martedì 5 novembre 2019

La signorina Felicita ovvero la Felicità



Amo il poeta Guido Gozzano, forse il più grande “narratore in versi” della letteratura italiana. Amo la sua malcelata malinconia, il suo decadentismo, il suo distacco ironico e disincantato nei confronti della vita, il suo raffinato stile letterario, il suo interesse per le “buone cose di pessimo gusto”, la sua sofferenza esistenziale. Le poesie di Gozzano sono bozzetti di vita quotidiana, sono scene legate ad un mondo crepuscolare. Diceva Pasolini che “non c’è dopo Dante un rimatore più abile di lui, né un più spregiudicato inventore di rime”.

“La signorina Felicita ovvero la Felicità” è forse il poemetto narrativo più celebre del poeta piemontese che contiene - in 434 versi - tutta la sua tematica poetica, la sua visione del mondo, sospesa tra ironia e malinconia, tra letteratura e malattia, tra estetismo e decadentismo. Il protagonista del poemetto è un avvocato – l’alter ego del poeta - che si abbandona al ricordo di una donna, Felicita, conosciuta durante una vacanza nel Canavese in provincia di Ivrea. Il suo amore giovanile. Il componimento poetico così inizia:

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Tra il serio e il faceto, Gozzano descrive questo amore malinconico, rivede la casa con il suo arredo “squallido e severo” dove Felicita abitava con il padre che gli parlava “dell'uve e del guaio notarile con somma deferenza”, rievoca quel mondo semplice e contadino fatto di piccole cose, dove ogni azione quotidiana aveva la sua importanza. E poi celebra lei, Felicita, che ha la forza di suscitare in lui un fascino indefinibile, nonostante la sua scarsa bellezza:

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto squadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia…
 
Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Il pensiero del poeta/avvocato  corre poi alla sua malattia ed ai pochi anni che ancora gli restano da vivere; ma la presenza ed il sorriso di Felicita gli procurano gioia e lo fanno ben sperare
 
Vedevo questa vita che m'avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
  
< Avvocato, non parla: che cos'ha?>
<Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con lei!…>-
<Qui, nel solai?…> - < Per l'eternità!>-
<Per sempre? Accetterebbe?…> -<Accetterei!>
 
Il protagonista  si accorge che Felicita lo guarda quasi con sgomento ed allora lui cerca le sue mani e le stringe lungamente dicendole:

< Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?>
 
<Perché mi fa tali discorsi vani?>
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!..>
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia come fa la scolaretta.

Il poeta è colpito dalla semplicità e dall’ignoranza di Felicita e pensa che sia meglio vivere una vita normale e semplice anziché scrivere versi e fare  l'esteta gelido, il sofista”
 
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t'han detto che la terra è tonda,
ma tu non credi… e non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d'un'intellettuale gemebonda…
  
Ma con la vacanza che volge alla fine, viene meno anche quella felicità promessa e quell'amore non soddisfatto 

giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d'altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…
 
M'apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l'abbandono
per l'isole perdute nell'Atlantico;
ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…
 
Quello che fingo d'essere e non sono!

La poesia è di una bellezza struggente. Consiglio l’ascolto in rete della lettura integrale declamata da Vittorio de Sica.



martedì 15 ottobre 2019

Il blog: il mio retrobottega



In una delle pagine più belle dei “Saggi”, il filosofo francese Michel de Montaigne (1533 – 1592) scriveva: “Bisogna avere moglie, figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze, senza seguito e senza servitori, affinché, quando verrà il momento di perderli, non ci riesca nuovo il farne a meno”.
Devo dire che quel “retrobottega” di Montaigne - nonostante il termine, nella sua accezione più autentica, non sottintenda nulla di spirituale ma faccia riferimento, invece, ad un luogo del tutto mercantile e materiale - ha sempre esercitato su di me un fascino particolare. Esiste, forse, altra immagine metaforica che possa meglio esprimere quello spazio di interiorità che costituisce “il nostro principale ritiro”, in cui ritroviamo indipendenza di pensiero?
Io credo che anche un blog possa essere accomunato a quel “retrobottega” immaginato da Montaigne, quale spazio dell’anima in cui raccogliere e conservare pensieri, parole e idee da spalmare, poi, verso l’esterno e quindi verso chi lo legge. E da ritiro segreto ed intimo, riconducibile ad un momento di solitaria personale riflessione, possa diventare spazio pubblico dove l’intrattenimento con se stessi diventi anche conversazione con gli altri.

venerdì 4 ottobre 2019

Fuga dalla città



“Un romanzo sul profondo disagio del nostro tempo”, così recita la quarta di copertina de  “Il silenzio delle pietre”, uno degli ultimi libri pubblicati da Vittorino Andreoli, capace di incunearsi nei più oscuri labirinti dell’animo umano. Ci troviamo nel 2028, un futuro che somiglia molto al nostro presente dove le città, che intossicano sempre di più, continuano a crescere a dismisura “come se si stesse accumulando della spazzatura in maniera incontrollata” e, nonostante il benessere raggiunto da una società sempre più tecnologizzata, la vita sociale e familiare appare sull’orlo di un precipizio. Il protagonista che esce dalla penna di Andreoli – in cui potrebbe rispecchiarsi chiunque oggi sia stanco della follia che regna sovrana nelle grandi città – decide di andarsene lontano da tutti e da un mondo civilizzato che “stava scivolando verso la sua fine, verso la barbarie” e dove era diventato quasi difficile e faticoso vivere. Un mondo dove non esisteva più il rispetto dell’altro e dove la sopraffazione e la trasgressione si erano affermate come le uniche modalità per emergere. Il personaggio del romanzo si spinge, per questa sua temporanea ma estrema decisione, in una baia isolata nel Sutherland della Scozia, affacciata sull’Oceano Atlantico, un luogo straordinario per la sua bellezza quasi primordiale, abitato solo da pecore, anatre e uccelli marini quali gabbiani, aironi, cormorani…, dove esiste la più bassa concentrazione umana di tutto il pianeta. “Li non correva il pericolo di incontrare uomini e donne – recita la voce narrante del libro - ma se avesse sentito la mancanza, gli sarebbe bastato percorrere cinque-sei chilometri e sarebbe arrivato al villaggio, che contava cinquecentosessanta abitanti”. Il nostro eroe non ne poteva più del caos delle metropoli “capolavori della follia umana”, non sopportava più l’idea di essere schiavo dei soldi, delle macchine, delle cose inutili e della libertà di possedere ciò che non serviva a vivere. Voleva liberarsi – anche se momentaneamente - dal contatto con l’uomo, “che è uno degli animali più impossibili e orrendi tra le creature del cielo e della terra”, per poter pensare e interrogarsi sulle sorti del mondo, ricominciando così a vivere. Cercava quel contatto perduto con la natura e con se stesso, inseguiva la bellezza del silenzio che permette di sentire un mondo diverso oltre che il piacere delle piccole cose, desiderava ascoltare i suoni della natura, come il canto degli uccelli, il mormorio del vento, il sussurrare della pioggia, soffocati tutti dal frastuono delle città. E la solitudine gli sembrava la condizione ideale.

