sabato 1 marzo 2014

Quelle lettere di una volta



 
Sappiamo bene che la libertà di una persona si fonda, tra l’altro, sul bisogno di poter esprimere liberamente il proprio pensiero sia verbalmente che attraverso la parola scritta. E la parola scritta può essere intesa anche  come una semplice lettera, vergata a penna come si faceva una volta, o con strumenti più sofisticati come facciamo oggi.

Sono convinto che quando la parola, da timbro vocale diventa segno nella scrittura, acquista una sua particolare armonia e ci racconta di come siamo o vorremmo essere. Attraverso la scrittura liberiamo verso l’esterno i nostri sentimenti; la parola scritta è lo strumento che promuove....emoziona...commuove.....ci distingue o ci uniforma. E’ l’espressione della nostra appartenenza a una determinata epoca; è un modo per scaricare la nostra rabbia e per manifestare la nostra gioia.

A mio parere certi pensieri, riportati sulla carta, acquistano un sapore particolare, un modo diverso di ascolto, perché quando si scrive siamo molto più attenti a studiare le parole, a limarle, a trovare quelle che meglio si adattano alla discussione ed alla comprensione. La comunicazione verbale è più immediata, quella invece che avviene attraverso una lettera è più meditata, più elaborata, permette di leggere tra le righe anche ciò che non viene detto esplicitamente e ci consente anche di verificare le capacità letterarie e di scrittura di ognuno di noi.
Mi viene da dire che quando comunichiamo verbalmente siamo un po’ “stupidi”, quando invece scriviamo, ci sforziamo di essere più intelligenti.
Qualche giorno fa “Il Fatto Quotidiano” ha pubblicato un’inchiesta sulla lentezza delle Poste nel recapitare lettere e cartoline, che arrivano a destinazione con ritardi biblici, ammesso che arrivino. Roba che se scrivi un messaggio d’amore – scriveva ironicamente Ferruccio Sansa – quando viene consegnato la destinataria è già nonna.
Ma oggi abbiamo internet e, in quest’epoca super tecnologica, nell’era delle e-mail, della telefonia fissa e mobile – mi chiedo - chi possa mai scrivere lettere d’amore, o semplici missive a parenti o amici lontani, come venivano scritte una volta.
Non esiste più quel tempo di attesa, con tutto il carico di emozioni che comportava, tra il momento in cui si scriveva la lettera ed il momento successivo in cui si riceveva la risposta; che era pur sempre un momento di piacere. Oggi è tutto più veloce. Non si ha il tempo di pensare, perché nel momento in cui tu stai riflettendo, gli altri vogliono già la risposta. Tutto deve accadere prima ancora che le cose succedano. E’ come rinunciare alla vigilia e saltare immediatamente alla festa. Come può un uomo oggi pensare di opporsi a Internet! la nostra società è sempre meno legata da rapporti personali, diretti, fisici e sempre più da connessioni telematiche e virtuali.
La lettera, quale originario strumento di comunicazione, era un oggetto che si poteva toccare, che si poteva stringere fra le mani, che era possibile scorrere con gli occhi per cogliervi non solo il suono e il senso delle parole, ma anche  la personalità e perfino lo stato d’animo di colui che scriveva; oggetto che si conservava e si rileggeva a distanza di tempo, ogni volta rinnovando sentimenti ed evocando ricordi. Le parole volano, soprattutto quelle dette al telefono in maniera distratta, o nelle conversazioni; le parole scritte, invece, sono sempre lì, a portata di mano e dietro ad esse il volto e il carattere di chi le ha scritte. La lettera era pensata, meditata, un messaggio da leggere e rileggere nelle ore di dolce malinconia. Oggi non ci si scrive più come nel passato, si preferisce comunicare i propri sentimenti con altri mezzi più veloci.  C’è forse qualcuno che si azzarderebbe a scrivere una lettera d’amore?
Nel passato venivano scritti epistolari famosi, di alto valore letterario, seducenti lettere tra innamorati. Mi viene in mente una struggente lettera di D’annunzio che rivolgendosi a Barbara Leoni, una sua amante, le diceva: “Ieri, dopo che ti scrissi, andai ai giardini, solo, per parlarti senza interruzione. Rimasi là fino a sera. Tutti i miei pensieri vennero a te. Era un tramonto quasi tragico, oscurato da densi fumi. Tu sola sei la vita della mia vita. Nel silenzio solenne la mia anima grida il tuo nome disperatamente”.
D’accordo, non tutti sanno scrivere come D’Annunzio. Però, chi mai avrebbe oggi il coraggio di rivolgersi all’innamorata in tal modo?
E come non ricordare il bellissimo carteggio tenuto tra la poetessa Sibilla Aleramo e lo scrittore Dino Campana. In una sua lettera del 1916 la bellissima Sibilla scriveva così al suo amato: “Possa tu riposare mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice”.
Andando più indietro nel tempo, mi viene in mente la storia dell’amore appassionato e travolgente tra Abelardo ed Eloisa che utilizzarono la pagina scritta per le loro prime esperienze amorose. E così, rivolgendosi ad Eloisa, il monaco Abelardo scriveva: ”....pensavo anche che se pure fossimo stati lontano avremmo potuto scriverci e che anzi molte cose avremmo osato più facilmente scriverle che dirle, e così saremmo stati sempre vicini attraverso questo dolce modo di conversare..” Sapevano stare vicini, scrivendosi. Quindi la scrittura che univa e accorciava le distanze. La scrittura che permetteva di dire cose ardite, senza arrossire.
Si potrebbe continuare. Ma, per finire, mi piace andare con il pensiero a quella singolare corrispondenza che noi adolescenti tenevamo tra i banchi di scuola con le nostre compagne, con quello scambio di bigliettini teneri nascosti fra le pagine dei libri. Mi ricordo che uno di quei bigliettini fu sequestrato ad un mio amico dal professore: l’aveva inviato ad una ragazzina di cui si era innamorato. C’era scritto semplicemente : Ti voglio bene. Era, quello, uno scambio di SMS cartacei, antesignani di quelli che vengono trasmessi con i telefonini, con la differenza che oggi nessuno si sognerebbe di scrivere per intero quelle tre parole: ti voglio bene. Tutt’al più scriverebbero TVB, in linea con quel pensiero disarticolato, sintetico, freddo, poco profondo che va tanto di moda di questi tempi.
 
