lunedì 26 novembre 2018

Lettere di una novizia di Guido Piovene



Si capisce già dal titolo che il libro di Guido Piovene “Lettere di una novizia” , pubblicato nel 1941, appartiene a quello specifico genere letterario classificato come “romanzo epistolare” in cui la narrazione si dipana attraverso uno scambio di lettere tra i vari personaggi, legati in maniera differente alle vicende del racconto. Da Foscolo (Le ultime lettere di Jacopo Ortis) a Goethe (I dolori del giovane Werther), da Grossman (Che tu sia per me il coltello) a Tabucchi (Si sta facendo sempre più tardi) – tanto per fare qualche nome – sono tanti gli autori, sia del passato che del presente, che si sono cimentati con questo interessante genere letterario.
“Lettere di una novizia”, considerato dalla critica il romanzo più importante dello scrittore vicentino, racconta la storia di una giovane donna (Margherita Passi) la quale - vicina a farsi suora – si trova a vivere una profonda crisi esistenziale che la porterà a dubitare della sua stessa vocazione monacale. Non riuscendo più a vedere chiaro in se stessa e provando timore per il futuro, la protagonista decide di scrivere una lunga lettera al suo padre confessore raccontandogli della sua vita, delle sue paure, dell’inquietudine da cui è tormentata. Da questa prima missiva prende il via una fitta corrispondenza che coinvolgerà altri personaggi, tra i quali la madre superiora del convento, il Vescovo e la stessa madre della novizia. Sono lettere di un elevato livello letterario, piene di risvolti psicologici da cui traspare un mondo, quello religioso legato in modo particolare alla vita conventuale,  ermeticamente chiuso in se stesso, dove l’ipocrisia, l’ inganno, la menzogna e le paure sembrano regnare sovrani. Ognuno si batte per salvare se stesso: la novizia cerca di far prevalere i suoi sentimenti e le sue buone ragioni, ricorrendo anche a falsità, mentre le autorità religiose si adoperano alacremente affinché l’ordine costituito non venga messo in discussione e l’esempio negativo non prenda il sopravvento. Tuttavia, tra errori ed inganni, sullo sfondo di un Veneto molto amato dall’autore, dove “solo la nebbia colorata e la luna hanno una triste opulenza”, non mancano i messaggi di amore e di redenzione diffusi attraverso le lettere dai protagonisti del libro.

martedì 20 novembre 2018

"Cristo si è fermato a Eboli": le annose questioni del Sud



Per la tematica trattata, oggi potrebbe essere definito un libro-denuncia il romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”, che  io ho letto per la prima volta negli anni scolastici. L’ho voluto rileggere perché bisogna sempre ritornare sui grandi libri; e poi volevo ritornare a riflettere su quei problemi riguardanti il territorio a sud di Eboli che comunemente vengono associati alla “questione meridionale”.

Il romanzo rappresenta un duro e amaro “dipinto” sulle condizioni di vita disumane delle popolazioni del Sud Italia - e della Lucania in particolare - negli anni del ventennio fascista, popolazioni abbandonate da Dio e dallo Stato alle quali – scrive Levi - “neppure la parola di Cristo sembra mai essere giunta”. Si, perché Cristo, fermandosi ad Eboli non sarebbe mai arrivato in quella terra che era stata il regno dei banditi, dove il contadino viveva la propria esistenza nella miseria, eternamente paziente e rassegnato. Dove anche la natura, fatta di lande desolate e incolte, sembrava più matrigna che madre. Carlo Levi, antifascista di Torino, laureato in medicina, venne confinato in Lucania nel 1935 dove rimase per 3 anni. Assegnato prima a Grassano venne poi trasferito a Gagliano (l’attuale Aliano), dove si trovò immerso in una realtà per lui completamente sconosciuta, in un mondo arcaico, chiuso, feudale dove “gli odi e le guerre dei signori sono il solo avvenimento quotidiano”. E sono proprio i signori ed i contadini i protagonisti di questo libro. Da una parte, quindi, i cosiddetti galantuomini, rappresentati dal podestà, dal brigadiere dei carabinieri, dal medico condotto, dal farmacista, dal prete e così via, uomini  pieni di sussiego e supponenza, sempre diffidenti tra di loro “che trasformano la propria delusione e la propria noia mortale in un furore generico, in un odio senza soste, in un perenne risorgere di sentimenti antichi e in una lotta continua per affermare, contro tutti, il loro potere nel piccolo angolo di terra dove sono costretti a vivere”.  Dall’altra parte i contadini, che non erano considerati uomini ma bestie, rassegnati alla loro sorte, che vivevano miseramente in catapecchie fatte di una sola stanza che serviva da cucina, da camera da letto e quasi sempre anche da stalla per le bestie. I signori erano quasi tutti iscritti al “Partito”, perché il “Partito” ai loro occhi rappresentava il Governo, lo Stato, il Potere: essi naturalmente si sentivano partecipi di quel potere. I contadini invece, per la ragione opposta, non erano iscritti a nessun movimento politico, non potevano essere né fascisti, né socialisti, né liberali, perché erano faccende che non li riguardavano, appartenevano ad un altro mondo, non avevano una coscienza politica. Per loro, lo Stato era un’entità sconosciuta e astratta, da cui non si aspettavano nulla; per la gente della Lucania, Roma era la capitale dei signori, il centro di uno stato in cui non si sentivano di appartenere. La vera capitale era stata Napoli, al tempo dei Borboni; ora poteva essere New York, la città dove i contadini emigravano in cerca di lavoro e di fortuna. Ed infatti nelle loro case si potevano trovare due sole immagini appese alle pareti: il Presidente Roosevelt e la Madonna di Viggiano. Quindi né il Re, né il Duce vegliavano su di loro, ma il capo di uno stato estero e la Madonna. L’arrivo del forestiero Carlo Levi a Gagliano venne salutato dai signori con diffidenza: soprattutto i due medici del posto vedevano in lui (laureato in medicina anche se non aveva mai esercitato la professione) un possibile rivale. I contadini invece lo accolsero molto bene, si affidavano alle sue cure, ai suoi consigli, lo vedevano come un vero medico, molto più preparato dei “medicaciucci” del paese, di cui non si fidavano.

L’autore si dilunga in descrizioni molto intense sulle condizioni di vita di questa povera gente, alle prese con la fatica quotidiana del vivere in una terra senza risorse, completamente abbandonata dallo Stato e in continua lotta con una malattia che non lasciava scampo e mieteva vittime: la malaria. Attraverso quell’amara esperienza di vita, Carlo Levi maturò una convinzione: non poteva essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, perché lo Stato era il vero ostacolo a che si facesse qualcosa di propositivo verso quella terra. Lo scrittore piemontese era convinto che esistesse un abisso fra lo statalismo fascista allora imperante e l’antistatalismo dei contadini, abisso che si sarebbe potuto colmare solo se i contadini si fossero sentiti parte integrante dello Stato. E poi c’era la borghesia di paese  - un vero nemico per quella terra - che impediva ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini “una classe degenerata fisicamente e moralmente  - così scrive Carlo Levi - incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale”. Cristo si è fermato a Eboli costituisce la rappresentazione letteraria di un dramma umano e sociale, le cui molteplici sfaccettature, a distanza di 80 anni, non sembrano del tutto risolte.

martedì 13 novembre 2018

I potenti



Che ridicole, le pose vanitose
e disperate dei potenti. Quando
sono al centro della scena,
si mostrano sicuri ed arroganti –
cala il sipario e in un istante,
senza pudore, alzano al cielo
guaiti, pianti, penosissimi lamenti.

E’ universale l’umano affanno
per il tempo che implacabile
trascorre, ma la parabola
dell’uomo di potere disegna un arco
più misero, meschino – ché dietro
all’eroico trionfatore si cela
quasi sempre un querulo bambino.

