domenica 10 aprile 2016

La vita agra di un contestatore



Luciano Bianciardi può essere di sicuro considerato uno dei più accesi fustigatori dei mali della società dei consumi e della modernità. Di lui hanno scritto che è stato il primo arrabbiato che si incontri nella letteratura italiana del dopoguerra ed anche uno  dei pochi scrittori italiani ad avere intuito in quale burrone stesse precipitando il Paese, frastornato dal cosiddetto boom economico.

Di idee anarchico-socialiste, mi ricorda in qualche modo lo scrittore e filosofo francese Albert Caraco, morto suicida lo stesso anno in cui morì Bianciardi; anche il pensatore transalpino, in un suo celebre libro intitolato “Breviario del caos” – in una maniera molto più dura e nichilista -  muoveva una feroce critica alla civiltà consumistica dell’Occidente, con tutte le sue contraddizioni, le sue ingiustizie, i suoi falsi idoli e si scagliava con parole violente contro le città, sempre più disordinate e invivibili, diventate i nostri incubi quotidiani, soffocate dal frastuono e dal tanfo.

Il libro di Bianciardi prende lo spunto da una vicenda realmente accaduta negli anni 50 in un paesino della provincia di Grosseto (lo scrittore era appunto di Grosseto), dove 43 operai di un’industria chimica trovarono la morte all’interno di una miniera di lignite, a seguito di una esplosione causata dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il protagonista, deciso a vendicare le vittime del grave incidente, si trasferisce a Milano con l’intento di far saltare con la dinamite il palazzo dove ha sede la dirigenza dell’industria. Consegue un lavoro come traduttore in una casa editrice (nel frattempo dovrà pur vivere) e accarezza l’idea di poter trovare anche degli alleati - tra gli operai e gli impiegati che abitano la grande città -  per portare a termine il suo progetto dinamitardo contro il potere. Ma presto dovrà arrendersi a quest’idea rivoluzionaria perché anche lui verrà ingabbiato nei ritmi alienanti della metropoli, come già era successo ai suoi abitanti. Attraverso questo suo fallimento riconosce che l’epoca degli anarchici è storicamente superata e che i colpi di mano isolati non hanno mai avuto seguito; la lotta è delle masse, ma le masse che abitano la città sono interessate ad altro, sono attratte dalle facili illusioni del nascente consumismo.

In questo libro - scritto con sferzante ironia, ma anche con piacevole eleganza - ritroviamo tutti quei temi che verranno poi ripresi dai giovani contestatori della società borghese e consumistica degli anni successivi al boom economico, quali l’alienazione e la solitudine delle folle metropolitane, il caos del traffico automobilistico, la ripetitività sconsolante del lavoro d’ufficio, il rifiuto del “sistema città”.

 

venerdì 1 aprile 2016

La falsa buona letteratura



Credo che la libreria sia uno dei pochi esercizi commerciali che non espone in vetrina il meglio che ha, ma solo le ultime novità del mercato editoriale, che spesso rappresentano il peggio della produzione. Tuttavia, non riesco a passare davanti a nessuna di queste cattedrali della cultura senza fermarmi a guardare i libri che mette in mostra. La cosa che salta immediatamente agli occhi è che la maggior parte degli autori in vetrina è costituita da facce famose dello spettacolo, nani e ballerine della televisione di stato, i cui “capolavori” sono presentati come regali buoni per tutte le occasioni.  Non dico che vorrei vedere in vetrina “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni o “La Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso – lungi da me tale idea - però incrociare ogni volta l’ultimo libro di Bruno Vespa o di Fabio Volo oppure scorgere l’ennesimo ricettario di Benedetta Parodi o di Antonella Clerici – lo confesso - mi provoca fastidio misto a sconforto. Questi scrittori non scrittori che occupano così tanto spazio io non li sopporto più. Ho l’impressione che gli editori abbiano ormai perso la memoria, o facciano di tutto per distruggerla, visto che da alcuni anni privilegiano solo i “nuovi autori” (sempre e comunque), possibilmente noti al grande pubblico televisivo per meriti che non siano quelli letterari, e che abbiano fatto passerella almeno una volta da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” a tessere le proprie lodi.
Ecco allora i tanti best-seller dettati dall’attualità più pressante, che durano poco ma hanno grande successo di pubblico, scritti da dilettanti allo sbaraglio che non sanno scrivere (perché fanno altri mestieri), oppure realizzano opere di scarsa rilevanza letteraria. Però sono autori che vendono bene grazie alla loro notorietà. E gli scrittori italiani che appartengono ad un recente passato, che hanno anche vinto premi importanti, che fine hanno fatto? Romanzieri come Guglielmo Petroni, Michele Prisco, Giovanni Arpino, Vittorio Gorresio, Piero Chiara, Ercole Patti, in quali anfratti delle librerie sono andati a finire? E quegli autori che hanno scritto rilevanti e significative pagine di denuncia sociale attraverso i loro romanzi come Francesco Jovine, Paolo Volponi, Anna Maria Ortese, Giuseppe Dessì, Carlo Alianello, Luciano Bianciardi, perché non si vedono più nelle vetrine delle librerie? Sono quasi tutti ingiustamente fuori produzione, finiti nel dimenticatoio, stritolati da una mediocre letteratura usa e getta che scopiazza le tematiche di cronaca (rosa, nera e gialla) simbolo indiscusso della modernità e della pochezza dei nostri tempi. Espressione di una società che vive malamente il presente, che sa poco del passato e non ha le basi per imbastire un futuro.

“In libreria si trovano i libri di carni e porci – ha detto recentemente in una intervista Raffaele La Capria – i miei non si trovano mai”. E poi ha aggiunto che “oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima”. Ecco una definizione indovinata: “la falsa buona letteratura”, ossia una produzione letteraria artificiosa, quasi costruita a tavolino per sollecitare certe morbosità o per soddisfare la moda del momento, che dura il tempo di uno spot pubblicitario e poi muore. Senza lasciare traccia e memoria, proprio perché non ha un’anima. In linea con i ritmi frenetici dei tempi che viviamo, in una perenne rincorsa alle novità.
Eppure ci sono tanti bei libri, anche di autori poco conosciuti, pubblicati in questi ultimi dieci/venti anni (e quindi non mi riferisco solo ai classici del passato), che vengono allontanati troppo presto dai lettori, soprattutto quelli più giovani, che potrebbero apprezzarli se solo venissero ripubblicati e in qualche maniera sponsorizzati in televisione. Visto che oggi molti non sanno comprare un libro se prima non passa in TV. Come succede per qualsiasi altro prodotto commerciale.

lunedì 28 marzo 2016

Raccontare la malattia per conoscere l'animo umano



La sorella di Sàndor Màrai è un lungo e doloroso viaggio introspettivo nell’universo delle sofferenze umane. La prosa è sempre quella che contraddistingue lo scrittore ungherese: sontuosa, elegante, bella da leggere e da gustare. E nonostante la tematica possa in qualche misura allontanare piuttosto che avvicinare il lettore (la malattia terrorizza l’uomo più della morte), io credo che il libro si presti comunque ad una lettura molto coinvolgente. La malattia, quale condizione dell’umana esistenza, viene sempre vissuta come un trauma da chi la subisce, è vista come una specie di frattura che rompe un equilibrio consolidato generando ansia e angoscia. Quando ci si trova in un letto d’ospedale a combattere contro un male, quando si ha la sfortuna di avere questa sorta di incontro ravvicinato con la morte - perché la vita in certe situazioni è legata veramente ad un filo - allora, in quelle occasioni, quando tutto sembra irrimediabilmente perduto, la vita che abbiamo sempre conosciuto acquista un sapore strano e passa quasi in secondo ordine.

