sabato 12 marzo 2016

Aspettando i barbari



Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?
Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l'imperatore s' è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
Oggi arrivano i barbari
L'imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d'una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti doro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d'un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S' è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

(Costantino Kavafis)

Ma cosa vorrà mai dirci questa poesia di Costantino Kavafis, con la sua straordinaria potenza metaforica?
Che fuggiamo sempre dai nostri obblighi sociali, grandi o piccoli che siano? Che non c’è mai un responsabile, qualsiasi cosa accada? Che non sappiamo prenderci le nostre responsabilità e aspettiamo sempre un salvatore che possa risolvere i nostri problemi?

“I barbari non sono più venuti”: vuoi vedere che hanno paura di noi !

martedì 8 marzo 2016

L'uomo sentimentale



“Com’è faticoso anche ciò che ancora deve essere”

E’ la prima volta che leggo Javier Marìas: pare che sia il più famoso e importante scrittore di lingua spagnola. L’uomo sentimentale, pubblicato nel 1986, è una singolare e impalpabile storia d’amore in cui l’amore non si vede, non si vive né si consuma materialmente, però in qualche maniera si manifesta e si ricorda, tra il sogno e la realtà. Come scrive nell’epilogo l’autore, l’amore è un sentimento che “richiede le maggiori dosi di immaginazione” e sotto certi aspetti “richiede sempre qualcosa di fittizio oltre a ciò che gli procura la realtà”. In altre parole, sembrerebbe che la passione amorosa, per quanto possa essere corporea o reale in un determinato momento, abbia continuamente bisogno di una rappresentazione irreale, fantastica. E’ sempre sul punto di compiersi, ma anche sull’orlo del suo disfacimento “è il regno di quel che può essere. O anche di ciò che avrebbe potuto essere”. Lo ammetto: sono la persona meno adatta per parlare di amore. E forse per questo non mi piacciono molto le storie d’amore. Se poi il sentimento amoroso diventa così articolato e così cervellotico – come quello che ci viene raccontato nel libro - ebbene devo dire che per me le cose si complicano. Ed io mi perdo. Comunque sia, in questo contesto si muovono i quattro personaggi del libro (un quadrilatero al posto del classico triangolo).
Il protagonista – voce narrante del romanzo – è un famoso cantante d’opera catalano che vive a Madrid, separato dalla moglie, la cui professione lo costringe a condurre una vita molto solitaria in giro per le grandi capitali del mondo. E durante uno di questi viaggi, mentre si trova in treno tra Parigi e Madrid, ha l’opportunità di incontrare una misteriosa e malinconica donna (Natalia Manur), di cui si innamora – almeno così mi è sembrato di capire – la quale diventa la sua abituale accompagnatrice, anche se tra di loro non succede mai nulla; poi c’è il marito di questa donna, un banchiere belga (Hieronimo Manur) che sembra stare al gioco e non mi sembra che ami molto sua moglie. L’ultimo personaggio è un imperturbabile e taciturno segretario, a sua volta innocuo e fedele accompagnatore di Natalia Manur, sempre testimone nelle lunghe conversazioni tra i due strani e inconcludenti amanti.  

Con una scrittura ironica e piacevole, molto più accattivante della trama che appare davvero scarna e poco avvincente, lo scrittore spagnolo allestisce una sorta di gioco crudele tra le parti in cui ognuno dei protagonisti cerca di annientare psicologicamente l’altro, un gioco in cui la dimensione immaginaria e quella onirica spesso si sovrappongono e si sostituiscono alla realtà. Un libro che non mi ha soddisfatto del tutto.

martedì 1 marzo 2016

Il mestiere dello scrittore



Mi vado spesso chiedendo – da appassionato lettore quale sono – se esiste ancora in questa nostra società dello spettacolo la figura dell’intellettuale in grado di imporre gusti, orientamenti, visioni del mondo e capace, altresì, di sferzare il presente, così come facevano qualche anno fa Pasolini, Moravia, Calvino…; e mi vado ancora domandando quale ruolo abbiano i cosiddetti “scrittori di successo”, quelli che sfornano un libro all’anno incoraggiando le aspirazioni di profitto dell’industria editoriale. Io penso che oggi lo scrittore conti davvero poco nel dibattito pubblico e culturale del nostro Paese, e che abbia perso prestigio, credibilità artistica. Non ha più voce in capitolo, si è lasciato fagocitare dal sistema per un suo tornaconto personale, ha perso quella autorevolezza culturale che faceva di lui la coscienza critica del cittadino. Secondo Massimo Fini “non esiste più nella nostra struttura sociale un’elite, intellettuale, culturale e morale, quella che Giorgio Bocca, quando credeva ancora in questo Paese, chiamava ‘la società degli eccellenti’ in grado di far da filtro almeno alle sguaiataggini più sfacciate. Oggi al posto degli eccellenti – scrive ancora Fini - dominano gli impudenti”. Oggi lo scrittore – nella maggior parte dei casi il personaggio dello spettacolo prestato alla letteratura – non ha difficoltà a trovare un editore disposto a pubblicare qualsiasi inezia egli scriva, che poi venderà in centinaia di migliaia di copie a consumatori (non lettori), ben felici di comprare non il valore dell’opera (che non esiste) ma la notorietà dell’autore. E’ pertanto impensabile che si possa conferire valenza letteraria ad un libro sulla base del solo successo commerciale. E’ come dire che l’ultimo romanzo di Ken Follet (non so quale sia…) o la trilogia delle cinquanta sfumature di grigio… di nero… di rosso della scrittrice inglese E.L. James, siccome vendono più copie de Il Gattopardo, sono più importanti del capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Sarebbe veramente triste e sconfortante pensare una cosa del genere. La verità è che i romanzi dello scrittore americano, che si vendono un tanto al chilo (o degli altri autori alla moda che imperversano nel panorama letterario dei nostri tempi), fra qualche anno saranno completamente dimenticati, appartengono ad una letteratura che, come direbbe lo storico Alberto Asor Rosa “non pensa”, mentre Il Gattopardo non finirà mai di dire le cose che ha da dire.
Comunque sia, io sono legato alla produzione letteraria del passato, non riesco a leggere il tanto reclamizzato “successo del momento”, il “bestseller” con i suoi serial killer, i suoi detective, i suoi commissari, i suoi chef. Quei libri con le copertine tutte uguali, dove appare quasi sempre una donna, con quelle storie mielose di amori infranti e di omicidi, storie legate al quotidiano, che rassicurano e che ammiccano – da una parte – e inquietano dall’altra, storie già ampiamente enfatizzate dalla televisione. La letteratura è altro, è quella che non deve misurarsi con i mezzi di comunicazione di massa, ma deve suggerire domande, agire come coscienza critica, suscitare riflessioni. Deve essere  luogo di metafore, di dubbi e di illusioni e deve proporsi come testimonianza e memoria.