 
Franco Marcoaldi

lunedì 5 novembre 2018

Gesualdo Bufalino e quegli amori fuggitivi del '51



Ci troviamo in una Roma “deserta di luna”, più o meno agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso; un professore di lettere sessantenne - ormai in pensione – bloccato dall’inverno in un albergo della Capitale, rievoca le sue giovanili avventure di cuore risalenti al periodo in cui insegnava a Modica, un paesino della Sicilia “a pigione di un’Amalia vedova, con figlia in collegio, usufruttuario settimanale delle sue vogliose pinguedini”. Questo professore, protagonista del romanzo “Argo il cieco” (Bompiani editore) è siciliano come l’autore del libro, Gesualdo Bufalino, e si chiama - guarda caso - anche lui Gesualdo: è l’alter ego dello scrittore oppure è solo una strana coincidenza onomastica?
“Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate”. E’ lo struggente incipit del romanzo con cui il protagonista ci tiene a farci sapere, quasi a sottolineare, che fu sfiorato dalla felicità e dalla giovinezza solo “quell’estate” quando aveva circa trent’anni, lui che si era sempre sentito come un bambino vecchio “invecchiato dalla vita e dai libri” e di non avere mai avuto vent’anni. “Li ebbi allora all’impensata – dice la voce narrante – in regalo da quell’estate, dopotutto m’erano dovuti”. Nella sua camera d’albergo il vecchio professore ritorna ad essere il trentenne di quell’estate del cinquantuno e rammenta, con nostalgia, quel breve periodo spensierato della sua vita; ricorda quei suoi “amori non corrisposti” che secondo lui “sono i più comodi”. “Maria Venera non provava niente per me? – pensava Gesualdo mentre si faceva la barba – Tanto meglio: me ne veniva una libertà senza limiti, i miei moti per lei non appartenevano a nessun altro che a me, potevo nella fantasia giocarmela e vincerla a gusto mio”. Come si fa a non provare simpatia per un tale personaggio, che sa scherzare con i sentimenti e ridere di se stesso! E poi c’era Assunta, Isolina, Flora, Ada, Corrada “la cassiera Adalgisa del cinema Splendor, sdegnosa, chissà dov’è…”. Tutte ragazze brune che si affacciavano allegre dai balconi del paese “fuggitive, ahimè, come gli anni…”. Ma l’amore – dice il nostro personaggio – “non ha nulla da spartire con un’idea di felicità. Salvo quando non è ancora giunto e lo aspettiamo dietro i vetri, coltivandone il vizio nella mente, e fiutandone da lontano il fiato come un allarme di primavera”.

Durante la narrazione, ogni tanto, l’autore smette i panni del suo personaggio Gesualdo, si sdoppia dalla voce narrante per diventare se stesso e rivolgersi al suo lettore, come quando scrive: “…hai visto lettore? Sfido che non t’è piaciuto, non piace nemmeno a me. Ma vedi, lettore, io non faccio nessuno sforzo per piacerti o piacermi, e tu mi devi capire: la mia passione divorante è la noia, mai mi diverto tanto come quando do fastidio e muoio di noia”. Caro Gesualdo Bufalino, ognuno si diverte come può; mi dispiace deluderti ma devi sapere, per quanto mi riguarda, che i tuoi sforzi per non piacere hanno sortito l’effetto contrario: mi sei piaciuto.
“Argo il cieco” è un libro la cui la scrittura prevale sulla trama e si allontana dal quel linguaggio omologato generato da una certa letteratura contemporanea e, soprattutto, dall’odierna società di massa veicolata, ormai in maniera esorbitante, dalla rete e dai social.

lunedì 29 ottobre 2018

L'arte: tra collezioni private e interesse pubblico

Burri:  Grande legno e rosso


Ho seguito in questi giorni, con vivo interesse, l’accesa controversia riportata da “il Fatto Quotidiano” tra lo storico dell’arte, nonché professore universitario Tomaso Montanari e l’estroverso critico d’arte Philippe Daverio, direttore di Art e Dossier, già assessore alla Cultura del Comune di Milano e noto personaggio televisivo. La disputa, se così si può chiamare, è nata dopo che la Presidente onoraria del FAI (Fondo Ambiente Italiano), Giulia Maria Crespi, ha deciso di far battere all’asta di New York, il prossimo 15 novembre, un famoso quadro di Alberto Burri il “Grande legno e rosso”, quadro di proprietà (da oltre 50 anni) della fondatrice del FAI, appeso sullo scalone monumentale della sua residenza patrizia risalente al XVII secolo, nel centro storico di Milano, anch’essa patrimonio culturale italiano.
Sono volate anche parole grosse che certamente non si addicono a personaggi abituati a parlare del “bello”. Il prof. Montanari sostiene che se l’Italia è quel grande contenitore di opere d’arte che tutto il mondo ci invidia, è perché lo Stato ha ritenuto che l’arte tutta - e quindi anche quella in mani private - fosse un bene comune da conservare e su cui vigilare. Secondo Montanari l’arte non può essere oggetto di speculazioni finanziarie tant’è che,  proprio per questo, esistono vincoli e limitazioni molto pesanti sulle opere artistiche ed architettoniche che appartengono a privati cittadini. Ciò significa – scrive Montanari - che “si è sempre pensato che fosse giusto e saggio far rimanere in Italia anche opere private che lo Stato non può sul momento comprare, ma che, in tempi lunghi, magari lunghissimi, finiranno col divenire pubbliche”. Va detto che se oggi è possibile la vendita all’estero di opere d’arte contemporanea è grazie ad una norma - introdotta dall'ex Ministro Franceschini - che liberalizza la circolazione delle opere – già sottoposte a vincolo - prodotte tra il 1947 e il 1967. Prima che venisse introdotta tale normativa - che Montanari si augura venga cancellata il prima possibile - si poteva far uscire dall' Italia tutto ciò che era stato dipinto solo dopo il 1967.

Cosa ribatte il simpatico e colto Philippe Daverio? Egli afferma che la fondatrice del FAI ha dedicato tutta la sua vita agli interessi dei beni culturali italiani e “che abbia poi deciso di vendere, forse per finanziare ulteriormente il suo impegno, un’opera d’arte contemporanea da lei acquistata a poco e oggi di valore alto, non solo è il suo diritto ma pure forse la gioiosa verifica del proprio intuito nell’avere individuato in Alberto Burri un talento emergente quando il resto della borghesia italiana era ottuso e acquistava opere altrettanto opache”. Daverio, insomma, ritiene che vendere opere contemporanee non impoverisca affatto il patrimonio artistico nazionale perché “la circolazione libera delle opere d’arte è pari a quella delle idee, dei libri e delle invenzioni che formano il tessuto di coesione delle società moderne e democratiche”. A sostegno di questa sua tesi egli dice che se i viaggiatori del Grand Tour non avessero acquistato le opere di Canaletto e di Bellotto, tanto per fare qualche esempio, mai questi pittori avrebbero avuto l’importanza e la fama che hanno oggi. Chi ha ragione? Montanari, che vuole cacciare i “mercanti” dal tempio dell’arte o Daverio che  si batte, invece, per la libera circolazione delle opere d’arte? Ai posteri l’ardua sentenza.

martedì 23 ottobre 2018

Leggere Proust: una sfida e un'impresa



Se c’è un libro che mi suscita un vero timore reverenziale e mi induce a pensare che, al suo confronto, tutti gli altri sembrano inferiori, ebbene questo libro è “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust. Io penso che non esista nel panorama letterario universale uno scrittore tanto amato quanto detestato come Proust. Se i suoi estimatori (e sono tanti) non fanno che esaltare la sua scrittura e il suo stile incomparabile, crogiolandosi nelle sue lunghissime, meticolose disquisizioni, i suoi denigratori (che sono altrettanti), lo considerano un pesante mattone prolisso e indigeribile che ti stordisce. Tra quest’ultimi và ricordato quell’editore che nel 1913 lo bocciò con queste famose parole: «Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno».

