domenica 12 giugno 2016

Quando non esisteva il cellulare...



Quando non esisteva il cellulare, c’era ancora la privacy, e se avevi la necessità di fare urgentemente una telefonata fuori casa, le solide porte a fisarmonica di una cabina telefonica ti proteggevano da occhi e orecchie indiscrete;
quando non esisteva il cellulare, un momento per staccare dal lavoro si trovava sempre, a pranzo si poteva finalmente chiacchierare con chi ti stava seduto accanto, nessuno ti poteva disturbare al mare o il giorno del matrimonio di tuo figlio;

quando non esisteva il cellulare, era ancora possibile ascoltare quel rigenerante e rispettoso silenzio di fondo nei ristoranti, nei bar, sui treni, sugli autobus, negli ascensori, ai funerali, nelle sale di attesa;

quando non esisteva il cellulare, nessuno ti poteva controllare, pedinare, spiare, seguire passo dopo passo;

quando non esisteva il cellulare, si poteva leggere in santa pace nello scompartimento di un treno, tanto la signora che ti sedeva di fronte si addormentava subito a bocca aperta;
quando non esisteva il cellulare, guardavi sempre con commiserazione quel povero matto che per strada gesticolava e parlava da solo ad alta voce;

quando non esisteva il cellulare, era facile incontrare sui mezzi pubblici qualcuno che leggeva un libro, sfogliava un giornale o chiacchierava col vicino;
quando non esisteva il cellulare, la gente era meno ansiosa perché non doveva fare uno squillo ad ogni passo;

quando non esisteva il cellulare, nessuno ancora era affetto dalla sindrome da macchina fotografica;
quando non esisteva il cellulare, nessuno ancora immaginava che un giorno un piccolo strumento potesse diventare la peggiore tra le schiavitù;

quando non esisteva il cellulare, l’idiota non era facilmente riconoscibile perché non parlava;
quando non esisteva il cellulare…

mercoledì 8 giugno 2016

Passione e delitto in una Sicilia crudele



Il romanzo verista nacque e si sviluppò in Italia nella seconda metà dell’Ottocento, sull’esempio del naturalismo francese. Può essere letto come una sorta di strumento di analisi sociale che si ispira al mondo reale e che racconta, innanzitutto, vicende legate alle difficili condizioni di vita delle classi più umili del Mezzogiorno d’Italia. Gli scrittori siciliani Luigi Capuana, Giovanni Verga e Federico de Roberto sono considerati i maggiori interpreti del verismo italiano. In particolare il Capuana, utilizzando una sottile e profonda analisi introspettiva dei suoi personaggi, scruta le inquietudini, le ossessioni e le paure da cui gli stessi sono tormentati e racconta storie realmente accadute o comunque legate in qualche maniera a luoghi e realtà del territorio siciliano.
“Il marchese di Roccaverdina”, pubblicato nel 1901, è da tutti considerato il suo autentico e indiscusso capolavoro letterario. Un libro che (ahimè!) non avevo letto e di cui portavo solo lontani ricordi scolastici legati, appunto, allo studio del verismo italiano. Credo che il testo sia fuori produzione e, pertanto, non me lo sono lasciato sfuggire quando l’ho intravisto (un po’ ingiallito) sui banchetti di un mercatino dell’usato, nella prima edizione edita da Garzanti nel 1970. E devo dire che - a lettura ultimata - il mio giudizio sull’opera resta decisamente positivo. Lo consiglio, pertanto, agli amanti della buona letteratura, anche se non è mia abitudine dare suggerimenti per gli acquisti. Sempre che riusciate a trovarlo, naturalmente!

Il protagonista del romanzo è un aristocratico proprietario terriero che vive in solitudine, arroccato nel suo vecchio palazzo sulle pendici di un paesino nella Sicilia di fine Ottocento. Viene accudito come un figlio, da più di quarant’anni, da una vecchia nutrice che lui chiama affettuosamente mamma Grazia. Gli fa spesso visita il suo avvocato, Don Aquilante, “che pretendeva di vedere gli spiriti e di parlare con loro”, a cui affida tutte le sue liti e tutti i suoi affari. E poi di tanto in tanto viene a trovarlo il cavalier Pergola, suo cugino, “il baldo bestemmiatore, il feroce odiatore d’ogni religione e dei preti” che gli prestava qualcuno dei suoi libri proibiti che lui legge “per fortificarsi, quando i suoi convincimenti vacillavano”; e poi  non mancano le visite dello zio don Tindaro, fiero della sua collezione di vasi antichi e di statuette e di Don Silvio, il prete del paese, custode di un terribile segreto. Il marchese ama comandare ed essere ubbidito, ed ama in maniera quasi viscerale le sue terre  ma non i contadini che le lavorano, da lui trattati come schiavi. Ha in mente grandi progetti agrari che vuole attuare sfruttando i suoi possedimenti terrieri.
I guai esistenziali ed i tormenti interiori di questo signorotto iniziano il giorno in cui decide - con un vero e proprio atto di forza che scaturisce dal suo potere - di far sposare la bella e fedele donna di servizio (Agrippina Solmo) -  sua amante da oltre dieci anni - al devoto fattore (Rocco Criscione), il quale si impegna sotto giuramento a trattarla come una sorella e quindi ad essere suo marito soltanto di nome e non di fatto. Antonio Schiradi, marchese di Roccaverdina, con questo espediente – pur continuando ad avere a sua disposizione la giovane amante - intendeva salvare le apparenze e porre fine ai mugugni dei suoi familiari, i quali temevano che potesse sposarla infrangendo così quella regola sociale secondo cui un uomo del suo rango non doveva né poteva sposare una donna di umili condizioni. Ma il sospetto che i due non mantengano i patti comincia ad infiltrarsi nell’animo del marchese ed a corrodere inesorabilmente la sua mente. Egli, pensando all’infame tradimento che quei due ingrati e spergiuri gli avevano fatto o stavano per fargli, all’improvviso si sente sfuggire di mano la situazione e un pensiero fisso inizia a ribollire nel suo cervello offuscandogli la ragione. E quando crede, in base alle sue vere o false supposizioni, di non poter più dubitare, quando si accorge che la gelosia non gli dà più tregua e sembra ormai divorarlo, uccide a tradimento il suo fattore. Il delitto e la successiva condanna di un uomo innocente (che morirà in carcere) finiscono per generare nel marchese profonde inquietudini e laceranti rimorsi che cominciano a perseguitarlo in ogni momento della sua giornata. La sua volontà, la sua fierezza di uomo potente sembrano affievolirsi, logorate da quell’intima voce che minaccia di elevarsi tanto più forte, quanto più egli cerca di soffocarla, tant’è che “egli provava la strana sensazione di camminare su un terreno poco solido, che avrebbe potuto da un momento all’altro sprofondarglisi sotto i piedi. (…) Quando s’immaginava di aver domato o vinto quel tormentoso nemico interiore, lo vedeva insorgere, tornare all’assalto più vigoroso e più insistente di prima. Ogni tregua riusciva illusoria; ogni mezzo messo in opera, un palliativo che lo calmava per qualche tempo ma non guariva radicalmente”. Per dimenticare, decide di iniziare una nuova vita sposando la donna che era stata la sua passione giovanile con l’intendimento di mescolarsi con gli altri e di non stare più da solo, come aveva fatto fino a quel momento. Inoltre, vincendo la sua ripugnanza per la politica, decide anche di partecipare come candidato all’elezione del Sindaco del paese. Ma tutto sembra vano.
Ci sono aspetti autobiografici in questa vicenda, anche se nella realtà non si è verificato alcun delitto. Infatti il Capuana – come si legge su Wikipedia – “ebbe una relazione amorosa con una ragazza analfabeta, Giuseppina Sansone, che era stata assunta come domestica dalla sua famiglia. Da questa relazione nacquero parecchi figli, che finirono però tutti all'ospizio dei trovatelli di Caltagirone. Non era infatti pensabile a quell'epoca che un rispettabile borghese riconoscesse come suoi i figli nati dalla relazione con una donna di bassa estrazione sociale. La “Beppa di Don Lisi” rimase con lui fino al 1892, quando, proprio per volontà dello scrittore, sposò un altro uomo”.
Usando un linguaggio il più possibile aderente al mondo rappresentato e con uno stile asciutto, trascinante e del tutto impersonale, Luigi Capuana ci offre un grande libro, un affresco crudo e realistico della società e del sottosviluppo economico e culturale della Sicilia di fine Ottocento. Ma soprattutto lo scrittore siciliano, nel descrivere lo scavo psicologico del protagonista, con notevole abilità narrativa, riesce a coinvolgere emotivamente il lettore nel dramma umano ed esistenziale del suo personaggio.

