mercoledì 3 giugno 2015

La nevrosi si può vincere



Chi ha un po’ di dimestichezza con i libri non può non conoscere Hermann Hesse, lo scrittore tedesco naturalizzato svizzero, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1946. E’ certamente uno dei “mostri sacri” della letteratura mondiale al cui confronto ci si sente davvero piccoli. Ho letto diversi libri della sua vastissima produzione; mi piace portare all’attenzione di chi mi legge queste interessanti riflessioni raggruppate sotto il titolo “La nevrosi si può vincere” e – considerati i tempi che viviamo - penso che la tematica trattata sia di stretta attualità.

Scrive Hesse nel suo primo capitolo: “la fretta, vista come ragione fondamentale della nostra vita, è indubbiamente il nemico più pericoloso della gioia......la frenesia della vita moderna si è ormai impossessata anche dei nostri momenti di tempo libero; godiamo delle cose in maniera nervosa e logorante come durante la nostra attività lavorativa”. Sembrerebbe, quindi, che non sappiamo più vivere in maniera pacata e serena neanche i momenti in cui non siamo impegnanti nel lavoro; portiamo il nostro stress, la nostra nevrosi sempre con noi, anche in vacanza, nei luoghi del divertimento.

Lo scrittore ci invita, pertanto, a fermarci, a coltivare l’arte dell’ozio...”bisognerebbe vivere di più sotto il cielo e sotto gli alberi, da soli, più vicini ai segreti della bellezza e della grandezza....non vi è nulla di più bello, in tempi difficili, che abbandonarsi alla natura, non per goderne in modo passivo, bensì creativo”.

Parlando degli artisti, lui dice che il loro compito primario è quello di descrivere le sofferenze dell’uomo d’oggi; e lo possono fare non per sentito dire ma solo soffrendo a loro volta. La sofferenza deve essere tradotta in parole affinché si possa superare. Può darsi che il poeta - che con i suoi versi incantatori esalta l’orrore della vita - sia un uomo triste e solitario; può darsi che il musicista con la sua musica canta la sua sofferenza, la sua tristezza. Tuttavia le opere di questi maestri di vita contribuiscono ad aumentare la nostra serenità, la nostra gioia di vivere. Ciò che ci regalano non è più la loro oscurità, le loro angosce, bensì gocce di luce pura, di eterna serenità. Lo scrittore tedesco, con questo suo libro,  ci invita anche a diffidare della eccessiva tecnologia, dell’idea di progresso così come ci viene oggi presentata, della magnificenza e grandezza della nostra epoca. Dietro la facciata della civilizzazione, la terra è piena di montagne di scorie e di mucchi di rifiuti. Non è possibile alcuna civilizzazione senza violenza contro la natura.

martedì 26 maggio 2015

Segnali di vecchiaia



Preferisco servirmi dei mezzi pubblici quando giro per Roma: il traffico caotico ed i parcheggi spesso introvabili scoraggiano l’uso della macchina privata. E così l’altro giorno, dovendo spostarmi per sbrigare alcune faccende, ho preso il solito autobus sotto casa che, stranamente, non era affollato come sempre. Ero appena salito, quando mi sono sentito apostrofare da una giovane donna di circa 35/40 anni, seduta davanti a me: “scusi, signore, vuole accomodarsi?”. Nel sentire queste parole (che di solito si rivolgono ad una persona anziana), ho avuto un primo immediato imbarazzo, misto a sorpresa: ero diventato, a mia insaputa, un matusalemme che non si regge più in piedi. Comunque, mi sono ripreso con un sorriso e nel declinare garbatamente l’invito, esprimendo tutta la mia gratitudine alla gentile signora per il favore accordatomi, devo confessare che ho avvertito una strana ed amara percezione, quella cioè che ti fa sentire improvvisamente il peso della vecchiaia, a cui tu non avevi mai pensato.
Si, perché era la prima volta che qualcuno – e per giunta una donna – aveva colto la necessità di cedermi il posto sull’autobus. E ciò mi aveva molto colpito, prima ancora che impensierito. E’ come quando ti succede una cosa che non ti aspetti o che vieni percosso alle spalle senza poterti difendere. Forse voi starete sorridendo, eppure il fatto contiene tutti i segni del “dramma psicologico” che si stava consumando su quella linea urbana. Posso capire se fossi salito con le stampelle, o fossi stato un portatore di handicap, indicazioni queste che in un paese civile spingono delle persone - altrettanto civili - che siedono su un autobus, ad alzarsi per cedere il posto  al malcapitato viaggiatore bisognoso di assistenza. Devo inoltre aggiungere che ero pure vestito in maniera sportiva, con scarpe da ginnastica e occhiali da sole. Insomma, credevo di essere una persona in buona salute, ancora giovane e scattante, non appesantita né dagli anni (che comunque avanzano) né dagli stravizi alimentari; possibile che apparivo così malandato agli occhi di quella viaggiatrice, da toccare le corde della sua benevolenza? Possibile che mi abbia visto come un vecchietto che ha perso la badante? Avrei voluto ribadire a quella gentilissima ed educatissima signora o signorina che, in fondo, non sono poi così vecchio da non poter stare in piedi su un autobus, peraltro mezzo vuoto, e che prima di adottare tali apprezzabili e doverosi comportamenti, sarebbe bene verificare la reale necessità del gesto, con un’osservazione più approfondita della persona cui ci si rivolge,  onde evitare spiacevoli equivoci. Ma, naturalmente, ho desistito per non passare per il solito “vecchio maleducato”. E mentre rimuginavo questi pensieri, in preda al mio sconforto, continuavo a rimirarmi nel vetro della porta dell’autobus - che per l’occasione fungeva da specchio - al fine di rintracciare sul mio volto quei segni del tempo che avevano indotto in errore la bene educata passeggera. La quale, ogni tanto mi osservava di sottecchi, convinta che alla prima frenata brusca dell’autobus sarei stramazzato per terra. Per fortuna è scesa prima di me e, nel salutarla e ringraziarla ancora una volta con un largo sorriso, mi sono finalmente seduto al suo posto. Anche se non ne avevo alcun bisogno.

Alla fermata successiva è salita – tra le altre persone - una signora che dall’aspetto appariva molto più giovane di me. Da buon cavaliere e da persona educata quale sono, le ho ceduto immediatamente il posto. E la signora, accettando di buon grado, mi ha ringraziato per la cortesia, ristabilendo così quella situazione di normalità che mi vede su un mezzo pubblico - come da sempre - cedere il mio posto alle persone anziane e alle donne, piuttosto che riceverlo.

lunedì 18 maggio 2015

La libertà di non finire un libro



Tante sono le ragioni che inducono ad abbandonare la lettura di un libro prima della fine: una storia scialba che non ci appassiona, una scrittura concepita con i piedi piuttosto che con la testa, un’assenza totale di stile oppure uno stile che si allontana dalle nostre attese. Senza contare, poi, le vicissitudini personali, lo stato d’animo di quel particolare momento che influiscono, non di poco, sulle nostre preferenze letterarie. Ebbene, in questi casi, forse è meglio lasciar perdere e, se proprio vogliamo ritentare, è bene aspettare tempi più favorevoli. Tuttavia, non si può negare che a volte tale resa generi una vaga sensazione di sconfitta. Si, perché quel libro che sto per abbandonare l’ho scelto proprio io, magari dopo averlo pure sfogliato in libreria, nessuno me lo ha imposto; avevo iniziato a leggerlo con la solita sicurezza, ma…dopo un po’ di pagine, comincio ad avvertire uno strano affaticamento che mi impedisce di andare avanti, nonostante quel continuo ritornare alle pagine precedenti per riannodare i fili del racconto. Mi accorgo che sto leggendo meccanicamente senza capire: e allora lascio perdere. Pur avendo la strana impressione che quel libro merita di essere letto e, se non riesco ad andare avanti, è solo colpa mia non dell’autore che l’ha scritto.
Avevo letto sul Corriere della Sera - qualche tempo fa – l’appassionante recensione di Pietro Citati (maestro insuperabile nel magnificare o nello stroncare libri e scrittori), del romanzo “La storia di Matilde” di Giovanni Mariotti (uno scrittore che non conoscevo), pubblicato da Adelphi nel 2003. Poco noto al grande pubblico dei lettori, questo autore, nato a Pietrasanta in provincia di Lucca, desidera essere ricordato – come lui stesso ha avuto modo di affermare in una intervista – “come una persona gentile che ha attraversato la vita senza nuocere troppo agli altri e che è stato condizionato da due influenze tiranniche: quella del bisogno e quella della timidezza”. Scriveva Citati nella sua recensione che la storia di Matilde “è il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni”. Si può mai rimanere indifferenti al cospetto di una simile attestazione pronunciata da un intellettuale così autorevole? “E’ un immenso romanzo-fiume, una specie di Guerra e Pace della Lucchesia – diceva ancora Citati - Vi passano 4 generazione, dal 1850 ai giorni nostri:  vi si concentrano decine di piccoli personaggi e milioni di finissime sensazioni che coincidono con la vita umbratile e nervosa dell’universo (…) e quando chiudiamo il libro, pieni di lacrime e di sorrisi come vuole l’autore, ci accorgiamo che la nostra vita contiene un vastissimo spazio, un arioso e misterioso universo, che prima non possedeva”. Queste accattivanti parole, riferite ad un libro scritto da un autore in controtendenza, così lontano dagli stereotipi alla moda, avevano acceso la mia curiosità e la mia fantasia; e siccome non riuscivo a trovare il romanzo in nessuna libreria, ne ho fatto richiesta all’Editore, senza avere la possibilità di “saggiarlo” visivamente in anteprima. La sorpresa è arrivata quando ho iniziato a sfogliarlo: 220 pagine senza alcuna punteggiatura, un interminabile fiume di parole. Mi sono bloccato verso la ventesima pagina, con un senso di soffocamento e quasi in apnea. Ammetto la mia sconfitta. Probabilmente non era il momento adatto per proseguire una simile sperimentale lettura. Quando leggo ho bisogno di pause che solo la punteggiatura riesce a darmi.

