lunedì 24 aprile 2023

Pavese attraverso le lettere

 


Quando finisco di  leggere un romanzo di un grande scrittore mi piace frugare – diciamo così - tra le pagine di qualche altro suo scritto precedente o successivo, alla ricerca di un possibile collegamento. E devo dire che questa sorta di connessione la ritrovo quasi sempre, perché i libri dello stesso autore sono legati tra loro dalla medesima impronta stilistica, o meglio da un filo narrativo che li rende, in qualche maniera, riconoscibili. Tali sono i libri di Cesare Pavese. Questo per dire che, dopo aver letto “Prima che il gallo canti” – di cui ho parlato pochi giorni fa -  ho avvertito la necessità di addentrarmi tra le sue lettere scritte nel corso della sua vita, che spesso anticipano temi e personaggi dei suoi libri e si configurano come un diario pubblico, una sorta di tormentato testamento spirituale, insieme al “Mestiere di vivere”.

Leggendo le missive scritte da Pavese ai suoi amici e conoscenti, alla sorella, ai colleghi, alle donne di cui si era innamorato, si può seguire, passo dopo passo, la sua formazione professionale, i suoi primi successi letterari, ma anche le sue vicende più intime, le sue inquietudini, la solitudine che mai lo abbandonerà, nonché il doloroso evolversi dei suoi burrascosi sentimenti. Diversamente da quel suo personaggio (Clelia) del romanzo “Tra donne sole”, che dice di non riuscire a leggere un libro con risvolti autobiografici perché ha l’impressione di aprire le lettere degli altri e mettere il naso nei loro affari, io sono un cultore degli epistolari: mi piace “mettere il naso” tra le carte private dei grandi scrittori perché credo sia l’unico modo per conoscerli meglio. E il carteggio tenuto da Pavese, che ha uno straordinario valore letterario, ne costituisce la testimonianza. Il primo a dirlo fu Mario Sturani, un suo amico: considerava le sue lettere “dei veri capolavori letterari, delle poesie liriche, delle sinfonie, dei miracoli”.

La cosa che più colpisce, leggendole, è quel suo “vizio assurdo” di auto-annientamento, quel pensiero fisso di volersi suicidare che sempre lo tormentava. Aveva solo 19 anni quando, in una drammatica poesia inviata proprio al suo amico Sturani, scritta “alle tre del mattino, dopo una serata errabonda e tre ore di crisi meditativa nella mia stanza”, affiora in Pavese - per la prima volta - la tentazione di farla finita con una pistola: immaginava “il sussulto tremendo” dopo averla appoggiata contro una tempia “per spaccarmi il cervello”. E ancora al suo amico di liceo Tullio Pinelli scriveva nel 1927: “Oh, un giorno ne avrò bene il coraggio! Lo vagheggio di ora in ora tremando. E’ il mio ultimo conforto. Scrivimi qualcosa, voglio sentire sentire, son troppo solo, mi smarrisco”.

Dalle lettere, Pavese appare come un uomo tormentato e schivo che non si sente per niente appagato e felice. E soffre, per i suoi “desideri più lancinanti” o per le sue “disperazioni più vili”. In una lettera indirizzata al suo professore di Liceo Augusto Monti, si lamenta che non ha niente da fare e conduce “un’esistenza vilissima e ormai m’accorgo di non saper più uscire dal pantano della mia anima”. Parlando di arte, dice che “è la più alta delle attività umane e porta l’uomo più di ogni altra cosa vicino alla divinità”. Però, prima di giungere al capolavoro, l’artista subisce una sorta di “maceramento dello spirito” che finisce per logorarlo. “Per vivere – scrive sempre a Monti – bisogna aver forza e capire, saper scegliere. Io non ho mai saputo far questo. Come non capisco niente di politica così di tutti gli altri tramenii della vita”. Le lettere alla sorella Maria mostrano un Pavese più disteso, più dolce, più ironico, nonostante le sue avversità. Si trova nelle Carceri Nuove di Torino quando le scrive il 18 maggio 1935: “Qui si sta come in convento e sono tutti gentilissimi, meno la porta. Quando uscirò, saprò che cosa pensare della mia vocazione religiosa: se posso decidermi a fare il frate o no (…) In questa prigione non manca niente. C’è persino un ragno che conto di addomesticare, e, se Dio vuole che ci resti, quest’estate acchiappargli le mosche. Fra poco coltiverò una pianticella sul davanzale”.

Pavese viene poi mandato al confino a Brancaleone Calabro. Sempre alla sorella scrive il 9 agosto 1935: “Il viaggio di due giorni, con le manette e la valigia, è stata una impresa di alto turismo. Ormai il nome della famiglia è irrimediabilmente compromesso”. E all’amico Sturani, sempre da Brancaleone: “Ho quindi comperato una bella corda, l’ho adattata a nodo scorsoio, e tutte le mattine la insapono per tenerla pronta”. Ma subito dopo precisa: “Mi serve a guadagnarmi un po' di carne, quando i vicini mi chiameranno a prender parte all’impiccagione del maiale, che sta ora ingrassando in rigorosa castità”. E sempre a Sturani, tra il serio e il faceto: “qui sto bene, mi trattano con ogni civiltà, sono pagato per non far niente, realizzo insomma il mio ideale di vita”. Pavese vive tra i libri e parla spesso di libri “che sono come i figli…si conoscono solo una volta fatti, quando insomma non si è più a tempo a farli meglio. Occorrerà se si vuole riparare farne degli altri”. E, naturalmente, non mancano le lettere, a volte struggenti, a donne amate o solo vagheggiate: ad una ragazza che si firma Dinah “Noi non ci amiamo, Dinah. E nemmeno lo diciamo a noi stessi. Ci cerchiamo, così, per simpatia…”; a Milly, una famosa soubrette “Io la conosco, signorina, la conosco, ripeto, ma così, di sfuggita, l’ho seguita, l’ho osservata a lungo, talvolta, ma senza mai osare avvicinarla…Io non sono che un comunissimo studente di 19 anni”; a Fernanda Pivano “non ci si uccide per amore di una donna” le scriveva tormentato dalla sua relazione delicata e complessa; a Pierina: “Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo?”; a Constance Dowling, attrice americana con cui ebbe un rapido flirt: “Ti amo…cara Connie, di questa parola so tutto il peso – l’orrore e la meraviglia – eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me”. La sua ultima lettera la scrive a Davide Lajolo, la sera del 25 agosto 1950: “Ora non scriverò più! Con la stessa testardaggine, con la stessa stoica volontà delle Langhe, farò il mio viaggio nel regno dei morti”. Nella notte tra il 27 e 28 agosto 1950, Pavese si uccide in una camera d’albergo di Torino inghiottendo numerose bustine di sonnifero. Il suo ultimo messaggio sul frontespizio de “I dialoghi con Leucò”: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate molti pettegolezzi”


giovedì 13 aprile 2023

Quei libri che aspettano di essere letti

 


Io credo che tutti coloro che amano i libri ne posseggano più di quanti ne abbiano già letti. E io sono tra questi: ne avrò letti un migliaio (o forse meno) ma altri sono pazientemente in attesa e altri ancora ne arriveranno sulla mia libreria. Sono pochi? Sono tanti? Sinceramente non lo so. Pare che Sant’Agostino avesse letto solo trecento libri: ma erano altri tempi e i libri allora erano cosa rara.

Raccontava Umberto Eco che quando i suoi ospiti andavano a trovarlo, rimanevano sempre sbalorditi dai suoi 30mila volumi che tappezzavano le pareti di casa. E ogni volta gli chiedevano se li avesse letti tutti. E lui, irritandosi un pò, rispondeva di no. E non poteva essere diversamente, visto che è umanamente impossibile - anche per un lettore insaziabile - poter leggere un numero così esorbitante di libri, seppure nel corso di un’intera esistenza. E allora – mi domando - perché Umberto Eco continuava a riempire la sua casa di libri, cosa che facciamo anche noi nel nostro piccolo, pur sapendo che non avremo la possibilità di leggerli tutti? Perché non ci accontentiamo di quelli che abbiamo, provando magari a rileggerli una seconda volta, anziché affollare inutilmente i nostri scaffali di altri volumi che non sfoglieremo mai?