martedì 31 maggio 2016

L'amicizia secondo Proust



“…stupisce scoprire come Proust avesse un’idea piuttosto pessimistica dell’amicizia, e quanto fosse limitato il valore che attribuiva alle sue amicizie, o a quelle di chiunque altro. A dispetto delle sue doti di brillante conversatore e amabile ospite, Proust riteneva:
- che avrebbe potuto fare ugualmente amicizia con un divano

<< L’artista che rinuncia a un’ora di lavoro per conversare con un amico sa di sacrificare una realtà per qualcosa che non esiste (gli amici essendo tali solo in quella dolce follia che ci prende nel corso della vita, alla quale ci prestiamo, ma che dal fondo della nostra intelligenza consideriamo l’errore di un folle che creda vivi i mobili e conversi con loro).>>

- che parlare è un’attività futile
<< Conversare, che è il modo in cui si esprime l’amicizia, significa perdersi in superficiali divagazioni, che non ci danno niente che valga la pena acquisire. Possiamo parlare per una vita senza fare altro che ripetere all’infinito la vacuità di un minuto.>>

- che l’amicizia è uno sforzo inutile
<<… diretto a farci sacrificare la sola parte vera e incomunicabile (se non per mezzo dell’arte) di noi stessi a un io superficiale.>>

- e che l’amicizia alla fin fine non è che
<<… una bugia che cerca di farci credere che non siamo irrimediabilmente soli.>>

“Ciò non vuol dire che fosse un insensibile, o che fosse un misantropo, o che non avesse il desiderio di vedere degli amici (…) Semplicemente, Proust diffidava delle dichiarazioni troppo esaltate in favore dell’amicizia…”

tratto da “Come Proust può cambiarvi la vita”
di Alain De Botton – Guanda Editore

 

domenica 29 maggio 2016

Passione


M'affascina
il tuo colore biondo grano,
e mi conturba,
m'attrae
la tua pelle ruvida,
odorosa di antichi,
genuini sapori...
Sei così bella,
così calda...
desiderabile,
e il tuo profumo
riaccende atavici istinti
in tutto il mio essere.
Mi sei mancata,
e la tua assenza
ha spalancato
terribili voragini di vuoto
dentro me...
Ma ora
sei qui,
finalmente mia...
distesa
nel verde...dell'insalata,
impareggiabile,
fantastica...
cotoletta alla milanese....

Giorgio Alessandro Bonnin

martedì 24 maggio 2016

Povera gente



“Ah, come avvilisce un uomo, la miseria!”

Quando il romanzo “Povera gente” fu dato alle stampe nel 1846, il suo autore Fedor Dostoevskij aveva solo 24 anni ed era un perfetto sconosciuto. Bastò quella prima pubblicazione per lanciarlo nel firmamento della letteratura mondiale. La critica lo acclamò come il nuovo Gogol.

Due sono i protagonisti principali della narrazione: Makàr, un attempato e oscuro impiegato, un brav’uomo, incapace di fare del male al prossimo, che vive relegato in una umile pensioncina, proprio di fronte al caseggiato in cui conduce la sua esistenza una giovane ragazza molto povera di nome Varvara. E’ un romanzo epistolare che racconta la società indigente della Russia zarista della prima metà dell’Ottocento e si immerge nella realtà popolare dei sobborghi di San Pietroburgo, con tutti i suoi problemi di sopravvivenza. Sono lettere appassionate quelle che si scrivono Makàr e Varvara, tenere e amare, ma anche piene di buoni sentimenti, sono componimenti a volte struggenti, velati di malinconia, seppure schermati da un incrollabile ottimismo nei confronti della vita e del futuro; sembra quasi che i due soggetti, legati dallo stesso destino, attraverso questa accorata corrispondenza cerchino un reciproco conforto, una sorta di benevola alleanza, per alleviare così quella condizione di estrema povertà in cui appaiono relegati dalle circostanze della vita.

Makàr è un uomo pieno di carità cristiana il quale, nonostante viva in una condizione di estrema indigenza, non sembra demoralizzarsi, anzi appare pieno di ottimismo e cerca di trasmettere questa voglia di riscatto morale e sociale anche alla sua dirimpettaia, di cui sembra intimamente innamorato. Il suo è un sentimento inconfessato che però traspare dalle lettere, sempre piene di affetto e di premura per la sua giovane protetta, lettere che sono diventate la sua unica gioia, la sua esclusiva ragione di vita. Ma la giovane le procurerà un grande dispiacere, quando gli confesserà, nella sua ultima e straziante missiva, che ha preso una decisione irrevocabile…

mercoledì 18 maggio 2016

Gli Italiani: figli della Controriforma?



