domenica 12 ottobre 2014

Applausi al morto



Viviamo in una società dove i mezzi di informazione – in primis la pubblicità - celebrano, incessantemente, il trionfo del corpo sano e giovane, rigettando qualsiasi immagine e qualsivoglia riferimento legati alla fine naturale di quel corpo; rifiutano ogni aspetto che possa far pensare alla morte. Anche gli anziani vengono presentati in atteggiamenti giovanili – magari con una bella e forte dentiera che frantuma con un solo morso una mela o con un apparecchio acustico per sopperire alla perdita dell’udito -  però sempre scattanti e propositivi, come se davanti a loro avessero ancora un’intera vita da consumare. La televisione, poi, si rivolge di continuo a un telespettatore che è essenzialmente un consumatore - qualunque età egli abbia – e gli parla di vita e mai di morte. Come se il trapasso non esistesse e non facesse parte della vita.
Eppure – nonostante blandisca persone sempre più passive, disposte a farsi adescare senza reagire - la TV ci ha ormai abituati a guardare anche la morte. Anzi lo spettacolo della morte.

Io credo che nessuno, prima dell’avvento della televisione, abbia mai assistito a tanti omicidi e a tanti funerali - tra film e orrori legati alla cronaca nera di tutti i giorni – quanti ne sono riservati a un normale cittadino della nostra epoca. Da un lato c’è il tentativo di fuggire dalla morte, di nasconderla agli occhi dei telespettatori, di evitarla in tutti i modi, mentre dall’altro irrompe ineluttabilmente sullo schermo televisivo come un vero spettacolo. La morte viene mostrata nelle sue varie ed innumerevoli  rappresentazioni; domina la fiction, naturalmente, ma l’informazione di sciagure, di massacri familiari, di efferati omicidi in questi ultimi tempi non sono da meno ed occupano sempre più spesso le prime pagine dei giornali e degli spettacoli televisivi di intrattenimento. E’ quasi sempre una morte drammatica, per uccisione o per incidente, condita con dovizia di particolari davvero raccapriccianti. Tanto per fare un esempio: se un aereo precipita in mare causando la morte di tutti i passeggeri, non ci sarebbe la necessità di indugiare su macabri particolari, perché ognuno di noi è in grado di immaginare la tragica sorte toccata a quelle persone. Tuttavia, pur di rendere lo spettacolo più forte e morboso, la telecamera si sofferma sui resti umani che galleggiano sull’acqua e quelle immagini vengono date in pasto ad un pubblico sempre più vorace ed esigente.
Tragedie che generano angoscia ma nello stesso tempo ci tranquillizzano perché non ci toccano direttamente, le osserviamo sgomenti ma ne usciamo liberati perché sono morti che appartengono ad altri.

Ma la cosa più aberrante si verifica dopo, a disgrazia avvenuta, quando tutti i mezzi di informazione ne hanno diffusamente parlato: succede che orde di curiosi – spinti dalle immagini televisive e dagli innumerevoli spettacoli pomeridiani dedicati all’evento - si rechino come in una gita domenicale sui luoghi del disastro, o dell’incidente, o dell’efferato delitto passionale a caccia di morbose curiosità, immortalando l’avvenimento con fotografie e filmini da mostrare ai loro amici e familiari che non hanno avuto questa possibilità. E se è presente anche la telecamera, allora qualche attimo di notorietà è assicurato. Potranno salutare con la manina e testimoniare la loro effettiva presenza sul luogo dello spettacolo.
Io di fronte a queste oscene esibizioni mi domando sempre: ma è la televisione a creare interesse per questo genere di informazione, oppure tale comportamento è dettato da un normale bisogno dell’animo umano nell’immedesimarsi in tragedie che si ripetono, purtroppo, da sempre? Sono i giornalisti con i loro servizi e con le loro telecamere impietose che fanno di una disgrazia uno spettacolo televisivo, o sono piuttosto i telespettatori che cercano emozioni sempre più forti? E come qualsiasi spettacolo che si rispetti – in presenza di una telecamera - non possono mancare gli applausi: e sono quelli che vengono tributati immancabilmente alla bara che esce dalla chiesa. Ma che significato hanno gli applausi durante un funerale? L’applauso dovrebbe sottolineare un momento di gioia non di dolore, è rivolto ai vivi non ai morti. Ma è possibile che per esprimere partecipazione e dispiacere si debba applaudire come allo stadio o al teatro? Non sarebbe un comportamento più rispettoso restare in silenzio?

Mi vengono in mente le parole scritte da Antonio Scurati nel suo romanzo “Il sopravvissuto”: “Terminata la messa funebre, un applauso fragoroso e assurdo accolse le sette bare all’uscita della chiesa. In verità non c’era nulla di così sorprendente in quel battimano rivolto a dei cadaveri. Educata da milioni di ore trascorse davanti alla televisione, quella gente reagiva di fronte a ogni evento dell’esistenza, fosse anche gravemente luttuoso, con l’unico comportamento richiesto al pubblico televisivo: l’applauso”.

sabato 4 ottobre 2014

Rendere bello l'ospedale serve al bene



“…Un ospedale, oltre all’efficienza delle strutture, deve proprio contemplare una dimensione affettiva che compensi il malato di ciò che ha perduto, non solo la salute, quindi, ma i famigliari, gli affetti, che sono essenziali. E’ la cosa più importante: la dimensione umana, riflesso di quella umanistica. (…) Ma non basta che una cosa funzioni: occorre anche che una cosa sia bella, che corrisponda a un’esigenza interiore, e questa esigenza non è appunto quella della mera funzionalità. Il funzionalismo e il razionalismo hanno molto spesso ridotto l’uomo a una macchina che alla fine del lavoro deve essere parcheggiata come un’automobile in un deposito per essere umani. Questo ha distrutto il senso stesso dell’architettura. (…)
La sanità è una condizione normale, che non avverti. La malattia non la puoi scegliere: ti accade, è una violenza che tu subisci senza poter far nulla. Non puoi dire: scelgo tra l’essere sano e l’essere malato. La sanità ti accade e non la senti, la malattia ti accade e la senti. (…)

L’ospedale, come la prigione, è un luogo che cristianamente mira alla riparazione, alla possibilità (ma questo non capita quasi mai in prigione…) che uno ne esca migliorato. Non un luogo della scelta, ma della necessità. Quindi, la bellezza è un sostegno che consente di renderti più disponibile a guarire, a non lasciarti prendere dalla malattia, a non abbandonare la resistenza, a non lasciarti morire. L’ambiente, illuminato dalla bellezza, ti mette in buona disposizione rispetto alla guarigione. Ecco perché abbiamo detto, citando autori del passato, che un ospedale deve essere bello come una reggia, tale che anche un re sano possa andarci e starvi bene come fosse in vacanza. Se in una stanza di ospedale c’è un quadro o una piccola biblioteca, venti o trenta libri, il malato vede ricrearsi intorno a sé un ambiente che ha a che fare con la normalità, con la quotidianità, con il benessere. Rendere bello l’ospedale serve, cioè, al bene. E’ quello che hanno fatto le strutture ospedaliere del Quattrocento in poi. Perché il tema dell’assistenza è un tema sociale, civile. E’ la risposta della società al bisogno individuale urgente, improvviso, come è la malattia. La risposta della solidarietà umanistica. Se l’ospedale è un luogo di costrizione, quella costrizione deve essere allora temperata dalla bellezza. Diceva Palladio, delle sue architetture, che dovevano essere tanto comode quanto belle. “Perfettamente commode e onestamente belle”. E un ospedale, perciò, dev’ essere tanto comodo quanto bello, per le ragioni che ho appena esposto. Ricordiamo però che non si tratta di una bellezza messianicamente intesa, la bellezza estrema di una visione consolatoria, come in Morte a Venezia di Thomas Mann, quando il protagonista sta morendo e vede in lontananza il giovane Tadzio che gli piaceva…La bellezza negli ospedali è una bellezza funzionale alla sanità, al bene, alla guarigione. Uno strumento per un fine. Contro la fine”