Mi piace pensare che, forse, amiamo collezionarli, come si fa con altri oggetti; ci danno comunque degli stimoli intellettuali, anche solo a guardarli in fila sugli scaffali; e chissà, forse ci spingono a osare, a leggere sempre di più, ad andare oltre le nostre conoscenze e i nostri limiti; senza dimenticare che certi libri li abbiamo comprati solo perché attratti dalla copertina o dal titolo; e poi, diciamocelo, ci piacciono quei ripiani che traboccano di libri letti e non letti, alti e bassi, appena comprati e vecchie edizioni introvabili, parcheggiati in doppia fila e accatastati gli uni sopra gli altri, libri belli che si fanno rileggere e libri brutti che si fanno apprezzare solamente per il colore della copertina.


lunedì 3 aprile 2023

Pavese non si legge: si può soltanto rileggere

 


Tra i pochi privilegi che riserva la “vecchiaia” c’è sicuramente quello di poter rileggere certi libri ricordi di gioventù, dopo aver avuto tutto il tempo per dimenticarli, seppure solo parzialmente per non sentirsi completamente smemorati. Nabokov sosteneva che non si può leggere un libro, lo si può soltanto rileggere perché leggerlo una volta sola è quasi come non aver letto affatto. Solo a una terza o quarta lettura riusciamo a possederlo mentalmente nella sua interezza. Io, per esempio, con “Prima che il gallo canti” di Cesare Pavese sono già alla terza. E non è detto che sia l’ultima! Lo lessi la prima volta durante gli anni del liceo, quando leggere Pavese era quasi un obbligo: e mi piacque. Però la giovane età non mi consentì di cogliere certe essenziali sfumature per comprenderlo al meglio. Se in seguito lo ripresi, è perché mi aveva lasciato dentro qualcosa di profondo, su cui mi piaceva ritornare. Ed ora eccomi al terzo giro che nasce da una curiosa coincidenza: sfogliando, giorni fa, la mia vecchia e ingiallita e sottolineata e sbrindellata edizione del 1969 (Oscar Mondadori Lire 750), mi sono accorto che mancavano all’appello le ultime pagine dell’ultimo capitolo. Chissà dove saranno andate a finire! Potevo mai rimanere indifferente di fronte a questa mancanza, visto che non ricordavo neanche come andasse a finire? E allora mi sono recato in libreria a comprarlo, scegliendo una bella edizione pubblicata da Garzanti e riccamente commentata dal critico letterario Gabriele Pedullà. Ora, sarà stata la nuova veste grafica, sarà stata pure l’occasione di avere tra le mani un romanzo letto in età giovanile – e si sa quanto gli amori giovanili durino poco ed abbiano una scadenza breve, come il latte - fatto sta che ho avuto come l’impressione di leggere Prima che il gallo canti per la prima volta. E devo dire che è stata una gradita e piacevole sorpresa. Qualche lettore un po' malizioso direbbe che si tratta proprio di uno scherzo della vecchiaia che, fiaccando in profondità la memoria, ti fa dimenticare pure ciò che hai mangiato a pranzo. Figuriamoci un libro letto tanti anni prima. Certo, l’entusiasmo provato la prima volta è senz’altro diverso da quello di oggi, perché il trascorrere del tempo cambia anche le nostre percezioni. E questo mi fa pensare che se formuliamo un giudizio definitivo su un libro non possiamo, poi, appassionarci su ciò che ha da offrirci nel momento in cui andiamo a rileggerlo.

Comunque sia, io credo che i libri che più amiamo (a contarli non sono poi molti), che teniamo sempre a portata di mano e che si fanno prendere soprattutto in certi particolari momenti della nostra vita, non si scordano mai. Si fanno leggere e rileggere anche a distanza di tempo e ogni volta rinnovano emozioni, ricordi, sentimenti.  Sono come quelle vecchie canzoni senza tempo che non ti stanchi mai di ascoltare. Prima che il gallo canti è un libro che non ti fa sentire mai solo nonostante parli della solitudine dell’uomo, dei tormenti della sua coscienza, della sua inadeguatezza esistenziale. Anzi, ha proprio la capacità di sortire l’effetto contrario sul lettore perché sa conquistare la sua complicità. E il lettore arriva anche a riconoscersi nel malessere del protagonista del libro fino a scoprire che quel malessere, quella condizione di solitudine, quei nodi conflittuali e tormentati dell’esistenza sono anche i suoi.

Prima che il gallo canti comprende due racconti scritti da Pavese a distanza di quasi dieci anni l’uno dall’altro: Il carcere, che trasfigura l’esperienza del suo confino in un paesino della Calabria (Brancaleone Calabro); e La casa in collina che affronta la sua mancata partecipazione alla Resistenza, il tradimento cui allude il titolo del romanzo, tratto dal famoso brano del Vangelo. Il carcere, per Pavese, più che un luogo fisico è uno stato d’animo, un modo di sentire e di stare al mondo; simboleggia un sentimento di estraneità che lo isola dalla realtà e lo accompagna come un’ombra per tutta la vita. E questa consapevolezza emerge dalle parole del protagonista del romanzo - Stefano, alias Pavese - quando dice: “Le nuvole, i tetti, le finestre chiuse, tutto in quell’attimo era dolce e prezioso, tutto era come uscire dal carcere. Ma poi? Meglio restarci per sognare di uscirne, che non uscirne davvero”. Il carcere si identifica, quindi, con la vita stessa. Ed è una condizione esistenziale che forse non risparmia nessuno. Ma solo pochi la riconoscono, questa condizione - e tra questi gli scrittori che la sublimano -  mentre i più la vivono, ignari. Anche La casa in collina ha un suo significato metaforico che va oltre il racconto dei bombardamenti su Torino durante l’ultima guerra: è il luogo dell’anima dove Corrado - l’altro Pavese – si rifugia per scappare dalle sue responsabilità, dai suoi rimorsi, dalle sue paure. E’ il luogo che lo protegge, al riparo dai pericoli della vita ma anche dai legami umani. E chi, almeno una volta nella vita, non ha sentito quel bisogno di fuggire dal mondo? E, forse, di fuggire da sé stessi?


sabato 25 marzo 2023

Confessioni di un telefono fisso

 


Sono un telefono fisso con rotella e cornetta ancora collegato a un cavo, il mio cordone ombelicale. Da un po' di tempo a questa parte mi sento sordo e muto: ricevo pochissime telefonate e ne faccio ancora di meno. Mi considerano superato, da quando ha fatto irruzione sul mercato un mio fratellastro che non mi somiglia affatto: lo smartphone. Infatti non ha numeri e non ha tasti. E non è mai lo stesso, perché il modello cambia di continuo. E poi non sta mai fermo e fisso in un posto, ma sempre in movimento in mano al suo padrone devoto. Basta toccarlo o solo sfiorarlo con un dito e lui parte e fa di tutto e di più. Raramente squilla come faccio ancora io, però può vibrare o mettersi a cantare o suonare la marcia di Radetzky o la sinfonia n. 9 di Beethoven. Quel trillo tradizionale non piace più a nessuno: ricorda troppo il passato. E il passato, nell’immaginario collettivo, fa schifo.