Capisco che il confronto con gli anni precedenti può apparire nostalgico, ci sarà pure qualche suggerimento importante che si manifesta nel presente, meritevole di approfondimento  letterario, ma lo scrittore potrà coglierlo solo a distanza di anni, non oggi. Le storie dell’oggi, forse, potranno essere raccontate fra qualche decennio, a riflettori spenti e in assenza di clamore mediatico. E allora continuerò a tuffarmi nel nobile pensiero del passato, pur sapendo che prima di essere tale è stato il “presente” della sua epoca. E in ogni epoca gli scrittori hanno dovuto confrontarsi con il passato, anche se tale comparazione poteva risultare ingenerosa. Prendiamo per esempio i nostri attuali scrittori che vanno per la maggiore - penso a Baricco, Carofiglio, Veronesi, De Carlo, Volo….(l’elenco potrebbe essere lunghissimo): ebbene costoro appaiono veramente dei nani se li accostiamo a monumenti come Svevo, Pavese, Moravia, i quali diventavano molto piccoli di fronte a Proust…Mann…Hesse, pur dovendo ammettere che quest’ultimi, a loro volta, fuggivano da quei mostri sacri che si chiamavano Dostoevskij e Tolstoj.
Per finire, in attesa di poter leggere finalmente i libri di Fabio Volo o di Massimo Gramellini o di Federico Moccia o di Bruno Vespa, stimati non in base alle vendite (che sono straordinarie) ma in virtù della forza e della bellezza delle parole (di cui sono carenti), continuerò a cercare gli autori del passato le cui opere, pur non essendo mai state sponsorizzate in televisione, a distanza di anni continuano a trasmettere emozioni ed inquietudini.

giovedì 25 febbraio 2016

Storia di una famiglia nella Trieste di fine Ottocento



Quando il libro di Fausta Cialente “Le quattro ragazze Wieselberger” venne pubblicato – correva l’anno 1976 – il sottoscritto si trovava per motivi di lavoro a Trieste, la città in cui è ambientato il romanzo. La scrittrice, sebbene fosse nata a Cagliari, considerò sempre il capoluogo giuliano come sua città elettiva in quanto la madre (Elsa Wieselberger) era appunto di origini triestine. Ricordo che in città, quell’anno, si fece un gran parlare della sua opera letteraria anche in considerazione del fatto che si aggiudicò il Premio Strega. Allora non mi lasciai irretire dal successo del libro: l’ho comprato (su una bancarella dell’usato) e l’ho letto solo in questi giorni, dopo 40 anni. E devo dire che – nonostante la Cialente faccia parte, purtroppo, di quel nutrito elenco di autori dimenticati, le cui opere si possono trovare solo al mercato dell’usato – il romanzo autobiografico conserva tutta la sua struggente e poetica bellezza. Peccato che gli editori si ostinino – lo ripeto spesso - a non prendere più in considerazione certe opere letterarie che, almeno nel loro genere, restano ineguagliabili.
Protagoniste della storia sono quattro sorelle (Alice, Alba, Adele ed Elsa, quest’ultima madre della scrittrice, come ho già detto), appartenenti ad una facoltosa famiglia irredentista della Trieste di fine Ottocento. Le vicende narrate, quelle private relative alla famiglia Wieselberger e quelle sociali,  si snodano parallelamente nell’arco di circa 50 anni, fino agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, in un continuo incrociarsi e sovrapporsi. Al centro della narrazione,  vera protagonista del libro, è la ricca borghesia cittadina, “la piccola ignorante borghesia che noi eravamo” , con le sue contraddizioni e con le sue indifferenze, con i suoi pregi e con i suoi difetti, in continua fuga dalle sue responsabilità civili e sociali. Una borghesia che con somma alterigia sentiva la propria superiorità nei confronti del resto della società italiana. La voce narrante è quella di Fausta Cialente (prima bambina e poi donna adulta), la quale attraverso i suoi nitidi e circostanziati ricordi, spesso velati di leggera malinconia, ci parla delle gioie e delle avversità, dei successi e delle disgrazie della sua famiglia, la cui esistenza si divideva tra la bella casa in città adagiata su Ponterosso e la grande villa di campagna con giardino, orto e vigna; ma ci parla anche dei suoi continui spostamenti da una città all’altra dell’Italia che rompevano, di volta in volta, gli scarsi legami che riusciva a stabilire nelle località in cui si stabiliva (il padre abruzzese, era un ufficiale dell’esercito del Regno d’Italia “antimilitarista, antimonarchico, antimeridionale certamente e forse antitaliano; in tutti i modi antirredentista). Tutt’altra persona era invece la madre, la più giovane delle sorelle Wieselberger, una donna dedita alla cultura, alla musica, alle tradizioni familiari, che aveva ballato, una sera, con l’industriale e commerciante di vernici Ettore Schmitz, non ancora diventato Italo Svevo. E sullo sfondo delle vicende, la Trieste asburgica, con le sue architetture settecentesche di stampo mitteleuropeo e con i suoi eleganti caffè storici, crocevia di tantissime culture, avviata verso la sua lenta e inarrestabile decadenza che coinciderà con il declino della famiglia Wieselberger. E poi la guerra, presente nel libro con il suo orrore, con le sue devastazioni, con i suoi morti (parole struggenti sono quelle dedicate al cugino e all’amato fratello, morti appunto in guerra), quella guerra che “non si poteva del resto eliminare dai nostri pensieri, come un’ombra livida seduta al capezzale ci aspettava al risveglio e ci accompagnava dovunque, lo volessimo o no”.
Le pagine finali del libro, quando ormai della famiglia legata all’infanzia della scrittrice non rimaneva più nessuno, se non la massa frusciante dei suoi ricordi quale vana consolazione, sono di una rara, commovente bellezza. Pagine che da sole basterebbero a giustificare la lettura di questo libro.

lunedì 15 febbraio 2016

Sommersi dalle cicche di sigarette



Non fumo. E con questo non voglio affermare che io sia un uomo virtuoso e chi, invece, si concede il piacere del tabacco sia un vizioso. Della propria vita ognuno fa quel che vuole. C’è chi si fuma tre pacchetti di sigarette al giorno; c’è chi mangia solo hamburger e patatine fritte al McDodald’s; c’è chi considera Verdini e la Boschi i nuovi padri della patria: insomma, ognuno ha le sue piccole o grandi perversioni. E delle perversioni degli altri non me ne frega niente: mi bastano le mie. Ma se quel fumatore di prima - mettiamo che si trovi alla fermata dell’autobus - butta per terra, tra i miei piedi, i resti della sua sigaretta fumata nervosamente (il fumatore è sempre nervoso), dopo averla spenta con vigore sotto la punta della scarpa, fregandosene di chi gli sta intorno, fregandosene della pulizia della strada, fregandosene della qualità dell’ambiente circostante, fregandosene dei tombini ormai intasati, ebbene quella sua “innocua” perversione diventa pura maleducazione ed il suo comportamento incivile diviene, per me, insopportabile.  Io dico: tu vuoi continuare a fumare, a dispetto di quella funerea scritta “il fumo uccide” riportata sul pacchetto di sigarette? Bene, sei padrone di farlo, però la cicca te la devi ficcare da qualche parte (preferisco non dirti dove…lascio a te la scelta), non puoi buttarla dove capita. Devi sapere – mio caro fumatore - che le centinaia di migliaia di cicche che “abbelliscono” i marciapiedi delle nostre città, che riempiono le aiuole, che si depositano tra le grate dei tombini, che “decorano” i binari delle stazioni, che concimano i vasi dei fiori antistanti i portoni d’ingresso, che abbondano in maniera impressionante davanti a qualsiasi locale pubblico (bar, cinema, ristoranti, negozi, centri commerciali…), oltre a costituire uno spettacolo indecente e schifoso per il decoro urbano, hanno conseguenze negative in termini di inquinamento ambientale. Basti pensare che un mozzicone di sigaretta, incautamente abbandonato nell’ambiente, si decompone dopo 3 / 4 anni (in determinate condizioni possono essere diverse decine), e contiene notevoli quantità di sostanze inquinanti come nicotina, arsenico, catrame, ammoniaca ecc. E secondo i dati di alcuni studi ogni giorno, su scala globale, ne vengono dispersi nell’ambiente più di dieci miliardi. Mi viene quasi da pensare che il fumo produca meno danni di quanti ne possano causare le cicche. Siamo talmente abituati a respirare monossido di carbonio nei nostri centri abitati che i veleni provenienti dal fumo di una sigaretta certamente non aumentano, più di tanto, le probabilità di malattie polmonari. E’ quel tappeto di mozziconi di sigarette che invade ogni luogo, il vero pericolo per l’uomo e per la natura.
I fumatori sulla spiaggia, poi, costituiscono un caso a parte, meritano un discorso più approfondito: andrebbero studiati dal punto di vista antropologico. Costoro, secondo me, si dividono in quattro diverse tipologie. Alla prima, appartengono  quei fumatori che nascondono le cicche sotto la sabbia: evidentemente ci tengono molto alla pulizia dello stabilimento balneare e non sopporterebbero l’idea di vederle in giro. E’ un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto. Subito dopo, troviamo coloro che preferiscono invece infilarle, a raggiera, sempre nella sabbia a mò di ciliegine sulla torta, con il filtro bene in vista, come per dire: guardate quante ne ho fumate oggi. Seguono, a ruota, quelli che le raccolgono in un bicchiere di plastica pieno d’acqua, come se fossero telline appena pescate: sono convinti di fare la raccolta differenziata, salvo poi lasciare lì sulla spiaggia il bicchiere con il suo prezioso contenuto. Ci sono, infine, quelli che i mozziconi di sigaretta li lanciano con grande divertimento direttamente a mare, usando come base di lancio una leggera frizione tra l’indice e il pollice; questi bravissimi lanciatori di cicche di solito stazionano nelle prime file degli ombrelloni: avrebbero serie difficoltà se si trovassero più indietro.
 
