domenica 25 gennaio 2015

Vivere la bellezza

Camerota: spiaggia di Cala Bianca

Quando si parla della “bellezza” bisognerebbe evitare di commettere un errore di valutazione spesso ricorrente  e cioè considerarla come un bene di lusso riservato a pochi eletti. La bellezza, invece, è un valore universale che appartiene a tutti. E’ patrimonio dell’umanità.
Non c’è luogo, non c’è paese  in Italia, che non abbia qualcosa di bello da mostrare sia sul piano naturale che su quello artistico-architettonico, tale da suscitare in ognuno di noi una molteplicità di emozioni e sensazioni. Secondo il filosofo Remo Bodei, l’emozione più alta e forse più rara si percepisce quando, trovandoci al cospetto di un grande capolavoro dell’arte, sentiamo un vero brivido che attraversa tutto il nostro corpo. “E’ la pelle d’oca la vera espressione della bellezza”, così scrive il filosofo. Direi, tuttavia, che ci sono bellezze più complesse che, per suscitare in noi emozioni e rimanerne attratti, richiedono un grado di conoscenza superiore, una sensibilità estetica straordinaria, necessitano di una riflessione prolungata affinché possano essere apprezzate; sono come quelle canzoni d’autore poco orecchiabili ma raffinate e difficili, che hanno bisogno di tempi d’ascolto più lunghi per essere amate. Esistono altre bellezze, invece, che sono alla portata di tutti e da tutti sono comprensibili, anche dalle persone più sprovvedute che, seppure digiune di particolari conoscenze e competenze storico-artistiche, riescono tuttavia  a meravigliarsi e stupirsi al primo sguardo.
Giorgio de Chirico: le muse inquietanti
 
E così può accadere che un dipinto di Giorgio de Chirico come “le muse inquietanti” fa storcere il naso a chi non sia in grado di comprendere i significati nascosti insiti nell’arte della pittura metafisica; al contrario, di fronte ad un quadro del Canaletto - uno dei pittori più affermati del ‘700, noto soprattutto per la sua pittura “fotografica” –   come quello raffigurante “piazza San Marco a Venezia” non si ha nessuna difficoltà a cogliere l’incanto della sua rappresentazione artistica che si compie attraverso il felice connubio tra architettura e natura.

Canaletto: Piazza San Marco

Sembrerebbe, quindi, che noi vediamo sempre ciò che comprendiamo e le emozioni che ne scaturiscono sono legate intimamente non solo alla maggiore o minore sensibilità che sappiamo esprimere, ma anche al grado di conoscenza di cui siamo dotati: nel primo caso solo una approfondita preparazione o una più attenta visualizzazione o valutazione ci avvicina alla bellezza metafisica che ha inteso comunicare il pittore, nel secondo caso, invece, riusciamo a percepirne l’essenza anche non avendo competenze specifiche in merito. Basta un colpo d’occhio per cogliere qualcosa (nel nostro caso la meravigliosa piazza San Marco) che ci seduce e che ci spinge a dire: quel quadro è veramente bello! E questo perché a volte desideriamo vedere ciò che più amiamo nella realtà: la bellezza della natura, la perfezione di un volto, la magnificenza di un luogo. E’ pur vero, però, che questa preferenza per i soggetti gradevoli ed attraenti potrebbe indurci a respingere opere altrettanto belle, solo perché le tematiche in esse rappresentate non soddisfano la nostra personale idea di bellezza. E’ difficile mettere in dubbio la bellezza che ispira il dipinto “le due sorelle” del pittore francese W. Bouguereau: siamo quindi portati a dire che il quadro è molto bello.
W. Bouguereau; le due sorelle

Anche Henri Matisse dipinse un quadro simile: probabilmente “le due sorelle” uscite dal suo pennello a prima vista non sembrano poter competere con la bellezza delle prime due. Però, si può mai affermare che l’opera di Matisse è brutta? Quest’ultimo dipinto - espressione di una tecnica meno realistica, che in qualche maniera si allontana da una visione fotografica della realtà – possiede comunque una forza ed una bellezza evocativa pari al primo; quindi dobbiamo convincerci che la bellezza di un dipinto non dipende esclusivamente dalla bellezza del soggetto.
Matisse: le due sorelle
 
Vorrei concludere dicendo che il bello tocca sempre le corde più intime e più sensibili dell’animo umano e ci pone di fronte alla nostra limitatezza e fragilità, alla nostra irrilevanza nei confronti della grandezza della natura e dell’ingegno umano.

lunedì 19 gennaio 2015

I nuovi barbari

Riporto, di seguito, un mio post pubblicato sulla rivista on line "La Mandragola" http://www.lamandragola.org/ che tratta - come recita il sottotitolo - "notizie approfondimenti informazioni dal Cilento". Invito chi mi legge a visitarla.

C’è stato un tempo, nemmeno tanto remoto, in cui - percorrendo le strade che si inerpicano lungo le colline del Cilento - era possibile scorgere le sagome inconfondibili dei vari paesi ivi arroccati, attorniati da vecchi casolari di campagna rigorosamente costruiti in pietra locale. Erano luoghi familiari e facilmente riconoscibili dagli abitanti del posto, perché il paesaggio che si stagliava in lontananza difficilmente mutava nel tempo, aveva una sua specifica identità, appariva sempre identico: la cementificazione selvaggia non era ancora arrivata, lo sfruttamento del territorio non aveva preso piede. Lungo il percorso si potevano ammirare, inoltre, graziosi muretti a secco, frutto del lavoro caparbio e certosino dei nostri contadini che lavoravano la terra e la proteggevano dalle frane e dagli smottamenti con questi semplici e naturali sbarramenti di pietra. Autentici capolavori di architettura rurale. Di questi muretti a secco, purtroppo, se ne vedono sempre di meno. Così come sembrano spariti quei caratteristici casolari di campagna, il cui legame con il territorio circostante era ancora molto forte. In compenso, al loro posto, stanno sorgendo come funghi orribili filari di villette a schiera tutte uguali: veri condomini orizzontali. Costruzioni, quest’ultime, che hanno ormai preso il sopravvento in ogni angolo del Cilento.
Mi viene in mente una pagina del romanzo di Antonio Scurati “Il sopravvissuto”, il cui protagonista così descrive il suo paese (ci troviamo nell’interland milanese, ma potrebbe essere anche un paese del Cilento) “ai margini delle strade statali il prolasso del paesaggio rurale era così veloce che quando andavi in ferie per tre settimane, al tuo rientro stentavi a trovare la strada di casa”. Sembra una provocazione, un paradosso, ma la finzione letteraria non si discosta molto dalla cruda realtà: il sottoscritto, ogni qual volta ritorna nel suo paese d’origine, ritrova sempre una nuova costruzione, magari laddove solo qualche mese prima sorgeva un vecchio rudere di campagna; oppure, cosa molto più deprecabile, si imbatte in antiche e nobili dimore che hanno subito improbabili interventi di restauro su cui bisognerebbe solo stendere un velo pietoso.
Stiamo facendo di tutto per stravolgere l’anima dei luoghi. Le torri, i castelli, i palazzi signorili costituivano il segno di riconoscimento di un Cilento antico; intorno a questi simboli di appartenenza ruotava un’intera comunità in cui si ritrovava e si riconosceva. Il paese, anche in lontananza, diventava riconoscibile grazie a loro. L’incuria dell’uomo per il territorio in cui vive procede di pari passo con le sue scellerate scelte urbanistiche, non sempre in relazione alle caratteristiche ambientali in cui vengono inserite. In un lontano passato i Barbari – così venivano chiamati dagli antichi Romani quei popoli che vivevano al di fuori dei loro confini - invadevano i territori, distruggendo e saccheggiando tutto ciò che incontravano lungo il passaggio. Oggi la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle costruzioni. I nuovi barbari distruggono, costruendo. Io quando penso ai barbari, penso a quei costruttori senza scrupoli che spesso, in combutta con amministratori locali incompetenti e poco sensibili alla bellezza del posto in cui operano, violano il territorio con orrendi fabbricati seriali, senza stile e senza armonia. E costruendo, continuano a scardinare luoghi pieni di memoria e di silenzio, modificando in maniera davvero violenta antichi borghi, distruggendo colline dove rigogliosa sorgeva la macchia mediterranea. Villaggi turistici (che si animano solo in estate, mentre durante i mesi invernali diventano agglomerati fantasma), strutture balneari lungo le coste, villoni con piscine olimpioniche invadono ogni luogo, si appropriano del territorio. La fisionomia di un paese cambia in maniera veloce, tanto che si stenta a riconoscerlo e si perde quell’antica e piacevole sicurezza di sentirsi “a casa”.
Sia ben chiaro che sono favorevole ad un corretto uso del territorio; sono sostenitore di un piano urbanistico del paese a misura d’uomo. Sono contrario, invece, alle speculazioni edilizie, alle costruzioni sempre più invadenti che cancellano le tracce del passato, che non legano in maniera armoniosa con il territorio in cui vengono realizzate; sono contrario a quegli interventi edilizi che non “lasciano parlare” i luoghi. Si, perché i luoghi del Cilento non sono cose morte, ma hanno un’anima e parlano di noi: della nostra storia, dei nostri antenati, di come eravamo. Una nuova costruzione non deve rompere il rapporto uomo/natura, quel sodalizio che regge da secoli: deve invece arricchire un luogo non distruggerlo; deve renderlo più bello, non imbruttirlo. Natura e opera dell’uomo devono fondersi in un unico paesaggio, in una sorta di simbiosi in cui l’una si possa specchiare nell’altra. Provate a immaginare un’antica abbazia circondata da un bosco; e poi confrontatela, sempre nell’immaginazione, con una serie di villette a schiera. Sarebbe interessante conoscere le diverse reazioni emotive.

