digitale - ci ricorda che nessuno, fino ad ora, è diventato vecchio su internet, un luogo molto diverso da quello in cui invecchiavano i nostri nonni e poi i nostri genitori. Tutto è iniziato circa un quarto di secolo fa quando la “rete” ha cominciato ad avviluppare le nostre vite, anche se in maniera differente. E chi nel frattempo cominciava ad avere una certa età, l’unica maniera possibile per dimostrare di essere ancora vivi ed attivi dentro la spietatezza del mondo digitale era quella di mimetizzarsi, adattandosi ai tempi che cambiavano. Il nuovo vecchio si è trovato, allora, ad un bivio: rimanere tale senza lasciarsi influenzare più di tanto dai cambiamenti tecnologici, oppure trasformarsi in una nuova figura: il vecchiogiovane. E la differenza principale fra il vecchio e il vecchiogiovane, ci dice Mantellini, è che “il primo rimpiange mentre il secondo – ancora – invidia”. E chi può invidiare se non i giovani? Il primo riconosce le sue limitate possibilità e si mette da parte, il secondo si finge innovativo e ancora giovane perché solo il giovane è la faccia dell’innovazione. Per Mantellini, il vecchio è Bartali, che apre un negozio di biciclette dopo aver appeso la sua al chiodo. Il vecchiogiovane invece, esponendosi talvolta allo scherno altrui, continua ad immaginarsi sui tornanti del Tour de France, trionfante a fine tappa mentre indossa la maglia gialla e riceve il bacio dalla miss. Per quanto mi riguarda, devo dire che con l’avvento della rete io sono rimasto fondamentalmente vecchio, sono il “Bartali che apre un negozio di biciclette”; e, come una pietra sul greto del torrente che scorre vorticoso, osservo la vita e, a volte, rimpiango. Avevo tutta la vita davanti, un tempo, perciò mi potevo permettere il lusso di rinviare. E rinviavo. Ora che il mio tempo va esaurendosi, mi accorgo che me ne servirebbe altro. Diceva Bobbio – citato da Mantellini – che “quanto più mantiene fermi i punti di riferimento del suo universo culturale, tanto più il vecchio si estrania dal proprio tempo”. E’ ciò che mi succede.

La rete ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa, tra la nuova vecchiaia e quella precedente. Un tempo erano i vecchi che sapevano e tramandavano ai giovani le proprie conoscenze. Oggi i vecchi non sanno, vengono guardati con sospetto e commiserazione, mentre i giovani sanno tutto. Sono i padroni della rete. Ma la possibilità di “esserci senza esserci, di guardare senza essere visti, di parlare in forma di sconosciuto, è una delle ragioni per cui, dopo un allenamento durato un paio di decenni, l’uomo adulto che inizia ad invecchiare in rete sceglierà di trasformarsi talvolta nel vecchiogiovane”. Gli ambienti digitali rendono ogni confine impalpabile, aggiungono astrattezza, confondono le carte e solo da quelle parti “gli estremi potranno mescolarsi e perdersi uno nell’altro”. Ciò non può succedere nel mondo reale dove non c’è alcuna mediazione e dove l’età separa e rappresenta un confine geografico insormontabile.

Il vecchio in rete si materializza con le parole, ma la rete resta pur sempre un luogo impervio e pieno di insidie, un percorso ad ostacoli nel quale la velocità fa da padrone incidendo sulle sue abitudini di vita come mai era avvenuto nel passato. Quando un’epoca decide di sostituire la scrittura a matita con quella digitale, la tecnologia costruisce improvvisamente barriere e fossati, spesso insormontabili, che fino a poco prima non esistevano, riducendo ulteriormente gli spazi di esistenza in vita dei più anziani. Alcuni riusciranno, o quantomeno proveranno a superare quei fossati, altri saranno lasciati ai margini “nel medesimo luogo nel quale in fondo erano sempre stati – scrive Mantellini - ma dentro una marginalità che origina per la prima volta dal design degli oggetti: una specie di dichiarazione di irrilevanza che ogni persona anziana vedrà ripetuta ogni giorno, dentro ogni gesto della parte di vita che gli resta”.



martedì 22 aprile 2025

"Serve il coraggio della bandiera bianca..."

 


Tener bene a mente certe parole di Papa Francesco è il modo migliore per ricordarlo, e per capire dove stiamo andando:

“Come vorrei una chiesa povera e per i poveri! Per questo mi chiamo Francesco: come Francesco d’Assisi, uomo di povertà, uomo di pace. L’uomo che ama e custodisce il Creato; e noi oggi abbiamo una relazione non tanto buona col Creato”

“Quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a mafiarsi, quella società si impoverisce fino alla miseria”

“Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo. L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”

“Serve il coraggio della bandiera bianca: il negoziato non è mai una resa”

“La guerra in Ucraina non è la favola di Cappuccetto Rosso: Cappuccetto Rosso era buona e il lupo cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Emerge qualcosa di globale, con elementi molto intrecciati. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio…molto preoccupato per come si muoveva la Nato. Gli ho chiesto perché, mi ha risposto: stanno abbaiando alle porte della Russia”

“Alcuni stati si sono impegnati a spendere il 2% del Pil nell’acquisto di armi: sono dei pazzi”

“Oggi noi siamo in un mondo in guerra  dappertutto…noi siamo nella terza guerra mondiale, ma a pezzi”

“No a un’economia dell’esclusione. No all’idolatria del dio denaro”

“In questa società in cui c’è l’abitudine di fare muri, voi fate ponti, per favore”

“Un cristiano se non è rivoluzionario non è un cristiano”

“Se una persona gay e cerca il Signore e ha buona volontà chi sono io per giudicarla?

“Se uno dice una parolaccia a mia mamma io gli do un pugno”

“La corruzione spuzza”


mercoledì 9 aprile 2025

Moravia: Quando verrai sarò quasi felice

 




Alberto Moravia è uno dei grandi narratori del ‘900. Tra i miei preferiti. Penso di aver letto quasi tutto di lui, soprattutto durante gli anni del Liceo. Ricordo che lo incontrai un pomeriggio di tanti anni fa: credo fosse il 1990, l’anno della sua morte. Passeggiava per il centro storico di Roma, appoggiato al suo bastone, con quella sua andatura claudicante e con quella sua espressione perennemente annoiata, in compagnia della seconda moglie, Carmen Llera, di ben 45 anni più giovane di lui. Lo confesso: mi sarebbe piaciuto salutarlo e dirgli che ero un suo fedele lettore o, magari, avere un autografo, io che non ho mai chiesto autografi a nessuno. Ma non me la sentii di disturbarlo. Devo dire, però, che gli andai dietro per un po’, forse per trovare quel coraggio che mi mancava o forse per carpire qualche sua parola, prima che entrasse in un cinema di Via del Corso, dove proiettavano un bellissimo film che io collego sempre a quell’incontro rimasto in sospeso: “Balla coi lupi”. Qualche giorno dopo lessi la sua recensione su l’Espresso – lo scrittore allora collaborava con la rivista come critico cinematografico - e mi colpì positivamente, tant’è che decisi di andare al cinema a vedere il film.

