martedì 28 luglio 2015

Quelle braci che covano sotto la cenere



“Le braci” di Sàndor Màrai è uno dei libri più belli che io abbia letto in questi ultimi tempi: per la limpidezza e l’eleganza dello stile narrativo, per la profondità dei temi trattati, per la rara intensità con cui lo scrittore ungherese sa appassionare il lettore e sa scrutare, con una prosa a volte lirica, i sentimenti più reconditi che albergano nell’animo umano.

E’ un romanzo sull’amicizia e sulle passioni esistenziali degli uomini, sui dolori e sulle sconfitte, sulla fedeltà e sul tradimento, le cui suggestioni lasciano tracce profonde e indelebili nell’animo umano, tracce che non svaniscono mai, che vengono tenute sempre vive dalla forza della memoria e dai ricordi che scandiscono il tempo, così come le braci ardenti si alimentano sotto la cenere. E’ anche un libro che evoca le eleganti atmosfere  della Vienna di fine Ottocento sotto l’Impero Austro-Ungarico – nel cui contesto è ambientato il romanzo – quella Vienna ricca ed elegante, con i suoi caffè dove ufficiali dell'esercito e funzionari statali sedevano ai tavolini riservati, quella Vienna dove si aveva l’impressione che tutti fossero felici, dove nei ristoranti alla moda, nelle sale da ballo e nei salotti dei ricchi palazzi signorili, dame e cavalieri festeggiavano ballando al ritmo dei valzer di Strauss.

Ma, soprattutto, è il libro che celebra l’attesa, di cui si sono nutriti per un tempo lunghissimo i due personaggi del romanzo ormai vecchi i quali - ritrovandosi dopo 41 anni (si erano lasciati in maniera burrascosa in età giovanile, per l’amore di una donna) – tentano di ricucire lo strappo, di avere risposte ai loro dubbi, alle loro domande, provano a cercare quella verità che li riguardava, rimasta nascosta volutamente per tanti anni nei recessi della loro anima. Ed è stata propria l’attesa a dare loro la forza di vivere nei decenni trascorsi, a mantenerli in vita, convinti com’erano che quanto prima sarebbe giunto quel momento tanto desiderato.

La storia si dispiega attraverso un lungo monologo interiore, con cui Henrik – l’anziano generale che vive isolato nel suo castello ai piedi dei Carpazi, assistito da una donna molto più anziana di lui - ripercorre le tappe di un lungo ed intenso rapporto d’amicizia con l’altro protagonista del romanzo, Konrad. La loro amicizia, nata in un collegio militare all’età di 10 anni, si era dimostrata immediatamente molto profonda, tant’è che “condividevano ogni cosa, leggevano contemporaneamente gli stessi libri, scoprivano insieme Vienna e le foreste, l’equitazione e le virtù militari, i rapporti sociali e l’amore...”. Un’amicizia bella e disinteressata, che si consolida con il tempo, nonostante i due giovani provenissero da due famiglie completamente diverse dal punto di vista economico e fossero caratterialmente differenti nei confronti della vita: Henrik, il figlio del ricco e potente ufficiale della guardia imperiale, amava fare tardi la sera, non disdegnava i piaceri mondani; Konrad, invece, che dimostrava un’indole piuttosto solitaria, preferiva trascorrere il tempo seduto in casa “ a spremersi il cervello sul significato degli esseri umani”; Henrik leggeva solo libri sui cavalli e racconti di viaggio, l’amico Konrad invece leggeva di preferenza libri inglesi sulla storia della convivenza degli uomini e l’evoluzione sociale; il primo ascoltava solo musica che stordiva, quella musica che faceva apparire la vita più gradevole “e faceva brillare gli occhi delle donne e lusingava la vanità degli uomini”, l’altro invece preferiva la musica “che toccava le passioni e i rimorsi degli uomini . Due grandi amici, diversi eppure uniti, che si completavano a vicenda, legati da una sorta di alleanza, d’intesa, di fraterna intimità, “pari soltanto a quella in cui vivono i gemelli, strani esseri che per un capriccio della natura sono legati l’uno all’altro per la vita e per la morte” .

E come due gemelli, finiscono per innamorarsi della stessa persona. Ma se è lecito avere in comune alcune passioni, non è immaginabile che si possa condividere anche l’amore per la stessa donna, diventata nel frattempo la moglie del proprio migliore amico. Un’amicizia interrotta  per quarant’anni. “Ma se ci guardiamo indietro alla fine della vita”, dice malinconicamente il vecchio generale al suo amico momentaneamente ritrovato “che importanza hanno la verità e la menzogna, gli inganni e i tradimenti, i tentativi di omicidio e anche l’omicidio in sé? (…) cosa abbiamo guadagnato con il nostro orgoglio e la nostra presunzione? (…) non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte?”.

martedì 14 luglio 2015

C'era una volta il viaggiatore...



Le vacanze sono ormai alle porte e, crisi o non crisi, nessuno vuole rinunciarvi. Siamo ai nastri di partenza con le valige già pronte, per invadere come cavallette città d’arte e siti archeologici, spiagge e montagne. Diceva un grande filosofo del passato che quando scopriamo un bel posto, dobbiamo evitare di farlo conoscere agli altri, perché frequentando in massa lo stesso luogo si finisce per distruggerlo in poco tempo. E ho l’impressione che stia succedendo proprio questo.

Nel passato solo una piccola minoranza di persone viaggiava, appartenente per lo più a categorie sociali bel definite: in primis ricordiamo i mercanti (carovanieri e navigatori) che affrontavano deserti e oceani per trasportare le loro mercanzie, ma nel contempo avevano anche la possibilità di conoscere e diffondere usi e costumi di paesi a loro estranei; poi venivano i pellegrini che si incamminavano verso Roma per ottenere l’indulgenza, ma anche verso Santiago de Compostela o Gerusalemme, attraverso percorsi che hanno disegnato le mappe geografiche dell’Europa medioevale;  ed infine gli artisti (scrittori, pittori, musicisti…) che a ragion veduta erano i veri viaggiatori – figure romantiche ormai scomparse - che cercavano ispirazioni artistiche e culturali nei paesi in cui si recavano. Un viaggio in Italia (Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Pompei, tanto per citare le località più ambite), costituiva una tappa fondamentale nell’educazione dei giovani delle famiglie benestanti che si apprestavano a fare il loro ingresso nella società ricca e borghese del tempo. Il loro viaggio durava mesi, a volte anni, grazie soprattutto alle disponibilità finanziarie degli interessati, ma anche alla lentezza dei mezzi di trasporto: non dimentichiamo che ci si spostava in carrozza o a piedi.

Ai giorni nostri il desiderio di viaggiare - costi quel che costi - appartiene un po’ a tutti, come è giusto che sia, costituisce un segno di distinzione sociale, ed allora ci si sposta in massa: un turismo selvaggio e indifferenziato verso luoghi sempre più standardizzati e sovraffollati. E il “viaggiatore”, che nel passato percorreva la sua strada quasi sempre in solitudine, in un’epoca caotica e massificata come la nostra si è trasformato in “turista” che aspira a riunirsi in gruppo, ad essere guidato e portato in giro, a condividere senza sforzo le medesime esperienze ed emozioni. Esperienze ed emozioni che, vissute da pochi, risultavano uniche ed irripetibili (mi viene in mente il “viaggio in Italia” di Goethe o quello di John Ruskin descritto in “mattinate fiorentine”), cessano automaticamente di essere tali quando vengono provate da tutti alla stessa maniera. Quel rilassato e riflessivo viaggiare riservato un tempo alle classi più colte si è sbriciolato al ritmo forsennato del turismo di massa, sommerso da una miriade di consigli sul dove andare e dalla quantità delle cose da visitare, a scapito della qualità e della lentezza.

Riguardo, poi, ai luoghi turistici, ho l’impressione che oggi si somiglino tutti, da nord a sud, specialmente quelli di mare: le stesse strutture alberghiere, gli stessi villaggi, la stessa confusione di macchine e di persone, addirittura la medesima cucina, che un tempo rappresentava il segno distintivo del posto. Se si escludono determinate caratteristiche climatiche che a volte fanno la differenza - e stiamo facendo di tutto per sconvolgere anche quelle – le località di villeggiatura sono diventate sostanzialmente indistinguibili grazie all’ incessante livellamento dettato dal mercato globale e dal turismo di massa, che tendono a cancellarne le diversità in favore di un pensiero unico che vuole ogni luogo identico all’altro. E allora mi chiedo se abbia ancora un senso andare al mare all’isola d’Ischia, piuttosto che a Rimini, trascorrere le vacanze nel Cilento piuttosto che nel Salento.