Il libro mi rimanda inevitabilmente a “Walden o vita nei boschi” , da sempre considerato libro-culto da intere generazioni, in cui si rispecchiano i fautori dell’ecologia, i pacifisti di ogni paese ed i sostenitori di un modello di sviluppo e di vita alternativi a quello vigente. Il suo autore, Henry David Thoreau - figlio ribelle ed anticonformista dell’America dei primi anni dell’Ottocento - voleva dimostrare che l’uomo, rifuggendo la civiltà industriale e consumistica, con poche e semplici cose poteva condurre un’esistenza in armonia con se stesso e con il mondo circostante. E pertanto abbandonò il consorzio civile e si rifugiò in una casupola in mezzo al bosco sulla sponda di un piccolo lago, dove visse per oltre due anni, zappando la terra e coltivando fagioli, pescando nel lago, leggendo, ricevendo ospiti nella sua capanna, dedicandosi alla meditazione ed alla contemplazione della natura. E interrogandosi sulle ragioni più profonde dell’esistenza.

“Ma l’uomo – scrive Andreoli – ha bisogno dell’uomo e allora occorre che rimanga e non fugga lontano…il problema non è quello di scappare dal mondo per andare in un altro che non ti appartiene, ma di fare in modo che la città mantenga una dimensione possibile e non sia più il luogo della follia”.



giovedì 26 settembre 2019

Camminare è...

dal web


“Camminare è una guarigione, un’esperienza di salvezza”.
(Michele Serra)

Ho la buona abitudine di camminare tutti i giorni, ad andatura spedita, per circa un’ora. Dicono che aiuti a stare bene fisicamente. Frequento un parco vicino casa - Villa De Sanctis – che tra l’altro custodisce un importante monumento funerario di età romana – il Mausoleo di Elena - fatto costruire dall’imperatore Costantino intorno al 330 d.c. per sua madre Elena. Camminare all’ombra della storia, al cospetto di un monumento che sta lì da oltre 17 secoli, è il modo migliore e più suggestivo per riflettere sulla caducità della condizione umana.
Mausoleo di Elena

Ma le mie camminate non si esauriscono in quel parco: spesso vado gironzolando anche per la città eterna, senza una meta precisa, cercando solo di evitare quei posti battuti da branchi di turisti. Sono due momenti del mio camminare che racchiudono piaceri diversi: salutare e del corpo (il primo), estetico e dell’anima, il secondo. 

Camminare è un coinvolgimento corporeo con l’ ambiente circostante, è un donarsi incondizionato, di anima e corpo, alla bellezza ed alla sensorialità dei luoghi;

camminare è un atto rivoluzionario in un mondo dominato dalle macchine e dalla velocità, è prendere le distanze, in maniera pacifica, dai ritmi sfrenati del progresso;

camminare è l’affermazione del proprio essere, è ricerca di tranquillità, di silenzio, di solitudine;

camminare è godere lentamente il proprio tempo, è gioia del pensare, è bellezza del guardare;

camminare è affinare lo sguardo, è scoprire le piccole cose semplici e belle della vita;

camminare è un’ancora di libertà e di salvezza, una fonte inesauribile di esplorazioni, un sereno godimento di incontri inattesi e di scoperte improvvise;

camminare è cercare un momento di pausa ai ritmi frenetici ed esagitati dell’esistenza, è ristabilire le giuste distanze tra l’essere e l’apparire;

camminare è sciogliere lentamente la tristezza, è la medicina dell’anima e del corpo.

lunedì 23 settembre 2019

La provincia addormentata



Se c’è uno scrittore meridionale che forse più degli altri ha saputo analizzare, con grande maestria, l’animo umano attraverso i suoi libri, interrogandosi su alcuni grandi temi del vivere quotidiano che tormentano l’uomo moderno - quali la solitudine, la sofferenza, l’incomunicabilità tra le persone, i difficili rapporti familiari - ebbene questi è Michele Prisco, lo scrittore partenopeo nato a Torre Annunziata e morto nel 2003 nella città che lui più amava, Napoli.

“La provincia addormentata” rappresenta il suo esordio nel mondo letterario, pubblicato nel 1949. E’ un testo che comprende dieci racconti, attraverso i quali Prisco dipinge, in chiave psicologica, un affresco umano ed esistenziale di notevole impatto emozionale incentrato sulla ricca borghesia partenopea degli anni ’50 - alla quale egli stesso apparteneva – composta da “una ristretta aristocrazia di facoltosi borghesi agganciati tra loro da un vincolo di pigra amicizia: proprietari terrieri, industriali di aziende alimentari o corallifere nelle vicine città costiere, le più sviluppate, taluni professionisti, qualche rappresentante della stanca nobiltà cittadina”.