Io penso che il tramonto di un’epoca (e forse la nascita di una nuova civiltà) si può intravedere, non solo attraverso l’inarrestabile e aggressivo progresso tecnologico che ha invaso le nostre esistenze, ma anche attraverso il deterioramento e la devastazione dei posti in cui viviamo; questa evoluzione (positiva o negativa, secondo i diversi punti di vista) si può scorgere osservando il quotidiano accanimento urbanistico contro il territorio e il suo passato, che se apparentemente non ci dice nulla, o non ci facciamo caso, in realtà descrive meglio di qualsiasi altra immagine la fragilità della condizione umana. Quella fragilità che umanamente ci appartiene e ci fa somigliare a quei luoghi che stiamo distruggendo e in cui non ci riconosciamo più.

 

sabato 17 gennaio 2015

Il tempo e la nostalgia



La nostalgia ha come punto centrale della sua essenza il “tempo” che fugge via e mai, come in questo particolare momento della mia vita (forse sto invecchiando), avevo avvertito in maniera così forte questo sentimento che  mi riporta costantemente a ciò che ho vissuto...a ciò che è stato.

Tornare indietro con la memoria significa, sempre, scoprire che quel “luogo”, quella “cosa” non esistono più. Oppure esistono, ma la loro intima natura è cambiata e con essa, siamo cambiati noi stessi. Scrive Pessoa in una poesia dedicata a Lisbona: “Lisbona torno a rivederti, ma io non mi rivedo. Torno a rivederti, ma io non mi rivedo”.

Questa nostalgia del passato, questo desiderio legato al ricordo rappresenta, per me, anche una forma di difesa nei confronti di una strana realtà in cui non sempre riesco ad immedesimarmi, una realtà che non mi appartiene, in cui faccio fatica  a ritrovare la mia giusta dimensione e collocazione. E allora mi capita di tuffarmi nel tempo che fu e, nella memoria nostalgica, il passato riesco sempre ad ingentilirlo, a coprirlo di un’ aura positiva, a nobilitarlo e percepirlo, il più delle volte, migliore del presente. E questo forse è l’errore che mi impedisce di comprendere le cose dell’oggi, e da qui nasce la mia nostalgia:
nostalgia di certi luoghi della mia passata giovinezza in cui non ritrovo più quelle cose amate, quelle atmosfere che mi rendevano felice, in cui non ritrovo più la bellezza del paesaggio perché deturpata dal cemento e dalla spazzatura che avanzano e dagli incendi che tutto distruggono;

nostalgia di quegli antichi sapori, di quei profumi intensi che sapevano di tradizione, di natura incontaminata e di genuinità;

nostalgia di quelle antiche botteghe di artigiani, dove tutto veniva fatto a mano con passione e con cura, sostituite da moderni locali dove vendono stracci e oggetti alla moda e dove tutto è omologato;

nostalgia delle macchine di una volta, quelle belle autovetture che avevano una propria identità, direi quasi una propria anima e che riconoscevi da lontano e le amavi perché uniche.....oggi invece i modelli sono centinaia, standardizzati, tutti uguali, irriconoscibili;

nostalgia di quelle strade senza cartelloni pubblicitari che ti opprimono e senza graffiti che ti violentano, opera quest’ultimi di emeriti idioti che vengono invogliati a insozzare da coloro che si ostinano a chiamarli artisti di strada;

nostalgia di quel tempo in cui non esistevano ancora i telefonini (soli pochi anni fa), quando si conosceva l’attesa e telefonare significava parlare senza farsi sentire dagli altri, a casa o in una cabina telefonica;

nostalgia della televisione in bianco e nero, con una programmazione che aveva un inizio ed una fine, quella televisione che sapeva divertire ed informare, che al posto della pubblicità trasmetteva “intervallo” con le pecore che pascolavano o con le immagini di antichi borghi;

nostalgia…

mercoledì 7 gennaio 2015

Quant'è buono il pane di ieri!



 

Enzo Bianchi – per chi non lo conoscesse – è un monaco laico, fondatore e Priore del Monastero di Bose nel Canavese, una comunità religiosa di grande successo e spiritualità meta di tantissimi pellegrini in cerca di silenzio, meditazione e preghiera. Con questo suo libro, che io  lessi nel marzo 2010, lo scrittore piemontese rivisita il suo passato vissuto nella sua amata terra del Monferrato. E lo fa proprio al fine di cogliere in esso le chiavi di lettura non solo del presente ma anche del futuro. Perché l’esperienza che ci viene dal passato è buona anche per affrontare gli anni a venire,  ed i principi e i valori che hanno alimentato l’esistenza di chi ci ha preceduto sono in grado di sostenere anche noi che viviamo il presente.

I ricordi di quella vita faticosa, portata avanti con durezza per il lavoro quotidiano e per l’isolamento in cui si viveva nelle cascine, affiorano nitidi e appassionati in queste pagine. Una carrellata di immagini, di luoghi, di personaggi, di sensazioni, di suoni, di profumi che sembrano scomparsi dalla nostra vita quotidiana e che vengono evocati con affetto e con gioia, misti a nostalgia.

Come le campane che tendono a non suonare più e comunque quando rintoccano nessuno riesce nemmeno ad ascoltarle, soffocate come sono dal frastuono del traffico, dai telefonini sempre accesi, dai rumori assordanti. Erano suoni che scandivano la vita nei paesi di campagna, che venivano ascoltati come moniti quotidiani e ritmavano il passare del tempo avvolgendo la vita delle comunità, aiutandole nella loro identità e fornendo loro un vero linguaggio di comunicazione a distanza.

Come dimenticare il canto del gallo, che da messaggero del giorno è stato bandito dalle nostre esistenze. Confesso - dice Enzo Bianchi – che per me è sempre stato ed è il suono quotidiano più straordinario, più desiderato, più amato. E come non ricordare la cucina tradizionale, quella fatta con ingredienti  genuini: quel profumo di ragù che si avvertiva camminando lungo le stradine del borgo antico nei giorni di festa. Sparito. Oppure il profumo del pane appena sfornato, fatto in casa nel forno a legna. Si è perso il senso di questo fondamentale alimento della nostra tavola: oggi viene facilmente trascurato e sostituito con tanti prodotti alternativi la cui unica positività consiste in una negatività e cioè quella di non farci ingrassare.