La prima parte del libro racconta l’incontro, in un alberghetto di montagna in mezzo ai monti della Transilvania, tra uno scrittore (che potrebbe essere l’alter ego dell’autore ungherese, voce narrante del romanzo) ed il celebre musicista chiamato Z., osannato dalle platee dei più importanti teatri del mondo, un uomo colto e raffinato, attratto da tutto ciò che avesse a che fare con l’arte e la bellezza. I due uomini si rivedono dopo tanti anni e sembra quasi che l’incontro riparatore e tardivo, suggellato dalla lunga attesa, sia un tema molto caro all’autore, tant’è che già nel suo primo e più importante romanzo “Le braci” i due protagonisti principali si rivedono dopo oltre 40 anni, per cercare di ricucire un’antica amicizia bruscamente interrotta.

Attraverso l’esperienza di vita comunitaria vissuta dagli ospiti di quella pensione di montagna, lontana dai clamori e dalla realtà, affiorano gli aspetti più nascosti della personalità umana. Succede che quando gli uomini si trovano a convivere in una situazione di isolamento, perfettamente estranei gli uni agli altri, oppressi dalla noia e dall’insofferenza, non possono fare a meno di mostrare i lati più deprecabili del loro carattere. Il libro presenta pagine di straordinaria bellezza stilistica,  ci consegna atmosfere e riflessioni sulla condizione dell’umana esistenza, soffermandosi su quella forza che muove il mondo degli uomini, che è la forza del sentimento dell’amore e della passione. “Non posso credere” – dice la voce narrante del libro “che delle persone sane di mente, dotate di autocontrollo, possano cedere alla tirannia della passione. Non posso rassegnarmi al fatto che esistano sentimenti capaci di travalicare la ragione”.

Nella seconda parte del romanzo irrompe nella narrazione la malattia. Ricoverato in un ospedale di Firenze, quella Firenze che al solo pronunciare il suo nome gli faceva battere il cuore, il grande musicista Z., privato ormai della sua arte, si ritrova a combattere la sua personale battaglia contro la sofferenza, amorevolmente assistito da quattro suore, “depositarie del segreto di mille e mille tormenti, umiliazioni, miserie umane”. E in questa condizione di estrema debolezza, completamente dipendente da quelle quattro creature femminili, “che non parlavano di nulla, ma sorridevano, tacevano e assistevano”, il protagonista, attraverso un disperato monologo interiore, s’interroga sulla sua esistenza. Era stato un uomo che aveva frequentato i migliori salotti e che nelle sale di concerto “aveva vinto il temibile mostro della musica”. Ora, disteso in quel letto d’ospedale, sapeva di assomigliare a quella figura soltanto in maniera approssimativa ed ambigua, perché non era mutato solo il suo corpo, divorato dal male, ma la sua stessa anima.

venerdì 18 marzo 2016

Quando i veri cani sono i padroni



L’altro giorno, camminando per strada, mi è capitato di pestare una cacca di cane, purtroppo abituale decoro dei nostri marciapiedi. Chi abita in città sa bene che certi luoghi sono diventati delle vere e proprie latrine a cielo aperto, dove è d’obbligo eseguire una sorta di slalom per evitare i tanti escrementi che simboleggiano il degrado della civiltà e dell’educazione dei nostri tempi. E questo grazie alla maleducazione di chi non raccoglie le deiezioni dei propri amici a quattro zampe, dimostrando così di non aver nessun rispetto né per il prossimo né tantomeno per il decoro e la pulizia del posto in cui vive. Basta un momento di distrazione e…ciac. Cosa fare in questi casi? Mi sono appoggiato al muro e ho tirato su il piede per guardare – tra l’altro quel giorno avevo calzato delle scarpe con suola a carrarmato – e da come era ridotta la mia povera scarpa ho pensato che da quelle parti, più che un alano al guinzaglio del suo padrone di m…a era passato un elefante. Sembrava fresca, anzi calda, appena sfornata. Lascio a voi immaginare i pensieri poco educati che mi sono venuti in mente in quel momento e che ho rivolto all’indirizzo di quell’incivile, per non avere raccolto il lascito del suo cane. Istintivamente ho cercato di rimuoverla, con disgusto e rabbia, strisciando la scarpa sul marciapiede; il risultato vomitevole è stato quello di spalmarla su tutto il selciato a mò di nutella su fetta biscottata e di farla pure schizzare, maldestramente, sull’orlo dei miei pantaloni. Mi sono accorto, sempre più infuriato, che una giovane ragazza che si trovava dietro di me - anche lei con cane al guinzaglio – mi guardava tra lo schifato e il divertito: chissà se lei era fornita di paletta e sacchetto per raccogliere le feci del suo cane!
Ma non è finita qui, perché mentre ritornavo a casa, con quella spiacevole lordura che mi portavo sotto la scarpa, ho assistito ad un furioso quanto paradossale alterco tra due persone, sempre per una questione di cani. Era accaduto che una signora aveva permesso al suo delizioso barboncino (coperto con un grazioso cappottino color fucsia), di fare la pipì sulla saracinesca di un negozio commerciale, proprio mentre l’ignaro proprietario si apprestava ad aprirla. Alle sue indignate e motivate rimostranze, intese ad impedire che lo spazio antistante il suo locale diventasse un orinatoio, la padrona del barboncino ha risposto, di rimando, che non poteva assolutamente allontanare la sua creatura dal posto in cui aveva deciso di liberarsi dei suoi bisognini liquidi, altrimenti le avrebbe causato un grave trauma, con conseguenze inimmaginabili sulla sua salute psicofisica. E poi, cosa potevano mai rappresentare quelle poche gocce di urina su una saracinesca così sporca! Avete capito? Questo per dire che se per caso, un bel giorno, un cane dovesse scambiare la vostra gamba per un palo della luce, lasciatelo stare, non disturbatelo, assecondatelo pure con una carezza: ne va di mezzo il suo benessere psicofisico. Tanto quello del padrone è già compromesso. Per finire, io direi che quel cartello che spesso si vede in giro e che recita “attenti al cane” è ormai superato e obsoleto  e va urgentemente sostituito con il più pertinente “attenti al padrone del cane”.

martedì 15 marzo 2016

Bartleby lo scrivano: il paladino della ribellione




 
 
Io credo che nessun altro libro si presti a così tante  interpretazioni come “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville. E’ una figura davvero enigmatica quella che esce dalla penna dello scrittore statunitense, che rimanda al teatro dell’assurdo ed ai suoi strampalati personaggi. Penso a Vladimiro ed Estragone ed ai loro assurdi comportamenti descritti da Beckett nella sua opera più famosa “Aspettando Godot”. Penso a Meursault, l’assurdo personaggio di Camus nel romanzo “Lo straniero”  - anch’egli impiegato come Bartleby – che vive nella più completa apatia verso se stesso e il mondo, il quale dopo aver ucciso una persona senza motivo, viene condannato in un contesto inquietante ed irreale. E come non ricordare “Il processo” di Kafka il cui protagonista, impiegato pure lui - quasi a voler significare che la categoria degli impiegati sia quella più idonea a raffigurare l’assurdità degli atteggiamenti dell’animo umano - viene accusato, arrestato e processato per motivi misteriosi ed incomprensibili e finisce per accettare la condanna per una colpa non commessa e persino ignorata.
 