Questo “amarcord”, per dire che ho appena finito di leggere le lettere che Alberto Moravia scrisse - dal 1947 al 1983 - a Elsa Morante, la sua prima moglie sposata nel 1941, raccolte in un volume pubblicato da Bompiani che si intitola “Quando verrai sarò quasi felice”, titolo tratto proprio da una lettera che lo scrittore le aveva inviato da Anacapri nel 1951. Sono lettere, queste, nate nei momenti di reciproca lontananza fisica, durante i numerosi viaggi di lavoro dello scrittore, che testimoniano la relazione affettiva e intellettuale della coppia, relazione tanto passionale quanto tormentata che andò oltre la loro separazione giunta dopo 25 anni, e mai sancita dal divorzio.

“Ho molto amato Elsa Morante – ebbe a scrivere una volta Moravia – non sono mai stato innamorato di lei. Innamorarsi è una cosa, amare è un’altra cosa”. Scorrendo queste lettere si comprende come i due giganti della nostra letteratura del Novecento - che riuscivano a catalizzare attorno a sé la società letteraria di quel tempo, e non solo – si amassero litigando. “Uniti e insieme divisi, per l’intera vita” come ha scritto la curatrice di questa corrispondenza, Alessandra Grandelis che si occupa da tempo dell’opera omnia dello scrittore romano. Devo dire che dalle lettere non si manifesta - se non a livello sotterraneo - quel “demone della letteratura” che li univa, mentre traspare con forza il lato umano, intimo e privato di Alberto Moravia, la sua fragilità, la sua solitudine che avvertiva anche stando tra la gente, la sua tristezza, le sue giornate “orribilmente noiose e angosciose”  vissute a Roma. “Cara Elsa – scrive in una lettera, proprio da Roma – mi sento così depresso come non sono mai stato in vita mia. Non riesco a fare niente senza impazienza e noia e le giornate sono un vero tormento per me. Ti prego però di non prendere troppo sul serio queste mie lamentele. E’ sempre stato così. Adesso è un poco peggiorato, ecco tutto”. Moravia appare saturo della vita di Roma, “i rumori terribili, il puzzo della benzina, la folla, tutte cose stancanti e ossessive”. In una lettera inviata dalla Iugoslavia nell’agosto del ‘64 fa presente di ritardare il suo rientro a Roma perché odia quella città, gli è completamente straniera e non ci trova “più niente che mi piaccia o per lo meno che me la faccia sopportare”.

Si sente spesso infelice, Moravia, ha la sensazione di portare un “busto” che lo “affligge molto”, si sente scontento di sé stesso e del lavoro che fa, non gli piace star solo, ma neppure “di stare in compagnia di gente volgare e noiosa” e allora avverte la necessità di evadere, viaggiare, cambiare aria. Le lettere sono state spedite dalle località più diverse: Parigi, Londra, Francoforte, Tokyo, New York, Leningrado…e Capri, dove spesso lo scrittore soggiorna, un’isola “che sta avviandosi decisamente a rassomigliare ad una spiaggia del tipo di Viareggio”, così scrive a Morante; preferisce invece Anacapri “il luogo che amo di più al mondo”. Ma la cosa che più colpisce, leggendo questa corrispondenza, è che Moravia declama sempre, in ogni occasione, il suo amore, il suo affetto a Elsa: “penso spesso a te – le scrive da Roma nel settembre del ’59 – e voglio dirti ancora una volta che tu sei la sola persona che conta nella mia vita e che non desidero se non di renderti felice e di stare con te. Non credere però (secondo il tuo solito) che io dica queste cose perché sei andata via e sei lontana. Le dico perché oggettivamente e realmente questa è la verità”. Eppure, a volte Moravia appare in balia delle bizze e delle stranezze della moglie, come quando lui le parla di quelle piccole cose quotidiane di interesse comune che ci sono tra di loro. E lei, ogni volta, sbotta. In una lettera che le invia da Roma nel 1961 ci tiene a rimarcare questo suo aspetto impulsivo scrivendo alcune frasi in maiuscolo, come a voler urlare la propria rabbia: “OGNI VOLTA CHE TI SI PARLA DI COSE MATERIALI FAI DELLE SCENATE INVEROSIMILI ASSURDE. TUTTO QUESTO DEVE FINIRE UNA BUONA VOLTA. HAI CAPITO?”. E’ una delle poche volte in cui Moravia sembra perdere le staffe e abbandonare la sua calma, il suo affetto per la moglie Elsa Morante. Un affetto che in qualche maniera durò tutta la vita. Lei morì nel 1985, Moravia la raggiunse cinque anni dopo.



sabato 29 marzo 2025

La gioia, all'improvviso

 


“Sono arrivato alla gioia dal dolore”

La buona letteratura prende lo spunto, a volte, dalle esperienze personali degli stessi autori. E quando ciò si manifesta non sai mai come catalogare il libro che stai leggendo, perché ti appare ora come un racconto autobiografico ora come un romanzo-saggio, ora come un diario. E man mano che scorri le sue pagine, all’interno delle quali spesso trovi riflessioni sorprendenti e di rara bellezza, avverti che il suo fascino risiede proprio in questa molteplicità di aspetti letterari, in questi flash mentali che scorrono lievi e struggenti sulla pagina. E’ lo stile narrativo, questo, che usa lo scrittore spagnolo Manuel Vilas ne “La gioia, all’improvviso”, già adottato nel suo primo romanzo  “In tutto c’è stata bellezza” che gli ha dato notorietà a livello internazionale.

Con “La gioia, all’improvviso” l’autore-protagonista si trascina per il mondo dietro qualcosa di nuovo che è comparso nella sua vita: un entusiasmo che a volte chiama bellezza, e altre volte gioia. Accompagnato dal figlio o dalla moglie - durante i suoi viaggi di lavoro, tra una città e l’altra, a presentare il suo libro o a tenere conferenze – approfitta dei momenti di dolce solitudine per ricordare il suo passato, le sue radici, i suoi amatissimi genitori, veri protagonisti del libro sebbene siano scomparsi da diversi anni. Ma l’autore continua a cercarli, forse perché cercandoli cerca sé stesso. Il libro è un autentico inno d’amore per un padre e una madre che vengono quasi divinizzati, perché “abbiamo tutti una necessità immensa di continuare a parlare con i nostri morti”. E lo scrittore spagnolo cerca di riannodare questa conversazione.