(tratto da “Il bene e il bello” di Vittorio Sgarbi)

mercoledì 1 ottobre 2014

Fuga dal mondo






Ho letto il libro di Vittorino Andreoli “Fuga dal mondo”; questa lettura mi ha confermato che l'autore, oltre ad essere un grande psichiatra è anche un ottimo scrittore, il quale  probabilmente porta anche nei suoi libri e, quindi, nella finzione letteraria, la sua esperienza di lavoro, a contatto con la sofferenza e con il mondo della follia.
Io credo che le tematiche esistenziali trattate da Andreoli in questo libro siano anche le sue ossessioni e, attraverso questo suo originale romanzo, rappresenta la “sua” interpretazione della condizione umana intessuta di solitudine….paura….follia…malattia. Le percezioni che  ne ricaviamo, leggendolo, a volte non sono piacevoli, ci fanno male, in qualche maniera ci feriscono. Sono comunque dentro di noi e l’evocazione che ne fa lo scrittore attraverso il suo racconto turba la nostra coscienza, rattrista il nostro animo.
E’ pur vero che non possiamo considerare un buon libro solo quello che riesce a farci ridere, che ci mette di buon umore, che parla della bellezza e delle cose piacevoli della vita…esistono purtroppo anche altri aspetti della nostra esistenza che fanno riferimento alla tristezza, alla solitudine dell’uomo, alle sue ossessioni, alle sue paure. E’ come se dicessimo che sono belli solo i quadri che rappresentano un bel paesaggio, un bel ritratto e non quelli, invece, che ricordano la vecchiaia, la paura, la solitudine.
Intanto credo che il libro, in qualche maniera, può anche, “disturbare”,  creare disagio, prima di tutto perché in esso non c’è “amore” nella sua accezione nobile del termine. Non contiene quell’ottimismo che rende più leggera la vita e più sopportabile il dolore.
Può disturbare per esempio la nostra sensibilità quel continuo richiamo alla morte e ai cimiteri e poi… quella casa a forma di “Cubo” che il protagonista si fa costruire sull’orlo di un precipizio, simbolo delle distanze che vuole mantenere con il mondo intero, simbolo di solitudine e di incomunicabilità. Può disturbare quella sofferenza che aleggia sul libro, condizione insanabile e immodificabile e quella lunga disquisizione finale sulla vita e sulla morte.
 
letto nel dicembre 2009
 
 
 

mercoledì 24 settembre 2014

I belli e i brutti



Nella società dello spettacolo in cui siamo immersi, la bellezza è diventata una sorta di obbligo sociale; mi riferisco, in primis, alla bellezza di un corpo e poi a quell’altra bellezza, molto più articolata e complessa, che si addice ai riti ed ai comportamenti sociali. Ricordate quando un tempo si diceva che l’importante è essere belli dentro? E’ un’ affermazione ormai desueta, perché l’uomo moderno, oggi, vuole essere soprattutto bello fuori. E’ uno dei bisogni primari della nostra epoca: essere desiderati. E ammirati. E come ben sappiamo si desidera ciò che è bello non ciò che è brutto.  In questa direzione ormai spingono tutti i mezzi di informazione, in particolare la televisione e la pubblicità quando celebrano l’efficientismo di un corpo sempre giovane e attraente.
Il modello di bellezza vagheggiato è quello che troviamo esposto nelle riviste patinate, è quello che si vede al cinema e in televisione. Sono gli ideali di bellezza proposti dal mondo dei consumi e del mercato. Ma per nostra fortuna i brutti esistono ancora. E godono della mia solidarietà. D’altra parte è come andare allo stadio a vedere una partita di calcio tra il Brasile e la Scafatese: io tiferei per quest’ultima. Non si possono sostenere sempre i belli; diamo un po’ di sostegno morale a chi ha avuto molto poco da madre natura. E in questo senso i brutti, senza aver commesso alcuna colpa, hanno molto da rammaricarsi nei confronti di un destino a loro avverso.

Io comunque non riesco ad immaginarmi una persona brutta: è forse quella con dei lineamenti non perfetti? col naso storto e senza denti? oppure quell’altra con la testa troppo grande e le orecchie a sventola? La stessa definizione di “brutto” è stata nei secoli passati ampiamente discussa da scrittori e filosofi, però non si è mai arrivati ad una descrizione che andasse bene per tutte le situazioni. Se proprio devo pensare ad un corpo sgraziato e disarmonico, allora vado a cercarlo in un quadro di Picasso, il maggiore esponente di quel movimento pittorico chiamato “cubismo”, il quale - rivoluzionando il modo di dipingere  – rappresentò soggetti spigolosi, deformati, mostruosi. Eppure quelle immagini, a dispetto dello la loro evidente deformità, appaiono artisticamente belle e procurano un piacere simile a quello che può destare un dipinto di Raffaello o di Caravaggio. Segno evidente, questo, che nel brutto c’è sempre qualcosa di bello. Basta saperlo individuare. Oppure basta guardare il mondo con occhi diversi e ciò che apparentemente sembra poco attraente può diventare appetibile.
E’ chiaro, però, che alla bruttezza non ci si rassegna e si fa di tutto per nasconderla: magari dietro l’intelligenza, un buon carattere, la simpatia, l’ironia: si cerca, in altre parole, di sopperire ad una mancanza estetica con una qualità morale, di conquistare gli altri perfino con una diversa abilità piuttosto che con il fascino di un bel viso. C’è da dire che mentre per gli uomini questo espediente può funzionare e risultare vincente, non altrettanto può dirsi per le donne. Infatti un uomo può essere anche la brutta copia di un Adone, ma se dotato di una colta intelligenza, risulta (agli occhi di una donna) quasi sempre interessante e affascinante; al contrario una donna (agli occhi di un uomo), seppure ugualmente intelligente, è improbabile che possa suscitare attrattiva se non rispetta determinati canoni estetici. Il suo incanto – secondo un pregiudizio difficile a morire - scaturisce solo dalla sua bellezza fisica. Si vuole la donna bella e oca, forse perché quella bella e intelligente suscita paura e soggezione.
 
E’ innegabile, però, che anche la bruttezza abbia un suo potere di seduzione e di persuasione, almeno in letteratura. Pensiamo, per esempio, alla bruttezza di “Fosca”, il personaggio femminile dell’omonimo romanzo di Igino Ugo Tarchetti: “tutta la sua orribilità era nel suo viso”. Tuttavia questa donna, grazie alla sua intelligenza superiore, riuscirà a conquistare il suo uomo perché era capace di illudere, con una tale forza passionale, da far dimenticare la sua “orribilità”. Ci troviamo nell’Ottocento: oggi, probabilmente, un intervento di chirurgia estetica avrebbe posto fine alla sua bruttezza.

martedì 9 settembre 2014

Pronto, dove sei?...io sono sul treno.



Mi trovo sul treno sulla direttrice Roma-Napoli: amo in maniera particolare questo mezzo di trasporto. Più della macchina. Attorno a me tutti hanno un telefonino o uno smartphone (non so quale sia la differenza) tranne il sottoscritto.

Devo dire che a volte mi sento un alieno, uno che vive fuori dal mondo; tantissime altre volte, invece, sono felice di esserlo, e di appartenere ad una piccola schiera di privilegiati, non ingabbiati nel sistema isterico della telefonia mobile. Mi sento più libero: gli altri li vedo pedinati, seguiti, spiati.

Di fronte a me siede un tizio dall’aria mesta, che cerca di darsi un contegno, una certa importanza, attraverso l’esposizione, in bella mostra sul tavolinetto dello scompartimento, dei suoi tre cellulari di colore e grandezza diversi.

Il silenzio regna sovrano nello scompartimento, mentre il treno procede veloce la sua corsa, un piacevole silenzio che incoraggia la lettura e la meditazione. Inoltre, poter ammirare il panorama dal finestrino di un treno, per me, costituisce sempre un piacere raro. Questa pace dura poco, perché all’improvviso inizia una sinfonia di trilli che tocca tutte le possibili sonorità: Mozart, Leoncavallo, il canto del passerotto, il valzer, il chicchirichì del gallo, le campane a festa. Addirittura il fischio del treno. Ciò, mentre l’altoparlante interno avverte gentilmente la clientela di abbassare la suoneria dei cellulari, per non disturbare gli altri viaggiatori. Mi chiedo: ma chi sono questi altri viaggiatori?