Sono destinato a sparire come un dinosauro - così dicono - insieme a quei quattro utenti che si ostinano ancora ad usarmi nel chiuso dei loro appartamenti, intolleranti alla dittatura della telefonia mobile. E pensare che fino a qualche anno fa ero il protagonista assoluto, bene in vista sul tavolino di legno massello all’ingresso di ogni casa, con accanto l’immancabile guida telefonica, la mia memoria storica. Ero l’unico addetto nei rapporti comunicazionali. Per strada ero pure disponibile all’interno di un’apposita cabina, che mi proteggeva da orecchie e occhi indiscreti. Se ne vede ancora qualcuna in giro, risparmiata dai soliti atti vandalici. In casa, poi, appartenevo indistintamente a tutta la famiglia; passavo da una mano all’altra, da un orecchio all’altro: custodivo i pensieri segreti e quelli svelati di ogni componente familiare. Avevo una mia riservatezza da tutelare, una mia dignità: sempre equilibrato, educato, non squillavo mai a sproposito, nessuno mi usava in orari impossibili. E se proprio qualcuno chiamava per telefonate urgenti (oggi tutto è diventato urgente) si scusava con l’interlocutore per il disturbo arrecato. Nessuno si sognava di fare telefonate inutili. Tutto l’opposto di questo mio invadente fratellastro, che ama mettersi in mostra in ogni occasione e farsi osservare e sentire e maledire (soprattutto da chi non lo sopporta) nei luoghi pubblici e affollati. Lui crede di essere sempre autorizzato a rompere le scatole in qualsiasi ora del giorno e della notte. Vuole sapere dove ti trovi; e che stai facendo? e con chi stai? e dove vai?; e se malauguratamente non rispondi o lo spegni, devi pure giustificarti con scuse ridicole, tipo “non c’era campo”…”ero in galleria”…”avevo la batteria scarica”. Lui ama pedinare, spiare, fotografare e ti costringe a guardare quel suo piccolo schermo che è un pozzo senza fondo, da cui nessuno sa più distogliere lo sguardo. Quel “pronto chi parla?” di antica memoria si è trasformato in uno sfacciato “dove sei?”. E’ un impiccione, il mio sostituto, incurante di qualsiasi riserbo.

Sto per sparire, questo lo so. E quando mi taglieranno definitivamente quel filo che ancora mi tiene in vita, sarò costretto a lasciare, senza contatti, quelle persone all’antica che mi sono rimaste legate e mal sopportano l’idea di telefonare per strada, sui mezzi pubblici, nei locali superaffollati, come i tanti invasati che si vedono in giro. Mi troverete abbandonato nei mercatini dell’usato, dove già è massiccia la mia presenza. Non ho nulla da rimproverarmi: sono stato, da sempre, un valido e utile strumento della tecnica al servizio dell’uomo. Sto per lasciarvi, miei cari affezionati utenti, nelle mani di questo mio invadente sostituto, ultimo ritrovato della tecnica, che ha preso il sopravvento e da mezzo al servizio dell’uomo è diventato fine supremo dell’uomo. Dominandolo e imprigionandolo. E non è un caso che si chiami “cellulare”, come il furgone ad uso della polizia penitenziaria per il trasporto dei detenuti.


martedì 14 marzo 2023

Lo sguardo del poeta

 


Per nostra fortuna c’è ancora qualcuno che sa parlare alla luna, che guarda con stupore le nuvole, sa cogliere la malinconia, sa ascoltare il vento, si commuove aspettando l’alba: è il poeta. Che sia un premio Nobel o il vicino di casa o di blog, non ha importanza.

“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento” ci ricorda uno dei poeti più amati dei nostri tempi: Franco Arminio. Abbiamo bisogno di qualcuno che faccia parlare – attraverso la sua poesia - le emozioni, il silenzio, i profumi, i ricordi, i lievi tormenti dell’anima, le metafore, la buona solitudine. Qualcuno che sappia guardare con occhi incantati il mondo, che sappia osservare un gabbiano in volo come fa il poeta Vincenzo Cardarelli

"Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io son come loro,

in perpetuo volo.

La vita la sfioro

com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,

la gran quiete marina,

ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca"

Ed è per questo che – ogni tanto – è bene fermarsi e non lasciarsi condizionare dalla fretta e dalla velocità, buttare via lo smartphone (o spegnerlo momentaneamente, per evitare crisi di astinenza) e prendere in mano un libro di poesie e leggerne una e poi rileggerla ancora magari ad alta voce, come si faceva a scuola: è un gesto salvifico che costa poco e fa bene allo spirito. “Un tempo di notte cantavo a voce alta per farmi coraggio – scrive Franco Marcoaldi in una sua poesia – abitudine persa da quando mi è chiaro che sono qui di passaggio”.

Nei versi di una poesia trovi tutto ciò che hai smarrito. Rincorrere sempre la moda del momento, seguire comportamenti codificati o modelli imposti dal mercato, percorrere la strada che non è la tua, stare sempre connessi, significa insoddisfazione perenne. E allora, quando ti senti assediato e schiacciato e circondato e deluso dal presente, abbraccia pure un poeta e lasciati cullare dai suoi versi, perché la felicità – come ci ricorda Trilussa – risiede nelle piccole cose:

“C’è un’ape che se posa

su un bottone de rosa:

lo succhia e se ne va…

tutto sommato, la felicità

è una piccola cosa”.


giovedì 9 marzo 2023

Del non leggere

 


In libreria con l'opera di Proust
non ti danno un telecomando,
non puoi cambiare
sulla partita di calcio
o sul telequiz con in premio una Volvo.

Viviamo più a lungo,
ma con minor esattezza
e con frasi più brevi.

Viaggiamo più veloci, più spesso, più lontano
e torniamo con foto invece di ricordi.
Qui sono io con uno.
Là, credo, è il mio ex.
Qui sono tutti nudi,
quindi di certo in spiaggia.

Sette volumi - pietà.
Non si potrebbe riassumerli, abbreviarli
o meglio ancora mostrarli in immagini?
Una volta hanno trasmesso un serial, La bambola,
ma per mia cognata è di un altro che inizia con la P.

E poi tra parentesi, chi mai era costui.
Scriveva, dicono, a letto, per interi anni.
Un foglio dopo l'altro,
a velocità ridotta.
Noi invece andiamo in quinta
e - toccando ferro - stiamo bene.

Wislawa Szymborska



sabato 4 marzo 2023

Come Proust può cambiarvi la vita

 


Il valore di un grande romanzo non sta tanto nel raccontare storie, sentimenti e personaggi simili a quelli che incontriamo tutti i giorni nella nostra vita reale, ma nella capacità di descriverli molto meglio di quanto saremmo in grado di fare noi, e di aiutarci a scoprire certe relazioni che ci appartengono, ma che tuttavia non avremmo saputo cogliere da soli. E allora l’incontro ravvicinato e prolungato con un grande autore della letteratura - che avviene durante la lettura di un suo libro - è un percorso che ci permette di innalzarci verso una dimensione spirituale, dove “mondi che ci erano sembrati minacciosamente estranei si scoprono invece fondamentalmente vicini al nostro mondo, ampliando così la gamma dei luoghi in cui ci sentiamo come a casa”.

Alain de Botton - un brillante scrittore e filosofo britannico di origine svizzera - con il libro “Come Proust può cambiarvi la vita” pubblicato nel 1997, ci invita a non avere timore reverenziale per il grande scrittore francese, autore della monumentale opera “Alla ricerca del tempo perduto”, forse tra i testi più idolatrati e meno letti della letteratura di tutti i tempi. Anzi, ci consiglia fortemente di leggerlo e di trarre profitto dalla sua sofferta esperienza di vita, perché, come scrive lo stesso Proust, leggendo le parole “di un uomo di genio, vi troviamo con piacere tutte le nostre riflessioni che avevamo disprezzate, le allegrie, le tristezze che avevamo contenute, tutto un mondo di sentimenti da noi disdegnati e di cui il libro dove le ravvisiamo ci rivela istantaneamente il valore”. E, naturalmente, non possiamo che riceverne giovamento. D’altra parte, il legame tra la nostra vita e i romanzi che leggiamo – scrive de Botton – è davvero molto stretto. E’ difficile, infatti, non collegare la descrizione di certi personaggi che incontriamo tra le righe di un libro a persone reali di nostra conoscenza. O addirittura non rivedere noi stessi, là dove non ce lo saremmo mai aspettato. E Proust ce lo conferma quando dice “…ogni lettore quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso”.

