martedì 22 marzo 2022

Il tempo e la felicità

 


La cosa che più amavo di Luciano De Crescenzo – l’ingegnere-filosofo di Napoli (morto nel 2019) che ha saputo raccontare la filosofia come nessun altro – era quel suo modo disincantato, ironico e beffardo di rapportarsi alle cose della vita. E poi quella sua irresistibile simpatia, quel suo modo arguto di parlare, quel suo umorismo così trascinante, in puro stile napoletano, che ne facevano un personaggio straordinario. Ho letto nel passato molti dei suoi libri, a cominciare da “Così parlò Bellavista”, il suo esordio letterario. Ma io qui vorrei ricordare un altro libro dal titolo evocativo: “Il tempo e la felicità”. Chi mastica un po' di filosofia sa che Lucio Anneo Seneca – filosofo dell’antica Roma - inviò al suo amico di Pompei – Lucilio - ben 124 lettere raccolte nella sua opera più famosa, “Lettere a Lucilio”.



Un libro che io tengo sempre a portata di mano, sul comodino, in cui cerco di trovare conforto quando l’insensatezza dei tempi che viviamo diventa insopportabile. Queste lettere, tutte piene di preziosi consigli su come raggiungere la felicità, o meglio una vita più serena, affrontano i grandi temi dell’esistenza: dall’amore alla morte, dall’amicizia alla vecchiaia, dalla povertà alla ricchezza, dal tempo alla solitudine… e via discorrendo. De Crescenzo, ne "Il tempo e la felicità", libro che si fa leggere con autentico piacere, riporta alcune epistole di Seneca – liberamente interpretate come solo lui sapeva fare – arricchite con i suoi gustosi commenti; e giacché si trova, svela anche le risposte di Lucilio a Seneca, che a noi non sono mai pervenute. Lui, però, dice di averle ritrovate scavando nella cantina di casa sua a Roma, in Via dei Fori Imperiali. Dobbiamo credergli? Uhm! Lasciamo perdere! Intanto mi piace riportarne, di seguito, un assaggio proprio “sulla lettura e sulla sua importanza”:

Caro Lucilio,

ho ricevuto il libro che mi avevi promesso e te ne sono grato. All’inizio, a essere sincero, non avevo molta intenzione di leggerlo. L’ho messo da parte, per poi leggerlo con comodo in un secondo momento. Sennonché mi è capitato di leggerne le prime pagine, e a quel punto non sono più riuscito a staccarmene. Pur essendo un testo voluminoso mi è sembrato breve e conciso, tanto era scorrevole il suo stile. Avrebbe potuto essere un’opera di Tito Livio o di Epicuro. L’ho letto tutto di un fiato, da cima a fondo, e alla fine ho esclamato: “che autore, che ingegno, che spirito, che slancio!” Certo che anche il soggetto ha contribuito a rendere più interessante la lettura. Per il momento, però, non ho intenzione di dirti altro: aspetta che lo rilegga una seconda volta e poi tre ne darò un ponderato giudizio. Addio

tuo Lucio Anneo

(Sen-46)

Caro Lucio Anneo,

la tua ultima lettera mi ha reso davvero felice. Mi hai scritto che ti è molto piaciuto il libro che ti ho inviato, e la notizia mi ha riempito di gioia. Apparentemente la lettura è un’attività solitaria, da svolgere nel chiuso di una stanza, e invece, non appena un libro passa da una mano all’altra, diventa immediatamente un mezzo di comunicazione che ci fa sapere se apparteniamo o meno alla stessa categoria umana. Poter parlare di un libro che è piaciuto a entrambi è come andare insieme a fare un viaggio: ognuno gode della meraviglia dell’altro. Se poi l’altro è anche un amico, la gioia aumenta in proporzione. Su questo aspetto della lettura, infatti, non sono assolutamente d’accordo con Socrate. Ora, non so se ti ricordi, ma nel Fedro il nostro filosofo se la prende con il Dio Theuth, inventore dei numeri, dei dadi e della scrittura, e lo accusa di aver inventato un sistema abominevole che condurrà l’uomo in un baratro d’ignoranza. Fidandosi del fatto che tutto quello che c’è da sapere si trova nei libri, l’uomo non eserciterà più la memoria e finirà col perdere l’uso del cervello. Meglio parlare con un essere umano, sostiene Socrate, che leggere un libro, giacché a un libro non puoi fare delle obiezioni, mentre a un essere umano sì: il libro risponderà sempre nello stesso modo, quello nel quale ha risposto la prima volta che lo hai letto. Si comporterà in pratica come una statua di marmo alla quale è inutile fare domande. Evidentemente, però, Socrate sottovalutava il libro come collegamento tra due persone che si stimano. Nel nostro caso, ad esempio, è servito a evidenziare le nostre affinità. Se è piaciuto a te, e se è piaciuto a me, vuol dire che almeno in questo ci rassomigliamo, e la cosa non può che farci piacere. Addio

tuo Lucilio

Purtroppo, non sono nelle condizioni di poter prestare questo libro a chicchessia. Se c’è qualcuno interessato alla sua lettura, non deve fare altro che cercarlo in qualche libreria o sui banchetti dell’usato. A me è piaciuto: e se dovesse piacere anche a te – caro lettore - “vuol dire che almeno in questo ci rassomigliamo, e la cosa non può che farci piacere”. Parola di "Lucilio".




martedì 15 marzo 2022

I balconi del millenovecento

 


Non potrei vivere in una casa senza un balcone. Le sole finestre che danno verso l’esterno non mi bastano. In una città come Roma il balcone diventa un vero punto di forza, un ambiente domestico in più per vivere all’aperto. Certo, il mio balcone di Roma non si affaccia sui Fori o su Piazza Navona, né mi offre quel gradevole panorama di cui posso godere standomene seduto sul balconcino al mio paese. Questo è un balcone cittadino, incastonato in un palazzo di periferia accerchiato da altri palazzi, in un contesto abitativo (seppure decoroso e civile) progettato da urbanisti crudeli, dove la bellezza – purtroppo - non trova dimora. Tuttavia questo balcone costituisce, per me, un prezioso rifugio esterno, malgrado non offra un panorama all’altezza. E’ parte del mio vivere quotidiano, riflette il mio amore per le piante e i fiori che lo adornano e che io curo con tanta passione. Luogo di congiunzione tra l’interno della casa e l’esterno, vi trascorro molte ore durante le belle giornate estive, a leggere o a fantasticare altre vedute. Uno spazio dell’anima riparato da una tenda, per pensare e rilassarmi nelle ore di dolce malinconia. “…A noialtri napoletani – dice Eduardo in quel famoso monologo del caffè nella commedia “Questi fantasmi” - toglieteci questo poco di sfogo fuori al balcone…Io, per esempio a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato”.

Il balcone è sempre stato uno spazio magico che ha ispirato gli artisti di ogni epoca, dai pittori ai poeti ai cantanti. Ci sono alcuni dipinti che sono ormai impressi nell’immaginario collettivo. Mi viene da pensare a quel famoso quadro di Manet che si chiama semplicemente “Il balcone”, e poi la “Donna al balcone” di Zandomeneghi o le “Majas al balcone” di Goya. “Dal balcone – canta Franco Battiato - ammiravo il vuoto, che ogni tanto un passante riempiva…”. E il poeta americano Raymond Carver in una sua famosa poesia declama questi versi:

siamo
usciti sul balcone che dominava
il fiume e la città vecchia.
E siamo rimasti lì senza parlare.
Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
Così felici ed emozionati.