Mi accorgo che il mio dirimpettaio (quello con i tre telefonini colorati) – che nel frattempo leggeva uno di quei giornaletti per semianalfabeti che distribuiscono gratis nelle stazioni – comincia a dare segni di impazienza: nessuno lo chiama, nemmeno per chiedergli se il treno è partito. Si sa che il servizio ferroviario lascia molto a desiderare. Ogni tanto, sempre più nervoso, alza lo sguardo dal “giornale” per vedere se c’è qualche segnale, invidioso degli altri passeggeri che già sono stati tutti chiamati e che hanno intavolato dotte disquisizioni sul più e sul meno. C’è una signora di una certa età, per esempio, tutta ingioiellata, che sfoggia pure una vistosa minigonna, la quale sta chiamando tutte le sue amiche per dire loro che, prima di salire sul treno, ha incontrato – pensate un po’ - Gigi Marzullo. E gli ha detto buongiorno. E lui ha risposto buongiorno. Che signora fortunata!

Osservo il tale con i tre telefonini colorati: ha lo sguardo perso nel vuoto. E’ in piena crisi di astinenza; e allora stanco di aspettare, afferra il primo apparecchio che gli capita (quello di colore rosso), compone il numero e chiama soddisfatto e sollevato: “pronto, dove sei?...io sono appena partito...sono sul treno”.

Dopo una lunga e “interessantissima” telefonata che mi son dovuto sorbire  e su cui stenderei un velo pietoso, ho appreso che l’interlocutore del mio occasionale compagno di viaggio si trovava sullo stesso treno: però due vetture più avanti. Per fortuna – ho pensato – che esistono i telefoni cellulari!

sabato 6 settembre 2014

Ulivi, sempre ulivi...


Posto, di seguito, un mio articolo apparso su http://www.lamandragola.org/

Chi percorre le strade del Cilento – sia quella che costeggia il mare da Agropoli fino a Sapri, passando per Pisciotta e Palinuro, sia le vie dell’entroterra che si inerpicano da sud a nord-ovest e attraversano le colline che gravitano intorno al Monte Stella e al fiume Alento, raggiungendo le località dei Monti Alburni fino alla gola del fiume Calore – ha il piacere di ammirare, lungo tutto il percorso, una distesa di bellissimi uliveti adagiati su dolci declivi che guardano verso il mare. Sono gli stessi ulivi che avevano ispirato il grande poeta Giuseppe Ungaretti, quando nel 1933, durante una sua visita nel territorio cilentano, scriveva: “Ulivi, sempre ulivi! In mezzo sono ulivi, come pecore a frotta”. Nessuno, meglio di un poeta, poteva esprimere un’immagine di tale forza evocativa per rappresentare le caratteristiche di un territorio come quello del Cilento.
La storia di intere famiglie contadine è legata indissolubilmente a queste piante, molte delle quali secolari, da cui hanno tratto il loro sostentamento, soprattutto nei secoli passati, attraverso la produzione di un ottimo olio. Secondo la leggenda, le prime piante di olivo furono introdotte nel Cilento dai Focesi (popolazione proveniente dall’antica Grecia) che – come scrive Erodoto – furono i primi ad intraprendere lunghi viaggi marittimi per sfuggire alla pressione militare dei Persiani; durante la permanenza in questo territorio fondarono, nella seconda metà del VI sec. A.C., l’antica polis Elea-Velia e vi piantarono l’olivo.

Esistono molte varietà autoctone di piante attualmente coltivate e tramandate da secoli, tra cui si distinguono: il leccino, la frantoiana, la rotondella e la pisciottana, le cui caratteristiche si sono ormai rivelate le più adatte alla coltura e all’ambiente naturale circostante. Soprattutto le ultime due (la rotondella e la pisciottana) essendo le più diffuse (si trovano maggiormente nel basso Cilento, tra Agropoli e Sapri) potrebbero essere le varietà introdotte dai Focesi nel VI sec. A.C., considerata anche la dimensione che presentano alcuni esemplari. Ne viene estratto un olio extravergine di altissima qualità, dal gusto delicato e fresco, la cui acidità è quasi sempre inferiore all’1%. Grazie a queste sue proprietà organolettiche e in virtù di appropriate e controllate fasi di lavorazione – raccolta (svolta a mano e con l’ausilio di mezzi meccanici), trasporto e conservazione – a partire dal 1998 ha acquisito il marchio “DOP Cilento” che ne certifica la qualità e ne garantisce la tutela. In contemporanea, è stato costituito un Consorzio i cui produttori sono rappresentativi della maggior parte dei Comuni del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, con oltre 18 mila ettari di terreno dedicato a tale produzione. Naturalmente l’olio del Cilento costituisce l’elemento basilare della famosa dieta mediterranea. Va detto, al riguardo, che della bontà di tale prodotto ne aveva diffusamente scritto, nel passato, un biologo e nutrizionista americano, Ancel Keys, il quale – avendo appreso della bassa incidenza di malattie cardiovascolari nel territorio campano – nel 1962 si trasferì a Pioppi per studiare il fenomeno; giunse alla conclusione, dopo anni di studi, che la sana alimentazione a base di legumi, di pasta, di pane fatto in casa e di verdure – il tutto condito con l’olio locale – era il segreto della buona salute di quella popolazione.
Confesso che tra tutti gli alberi, quello a cui sono più affezionato è proprio l’olivo: sarà per quel suo tronco contorto e scavato dagli anni che lo caratterizzano, tanto che al solo guardarlo uno si chiede come possa stare in piedi; sarà per la sua longevità (nel Cilento ne esistono tantissimi plurisecolari ); sarà per la sua utilità o per quel senso di pace, di saggezza e di antica bellezza che ispira, sta di fatto che quando mi trovo a passeggiare tra i miei ulivi, alcuni secolari (ho ereditato un piccolo terreno in collina, nel Cilento), mi soffermo sovente ad osservarli con commozione e ammirazione. E allora mi viene in mente quello che scriveva Giuseppe Dessì, in un suo famoso romanzo ambientato nella Sardegna dei primi anni del ‘900, “Paese d’ombre” a proposito di queste piante secolari, che sembrano sfidare il tempo ovunque esse si trovino, in Sardegna o nel Cilento:
“ erano simili a enormi pachidermi, con il loro tronco colossale, sproporzionato e gibboso (….) Il ragazzo camminava nell’oliveto silenzioso, e camminando contava gli olivi. A vederli dalla strada, sembravano tutti uguali; ora invece, per la prima volta, si accorgeva che erano diversi: avevano ognuno una fisionomia particolare, come persone. Se guardi da lontano la gente che affolla una piazza, o una processione che ti viene incontro, ti sembra che tutte le persone siano uguali: se invece ci vai in mezzo ti accorgi che si assomigliano, ma nella somiglianza sono diverse. Così era anche per quegli alberi di cui percepiva il silenzio, non come si percepisce il silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio di persone che stanno zitte e pensano “. Parole di straordinaria bellezza.
Mi preme sottolineare, a questo punto, che così come vengono tutelati i monumenti storico-artistici del nostro territorio, analoga salvaguardia e valorizzazione andrebbe  riservata anche al paesaggio degli olivi del Cilento, alcuni dei quali – grazie alla loro imponenza – rappresentano autentici monumenti naturali. Non dimentichiamo che esiste anche una legge dello Stato che tutela gli alberi monumentali: i Comuni dovrebbero censirli e catalogarli. E non credo sia una cosa difficilissima da realizzare quella di individuare le piante “monumentali” di olivo nel nostro territorio, visto che oggi sono disponibili moderni e sofisticati mezzi di rilevamento e di tracciabilità. Quindi, tutelare l’olivo del Cilento, vero simbolo naturale che caratterizza sia il paesaggio che l’economia di questa terra, significa non solo proteggere il territorio dal dissesto idrogeologico, ma anche preservare un patrimonio di notevole pregio storico-naturalistico che ci è stato tramandato dalle generazioni precedenti.