 

venerdì 28 febbraio 2014

RECENSIONE: "Il Cappotto di astrakan" di Piero Chiara (1913 - 1986)



Continua, con sommo piacere, la lettura di quei romanzi un po’ dimenticati dagli editori e dalla critica i cui autori – spesso - sono da considerare tra i grandi della nostra letteratura del ‘900. E’ la volta del “Cappotto di astrakan” scritto da Piero Chiara nel 1978, lo scrittore di Luino, in provincia di Varese, che in tutte le sue opere raccontò quella provincia lombarda, un po’  sonnacchiosa e oziosa, affacciata sulle rive del lago Maggiore. Egli, evidentemente, si sentiva parte integrante di quel territorio, dove trascorse gran parte della sua esistenza, tant’è che i protagonisti che incontriamo nelle pagine dei suoi libri sembrano davvero le sue controfigure, ossia personaggi solitari e disincantati, amanti dell’ozio e dei ritmi lenti e abitudinari che solo la provincia sa restituire.
 
Ma il provinciale che viveva su lago Maggiore, ogni tanto, amava anche fare un viaggio all’estero, abbandonare momentaneamente il tran tran della periferia, le certezze in cui era immerso tutti i giorni, non fosse altro che per poter raccontare agli amici rimasti al paese – al ritorno - le bellezze viste e le avventure vissute in terra straniera; ma anche per suscitare la loro invidia e, soprattutto, per darsi una certa importanza, soddisfacendo così quell’innato bisogno di vanità. E qual era la città europea, nella metà degli anni cinquanta, che meglio si adattava a questo desiderio di evasione e di avventura? Questa città non poteva che essere Parigi. Con i suoi meravigliosi viali, i suoi caffè all’aperto, i suoi locali notturni come le Folies-Bergère. “Andare a Parigi era a quell’epoca, ed è stato sempre, come darsi a un mestiere, a una professione o a un corso di studi. Vivere in quella gran città voleva dire imparare, capire il mondo, fiutare il vento. L’avervi passato qualche anno e magari soltanto qualche mese, poteva dare gloria per tutta la vita anche a un tipo qualunque, solo che avesse saputo raccontare le sue gesta, immancabili, perché nessuno poteva vivere a Parigi senza capitare dentro casi e vicende degne di venir raccontate”. Così scrive l’autore nel suo libro.
 
E così quel tipo qualunque che veniva dal Lago Maggiore e che “portava indosso, come tutti quelli cresciuti in un paese, una crosta di rustichezza” parte alla conquista di Parigi, “quella Mecca alla quale ogni uomo dovrebbe andare pellegrino almeno una volta nella vita”.
Il nostro personaggio vive la sua avventura in terra straniera, rimane come intrappolato in una strana e incredibile vicenda che lo invoglierà a ritornare al suo paese, su quelle sponde del lago dove era nato, dove il tempo stagnava, dove anche la noia era sopportabile e dove non sarebbe stato mai solo, perché ad ogni passo avrebbe incontrato un amico con cui andare in barca, giocare a carte o a biliardo,senza andare in giro a correre rischi.

Con una prosa brillante ed ironica, elegante e colta, Piero Chiara dipinge un mondo che ormai sembra scomparso, ma che emerge prepotentemente nel ricordo di chi quel mondo l’ha vissuto.
(letto nel maggio 2013)

lunedì 24 febbraio 2014

Nobili palazzi decaduti

Riporto di seguito un mio articolo già pubblicato sulla rivista on-line "La Mandragola" disponibile al link  http://www.lamandragola.org/?p=1801#more-1801


Molti paesi del Cilento – pur presentando un patrimonio artistico-architettonico di notevole pregio – non riescono ad esprimere una politica culturale degna di questo nome, essendo privi di iniziative e progetti volti a valorizzare le ricchezze storiche che si ritrovano. Spesso, non sanno andare oltre le immancabili sagre enogastronomiche estive, concentrate su degustazioni di prodotti tipici del territorio, inserite all’interno di pseudo percorsi storico-culturali.

Devo dire che non sono un assiduo frequentatore di queste feste mangerecce all’aperto, non seguo sempre la sagra delle zeppole né quella delle melanzane “mbuttunate” (di cui sono comunque ghiotto). Auspicherei che il richiamo a visitare un determinato paese fosse rivolto, qualche volta, all’aspetto culturale e non necessariamente a quello culinario, camuffato da percorso culturale. Sia ben chiaro che le eccezioni non mancano. Esistono sul territorio cilentano importanti appuntamenti culturali, ormai consolidati, che rappresentano un ottimo volano  per il rilancio del turismo e della cultura in tutto il circondario.