Per conoscere un po’ meglio la società in cui viviamo e, soprattutto, per cercare di capire chi siamo realmente noi italiani, non basta leggere solo i giornali e seguire passivamente i tanti dibattiti televisivi che vengono trasmessi in proposito. E’ necessario - secondo me - affidarsi ogni tanto a qualche specifica e buona lettura, che possa farci riflettere in solitudine. Mi è capitato di leggere in questi giorni un testo molto interessante, scritto da un grande giornalista e scrittore napoletano di quasi 90 anni, il quale dall’alto della sua esperienza umana e culturale, ha effettuato una sorta di viaggio intorno a noi stessi al fine di scoprire la nostra peculiare identità di cittadini. Mi riferisco ad Ermanno Rea ed al suo saggio “La fabbrica dell’obbedienza” con sottotitolo “il lato oscuro e complice degli italiani”, pubblicato da Feltrinelli nel 2011.
Scrive l’autore che il libro “può essere letto anche come lo sfogo di un cittadino con i nervi a fior di pelle”. E vista la situazione socio-politica in cui ci ritroviamo – tra evasione fiscale, corruzione, disoccupazione giovanile, impunità, ruberie e scandali vari e chi più ne ha più ne metta – e considerate le singolari inclinazioni degli italiani che spaziano dal servilismo all’ipocrisia, dalla superficialità all’opportunismo, la nostra solidarietà non può che andare a quel cittadino con i nervi a fior di pelle. Ma insomma noi Italiani come siamo? Abbiamo qualche responsabilità – oltre naturalmente a quelle endemiche della classe politica che ci governa - se le cose in questo Paese non vanno proprio bene? Se l’Italia non è mai apparsa così malandata, neppure nei suoi momenti più tragici, è colpa solo dei politici che sono diventati dei delinquenti, oppure è anche colpa nostra che li votiamo e li appoggiamo?

L’autore, attraverso un’attenta analisi, sostiene che noi possediamo una diffusa e cieca soggezione per il potente di turno e quindi abbiamo sviluppato una grande abilità nel saltare sempre sul carro del vincitore. Il nostro è un servilismo con prospettiva di lucro o comunque finalizzato ad ottenere anche piccoli e miserevoli vantaggi occasionali. La mancanza di scrupoli, di dignità e di responsabilità etica e civile che ci caratterizzano, deriva essenzialmente – scrive Rea - da un “addomesticamento che si sviluppa nei secoli a partire dalla Controriforma fino ai giorni nostri senza soluzione di continuità”.  Secondo lo scrittore napoletano, prima della Controriforma esisteva il “cittadino responsabile”, nato durante quella magnifica stagione di rinnovamento che va sotto il nome di Umanesimo e Rinascimento. Ancora oggi il mondo intero continua deferente a inchinarsi di fronte a quella “fervida Italia” che va dal Trecento a tutto il Cinquecento. “L’italiano – scrive Rea – comunque lo si voglia giudicare oggi, spunta fuori da lì, proviene da quel “bagliore” fatto di tante luci improvvisamente accese, a cominciare da quella di un idioma che quasi non fa in tempo a nascere e già si incarna in una serie di capolavori che dettano legge ancora oggi: basti pensare a Dante, Petrarca, Boccaccio”. Poi fa irruzione sulla scena la Controriforma, con i suoi obblighi di fedeltà ai papi e alle gerarchie ecclesiastiche, con i suoi roghi (emblematico quello di Giordano Bruno) e con tutte le altre forme di violenza e repressione nei confronti di chi non si adeguava ad dettato della Chiesa; ed è proprio la Controriforma– sostiene ancora Rea - che respinse quell’ homo novus, quel cittadino consapevole appena forgiato dall’Umanesimo sostituendolo con un suddito deresponsabilizzato, vera e propria maschera dell’asservimento e della rinuncia a ogni forma di indipendenza e di libertà di pensiero. Leggiamo nel libro che la permanente egemonia politica e culturale della Chiesa si è rivelata, nel corso dei secoli, come uno dei maggiore ostacoli alla crescita civile del Paese, impedendo la formazione di una coscienza nazionale forte e coesa, ossia di una responsabilità collettiva e individuale. Ma allora, si domanda lo scrittore: siamo destinati a rimanere sempre figli della Controriforma? Sembrerebbe di si, almeno fino a quando la “fabbrica dell’obbedienza” continuerà a produrre consenso verso ogni forma di potere, sia politico che religioso. Nulla sembra cambiato rispetto al passato, tant’è che quel forte desiderio di obbedienza e quella propensione alla cortigianeria e alla complicità che continuano ad abitare dentro di noi ci spingono inesorabilmente tra le braccia di chi comanda, fosse anche il peggiore dittatore, in cerca di protezione e di favori. Non sappiamo dire di NO, “un monosillabo con il quale noi italiani abbiamo da sempre un rapporto difficile” e ce ne freghiamo della libertà e di qualsiasi principio etico, pronti come siamo ad acclamare sempre e soltanto chi ci promette qualcosa.

giovedì 12 maggio 2016

Siamo quello che leggiamo



Amo leggere soprattutto i libri dei grandi scrittori italiani. Mi ritrovo più facilmente tra quelle pagine, sento quegli autori più vicini al mio mondo, alla mia cultura, al mio modo di pensare. E così come preferisco “mangiare italiano”, do la preferenza alle opere che appartengono alla storia della letteratura italiana quando ho necessità di nutrire lo spirito. Devo dire che, almeno fino al conseguimento del diploma di maturità, non sono stato un grande lettore. Ricordo addirittura che faticavo a leggere un testo scolastico come  “I Promessi Sposi”, salvo poi rileggerlo con piacere  almeno un paio di volte, appena terminati gli studi . E’ proprio vero che la scuola, con le sue imposizioni, i libri a volte te li fa odiare piuttosto che amare. Diciamo che sono diventato un lettore abbastanza assiduo dopo i trent’anni.
Mi sono formato prima di tutto sui grandi autori della letteratura italiana dell’Otto-Novecento. Il mio pensiero va, in primis, alla famosa trilogia di Italo Svevo: “La coscienza di Zeno”, “Una vita” e “Senilità”, libri che scrutano essenzialmente le inadeguatezze e le difficoltà del vivere quotidiano dell’uomo moderno. Credo che le tematiche trattate dallo scrittore triestino siano molto vicine a quelle sviluppate da Luigi Pirandello, un autore che non potevo non conoscere: “Il fu Mattia Pascal”“Uno, nessuno e centomila” e “I vecchi e i giovani” sono per me libri fondamentali. Mi sono poi avvicinato alla complessa figura di Gabriele D’annunzio e alla sua prosa aulica e ricercata, apprezzando in particolare una delle sue opere più importanti: “Il piacere”, il cui titolo può da solo descrivere il personaggio e la sua opera. Poi ho amato i tanti libri di Cesare Pavese, che continuano ad occupare un posto molto importante nella mia libreria e sui quali torno sempre più spesso. Così come ricordo, quasi con nostalgia, i romanzi di Alberto Moravia che mi rimandano agli anni giovanili, quando lo scrittore romano andava per la maggiore, con il suo libro più importante e significativo: “Gli indifferenti”. Quindi ho letto e riletto “Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. E poi Calvino, Bassani, Brancati, Buzzati (come non leggere “Il deserto dei tartari”!), Flaiano (con la sua prosa sferzante e ironica), Federico De Roberto (“I Vicerè” autentico capolavoro), Carlo Levi (“Cristo si è fermato a Eboli”) e Primo Levi (“Se questo è un uomo”), due libri, quest’ultimi, che non smetto mai di sfogliare. E poi mi sono innamorato – stranamente, in età matura - di Collodi e del suo Pinocchio e  devo dire che nessuno meglio di quel burattino uscito dalla sua penna, ci rappresenta e ci somiglia, con i suoi vizi e le sue virtù, con i suoi momenti di tristezza e con i suoi slanci di gioia e di affetto, con la sua furbizia, ma anche con la sua ingenuità.