giovedì 28 agosto 2014

Paestum: il fascino antico di una Basilica



Paestum è universalmente conosciuta per il suo famoso Parco Archeologico; ma non tutti sanno che a pochi metri dal tempio di Cerere, sul lato sinistro della statale 18 (provenendo da Battipaglia) e un po’ prima del museo archeologico, si apre una deliziosa piazzetta su cui si affaccia una chiesa di grande suggestione e di notevole pregio architettonico, che nessun visitatore dovrebbe ignorare: mi riferisco alla Basilica Paleocristiana della SS. Annunziata, addossata a un palazzetto settecentesco, già sede vescovile.
Normalmente, di qualsiasi monumento si parli, noi vediamo lo stato in cui si trova nella fase finale della sua vita, e spesso si tratta di vita millenaria. E tale è la condizione storica di questa chiesa – intitolata all’Annunciazione della Beata Vergine Maria – emersa così come noi oggi la possiamo ammirare dopo vicissitudini secolari, fra distruzioni, ricostruzioni e restauri. La primitiva struttura, risalente agli inizi del V secolo d.c. era del tipo “basilica aperta”  – secondo l’ipotesi del prof. Gabriele de Rosa – trasformata in “basilica chiusa” agli inizi del VI secolo, che è la forma che oggi conosciamo. A Paestum il cristianesimo cominciò a diffondersi a partire dal 344 d.c.; ed è proprio in quel periodo che l’antica colonia romana divenne sede vescovile. Dopo la distruzione di Paestum ad opera delle incursioni saracene (nell’anno 877) ed a seguito del progressivo abbandono in cui caddero quelle terre (come viene ricordato in quasi tutte le relationes ad limina dei vescovi, ossia i resoconti al soglio papale) gli abitanti si rifugiarono sul vicino monte Calpazio, dove “vi fabbricarono in breve tempo Capaccio” e dove i vescovi trasferirono la loro cattedra (l’attuale Santa Maria del Granato, che era la chiesa, a quei tempi, più conosciuta e ricordata della zona), pur continuando a definirsi “pestani” fino al XII secolo.

Nel XII secolo la chiesa dell’Annunziata venne ampliata, in stile romanico, e ripartita in tre navate tramite due file di colonne antichissime e di rara eleganza. Apprendiamo, inoltre, che intorno all’anno 1504 fu in parte rifatta dal vescovo di origine cipriota Ludovico Podocataro, il cui intervento avrebbe tra l’altro comportato un parziale interramento della chiesa con elevazione dell’originario livello del pavimento di oltre un metro. Ma fu Agostino Odoardi “il vero restauratore della chiesa pestana”, come lo definisce il prof. De Rosa, colui che ad essa diede l’impronta dello stile del secolo e, in ogni caso, con interventi poco rispettosi dell’antica struttura paleocristiana. Quando l’Odoardi fu eletto vescovo di Capaccio (14 febbraio 1724) a Paestum non esisteva una cattedrale, ma solo una chiesa antica oramai decaduta, priva di ogni suppellettile sacra, al punto che si poteva chiamare “profanus locus”. In una sua relazione il prelato scriveva che la cattedrale assomigliava più a una stalla o a una spelonca di predoni, che a una casa di Dio. E siccome il territorio – popolato da coloni e da custodi di armenti – aveva comunque  bisogno di un luogo sacro (la cattedrale della vecchia Capaccio era alquanto distante, con vie di accesso aspre e impraticabili) egli la rinnovò dalle fondamenta, inglobando il primitivo colonnato con pilastri di stile settecentesco e innalzando ulteriormente il portale d’ingresso; fece inoltre costruire un cimitero che mancava, ornò la sacrestia di paramenti sacri, aggiungendo sul fianco della chiesa un campanile a vela con due campane (andato distrutto durante un successivo restauro). Le campane, invece, ci sono pervenute, una delle quali, datata 1732, si può ammirare presso l’ingresso.
Il successore di Odoardi – il vescovo Raimondi – fu artefice di uno degli ultimi restauri della chiesa, fornendola a sue spese di marmi e ornamenti per l’altare maggiore e facendo edificare nel 1760, adiacente alla cattedrale, un elegante palazzetto “un palatiolum” che per lungo tempo servì di abitazione ai vescovi.
Solo nella seconda metà del Novecento la Basilica – così come noi oggi la vediamo – è stata riportata alle sue forme autentiche, spogliata del suo precedente “abito” settecentesco, con la restituzione dell’originario pavimento, più basso di circa due metri dal livello stradale (si accede alla chiesa attraverso una scala). Va detto che non è stata un’impresa facile liberare l’antica struttura architettonica dagli interramenti avvenuti durante i secoli passati, così come scorporare le antiche colonne dalle forme barocche da cui erano state ricoperte e che ne avevano alterato l’antica e suggestiva bellezza.
Vorrei infine soffermarmi su quell’antico palazzetto settecentesco, addossato alla Basilica, che come sopra specificato fu l’antica residenza vescovile. Ebbene, la struttura per alcuni anni è stata abbandonata e trascurata tant’è che in un recente passato il già nominato prof. Gabriele De Rosa, eminente storico meridionale, scriveva:“ (…) ora che la cattedrale pestana ci è stata restituita nella sua primitiva suggestiva bellezza, è una pena vedere a fianco l’ex episcopio sciupato e abbandonato. Tutte le strutture interne sono logore: la cappella del vescovo è stata trasformata in una latrina. Le pubbliche autorità dovrebbero preoccuparsi perché anche questo edificio venga restaurato e riscoperto come la sua vicina antica chiesa. E’ un elegante edificio che deve essere restituito al patrimonio artistico di Paestum, assicurando ad esso anche un retroterra che lo preservi dal rischio delle speculazioni edilizie”. Ebbene, cosa hanno fatto “le pubbliche autorità” per restituire alla collettività questo patrimonio? L’hanno venduto ai privati.

sabato 23 agosto 2014

Quel che resta del giorno



E’ uno dei romanzi più belli che io abbia letto in questi ultimi tempi; tale convincimento è maturato in me prima ancora che terminassi di leggerlo, tant’era il piacere che provavo man mano che scorrevo le pagine di questo autentico capolavoro della letteratura. La bellezza del romanzo, su cui aleggia una sottile malinconia, nasce essenzialmente dall’eleganza e dalla sontuosità della prosa, ma anche dalle profonde riflessioni che scaturiscono dalla sua lettura.

Credo che solo un raffinato giapponese naturalizzato inglese, come Kazuo Ishiguro, poteva scrivere un tale romanzo che ha come protagonista un altrettanto raffinato ed elegante maggiordomo – Stevens – che trascorre tutta la sua vita nella nobile residenza inglese di Darlington Hall, nei pressi di Oxford, al servizio di un ricco gentiluomo (lord Darlington), anche se moralmente discutibile. Dal libro è stato pure tratto un bellissimo film del regista James Ivory interpretato magistralmente dall’attore inglese Anthony Hopkins.

E’ un’ avventura umana ed esistenziale - raccontata in prima persona dallo stesso protagonista – che tende ad esaltare e custodire una tradizione ed una nobile professione tipicamente anglosassone, come quella del maggiordomo, il cui adempimento richiede il possesso di “una dignità all’altezza della posizione che occupa” attraverso l’assoluta fedeltà nei confronti del datore di lavoro, al quale Stevens dedica non solo le sue migliori energie, ma finisce per sacrificare la sua stessa vita, i suoi stessi sentimenti in quella sorta di prigione dorata. Una vita che, seppure non gli permetta di viaggiare e di visitare luoghi pittoreschi, in effetti gli offre l’opportunità di conoscere tutta l’Inghilterra, collocato com’ era in una dimora “nella quale si radunavano le più illustri signore e i più insigni gentiluomini del paese”, il privilegio di svolgere la sua professione stando al centro stesso dei grandi eventi che interessavano il mondo intero. Ma qualcosa cambia nel suo mondo chiuso ed ovattato, almeno dal punto di vista psicologico,  allorquando il suo nuovo signore e datore di lavoro, Mr. Farraday, un americano che aveva comprato la nobile residenza alla morte di lord Darlington – approfittando di un suo viaggio negli Stati Uniti - lo invita a prendersi un po’ di riposo e a fare un giro di alcuni giorni attraverso l’Inghilterra.