Nel libro ritroviamo i pensieri più intimi e più dolorosi dello scrittore: le sue amicizie, che sono sempre temporanee come gli amori; i suoi ricorrenti pensieri suicidi, che mai potrebbe mettere in atto perché causerebbe un dolore insanabile ai suoi familiari; e poi, la paura della morte, che ci coglie sempre soli anche se “abbiamo costruito l’illusione della compagnia…con l’invenzione della famiglia, dell’amicizia, dei legami incondizionati, anche se nessuno osa pensare alla propria morte che “non è brutta, l’abbiamo resa brutta noi”, ed è sempre quella degli altri, come se la nostra non esistesse. E poi i suoi fantasmi, che non lo abbandonano mai, in primis quello che lui chiama “Nosferatu”, il quale ha scelto come “dimora” il suo corpo “dove vive a proprio agio”: la depressione, “morso di un lupo sconosciuto sul benessere dei tuoi pensieri, della tua anima, della tua coscienza, del tuo equilibrio”; e poi ci sono i suoi anni tremendi avvolti nell’alcol, perché “l’inferno si presenta sempre con gli ornamenti del paradiso. E’ un classico della vita. Entri all’inferno credendo di entrare in paradiso…vai verso la morte ricordando che sei stato un grande bevitore. E la morte non può più farti nulla che non ti abbia fatto prima la vita”. Le sue notti insonni sono frequenti, come quella volta a Venezia: “Non sono quasi riuscito a dormire, mi svegliavo in continuazione. Mi alzavo dal letto e andavo a guardare il panorama: il buio, l’acqua, di tanto in tanto una chiatta che solcava il Canal Grande. Venezia alle tre di notte, alle quattro di notte. Sempre più vicino agli artigli di Nosferatu, in una liturgia di disperazione intelligente. Cercavo di ripassare in rassegna le cose meravigliose della vita”.

“Non sono un uomo – dice Vilas - sono un corpo che invecchia…un viaggiatore della parola”. Perché lui si è sempre sentito fuori dal dibattito sociale e dalle lotte di potere tra uomini e donne. Ma per sentirsi un uomo o una donna “bisogna avere vanità”. E lui non ce l’ha. Quella vanità che tutti accettano affinché “ci siano discendenza, lotta, movimento, aggressione, delitto, passione, ingiustizia”. Gli costa moltissimo trovare il suo posto nel mondo, forse non l’ha mai trovato perché non ha mai saputo quale finalità avesse la sua vita. E perciò vaga per il mondo. E viaggia.

Ma c’è tanto posto per la bellezza, nel libro, che non si mostra “agli esseri umani in gioventù, né durante la prima maturità. Piuttosto si mostra quando tutto comincia ad andarsene”. “L’unico modo per vivere in pace, all’età che ho io – scrive Vilas - è respirare un po' di bellezza. Forse la bellezza che arriva dal passato, come se fosse una fede o una religione. Se lo adoriamo, se ne facciamo un oggetto di culto, come faccio io, il passato ci invia un po' di gioia velata…ma quant’è difficile trovare la gioia profonda in questo mondo e quanto poco durano i momenti di gioia”.  Sono parole, queste, che provengono da un’esperienza personale ma hanno una valenza universale, dal forte impatto emotivo, perché “tutto ciò che ci è accaduto torna altrove e in altri esseri umani”. E’ il miracolo della letteratura, quella vera. E’ la dolcezza dei ricordi, e più s’invecchia e più affiorano. Eppure, abbiamo paura di “discendere nel passato”, ci “fanno male i suoi enigmi” e allora “ci inventiamo il presente”. Ma “cosa c’è nel mio presente – dice l’io narrante del libro - se non quell’ostinata e oppressiva e decadente e voluttuosa abbondanza del passato”.

Nel libro non mancano le considerazioni sul suo paese di origine, la Spagna, “che ha gente meravigliosa, però le sue élite politiche, sociali, economiche e intellettuali sono malate…sono sempre state le élite a rovinarci”; non mancano le riflessioni sul mondo caotico in cui viviamo dove non esiste più il silenzio, “una cosa che scarseggia dovunque”, quel silenzio che “soltanto la musica ha la legittimità di distruggerlo”. Ma la nostra civiltà produce solo rumori, solo la natura produce suoni. E “quando il suono si trasforma in rumore comincia il degrado della vita”.

Se io dovessi riassumere questo libro con tre aggettivi, direi: malinconico, struggente, poetico.


mercoledì 12 marzo 2025

Una mutazione antropologica

 


Quando ti trovi a discutere dell’attuale incontrollabile sviluppo tecnologico e digitale, che sta cambiando il mondo e le sue regole di vita, è facile che si crei una netta contrapposizione tra i sostenitori tout court di questa rivoluzione globale e chi invece – come il sottoscritto -  nutre più dubbi che certezze nei suoi confronti.

La tecnica sta producendo nel mondo, attraverso le sue innovazioni e i suoi strumenti altamente invasivi, scenari inquietanti e incontrollabili. E il genere umano, sotto questa continua spinta, sta subendo una vera e propria mutazione antropologica e culturale. Prendiamo, per esempio, l’intelligenza artificiale, ossia quell’insieme di capacità tecnologiche in grado di eseguire una serie infinita di funzioni avanzate, attraverso una macchina, e riprodurre quei processi mentali più complessi, propri di un essere umano. Ebbene, in molti campi potrebbe essere anche utile e preziosa, aiutando così l’umanità ad ampliare le possibilità di conoscenza. Ma quando poi leggo che grazie all’I.A. le immagini, le parole, il volto di una persona e i fatti possono essere travisati e sostituiti, senza che nessuno sia in grado di distinguere il vero dal falso, allora non posso non preoccuparmi. E chiedermi: chi dovrà fermare l’intelligenza artificiale quando diventa così pericolosa? L’umanità è già in pericolo da quando è stata inventata la bomba atomica e tutte le altre armi chimiche e nucleari di distruzione di massa. Di pazzi che governano il mondo io ne vedo tanti in giro e non vorrei che a questi si aggiungesse pure un robot di grande intelligenza, ma impazzito. Diceva Gunther Anders (non smetterò mai di citarlo) che “ciò che sappiamo produrre non possiamo non produrlo, ma anche perché non possiamo non usare ciò che abbiamo prodotto. Stando così le cose – diceva ancora Anders - viviamo in un’era nella quale gestiamo la produzione della nostra stessa distruzione (ciò che non sappiamo è solo il momento in cui essa avverrà)”. Questo per dire che la nostra capacità di fare è enormemente superiore alla capacità di prevedere gli effetti deleteri del nostro fare.