Tra i tanti ricordi non poteva non spuntare, nel libro, la coltivazione della vite e la trasformazione dell’uva in vino, attraverso il rito antichissimo della vendemmia. La stagione della vendemmia era ed è non solo il coronamento di un’annata di lavoro ma il simbolo dell’intimo rapporto tra l’uomo e la terra che abita. E quando si parla di terra, il ricordo di Bianchi va immancabilmente all’orto: l’autore aveva solo 14 anni, quando chiese in dono a suo padre un piccolo fazzoletto di terra da coltivare e da allora non riesce a vivere senza accudirne uno, perché un orto non solo dà gusto ai cibi, ma gli insaporisce l’anima. L’orto quindi come una grande metafora della vita spirituale, come lo spazio interiore della nostra vita, luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione.

Il ricordo del passato passa anche attraverso le feste, che venivano vissute con partecipazione e semplicità e che costituivano un’occasione importante, allietate con pasti abbondanti e preparati con cura. E’ un mondo semplice, quello che ci descrive Enzo Bianchi, un mondo che seguiva i ritmi delle stagioni, che non conosceva i tempi frenetici della vita moderna, che prediligeva la lentezza piuttosto che la velocità.

venerdì 2 gennaio 2015

L'insostenibile ansia della condivisione



Questo post è stato pubblicato sul Blog http://alfonsocernelli.blogspot.it/ Credo sia una riflessione molto interessante, che riporto di seguito:

“ L’altro giorno sull’autobus c’era una donna che, munita di una tavoletta elettronica di ultima generazione, scriveva i propri appuntamenti di vita e di lavoro. Il magico apparire dell’apparecchio del desiderio calamitava l’attenzione di molti dei presenti, che si mettevano tranquillamente a leggere gli appunti della signora. Anche io non sono riuscito a fare a meno di sbirciare, scoprendo così che la signora aveva per le ore 10 un appuntamento dal dentista e alle 17 avrebbe atteso l’idraulico a casa. Allora io mi sono chiesto se, qualora al posto dell’aggeggio elettronico da 10 pollici la signora avesse tirato fuori taccuino e penna, l’effetto sarebbe stato lo stesso. La domanda è retorica. Con una penna ed un’agenda la privatezza della signora sarebbe stata tutelata, questo è certo, ma essa non avrebbe potuto condividere col mondo le proprie esperienze, cosa che faceva con parecchia disinvoltura, ben avvedendosi della presenza di estranei che sbirciavano i suoi affari.

Nel lontano 1973 Guido Morselli, anticipando con grande lucidità i mali (e la stupidità) del nostro tempo, scriveva: “non mi convince la tesi che ogni esprimere, anche il più privato, supponga un comunicare”. A distanza di quaranta anni, possiamo affermare con certezza che quelle parole hanno assunto una portata profetica.

Il raccontare agli estranei le proprie faccende private, infatti, sembra essere oggi la forma più diffusa di comunicazione, se non quella esclusiva, almeno per molte persone. La massiccia diffusione dei telefoni portatili e dei c.d. “social network” ha ampliato la possibilità per tutti di comunicare, consentendo a chiunque, persino in strada o sull’autobus, di esprimere pensieri e raccontare vicende, che spesso non meriterebbero di essere condivisi, perché futili, discutibili, offensivi, banali. Il mezzo, certamente fenomenale, è stato così utilizzato male. L’ampliamento delle possibilità comunicative ha determinato una perdita di qualità del contenuto della comunicazione. Ho sentito persone parlare ad alta voce al telefonino dell’ultima di campionato di calcio, oppure litigare, o discutere animatamente, senza fare nulla per abbassare la voce o per non dare nell’occhio. Ci sono taluni che desiderano che gli altri ascoltino la loro conversazione, per far sapere quanti soldi hanno, quale lavoro svolgono, quale squadra tifano, dove andranno in vacanza. Un tempo le cabine telefoniche erano munite di porte e pareti, che salvaguardavano la segretezza della comunicazione e la voglia di non ascoltare dei passanti. Oggi queste barriere sono scomparse: la condivisione, persino di vicende che dovrebbero essere confinate in ambiti di gelosa riservatezza, è divenuta la regola becera della modernità. Tutto deve essere lasciato in pasto alla rete, perché ognuno crede di essere innovativo, di avere pensieri o parole originali da diffondere. Senza pensare che, in molti casi, sarebbe meglio sussurrare, per un’istintiva forma di difesa”.

venerdì 19 dicembre 2014

Il viaggio: metafora della vita e della libertà

 
Chi non legge o non ha voglia di leggere – e sia ben chiaro che nessuno è obbligato a farlo e chi non ha dimestichezza con la carta stampata non è assolutamente inferiore a nessuno - puntella sempre questa sua mancanza, di cui un po’ si vergogna, con un alibi di ferro: “purtroppo non ho tempo”. Sarebbe, infatti, poco credibile se affermasse di non leggere per i prezzi dei libri troppo alti, considerata la variegata e ampia offerta del mercato editoriale. Per esempio, ho appena finito di leggere, in contemporanea, due libriccini di poco più di cento pagine ciascuno: un racconto intitolato “Corto viaggio sentimentale” di Italo Svevo ed il romanzo “Peter Camenzind” di Hermann Hesse. Il primo, pubblicato nel corso del 2014 dalla Newton, presenta una veste grafica davvero molto accattivante e costa solo 1 euro e 90 centesimi; il secondo, invece, è un’edizione Oscar Mondadori del 1980, trovato su una bancarella dell’usato (praticamente come nuovo) a soli 2 euro. Insomma, con meno di 4 euro (una pizza mediocre costa molto di più), ho portato a casa due piccoli capolavori della nostra letteratura, anche se poco noti al grande pubblico. E’ pur vero che a volte la bellezza della lettura risiede proprio nella scoperta dei suoi tesori.
Ebbene i protagonisti dei due libri, pur nella loro estrema diversità – da una parte il tipico personaggio inetto di Svevo e, dall’altra, il sognatore, l’amante della natura che esce dalla penna di Hesse - sono accomunati dallo stesso desiderio: viaggiare. Il viaggio quale occasione per “evadere” dall’ambiente in cui vivono; il viaggio quale metafora della vita e della libertà e quindi espressione di fuga dalle costrizioni quotidiane.
 