Certo è che la vita, per Proust, fu una continua e difficile lotta con se stesso e l’ambiente borghese in cui viveva, aggravata ancor di più dai suoi problemi psico-fisici assai complessi. La madre, nei cui confronti Marcel provava un amore smisurato, contribuì drammaticamente a rendere sempre più debole e insicuro il suo carattere. Lo considerava un eterno bambino da curare e proteggere in ogni occasione; e ciò che più l’angosciava era che il figlio riuscisse a sopravvivere nel mondo, una volta che lei se ne fosse andata. I suoi quotidiani attacchi asmatici lo costringevano a dormire di giorno (dalle sette del mattino alle cinque del pomeriggio) e a scrivere di notte, sempre a letto, che usava come scrivania. Aveva una pelle ipersensibile e soffriva sempre il freddo, tant’è che anche in estate indossava il cappotto. E poi era ossessionato dai rumori e per potersi meglio isolare e proteggere, fece foderare di sughero la stanza da letto in cui trascorreva la maggior parte del tempo a leggere e a scrivere, senza mai uscire, con le finestre perennemente chiuse. Nonostante tutto, quel ragazzo malinconico e fragile che ben si camuffava dietro l’apparenza dello snob pallido e sognante, condusse una vita da privilegiato negli anni giovanili, frequentando i salotti più ricercati della Parigi aristocratica, organizzando cene e ricevimenti mondani, sperperando il denaro che non gli mancava e sperimentando, disperatamente, l’impossibilità di trovare la felicità nell’appagamento amoroso. Ma aveva capito quanto amaro lasciasse in bocca quell’esistenza effimera, quanta vanità e miseria ci fosse nella società raffinata ed elegante che frequentava e quanto fugaci fossero i piaceri che provava. E allora gli restava aperta soltanto la via della fuga in un altro mondo possibile, quello interiore, il mondo della scrittura e della creazione artistica, con i suoi sogni e con i suoi ricordi, per difendersi dalle sirene del mondo esterno ma, forse, anche per poterlo meglio comprendere, quel mondo. Chiuso per dodici anni in quella stanza foderata di sughero - dal 1910 fino al momento della sua morte avvenuta nel 1922 - Proust visse l’ultimo periodo della sua vita in una massacrante dolorosa solitudine, interamente orientato alla creazione della Recherche, il suo romanzo capolavoro di 3.724 pagine. Un libro che non ti lascia indifferente, che ti sovrasta per la sua perfezione, per la sua grandezza e impone il silenzio, un libro che ti fa capire quanto Proust sia grande e quanto piccoli siano tutti gli altri autori che hanno scritto dopo di lui. Leggere certi libri, come la Recherche, serve a scoprire – scrive De Botton – cosa proviamo noi, a sviluppare i nostri stessi pensieri, anche se sono i pensieri di uno scrittore che ci aiuta a farlo. Tuttavia, ci sarà sempre un momento in cui capiremo che in ogni libro – fosse anche il più grande - c’è qualcosa che non ci convince, di ignorato o di limitato che ci darà il permesso di abbandonarlo e continuare, da soli, il nostro percorso esistenziale e spirituale. “Tale è il valore della lettura – diceva Proust – e tale è anche la sua insufficienza. Farne una disciplina significa attribuire una funzione troppo importante a quel che ne è solo un’iniziazione. La lettura si arresta alle soglie della vita spirituale; può introdurci in essa, ma non la costituisce”. E’ come dire che anche i grandi capolavori della letteratura “meritano di essere messi da parte”.



giovedì 23 febbraio 2023

La dittatura del successo

 


E’ sempre interessante analizzare gli avvenimenti che accadono nella nostra società, soprattutto quando assumono una dimensione numericamente rilevante. Se oltre dieci milioni di persone fanno contemporaneamente la stessa cosa e cioè guardano - per una settimana di fila - il festival di Sanremo, bisognerebbe cercare di capire i motivi socio-antropologici che stanno alla base di tali comportamenti di massa. Tuttavia, pensare che il successo di pubblico – e solo quello - possa decretare automaticamente la bellezza e l’importanza di uno spettacolo, significa confondere l’analisi di un fenomeno con il giudizio di valore dello stesso. Eppure, questo modo di intendere la realtà si è ormai diffuso in tutti i settori della nostra contemporaneità. Tant’è che la mercificazione del successo di pubblico tende a soffocare qualunque tipo di critica e a sancire il valore assoluto di qualsiasi evento.

Lasciando da parte il festival, che ho visto fino a quando i cantanti - quelli veri - cantavano davvero e non esibivano sé stessi attraverso tatuaggi e travestimenti a dir poco inquietanti, vorrei soffermarmi per un momento su un fenomeno simile che si riscontra anche in letteratura. Mi riferisco alla cosiddetta “dittatura” del best seller: il libro più venduto, più letto, di cui bisogna parlare perché tutti i media ne parlano. E se una moltitudine di persone compra lo stesso libro in un determinato momento (ma non sappiamo quanti lo leggano realmente), succede che quel libro assurga inevitabilmente a caso letterario.

Prendiamo, per esempio, l’attuale opera prima del Principe Harry “Spare. Il minore” pubblicata da Mondadori (25,00 euro). E’ in testa alle classifiche di vendita di mezzo mondo, è esposto in tutte le vetrine delle librerie e viene presentato come un evento epocale. Per carità: io ho grande rispetto per i sentimenti del Principe che ripercorre, con il suo libro, i terribili momenti della morte della Principessa Diana, sua madre. Tanto più che all’epoca, insieme al fratello maggiore, era ancora un bambino dato in pasto - dal protocollo reale - al morboso voyeurismo di massa, mentre seguiva il feretro sotto gli occhi addolorati di miliardi di persone.

Non voglio entrare nel merito del libro (che non ho letto né leggerò), però se in questo frangente appassiona contemporaneamente milioni e milioni di lettori (o acquirenti?), mi domando: è destinato, per forza di cose, a diventare un capolavoro della letteratura universale? In altre parole, la fama dell’autore, la condivisione di un dramma che da personale diventa planetario attraverso la lettura, possono in qualche maniera essere garanzia di qualità e sancire l’entrata del libro nell’olimpo sacro della letteratura? Nel contempo, qualcun altro potrebbe anche domandarsi: ma siamo sicuri che dietro la critica feroce di ogni successo editoriale e di pubblico, qualunque esso sia, non si nasconda un risentimento invidioso supportato da immaginarie recriminazioni morali? Ora, dinanzi a questi interrogativi io continuo a leggere quello che più mi appassiona, e non mi lascio affatto influenzare dal mercato e dall’idolatria del best seller. Non so se questo sia un segno del mio malcelato snobismo, sono sicuro però che se la letteratura insegue la moda o il fatto del momento, ha fallito il suo compito e io non la rincorro. Chissà, forse un giorno mi ritroverò a leggere quel best seller, dopo molti anni dalla sua pubblicazione, magari scovandolo sul banchetto di un mercatino dell’usato. Posso assicurarvi che se ciò dovesse accadere, il piacere di comprarlo e leggerlo sarà davvero grande, se non altro perché quel libro – che magari sarà pure diventato un classico della letteratura - non lo leggerà più nessuno, proprio perché sarà lontano dai riflettori dello spettacolo e dall'attenzione del grande pubblico.


martedì 21 febbraio 2023

La poesia è uno stato d'animo

 


Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

 

Giorgio Caproni


sabato 18 febbraio 2023

Come è bello far la spesa

 


Volevo scrivere un post su quell’incombenza quotidiana che tocca a tutti ma piace a pochi: fare la spesa. Mi sono ricordato che l’avevo già scritto; e allora lo ripropongo per chi avrà la pazienza di leggerlo.

Lo confesso: mi piace fare la spesa. Sono un abituale e indomito frequentatore di supermercati e mercatini rionali. Devo dire che ho acquisito in tanti anni di dignitosa attività - dispensando mia moglie da questa gravosa incombenza - una certa dimestichezza con i luoghi della distribuzione, una discreta conoscenza dei prezzi ed una apprezzabile competenza tecnico-alimentare. Ho imparato per esempio a distinguere le pere coscia da quelle kaiser, il carciofo “tondo di Paestum” dalla “mammola” romanesca, la caciotta romana dal caciocavallo abruzzese.  