Tra le donne scrittrici mi piace ricordarne due in particolare, Sibilla Aleramo con la sua opera più significativa “Una donna” ed Elsa Morante: indimenticabile il suo romanzo “L’isola di Arturo”. E poi ci sono due grandi intellettuali scomparsi da poco: Umberto Eco e Antonio Tabucchi i quali mi hanno insegnato cos’è la vera letteratura.
Sono entrati a far parte della mia libreria e delle mie letture scrittori che ho conosciuto in questi ultimi anni, come Guglielmo Petroni, Michele Prisco, Giovanni Arpino, Piero Chiara, Ercole Patti, Francesco Jovine, Paolo Volponi, Anna Maria Ortese, Giuseppe Dessì, Carlo Alianello, Luciano Bianciardi. Molti di questi, attraverso i loro romanzi, ma anche attraverso le loro vicende personali, hanno raccontato l’Italia e la sua storia. Tengo a precisare che non seguo molto gli autori contemporanei, sia italiani che stranieri, e non corro dietro ai best seller del momento: per me un libro deve prima invecchiare, come un buon vino. Comunque mi piace qui ricordare, in particolare, Erri De Luca, Maurizio Maggiani, Antonio Scurati, Roberto Saviano, Claudio Magris.

Naturalmente non mi limito ai soli autori italiani: sarebbe davvero riduttivo. E infatti i miei interessi sono indirizzati anche verso i grandi scrittori stranieri e spaziano dai mostri sacri della letteratura tedesca (Hermann Hesse, W. Gothe e Thomas Mann…) ai grandi romanzieri francesi (Balzac, Camus, Flaubert, Hugo, Sartre, Stendhal, Proust); dai corposi narratori russi dell’Ottocento, come Dostoevskij (“Delitto e Castigo”), Nabokov (l’indimenticabile “Lolita”), agli americani Bradbury (“Fahrenheit 451”), Fante (“Chiedi alla polvere”) Kerouac, London… Non mancano gli autori svizzeri, quali il candido Robert Walser, l’arguto e brillante Alan De Botton, quindi gli austriaci Schnitzler, Lorenz, Musil. Naturalmente l’elenco non è esaustivo.
Sono infine legato ad alcuni grandi libri  che non finiscono mai di sorprendermi ed ogni volta che li sfoglio, hanno sempre la capacità di stupirmi come la prima volta. Sono quelli destinati a durare nel tempo, rispetto ad altri che invece consumo velocemente e, qualche volta, dimentico. Libri che meritano di essere letti e riletti, a distanza di tempo, per coglierne la vera essenza, per trovare in essi ciò che la prima volta non ho saputo afferrare o mi è sfuggito. Libri che porterei con me, qualora decidessi di scappare su un’isola deserta :

Walden, la vita nei boschi di Henry Thoreau - per abbracciare la natura e vivere l’esperienza della solitudine gioiosa; La storia dell’arte di Ernst Gombrich - per conoscere la bellezza; Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes - per viaggiare in un mondo fantastico e visionario; I Saggi di Michel de Montaigne - per esplorare i recessi più reconditi dell’animo umano; Le braci  di Sandor Marai - per tenere accesa una passione; Elogio della follia  di E. da Rotterdam - per conoscere le virtù della pazzia, a volte condizione essenziale per essere felici; Il Diario di Anna Frank  - per piangere; Viaggio in Italia  di W. Goethe - per viaggiare senza partire; Oblomov di Ivan Gonkarov – per non avere fretta e alimentare l’ozio; Lettere dal carcere di Antonio Gramsci - per onorare la scrittura come forma di sopravvivenza e libertà; Quel che resta del giorno  di Kazuo Ishiguro -  per non avere rimpianti; Se questo è un uomo  di Primo Levi -  per non dimenticare la cattiveria insita nell’animo umano; Il libro dell’inquietudine  di Fernando Pessoa - per cercare l’equilibrio perduto; Il giovane Holden  di J. D. Salinger - per cavalcare le ribellioni adolescenziali; Bartleby lo scrivano di Melville - per dire no all’iperattivismo del mondo del lavoro; Lettere a Lucilio  di Seneca - per allontanarmi dalle miserie umane; Sostiene Pereira  di Antonio Tabucchi - per rafforzare la libertà di pensiero.

mercoledì 4 maggio 2016

Un Amore a Roma



La Sicilia è di sicuro la patria di alcuni grandi scrittori della nostra letteratura. Tra questi vorrei ricordarne uno che – sebbene oggi risulti ingiustamente dimenticato dagli editori e dalla critica – io considero tra i più interessanti del ‘900, un autore che meriterebbe una più attenta considerazione, anche da parte dei lettori più giovani. Mi riferisco a Ercole Patti, il cui percorso umano e letterario si svolse tra Catania (dove nacque nel 1903) e Roma, che lo accolse giovanissimo e dove si spense nel 1976. Si narra che la sua più grande aspirazione fosse quella di andare a vivere proprio a Roma e quando finalmente realizzò questo suo intimo desiderio, lo scrittore siciliano così ebbe a scrivere: "andavo vagando per le strade giornate intere, non mi stancavo di respirare l’aria di Roma a tutte le ore. I sedili del Pincio erano le mie soste preferite nella tarda mattinata e nelle prime ore del pomeriggio. Con un giornale in mano mi sedevo accanto a qualche busto di marmo e il mio cervello partiva in quarta sognando libri da scrivere, novelle da pubblicare sui giornali romani dove non conoscevo nessuno”.