Sappiamo bene che il Cilento è costituito da oltre cento piccoli e medi comuni, ognuno dei quali annovera tra i propri tesori, palazzi nobiliari e antiche dimore caratterizzanti epoche anche diverse – per lo più di proprietà privata – che versano in cattive condizioni e non sono aperti al pubblico. Sarebbero, inoltre, necessari programmi di intervento molto intensi finalizzati al recupero dei centri storici attraverso un appropriato arredo urbano ed una migliore ottimizzazione degli spazi pubblici.

Non dobbiamo dimenticare che il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano è patrimonio dell’Unesco per le sue bellezze naturali, ma anche per i suoi beni architettonici incastonati all’interno del suo meraviglioso scenario naturale. Pertanto, chi di dovere – in primis le amministrazioni locali – dovrà adoperarsi affinché il territorio venga adeguatamente protetto e non esca, quindi, dall’elenco dei siti mondiali tutelati.

Vorrei dire – senza fare alcuna polemica, ma solo per attirare l’attenzione su un problema molto importante – che chi amministra la “cosa pubblica” non dovrebbe mostrare indifferenza nei confronti di quegli edifici storici, che spesso caratterizzano il luogo, adducendo come scusa (almeno così credo) il fatto che gli stessi edifici siano di proprietà privata. Insomma non si può continuare a sfruttare l’immagine di un palazzo o di un castello, simboli del paese, e poi dimenticarsene; non si può catturare l’attenzione del visitatore con quella bella foto riportata su tutti i depliant, e poi deluderlo, senza dargli la possibilità di approfondire quella conoscenza storica.

L’obiezione che si fa è nota: ma quelle sono strutture private, a volte completamente chiuse e abbandonate da anni dagli stessi proprietari; quindi come si può mai pensare di poterle utilizzare per scopi pubblici e culturali?
Detta così la cosa sembrerebbe ineccepibile.
Però bisogna sforzarsi…prendere iniziative…non lasciarsi vincere dalle iniziali difficoltà; mi piacerebbe immaginare una maggiore collaborazione tra i Comuni interessati e i proprietari dei beni finalizzata al recupero di antiche dimore, veri scrigni della memoria storica dei luoghi di appartenenza.

Elevare culturalmente un paese significa, essenzialmente, far maturare in ogni suo abitante consapevolezza e sensibilità, affinché possa comprendere e apprezzare la bellezza del patrimonio che gli appartiene. E gli antichi palazzi signorili di cui sono costellati tutti i paesi del Cilento – per quanto siano di proprietà privata – appartengono idealmente anche ai cittadini tutti. Vorrei che i Cilentani potessero andare fieri dei loro austeri palazzi che dominano le colline su cui sorgono, a testimonianza dei fasti di un antico e nobile passato.

Non so bene quali e quanti complessi architettonici, ricadenti nei vari Comuni del Cilento, siano assoggettati al controllo della Soprintendenza dei beni artistici della provincia di Salerno e, quindi, alla sua tutela e alla sua valorizzazione. Io mi auguro che il supremo organo ministeriale vigili ed impedisca che tale patrimonio possa degradarsi definitivamente nella sua struttura fisica e quindi nel suo contenuto culturale.

Perché oggi, la prima impressione che un visitatore ne trae – osservando queste residenze che hanno ospitato nel passato marchesi e baroni, signori del territorio (sappiamo bene che ogni borgo ha il suo palazzo storico) – è quella del degrado e dell’incuria: basterebbe, per renderli accettabili almeno esternamente e far risaltare così quell’aura di nobiltà, che venissero liberati dai rovi e dalle sterpaglie da cui sono spesso avviluppati; acquisterebbero una immediata dignità, a prescindere da una loro eventuale futura fruibilità. E sarebbe il primo significativo passo verso la conservazione

giovedì 20 febbraio 2014

Gli idioti


Abbiamo finalmente saputo da degni rappresentanti della cosiddetta politica che gli idioti, in questo paese, si dividono in due grosse categorie: gli utili e gli inutili. Gli utili idioti fanno parte della maggioranza che governa l’Italia, mentre quelli inutili si danno da fare per ritornare in quella stessa maggioranza che li ha visti protagonisti nel recente passato. Insomma, stanno studiando per poter passare alla categoria superiore, quella degli utili idioti. C’è da dire, comunque, che le due categorie – nonostante le apparenti diversità riscontrabili solo nell’aggettivo – si equivalgono per incompetenza, per cinismo e per cialtroneria.
La nostra è una società democratica, dove tutti sono ugualmente idioti. Quindi non è vera la maldicenza secondo la quale in Italia non c’è democrazia. Gli idioti, in politica, stanno sia a destra che a sinistra, sia al centro che in quello spazio indefinibile che viene occupato da tutti gli altri partiti.

Finalmente qualcuno, credendo di offendere gli avversari politici, si è autoproclamato idiota, dando nel contempo la patente di idiota a tutti gli altri che bivaccano e tirano a campare – ormai da anni - nei partiti, nel governo e nel parlamento, pagati profumatamente con i soldi nostri. Costoro si nutrono di risorse pubbliche e di promesse, di annunci roboanti e di menzogne e si caratterizzano per non aver mai lavorato un giorno in vita loro.