Io credo che sia definitivamente saltato quell’equilibrio che esisteva tra la natura incontaminata e la presenza virtuosa dell’uomo; un bilanciamento che si reggeva essenzialmente sul rispetto e sulla salvaguardia del territorio che non veniva invaso da orde di turisti, la cui presenza è diventata, nel corso degli anni, sempre più schiacciante e invasiva, simile ad un esercito di occupazione che ha finito per deturpare, sporcare e offendere qualsiasi posto. Anche il più bello. Con questo non voglio dire che solo le persone ricche e colte debbano viaggiare, anche se sono sempre di più coloro che, per ragioni economiche, non possono lasciare la città o il paese in cui abitano e quindi il turismo non è un’opportunità concessa a tutti. Tuttavia, chiunque voglia osservare il fenomeno odierno con un po’ di spirito critico – senza essere tacciati di snobismo - non può non considerare la bassa qualità di questo “diritto alle vacanze” esteso a tutti e venduto in maniera ingannevole come esclusivo, ma sostanzialmente svilito nella sua essenza. Mi chiedo se oggi sia ancora possibile una maniera diversa di fare le ferie, rispetto al pacchetto tutto incluso a tappe forzate (Roma in 48 ore…Parigi in un solo giorno) offerto sottocosto da fameliche agenzie di viaggi alla massa dei vacanzieri nostrani, che si illudono di visitare quelle località alla moda, altrimenti non sei nessuno. E allora succede che il nostro turista, che non ha mai messo piede in un museo italiano, al ritorno da Parigi potrà raccontare agli amici del bar che è stato al Louvre dove ha potuto ammirare – dopo due ore di fila - la famosa “Gioconda” di Leonardo; e che – udite, udite - “s’è fatta” tutta Roma in soli 2 giorni visitando “tutto quello che c’era da visitare”, scattando migliaia di fotografie che, probabilmente, nessuno mai vedrà. E già, le foto!; meriterebbero una riflessione a parte perché con l’avvento dei telefonini il turista appare sempre di più affetto da bulimia fotografica acuta, che lo costringe a riprendere qualsiasi cosa (che si muova o stia ferma), senza guardare niente (tanto guarderà dopo, a casa). Le foto ricordo, che in qualche maniera sostituiscono la memoria e soprattutto lo sguardo, testimoniano non tanto la curiosità e l’interesse culturale del visitatore, quanto la sua rituale presenza in quel determinato luogo. Presenza attestata, appunto, da una foto ricordo. Per lui non è importante soffermarsi più di tanto davanti alla bellezza e alla maestosità del tempio di Nettuno a Paestum, ma conta, invece, potersi mostrare ai piedi delle sue colonne doriche attraverso una foto. O meglio, un selfie che va tanto di moda.

Il vero viaggio, quello che cambiava interiormente l’antico viaggiatore procurandogli intense emozioni per le sorprese, i rischi e le avventure che incontrava lungo il percorso, non appartiene più al turista contemporaneo. Quest’ultimo resta attaccato alle proprie abitudini e anche lontano da casa non è capace di rinunciare al comfort, alla cucina ed ai riti cui è legato; vuole ritrovare tutto ciò che ha momentaneamente lasciato e, pertanto, farà le proprie rimostranze se nella camera dell’albergo in cui alloggia non è presente un televisore di almeno 28 pollici; vuole trovare un contesto simile a quello in cui vive abitualmente nella sua città e sentirsi a casa pur avendo scelto di fare un safari in Tanzania. E allora, come non ricordare le parole di Socrate il quale, ad un tale che si lamentava di non aver avuto alcun giovamento dai suoi viaggi, disse: “è naturale che sia così; tu viaggiavi in compagnia di te stesso”. Come i nostri turisti che non si allontanano mai dal proprio mondo, anche quando si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

mercoledì 8 luglio 2015

La città storica è una macchina per pensare



Scriveva Albert Caraco, il cui pensiero ho cercato di sintetizzare nel mio post precedente attraverso l’analisi del suo libro più importante “Breviario del caos”, che le città sono diventate sempre più disordinate e invivibili e “tutto ciò che si edifica è di una bruttezza mostruosa e noi non sappiamo più costruire templi, palazzi o tombe, piazze trionfanti o anfiteatri “. E come dargli torto! Ma per fortuna esiste un’altra idea di città, che ci è stata tramandata dai nostri antenati e che noi faticosamente cerchiamo di conservare, il cui corpo vive in un rapporto di proporzioni e di misura con il corpo del cittadino: è la città storica. In proposito, mi piace qui riportare le parole di un grande archeologo e storico dell’arte italiano, Salvatore Settis, tratte da un suo recente libro molto interessante che si intitola “Se Venezia muore”:
“…Nella città storica italiana l’incombere di un campanile, di una cattedrale, di un palazzo del Comune o del Signore, l’addensarsi di un convento o di una università, le facciate delle case più ricche, s’intrecciano con le botteghe artigiane, i quartieri poveri, i vicoli dei mercati e le strade verso i cimiteri e la campagna, le porte e le mura, le piazze e le strade: accolgono i cittadini, non li inghiottono. Talora li sovrastano, ma non li umiliano mai: proclamano gerarchie sociali, ma anche spazi di uguaglianza (la piazza, il mercato delle erbe); suggeriscono stabilità, ma contemplano mobilità. Il corpo del cittadino e il corpo della città non sono l’un l’altro nemici, si integrano e si compenetrano. Perciò la città è “opera d’arte” e non solo prodotto materiale. Risulta dalla produzione di mura, chiese, case, ma anche di cultura e rapporti sociali. Respira e cresce con i cittadini che la creano e la cambiano nel tempo, si alimenta con le sue ritualità, immemoriali non perché sempre uguali a se stesse ma perché soggette a continuo cambiamento. (…)
La città storica è un orizzonte entro il quale lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo. (…) Creazione collettiva di tutte le classi sociali, la città è per sua natura fondata sul lavoro: sul lavoro delle generazioni passate, sulla capacità di creare lavoro per le generazioni future. Microcosmo e fucina del pensiero, la città vive della propria diversità; le sue disomogeneità interne ne accrescono lo spessore antropologico, agganciano l’attenzione e stimolano l’esperienza di cittadini e forestieri. Anche gli edifici divenuti “inutili” nel tempo (come il Colosseo) non lo sono affatto; suggeriscono profondi mutamenti storici, impongono di pensare il diverso, allenano alla curiosità per altre diversità culturali (per altre civiltà). Al contrario della monocultura della piatta città “globale” che sta invadendo il pianeta, la città storica è una macchina per pensare. Per pensare l’altro da sé, e dunque se stessi…”

martedì 30 giugno 2015

Breviario del caos



Albert Caraco è un delirante pensatore francese, un tagliente provocatore, uno spietato osservatore della fragilità dell’esistenza. Riesce a scrivere con lucida follia, come in trance,  tutto ciò che probabilmente altri intellettuali, pur approvando, non sarebbero in grado di fare: per paura, per non essere additati come oscuri nichilisti, per non essere considerati catastrofisti. Si definisce anarchico e nichilista “...e il futuro dirà che saranno gli unici chiaroveggenti”.

Con questo suo breve scritto filosofico che si intitola “Breviario del caos” - raggruppato in una serie di aforismi dal ritmo martellante - celebra una sorta di canto funebre su ciò che sta morendo: la civiltà occidentale così come si presenta oggi ai nostri occhi, con tutte le sue contraddizioni, le sue ingiustizie, le sue aberrazioni, i suoi falsi idoli. Si definisce un solitario e misconosciuto profeta della sua generazione (è morto suicida negli anni settanta) “murato vivo nel silenzio anziché essere arso sul rogo”. Attraverso la sua prosa trasparente, Caraco appare un degno rappresentante di quel pessimismo estremo e distruttivo imperniato sulla tragicità della vita, quella vita vissuta dall’uomo moderno in un mondo sempre più caotico e delirante “...in un mondo che diventerà sempre più duro, più freddo, più cupo e più ingiusto”, in città sempre più disordinate e invivibili diventate “il ricettacolo del frastuono e del tanfo...caos di edifici dove ci ammassiamo a milioni, smarrendo le nostre ragioni di vita...”, il nostro incubo quotidiano, assurde e violente, degne rappresentanti della negazione del bello, così come veniva inteso nel passato “tutto ciò che si edifica è di una bruttezza mostruosa e noi non sappiamo più costruire templi, palazzi o tombe, piazze trionfanti o anfiteatri. A ogni passo la vista è offesa, l’orecchio assordato e l’olfatto messo a dura prova”. E per cambiarle, queste città, il filosofo francese dice che non abbiamo altra scelta che distruggerle, insieme agli uomini che le abitano “...e verrà il giorno in cui plaudiremo a quest’olocausto”.