Il viaggio, che intraprende da solo dopo qualche titubanza, gli offre l’opportunità di fare, per la prima volta nella sua vita, un percorso interiore alla scoperta di se stesso, una profonda e nostalgica riflessione sugli eventi e sui ricordi del passato, sulla sua vita completamente dedicata alla causa della sua professione e del suo illustre padrone. Un viaggio che costituisce anche l’occasione per rivedere dopo tanti anni miss Kenton, la governante che aveva lavorato alle sue dipendenze nel passato; tra i due c’era stato un ottimo rapporto professionale, che però non era mai sfociato in un sentimento più intimo e personale, capace di cambiare le loro esistenze e di dare concretezza e vivacità ai loro desideri.  

( letto nell’ aprile del 2011)

sabato 16 agosto 2014

Lasciamo vagabondare la mente



L’avete mai osservati i dipendenti da telefono cellulare, ossia coloro i quali non possono vivere senza quella magica tavoletta che, da piccolissima qual era, sta diventando sempre più grande? A prima vista potrebbe sembrare che il mondo non può andare avanti senza di loro: sono sempre connessi; sempre in collegamento con qualcuno; sempre a mandare messaggi; a postare, a twittare, a fotografare, ad ascoltare, a guardare, a telefonare. Sembra che siano in attesa di chissà quale chiamata importante o che stiano per decidere le sorti del mondo. Se un extraterrestre dovesse all’improvviso scendere tra di noi, io credo che non sarebbe notato da nessuno, tant’è l’attenzione riservata a quell’oggetto che è diventato oramai una sorta di protesi e che inizialmente veniva chiamato telefonino. E già, perché oggi chiamarlo così è davvero riduttivo. E’ un mini computer potentissimo che ci segue passo dopo passo. E ci condiziona: nel bene e nel male.
Eppure il mondo potrebbe andare avanti anche senza l’apporto di questi forzati della telefonia mobile che si ostinano – senza pause – a far sapere che esistono. Io credo che durante la giornata bisognerebbe staccare per qualche ora il telefonino e riaccendere il social network della vita reale. Sono già usciti alcuni libri al riguardo che parlano, appunto, di “dieta digitale”, di come “disintossicarsi” da questa autentica droga dei nostri tempi.
Ma naturalmente non esistono solo i telefonini e i computer a condizionare la vita delle persone. Ogni giorno siamo letteralmente aggrediti da un’overdose di informazioni, di notizie, di aggiornamenti, di fatti. Secondo uno studio svolto nel 2011, giornalmente assorbiamo notizie equivalenti a circa 174 giornali. Inoltre esistono nel mondo più di 21.000 stazioni televisive che trasmettono migliaia di ore di programmazione (stiamo davanti alla televisione in media 5 ore al giorno); insomma, siamo diventati schiavi e succubi di un chiacchiericcio mediatico, e non solo, davvero squilibrato e demente. Alcuni sostengono che durante la giornata dovremmo aprire degli spazi vuoti, lasciando vagabondare la mente senza strumenti elettronici, appropriandoci di sprazzi di silenzio, quel silenzio che sembra sparito definitivamente dalla nostra esistenza. E sono proprio queste condizioni che ci  permetterebbero di riacquistare quella creatività perduta che, come scriveva l’altro giorno un giornalista del New York Times (Daniel J. Levitin) ci consentono di “sognare ad occhi aperti…e ci insegnano come agire, ci danno la capacità di cambiare il mondo, di modellarlo a nostro piacimento, di avere un effetto positivo sul nostro ambiente…e di risolvere problemi che prima apparivano irrisolvibili”. Una sorta di resettaggio naturale.
Dobbiamo renderci conto che le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti oltre i quali sono destinate ad ottundersi per l’eccesso di stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Per non soccombere, io credo che dobbiamo cercare sempre, durante la giornata, un momento di “digiuno”. E’ difficile che questa limitazione possa arrivare dagli stessi mezzi che vivono di parole e di immagini. E allora spetta a noi ritrovare quell’intervallo perduto, quella pausa creativa che ci consenta di liberarci dal troppo pieno. Dalle troppe parole.

mercoledì 6 agosto 2014

Il busto di gesso


 

Lessi la prima volta questo libro, scritto da Gaetano Tumiati nel 1976, anno in cui vinse il premio Campiello. Mi trovavo a Trieste per lavoro. L’ho riletto dopo 34 anni, perché serbavo di questa lettura un ottimo ricordo e devo dire che non mi sbagliavo. L’ho apprezzato ancora di più. E’ un bel libro, scritto molto bene, sempre in chiave psicologica ed ironica Mi ricorda un po’ Proust, per alcuni periodi lunghissimi, anche di due pagine.
E’ la storia, credo in gran parte autobiografica, di un giornalista che nella sua vita  ha sempre avuto la necessità di sorreggersi ed aggrapparsi ad un sostegno ideologico e morale, insomma ad un “busto”.
Dapprima, e cioè dall'infanzia fino ad una certa età, questo busto è rappresentato dalla sua famiglia, una di quelle famiglie della ricca borghesia di Ferrara, con regole fisse e prestabilite dove la figura paterna - uno stimato avvocato - aveva un ruolo predominante ed autorevole,  “metro e misura per tutti noi del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, notabile di stampo ottocentesco, che la sera dopo cena quando eravamo appena adolescenti, ci leggeva brani di Marco Aurelio perché ne apprendessimo la lezione morale”, un padre che viveva in un suo mondo ideale al cui vertice aveva posto un valore umano e concreto: la legge e si augurava che il figlio potesse diventare avvocato e poeta, perché la poesia per lui costituiva “la più alta e nobile delle sfere”.
Da giovane, è il Fascismo  a prendere il sopravvento, è il nuovo “busto” che lo avvolge e lo protegge sostituendosi alla famiglia, vissuto con grande partecipazione, fino alla partenza come volontario per la guerra...”mi indusse a quel passo soltanto l’aspirazione a uscire dal cerchio di solitudine e di timidezza in cui avevo l’impressione che la mia natura mi volesse rinserrare...”
Quindi, negli anni della maturità, è la fede assoluta nella palingenesi universale rappresentata dal socialismo a prendere le sembianze del busto “...per contribuire in qualche modo a correggere le ingiustizie di questa terra, forse avrei fatto meglio a dedicarmi a un’attività politica concreta...”
Infine, nell’esistenza del protagonista, ormai verso i cinquant’anni, subentra un altro busto, questa volta un busto vero, di gesso che gli viene applicato per problemi alle vertebre e gli consente anche di vincere l’insonnia che ormai lo torturava, quell’insonnia che era cominciata proprio nel momento in cui attenuatasi l’autorità del padre, ripudiato decisamente il fascismo e intiepidita la fede socialista, si trova a dover procedere tutto solo per la sua strada, contando esclusivamente sulle sue forze. E allora si domanda se il busto di gesso, permettendo certi movimenti e impedendone altri, “non riesumi dal profondo del suo inconscio la sicurezza che nasce dal fatto di avere davanti a sé una strada e una sola, di non dover essere perennemente costretto a scegliere e a decidere?....non può questo busto, così ruvido e insignificante, rappresentare il padre, la legge, il dogma?...”

(letto nel dicembre 2010)
 

 

 