Devo dire, però, che nonostante questa iniziale difficoltà, non ho nessuna intenzione di abbandonarlo definitivamente. Il libro è scritto molto bene e quindi merita un nuovo tentativo. L’ho riposto nella mia libreria in bella vista e prima o poi lo riprenderò. Altri libri mi resistono, come “L’uomo senza qualità” di Robert Musil o “Le onde” di Virginia Woolf, anch’essi messi da parte al primo infruttuoso tentativo di lettura.
Per concludere, mi piace qui ricordare quanto ha scritto in proposito Daniel Pennac nel suo libro "Come un romanzo": "contrariamente alle buone bottiglie di vino, i buoni libri non invecchiano. Ci aspettano sui nostri scaffali e siamo noi ad invecchiare. Quando ci riteniamo abbastanza “invecchiati” per leggerli, li affrontiamo un’altra volta. Allora possono succedere due cose: o l’incontro ha luogo o è un nuovo fiasco. Forse tenteremo ancora, forse no. Ma non è certo colpa di Thomas Mann se finora non sono riuscito a raggiungere la vetta della sua Montagna incantata”.

martedì 12 maggio 2015

Il vecchio e il mare...dalle parti di Acciaroli



E’ bello poter pensare – per un cilentano come me – che il grande scrittore americano Ernest Hemingway abbia scritto uno dei suoi libri di maggiore successo, “Il vecchio e il mare”, ispirandosi ad un luogo come Acciaroli, dove lui soggiornò per un po’ di tempo nella prima metà degli anni ‘50, attratto dalla bellezza del suo mare e conquistato dalla saggezza dei suoi pescatori.
E’ da tempo che volevo leggere questo libro per trovare, tra le sue pagine, qualche impronta che mi riconducesse – per puro spirito campanilistico - a quel magnifico borgo marinaro, che mi restituisse la prova su quanto è stato scritto intorno a questa vicenda letteraria. E’ pur vero che a volte un luogo, proprio al fine di conquistare una maggiore notorietà, provi a sfruttare in qualche maniera la fama del personaggio che vi ha soggiornato, per un positivo ritorno di immagine. Ma io credo che non sia il caso di Acciaroli in quanto la bella località della costa cilentana, grazie soprattutto al suo mare ed alle sue politiche ambientali in difesa del territorio, da oltre dieci anni si fregia della “Vela Blu”, il prestigioso riconoscimento di Legambiente. E quindi non ha bisogno di tali suggestivi sostegni per farsi riconoscere ed apprezzare. Anche se il ricordo di un ospite così illustre non si può cancellare e resta vivo nella memoria del posto.

Pare - secondo la testimonianza di chi ebbe l’occasione di conoscere Hemingway in quegli anni - che quell’eccentrico americano trascorresse le sue giornate standosene seduto di fronte al mare, con la sua immancabile bottiglia di whisky, scrivendo e chiacchierando con i pescatori del luogo. Ed è proprio un vecchio pescatore il protagonista principale del racconto “il vecchio e il mare”.
Si chiamava Santiago: un nome certamente inusuale per il Cilento; ed era “un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce”. Questo l’incipit del libro che – ahimé – tende ad allontanarmi da Acciaroli, dal suo mare e dalla sua gente. E un po’ mi disorienta. Ma io voglio credere – nonostante tutto – che Hemingway si sia ispirato proprio ad un pescatore acciarolese quando iniziò a scrivere il suo romanzo. E’ vero che l’ambientazione narrativa mi porta in una realtà diversa, però mi rifiuto di pensare che lo scrittore americano non sia stato suggestionato dalla esperienza di vita di quegli uomini che lui incontrava tutti i giorni e con i quali si intratteneva in amichevoli ed appassionate discussioni. E’ impossibile che non abbia afferrato - durante le sue lunghe giornate trascorse in riva al mare - un gesto, uno sguardo, una espressione di qualche vecchio pescatore cilentano intento a sbrogliare dai nodi la sua rete, per forgiare poi la personalità di Santiago, il suo vecchio uomo di mare, protagonista del suo romanzo.

La storia narrata è molto semplice, in linea con lo stile letterario che presenta una scrittura scarna, essenziale, immediata come la vita stessa di un qualsiasi uomo di mare. Santiago è un pescatore che da circa tre mesi non riesce a catturare neanche un pesce. Un giorno, da solo (il giovane aiutante lo ha lasciato), si avventura in alto mare; questa sua decisione di tentare qualcosa di speciale viene premiata perché al suo amo abbocca un enorme pescespada. Tra il vecchio e la sua preda – forse entrambi uniti da uno stesso destino - inizia una dura lotta che si protrae per circa tre giorni, durante i quali il gigantesco pescespada riesce a trascinare l’imbarcazione verso il largo. Alla fine il vecchio, ferito alle mani a furia di tirare la lenza ed ormai allo stremo delle forze, riuscirà a vincere la sua personale battaglia sul mare ed a rientrare sano e salvo al porto. Ma il bottino si rivelerà molto scarso, perché di quell’enorme pesce catturato non resterà che la testa e la lisca: gli squali se l’erano completamente divorato lungo il tragitto.
Emerge dal racconto, su cui aleggia una lieve malinconia, l’eterno rapporto dell’uomo con la natura e la sua millenaria lotta per la conservazione. Una lotta che nel libro appare sempre entro i limiti della correttezza e della lealtà, che si può sintetizzare con queste parole: “non hai ucciso il pesce soltanto per vivere e per venderlo come cibo – pensò Santiago - l'hai ucciso per orgoglio e perché sei un pescatore. Gli volevi bene quand'era vivo e gli hai voluto bene dopo. Se gli si vuol bene non è un peccato ucciderlo”. Una lezione di vita da tenere sempre in mente che ci ricorda di rispettare l’animale in ogni occasione, anche quando le naturali esigenze di sopravvivenza della nostra specie impongono la sua inevitabile soppressione.

mercoledì 6 maggio 2015

Una gara per la conquista del cielo





Ve lo ricordate l’Empire State Bulding di New York ? E’ stato fino agli anni settanta il grattacielo più alto del mondo con i suoi 381 metri di altezza e 103 piani; perse il suo primato dopo 41 anni, nel 1972 (era stato inaugurato nel 1931) in favore delle Torri Gemelle, alte entrambe 417 metri con 110 piani (distrutte, come tutti sappiamo, dall’attentato terroristico dell’11 settembre 2001). Quel primo storico grattacielo è ancora adesso uno dei simboli dell’America; tuttavia al confronto con altri edifici, sempre più alti, che sono stati costruiti in questi ultimi anni nel mondo - dal Petronas Towers di Kuala Lumpur (452 m.) al Taipei 101 di Taiwan (459 m.) dal Financial Center di Shanghai (487 m.) al Abraj Al Bait di La Mecca (601 metri), l’Empire State Bulding appare come una casetta di modeste dimensioni. Oggi il guinness dei primati appartiene al Burj Khalifa di Dubai alto 828 metri e con i suoi 163 piani costituisce la più alta struttura mai costruita dall’uomo. Ma è un record, quest’ultimo, destinato a durare poco perché è in costruzione a Gedda in Arabia Saudita, sulle rive del Mar Rosso, la Kingdom Tower (la torre dell’impero) alta 1.007 metri la cui realizzazione è prevista entro il 2018. Un edificio alto un chilometro rilancia con forza questa forma di architettura come icona assoluta della modernità e del potere economico-finanziario. Evidentemente ciò che si eleva verso il cielo sembra che desti molta più meraviglia di quanta ne possa suscitare ciò che invece si allunga sulla terra. Infatti un edificio lungo un chilometro come il famoso serpentone di Corviale a Roma - una tra le opere architettoniche più controverse realizzate in questi ultimi anni nella Capitale - non può assolutamente competere, in magnificenza, con una torre di calcestruzzo+acciao+vetro alta un chilometro, in qualsiasi contesto venga immaginata: nel primo caso l’edificio allude al degrado e alla miseria, nel secondo, invece, alla potenza ed alla ricchezza.  