L’altro ieri, approfittando della giornata quasi primaverile, ho trascorso un po' di tempo sul mio balcone cittadino, in compagnia delle poesie di Erri De Luca. Dalla sua raccolta “L’ospite incallito” non potevo che sceglierne una:

I balconi del millenovecento

Prima dei telefoni i balconi,
si usciva fuori e si mandava a dire.
Erano lo sfogo della casa,
le ragazze non uscivano a spasso
tranne per la funzione, la domenica.
Però stavano in vista sul balcone,
passava il giovanotto, un fiore conficcato nell'occhiello,
una sbirciata a scippo, l'intesa fulminata,
telegramma spedito con le ciglia.
Al balcone tra i vasi la ragazza dipanava un gomitolo,
ricamava a telaio, fingeva di pungersi con l'ago
per liberare gli occhi messi in giù.
Mia nonna si fidanzò al balcone.
E mia madre, d'estate, dopoguerra,
con altri amici esce sul balcone per il fresco
e un uomo, ventottanni, sedutosi vicino le chiede
di sposare.
Provengo dall'incontro di loro due là fuori, a Mergellina,
col cielo giocoliere del tramonto.
Ma da un altro balcone s'era affacciato pure l'impettito
a dichiarare guerra, sporgendosi rapace e pappagallo
sulla folla ubriaca di se stessa.
Era meglio se usciva alla finestra
e meglio ancora se teneva chiuso, così non si guastava
la storia dei balconi e dell'Italia del millenovecento.

Erri De Luca

giovedì 10 marzo 2022

Le parole

 


“non amavo altro che le parole: avrei innalzato cattedrali di parole sotto l’occhio azzurro della parola cielo”

 


Ancora una rilettura: “Le parole” di Jean Paul Sartre, pubblicato nel 1964, l’anno in cui lo scrittore francese rifiutò il Premio Nobel, per difendere la sua libertà di pensiero.  Non me lo ricordavo così piacevole! Probabilmente la prima volta che lo lessi – credo negli anni ‘80 – non avevo ancora maturato le necessarie attitudini per apprezzare la bellezza di certi libri autobiografici. A conferma del fatto che a volte il gradimento o meno di un libro dipende anche dal periodo in cui lo si legge.

 

Con questa opera Sartre ripercorre la sua dorata infanzia trascorsa in una famiglia borghese che vantava, tra i suoi membri, illustri intellettuali e pastori luterani. Intriso di autoironia, “Le parole” è diviso in due parti: “leggere” e “scrivere”. E mette al centro della narrazione quel bambino che fu Sartre, il quale aveva un solo difetto: era troppo avanti rispetto alla sua età. Orfano del padre morto prematuramente, fu il nonno a incarnare la figura paterna, un autoritario e intransigente professore di tedesco che stravedeva per il nipote. Lo considerava la sua “meraviglia”, e la sua sola presenza lo appagava totalmente e lo rendeva felice. E lui, il piccolo Jean Paul, si divertiva a recitare la parte del bravo bambino: non piangeva mai, non faceva rumore, appariva serioso, rideva poco e gli “piaceva piacere”. In famiglia lo adoravano e lo viziavano e lo coccolavano: gli dicevano che era intelligente, che era bello, lo ritraevano in mille pose ritoccando anche le foto con matite colorate. La madre, che non aveva conosciuto molto suo marito “né prima né dopo il matrimonio” e che preferiva il dovere al piacere, metteva nella vita di quel bambino “tutto quello che mancava alla sua”. E poi tutti lo controllavano e si preoccupavano della sua salute delicata, “non lo trovi un po' palliduccio ?…Sono sicuro che è dimagrito!”, e gli sentivano il polso gli misuravano la febbre lo costringevano a far vedere la lingua… E lui, sotto questi sguardi inquisitori si sentiva un oggetto, “un fiore nel vaso”.

 

E poi c’erano i libri nella grande biblioteca del nonno, la sua prima grande scoperta, con i quali voleva fare quotidianamente “un bagno di cultura”. Non sapeva ancora leggere, però era affascinato da quei volumi stretti sui ripiani come mattoni. Li osservava, li toccava, li sfogliava di nascosto per “onorare” le sue mani con la loro polvere, e assisteva ogni giorno a un cerimoniale di cui gli sfuggiva il significato: il nonno maneggiava quegli oggetti culturali “con una destrezza da officiante”. Talvolta si avvicinava per osservare da vicino quelle “scatole che si aprivano come ostriche” e scopriva che al suo interno con c’era niente, solo dei “fogli pallidi e muffiti, leggermente gonfi, coperti di venuzze nere, che assorbivano l’inchiostro e mandavano un sentore di fungo”. Giorno dopo giorno, però, le parole che scopriva in quei libri e quelle che andava scrivendo nei suoi quaderni divennero “la quintessenza delle cose”. Aveva trovato la sua religione, la libreria era il suo tempio, e nulla gli pareva più importante di un libro. Scrivendo esisteva e si sottraeva alle persone grandi. “Questo bambino sarà uno scrittore” - dicevano in famiglia - e il nonno, che si estasiava sulle sue virtù, posando la mano sul suo cranio, amava ripetere: “ha il bernoccolo della letteratura”. Lo “lasciarono vagabondare fra i libri” e fra i suoi quaderni che riempiva di parole, e lui diede “l’assalto all’umano sapere”.


giovedì 3 marzo 2022

Pagine ingiallite

 



Il nome che diamo a un blog non nasce mai per caso: cerchiamo sempre di sceglierne uno che, in qualche maniera, dica qualcosa di noi in anteprima. Magari un nome capace di stimolare anche l’immaginazione, con il suo carico di contenuti simbolici, e far nascere in chi vi si accosta per la prima volta, curiosità e interesse. E’ una sorta di biglietto da visita. Il nostro marchio on line.

“Pagine ingiallite”, il nome del mio blog, racconta tante cose di me, prima ancora di leggere un qualsiasi post. Se questo spazio in rete lo avessi chiamato “il blog di Pino”, non avrebbe sortito lo stesso effetto evocativo: sarebbe stato come “il blog di tizio” o il “blog di caio”... Nomi, quest’ultimi, che non dicono nulla dell’autore che vi sta dietro. E nulla suggeriscono circa i temi trattati. Naturalmente il discorso cambia se l’autore del blog è un personaggio famoso: in quel caso basta nome e cognome, non occorre altro. Beppe Grillo - per esempio – non avrebbe aggiunto nulla al suo blog se lo avesse chiamato - non so - “il grillo parlante”. Il nome di un blog sconosciuto è, a prima vista, come il titolo di un libro che cattura la nostra attenzione e, pur non conoscendo l’autore, ci spinge a sfogliarlo e a leggere qualche pagina; è come una curiosa e bella copertina che invoglia ad andare oltre per scoprire ciò che contiene.