In questa pigra e addormentata provincia che si adagia alle falde del Vesuvio “un po’ tarda, pettegola ma tanto pacifica” satura di luce, di colori e di profumi, dove le case sono “seppellite di verde, così calme e borghesi, dove tutto è tranquillo e i sentimenti stessi son cose catalogate” si muovono tutti i personaggi del libro, molti dei quali hanno come voce narrante una donna; gli stessi si dibattono, direi senza speranza e vie d’uscita, tra conflitti interiori e difficoltà ad instaurare sereni e duraturi rapporti interpersonali, tra monotonia ed abitudini consolidate, in contrasto con la tranquillità del circostante paesaggio naturale. Quasi sempre gli uomini e le donne, protagonisti di questi racconti, sono reduci da esperienze dolorose; sembrano appesantiti da un fardello di sofferenza e avvolti da una insanabile solitudine che appare come la loro unica possibilità di conforto. Vittime di ossessioni, vere o presunte che si portano dietro, i personaggi che escono dalla penna dello scrittore napoletano richiamano alla memoria tempi passati carichi di nostalgia, i quali pur vivendo in ambienti ricchi e curati, non riescono ad essere felici e vivere una vita normale. Quasi a voler significare che la ricchezza non dona la felicità ai suoi possessori. Alcuni di essi, che si erano allontanati dalla propria casa, dai propri familiari, dal proprio mondo, per inseguire sogni e desideri, spezzando inconsapevolmente un legame sicuro, ritornano alle origini cercando con difficoltà di ricucire gli antichi rapporti con le persone e con le cose che avevano lasciato.

Sono storie velate di leggera malinconia, inserite in un contesto urbano che la modernità ha notevolmente cambiato, scritte con uno stile raffinato che appartiene – senza ombra di dubbio - ad una maniera antica e colta di raccontare, non riscontrabile tra i tanti scrittori alla moda dei nostri tempi.

lunedì 16 settembre 2019

Il mio primo viaggio all'estero



Non sono mai stato un “viaggiatore”, nell’accezione più nobile del termine, e devo dire che non mi sento neanche un “turista” nel suo significato più moderno. Quando viaggio (ed i miei non sono lunghi spostamenti verso i “paradisi” tropicali dell’Oceano Pacifico, o verso le destinazioni più ambite dell’Europa o dell’America, tanto per intenderci), mi considero un “visitatore dell’anima”: ho bisogno di identificarmi nel luogo che mi ospita e non devo  sentirmi né spaesato né straniero. Luoghi dove posso ritrovare me stesso, le mie origini storiche, sociali e culturali: insomma il mio paese. E l’Italia tutta, con le sue città d’arte ed i suoi innumerevoli borghi e paesi ricchi di storia e di fascino, non può essere che il mio esclusivo luogo dell’anima. Più che “andare” in capo al mondo, pertanto, amo “ritornare” in posti a me cari e conosciuti, che io considero più seducenti di quelle mete esotiche o di quelle località alla moda che si trovano sempre altrove, lontane, in un sud del mondo sempre più a sud. Non credo che si possa vedere e godere meglio e di più, viaggiando lontano, verso paesi stranieri. Le nostre località di mare, dalla Sicilia al Conero, dalle Cinque Terre alla Costa Smeralda sono forse meno belle e attraenti delle Seychelles o di Acapulco? Eppure, c’è chi è stato alle Maldive e non conosce Capri e la Costiera Amalfitana, c’è chi va a New York senza avere mai visto Todi, che proprio gli americani considerano il luogo più vivibile del pianeta. D’altra parte c’è chi ha visitato il museo del Prado a Madrid e non ha mai messo piede nella Galleria degli Uffizi a Firenze. E’ come dire che l’erba del vicino è sempre più verde. A volte ho l’impressione che a “casa nostra” le attese di ognuno di noi si indeboliscano e si lascino fuorviare. Viviamo in posti circondati dalla bellezza artistica e paesaggistica, eppure questa bellezza a volte ci sfugge, non la cogliamo, non la conosciamo, andiamo all’estero a scoprire qualche rudere, senza aver mai ammirato i templi di Paestum o gli scavi di Pompei. Siamo convinti di avere già visto, nel paese più bello del mondo (il nostro), tutto quello che c’è da vedere. Ma non basta una vita per visitare l’Italia: e noi ne abbiamo una sola, di vita. L’abitudine a non guardare la bellezza che ci appartiene e che il mondo intero ci invidia, l’esterofilia da cui sembriamo afflitti e, soprattutto, certe mode e certe pubblicità che impazzano, ci hanno resi ciechi e insensibili. “Il fatto è che sono pochi quelli che sanno essere felici dove si trovano – diceva lo scrittore statunitense  George Washington Irving - da qui deriva il desiderio di essere dove non sono, da qui la mania del moto perpetuo. Solo dopo avere sacrificato più e più volte ogni comodità alla passione per i viaggi siamo in grado di apprezzare la dulce domum". E qual è la “dolce casa” se non l’Italia?

Facevo queste considerazioni mentre mi trovavo sul pullman (quando giro preferisco i mezzi pubblici, in primis il treno…la macchina non mi permette di guardare), che aveva da poco lasciato la pianura attorno a Rimini e mi stava portando nello Stato più antico del mondo, appollaiato da oltre 17 secoli sul monte Titano tra la Romagna e le Marche: la Repubblica di San Marino. Mi accingevo a varcare, per la prima volta, i confini di uno stato estero. Si, non sono mai stato all’estero, avendo sempre dato la preferenza all’Italia.
“Questo piccolo, libero stato – scriveva nel 1792 il poeta tedesco Friedrich Leopold Stolberg che l’aveva visitato - sarebbe ben più celebre delle grandi nazioni, se la virtù e l'innocenza, piuttosto che la pompa ed il vizio, costituissero oggetto d'ammirazione degli uomini”. Parole che mi trovano d’accordo. La tradizione fa risalire la sua fondazione al 3^ sec. d.c. quando un tagliapietre della Dalmazia – un tal Marino che poi sarebbe diventato santo - per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani disposte dall’imperatore romano Diocleziano, si rifugiò sulla cima di questa montagna per viverci da eremita. Le sue dure privazioni fisiche e morali ed i miracoli che gli vennero attribuiti, lo resero ben presto popolare, tant’è che una principessa del posto, conquistata dalla sua estrema scelta di vita e dalla sua santità, gli donò la montagna su cui lui fondò una piccola comunità cristiana che prese il suo nome.