Un breve viaggio di lavoro in treno da Milano a Trieste è, infatti, l’occasione che aspettava da tanto tempo il signor Aghios, il protagonista di “Corto viaggio sentimentale”, un libro rimasto incompiuto a causa della morte dell’autore avvenuta nel 1928. Tipico personaggio sveviano insoddisfatto e abitudinario, questo Aghios “guardava con invidia e desiderio la vita intensa che lo circondava e respingeva” e pensava che una parte di tale malessere gli venisse dalla famiglia, perché “la sicurezza di cui si gode in famiglia addormenta, irrigidisce e avvia alla paralisi”. Perciò il viaggio programmato sarebbe stato una sorta di esperimento, un gradevole svago foriero di altri futuri viaggi, che avrebbero dovuto assicurargli incontri piacevoli e un po’ di felicità. Quella felicità che - a suo dire - non poteva nascere dalla gelida relazione con la moglie e il figlio. Lui aveva sacrificato tutta la sua vita al dovere familiare, “abbandonando i suoi cari pensieri, le sue care fantasie, il vero piacere. Se lo avessero lasciato in pace, egli avrebbe percorso il mondo, non per guardarlo, ma per trovare maggiore stimolo a staccarsene, abbellirlo e offuscarlo”. Certo, abitudinario come egli era, certamente avrebbe poi sentito il desiderio di ritornare in famiglia e “rimettersi sotto la protezione della moglie e soprattutto andare a proteggere quello scervellato di suo figlio, insomma il ritorno alla sua galera”.
E se per il signor Aghios la galera è rappresentata dalla famiglia, per Peter Camenzind (alias Hermann Hesse) il personaggio che dà il titolo al libro dello scrittore tedesco naturalizzato svizzero (il suo primo successo letterario che segna l’inizio della sua carriera) la “galera” da cui vuole evadere per conoscere il mondo è il suo paese natale, Nimikon, “un villaggetto che giace su un piano obliquo triangolare incuneato fra due propaggini montane, in riva al lago”. Questo giovane aveva avuto come educatori ed amici, oltre i libri, le montagne, il lago, gli alberi e la natura tutta, che per molto tempo gli “furono più cari e più noti degli uomini e del loro destino”; era stato talmente forte il contatto unilaterale con la terra e con gli animali che, in qualche maniera, quest’ultimi lo avevano allontanato dal consorzio umano. Allora sente il bisogno di “uscire dall’aria prosaica e deprimente” del suo paesello per la gioia di essere libero, di partire per paesi lontani “per cercare la patria futura nel regno dello spirito”. I suoi viaggi diventano un fondamento della sua vita, passa gran parte degli anni camminando per mesi e settimane in vari paesi, abituandosi a lunghe marce con in tasca pochi quattrini e un pezzo di pane, pernottando spesso all’addiaccio. Si convince di non essere nato per la vita sedentaria, ma per il vagabondaggio in terre straniere. E’ all’occorrenza diventa poeta e pellegrino, beone ed eremita.

Ma così come era successo al protagonista del viaggio di Italo Svevo, che aveva sentito il bisogno di rientrare in famiglia, anche Camenzind/Hesse, dopo la sua lunga caccia alla felicità mondana, dopo la ricerca dell’arte nelle principali città dell’Italia, della Francia e della Germania, dopo essersi abbeverato di musica e di bellezze spirituali, “i miei vagabondaggi nel regno dello spirito e della così detta cultura”, avverte l’urgenza di ritornare nel vecchio nido fra i monti e il lago, felice di aver fatto le sue esperienze di vita e con la consapevolezza che un contadino come lui non poteva, a nessun costo, diventare un cittadino e uomo di mondo.

giovedì 11 dicembre 2014

Folla e demagoghi



 
In una lettera all’amico Lucilio, Seneca così scriveva: “mi chiedi che cosa tu debba specialmente evitare. Rispondo: la folla. (…) La compagnia della moltitudine è dannosa: c’è sempre qualcuno che ci rende gradevole un vizio o, senza che ce ne accorgiamo, ce lo trasmette in tutto o in parte. Più sono le persone con cui viviamo, maggiore è il pericolo…”
Lo ammetto: anch’io evito la folla. In qualsiasi contesto venga configurata, allo stadio durante una partita di calcio o in piazza in occasione di un comizio o un concerto, in un centro commerciale durante le feste natalizie o su una metropolitana all’ora di punta, la folla cessa di essere una moltitudine di individui pensanti e diventa una sorta di miscuglio appiccicoso, nevrastenico che nulla ha a che fare con la razionalità e con l’intelligenza delle persone prese singolarmente. La folla risponde solo all’istinto, condiziona coloro che la compongono e produce reazioni stupide e incontrollabili.

Prendiamo – per esempio - la folla che, munita di bandiere, tamburi, fischietti e striscioni, gremisce una piazza per ascoltare, applaudire, osannare l’uomo politico del momento. E’ la tipica manifestazione di fede che ormai abbiamo imparato a conoscere e che si ripete da sempre: applausi, slogan, canti, evviva, insomma tutto il repertorio e il modo di esprimersi di quella marea di persone accomunate dagli stessi ideali. E proprio in queste circostanze assistiamo ad uno strano spettacolo che prevede - da una parte - un palco (in un recente passato era un balcone) da cui un demagogo arringa i presenti, cerca il loro consenso con promesse altisonanti, lusingandone anche i più bassi istinti; dall’altra, cinquecentomila/un milione di manifestanti (secondo l’organizzazione) ovvero mille (secondo la questura), che esultano e credono agli asini che volano. Il demagogo si guarda bene dal dire la verità e cerca solo di ottenere un effetto corale di giubilo, invece i cinquecentomila/un milione di disgraziati (secondo l’organizzazione) o i mille (secondo la Questura) – eccitati dall’entusiasmo generale e dalle grida di evviva - non sanno di essere stati presi in giro perché la folla di cui fanno parte offusca loro il cervello. L’ipocrisia del demagogo di turno si nutre della schizofrenia della piazza: la perfidia del primo crea l’alienazione della seconda. Ieri come oggi, fatta salva qualche differenza, la folla è sempre la stessa entità amorfa, sia quando si radunava sotto un balcone che quando si dà appuntamento in piazza. Perché, come diceva Michel de Montaigne “quando gli uomini si riuniscono, le loro teste si restringono”.
Fino a quando esisteranno dei populisti che, per governare il Paese, rincorrono il consenso e l’entusiasmo irrazionale delle folle che riempiono le piazze, attraverso promesse irrealizzabili e interventi demagogici, non credo sia possibile sperare in un miglioramento dell’attuale situazione socio-economica. L’educazione politica di una nazione si ottiene facendo sì che i suoi cittadini siano in grado di leggere, studiare, informarsi, discutere, conoscere, capire; abbiano cioè gli strumenti culturali più appropriati per poter eleggere, senza condizionamenti emotivi, chi li dovrà rappresentare nelle istituzioni e nel governo del Paese, con competenza, serietà ed onestà. Solo attraverso la conoscenza si definisce la coscienza civile di una nazione. Altrimenti avremo sempre una classe politica a immagine e somiglianza di un elettorato disinformato. Con sommo piacere di chi è stato eletto. Pertanto non basta ubriacarsi di folla con una bandiera, di qualsiasi colore, e urlare slogan preconfezionati, se poi quella folla a cui si appartiene, al momento delle decisioni, non conta più nulla. Le cose da fare non reclamano l’applauso della piazza ma azioni immediate nell’interesse del Paese.

giovedì 4 dicembre 2014

Aspettando Godot



 

Vladimiro ed Estragone, i protagonisti del libro di Samuel Beckett (1906-1989), sono due mendicanti che si incontrano per caso una sera in aperta campagna; aspettano un certo Godot, di cui non sanno nulla, non l’hanno mai visto e non sono sicuri se verrà a quell’appuntamento così strano e così assurdo. Inizia una lunga attesa, che dura poco più di cento pagine, ma che potrebbe protrarsi all’infinito. Si, perché Vladimiro ed Estragone - che vengono poi raggiunti da Pozzo, un ricco castellano che porta al guinzaglio il suo servitore Lucki - nell’attesa discorrono di facezie, sostenendo a volte cose senza senso e senza un filo logico, come in una sorta di comica ricerca introspettiva di se stessi. Si ha come l’impressione che quello strano e strampalato dialogo fra due persone così bizzarre, intervallato da lunghi silenzi, possa andare avanti senza fine, fino a consumare la vita stessa dei protagonisti, nella vana attesa di questo fantomatico Godot.
Il racconto, tutt’ora rappresentato in tutti i teatri, potrebbe essere sintetizzato con una frase di Estragone, il quale rivolgendosi al suo amico Vladimiro afferma: “Non succede niente, nessuno viene, nessuno va, è terribile”.
E’ un’attesa che sembra quasi logorare e lacerare l’animo dei personaggi, disorientando nel contempo il lettore che si aspetta, da un momento all’altro, qualche evento significativo capace di dare un senso alla storia. Ma nulla di tutto questo si verifica, tant’è che i nostri eroi alla fine sembrano stanchi di aspettare e decidono di andare via.
“Allora andiamo?” dice Vladimiro ad Estragone. “Si andiamo” dice Estragone. Ma nessuno dei due si muove, e a nostra insaputa continuano ad aspettare quel Godot, che forse potrebbe migliorare la loro infelice esistenza e liberarli da quell’attesa faticosa ed angosciante che sembra quasi una condanna senza fine.
Mi viene da pensare, dopo aver letto questo strano libro, che ognuno di noi - come Vladimiro ed Estragone - si trova sempre nella condizione di dover aspettare un immaginario Godot; un Godot che a seconda dei casi e delle circostanze, può assumere le sembianze di un “qualcuno” o di un “qualcosa” che possa, come per incanto, liberarci dalla noia del tran tran quotidiano, dagli affanni del vivere di tutti i giorni e rendere più sopportabile e felice la nostra umana esistenza. Godot è la metafora dell’amore impossibile, è l’attesa di un incontro importante e significativo ma è anche l’aspettativa di un’occasione o di un evento straordinario che possano cambiare in meglio la nostra vita. Per essere estremamente materialisti, aspettare Godot è come sperare in una vincita alla lotteria. E’ l’attesa di un sogno che raramente si avvera e si materializza che procura delusioni ed amarezze, ma che si alimenta sempre con la speranza, che è l’ultima a morire.
 