Oggi le megalopoli  tendono ad estendersi verso l’alto e si assiste ad una affannosa corsa, da parte degli Stati più ricchi, a costruire il grattacielo sempre più imponente di quello del vicino: una sorta di esibizione voyeuristica a chi ce l’ha più lungo. E’ la retorica muscolare delle grandi Nazioni della Terra che attraverso questo tipo di architettura in verticale ostentano la loro ricchezza e la loro potenza economica, in nome di un’astratta e feroce modernità. Per nostra fortuna l’Italia arranca in queste progettazioni e non partecipa in maniera schizofrenica a questa gara di gigantismo architettonico. La maggior parte dei nostri grattacieli sono stati costruiti a Milano e Napoli, però ci siamo fermati ad altezze più ragionevoli. Se non sbaglio l’edificio più alto d’Italia credo sia la Torre Unicredit di Milano che conta 32 piani ed è alta 231 metri (146 + 85 della guglia). Davvero una “piccola torre” se la confrontiamo con quegli immensi edifici realizzati in altre parti del mondo, sopra menzionati. D’altra parte c’è da dire che costruire grattacieli in una grande città non costituisce un’azione giustificata e non asseconda nessuna reale necessità abitativa, considerato il calo demografico che si verifica nel nostro paese; se ciò avvenisse, significherebbe solo adottare un modello “vincente” di urbanizzazione, sinonimo di modernità, adeguandosi così alle scelte architettoniche e socioculturali in vigore in altre parti del mondo.

E allora mi viene da pensare: che vadano pure sempre più in alto, questi Americani e questi sceicchi degli Emirati arabi, che ostentino in egual misura la loro ricchezza attraverso tali simboli fallici che svettano tra le nuvole. E teniamoci le nostre cupole, i nostri campanili, i nostri templi e le nostre torri medioevali che non “si elevano” verso il cielo come mostri di acciaio, ma che invece “ci elevano” con la loro perfezione al di sopra delle brutture quotidiane. Perché si può guardare il mondo dall’alto in basso non solo stando appollaiati al centesimo piano di un grattacielo, ma anche e soprattutto fermandosi di fronte a quelle cupole, a quelle torri e a quei campanili che nel passato furono scelti - con un’apposita normativa o anche solo per buon senso - come misura limite dell’altezza consentita a qualsiasi altro edificio. Così come la Torre pendente di Pisa o la torre degli Asinelli di Bologna, la guglia del Duomo di Milano o il campanile di San Marco a Venezia, la cupola di San Pietro a Roma o quella del Brunelleschi a Firenze. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo e non basterebbe un grattacielo moderno per contenere tutti i nomi dei nostri antichi edifici. Una misura convenzionale, quella stabilita nel passato, che – come scrive Salvatore Settis “incarnava (e in piccola misura incarna ancora) un’etica del self-restraint, un’idea di città unitaria e dotata di memoria, di un’anima, di un progetto. Capace di pensare se stessa”. Simbolizzava, mi permetto di aggiungere,  una sorta di condotta morale che non lacerava affatto il territorio in cui venivano inserite tali opere ma che tendeva piuttosto ad abbellirlo ed a renderlo più umano e vivibile.

lunedì 27 aprile 2015

Il prete bello



Al centro della vicenda di questo romanzo  – ambientato in una pruriginosa seppure cattolica Vicenza durante l’epoca fascista - troviamo un prete giovane e di bello aspetto: “il prete bello”, appunto, il personaggio che nasce dalla penna dello scrittore vicentino Goffredo Parise. Lui si chiama don Gastone Caoduro (il cognome è già un programma) ed è cappellano della chiesa dei Servi di Maria: un bell’uomo, come dicevano tutte “le signorine”, cattoliche e non, con parole o con pensieri. Dopo tanti anni di spola da una sagrestia all’altra, questo sacerdote non aveva ancora assorbito “quello che gli sarebbe spettato per dote, quello di cui la Provvidenza avrebbe dovuto fornirlo per prima cosa a custodia della sua illibatezza: l’odore del prete”. Sapeva di tutti i buoni profumi di questo mondo ma “non un minimo di incenso si attaccava al tessuto della sua tonaca”. Per fortuna che indossava la veste e questo salvava almeno le apparenze.

La voce narrante del libro è quella di un ragazzino di 11 anni (Sergio) che insieme al suo amico scavezzacollo Cena (entrambi poveri e sempre affamati che giravano attorno ai figli dei ricchi, in cerca di onorevole e aristocratica amicizia) appaiono i veri, autentici e genuini protagonisti della vicenda narrata. Costoro vengono impiegati dalle “signorine” del caseggiato in cui vivono – in cambio di un piatto di minestra o di qualche piccolo regalo – come messaggeri e investigatori a caccia di notizie e pettegolezzi sul prete bello, al fine di poter soddisfare la loro morbosa curiosità, quella passione che si era infiltrata come un tarlo nelle loro vene.

Con uno stile graffiante e arguto, Goffredo Parise si cala in quella provincia veneta, cattolica e bacchettona, già descritta da altri figli illustri di quella stessa terra - quali Antonio Fogazzaro e Guido Piovene - per riportare in superficie quei vizi e quei sentimenti intimi e peccaminosi nascosti dietro ipocrite parvenze di devozione. Ne viene fuori un racconto godibile che ruota – da una parte – intorno alle scorribande e alle birichinate dei due simpatici ragazzini e, dall’altra, attorno alla bella tonaca di Don Gastone, fonte inesauribile di pensieri erotici inconfessabili da parte delle tante spasimanti, “le signorine”, ognuna delle quali vedeva nell’altra una possibile e pericolosa rivale per la conquista del bel prete. Nonostante il tema possa apparire alquanto piccante, c’è da dire che la narrazione si mantiene sempre pulita e non sfocia mai in gratuite volgarità. Unica eccezione si riscontra nel linguaggio piuttosto colorito di uno dei personaggi più folcloristici e divertenti del libro: il cav. Esposito, un napoletano che viveva con le sue cinque figlie, segregate in casa, il quale possedeva due beni che riassumevano e puntualizzavano ogni sua ragione di vita: il Duce e il gabinetto. Il libro custodisce un finale amaro e malinconico, tuttavia non basta a disperdere quel brio che caratterizza  l’intera lettura.

venerdì 17 aprile 2015

"Le rovine in attesa": il nuovo libro di Alfonso Cernelli



Alfonso Cernelli è un giovane scrittore emergente, nato a Roma ma fiero delle sue origini meridionali. Anzi cilentane, per essere più precisi. E’ da poco uscito il suo secondo romanzo intitolato “Le rovine in attesa” pubblicato da Alter Ego Edizioni, a cinque anni di distanza dal suo primo libro “Percezione dell’inverno” con cui si aggiudicò - nel 2010 - il premio letterario nazionale “Nicola Zingarelli”, patrocinato tra l’altro dalla Presidenza della Repubblica.


Penso che oggi sia davvero arduo pensare di scrivere un libro: basta entrare in una grande libreria per capire immediatamente che il mondo non ha bisogno di un testo in più. Di fronte agli oltre 50.000 volumi che vengono stampati ogni anno nel nostro paese ed in considerazione del fatto che siamo un popolo che al massimo legge la lista della spesa, avere il coraggio di scriverne uno significa davvero sfidare l’impossibile: il mondo dell’editoria e delle vendite. A meno che l’autore non sia già uno scrittore affermato o un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’editoria si spalancano e le vendite sono ampiamente assicurate. Comunque, nonostante tutte le difficoltà del settore, i giovani talenti nel nostro paese non mancano anche se, nella maggior parte dei casi, vengono stritolati dal sistema che impedisce loro di emergere e di essere premiati per quello che valgono. Mi viene da pensare, dopo aver letto Le rovine in attesa (con tutto il dovuto rispetto per i Grandi della letteratura italiana, che restano irraggiungibili per chi si accinge a scrivere un libro), che lo stile letterario del giovane autore si ispiri più agli scrittori del Novecento italiano che non agli scribacchini odierni, i quali in virtù della loro notorietà televisiva, piuttosto che di una effettiva abilità nella scrittura, occupano i primi posti nelle classifiche di vendita in Italia.