Di Bartleby sappiamo solo che è un copista (ci troviamo nella seconda metà dell’Ottocento) e che lavora alle dipendenze di un avvocato commercialista, incettatore di titoli azionari a Wall Street, la cui figura – come viene descritta dal suo datore di lavoro - è “scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta”. A prima vista appare come un lavoratore instancabile, che non si concede mai una pausa, copiando sia con la luce del sole che al lume di candela, sempre chino sui suoi documenti in assoluto silenzio, che ha fatto dell’ufficio in cui lavora la sua casa e la sua permanente dimora, nutrendosi solo di biscotti allo zenzero. Ma guai a chiedergli qualcosa, perché lui risponde sempre con la solita frase: “avrei preferenza di no”. Non esce altro dalla sua bocca, si rifiuta di fare qualsiasi cosa gli venga richiesta, che non sia il suo abituale lavoro. L’avvocato – che nel libro è la voce narrante - riavutosi dall’iniziale sbigottimento, lo accetta così com’è, pur provando nei suoi confronti sorpresa e sconcerto, sino a rendersi docile complice delle sue stranezze. E’ veramente disarmante, quel rifiuto, quella passiva resistenza agli ordini, quel chiudersi nel suo riserbo subito dopo aver manifestato la sua volontà di astenersi da ogni impegno, attraverso quell’unica frase usata come un ritornello, pronunciata sempre al condizionale con garbo e con gentilezza, quasi a scusarsi per quel suo desiderio di rinuncia.
Bartleby incarna, a mio modo di vedere, il paladino della ribellione, colui che combatte il potere coercitivo dominante. Il suo modo di fare e di comportarsi rompe un equilibrio consolidato dalle regole e dalle abitudini. La sua è una sfida muta contro il mondo che lo circonda, la sua arma micidiale è rappresentata dal suo diniego : “avrei preferenza di no” che senza scomporsi, con grande tranquillità, afferma ogni qualvolta il suo capo intende far prevalere la sua volontà, i suoi ordini. E’ una frase, quella pronunciata da Bartleby - nell’impassibilità del suo contegno - che sconvolge e disarma nello stesso tempo l’interlocutore, il quale finisce per adattarsi a quel misterioso potere che esercita lo strano copista da cui non riesce del tutto a sottrarsi, fino a diventare la sua ossessione, il suo incubo.
In un’America sempre più affaristica, il comportamento di Bartleby appare molto vicino alle tesi sostenute da David Thoreau, il ribelle per antonomasia, il precursore della disubbidienza civile, che descriveva un’America diversa, distaccata e serena, non incalzata dal consumo e dalla produzione industriale; un paese in cui non tutto poteva essere tradotto in denaro, che condannava l’iperattivismo del mondo del lavoro, pienamente convinto che la volontà di dominio  sugli uomini non rappresentava l’unico scopo della vita.
Con il suo bizzarro personaggio, Melville sembra voglia anche proiettarci  in un mondo quasi surreale, dove si è liberi di fare o non fare, di avere un determinato comportamento piuttosto che un altro, senza vincoli di sorta, tanto il mondo va avanti lo stesso, dove le parole non servono, perché basta una sola frase, come quella pronunciata da Bartleby, per stabilire le distanze e risolvere i problemi senza affrontarli, un mondo dove è inutile affannarsi per capire l’animo umano, tanto l’animo umano è insondabile.
 
 

 

 

sabato 12 marzo 2016

Aspettando i barbari



Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?
Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l'imperatore s' è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
Oggi arrivano i barbari
L'imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d'una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti doro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d'un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S' è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

(Costantino Kavafis)

Ma cosa vorrà mai dirci questa poesia di Costantino Kavafis, con la sua straordinaria potenza metaforica?
Che fuggiamo sempre dai nostri obblighi sociali, grandi o piccoli che siano? Che non c’è mai un responsabile, qualsiasi cosa accada? Che non sappiamo prenderci le nostre responsabilità e aspettiamo sempre un salvatore che possa risolvere i nostri problemi?

“I barbari non sono più venuti”: vuoi vedere che hanno paura di noi !

martedì 8 marzo 2016

L'uomo sentimentale



“Com’è faticoso anche ciò che ancora deve essere”

E’ la prima volta che leggo Javier Marìas: pare che sia il più famoso e importante scrittore di lingua spagnola. L’uomo sentimentale, pubblicato nel 1986, è una singolare e impalpabile storia d’amore in cui l’amore non si vede, non si vive né si consuma materialmente, però in qualche maniera si manifesta e si ricorda, tra il sogno e la realtà. Come scrive nell’epilogo l’autore, l’amore è un sentimento che “richiede le maggiori dosi di immaginazione” e sotto certi aspetti “richiede sempre qualcosa di fittizio oltre a ciò che gli procura la realtà”. In altre parole, sembrerebbe che la passione amorosa, per quanto possa essere corporea o reale in un determinato momento, abbia continuamente bisogno di una rappresentazione irreale, fantastica. E’ sempre sul punto di compiersi, ma anche sull’orlo del suo disfacimento “è il regno di quel che può essere. O anche di ciò che avrebbe potuto essere”. Lo ammetto: sono la persona meno adatta per parlare di amore. E forse per questo non mi piacciono molto le storie d’amore. Se poi il sentimento amoroso diventa così articolato e così cervellotico – come quello che ci viene raccontato nel libro - ebbene devo dire che per me le cose si complicano. Ed io mi perdo. Comunque sia, in questo contesto si muovono i quattro personaggi del libro (un quadrilatero al posto del classico triangolo).
Il protagonista – voce narrante del romanzo – è un famoso cantante d’opera catalano che vive a Madrid, separato dalla moglie, la cui professione lo costringe a condurre una vita molto solitaria in giro per le grandi capitali del mondo. E durante uno di questi viaggi, mentre si trova in treno tra Parigi e Madrid, ha l’opportunità di incontrare una misteriosa e malinconica donna (Natalia Manur), di cui si innamora – almeno così mi è sembrato di capire – la quale diventa la sua abituale accompagnatrice, anche se tra di loro non succede mai nulla; poi c’è il marito di questa donna, un banchiere belga (Hieronimo Manur) che sembra stare al gioco e non mi sembra che ami molto sua moglie. L’ultimo personaggio è un imperturbabile e taciturno segretario, a sua volta innocuo e fedele accompagnatore di Natalia Manur, sempre testimone nelle lunghe conversazioni tra i due strani e inconcludenti amanti.  

Con una scrittura ironica e piacevole, molto più accattivante della trama che appare davvero scarna e poco avvincente, lo scrittore spagnolo allestisce una sorta di gioco crudele tra le parti in cui ognuno dei protagonisti cerca di annientare psicologicamente l’altro, un gioco in cui la dimensione immaginaria e quella onirica spesso si sovrappongono e si sostituiscono alla realtà. Un libro che non mi ha soddisfatto del tutto.