“Un amore a Roma” è uno dei suoi romanzi, certamente non quello più importante, che ho appena finito di leggere. E’ un testo fuori produzione: l’ho scovato sui banchi di un mercatino delle occasioni, nella sua prima e bellissima edizione del 1956 (editore Bompiani – Lire settecento). I protagonisti del romanzo sono due giovani caratterialmente molto diversi (Marcello e Anna) che, pur vivendo il loro rapporto amoroso in maniera alquanto burrascosa (tra sospetti, tradimenti e continue separazioni), non riescono tuttavia a rompere in maniera definitiva un legame che li fa apparire inadatti a stare insieme. Lui – giornalista con velleità artistiche e letterarie - ha 35 anni e appartiene ad una aristocratica famiglia romana. Amante delle donne, è incapace di legarsi in una vera e propria relazione e si accontenta sempre di piccole avventure passeggere “dopo poco tempo che conosceva una donna scopriva in lei delle cose che non andavano. Le donne erano sempre o troppo noiose, o attaccaticce o troppo civette, o amavano delle cose che lui detestava. Talvolta erano troppo intellettuali e dicevano cose irritanti, oppure troppo stupide e volgari”. Lei, invece, è una ragazza veneta semplice e spregiudicata di 22 anni, ha vinto un concorso cinematografico e si è quindi trasferita a Roma dove fa l’attrice, anche se ha avuto solo delle parti secondarie in alcuni film. Vive in una modesta pensione nel quartiere Prati, è attratta da qualsiasi novità e spesso si comporta con leggerezza. Soprattutto con gli uomini. Intorno ai due protagonisti del romanzo, alle prese con la loro tormentata vicenda sentimentale, gravitano altri emblematici personaggi i quali, seppure complementari rispetto alla storia, sono rappresentativi di quella borghesia romana degli anni cinquanta, corrotta e disinvolta, attaccata egoisticamente al denaro, interessata soprattutto a salvaguardare se stessa. Spicca la figura del padre – il Conte Cenni - con il suo “profilo navigato che esprimeva nobiltà e servilismo al tempo stesso”, guardia nobile del Papa. Costui suole circondarsi di amici influenti che si erano dati molto da fare durante il fascismo occupandosi sempre di politica, quali ex deputati, assessori, liberali di estrema destra e monarchici, proprietari terrieri, avvocati e notai, a loro volta amici di prelati e cardinali con vaste conoscenze negli ambienti vaticani. “Quegli uomini che avevano vissuto troppo – scrive l’autore - per non essere stati immischiati nel passato in qualche pasticcio talvolta soltanto di rimbalzo: scandali lontani sparsi negli anni”. A questa vacua società borghese, avida e corrotta si contrappone – da una parte - il mondo intellettuale a cui appartiene Marcello, fatto di scrittori e letterati “dalla prosa aulica e imbalsamata”, interessati non tanto a scrivere un proprio libro quanto a stroncare quello scritto da altri e “in quelle esecuzioni in massa, fatte senza discriminazione, essi trovavano qualche conforto ai loro sogni letterari rientrati”. E dall’altra parte ritroviamo il mondo artificioso del cinema e del varietà in cui si identifica Anna, un mondo legato alle sue finzioni, alle luci del palcoscenico, alle sue fatue apparenze. E sullo sfondo domina la Roma degli anni ‘50, quasi a proteggere amori e misfatti che si consumano entro le sue mura, la città eterna non ancora stritolata dal traffico e non ancora sommersa dai rumori e dalla sporcizia, ma già attaccata dalla corruzione; la Roma con i suoi severi e malinconici “casoni” senza negozi del quartiere Prati e con i bei palazzi storici del centro, con le botteghe di artigiani, con l’allegria e l’accento dei suoi abitanti, con le sue sempre tiepide stagioni e con i suoi sapori. Quella Roma che Ercole Patti tanto amava e che conosceva in tutte le sue ore e in tutte le sue strade.

Il romanzo si legge tutto d’un fiato perché la narrazione si presenta gradevole, fluida, con spruzzi di delicata e sottile sensualità. Ma non potrete mai leggerlo perché il libro è fuori catalogo: gli editori, oggi, preferiscono rincorrere altre storie, forse meno belle e scritte pure male, ma senz’altro più redditizie.

domenica 1 maggio 2016

Candele



Ad ogni mio compleanno, mi ritorna in mente questa bella e struggente poesia di Costantino Kavafis….

 
Candele


Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese –
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

 

Costantino Kavafis

 

lunedì 25 aprile 2016

"Le parole tra noi leggere" di Lalla Romano: il conflittuale rapporto madre-figlio



La famiglia, con il suo gravoso carico di responsabilità e di bisogni, è da sempre al centro dell’attenzione e del dibattito socio-culturale del nostro Paese. Come d’altronde è giusto che sia, visto che rappresenta il nucleo sociale fondante di ogni nazione. Si fa poi un gran parlare, sulla stampa e nelle discussioni televisive, del difficile mestiere dei genitori e del ruolo che gli stessi occupano nell’attuale società. Naturalmente si dà grande risalto anche all’educazione dei figli e al rapporto genitori-figli che quasi sempre risulta conflittuale e contraddittorio.

Anche la letteratura si è spesso misurata con queste tematiche che prendono spunto, il più delle volte, dalle esperienze personali degli stessi autori. E proprio in tale contesto va inquadrato il libro autobiografico della scrittrice piemontese Lalla Romano (morta a Milano nel 2001), dal poetico titolo “Le parole tra noi leggere” tratto da una poesia di Eugenio Montale. Con questo romanzo - che ho appena finito di leggere, e devo dire che non mi ha entusiasmato più di tanto - la Romano racconta ed esamina, soprattutto attraverso lettere e appunti di diario, il problematico rapporto che ebbe con suo figlio, a partire dagli anni dell’infanzia e fino alla sua piena maturità. Un legame molto difficile reso ancora più complesso dal peculiare carattere del figlio: scontroso e insofferente, solitario e bastiancontrario, contemplativo e libertario. Egli, secondo quanto racconta la scrittrice, aveva fatto della sua camera una sorta di tana-laboratorio, simbolo e corazza del suo isolamento e che aveva due grandi passioni: le armi e il materiale di recupero, perché solo col vecchio si può fare del nuovo, cioè creare, e lui si sentiva un artista, nonostante volesse fare il capostazione in un piccolo centro isolato. Ma contro ogni sua volontà si ritrova, in seguito, a fare l’impiegato di banca, proprio lui che aveva orrore della parola impiego, simbolo di mediocrità e di sedentarietà. Il ritratto che ne viene fuori è quello di una persona dalle forti contraddizioni, in contrasto permanente soprattutto con la madre (il padre appare assente, perché vive in un’altra città per motivi di lavoro), che aveva adottato “quella che fu poi sempre la sua divisa: essere l’ultimo”. Ma questa sua aspirazione “non era un’accettazione di inferiorità, bensì un’affermazione di singolarità”. Voleva essere l’ultimo perché non poteva essere il primo. Come quel Jakob Von Gunten, il personaggio dell’omonimo romanzo di Robert Walser, il quale non solo ambiva ad essere l’ultimo ma voleva addirittura diventare uno zero assoluto. Chissà che non avesse letto il libro dello scrittore svizzero, subendone l’influenza!

Le parole tra noi leggere, che diede molta notorietà alla Romano anche a seguito del premio Strega che si aggiudicò nel 1969, evidenzia soprattutto, con una prosa molto trasparente, il forte dissidio interiore vissuto dalla scrittrice-madre la quale, se da una parte desidera veder crescere il figlio indipendente e sicuro di sé, dall’altra appare quasi tormentata dal suo inconfessato proposito di legarlo a se stessa per tutta la vita. Lei si adopera con tutti i mezzi per conoscerlo e comprenderlo, si sforza di seguirlo e sostenerlo, ma nonostante i suoi sforzi, si ha l’impressione che le sfugga sempre, che non riesca mai a raggiungerlo.

sabato 16 aprile 2016

Non sappiamo più guardare



Non bisogna mai lasciarsi sfuggire l’occasione per ammirare la bellezza, in qualsiasi forma si manifesti ed in qualunque luogo essa si trovi. E così l’altro giorno, trovandomi a passare dalle parti di San Pietro in Vincoli (siamo a Roma), ho deciso di entrare nella basilica che custodisce il famoso Mosè di Michelangelo, simbolo della tomba di Giulio II. Volevo soffermarmi con la mente e con lo sguardo su quella straordinaria scultura marmorea che mi appare – ogni volta che la vedo – sempre di più come opera di un dio anzichè di un uomo.