Sarebbe urgente, allora, un ripensamento del modus operandi che tenga conto di quella distinzione tanto cara a Pasolini tra “sviluppo” e “progresso”. E la nostra epoca - non dimentichiamolo - agisce secondo logiche di mercato e di sviluppo, non di progresso. Il “progresso” è quella condizione che determina l’elevazione culturale e morale e spirituale di un paese, da cui nasce una migliore qualità della vita. Ho l’impressione che oggi questa crescita qualitativa arranchi (se non è già scomparsa), di fronte al processo tecnico-economico-produttivo - lo sviluppo, appunto - che avanza sempre più velocemente, attivando cambiamenti e sconvolgimenti in tempi brevissimi.

Nel nome di uno scellerato sviluppo tecnologico, pieno di effetti collaterali negativi e di una crescita economica illimitata, stiamo mettendo a repentaglio anche il clima del pianeta, contaminando l’aria, l’acqua e il suolo. Perché dobbiamo correre e produrre e consumare sempre di più, altrimenti l’economia collassa. Così ci dicono. Ma siamo davvero sicuri che questa sia la strada giusta da percorrere per costruire il migliore dei mondi possibili? Io penso che l’uomo debba ristabilire con la natura l’equilibrio perduto e tornare a coltivare il suo limite umano, anche avvalendosi della tecnica ma senza che la stessa diventi il potere assoluto e dominante nel mondo.


sabato 8 marzo 2025

Sicilianità: una condizione esistenziale

 


Io penso che nel mondo della letteratura nessuno sia riuscito a cogliere meglio la natura peculiare di una comunità - illustrandone le caratteristiche più profonde attraverso storie umane – come gli scrittori siciliani dei loro conterranei. Da Verga a Pirandello, da Patti a Brancati, da De Roberto a Tomasi di Lampedusa, tutti questi grandi autori - provenienti da quella “provincia dell’intelligenza”, per usare una felice espressione di Leonardo Sciascia - hanno descritto la condizione umana ed esistenziale dell’essere siciliani, sintetizzabile in una sola parola: sicilianità. Attraverso le loro opere hanno svelato il carattere distintivo di un popolo, nel bene e nel male, fortemente influenzato dal passaggio di tante altre civiltà conquistatrici, a cominciare dai greci e dai bizantini, e poi via via dagli arabi, dai normanni e dagli spagnoli. 

Durante le mie letture credo di essermi imbattuto in tre tipologie diverse di sicilianità: e sono sicuro che non sono le uniche, ammesso che si possa catalogare l’identità socio-culturale di un paese e dei suoi abitanti. La prima che mi viene in mente è quella che aleggia nei libri di Vitaliano Brancati e del suo grande amico e scrittore Ercole Patti: una sicilianità incarnata da personaggi maldestri e smidollati, perdigiorno disincantati, improbabili seduttori, vanitosi e indolenti, che vivacchiano in un’isola assolata e addormentata, dove comicità e tragedia, ironia e scherno, commedia e farsa si mescolano. Un modo di essere siciliani, questo, condizionato da convenzioni sociali e pregiudizi e incentrato in un microcosmo dove la vita scorre lenta e immobile, monotona, noiosa…e dolce. Ma così dolce, ebbe a scrivere lo stesso Patti, “che si poteva invecchiare senza accorgersene e ritrovarsi ad averla vissuta tutta senza averne avuto coscienza, rimanendo sempre figli di famiglia. Questo era il dolcissimo veleno di Catania”.  

Poi c’è la sicilianità che traspare dai libri di Verga e Pirandello, precursori di uno scavo psicologico dei personaggi e, al tempo stesso, sostenitori dei valori e delle tradizioni di una terra antica, ma anche interpreti del divario economico e culturale che si era venuto a creare a seguito dell’Unità d’Italia tra nord e sud. E’ la Sicilia degli ultimi, dei pescatori, dei contadini, degli strati sociali più poveri dell’isola,  chiusi nella loro gretta mentalità, legati a rituali arcaici e sorretti da codici d’onore, sempre in lotta tra di loro, incapaci di aprirsi agli altri per trovare un reciproco positivo sostegno.

E, infine, c’è l’aristocrazia terriera e poi la borghesia che per molti secoli hanno rappresentato il potere politico, economico e sociale della Sicilia, forse l’espressione più alta, più ricca, più discutibile della sicilianità, fatta di luci e di ombre, di legalità e ingiustizia, di bellezza e bruttezza, mirabilmente descritta da Federico De Roberto e Tomasi di Lampedusa in quei due capolavori della nostra letteratura che sono “I Vicerè” e “Il Gattopardo”, le cui vicende si pongono a cavallo di due epoche: la borbonica e la sabauda. Al centro della narrazione, due illustri e nobili casate: la famiglia Uzeda di Francalanza – i Vicerè, nelle cui vene scorre sangue regale spagnolo – e la famiglia principesca dei Salina che ruota intorno al fascino irresistibile del protagonista, il Principe Fabrizio, metafora idealizzata dell’aristocrazia siciliana, colta e raffinata tardo-ottocentesca. Due saghe familiari rivelatrici di un ambiguo rapporto di attrazione-avversione verso un mondo scomparso, ma all’epoca dominante nell’isola.

Se dal romanzo di De Roberto emerge un potere cinico, sprezzante, che si regge su latifondi messi a rendita, i cui protagonisti - morbosamente  attaccati alla roba e ai titoli nobiliari - si detestano e si tiranneggiano a vicenda, pur di conquistare ricchezza e prestigio; dall’opera di Tomasi di Lampedusa affiora l’orgoglio di una dinastia decadente, alla fine del suo splendore, incarnata da Don Fabrizio, Principe di Salina. Il quale, incalzato dal Segretario prefettizio arrivato direttamente dal Piemonte, con il compito di convincerlo ad accettare la nomina a Senatore del futuro Regno d’Italia, declina decisamente l’offerta, pronunciando un lungo e intenso monologo - una sorta di testamento spirituale - che sancisce, come nessuno aveva mai fatto, la “sicilianità” di un intero popolo.

“Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee – dice il Principe di Salina - tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il “là” (…) Il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. (…) tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi (…) vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi (…) i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria (…) La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?”


venerdì 21 febbraio 2025

Se telefonando...

 


Non ho un buon rapporto con il telefono: lo confesso. C’è ancora qualcuno che rimane sorpreso quando scopre che non ho il cellulare, una cosa rara di questi tempi. Quello che posso dire è che non mi serve, e poi mi causerebbe fastidio e imbarazzo, doverlo utilizzare in un luogo aperto. Però, non ho rinunciato al telefono fisso di casa: ma non rispondo quasi mai, quando squilla. Tanto nessuno mi cerca... A gestirlo, ci pensa mia moglie: lei ama tantissimo il telefono, non potrebbe vivere senza. Con il fisso o con il mobile, trascorre diverse ore della giornata in sua compagnia. Beata lei, io non la invidio affatto! E forse anche da qui nasce la mia idiosincrasia verso questo strumento, forse il più amato dall’umanità. Ma non da me. Se tutti fossero come il sottoscritto, oggi i gestori della telefonia sarebbero sull’orlo del fallimento. Tutti. Per fortuna non è così e il mondo va avanti.