Mi spingo a dire che con questo libro Alfonso Cernelli suggella la sua piena maturità letteraria, svela appieno le sue  notevoli doti di costruttore di storie e merita – a parer mio - la giusta attenzione. La storia del suo primo romanzo si fonda sull’amicizia e sulle scorribande di due adolescenti alle soglie della maturità; in questa sua seconda opera letteraria assistiamo, invece, all’incontro di due uomini che, pur nella loro diversità anagrafica e culturale, si ritrovano ad affrontare un breve ed intenso percorso di vita comune, che li porterà a condividere un velleitario progetto di redenzione collettiva. La vicenda, che è ambientata in un decadente  palazzo nobiliare di una non meglio specificata località del mezzogiorno d’Italia, “circondata dai monti eppure così vicina al mare”, si dipana attraverso le aspirazioni, i sogni di grandezza e le farneticazioni del marchese Alberico Priviano, un nobile meridionale che vive arroccato nella sua antica dimora; egli, al fine di portare a compimento il suo temerario disegno di rivalsa sociale, convoca nel suo palazzo un giovane studioso di diritto (Erminio Narri) “per un affare urgente e segreto”. Costui, pur di lasciare l’ insoddisfacente e frustrante lavoro che svolge in una biblioteca di testi religiosi – attività che non gli consente di esprimere le sue competenze giuridiche – accetta con molto entusiasmo l’invito del nobiluomo, nonostante sia all’oscuro dell’incarico per cui è stato chiamato.

Il progetto rivoluzionario - tanto utopistico quanto vanaglorioso - non poteva non scontrarsi, prima ancora che con la realtà dei fatti, con i sentimenti e gli interessi materiali delle persone. Assistiamo quindi ad un duplice gioco di intenti e di attese: da una parte un uomo (il marchese Priviano, assistito dal giovane giurista Narri) che nella sua lucida follia insegue un sogno di gloria, e dall’altra, una donna (la sua giovane moglie, Viola, spalleggiata da un avido amministratore) che aspira ad altri interessi. Intorno a questi due personaggi che costituiscono l’anima della narrazione, ruotano altre figure che, seppure si affaccino e poi scompaiano dopo poche pagine, servono tuttavia a delineare sapientemente il contesto narrativo in cui si dipana la storia.  Tra tutti, spicca la figura di uno strano monaco francescano (fra Ruggero) il quale, pur vivendo in un eremo “era scappato via dal consorzio umano proprio per sfuggire da quella società terrena che gli appariva così meschina e povera”, non disdegna le cose terrene e sostiene di buon grado il piano del suo amico marchese.

L’autore del romanzo - attraverso luoghi e tempi non ben definiti - preferisce non ingabbiare il lettore in rigide e precise coordinate spazio-temporali, che possano in qualche maniera circoscrivere e limitare il racconto, lasciando così ampio spazio all’immaginazione e all’intuizione di chi legge. Lo sguardo, comunque, è rivolto sempre verso quel Mezzogiorno d’Italia, presumibilmente prima del bum economico degli anni ‘60, verso quel Sud che per l’autore rappresenta un luogo dell’anima, oltre che la metafora delle insanabili contraddizioni della storia. Direi inoltre che il romanzo, seppure tramite una vicenda del tutto visionaria, intenda fare a margine anche una riflessione critica sugli eventi dell’Unità d’Italia, su quello che gli italiani venuti dal Nord fecero agli italiani del Sud, su quelle verità forse un po’ scomode che non sono mai state  riportate nei libri di storia. “L’unità avrebbe dovuto portarci ad essere uguali e fratelli” sostiene il marchese Priviano, “invece ci ha divisi in carnefici e vittime, vincitori e vinti...questo è sbagliato, non l’unificazione in quanto tale...da quando la mia terra è stata conquistata in nome dell’unità nazionale, è stata abbandonata come mai era successo prima”.

La forza di questo romanzo risiede - a mio avviso – non tanto nella rappresentazione degli eventi narrati, quanto nella magnifica descrizione degli ambienti e dei paesaggi che di volta in volta vengono delineati, nonché nella sorprendente raffigurazione psicologica ed intimistica dei vari protagonisti. A volte la scrittura può apparire ridondante, oserei dire barocca, sempre tesa alla ricerca della bellezza della “parola” e dello stile; tuttavia l’indagine introspettiva, congiuntamente alla ricercatezza della forma stilistica, conferiscono al libro una dimensione molto interessante, certamente in antitesi alle scialbe mode letterarie  dei nostri tempi. C’è da dire, infine, che i personaggi di questo romanzo – così come quelli del libro d’esordio, sebbene in una fase diversa della loro esistenza – sembrano rincorrere traguardi illusori ed ingannevoli (una tesi evidentemente molto sentita dall’autore), i quali pur di portare a compimento le loro utopiche e visionarie realizzazioni, i loro sogni custoditi nel cassetto dell’animo, direi quelle false aspirazioni di grandezza, non esitano a sacrificare certezze e verità, valori e amicizie, tempo e risorse.

martedì 7 aprile 2015

Che fine farà il libro cartaceo?



In un famoso passo del romanzo “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo, l’Arcidiacono della Basilica - don Claude Frollo - riceve la visita nella sua cella canonicale del medico del re Luigi XI, il quale gli chiede dei suoi libri. L’Arcidiacono, aprendo la finestra della cella e indicando l’immensa chiesa di Notre-Dame, risponde: “eccone uno”. Poi, osservando in silenzio il gigantesco edificio e allungando la mano destra verso il libro stampato che era aperto sul suo tavolo e la mano sinistra verso la chiesa, afferma sconsolato: “questo ucciderà quella”. Come per dire, il libro sostituirà l’edificio.
Evidentemente quel prete del quindicesimo secolo, di fronte alla emergente forza persuasiva della parola scritta (era da poco stata inventata la stampa a caratteri mobili), temeva di perdere la sua autorevolezza che si concretizzava ogni qual volta parlava dal pulpito della chiesa; aveva capito che “il libro di pietra”, tanto solido e duraturo, rappresentato fino a quel momento dall’architettura religiosa, con i suoi simboli ed i suoi disegni che raccontavano la storia dell’uomo e del suo Dio, stesse per cedere il posto al libro di carta, ancora più solido e duraturo. Da allora sono passati oltre cinque secoli, durante i quali sono stati stampati migliaia e migliaia di libri di carta. E’ possibile immaginare, oggi - nell’era di internet e dei social network - che il libro cartaceo, così come noi lo abbiamo conosciuto fin dalla sua nascita, stia per essere  rimpiazzato definitivamente dal libro elettronico? Un moderno discendente dell’arcidiacono di Notre-Dame de Paris potrebbe sostenere, osservando quel supporto elettronico che fa bella mostra sul suo tavolo, che l’eBook ucciderà la sua Bibbia cartacea, un po’ ingiallita, su cui si è sempre posato il suo sguardo?

Tengo a precisare che sono un lettore tradizionale (all’antica, tanto per intenderci) e non mi lascio irretire facilmente dagli strumenti elettronici alla moda (ho naturalmente un computer ma sono sprovvisto di cellulare…smartphone e quant’altro); l’idea di diventare un lettore “digitale”, di dover eventualmente modificare il mio approccio alla lettura non mi entusiasma affatto. Anzi mi spaventa. Mi piace troppo la carta stampata, mi piace sentire il suo odore, amo quel fruscio della pagina che viene girata, quel piacere tangibile che nasce dal toccare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, fatta di pagine scritte. Sensazioni, queste, che non si possono avvertire stando davanti ad uno schermo elettronico. Non potrei mai rinunciare ad un’intera parete di libri – la mia personale libreria – in cambio di un “tablet” (sembra il nome di una medicina) che li contenga tutti. Per me la libreria è fatta di libri cartacei: libri alti e bassi, grandi e piccoli, bianchi e gialli, rossi e blu, belli e brutti, tascabili e rilegati, sporchi e ancora profumati di carta appena stampata, comprati nuovi di zecca o trovati nei mercatini dell’usato, parcheggiati in doppia fila, accucciati di piatto davanti agli altri, accatastati gli uni sopra gli altri. E’ fatta di libri ricevuti in regalo, tra le cui righe posso scorgere o ritrovare la persona che me li ha regalati. Ma è fatta anche di libri non ancora letti o che ho cominciato a leggere ma non riesco a terminarli. Una grande, bellissima, piacevole confusione di libri di carta.
Ora, se cambia il modo di concepire, realizzare ed acquistare il prodotto libro, dobbiamo riflettere sul fatto che perdiamo definitivamente quel singolare piacere, misto a smarrimento e curiosità, che si può provare solo visitando una grande libreria. Io ogni qual volta vi entro, avverto una strana sensazione: mi sento piccolo. Le mie ridotte conoscenze letterarie vacillano di fronte alla vastità di milioni di pagine scritte. E sono tutte pagine di carta – non digitali - che posso toccare, sfogliare, annusare. Mi accorgo dell’immensità del sapere racchiuso in quei libri accatastati che mi sovrastano. E allora mi lascio incuriosire da un titolo, da un autore che non conosco e immediatamente vengo irretito da un altro titolo, da una bella copertina, da una frase significativa. Vengo rapito dalla quarta di copertina di un romanzo e poi salto all’interno del libro per leggere, magari, un’intera pagina. E poi vuoi mettere la soddisfazione che si prova, come lettori, quando si scorge là sullo scaffale quel libro che abbiamo già letto…e poi quell’altro ancora?