Sette volumi con circa “9.609.000 caratteri, scritti in 3724 pagine” (fonte Wikipedia): un’opera monumentale. Uno dei massimi capolavori della letteratura di tutti i tempi, piaccia o meno. Per scrivere “Alla ricerca del tempo perduto” lo scrittore francese trascorse circa 13 anni della sua breve, intensa e – forse - infelice esistenza (dal 1910 fino all’anno della sua morte avvenuta nel 1922), relegato in una stanza foderata di sughero per isolarsi dai rumori e dalle “sirene” del mondo circostante, scrivendo di notte in dolorosa solitudine. Con un’abile combinazione di finzione letteraria e fatti autobiografici, Proust riportò in vita il tempo passato rendendolo ancora vivibile attraverso la “memoria involontaria”, quella che viene accesa all'istante da un odore… da un colore… da una parola… da un paesaggio… da una persona… da una sensazione. Scrive Paolo Pinto nell’introduzione al libro: “Nella Recherche, insomma, tutto è falso, e chi pretendesse di scrivere una biografia di Proust basandosi esclusivamente su di essa giungerebbe sicuramente ad esiti fallimentari; eppure è anche tutto vero, nel senso che non c’è emozione, sentimento, idea, personaggio dell’opera che prescinda totalmente dalla vita dell’autore”. Con la sua scrittura Proust è riuscito a scavare nell’animo umano come nessun altro, attraverso un viaggio a ritroso nel tempo, mettendo in risalto vizi e virtù di un mondo perduto: il suo mondo e quello della borghesia del suo tempo di cui era un degno e raffinato rappresentante. E chissà se tra quelle pagine non si nascondano anche aspetti della nostra esistenza e del nostro mondo interiore! Come solo i grandi scrittori sanno fare quando, pur raccontando sé stessi, parlano di noi.
Ho comprato, di recente, il bellissimo cofanetto edito dalla Newton Compton Editore contenente i sette volumi - finemente rilegati - di cui si compone l’opera di Proust, spendendo solo 20 euro (e poi dicono che i libri costano troppo!). Avevo già letto – e devo dire con difficoltà e con stupore – i primi due libri ( “Dalla parte di Svann” e “All’ombra delle fanciulle in fiore” ). Ora mi aspettano sullo scaffale della mia libreria gli altri cinque volumi: una sfida e un’impresa. La lettura di questo romanzo, inutile nasconderlo, risulta molto impegnativa, a volte faticosa, e richiede una dote invidiabile di pazienza. I periodi, come è nello stile di Proust, sono molto lunghi, articolati e complessi. Spesso bisogna ritornare indietro, rileggerli con calma e attenzione per comprenderne appieno il senso e coglierne le infinite  sfumature. Sono come quelle canzoni d’autore poco orecchiabili che non ti prendono immediatamente: hanno bisogno di un ascolto molto più lungo e attento per apprezzarle. Poi si fanno amare per sempre. Luoghi e personaggi dell’opera sono inventati, sebbene ricordino luoghi e persone legate all’esistenza del narratore: in primis la mamma, anzi la “mammina” e la nonna, le figure a cui l’autore era più legato. Poi i suoi vicini di casa, le donne di cui si innamorava, le persone aristocratiche che frequentava, i suoi amici…Questi innumerevoli personaggi, nel corso della narrazione, compaiono e scompaiono ripetutamente e spesso ce li portiamo dietro per pagine e pagine attraverso minuziose e a volte snervanti descrizioni. E’ un libro che lascia un segno profondo nell’animo perché ti sovrasta e ti fa sentire piccolo piccolo. C’è chi nemmeno osa affrontarlo, vista la mole; c’è chi lo rinvia a data da destinarsi, perché lo teme; c’è chi lo inizia e lo abbandona dopo poche pagine, affranto; c’è chi lo legge estasiato e poi lo rilegge, senza mai saziarsene; c’è chi lo porta a termine con fatica, però felice di esserci riuscito. Credo che nessun altro romanzo desti così tante reazioni tra chi ha un po’ di dimestichezza con i libri.

giovedì 11 ottobre 2018

Albert Camus e la "dolce indifferenza del mondo"



“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Inizia con queste stranianti parole il romanzo di Albert Camus “Lo straniero” (Bompiani Editore), un classico della letteratura. E’ la madre di Meursault, un modesto ed oscuro impiegato che vive ad Algeri nella più completa apatia verso se stesso e il mondo, il quale si trascina in uno stato di indifferenza, di solitudine e di estraneità. Neanche la morte della madre – notizia appresa dalla direzione dell’ospizio in cui da tempo la donna era ricoverata - riesce a rattristarlo, a scuoterlo dalla sua pigrizia mentale e corporea, a liberarlo da quella inerzia che sembra plasmare la sua mente, incapace com’è di avvertire qualsiasi sentimento di dolore. E la sua indifferenza sembra concretizzarsi subito dopo il funerale della madre allorquando afferma “tutto è stato così naturale, che non mi ricordo più niente”. Il dimenticare, quindi, scandisce inesorabilmente la sua esistenza; ma anche la noia del vivere, l’indifferenza verso il sentimento dell’amore nei confronti di una persona cara, il disinteresse verso quelle semplici azioni quotidiane vissute solo come abitudini consolidate senza alcuna responsabile consapevolezza. Le sue giornate sono piatte, prive di entusiasmo e di iniziative, senza molta partecipazione, anche quando si trova a vivere momenti di intimità “...l’ho baciata, ma male” oppure quando si appresta a trascorrere una giornata di festa “..mi è venuto in mente che era domenica e questo mi ha dato noia: la domenica non mi piace”.

L’atmosfera che si respira nel libro - attraverso il monologo interiore del protagonista - è sempre melanconica, direi rassegnata: è l’accettazione remissiva degli eventi che gli accadono, o meglio che gli scivolano addosso e lo allontanano sempre di più dalle cose e dalla vita. La narrazione procede quasi sempre in maniera lenta e intorpidita, che poi è la stessa tensione che anima il protagonista, tensione mista ad una forte incertezza che si manifesta anche nel rapporto amoroso che lui intrattiene con la sua donna: “mi ha domandato se l’amo - dice Meursault – le ho risposto che era una cosa che non significava nulla, ma che mi pareva di no”. L’apatia e l’indifferenza non lo abbandonano neanche quando uccide, per futili motivi, un arabo che nemmeno conosce: si lascia arrestare e si consegna impassibile al processo, evitando di difendersi e senza cercare giustificazioni al suo gesto. La sua filosofia di vita è che ci si abitua a tutto, anche alle situazioni più estreme che offre la vita come quella carceraria, e l’abitudine, appunto, sembra costituire la sua forza d’animo, la sua corazza protettiva nei confronti del mondo esterno e delle avversità dell’esistenza. “se avessi dovuto vivere dentro un tronco d’albero morto, senz’altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato – dice Meursault – avrei atteso passaggi di uccelli o incontri di nubi” così come nel carcere attendeva “le strane cravatte dell’avvocato” o come da cittadino libero aspettava pazientemente “il sabato per avere il corpo di Maria”. Anche il processo che subisce è la rappresentazione di una sorta di commedia dell’assurdo in cui, da una parte, i giudici sembrano accanirsi più sulla mancanza di qualità morali dell’imputato che sul reato per cui viene giudicato, mentre dall’altra, l’imputato -  che non aveva mai assistito ad un processo - diventa attore interessato ma passivo ed estraneo, senza avere la possibilità non solo di difendersi, ma di esprimere alcun parere al riguardo.

In questo contesto narrativo Meursault si configura come un lucido eroe di un assurdo destino, il quale di fronte alla condanna a morte si apre per la prima volta “alla dolce indifferenza del mondo” e si sente felice al pensiero che il giorno della sua esecuzione ci siano molti spettatori che lo accolgano “con grida di odio”. E’ un libro che fa molto riflettere – come tutti i grandi libri, piacciano o meno - un romanzo che scandaglia gli angoli più nascosti dell’animo umano. Da leggere assolutamente.

lunedì 8 ottobre 2018

L'amicizia tra un uomo e una donna



Di sera mi piace  saltare da un libro ad un altro, leggiucchiare di qua e di là, per non essere tentato dalla televisione. E così facendo mi è capitato di leggere l’opinione di due grandi pensatori del passato su un argomento molto interessante: l’amicizia tra un uomo e una donna. Il primo - il poeta e scrittore argentino Borges - scriveva che l’amicizia tra un uomo e una donna è sempre un poco erotica, anche se inconsciamente, mentre l’altro - Nietzsche - affermava che “un uomo può stringere legami di amicizia con una donna, ma per mantenerla è necessario il concorso di una leggera avversione fisica”. Borges - in altre parole - concede qualche spiraglio a tale sentimento, anche se velato da una inconscia attrazione fisica che può facilmente sconfinare e andare oltre, mentre il filosofo tedesco dice, in parole povere, che un uomo può avere una donna per amico solo se questa donna è brutta.
 