“Pagine ingiallite” – il mio blog - rimanda ad un mondo antico, con i segni che il tempo lascia sui luoghi, sulle cose e sulle persone quale traccia del suo passaggio; racchiude un mondo poco avvezzo agli eccessi della modernità e della tecnologia che oggi hanno il predominio e tiranneggiano la nostra esistenza. Allude – il nome del mio blog - a un sentimento nostalgico che si appropria di ombre e silenzi, e rifugge le luci troppo accese e violente dell’oggi; racconta della vita ritessuta secondo comportamenti non omologati; offre una diversa riflessione basata sul filo della memoria e della malinconia dove aspetti positivi del passato, sopravvissuti allo scorrere del tempo, diventano ammaestramenti di vita per il presente.  Un titolo come “Pagine ingiallite” parla di solitudine, di cose usate, di serate accanto al focolare, di vecchi muri imbruniti dal tempo, del silenzioso camminare per un viottolo di paese. E parla naturalmente di libri. Ma non di quelli con la copertina patinata, i più venduti e più letti della settimana, ma di vecchi libri dimenticati, ingialliti e consumati dall’uso. Un po' di tempo fa, un amico blogger che scrive su “Ore a rovescio” (bel nome per un blog, carico di significati…) ha scritto - commentando un mio post - che io sono una sorta di “archeologo del novecento letterario” che porta alla luce vecchi reperti cartacei, magari scovati sui banchetti di qualche mercatino dell’usato, e poi li offre ai lettori con parole accattivanti, dopo averli ripuliti. E’ una definizione che mi piace assai! Ed è proprio così, perché la maggior parte dei libri che leggo e di cui scrivo sono in linea con il nome del blog: libri con le pagine ingiallite, libri di autori morti e dimenticati, libri abbandonati dagli editori ai quali cerco di dare una seconda vita, come si fa con il restauro di un mobile antico e pregiato. Affascinato dalla patina del tempo che avvolge quelle opere e dalla qualità letteraria che ne determina il valore.


giovedì 24 febbraio 2022

La guerra

 



“Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra. Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi”

 “La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.”

 “La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l’uso della violenza.”

“Un mondo senza guerra è un’altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità.”

“Il ripudio della guerra è un valore sacro e uno dei pilastri portanti della nostra Repubblica. Ripudiare la guerra significa eliminarla dalle nostre coscienze, ma anche rifiutarsi di entrare in vecchi e nuovi conflitti, liberare il nostro Paese dalle servitù militari, uscire da ogni alleanza militare, ridurre drasticamente la produzione e l’esportazione di armi, ridurre i costi delle forze armate riconvertendoli in uso civile e sociale”.

 Gino Strada


giovedì 17 febbraio 2022

Quando la bellezza ti sconvolge

 


Riprendo un mio vecchio post

Oggi viviamo in un’epoca in cui la “bellezza”, intesa nel suo significato oggettivo, appare fortemente in crisi. Non riusciamo più a produrre cose belle, come succedeva nel passato. Si racconta che lo scrittore francese Stendhal, trovandosi nella Basilica di Santa Croce a Firenze, durante il suo grand tour effettuato in Italia nel 1817, fu colto da un malessere che lo costrinse ad uscire dalla chiesa: la straordinaria bellezza del luogo aveva scatenato nel suo animo una forte e inesprimibile emozione. Lo stesso Stendhal ebbe poi modo di scrivere: “ Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. Da lì è nata la “sindrome di Stendhal”, secondo cui l’espressione del bello può provocare turbamenti profondi, veri e propri disturbi psico-fisici negli animi più sensibili.

 Esistono dei luoghi in cui la bellezza ti sovrasta. Ti fa sentire piccolo, inadeguato, ma felice di appartenere al genere umano che l’ha creata. Prendiamo ad esempio la Basilica di San Pietro: una delle opere architettoniche più grandiose “dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati”, come avrebbe detto Stendhal. Ebbene, ogni volta che metto piede in quel luogo sacro, resto sbalordito dalla sua magnificenza; un luogo grandioso e straordinario che mi eleva e mi opprime, nello stesso tempo. E’ come se la bellezza incontenibile lì racchiusa avesse la capacità di sconvolgermi e suscitare quasi un senso di disagio.

 Sempre mi domando, ogni qual volta mi trovo all’interno della Basilica di San Pietro, come sia possibile pregare in uno spazio così immenso e così ricco. Al cospetto di siffatta opera architettonica – realizzata dai tanti artisti che vi lavorarono a partire dal 1500 (da Bramante a Raffaello, da Sangallo a Michelangelo da Vasari a Della Porta, da Maderno a Bernini) - io penso che sia davvero difficile concentrarsi nella preghiera. La solennità dell’arte, la bellezza delle statue e delle colonne, la impareggiabile ricchezza delle decorazioni distolgono l’animo dal raccoglimento e dalla meditazione. Più che il frutto dell'ingegno umano, tanta bellezza appare come opera di un Dio. Forse di quello stesso Dio a cui si rivolge il credente, sebbene soggiogato dalla solennità del Baldacchino del Bernini o dalla grandiosità della cupola di Michelangelo. Un luogo che si presta molto bene alle tante manifestazioni del culto cattolico, come la proclamazione dei nuovi papi o le esequie di quelli defunti o come l’apertura e la chiusura dei giubilei. Un luogo spettacolare per eventi spettacolari. Ma se io devo pensare ad un povero cristiano che desidera avere un incontro profondo con Dio, non posso che immaginarlo in uno spazio più appartato, più silenzioso, meno appariscente. Un luogo che evochi la povertà piuttosto che la ricchezza, la contemplazione piuttosto che la meraviglia. La bellezza non deve sovrastare il pensiero di chi prega. La ricchezza del luogo non può interferire nel dialogo con Dio. Nel momento stesso in cui la bellezza ti domina, la preghiera svanisce.


lunedì 14 febbraio 2022

Gente di Dublino

 


Un classico della letteratura mi suscita sempre un rispettoso timore. Parlarne, a lettura ultimata, diventa un’impresa ardua perché ne hanno già parlato e scritto e discusso lettori illustri e autorevoli, del passato e del presente. Rischio sempre, quando mi avventuro in tali recensioni, di cadere nell’ovvio, in descrizioni banali e ripetitive che nulla aggiungono a quello che già è stato detto.

“Gente di Dublino” di James Joyce è uno di questi libri: ognuno ne dà una sua personale interpretazione, proprio perché si presta a diverse chiavi di lettura. Lo lessi la prima volta una trentina di anni fa, e devo dire che i quindici racconti di cui è composto - che apparentemente sembrano incompiuti, senza una vera trama, in cui pare non succeda mai nulla - mi lasciarono addosso un senso di disagio e di malinconia. L’ho riletto in questi giorni perché un buon libro, anche se in qualche maniera ti scombussola, non va mai dimenticato. Un classico della letteratura non è tenuto a comunicare solo grandi emozioni, ma deve anche coinvolgere e far pensare a certe cose, anche poco gradevoli, e farne rivivere altre. Bisogna ritornare, prima o poi, tra sue pagine. Con la sua simbologia, il grande libro deve inquietare. Deve ispirare riflessioni. E può anche far male. Non è come ammirare un bel panorama o una madonna di Raffaello.