Dicono che il vecchio modello di editoria non sia più sostenibile economicamente: la verità è che ci sono alcune lobby affaristiche molto potenti che spingono il mondo editoriale verso una direzione diversa; dicono che si stampano troppi libri cartacei e nessuno li legge: e allora perché gli editori non cominciano a fare una giusta selezione?; dicono che i tempi sono cambiati e, se nel passato la macchina ha sostituito il cavallo come mezzo di trasporto, è ora di sostituire il libro tradizionale con l’eBook. D’accordo, però nel momento in cui il traffico delle macchine è diventato caotico e insopportabile, i cavalli per nostra fortuna ancora ci sono. E allora mi auguro che in un mondo di macchine, di eBook, di tablet, di smartphone e chi più ne ha più ne metta, ci sia ancora posto per il libro cartaceo.
Vorrei concludere rivolgendomi a quegli editori che hanno ormai scommesso, già da tempo, sulla diffusione della cultura e della conoscenza “senza carta”, attraverso la trasposizione in digitale di testi analogici. Ebbene - cari editori digitali - qualora decideste di non stampare più testi cartacei perché superati (come sostenete), sappiate che lo scrivente è fornito di un considerevole numero di libri “vecchia maniera” – comprati in tempi non sospetti sia nelle librerie che sui banchetti dei mercatini dell’usato - la cui rilettura gli permetterà di trascorrere gli anni a venire in piacevole e dolce compagnia. Non me ne vogliate, ma il sottoscritto quando legge vuole avere tra le mani un libro vero e una matita, con cui sottolineare le parti da non dimenticare: non sopporterebbe un freddo, lucido e inquietante aggeggio ultimo modello, sempre “connesso”.

domenica 22 marzo 2015

Il piacere della lentezza



Perché  è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Se lo chiedeva Milan Kundera, in un suo famoso libro pubblicato nel 1994 che si intitola, appunto, “La lentezza”. Viviamo in un mondo in cui questo atteggiamento lento nei confronti delle cose e della vita sembra sia stato bandito definitivamente. Dobbiamo andare sempre più veloci; dobbiamo fare le cose sempre di fretta; non possiamo perdere tempo perché il tempo è denaro; ci spostiamo da un punto all’altro della terra a velocità supersonica; al semaforo dobbiamo partire qualche secondo prima che scatti il verde, altrimenti quello dietro di noi – che ha sempre fretta - ci suona immediatamente; il computer deve essere una scheggia altrimenti diventiamo nervosi.
Abbiamo inventato degli strumenti tecnologici talmente potenti e veloci che non ci consentono più di riflettere, perché la velocità annulla il pensiero. Un uomo che corre a piedi, avverte sempre il proprio peso, la propria età, sente la stanchezza, può decidere se aumentare la corsa o diminuirla, fermarsi o continuare, perché è sempre consapevole di se stesso e delle proprie forze. Ma quando quell’uomo delega il potere di generare velocità ad una macchina, quando insomma si trova alla guida di una Ferrari lanciata a 300 chilometri all’ora, il suo corpo non è più presente e la velocità sostituisce il pensiero. La velocità diventa ebbrezza e rimpiazza la mente. Non c’è più riflessione ma solo estasi.

Kundera dice ancora che “c’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto, cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi, invece, vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa, che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo”. Quindi il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria quanto il grado di velocità all’intensità dell’oblio. In altre parole la lentezza ci permette di ricordare mentre la velocità ci incita a dimenticare. Sembrerebbe, a questo punto, che la nostra società - che si è completamente abbandonata al demone della velocità ed è ossessionata dall’iperattivismo produttivo - non voglia fare altro che dimenticare e non pensare. Ma una società che non ha memoria non può avere un futuro. E per questo che oggi noi viviamo solo il presente e non abbiamo idea di come possa essere l’avvenire.
Ci affrettiamo senza sosta, ma nel contempo non sappiamo dove stiamo andando. Ma perché ogni nostra giornata deve essere inevitabilmente all’insegna della fretta e dell’ansia? Perché ci sottoponiamo quotidianamente a ritmi di vita sempre più intensi e snervanti? Essere inattivi, bighellonare, lasciare che il tempo scorra lento su di noi, oziare e, perché no, annoiarsi: sono tutte azioni che non sono apprezzate nella nostra società. E’  d’obbligo correre da un impegno all’altro. Restare invece a casa, lasciarsi assorbire da un buon libro, fare le cose con ritmi più umani e naturali, far scorrere il tempo standosene seduti sul terrazzo a prendere il sole o a coltivare i gerani….tutto ciò viene marchiato come inerzia, mancanza di iniziativa, inettitudine. Bisogna, invece, dare l’impressione di essere sempre attivi, efficienti, scattanti, impegnati.

La lentezza oggigiorno è considerata una brutta parola: sinonimo di indolenza, svogliatezza che non porta da nessuna parte e – secondo i cultori della velocità e degli ottimizzatori del tempo - non crea ricchezza, non genera progresso. Eppure è fondamentale per ristabilire i nostri ritmi naturali e per ritrovare le nostre pause quotidiane. Non riusciamo più a vivere secondo i cicli naturali ed abbiamo stravolto completamente il rapporto umano con il tempo. Un rapporto che andrebbe curato e regolato attraverso delle regole di comportamento più vicine alle esigenze naturali dell’uomo. Dovremmo ritornare a coltivare l’ozio, quale arte di saper ascoltare, riflettere, pensare, perché la velocità è nemica del nostro equilibrio psico-fisico. Ma andrebbe rivisto anche il rapporto con la natura, perché non possiamo sempre forzare e velocizzare la crescita delle piante e delle verdure. Non capisco perché dobbiamo mangiare le ciliegie a natale e le fragole a febbraio. Se vogliamo salvarci, è importante riscoprire la verità di quel vecchio adagio secondo il quale chi va piano, va sano e va lontano. Dobbiamo quindi cercare di vivere con lentezza, appropriandoci dei nostri tempi naturali a discapito della frenesia imperante e lottando contro chi vuole rubarci il nostro tempo.

lunedì 16 marzo 2015

Uno scrittore che appartiene a quella "provincia dell'intelligenza"



Non sono un acceso lettore di racconti brevi; piuttosto che leggere tante piccole storie raggruppate in un solo libro, preferisco il classico romanzo le cui vicende vengono dipanate attraverso una narrazione più complessa. Io penso che non tutti gli scrittori siano in grado di sintetizzare in poche pagine una storia, sappiano cioè delineare in così poco spazio dei personaggi e delle vicende tali da appassionare il lettore. Anche se il racconto breve può sembrare, apparentemente, una forma di scrittura più accessibile - soprattutto per chi, avendo qualche velleità letteraria, si avvicina per la prima volta alla parola scritta - io credo che se non si possiede il dono della sintesi, abbinato ad una grande capacità creativa, sia davvero molto difficile scrivere - in poche pagine - una storia che abbia una qualche valenza letteraria.

Il libriccino che ho appena finito di leggere - di poco più di 100 pagine, edito da Sellerio – fu scritto nel 1995 da Sebastiano Addamo, uno scrittore e poeta siciliano che appartiene a quella vasta schiera di autori “dimenticati” e quasi sconosciuti. Come spesso accade quando non si conosce un autore, sono rimasto colpito dal titolo “Non si fa mai giorno” che mi ha indotto prima a dargli un’occhiata in libreria e poi a comprarlo. E devo dire che non me ne sono affatto pentito perché il libro, strutturato in cinque brevi racconti, merita tutto il mio apprezzamento per la sua alta qualità letteraria. Credo che a volte sia davvero arduo, se non azzardato, parlare di certi libri così trascurati, quando le librerie – lo sappiamo bene - brulicano di tante novità editoriali e di autori cosiddetti “affermati”. Io però, lo ammetto, quest’ultimi non li digerisco e mi rifugio quasi sempre tra i grandi della letteratura o tra quelli un po’ “stagionati” che a mio avviso meriterebbero una giusta e diversa collocazione. Come Sebastiano Addamo, questo scrittore appartato che proveniva, come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia, da quella “provincia dell’intelligenza da dove spesso arrivano le pagine più suggestive e più capaci di trasportare per strade lontane e inattese”. E quella provincia era Catania, dove lo scrittore nacque nel 1925 e dove si spense all’età di 75 anni: provincia dell’intelligenza ma anche provincia sonnacchiosa e abitudinaria, dove non succedeva mai nulla di importante, anche perché, come dice un personaggio dei suoi racconti “non ci sono, in sé, cose importanti e cose non importanti, dato che gli eventi ci riguardano e noi siamo pur sempre la misura di tutto”.