martedì 29 luglio 2014

L'isola di Arturo e del Postino



Da un po’ di anni a questa parte, all’inizio dell’estate, amo trascorrere qualche giorno su un’isola, mi piace immergermi in quelle magiche atmosfere che solo una terra circondata dal mare sa offrire. E’ un’esigenza che nasce, probabilmente, allorquando la confusione e lo stress della grande città rendono la vita quotidiana sempre più difficile e fastidiosa e, allora, si affaccia l’intimo desiderio di rifugiarmi su quella immaginaria “isola deserta”, per stemperare le amarezze, le difficoltà, le delusioni, la stanchezza. E’ proprio in quei momenti che affiora questo dolce pensiero, quest’ancora di salvezza: l’isola come conforto dell’anima. Per chi ama il silenzio e la contemplazione, l’isola è sinonimo di pace, di distacco dalle miserie umane e dalle tribolazioni della vita di tutti i giorni. Per chi, invece, mal sopporta un’esistenza poco movimentata, l’isola evoca soltanto solitudine, emarginazione, reclusione, ma è un sentimento - quest’ultimo - che non mi appartiene. A prima vista la nostra isola – qualsiasi isola - appare irraggiungibile e  minacciosa: sembra quasi che, con quella immensa distesa d’acqua da cui è circondata, voglia respingere qualsiasi viandante, intenda erigere un baluardo alla sua inviolabilità. Poi, una volta messo piede a terra, questi pensieri negativi svaniscono immediatamente per prendere il posto di sensazioni più piacevoli dovute alla calda accoglienza che il luogo sa donare.
Facevo queste riflessioni mentre scendevo dall’aliscafo che, dal porto di Casamicciola, mi aveva riportato sull’isola di Procida. E, uscendo dalla grande pancia della nave ho provato ad immaginare – estraniandomi con difficoltà dal contesto vacanziero in cui ero immerso e dalla variegata e accaldata umanità che mi stava intorno  – di essere approdato su un’isola sconosciuta e selvaggia alla stregua di quegli antichi navigatori del passato che, dopo mesi e mesi di navigazione in alto mare, sbarcavano su terre lontane e disabitate. Era come uscire dal grembo materno e trovarsi in un mondo ostile e sconosciuto.  Chissà quali sensazioni e quali straordinarie emozioni provavano quei pionieri del mare al cospetto di una terra mai vista prima. A noi, moderni viaggiatori, non è più concesso vivere quelle esperienze perché tutto ciò che c’era da scoprire è stato scoperto e non esistono terre sconosciute su cui issare la nostra bandiera. Eppure, quando sbarchiamo su un’isola, le sorprese non mancano mai, basta cercarle: in una piazzetta a picco sul mare oppure percorrendo un vicoletto che si snoda tra le casette dei pescatori o visitando un’antica chiesa. Con un po’ di fantasia possiamo sentirci tutti dei novelli esploratori in cerca della terra promessa.
Arrivando sull’isola di Procida, ci accoglie un simbolo cristiano: la statua del Cristo Pescatore, dovuto alla fede dei pescatori del luogo, e poi quel tipico paesaggio marinaro costituito da barche da pesca, barconi mercantili (ma anche qualche imbarcazione più lussuosa) e tante casette colorate addossate le une sulle altre, come un presepe. Mi è sembrato che nel porto non ci fossero molte imbarcazioni eleganti, quegli yacht da nababbi che popolano sempre in gran numero gli altri porti dell’arcipelago partenopeo; abbondano invece le piccole barche degli isolani a conferma del fatto che il turismo d’elite preferisce altri lidi.  Percorrendola in lungo e in largo, salta subito agli occhi che Procida vive nel ricordo di un film che fu qui girato nel 1994: “il Postino”, con l’indimenticabile interpretazione di Massimo Troisi; la sua immagine triste e malinconica è presente un po’ ovunque, nelle piazze come nei locali pubblici, e forse nessun personaggio meglio dell’attore napoletano poteva rappresentare la vera essenza dell’isola, che è nel contempo appartata, generosa e malinconica. Ma anche un’altra figura è scolpita nella memoria storica di Procida: è Arturo, l’eroe-ragazzo nato dalla penna di Elsa Morante, protagonista del romanzo “L’isola di Arturo”, che vive la sua avventura adolescenziale in questo luogo a cavallo degli anni ’50. Così la descrive:  “ la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste tra grandi scogliere. (…) Attorno al porto, le vie sono tutti vicoli senza sole, fra le case rustiche e antiche di secoli, che appaiono severe e tristi, sebbene tinte di bei colori di conchiglia, rosa e cinereo. Sui davanzali delle finestruole, strette quasi come feritoie, si vede qualche volta una pianta di garofano, coltivata in un barattolo di latta; oppure una gabbietta che si direbbe adatta per un grillo, e rinchiude una tortora catturata (…) Mai, neppure nella buona stagione, le nostre spiagge solitarie conoscono il chiasso dei bagnanti che, da Napoli e da tutte le città, e da tutte le parti del mondo, vanno ad affollare le altre spiagge dei dintorni. E se per caso uno straniero scende a Procida, si meraviglia di non trovarvi quella vita promiscua e allegra, feste e conversazioni per le strade, e canti, e suoni di chitarre e mandolini, per cui la regione di Napoli è conosciuta su tutta la terra”. Ma, mentre la figura del postino-Troisi con la sua immancabile bicicletta si incrocia dappertutto, è più raro incontrare riferimenti letterari tratti dal libro della Morante, a conferma del fatto che nella nostra epoca “le immagini”, da qualunque fonte esse provengano (cinema, televisione o pubblicità) hanno il sopravvento sulla “parola”. Procida suscita un fascino antico: appare riservata e rustica e non ha nulla a che vedere con l’eleganza e la ricercatezza di Capri né con la grandezza e la ricchezza di Ischia. E’ sostanzialmente un’isola di pescatori e contadini e porta nel suo grembo tutta la discrezione e la saggezza della sua gente. I Procidani, diceva Arturo “sono scontrosi, taciturni. Le porte sono tutte chiuse, pochi si affacciano alle finestre, ogni famiglia vive fra le sue quattro mura, senza mescolarsi alle altre famiglie. L’amicizia da noi non piace. E l’arrivo di un forestiero non desta curiosità, ma piuttosto diffidenza”.  
Prima di lasciare l’isola, mi sono incamminato sulla sua sommità, a circa cento metri sul livello del mare, su quella che i Procidani chiamano “terra murata”;  qui si staglia la massiccia mole del vecchio carcere ormai abbandonato. Osservandolo, circondato com’ero da quel meraviglioso paesaggio che si poteva ammirare da lassù, ho pensato che solo degli uomini cinici e malvagi potevano rinchiudere altri uomini in un posto così bello: una crudele destinazione per i detenuti partorita dalla spietata cattiveria dei loro carcerieri. Da quell’altezza, guardando da una delle terrazze che si aprono a strapiombo sul mare, lo spettacolo è davvero esaltante: in lontananza, tra un cielo e un mare senza fine, di un azzurro intenso, appare la silhouette di Capri e poi, osservando in basso, il coloratissimo porticciolo di pescatori “la Corricella” con le sue case multicolori addossate alla collina. Mi sono fermato lì ad osservare rapito quel panorama, opera stupenda di un Dio.

lunedì 21 luglio 2014

Il pittore che dipingeva il silenzio



Nessun artista, prima di Edward Hopper, aveva avuto la spregiudicatezza di innalzare a dignità artistica la realtà urbana e metropolitana, ossia le scene ordinarie di vita quotidiana di una grande città come New York; nessuno, prima di lui, si era mai spinto ad osservare, direi quasi a “spiare” – attraverso la pittura – l’interno di un appartamento o di un ufficio, colti nel momento in cui gli ignari occupanti erano immersi nelle proprie faccende private o pubbliche. Lo fece per la prima volta questo pittore, nato in una piccola cittadina sul fiume Hudson nel 1882, appartenente ad una ricca e colta famiglia borghese dell’America di fine Ottocento. La scelta di utilizzare in pittura soggetti artistici non in linea con gli ideali imposti dall’arte moderna e, soprattutto, dalle richieste del mercato dell’arte, provocò, almeno inizialmente, una reazione molto dura nei suoi confronti sia da parte della critica americana che dell’opinione pubblica. Questa sua vocazione al realismo, questa sua totale fermezza nel perseguire una propria linea pittorica lontana dalle mode, lo condannarono in principio all’indifferenza generale, tanto è vero che Hopper presentò a New York la sua prima mostra personale solo all’età di 38 anni, esponendo una quindicina di quadri ad olio, senza venderne nessuno. L’apprezzamento, di critica e di pubblico, sarebbe arrivato in seguito.