martedì 1 marzo 2016

Il mestiere dello scrittore



Mi vado spesso chiedendo – da appassionato lettore quale sono – se esiste ancora in questa nostra società dello spettacolo la figura dell’intellettuale in grado di imporre gusti, orientamenti, visioni del mondo e capace, altresì, di sferzare il presente, così come facevano qualche anno fa Pasolini, Moravia, Calvino…; e mi vado ancora domandando quale ruolo abbiano i cosiddetti “scrittori di successo”, quelli che sfornano un libro all’anno incoraggiando le aspirazioni di profitto dell’industria editoriale. Io penso che oggi lo scrittore conti davvero poco nel dibattito pubblico e culturale del nostro Paese, e che abbia perso prestigio, credibilità artistica. Non ha più voce in capitolo, si è lasciato fagocitare dal sistema per un suo tornaconto personale, ha perso quella autorevolezza culturale che faceva di lui la coscienza critica del cittadino. Secondo Massimo Fini “non esiste più nella nostra struttura sociale un’elite, intellettuale, culturale e morale, quella che Giorgio Bocca, quando credeva ancora in questo Paese, chiamava ‘la società degli eccellenti’ in grado di far da filtro almeno alle sguaiataggini più sfacciate. Oggi al posto degli eccellenti – scrive ancora Fini - dominano gli impudenti”. Oggi lo scrittore – nella maggior parte dei casi il personaggio dello spettacolo prestato alla letteratura – non ha difficoltà a trovare un editore disposto a pubblicare qualsiasi inezia egli scriva, che poi venderà in centinaia di migliaia di copie a consumatori (non lettori), ben felici di comprare non il valore dell’opera (che non esiste) ma la notorietà dell’autore. E’ pertanto impensabile che si possa conferire valenza letteraria ad un libro sulla base del solo successo commerciale. E’ come dire che l’ultimo romanzo di Ken Follet (non so quale sia…) o la trilogia delle cinquanta sfumature di grigio… di nero… di rosso della scrittrice inglese E.L. James, siccome vendono più copie de Il Gattopardo, sono più importanti del capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Sarebbe veramente triste e sconfortante pensare una cosa del genere. La verità è che i romanzi dello scrittore americano, che si vendono un tanto al chilo (o degli altri autori alla moda che imperversano nel panorama letterario dei nostri tempi), fra qualche anno saranno completamente dimenticati, appartengono ad una letteratura che, come direbbe lo storico Alberto Asor Rosa “non pensa”, mentre Il Gattopardo non finirà mai di dire le cose che ha da dire.
Comunque sia, io sono legato alla produzione letteraria del passato, non riesco a leggere il tanto reclamizzato “successo del momento”, il “bestseller” con i suoi serial killer, i suoi detective, i suoi commissari, i suoi chef. Quei libri con le copertine tutte uguali, dove appare quasi sempre una donna, con quelle storie mielose di amori infranti e di omicidi, storie legate al quotidiano, che rassicurano e che ammiccano – da una parte – e inquietano dall’altra, storie già ampiamente enfatizzate dalla televisione. La letteratura è altro, è quella che non deve misurarsi con i mezzi di comunicazione di massa, ma deve suggerire domande, agire come coscienza critica, suscitare riflessioni. Deve essere  luogo di metafore, di dubbi e di illusioni e deve proporsi come testimonianza e memoria.

Capisco che il confronto con gli anni precedenti può apparire nostalgico, ci sarà pure qualche suggerimento importante che si manifesta nel presente, meritevole di approfondimento  letterario, ma lo scrittore potrà coglierlo solo a distanza di anni, non oggi. Le storie dell’oggi, forse, potranno essere raccontate fra qualche decennio, a riflettori spenti e in assenza di clamore mediatico. E allora continuerò a tuffarmi nel nobile pensiero del passato, pur sapendo che prima di essere tale è stato il “presente” della sua epoca. E in ogni epoca gli scrittori hanno dovuto confrontarsi con il passato, anche se tale comparazione poteva risultare ingenerosa. Prendiamo per esempio i nostri attuali scrittori che vanno per la maggiore - penso a Baricco, Carofiglio, Veronesi, De Carlo, Volo….(l’elenco potrebbe essere lunghissimo): ebbene costoro appaiono veramente dei nani se li accostiamo a monumenti come Svevo, Pavese, Moravia, i quali diventavano molto piccoli di fronte a Proust…Mann…Hesse, pur dovendo ammettere che quest’ultimi, a loro volta, fuggivano da quei mostri sacri che si chiamavano Dostoevskij e Tolstoj.
Per finire, in attesa di poter leggere finalmente i libri di Fabio Volo o di Massimo Gramellini o di Federico Moccia o di Bruno Vespa, stimati non in base alle vendite (che sono straordinarie) ma in virtù della forza e della bellezza delle parole (di cui sono carenti), continuerò a cercare gli autori del passato le cui opere, pur non essendo mai state sponsorizzate in televisione, a distanza di anni continuano a trasmettere emozioni ed inquietudini.

giovedì 25 febbraio 2016

Storia di una famiglia nella Trieste di fine Ottocento



Quando il libro di Fausta Cialente “Le quattro ragazze Wieselberger” venne pubblicato – correva l’anno 1976 – il sottoscritto si trovava per motivi di lavoro a Trieste, la città in cui è ambientato il romanzo. La scrittrice, sebbene fosse nata a Cagliari, considerò sempre il capoluogo giuliano come sua città elettiva in quanto la madre (Elsa Wieselberger) era appunto di origini triestine. Ricordo che in città, quell’anno, si fece un gran parlare della sua opera letteraria anche in considerazione del fatto che si aggiudicò il Premio Strega. Allora non mi lasciai irretire dal successo del libro: l’ho comprato (su una bancarella dell’usato) e l’ho letto solo in questi giorni, dopo 40 anni. E devo dire che – nonostante la Cialente faccia parte, purtroppo, di quel nutrito elenco di autori dimenticati, le cui opere si possono trovare solo al mercato dell’usato – il romanzo autobiografico conserva tutta la sua struggente e poetica bellezza. Peccato che gli editori si ostinino – lo ripeto spesso - a non prendere più in considerazione certe opere letterarie che, almeno nel loro genere, restano ineguagliabili.
Protagoniste della storia sono quattro sorelle (Alice, Alba, Adele ed Elsa, quest’ultima madre della scrittrice, come ho già detto), appartenenti ad una facoltosa famiglia irredentista della Trieste di fine Ottocento. Le vicende narrate, quelle private relative alla famiglia Wieselberger e quelle sociali,  si snodano parallelamente nell’arco di circa 50 anni, fino agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, in un continuo incrociarsi e sovrapporsi. Al centro della narrazione,  vera protagonista del libro, è la ricca borghesia cittadina, “la piccola ignorante borghesia che noi eravamo” , con le sue contraddizioni e con le sue indifferenze, con i suoi pregi e con i suoi difetti, in continua fuga dalle sue responsabilità civili e sociali. Una borghesia che con somma alterigia sentiva la propria superiorità nei confronti del resto della società italiana. La voce narrante è quella di Fausta Cialente (prima bambina e poi donna adulta), la quale attraverso i suoi nitidi e circostanziati ricordi, spesso velati di leggera malinconia, ci parla delle gioie e delle avversità, dei successi e delle disgrazie della sua famiglia, la cui esistenza si divideva tra la bella casa in città adagiata su Ponterosso e la grande villa di campagna con giardino, orto e vigna; ma ci parla anche dei suoi continui spostamenti da una città all’altra dell’Italia che rompevano, di volta in volta, gli scarsi legami che riusciva a stabilire nelle località in cui si stabiliva (il padre abruzzese, era un ufficiale dell’esercito del Regno d’Italia “antimilitarista, antimonarchico, antimeridionale certamente e forse antitaliano; in tutti i modi antirredentista). Tutt’altra persona era invece la madre, la più giovane delle sorelle Wieselberger, una donna dedita alla cultura, alla musica, alle tradizioni familiari, che aveva ballato, una sera, con l’industriale e commerciante di vernici Ettore Schmitz, non ancora diventato Italo Svevo. E sullo sfondo delle vicende, la Trieste asburgica, con le sue architetture settecentesche di stampo mitteleuropeo e con i suoi eleganti caffè storici, crocevia di tantissime culture, avviata verso la sua lenta e inarrestabile decadenza che coinciderà con il declino della famiglia Wieselberger. E poi la guerra, presente nel libro con il suo orrore, con le sue devastazioni, con i suoi morti (parole struggenti sono quelle dedicate al cugino e all’amato fratello, morti appunto in guerra), quella guerra che “non si poteva del resto eliminare dai nostri pensieri, come un’ombra livida seduta al capezzale ci aspettava al risveglio e ci accompagnava dovunque, lo volessimo o no”.
Le pagine finali del libro, quando ormai della famiglia legata all’infanzia della scrittrice non rimaneva più nessuno, se non la massa frusciante dei suoi ricordi quale vana consolazione, sono di una rara, commovente bellezza. Pagine che da sole basterebbero a giustificare la lettura di questo libro.