Non esistono statistiche attendibili sull’argomento, ma io credo che da quando il cellulare ha fatto irruzione nella vita delle persone la quantità delle insulsaggini, dette e ascoltate, sia aumentata vertiginosamente. Un vantaggio comunque ce l’ha: si può parlare da soli, ad alta voce, e gesticolare furiosamente, ovunque, senza essere presi per matti.

Lo scrittore svedese Bjorn Larsson, in un suo delizioso libro che si intitola “Filosofia minima del pendolare” - l'ho letto in treno qualche giorno fa - ha scritto che alcuni studiosi del comportamento umano ritengono che le chiacchiere quotidiane degli esseri umani, al telefono o in altre circostanze, hanno la stessa funzione dello spulciarsi a vicenda delle scimmie, sarebbero cioè una sorta di collante che tiene insieme la società. Insomma, è l'evoluzione della specie umana.


mercoledì 19 febbraio 2025

Coltivo una rosa bianca

 




Coltivo una rosa bianca,
in luglio come in gennaio,
per l’amico sincero
che mi porge la sua mano franca.
E per il crudele che mi strappa
il cuore con cui vivo,
né il cardo né ortica coltivo:
coltivo la rosa bianca

 

José Martì


domenica 16 febbraio 2025

Sanremo

 


Il festival di Sanremo è finito. Deo gratias!

E' riuscito a sostituire e plasmare l'intero Paese per una serie infinita di serate, monopolizzando l'informazione e occupando la Rai. Ora si fa un gran parlare dei suoi 13 milioni e 400.000 spettatori che hanno seguito il festival nell’ultima puntata. Ma nessuno spende una parola per i 46 milioni e 600.000 italiani che non l’hanno guardato e che hanno dovuto subire, invece, il battage pubblicitario e mediatico di una ristretta minoranza. Diceva Nanni Moretti nel film “Caro diario”: “io credo nelle persone però non credo nella maggioranza delle persone: mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza”. Ecco, devo dire che – diversamente da altre circostanze - in questa particolare occasione festivaliera le parole di Moretti mi trovano in totale disaccordo.


sabato 8 febbraio 2025

Biglietto lasciato prima di non andar via

 


Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

 

Giorgio Caproni

 

Ho letto e riletto, tante volte, questa breve poesia di Giorgio Caproni, cercando di afferrare quell’ intima e misteriosa essenza che si nasconde tra i suoi versi: ma non so se ci sono riuscito. La poesia, qualsiasi poesia, si presta sempre a innumerevoli chiavi di lettura. E la nostra non sempre coincide con quella dell’autore.

Il viaggio, lo sappiamo, è la metafora della vita: si viaggia, vivendo. Ma è un viaggio che si può fare anche senza partire: restando. D’altra parte, il mondo intorno a noi è sempre in movimento, è in continuo cambiamento e, quindi, non partire potrebbe essere una regola diversa del viaggiare. Ma viaggiare presuppone sempre un tornare. E non tornare significa morire. “Se non dovessi tornare – dice il poeta - sappiate che non sono mai partito”. E’ il suo epitaffio. Il poeta non parte e non torna: è in continuo viaggio con la sua poesia. E la poesia non muore mai, ti fa viaggiare con la fantasia e ti fa restare anche laddove non sei mai stato.


lunedì 3 febbraio 2025

Il teatrino della politica e dell'informazione

 


Non so voi, ma il sottoscritto  si nutre di pochissima televisione, per lo più di genere documentario. E’ noto, però, che siamo alquanto masochisti e farsi del male è una caratteristica che appartiene  unicamente al genere umano: e allora basta accendere la televisione e sintonizzarsi su uno dei tanti talk show, in onda dalla mattina alla sera. Sono quegli spettacoli tutti uguali nei contenuti: cambia solo il nome, il conduttore e il pubblico (dove è presente) che applaude a comando. Che si discuta di arte o di cucina, di ambiente o di economia, di lavoro o di pace o di guerra, ebbene, appare sempre lui: l’opinionista di turno, che può essere un giornalista o un politico. Uno potrebbe dire, a proposito dei parlamentari: sono circa seicento, quelli che siedono alla Camera e al Senato, e quindi è giusto che i cittadini che l’hanno eletti (o meglio li eleggevano…visto che ora non succede più), abbiano la possibilità di sentirli…di vederli…di conoscerli. Macché! La pattuglia che sta in televisione è composta da un numero esiguo di presenzialisti: sempre gli stessi di questo e di quel partito, i soli esperti della comunicazione politica e del sapere universale. E i giornalisti, allora? Sempre i soliti noti, pure quelli, che zompano da un programma all’altro.

E allora può accadere che il leader politico chiamato Tizio e il giornalista chiamato Caio - che all’alba erano ospiti di “Uno Mattina” a discutere di economia – si trovino entrambi, verso mezzogiorno, a “l’aria che tira” a discettare di guerra, per rincontrarsi, la sera, a “otto e mezzo”, pronti a inscenare una litigata su un tema molto spinoso come “il campo largo”. Il ministro Sempronio, intanto, aveva fatto una breve comparsata a “Omnibus” per dire la sua sullo strapotere di Trump e poi un salto a “Coffee break” (a pontificare su “la guerra in Medio Oriente”), dove era presente anche il suo avversario politico Vattelapesca, il quale - intervistato, la mattina presto, dal TG1 - aveva poi rilasciato un breve comunicato nel recarsi ad una riunione di partito, per essere poi ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, dove avrebbe presentato il suo ultimo libro, già best seller.

Ma non è finita qui, perché se vi capita di incrociare qualche telegiornale – di qualsiasi televisione pubblica o privata – ebbene, le facce di bronzo che avevate visto disquisire a Porta a Porta…a Otto e mezzo…a Piazza Pulita e chi più ne ha più ne metta, ve le ritrovate di nuovo nei vari notiziari. E la cosa buffa è che le immagini dei soliti politici… che salgono o scendono da una macchina o stringono mani o parlano al cellulare – spesso attorniati da guardie del corpo in assetto di guerra e da un nugolo di giornalisti che impugnano microfoni alla ricerca di scoop – vengono trasmesse, in maniera ossessiva anche quattro/cinque volte durante lo stesso notiziario, a supporto visivo di servizi diversi (si fa per dire). Insomma vanno bene per tutte le salse.