Joyce, con i suoi 15 racconti brevi, getta uno sguardo, a volte spietato, sulle tre stagioni della vita dell’uomo: l’infanzia, l’adolescenza e la maturità. E lo fa attraverso la minuziosa descrizione di certe piccole meschinità esistenziali, di certi egoismi umani, di certi aspetti propri della società piccolo borghese della Dublino dei primi anni del ‘900, una società fatta di solitari, di “esclusi dal banchetto della vita”, di alienati, di inetti, di frustrati, di mezze figure che appaiono sprovviste di qualsiasi barlume di spiritualità. “Gente di Dublino” è una sorta di feroce radiografia di una città noiosa, triste, opprimente - così come appariva la capitale dell’Irlanda agli occhi di Joyce - con le sue brutture, con i suoi protagonisti che sembrano come bloccati nelle loro aspirazioni e delusi nelle loro ambizioni. Lampi esistenziali di un mondo, i cui personaggi conducono una vita monotona e vuota, sempre in bilico tra il tragico e il comico, tra la vita e la morte, senza speranza e senza futuro. L’immagine della morte ritorna spesso in “Gente di Dublino”, un libro velato di pessimismo e malinconia dove i rancori, i sensi di colpa, i rimpianti dei suoi protagonisti sembrano avere il sopravvento.

Il racconto che più mi ha colpito, per la sua struggente malinconia, si intitola “Un caso pietoso”. E’ la storia del signor James Duffy, cassiere di una banca: “la sua faccia – scrive Joyce – aveva lo stesso colore bruno scuro delle strade di Dublino”. Questo oscuro impiegato - che un po' ricorda lo stereotipo creato da Italo Svevo, quel personaggio inetto che si sentiva inadatto a vivere e relazionarsi con gli altri (d’altronde lo scrittore triestino era grande amico di Joyce) – era un uomo solitario, non aveva né compagni né amici, non professava nessun credo e conduceva la sua vita senza avere alcun rapporto con il prossimo. Arrivava tutte le mattine in banca con il tram, a mezzogiorno faceva uno spuntino nel solito bar e cenava tutte le sere in una trattoria vicino casa, dove “si sentiva al riparo dalla compagnia dei giovanotti del bel mondo di Dublino”. Passava le sue serate al pianoforte, o a leggere un libro o passeggiando da solo nella periferia della città e, qualche volta, la sua passione per Mozart lo portava all’opera o al concerto. La sua vita scorreva via senza particolari scosse “come un racconto senza avventure”. Ma un bel giorno il nostro eroe incontra una signora, sposata, e dopo un po' la sua compagnia diventa per lui “quello che un clima caldo è per una pianta esotica”: si incontrano, passeggiano, lui intreccia i propri pensieri con quelli di lei, le presta dei libri, la arricchisce di idee, divide con lei la propria vita intellettuale. Insomma, gode della sua compagnia. Ma lei finisce per innamorarsi di lui, rovinando tutto. E lui che fa? La lascia definitivamente, per riprendere la sua solita vita sempre uguale. “L’amore tra un uomo e un altro uomo – aveva scritto su un foglio dopo il suo ultimo incontro con la signora – è impossibile perché non deve esserci rapporto sessuale, e l’amicizia tra un uomo e una donna è impossibile perché deve esserci rapporto sessuale”.

Erano passati quattro anni, quando una sera, mentre sta cenando da solo nella solita trattoria, legge su un giornale la notizia di una signora investita e uccisa alla stazione mentre tentava di attraversare i binari. Era lei: il solo essere umano che “gli aveva mostrato un po' d’amore e lui le aveva negato vita e felicità…”.  Esce fuori dal locale e inizia a vagare nel malinconico paesaggio della sera, “con il ritmo della locomotiva che gli rimbombava nelle orecchie”, mentre i suoi ricordi incominciano a fluire disordinatamente. Forse per la prima volta comprende di essere solo. E lo sarebbe stato “fino a quando sarebbe morto, avrebbe smesso di esistere, sarebbe diventato un ricordo, ammesso che ci fosse qualcuno a ricordarsi di lui”.



martedì 8 febbraio 2022

Chi sono?

 




Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
« follìa ».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
« malinconìa ».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
« nostalgìa ».
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

Aldo Palazzeschi

venerdì 4 febbraio 2022

Nostalgia di chi parte e di chi resta

 


La nostalgia è un sentimento che mi appartiene; è quasi un mio tratto distintivo reso ancora più evidente dall’insopportabile pesantezza del presente. Mi rifugio nella nostalgia per non soccombere alle pericolose fantasticherie tecnologiche dei nostri tempi. Sia ben chiaro: non ho nessun desiderio di ritornare al passato, che certamente non è stato l’Eden sognato. Tuttavia - come scrive l’antropologo Vito Teti in un suo interessantissimo saggio che sto leggendo, dal titolo “Nostalgia” (con sottotitolo) “Antropologia di un sentimento del presente” – ogni nuova narrazione diventa più convincente e più sostenibile se non trascura e non svilisce quelle di epoche precedenti.

Con questo bel libro – che si colloca tra il saggio antropologico e il diario intimistico - Vito Teti prova a raccontare un’altra nostalgia, “altra” rispetto a quel confuso stato d’animo che lacera e imprigiona l’individuo, frenando e ostacolando ogni suo cambiamento. E lo fa attraverso riferimenti letterari, filosofici e psicoanalitici che identificano la nostalgia quale sentimento creativo e irrinunciabile dell’uomo. “Nata all’inizio come patologia delle persone che restano indietro – scrive Teti – la nostalgia mostra che forse la salvezza sarà possibile proprio guardandoci indietro, ascoltando quelli che sembravano essere rimasti indietro e che invece erano più avanti di altri per una possibile salvezza del pianeta. “Il peggio è indietro”, si dice nel mio mondo di origine, e ho sempre pensato che si intendesse nel passato; invece, quell’indietro significava avanti, e forse il peggio non sta dietro di noi, ma di fronte, in quel futuro che non sappiamo riconoscere e immaginare e che magari vorremmo evitare che accadesse”.

Si, sono un nostalgico, lo confesso: ma non tanto del tempo che fu o del luogo dell’infanzia perduto, quanto di un altro tempo che poteva essere e non è stato, o di un’altra età, di un’altra giovinezza, di un’altra vita forse mai vissute. Il mio modo di pensare e di guardare è nostalgico: mi rapporto sempre con un altrove indefinito o con il passato (la sacralità di certi valori…la spiritualità di un’esistenza a misura d’uomo), e vivo la modernità con una coscienza quasi sempre conflittuale; una modernità, questa, che suscita spaesamento e in cui non mi riconosco - almeno per come è diventata in alcuni contesti - che parla un altro linguaggio, che mi appare distante, dove le cose sembrano avere un ordine di importanza rivoltato. Insomma, la nostalgia come critica del presente. Anche se, passato e presente, modernità e tradizione dovrebbero essere legate da una stretta relazione “che non implica il desiderio di restaurare il passato – scrive Teti - ma che vale, invece, ad affermare un nuovo umanesimo, a impedire che l’uomo smarrisca la dimensione religiosa, la sacralità della vita, i legami inscindibili tra natura, terra, vita”.