Per Caraco la morte è sempre presente nella vita degli uomini, è il principio che sovraintende le nostre azioni e le nostre idee “è per la morte che noi viviamo, è per la morte che amiamo ed è per lei che procreiamo e sgobbiamo”.

L’autore di questo libro si scaglia violentemente contro quella massa tracotante e meschina di uomini che lui chiama “sonnambuli”; costoro si credono liberi ma sono invece legati, più di quanto non desiderino e più di quanto non avvertano, manovrati e tiranneggiati quotidianamente dal potere dominante - i nostri padroni - “che sono sempre stati nostri nemici”, a cui non conviene mai che questa massa di uomini esca dal sonno letargico in cui è immersa, altrimenti diventerebbe ingovernabile ed incontrollabile “...e per impedirci di riflettere ci propinano spettacoli insulsi, che ottundono la nostra sensibilità e finiranno per guastarci il cervello...stiamo tornando al circo di Bisanzio e così ci dimentichiamo dei nostri problemi, senza però che questi problemi si dimentichino di noi, domani li ritroveremo, e sappiamo già che quando saranno insolubili andremo alla guerra”.

Pronuncia parole di fuoco contro il sovraffollamento della terra, contro quella “massa di perdizione” che sta distruggendo il pianeta, dando la colpa e la responsabilità alle religioni, a cui occorrono sempre più “fedeli” e agli industriali ai quali servono sempre più “consumatori”. E questa massa di consumatori sta diventando sempre più stupida “tra i nostri mezzi sempre più intelligenti”. E, affinché sia possibile una restaurazione dell’uomo, un nuovo umanesimo e quindi un nuovo mondo, è necessario che la folla, “tomba dell’umano” si estingua, e che il mondo sia abitato da poche eletti, che daranno vita ad un nuovo ordine planetario, perché “la salvezza non ha più senso quando si è in molti miliardi a pretenderla”.

lunedì 22 giugno 2015

Il senso della notte



Quando entro in una qualsiasi libreria mi lascio piacevolmente irretire, prima ancora che dalla bella copertina di un libro, dal suo titolo. Se non conosco l’autore, devo assolutamente aggrapparmi a qualcosa di concreto per poter prendere tra le mani proprio quel testo e sfogliarlo. E il titolo è la cosa che più mi colpisce. Così è stato per questo piccolo libro edito da Sellerio che si intitola “Il senso della notte”. Un titolo che racchiude un mondo, quello appunto legato alle tenebre, che evoca immagini e sensazioni; una espressione che sembra custodire il mistero stesso dell’esistenza e alludere alla paura della morte. Ma non è detto che un bel titolo – che è pur sempre una valutazione soggettiva - significhi necessariamente un bel libro.

Il senso della notte è la prima opera narrativa di Giovanni Ferrara, lo zio del più famoso giornalista Giuliano: quest’ultimo già comunista, già conduttore televisivo, già direttore del Foglio. Quando fu pubblicato, nel 1995, l’autore aveva 67 anni ed era un professore di Storia antica all’Università di Firenze. Si spense a Pavia nel 2007. Non credo che questo suo breve romanzo sia da annoverare tra i capolavori della nostra letteratura, tant’è che difficilmente lo riprenderò per rileggerlo, come spesso mi capita di fare con i grandi libri.

Il protagonista del romanzo – che a mio avviso potrebbe essere lo stesso scrittore, attraverso la voce narrante di una terza persona – ripercorre la sua vita e lo fa solo attraverso il racconto di tre fondamentali eventi, che costituiscono altrettanti capitoli del libro.
In primis, gli anni della sua giovinezza, durante i quali si alzava prestissimo la mattina e si coricava tardissimo la sera, per studiare perché “aveva capito che per diventare un dotto bisogna vivere come pazzi ed è praticamente indispensabile cominciare a suicidarsi a diciassette o diciotto anni se non addirittura prima, ciò che del resto è verissimo ma le persone così dette colte non lo sanno”. Questa abitudine lui la definiva solitudine studiosa e gli pareva infatti, a quel tempo, il massimo concepibile di felicità che gli fosse concesso di raggiungere.
Nel secondo capitolo ricorda la lunga e irripetibile notte, situata nella storia, legata al passaggio sotto la finestra di casa sua dei soldati tedeschi in ritirata dopo la battaglia di Roma nel giugno del 1944. Una notte carica di un’attesa gioiosa “per la sicurezza che l’odiato tedesco se ne andava e arrivavano gli amati Alleati”.
Ed infine l’autore ripercorre con la memoria una passeggiata in montagna, nell’agosto del 1975, sui luoghi della Grande Guerra il cui ricordo “entrò a far parte delle occasioni che si definiscono indimenticabili”, tale da produrre nell’animo del protagonista una profonda commozione nel visitare quelle rocce che conservavano la traccia inconfondibile di una lunga guerra, patita nella feroce immobilità delle trincee e dei rifugi.

Aleggia su tutto il libro la banale realtà dello scorrere irreversibile del tempo, con le sue giornate luminose ma soprattutto con le notti, che per il protagonista sono sempre legate ad un senso di imprevedibilità e minaccia. Devo dire, inoltre, che con la sua scrittura contorta e monotona, più simile ad un verbale di un commissariato di polizia che non a un testo letterario e con i lunghi periodi, i cui concetti spesso vengono ripetuti, la lettura del libro appare poco appetibile. Ma sono solo 93 pagine.

mercoledì 17 giugno 2015

Ma come parla?!



Solo la lettura di buoni libri ha la straordinaria capacità di rinforzare il nostro vocabolario, che oggi appare sempre più povero. E la colpa è anche dei mezzi di informazione di massa, compresi quelli tecnologici, che spingono con forza verso un linguaggio piatto e omologato. Ricordo una famosa scena di un film di Nanni Moretti “Palombella rossa” (era il 1989), in cui un pallanuotista (Nanni Moretti) urla alla giornalista che lo sta intervistando: “Ma come parlaaa? Ma come parlaaa? Le parole sono importanti! Lei parla in modo superficiale, chissà come scrive”. E poi, preso dalla rabbia e non riuscendo a trattenersi, la schiaffeggia sonoramente. Ma qual era il torto di cui si era macchiata la malcapitata giornalista? Aveva usato un linguaggio banale, frasi fatte come matrimonio a pezzi … alle prime armi, aveva adoperato termini generici o facili anglicismi alla moda come trend negativo … kitsch, al posto delle più appropriate e belle espressioni italiane. La condanna dei luoghi comuni non è racchiusa solo in quel film, ma costituisce quasi una costante delle opere cinematografiche di Nanni Moretti. Chi non ricorda la satira sul linguaggio dei giovani degli anni settanta nel film Ecce bombo? Ancora sorrido se ripenso a quel celebre dialogo tra Cristina e Michele – due dei tanti personaggi del film – quando, alla domanda di Michele: “come campi?”, Cristina risponde: “Mah…: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose”. 
Va detto che il regista romano non ha preso di mira solo il linguaggio dei giovani, ma anche quello della politica che sempre più spesso è astruso, incomprensibile, vuoto di significati, ripetitivo. Famosa la sua frase rivolta ad un politico in difficoltà durante un comizio: «D’Alema, dì una cosa di sinistra… reagisci!».

Ho l’impressione che al giorno d'oggi le parole abbiano perso il loro significato: basta accendere la televisione e soffermarsi per qualche minuto a guardare uno dei tanti talk show (chiedo scusa a Nanni Moretti, ma mi è scappato…), per rendersi conto che certi personaggi – e sempre gli stessi – infilano una dietro l’altra una serie di frasi fatte  che, al confronto, la giornalista di Palombella rossa appare una persona erudita. E allora può capitare di ascoltare perle di saggezza come: “la violenza va sempre condannata, senza se e senza ma” e se poi, durante un corteo, un manifestante se la prende con una vetrina, c’è sempre qualcuno in studio che pontifica: “sfasciare una vetrina è di una violenza inaudita! ”, senza dimenticare che “i violenti vanno sempre isolati”. Se poi il dibattito verte sui problemi della giustizia, ebbene l’intelligente di turno non ha dubbi: “le sentenze vanno sempre rispettate”; mentre l’indagato presente in trasmissione (quello non manca mai) è sereno perché ha “piena fiducia nella giustizia che farà il suo corso”. Potremmo continuare all’infinito, ma mi fermo qui.
Secondo Erri De Luca, oggi assistiamo ad una “perdita di responsabilità della parola e cioè la parola è diventata prevalentemente pubblicitaria”. Questo vuol dire che nel momento stesso in cui viene pronunciata - dal politico o dal giornalista di turno – deve servire unicamente a magnificare il proprio ragionamento, a convincere in maniera subdola il telespettatore o il lettore cui è rivolta, così come avviene per un qualsiasi prodotto commerciale reclamizzato. E anche se quella parola afferma il falso (come da prove documentali), le viene riservata la stessa dignità di una verità sacrosanta. Con l’aggravante che chi l’ha pronunciata non pagherà alcuna conseguenza.