E’ il solito teatrino dell’informazione che va in onda tutti i giorni negli studi televisivi, dove la menzogna ha la stessa dignità della verità documentata con prove inoppugnabili; dove si consuma la quotidiana, ipocrita celebrazione della politica, “per il bene del Paese” o “per le ragioni di stato” o “per la sicurezza della nazione”; dove il conduttore fa una domanda al politico di turno, senza poi replicare alla risposta, qualunque essa sia; dove un pubblico, pagato e plaudente, assiste in maniera passiva ad una falsa contrapposizione di idee e di intenzioni; dove i nostri cosiddetti “rappresentanti” – lo ripeto ancora – sempre gli stessi, possono esprimere qualsiasi sciocchezza, possono promettere mari e monti e mentire spudoratamente, perché tanto noi cittadini italiani siamo completamente sedati, incapaci di comprendere e di reagire. Mi chiedo: ma tali rappresentazioni televisive hanno il pregio di apportare qualche contributo, non dico alla soluzione dei problemi trattati, ma almeno alla conoscenza degli stessi? C’è forse qualcuno che a fine trasmissione - avendo ascoltato le opposte fazioni politiche insultarsi - ricordi qualcosa di ciò che è stato detto, dopo che gli uni hanno affermato una cosa e gli altri il suo contrario? Ma quando finirà questa farsa autoreferenziale? E chi fa informazione, potrà mai abusare all’infinito della pazienza degli spettatori che si ostinano ancora a guardarli?


domenica 26 gennaio 2025

Un'epoca senza maestri

 


Marcello Veneziani è un noto giornalista, scrittore e filosofo, considerato tra gli intellettuali più autorevoli della destra italiana. Non ha, però, la visibilità mediatica di un Cacciari o di un Galimberti. Mi è capitato di ascoltarlo e, soprattutto di leggerlo, in questi ultimi tempi, e devo dire che - anche se non sempre condivido tutto quello che dice e che scrive – apprezzo molto il suo linguaggio, per niente involuto. Credo che non bisogna cadere in quel pregiudizio, duro a morire, secondo il quale solo chi ha le tue stesse idee merita importanza e riconoscimento. D’altra parte, per giudicare un autore si deve sempre avere l’onestà e lo spirito critico di distinguere le sue posizioni politiche dalla sua prosa e dall’impronta che lascia nel lettore, prima ancora che nelle pagine della letteratura.

Veneziani è nato a Bisceglie in Puglia, è una persona pacata, dallo sguardo malinconico, che ama la lentezza e critica duramente la tirannia della tecnica. Riesce a comunicare molto bene il suo pensiero, un “pensiero mediterraneo” – per usare una sua espressione – e si confronta con il presente e la tradizione, con la filosofia e la religione, con il mito e la storia. E nell’epoca globale in cui viviamo, caratterizzata da un pensiero unico e allineato, voci come la sua sono davvero confortanti.

Ho letto il suo ultimo libro, pubblicato da Marsilio, che si intitola “Senza eredi” con sottotitolo “Ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella”. Nella storia dell’umanità – sostiene lo scrittore pugliese – questa “è la prima ad avvertire, come Luigi XV, che dopo di noi verrà il diluvio, che finirà con noi il mondo in cui viviamo”.



In ogni campo sembra aver valore positivo solo ciò che è nuovo, destinato a far dimenticare ogni cosa precedente. Sono rinnegati i maestri, la loro opera, le loro lezioni di vita. Non hanno nulla da insegnare perché arrivano da un tempo arretrato rispetto al nostro, con modi di vedere e di pensare e di agire superati. Questa perdita del “filo ereditario” si manifesta – secondo Veneziani – in tre forme intrecciate: in primis, non esiste più, tra le generazioni, un mondo comune di valori, di saperi e di tradizioni che uniscono, pur nella diversità anagrafica; non si parla lo stesso linguaggio per intendersi e comunicare; non c’è curiosità e interesse per il passato e riconoscenza per i grandi maestri che ci hanno preceduti. Tutto diventa obsoleto in fretta, tutto si automatizza e va sostituito. E il passato, quando non è esecrato, va cancellato, rimosso. In una società come la nostra che non conosce eredi e “non si riconosce erede di niente e di nessuno”, parlare di maestri, dice Veneziani, è un’impresa davvero ardita. Al loro posto pontificano gli influencer, i veri manipolatori delle coscienze che “seducono e conformano, agendo sul linguaggio, sull’immaginario globale e sul narcisismo individuale di massa”. Un’epoca senza maestri e senza eredi è anche un’epoca di solitudine di massa: il destino paradossale di un tempo iperconnesso che offre a ciascuno la possibilità di eleggersi, attraverso i social, maestri di se stessi.

Con questo suo libro, Marcello Veneziani ci presenta una raccolta di settanta brevi ritratti “non convenzionali, in vari casi sconvenienti” di maestri “veri, presunti o controversi, grandi e piccini”. Sono delle succinte biografie di scrittori, poeti, grandi giornalisti, filosofi - del passato come del presente -  accomunati dallo stesso avverso destino: non hanno eredi. Da Giordano Bruno, che orientò lo sguardo del suo pensiero all’infinito, a Giambattista Vico che lo rivolse, invece, all’eternità; da Manzoni che si affidò alla Provvidenza, a Verga che confidò nel Fato; da Baudelaire, poeta dionisiaco dell’ebrezza a D’Annunzio, il poeta soldato, l’esteta armato; da Proust, che guardò il mondo dallo “specchietto retrovisore” a Kafka, che si sentì come un insetto schiacciato dalla vita e dal potere; da Tomasi di Lampedusa e il suo trasformismo a Moravia, il cantore della borghesia romana; da Pascal a Leopardi, da Nietzsche a Kant, da Manganelli a Marchesi, da Camilleri a De Crescenzo, da Bocca a Scalfari a Sartori…quanti maestri senza eredi.

