C’è stato un
tempo in cui viaggiare era un’arte, anche se riservata a pochi: una pratica
nobile, un’occasione di crescita personale, un’esperienza formativa e di
scoperta di sé e del mondo. Ed era un’arte anche il saper raccontare il viaggio
che - da esperienza personale - diventava una narrazione coinvolgente che
andava oltre la descrizione geografica del luogo, suscitando empatia e coinvolgendo
emotivamente il lettore. Il viaggiatore (scrittore, artista…) che raccontava il
suo viaggio – con tutte le difficoltà pratiche che incontrava rispetto ad oggi
- era come il pittore che dipinge un quadro osservando un paesaggio: usava le
parole anziché la tavolozza dei colori per rappresentare sulla pagina le sue
impressioni, che divenivano una vera e propria avventura intellettuale. Riferiva
non solo ciò che aveva visto, ma raccontava anche sé stesso e i sentimenti che
aveva provato, estrapolando la vera essenza del luogo. E trasformando la sua
avventura in un’opera letteraria.
Quest’arte
non esiste più. Si è persa questa idea di letteratura legata al viaggio. Viaggiare
non ha più quell’aura mitica, romantica e suggestiva di
un tempo. E’ impensabile che un intellettuale, oggi, decida di
intraprendere un viaggio per cercare ispirazioni culturali tra le città d’arte.
Quelle esperienze e quelle emozioni di un tempo - vissute da pochi eletti e
riportate sulla carta come un romanzo – apparivano uniche ed irripetibili. Esperienze ed emozioni che –
diciamocelo - cessano di essere significative quando vengono vissute e
raccontate da tutti alla stessa maniera, attraverso un forsennato turismo di
massa come quello dei nostri tempi. Oggi abbondano le foto per
descrivere i luoghi e si sprecano i video, ma non bastano per esprimere
un’emozione, per raccontare l’anima di un territorio, per destare entusiasmi:
servono le parole scritte. Parole evocative e descrittive, direi quasi “cinematografiche”,
capaci di trasportare il lettore dentro l’evento. Ecco, noi oggi siamo orfani
di quelle parole che un tempo sapevano raccontare un viaggio. Penso alle belle
parole scritte da Hermann
Hesse nel suo diario “Dall’Italia”; penso a quel grande libro che è il “Viaggio
in Italia” di Goethe; penso al vagabondaggio, senza una
meta precisa, in quell’Italia non riportata dalle guide turistiche, che
intraprese Guido Ceronetti negli anni ’80 ricavandone un libro godibile e graffiante che si
intitola “Un viaggio in Italia”; penso agli articoli di Corrado Alvaro
raccolti in “Itinerario italiano”; penso ai viaggi in Italia di Ruskin,
di Stendhal…e poi i reportage di Goffredo Parise, Alberto Moravia, Giorgio
Manganelli.
In questo
filone letterario si pone anche il “Viaggio in Italia” di Guido Piovene,
che sto leggendo in questi giorni. Un libro bellissimo. Durò tre anni, quel viaggio nell’Italia
degli anni ’50. Ne scaturì un’opera senza precedenti, di circa mille pagine, un
reportage straordinario dal quale emergono i vizi e le virtù di un popolo a cui
tutti noi apparteniamo. Una riflessione antropologica che forse non ha eguali
nella tradizione giornalistica, da cui si evince quel carattere nazionale
immutabile che ci contraddistingue e che - come scrisse Oreste Del Buono nella
prefazione del 1992 – “resiste alle mode e ai rovesci della storia…Piovene
passeggiò per le piazze fisiche e metafisiche, sostò nei caffè, scrutò nelle
sacrestie, curiosò nei palazzi del potere, entrò nelle case e scoprì l’Italia
come, in una precedente inchiesta, aveva scoperto l’America”.

Tra i non molti ricordi di quand'ero piccola c'è la trasmissione radiofonica del "Viaggio in Italia" di Guido Piovene, ho ancora vivissima nella memoria la gagliarda sigla musicale, credo fosse tratta dal Capriccio italiano di Ciajkovskij.
RispondiEliminaE qualche anno dopo mia mamma aveva comprato il libro, davvero un librone, di cui ricordo la copertina chiara.
Ce ne fossero, viaggi così, libri così, trasmissioni radiofoniche così... Come per molti altri aspetti della vita mi viene in mente l'espressione "eravamo felici e non sapevamo di esserlo".