E il povero bagnante che si appresta a trascorrere una giornata al mare, se non vuole stendersi su un tappeto di “bionde”, di tutte le misure e di tutte le marche (le più caratteristiche sono quelle orlate di rossetto, gentile e sensuale impronta delle labbra di chi l’ha fumate), è costretto a bonificare il terreno e a dissotterrare non solo il lascito dei fumatori, ma tutte le altre porcherie che vengono nascoste sotto la sabbia da quei cafoni che seguitiamo a chiamare cittadini.

venerdì 12 febbraio 2016

Fontamara: l'antica via crucis dei contadini meridionali



Fontamara è un immaginario paesino dell’Abruzzo, metafora di quel Sud povero e abbandonato da Dio e dallo Stato; ricorda profondamente i luoghi in cui visse lo scrittore abruzzese Ignazio Silone, il quale, attraverso la sua immaginazione e con l’aiuto dei suoi ricordi giovanili, diventa l’io narrante di questo suo romanzo: Fontamara. Sono i contadini, quelli che comunemente venivano chiamati cafoni, i protagonisti autentici della storia, che assurgono - forse per la prima volta - a paladini della giustizia e della rivolta. Quegli umili braccianti che non cantavano mai, neanche quando erano allegri, ma che volentieri bestemmiavano; e imprecavano non solo quando la sorte era loro avversa, ma anche quando dovevano esprimere una emozione, una gioia, o manifestare la propria devozione.

E’ un romanzo corale dove troviamo, da una parte, i “cafoni/contadini”, con le loro storie intrise di miseria, superstizione e ignoranza e, dall’altra, i “cittadini”, che sono poi le persone altolocate che più contano nel paese: il podestà, l’avvocato, il medico, il farmacista, il prete, il proprietario terriero. Queste due categorie di persone convivono nello stesso paese, ma non si incontrano mai, perché un cittadino e un cafone difficilmente possono capirsi, perché sono due cose differenti. Troppe cose li dividono. Una in particolare: la cultura. Silone fa dire ad un suo personaggio che “non serve avere ragione se manca l’istruzione per farla valere”. Infatti i cittadini trovano sempre il modo per imbrogliare i cafoni, per raggirali, per ridurli al silenzio attraverso semplici parole di difficile comprensione. Un po’ come il latinorum di manzoniana memoria, in bocca a Don Abbondio. Ma i cafoni di Fontamara, poveri e ignoranti, che avevano sopportato sempre qualsiasi vessazione come una sorta di destino divino,  possedevano mille buone ragioni per ribellarsi ai potenti del paese. Ed infatti insorsero il giorno in cui venne deciso, a loro insaputa, di deviare l’acqua di un ruscello - che da sempre aveva irrigato i pochi campi che possedevano, l’unica magra ricchezza del villaggio – per avviarla verso le terre che non appartenevano ai Fontamaresi, ma ad un ricco proprietario del paese, Don Carlo Magna.

Lo stile narrativo di Silone, fatto di un linguaggio semplice, immediato, per certi versi poco letterario, ma di disincantata umanità, rimanda a quella cultura contadina e popolaresca- da cui lo stesso autore proveniva – a favore della quale si era eletto da sempre indiscusso paladino. Egli sosteneva che la cultura e l’istruzione fossero fondamentali per il riscatto morale e sociale di un popolo. Senza cultura le battaglie sociali erano perse in partenza. Nelle intenzioni dello scrittore, il romanzo doveva rappresentare una denuncia sociale, un manifesto attraverso cui far conoscere le condizioni di estrema indigenza in cui vivevano i contadini del Meridione, da sempre oppressi da ingiustizie e malversazioni. Ma era anche l’occasione per dimostrare che anche i contadini avevano una loro dignità da difendere, che non potevano sempre essere carne da macello. Attraverso la lotta e l’impegno per la difesa di un diritto e per la salvaguardia delle loro terre, unica fonte di sostentamento, i cafoni di Silone diventano finalmente artefici del proprio destino e, per la prima volta, tentano con fatica di contrastare un potere e un destino a loro sempre avversi.

martedì 2 febbraio 2016

Dalle statue coperte alle modelle di Balthus



Sono un ammiratore di Balthasar Klossowski de Rola, in arte Balthus, nato a Parigi da padre polacco e madre russa. E’ uno dei maestri più misteriosi ed insoliti del XX secolo. Un artista molto amato e molto odiato: e solo i grandi sanno suscitare tali contrastanti sentimenti; un pittore di difficile collocazione, che detestava sia l’astrattismo che l’espressionismo ed era legato ad una sorta di realismo magico, dalla tecnica pittorica raffinata e aristocratica. Un pittore tanto antico quanto moderno.
Qualche giorno fa, mentre mi aggiravo  tra le sale delle Scuderie del Quirinale a Roma - dove è stata allestita la mostra sul grande pittore francese - mi chiedevo quali provvedimenti censori avrebbero potuto prendere gli organizzatori della manifestazione, qualora il presidente iraniano Hassan Rouhani fosse stato ricevuto in tale sede, anziché nei Musei Capitolini. E già, perché se si è arrivati ad “inscatolare” le nudità delle copie romane delle statue greche presenti in Campidoglio, per non offendere la sensibilità dell’illustre ospite (almeno così dicono, nonostante Rouhani non abbia mai presentato richieste in tal senso), non oso immaginare la reazione di siffatti organizzatori governativi al cospetto delle più “ardite” immagini dipinte da Balthus.
 
Ma lasciamo perdere questa ennesima figuraccia internazionale (in queste performance siamo maestri insuperabili) e ritorniamo a Balthus, celebrato in mostra nel settecentesco palazzo delle scuderie papali - a quindici anni dalla sua morte - con circa duecento opere, tra dipinti e disegni provenienti dai più importanti musei del mondo, oltre che da rilevanti  collezioni private. Trovandomi davanti ad un tale artista, mi viene da pensare: ma io cosa potrei mai scrivere di tanto interessante che non sia già stato scritto da persone più autorevoli e competenti di me? Nulla, evidentemente! Osservando i suoi quadri, tre sono gli aspetti che mi hanno maggiormente incuriosito e colpito: in primis, la fissa ieraticità di alcune composizioni (l’influenza dei maestri del Rinascimento è molto forte, in particolare quella di Piero della Francesca, che da giovane copiava per esercizio), poi  il colore utilizzato nelle tele, che sembra riprodurre le qualità opache dell’affresco (il pittore adoperava un particolare preparato a base di caseina), ed infine la tanto discussa dimensione erotico-sensuale, riscontrabile in quei nudi di ragazzine adolescenti, raffigurate in pose  a volte inverosimili tali da apparire sconvenienti. Tale rappresentazione si presta inevitabilmente ad una duplice lettura, si manifesta quasi sempre in bilico tra un innocente ed innocuo abbandono da parte del soggetto dipinto, tipico dell’età adolescenziale (da una parte), ed una posa maliziosa e astuta, dall’altra. Sembra quasi che le modelle-bambine che si affacciano dalle tele vogliano provocare la persona che hanno di fronte attraverso il proprio corpo ancora acerbo e facciano di tutto per assumere posizioni poco naturali.
 