Dobbiamo pur mangiare e sappiamo quanto oggi sia difficile trovare cibi sani e naturali, saturi come sono di conservanti, coloranti ed altre schifezze simili. Quando si parla di cibo mi ritornano sempre in mente le parole della buon’anima di mia nonna, la quale aveva capito in anticipo rispetto ai tempi che le cose stavano per cambiare - in peggio - nel campo agroalimentare; infatti soleva ripetere: “moriremo tutti avvelenati”. Evidentemente si era resa conto, la poveretta, che stavano per sparire le buone cose fatte in casa come solo lei sapeva preparare: il pane, i biscotti, la pasta, il formaggio, la passata di pomodoro, le salsicce… E che anche la frutta e la verdura, trattati con pesticidi chimici, costituivano un pericolo per la nostra salute. Se è proprio così, se davvero dobbiamo morire avvelenati mangiando due mele annurche e un’insalata riccia, ebbene preferisco avvelenarmi con le mie mani, scegliendo i veleni che mi danno più fiducia e mi garantiscono una minore sofferenza. E allora, quando mi accorgo che il frigorifero di casa sta per svuotarsi, senza lasciarmi prendere dallo sconforto, parto alla volta del supermercato. Una volta esisteva il negozietto sotto casa: era quasi sempre una bottega a conduzione familiare. Poi qualcuno si è accorto che le massaie, in questi posti, compravano solo ciò di cui avevano bisogno e non vi trascorrevano l’intera giornata. Comportamenti, questi, che non andavano bene e allora, per far si che si consumasse sempre di più ed aumentassero a dismisura sprechi e rifiuti, hanno inventato dei luoghi immensi, dove si va a fare la spesa con dei veri e propri container. Naturalmente i piccoli negozi sotto casa hanno dovuto chiudere perché non potevano competere con le multinazionali della distribuzione. La cosa che più colpisce, quando si entra in questi mega centri del consumo, è la varietà e l’abbondanza di qualsiasi prodotto di cui sono stracolmi gli scaffali, tutti sistemati in maniera strategica, tale da farti spendere sempre di più: succede che eri entrato per comprare il pane e il sale e ne esci con una vagonata di articoli di cui spesso non avevi strettamente bisogno. Però erano “in offerta” e pazienza se poi hai dimenticato di prendere proprio il pane e il sale.

In fila alla cassa il confronto tra i carrelli è d’obbligo: sembra quasi - a guardare i volti orgogliosi di chi si porta dietro il “vagone” - che ci sia una sorta di gara spendereccia a chi ce l’ha più zeppo. Ebbene devo dire che il mio appare sempre semivuoto rispetto all’abbondanza di mercanzie che tracimano dai carrelli dei vicini. A volte resto esterrefatto ed ho come l’impressione, di fronte a quell’accaparramento selvaggio di derrate alimentari, che stia per arrivare, a mia insaputa, un lungo periodo di carestia, oppure che sia stata annunciata una guerra e la gente abbia paura di rimanere senza viveri; resto incredulo quando mi accorgo che la signora accanto a me, il cui peso è proporzionato alla sua spesa, butta dentro il carrello qualsiasi cosa le capiti a portata di mano senza il minimo discernimento. Sembra quasi che l’unica sua accortezza sia quella di arraffare tutti i prodotti ben reclamizzati e la pubblicità sia, pertanto, il suo esclusivo parametro di sicurezza, il suo unico metro di giudizio. “ Io guardo sempre la pubblicità in televisione – ha detto una volta lo scrittore Erri de Luca - altrimenti non potrei sapere quali sono le cose che non devo assolutamente comprare”. Quando mi presento alla cassa con la mia spesa striminzita da pagare, avverto un senso di imbarazzo con quel mezzo chilo di pomodorini pachino comprati al reparto del biologico, una fetta di primo sale di pecora della Ciociaria, 250 grammi di mozzarelle di bufala di Battipaglia e due pacchi di spaghetti di Gragnano. Non posso competere con quella signora di prima, che dietro di me avanza a fatica spingendo il suo tir strapieno di scatole di merendine di tutti i tipi (ripiene di coloranti, conservanti, edulcoranti…), innumerevoli pacchi di pesce surgelato al mercurio pescato nei vari oceani, diverse confezioni di affettati di mortadella e salami di dubbia provenienza, bottiglie di olio “d’oliva” prodotto non si sa dove, confezioni di enormi e oscene cosce di pollo dal colore incerto (nate in Polonia, macellate in Olanda e confezionate in Italia), barattoli alla rinfusa di sughi già pronti, buste di insalata già lavata, fagiolini già lessati, cicoria catalogna passata in padella, pacchi di piatti e posate in plastica, lattine di pomodori pelati (come natura crea), due pizze quattro stagioni surgelate…; e quella signora, sbirciando il mio carrello pressoché vuoto, sembra  guardarmi quasi con un sentimento di pietà misto a disprezzo, come se fossi un povero miserabile, un morto di fame, degno della sua commiserazione.


martedì 7 febbraio 2023

All'antica. Una maniera di esistere

 


Mi trovavo in una grande libreria del centro storico di Roma. Un luogo, questo, in cui amo spesso confondermi e perdermi per potermi, poi, ritrovare. Vi ero entrato, l’altro giorno, anche per un bisogno di quiete e per stemperare la mia temporanea malinconia, così come a volte si entra in una chiesa per cercare conforto e pregare. Fuori, la città con le sue logiche consumistiche e la perenne confusione di macchine e turisti non sembravano offrire alcun segnale di tregua; all’interno di quel luogo dello spirito, invece, regnava un silenzio ovattato, rotto soltanto dal lieve fruscio delle pagine dei libri. Mi aggiravo curiosando tra gli scaffali zeppi di volumi e, come spesso accade quando ti trovi di fronte a migliaia di pagine scritte, non sei tu a scegliere un libro ma è il libro stesso che ti viene incontro e ti corteggia, attirandoti con la sua bella copertina o con un titolo accattivante. Ed eccolo quel libro: sulla copertina un dipinto che riproduceva una donna d’altri tempi, dal contegno raffinato, così diversa dagli attuali stereotipi femminili. Venivo attratto da quella figura armoniosa che sembrava quasi volesse parlarmi. Poi il titolo, per me davvero invitante: “All’antica. Una maniera di esistere” (Raffaello Cortina Editore). L’autore, un certo Duccio Demetrio, un nome a me sconosciuto che sapeva ugualmente di antico. Dopo aver dato un’occhiata alla quarta di copertina che iniziava con le parole di Leopardi tratte dalle Operette Morali secondo cui “un uomo fatto all’antica” è un uomo “dabbene e da potersene fidare”, l’ho aperto a caso e a pagina 46, ho letto: “Qualche volta può esservi persino capitato che abbiano detto di voi, benevolmente, che eravate un po' all’antica, un po' d’altri tempi, coniando frasi di circostanza ripetitive e banali. Ebbene, se tali espressioni, tanto più esse stesse un po' fuori moda, non vi sono dispiaciute, avendole interpretate come un gratificante elogio, se vi sono sembrate anzi una insolita lusinga, non un canzonatorio rimprovero, allora – forse – questo libro parlerà anche di voi”.


Sono bastate queste parole per ritrovarmi in quel libro: una sorta di amore a prima vista. Un libro che parlava di me e di tutti quelli che non sono schiavi del subdolo e straripante dominio tecnologico, e sono riluttanti e guardinghi nel seguire le mode e le tendenze del presente; ma che sanno apprezzare sensibilità, comportamenti, oggetti, gusti estetici e letterari, modi di essere e di agire definiti – superficialmente - “fuori moda” dal comune sentire. L’ho comprato senza indugi, attratto anche dalla sua elegante edizione con copertina rigida. Direi proprio una pubblicazione all’antica.