Ma non crediate che gli idioti attecchiscano solo in politica! Abbondano anche nella cosiddetta società civile: che è sempre meno civile, basta guardarsi un po’ i giro. E se in politica gli idioti sono utili/inutili, nella nostra quotidianità sono idioti e basta. E una società di idioti non può che proliferare sempre di più e generare nuovi idioti, a loro immagine e somiglianza.
La stupidità, purtroppo, è una delle più gravi malattie dei nostri giorni: è una malattia infettiva. Infatti un idiota non può che associarsi con un idiota e circondarsi di idioti. Naturalmente un idiota ama anche cingersi di oggetti idioti e seguire le mode idiote: capita così di vedere i proprietari dei suv che usano esclusivamente in città quel mezzo che li “eleva” e che parcheggiano solo sulle strisce pedonali. Altri si riconoscono facilmente per strada: stanno sempre con il telefonino, ultimo modello, incollato all’orecchio ed urlano le loro amenità per far sapere, a coloro che non li avessero individuati, quanto sono idioti. E poi l’avete mai visti quei signori di una certa età, con la pancetta, che vanno in giro in tuta griffata, con le scarpe della nike e portano in giro sui loro corpi tatuati frasi o disegni idioti? E che dire di quelli che stanno in fila due giorni di seguito (giorno e notte) per accaparrarsi  il nuovo modello di iphone e poterlo mostrare compiaciuti ai loro amici idioti ? Non parliamo, poi, degli idioti da stadio, che inalberano sugli spalti vessilli idioti e scaricano le proprie frustrazioni con atti di violenza. E mi fermo qui: l’elenco sarebbe troppo lungo.
Naturalmente una società di idioti non può che riconoscersi in una televisione idiota, che li tranquillizzi e li faccia sentire sempre a proprio agio: assistiamo quindi ai concorsi per miss idiota, ai festival degli idioti, ai quiz e alle sfide per idioti ai talk show frequentati sempre dalle stesse facce da idiota, sia di destra che di sinistra (la par condicio è d’obbligo) che si confrontano (si fa per dire) in sterili dibattiti dove la verità e la menzogna hanno pari dignità.
Intanto le persone intelligenti vengono emarginate. E soffrono. Gli idioti invece vengono premiati. E sono felici.

“Molta sapienza molto affanno. Chi accresce il sapere, aumenta il dolore”. Così dice Qoèlet.
Ma per essere ricchi e felici in questa nostra società bisogna essere idioti ?

martedì 18 febbraio 2014

RECENSIONE: Signora Ava di Francesco Jovine (1902-1950)



Al centro della vicenda di questo interessante romanzo troviamo una nobile e decaduta famiglia meridionale – i de Risio – i cui componenti conducono una esistenza alquanto monotona nel loro antico palazzo, ubicato in un piccolo paese molisano, Guardialfiera, lo stesso che aveva dato i natali allo scrittore Francesco Jovine.

Il titolo del romanzo è simbolico, ed è tratto da una tipica espressione molisana “o tiempo de gnora Ava” che alludeva ad un tempo lontano quando la vita reale si mescolava alla superstizione e alla leggenda.
I fatti si svolgono durante il regime borbonico. Nella prima parte del libro l’autore si cala nella vita quotidiana del paese e della famiglia de Risio. Dalle descrizioni che ne fa l’autore, emergono le contraddizioni, le difficoltà, i costumi di una società contadina povera e sfruttata, chiusa nel suo immobilismo. Una società che, attraverso i suoi riti arcaici e le sue consuetudini legate alla tradizione, appare senza nessuna possibilità di riscatto e di speranza. Aleggia nel racconto un sentimento religioso che a volte sembra sfociare nella superstizione, dove leggende e miracoli, santi e fattucchieri vengono visti con la stessa dignità. I personaggi, vere maschere di una commedia tragica, vivono in un mondo chiuso e in lotta tra di loro: da una parte i cafoni e dall’altra i signori del paese. Entrambi vivono un’esistenza miserevole, seppure in maniera diversa.

Il romanzo è popolato da una variegata umanità. Troviamo Don Carlo de Risio, fresco di laurea conseguita a Napoli, che torna nel suo paese natale ancora più ignorante e arrogante, smanioso solo di accasarsi con una donna ricca. Quindi suo fratello Don Giovannino, detto il Colonnello, che aveva aperto una scuola per i giovani galantuomini dei dintorni per prepararli agli esami di belle lettere. Poi il capostipite Don Eutichio, che usa tutti i mezzi per poter sfruttare al meglio i contadini che lavorano le sue terre. E non potevano mancare i preti “che si contendevano le messe, i funerali, le elemosine, i beni delle congreghe, i rimasugli della mensa vescovile”. Tra questi spicca la figura di Don Matteo che, pur essendo mellifluo e untuoso con i galantuomini, condivide con i contadini sofferenze e mortificazioni e vede tutto il mondo pieno di imbroglioni, ipocriti e delinquenti. I contadini, poi, lo seguono di buon grado perché “capivano tutto quello che il prete diceva, perché egli s’esprimeva col loro stesso linguaggio”; mentre il linguaggio dei signori era spesso astruso e incomprensibile. L’altro personaggio significativo del libro è Pietro, il servo di casa de Risio, che, con la sua freschezza giovanile, incarna la sensibilità, l’ingenuità, la gioventù non ancora corrotta, che aspira in un futuro migliore, senza sopraffazioni.