Io penso che quando noi guardiamo un dipinto lo giudichiamo, innanzitutto, sulla base delle nostre percezioni sensoriali e poi in riferimento alle nostre conoscenze culturali. Quindi, il piacere o l’avversione o il turbamento che proviamo davanti ad un’opera d’arte nascono, essenzialmente, dal nostro modo di pensare, dalla nostra sensibilità, dai nostri principi morali. Insomma da quello che siamo. Ma sono reazioni che scaturiscono soprattutto da ciò che vogliamo effettivamente vedere in quel soggetto artistico, indipendentemente dal significato intrinseco dell’opera stessa. Ed allora può succedere che in un quadro di Balthus qualcuno possa intravede altro da ciò che l’autore ha voluto rappresentare, possa rimanere turbato nel lato più oscuro dell’animo, dimenticando che la bellezza non ha nulla da spartire con la fantasia pruriginosa e morbosa di chi guarda. E quando ciò accade, ecco allora che subentra la censura, il velo, la condanna, la riprovazione. Ecco allora che vengono coperte le nudità delle statue dei Musei Capitolini, non tanto per salvaguardare la presunta sensibilità religiosa di chi guarda, quanto per assecondare l’ignoranza di chi è preposto alla custodia dell’arte.

Mi piace infine ricordare che nei quadri di Balthus appare molto spesso un gatto, una presenza quasi costante e diabolica della sua pittura: “ho sempre vissuto circondato dai gatti – amava dire l’artista – e come me a volte sono crudeli, ma mai volgari”. Che poi, a pensarci bene, è la caratteristica della sua arte: provocatoria, che può graffiare come gli artigli di un gatto, a volte crudele, ma mai volgare. Tanto per smentire quel giudizio di amoralità che spesso gira intorno a quelle fredde figure di adolescenti ritratte da Balthus in pose ambigue.

sabato 30 gennaio 2016

La felicità



Non c’è artista o poeta che non si sia pronunciato, almeno una volta, su quello stato di grazia che è la felicità. Scriveva Totò:
Felicità !
Vurria sapè ched'è chesta parola,
vurria sapè che vvò significà .
Sarrà gnuranza 'a mia, mancanza 'e scola,
ma chi ll'ha 'ntiso maje annummenà .


Non credo che occorra la traduzione per capire quella sua condizione espressa in versi. E’ il componimento che forse meglio definisce la struggente malinconia di un personaggio che, con grande maestria, sapeva nascondere dietro la sua maschera la sua profonda solitudine.
Era meno pessimista il poeta romanesco Trilussa, per il quale la felicità si poteva trovare solo nelle piccole cose:

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

Per Vincenzo Cardarelli, invece, è una cosa precaria, ci abbandona immediatamente, non ci dà il tempo di assaporarla:

Felicità…ti ho riconosciuta dal passo
con cui ti allontanavi.
Anche Eugenio Montale aveva un rapporto instabile con tale stato d’animo: per lui la felicità è fragile, si può spezzare quando meno te lo aspetti, è un barlume che vacilla:

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e' dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case

 
E per  Salvatore Quasimodo è un raggio di sole che subito tramonta:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

martedì 26 gennaio 2016

Da Sapri con dolore



Può capitare che un libro – su cui avevi riposto interesse ed aspettative, anche in forza dei giudizi positivi espressi dalla critica – ti lasci, a lettura terminata, una sorta di amaro in bocca. E non ti sai spiegare il perché, nonostante lo stile della scrittura sia altissimo. Arrivi quasi con fatica all’ultima pagina, magari saltandone anche qualcuna, e ti accorgi che la storia che hai appena finito di leggere non ti ha soddisfatto del tutto. Hai come la sensazione di non averlo letto con la dovuta attenzione, di non essere riuscito ad immedesimarti nella psicologia dei personaggi, interrompendo troppe volte la lettura oppure di avere scelto il momento forse meno adatto per interiorizzarlo. E quell’amaro in bocca ti fa quasi pensare ad una tua evidente sconfitta, ad una tua incapacità di comprenderlo nella sua intima essenza. E allora – quasi a voler confermare la qualità letteraria del romanzo – ti assale e ti tormenta un strano pensiero che ti spinge a rileggere il libro. Tali sono state le sensazioni di fronte a “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli, uno scrittore piemontese (era nato a Ciriè in provincia di Torino), morto a Roma nel 2013 a soli 58 anni. Ma sinceramente non so se avrò di nuovo la voglia di riprenderlo tra le mani, per recuperare ciò che in questa prima lettura non ho saputo cogliere.
La storia prende le mosse da un paese del Sud, Sapri. Ci troviamo negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia. I “trecento” di Carlo Pisacane erano stati massacrati proprio da quei contadini che volevano liberare dal dominio borbonico, mentre il nuovo stato italiano era nato nel nord ma nelle campagne di Sapri - incontrastato feudo di una classe di notabili avida e prepotente, pronta a saltare sul carro del vincitore - si manifestava soltanto con i suoi soldati violenti e con la consueta ingiustizia e sopraffazione. E da questo Sud antico, arretrato e sfruttato, da questa civiltà contadina arcaica e immobile, emigra verso il Centro-Nord un giovane maestro, con le sue idee anarchiche che non riconoscevano autorità né allo Stato, né al Re, né alla Chiesa; un idealista animato da un utopistico progetto rivoluzionario di rivalsa sociale, convinto che “anche i cafoni hanno un cervello”. Approda in Toscana in un piccolo paese (Colle) che apparentemente gli ricorda la sua Sapri, seppure con le dovute differenze: “i contadini e la povera gente – scrive l’autore - erano povera gente qui come dalle sue parti, ma i volti erano meno spigolosi, le facce più aperte al sorriso, quasi che la bellezza del paesaggio (…) avesse mitigato anche i suoi abitanti (…) e fu colpito dalla gentilezza delle donne. Non che quelle delle sue parti non fossero gentili, ma mantenevano sempre, in ogni circostanza, un riserbo, quasi una scontrosità che le isolava in una sorta di mondo a parte…”.  Il “Maestro” – verrà chiamato così durante tutta la narrazione – si innamorerà, in questo ambiente descritto quasi in maniera fiabesca e idilliaca, di una vedova del posto da cui avrà 5 figli ed ai quali darà nomi assai simbolici, in linea con le sue idee: Ideale, Mikhail, Libertà, Bartolo, Cafiero. La vedova Bartoli, con amore e dedizione, asseconderà le idee del maestro e lo sosterrà anche nei momenti di grande difficoltà in cui verrà a trovarsi, a seguito delle sue battaglie politiche che lo costringeranno alla fuga ed all’esilio.
Nel corso degli anni le vicende della famiglia Bartoli si intrecciano, attraverso amori e matrimoni, con quelle della famiglia Bertorelli, commercianti di maiali i quali - appassionati di epica e di Omero - amavano leggere, nelle sere d’inverno accanto al camino, l’Iliade e l’Odissea e si tramandavano, di generazione in generazione, i nomi degli eroi dei poemi omerici: Ulisse e Telemaco, Paride e Ganimede, Enea e Didone... Due famiglie, due modi diversi di vedere la realtà e la vita: idealisti gli appartenenti alla famiglia del “maestro”, materialisti i commercianti di maiali. Eppure, nonostante le differenze, i due gruppi familiari riusciranno a trovare punti d’incontro e di condivisione. E le vicende umane e spirituali di questo microcosmo, che racchiude matrimoni e nascite, amori struggenti e divisioni laceranti, si sovrappongono ai drammatici avvenimenti della Storia che vanno dalla tragica spedizione di Sapri condotta dal Pisacane, fino al secondo dopoguerra, con le sue rivolte, le sue epidemie, i suoi morti, le sue speranze. Il dolore è sempre presente nelle pagine del libro; è un sentimento ricorrente, forte e perfetto, come dice il titolo, un aspetto predominante del racconto che si esplica nei momenti drammatici dell’esistenza ma anche negli attimi di gioia del quotidiano. Un dolore perfetto, che abbaglia e che si percepisce non solo quando la vita lascia il posto alla morte, ma anche quando la vita fa nascere una nuova vita. Ed è ciò che intuisce Annina, uno dei tanti personaggi del romanzo, mentre passa dalla vita alla morte: “Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciolo del giardino, l’Annina emerse dall’ombra in cui la sua mente si era nascosta da molti anni e, all’improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora le concesse (…) vide sua madre partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto, e solo alla fine, quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso e gonfio dallo sforzo, e sentì per l’ultima volta l’odore di viole del suo fratello gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo”.