lunedì 15 febbraio 2016

Sommersi dalle cicche di sigarette



Non fumo. E con questo non voglio affermare che io sia un uomo virtuoso e chi, invece, si concede il piacere del tabacco sia un vizioso. Della propria vita ognuno fa quel che vuole. C’è chi si fuma tre pacchetti di sigarette al giorno; c’è chi mangia solo hamburger e patatine fritte al McDodald’s; c’è chi considera Verdini e la Boschi i nuovi padri della patria: insomma, ognuno ha le sue piccole o grandi perversioni. E delle perversioni degli altri non me ne frega niente: mi bastano le mie. Ma se quel fumatore di prima - mettiamo che si trovi alla fermata dell’autobus - butta per terra, tra i miei piedi, i resti della sua sigaretta fumata nervosamente (il fumatore è sempre nervoso), dopo averla spenta con vigore sotto la punta della scarpa, fregandosene di chi gli sta intorno, fregandosene della pulizia della strada, fregandosene della qualità dell’ambiente circostante, fregandosene dei tombini ormai intasati, ebbene quella sua “innocua” perversione diventa pura maleducazione ed il suo comportamento incivile diviene, per me, insopportabile.  Io dico: tu vuoi continuare a fumare, a dispetto di quella funerea scritta “il fumo uccide” riportata sul pacchetto di sigarette? Bene, sei padrone di farlo, però la cicca te la devi ficcare da qualche parte (preferisco non dirti dove…lascio a te la scelta), non puoi buttarla dove capita. Devi sapere – mio caro fumatore - che le centinaia di migliaia di cicche che “abbelliscono” i marciapiedi delle nostre città, che riempiono le aiuole, che si depositano tra le grate dei tombini, che “decorano” i binari delle stazioni, che concimano i vasi dei fiori antistanti i portoni d’ingresso, che abbondano in maniera impressionante davanti a qualsiasi locale pubblico (bar, cinema, ristoranti, negozi, centri commerciali…), oltre a costituire uno spettacolo indecente e schifoso per il decoro urbano, hanno conseguenze negative in termini di inquinamento ambientale. Basti pensare che un mozzicone di sigaretta, incautamente abbandonato nell’ambiente, si decompone dopo 3 / 4 anni (in determinate condizioni possono essere diverse decine), e contiene notevoli quantità di sostanze inquinanti come nicotina, arsenico, catrame, ammoniaca ecc. E secondo i dati di alcuni studi ogni giorno, su scala globale, ne vengono dispersi nell’ambiente più di dieci miliardi. Mi viene quasi da pensare che il fumo produca meno danni di quanti ne possano causare le cicche. Siamo talmente abituati a respirare monossido di carbonio nei nostri centri abitati che i veleni provenienti dal fumo di una sigaretta certamente non aumentano, più di tanto, le probabilità di malattie polmonari. E’ quel tappeto di mozziconi di sigarette che invade ogni luogo, il vero pericolo per l’uomo e per la natura.
I fumatori sulla spiaggia, poi, costituiscono un caso a parte, meritano un discorso più approfondito: andrebbero studiati dal punto di vista antropologico. Costoro, secondo me, si dividono in quattro diverse tipologie. Alla prima, appartengono  quei fumatori che nascondono le cicche sotto la sabbia: evidentemente ci tengono molto alla pulizia dello stabilimento balneare e non sopporterebbero l’idea di vederle in giro. E’ un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto. Subito dopo, troviamo coloro che preferiscono invece infilarle, a raggiera, sempre nella sabbia a mò di ciliegine sulla torta, con il filtro bene in vista, come per dire: guardate quante ne ho fumate oggi. Seguono, a ruota, quelli che le raccolgono in un bicchiere di plastica pieno d’acqua, come se fossero telline appena pescate: sono convinti di fare la raccolta differenziata, salvo poi lasciare lì sulla spiaggia il bicchiere con il suo prezioso contenuto. Ci sono, infine, quelli che i mozziconi di sigaretta li lanciano con grande divertimento direttamente a mare, usando come base di lancio una leggera frizione tra l’indice e il pollice; questi bravissimi lanciatori di cicche di solito stazionano nelle prime file degli ombrelloni: avrebbero serie difficoltà se si trovassero più indietro.
 
E il povero bagnante che si appresta a trascorrere una giornata al mare, se non vuole stendersi su un tappeto di “bionde”, di tutte le misure e di tutte le marche (le più caratteristiche sono quelle orlate di rossetto, gentile e sensuale impronta delle labbra di chi l’ha fumate), è costretto a bonificare il terreno e a dissotterrare non solo il lascito dei fumatori, ma tutte le altre porcherie che vengono nascoste sotto la sabbia da quei cafoni che seguitiamo a chiamare cittadini.

venerdì 12 febbraio 2016

Fontamara: l'antica via crucis dei contadini meridionali



Fontamara è un immaginario paesino dell’Abruzzo, metafora di quel Sud povero e abbandonato da Dio e dallo Stato; ricorda profondamente i luoghi in cui visse lo scrittore abruzzese Ignazio Silone, il quale, attraverso la sua immaginazione e con l’aiuto dei suoi ricordi giovanili, diventa l’io narrante di questo suo romanzo: Fontamara. Sono i contadini, quelli che comunemente venivano chiamati cafoni, i protagonisti autentici della storia, che assurgono - forse per la prima volta - a paladini della giustizia e della rivolta. Quegli umili braccianti che non cantavano mai, neanche quando erano allegri, ma che volentieri bestemmiavano; e imprecavano non solo quando la sorte era loro avversa, ma anche quando dovevano esprimere una emozione, una gioia, o manifestare la propria devozione.

E’ un romanzo corale dove troviamo, da una parte, i “cafoni/contadini”, con le loro storie intrise di miseria, superstizione e ignoranza e, dall’altra, i “cittadini”, che sono poi le persone altolocate che più contano nel paese: il podestà, l’avvocato, il medico, il farmacista, il prete, il proprietario terriero. Queste due categorie di persone convivono nello stesso paese, ma non si incontrano mai, perché un cittadino e un cafone difficilmente possono capirsi, perché sono due cose differenti. Troppe cose li dividono. Una in particolare: la cultura. Silone fa dire ad un suo personaggio che “non serve avere ragione se manca l’istruzione per farla valere”. Infatti i cittadini trovano sempre il modo per imbrogliare i cafoni, per raggirali, per ridurli al silenzio attraverso semplici parole di difficile comprensione. Un po’ come il latinorum di manzoniana memoria, in bocca a Don Abbondio. Ma i cafoni di Fontamara, poveri e ignoranti, che avevano sopportato sempre qualsiasi vessazione come una sorta di destino divino,  possedevano mille buone ragioni per ribellarsi ai potenti del paese. Ed infatti insorsero il giorno in cui venne deciso, a loro insaputa, di deviare l’acqua di un ruscello - che da sempre aveva irrigato i pochi campi che possedevano, l’unica magra ricchezza del villaggio – per avviarla verso le terre che non appartenevano ai Fontamaresi, ma ad un ricco proprietario del paese, Don Carlo Magna.