Sono entrato quasi in punta di piedi, così come conviene quando ci si accosta alle cose che evocano l’eternità, e mi sono trovato dinanzi ad un gruppo di turisti stranieri (saranno stati una trentina), ognuno dei quali impugnava un telefonino a mò di macchina fotografica e tentava, con le braccia sollevate, di sovrastare gli altri. Ho notato che nessuno dei presenti ammirava con i propri occhi il magnifico gruppo marmoreo che si trovava al loro cospetto: tutti erano intenti a fotografarlo, per poterlo poi osservare entusiasti sul piccolo schermo del cellulare. Devo dire che lo spettacolo mi è sembrato, a dir poco, paradossale. Terminate le foto di rito, le stesse persone hanno iniziato a “selfarsi” girando le spalle al Mosè che, da soggetto della foto, è diventato improvvisamente un semplice sfondo alla loro ostentata individualità. Com’è noto, il Mosè volge la testa verso la sua sinistra e non nella direzione dell’osservatore che gli sta di fronte e, mentre lo osservavo, ho avuto come l’impressione che non volesse affatto guardare quella calca, che fosse quasi infastidito da quei telefonini puntati contro di lui e che rivolgesse, pertanto, il suo sguardo accigliato dall’altra parte. Narra la leggenda che Michelangelo, vista la perfezione della sua opera, abbia colpito violentemente con un martello il ginocchio del Mosè, gridando: “perché non parli?”. Se avesse potuto farlo l’altro giorno, chissà cosa avrebbe detto a quei visitatori colpiti dalla sindrome da macchina fotografica.

Stiamo formando una generazione che non sa più guardare la realtà con i propri occhi e che non sa più vivere senza un supporto elettronico. Con l’avvento dei cellulari, soprattutto i giovani appaiono sempre di più affetti da bulimia fotografica acuta, che li costringe a riprendere qualsiasi cosa si trovi nei loro paraggi, che si muova o stia ferma. Le foto ricordo, che in qualche maniera sostituiscono la memoria e soprattutto lo sguardo, testimoniano non tanto curiosità e interesse culturale, quanto la loro rituale presenza in un determinato luogo. E allora succede che non è importante soffermarsi più di tanto davanti alla bellezza e alla maestosità del Mosè di Michelangelo nella Basilica di San Pietro in Vincoli, ma conta, invece, potersi mostrare ai suoi piedi attraverso un selfie.

domenica 10 aprile 2016

La vita agra di un contestatore



Luciano Bianciardi può essere di sicuro considerato uno dei più accesi fustigatori dei mali della società dei consumi e della modernità. Di lui hanno scritto che è stato il primo arrabbiato che si incontri nella letteratura italiana del dopoguerra ed anche uno  dei pochi scrittori italiani ad avere intuito in quale burrone stesse precipitando il Paese, frastornato dal cosiddetto boom economico.

Di idee anarchico-socialiste, mi ricorda in qualche modo lo scrittore e filosofo francese Albert Caraco, morto suicida lo stesso anno in cui morì Bianciardi; anche il pensatore transalpino, in un suo celebre libro intitolato “Breviario del caos” – in una maniera molto più dura e nichilista -  muoveva una feroce critica alla civiltà consumistica dell’Occidente, con tutte le sue contraddizioni, le sue ingiustizie, i suoi falsi idoli e si scagliava con parole violente contro le città, sempre più disordinate e invivibili, diventate i nostri incubi quotidiani, soffocate dal frastuono e dal tanfo.

Il libro di Bianciardi prende lo spunto da una vicenda realmente accaduta negli anni 50 in un paesino della provincia di Grosseto (lo scrittore era appunto di Grosseto), dove 43 operai di un’industria chimica trovarono la morte all’interno di una miniera di lignite, a seguito di una esplosione causata dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il protagonista, deciso a vendicare le vittime del grave incidente, si trasferisce a Milano con l’intento di far saltare con la dinamite il palazzo dove ha sede la dirigenza dell’industria. Consegue un lavoro come traduttore in una casa editrice (nel frattempo dovrà pur vivere) e accarezza l’idea di poter trovare anche degli alleati - tra gli operai e gli impiegati che abitano la grande città -  per portare a termine il suo progetto dinamitardo contro il potere. Ma presto dovrà arrendersi a quest’idea rivoluzionaria perché anche lui verrà ingabbiato nei ritmi alienanti della metropoli, come già era successo ai suoi abitanti. Attraverso questo suo fallimento riconosce che l’epoca degli anarchici è storicamente superata e che i colpi di mano isolati non hanno mai avuto seguito; la lotta è delle masse, ma le masse che abitano la città sono interessate ad altro, sono attratte dalle facili illusioni del nascente consumismo.

In questo libro - scritto con sferzante ironia, ma anche con piacevole eleganza - ritroviamo tutti quei temi che verranno poi ripresi dai giovani contestatori della società borghese e consumistica degli anni successivi al boom economico, quali l’alienazione e la solitudine delle folle metropolitane, il caos del traffico automobilistico, la ripetitività sconsolante del lavoro d’ufficio, il rifiuto del “sistema città”.

 

venerdì 1 aprile 2016

La falsa buona letteratura



Credo che la libreria sia uno dei pochi esercizi commerciali che non espone in vetrina il meglio che ha, ma solo le ultime novità del mercato editoriale, che spesso rappresentano il peggio della produzione. Tuttavia, non riesco a passare davanti a nessuna di queste cattedrali della cultura senza fermarmi a guardare i libri che mette in mostra. La cosa che salta immediatamente agli occhi è che la maggior parte degli autori in vetrina è costituita da facce famose dello spettacolo, nani e ballerine della televisione di stato, i cui “capolavori” sono presentati come regali buoni per tutte le occasioni.  Non dico che vorrei vedere in vetrina “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni o “La Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso – lungi da me tale idea - però incrociare ogni volta l’ultimo libro di Bruno Vespa o di Fabio Volo oppure scorgere l’ennesimo ricettario di Benedetta Parodi o di Antonella Clerici – lo confesso - mi provoca fastidio misto a sconforto. Questi scrittori non scrittori che occupano così tanto spazio io non li sopporto più. Ho l’impressione che gli editori abbiano ormai perso la memoria, o facciano di tutto per distruggerla, visto che da alcuni anni privilegiano solo i “nuovi autori” (sempre e comunque), possibilmente noti al grande pubblico televisivo per meriti che non siano quelli letterari, e che abbiano fatto passerella almeno una volta da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” a tessere le proprie lodi.
Ecco allora i tanti best-seller dettati dall’attualità più pressante, che durano poco ma hanno grande successo di pubblico, scritti da dilettanti allo sbaraglio che non sanno scrivere (perché fanno altri mestieri), oppure realizzano opere di scarsa rilevanza letteraria. Però sono autori che vendono bene grazie alla loro notorietà. E gli scrittori italiani che appartengono ad un recente passato, che hanno anche vinto premi importanti, che fine hanno fatto? Romanzieri come Guglielmo Petroni, Michele Prisco, Giovanni Arpino, Vittorio Gorresio, Piero Chiara, Ercole Patti, in quali anfratti delle librerie sono andati a finire? E quegli autori che hanno scritto rilevanti e significative pagine di denuncia sociale attraverso i loro romanzi come Francesco Jovine, Paolo Volponi, Anna Maria Ortese, Giuseppe Dessì, Carlo Alianello, Luciano Bianciardi, perché non si vedono più nelle vetrine delle librerie? Sono quasi tutti ingiustamente fuori produzione, finiti nel dimenticatoio, stritolati da una mediocre letteratura usa e getta che scopiazza le tematiche di cronaca (rosa, nera e gialla) simbolo indiscusso della modernità e della pochezza dei nostri tempi. Espressione di una società che vive malamente il presente, che sa poco del passato e non ha le basi per imbastire un futuro.