 
 



venerdì 28 novembre 2014

Una nuvola per amica



Quando una persona è ferita nel fisico e soffre, si rende conto – forse per la prima volta - di quanto la vita e la salute siano valori inestimabili, mai del tutto apprezzati. Riflettevo su questo pensiero mentre mi trovavo ricoverato in un letto d’ospedale per un intervento chirurgico. Ho avuto la sensazione, in quella particolare condizione, di non essere una persona del tutto autonoma, ma un corpo inerte, insensibile, in balìa del tempo che pareva si fosse fermato e del tutto assoggettato all’infermiere di turno, che aveva libero accesso sul mio corpo. L’ospedale, sotto certi aspetti, ti rende bambino, soffoca qualsiasi pudore e ti costringe alla totale dipendenza degli operatori sanitari che si prendono cura di te. E’ un’esperienza umana che ti fornisce, comunque, l’opportunità di scoprire alcuni valori sottesi in una condizione di piena salute e ti rafforza psicologicamente, consentendoti di affrontare eventuali future avversità con uno spirito diverso.
Soprattutto nelle situazioni di sofferenza e di solitudine, l’uomo sente il bisogno di ricercare un segno di felicità, un qualsiasi diversivo che lo liberi dall’angoscia; avverte sempre l’ esigenza di aggrapparsi a qualche pensiero positivo che gli permetta di superare le avversità del momento. In tali frangenti nessun dialogo appare impossibile, qualsiasi atto diventa il centro dei suoi pensieri e dei suoi affetti: può succedere, allora, che parli con un gatto o con un albero, oppure segua, senza annoiarsi, i movimenti di una mosca che volteggia sul suo corpo o una formica che faticosamente trasporta il suo cibo nella tana. Quello che sembra del tutto insignificante in una condizione di normalità, diventa di straordinario interesse in un contesto di isolamento e di abbandono.

E così per sentirmi meglio, quel giorno, inseguivo con gli occhi qualcosa che mi riportasse alla normalità, che mi scrollasse di dosso quella deleteria indifferenza, che mi alleggerisse la sofferenza. I miei occhi andavano spesso verso la finestra che si apriva alla sinistra del mio letto, oltre la quale potevo solo immaginare quella routine quotidiana, tante volte  disprezzata. Ora la desideravo, non vedevo l’ora di poterla riprendere. Con rinnovato piacere. E’ proprio vero: riusciamo a capire l’importanza delle piccole gioie solo quando ci vengono a mancare all’improvviso. Vale per le persone, ma vale anche per le cose e le azioni di tutti i giorni. E mentre vaneggiavo su questi concetti, all’improvviso la mia attenzione è stata attratta da un insieme di nuvole bianchissime che volteggiavano nel cielo: si allungavano, si sfilacciavano, assumevano forme bizzarre, si intrecciavano. Sembravano candidi batuffoli, onde marine che svolazzavano e si susseguivano, colori immacolati che esplodevano, morbidi cuscini.
La visione di quell’improvviso spettacolo naturale ha avuto il merito di allontanare momentaneamente il  malessere che mi opprimeva; quei ghirigori, quei riccioli disegnati nel cielo che scorgevo dal mio letto d’ospedale erano diventati il mio piacevole svago pomeridiano; proprio quelle nuvole, che in altre occasioni non avrei degnato di uno sguardo,  ora mi allietavano la giornata, mi avevano finalmente riportato alla vita, alla serenità, all’ottimismo E mentre osservavo incantato quei giochi in continuo movimento - come se mi trovassi ad assistere allo spettacolo più bello del mondo – mi è venuto da pensare che solo un luogo come l’ospedale, nonostante il suo carico di sofferenze, ha la forza di farti capire l’essenza stessa della vita e l’importanza delle piccole grandi cose.

domenica 23 novembre 2014

Fuga nelle tenebre



Anche in questo libro, come nel suo precedente romanzo più famoso dal titolo “Doppio sogno”, Arthur Schnitzler (1862 – 1931) fa ricorso al monologo interiore, per descrivere i pensieri, le ossessioni, le angosce esistenziali che si annidano come un tarlo nella mente del protagonista. E tale riflessione introspettiva si rivela nel racconto talmente incisiva e straordinaria che lo stesso Freud - il padre della psicoanalisi - ne fu colpito, tant’è che usando proprio le parole coniate dallo scrittore viennese, il grande psicoanalista vedeva in Schnitzlel il suo “doppio”.

Il protagonista della vicenda narrativa - un quarantaduenne della  borghesia viennese - rientra nella sua città natale dopo aver trascorso un lungo periodo di vacanza solitaria in Italia. Gli era stata concessa per motivi di salute, al fine di recuperare quella serenità perduta e quella gioia di vivere che sembrava lo avessero abbandonato, dopo la morte prematura della moglie. E’ un uomo insoddisfatto del lavoro d’ufficio che svolge, qualsiasi divertimento lo annoia, e si sente di continuo “tormentato e perseguitato da ogni genere di stupide e stravaganti fantasticherie”. Dopo i primi mesi vissuti con serenità, ha la sensazione di non essere affatto guarito, avverte uno  strano moto dell’animo che lo rende inquieto, depresso, ansioso. Percepisce un disagio inspiegabile, non traducibile in parole, reso ancora più acuto man mano che si avvicina verso casa e verso quei ricordi di un recente passato. “Si erano sbagliati i medici o l’avevano ingannato di proposito affermando che sei mesi di vacanza gli avrebbero restituito completamente la salute? “.

Il nostro personaggio si sforza di indagare le origini nascoste di quel malessere, interroga la sua anima alla ricerca di un indizio significativo che possa liberarlo dalla quella sua crescente ansietà, da quella paura indistinta, che possa affrancarlo da certi pensieri bui e negativi che affollano la sua mente malata. Era rimasto sconvolto, in passato, da un doloroso episodio che aveva interessato un suo amico, affetto da un inguaribile attacco di follia; questa dolorosa vicenda lo aveva spinto a scrivere una lettera al fratello medico con cui lo supplicava - qualora avesse visto manifestarsi in lui i sintomi di una malattia mentale - di mettere fine immediatamente ai suoi giorni, in maniera sbrigativa e indolore, assolvendolo nel contempo da qualsiasi responsabilità.

Ma i suoi fantasmi continuano a visitarlo, gli offuscano il senno.  La sua incapacità di ricollegare con chiarezza gli avvenimenti lo tormentano sempre di più, una parte della sua passata esistenza sembra avvolta nelle buio e non riesce a districarsi bene dai ricordi del passato, tant’è che la sua mente lo ossessiona con idee assurde e maniacali. Si insinua imperiosamente in lui anche il sospetto di essere non solo l’assassino di sua moglie, ma anche della sua amante, di cui non aveva più notizie da tempo E’ vero che non esisteva alcuna prova, però più di una volta nel passato aveva avuto questi desideri malvagi, si era proposto e aveva desiderato di fare ciò che ora la sua mente gli ricordava. Nonostante tutto, il protagonista vive anche sprazzi di intensa felicità, ore di purissima gioia insieme a una donna di cui si innamora, ma questi momenti non bastano ad allontanare gli spettri delle sue paure e delle sue angosce che si agitano in lui e che albergano negli oscuri recessi dell’animo, non servono a placare la sua intima e profonda inquietudine.