Su questo mondo piatto, dall’apparente sicurezza, dove non succedeva mai nulla e che si trascinava immutabile con le sue miserie e le sue ingiustizie – che poi era il mondo che lo scrittore sentiva raccontare da piccolo accanto al caminetto - scoppia improvvisa “la rivoluzione”, così viene chiamata dai popolani la rivolta contro i Borboni, a cui seguì lo sbarco di Garibaldi con i suoi Mille. “Dapprima fu la semplice notizia che in una parte lontana del Regno il popolo s’era ribellato alle armi del Re: poi si seppe che i soldati del Re avevano vinto contro i galantuomini”. Da qui inizia la seconda parte del libro, che porta con sé violenza, morte e rassegnazione. Ma anche esempi di coraggio civile e di ribellione, di tradimenti e di furberie.

venerdì 14 febbraio 2014

Ubriacatevi!



Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l'unico problema. Per non sentire l'orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, poesia o di virtù : come vi pare. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all'orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l'orologio, vi risponderanno: "E' ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù , come vi pare"

 

(C. Baudelaire)

 

mercoledì 5 febbraio 2014

Quando l'orto era un giardino



Un tempo, diciamo una cinquantina d’anni fa, in ogni paese del Cilento ognuno aveva il suo piccolo orto, accanto alla propria abitazione. Forse tutt’ora è così, nonostante il cemento stia avanzando. Quest’orticello era costituito, il più delle volte, da un fazzoletto di terra coltivato a pomodori, patate, zucchine ecc. Spesso vi si trovavano anche alberi da frutta: aranci, cachi, qualche melo. Serviva per le esigenze familiari: le verdure a quei tempi non si compravano, ma si autoproducevano e la frutta era sempre quella di stagione. Verdura e frutta bastavano ed era anche di ottima qualità.

Ricordo che mio padre – unico nel paese – non possedeva un orto dietro casa; però era proprietario di un terreno (la campagna), dove lui si recava tutti i giorni a coltivare, tra le altre cose, anche il suo orticello.

Ricordo ancora – allora potevo avere una decina di anni – che nei pressi della nostra casa c’era un bell’orto con tanti alberi di aranci e mandarini, però da tutti, nel paese, era conosciuto come “il giardino”. Non riuscivo a capire come mai il terreno accanto alla casa di mio zio fosse un orto e l’altro, lì vicino, un giardino. Eppure avevano le stesse caratteristiche, vi si piantavano gli stessi ortaggi, c’erano gli stessi alberi. Addirittura  la stessa varietà  di rose, che ingentiliva un po’ il terreno.

Se non ci fossero stati altri orti nel paese, avrei considerato come tale solo quello che si faceva in campagna, lontano dal centro abitato. Invece ognuno aveva il suo piccolo orto davanti casa. E allora come si spiegava quella anomalia? Come mai quel giardino tra tanti orti?

La mia curiosità fu soddisfatta da mio padre allorquando, incalzato dalla mia domanda, mi rispose che l’orto appartiene ai poveri, ai contadini. E mio padre era un contadino, come tutti gli altri del paese. Il giardino, invece, era di proprietà di un “signore”. E il signore non coltiva l’orto ma si dedica al giardino.

Insomma, a quei tempi, l’orto evocava la fatica, il sudore della fronte. Fare l’orto significava zappare la terra, sporcarsi le scarpe, avere i calli alle mani. Il giardino, al contrario, era sinonimo di bellezza, nobiltà d’animo, richiamava alla mente persone colte, celebrava il lusso e la ricchezza.

In altre parole, l’orto incarnava la subordinazione, una condizione di inferiorità, il giardino era visto come il potere dominante, rappresentava il padrone, il signore. E il signore del paese poteva essere il maestro elementare o il farmacista, il medico o l’avvocato, il maresciallo dei carabinieri o il sindaco. I giardini, quindi, erano proporzionali ai signori e tutti gli altri erano orti e contadini.

Ho letto recentemente che Michelle Obama, la moglie del Presidente degli Stati Uniti, coltiva un orto alla Casa Bianca. Si un orto... non un giardino. Possibile! La donna più potente della terra pianta insalate, patate e cavolfiori?

Come cambiano i tempi!! Il mondo si è proprio capovolto!

martedì 4 febbraio 2014

Indifferenza


L’indifferenza è uno dei mali peggiori della nostra società. Essere indifferenti significa abdicare alla propria intelligenza, significa essere vigliacchi e parassiti. Significa essere privi di volontà. L’indifferenza è un tarlo che opera passivamente, che corrode in silenzio.

Elie Wiesel, premio nobel per la pace nel 1986, scriveva:

Sono molte le atrocità
nel mondo e moltissimi
i pericoli:
Ma di una cosa
sono certo:
il male peggiore è l’indifferenza.

Il contrario dell’amore
non è l’odio, ma l’indifferenza;
il contrario della vita
non è la morte, ma l’indifferenza;
il contrario dell’intelligenza
non è la stupidità, ma l’indifferenza.

E’ contro di essa che bisogna
combattere con tutte
le proprie forze.

E per farlo un’arma
esiste: l’educazione.

Bisogna praticarla, diffonderla,
condividerla, esercitarla
sempre e dovunque.

Non arrendersi mai.