Ma noi – scrive Veneziani nel suo libro - “Non ci rassegniamo e ripetiamo con il drammaturgo austriaco Franza Grillparzer: “Se il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io sono venuto da altri tempi e in altri tempi spero di andare”. Nonostante tutto, continueremo a sentirci eredi di autori e tradizioni e a onorare i maestri, i padri, i fratelli maggiori. E, se saremo soli, vuol dire che saremo in compagnia degli dei, degli assenti, degli invisibili”


venerdì 10 gennaio 2025

L'arte del citare

 




Lo ammetto: quando scrivo un post mi piace citare e non mi lascio mai sfuggire l’occasione di prendere a prestito il pensiero di un grande autore. Però, sia ben chiaro: non intendo assolutamente fare sfoggio di cultura. Ritengo di essere la persona meno adatta per questo genere di ostentazione. Sapere che un concetto, da me appena abbozzato in un post, è stato già espresso con belle parole da un autorevole personaggio del mondo della cultura, mi spinge a citare quelle parole in cui mi ritrovo, a sostegno del mio ragionamento. Pertanto, se qualche volta mi scappa una bella citazione, sappiate che – come scriveva Michel de Montaigne – “faccio dire agli altri quello che non posso dire altrettanto bene, sia per insufficienza del mio linguaggio sia per insufficienza del mio sentimento…bisogna che nasconda la mia debolezza sotto quelle grandi autorità”. Quindi è semplicemente un atto di modestia, il mio; è il riconoscimento della superiorità intellettuale dell’autore a cui mi rivolgo, in quel particolare momento, per puntellare la mia traballante e dimessa descrizione.

Michel de Montaigne è l’autore dei “Saggi” (Adelphi - 2 vol. - pag. 1588), una delle opere più belle che siano state mai scritte, da tenere sempre sul comodino. Un’opera che oltre a raccogliere le sue riflessioni sull’esistenza umana, contiene tantissime citazioni prese da quegli autori dell’antichità che il filosofo francese riteneva fossero riusciti ad esprimersi, su certi argomenti,  meglio di lui e con più raffinatezza. Basti pensare che Seneca viene citato 130 volte, mentre Lucrezio - probabilmente il suo autore preferito - la bellezza di 149 volte. Un libro che spinse F. Nietzsche a dire “che un tale uomo abbia scritto, ha accresciuto il nostro piacere di vivere su questa terra”.

E allora, se l’arte del citare è stata usata così diffusamente dal grande filosofo del ‘600, permettetemi di azzardare, di tanto in tanto, qualche appropriata citazione al fine di rafforzare o migliorare una mia debole opinione su una determinata questione. Opinione – la mia – che si presterebbe facilmente a qualsiasi critica, anche la più feroce, e che riscuoterebbe davvero scarso successo se, in certe specifiche occasioni, non fosse supportata da un riferimento letterario di un grande pensatore. E poi – lasciatemelo dire – posto che io scriva un pensiero rinforzato da una citazione – immaginiamo di Montaigne – il cui contenuto non dovesse incontrare l’apprezzamento di chi legge, ebbene costui anziché criticare me (e sarebbe fin troppo facile), dovrebbe avere doti culturali davvero straordinarie per mettere in discussione il pensiero del filosofo francese. Insomma, la citazione colta si rivela essere anche un mezzo per far valere la propria idea e sentirsi più convincenti, sostenuti e protetti dal pensiero, a volte inattaccabile, di chi è diventato immortale proprio grazie al suo pensiero.

I libri migliori sono fonti inesauribili di citazioni. Non riuscirei a leggere se non avessi tra le mani una matita con la quale sottolineare quelle frasi, quelle parole, quei pensieri che più mi lasciano ammirato ed in cui ritrovo me stesso. In una sua lettera a Lucilio, Seneca scriveva: “dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”. Si può non essere d’accordo con il grande filosofo dell’antica Roma?


venerdì 3 gennaio 2025

L'abolizione del tempo: il sogno della nostra epoca

 


L’ideale utopico di questa nostra società sarebbe quello di abolire, del tutto, il tempo che intercorre tra un’occupazione e l’altra o che si interpone tra i nostri desideri e la soddisfazione degli stessi. Gunther Anders, uno dei maggiori accademici del Novecento, scrive nel suo libro “L’uomo è antiquato”, pubblicato nel 1980: “L’abolizione del tempo è il sogno del nostro tempo. La società senza tempo (invece che senza classi) è la speranza del domani. In questa nostra epoca non esiste un attimo che non sia dedicato – giacchè il tempo non ha alcuna importanza – allo sforzo di annullare il tempo, di rendere il tempo una faccenda antiquata, una cosa di ieri”.

Per quanto il “mercato” - supportato dalla tecnologia - si adoperi alacremente per diminuire il tempo - fino a cancellarlo - tra il lancio di un nuovo prodotto e il suo acquisto, tra la vendita e il consumo, siamo ancora lontani da questo agognato obiettivo asintotico. Nel campo dell’informazione, però, già ci siamo: riceviamo notizie, fatti e immagini dal mondo nel momento stesso in cui accadono e si realizzano. Ma ciò che possono le informazioni, e prima ancora la nostra voce attraverso il telefono, noi ancora non possiamo: non siamo in grado di spostarci, fisicamente, da un punto all’altro della terra, senza che tali spostamenti richiedano tempo. E allora adoperiamo tutto il nostro ingegno per inventare macchine sempre più veloci che possano diminuirlo o annullarlo, il tempo, perché il tempo è danaro e noi non possiamo perdere tempo. La lentezza non ci piace, è qualcosa che ci permette di fermarci e di pensare e oggi non bisogna pensare. Pensare è ricordare, è conservare; correre, invece, è dimenticare, è abolire il tempo e lo spazio.

Questa velocità l’abbiamo estesa anche alle cose e agli oggetti che utilizziamo quotidianamente: non sono soltanto intercambiabili ma devono essere sostituiti il più rapidamente possibile. Un avvicendamento produttivo infinito e inarrestabile. Un frigorifero durava troppo? Hanno programmato la sua obsolescenza. Eri affezionato ad una vecchia macchina? Ti obbligano a rottamarla perché inquina e devi comprarti un Suv, anche se inquina dieci volte di più. Tutto ciò che dura, oggi, è sinonimo di negatività, di perdita di tempo. Il motto è: consumare sempre di più per produrre sempre di più. Ma per poter consumare un nuovo prodotto è necessario averne bisogno, un bisogno, questo, che non nasce spontaneamente, come la sete o la fame: è necessario crearlo. Ecco, allora, che subentra la pubblicità che ha il compito di invogliare e spingere la gente a liberarsi delle cose vecchie per le nuove, ed avere sempre bisogno di novità. Frédéric Beigbeder, noto scrittore e pubblicitario francese, dice che la pubblicità non desidera la nostra felicità: deve farci sentire sempre insoddisfatti, perché la gente felice non consuma. Meditate gente, meditate!


venerdì 13 dicembre 2024

Io, il Natale e la "voluttuosa pigrizia del caminetto"

 


Un caminetto acceso, nelle serate invernali, ha sempre esercitato su di me un fascino straordinario. Una forte attrazione. E’ come ritornare alla mia infanzia, quando il focolare era il centro della vita domestica e offriva non solo calore ma anche serenità, rafforzando quello spirito familiare dello stare insieme. E’ come rivedere le persone care che non ci sono più. E’ riassaporare sensazioni e odori e sapori e ricordi preziosi che albergano, indelebili, nella mia memoria.