Insomma, i due grandi pensatori non mi aiutano affatto nel consolidare l’amicizia con una donna, non mi danno alcuna certezza, mi scaraventano nel dubbio e, a sentire loro, mi par di capire che io stia sempre in bilico, tra un attestato di stima per la mia correttezza nei suoi confronti - da una parte - e un eventuale ceffone, dall’altra, per avere sconfinato o per essermi avventurato in “esplorazioni” non consentite. E soprattutto non gradite. A parte gli scherzi e lasciando perdere ciò che pensano i filosofi del passato, ritengo che l’amicizia tra un uomo e una donna sia un sentimento alquanto contrastante e non facile da gestire, a volte carico di ambiguità, fatto di tentazioni represse e malcelate complicità. L’occasione può essere vissuta, tuttavia, come una sorta di amicizia “amorosa”; e se riesce a correre su binari regolari, senza coinvolgimenti fisici ed emotivi, la probabilità che possa durare per sempre è davvero molto alta. E’ chiaro, però, che il fattore puramente fisico nel rapporto uomo-donna esiste sempre, non si può negare; si sa che in natura i sessi opposti si attraggono, magari in senso univoco. Ricordo che quando lavoravo in ufficio avevo installato sul desktop del mio computer una bella madonna di Antonello da Messina, la quale più che “salva schermo” per me fungeva da “salva amicizia”. Infatti mi rivolgevo a quella immagine misericordiosa nei momenti in cui l'amicizia che mi legava alla mia collega di stanza, nei cui confronti non nutrivo alcuna “avversione fisica”, sembrava tentennare. E devo dire che tale amicizia dura tuttora, a dispetto di quanto sosteneva Nietzsche.

martedì 2 ottobre 2018

Consigli non richiesti...



“…Se volete salvarvi e salvare insieme a voi il vostro presente, il vostro futuro e quello di tutti, allontanatevi in punta di piedi dalle luci troppo violente dell’oggi. Non ascoltate mai il telegiornale: cade durante le ore del pranzo e potrebbe guastarvelo. Comprate soltanto un giornale, perché con un minimo sforzo di fantasia potrete immaginare tutti gli altri. Non leggetelo la mattina, quando le vostre forze ancora vigorose debbono inoltrarsi gioiosamente nel tempo, ma verso sera: o la sera dell’indomani, quando molti fatti vi sembreranno già morti, più vecchi di quelli che potreste leggere in un foglio di cent’anni fa. Cercate di abitare nella vostra casa come se abitaste nella tenda di un nomade: cercate di possedere come se non possedeste: lasciate cadere il succo delle vostre letture nel pozzo fruttuoso della dimenticanza; cancellate dalla vostra mente i pensieri che vi rendono ansiosi, perché soltanto una mente leggera può conoscere quella parte di felicità concessa ad ognuno dal caso, o dal << piccolo Dio, che ha creato qualcosa di tanto soave come le piante e gli alberi >>. Fate il vuoto attorno a voi, anche se vi chiameranno freddi ed egoisti. Come diceva un saggio: << Siate grati a chi non vi saluta quando vi incontra e a chi non chiede vostre notizie quando siete malato. Appena giunge la notte, siate felici della solitudine attorno a voi: felici di non vedere i visi degli uomini, felici di non udire le loro parole >> ”.
1975

Tratto da “L’armonia del mondo – miti d’oggi – “ di Pietro Citati

(Rizzoli Editore)

venerdì 21 settembre 2018

Un paese e le sue rovine



Ritorno ogni estate nel mio paese d’origine, nel Cilento. E’  l’abituale “viaggio non viaggio” che faccio tutti gli anni verso il luogo dove sono nato e dove ho vissuto fino a 19/20 anni. Un tragitto, questo, di poche centinaia di chilometri: inizia da Roma – dove vivo abitualmente da circa 40 anni – e termina in questo piccolo borgo di poche anime aggrappato ad una collina che guarda verso il mare. E’ il mio luogo dell’infanzia e della memoria. Il mio luogo dell’anima che conserva, come un salvadanaio, sentimenti e ricordi; un posto dove esistono ancora valori come la lentezza e il silenzio, cioè quei modi diversi di guardare la realtà che non appartengono ad una grande città come Roma. Questo rimpatrio genera in me sentimenti contrastanti: a volte mi sento come un emigrante che torna nel paese nativo per cercare l’antica identità; a volte mi vedo straniero nel paese in cui sono nato, perché non trovo più quei riferimenti che avevo lasciato; a volte avverto un senso di profondo spaesamento di fronte ai tanti cambiamenti che sono avvenuti negli anni; a volte mi sembra di non essermi mai allontanato da quelle antiche case in pietra, da quelle viuzze assolate, perché si può restare in un posto anche vivendo altrove. Quel luogo è come una parte del mio corpo che mi appartiene ed a cui io appartengo. E’ una sorta di protesi e racchiude un pezzo significativo della mia esistenza.
Scrive l’antropologo Vito Teti in un suo bellissimo libro che si intitola “Il senso dei luoghi” con sottotitolo “Memoria e storia dei paesi abbandonati” (Donzelli editore – pagg. 593): “…Ognuno di noi ha un luogo dove, ora con amore ora con disagio, ora con piacere ora con dolore, si sente a casa, o in quella che è stata la casa, un luogo, dove anche se se n’è allontanato, si sente a suo agio, sente il proprio corpo in maniera diversa. E’ una soglia e un confine, una siepe e un carcere. E’ tante cose ma soltanto a partire da quel luogo, da quella casa, da quelle sabbie, da quella strada, da quella ferrovia, da quel fiume, misuri il senso della tua lontananza, dei tuoi spostamenti, ripercorri la tua nostalgia e riacciuffi la tua memoria, o scarichi il tuo desiderio di oblio”. Ecco, io da quella stradina che si incunea tra le case di Melito, frazione di Prignano (questo il nome del paese), dove giocavo serenamente da ragazzo con i miei amici, da quella antica casa costruita in pietra ai primi del Novecento dove sono nato, da quella piccola chiesa dedicata a Santa Caterina che mi ha visto partecipare a lontane funzioni religiose, da quella Torre medioevale che tanto mi affascinava da bambino ispirandomi storie fantastiche,  insomma da quel paesino circondato da querce e ulivi, riacciuffo la mia memoria. Quella memoria che mi fa ritrovare l' infanzia spensierata fatta di giochi “poveri” finiti ormai nel dimenticatoio, che mi riporta agli anni adolescenziali, così diversi da quelli vissuti dai ragazzi dei nostri tempi.

