domenica 1 marzo 2026

Senilità

 


Ho incontrato di nuovo Emilio Brentani rileggendo per la seconda volta “Senilità” di Italo Svevo. Lo conobbi tanto tempo fa questo fragile personaggio sveviano – credo che fossero gli anni immediatamente successivi al liceo – quando certe letture costituivano una sorta di obbligo morale per i giovani, un passaggio quasi necessario per la propria formazione socio-culturale. Ricordo che – io ancora digiuno di avversità esistenziali e di problematiche sentimentali - provai una immediata simpatia, seppure venata di malinconia, per quest’oscuro impiegato triestino di fine Ottocento, chiuso in una precoce “senilità” psicologica. Offrii la mia solidarietà a quest’uomo solitario incline alla sconfitta, reso inerte dalla sua “inattitudine” alle astuzie della vita e, ancor di più, travolto dalla sua “inettitudine” a gestire relazioni affettive. L’ho ritrovato, in questi giorni, tra le pagine ingiallite della celebre edizione “Dall’oglio”, nota in Italia tra gli anni ‘50/”70, con le antiche sottolineature a matita, come questa che appare l’estrema sintesi del libro: “egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza”.

Emilio Brentani è considerato dalla critica letteraria il prototipo dell’inetto, incapace di “tuffarsi” nella vita piena, quella che conta. Eppure, io ritengo che sia una figura molto umana, uno specchio in cui l’uomo moderno dovrebbe riconoscersi, costretto com’è a confrontarsi con una società sempre più complessa che non riesce a dominare. Non è un vincente, ma un sognatore candido e ingenuo, che ha difficoltà a gestire i propri sentimenti, le proprie relazioni, come un po' tutti noi. Non ha la vitalità predatoria del suo amico Stefano Balli, è un solitario che vive con la sorella Amalia, e quando prova a dare una svolta alla sua vita innamorandosi di Angiolina, una donna dinamica e manipolatrice, trova la sua rovina: vuole educarla, diventandone vittima.

Mi veniva da pensare, mentre leggevo le pagine di questo libro, che esiste un indubbio piacere nell’intrattenersi con certi personaggi letterari: il rischio di incorrere in tormenti e fastidi personali è praticamente nullo, diversamente da ciò che potrebbe accadere qualora si avesse a che fare con persone e fatti reali. E’ come se si stabilisse, tra il lettore e il protagonista del libro, un tacito rapporto del tutto privato che, escludendo gli altri soggetti, sfociasse in un atto di reciproca misantropia.


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