venerdì 22 gennaio 2016

Quella volta che Leopardi chiese la raccomandazione



Qualche giorno fa un parlamentare della repubblica ha confessato durante una intervista di aver ricevuto, in 12 anni di permanenza nelle istituzioni, ben 20.000 richieste di raccomandazioni. Sembrerebbe, visto l’andazzo, che l’Italia sia una repubblica fondata non sul lavoro - che non c’è - ma sulla raccomandazione al fine di ottenere una qualsiasi occupazione. E scagli la prima pietra chi non ha mai sentito il bisogno di affidarsi ad una tale pratica per risolvere qualche problema e aggirare l’ostacolo, o chi non si è mai rivolto ad un amico, ad un conoscente autorevole, per assicurarsi un favore … un aiutino. E allora contattare “l’uomo della provvidenza”, impersonato a seconda delle circostanze dal potente di turno ma anche dall’amico di vecchia data, diventa quasi una necessità irrinunciabile.
Ho scoperto che neppure Giacomo Leopardi fu immune da  questo vizio, tant’è vero che nel 1823 inviò una lettera al cardinale Consalvi, ex Segretario di Sato del Vaticano, con la quale il grande poeta “del natio borgo selvaggio”  chiedeva un posto di lavoro adeguato alle sue capacità. Mi piace qui riportare integralmente la lettera, tratta dal libro di Ermanno Rea La fabbrica dell’obbedienza  (Feltrinelli Editore) :

Eminentissimo Principe. Incoraggiato dai luminosi esempi di sua generosa benevolenza verso quei sudditi Pontificii che in qualche modo si affaticano per li progressi de’ buoni studi, supplico l’Eminenza Vostra Reverendissima a rivolgere anche sopra di me i suoi benefici sguardi. Essendomi finora applicato alle lingue classiche e a quelle materie che più direttamente dipendono dalle medesime ho pur troppo conosciuto che dovrei rinunziare a ogni speranza di ulteriori avanzamenti se continuassi a vivere in Recanati mia patria. D’altronde mio padre aggravato di prole, e per le passate vicende attenuato di rendite, non ha mezzi di mantenermi in altro luogo dove la Società d’uomini di Lettere, e il soccorso de’ libri possano perfezionare le mie deboli cognizioni. Sarebbe pertanto mia fervida brama di giungere a questo scopo coll’esercizio di qualche impiego amministrativo, nel quale servendo fedelmente lo Stato, avessi il modo di servire ancora, secondo le mie scarse forze, all’incremento di quelle scienze a cui mi sono dedicato. Veggo che niun impiego potrebb’essere più confacente alle mie mire e alle mie ristrette capacità che quello di Cancelliere del Censo in qualche importante Capoluogo di Delegazione. E se attualmente non ve n’ha alcuno vacante, non manca certamente all’Eminenza Vostra Reverendissima il modo di supplire a ciò, conferendo ad alcuno degli attuali Cancellieri del Censo qualche equivalente impiego che fosse ora vacante o per vacare. Supplico l’Eminenza Vostra a perdonare colla sua tanto acclamata bontà il mio ardire, ed attribuirlo alla fiducia m’ispira il suo gran cuore, permettendomi intanto di segnarmi con profonda venerazione e gratitudine di Vostra Eminenza Reverendissima umilissimo, devotissimo, obbligatissimo Servitore.
Uno pensa: ma se anche Leopardi, per lavorare, ha dovuto ricorrere ad una consuetudine così deplorevole come la raccomandazione, che speranza hanno i tanti poveri disoccupati del nostro Paese, privi come sono della sua intelligenza e del suo ingegno? Mi chiedo ancora: avvalersi della raccomandazione è un tipico comportamento insito nella natura degli italiani, oppure è solo un momento di pigrizia, un atto di  cedimento ad un costume - o malcostume - che in realtà non ci appartiene e che esula dal nostro abituale modo di agire e di pensare?

sabato 16 gennaio 2016

Come è bello far la spesa



Lo confesso: mi piace fare la spesa. Sono un abituale e indomito frequentatore di supermercati e mercatini rionali. Devo dire che ho acquisito in tanti anni di dignitosa attività - dispensando mia moglie da questa gravosa incombenza - una certa dimestichezza con i luoghi della distribuzione, una discreta conoscenza dei prezzi ed una apprezzabile competenza tecnico-alimentare. Ho imparato per esempio a distinguere le pere coscia da quelle kaiser, il carciofo “tondo di Paestum” dalla “mammola romanesca, la caciotta romana dal caciocavallo abruzzese.  
Dobbiamo pur mangiare e sappiamo quanto oggi sia difficile trovare cibi sani e naturali, saturi come sono di conservanti, coloranti ed altre schifezze simili. Quando si parla di cibo mi ritornano sempre in mente le parole della buon’anima di mia nonna, la quale aveva capito in anticipo rispetto ai tempi che le cose stavano per cambiare - in peggio - nel campo agroalimentare; infatti soleva ripetere: “moriremo tutti avvelenati”. Evidentemente si era resa conto, la poveretta, che stavano per sparire le buone cose fatte in casa come solo lei sapeva preparare: il pane, i biscotti, la pasta, il formaggio, la passata di pomodoro, le salsicce… E che anche la frutta e la verdura, trattati con pesticidi chimici, costituivano un pericolo per la nostra salute. Se è proprio così, se davvero dobbiamo morire avvelenati mangiando due mele annurche e un’insalata riccia, ebbene preferisco avvelenarmi con le mie mani, scegliendo i veleni che mi danno più fiducia e mi garantiscono una minore sofferenza. E allora, quando mi accorgo che il frigorifero di casa sta per svuotarsi, senza lasciarmi prendere dallo sconforto, parto alla volta del supermercato. Una volta esisteva il negozietto sotto casa: era quasi sempre una bottega a conduzione familiare. Poi qualcuno si è accorto che le massaie, in questi posti, compravano solo ciò di cui avevano bisogno e non vi trascorrevano l’intera giornata. Comportamenti, questi, che non andavano bene e allora, per far si che si consumasse sempre di più ed aumentassero a dismisura sprechi e rifiuti, hanno inventato dei luoghi immensi, dove si va a fare la spesa con dei veri e propri container. Naturalmente i piccoli negozi sotto casa hanno dovuto chiudere perché non potevano competere con le multinazionali della distribuzione.