Per fortuna Melito non è a rischio abbandono – come spesso accade in alcune zone del sud - tuttavia al suo interno esistono alcune case in rovina, disabitate (accanto a quelle abilmente ristrutturate nel rispetto del territorio), dal momento che gli antichi abitanti sono morti da tempo e gli eredi non hanno nessun interesse a ristrutturarle. Vengono spesso messe in vendita tramite agenzie, ma restano quasi sempre invendute e lentamente diventano dei corpi morti, pericolanti, estranei, che generano inquietudine e tristezza. Mi soffermo spesso ad osservare queste casette costruite con la pietra locale che ormai presentano il tetto sfondato e gli infissi cadenti: un tempo custodivano storie ed affetti, gioie e dolori e ogni volta il mio pensiero va a quelle persone conosciute, che un tempo le abitavano e che appartengono alla mia fanciullezza. Ai miei ricordi giovanili. Quelle case abbandonate, nonostante tutto, conservano una loro dignità e bellezza, continuano a parlare a chi le osserva attraverso le storie racchiuse tra quelle mura, più di quanto possa raccontare una recente e anonima costruzione, in qualsiasi luogo essa si trovi; quelle rovine ai miei occhi esercitano una sorta di attrattiva perturbante. Lo ammetto: mi assale un senso di nostalgia per quel tempo perduto. E questo sentimento diventa ancora più doloroso e straziante quando vedo proprio quella casetta in rovina che - per un breve periodo - fu abitata (in affitto) dai miei genitori. Sia ben chiaro: non è nostalgia del passato inteso come paradiso perduto (la vita, allora, era difficile). Ma è - come scrive sempre Vito Teti nel suo libro che mi ha tenuto compagnia durante le passate vacanze estive e che mi ha ispirato questa mia riflessione - "la nostalgia di quanti pensano che il tempo presente non debba smarrire la memoria del passato e che anche le macerie del passato servono per ricostruire …”. Perché la memoria definisce la nostra identità e senza la memoria del passato non possiamo costruire il futuro. 
Quando nel paese muore una persona anziana, si sente spesso dire: “un’altra casa si è chiusa”. Per dire che con la scomparsa di quella persona, finisce una storia, si estingue una famiglia conosciuta e apprezzata nel paese, si chiude definitivamente un’epoca. Ma il paese dei padri continua a vivere con i figli che sono rimasti o che ritornano – come il sottoscritto – nella casa avita; e continua a vivere anche con i nuovi abitanti che vengono spesso da lontano, i quali, pur non avendo alcun legame con il territorio, cercano faticosamente di integrarsi e fare paese. Come per dire che un vecchio paese muore un po’ alla volta mentre, con difficoltà, ne sorge uno nuovo.

sabato 15 settembre 2018

Baricco e "La sposa giovane"



Se l’obiettivo di Alessandro Baricco era quello di disorientare il lettore complicandogli la vita, ebbene io credo che con il suo ultimo romanzo “La sposa giovane” (pubblicato da Feltrinelli nel 2015) abbia raggiunto appieno il suo scopo. “Alcuni scrivono libri – sostiene l’autore – altri li leggono: sa dio chi è nella posizione migliore per capirci qualcosa”.
Protagonista del romanzo è una bizzarra e inquietante famiglia benestante i cui membri, il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia, lo Zio (non ci è dato sapere i loro nomi) vivono arroccati nella loro ricca dimora di campagna in un luogo non ben precisato. Ci troviamo, forse, all’inizio dello scorso secolo, ma se la vicenda fosse ambientata ai nostri giorni, nulla cambierebbe. La storia è tutta incentrata sull’attesa del Figlio (che si trova in Inghilterra a curare gli affari della propria azienda tessile) il quale dovrà convogliare a nozze con la Sposa giovane. In questa lunga attesa (verrà…non verrà…sta arrivando…è un po’ come aspettare Godot o i nemici nel “Deserto dei tartari”), la vita scorre monotona e abitudinaria orchestrata abilmente, nei suoi ritmi quotidiani, dal maggiordomo Modesto - l’unico personaggio ad avere un nome – (ci sarebbe da capire il perché ma non ne vale la pena). Costui, come un sacerdote, officia e serve in quella casa da circa 60 anni, fedele ad un protocollo “la cui razionalità, ammesso che esistesse, affondava le sue radici in un passato privo ormai di spiegazioni”. Le stranezze in questa casa non mancano: innanzitutto non ci sono libri perché i nostri personaggi “orfani di qualsiasi logica” hanno una grande fiducia nelle cose materiali e non vedono la necessità di “ricorrere a palliativi”; hanno paura della notte perché nel corso delle generazioni i vari antenati sono venuti a mancare proprio nelle ore notturne; sono soliti ricevere i loro ospiti in pigiama, durante le torrenziali colazioni senza fine e ignorano la successione dei giorni, perché mirano a “viverne uno solo, perfetto, ripetuto all’infinito”. E nell’attesa del promesso sposo, la Sposa giovane viene iniziata alla vita e al sesso dal Padre, dalla Madre, dalla Figlia e dallo Zio. A loro immagine e somiglianza.

Insomma Baricco, con la sua prosa brillante, con i suoi virtuosismi e le sue invenzioni si diverte a far scorrere la penna “lontano dalla via maestra” ed a farla “rotolare giù da improvvise scarpate”. Anche la voce narrante del libro segue le sue strane logiche passando bruscamente dalla terza alla prima persona e viceversa “con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore”. E durante questi volteggi lessicali si inserisce spesso anche l’autore – che diventa egli stesso personaggio del libro - con le sue riflessioni che in qualche maniera toccano anche la sua sfera privata. In una di queste incursioni il personaggio Baricco scrive: “…non ho mai pensato che il mestiere di scrivere si possa risolvere nel confezionare in modo letterario gli affari propri, col penoso stratagemma di modificare i nomi e talvolta la sequenza dei fatti, quando invece il senso più giusto di quello che possiamo fare mi è sempre parso mettere tra la nostra vita e quel che scriviamo una distanza magnifica che, prima prodotta dall’immaginazione poi colmata dal mestiere e dalla dedizione, ci porta in un altrove dove risultano mondi, prima inesistenti, in cui quanto c’è di intimamente nostro, inconfessabilmente nostro, torna ad esistere, ma a noi quasi ignoto, e toccato dalla grazia di forme delicatissime, come di fossili o farfalle”.

Lo ammetto: Baricco non rientra tra i miei autori preferiti. Sono troppo legato alla produzione letteraria del passato e non riesco a leggere il tanto reclamizzato “successo del momento”, il “bestseller” con i suoi serial killer, i suoi detective, i suoi commissari, i suoi chef. Tuttavia non posso non riconoscere la sua grande abilità nella scrittura. Baricco non è un personaggio dello spettacolo prestato alla letteratura (ce ne sono tanti in giro e grazie alla loro notorietà gli editori sono disposti a pubblicare qualsiasi inezia essi scrivano). No. Lui è un vero scrittore che conosce molto bene il mestiere dello scrittore anche se ci tiene ad essere personaggio televisivo facendo spettacolo con la letteratura.

giovedì 13 settembre 2018

Addio a Guido Ceronetti



Dopo Gillo Dorfles, morto a 107 anni qualche mese fa, se n’è andato per sempre un altro “grande vecchio”  della nostra cultura: Guido Ceronetti, scrittore, poeta, saggista e tante altre cose. Aveva 91 anni e da tempo, ormai, viveva come un eremita in un piccolo borgo in provincia di Siena, Cetona.
Era un personaggio schivo, che non amava i riflettori, senza peli sulla lingua, sempre disorientante e catastrofico, raffinato e pungente. La sua libertà di pensiero, che a volte sfociava nell’ irriverenza, faceva storcere il naso a tante persone. Usava la penna come fosse una frusta, tanto da apparire razzista, provocatorio, antipatico. Scrisse in un suo famoso libro “Un viaggio in Italia” che il popolo italiano “dopo tanta storia, è più che mai rincretinito…non c’è un vero cittadino in queste città, come non c’è un vero spirituale in questo paese cristiano”.

domenica 2 settembre 2018

Abbiamo paura del "vuoto"



Io penso che ciò che manca nella società in cui viviamo e, soprattutto, nella vita delle tante persone “super impegnate”, sia un rigenerante e salutare “spazio vuoto”, inteso come momento di pausa e di riflessione quotidiana. Quel “vuoto” fatto di silenzi... di assenza di rumori molesti...di raccoglimento....di attesa. Quel vuoto che ci permetta di riflettere e di stare con noi stessi, di pensare, di progettare e di accantonare, per qualche istante, oggetti e occasioni che hanno reso la nostra esistenza sempre più nevrotica. Il “vuoto”, anche nella sua accezione positiva, ci fa paura e lo viviamo come un incubo; siamo sempre alla ricerca spasmodica di qualcosa che possa riempirlo, qualora si dovesse presentare durante la nostra giornata, tra un impegno e l’altro, tra un incontro culturale ed una riunione di lavoro, tra un corso di inglese ed uno di pianoforte, tra un esercizio in palestra e una gara di ballo, tra un acquisto al centro commerciale e un cazzeggiare con il telefonino.
 