I protagonisti di questi cinque racconti sono essenzialmente dei perdenti “davanti ai quali la vita passa come un fiume, e loro stanno sulla riva e si scostano se l’acqua li lambisce”. Come, in particolare, quel giudice “padrone delle sottigliezze della legge e degli uomini” descritto nel primo racconto, immerso sempre fra i suoi codici, il necessario spartiacque della sua esistenza, in piena crisi esistenziale e coniugale. Così come perdenti sono pure i quattro amici che ritroviamo nel secondo racconto intitolato “noia a Catania” - secondo me quello più illuminante - figli di quella provincia quasi del tutto scomparsa, con la sua quotidiana monotonia ed i suoi riti immutabili nel tempo. “…erano invecchiati adagio adagio, tra lavoro, casa, bar, facendo qualche figlio e riempiendo mucchi di registri. (…) Le abitudini s’erano impadronite di loro, e loro vi stavano acquattati come lucertole al sole, ciascuno nel proprio cantuccio, attento a non scalfire il ritmo dei giorni e degli anni, oppressi intanto e confortati da una reiterazione senza fine, e Catania si stendeva intorno a loro, era cresciuta mentre loro invecchiavano, caparbia e sonnolenta come la lava dei suoi palazzi, quella pietra nerastra e dura ma porosa di caldo e di salmastro”.

E perdente è anche quell’impiegato del racconto “il cuore della legge” che si ritrova per caso in mezzo ad una rapina in una gioielleria e, mentre scappa assieme al rapinatore, viene preso e processato suo malgrado. Perché il caso spesso “decide gli eventi, giunge inappuntabile e definitivo, quasi losco, scompiglia il giorno”.

Sono racconti che si possono leggere - così come riportato nella quarta di copertina del libro - alla maniera di “storie di orfani di una provincia che non c’è più: una crepa nella loro giornata li precipita dove mai avrebbero creduto”. E per loro non si fa mai giorno.

lunedì 9 marzo 2015

A chi giova l'ingresso gratuito nei musei?



A partire dal mese di luglio dello scorso anno è cambiato il sistema tariffario dei musei statali e dei siti archeologici, grazie ad un decreto del Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Dario Franceschini che prevede, tra l’altro, la possibilità di visitare musei e siti archeologici, gratuitamente, la prima domenica di ogni mese. Un’iniziativa che appare lodevole e degna di apprezzamento. E così, la prima domenica del corrente mese – dopo aver consultato la lista dei luoghi statali della cultura della mia città (abito a Roma) - ho voluto personalmente saggiare questa novità scegliendo – quale prima visita - la Galleria di Arte Antica ospitata all’interno di un palazzo magnifico, fatto costruire dalla potente famiglia Barberini quando salì al soglio papale, con il nome di Urbano VIII, il cardinale Maffeo Barberini. Un palazzo iniziato nel 1627 sotto la direzione dell’architetto Carlo Maderno, cui subentrò Gian Lorenzo Bernini nel 1629 con il contributo successivo del giovane Francesco Borromini.

Avevo già visitato anni addietro questo importante Museo – pagando allora un regolare biglietto – il cui percorso espositivo è articolato secondo una successione cronologica che tiene conto della varie scuole pittoriche e comprende le opere di alcuni dei più grandi artisti della nostra storia dell’arte: da Andrea del Sarto a Giovanni Baglione, dal Bronzino al Caravaggio, da Giulio Romano al Guercino, da Pietro da Cortona a Raffaello da Guido Reni a Tiziano. E tantissimi altri.

Mentre mi apprestavo ad entrare, risucchiato da una folla vociante simile ad un fiume in piena (diamo un’occhiata, tanto è gratis, l’ho sentito da alcuni che passavano per caso da quelle parti), mi è venuto da pensare a quanti sostengono che tutti i beni artistici ed architettonici del nostro Paese, ed in particolare i musei, dovrebbero essere offerti gratuitamente affinché il cittadino medio possa abituarsi all’arte e che tali luoghi, dove già è tanto se si entra una volta, ma raramente si torna, diventino spazi familiari e rientrino nelle abitudini di ognuno. Punti di vista rispettabili.

Comunque, vista la grande confusione che già si preannunciava nel giardino antistante il museo, mi chiedevo perché mai l’arte dovrebbe essere a sbafo  e la televisione pubblica, invece, debba avere un canone annuale. Chissà in base a quale logica la TV ha il compito di informare il cittadino, ma a pagamento, mentre l’arte dovrebbe forgiarlo culturalmente in forma gratuita. E così – con questi pensieri non in linea con i sostenitori del “tutto gratis” - dopo aver percorso l’elegante e maestosa scala elicoidale opera del Bernini, mi sono trovato al cospetto, al piano nobile, della più sfarzosa e monumentale sala del palazzo, la cui volta fu affrescata da Pietro da Cortona. Il mio rinnovato stupore per la bellezza di quel salone è stato pari alla incredulità che ho provato nel vedere così tanta gente lì assiepata che brandiva, contemporaneamente, un telefonino e anziché ammirare in silenzio, fotografava tutto ciò che c’era da guardare. Ma non solo. Di fronte alla “Betsabea al bagno” dipinto di Jacopo Zucchi, non sono mancate le battutacce sulle “grosse tette” della protagonista dell’opera e al cospetto del grande quadro di Caravaggio “Giuditta taglia la testa ad Oloferne” c’è stato chi non ha rinunciato all’ultima moda in fatto di fotografie: farsi un selfie. Tutto questo mentre intorno brulicava una folla più disposta a ridere e a scherzare che non ad osservare i capolavori per i quali si era lì riunita. Dopo oltre un’ora, sono uscito frastornato, ma non per la sindrome di Stendhal – che pure avrebbe potuto colpire qualche visitatore più sensibile in una situazione di normalità - ma per quel brusio e quel chiacchiericcio continuo che hanno accompagnato l’intera visita. Per quella calca disordinata e vociante, parte della quale non interessata affatto all’arte, che ha letteralmente invaso un luogo in cui, se non fosse stato per l’ingresso gratuito, non vi avrebbe messo mai piede.

Si dirà: l’arte appartiene a tutti e quindi bisogna dare la possibilità di conoscerla anche a coloro che non se la possono permettere pagando un biglietto. D’accordo! Anche se c’è chi è disposto a spendere centinaia e centinaia di euro per uno smartphone ultimo modello, o 50 euro allo stadio per una mediocre partita di calcio, ma si lamenta se deve sborsare 7 euro per un museo. In ogni caso, a prescindere da quelle che possono essere le reazioni emozionali di ognuno di noi di fronte alla “bellezza” – che nascono essenzialmente dal modo di pensare di chi guarda, dalla sua sensibilità, dai suoi principi morali e dalla sua cultura - non è pensabile che non si riesca a regolarizzare il grande afflusso di visitatori, in una giornata in cui l’entrata al museo è gratuita, quando anche alle poste viene regolato l’accesso agli sportelli  nelle ore di maggiore affluenza. Tutto ciò va naturalmente a discapito della qualità complessiva della visita che non sopporta l’affollamento: se ci sono di continuo persone che ti passano davanti non si riescono nemmeno a vedere i quadri esposti. E’ come andare ad un concerto dove la gente fa tanto di quel baccano da non poter sentire la musica.