Allora, dobbiamo appropriarci della nostra lingua, delle nostre belle parole; e le migliori le troviamo soltanto nei libri: sono le uniche che possono combattere quelle ingannatrici degli imbonitori televisivi. Le parole televisive sempre più spesso sono urlate, come se strillare possa rafforzare la verità o la ragione di chi, in maniera violenta, si scaglia contro l’interlocutore che ha di fronte. Ma quando si alza la voce per sovrastare quella degli altri, significa che siamo ad un passo dagli insulti, sostitutivi del dialogo e delle parole.

Secondo me la televisione – ad eccezione di alcuni rari programmi – promuove tutto tranne la parola, intesa quale strumento nobile che sappia raccontare e coinvolgere, comunicare e istruire. La televisione è popolata da tantissime persone che si autoincensano dalla mattina alla sera, mettendo in risalto il loro narcisismo; per loro l’aspetto fisico, il modo come si presentano, l’apparenza sono molto più importanti di quello che dicono. Ed ecco allora che le parole perdono di significato, non sono giudicate importanti, non costituiscono - per chi le pronuncia - un segno distintivo di diversità capace di arricchire culturalmente chi guarda ed ascolta. Sono parole morte che irretiscono, ma nello stesso tempo offuscano la mente. Sono parole prive di responsabilità.

lunedì 8 giugno 2015

L'ombra delle colline



Giovanni Arpino era un versatile scrittore e giornalista torinese, morto nel 1987 a soli 60 anni; con “L’ombra delle colline” si aggiudicò, nel 1964, il Premio Strega. E’ la storia di un viaggio in macchina, da Roma al Piemonte, di una irrequieta coppia borghese, Stefano e Lu. I due, dopo aver vissuto un lungo periodo confusi l’uno nell’altro, dopo “aver  consumato tutta la carica che un amore può dare”, si ritrovano quasi intimiditi e svuotati, “impegnati in silenzio a reggere la spoglia di ciò che fu comune”. Essi conoscono molto bene le loro reciproche abitudini e sono attenti a proteggerle e rispettarle vicendevolmente, in una sorta di tacita tolleranza e solidarietà. Sono, però, soltanto rapporti di amicizia e di umana confidenza: nient’altro. Stefano, per quanto si sforzi, non riesce più a decifrare la sua esistenza che “prosegue rotolando come una frana di pietre”. Ed ecco allora l’idea del viaggio verso il luogo della sua infanzia e della sua giovinezza, il ritorno al paese che gli ha dato i natali, dove manca da tantissimi anni; un viaggio nato dal rigurgito di nostalgie mai sopite, che come una sorta di “fantasma benevolo” albergava nel suo animo ed a cui intendeva affidarsi. Un percorso a ritroso nei ricordi che dovrebbe aiutarlo a far ordine nella sua vita, a sbrogliare la matassa delle sue difficoltà, a ritrovare quelle antiche energie vitali in cui aveva sempre riposto fiducia. Anche se non appare del tutto convinto che rovistare nella sua memoria, dove “si agitano lembi di un’esistenza che ancora attendono di essere legati insieme”, possa costituire un valido aiuto alla sua crisi esistenziale e di coppia, possa ridare serenità al suo vivere quotidiano. Allora cerca di darsi forza, di riuscire a sciogliere quei nodi di pentimento e di inimicizia verso se stesso, tenuti sepolti nel suo animo e che dal profondo insediano ogni suo umore, facendolo sbandare e invalidando ogni suo buon proposito.

E da quella "catasta di ricordi", di cui è un po’ spaventato, affiorano di volta in volta persone ed eventi che più hanno influenzato la sua vita. Tra tutti, spicca la figura del vecchio padre – il colonnello Giacomo Illuminati – un dispotico, solitario, burbero militare che vive arroccato nella vecchia casa piemontese, ormai assediata da una campagna incolta, ingabbiato nelle sue rigide abitudini quotidiane di stampo militare che nel corso degli anni si sono sempre di più dilatate: la colazione mattutina, il barbiere, la lettura del giornale, il sonnellino pomeridiano, l’ascolto di canzonette napoletane alla radio, la lettura di qualche vecchio trattato d’arte militare, le abluzioni serali…Assecondato dalla fedele Caterina che subisce in silenzio, con antica pazienza, i suoi sbalzi d’umore. Non mancano nei suoi ricordi i vecchi amici di gioventù con i quali aveva diviso le sue esperienze di vita irripetibili e decisive durante l’ultima guerra: l’uccisione di un soldato tedesco, poi sotterrato nel giardino di casa; la fuga per arruolarsi tra i marò della Decima Mas, le lotte partigiane.

Un romanzo, quello che ho appena finito di leggere, da cui emerge l’eterno tema letterario del ritorno alle origini, attraverso un intreccio di vicende sicuramente autobiografiche, che lambiscono i dubbi, le attese, i desideri di una generazione alla vigilia del boom economico.

mercoledì 3 giugno 2015

La nevrosi si può vincere



Chi ha un po’ di dimestichezza con i libri non può non conoscere Hermann Hesse, lo scrittore tedesco naturalizzato svizzero, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1946. E’ certamente uno dei “mostri sacri” della letteratura mondiale al cui confronto ci si sente davvero piccoli. Ho letto diversi libri della sua vastissima produzione; mi piace portare all’attenzione di chi mi legge queste interessanti riflessioni raggruppate sotto il titolo “La nevrosi si può vincere” e – considerati i tempi che viviamo - penso che la tematica trattata sia di stretta attualità.

Scrive Hesse nel suo primo capitolo: “la fretta, vista come ragione fondamentale della nostra vita, è indubbiamente il nemico più pericoloso della gioia......la frenesia della vita moderna si è ormai impossessata anche dei nostri momenti di tempo libero; godiamo delle cose in maniera nervosa e logorante come durante la nostra attività lavorativa”. Sembrerebbe, quindi, che non sappiamo più vivere in maniera pacata e serena neanche i momenti in cui non siamo impegnanti nel lavoro; portiamo il nostro stress, la nostra nevrosi sempre con noi, anche in vacanza, nei luoghi del divertimento.

Lo scrittore ci invita, pertanto, a fermarci, a coltivare l’arte dell’ozio...”bisognerebbe vivere di più sotto il cielo e sotto gli alberi, da soli, più vicini ai segreti della bellezza e della grandezza....non vi è nulla di più bello, in tempi difficili, che abbandonarsi alla natura, non per goderne in modo passivo, bensì creativo”.

Parlando degli artisti, lui dice che il loro compito primario è quello di descrivere le sofferenze dell’uomo d’oggi; e lo possono fare non per sentito dire ma solo soffrendo a loro volta. La sofferenza deve essere tradotta in parole affinché si possa superare. Può darsi che il poeta - che con i suoi versi incantatori esalta l’orrore della vita - sia un uomo triste e solitario; può darsi che il musicista con la sua musica canta la sua sofferenza, la sua tristezza. Tuttavia le opere di questi maestri di vita contribuiscono ad aumentare la nostra serenità, la nostra gioia di vivere. Ciò che ci regalano non è più la loro oscurità, le loro angosce, bensì gocce di luce pura, di eterna serenità. Lo scrittore tedesco, con questo suo libro,  ci invita anche a diffidare della eccessiva tecnologia, dell’idea di progresso così come ci viene oggi presentata, della magnificenza e grandezza della nostra epoca. Dietro la facciata della civilizzazione, la terra è piena di montagne di scorie e di mucchi di rifiuti. Non è possibile alcuna civilizzazione senza violenza contro la natura.