E poi quella sciagurata lettera che aveva consegnato al fratello, con cui lo autorizzava a decidere della sua vita in caso di pazzia, lo perseguita, gli fa avvertire un’angoscia del tutto nuova, mai provata prima e lo spinge ad interrogarsi sulle sue reali condizioni di salute: è pazzo o è sano? ma a cosa gli serve essere sano se gli altri lo considerano pazzo?....ma i pazzi potevano essere anche gli altri...suo fratello, per esempio, che da un pò di tempo lo vede sotto una luce diversa, proprio quel fratello per il quale ha la certezza che non poteva esistere uomo al mondo che gli fosse più caro. E’ la sua ultima e delirante idea ossessiva: lo scruta in ogni occasione alla ricerca di qualche elemento che possa confermare i suoi timori, analizza i suoi comportamenti alla luce dei suoi oscuri presentimenti.

 
letto nel gennaio 2010

 

lunedì 3 novembre 2014

Il mare non bagna Napoli



Anna Maria Ortese nacque a Roma nel 1914, però Napoli può ben considerarsi la sua vera città, dove visse per molti anni e da cui trasse la sua maggiore ispirazione letteraria. Una città dove tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione...”. Così scriveva nel 1950, in un suo libro di racconti intitolato “L’infanta sepolta”.

Il Mare non bagna Napoli – che si aggiudicò il premio speciale per la narrativa nell’edizione del Viareggio 1953 – è una raccolta di 5 brevi racconti che hanno come tema narrativo le difficili condizioni socio-economiche della Napoli dell’immediato dopoguerra. Un mondo, quello napoletano degli anni ‘50, che “è meglio non vederlo che vederlo”, come sostiene una povera madre rivolta alla figlia cieca, nel primo racconto che si intitola “Un paio di occhiali”.

E ciò che era meglio non vedere, lo racconta – anzi lo denuncia - questa scrittrice poco ascoltata, invisa all’élite culturale del suo tempo,  la quale, girando per le vecchie e poverissime vie di Napoli ebbe modo di soffermarsi su quella realtà estremamente indigente e diseredata. Nessuna parola può valere la sua dura, spietata, lucida, toccante narrazione, di cui riporto un piccolo e significativo assaggio tratto dal terzo racconto, “Oro a Forcella”:

“…Come già a Forcella, non avevo visto ancora tante anime insieme, camminare o stare ferme, scontrarsi e sfuggirsi, salutarsi dalle finestre e chiamarsi dalle botteghe, insinuare il prezzo di una merce o gridare una preghiera, con la stessa voce dolce, spezzata, cantante, ma più sul filo del lamento che della decantata allegria napoletana. Veramente era cosa che meravigliava, e oscurava tutti i vostri pensieri. Sgomentava soprattutto il numero dei bambini, forza scaturita dall’inconscio, niente affatto controllata e benedetta, a chi osservasse l’alone nero che circondava le loro teste. Ogni tanto ne usciva qualcuno da un buco a livello del marciapiede, muoveva qualche passetto fuori, come un topo, e subito rientrava. (…) Alla base del vicolo, come un tappeto persiano ridotto ora tutto grumi e filamenti, giacevano frammenti delle immondizie più varie, e anche in mezzo a queste sorgevano pallide e gonfie, oppure bizzarramente sottili, con le grosse teste rapate e gli occhi dolci, altre figurette di bambini. Pochi quelli vestiti, i più con una maglietta che scopriva il ventre, quasi tutti scalzi e con dei sandaletti di altra epoca, tenuti insieme a furia di spago. (…) Cercare le madri, appariva follia. Di tanto in tanto ne usciva qualcuna da dietro la ruota di un carro, gridando orribilmente afferrava per il polso il bambino, lo trascinava in una tana da cui poi fuggivano urli e pianti, e si vedeva un pettine brandito in aria, o una bacinella di ferro appoggiata su una sedia, dove lo sfortunato era costretto a piegare la sua dolorosa faccia. Faceva contrasto a questa selvaggia durezza dei vicoli, la soavità dei volti raffiguranti Madonne e Bambini, Vergini e Martiri, che apparivano in quasi tutti i negozi di San Biagio dei Librai, chini su una culla dorata e infiorata e velata di merletti finissimi, di cui non esisteva nella realtà la minima traccia. Non occorreva molto per capire che qui gli affetti erano stati un culto, e proprio per questa ragione erano decaduti in vizio e follia; infine, una razza svuotata di ogni logica e raziocinio, s’era aggrappata a questo tumulto informe di sentimenti, e l’uomo era adesso ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza. Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all’Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, e lo ricordava…”

E’ una scrittrice ormai dimenticata, che meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto per la sua grande libertà di pensiero. Le sue idee non sempre erano in linea con il mondo intellettuale dell’Italia dell’epoca, che lei criticò aspramente infischiandosene delle reazioni negative. Subì, in vita, un forte ostruzionismo e finì per essere osteggiata ed emarginata un po’ da tutti; morì a Rapallo nel 1998, in solitudine e povertà, con il vitalizio della legge Bacchelli che, come sappiamo, aiuta economicamente ancora oggi gli artisti in difficoltà.

sabato 25 ottobre 2014

Gli inetti al potere



Quando mi capita di vedere in televisione certi ministri e certi parlamentari ( a dir la verità cerco sempre di evitarli, per non rattristarmi), i quali dall’alto dei loro prestigiosi e strapagati incarichi istituzionali sciorinano in ogni occasione - con saccenteria e senza alcuna vergogna - le solite ovvietà spacciandole per grandi competenze, non posso non pensare a quello che diceva un poeta cinese, un certo Su Shih della dinastia Song, vissuto intorno all’anno 1100: “ogni famiglia, quando nasce un bimbo, lo vuole intelligente. Io con la mia intelligenza ho sofferto e mi sono rovinato tutta la mia vita. Spero solo che il mio bimbo sia stupido e ignorante: coronerà così una vita placida diventando ministro”.
Evidentemente, tale assunto avrà ispirato anche i genitori di alcuni degli attuali politici e amministratori pubblici, visto che quest’ultimi- da bambini stupidi e ignoranti quali erano - hanno potuto coronare la loro vita diventando ministri senza soffrire, così come si augurava per il figlio quel poeta cinese della dinastia Song. Stupidi si, ma ricchi e felici, considerato che lo stipendio medio lordo di un parlamentare sfiora i 20.000 euro. E già, perché la stupidità, la cialtroneria, la scarsa intelligenza, oltre a costituire “titoli di merito” per scalare le vette più alte della politica, pare che preservino pure dalle sofferenze e dagli affanni della vita. Ma non era solo il poeta cinese a pensarla così. C’è un famoso passo della Bibbia (nel libro di Qoelet) che recita: “grande sapienza è grande tormento; più intelligenza avrai, più soffrirai”. Vi risulta che i nostri politici, da come ci governano, siano intelligenti? O che abbiano grande sapienza? O che soffrano? La stupidità, l’incompetenza, l’ottusità dei loro cervelli sono una sorta di vaccino che li rende immuni da qualsiasi difficoltà dell’esistenza, da qualsivoglia angoscia esistenziale. Osservateli questi governanti nelle varie trasmissioni televisive: sono sempre sereni e felici; sorridono sempre, soprattutto le ministre. Essi restano imperturbabili anche di fronte ad una sciagura, anche quando un’alluvione distrugge un intero paese, anche quando le famiglie si ritrovano senza lavoro: loro non sono mai responsabili di quanto accade. E se c’è una responsabilità, ebbene questa appartiene sempre a qualcun altro.