Sono nostalgico, forse perché “ho perduto la vista familiare del campanile” del mio borgo natio – come ebbe a scrivere Ernesto De Martino – punto di riferimento che accomunava quelli della mia generazione, testimoni di un mondo che non c’è più, soppiantato da una realtà senza luoghi, senza memoria, uniforme e globalizzata. E mi riconosco nella nostalgia dell’antropologo Vito Teti: si, perché anche lui è un nostalgico. E vive questo suo sentimento con particolare orgoglio, prova anzi un certo piacere nell’essere percepito come tale. La nostalgia – egli dice – non è il sentimento degli anziani ma comincia da bambino, appartiene al suo vissuto fin da piccolo. Lui aveva nostalgia del padre emigrato in Canada, aveva nostalgia della casa dei nonni, dei suoi amici, degli odori, dei suoni, delle atmosfere del suo paese in Calabria, che si abituava a riconoscere fin dall’infanzia. E avrebbe voluto “prolungare all’infinito quello stato di benessere che giungeva da una confusa, misteriosa lontananza”. Era nostalgico di ciò che era stato e di ciò che doveva ancora venire, verso cui si distendeva con l’immaginazione. Esiste un modo diverso di guardare al passato: non per ricostituirlo ma per cercare di coglierne i saperi, le memorie e gli aspetti più autentici che potrebbero contribuire a generare nuove consapevolezze.

La nostalgia non è soltanto il sentimento di chi parte, ma anche di chi resta e assiste al crepuscolo del luogo in cui è nato ed alle sue inderogabili trasformazioni. “Beato te che sei andato via da qui”, mi diceva tempo fa un amico incontrato al paese. Lui, invece, era rimasto, non si era mai allontanato da quel posto, come quel personaggio di Pavese che incontriamo ne “La luna e i falò”. Però aveva nostalgia di un altrove mai visto – quel vecchio amico d’infanzia che invidiava la mia partenza dal paese – aveva nostalgia pur non essendo mai partito, pur non avendo mai perduto “la vista familiare del campanile”. L’ho ritrovato tra le righe di questo libro: “Egli è il melanconico abitatore di un mondo da cui non si è mosso, e il nostalgico sognatore di un mondo che non conosce”…Non si ceda alla retorica o all’enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare…Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa esperienza del tempo, una riconsiderazione dei ritmi e delle stagioni della vita…Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui e ora un mondo nuovo anche a partire dalle rovine del vecchio… Restare significa vedere quanto è ancora vivo quello che abbiamo creduto morto e quanto sia essenziale quello che è stato scartato dalla modernità”.


lunedì 24 gennaio 2022

Nei mari estremi

 


“E’ un libro che tratta “della nostra vita, della sua morte”. Così Lalla Romano – una delle figure più significative del nostro Novecento letterario - parlava del suo libro “Nei mari estremi”, forse la sua opera più intensa, quella che tocca il suo vertice narrativo. Già la conoscevo, questa scrittrice piemontese, per aver letto “Le parole tra noi leggere” con cui vinse il premio Strega nel 1969, romanzo che parla del suo rapporto con un figlio “difficile”. Con “nei mari estremi” Lalla Romano (amica di Mario Soldati e Cesare Pavese), ripercorre i “quattro anni” dell’innamoramento per Innocenzo Monti (che diventerà Presidente della Banca Commerciale Italiana e che sposa nel 1932), e poi i “quattro mesi” della malattia di lui che lo porterà alla morte. Il libro - che si sviluppa attraverso concisi flash di memoria e di immagini - è un singolare romanzo/diario, una sorta di intima confessione disperata e intensa, un’ “avventura spirituale” nei punti più estremi dell’amore e della morte, che ne fanno un unicum di tutta la nostra letteratura.

“Per me scrivere – dice Lalla Romano – è stato sempre cogliere, dal tessuto fitto e complesso della vita qualche immagine, dal rumore del mondo qualche nota, e circondarle di silenzio”. E queste sue concise strofe in prosa, questi suoi istanti di vita circondati dal bianco della pagina – come avrebbe detto lei - sono brandelli di sofferenza interiore di fronte alla fugacità della condizione umana, ma anche brevi momenti di felicità. “C’era malinconia nella gioia, come è giusto; e non era follia, era saggezza”. Sicché il libro risulta come spezzato in due parti: c’è un “prima”, fatto di dolcezze, di piccoli piaceri, di serenità familiare, che Lalla Romano sembra quasi proteggerlo dal “dopo” che è in agguato e che sfocia nel dramma, “nei mari estremi” della malattia. E poi della morte. Ma la scrittrice non è nella malattia che temeva di perdere la sua storia d’amore con Innocenzo “ma nelle assenze, nella lontananza. Morire è allontanarsi: l’ho saputo poi”. Così scrive. Nei mari estremi è un testo duro e struggente - ma nello stesso tempo – di grande tenerezza; è uno di quei rari libri che, grazie al pathos che riesce a trasmettere, non può essere raccontato: va soltanto letto.


martedì 18 gennaio 2022

Paestum

 


Ci sono dei luoghi che sanno di eterno e nessuna riproduzione, fotografica o descrittiva, può mai rendere l’idea della loro bellezza che solo la presenza sul posto può trasmettere. Sono luoghi come sospesi nel tempo, che in qualche maniera ci riportano alle nostre origini, di fronte ai quali si rimane incantati, soggiogati dalla grandiosità delle immagini e dalle sensazioni che suscitano. Uno di questi luoghi è certamente Paestum, patrimonio dell’umanità. Dicevo che nessuna descrizione può mai sostituirsi allo sguardo, eppure resto sempre affascinato dalle parole dei grandi personaggi della cultura (poeti, scrittori, artisti…) che - trovandosi al cospetto dei templi di Paestum – hanno saputo celebrarli con parole che posseggono una straordinaria capacità evocativa, prima ancora che godere della loro maestosità architettonica. Un atto d’amore nei confronti della bellezza, un invito ad osservare con occhi estasiati la magnificenza del passato. E a volte queste belle descrizioni le trovi dove meno te le aspetti, come nelle pagine di un romanzo di Michele Prisco “Lo specchio cieco” di cui ho parlato nel post precedente:

“A Paestum ogni volta ritrovo, e rinnovo, un coagulo di emozioni, il rigurgito come di ancestrali allarmi: per quanto anche lì intorno la speculazione edilizia abbia cercato di deturpare il paesaggio, resta ancora uno dei pochi luoghi in cui il Sud mi parla più che con la sua storia o la sua civiltà con la forza oscura e inalterabile dei suoi richiami. Già ci si arriva intimiditi, attraversando una campagna bassa e squadrata (le bufale che vi si attardano impigrite sono grasse, lucide, sazie), e quando si è di fronte ai templi s’entra come in un sortilegio di cui non si riesce mai a spiegare la natura e forse il loro fascino sul visitatore consiste proprio in questa silenziosa arcana impenetrabilità. Perché qui siamo soli, noi uomini d’oggi più o meno malati di nevrosi, e i blocchi di pietra millenari, ma ci separa più che la distanza temporale l’ineffabilità del mistero, del rito, del recinto sacro, che si respira in tutta la sua chiusa solennità e che niente può aiutarci a sciogliere in un incontro più diretto o in una più umana misura: la pietra resta muta e gelosa, lo stesso mare che traluce di là dai colonnati (e quel giorno era livido, fermo e senza confini) diventa un altro elemento di questa suggestione così intensa e struggente”.