martedì 26 maggio 2015

Segnali di vecchiaia



Preferisco servirmi dei mezzi pubblici quando giro per Roma: il traffico caotico ed i parcheggi spesso introvabili scoraggiano l’uso della macchina privata. E così l’altro giorno, dovendo spostarmi per sbrigare alcune faccende, ho preso il solito autobus sotto casa che, stranamente, non era affollato come sempre. Ero appena salito, quando mi sono sentito apostrofare da una giovane donna di circa 35/40 anni, seduta davanti a me: “scusi, signore, vuole accomodarsi?”. Nel sentire queste parole (che di solito si rivolgono ad una persona anziana), ho avuto un primo immediato imbarazzo, misto a sorpresa: ero diventato, a mia insaputa, un matusalemme che non si regge più in piedi. Comunque, mi sono ripreso con un sorriso e nel declinare garbatamente l’invito, esprimendo tutta la mia gratitudine alla gentile signora per il favore accordatomi, devo confessare che ho avvertito una strana ed amara percezione, quella cioè che ti fa sentire improvvisamente il peso della vecchiaia, a cui tu non avevi mai pensato.
Si, perché era la prima volta che qualcuno – e per giunta una donna – aveva colto la necessità di cedermi il posto sull’autobus. E ciò mi aveva molto colpito, prima ancora che impensierito. E’ come quando ti succede una cosa che non ti aspetti o che vieni percosso alle spalle senza poterti difendere. Forse voi starete sorridendo, eppure il fatto contiene tutti i segni del “dramma psicologico” che si stava consumando su quella linea urbana. Posso capire se fossi salito con le stampelle, o fossi stato un portatore di handicap, indicazioni queste che in un paese civile spingono delle persone - altrettanto civili - che siedono su un autobus, ad alzarsi per cedere il posto  al malcapitato viaggiatore bisognoso di assistenza. Devo inoltre aggiungere che ero pure vestito in maniera sportiva, con scarpe da ginnastica e occhiali da sole. Insomma, credevo di essere una persona in buona salute, ancora giovane e scattante, non appesantita né dagli anni (che comunque avanzano) né dagli stravizi alimentari; possibile che apparivo così malandato agli occhi di quella viaggiatrice, da toccare le corde della sua benevolenza? Possibile che mi abbia visto come un vecchietto che ha perso la badante? Avrei voluto ribadire a quella gentilissima ed educatissima signora o signorina che, in fondo, non sono poi così vecchio da non poter stare in piedi su un autobus, peraltro mezzo vuoto, e che prima di adottare tali apprezzabili e doverosi comportamenti, sarebbe bene verificare la reale necessità del gesto, con un’osservazione più approfondita della persona cui ci si rivolge,  onde evitare spiacevoli equivoci. Ma, naturalmente, ho desistito per non passare per il solito “vecchio maleducato”. E mentre rimuginavo questi pensieri, in preda al mio sconforto, continuavo a rimirarmi nel vetro della porta dell’autobus - che per l’occasione fungeva da specchio - al fine di rintracciare sul mio volto quei segni del tempo che avevano indotto in errore la bene educata passeggera. La quale, ogni tanto mi osservava di sottecchi, convinta che alla prima frenata brusca dell’autobus sarei stramazzato per terra. Per fortuna è scesa prima di me e, nel salutarla e ringraziarla ancora una volta con un largo sorriso, mi sono finalmente seduto al suo posto. Anche se non ne avevo alcun bisogno.

Alla fermata successiva è salita – tra le altre persone - una signora che dall’aspetto appariva molto più giovane di me. Da buon cavaliere e da persona educata quale sono, le ho ceduto immediatamente il posto. E la signora, accettando di buon grado, mi ha ringraziato per la cortesia, ristabilendo così quella situazione di normalità che mi vede su un mezzo pubblico - come da sempre - cedere il mio posto alle persone anziane e alle donne, piuttosto che riceverlo.

lunedì 18 maggio 2015

La libertà di non finire un libro



Tante sono le ragioni che inducono ad abbandonare la lettura di un libro prima della fine: una storia scialba che non ci appassiona, una scrittura concepita con i piedi piuttosto che con la testa, un’assenza totale di stile oppure uno stile che si allontana dalle nostre attese. Senza contare, poi, le vicissitudini personali, lo stato d’animo di quel particolare momento che influiscono, non di poco, sulle nostre preferenze letterarie. Ebbene, in questi casi, forse è meglio lasciar perdere e, se proprio vogliamo ritentare, è bene aspettare tempi più favorevoli. Tuttavia, non si può negare che a volte tale resa generi una vaga sensazione di sconfitta. Si, perché quel libro che sto per abbandonare l’ho scelto proprio io, magari dopo averlo pure sfogliato in libreria, nessuno me lo ha imposto; avevo iniziato a leggerlo con la solita sicurezza, ma…dopo un po’ di pagine, comincio ad avvertire uno strano affaticamento che mi impedisce di andare avanti, nonostante quel continuo ritornare alle pagine precedenti per riannodare i fili del racconto. Mi accorgo che sto leggendo meccanicamente senza capire: e allora lascio perdere. Pur avendo la strana impressione che quel libro merita di essere letto e, se non riesco ad andare avanti, è solo colpa mia non dell’autore che l’ha scritto.
Avevo letto sul Corriere della Sera - qualche tempo fa – l’appassionante recensione di Pietro Citati (maestro insuperabile nel magnificare o nello stroncare libri e scrittori), del romanzo “La storia di Matilde” di Giovanni Mariotti (uno scrittore che non conoscevo), pubblicato da Adelphi nel 2003. Poco noto al grande pubblico dei lettori, questo autore, nato a Pietrasanta in provincia di Lucca, desidera essere ricordato – come lui stesso ha avuto modo di affermare in una intervista – “come una persona gentile che ha attraversato la vita senza nuocere troppo agli altri e che è stato condizionato da due influenze tiranniche: quella del bisogno e quella della timidezza”. Scriveva Citati nella sua recensione che la storia di Matilde “è il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni”. Si può mai rimanere indifferenti al cospetto di una simile attestazione pronunciata da un intellettuale così autorevole? “E’ un immenso romanzo-fiume, una specie di Guerra e Pace della Lucchesia – diceva ancora Citati - Vi passano 4 generazione, dal 1850 ai giorni nostri:  vi si concentrano decine di piccoli personaggi e milioni di finissime sensazioni che coincidono con la vita umbratile e nervosa dell’universo (…) e quando chiudiamo il libro, pieni di lacrime e di sorrisi come vuole l’autore, ci accorgiamo che la nostra vita contiene un vastissimo spazio, un arioso e misterioso universo, che prima non possedeva”. Queste accattivanti parole, riferite ad un libro scritto da un autore in controtendenza, così lontano dagli stereotipi alla moda, avevano acceso la mia curiosità e la mia fantasia; e siccome non riuscivo a trovare il romanzo in nessuna libreria, ne ho fatto richiesta all’Editore, senza avere la possibilità di “saggiarlo” visivamente in anteprima. La sorpresa è arrivata quando ho iniziato a sfogliarlo: 220 pagine senza alcuna punteggiatura, un interminabile fiume di parole. Mi sono bloccato verso la ventesima pagina, con un senso di soffocamento e quasi in apnea. Ammetto la mia sconfitta. Probabilmente non era il momento adatto per proseguire una simile sperimentale lettura. Quando leggo ho bisogno di pause che solo la punteggiatura riesce a darmi.

Devo dire, però, che nonostante questa iniziale difficoltà, non ho nessuna intenzione di abbandonarlo definitivamente. Il libro è scritto molto bene e quindi merita un nuovo tentativo. L’ho riposto nella mia libreria in bella vista e prima o poi lo riprenderò. Altri libri mi resistono, come “L’uomo senza qualità” di Robert Musil o “Le onde” di Virginia Woolf, anch’essi messi da parte al primo infruttuoso tentativo di lettura.
Per concludere, mi piace qui ricordare quanto ha scritto in proposito Daniel Pennac nel suo libro "Come un romanzo": "contrariamente alle buone bottiglie di vino, i buoni libri non invecchiano. Ci aspettano sui nostri scaffali e siamo noi ad invecchiare. Quando ci riteniamo abbastanza “invecchiati” per leggerli, li affrontiamo un’altra volta. Allora possono succedere due cose: o l’incontro ha luogo o è un nuovo fiasco. Forse tenteremo ancora, forse no. Ma non è certo colpa di Thomas Mann se finora non sono riuscito a raggiungere la vetta della sua Montagna incantata”.

martedì 12 maggio 2015

Il vecchio e il mare...dalle parti di Acciaroli



E’ bello poter pensare – per un cilentano come me – che il grande scrittore americano Ernest Hemingway abbia scritto uno dei suoi libri di maggiore successo, “Il vecchio e il mare”, ispirandosi ad un luogo come Acciaroli, dove lui soggiornò per un po’ di tempo nella prima metà degli anni ‘50, attratto dalla bellezza del suo mare e conquistato dalla saggezza dei suoi pescatori.
E’ da tempo che volevo leggere questo libro per trovare, tra le sue pagine, qualche impronta che mi riconducesse – per puro spirito campanilistico - a quel magnifico borgo marinaro, che mi restituisse la prova su quanto è stato scritto intorno a questa vicenda letteraria. E’ pur vero che a volte un luogo, proprio al fine di conquistare una maggiore notorietà, provi a sfruttare in qualche maniera la fama del personaggio che vi ha soggiornato, per un positivo ritorno di immagine. Ma io credo che non sia il caso di Acciaroli in quanto la bella località della costa cilentana, grazie soprattutto al suo mare ed alle sue politiche ambientali in difesa del territorio, da oltre dieci anni si fregia della “Vela Blu”, il prestigioso riconoscimento di Legambiente. E quindi non ha bisogno di tali suggestivi sostegni per farsi riconoscere ed apprezzare. Anche se il ricordo di un ospite così illustre non si può cancellare e resta vivo nella memoria del posto.