Lo stile narrativo di Silone, fatto di un linguaggio semplice, immediato, per certi versi poco letterario, ma di disincantata umanità, rimanda a quella cultura contadina e popolaresca- da cui lo stesso autore proveniva – a favore della quale si era eletto da sempre indiscusso paladino. Egli sosteneva che la cultura e l’istruzione fossero fondamentali per il riscatto morale e sociale di un popolo. Senza cultura le battaglie sociali erano perse in partenza. Nelle intenzioni dello scrittore, il romanzo doveva rappresentare una denuncia sociale, un manifesto attraverso cui far conoscere le condizioni di estrema indigenza in cui vivevano i contadini del Meridione, da sempre oppressi da ingiustizie e malversazioni. Ma era anche l’occasione per dimostrare che anche i contadini avevano una loro dignità da difendere, che non potevano sempre essere carne da macello. Attraverso la lotta e l’impegno per la difesa di un diritto e per la salvaguardia delle loro terre, unica fonte di sostentamento, i cafoni di Silone diventano finalmente artefici del proprio destino e, per la prima volta, tentano con fatica di contrastare un potere e un destino a loro sempre avversi.

martedì 2 febbraio 2016

Dalle statue coperte alle modelle di Balthus



Sono un ammiratore di Balthasar Klossowski de Rola, in arte Balthus, nato a Parigi da padre polacco e madre russa. E’ uno dei maestri più misteriosi ed insoliti del XX secolo. Un artista molto amato e molto odiato: e solo i grandi sanno suscitare tali contrastanti sentimenti; un pittore di difficile collocazione, che detestava sia l’astrattismo che l’espressionismo ed era legato ad una sorta di realismo magico, dalla tecnica pittorica raffinata e aristocratica. Un pittore tanto antico quanto moderno.
Qualche giorno fa, mentre mi aggiravo  tra le sale delle Scuderie del Quirinale a Roma - dove è stata allestita la mostra sul grande pittore francese - mi chiedevo quali provvedimenti censori avrebbero potuto prendere gli organizzatori della manifestazione, qualora il presidente iraniano Hassan Rouhani fosse stato ricevuto in tale sede, anziché nei Musei Capitolini. E già, perché se si è arrivati ad “inscatolare” le nudità delle copie romane delle statue greche presenti in Campidoglio, per non offendere la sensibilità dell’illustre ospite (almeno così dicono, nonostante Rouhani non abbia mai presentato richieste in tal senso), non oso immaginare la reazione di siffatti organizzatori governativi al cospetto delle più “ardite” immagini dipinte da Balthus.
 
Ma lasciamo perdere questa ennesima figuraccia internazionale (in queste performance siamo maestri insuperabili) e ritorniamo a Balthus, celebrato in mostra nel settecentesco palazzo delle scuderie papali - a quindici anni dalla sua morte - con circa duecento opere, tra dipinti e disegni provenienti dai più importanti musei del mondo, oltre che da rilevanti  collezioni private. Trovandomi davanti ad un tale artista, mi viene da pensare: ma io cosa potrei mai scrivere di tanto interessante che non sia già stato scritto da persone più autorevoli e competenti di me? Nulla, evidentemente! Osservando i suoi quadri, tre sono gli aspetti che mi hanno maggiormente incuriosito e colpito: in primis, la fissa ieraticità di alcune composizioni (l’influenza dei maestri del Rinascimento è molto forte, in particolare quella di Piero della Francesca, che da giovane copiava per esercizio), poi  il colore utilizzato nelle tele, che sembra riprodurre le qualità opache dell’affresco (il pittore adoperava un particolare preparato a base di caseina), ed infine la tanto discussa dimensione erotico-sensuale, riscontrabile in quei nudi di ragazzine adolescenti, raffigurate in pose  a volte inverosimili tali da apparire sconvenienti. Tale rappresentazione si presta inevitabilmente ad una duplice lettura, si manifesta quasi sempre in bilico tra un innocente ed innocuo abbandono da parte del soggetto dipinto, tipico dell’età adolescenziale (da una parte), ed una posa maliziosa e astuta, dall’altra. Sembra quasi che le modelle-bambine che si affacciano dalle tele vogliano provocare la persona che hanno di fronte attraverso il proprio corpo ancora acerbo e facciano di tutto per assumere posizioni poco naturali.
 
Io penso che quando noi guardiamo un dipinto lo giudichiamo, innanzitutto, sulla base delle nostre percezioni sensoriali e poi in riferimento alle nostre conoscenze culturali. Quindi, il piacere o l’avversione o il turbamento che proviamo davanti ad un’opera d’arte nascono, essenzialmente, dal nostro modo di pensare, dalla nostra sensibilità, dai nostri principi morali. Insomma da quello che siamo. Ma sono reazioni che scaturiscono soprattutto da ciò che vogliamo effettivamente vedere in quel soggetto artistico, indipendentemente dal significato intrinseco dell’opera stessa. Ed allora può succedere che in un quadro di Balthus qualcuno possa intravede altro da ciò che l’autore ha voluto rappresentare, possa rimanere turbato nel lato più oscuro dell’animo, dimenticando che la bellezza non ha nulla da spartire con la fantasia pruriginosa e morbosa di chi guarda. E quando ciò accade, ecco allora che subentra la censura, il velo, la condanna, la riprovazione. Ecco allora che vengono coperte le nudità delle statue dei Musei Capitolini, non tanto per salvaguardare la presunta sensibilità religiosa di chi guarda, quanto per assecondare l’ignoranza di chi è preposto alla custodia dell’arte.

Mi piace infine ricordare che nei quadri di Balthus appare molto spesso un gatto, una presenza quasi costante e diabolica della sua pittura: “ho sempre vissuto circondato dai gatti – amava dire l’artista – e come me a volte sono crudeli, ma mai volgari”. Che poi, a pensarci bene, è la caratteristica della sua arte: provocatoria, che può graffiare come gli artigli di un gatto, a volte crudele, ma mai volgare. Tanto per smentire quel giudizio di amoralità che spesso gira intorno a quelle fredde figure di adolescenti ritratte da Balthus in pose ambigue.

sabato 30 gennaio 2016

La felicità



Non c’è artista o poeta che non si sia pronunciato, almeno una volta, su quello stato di grazia che è la felicità. Scriveva Totò:
Felicità !
Vurria sapè ched'è chesta parola,
vurria sapè che vvò significà .
Sarrà gnuranza 'a mia, mancanza 'e scola,
ma chi ll'ha 'ntiso maje annummenà .