Mentre il pullman sembrava arrampicarsi con fatica verso l’alto, quasi a scalare il cielo, mi si aprivano davanti vedute estese e spettacolari che si allargavano verso il mare Adriatico, in lontananza. Alcune delle case sembravano scolpite nelle rocce o costruite con le rocce stesse, qualcuna appariva come un nido di aquile tra le fenditure della montagna, sulla cui sommità appuntita svettavano tre rocche fortificate, ad una certa distanza l'una dall'altra, collegate fra loro con dei camminamenti, le cui torri  sembravano sfidare il cielo.

Il borgo, silenzioso e tranquillo nonostante la folla che lo anima, sembra essere stato creato apposta per sfuggire alle sirene della modernità più sfrenata, e riconduce subito alle sue antiche origini ed alla storia del suo  fondatore eremita. Stradine e angoli suggestivi, a strapiombo sulla valle sottostante, sembrano inghiottirti per liberarti all’improvviso in ampi spiazzi, da dove lo sguardo si perde con ammirazione in lontananza verso Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, San Leo, Pesaro, Urbino, Ancona, fino ad arrivare sulle coste della Dalmazia e su quell’oceano di montagne che è l’Appennino tosco-romagnolo. Il luogo ti dispone alla pace, alla meditazione ed alla tranquillità dell’animo, allontana le preoccupazioni che corrodono il corpo e rimuove i timori che avvelenano la mente. Se solo per un attimo si riuscisse a non vedere i tanti turisti che impugnano un telefonino come un’arma filmando senza guardare nulla (guarderanno, poi, a casa), la magica atmosfera del posto ti catapulterebbe nel suo lontano passato. E allora ti chiedi come sia stato possibile che una delle Repubbliche più piccole del mondo abbia potuto mantenere, nel corso dei secoli, la sua libertà e la sua autonomia e sia sfuggita a guerre e a contrasti politici, fatali a tanti grandi imperi dell’Europa, in nome di un diritto “nemini teneri” (non dipendere da nessuno) proclamato dallo stesso San Marino. Una terra meravigliosa che vanta una straordinaria tradizione di ospitalità e che non ha mai negato aiuti e diritto di asilo a nessuno. La sua triplice cerchia muraria racchiude un ricco patrimonio di beni architettonici, tra piazze che si aprono su panorami incantevoli, antichi palazzi in pietra, chiese, musei e case che conservano il loro aspetto medievale. Su una delle piazze più belle si erge maestoso e severo il Palazzo Pubblico, dove si svolgono le cerimonie ufficiali dello Stato. Ho avuto modo di parlare, durante la mia breve permanenza a San Marino, con alcuni suoi abitanti e devo dire che sono rimasto colpito dai loro sentimenti: l’ orgoglio di appartenere ad una piccola e singolare comunità riconosciuta come stato sovrano ed il legame che li tiene uniti alla grande madre patria, l’Italia.

mercoledì 11 settembre 2019

La conosci tu la solitudine?

Edward Hopper - tavola calda


La conosci tu la solitudine?
Sì, quella dei poeti e degli impotenti.
La solitudine?
Quale solitudine?
Ma lo sai che non si è mai soli?
E che dovunque ci portiamo addosso
il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro?
Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi.
E fossero solo loro, poco male.
Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato,
quelli che abbiamo amato e che ci hanno amato.
Il rimpianto,
il desiderio,
il disincanto e la dolcezza,
le puttane e la banda degli dei!
La solitudine risuona di denti che stridono,
chiasso, lamenti perduti…
se soltanto potessi godere la vera solitudine,
non questa mia solitudine infestata dai fantasmi,
ma quella vera,
fatta di silenzio e
tremore d’alberi
Tratta dal testo teatrale “Caligola” di
Albert Camus

sabato 7 settembre 2019

Quando viaggiare era un'arte



In un lontano passato solo poche persone viaggiavano: in primis, i mercanti che affrontavano molte difficoltà per trasportare le loro mercanzie da un paese all’altro; poi c’erano i pellegrini che si incamminavano verso i luoghi dello spirito per ottenere l’indulgenza, attraverso percorsi che hanno disegnato le mappe geografiche dell’Europa medioevale;  ed infine troviamo gli artisti (scrittori, pittori, musicisti…) che a ragion veduta erano i veri viaggiatori – figure romantiche ormai scomparse - che cercavano ispirazioni culturali nelle città d’arte in cui si recavano. Un viaggio in Italia (Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Pompei, tanto per citare le località più ambite), costituiva il coronamento della buona educazione dei giovani delle famiglie benestanti, che si apprestavano a fare il loro ingresso nella società ricca e borghese del tempo. Il loro viaggio – il cosiddetto “Grand Tour” - durava mesi, a volte anni, grazie soprattutto alle disponibilità finanziarie degli interessati, ma anche alla lentezza dei mezzi di trasporto: ci si spostava in carrozza o a piedi, attraverso strade e sentieri accidentati e poco affidabili, sostando in locande e bettole in cui promiscuità e gravi carenze igieniche erano la normalità. Si pensava che tramite queste esperienze di vita si potessero acquisire doti di capacità, conoscenze e coraggio, necessarie ai rampolli di quell’aristocrazia europea impegnata soprattutto in un’attenta gestione delle proprie ricchezze.
Il Settecento - scrive Attilio Brilli, uno dei massimi esperti di letteratura da viaggio, nel suo interessantissimo saggio che si intitola “Quando viaggiare era un’arte”, con sottotitolo “il romanzo del Grand Tour” – è stato il secolo d’oro dei viaggi, “l’era di una cultura saldamente ancorata ai parametri della ragione ottimistica, cosmopolita e soprattutto itinerante”. Si partiva per l’ignoto e per conoscere e studiare le vestigia delle antiche civiltà, con un occhio attento al “viaggio di dentro ritagliato nelle anse e nelle pause di quello di fuori”.
E il “viaggiatore”, che nel passato percorreva la sua strada quasi sempre in solitudine e in lentezza – tranne i rampolli delle famiglie aristocratiche che si facevano scortare da un vero e proprio corteo di servitori e lacchè, precettori e medici, cuochi e palafrenieri - in un’epoca caotica e massificata come la nostra si è trasformato in “turista” che aspira ad essere guidato e portato in giro, a condividere in gruppo e senza sforzo le medesime esperienze. Esperienze ed emozioni che, vissute da pochi, apparivano uniche ed irripetibili, cessano di essere significative quando vengono vissute da tutti alla stessa maniera. Quell’arte di viaggiare, riservata un tempo alle classi più colte, oggi si è come frantumata al ritmo squilibrato del turismo di massa, sommerso da “consigli” sul dove andare e su cosa visitare, a scapito della qualità, della lentezza e della riflessione. L’antropologo e filosofo Levy-Strauss – scrive Brilli nel suo libro – dice che i viaggi non sono più in grado di concederci promesse di sogno e tesori incontaminati, poiché la prima cosa che vediamo viaggiando per il mondo è la nostra sporcizia gettata in faccia all’umanità. Anche per questo i libri di viaggio – prosegue Levy-Strauss – creano l’illusione di qualcosa che non esiste più ma che vorremmo esistesse ancora.