Pare - secondo la testimonianza di chi ebbe l’occasione di conoscere Hemingway in quegli anni - che quell’eccentrico americano trascorresse le sue giornate standosene seduto di fronte al mare, con la sua immancabile bottiglia di whisky, scrivendo e chiacchierando con i pescatori del luogo. Ed è proprio un vecchio pescatore il protagonista principale del racconto “il vecchio e il mare”.
Si chiamava Santiago: un nome certamente inusuale per il Cilento; ed era “un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce”. Questo l’incipit del libro che – ahimé – tende ad allontanarmi da Acciaroli, dal suo mare e dalla sua gente. E un po’ mi disorienta. Ma io voglio credere – nonostante tutto – che Hemingway si sia ispirato proprio ad un pescatore acciarolese quando iniziò a scrivere il suo romanzo. E’ vero che l’ambientazione narrativa mi porta in una realtà diversa, però mi rifiuto di pensare che lo scrittore americano non sia stato suggestionato dalla esperienza di vita di quegli uomini che lui incontrava tutti i giorni e con i quali si intratteneva in amichevoli ed appassionate discussioni. E’ impossibile che non abbia afferrato - durante le sue lunghe giornate trascorse in riva al mare - un gesto, uno sguardo, una espressione di qualche vecchio pescatore cilentano intento a sbrogliare dai nodi la sua rete, per forgiare poi la personalità di Santiago, il suo vecchio uomo di mare, protagonista del suo romanzo.

La storia narrata è molto semplice, in linea con lo stile letterario che presenta una scrittura scarna, essenziale, immediata come la vita stessa di un qualsiasi uomo di mare. Santiago è un pescatore che da circa tre mesi non riesce a catturare neanche un pesce. Un giorno, da solo (il giovane aiutante lo ha lasciato), si avventura in alto mare; questa sua decisione di tentare qualcosa di speciale viene premiata perché al suo amo abbocca un enorme pescespada. Tra il vecchio e la sua preda – forse entrambi uniti da uno stesso destino - inizia una dura lotta che si protrae per circa tre giorni, durante i quali il gigantesco pescespada riesce a trascinare l’imbarcazione verso il largo. Alla fine il vecchio, ferito alle mani a furia di tirare la lenza ed ormai allo stremo delle forze, riuscirà a vincere la sua personale battaglia sul mare ed a rientrare sano e salvo al porto. Ma il bottino si rivelerà molto scarso, perché di quell’enorme pesce catturato non resterà che la testa e la lisca: gli squali se l’erano completamente divorato lungo il tragitto.
Emerge dal racconto, su cui aleggia una lieve malinconia, l’eterno rapporto dell’uomo con la natura e la sua millenaria lotta per la conservazione. Una lotta che nel libro appare sempre entro i limiti della correttezza e della lealtà, che si può sintetizzare con queste parole: “non hai ucciso il pesce soltanto per vivere e per venderlo come cibo – pensò Santiago - l'hai ucciso per orgoglio e perché sei un pescatore. Gli volevi bene quand'era vivo e gli hai voluto bene dopo. Se gli si vuol bene non è un peccato ucciderlo”. Una lezione di vita da tenere sempre in mente che ci ricorda di rispettare l’animale in ogni occasione, anche quando le naturali esigenze di sopravvivenza della nostra specie impongono la sua inevitabile soppressione.

mercoledì 6 maggio 2015

Una gara per la conquista del cielo





Ve lo ricordate l’Empire State Bulding di New York ? E’ stato fino agli anni settanta il grattacielo più alto del mondo con i suoi 381 metri di altezza e 103 piani; perse il suo primato dopo 41 anni, nel 1972 (era stato inaugurato nel 1931) in favore delle Torri Gemelle, alte entrambe 417 metri con 110 piani (distrutte, come tutti sappiamo, dall’attentato terroristico dell’11 settembre 2001). Quel primo storico grattacielo è ancora adesso uno dei simboli dell’America; tuttavia al confronto con altri edifici, sempre più alti, che sono stati costruiti in questi ultimi anni nel mondo - dal Petronas Towers di Kuala Lumpur (452 m.) al Taipei 101 di Taiwan (459 m.) dal Financial Center di Shanghai (487 m.) al Abraj Al Bait di La Mecca (601 metri), l’Empire State Bulding appare come una casetta di modeste dimensioni. Oggi il guinness dei primati appartiene al Burj Khalifa di Dubai alto 828 metri e con i suoi 163 piani costituisce la più alta struttura mai costruita dall’uomo. Ma è un record, quest’ultimo, destinato a durare poco perché è in costruzione a Gedda in Arabia Saudita, sulle rive del Mar Rosso, la Kingdom Tower (la torre dell’impero) alta 1.007 metri la cui realizzazione è prevista entro il 2018. Un edificio alto un chilometro rilancia con forza questa forma di architettura come icona assoluta della modernità e del potere economico-finanziario. Evidentemente ciò che si eleva verso il cielo sembra che desti molta più meraviglia di quanta ne possa suscitare ciò che invece si allunga sulla terra. Infatti un edificio lungo un chilometro come il famoso serpentone di Corviale a Roma - una tra le opere architettoniche più controverse realizzate in questi ultimi anni nella Capitale - non può assolutamente competere, in magnificenza, con una torre di calcestruzzo+acciao+vetro alta un chilometro, in qualsiasi contesto venga immaginata: nel primo caso l’edificio allude al degrado e alla miseria, nel secondo, invece, alla potenza ed alla ricchezza.  

Oggi le megalopoli  tendono ad estendersi verso l’alto e si assiste ad una affannosa corsa, da parte degli Stati più ricchi, a costruire il grattacielo sempre più imponente di quello del vicino: una sorta di esibizione voyeuristica a chi ce l’ha più lungo. E’ la retorica muscolare delle grandi Nazioni della Terra che attraverso questo tipo di architettura in verticale ostentano la loro ricchezza e la loro potenza economica, in nome di un’astratta e feroce modernità. Per nostra fortuna l’Italia arranca in queste progettazioni e non partecipa in maniera schizofrenica a questa gara di gigantismo architettonico. La maggior parte dei nostri grattacieli sono stati costruiti a Milano e Napoli, però ci siamo fermati ad altezze più ragionevoli. Se non sbaglio l’edificio più alto d’Italia credo sia la Torre Unicredit di Milano che conta 32 piani ed è alta 231 metri (146 + 85 della guglia). Davvero una “piccola torre” se la confrontiamo con quegli immensi edifici realizzati in altre parti del mondo, sopra menzionati. D’altra parte c’è da dire che costruire grattacieli in una grande città non costituisce un’azione giustificata e non asseconda nessuna reale necessità abitativa, considerato il calo demografico che si verifica nel nostro paese; se ciò avvenisse, significherebbe solo adottare un modello “vincente” di urbanizzazione, sinonimo di modernità, adeguandosi così alle scelte architettoniche e socioculturali in vigore in altre parti del mondo.