Il politico, anche dinanzi a domande sgradevoli che lo inchiodano alle proprie responsabilità (a dire il vero di siffatte domande, da parte di un giornalismo sempre più asservito al potere, ne riceve davvero poche), non si scompone minimamente e sorridendo, ci illumina dicendo che “il paese ha bisogno di riforme, che non possono più essere rinviate”; ci spiega che “senza crescita economica le diseguaglianze sociali aumenteranno”; ci chiarisce che “ è disponibile al confronto con l’opposizione e le parti sociali”; ci fa capire che “ affermare che i politici dovrebbero prendere quanto gli altri lavoratori è solo demagogia”. E si potrebbe continuare all’infinito con queste frasi fatte e con tutte le altre banalità che vanno bene per ogni situazione.
Sconfiggere verbalmente il politico è un’impresa davvero impossibile. Odiarlo non serve a nulla. Dileggiarlo col sarcasmo e l’ironia non scalfisce le sue “certezze”, le sue ardite autoassoluzioni. Lui rimane impassibile, freddo, distaccato: ha sviluppato – dopo tantissime legislature e infinite battaglie verbali - una scorza talmente dura che difficilmente si piega. Tutto gli scivola addosso. La sua forza vincente sta nel fatto di non vedersi come noi lo vediamo, cioè incapace, né di dubitare mai di se stesso. Colpito dalle nostre invettive o dagli strali (finti) del giornalista di turno, resterà sempre in bilico, senza mai cedere, roteando all’infinito su se stesso e mostrando un ghigno folle e insulso, che lo libera da qualsiasi incertezza, da qualunque scrupolo di coscienza. E noi cittadini soffriamo in preda alla più cupa frustrazione.

Ricordate il principio di Peter, noto anche come principio di incompetenza?. E’ una tesi che sarebbe paradossale se non fosse vera e che riguarda le dinamiche di carriera all’interno di un’organizzazione gerarchica, formulata da uno psicologo canadese, tale Laurence Peter. Secondo me questo principio viene applicato anche in politica, altrimenti non si capisce perché ci siano tanti incompetenti. Peter afferma che “ in qualsiasi gerarchia, ognuno tende a salire di grado, finché non raggiunge il suo livello di massima incompetenza; pertanto ogni incarico elevato è destinato a finire nelle mani di un incapace”. In altre parole, se un cittadino svolge molto bene la sua attività lavorativa – facendo l’impiegato o l’avvocato o il medico, ecc. – passo dopo passo questo lavoratore farà la sua bella carriera all’interno dell’organizzazione in cui presta la sua opera. Scalando questa piramide, otterrà incarichi con un grado di difficoltà sempre superiore alle sue effettive competenze e capacità (per esempio verrà promosso Ministro della Repubblica). A questo punto la sua carriera avrà raggiunto l’apice e, pur essendo totalmente incompetente, non verrà mandato via ma conserverà quella poltrona per la quale si è dimostrato inadatto. E se proprio dovrà essere rimosso, allora gli verrà dato un incarico superiore. Così funziona la politica in Italia.

lunedì 20 ottobre 2014

Un omaggio agli innamorati dei libri



Non conoscevo lo scrittore ceco Bohumil Hrabal, morto a Praga nel 1997: sono rimasto attratto inizialmente dal bel titolo del suo libro “Una solitudine troppo rumorosa”. Succede quando mi capita tra le mani un testo di cui non so nulla: il titolo è il primo elemento che mi colpisce e mi spinge a  sfogliarlo; oppure a scartarlo.

Il libro è un monologo triste e crudele, tenero e amaro nello stesso tempo, poetico, con venature di piacevole ironia.

E’ la mia love story, così la chiama Hanta, il protagonista del romanzo, un uomo solitario che da 35 anni lavora in uno scantinato di un vecchio palazzo di Praga pressando carta vecchia e libri mandati al macero e bevendo ettolitri di birra, forse per dimenticare la sua condizione di solitudine. “..in questi trentacinque anni ho bevuto tanta birra che formerebbe una piscina da cinquanta metri…”.

Un libro, sotto certi aspetti, autobiografico, duro e appassionato: lo scrittore ceco, infatti, per un breve periodo della sua vita aveva lavorato ad una pressa meccanica ed anch’egli, come il personaggio del suo romanzo, era un grande bevitore di birra.

Hanta si nutre di libri, come i topi che affollano lo scantinato in cui lavora “tutti i topi hanno in comune con me il fatto che si nutrono di caratteri, ciò che trovano più saporito sono Goethe e Schiller rilegati in marocchino” e prima di distruggerli - trasformandoli in parallelepipedi pressati che lui ama avvolgere e ricoprire con riproduzioni di celebri dipinti, quasi a volerli ingentilire e dare loro un tocco artistico - quei libri li legge, li sfoglia, li accarezza, beve i pensieri in essi contenuti. “...Contro la mia volontà sono istruito e neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi 35 anni mi sono connesso con me stesso e con il mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene “ .

I libri più importanti, quelli che meritano di essere salvati perché contengono idee e pensieri eterni, Hanta li salva dalla distruzione ed ogni sera, quando ritorna a casa, riempie la sua borsa di quel prezioso carico. E’ una sorta di premio che si concede quotidianamente. La sua casa è stracolma di libri, accatastati ovunque c’è spazio libero, incombono in ogni anfratto vitale: in cantina, in soffitta, in cucina, nel bagno, nelle camere. Una enorme biblioteca, con testi che arrivano fino al soffitto: “due tonnellate di libri ho portato a casa in questi trentacinque anni”. Ama i volumi che rappresentano il sapere, la conoscenza e in essi si immedesima, così come ama il suo lavoro e la sua vecchia pressa meccanica. E’ soddisfatto e, anche se puzza di birra e di sporcizia, è felice perché in borsa porta a casa sempre quei libri salvati dai quali si aspetta che a sera da loro apprenderà qualche cosa che ancora non sa. Predilige i libri di filosofia, quindi Erasmo da Rotterdam, Kant, Schiller, Nietzsche. Il nostro personaggio vive in una sorta di solitudine popolata di pensieri, quasi a voler immedesimarsi nell’eternità che solo le grandi opere dell’ingegno umano sanno dare, si astrae dalla realtà, ha un continuo dialogo con i grandi, che hanno saputo lasciare una traccia importante del loro passaggio attraverso quei libri che lui ha cura di salvare dal macero, dalla insensibilità e dalla negligenza degli uomini. Un omaggio ai libri e alla lettura.

Ma i tempi cambiano e il protagonista, dopo trentacinque anni di lavoro, deve fare i conti con la nuova realtà produttiva efficiente e inumana. Il suo lavoro amorevole e artigianale è destinato a trasformarsi, a modificarsi. Era abituato a lavorare alla vecchia maniera, con le mani e senza guanti, a puzzare, a bere birra e a salvare i suoi libri che tanta gioia gli avevano donato in tanti anni di lavoro e non riusciva a comprendere ed accettare i nuovi macchinari, le nuove logiche produttive. Credeva che quella vecchia pressa meccanica andasse in pensione con lui, che non lo abbandonasse mai. Pertanto, all’arrivo di due nuovi giovani operai, vestiti elegantemente con guanti e berretti americani arancioni e in tuta azzurra - espressione del nuovo potere dominante e industriale, indifferente alla cultura e ai libri, ma attento invece ai ritmi produttivi - il protagonista si culla nella vana speranza che la sua vecchia pressa testimone di tante ore passate insieme “avrebbe scioperato, si sarebbe data malata”. Ma così non è…
 

letto nel gennaio 2010

domenica 12 ottobre 2014

Applausi al morto



Viviamo in una società dove i mezzi di informazione – in primis la pubblicità - celebrano, incessantemente, il trionfo del corpo sano e giovane, rigettando qualsiasi immagine e qualsivoglia riferimento legati alla fine naturale di quel corpo; rifiutano ogni aspetto che possa far pensare alla morte. Anche gli anziani vengono presentati in atteggiamenti giovanili – magari con una bella e forte dentiera che frantuma con un solo morso una mela o con un apparecchio acustico per sopperire alla perdita dell’udito -  però sempre scattanti e propositivi, come se davanti a loro avessero ancora un’intera vita da consumare. La televisione, poi, si rivolge di continuo a un telespettatore che è essenzialmente un consumatore - qualunque età egli abbia – e gli parla di vita e mai di morte. Come se il trapasso non esistesse e non facesse parte della vita.
Eppure – nonostante blandisca persone sempre più passive, disposte a farsi adescare senza reagire - la TV ci ha ormai abituati a guardare anche la morte. Anzi lo spettacolo della morte.