sabato 15 gennaio 2022

Scrittori dimenticati: Michele Prisco

 


Un libro deve avere la capacità di aprire la mente e lasciare una traccia del suo passaggio. In questa orgia di pubblicazioni noi oggi sembriamo rincorrere solo le novità, le mode letterarie, l’immediata fruibilità di un prodotto, come se il libro fosse equiparabile all’ultimo modello di telefonino e non fosse, invece, un luogo di metafore, di incontri, uno strumento di autoanalisi. Mi piacerebbe che ogni tanto la televisione, anziché pubblicizzare l’ennesimo libro di Carofiglio, di Vespa e di Vattelapesca, riproponesse qualcuno dei tanti ottimi scrittori italiani del Novecento che – pur non avendo mai frequentato i salotti televisivi – hanno fatto la storia della nostra letteratura scrivendo opere che non muoiono mai. Sono autori del tutto dimenticati e che oggi nessuno più legge. Eppure hanno scritto libri importanti e hanno vinto premi significativi. Tra questi, c’è sicuramente Michele Prisco, scrittore partenopeo (era nato a Torre Annunziata) di grande spessore culturale, morto circa venti anni fa. Egli sa rendere bella anche “la vita del condominio” - come chiamava le storie del presente e dell’ordinario Sebastiano Vassalli – sa dare dignità letteraria anche alla banalità del vivere quotidiano: e non è da tutti. E questo, grazie ad uno stile corposo ed elegante che non può non incantare chi ama la bella scrittura. Prisco – da acuto osservatore del suo tempo – concentra la sua attenzione quasi sempre su pochi personaggi, per lo più appartenenti alla ricca borghesia partenopea, a quella “provincia addormentata” (che è anche il titolo di un suo libro di racconti), adagiata sulle falde del Vesuvio. E intorno a questi soggetti, sempre tormentati da dilemmi etici e morali, costruisce la trama psicologica dei suoi romanzi che toccano debolezze e fragilità dell’animo umano, vizi e virtù. Ne escono degli affreschi esistenziali sempre attuali. Sempre piacevoli da leggere e su cui riflettere. Mi piacerebbe che una mattina, passando davanti ad una libreria qui a Roma, scorgessi in vetrina accanto all’ultimo libro di Carofiglio e della Lambertucci, anche la nuova edizione di un vecchio romanzo di Michele Prisco: non dovrei più cercarlo sulle bancarelle dei mercatini dell’usato.

“Lo specchio cieco” è uno di questi suoi romanzi, uscito nel 1984. Il protagonista, e voce narrante, è un noto scrittore, che vive con la moglie a Roma (forse lo stesso Prisco, il suo alter ego) il quale, arrivato alla soglia dei cinquant’anni - dopo aver pubblicato diversi libri di successo - si ritrova come svuotato e impoverito dentro, tanto da non riuscire a scrivere più niente. A questo indebolimento della sua fantasia narrativa, si unisce pure un sentimento di sfiducia o disillusione sulla reale necessità del suo lavoro intellettuale, tant’è che spesso si domanda se non sia arrivato il momento di deporre definitivamente la penna. Complice anche quel “processo d’involgarimento sempre più pervasivo” innescato dai mezzi di informazione di massa, in primis la televisione, attraverso l’intrusione dentro le nostre case della realtà esterna, così “violentemente prevaricante e preponderante”. Ma, come per incanto, l’incontro casuale con una donna conosciuta molti anni addietro e che aveva perso di vista (era stata la seconda moglie del padre di un suo caro amico d’infanzia), ha la capacità di interrompere quel suo stato di inerzia. Un incontro, questo, che lo riporta con la mente indietro nel tempo, agli anni della sua tranquilla vita a San Severino, un piccolo paese in provincia di Salerno, che aveva custodito i suoi sogni adolescenziali di diventare scrittore. L’immagine di questa donna, così diversa da come l’aveva conosciuta, e poi i luoghi della giovinezza, i ricordi e gli amici di quel tempo sembrano favorire il recupero del suo equilibrio interiore, da cui dipende il suo futuro di narratore. E per ritrovare fiducia nella scrittura, decide di raccontarne la storia, di romanzarla o addirittura camuffarla con la fantasia, facendo riaffiorare dal passato episodi e figure e volti e paesaggi della sua vita di provincia, là dove solo poteva rintracciare la sorgente vera delle sue radici. “In quel mondo unico e irriducibile – dice il protagonista – che poi avrebbe trasformato il tempo in memoria e che non era propriamente il tempo della mia adolescenza ma era come l’adolescenza del tempo, di quella insostituibile età, voglio dire, che rappresenta per tutti noi, in accezione individuale o collettiva, il solo possibile punto di riferimento per un disegno del nostro destino”.


domenica 9 gennaio 2022

Al cimitero

 


Passeggiare lentamente in un cimitero non è una cosa sconfortante, da evitare: è, invece, l’occasione per rintracciare nomi e volti di amici, conoscenti, persone care che non ci sono più e di cui si conserva la memoria, anche solo attraverso storie lontane che ci sono state raccontate. E’ un modo per ritrovare ricordi e significati profondi, per lasciarsi coinvolgere da quella dolce malinconia che, in certi momenti della vita, fa proprio bene all’anima. “Venite vivi a visitare i morti – si legge, non ricordo in quale cimitero – prima che morte a visitar vi venga”. Questa visita al cimitero io la faccio ogni qualvolta ritorno al paese d'origine, nel Cilento. Ma non il 2 di novembre: quel giorno vi si aggirano troppi vivi e io mal sopporto la folla da mercato, tanto più nel posto dove regnano i morti e la pace eterna.

Il piccolo camposanto del mio paese - che si erge su una lieve collina - gode di una posizione davvero invidiabile, oserei dire amena: da una parte guarda verso il mare e la Costiera Amalfitana e, dall’altra, verso la vallata della diga dell’Alento, circondata da una catena di monti a delimitarne l’orizzonte. Certo, è sempre un camposanto, però pensare di essere seppelliti in un luogo così dolce, forse rende più lieve il pensiero della morte. Un posto per l’eternità, con vista sulla bellezza anche questa eterna. Ci sono stato l’ultimo giorno dell’anno appena passato: non sono il tipo che si lascia influenzare dalle superstizioni. Le stupidaggini proprio non le sopporto. Sono i vivi che a volte fanno paura, non i morti. Tantomeno i cimiteri. Diceva Giovanni Papini che “i teatri di marionette e i camposanti sono gli unici luoghi dove l’uomo possa prendere acuta coscienza di sé. Nei primi vede cos’è prima della morte, nei secondi quel che sarà dopo la vita”.