Siamo terrorizzati dal vuoto e allora dobbiamo imbottirlo a tutti i costi di messaggi....di telefonate....di oggetti...di musica come sottofondo, ma non per ascoltare musica, ma solo per non ascoltare il silenzio. Il costante bombardamento di immagini, di informazioni, di pubblicità visiva e uditiva dovrebbe suscitare in chiunque una reazione di rifiuto. Ma non succede. Siamo assuefatti ad ogni forma di orrore. Anche il nostro paesaggio urbano in cui viviamo abitualmente ( e mi riferisco soprattutto alle grandi città ) è saturo di un’infinità di segnali visivi disturbanti, di graffiti e di pitture murali di ogni genere, di insegne pubblicitarie, di rumori, di sporcizia e di macchine che riempiono ogni spazio disponibile.

Maestra di riempimento è, naturalmente, la televisione. Trasmette 24 ore su 24. Senza fine. Senza vuoti. Qualche secondo di pausa tra una trasmissione e l’altra crea panico e imbarazzo. Lo si capisce subito se si presenta un piccolo impedimento tecnico, per cui le immagini o il servizio non partono: immediatamente si legge il terrore sul viso del malcapitato giornalista. Non sono ammesse pause, la narrazione deve essere continua e costante. Con una momentanea sospensione, il telespettatore può anche pensare con la sua testa e allora potrebbe decidere di spegnere quei 42 pollici che arredano la sua casa. O cambiare canale. Ed ecco allora che la pausa diventa un pericolo da evitare a tutti i costi.

Abbiamo perduto quell’antico modo di fare televisione, il cui palinsesto prevedeva un inizio ed una fine. E con la fine dei programmi serali si presentava davanti a noi un bellissimo “vuoto”, da riempire – se Morfeo tardava a venire - leggendo un libro o chiacchierando con una persona cara. Ricordo con nostalgia quell’intervallo televisivo che veniva trasmesso tra un programma e l’altro senza messaggi pubblicitari, fatto solo di fotografie, in bianco e nero, di vecchi borghi o di greggi di pecore che pascolavano, il tutto accompagnato con un dolce sottofondo musicale. Erano sprazzi di autentica felicità e di rilassamento. Sono disgustato dal “troppo pieno”, che ormai affligge la società in cui viviamo e quindi auspico un ritorno graduale ad un piacevole “vuoto” quotidiano: di oggetti, di impegni, di immagini, di notizie che generano altre notizie che a loro volta fanno nascere smentite e contro-smentite, di messaggi pubblicitari che invadono le nostre esistenze, tant’è che alla fine gli occhi e la mente finiscono per percepirli solo come consueti e irrinunciabili rumori di fondo. Le nostre capacità percettive e sensoriali sono straordinarie, però a tutto c’è un limite.

venerdì 20 luglio 2018

Le golose



Un accostamento quasi inseparabile – almeno nel passato - era quello che esisteva tra un buon caffè, magari accompagnato da un dolcetto, e la letteratura. Gli intellettuali (scrittori, poeti, artisti) avevano l’abitudine di darsi appuntamento in un caffè del centro storico (da Napoli a Roma, da Milano a Venezia, da Torino a Firenze...) per confrontarsi e, magari, per trovare la propria ispirazione creativa.  E sono proprio tali illustri personaggi che hanno fatto la fortuna di quelli che oggi vengono chiamati "caffè storici". Penso al Caffè Greco o al Caffè Rosati di Roma, dove era possibile incontrare Pasolini, Calvino, Morante; al Gambrinus di Napoli dove si ritrovavano D’Annunzio ed Hemingway, al Florian di Venezia, dove sedevano Goldoni, Casanova, Foscolo; al Tommaseo o al Caffè degli Specchi di Trieste dove erano di casa Svevo e Joice…E poi il Caffè Baratti & Milano, uno dei locali più antichi e prestigiosi di Torino, frequentato assiduamente da Guido Gozzano. E sono proprio le “signore e signorine” dell'alta società che frequentavano questo caffè - alle prese con i loro dolci peccati di gola - ad ispirare lo scrittore piemontese nella stesura di una delle sue poesie più conosciute:

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall'altra parte!

L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

lunedì 16 luglio 2018

Pereira: personaggio letterario, simbolo del riscatto politico/civile



“Sostiene Pereira” è l’insolita espressione che apre, chiude e dà il titolo al famoso romanzo di Antonio Tabucchi, edito da Feltrinelli nel 1994. “Sostiene Pereira”, due parole che vengono ripetute come un ritornello durante tutta la narrazione (almeno un paio di volte a pagina) e che sembrano rimandare ad una sorta di testimonianza delle proprie ragioni da parte del protagonista – Pereira, appunto - dinanzi ad un tribunale non ben identificato. C’è da dire che tale artifizio letterario ha la straordinaria capacità di accordare al racconto un ritmo singolare e armonioso.
Ho riletto il libro in questi giorni – mi piace spesso rifugiarmi tra i miei preferiti - e devo dire che lo stesso si presta a diverse chiavi di lettura, non necessariamente collegate tra di loro. A cominciare dalla libertà di espressione alla ritrovata coscienza civile e politica, dall’ossessione per il tempo che passa inesorabilmente fino al rapporto tra il potere e la letteratura, si ha l’impressione che Tabucchi voglia esplorare a fondo l'animo umano, facendo percepire tra le righe che esiste sempre un tempo, nella vita di un uomo, per fare un salto di qualità. Esiste sempre un’occasione per un riscatto morale.

Le vicende del romanzo sono ambientate nella Lisbona del regime dittatoriale di Antonio de Oliveira Salazar, durante una torrida estate del 1938. Pereira, il protagonista, è un oscuro giornalista che cura la pagina culturale di un quotidiano locale filo-cattolico. Da quando è morta la moglie, ha l’abitudine di parlare con il suo ritratto che tiene sul comodino; è un uomo sovrappeso e cardiopatico che conduce una vita solitaria in “una misera stanzuccia”, frequenta il Café Orquìdea dove mangia, da solo, sempre omelette alle erbe aromatiche e beve limonate zuccherate. E’ un personaggio che non si espone politicamente e non si impegna nel sociale (ha paura della polizia salazarista che la fa da padrona nel Paese), ama la letteratura francese, scrive elogi funebri anticipati dei grandi scrittori ancora in vita (che pubblica in caso di morte), ha per confidente un francescano al quale confessa le sue eresie ed è ossessionato dall’idea della morte. “Da quando era scomparsa sua moglie – si legge nel libro - lui viveva come se fosse morto. O meglio: non faceva altro che pensare alla morte, alla resurrezione della carne nella quale non credeva e a sciocchezze di questo genere, la sua era solo una sopravvivenza, una finzione di vita”. Ma ecco che, all’improvviso, in questa sua esistenza così grigia, abitudinaria e passiva, entra prepotentemente – come collaboratore nella redazione del giornale - un giovane laureato (Monteiro Rossi), strenuo oppositore (insieme alla fidanzata) del dittatore Salazar. E’ l’inizio del cambiamento: i due giovani sembrano voler demolire  le paure di Pereira e scuotere l’apatia delle sue giornate, spingendolo ad esprimere liberamente il suo pensiero attraverso il suo giornale ed a scrivere quello che stava succedendo, non solo nel Portogallo e nella vicina Spagna, ma in tutta Europa. Pereira appare inquieto, titubante, rintanato nel suo quieto tran tran quotidiano che, almeno apparentemente, non gli dà alcuna preoccupazione; egli sembra incapace di assumere una posizione indipendente di fronte alla grave situazione politica del momento. Tuttavia in lui inizia ad insinuarsi il dubbio, la riflessione, quei due giovani continuano a stimolarlo. Quasi a braccarlo. “La smetta di frequentare il passato – gli dicono – cerchi di frequentare il futuro” Vorrebbe contenerli con la sua esperienza però comprende che la vecchiaia non può di fronte alla giovinezza. Forse è la sua ultima grande occasione. E potrebbe essere l’ultima occasione per salvare e riscattare un’intera esistenza. L’occasione per continuare a vivere e per non invecchiare male.