Non credo che occorra la traduzione per capire quella sua condizione espressa in versi. E’ il componimento che forse meglio definisce la struggente malinconia di un personaggio che, con grande maestria, sapeva nascondere dietro la sua maschera la sua profonda solitudine.
Era meno pessimista il poeta romanesco Trilussa, per il quale la felicità si poteva trovare solo nelle piccole cose:

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

Per Vincenzo Cardarelli, invece, è una cosa precaria, ci abbandona immediatamente, non ci dà il tempo di assaporarla:

Felicità…ti ho riconosciuta dal passo
con cui ti allontanavi.
Anche Eugenio Montale aveva un rapporto instabile con tale stato d’animo: per lui la felicità è fragile, si può spezzare quando meno te lo aspetti, è un barlume che vacilla:

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e' dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case

 
E per  Salvatore Quasimodo è un raggio di sole che subito tramonta:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

martedì 26 gennaio 2016

Da Sapri con dolore



Può capitare che un libro – su cui avevi riposto interesse ed aspettative, anche in forza dei giudizi positivi espressi dalla critica – ti lasci, a lettura terminata, una sorta di amaro in bocca. E non ti sai spiegare il perché, nonostante lo stile della scrittura sia altissimo. Arrivi quasi con fatica all’ultima pagina, magari saltandone anche qualcuna, e ti accorgi che la storia che hai appena finito di leggere non ti ha soddisfatto del tutto. Hai come la sensazione di non averlo letto con la dovuta attenzione, di non essere riuscito ad immedesimarti nella psicologia dei personaggi, interrompendo troppe volte la lettura oppure di avere scelto il momento forse meno adatto per interiorizzarlo. E quell’amaro in bocca ti fa quasi pensare ad una tua evidente sconfitta, ad una tua incapacità di comprenderlo nella sua intima essenza. E allora – quasi a voler confermare la qualità letteraria del romanzo – ti assale e ti tormenta un strano pensiero che ti spinge a rileggere il libro. Tali sono state le sensazioni di fronte a “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli, uno scrittore piemontese (era nato a Ciriè in provincia di Torino), morto a Roma nel 2013 a soli 58 anni. Ma sinceramente non so se avrò di nuovo la voglia di riprenderlo tra le mani, per recuperare ciò che in questa prima lettura non ho saputo cogliere.
La storia prende le mosse da un paese del Sud, Sapri. Ci troviamo negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia. I “trecento” di Carlo Pisacane erano stati massacrati proprio da quei contadini che volevano liberare dal dominio borbonico, mentre il nuovo stato italiano era nato nel nord ma nelle campagne di Sapri - incontrastato feudo di una classe di notabili avida e prepotente, pronta a saltare sul carro del vincitore - si manifestava soltanto con i suoi soldati violenti e con la consueta ingiustizia e sopraffazione. E da questo Sud antico, arretrato e sfruttato, da questa civiltà contadina arcaica e immobile, emigra verso il Centro-Nord un giovane maestro, con le sue idee anarchiche che non riconoscevano autorità né allo Stato, né al Re, né alla Chiesa; un idealista animato da un utopistico progetto rivoluzionario di rivalsa sociale, convinto che “anche i cafoni hanno un cervello”. Approda in Toscana in un piccolo paese (Colle) che apparentemente gli ricorda la sua Sapri, seppure con le dovute differenze: “i contadini e la povera gente – scrive l’autore - erano povera gente qui come dalle sue parti, ma i volti erano meno spigolosi, le facce più aperte al sorriso, quasi che la bellezza del paesaggio (…) avesse mitigato anche i suoi abitanti (…) e fu colpito dalla gentilezza delle donne. Non che quelle delle sue parti non fossero gentili, ma mantenevano sempre, in ogni circostanza, un riserbo, quasi una scontrosità che le isolava in una sorta di mondo a parte…”.  Il “Maestro” – verrà chiamato così durante tutta la narrazione – si innamorerà, in questo ambiente descritto quasi in maniera fiabesca e idilliaca, di una vedova del posto da cui avrà 5 figli ed ai quali darà nomi assai simbolici, in linea con le sue idee: Ideale, Mikhail, Libertà, Bartolo, Cafiero. La vedova Bartoli, con amore e dedizione, asseconderà le idee del maestro e lo sosterrà anche nei momenti di grande difficoltà in cui verrà a trovarsi, a seguito delle sue battaglie politiche che lo costringeranno alla fuga ed all’esilio.
Nel corso degli anni le vicende della famiglia Bartoli si intrecciano, attraverso amori e matrimoni, con quelle della famiglia Bertorelli, commercianti di maiali i quali - appassionati di epica e di Omero - amavano leggere, nelle sere d’inverno accanto al camino, l’Iliade e l’Odissea e si tramandavano, di generazione in generazione, i nomi degli eroi dei poemi omerici: Ulisse e Telemaco, Paride e Ganimede, Enea e Didone... Due famiglie, due modi diversi di vedere la realtà e la vita: idealisti gli appartenenti alla famiglia del “maestro”, materialisti i commercianti di maiali. Eppure, nonostante le differenze, i due gruppi familiari riusciranno a trovare punti d’incontro e di condivisione. E le vicende umane e spirituali di questo microcosmo, che racchiude matrimoni e nascite, amori struggenti e divisioni laceranti, si sovrappongono ai drammatici avvenimenti della Storia che vanno dalla tragica spedizione di Sapri condotta dal Pisacane, fino al secondo dopoguerra, con le sue rivolte, le sue epidemie, i suoi morti, le sue speranze. Il dolore è sempre presente nelle pagine del libro; è un sentimento ricorrente, forte e perfetto, come dice il titolo, un aspetto predominante del racconto che si esplica nei momenti drammatici dell’esistenza ma anche negli attimi di gioia del quotidiano. Un dolore perfetto, che abbaglia e che si percepisce non solo quando la vita lascia il posto alla morte, ma anche quando la vita fa nascere una nuova vita. Ed è ciò che intuisce Annina, uno dei tanti personaggi del romanzo, mentre passa dalla vita alla morte: “Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciolo del giardino, l’Annina emerse dall’ombra in cui la sua mente si era nascosta da molti anni e, all’improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora le concesse (…) vide sua madre partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto, e solo alla fine, quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso e gonfio dallo sforzo, e sentì per l’ultima volta l’odore di viole del suo fratello gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo”.

venerdì 22 gennaio 2016

Quella volta che Leopardi chiese la raccomandazione



Qualche giorno fa un parlamentare della repubblica ha confessato durante una intervista di aver ricevuto, in 12 anni di permanenza nelle istituzioni, ben 20.000 richieste di raccomandazioni. Sembrerebbe, visto l’andazzo, che l’Italia sia una repubblica fondata non sul lavoro - che non c’è - ma sulla raccomandazione al fine di ottenere una qualsiasi occupazione. E scagli la prima pietra chi non ha mai sentito il bisogno di affidarsi ad una tale pratica per risolvere qualche problema e aggirare l’ostacolo, o chi non si è mai rivolto ad un amico, ad un conoscente autorevole, per assicurarsi un favore … un aiutino. E allora contattare “l’uomo della provvidenza”, impersonato a seconda delle circostanze dal potente di turno ma anche dall’amico di vecchia data, diventa quasi una necessità irrinunciabile.
Ho scoperto che neppure Giacomo Leopardi fu immune da  questo vizio, tant’è vero che nel 1823 inviò una lettera al cardinale Consalvi, ex Segretario di Sato del Vaticano, con la quale il grande poeta “del natio borgo selvaggio”  chiedeva un posto di lavoro adeguato alle sue capacità. Mi piace qui riportare integralmente la lettera, tratta dal libro di Ermanno Rea La fabbrica dell’obbedienza  (Feltrinelli Editore) :