E allora mi viene da pensare: che vadano pure sempre più in alto, questi Americani e questi sceicchi degli Emirati arabi, che ostentino in egual misura la loro ricchezza attraverso tali simboli fallici che svettano tra le nuvole. E teniamoci le nostre cupole, i nostri campanili, i nostri templi e le nostre torri medioevali che non “si elevano” verso il cielo come mostri di acciaio, ma che invece “ci elevano” con la loro perfezione al di sopra delle brutture quotidiane. Perché si può guardare il mondo dall’alto in basso non solo stando appollaiati al centesimo piano di un grattacielo, ma anche e soprattutto fermandosi di fronte a quelle cupole, a quelle torri e a quei campanili che nel passato furono scelti - con un’apposita normativa o anche solo per buon senso - come misura limite dell’altezza consentita a qualsiasi altro edificio. Così come la Torre pendente di Pisa o la torre degli Asinelli di Bologna, la guglia del Duomo di Milano o il campanile di San Marco a Venezia, la cupola di San Pietro a Roma o quella del Brunelleschi a Firenze. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo e non basterebbe un grattacielo moderno per contenere tutti i nomi dei nostri antichi edifici. Una misura convenzionale, quella stabilita nel passato, che – come scrive Salvatore Settis “incarnava (e in piccola misura incarna ancora) un’etica del self-restraint, un’idea di città unitaria e dotata di memoria, di un’anima, di un progetto. Capace di pensare se stessa”. Simbolizzava, mi permetto di aggiungere,  una sorta di condotta morale che non lacerava affatto il territorio in cui venivano inserite tali opere ma che tendeva piuttosto ad abbellirlo ed a renderlo più umano e vivibile.

lunedì 27 aprile 2015

Il prete bello



Al centro della vicenda di questo romanzo  – ambientato in una pruriginosa seppure cattolica Vicenza durante l’epoca fascista - troviamo un prete giovane e di bello aspetto: “il prete bello”, appunto, il personaggio che nasce dalla penna dello scrittore vicentino Goffredo Parise. Lui si chiama don Gastone Caoduro (il cognome è già un programma) ed è cappellano della chiesa dei Servi di Maria: un bell’uomo, come dicevano tutte “le signorine”, cattoliche e non, con parole o con pensieri. Dopo tanti anni di spola da una sagrestia all’altra, questo sacerdote non aveva ancora assorbito “quello che gli sarebbe spettato per dote, quello di cui la Provvidenza avrebbe dovuto fornirlo per prima cosa a custodia della sua illibatezza: l’odore del prete”. Sapeva di tutti i buoni profumi di questo mondo ma “non un minimo di incenso si attaccava al tessuto della sua tonaca”. Per fortuna che indossava la veste e questo salvava almeno le apparenze.

La voce narrante del libro è quella di un ragazzino di 11 anni (Sergio) che insieme al suo amico scavezzacollo Cena (entrambi poveri e sempre affamati che giravano attorno ai figli dei ricchi, in cerca di onorevole e aristocratica amicizia) appaiono i veri, autentici e genuini protagonisti della vicenda narrata. Costoro vengono impiegati dalle “signorine” del caseggiato in cui vivono – in cambio di un piatto di minestra o di qualche piccolo regalo – come messaggeri e investigatori a caccia di notizie e pettegolezzi sul prete bello, al fine di poter soddisfare la loro morbosa curiosità, quella passione che si era infiltrata come un tarlo nelle loro vene.

Con uno stile graffiante e arguto, Goffredo Parise si cala in quella provincia veneta, cattolica e bacchettona, già descritta da altri figli illustri di quella stessa terra - quali Antonio Fogazzaro e Guido Piovene - per riportare in superficie quei vizi e quei sentimenti intimi e peccaminosi nascosti dietro ipocrite parvenze di devozione. Ne viene fuori un racconto godibile che ruota – da una parte – intorno alle scorribande e alle birichinate dei due simpatici ragazzini e, dall’altra, attorno alla bella tonaca di Don Gastone, fonte inesauribile di pensieri erotici inconfessabili da parte delle tante spasimanti, “le signorine”, ognuna delle quali vedeva nell’altra una possibile e pericolosa rivale per la conquista del bel prete. Nonostante il tema possa apparire alquanto piccante, c’è da dire che la narrazione si mantiene sempre pulita e non sfocia mai in gratuite volgarità. Unica eccezione si riscontra nel linguaggio piuttosto colorito di uno dei personaggi più folcloristici e divertenti del libro: il cav. Esposito, un napoletano che viveva con le sue cinque figlie, segregate in casa, il quale possedeva due beni che riassumevano e puntualizzavano ogni sua ragione di vita: il Duce e il gabinetto. Il libro custodisce un finale amaro e malinconico, tuttavia non basta a disperdere quel brio che caratterizza  l’intera lettura.

venerdì 17 aprile 2015

"Le rovine in attesa": il nuovo libro di Alfonso Cernelli



Alfonso Cernelli è un giovane scrittore emergente, nato a Roma ma fiero delle sue origini meridionali. Anzi cilentane, per essere più precisi. E’ da poco uscito il suo secondo romanzo intitolato “Le rovine in attesa” pubblicato da Alter Ego Edizioni, a cinque anni di distanza dal suo primo libro “Percezione dell’inverno” con cui si aggiudicò - nel 2010 - il premio letterario nazionale “Nicola Zingarelli”, patrocinato tra l’altro dalla Presidenza della Repubblica.


Penso che oggi sia davvero arduo pensare di scrivere un libro: basta entrare in una grande libreria per capire immediatamente che il mondo non ha bisogno di un testo in più. Di fronte agli oltre 50.000 volumi che vengono stampati ogni anno nel nostro paese ed in considerazione del fatto che siamo un popolo che al massimo legge la lista della spesa, avere il coraggio di scriverne uno significa davvero sfidare l’impossibile: il mondo dell’editoria e delle vendite. A meno che l’autore non sia già uno scrittore affermato o un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’editoria si spalancano e le vendite sono ampiamente assicurate. Comunque, nonostante tutte le difficoltà del settore, i giovani talenti nel nostro paese non mancano anche se, nella maggior parte dei casi, vengono stritolati dal sistema che impedisce loro di emergere e di essere premiati per quello che valgono. Mi viene da pensare, dopo aver letto Le rovine in attesa (con tutto il dovuto rispetto per i Grandi della letteratura italiana, che restano irraggiungibili per chi si accinge a scrivere un libro), che lo stile letterario del giovane autore si ispiri più agli scrittori del Novecento italiano che non agli scribacchini odierni, i quali in virtù della loro notorietà televisiva, piuttosto che di una effettiva abilità nella scrittura, occupano i primi posti nelle classifiche di vendita in Italia.

Mi spingo a dire che con questo libro Alfonso Cernelli suggella la sua piena maturità letteraria, svela appieno le sue  notevoli doti di costruttore di storie e merita – a parer mio - la giusta attenzione. La storia del suo primo romanzo si fonda sull’amicizia e sulle scorribande di due adolescenti alle soglie della maturità; in questa sua seconda opera letteraria assistiamo, invece, all’incontro di due uomini che, pur nella loro diversità anagrafica e culturale, si ritrovano ad affrontare un breve ed intenso percorso di vita comune, che li porterà a condividere un velleitario progetto di redenzione collettiva. La vicenda, che è ambientata in un decadente  palazzo nobiliare di una non meglio specificata località del mezzogiorno d’Italia, “circondata dai monti eppure così vicina al mare”, si dipana attraverso le aspirazioni, i sogni di grandezza e le farneticazioni del marchese Alberico Priviano, un nobile meridionale che vive arroccato nella sua antica dimora; egli, al fine di portare a compimento il suo temerario disegno di rivalsa sociale, convoca nel suo palazzo un giovane studioso di diritto (Erminio Narri) “per un affare urgente e segreto”. Costui, pur di lasciare l’ insoddisfacente e frustrante lavoro che svolge in una biblioteca di testi religiosi – attività che non gli consente di esprimere le sue competenze giuridiche – accetta con molto entusiasmo l’invito del nobiluomo, nonostante sia all’oscuro dell’incarico per cui è stato chiamato.

Il progetto rivoluzionario - tanto utopistico quanto vanaglorioso - non poteva non scontrarsi, prima ancora che con la realtà dei fatti, con i sentimenti e gli interessi materiali delle persone. Assistiamo quindi ad un duplice gioco di intenti e di attese: da una parte un uomo (il marchese Priviano, assistito dal giovane giurista Narri) che nella sua lucida follia insegue un sogno di gloria, e dall’altra, una donna (la sua giovane moglie, Viola, spalleggiata da un avido amministratore) che aspira ad altri interessi. Intorno a questi due personaggi che costituiscono l’anima della narrazione, ruotano altre figure che, seppure si affaccino e poi scompaiano dopo poche pagine, servono tuttavia a delineare sapientemente il contesto narrativo in cui si dipana la storia.  Tra tutti, spicca la figura di uno strano monaco francescano (fra Ruggero) il quale, pur vivendo in un eremo “era scappato via dal consorzio umano proprio per sfuggire da quella società terrena che gli appariva così meschina e povera”, non disdegna le cose terrene e sostiene di buon grado il piano del suo amico marchese.