Essere all’antica – che è una condizione esistenziale spontanea o coltivata ostinatamente dentro di noi - non vuol dire rifiuto radicale del presente, né va inteso come un tentativo di allontanarsi dalla civiltà della tecnologia, della quale ormai nessuno può più fare a meno di avvalersi. Nulla di tutto questo! Significa, invece, riconoscersi in alcuni valori fondamentali che ci permettano di non tagliare definitivamente i rapporti con il passato, “quel passato – scrive l’autore - che ha saputo migliorare le condizioni di vita e di convivenza dello stare al mondo di ciascuno di noi”. Essere all’antica, quindi, non è lanciare attacchi contro l’era digitale, sognando il ritorno alla Olivetti lettera 32, ai segnali di fumo o ai treni a vapore, ma attenuare o correggere alcune condotte aggressive della contemporaneità che sembrano minacciare o cancellare le nostre memorie più nobili, certe tradizioni, ogni bellezza e risorsa naturale. E per sostenere questo modo di essere, di pensare, di parlare, di desiderare, di guardare, l’autore del libro si affida anche alle suggestioni e al pensiero dei filosofi, dei poeti, degli scrittori- da Seneca a Epicuro, da Lalla Romano a Franco Arminio “il più antico dei poeti italiani d’oggi", da Leopardi a Guido Gozzano… - affinché possano indirizzare diversamente alcuni nostri comportamenti abituali di vita assai poco ispirati a un’esistenza virtuosa. Insomma, “evocare l’antico – sottolinea Duccio Demetrio - non è tornare indietro, è legame del presente con il passato, anche storico, che possa arricchire il primo”. E’ svelare la nostra umanità, la nostra delicatezza, le nostre buone maniere che si oppongono all’arroganza, alla volgarità, alla maleducazione, al pensiero unico e ad ogni forma di insensibilità verso il passato, rappresentato anche dagli oggetti umili fuori moda, dalle “piccole cose di una volta” tanto care ai “crepuscolari”. “Sfortunato è chi non abbia nemmeno una saliera, una tazza, un piatto, una zuccheriera…materna o paterna – scrive Duccio Demetrio - denominata antica più che altro per consuetudine domestica, da conservare ed esibire nei giorni di festa quasi fosse un amuleto”. Una eredità da salvare, da custodire, da amare affinché ciò che consideriamo antico possa rappresentare una crescita piuttosto che una regressione, possa rivelarsi un “punto di vista morale rispetto a ciò che dell’oggi non vogliamo accettare, non ci piace, si dimostra spreco intollerabile”. E se non vogliamo separarci da certi ricordi, da certe virtù, da certe cose passate di mano in mano che ci hanno aspettato e sono diventate preziose per il loro valore affettivo, significa che in noi si nasconde “l’attitudine per il sentimento verso l’antico…l’antico non come rammarico, ma come scelta di vita, come maniera di far esistere il passato purgato dei suoi errori In quel mondo possiamo ritrovare la nostra fragilità, possiamo ritrovare noi stessi e coloro che ci hanno preceduti, non “una rapida e distratta apparizione virtuale”.

L’antico – che è un “altrove” senza tempo e racchiude un modo di esistere all’insegna di valori culturali, civili e umani ereditati da un passato che non ha più età - ci invita essenzialmente a vigilare su come viviamo il presente, un presente a volte intollerabile che non sempre accettiamo e che vorremmo ben diverso, rispetto al quale ci sentiamo spesso estranei e spaesati. L’antico è un “luogo mentale” dove si sono rifugiati i nostri ricordi infantili, le nostre storie e quelle degli altri. L’antico, scrive Duccio Demetrio, “è un sentimento: l’eco di qualcosa che abbiamo perduto, ma che in verità non abbiamo mai posseduto e mai potremo rivivere non avendolo vissuto. Eppure, saperlo dentro di noi allevia ogni mancanza temporanea. La sua figura indefinita va e viene, torna e ci rincuora. Ci dona il senso di appartenenza alla vita presente e non solo, come comunemente si crede, a quella già trascorsa”.

E’ un libro, questo, che non contiene solo parole ma anche immagini: e sono dei dipinti bellissimi della prima metà del secolo scorso che fluiscono tra le pagine, a cui l’autore volutamente non ha dedicato alcun commento. Li ha cercati “in una gamma ridotta di scuole e stili novecenteschi, come aggiunge Berenson, inseguendone soprattutto l’incanto esistenziale”. Ritraggono figure delicate e armoniose scelte per il silenzio che sembra avvolgerle, per il contegno del loro aspetto e per l’eleganza e la misura dei loro gesti antichi. “Desidererei che – scrive Duccio Demetrio – sfogliando il libro con appropriata lentezza, come mi è accaduto cercandole, se ne cogliesse quasi per telepatia…tutta la bellezza taciturna, compita, solenne”. Per finire mi piace aggiungere che un libro – un buon libro - va sempre letto con “appropriata lentezza”. E poi va riletto una seconda volta a distanza di tempo: la prima volta per capire, la seconda per riflettere. Un modo di leggere all’antica.


mercoledì 1 febbraio 2023

Reminiscenze scolastiche

 


In quarta ginnasio avevamo un anziano professore di matematica (si chiamava Capo) il quale, ad ogni lezione, soleva ripeterci la consueta bonaria esortazione: “mi raccomando ragazzi, se qualcuno di voi non capisce qualcosa, alzi pure la mano…”. Ma nessuno mai si azzardava, vuoi perché la lezione appariva chiara, vuoi perché nessuno voleva fare la figura del somaro. Devo dire che la matematica non era il mio forte. E un giorno, dopo la solita lezione con esercizi e formule alla lavagna – vincendo la mia innata timidezza – alzai la fatidica mano: “Scusi professore, ma quel passaggio non l’ho capito; le sarei grato se potesse spiegarmelo di nuovo”. Mi aspettavo che il professore mettesse in pratica quel suo accorato appello, finalmente contento di poter ripetere a qualcuno quanto aveva appena detto: però mi sbagliavo. Infatti, guardandomi con un sorrisetto tra il serafico e il canzonatorio, il professor Capo esclamò: capirai…capirai! Naturalmente la risposta scatenò un coro di risate da parte di tutta la classe. Ci rimasi molto male e mi lasciai quasi cadere sul banco, rosso come un peperone e consapevole di essere stato preso in giro in una maniera così irridente. E dal quel momento diventai quello del capirai .

Ho sempre pensato che il professor Capo – che mi era pure simpatico, nonostante tutto – aspettasse qualcuno di noi al varco per poter fare quella sua battuta di spirito di patate. Altrimenti non si spiega perché – da quel giorno – non osò più ripetere a tutti noi quel suo incoraggiamento ad alzare la mano alla fine di ogni sua lezione.


venerdì 20 gennaio 2023

Quando la bellezza nasce dalla sofferenza

 


Se escludiamo la sofferenza dalla poesia e dalla pittura, dalla musica e dalla letteratura – insomma dall’arte in generale - non facciamo altro che privare la “bellezza” di un suo contenuto fondamentale. Potremmo mai immaginare la poetica di Leopardi senza i suoi tormenti dell’anima? Se la Dickinson fosse stata una donna felice, probabilmente non avrebbe potuto deliziarci con i suoi componimenti malinconici. E pensiamo ad Alda Merini: i suoi versi d’amore nascono dal profondo del suo disagio sociale. E che dire di Eugenio Montale: senza le sue sofferenze interiori difficilmente avremmo letto questa struggente poesia:

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

I poeti sono capaci di sublimare nell’arte le proprie angosce. Le faticose condizioni esistenziali molto spesso sono le loro fonti di ispirazione che rappresentano – per noi lettori - basi di emozioni straordinarie. Mi viene da pensare che la poesia trasmette felicità anche quando scaturisce da un dolore e sembra quasi che il poeta sia destinato a soffrire per regalare gioia a chi legge i suoi versi. “Il poeta è un fingitore – scrive Fernando Pessoa – Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”. Leggendo certe poesie, ma anche certi libri – mi viene in mente “Se questo è un uomo” di Levi, il “Diario” di Anna Frank, ma anche “La cognizione del dolore” di Gadda o “Il male oscuro” di Berto, etc. - si scopre a quali altezze la mente umana è capace di arrivare anche attraverso la sofferenza, sopportandola e superandola per un imprescindibile bisogno di vita.