 
Ma perché Hopper era attratto dalle periferie urbane, dalle stanze dei motel, dalle stazioni ferroviarie, dalle strade quasi sempre deserte e dai distributori di benzina isolati? Perché amava rappresentare la solitudine e gli spazi vuoti e assolati? Perché i protagonisti nei suoi quadri appaiono sempre soli e, se in coppia, sembrano estranei, distaccati e non comunicano quasi mai tra di loro? Nemmeno lui sapeva spiegarlo, tant’è che scriveva: “il mio obiettivo in pittura è di usare sempre la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime nei confronti dell’oggetto così come esso appare nel momento in cui lo amo di più…Perché io, poi, scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il miglior modo per arrivare a una sintesi della mia esperienza interiore”. E la sintesi della sua esperienza interiore era essenzialmente la solitudine. C’è da dire che Hopper era un uomo riservato e timido, incapace di sentirsi a proprio agio tra la gente; egli amava nascondersi piuttosto che apparire. Se fosse vissuto nella nostra epoca, considerata la sua indole solitaria, credo che si sarebbe negato a qualsiasi intervista e non sarebbe stato mai ospite di programmi televisivi, così appetibili dai vip dei nostri giorni. Probabilmente queste sue peculiarità caratteriali influenzarono molto la sua pittura che ci parla, appunto, della solitudine urbana, quella solitudine celata dietro le cortine delle finestre o lungo una strada assolata di periferia; la sua pittura ci parla dell’alienazione che gli individui vivono nelle grandi città e delle difficoltà di comunicazione interpersonale. Inoltre, sembra quasi che Hopper nei suoi quadri voglia rappresentare il tempo, o meglio la sospensione del tempo, attraverso luci e ombre che si stagliano sulle cose, in assenza di persone e di sentimenti. Una volta disse: “io non voglio dipingere la gente che gesticola e che esprime emozioni. Quello che voglio fare è dipingere la luce su di un lato di una casa”.
 

Molti sono i critici che vedono nella pittura di Hopper la riproduzione dello squallore e della desolazione di una certa America. Ma io credo che non sia proprio così. Hopper era innanzitutto un attento osservatore della realtà che lo circondava  e attraverso la visibile tristezza che traspare dai suoi dipinti, egli intendeva rappresentare la universale fragilità della condizione umana. Il suo messaggio, umano e artistico, è quello di farci riflettere sulla vera essenza delle cose e sugli aspetti più banali della quotidiana esistenza; con i suoi quadri l’artista americano ci rivela che la “poesia” si può trovare anche in una sperduta stazione di servizio, lungo una strada che attraversa un bosco e che la felicità si può percepire anche in motel o in una sala d’attesa semivuota di una stazione ferroviaria. Perché a volte sono proprio quei luoghi che apparentemente appaiono i più tristi e malinconici, frequentati da avventori smarriti e in rotta di collisione con la società e con la vita, a consolarci della nostra tristezza. Le hall degli alberghi, i vagoni dei treni poco frequentati, le caffetterie aperte fino a tarda notte ai lati della strada – dipinti da Hopper – diventano, così, un rifugio accogliente per quanti si sentono abbandonati e traditi dalla vita, luoghi ideali dove poter tranquillamente stemperare la propria solitudine e la propria sofferenza.
 
Ma c’è un aspetto nella pittura di Hopper che per me è fondamentale e caratterizzante della sua arte: il silenzio che traspare in tutte le sue opere. Credo che nessuno meglio di Hopper, abbia saputo raffigurare questa dimensione, irrimediabilmente perduta nell’epoca in cui viviamo, contrassegnata da rumori che non lasciano spazio alla riflessione a all’ascolto.

lunedì 14 luglio 2014

Saremo primitivi tecnologizzati



“ (…) Il progresso che ha caratterizzato alcune popolazioni, e l’Occidente del mondo in particolare, non ha migliorato l’uomo: ne ha modificato fortemente il comportamento ma non lo ha cambiato nell’affettività, che è una parte importante e che anzi sembra divenuta più fragile. Non ha modificato il principio guida della vita che si fonda necessariamente sul senso dell’uomo nel mondo e sul senso dell’esserci. Ha fornito solo protesi che sono servite per renderlo anche più cattivo. C’è una tecnologia che è stata usata in maniera bestiale: la bomba atomica. La guerra tecnologica, rispetto a quella in cui si confrontavano gli uomini apertamente su un campo di battaglia, è di gran lunga più bestiale (…) La tecnologia deve ritornare dentro un senso, mentre non aiuta affatto a trovarlo; anzi, semmai spinge all’azione e l’uomo ad agire senza chiedersi più il perché e che significato abbia.
Ecco, ho paura che questa società non si domandi più nulla, ma chieda solo e sempre tecnologia che vuol dire sollevarsi da compiti che prima l’uomo svolgeva direttamente. Una tecnologia che lo rende sempre più inutile come corpo, ridotto a semplici dita che digitano. Ho paura che non si domandi più nulla poiché semplicemente non ha nemmeno la testa per pensare: la tecnologia la svuota, modifica il suo modo di procedere, fino a sostituirla con una macchinetta che saprà fare quello che serve per sopravvivere, e bene, ma non per risolvere il tema del senso della vita e senza questa domanda finirebbe una civiltà. Intendiamoci: l’uomo continuerà a vivere, ma in una civiltà differente.

L’uomo della tecnologia possibile si sarà talmente sollevato dalla fatica, da affidare alla macchina il compito di pensare; ridotto a uomo senza testa o simile a quella di un gabbiano che non si chiede certo il perché del volo, ma semplicemente vola, non si interroga sul perché mettere al mondo dei figli, ma semplicemente li fa e certo non si domanda se invece di mangiare sempre granchi o pesce di mare, non possa un giorno sedersi a tavola con davanti un bel bignè alla crema.
L’uomo si ridurrà alla logica dei viventi non umani, regredendo e passando alla fase dei nostri antenati primitivi. Saremo dei primitivi tecnologizzati, ma primitivi. E confesso che questa ipotesi mi spaventa. Ho paura che questa civiltà venga cancellata. E invece di continuare dentro la cornice della vita umana si giunga a pensare che la tecnologia sia l’uomo e che la human life sia l’esistenza digitale, che l’azione non parta dal cervello dell’uomo, ma dai polpastrelli delle sue dita. (…) Ecco, ho paura che questa società finisca, ma al contempo auspico che debba finire poiché non riesce più a vedere i propri limiti, avendo indossato maschere del bene solo per coprire e continuare a compiere il male. E’ una società piena di pie confraternite, ma con una povertà che aumenta spaventosamente e con una ricchezza che si sfoggia in modo vergognoso senza nemmeno il pudore nei confronti di chi sta crepando di fame. Una società della fame e, contemporaneamente, dell’ossessione del rifiuto del cibo poiché teme il sovrappeso. Una società che ha gli strumenti per aiutare ma che non lo fa; ha i farmaci per guarire popolazioni povere che però muoiono perché non possono pagarli. Organizzazioni internazionali per la pace, come le Nazioni Unite, che si limitano a osservare, senza alcun potere, le distruzioni della guerra in ogni parte del mondo (….) Una società di questo tipo è meglio che finisca poiché non può essere guarita.
Ma mentre si profila questa possibilità io mi sento a disagio, sono triste e provo il desiderio di ribellarmi e di cercare di fare qualcosa per salvarla. Sento forte il bisogno di una tecnologia che serva all’uomo e non ai suoi affari, non ai suoi guadagni, non al suo tempo perché divenga sempre più libero, almeno da fatiche abituali…”

( tratto da “La vita digitale” - Rizzoli Editore –
di Vittorino Andreoli )

venerdì 11 luglio 2014

Un visionario su un trono di legno



Ci sono alcuni grandi libri che pur avendo ottenuto, al momento della pubblicazione, un notevole successo di pubblico e di critica - magari vincendo anche dei premi letterari importanti – vengono, in seguito, inspiegabilmente abbandonati dagli editori e dai lettori. E’ il caso de “Il trono di legno” di Carlo Sgorlon, vincitore del Super Campiello nel 1973; il romanzo, dopo alcune fortunate edizioni negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione, oggi sembra completamente rifiutato dagli editori e risulta introvabile per gli amanti delle buone letture. Per fortuna che ci sono i mercatini dell’usato, dove ho trovato questa vera perla della nostra letteratura del Novecento. Uno si chiede perché un libro, così bello e così poetico, sia fuori catalogo e perché mai gli editori, oggi, preferiscano le melense storie di attualità, ampiamente enfatizzate dai mass media, anziché le vicende universali ed epiche rappresentative dei sentimenti e dei valori di un intero popolo - narrate in questo romanzo - il cui autore resta fortemente legato alla sua terra e al suo popolo: il Friuli. Carlo Sgorlon è figlio di quella civiltà contadina, presente in tutta la sua opera letteraria, che oggi appare lontana anni luce dalla modernità e dalle mode imposte dai mezzi di informazione. Era e rimane, lo scrittore friulano, una figura controcorrente, quasi anarcoide, cantore di un mondo scomparso e paladino di una civiltà agreste legata alla terra ed alla sua conservazione. Forse per queste sue peculiarità, egli è inviso al gusto contemporaneo ed alle avanguardie letterarie dei nostri tempi. Eppure, la narrativa di questo scrittore - morto a Udine nel 2009 - ha il pregio di portare all’attenzione di tutti noi uno dei problemi che ci riguarda più da vicino, ossia quello ecologico da cui dipende non solo la salvaguardia della natura, ma la nostra stessa sopravvivenza.