E’ altrettanto evidente che l’arte non può essere offerta gratis: è come svilirla. Ha un suo valore anche economico che va preservato e rispettato. Altrimenti perché non consentire, una volta all’anno, il libero ingresso anche alla “prima” della stagione lirica al teatro della Scala di Milano? Perché lo Stato non regala un libro ogni anno a tutte le famiglie? Non sarebbe un modo per invogliare le persone a leggere? E’ chiaro che non è così che si eleva il livello culturale di un paese. Queste giornate dedicate alle visite museali gratuite, nonostante il successo di pubblico assicurato (noi italiani, si sa, corriamo a frotte dove se magna gratis, ma se dobbiamo mettere mano al portafogli, diventiamo inappetenti), secondo me non portano le persone a “vivere l’arte” nella giusta maniera ma costituiscono - per la maggior parte degli interessati - solo un pretesto per cambiare aria la domenica; e per il Ministro, che ha ideato la proposta, un facile e demagogico sistema per racimolare qualche consenso in più.

giovedì 5 marzo 2015

Chesil Beach



Chesil Beach è un romanzo di Ian McEwan, uno scrittore inglese che gode di molta popolarità anche in Italia. Lo regalai, tempo fa, ad una mia collega che lo apprezzò moltissimo. Devo dire che, per evitare brutte sorprese, difficilmente regalo un libro che io non abbia già letto. Ho la presunzione di pensare che se quel tale romanzo mi è piaciuto, possa interessare anche alla persona cui è diretto, conoscendo un po’ le curiosità culturali della stessa. D’altra parte, sarebbe come consigliare ad un amico la visione di un film, senza averlo visto, o elogiare la prelibatezza di un piatto culinario, senza prima averlo assaggiato. Chesil Beach è un piccolo gioiello della letteratura dei nostri tempi (anche se il titolo lo trovo brutto), perché attraverso una prosa leggera e piacevole - nonostante un finale alquanto triste - sa coinvolgere emotivamente il lettore, con descrizioni acute e dettagliate dell’animo dei suoi personaggi.

Non tutti gli scrittori sono capaci di descrivere l’amore e il dramma di una vicenda sentimentale che vede protagonisti - nell’arco di tempo di poche ore, in un antiquato hotel vicino alla spiaggia di ciottoli di Chesil Beach - due giovani sposi digiuni di esperienze sessuali, nell’Inghilterra degli anni sessanta. Ebbene McEwan, con uno stile personalissimo, è riuscito perfettamente a raccontare questa storia che è insieme un contenitore di tensioni emotive e di aspettative erotiche. Ma è anche la vicenda di una breve e fallimentare esperienza amorosa, vissuta con apprensione dai due giovani protagonisti, prima di coricarsi sul letto a baldacchino e consumare la loro prima notte di matrimonio.

Un libro godibile che affronta il tema, sempre molto attuale, dell’incomunicabilità di coppia, dove l’amore tra gli sposi non riesce a superare le convenzioni sociali e le aspettative deluse, dove i veri protagonisti sono le parole non dette e le situazioni non affrontate. E allora dopo il “pasticcio” di quella prima notte, come lo chiamano entrambi, avvertiamo immediatamente il precipitare della situazione e ci chiediamo come sia possibile che due innamorati come Florence ed Edward, legati da un sentimento di amore fortissimo, possano fermarsi e bloccarsi dinanzi a un banale e spesso ricorrente “incidente” di percorso.

 


giovedì 26 febbraio 2015

Un uomo che voleva essere uno zero assoluto



Ci sono certi personaggi letterari - nati dalla penna di alcuni grandi scrittori - che godono della mia appassionata simpatia e meritano tutto il mio affetto: sono gli “ultimi”, quelli che chiamano inetti e che hanno difficoltà a vivere una vita cosiddetta normale. Devo pertanto ammettere che non amo in modo particolare le persone che vincono sempre, che hanno successo e che conducono una esistenza brillante e soddisfacente. Costoro mi annoiano, non li sopporto, non hanno nulla da insegnarmi. Preferisco piuttosto gli incerti, quelli che hanno sbagliato strada, che sono sempre alla ricerca di qualcosa, ma non sanno mai quale. Perché forse cercano se stessi attraverso gli altri e questo loro cammino esistenziale spesso diventa anche il mio.
Insomma, ad un arrampicatore sociale come Geoges Duroy, il protagonista del romanzo “Bel-ami” di Maupassant preferisco, per esempio, uno sconfitto dalla vita come Alfonso Nitti, il personaggio descritto da Italo Svevo nel suo libro “Una vita”. Oppure uno come Jakob von Gunten - dell’omonimo romanzo di Robert Walser che ho appena finito di leggere - il quale voleva addirittura essere uno zero assoluto “un magnifico zero rotondo come una palla”.
 
 E per raggiungere questo estremo e poco qualificante obiettivo, il nostro eroe frequenta uno strano ed insolito istituto (il Benjamenta), dove i professori non gli danno mai compiti; l’unico insegnamento che gli viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcare nel suo animo due essenziali qualità: pazienza e ubbidienza. E’ un istituto che invece di formare la personalità dei suoi allievi con lo studio, cerca di demolirla attraverso la negazione del pensiero, la disciplina e le rinunce. “A che servono a un uomo i pensieri e le idee – dice Jacob – se ha la sensazione di non saper cosa farsene?”. E allora è meglio non pensare, perché “chi pensa s’impenna”. La fedeltà, lo zelo, l’altruismo discreto e servizievole sono le sue principali virtù. Non sa figurarsi niente di più bello dell’ubbidienza, della disciplina e dell’attenzione verso gli altri.
Per capire la psicologia di Jakob von Gunten non si può prescindere dalla vita del suo autore, questo candido e raffinato scrittore svizzero (era il preferito di Musil e Kafka) che visse quasi sempre tra Zurigo e Berlino e proprio in quest’ultima città frequentò una scuola per domestici che gli suggerì l’arte ossequiosa del servire, che traspare con forza prorompente nelle sue storie. Si può senz’altro affermare che tutti i suoi libri sono autobiografici: è sempre lui - il mite e riservato scrittore Robert Walser - che si cela dietro i suoi personaggi i quali fanno dell’assenza la propria ragione di vita, in antitesi all’atteggiamento presenzialista della società in cui noi oggi viviamo, dove l’apparire è più importante dell’essere, dove la visibilità ha più valore della discrezione.

Il talento letterario di Walser fu riconosciuto solo dopo la sua morte, che avvenne il giorno di Natale del 1956: si accasciò sulla neve, durante la sua solita passeggiata che soleva fare tutti i giorni da quando – all’età di 50 anni – era stato trasferito (o forse aveva volontariamente deciso di rinchiudersi) in una clinica psichiatrica. Egli stesso aveva previsto e descritto la sua morte, ventotto anni prima, in un suo celebre libro “I fratelli Tanner” quando racconta che il protagonista del romanzo, Sebastian, “doveva essersi accasciato lì per una grande stanchezza che non riusciva più a sopportare (…) e si aveva la sensazione che non fosse in grado di affrontare la vita e le sue fredde esigenze”.
Se fosse vissuto ai giorni nostri avremmo potuto dire che Walser non amava la ribalta mediatica. “Chiunque abbia da far mostra dei suoi successi e riconoscimenti – dice Jakob – lo si vede quasi ingrassare, nutrirsi di compiacimento, gonfiarsi per la forza della vanità fino a diventare un pallone irriconoscibile. Dio preservi la brava gente dagli applausi della massa. Anche se non diventano cattivi, perdono la testa e s’infiacchiscono”. Parole emblematiche che dipingono bene la vanità di certi personaggi che cavalcano la cronaca dei nostri tempi. E poi, dobbiamo riconoscergli quel particolare intuito con cui aveva saputo anticipare alcune caratteristiche della nostra società consumistica, quando affermava che “ci impadroniamo prima di una cosa, poi di un’altra, e una volta che ce ne siamo impadroniti, quasi quasi è essa che ci possiede. Non siamo noi a possederla, ma, al contrario, quello che credevamo essere una nostra conquista, finisce poi col dominarci”. Non siamo forse posseduti dalle nostre meravigliose macchine? Non siamo forse diventati schiavi delle nostre sofisticate conquiste tecnologiche?
Con una prosa tenera, ironica, a volte malinconica, Jakob Von Gunten/Walser ci insegna che per rimanere puri bisogna scendere dal piedistallo del successo mondano e della gloria e non vantarsi del proprio albero genealogico e del proprio potere. Ci ricorda che si può essere perfettamente tranquilli e sereni pur non essendo scalatori sociali ma semplici individui sperduti e dimenticati nell’immensità della vita: basta saper aspettare e nello stesso tempo saper tendere “l’orecchio verso la vita, verso quella pianura che si chiama mondo, verso il mare con le sue tempeste”.