Io credo che nessuno, prima dell’avvento della televisione, abbia mai assistito a tanti omicidi e a tanti funerali - tra film e orrori legati alla cronaca nera di tutti i giorni – quanti ne sono riservati a un normale cittadino della nostra epoca. Da un lato c’è il tentativo di fuggire dalla morte, di nasconderla agli occhi dei telespettatori, di evitarla in tutti i modi, mentre dall’altro irrompe ineluttabilmente sullo schermo televisivo come un vero spettacolo. La morte viene mostrata nelle sue varie ed innumerevoli  rappresentazioni; domina la fiction, naturalmente, ma l’informazione di sciagure, di massacri familiari, di efferati omicidi in questi ultimi tempi non sono da meno ed occupano sempre più spesso le prime pagine dei giornali e degli spettacoli televisivi di intrattenimento. E’ quasi sempre una morte drammatica, per uccisione o per incidente, condita con dovizia di particolari davvero raccapriccianti. Tanto per fare un esempio: se un aereo precipita in mare causando la morte di tutti i passeggeri, non ci sarebbe la necessità di indugiare su macabri particolari, perché ognuno di noi è in grado di immaginare la tragica sorte toccata a quelle persone. Tuttavia, pur di rendere lo spettacolo più forte e morboso, la telecamera si sofferma sui resti umani che galleggiano sull’acqua e quelle immagini vengono date in pasto ad un pubblico sempre più vorace ed esigente.
Tragedie che generano angoscia ma nello stesso tempo ci tranquillizzano perché non ci toccano direttamente, le osserviamo sgomenti ma ne usciamo liberati perché sono morti che appartengono ad altri.

Ma la cosa più aberrante si verifica dopo, a disgrazia avvenuta, quando tutti i mezzi di informazione ne hanno diffusamente parlato: succede che orde di curiosi – spinti dalle immagini televisive e dagli innumerevoli spettacoli pomeridiani dedicati all’evento - si rechino come in una gita domenicale sui luoghi del disastro, o dell’incidente, o dell’efferato delitto passionale a caccia di morbose curiosità, immortalando l’avvenimento con fotografie e filmini da mostrare ai loro amici e familiari che non hanno avuto questa possibilità. E se è presente anche la telecamera, allora qualche attimo di notorietà è assicurato. Potranno salutare con la manina e testimoniare la loro effettiva presenza sul luogo dello spettacolo.
Io di fronte a queste oscene esibizioni mi domando sempre: ma è la televisione a creare interesse per questo genere di informazione, oppure tale comportamento è dettato da un normale bisogno dell’animo umano nell’immedesimarsi in tragedie che si ripetono, purtroppo, da sempre? Sono i giornalisti con i loro servizi e con le loro telecamere impietose che fanno di una disgrazia uno spettacolo televisivo, o sono piuttosto i telespettatori che cercano emozioni sempre più forti? E come qualsiasi spettacolo che si rispetti – in presenza di una telecamera - non possono mancare gli applausi: e sono quelli che vengono tributati immancabilmente alla bara che esce dalla chiesa. Ma che significato hanno gli applausi durante un funerale? L’applauso dovrebbe sottolineare un momento di gioia non di dolore, è rivolto ai vivi non ai morti. Ma è possibile che per esprimere partecipazione e dispiacere si debba applaudire come allo stadio o al teatro? Non sarebbe un comportamento più rispettoso restare in silenzio?

Mi vengono in mente le parole scritte da Antonio Scurati nel suo romanzo “Il sopravvissuto”: “Terminata la messa funebre, un applauso fragoroso e assurdo accolse le sette bare all’uscita della chiesa. In verità non c’era nulla di così sorprendente in quel battimano rivolto a dei cadaveri. Educata da milioni di ore trascorse davanti alla televisione, quella gente reagiva di fronte a ogni evento dell’esistenza, fosse anche gravemente luttuoso, con l’unico comportamento richiesto al pubblico televisivo: l’applauso”.

sabato 4 ottobre 2014

Rendere bello l'ospedale serve al bene



“…Un ospedale, oltre all’efficienza delle strutture, deve proprio contemplare una dimensione affettiva che compensi il malato di ciò che ha perduto, non solo la salute, quindi, ma i famigliari, gli affetti, che sono essenziali. E’ la cosa più importante: la dimensione umana, riflesso di quella umanistica. (…) Ma non basta che una cosa funzioni: occorre anche che una cosa sia bella, che corrisponda a un’esigenza interiore, e questa esigenza non è appunto quella della mera funzionalità. Il funzionalismo e il razionalismo hanno molto spesso ridotto l’uomo a una macchina che alla fine del lavoro deve essere parcheggiata come un’automobile in un deposito per essere umani. Questo ha distrutto il senso stesso dell’architettura. (…)
La sanità è una condizione normale, che non avverti. La malattia non la puoi scegliere: ti accade, è una violenza che tu subisci senza poter far nulla. Non puoi dire: scelgo tra l’essere sano e l’essere malato. La sanità ti accade e non la senti, la malattia ti accade e la senti. (…)

L’ospedale, come la prigione, è un luogo che cristianamente mira alla riparazione, alla possibilità (ma questo non capita quasi mai in prigione…) che uno ne esca migliorato. Non un luogo della scelta, ma della necessità. Quindi, la bellezza è un sostegno che consente di renderti più disponibile a guarire, a non lasciarti prendere dalla malattia, a non abbandonare la resistenza, a non lasciarti morire. L’ambiente, illuminato dalla bellezza, ti mette in buona disposizione rispetto alla guarigione. Ecco perché abbiamo detto, citando autori del passato, che un ospedale deve essere bello come una reggia, tale che anche un re sano possa andarci e starvi bene come fosse in vacanza. Se in una stanza di ospedale c’è un quadro o una piccola biblioteca, venti o trenta libri, il malato vede ricrearsi intorno a sé un ambiente che ha a che fare con la normalità, con la quotidianità, con il benessere. Rendere bello l’ospedale serve, cioè, al bene. E’ quello che hanno fatto le strutture ospedaliere del Quattrocento in poi. Perché il tema dell’assistenza è un tema sociale, civile. E’ la risposta della società al bisogno individuale urgente, improvviso, come è la malattia. La risposta della solidarietà umanistica. Se l’ospedale è un luogo di costrizione, quella costrizione deve essere allora temperata dalla bellezza. Diceva Palladio, delle sue architetture, che dovevano essere tanto comode quanto belle. “Perfettamente commode e onestamente belle”. E un ospedale, perciò, dev’ essere tanto comodo quanto bello, per le ragioni che ho appena esposto. Ricordiamo però che non si tratta di una bellezza messianicamente intesa, la bellezza estrema di una visione consolatoria, come in Morte a Venezia di Thomas Mann, quando il protagonista sta morendo e vede in lontananza il giovane Tadzio che gli piaceva…La bellezza negli ospedali è una bellezza funzionale alla sanità, al bene, alla guarigione. Uno strumento per un fine. Contro la fine”

(tratto da “Il bene e il bello” di Vittorio Sgarbi)