La cosa che più colpisce, quando si entra in questi mega centri del consumo, è la varietà e l’abbondanza di qualsiasi prodotto di cui sono stracolmi gli scaffali, tutti sistemati in maniera strategica, tale da farti spendere sempre di più: succede che eri entrato per comprare il pane e il sale e ne esci con una vagonata di articoli di cui spesso non avevi strettamente bisogno. Però erano “in offerta” e pazienza se poi hai dimenticato di prendere proprio il pane e il sale.
In fila alla cassa il confronto tra i carrelli è d’obbligo: sembra quasi - a guardare i volti orgogliosi di chi si porta dietro il “vagone” - che ci sia una sorta di gara spendereccia a chi ce l’ha più zeppo. Ebbene devo dire che il mio appare sempre semivuoto rispetto all’abbondanza di mercanzie che tracimano dai carrelli dei vicini. A volte resto esterrefatto ed ho come l’impressione, di fronte a quell’accaparramento selvaggio di derrate alimentari, che stia per arrivare,  a mia insaputa, un lungo periodo di carestia, oppure che sia stata annunciata una guerra e la gente abbia paura di rimanere senza viveri; resto incredulo quando mi accorgo che la signora accanto a me, il cui peso è proporzionato alla sua spesa, butta dentro il carrello qualsiasi cosa le capiti a portata di mano senza il minimo discernimento. Sembra quasi che l’unica sua accortezza sia quella di arraffare tutti i prodotti ben reclamizzati e la pubblicità sia, pertanto, il suo esclusivo parametro di sicurezza, il suo unico metro di giudizio. “ Io guardo sempre la pubblicità in televisione – ha detto una volta lo scrittore Erri de Luca - altrimenti non potrei sapere quali sono le cose che non devo comprare”.

Quando mi presento alla cassa con la mia spesa striminzita da pagare, avverto un senso di imbarazzo con quel mezzo chilo di pomodorini pachino comprati al reparto del biologico, una fetta di primo sale di pecora della Ciociaria, 250 grammi di  mozzarelle di bufala di Battipaglia e due pacchi di spaghetti di Gragnano. Non posso competere con quella signora di prima, che dietro di me avanza a fatica spingendo il suo tir strapieno di scatole di merendine di tutti i tipi (ripiene di coloranti, conservanti, edulcoranti…), innumerevoli pacchi di pesce surgelato al mercurio pescato nei vari oceani, diverse confezioni di affettati di mortadella e salami di dubbia provenienza, pacchi di assorbenti e carta igienica in offerta, bottiglie di olio “d’oliva” prodotto non si sa dove, confezioni di enormi e oscene cosce di pollo dal colore incerto (nate in Polonia, macellate in Olanda e confezionate in Italia), barattoli alla rinfusa di sughi già pronti, buste di insalata già lavata, fagiolini già lessati, cicoria catalogna passata in padella, pacchi di piatti e posate in plastica, lattine di pomodori pelati (come natura crea), due pizze quattro stagioni surgelate…; e quella signora, sbirciando il mio carrello pressoché vuoto, sembra  guardarmi quasi con un sentimento di pietà misto a disprezzo, come se fossi un povero miserabile, un morto di fame, degno della sua commiserazione.

lunedì 11 gennaio 2016

Per una cucina veloce...



Ho ricevuto in regalo per le feste di Natale un libriccino di ricette di cucina la cui autrice,  Priscilla Musu - come riporta nelle sue brevi note biografiche - “nata a Roma per fare l’architetto, si è ritrovata a Torino a lavorare per le Ferrovie dello Stato, ma da sempre la cucina è una delle sue grandi passioni”. Non mi era mai capitato, prima d’ora, di ricevere in regalo un libro di ricette. Se devo proprio dire la verità, è un testo che probabilmente non avrei mai comprato perché la gastronomia in prosa non è il mio genere preferito di lettura. E poi, lo ammetto, avverto una certa insofferenza nei confronti delle opere gastronomiche che ormai hanno invaso tutti i luoghi e monopolizzato il settore, i cui autori – tutte facce note dello spettacolo – fanno bella mostra dalla quarta di copertina dei loro “capolavori”. A volte mi viene da pensare, guardando le vetrine delle librerie addobbate a festa con questi volumi, senza contare le mille ricette che vengono proposte quotidianamente dai tanti programmi che impazzano in televisione, che la gente non legga altro che ricette e che si dedichi solo alla cucina, consultando i libri dei propri beniamini. Ma la gastronomia è una cosa importante e non può essere lasciata nelle mani di persone incompetenti che si credono eredi di Pellegrino Artusi.
Il piccolo libro della cucina veloce ma chic”, questo il titolo del libro di Priscilla Musu, si discosta dai tanti manuali alla moda e si fa apprezzare, prima ancora che per le sue ricette, innanzitutto per le sue dimensioni ridotte e per la sua accattivante copertina color fucsia. Caratteristiche, queste, che richiamano immediatamente l’attenzione e lo sguardo di qualsiasi lettore distratto. Pubblicato dalla Iacobelli Editore in formato tascabile, appare come un piccolo e delicato Davide se lo confrontiamo con i tanti Golia che – con malcelata arroganza - mostrano i muscoli ( o meglio la faccia famosa dell’autore ) sugli scaffali delle librerie. Con le sue piccole dimensioni sembra quasi volersi nascondere, non risulta affatto invadente e sfacciato come i suoi dirimpettai che dall’alto della loro presunzione sembrano dire: non sai chi sono io. Lui invece appare discreto, un testo che occupa poco spazio e perciò trova facilmente posto nella nostra libreria. E perché no: nelle nostre tasche. E già questo rappresenta un aspetto positivo che lo pone al di sopra dei tanti suoi simili più noti e famosi. Nella sua essenziale semplicità e nella sua veste grafica così funzionale e seducente, questo piccolo libro di cucina esalta “sapori, colori e odori” di alcune sfiziose ricette “nella speranza – scrive l’autrice nella presentazione – di risvegliare il gusto della sperimentazione e il piacere della ristorazione di qualità”. E noi oggi abbiamo davvero bisogno di stimolare, prima ancora che l’interesse per la ristorazione di qualità, quell’antico piacere per la cucina e per il mangiare sano, che sono stati ormai completamente soffocati dalla fretta.
Il libro si rivolge proprio a chi ha fretta e va sempre di corsa, a chi è indaffarato e non trova mai il tempo per cucinare, a chi non sa andare oltre il solito panino o la solita fettina con l’insalata, soluzioni quest’ultime che si adattano benissimo alla velocità dei nostri tempi. Eppure, il cibo è fonte di piacere e di godimento perché appaga tutti i nostri sensi. E una ristorazione di qualità la possiamo trovare anche in una cucina veloce: basta saper coniugare gli ingredienti giusti, come ha saputo fare – con passione e competenza - l’autrice di questo piccolo e prezioso manuale. Allora sfogliamolo e affidiamoci alle appetitose ricette che ci propone (calde e fredde) per tutti i giorni; consultiamo la preparazione delle salse e delle paste; lasciamoci guidare dai suoi consigli, impariamo a preparare quei suoi sfiziosi piatti ricchi di tradizione e di gusto, che renderanno meno faticose le nostre giornate. Il tutto per una cucina veloce sempre all’insegna della salute e del benessere. Un libro che si tiene sul palmo di una mano mentre con l’altra, in maniera veloce, possiamo divertirci preparando succulenti piatti a base di involtini di melanzane o di vitello con asparagi…cartocci di ceci fritti o focaccia con scamorza…soufflé di cavolfiore o crostatina di scarola…insalata affumicata o stuzzichini con broccoletti e bresaola. E tanti altri ancora: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

sabato 2 gennaio 2016

E' forse il mondo stesso una prigione?