Anche la pittura spesso nasce da un disagio, da una profonda afflizione dell’anima: penso a Van Gogh e ai suoi dipinti carichi di tormento; penso a Edvard Munch, il pittore norvegese che dipinse la “Malinconia” e ci ha lasciato il suo famoso “Urlo” di terrore e angoscia lacerante;



penso a Picasso con la sua “Guernica”, uno degli esempi più alti di sofferenza; penso a Ligabue che ha racchiuso nelle tele i suoi gravi disagi psico-fisici.

L’arte ha un elevato potere terapeutico: è il luogo nel quale è possibile incontrare e sentire il dolore senza rimanerne contagiati. Anzi, succede proprio il contrario tant’è che la bellezza di una poesia o di un dipinto o di una scultura o di un componimento musicale ci esaltano e ci inebriano, sempre, indipendentemente dal loro contenuto di tristezza. E’ come se l’artista, trovandosi in una condizione di malessere, si sentisse più vicino alla sua anima e intravedesse la sua profonda spiritualità. E' come dire che nessuno meglio di chi è stato infelice ed ha sofferto può darci insegnamenti di quotidiana felicità.


domenica 8 gennaio 2023

L'uomo che guarda

 


Se dovessi descrivere - con una sola parola - l’attività che più di tutte appassiona l’uomo della nostra epoca, non avrei dubbi: direi semplicemente che “guarda”. Ovunque si trovi, in casa o per strada, al mare o in montagna, in macchina, dal barbiere o dal droghiere, allo stadio o a un concerto, sui mezzi pubblici, al bar, al ristorante o in un centro commerciale: lui guarda…

Ma non guarda il mare, o le montagne, o la pioggia che cade, e nemmeno un libro o un giornale;

non guarda i platani che perdono le foglie lungo un viale;

non guarda quel bambino che piange, o quel cane che abbaia o quel vecchietto stanco seduto su una panchina;

e neanche guarda il traffico della città in cui vive, i marciapiedi sporchi su cui cammina, i muri orribilmente tappezzati di pubblicità e graffiti;

e non guarda il panorama dal finestrino di un treno in corsa e nemmeno il suo compagno di viaggio seduto di fronte;

non guarda quell’antico palazzo, quella chiesa barocca, quella statua che orna la fontana al centro della piazza;

non guarda i gerani che abbelliscono un balcone, quei piccioni che beccano briciole, quel gatto che dorme sul davanzale di una finestra;

e nemmeno guarda chi si dispera e chi gioisce, chi parla e chi sta zitto, chi ride, chi piange e chi impreca;

non guarda dove mette i piedi, se sale o se scende le scale;

non guarda se piove o c’è il sole o tira vento;

non guarda l’amico che gli siede vicino o il cantante in concerto o il mendicante che gli chiede un aiuto;

e, naturalmente, non guarda chi – accanto a lui - non guarda.

Ma se non guarda, cosa guarda l’uomo che guarda? Guarda sempre un’anonima scatoletta rettangolare di plastica di14x7centimetri circa (agli inizi sempre più piccola, oggi sempre più grande) che contiene tutto il suo guardare, l’universo intero, il presente e il futuro. L’amore e gli affetti. Tutto il suo mondo. E se non gli piace – quel mondo - lo cancella e ne cerca un altro. Non ha bisogno di percorrere lunghe distanze per scoprirlo. E’ racchiuso all’interno di quell’oggetto portatile che consulta in maniera febbrile per guardare: il mare, le montagne, la pioggia, gli alberi che perdono le foglie, i libri e i giornali, il bambino che piange, il cane che abbaia, la città in cui vive, il panorama che si vede dal treno in corsa, il vecchietto seduto sulla panchina, i suoi amici mai incontrati e mai conosciuti, il palazzo e la chiesa e la piazza e la finestra con i gerani, i piccioni che raccolgono briciole e il gatto che dorme….e guarda l’ennesimo video che diventa, immediatamente, “virale”.


mercoledì 4 gennaio 2023

La cripta dei cappuccini

 


“Io non sono un figlio del mio tempo, anzi, mi riesce difficile non definirmi addirittura suo nemico”

 

Tutte le grandi civiltà che ci hanno preceduto, rappresentate da monarchie e imperi con estensioni territoriali a volte immense, sono implose nel corso dei secoli. E la fine di una civiltà fa sempre nascere, in chi l’ha vissuta e in qualche modo attraversata, sentimenti contrastanti che vanno dallo smarrimento alla nostalgia e sfociano, spesso, nell’incapacità di sapersi adattare al nuovo che arriva e avanza. Certo, il passaggio da un’epoca all’altra non è sempre così netto e immediato, visto che i cambiamenti avvengono in modo molto lento nel tempo, non facilmente avvertibili. Tuttavia, chi oggi ha una certa età e si guarda indietro, non può non constatare la evidente trasformazione socio-culturale della società avvenuta in questi ultimi cinquant’anni.

In una recente intervista Giovanni Lindo Ferretti – noto per essere stato paroliere e cantore dei CCCP – ha detto di avere fatto in tempo a percepire la grandezza del suo antico mondo che moriva, ma anche ad essere affascinato da quello che stava nascendo. Avendo più o meno la sua stessa età, devo dire che anch’io ho avuto il privilegio di assistere alla fine di una civiltà - quella contadina, ancorata alla sua filosofia di vita semplice e naturale - e di affacciarmi a questo nuovo mondo sempre più legato alla tecnologia, al denaro, ai consumi e allo sfruttamento scriteriato della natura; un mondo di cui non si conoscono ancora bene i contorni e gli sviluppi futuri. Ma non credo proprio di poter assistere, questa volta, al suo inevitabile declino, come sempre avviene quando un’epoca raggiunge il suo massimo sviluppo.

Facevo questa riflessione dopo aver letto il romanzo di Joseph Roth “La cripta dei cappuccini” con cui lo scrittore austriaco descrive il tramonto di un’epoca aurea incarnata dal grande impero multietnico austro-ungarico e della sua illustre capitale, Vienna. E lo fa attraverso lo sguardo disincantato e decadente del protagonista/narratore - un giovane e frivolo rampollo dell’aristocrazia viennese, devoto all’imperatore Francesco Giuseppe - che avrebbe preferito morire in guerra piuttosto che osservare il tracollo del suo mondo, rappresentato da quell’Austria felix di cui Roth si sentiva figlio legittimo. “La cripta dei cappuccini” è un inno malinconico all’inesorabile e cinico scorrere del tempo che spazza via senza alcun ritegno uomini e imperi, seppure possano sembrare incrollabili ed eterni.


lunedì 2 gennaio 2023

Il più bello dei mari

 


Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

Nazim Hikmet

 


giovedì 22 dicembre 2022

Verso sera

 


Vittorio Sgarbi sostiene che esiste un legame inseparabile tra poesia e sofferenza interiore, perché nessuno meglio di un poeta che soffre sa elevare in versi le sue angosce e i suoi timori. Per il piacere di chi legge.  Sembra quasi che una poesia debba nascere da un dolore e che la tristezza sia materia d’ispirazione per chi si accinge a scrivere versi poetici.

Ho ricevuto da un’amica questa struggente poesia in vernacolo: mi piace qui riportarla, per chi sa cogliere e apprezzare la bellezza che, a volte, si nasconde dietro un velo impalpabile di malinconia.