“In libreria si trovano i libri di carni e porci – ha detto recentemente in una intervista Raffaele La Capria – i miei non si trovano mai”. E poi ha aggiunto che “oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima”. Ecco una definizione indovinata: “la falsa buona letteratura”, ossia una produzione letteraria artificiosa, quasi costruita a tavolino per sollecitare certe morbosità o per soddisfare la moda del momento, che dura il tempo di uno spot pubblicitario e poi muore. Senza lasciare traccia e memoria, proprio perché non ha un’anima. In linea con i ritmi frenetici dei tempi che viviamo, in una perenne rincorsa alle novità.
Eppure ci sono tanti bei libri, anche di autori poco conosciuti, pubblicati in questi ultimi dieci/venti anni (e quindi non mi riferisco solo ai classici del passato), che vengono allontanati troppo presto dai lettori, soprattutto quelli più giovani, che potrebbero apprezzarli se solo venissero ripubblicati e in qualche maniera sponsorizzati in televisione. Visto che oggi molti non sanno comprare un libro se prima non passa in TV. Come succede per qualsiasi altro prodotto commerciale.

lunedì 28 marzo 2016

Raccontare la malattia per conoscere l'animo umano



La sorella di Sàndor Màrai è un lungo e doloroso viaggio introspettivo nell’universo delle sofferenze umane. La prosa è sempre quella che contraddistingue lo scrittore ungherese: sontuosa, elegante, bella da leggere e da gustare. E nonostante la tematica possa in qualche misura allontanare piuttosto che avvicinare il lettore (la malattia terrorizza l’uomo più della morte), io credo che il libro si presti comunque ad una lettura molto coinvolgente. La malattia, quale condizione dell’umana esistenza, viene sempre vissuta come un trauma da chi la subisce, è vista come una specie di frattura che rompe un equilibrio consolidato generando ansia e angoscia. Quando ci si trova in un letto d’ospedale a combattere contro un male, quando si ha la sfortuna di avere questa sorta di incontro ravvicinato con la morte - perché la vita in certe situazioni è legata veramente ad un filo - allora, in quelle occasioni, quando tutto sembra irrimediabilmente perduto, la vita che abbiamo sempre conosciuto acquista un sapore strano e passa quasi in secondo ordine.

La prima parte del libro racconta l’incontro, in un alberghetto di montagna in mezzo ai monti della Transilvania, tra uno scrittore (che potrebbe essere l’alter ego dell’autore ungherese, voce narrante del romanzo) ed il celebre musicista chiamato Z., osannato dalle platee dei più importanti teatri del mondo, un uomo colto e raffinato, attratto da tutto ciò che avesse a che fare con l’arte e la bellezza. I due uomini si rivedono dopo tanti anni e sembra quasi che l’incontro riparatore e tardivo, suggellato dalla lunga attesa, sia un tema molto caro all’autore, tant’è che già nel suo primo e più importante romanzo “Le braci” i due protagonisti principali si rivedono dopo oltre 40 anni, per cercare di ricucire un’antica amicizia bruscamente interrotta.

Attraverso l’esperienza di vita comunitaria vissuta dagli ospiti di quella pensione di montagna, lontana dai clamori e dalla realtà, affiorano gli aspetti più nascosti della personalità umana. Succede che quando gli uomini si trovano a convivere in una situazione di isolamento, perfettamente estranei gli uni agli altri, oppressi dalla noia e dall’insofferenza, non possono fare a meno di mostrare i lati più deprecabili del loro carattere. Il libro presenta pagine di straordinaria bellezza stilistica,  ci consegna atmosfere e riflessioni sulla condizione dell’umana esistenza, soffermandosi su quella forza che muove il mondo degli uomini, che è la forza del sentimento dell’amore e della passione. “Non posso credere” – dice la voce narrante del libro “che delle persone sane di mente, dotate di autocontrollo, possano cedere alla tirannia della passione. Non posso rassegnarmi al fatto che esistano sentimenti capaci di travalicare la ragione”.

Nella seconda parte del romanzo irrompe nella narrazione la malattia. Ricoverato in un ospedale di Firenze, quella Firenze che al solo pronunciare il suo nome gli faceva battere il cuore, il grande musicista Z., privato ormai della sua arte, si ritrova a combattere la sua personale battaglia contro la sofferenza, amorevolmente assistito da quattro suore, “depositarie del segreto di mille e mille tormenti, umiliazioni, miserie umane”. E in questa condizione di estrema debolezza, completamente dipendente da quelle quattro creature femminili, “che non parlavano di nulla, ma sorridevano, tacevano e assistevano”, il protagonista, attraverso un disperato monologo interiore, s’interroga sulla sua esistenza. Era stato un uomo che aveva frequentato i migliori salotti e che nelle sale di concerto “aveva vinto il temibile mostro della musica”. Ora, disteso in quel letto d’ospedale, sapeva di assomigliare a quella figura soltanto in maniera approssimativa ed ambigua, perché non era mutato solo il suo corpo, divorato dal male, ma la sua stessa anima.