venerdì 30 agosto 2019

Un ospite illustre nel Cilento: Giambattista Vico



Ogni estate mi ritiro nella mia terra di origine: l’amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi, che l’aveva percorso in lungo e in largo verso la fine dell’800. Qui – lontano dai clamori della pazza folla e dalle aberrazioni dei nostri tempi – mi ritaglio uno spazio appartato e silenzioso dove cerco di raccogliere sensazioni ed atmosfere perdute, odori e colori, paesaggi e bellezze dimenticate. Insomma, quelle memorie e quei sentimenti che attraversano l’esistenza di ognuno di noi.

Capita, a volte, che la memoria di un uomo si rispecchi in quella di un luogo. La conferma l’ho avuta giorni fa mentre stavo per raggiungere, con la mia macchina, un paesino che si chiama Vatolla, un antico borgo di poche anime sprofondato fra le colline ammantate di castagni e ulivi nel Parco Nazionale del Cilento. Un luogo che conserva ancora il suo aspetto medievale, a pochi chilometri da Agropoli e da Paestum, che invita al silenzio, alla meditazione ed all’ozio creativo. Avevo appena finito di leggere un prezioso libriccino che si intitola “G. B. Vico un ospite d’eccezione della terra di Vatolla”, scritto dal prof. Antonio Malandrino, e avevo pertanto deciso di seguire le tracce del grande filosofo e giurista napoletano, il quale soggiornò da queste parti per circa un decennio (dal 1686 al 1695). E quando si parla di Vatolla – almeno per i cilentani -  il pensiero corre immediatamente a lui, all’autore della “Scienza Nuova”. Il paese sembra legato indissolubilmente al filosofo napoletano. La memoria dell’uomo si riflette, come dicevo prima, nella memoria del luogo.

G. B. Vico, che per volere del padre aveva studiato legge – pur detestando la vita forense – ebbe l’occasione di conoscere, un giorno del 1686, monsignor Gerolamo Rocca, Vescovo di Ischia. Questi, apprezzando le qualità intellettuali di quel giovane giurista, gli propose – secondo quanto si legge nella sua autobiografia – di fare da maestro ai suoi quattro nipoti presso “un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissimo clima, il quale era in signoria di suo fratello, il signor Domenico Rocca, perché lo avrebbe in tutto pari ai suoi figlioli trattato ed ivi dalla buona aria del paese sarebbe restituito in salute ed avrebbe tutto l’agio di studiare…”. Ora, proviamo ad immaginare lo stato d’animo del giovane Vico: all’epoca aveva solo 18 anni, era povero, viveva a Napoli in una modestissima casa accanto ad una botteguccia di libri gestita dal padre, alternando lo studio della giurisprudenza con quello della filosofia, la sua vera passione. La proposta ricevuta dal vescovo avrà certamente suscitato nel suo animo apprensioni e timori; egli avrebbe dovuto lasciare la sua amata Napoli per una terra lontana e sconosciuta, per andare a vivere presso una famiglia di feudatari, signori di Vatolla, prendendosi cura di quattro ragazzi poco più giovani di lui. Certo, l’impiego che gli veniva offerto, a quei tempi, non era affatto prestigioso: il precettore, infatti, era considerato alla stregua di un servitore, di poco superiore ad un cocchiere, con un salario molto basso. Accettando l’incarico, Vico poté usufruire di vitto e alloggio gratis: e questo non era poco considerate le sue ristrettezze economiche. E soprattutto quel mandato gli diede la possibilità di dedicarsi ai suoi studi filosofici, che lo avrebbero reso immortale, avvalendosi della ricca biblioteca padronale dove si trovavano opere di S. Agostino, Ficino, Pico della Mirandola, Tacito ecc. Il viaggio in carrozza durò circa tre giorni, tra soste e pernottamenti in locande di fortuna, percorrendo strade accidentate spesso infestate da banditi, prima di arrivare nel castello di Vatolla. In questa dimora fortilizia - che era stata costruita prima dell’anno mille dai Longobardi, a pianta trapezoidale e munita di quattro torri cilindriche (oggi palazzo De Vargas, dal nome degli ultimi proprietari di origine spagnola, sede della fondazione G.B. Vico) - viveva il marchese Don Domenico Rocca, vedovo, con i suoi quattro figli. Gli fu assegnata una stanza da cui poteva ammirare, in lontananza, l’isola di Capri sulla cui inconfondibile sagoma Vico soffermava il suo sguardo, nei momenti di malinconia e di nostalgia. Si, perché il filosofo aveva un rapporto alquanto tormentato con il luogo che lo ospitava tant’è che in un suo scritto definiva Vatolla  “aspra Selva solinga arida e mesta”, mentre in altre occasioni manifestava tutto il suo amore al “bellissimo sito di perfectissima aria” . Spesso si sentiva triste e spaesato perché l’ambiente non gli offriva molto, tranne le occasionali visite che il suo “datore di lavoro” faceva ai “signori” del posto, a cui lui partecipava di buon grado. Già allora, così come per tutta la vita, il filosofo cercava di coltivare sempre buone conoscenze in “isfere molto elevate siano stati essi dotti prelati, eloquenti predicatori, alti magistrati, studiosi universitari e non universitari, cavalieri e dame della più eletta aristocrazia…”. Ma, da buon studioso, non disprezzava la solitudine e il silenzio: e naturalmente Vatolla ne offriva in abbondanza. Così – sempre nella sua autobiografia – Vico racconta che spesso lasciava il palazzo per recarsi nel vicino convento francescano di Santa Maria della Pietà dove, all’ombra di un grande ulivo, godendosi l’aria fresca e salubre che saliva dalla valle sottostante, trascorreva lunghe ore nello studio e nella meditazione, in compagnia dei libri della biblioteca del convento. E in questo posto così suggestivo che evoca sensazioni indescrivibili, dove la mente del filosofo probabilmente raggiungeva vette altissime, e dove l’aria ha un sapore diverso ed i colori della natura sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore, ho sostato a lungo, da solo, soggiogato dal silenzio e dalla pace. Certi luoghi, che richiamano alla memoria vicende e personaggi di un lontano passato, sembrano lanciare a noi contemporanei - che viviamo in un’epoca caratterizzata dall’indifferenza, dall’eccessiva velocità e dalla scarsa sensibilità verso il bello - un  potente ammonimento a cambiare filosofia di vita e a non dimenticare le ricchezze artistiche e paesaggistiche della nostra terra. Elevare culturalmente un paese significa, essenzialmente, far maturare in ogni suo abitante consapevolezza e sensibilità, affinché possa comprendere e apprezzare la bellezza del patrimonio che gli appartiene.