 Verso sera

 Er celo che rosseggia verso sera

me mette ar core na malinconia

e dar petto me sarza na preghiera

“Venite a notte pe’ portamme via

vojo godemme l’urtimo tramonto

guardà li storni che passeno a frotte

pare che me stanno affà ‘n racconto

vojo sentillo prima che viè notte…”

Paola

 Tanti auguri e lunga vita a Paola e a chi passa, di tanto in tanto, da queste parti.


venerdì 9 dicembre 2022

La mercificazione del Natale

 




Si avvicina il Natale, la festa più importante della liturgia cristiana. E’ una ricorrenza che risveglia in me teneri ricordi legati al periodo della mia infanzia e della mia adolescenza. Ricordo quel piccolo e povero presepe che vegliava in un angolo della casa del paese rischiarato dalla fiamma vacillante del focolare: era l'espressione della dignitosa povertà di quei tempi. Ogni volta che lo osservavo, quel presepe, mi divertivo a cambiare la collocazione delle statuine di terracotta, quasi a voler dare loro una sorta di movimento. Ricordo, poi, l’arrivo degli zampognari, che sostavano per pochi minuti davanti alla porta di casa suonando “tu scendi dalle stelle”: ero affascinato dai loro tipici strumenti musicali, così diversi da quelli della banda musicale del paese. Ricordo il pranzo di Natale con le persone care che non ci sono più, il più abbondante e il più buono dell’anno: “perché era Natale”, come diceva mio padre. E poi i dolcetti tipici della tradizione che annunciavano la festa e rendevano più dolce l’attesa. Era una ricorrenza di sobria e moderata felicità, fatta di gesti semplici e di piccole cose, non ancora offuscata dalla sagra dell’abbondanza, dagli sprechi, dalla frenesia dei regali e dall’esasperata baldoria pubblicitaria sui mezzi di informazione. Ho come l’impressione che con la giovinezza sia finita non solo una stagione della vita ma anche la sacralità del Natale, quel Natale cristiano che mal si concilia con l’opulenza che ci viene offerta dalla nostra società. Un Natale che – dal punto di vista degli acquisti e della pubblicità – tende ad iniziare sempre prima come se la vigilia, di anno in anno, si spostasse all’indietro, tant’è che ho visto i primi alberi di Natale e relativi panettoni già a fine ottobre.

Ora, nonostante i miei contrastanti sentimenti intorno al Natale, devo dire che è davvero difficile sottrarsi a questo rito orgiastico di fine anno abusando del nome di Gesù Bambino. Ne prendo atto mentre giro per un centro commerciale della Capitale, sforzandomi di capire quali effetti possano produrre in me le tante vetrine addobbate a festa, stracolme di prodotti di ogni genere, e quali oggetti siano in grado di stimolare i miei desideri più reconditi. Prima di recarmi nel mio paese nativo, dove trascorro da sempre il Natale, mi sono concesso un bagno di folla per rendere più desiderabile il silenzio e la quiete che lì mi aspettano. E quale poteva essere il luogo migliore se non il centro commerciale: l’emblema del luogo-non-luogo della nostra epoca, dove l’anonimato ti protegge e ti isola, pur stando a stretto contatto con una moltitudine di persone. Il luogo della solitudine di gruppo, identico e indistinguibile l’uno dall’altro, in qualsiasi punto del pianeta lo si osservi. E durante le feste di fine anno – con il carico di luminarie, decorazioni, alberi di natale di plastica, cataste di panettoni e torroni e spumanti – il centro commerciale diventa la rappresentazione tragica di un presepe vivente laico e consumistico, dove i frequentatori assurgono al ruolo di re magi che, anziché portare doni al bambin Gesù, sono lì a caccia di doni.  

Mentre mi aggiro alquanto frastornato tra quella eccessiva offerta di mercanzia, mi viene in mente la scritta che sovrasta un famigerato “Centro”, simbolo del potere economico nell’età della globalizzazione, immaginato dallo scrittore portoghese Josè Saramago nel suo romanzo “La caverna”: “Ti venderemmo tutto quello di cui tu hai bisogno – dice la scritta - se non preferissimo che tu abbia bisogno di ciò che vendiamo”. La finzione letteraria diventa realtà. Come a dire che sono le scelte commerciali dei produttori a determinare i gusti della gente e a creare nuovi bisogni. Un potere, quello economico e produttivo, che ci vuole sempre insoddisfatti e dipendenti alla continua ricerca di novità. E noi, come schiavi, obbediamo. E compriamo. E, lo possiamo ben dire, ormai viviamo perennemente in un centro commerciale.

Intanto, come annullato e assorbito da quel traffico natalizio di cose e persone che mi circondano, e da quella forzata atmosfera festaiola che mi esonera dal pensare, passeggio in quegli spazi che man mano diventano sempre più affollati. E più che guardare le vetrine e comprare, osservo le tante persone cariche di pacchi e pacchetti e bustoni infiocchettati, come se avessero appena svaligiato delle botteghe; e vedo enormi carrelli che escono da un supermercato stracarichi di generi alimentari, come stesse per arrivare una terribile carestia. Mi accorgo che molti si assiepano - curiosi, avidi ed estasiati – davanti a un mega negozio che espone gli ultimi ritrovati della tecnologia, ed in particolare le novità della telefonia mobile. Sembra il punto vendita più ambito, più ricercato davanti al quale resto freddo e indifferente. I telefonini proprio non mi interessano: sono troppo legato al mio apparecchio fisso di casa, con tastiera a disco rotante. Amo quell’oggetto demodé che mi permette, ancora, di fare le mie poche telefonate lontano da occhi e orecchie indiscrete. E penso che se tutti fossero come il sottoscritto, il cellulare sarebbe l’invenzione più fallimentare della storia dell’umanità. Ma - per fortuna – non siamo tutti uguali e le cose sono andate diversamente: l’iPhone è diventato l’oggetto più desiderato. Mi viene da pensare che mentre la tecnologia avanza l’homo sapiens regredisce sempre di più.

Mi attardo per alcuni minuti in una libreria dove anche i libri sono infiocchettati con nastrini colorati come un qualsiasi prodotto industriale. Leggo i titoli delle copertine più in vista: vedo solo novità editoriali che non conosco, tranne i soliti personaggi noti che stanno sempre in televisione a promuovere le loro opere letterarie. Dei grandi del passato non c’è traccia. Va bene l’ennesima strenna natalizia di Vespa o di Carofiglio o di Cazzullo, ma perché dimentichiamo sempre gli autori che hanno fatto la storia della nostra letteratura? Mi piacerebbe che, ogni tanto, si vedesse in vetrina - che so - un Pavese o un Italo Svevo, tanto per fare qualche nome. Un modo, questo, per far conoscere anche alle giovani generazioni autori che non rientrano nel calderone pubblicitario e consumistico. Nel frattempo mi giungono alle orecchie le parole di una signora che all’interno della libreria chiede al commesso: “scusi…vorrei regalare un libro a un mio nipote che legge poco…mi può consigliare qualcosa?”

Davanti a un negozio di giocattoli provo una sorta di ammirazione puerile mista a stupore: non ricordo i miei trastulli infantili, ma certamente erano primitivi se li confronto con questi moderni ritrovati della tecnologia e della psicologia infantile, in bella mostra sugli scaffali. Guardo, poi, delle ragazze che hanno appena comprato jeans strappati, simili a quelli indossati dai due manichini nella vetrina di abbigliamento. Mia nonna, che ci teneva molto al decoro del vestiario e rammendava qualsiasi buco, avrebbe faticato a capire la ragione di questa moda così bizzarra. Più in là mi cattura una enoteca: è un luogo magico dove ogni bottiglia esposta racconta una storia e identifica un territorio. Quando mi capita di entrare in questi negozi – che restano i miei preferiti assieme alle librerie e alle ferramenta - resto affascinato da quella esposizione di bottiglie schierate apposta per sedurti, così diverse l’una dall’altra anche se apparentemente sembrano tutte uguali. Le osservo, leggo le etichette, ne prendo qualcuna tra le mani e avverto un desiderio fortissimo di piacere e di possesso: sarebbe bello avere una cantina con tante bottiglie di vini pregiati. Ne compro una: è un morellino di Scansano del 2018. Che dire: ogni tanto mi piace “tradire” il buon vinello del contadino del mio paese da cui mi fornisco, un vinello che io trovo genuino e delizioso.  E con questo prezioso bottino natalizio esco dal centro commerciale. Fuori sono accolto da uno strombazzare di Suv che tentano di farsi strada nel traffico impazzito. E’ Natale! Lo confesso: mi viene voglia di fuggire… ma dove? “Adda passà ‘a nuttata”, direbbe il grande Eduardo.