Ancora una volta, tra le bancarelle di un mercatino dell’usato, ho scovato un libro importante che cercavo da tempo, introvabile nelle librerie: Il mondo è una prigione di Guglielmo Petroni. Gli editori – è noto - anziché ripubblicare buona letteratura, preferiscono rincorrere facili guadagni e affidarsi ai volti noti della televisione stampando qualsiasi inezia essi scrivano. Di questo autore autodidatta (nato a Lucca e morto a Roma nel 1993), avevo già letto un suo libro: La morte del fiume, vincitore di un premio Strega negli anni ‘70. Il romanzo che ho appena finito di leggere – nella bella edizione Oscar Mondadori del 1974 - è forse la sua opera più nota, in cui lo scrittore custodisce, in poco più di 150 pagine, la sua dolorosa esperienza carceraria. Infatti Petroni, per la sua attività antifascista, nella primavera del 1944 fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Via Tasso a Roma; torturato e condannato a morte, venne trasferito a Regina Coeli, per essere poi liberato dagli Alleati dopo 33 giorni di dura prigione. Il libro di memorie, la cui prima edizione risale al 1949, secondo Natalino Sapegno resta una delle prove più alte della letteratura sulla Resistenza e sulla guerra. Per Andrea Camilleri, il mondo è una prigione è uno dei libri che lo hanno formato “non come scrittore, ma come persona”.

Noi oggi viviamo tempi difficili in cui accadono fatti drammatici (pensiamo per esempio agli attentati di Parigi), a seguito dei quali c’è chi invoca la guerra e c’è chi ritiene che siamo già entrati nella terza guerra mondiale. Ma le persone che con tanta facilità parlano a vanvera e fanno gli interventisti non sanno cos’è un conflitto mondiale perché non l’hanno mai vissuto sulla propria pelle. Per loro fortuna. Io penso che una terza guerra mondiale, uno scontro di civiltà tra l’Occidente e l’Oriente così come viene enunciato dai mass-media, sarebbe una vera catastrofe planetaria. Eppure, non bastano tutte le guerre che l’uomo ha combattuto durante la sua millenaria storia, con l’enorme carico di errori commessi e di morti causati; non sono sufficienti i tanti libri scritti da chi la guerra l’ha fatta e l’ha vissuta e poi ne ha raccontato la barbarie, per dissuadere i guerrafondai dei nostri tempi.

La guerra, qualsiasi guerra (e pensare che oggi c’è chi parla di guerra giusta) è sempre un’azione orrenda e detestabile che genera distruzione e morte. E il carcere – diretta conseguenza della guerra – non è da meno e credo sia una delle esperienze più angosciose e drammatiche che l’uomo possa vivere. Un’esperienza che ti divora e ti porta allo smarrimento spirituale e se ne esci vivo, non sei più quello di prima: sei un uomo diverso, hai paura della realtà e del mondo che ti circonda, avverti una sorta di “fastidio di esistere” e ti assale quella “noia di convivere”. E’ l’esperienza, questa, che troviamo descritta ne “Il mondo è una prigione” il cui autore, non appena uscì dal carcere, così annotò nel suo libro:

“…mi accorsi che rimpiangevo violentemente le ore in cui la mia vita era incerta, insidiata ogni momento; rimpiangevo la fame, il buio e l’incertezza che, questa volta, lasciavo definitivamente dietro le mie spalle (…) sentivo ingigantire nel mio cuore il fastidio di tornare tra gli uomini; sentivo una fortissima attrazione per i giorni trascorsi nelle luride celle delle prigioni che avevo conosciuto in quelle poche settimane che parevano anni…”. E’ incredibile come il carcere possa scalfire così profondamente il pensiero e l’animo umano.

Di fronte a questi sentimenti così contrastanti lo scrittore Guglielmo Petroni arriva a percepire confini molto labili tra la prigione e la  libertà, tant’è che si chiede: “E’ forse il mondo stesso una prigione? Siam forse noi stessi la nostra prigione, oppure è soltanto in noi, la nostra libertà? Gli altri sono forse la tua prigione? Una prigione che potrai amare forse, come ora ami quella concreta che lasci dietro te con questo oscuro rimpianto?”.

“Il mondo è una prigione” è un memoriale che lascia un segno indelebile sull’animo del lettore; mi permetto di dire che per il suo forte impatto emotivo è un libro paragonabile – fatte naturalmente le doverose distinzioni - a grandi opere della nostra letteratura come le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci e “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

 

mercoledì 9 dicembre 2015

Caro amico ti scrivo...



Si tu vales bene est, ego valeo: se tu stai bene sono contento, io sto bene. Era usanza degli antichi romani iniziare una lettera con questa formula. Lo scriveva Seneca oltre duemila anni fa (lettera n. 15) a quel suo amico di Pompei che si chiamava Lucilio. A quei tempi non esisteva il telefonino e se volevi mandare i saluti ad un conoscente lontano, dovevi procurarti carta e penna (o meglio calamus e papiro) e poi affidarti alle poste dell’epoca (si fa per dire). Da allora – a partire, appunto, dalle Lettere a Lucilio - ne sono state scritte di lettere e di epistolari famosi, anche di alto valore letterario! Ma chi scrive più le lettere come una volta? Nessuno. Eppure, io penso che certi pensieri riportati sulla carta acquistino un sapore ed un valore speciale, un modo diverso di ascolto e di comprensione, perché quando si scrive si è molto più attenti a studiare le parole, a limarle, a trovare quelle che meglio si adattano in quella particolare circostanza. Si sa che la comunicazione verbale è più immediata, però quella che si esplica attraverso una lettera è senz’altro più meditata, più elaborata, permette di leggere tra le righe anche ciò che non viene detto esplicitamente e – diciamocelo - consente anche di verificare le capacità letterarie e di scrittura di chi mette nero su bianco. Mi azzardo a dire che quando ci esprimiamo a voce siamo un po’ “stupidi”, quando invece scriviamo ci sforziamo di essere intelligenti.

La lettera, quale originario strumento di comunicazione, era un oggetto che si poteva accarezzare e stringere fra le mani. E si poteva scorrere con gli occhi per cogliervi non solo il senso delle parole, ma anche  lo stato d’animo di colui che scriveva; era una sorta di reliquia che si conservava e si rileggeva a distanza di tempo, ogni volta rinnovando emozioni ed evocando ricordi. Le parole volano, soprattutto quelle dette al telefono in maniera distratta, o nelle conversazioni; quelle scritte, invece, sono sempre lì, a portata di mano e di occhi e dietro ad esse il volto e l’ animo di chi l’ ha inviate.