Girare per le strette e silenziose stradine di Vatolla è come tornare indietro nel tempo. Un vero tuffo nel passato. Il retaggio vichiano, poi, è molto sentito nel paese, perché tutto parla del suo cittadino più illustre. Vie e piazze a lui dedicate, didascalie, notizie storiche e citazioni tratte dalle sue opere impresse su pannelli in ferro battuto posizionati in ogni angolo del borgo: un piccolo museo a cielo aperto. Al fine di rilanciare lo sviluppo di una terra, troppe volte umiliata e offesa, bisogna ripartire proprio dai suoi antichi borghi che si affacciano su un mare cristallino: Vatolla è uno di questi, con la bellezza dei suoi silenzi e la forza della sua storia, risorsa essenziale per la vita e la crescita culturale dell’intera comunità. Ruggero Cappuccio, scrittore e regista napoletano che ben conosce questi posti, dice che “non sono gli uomini a possedere le cose, sono le cose a possedere gli uomini, protetti e minacciati dal maggior difetto e dal maggior pregio di questa terra, la memoria. Certi ricordi non aiutano a vivere. Senza certi ricordi vivere è impossibile”.

lunedì 22 luglio 2019

Mai più senza maestri


Nell’ immaginario collettivo il “maestro” è quella figura romantica legata agli anni della nostra scuola elementare, una figura da sempre confinata in una condizione socio-economica subalterna, palesemente discordante con la dignità di una professione che dovrebbe rivestire il grado più alto della scala sociale. E parlando di maestri vissuti in altre epoche, non possiamo non ricordare i maestri d’ascia, i maestri orafi, i maestri di bottega, senza dimenticare che chiamiamo maestro, ancora oggi, l’artista cui sono riconosciuti meriti particolari nel campo musicale, cinematografico, letterario ecc. La letteratura, poi, è ricca di ritratti di precettori ed istitutori, spesso persone pedanti e vanitose, cui le famiglie aristocratiche affidavano l’educazione dei propri rampolli. Ma nella società del nostro tempo, sempre più omologata verso il basso, esistono ancora i maestri, quali autorità morali e culturali che tendono verso l’alto? Si può ancora chiamare qualcuno “maestro” senza incorrere in una facile ironia se non addirittura nello scherno? Se lo chiede il prof. Gustavo Zagrebelsky, grande giurista, già Presidente della Corte Costituzionale, con il suo libro molto interessante che si intitola “Mai più senza maestri” (Ediz. il Mulino).


Secondo Zagrebelsky il maestro è innanzitutto “chi non s’accontenta”, ma è anche chi si sente un “irregolare, fuori delle regole”; il maestro, inoltre, è un critico che non inculca certezze e non indottrina i suoi allievi (come certi tipi di “maestri” indispensabili ai regimi totalitari), ma è colui che semina dubbi, “crea asperità”, produce divisioni e rotture, “uno che mette a nudo, un provocatore”, il quale conosce a fondo la materia del suo insegnamento e la sa comunicare senza censure e con la chiarezza necessaria. Per legittimarsi, il maestro non ha bisogno dell’istituzione. Anzi - dice Zagrebelsky - a volte può percepirla come una sorta di camicia di forza fatta di programmi e di asfissianti procedure burocratiche che sono di impaccio alla sua autorità. Mentre l’unica, autentica autorità del maestro, si legge nel libro, deriva dagli allievi. “Sono loro che gliela conferiscono. Non è l’istituzione. Quanti insegnanti incontriamo nelle scuole privi di autorità e, viceversa, quanti maestri che esercitano il loro magistero senza bisogno di parlare da cattedre autorizzate. Non esistono maestri senza allievi. Sarebbe una contraddizione in termini. Se non c’è maestro senza allievi, vale anche il contrario: non ci sono allievi senza maestri”.