mercoledì 4 luglio 2018

Un libro ci cambia un pò



“Il piacere della scrittura – scrive Paolo di Paolo - in senso astratto, forse non esiste. Esistono però il piacere, il divertimento, la commozione, la tristezza, il fastidio, l’indignazione, la sorpresa, suscitati di volta in volta dai singoli libri”. Ecco, se io dovessi dire cosa ho provato nel leggere il suo ultimo libro “Vite che sono la tua” (Editori Laterza) non avrei alcun dubbio: ho provato piacere. Con la sua prosa affabulatoria “Vite che sono la tua”, pubblicato nel 2017, è un libro che parla di libri. Il giovane scrittore romano (ha solo 35 anni ma è già un affermato autore) ci offre un viaggio attraverso 27 storie scritte da altrettanti grandi protagonisti della letteratura: da Salinger ad Anna Frank, da Elsa Morante a Italo Calvino, da Giorgio Bassani a Thomas Mann, da Gustave Flaubert a Virginia Woolf, da Marcel Proust ad Antonio Tabucchi…In un’epoca in cui si legge molto poco, Di Paolo - grazie alla sua esperienza di lettore impenitente e appassionato - “non riuscirei a immaginare come sarei, chi sarei, se nella mia vita non ci fossero stati e non ci fossero i libri” – dice di se stesso – veste i panni del maestro suggeritore e ci consiglia la lettura di alcuni grandi libri che sono stati fondamentali e illuminanti per la sua formazione.
Un libro ci cambia, ci permette di allargare lo spazio che abbiamo davanti e ci consente di far entrare nella nostra vita più persone di quelle che davvero riusciamo a incontrare durante tutta la nostra esistenza. A volte da un libro possiamo trarne solo una frase che ci è piaciuta. Oppure una sensazione. Un’emozione. Una cosa che non conoscevamo. Ma anche un senso di fastidio. A volte solo un’idea o una speranza. E altre volte – perché no – una storia che somiglia proprio alla nostra. Oppure una storia che avremmo voluto tanto somigliasse alla nostra. Un libro è tutto questo, ma anche altro. Certi libri ci consegnano immagini di luoghi che non abbiamo mai visto e che poi riconosciamo immediatamente quando abbiamo la fortuna di visitarli realmente. Certi libri restano impressi per sempre nella nostra mente e ci permettono di viaggiare senza partire.

Da ciascuno di quei 27 romanzi “messi in fila” da Paolo di Paolo – oltre a tanti altri solo evocati che in qualche maniera si avvicinano a quelli precedenti, lo scrittore dice di avere riportato qualcosa che “non ha ancora perso”. Come immaginare altre vite leggendo “Canto di Natale”,  oppure sopravvivere all’adolescenza rileggendo “Il giovane Holden”; scoprire di essere amati con “l’isola di Arturo”; sentirsi inadeguati leggendo “Dietro la porta”; ma anche risvegliarsi assassini tra le pagine di “Delitto e castigo” e tornare indietro nel tempo affrontando il primo libro de “la Ricerca” di Proust; e poi amare come solo un padre sa amare con “Papà Goriot” e imparando a non invecchiare male tenendo tra le mani quel grande libro che è “Sostiene Pereira”.

domenica 24 giugno 2018

Il superfluo ci rende felici?



Ci sono alcuni luoghi in cui si respira un’atmosfera del tutto particolare, dove è possibile perdersi piacevolmente e dimenticare, per qualche momento, gli affanni e le fatiche del vivere quotidiano: questi luoghi sono le librerie, i vivai e le ferramenta. Si, proprio quegli esercizi commerciali dove rispettivamente si vendono libri, si vendono fiori e piante e si vendono attrezzi vari. Sono spazi magici e incantati che mi conquistano in maniera diversa. Non mi stancherei mai di curiosare tra i banchi che espongono quella merce, così differente. Sono tre luoghi che appaiono molto distanti l’uno dall’altro, assai diversi per le peculiarità  che presentano singolarmente, e la capacità di poter attrarre e stimolare lo stesso visitatore sembra davvero inconciliabile. Tuttavia hanno un filo sottile e speciale che li unisce: la meraviglia e la curiosità che immancabilmente destano in un visitatore come me. Sono della autentiche cattedrali, permettetemi l’accostamento. La cattedrale del sapere e della conoscenza, per quanto riguarda la libreria, la cattedrale dei colori e dei profumi per il vivaio ed infine la cattedrale della creatività per le ferramenta. Insieme celebrano la bellezza: quella dell’ingegno umano, quella della natura, quella della manualità creativa. Ho cominciato ad avvertire interesse e curiosità per  questi luoghi, nonché il piacere per le cose che vi si possono trovare, allorquando ho iniziato a frequentarli: luoghi in cui ho trascorso e tutt’ora trascorro momenti davvero gradevoli. Con questo non voglio dire che tutti i giorni io mi rechi in questi posti. Non è proprio così. Però confesso che se durante i miei percorsi giornalieri vedo una libreria, oppure incrocio uno di quei negozi in cui fanno bella mostra martelli, cacciaviti, trapani e quant’altro, ovvero scorgo in lontananza vasi di fiori, e alberelli da piantare, ebbene la voglia di entrare e di curiosare resta sempre fortissima. Comprare quel libro di quell’autore che volevo leggere da tempo…trovare finalmente quel “geranio parigino”, a portamento pendente di colore lillà, per decorare il balcone di casa…procurarmi quei due reggi mensole di ferro battuto per attrezzare quell’angolo della cucina. Ecco, sono idee come queste che mi spingono ad entrare. Ed è molto difficile uscirne a mani vuote. Semmai è il portafogli che potrebbe svuotarsi. Queste visite me le godo quasi sempre in solitudine, condizione fondamentale per assaporare meglio quel piacere che vi si può trovare.
 
In questa nostra società consumistica tutta basata sul profitto, sull’utilitarismo e sull’efficienza visibile, luoghi come le librerie o i fiorai, dove si vendono per lo più cose “inutili”, potrebbero apparire sprecati e superflui. Con la cultura non si mangia, diceva tempo fa un politico. Nell’accezione consumistica i libri non servono, con i fiori non si pranza; eppure se noi abbiamo da mangiare e da dormire, abbiamo cioè le cose che in una società civile ognuno dovrebbe avere, non per questo siamo felici. Che cosa, allora, ci rende felici o ci illude di esserlo? Potrebbe essere un regalo… come un bel libro che ci procura quella felicità immateriale fatta di stimoli, di idee, di intelligenza che ci porta magari a  comprendere qualcosa prima non compresa. Potrebbe essere un mazzo di rose o un vaso di ciclamini. E perché no: un bel trapano elettrico che ci permette di unire l’utile al dilettevole.
 
Quando entro in una grande libreria, la prima reazione emotiva che ne ricevo è quella dello smarrimento. Mi sento piccolo, come un guscio di noce in mezzo all’oceano. Le mie ridotte conoscenze vacillano di fronte alla vastità di milioni di pagine scritte. Poi un po’ alla volta mi riprendo. Mi lascio incuriosire da un titolo, da un autore e immediatamente vengo irretito da un altro titolo, da una bella copertina, da una frase significativa. Vengo rapito dalla quarta di copertina di un romanzo e poi salto all’interno del libro per leggere, magari, un’intera pagina. E poi sapeste la gioia che provo quando scorgo quel romanzo già letto…e poi quell’altro ancora. Mi capita di sorvolare con uno sguardo il mondo incantato delle fiabe, raccontato in centinaia di titoli. Mi soffermo, ma solo per un attimo, sugli scaffali del “brivido” dove sono depositati quei romanzi che fanno della suspense la propria ragione di vita. Il mio sguardo non può non indugiare sui best seller, quelli che dovrebbero essere i più letti del momento (anche se non sempre sono i migliori) che stanno sempre in bella posizione. Poi mi trattengo a lungo coi classici, che come disse Calvino, sono quei libri che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire. Ricordo sempre quello che scrisse in un suo libro il critico d’arte Vittorio Sgarbi “il libro è il “superfluo” della nostra esistenza, è quell’oggetto tanto necessario quanto apparentemente inutile, che vive e ti fa vivere meglio, che ti dà libertà”

 Il superfluo, insomma, è ciò che rende felice la vita.
 