Non c’era nessuno a quell’ora, nel cimitero, solo un signore del paese che io conosco, raccolto nei suoi pensieri sulla tomba del figlio, morto qualche anno fa. Scambio qualche parola con lui: mi dice che viene qui a fargli visita due volte al giorno, la mattina e la sera. Io credo che la morte di un figlio sia, per un genitore, una delle prove più dure e difficili da sopportare, il dolore più straziante e insanabile che possa colpire una persona. Raggiungo il loculo marmoreo dove è sepolto mio padre: guardo quella sua foto, in alto, che lo ritrae sorridente, e gli mando un bacio con la mano. Ho come l’impressione che mi stia aspettando e sia felice di rivedermi. Chiudo gli occhi in muta preghiera, e bastano quei pochi istanti per ripercorrere tutta la sua esistenza: la guerra, che da giovane lo aveva visto prigioniero in Germania (spesso me ne parlava), le difficoltà del vivere, il duro lavoro, i sacrifici per assicurarmi un avvenire migliore, la sua malattia. Un padre vive sempre se non lo lasciamo morire dentro di noi. Ricordo la sua infinita, contagiosa serenità: era capace di stare delle ore seduto davanti l’uscio di casa – durante gli ultimi anni della sua vita - senza mai annoiarsi. E senza mai lamentarsi. Non aveva bisogno di molto per essere contento, questo mi ha insegnato. Avrei voluto stare di più con lui, apprezzarne quell’umanità che ho perduto per sempre. E goderne. Saluto, poi, i miei nonni che “abitano” lì vicino. Quanta tenerezza, quanta nostalgia ancora mi suscitano! Su quei volti in bianco e nero, che sanno di antico, si compie ogni volta il riassunto più rapido della mia adolescenza. Spensieratezza, gioie, sensazioni indelebili di quando ero ragazzo e stavo con loro. “Tutto viene dalla terra” – diceva mio nonno Nicola, contadino – e terra diventeremo”…e come è vivo in me il ricordo di nonna Giovannina: da piccolo mi proteggeva con raccomandazioni e preghiere e ogni giorno aspettava trepidante il mio ritorno dalla scuola, per il pranzo!.. e poi quelle lunghe partite a briscola con nonno Peppo: cercavo sempre di imbrogliarlo per suscitare la sua indignata reazione, che tanto mi divertiva! Questi pensieri, per un attimo, mi commuovono. Passo poi a salutare mio suocero; era di una bontà rara! Faceva il fabbro, un mestiere che, nel paese, è morto con lui. Quanti manufatti in ferro battuto ha realizzato per noi! Giro l’angolo per lasciare un saluto, una preghiera e un fiore a Nicola, mio cognato, che riposa in pace nella cappella della sua famiglia: un drammatico e crudele destino l’ha strappato alla vita e ai suoi cari (moglie e due figlie), quando aveva solo 33 anni, gli anni di Cristo. Sembra quasi che Nostro Signore morto in croce chiami a sé prima i più buoni.

Mi aggiro tra le lapidi, fila dopo fila, tutte guarnite di foto, ed ho come l’impressione che gli occhi di quei defunti prendano vita e mi seguano benevolmente ovunque io vada. Osservo i mazzi di fiori allineati, alcuni freschi altri appassiti, i lumini accesi, le piccole immagini sacre, le tante epigrafi a ricordare chi non c’è più. Forse sono proprio le epigrafi il lato stonato di questo luogo: sembrano tutte uguali, vergate dalla stessa mano, le solite scritte generiche, banali e dolciastre. “A leggerle – diceva Andreotti – uno si chiede: scusate ma se sono tutti buoni, dov’è il cimitero dei cattivi?”. La frase celebrativa incisa sulla lapide dovrebbe forse regalare, come una Spoon River, l’ultimo sorriso o far riflettere sulla fragilità della condizione umana. “Ero ciò che non sono”, si legge sulla tomba di Pessoa; “Allegria” su quella di Mike Bongiorno; “Amici non piangete, è soltanto sonno arretrato” ci ammonisce Walter Chiari.

Quanti morti ci sono in un cimitero! Mentre guardo di qua e di là, rivolgo loro un cenno di saluto con la mano o con la testa. Conosco più le persone che sono qui sepolte che non quelle che vivono nel paese. Contadini, muratori, artigiani…molti di loro li avevo conosciuti anziani, o li vedevo semplicemente girare nel paese, quando io ero ancora ragazzo. E ora li ritrovo qui. E qui, ogni volta, scorgo qualcuno che prima non c’era. E questo mi rattrista e mi ricorda che il tempo passa inesorabilmente. Mi soffermo in raccoglimento davanti alla tomba di Gaetano, di Tony…due amici: se ne sono andati per sempre anzitempo. La morte non sfoglia solo il libro dei vecchi, mi viene da pensare. Ogni volto mi riporta alla mente ricordi e immagini del passato, frammenti di vita vissuta nel paese in cui sono nato.

Esco dal cimitero avvinto da un sentimento d’intensa e profonda compassione per tutte quelle persone assenti. Ma non sono triste! Come dice Franco Arminio “il luogo diventa più dolce se ognuno porta la sua ferita, il suo segreto”. In una delle tante “Cartoline dai morti” (un suo libriccino) sempre Franco Arminio - immaginando un morto che dà dei consigli ai vivi – così scrive: “Ora che sono morto io vi dico: fate attenzione quando salutate un vecchio, quando salutate un bambino, sentitevi contenti di avvitare una lampadina, di allacciarvi le scarpe, ma più di tutto godetevi la bellezza di tornare a casa, non importa se da un lungo viaggio o da un funerale”.


lunedì 3 gennaio 2022

L'amicizia

 


L’amicizia è un sentimento raro, molto raro. Da qui il suo lato prezioso. Da qui nasce quell’antico proverbio che recita: “chi trova un amico trova un tesoro”. E non è facile trovare un tesoro. Dubito, pertanto, delle dichiarazioni troppo entusiastiche in favore dell’amicizia. Diffido di quelle persone che si beano, allegramente, di avere “tantissimi amici”. Se mi guardo intorno, con un occhio rivolto anche al mio passato, io vedo solo compagni di scuola e di giochi (che non si dimenticano mai), vedo simpatici conoscenti, vedo parenti, vedo ex colleghi di lavoro (la cui compagnia è sempre piacevole): ma non vedo amici, nell’accezione più vera e profonda del termine.

Quante volte abbiamo sentito dire da chi ama la lettura: “i libri sono i miei migliori amici”…oppure, da chi ama gli animali, “il cane è il mio amico più fedele”. Se questo è vero, perché i libri così come i cani ti danno tanto senza chiedere nulla, diventa plausibile anche essere amico di uno strumento musicale, di un albero che l’hai visto crescere, di un oggetto a cui sei affezionato, di una bottiglia di vino. D’altra parte Proust affermava che “avrebbe potuto fare ugualmente amicizia con un divano”. E poi quante volte un genitore si pone nei confronti del figlio come un amico! e alzi la mano chi non ha mai sentito dire: “non esiste migliore amico di me stesso”. Tutto ciò, a riprova di quanto possa essere ampio o limitato il valore che si attribuisce alle amicizie. Insomma, tra malintesi, confusioni e interpretazioni sbagliate, tra appropriazioni indebite di un sentimento e differenze di punti di vista: l’amicizia è una delle parole più abusate, che sta in bocca a tutti e da tutti viene maltrattata. Diciamo di avere tanti amici, quando invece ci troviamo di fronte a persone che troviamo solo simpatiche, e con le quali ci piace trascorrere una serata in pizzeria. Certo, può essere una forma di amicizia anche questa – se proprio non vogliamo chiamarla compagnia - ma dobbiamo riconoscere che nella maggior parte dei casi si parla di amicizia laddove non ci sono che relazioni legate da interessi reciproci, superficiali, poco profonde, senza conseguenze emotive. E che dire, poi, dell’amicizia virtuale che nasce sui social! Si “chiede l’amicizia” su facebook, e il bello è che ti può essere concessa ma anche revocata, come se questo sentimento fosse un adempimento burocratico, o si potesse comprare. Una vera aberrazione.