Oggi, “sotto la dittatura del presente” – scrive Zagrebelsky – il maestro appare come una figura anacronistica. E’ visto dal potere dominante, qualunque esso sia, quasi come un intralcio alla crescita economica del paese, viene ignorato e reso innocuo L’attuale società richiede competenze tecniche più che umanistiche, “esperti” più che maestri, quindi economisti, politologi, giuristi, che vengono valorizzati e protetti dal sistema. Al posto dei maestri ci sono, poi, gli influencer, che sono quelle figure che impongono e assecondano le tendenze di massa e le mode attraverso strumenti di persuasione, in primis la comunicazione commerciale. “Il più bravo – scrive Zagrebelsky – è quello che più si immedesima nella tendenza del momento, non quello che più se ne distingue. Il successo consiste nell’eccellere in idiozie. La riflessione, che è l’ingrediente di ogni magistero, è erosa da uno stile di vita in cui il silenzio, propedeutico a ogni atteggiamento riflessivo, è proscritto. La costruzione di rapporti profondi e duraturi sembra sempre più difficile. Per i più, i maestri sono sostituiti dagli idoli e questi idoli devono essere banali…I maestri di cui il nostro tempo sembra avere bisogno sono quelli che rassicurano e consolano, non quelli che risvegliano le coscienze”. E quest’ultimi si trovano nel web dove c’è di tutto, e tutto può essere affidabile o meno, a seconda delle proprie convenienze e dei propri convincimenti. Si trovano nella televisione, nella pubblicità, nella moda, nei social e si chiamano demagoghi, comunicatori, propagandisti. Tutti usano il nostro stesso linguaggio, li comprendiamo senza sforzi e sono adatti alla società dello spettacolo e dei grandi numeri perché sopprimono la curiosità, esaltano il pensiero unico e organizzano esistenze omologate. Noi siamo il riflesso di ciò che ci sta intorno: il guasto che sta fuori di noi è anche dentro di noi. I maestri, quelli veri, quelli che risvegliano le coscienze, si propongono a noi quando incominciamo a porci domande e interrogativi inevasi, a cui non sappiamo dare una risposta. Allora possono rivelarsi. Ma quando nessuno ne sente il bisogno, quelli che si propongono come tali sembrano malinconiche comparse che si espongono alla denigrazione. Nonostante tutto, io credo che in questa nostra società iperconnessa i maestri che tendono verso l’alto sono ancora presenti tra di noi. E noi ne abbiamo estremamente bisogno. Uno ci ha da poco lasciati: si chiamava Andrea Camilleri.



lunedì 15 luglio 2019

Roma: tra rifiuti e sfilate balneari

dal web


Il decoro urbano di Roma – lo sappiamo bene – è assai compromesso. E’ un problema, questo, che si trascina ormai da decenni, tanto da sembrare irrisolvibile. I marciapiedi (in centro come in periferia) sono regolarmente un tappeto di cartacce e cicche di sigarette, ovunque ti giri vedi cumuli di spazzatura, cassonetti sempre strapieni e debordanti di immondizia, scritte e graffiti su qualsiasi superficie, anche sui monumenti, manifesti pubblicitari che invadono ogni spazio disponibile, un’edilizia abitativa (in periferia) che intristisce, macchine e poi macchine dappertutto. E come se tutto ciò non bastasse a turbare e a deturpare il paesaggio urbano, con l’arrivo dell’estate noi cittadini, non soddisfatti di sporcare la città in cui viviamo (prendiamoci ogni tanto questa responsabilità, anziché incolpare sempre la Raggi), la trasformiamo in una località di mare (nonostante il mare sia distante una trentina di chilometri), grazie al nostro look balneare. Infatti, chi in questi giorni passeggia per Roma (ma credo sia un andazzo che ha preso piede in tutte le città), può assistere ad una incessante passerella “moda mare”: pantaloncini a mezza gamba, di tutte le fogge, con mocassini e calzini corti, sandali francescani abbinati con calze lunghe, e poi bermuda, canottiere multicolori, infradito, zoccoli. Mancano solo le sdraio e gli ombrelloni. Un vestiario decisamente inappropriato, in alcuni casi ridicolo e osceno, non giustificato neanche dal gran caldo di questi giorni. Gli indossatori non sono quelle statuarie figure che vediamo in televisione nelle sfilate di moda, ma signori attempati che esibiscono allegramente e senza alcun pudore corpi su cui la natura, prima ancora che gli anni, hanno lasciato segni disastrosi. Oltre ad essere esteticamente brutti a vedersi, questi “modelli” sono l’espressione di una moda sciatta, di una condotta poco rispettosa del decoro di un luogo, dove il brutto prevale - non dico sul bello - ma sulla decenza. Ora tralasciamo i ragazzi che – grazie alla loro freschezza giovanile – se la possono pure permettere questa mise balneare. Ma gli altri, quelli che non hanno né il fisico né l’età adatti allo spogliarello, più che svestirsi dei propri abiti e, soprattutto, della propria dignità, dovrebbero coprirsi il più possibile. Nascondere anziché svelare le proprie brutture. Mostrare in maniera disinvolta pance prominenti, gambette rinsecchite o cosce da elefante, gambe storte con vene varicose, pelurie pettorali ed ascellari sudate è quanto di più indecente e deplorevole si possa vedere per le strade, nei negozi mentre fai la spesa, nei locali e sui mezzi pubblici. Sono scene sgradevoli alla vista che non si addicono al buon senso, prima ancora che al ritegno ed alla rispettabilità di una persona.

Lo stile balneare, anche per chi non ha il fisico di un adone, è ammesso in casa propria (dove nessuno ti vede) e viene ben tollerato nelle località marine e sulle spiagge (si va lì per prendere il sole e fare il bagno), ma non può essere accettato in altri contesti sociali. Ora io non voglio fare la morale a nessuno, ma sinceramente quando vedo in giro certi “tipi da spiaggia” che si atteggiano pure a bronzi di Riace, si acuisce in me quel senso di malessere, già provocato dal degrado urbano, dalla spazzatura, dal traffico e dai comportamenti volgari. Ho letto da qualche parte che in alcuni Stati dell’America è vietato andare in giro in maniera discinta e chi non rispetta tali norme rischia multe salate. Il decoro di una città – diciamocelo - si misura anche dall’abbigliamento dei suoi abitanti, che va di pari passo con la pulizia delle strade, il senso civico e l’educazione. Insomma esiste un’etica anche nel modo come ci si veste.

Chissà cosa avrebbe scritto, oggi, Ennio Flaiano di questa moda balneare che ha preso piede nelle nostre città. Lo scrittore abruzzese, passeggiando negli anni ‘60 per una via Veneto che non gli sembrava una strada ma una spiaggia, ebbe a scrivere: “Il nostro destino è sul mare. Siamo tanto affezionati a questa idea, che abbiamo dovuto tradurla nell’unico modo accettabile alla nostra pigrizia, trasformando le strade in località balneari, elaborando uno stile balneare per le abitazioni, per l’abbigliamento, per le automobili e infine per i cittadini, che sembrano – e intimamente sono – soltanto bagnanti. Anche le conversazioni sono balneari, prive cioè di ogni riferimento alla realtà, barocche e scherzose. Manca che ci si spruzzi o che si giochi col pallone”.