venerdì 13 febbraio 2015

Televisione e giornali: dateci oggi il nostro delitto quotidiano



Siamo sottoposti quotidianamente ad una dose massiccia di cronaca nera sia da parte della televisione (che la fa da padrone) che dei giornali e delle riviste specializzate; viviamo in una sorta di terapia intensiva a base di inalazioni indiscriminate di delitti familiari e di brandelli di orrore a tutte le ore del giorno. Non si salva nessuno da questa truce mattanza dell’informazione e, nessuno, può considerarsi al riparo dai crimini che ci vengono somministrati con estrema regolarità. I mass media fanno a gara a chi arriva prima sulla tragedia, si fiondano come avvoltoi sulla preda, per darla poi in pasto ad un pubblico sempre più vorace che, con malcelato godimento, segue le varie puntate dell’ultima disgrazia familiare. E come diceva Popper, il pubblico accetta questi spettacoli purché “ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo. Il fatto è che più si impiega questo genere di spezie più si educa la gente a richiederne. E questo è quello che è accaduto anno dopo anno da quando la televisione è partita: spezie più forti sul cibo preparato perché il cibo è cattivo e con più sale e più pepe si cerca di passar sopra anche a un sapore disgustoso”.
Pertanto, tra commenti e commozione mentre sorbiamo il cappuccino del mattino, tra rabbia e sgomento mentre sediamo a tavola con i nostri familiari all’ora di cena, ci appassioniamo morbosamente alla spettacolarizzazione del dolore, seguiamo tutti i delitti minuto per minuto che generano discussioni sempre molto accese tra due gruppi contrastanti: gli innocentisti da una parte e i colpevolisti dall’altra. Costoro stanno “fuori” come sfigati spettatori, mentre i soliti noti, invece, (criminologi di grido e uomini dello spettacolo, psicologi e psichiatri, vittime e parenti delle vittime) stanno “dentro” (la televisione o le prime pagine dei giornali) a pontificare in qualità di esperti o di testimoni dei fatti, anche se i primi venderebbero l’anima pur di essere presenti in quei salotti trash, per raccogliere spiccioli di notorietà. Magari davanti ad un plastico che ricostruisce in scala la casa o il luogo in cui si è verificata la tragedia familiare del momento. Spettacoli dell’orrore, il più delle volte discutibili, volgari e offensivi della dignità umana che generano, comunque, commozione e angoscia. Spettacoli che comunque ci rassicurano, perché l’orrore che vediamo riguarda sempre gli altri; le efferatezze ci lambiscono ma non ci toccano personalmente, le guardiamo con un certo sollievo, anche se misto a turbamento, perché non ci appartengono. E seguiamo sempre quelle vicende per sentirci normali, in un mondo – quello rappresentato – di violenti e di pazzi.

Ma non sempre è così. Scriveva giorni fa sul “Fatto Quotidiano” Daniela Ranieri che a volte il pubblico che assiste e commenta questi delitti vuole anche “affogare le sue remore nella cronaca più sinistra, e provare l’infima voluttà di scaricare su qualcun altro la fatica di ciò che esso non ha il coraggio di fare: ammazzare la suocera, massacrare il socio in affari, disfarsi di ciò che grava sulla sua vita: le responsabilità, il destino, la sventura di non essere famoso”. E già, perché i protagonisti della cronaca nera - siano essi vittime che carnefici – assurgono a personaggi famosi, a divi della carta patinata e del pettegolezzo; li chiamiamo per nome (valga per tutti quel “zì Michele” del delitto  Avetrana), diventano persone di casa, come se fossero nostri familiari, nostri amici, diamo loro tutto il nostro sostegno se li riteniamo innocenti, ovvero li condanniamo e li disprezziamo se l’intuito investigativo che ci sorregge li considera colpevoli. Personaggi, questi, che appaiono sorridenti e in pose da divi sui settimanali specializzati di cronaca nera ( e non solo) come “Giallo cronaca”, una rivista che vende più copie di qualsiasi altro giornale. Solo la Gazzetta dello Sport riesce ad ottenere più lettori. Come a dire che la cresta multicolore di Balotelli o i tatuaggi di De Rossi seducono più del pizzetto biondo di Massimo Bossetti, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio.
Sono gli eroi negativi della nostra società, i paladini del male che meritano la stessa visibilità dei divi dello spettacolo, la stessa attenzione mediatica che si riconosce ad un grande avvenimento sportivo. La curiosità morbosa vince su ogni altra considerazione e tutto passa in second’ordine: la disoccupazione giovanile, le imprese che chiudono, gli stipendi che non bastano, la sanità che non funziona, la libertà di stampa e di espressione, la corruzione. Tutto svanisce come neve al sole di fronte allo show incessante del dolore. Ma c’è da chiedersi: è normale tutto questo? È normale che delle persone psicologicamente stabili possano diventare i fan o i difensori di presunti assassini oppure rivendicare il diritto di piangere la vittima, purché venga ripresa dai riflettori di una telecamera? Ai posteri l’ardua sentenza.

lunedì 9 febbraio 2015

Siamo destinati a ritornare nel Pleistocene ?!



Non saprei come classificare questo libro: un romanzo fantascientifico, oppure un saggio sulla storia dell’evoluzione umana o piuttosto un racconto anacronistico e metaforico sulle prime invenzioni dell’uomo. Non saprei in quale settore narrativo riporlo, volendo riordinare gli scaffali di  un’ipotetica libreria. E’ un testo che si allontana un po’ dai classici generi letterari e, in quanto difficilmente catalogabile, avrebbe potuto allontanare un lettore come me, più attento alle certezze narrative. Ma, proprio grazie a questa varietà di interpretazioni, l’opera letteraria di Roy Lewis “il più grande uomo scimmia del pleistocene” ha incontrato il mio particolare favore. E’ un romanzo molto originale, al di là della sua forza umoristica, la cui lettura offre lo spunto per fare innumerevoli riflessioni sulla modernità, su questo continuo e illimitato sviluppo tecnologico e sulle sue infinite distorsioni e aberrazioni. Ma è anche uno scritto che ci fa capire quanto lunga e difficile sia stata la storia dell’evoluzione socio-scientifica del genere umano, nonostante la sua efficace vis comica.

Lo scrittore inglese ci riporta indietro nel tempo di circa 3 milioni di anni, nell’Africa Centrale del Pleistocene, dove vive una numerosa famiglia di cavernicoli o uomini scimmia, i cui componenti si esprimono con un anacronistico e divertente linguaggio moderno. Sembra quasi che gli stessi personaggi, pur vivendo in un’epoca primordiale, già si identifichino in certe espressioni tipiche dei nostri tempi e della nostra cultura. Pare che vogliano precorrere i tempi, pur non avendo ancora le basi della conoscenza.

I protagonisti principali sono i due fratelli Edwards e Vania (zio Vania, per il nipote che è anche la voce narrante). Il primo è uno strenuo sostenitore del progresso e dello sviluppo in tutte le sue forme, sempre ispirato da una grande creatività, una sorta di antenato di Leonardo da Vinci, che si appresta a fare le sue grandi scoperte scientifiche; il secondo è invece un moderato conservatore che non vuole forzare la natura, perché teme gli impatti negativi che le invenzioni potrebbero avere sull’ambiente circostante. Questa diversità di vedute e di condotta li porta spesso a litigare, come quando discutono sull’opportunità o meno di avere un fuoco nelle notti fredde.  Secondo zio Vania il fuoco rappresenta una sorta di vulcano attivo che avrebbe finito per distruggere le foreste e la natura (...e come non dargli ragione, visti gli scempi moderni); per Edwards (che l’ha scoperto), è invece uno strumento affascinante, con potenzialità incredibili: ci si può difendere dagli animali feroci, cuocere i cibi, temperare le lance. Inoltre, con questa fondamentale scoperta, i nostri ominidi possono finalmente scendere dagli alberi, su cui avevano sempre vissuto lontano dai pericoli, e sistemarsi in una bella caverna, “la più lussuosa della zona”, dopo aver cacciato gli orsi che vi abitavano.

E quando Edwards arriva a progettare anche l’arco con le frecce, per la prima volta quel nostro antenato prende coscienza della propria forza: il fuoco e l’arco possono rendere invincibile il gruppo a cui egli appartiene, sono in grado di assoggettare altre popolazioni e conquistare altri territori.  Ma queste invenzioni si riveleranno fatali per il suo inventore.

“La natura non sta dalla parte del più forte” dice Edwards ai suoi figli, “ma dalla parte della specie che sa far valere un vantaggio tecnologico sull’altra” . E’ una frase simbolica quella che l’autore fa dire al nostro personaggio, l’espressione che sintetizza metaforicamente il percorso egemonico  delle varie civiltà storiche che si sono susseguite nel corso dei millenni e riassume il principio su cui si basa il potere dominante di qualsiasi epoca.  E’ l’esordio, sulla scena del mondo, della potenza tecnologica che - se nell’Africa del Pleistocene poteva essere rappresentata dal fuoco o dall’arco, attraverso i quali la “specie” poteva far valere la sua forza - nei tempi moderni è senz’altro raffigurata dalle armi di distruzione di massa, capaci di distruggere uomini e cose. Mi viene in mente a questo punto una famosa frase di Albert Einstein il quale affermava: “Non so con quali armi verrà combattuta la Terza Guerra Mondiale, so però con quali armi verrà combattuta la Quarta: con la clava”. Siamo destinati, quindi, ad un ritorno al passato? ...Un ritorno nel Pleistocene con l’arco e le frecce?