 

sabato 1 febbraio 2014

RECENSIONE: "Le parole del silenzio" di Michele Prisco (1920 - 2003)


Cristina, pur amando suo marito Stefano – da cui aveva avuto una figlia (Daniela) - non aveva cessato mai d’amare anche Graziano,  fratello di Stefano, il suo primo amore. “Stefano era passato da cognato a marito e Graziano da fidanzato a cognato”. I due fratelli erano molto diversi l’uno dall’altro, non si somigliavano affatto: il primo era brillante, estroverso, sicuro di sé; Graziano invece era debole, anche di carattere, un temperamento mite, arrendevole “che in taluni momenti dava l’impressione d’essere addirittura spaurito”, quasi succube del fratello, per il quale Cristina avvertiva una grande tenerezza.

La morte prematura di Stefano, avvenuta a seguito di un grave incidente d’auto, sembrava quasi potesse agevolare il rapporto tra Cristina e Graziano, pareva quasi che la tragedia familiare potesse ristabilire un antico equilibrio “dissolvendo per sempre i rancori, se mai c’erano stati, e se non proprio i rancori, le amarezze, i contrasti e talvolta i risentimenti”. Ma la morte non sempre risolve certe situazioni: al contrario molto spesso le aggrava, le acuisce, apre una serie di conflitti interiori, di rimorsi, di incomprensioni; ciò si manifesta soprattutto tra la madre e la figlia, una ragazza dal carattere difficile, sfiorata dalla droga, che si sentiva trascurata e poco amata. Questa l’estrema sintesi della trama del romanzo.

L’autore, con grande maestria, riesce a dare dignità e valenza letteraria ad una vicenda tutt’altro che originale, direi quasi banale, grazie ad uno stile corposo ed elegante che incanta e irretisce il lettore amante della bella scrittura. Un vero scrittore, secondo me, è colui che sa rendere bello anche l’ordinario, il racconto della quotidianità e Michele Prisco, con questo suo libro sui vizi e le virtù di quella società borghese della provincia addormentata, a cui apparteneva e che risulta quasi sempre presente nei suoi libri, riesce nell’impresa di ridare armonia e bellezza alla pagina scritta.

Lo scrittore partenopeo (era nato a Torre Annunziata e morì in quella città che più amava, Napoli) ci racconta, in chiave psicologica e a tratti con vera suspense, una vicenda tormentata e sofferta - ambientata tra Roma e Sant’Agnello, un paese in provincia di Napoli – ci dipinge un affresco umano ed esistenziale che vede i protagonisti del suo romanzo dibattersi tra sentimenti contrastanti, conflitti interiori e difficoltà a comunicare tra di loro.

Attraverso l’indagine introspettiva  dei suoi personaggi, giocata su diversi piani temporali, tra il passato e il presente, con una grande capacità di coinvolgimento emotivo, Prisco si interroga sui grandi temi del vivere quotidiano che assillano l’uomo moderno, quali la solitudine, l’incomprensione, i difficili rapporti tra genitori e figli, l’incomunicabilità tra le persone, la vita e la morte.

mercoledì 29 gennaio 2014

Attenti a quei due


Ci sono due personaggi della letteratura che godono della mia simpatia: uno è “Oblomov”, dell’omonimo romanzo dello scrittore russo Goncarov, l’altro è lo scrivano “Bartleby” dello scrittore statunitense Herman Melville.
Oblomov è il rappresentante universale di quella pigrizia assoluta e indomabile, di quel comportamento ozioso e indolente che prende il nome di “oblomovismo”. Questo amante della vita comoda  vive di rendita in una tenuta di campagna, tra servi, contadini e amministratori dei suoi beni, standosene  sdraiato in poltrona tutto il giorno ad aspettare che il tempo passi. Inutilmente viene incalzato dai suoi collaboratori affinché faccia qualcosa e si liberi dalla sua inguaribile indolenza. Ma non c’è nulla da fare, perché il nostro eroe preferisce “il dolce far niente” a qualsiasi altra attività. E' felice così.
Bartleby, invece, è uno strano scrivano alle dipendenze di un avvocato, uscito dalla penna di Herman Melville, che apparentemente sembra un instancabile lavoratore, sempre chino sui suoi documenti in assoluto silenzio; guai, però, a chiedergli qualcosa, perché risponde sempre con la solita frase, come un ritornello: “preferisco di no”. Non esce altro dalla sua bocca.
Questi due personaggi, seppure nella loro diversità, sono i degni rappresentanti di una visione del mondo che non coincide affatto con quella che ci troviamo a vivere attualmente, caratterizzata dalla velocità, dalla massificazione dei comportamenti, dall’ iperattivismo sul lavoro e dalla frenesia. Sono il riflesso di una filosofia di vita che da una parte ci invita a non avere fretta e a dare spazio alla riflessione e dall’altra a ribellarci alla sopraffazione. Oblomov è l’eroe dell’ozio, dell’attesa, del “meglio aspettare”; Bartleby incarna, invece, il paladino della disubbidienza civile, colui che combatte il potere coercitivo dominante, che rompe l’equilibrio consolidato dalle regole e  dalle abitudini. Entrambi, con il loro atteggiamento controcorrente, sfidano il mondo circostante: il primo con la sua oziosità, il secondo con il suo diniego.