Carlo Sgorlon si distingue soprattutto per la sua grande capacità di saper raccontare delle storie, che dilatano lo spazio e lo moltiplicano. “Il trono di legno” è appunto la storia di un indimenticabile sognatore e visionario, Giuliano, che vive in un paesino del Friuli; da ragazzo “visse sempre con la testa piena di vento” e tutto ciò che sapeva del mondo l’aveva appreso soprattutto dai libri, che leggeva “con accanimento barbarico”. Orfano di entrambi i genitori, il suo sogno più grande era quello di riuscire a trovare il nonno paterno che nel paese tutti ricordavano come il danese, un ex marinaio e avventuriero che disprezzava il denaro, che aveva navigato in tutti i mari del mondo e poi aveva fatto perdere le sue tracce.

Non si può non rimanere affascinati da Giuliano che mentre pensava a un lavoro, nello stesso tempo continuava a immaginare il suo futuro come “una vacanza senza limiti e piena di intatte possibilità”, o simile ad un miraggio “che non spariva, ma neppure si lasciava raggiungere, spostandosi sempre più in là”; che la vita gli sembrava “come un palcoscenico sul quale da un momento all’altro sarebbe dovuta apparire qualche recita sontuosa”; che aveva la tendenza a rifuggire dal concreto perché gli piaceva “soltanto ciò che appaga la fantasia” e che da bambino immaginava che qualcuno potesse assistere invisibile alle sue prodezze, una sorta di pubblico potenziale, tanto da arrivare quasi a sentire il riso e la voce di quegli invisibili spettatori.

Altri incredibili personaggi costellano questo libro: tra tutti, la figura di Pietro, la cui vita era stata “un andare e un venire, un girare e uno smarrirsi in luoghi lontani, sempre ai confini del mondo”. Egli amava descrivere i deserti, i laghi in tempesta, le montagne piene di neve, i branchi di lupi e i boschi sterminati con immagini singolari e indimenticabili. Nei suoi racconti si mescolavano fatti veri e leggende come se non avesse ben chiara la distinzione tra realtà e fantasia, come se tendesse all’annullamento di quella differenza.  

E poi troviamo due figure di donne indimenticabili, due sorelle molto diverse l’una dall’altra, Flora e Lia, amate entrambe da Giuliano, attorno alle quali si erano polarizzati tutti i suoi sogni e i suoi desideri; la prima, “di selvatica indipendenza” aveva l’aria di essere sempre in fuga da qualcosa o alla ricerca di qualcosa, la seconda, invece, era molto più tranquilla, pervasa da un forte sentimento verso il sacro, dall’indole delicata.

Il trono di legno è un libro molto profondo, con diverse chiavi di lettura. E’ innanzitutto un romanzo di formazione che si sviluppa all’interno di tematiche molto più complesse come il passare del tempo, con quella sua natura “ambigua e stregata, che sembra far esistere e durare le cose, mentre in realtà non fa che crearci l’illusione di esse e disgregarle senza rimedio”; è un libro che affronta poi il problema, attualissimo, della scomparsa della civiltà contadina, a cui l’autore era molto legato: “ero sempre vissuto in campagna o in montagna, lontano da stabilimenti, da ciminiere o strade frequentate, e perciò non avevo avuto grandi occasioni per accorgermi che la civiltà degli artigiani e dei contadini stava sparendo, sostituita da quella delle fabbriche e dei motori. Il mondo che amavo sarebbe scomparso, e al suo posto sarebbe venuto uno che mi era indifferente”. A parlare così è Giuliano, e potrebbe essere l’alter ego di Sgorlon.

E’ un libro che si sofferma sull’importanza dell’immaginazione e della fantasia, che liberano la mente dalle angosce e rendono la vita più leggera; è un libro sulla bellezza delle parole, le cose più solide del mondo, che durano in eterno e suscitano mirabili suggestioni.

 

sabato 5 luglio 2014

Bellezza e felicità: un connubio inscindibile



 
Sono convinto che la felicità, così come il nostro buon umore, siano spesso legati all’ambiente in cui si vive, dipendano in maniera rilevante dalle cose belle da cui si è circondati oltre che dal senso civico e dall’intelligenza delle persone con cui ci si rapporta. Insomma luoghi e persone influiscono decisamente, con le proprie peculiarità, sul nostro carattere che si modifica e varia con essi. E quanto più gli stessi sono lontani da questi canoni etico-estetici, tanto più il nostro atteggiamento positivo e gioviale farà fatica ad imporsi. Tutti noi, nel bene e nel male, ci troviamo ad essere persone diverse in luoghi diversi. Se si ha la fortuna di vivere in un bel quartiere, o in un piccolo centro a misura d’uomo, con un’architettura ben inserita nel contesto urbano e ambientale, dove si dà grande spazio al verde, dove il silenzio è più forte del rumore, la nostra salute mentale e quindi il nostro equilibrio psico-fisico ne troveranno certamente giovamento. Al contrario, se la nostra esistenza la viviamo in tutt’altri ambienti, dove il degrado e l’abbandono regnano sovrani, la possibilità che il malumore  non ci abbandoni e che costituisca, anzi, la nostra caratteristica, diventa sempre più probabile.
Esistono, infatti, luoghi che ci elevano e ci migliorano; altri, invece, ci trascinano verso il basso e ci affliggono. E questo vale anche per le persone che frequentiamo: talune hanno la straordinaria capacità di arricchirci interiormente, facendoci sentire migliori, altre invece, svuotano la nostra intelligenza, ci avviliscono e - quest’ultime – prevalgono sempre rispetto alle prime. E’ innegabile che esista un legame strettissimo tra le cose belle e l’entusiasmo da una parte, e la sofferenza e le cose brutte dall’altra. Ma ahimè! In questo nostro mondo siamo sempre di più circondati da cose brutte. Siamo di continuo attorniati da comportamenti volgari e incivili, che mettono a dura prova la nostra capacità di sopportazione.
Guardare un bel panorama, ammirare un capolavoro architettonico, passeggiare lungo un viale alberato, rafforza il senso morale, fa desiderare il bene e riempie il cuore di emozione. Al contrario, stare pigiati su un autobus o su un treno di pendolari all’ora di punta, o semplicemente camminare lungo le strade sporche e rumorose di un qualsiasi quartiere cittadino, fatto di brutti palazzi, in mezzo ad un mare di macchine, tra gli escrementi dei cani, la sporcizia ed i graffiti sui muri, irrita la sensibilità, svilisce la dignità, peggiora l’umore di qualsiasi persona dotata di un minimo di sensibilità. E queste ultime situazioni in cui ci veniamo a trovare quotidianamente, anzi con cui ci scontriamo tutti i giorni e che ci spingono verso il basso – ripeto - sono sempre più numerose di quelle situazioni piacevoli che ci esaltano e ci fanno stare bene.
La felicità è legata, in primis, alla bellezza visiva: bellezza di un’opera d’arte, bellezza di un paesaggio, bellezza di un edificio. Stendhal scrisse che la bellezza è una promessa di felicità e che esistono tanti stili di bellezza quante sono le visioni della felicità. Ma la nostra felicità è legata soprattutto al contesto urbano in cui viviamo, all’edificio in cui abitiamo, alla casa che ci accoglie dopo una giornata di lavoro e che parla di noi attraverso i mobili scelti con cura e gli oggetti che danno sicurezza ed esprimono la nostra identità e la nostra cultura. E’ proprio questo aspetto, riferibile al connubio bellezza-felicità applicato all’architettura dei luoghi  ed alla qualità dell’ambiente in cui ci troviamo, che ci deve far riflettere su quanto il nostro umore, i nostri pensieri, il nostro benessere e quindi la nostra felicità possano essere influenzati in maniera positiva o negativa.