Ci sono stati, nel corso dei secoli, coppie di amici che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della letteratura, e non solo, legate da una profonda amicizia fondata sulla lealtà e sulla generosità: mi vengono in mente Eurialo e Niso, Patroclo e Achille, Narciso e Boccadoro, fino ad arrivare ai giorni nostri con Falcone e Borsellino. Sono esempi di amicizia, questi, che ci offrono interessanti spunti di riflessione su un sentimento ormai svalutato e banalizzato. A questi esempi vorrei ora aggiungere una bella e reale storia di amicizia raccontata dallo scrittore e psichiatra viareggino Mario Tobino - “medico dei matti” come amava definirsi - nel suo romanzo autobiografico “Tre amici” . 

Tobino è stato uno scrittore atipico della letteratura del ‘900, la cui scrittura si muove sempre tra vicende di guerra e di follia, toccando aspetti autobiografici, attraverso uno scavo psicologico molto profondo. Qualche sera fa Rai 5, uno dei pochi canali che si occupa davvero di cultura, gli ha dedicato - a trent’anni dalla sua morte - una interessante trasmissione proponendo il suo percorso di vita attraverso le sue opere e la sua attività di medico nell’ospedale psichiatrico di Maggiano (LU). E tra le sue opere, “Tre amici” occupa un posto di rilievo perché narra le vicende umane e professionali dell’autore e dei suoi due amici fraterni Mario Pasi e Aldo Cucchi (nel libro assumono i nomi di Campi e Turri), i quali si incontrano all’Università di Bologna dove studiano medicina. Li unisce lo studio, la passione politica, il desiderio di costruire un mondo migliore. Lo sfondo è quello degli anni ’30: la guerra, il Fascismo, la militanza nella Resistenza. I tre protagonisti non hanno bisogno di sbandierare ai quattro venti la loro fraterna amicizia e il libro inizia proprio con queste parole: “Non ci dicemmo mai che eravamo amici. Figuriamoci il Campi se pronunciava la parola amicizia! Vi avrebbe potuto scorgere una svenevolezza…Anch’io e Turri mai pronunciammo: siamo amici. Ci chiamavamo con i nostri nomi, ecco tutto. Quel che era infisso nel cuore non doveva trasparire”. Erano legati da un rapporto di amicizia fraterno e inscindibile che andava oltre il semplice affetto, più forte delle avversità della vita e degli anni della guerra. Più forte della morte. 

La voce narrante è quella di Alfeo Ottaviani, l’alter ego di Tobino: “Ora, mentre scrivo, trascorsi più di quaranta anni, mi pare eccezionale la nostra amicizia, incapace io a descriverla, noi tre, che non ci siamo comunicati mai nessun sentimento, mai un’effusione…Ora sono rimasto solo. Non mi rimane che ricordarli, tentare qualche loro tratto, inseguire a lampi, affacciarmi sopra le loro ombre, sperando che la storia risorga…Era la nostra amicizia così profonda, talmente insieme avevamo collaborato ai nostri sogni che, se anche non ci si vedeva, non ci si frequentava, il nostro colloquio procedeva, sapevamo tutto quel che ci passava nel cuore e nella mente…”.

Un libro dal sapore dolce amaro, delicato, a tratti malinconico e poetico. “…quel che ci univa, il tizzone che bruciava Turri, Campi e me, era la politica, questa la nostra croce, infissa nel cuore, Il nostro segreto era quello, tre croci uguali, quasi per noi tempo di catacombe, avessimo frequentato Gesù…Io sono qui a tentare di tradurli con le parole…”


venerdì 31 dicembre 2021

Cenone e veglione

 


Ci sono alcune parole che non riesco proprio a digerirle, mi provocano una sorta di reazione allergica ogni volta che le sento pronunciare. Sono tutte quelle parole che hanno la desinenza “one” e determinano un ambiguo accrescitivo. Due di queste, in particolare, si presentano immancabilmente alla fine di ogni anno solare, e non esiste pandemia in grado di liberarcene: cenone e veglione. Le due parole vivono in stretta correlazione, direi quasi in simbiosi, e l’una non può esistere senza l’altra. Con chi fai il cenone? Ti senti chiedere il 31 dicembre di ogni anno. E il veglione? Se gli rispondi che l’ultimo giorno dell’anno hai l’abitudine di fare una cena normale, morigerata come sempre, senza abbuffarti perché non ne vedi la ragione; se gli fai capire – pacatamente - che durante le feste di fine anno vorresti fuggire su una montagna e nasconderti in un eremo, lontano dalle cataste di panettoni, dai regali e dal profluvio di luminarie intermittenti, ti guardano male. Il disprezzo nei tuoi confronti, poi, è palese sui loro volti se vengono a sapere che non aspetti nemmeno la mezzanotte, per il brindisi finale davanti al televisore, e te ne vai a dormire alla tua solita ora, incurante dei botti e della festa che incalza. Si, perché il cenone e il veglione casalingo procedono di pari passo con il cenone e il veglione televisivo. Assistiamo, in quest’ultimo caso, ad un tripudio di urla, balli sfrenati, risate sgangherate e contentezza prorompente da parte di un cast composto da tutte le mezze figure del video nazionale, condotto dal solito presentatore di turno, che invita contemporaneamente, spettatori a casa e attori e pubblico televisivi, a tenere d’occhio il grande orologio che campeggia in sala. Mancano ancora 3 ore…mancano ancora 2 ore – urla eccitato il grande cerimoniere - e così di seguito fino al fatidico conto finale, meno tre…meno due… quando cresce l’esaltazione collettiva e scoppia la felicità. Baci, abbracci, spari, gioia incontenibile: è arrivato il nuovo anno. Un clima, questo, che evoca il crollo dell’impero romano prima dell’arrivo dei barbari a porre fine, pietosamente, alla lancinante agonia di una civiltà. 

Speriamo che l'anno che verrà sia migliore!


sabato 11 dicembre 2021

La felicità è adesso

 


Arriva all’improvviso,
dura quanto i cerchi nell’acqua dopo il sasso,
interrompe i pensieri, la malinconia,
non si fa prenotare, nessun appuntamento,
la misteriosa briciola della felicità.
Chi la riconosce troppo tardi
le manda un saluto alla memoria
di quando c’era e non la conosceva.
Prova a soffiarci sopra ma non serve,
non parte la scintilla della brace.
Allora ci sto attento,
nervo pronto alla scossa
elettrica, materna, pirotecnica
della felicità, eccola, è adesso.

Erri De Luca