La lettera vergata a penna, come si faceva una volta, è praticamente scomparsa; ma per fortuna hanno inventato la mail, che in qualche modo ricorda la vecchia lettera, sebbene sia più sofisticata e veloce, in linea con i tempi moderni che sono paladini della rapidità. Certo, non esiste più quel tempo di attesa, con tutto il suo carico di emozioni, tra il momento in cui si scriveva ed il momento successivo in cui si riceveva la risposta, che era pur sempre un tempo di piacere. Oggi avviene tutto all'istante: è come rinunciare alla vigilia saltando immediatamente alla festa.
Io sono un po’ all’antica: preferisco la lentezza alla sveltezza, la lettera al telefonino. Tant’è che non ne posseggo uno. E già: il telefonino! Con lui devi essere super rapido. Devi sempre dare una risposta immediata e senza indugio Non hai più la possibilità di riflettere, di pensare, di meditare la risposta. Ti devi sempre giustificare se per caso ti cercano e non ti trovano. Non dicono mai pronto, quelli che ti chiamano, ma ti chiedono sempre dove stai. Abbiamo perso la riservatezza e di pari passo sono aumentati i bugiardi. Ma vuoi mettere la lettera? E se ci pensate bene, io credo che il telefonino sia lo strumento più maleducato che sia stato mai inventato, u’ cchiu scustumato (come direbbero a Bolzano). Perché squilla – attraverso musichette e suoni tra i più stravaganti - nel momento meno adatto, anche nelle situazioni più imbarazzanti, senza chiedere permesso a nessuno. Mettiamo, per esempio, che il sottoscritto si trovi in piacevole compagnia, da qualche parte, a chiacchierare con un amico e all’improvviso squilla il suo telefonino. L’amico che fa? Non dice allo scocciatore di richiamare più tardi perché ora è impegnato. No. Se proprio non vuole farmi ascoltare la sua telefonata (ma non succede mai, perché le telefonate degli altri sono rivolte soprattutto ai presenti), si alza e si allontana, lasciandomi naturalmente come un carciofo, per dare retta a quell’altro carciofo, a quell’intruso che ha interrotto la nostra amabile conversazione per chiedergli, evidentemente, una cosa urgentissima e cioè se aveva visto la partita in televisione. Non è arroganza, questa? Non è un malcostume? Era proprio necessaria quella telefonata? Invece con la lettera-mail non può mai succedere una simile e sciocca invadenza. Lei, la mail, se ne sta buona da qualche parte - annunciata in grassetto - in attesa che venga aperta. Non è maleducata. Non si intromette nella conversazione. Rimane tranquilla e aspetta il suo turno. E quando viene finalmente aperta, è perché chi l’ha ricevuta vuole leggerla proprio in quel momento. L’aspettava. Era ansioso di scorrerla con gli occhi – e perché no – di stringerla tra le mani, se usa l’accortezza di stamparla e conservarla, per rileggerla poi nelle ore di dolce malinconia. Mi domando: come si può non amare la lettera. Pardon, la mail.

giovedì 26 novembre 2015

Caino di Josè Saramago: un uomo come tutti gli altri



Libro provocatorio e irriverente, tant’è che la gerarchia ecclesiastica - in occasione della sua pubblicazione - lo marchiò immediatamente come blasfemo, da mandare al rogo. L’ho letto qualche tempo fa semplicemente perché l’avevo ricevuto in regalo da una collega; e probabilmente non l’avrei mai comprato, perché del grande scrittore portoghese, premio Nobel per la letteratura, avevo già l’esperienza di due precedenti letture quali “Cecità” e “La Caverna”, libri che secondo me rappresentano meglio il vero Saramago, la cui tematica narrativa si pone al limite tra il sogno e la realtà, tra il dramma umano e sociale e la fantascienza, piuttosto che su temi ironici/irrispettosi.

Lo stile narrativo è sempre quello caro a Saramago: lunghi periodi, a volte senza punteggiatura, con i suoi personaggi (Dio, Caino, Abramo ecc.) sempre indicati con la lettera minuscola, mentre altre parole, che possono essere avverbi o cose comuni, inspiegabilmente (per me) portano la lettera maiuscola. Vorrà dire qualcosa?

Con questo libro Saramago intende fare una rilettura, naturalmente a modo suo ed in maniera tagliente (ed è per questo che la Chiesa l’ha disapprovato e condannato) del Vecchio Testamento, a partire dalla creazione di Adamo ed Eva (io li scrivo con la maiuscola, perché non sono Saramago) soffermandosi su Caino, il figlio maggiore della prima coppia creata dal Signore, il primo uomo nato nella storia umana, un agricoltore che uccise il proprio fratello Abele, che di mestiere faceva il pastore.

Capovolgendo la tradizione storica cristiana, che ha sempre considerato Caino il prototipo dell’uomo cattivo, l’assassino del proprio fratello, Saramago ci rappresenta un Caino né migliore né peggiore degli altri uomini, un Caino che offriva al Signore - in segno di riconoscenza e di devozione - i frutti e le primizie del proprio lavoro nei campi, ma il Signore sembrava non gradire; si compiaceva, invece, per gli agnelli che Abele, suo fratello, gli sacrificava e così giorno dopo giorno cresce il rancore da parte di Caino non solo nei confronti del suo Dio, che considera ingrato, ma anche nei confronti del fratello, che lo irride. Perciò perciò un giorno lo uccide con le sue stesse mani. E alla domanda del Signore del perché lo avesse fatto, del perché si fosse macchiato di un tale crimine, Caino risponde: “...il primo colpevole sei tu, io avrei dato la vita per la sua vita se tu non avessi distrutto la mia”.

Per Saramago, il Signore non tratta i suoi figli nella stessa maniera e da questa considerazione ne viene fuori un Dio ingiusto, cattivo, invidioso il quale di fronte alla torre di Babele, credendo che gli uomini potessero arrivare fino al cielo, arriva perfino a temerli, ad avere paura di loro. “La gelosia è il suo grande difetto” dice Saramago nel libro “invece di essere orgoglioso dei figli che ha, ha preferito dar voce all’invidia, è chiaro che il Signore (con la s minuscola nel testo) non sopporta di vedere gente felice”. Quindi l’infelicità degli uomini come principio e sentimento che regge le sorti del mondo, perché “la storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui”.

sabato 7 novembre 2015

Il giorno del giudizio



“Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte”. Così scriveva Salvatore Satta - uno dei più autorevoli studiosi italiani di Diritto processuale civile - nel 3° capitolo del suo libro “Il giorno del giudizio” ultimato un anno prima della sua morte, avvenuta a Roma nel 1975. Lo scrittore sardo – era nato a Nuoro nel 1902  - evidentemente ebbe modo di riflettere con serena lucidità sul suo estremo proposito e non portò a termine il compito che si era prefisso; e così, chi ama la bella scrittura, ha potuto leggere quelle pagine che lui avrebbe voluto distruggere per sempre.
Ne “Il giorno del giudizio”, considerato il suo capolavoro, Salvatore Satta dipinge un grande affresco storico ed umano sui vizi, le virtù, le miserie, i bisogni  e i desideri di un intero popolo, quello a cui lui stesso apparteneva ed a cui si sentiva legato: la gente della sua Nuoro. Il racconto si svolge, come scrive nel libro, attraverso “onde di ricordi che si accavallano in un assurdo disordine, come se tutta l’esistenza si fosse svolta in un solo istante”, mentre i suoi personaggi – che sono morti ma che il narratore ben conosceva in vita – li fa rivivere nella scrittura, li chiama quasi a raccolta uno ad uno. Uomini e donne di Nuoro, contadini e pastori, notabili e miserabili, notai ed avvocati, preti ed impiegati, ricchi e poveri, sfilano davanti a noi lettori “come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco”. Personaggi che non avevano mai avuto una seppure minima identità e visibilità, che non avevano importanza per nessuno, perché la loro esistenza si riduceva a un atto di nascita e di morte, sembrano quasi chiedere all’autore di essere liberati dai propri affanni e dalle proprie miserie “…tutti si rivolgono a me – scrive l’autore – tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati (…). E forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria”.

Un libro che ci parla della vita di un’intera comunità attraverso la morte, perché a Nuoro, quando moriva qualcuno era come se morisse tutto il paese e la vita e la morte erano regolate e scandite dalle campane del borgo, dall’ave squillante del mattino all’ave spiegata della sera, fino ai rintocchi che davano notizia che uno di loro era passato a miglior vita: “nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili”.
Un libro che mi ricorda, in qualche modo, l’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters; infatti, così come il poeta statunitense fa parlare i suoi personaggi sepolti in un piccolo cimitero di un villaggio americano, attraverso componimenti poetici in forma di epitaffi, Salvatore Satta dà voce ai morti della sua terra che potranno finalmente essere ricordati, svela fatti e misfatti di una piccola comunità rurale, la Nuoro della sua infanzia e della sua giovinezza, attraverso un epitaffio funebre in prosa.  Quasi a voler significare che solo la morte può restituire dignità e verità nascoste.