sabato 6 luglio 2019

Viaggio tra le abbazie alla ricerca dell'Europa

Abbazia benedettina di Praglia


“Da dove se non dall’Appennino, mondo duro abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto – scrive Paolo Rumiz, nel suo bellissimo libro intitolato “Il filo infinito”poteva essere venuta, millecinquecento anni fa, quella formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa?...” E da quali uomini poteva arrivare quella spinta alla formazione di un continente se non dai monaci benedettini che abitavano in quei luoghi e che  ben conoscevano? Furono proprio loro, i seguaci di Benedetto da Norcia - fondatore dell’ordine monastico e santo protettore dell’Europa - a salvare un intero territorio dopo la caduta dell’impero romano, con un lavoro incessante per rinvigorire i terreni, per organizzare i sistemi di irrigazione, per diffondere la vite e l’ulivo, per curare la pastorizia e le foreste. E lo fecero – scrive Rumiz nel suo libro - quando gli invasori erano gli Unni, i Vandali, i Visigoti, i Longobardi e non già dei migranti diseredati, inermi e impauriti, come quelli che sbarcano oggi sulle nostre coste. Quei monaci benedettini, affidandosi alla sola forza della fede e all’efficacia di una formula, ora et labora, riuscirono a cristianizzarli con il loro esempio, seppero rilanciare la civiltà in un mondo sconvolto dalle violenze, dalle immigrazioni di massa e dal degrado urbano, ricostruendo un territorio devastato che non aveva ancora confini nazionali ed innalzando un reticolo di formidabili bastioni di resistenza: le abbazie.

Paolo Rumiz – giornalista e grande viaggiatore - quei “giganti in tonaca nera”, forti dei loro antichi valori quali l’accoglienza, l’ascolto, la preghiera, il lavoro dei campi, il rispetto della natura, li ha cercati attraverso un lungo peregrinare tra i monasteri di tutta Europa, dall’Atlantico al Danubio. “Da nomade impenitente, da uomo di frontiera orgogliosamente senza radici”, lui si lascia affascinare, in questo viaggio, dal “luogo chiuso” che è il monastero, allontanandosi dal frastuono di un mondo globalizzato e di plastica, frenetico e mercificato e iperconnesso, stracolmo di cose inutili che accentuano il nostro vuoto esistenziale e il nostro smarrimento. Un mondo di una povertà spirituale allarmante. Il suo è stato un viaggio alla riscoperta di quelle radici cristiane e di quei valori fondanti del monachesimo benedettino e dell’Europa, che sembrano definitivamente spariti dalla società moderna, dove la cultura è in caduta libera, dove l’economia mette al suo centro solo il profitto e non la felicità dell’uomo, dove gli strumenti tecnologici ti fanno sentire più solo e più povero e dove la politica non sa dare speranza e risposte ai bisogni della gente.

La sua avventura inizia dal monastero di Praglia, nel Veneto, “ancorato come un bastimento all’ultimo dei Colli Euganei”. Scrive Rumiz; “…è facile svegliarsi prima dell’alba in un posto così. Chi non è abituato al silenzio si scopre insonne, in preda a vortici di pensieri, sospeso nel tempo e nello spazio. Mi è già capitato in un faro, in un’isola deserta del Mediterraneo. Un mese di solitudine e inaudite navigazioni nei labirinti dell’anima”. E’ la volta, poi, dell’abbazia di Sankt Ottilien, in Germania, dove “se qualcuno è in cerca di Dio, è più facile che lo trovi qui, tra mucche e galline, che nelle timorate parrocchie”. La sacra peregrinazione lo porta, quindi, all’abbazia femminile di Viboldone, situata in mezzo a un prato che una volta era campagna e oggi è periferia di Milano. “Pare che tutto il peggio della modernità si coalizzi contro quest’isola di pace, per estirparne il silenzio.” Così scrive l’autore. E poi quando tutto sembra annichilito dalla modernità, ecco che il sacro “ti fulmina appena entri nella navata medievale coperta di affreschi di epoca giottesca”. Il viaggio è denso di sorprese e se l’abbazia di Viboldone è povera ed essenziale, quella di Muri Gries a Bolzano “è ricca e trionfante con la sua struttura massiccia, i possedimenti agricoli, le seicentomila bottiglie di vino d’annata”. Ogni monastero esprime e potenzia l’anima del luogo in cui sorge. Questo straordinario viaggio di Rumiz continua da Marienberg nel Tirolo, a 1335 metri, il monastero benedettino più alto d’Europa, a San Gallo, in Svizzera; da Citeaux dove nacque nel 1098 l’ordine dei cistercensi a Saint Wandrille in Francia, dall’abbazia di Orval in Belgio dove “ronza come un alveare, la vita operosa dei trappisti, noti come cistercensi di stretta osservanza” a quella di Altotting in Germania e Pannonhalma in Ungheria, per ritornare là da dove era partito, nel Veneto, nel monastero benedettino veneziano dell’isola di San Giorgio, per ritrovare un ultimo ancoraggio, mentre “dal canale della Giudecca sbuca un transatlantico illuminato da cinquemila passeggeri. Immenso, più alto della chiesa della Salute, sullo sfondo di un cielo rosso fuoco. Non gli importa di vedere, gli basta essere visto. La città artificiale passa, indifferente, sul cadavere di quella vera” .

Ma se per secoli il cristianesimo ha mostrato questa straordinaria capacità di rinnovarsi ed estendersi attraverso le migliaia di abbazie sorte in tutta Europa, nel tempo di internet – si chiede Rumiz – le stesse abbazie sono ancora in grado di rinsavire una società globalizzata che esclude i deboli, predica uno sviluppo illimitato e distrugge l’ambiente? “Di certo – scrive Rumiz - a chi è assordato dal frastuono e dal superfluo, quel modello offre almeno una zattera di frugalità e silenzio, che di questi tempi è già un dono inestimabile”. E se ognuno di noi, mi permetto di aggiungere, potesse fare una simile esperienza di vita, avesse la forza di abitare – per un breve periodo di tempo - il silenzio, la pace e il raccoglimento di un luogo suggestivo come il monastero, alternando momenti di preghiera, di studio e di lavoro a momenti di introspezione interiore e meditazione, lontano dal chiasso della modernità, io credo che ne uscirebbe cambiato. E in meglio.