venerdì 24 gennaio 2014

Lo spettacolo del dolore


Tutti parlano male della televisione di “quella scatola magica che ormai è padrona della nostra vita, della società e degli individui” come scrisse tempo fa Giorgio Bocca, che ripete all’infinito le immagini, quelle stesse immagini che vengono trasmesse per illustrare un servizio e poi ritrasmesse, un minuto dopo, per presentare un servizio diverso. Eppure nessuno sa allontanarsene, tutti la guardano, chiunque vorrebbe stare “dentro”: come personaggio, come ospite, come concorrente delle tante trasmissioni a quiz, dove ti fanno credere che si può diventare milionari. Chiunque vorrebbe stare dentro, almeno come spettatore plaudente dei vari ballarò, delle vite in diretta, delle piazze pulite, delle gabbie, delle porte a porte. Insomma di tutti quei talk show in cui cambia solo il nome, ma la sostanza resta sempre la stessa. Basta, però, che la telecamera si soffermi - almeno per un attimo - sul nostro spettatore plaudente, che tanto ha penato per essere lì, affinché da casa possano vederlo e pensare: beato lui!
E’ una televisione inguardabile, una televisione che non perde occasione per spettacolarizzare in modo morboso soprattutto il dolore e le tragedie sia familiari che sociali. Fatti criminali che occupano uno spazio televisivo eccessivo. Notizie, queste, che debordano oltre i telegiornali ed invadono i programmi pomeridiani e di prima serata, dove immancabilmente pontificano avvocati e criminologi, psicologi e psichiatri, vittime e parenti delle vittime. Uno spettacolo, il più delle volte, volgare e osceno che viene dato in pasto ad un pubblico sempre più vorace. Un pubblico che piange, che si commuove, che si lascia coinvolgere emotivamente.
Sono tragedie quotidiane, quelle raccontate dalla televisione, che generano angoscia ma nello stesso tempo rassicurano, ci sfiorano ma non ci toccano, le osserviamo ma ne usciamo affrancati perchè appartengono agli altri.
E i giornali che fanno?
Più o meno si comportano come la televisione (tranne qualche raro esempio), non fanno che scopiazzare il peggio della televisione, tanta carta e poca sostanza. Oltre che le notizie ci vendono la bubblicità. E poi c’è il quotidiano pettegolezzo politico. Un lungo ricamo su quello che ha detto tizio e, il giorno dopo, un lungo fronzolo su quello che ha ripetuto Caio. Tranne, poi, ricamare il giorno successivo sulle adirate smentite di Caio e sulle sdegnate rettifiche di Tizio. Ma i pezzi forti di questi giornali che fagocitano milioni di euro di finanziamenti pubblici (soldi nostri) sono dedicati, come per la televisione, alle tragedie umane e familiari; intere pagine riservate all’ultimo efferato delitto, “che ha tanto scosso la coscienza del Paese”, lunghissimi servizi sulla personalità dell’autore della strage o della violenza, con annesse interviste dei vicini di casa, intervallate da belle immagini pubblicitarie, “perché la vita e lo spettacolo devono continuare”.
Evidentemente le tragedie fanno vendere più giornali così come le immagini più strazianti trasmesse dalla televisione fanno più audience. Ma la cosa che in me desta più orrore e sdegno insieme, non è tanto la notizia tragica che occupa la maggiore attenzione da parte di questi mezzi di informazione, quanto la loro ripetizione, il ritornare sempre su quell’immagine e su quella notizia per giorni, per settimane a volte per mesi, come in una sorta di sceneggiato a puntate, in attesa del nuovo dramma familiare, della nuova sciagura o incidente, del nuovo dolore, del nuovo spettacolo.
Si obietta: questa è l’informazione. No! non è informazione, è speculare per un proprio tornaconto, giornalistico o televisivo, sui sentimenti e sul dolore degli altri; è colpire le persone più deboli e sensibili attraverso immagini di crudeltà e di sofferenza, attraverso false parole di sdegno.
Mi auguro che i mezzi di informazione, tutti, (ricordiamo che oggi esiste anche internet) rivedano il proprio modo di dare notizie, che ritornino ad una corretta interpretazione degli avvenimenti e, soprattutto, che sappiano dare la giusta importanza agli avvenimenti che accadono in questa nostra società, senza enfatizzare alcuni fatti rispetto ad altri, senza costruire ad hoc la notizia per fare più presa sulla gente, altrimenti posso anche fare a meno di questo tipo di informazione.

domenica 19 gennaio 2014

Nostalgia





Per recarmi al lavoro, mi servo dell’autobus. La macchina è ferma sotto casa e da quando ho trovato quel parcheggio, non la prendo più.  Quindi, tutte le mattine sono lì alla fermata, e tutte le mattine alla stessa ora incontro delle persone, che come me prendono lo stesso mezzo per andare al lavoro; non le conosco, ma se dovessi incontrarle in luoghi diversi le identificherei immediatamente come "quelli dell’autobus". Che strano! Sono persone che mi sono diventate familiari, che fanno parte della mia vita quotidiana, pur non sapendo nulla di loro; mi preoccuperei se una mattina non dovessi più vederle alla fermata dell’autobus, sentirei quasi la mancanza di quelle vite, che senza conoscerle, “conosco” da tanto tempo e incontro tutti i giorni.

Come quel ragazzo, che cambia continuamente look, sempre con gli occhiali neri, che passa disinvoltamente dal vestito elegante ad un abbigliamento più comodo. O come quella signora sui 50 anni, sempre curata nell’aspetto, che non abbandona mai la lettura del suo libro. Oppure come quel signore, non più giovane, che si lamenta sempre dell’autobus che non arriva, o come quella bella ragazza dai lunghi capelli neri che porta sempre una grande borsa piena di carte e sta sempre al telefonino.