 
 
E già il superfluo! Come posso non pensare alla mia cassetta degli attrezzi, se la confronto alle mie modeste e ridottissime capacità di utilizzo. Oltre che superflua, appare inutile. Se potesse parlare, mi griderebbe: usami! Eppure è talmente piena e completa di cacciaviti e di chiavi di tutte le misure, di martelli e di tenaglie, di pinze e di viti, di chiodi, di chiodini, di bulloni, di gancetti, di feltrini, di punteruoli; e poi tutta la serie delle punte da trapano, da muro, da ferro, da legno…e i tasselli, le rondelle, le fascette. Una cassetta degli attrezzi che farebbe invidia ad un vero professionista del settore. Se ne sta custodita in un angolo del ripostiglio e si riempie sempre di più ogni qual volta mi capita di entrare in una ferramenta. Ricordo quelle di una volta: erano piccoli avamposti dall’apparente disordine, che spesso si tramandavano di padre in figlio. Si entrava con il pezzo vecchio da cambiare, con quel bullone spanato a filettatura metrica che ci serviva e ci accoglieva un omino con il camice grigio e gli occhialini sul naso, una sorta di chirurgo-meccanico-falegname, che prima ancora di salutarti aveva già individuato il pezzo che cercavi. Oggi quelle ferramenta all’antica sono sparite e al loro posto sono sorti enormi brico center. Fai da te. Non ti accoglie più l’omino, ma giovani ed efficienti commessi con il computer. Ma il fascino del posto è rimasto intatto. Come rimanere indifferenti di fronte a quella fila di scale e scalette di tutte le dimensioni…di armadi e armadietti…di seghetti alternativi e di seghe circolari, di motoseghe e decespugliatori, di trapani, di levigatrici, di smerigliatrici, di avvitatori. E poi il reparto delle vernici, con i suoi innumerevoli colori, la fila di pennelli pura setola e le spatole. E poi i prodotti per l’edilizia, raccordi e guarnizioni per l’idraulica. E le serrature di sicurezza. E poi il reparto minuteria con la serie infinita di viti a testa esagonale, a testa cilindrica a testa svasata, chiodi, dadi, bulloni, cerniere, tasselli, cassette porta minuteria. I prodotti elettrici e per falegnameria. Le casseforti. Le tronchesine. Compro sempre qualcosa che “mi potrebbe servire”, che mi dà quella vana e piacevole illusione di saper fare tutto, in virtù di quella chiave inglese cromata e di quel set di cacciaviti a croce appena comprati e di cui vado fiero.
 

Entrare, poi, in un vivaio è come accedere in uno speciale reparto maternità, dove al posto dei bambini nascono i fiori e le piante. Ci si entra sempre sorridenti, di buon umore, sicuri che il posto non può che predisporci al bello, non può che migliorarci. Perché i fiori ingentiliscono, decorano gli ambienti e abbelliscono l’animo di chi li regala e di chi li riceve. E’ un luogo che, attraverso i suoi profumi e la varietà dei colori, rende lievi le difficoltà del vivere quotidiano e attenua lo stress. Al cospetto di un glicine o di una bougainvillea, chi mai può rimanere distaccato? Provate a guardare un glicine nel pieno della fioritura: lo spettacolo è bellissimo. Provate ad osservare una piantina di limoni o di mandarini cinesi  in vaso: quella visione vi rilassa. A volte mi capita di incontrare lungo il percorso delle bellissime composizioni floreali in ciotole di terracotta che sembrano appena uscite da un dipinto di Renoir; inoltre certi colori cangianti e fiammeggianti, certe sfumature mi riportano ai pittori impressionisti dell’Ottocento, come Monet, che per dipingere le sue opere traeva ispirazione dalla natura. E il vivaio è ricco di spunti pittorici. E’ un modello naturale che ispira bellezza e ci fa diventare più buoni. Un luogo che prelude all’ottimismo. Viva le librerie! Viva i vivai! Viva le ferramenta!

domenica 17 giugno 2018

Raffaele La Capria: quando Napoli ti ferisce a morte



Ricordo di essermi accostato - per la prima volta - allo scrittore Raffaele La Capria leggendo quel suo bellissimo libro che si intitola “L’estro quotidiano”: pagine autobiografiche di grande intensità emotiva che mi svelarono un autore straordinario, un napoletano colto e raffinato, una figura di primissimo piano nel panorama della letteratura contemporanea italiana. Ed è proprio sulla scia di quella piacevole lettura che ho iniziato a leggere “Ferito a morte”. Devo dire, però, che il libro mi ha un po’ deluso: mi aspettavo altro. Tuttavia, se non sono riuscito ad apprezzarlo come si deve, la colpa non può essere che mia. Può anche darsi che il romanzo meriti una rilettura, da farsi  in un momento diverso.

Ambientato in quella Napoli a lui tanta cara “che ti ferisce a morte e ti addormenta, o tutt’e due le cose insieme”, questo romanzo - che si aggiudicò il premio Strega nel 1961 – ripercorre la storia di Massimo de Luca, un giovane della Napoli “bene” – probabilmente alter ego dello scrittore – il quale rievoca, attraverso un susseguirsi di ricordi e di immagini tra il sogno e la realtà, tra il presente e il passato, le sue vicende esistenziali, i suoi fallimenti e le sue “occasioni mancate” sullo sfondo di una Napoli assolata e luminosa a cavallo tra la seconda guerra mondiale e gli anni cinquanta. E sembrano proprio le occasioni mancate, il tema dominante del libro, quelle occasioni che i napoletani, storicamente, non hanno mai saputo cogliere per il proprio riscatto sociale, così come il protagonista non sa cogliere l’amore per la bella Carla Boursier.

La storia non presenta un vero e proprio intreccio narrativo; mostra invece, almeno nella prima parte - che io ho trovato alquanto noiosa - una serie di istantanee all’interno delle quali si sovrappongono in cerchi concentrici, tra il passato e il presente, le passioni e le speranze, i dubbi e le certezze, i vizi e le virtù di una moltitudine di personaggi dalla spiccata napoletanità. D’altra parte, La Capria, napoletano doc, è molto bravo nel far percepire gli odori della sua Napoli, gli odori di una bella giornata, gli odori del caffè, come solo certi napoletani sanno fare, gli odori ed i rumori del mare, tutto ciò raccontato con una vena di struggente nostalgia. La Capria racconta inoltre quella Napoli che “cerca l’assoluzione da ogni condanna” e dipinge, attraverso i suoi caratteristici personaggi “il napoletano che vive nella psicologia del miracolo, sempre nell’attesa di un fatto straordinario tale da mutare di punto in bianco la sua situazione....con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro”. Spinge il suo sguardo, con occhio ironico e a volte  compiacente e complice, sull’odiata classe media, causa e origine di tutti i mali del sud, perché a “qualsiasi partito appartenga il cavaliereavvocatocommendatore resta, e rimesta sempre nel solito impasto d’imposture”. Naturalmente c’è una spinta ad evadere da questo mondo, tanto che il protagonista lascia Napoli, per trasferirsi a Roma. Ma il richiamo per la città partenopea è troppo forte, tant’è che nei suoi ritorni lui ripercorre quei momenti che l’avevano visto protagonista, insieme a tutti quei personaggi che ora ritrova invecchiati e stanchi, non più all’altezza delle gesta del passato.