Eminentissimo Principe. Incoraggiato dai luminosi esempi di sua generosa benevolenza verso quei sudditi Pontificii che in qualche modo si affaticano per li progressi de’ buoni studi, supplico l’Eminenza Vostra Reverendissima a rivolgere anche sopra di me i suoi benefici sguardi. Essendomi finora applicato alle lingue classiche e a quelle materie che più direttamente dipendono dalle medesime ho pur troppo conosciuto che dovrei rinunziare a ogni speranza di ulteriori avanzamenti se continuassi a vivere in Recanati mia patria. D’altronde mio padre aggravato di prole, e per le passate vicende attenuato di rendite, non ha mezzi di mantenermi in altro luogo dove la Società d’uomini di Lettere, e il soccorso de’ libri possano perfezionare le mie deboli cognizioni. Sarebbe pertanto mia fervida brama di giungere a questo scopo coll’esercizio di qualche impiego amministrativo, nel quale servendo fedelmente lo Stato, avessi il modo di servire ancora, secondo le mie scarse forze, all’incremento di quelle scienze a cui mi sono dedicato. Veggo che niun impiego potrebb’essere più confacente alle mie mire e alle mie ristrette capacità che quello di Cancelliere del Censo in qualche importante Capoluogo di Delegazione. E se attualmente non ve n’ha alcuno vacante, non manca certamente all’Eminenza Vostra Reverendissima il modo di supplire a ciò, conferendo ad alcuno degli attuali Cancellieri del Censo qualche equivalente impiego che fosse ora vacante o per vacare. Supplico l’Eminenza Vostra a perdonare colla sua tanto acclamata bontà il mio ardire, ed attribuirlo alla fiducia m’ispira il suo gran cuore, permettendomi intanto di segnarmi con profonda venerazione e gratitudine di Vostra Eminenza Reverendissima umilissimo, devotissimo, obbligatissimo Servitore.
Uno pensa: ma se anche Leopardi, per lavorare, ha dovuto ricorrere ad una consuetudine così deplorevole come la raccomandazione, che speranza hanno i tanti poveri disoccupati del nostro Paese, privi come sono della sua intelligenza e del suo ingegno? Mi chiedo ancora: avvalersi della raccomandazione è un tipico comportamento insito nella natura degli italiani, oppure è solo un momento di pigrizia, un atto di  cedimento ad un costume - o malcostume - che in realtà non ci appartiene e che esula dal nostro abituale modo di agire e di pensare?

sabato 16 gennaio 2016

Come è bello far la spesa



Lo confesso: mi piace fare la spesa. Sono un abituale e indomito frequentatore di supermercati e mercatini rionali. Devo dire che ho acquisito in tanti anni di dignitosa attività - dispensando mia moglie da questa gravosa incombenza - una certa dimestichezza con i luoghi della distribuzione, una discreta conoscenza dei prezzi ed una apprezzabile competenza tecnico-alimentare. Ho imparato per esempio a distinguere le pere coscia da quelle kaiser, il carciofo “tondo di Paestum” dalla “mammola romanesca, la caciotta romana dal caciocavallo abruzzese.  
Dobbiamo pur mangiare e sappiamo quanto oggi sia difficile trovare cibi sani e naturali, saturi come sono di conservanti, coloranti ed altre schifezze simili. Quando si parla di cibo mi ritornano sempre in mente le parole della buon’anima di mia nonna, la quale aveva capito in anticipo rispetto ai tempi che le cose stavano per cambiare - in peggio - nel campo agroalimentare; infatti soleva ripetere: “moriremo tutti avvelenati”. Evidentemente si era resa conto, la poveretta, che stavano per sparire le buone cose fatte in casa come solo lei sapeva preparare: il pane, i biscotti, la pasta, il formaggio, la passata di pomodoro, le salsicce… E che anche la frutta e la verdura, trattati con pesticidi chimici, costituivano un pericolo per la nostra salute. Se è proprio così, se davvero dobbiamo morire avvelenati mangiando due mele annurche e un’insalata riccia, ebbene preferisco avvelenarmi con le mie mani, scegliendo i veleni che mi danno più fiducia e mi garantiscono una minore sofferenza. E allora, quando mi accorgo che il frigorifero di casa sta per svuotarsi, senza lasciarmi prendere dallo sconforto, parto alla volta del supermercato. Una volta esisteva il negozietto sotto casa: era quasi sempre una bottega a conduzione familiare. Poi qualcuno si è accorto che le massaie, in questi posti, compravano solo ciò di cui avevano bisogno e non vi trascorrevano l’intera giornata. Comportamenti, questi, che non andavano bene e allora, per far si che si consumasse sempre di più ed aumentassero a dismisura sprechi e rifiuti, hanno inventato dei luoghi immensi, dove si va a fare la spesa con dei veri e propri container. Naturalmente i piccoli negozi sotto casa hanno dovuto chiudere perché non potevano competere con le multinazionali della distribuzione.

La cosa che più colpisce, quando si entra in questi mega centri del consumo, è la varietà e l’abbondanza di qualsiasi prodotto di cui sono stracolmi gli scaffali, tutti sistemati in maniera strategica, tale da farti spendere sempre di più: succede che eri entrato per comprare il pane e il sale e ne esci con una vagonata di articoli di cui spesso non avevi strettamente bisogno. Però erano “in offerta” e pazienza se poi hai dimenticato di prendere proprio il pane e il sale.
In fila alla cassa il confronto tra i carrelli è d’obbligo: sembra quasi - a guardare i volti orgogliosi di chi si porta dietro il “vagone” - che ci sia una sorta di gara spendereccia a chi ce l’ha più zeppo. Ebbene devo dire che il mio appare sempre semivuoto rispetto all’abbondanza di mercanzie che tracimano dai carrelli dei vicini. A volte resto esterrefatto ed ho come l’impressione, di fronte a quell’accaparramento selvaggio di derrate alimentari, che stia per arrivare,  a mia insaputa, un lungo periodo di carestia, oppure che sia stata annunciata una guerra e la gente abbia paura di rimanere senza viveri; resto incredulo quando mi accorgo che la signora accanto a me, il cui peso è proporzionato alla sua spesa, butta dentro il carrello qualsiasi cosa le capiti a portata di mano senza il minimo discernimento. Sembra quasi che l’unica sua accortezza sia quella di arraffare tutti i prodotti ben reclamizzati e la pubblicità sia, pertanto, il suo esclusivo parametro di sicurezza, il suo unico metro di giudizio. “ Io guardo sempre la pubblicità in televisione – ha detto una volta lo scrittore Erri de Luca - altrimenti non potrei sapere quali sono le cose che non devo comprare”.

Quando mi presento alla cassa con la mia spesa striminzita da pagare, avverto un senso di imbarazzo con quel mezzo chilo di pomodorini pachino comprati al reparto del biologico, una fetta di primo sale di pecora della Ciociaria, 250 grammi di  mozzarelle di bufala di Battipaglia e due pacchi di spaghetti di Gragnano. Non posso competere con quella signora di prima, che dietro di me avanza a fatica spingendo il suo tir strapieno di scatole di merendine di tutti i tipi (ripiene di coloranti, conservanti, edulcoranti…), innumerevoli pacchi di pesce surgelato al mercurio pescato nei vari oceani, diverse confezioni di affettati di mortadella e salami di dubbia provenienza, pacchi di assorbenti e carta igienica in offerta, bottiglie di olio “d’oliva” prodotto non si sa dove, confezioni di enormi e oscene cosce di pollo dal colore incerto (nate in Polonia, macellate in Olanda e confezionate in Italia), barattoli alla rinfusa di sughi già pronti, buste di insalata già lavata, fagiolini già lessati, cicoria catalogna passata in padella, pacchi di piatti e posate in plastica, lattine di pomodori pelati (come natura crea), due pizze quattro stagioni surgelate…; e quella signora, sbirciando il mio carrello pressoché vuoto, sembra  guardarmi quasi con un sentimento di pietà misto a disprezzo, come se fossi un povero miserabile, un morto di fame, degno della sua commiserazione.