L’autore del romanzo - attraverso luoghi e tempi non ben definiti - preferisce non ingabbiare il lettore in rigide e precise coordinate spazio-temporali, che possano in qualche maniera circoscrivere e limitare il racconto, lasciando così ampio spazio all’immaginazione e all’intuizione di chi legge. Lo sguardo, comunque, è rivolto sempre verso quel Mezzogiorno d’Italia, presumibilmente prima del bum economico degli anni ‘60, verso quel Sud che per l’autore rappresenta un luogo dell’anima, oltre che la metafora delle insanabili contraddizioni della storia. Direi inoltre che il romanzo, seppure tramite una vicenda del tutto visionaria, intenda fare a margine anche una riflessione critica sugli eventi dell’Unità d’Italia, su quello che gli italiani venuti dal Nord fecero agli italiani del Sud, su quelle verità forse un po’ scomode che non sono mai state  riportate nei libri di storia. “L’unità avrebbe dovuto portarci ad essere uguali e fratelli” sostiene il marchese Priviano, “invece ci ha divisi in carnefici e vittime, vincitori e vinti...questo è sbagliato, non l’unificazione in quanto tale...da quando la mia terra è stata conquistata in nome dell’unità nazionale, è stata abbandonata come mai era successo prima”.

La forza di questo romanzo risiede - a mio avviso – non tanto nella rappresentazione degli eventi narrati, quanto nella magnifica descrizione degli ambienti e dei paesaggi che di volta in volta vengono delineati, nonché nella sorprendente raffigurazione psicologica ed intimistica dei vari protagonisti. A volte la scrittura può apparire ridondante, oserei dire barocca, sempre tesa alla ricerca della bellezza della “parola” e dello stile; tuttavia l’indagine introspettiva, congiuntamente alla ricercatezza della forma stilistica, conferiscono al libro una dimensione molto interessante, certamente in antitesi alle scialbe mode letterarie  dei nostri tempi. C’è da dire, infine, che i personaggi di questo romanzo – così come quelli del libro d’esordio, sebbene in una fase diversa della loro esistenza – sembrano rincorrere traguardi illusori ed ingannevoli (una tesi evidentemente molto sentita dall’autore), i quali pur di portare a compimento le loro utopiche e visionarie realizzazioni, i loro sogni custoditi nel cassetto dell’animo, direi quelle false aspirazioni di grandezza, non esitano a sacrificare certezze e verità, valori e amicizie, tempo e risorse.

martedì 7 aprile 2015

Che fine farà il libro cartaceo?



In un famoso passo del romanzo “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo, l’Arcidiacono della Basilica - don Claude Frollo - riceve la visita nella sua cella canonicale del medico del re Luigi XI, il quale gli chiede dei suoi libri. L’Arcidiacono, aprendo la finestra della cella e indicando l’immensa chiesa di Notre-Dame, risponde: “eccone uno”. Poi, osservando in silenzio il gigantesco edificio e allungando la mano destra verso il libro stampato che era aperto sul suo tavolo e la mano sinistra verso la chiesa, afferma sconsolato: “questo ucciderà quella”. Come per dire, il libro sostituirà l’edificio.
Evidentemente quel prete del quindicesimo secolo, di fronte alla emergente forza persuasiva della parola scritta (era da poco stata inventata la stampa a caratteri mobili), temeva di perdere la sua autorevolezza che si concretizzava ogni qual volta parlava dal pulpito della chiesa; aveva capito che “il libro di pietra”, tanto solido e duraturo, rappresentato fino a quel momento dall’architettura religiosa, con i suoi simboli ed i suoi disegni che raccontavano la storia dell’uomo e del suo Dio, stesse per cedere il posto al libro di carta, ancora più solido e duraturo. Da allora sono passati oltre cinque secoli, durante i quali sono stati stampati migliaia e migliaia di libri di carta. E’ possibile immaginare, oggi - nell’era di internet e dei social network - che il libro cartaceo, così come noi lo abbiamo conosciuto fin dalla sua nascita, stia per essere  rimpiazzato definitivamente dal libro elettronico? Un moderno discendente dell’arcidiacono di Notre-Dame de Paris potrebbe sostenere, osservando quel supporto elettronico che fa bella mostra sul suo tavolo, che l’eBook ucciderà la sua Bibbia cartacea, un po’ ingiallita, su cui si è sempre posato il suo sguardo?

Tengo a precisare che sono un lettore tradizionale (all’antica, tanto per intenderci) e non mi lascio irretire facilmente dagli strumenti elettronici alla moda (ho naturalmente un computer ma sono sprovvisto di cellulare…smartphone e quant’altro); l’idea di diventare un lettore “digitale”, di dover eventualmente modificare il mio approccio alla lettura non mi entusiasma affatto. Anzi mi spaventa. Mi piace troppo la carta stampata, mi piace sentire il suo odore, amo quel fruscio della pagina che viene girata, quel piacere tangibile che nasce dal toccare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, fatta di pagine scritte. Sensazioni, queste, che non si possono avvertire stando davanti ad uno schermo elettronico. Non potrei mai rinunciare ad un’intera parete di libri – la mia personale libreria – in cambio di un “tablet” (sembra il nome di una medicina) che li contenga tutti. Per me la libreria è fatta di libri cartacei: libri alti e bassi, grandi e piccoli, bianchi e gialli, rossi e blu, belli e brutti, tascabili e rilegati, sporchi e ancora profumati di carta appena stampata, comprati nuovi di zecca o trovati nei mercatini dell’usato, parcheggiati in doppia fila, accucciati di piatto davanti agli altri, accatastati gli uni sopra gli altri. E’ fatta di libri ricevuti in regalo, tra le cui righe posso scorgere o ritrovare la persona che me li ha regalati. Ma è fatta anche di libri non ancora letti o che ho cominciato a leggere ma non riesco a terminarli. Una grande, bellissima, piacevole confusione di libri di carta.
Ora, se cambia il modo di concepire, realizzare ed acquistare il prodotto libro, dobbiamo riflettere sul fatto che perdiamo definitivamente quel singolare piacere, misto a smarrimento e curiosità, che si può provare solo visitando una grande libreria. Io ogni qual volta vi entro, avverto una strana sensazione: mi sento piccolo. Le mie ridotte conoscenze letterarie vacillano di fronte alla vastità di milioni di pagine scritte. E sono tutte pagine di carta – non digitali - che posso toccare, sfogliare, annusare. Mi accorgo dell’immensità del sapere racchiuso in quei libri accatastati che mi sovrastano. E allora mi lascio incuriosire da un titolo, da un autore che non conosco e immediatamente vengo irretito da un altro titolo, da una bella copertina, da una frase significativa. Vengo rapito dalla quarta di copertina di un romanzo e poi salto all’interno del libro per leggere, magari, un’intera pagina. E poi vuoi mettere la soddisfazione che si prova, come lettori, quando si scorge là sullo scaffale quel libro che abbiamo già letto…e poi quell’altro ancora?

Dicono che il vecchio modello di editoria non sia più sostenibile economicamente: la verità è che ci sono alcune lobby affaristiche molto potenti che spingono il mondo editoriale verso una direzione diversa; dicono che si stampano troppi libri cartacei e nessuno li legge: e allora perché gli editori non cominciano a fare una giusta selezione?; dicono che i tempi sono cambiati e, se nel passato la macchina ha sostituito il cavallo come mezzo di trasporto, è ora di sostituire il libro tradizionale con l’eBook. D’accordo, però nel momento in cui il traffico delle macchine è diventato caotico e insopportabile, i cavalli per nostra fortuna ancora ci sono. E allora mi auguro che in un mondo di macchine, di eBook, di tablet, di smartphone e chi più ne ha più ne metta, ci sia ancora posto per il libro cartaceo.
Vorrei concludere rivolgendomi a quegli editori che hanno ormai scommesso, già da tempo, sulla diffusione della cultura e della conoscenza “senza carta”, attraverso la trasposizione in digitale di testi analogici. Ebbene - cari editori digitali - qualora decideste di non stampare più testi cartacei perché superati (come sostenete), sappiate che lo scrivente è fornito di un considerevole numero di libri “vecchia maniera” – comprati in tempi non sospetti sia nelle librerie che sui banchetti dei mercatini dell’usato - la cui rilettura gli permetterà di trascorrere gli anni a venire in piacevole e dolce compagnia. Non me ne vogliate, ma il sottoscritto quando legge vuole avere tra le mani un libro vero e una matita, con cui sottolineare le parti da non dimenticare: non sopporterebbe un freddo, lucido e inquietante aggeggio ultimo modello, sempre “connesso”.