venerdì 18 marzo 2016

Quando i veri cani sono i padroni



L’altro giorno, camminando per strada, mi è capitato di pestare una cacca di cane, purtroppo abituale decoro dei nostri marciapiedi. Chi abita in città sa bene che certi luoghi sono diventati delle vere e proprie latrine a cielo aperto, dove è d’obbligo eseguire una sorta di slalom per evitare i tanti escrementi che simboleggiano il degrado della civiltà e dell’educazione dei nostri tempi. E questo grazie alla maleducazione di chi non raccoglie le deiezioni dei propri amici a quattro zampe, dimostrando così di non aver nessun rispetto né per il prossimo né tantomeno per il decoro e la pulizia del posto in cui vive. Basta un momento di distrazione e…ciac. Cosa fare in questi casi? Mi sono appoggiato al muro e ho tirato su il piede per guardare – tra l’altro quel giorno avevo calzato delle scarpe con suola a carrarmato – e da come era ridotta la mia povera scarpa ho pensato che da quelle parti, più che un alano al guinzaglio del suo padrone di m…a era passato un elefante. Sembrava fresca, anzi calda, appena sfornata. Lascio a voi immaginare i pensieri poco educati che mi sono venuti in mente in quel momento e che ho rivolto all’indirizzo di quell’incivile, per non avere raccolto il lascito del suo cane. Istintivamente ho cercato di rimuoverla, con disgusto e rabbia, strisciando la scarpa sul marciapiede; il risultato vomitevole è stato quello di spalmarla su tutto il selciato a mò di nutella su fetta biscottata e di farla pure schizzare, maldestramente, sull’orlo dei miei pantaloni. Mi sono accorto, sempre più infuriato, che una giovane ragazza che si trovava dietro di me - anche lei con cane al guinzaglio – mi guardava tra lo schifato e il divertito: chissà se lei era fornita di paletta e sacchetto per raccogliere le feci del suo cane!
Ma non è finita qui, perché mentre ritornavo a casa, con quella spiacevole lordura che mi portavo sotto la scarpa, ho assistito ad un furioso quanto paradossale alterco tra due persone, sempre per una questione di cani. Era accaduto che una signora aveva permesso al suo delizioso barboncino (coperto con un grazioso cappottino color fucsia), di fare la pipì sulla saracinesca di un negozio commerciale, proprio mentre l’ignaro proprietario si apprestava ad aprirla. Alle sue indignate e motivate rimostranze, intese ad impedire che lo spazio antistante il suo locale diventasse un orinatoio, la padrona del barboncino ha risposto, di rimando, che non poteva assolutamente allontanare la sua creatura dal posto in cui aveva deciso di liberarsi dei suoi bisognini liquidi, altrimenti le avrebbe causato un grave trauma, con conseguenze inimmaginabili sulla sua salute psicofisica. E poi, cosa potevano mai rappresentare quelle poche gocce di urina su una saracinesca così sporca! Avete capito? Questo per dire che se per caso, un bel giorno, un cane dovesse scambiare la vostra gamba per un palo della luce, lasciatelo stare, non disturbatelo, assecondatelo pure con una carezza: ne va di mezzo il suo benessere psicofisico. Tanto quello del padrone è già compromesso. Per finire, io direi che quel cartello che spesso si vede in giro e che recita “attenti al cane” è ormai superato e obsoleto  e va urgentemente sostituito con il più pertinente “attenti al padrone del cane”.

martedì 15 marzo 2016

Bartleby lo scrivano: il paladino della ribellione




 
 
Io credo che nessun altro libro si presti a così tante  interpretazioni come “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville. E’ una figura davvero enigmatica quella che esce dalla penna dello scrittore statunitense, che rimanda al teatro dell’assurdo ed ai suoi strampalati personaggi. Penso a Vladimiro ed Estragone ed ai loro assurdi comportamenti descritti da Beckett nella sua opera più famosa “Aspettando Godot”. Penso a Meursault, l’assurdo personaggio di Camus nel romanzo “Lo straniero”  - anch’egli impiegato come Bartleby – che vive nella più completa apatia verso se stesso e il mondo, il quale dopo aver ucciso una persona senza motivo, viene condannato in un contesto inquietante ed irreale. E come non ricordare “Il processo” di Kafka il cui protagonista, impiegato pure lui - quasi a voler significare che la categoria degli impiegati sia quella più idonea a raffigurare l’assurdità degli atteggiamenti dell’animo umano - viene accusato, arrestato e processato per motivi misteriosi ed incomprensibili e finisce per accettare la condanna per una colpa non commessa e persino ignorata.
 
Di Bartleby sappiamo solo che è un copista (ci troviamo nella seconda metà dell’Ottocento) e che lavora alle dipendenze di un avvocato commercialista, incettatore di titoli azionari a Wall Street, la cui figura – come viene descritta dal suo datore di lavoro - è “scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta”. A prima vista appare come un lavoratore instancabile, che non si concede mai una pausa, copiando sia con la luce del sole che al lume di candela, sempre chino sui suoi documenti in assoluto silenzio, che ha fatto dell’ufficio in cui lavora la sua casa e la sua permanente dimora, nutrendosi solo di biscotti allo zenzero. Ma guai a chiedergli qualcosa, perché lui risponde sempre con la solita frase: “avrei preferenza di no”. Non esce altro dalla sua bocca, si rifiuta di fare qualsiasi cosa gli venga richiesta, che non sia il suo abituale lavoro. L’avvocato – che nel libro è la voce narrante - riavutosi dall’iniziale sbigottimento, lo accetta così com’è, pur provando nei suoi confronti sorpresa e sconcerto, sino a rendersi docile complice delle sue stranezze. E’ veramente disarmante, quel rifiuto, quella passiva resistenza agli ordini, quel chiudersi nel suo riserbo subito dopo aver manifestato la sua volontà di astenersi da ogni impegno, attraverso quell’unica frase usata come un ritornello, pronunciata sempre al condizionale con garbo e con gentilezza, quasi a scusarsi per quel suo desiderio di rinuncia.
Bartleby incarna, a mio modo di vedere, il paladino della ribellione, colui che combatte il potere coercitivo dominante. Il suo modo di fare e di comportarsi rompe un equilibrio consolidato dalle regole e dalle abitudini. La sua è una sfida muta contro il mondo che lo circonda, la sua arma micidiale è rappresentata dal suo diniego : “avrei preferenza di no” che senza scomporsi, con grande tranquillità, afferma ogni qualvolta il suo capo intende far prevalere la sua volontà, i suoi ordini. E’ una frase, quella pronunciata da Bartleby - nell’impassibilità del suo contegno - che sconvolge e disarma nello stesso tempo l’interlocutore, il quale finisce per adattarsi a quel misterioso potere che esercita lo strano copista da cui non riesce del tutto a sottrarsi, fino a diventare la sua ossessione, il suo incubo.
In un’America sempre più affaristica, il comportamento di Bartleby appare molto vicino alle tesi sostenute da David Thoreau, il ribelle per antonomasia, il precursore della disubbidienza civile, che descriveva un’America diversa, distaccata e serena, non incalzata dal consumo e dalla produzione industriale; un paese in cui non tutto poteva essere tradotto in denaro, che condannava l’iperattivismo del mondo del lavoro, pienamente convinto che la volontà di dominio  sugli uomini non rappresentava l’unico scopo della vita.
Con il suo bizzarro personaggio, Melville sembra voglia anche proiettarci  in un mondo quasi surreale, dove si è liberi di fare o non fare, di avere un determinato comportamento piuttosto che un altro, senza vincoli di sorta, tanto il mondo va avanti lo stesso, dove le parole non servono, perché basta una sola frase, come quella pronunciata da Bartleby, per stabilire le distanze e risolvere i problemi senza affrontarli, un mondo dove è inutile affannarsi per capire l’animo umano, tanto l’animo umano è insondabile.
 
 

 

 

sabato 12 marzo 2016

Aspettando i barbari



Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?
Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l'imperatore s' è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
Oggi arrivano i barbari
L'imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d'una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti doro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d'un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S' è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

(Costantino Kavafis)

Ma cosa vorrà mai dirci questa poesia di Costantino Kavafis, con la sua straordinaria potenza metaforica?
Che fuggiamo sempre dai nostri obblighi sociali, grandi o piccoli che siano? Che non c’è mai un responsabile, qualsiasi cosa accada? Che non sappiamo prenderci le nostre responsabilità e aspettiamo sempre un salvatore che possa risolvere i nostri problemi?

“I barbari non sono più venuti”: vuoi vedere che hanno paura di noi !