Il focolare acceso - prima ancora che una fonte di calore – è per me uno stato d’animo. Una filosofia di vita. E’ riscoprire le cose essenziali della vita. Simbolo di accoglienza e di tradizioni, è una sorgente di piacere che riscopro ogni qual volta mi ritrovo al paese nelle feste di fine anno. Mi piace stare accovacciato su una vecchia seggiola, godermi quella beatitudine nascosta tra le fiamme che scoppiettano e che sembrano gesticolare, parlandomi dell’anno che sta per finire e consigliandomi su quello che verrà. In un’epoca dominata dalla tecnologia sempre più invasiva, il focolare mi riporta alle origini e assurge quasi a simbolo di nume tutelare della casa. Una presenza sacrale che unisce e invoglia a raccontarsi. Ma anche una presenza silenziosa. Manca nella nostra società, nelle nostre case sempre più moderne e tecnologiche, un punto di riferimento così antico e familiare, oggi sostituito da strumenti digitali che annullano il silenzio, anche quando sono spenti, e illudono e allontanano le persone dalla realtà circostante. Andando con la mente alla mitologia greca, è come se Estia, la dea del focolare che vigilava sulla casa, venisse sostituita dal dio Prometeo, l’inventore della tecnica che aveva rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini.

Il Natale è alle porte ed io mi sono già rifugiato nella mia casetta nativa, nel Cilento. “Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade (mi vengono in mente i versi di una indimenticabile poesia di Ungaretti) lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata”. E aspettando che passi questa “tempesta” consumistica, fatta di luminarie e panettoni e regali e cenoni e confusione, me ne sto accanto al fuoco, a godermi le piccole gioie della vita, a dimenticare rimpianti e a stemperare  malinconie. “Qui non si sente altro che il caldo buono – faccio ancora miei i versi del poeta – sto con le quattro capriole di fumo del focolare”. Quanto sarebbe triste e fredda questa casetta se, dal suo tetto, non salisse il fumo del mio caminetto. Anche il paese sembrerebbe incompiuto, come un presepe senza pastori, se dai tetti delle case non svettassero i tanti fantasiosi comignoli che resistono al peso del tempo.

Accendere il fuoco è un rituale rilassante che mi concedo tutte le mattine, appena sveglio. Non potrei mai rinunciarvi. Uso come base di accensione dei fogli di giornale appallottolati, con dei legnetti molto secchi di facile combustione. Poi aggiungo, man mano che la fiamma aumenta, della legna più robusta proveniente dalla mia campagna: legna di quercia, di olmo o di ulivo, legna che sprigiona odori inconfondibili che sanno di terra e di natura. La mia abilità nell’officiare questa liturgia mattutina mi conforta. Mi dona serenità. Inondato dal riverbero della fiamma, osservo estasiato le faville che schizzano di qua e di là, simili a lucciole di antica memoria, che ridestano i miei ricordi infantili. Da bambino amavo sbucciare i mandarini e lanciare le scorze nel fuoco: mi piaceva tanto quel profumo che si sprigionava dai tizzoni ardenti e si diffondeva nell’aria, mentre aumentava all’improvviso la vampata. E quasi mi intimoriva quel suo “linguaggio” crepitante. “Quando il fuoco brontola – diceva la buon’anima di mia nonna - c’è qualcuno che ti pensa”. E chi mai poteva essere? Ecco allora che la mia fantasia cominciava a galoppare, per dare un nome a quella voce misteriosa che proveniva dal camino. Un gioco a cui non rinunciavo, invogliato dalla nonna.

Rinvigorire la fiamma stuzzicando i tizzoni e aggiungendo nuova legna, che ritiro da una catasta innalzata fuori dalla porta di casa, è per me un piacevole passatempo. E’ un’arte antica, quella di  accatastare la legna. Ha una sua bellezza, un suo fascino misterioso. E’ un po' come costruire un muretto a secco, vale la stessa tecnica: impilare i ceppi di misure diverse, uno sopra l’altro, al posto delle pietre. E l’opera è bell’e fatta! A volte è così perfetta che, nel prelevare i tronchetti da ardere, provo quasi un senso di dispiace doverla smantellare, quella catasta.

La felicità è stare accanto al focolare nelle fredde serate di fine anno: è come stare in piacevole compagnia di un amico fidato, che ti parla e non ti fa sentire mai solo. Mi vengono in mente le preziose parole che Giovanni Verga scriveva in una sua novella che si intitola “Nedda”, parole che riscaldano come quel focolare che raccontano e ti trasportano in un mondo che non c’è più:

“Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembrava in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascerei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri…”


lunedì 2 dicembre 2024

Il tempo delle cose è finito

 


Siamo quotidianamente investiti da una massa di informazioni che ha preso il posto delle cose, destabilizzando la nostra esistenza. Le informazioni hanno una validità molto limitata: si fondano sulla sorpresa. Siamo diventati consumatori insaziabili di informazioni, che rappresentano la realtà e riducono i contatti fisici. Ma sono le cose concrete i punti fermi che influenzano le nostre vite. Tuttavia, il mondo si fa sempre più inafferrabile – scrive lo scrittore e filosofo coreano Byung-Chul Han nel suo saggio “Le non cose” con sottotitolo “come abbiamo smesso di vivere il reale” – siamo passati dall’era delle cose all’era delle non-cose. Non abitiamo più la terrà e il cielo, ma Google, e all’ordine terreno è subentrato l’ordine digitale.

La realtà ci appare sempre più scivolosa e ingarbugliata, piena di stimoli che non vanno oltre la superficie. Comunichiamo incessantemente, raccogliamo dati e amici e follower senza mai incontrare l’Altro, che scompare in forma di voce e di sguardo. “Il mondo odierno è molto povero di sguardo e di voce”. Non vogliamo più legarci alle cose che un tempo ci erano care, ma evitiamo anche di legarci alle persone, cercando ossessivamente di conoscerne altre in maniera virtuale. “Ci sentiamo liberi – scrive il filosofo coreano – eppure siamo sfruttati, sorvegliati e influenzati”.

Ci stiamo dirigendo, sostiene ancora l’autore di questo libro, verso un’epoca post-umana, “in cui la vita altro non è che mero scambio di informazioni…La digitalizzazione è un passaggio coerente verso l’abolizione dell’humanum”.

E’ finito il tempo delle cose che stanno a cuore. E il tempo del cuore appartiene ormai al passato. Le cose nascono già morte. “Non vengono usate, bensì consumate. Solo un lungo utilizzo dà loro un’anima. Solo le cose del cuore sono animate. Flaubert voleva essere sepolto insieme al suo calamaio”.

Probabilmente l’uomo contemporaneo vorrà essere sepolto insieme al suo smartphone.