Il grande poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa scriveva: “ Nostalgia ! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita. Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino ? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo ? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria ? Il pallido tabaccaio ? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita ? Domani scomparirò anch'io da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch'io - l'anima che sente e pensa, l'universo che io sono per me stesso - sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui ?". E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi “.

domenica 12 gennaio 2014

Ama il prossimo tuo...



Ama il prossimo tuo come te stesso, dice il vangelo.
Intanto dovremmo cominciare con l’amare noi stessi: e già questo è molto difficile, perché potrei anche detestarmi. Quindi se io mi detesto, sono autorizzato a detestare il mio prossimo?

Ma chi è il mio prossimo che, secondo il comandamento evangelico dell’amore, dovrei amare come me stesso?

E’ forse quel distinto signore, pigiato contro di me sul treno della metropolitana nell'ora di punta, che mi guarda con disprezzo?

E’ forse quella bella signora tutta profumata, truccata e ingioiellata che butta elegantemente per terra il mozzicone di sigaretta, cerchiato di rossetto? O quell’altra, invece, che abita sopra il mio appartamento e che va avanti e indietro con i tacchi da 12 cm.

E se fosse quel tizio che si dà delle arie manageriali, con due telefonini incollati alle orecchie, che strilla come un forsennato per strada? O quell’altro, seduto dietro di me sull’autobus, che ci tiene a far sapere a tutti che ha fatto le ferie a Marrakesc?

E’ forse quell'artista di buona famiglia che sporca muri e monumenti con le sue insulsaggini? O quei bravi giovanotti che mi lasciano la lattina della coca cola sul cofano della macchina?

Potrebbe essere quell'intelligentone in macchina che è fermo al semaforo dietro di me e mi suona appena scatta il verde; oppure quell’altro che gira per il quartiere con i finestrini abbassati e con lo stereo a tutto volume; oppure quell’altro ancora che cerca di fare il furbo e mi passa davanti mentre sto in fila alla posta da più di un’ora.

E se fosse quella dolce signora in tuta che porta il suo grazioso cagnolino, con il cappottino, a liberarsi sul marciapiede sotto casa? (mi sto ancora guardando la scarpa destra....quanto l’amo quella signora!!).

E se fossero, invece, i politici...i consiglieri regionali...gli assessori...i ladri di stato...gli evasori fiscali e i raccomandati, i corrotti e i corruttori?

Con tutta la buona volontà, questi qui proprio non riesco ad amarli.      

sabato 11 gennaio 2014

Ricordi


Nel cuore, per anni, ho custodito,
un mazzo di fiori segreto.
L'ho avvolto nel tulle sbiadito  
dei ricordi infantili,
l'ho chiuso in fogli sottili
di  malinconie .  

Care immagini sfuocate,
tenui colori,
emozioni sopite,
canti di antiche liturgie,
perduti odori.

Oggi, dopo tanto tempo,
sdraiata su un prato,
per caso,
ho ritrovato quei ricordi,
quei lontani fiori:
un mazzo ormai estraneo...
rinsecchito...
stantìo...........

Forse, di quei ricordi, non ho più bisogno,
ma mi dispiace dir loro :
" Addio..."

Ivana Trevisani Bach

A proposito di libri...ben venga il brutto per poter apprezzare il bello

Posto di seguito un mio articolo pubblicato il 21 dicembre 2013 dalla rivista on.line "La Mandragola"  http://www.lamandragola.org/?p=1334


Ho scoperto da poco questo blog molto interessante, che mi stimola a fare qualche commento.
Sono d’accordo con lei, Sig. Vladimiro, sull’importanza dei libri per il nostro spirito. Anch’io ho bisogno di toccarli e annusarli quando li leggo. Li devo sfogliare. Li devo sottolineare. E poi mi piace frequentare le librerie: i luoghi dello spirito. Ogni volta resto affascinato e turbato nello stesso tempo perché in presenza di tanti libri, mi accorgo dei miei limiti di lettore. Sono talmente tanti gli stimoli, le copertine, gi autori, i titoli che dopo un po’ avverto una sorta di disagio. Provo le stesse reazioni che a volte, anche una persona esperta, avverte uscendo da un museo dopo aver visto tante opere d’arte, dopo aver ammirato tante bellezze artistiche: sbalordimento, incapacità di ricordare tutto ciò che si è visto, a volte quasi un senso di frustrazione. Sarebbe forse meglio frequentare le piccole librerie, dove esiste un rapporto più diretto con i libri e con gli altri frequentatori.
Ma quali libri leggere?
Seneca, in una delle sue mirabili lettere a Lucilio, scriveva oltre duemila anni fa che bisogna accostarsi sempre ai migliori autori e, se talvolta si vuol passare ad altri, è necessario poi tornare sempre ai primi. Montaigne, il grande filosofo del ‘600, andava oltre, quando affermava che non bastano dieci vite per poter leggere i più grandi (egli si riferiva soprattutto ai testi dell’antichità) e pertanto non bisognava perdere tempo per quelli mediocri.
Però, a volte, bisognerebbe leggere anche qualche libro mediocre, scritto male, insomma un libro brutto. Non mancano. Anzi abbondano. Perché un brutto libro può stimolare più idee di un buon libro, in quanto un capolavoro della letteratura ti lascia senza parole, ti abbatte: libri come “Guerra e Pace”, “i Miserabili” ti fanno sentire piccolo. Di fronte alla grandezza di un Goethe o di Proust, la prima reazione è quella di schivarli, ti accosti a loro con timore e ti senti limitato al confronto.
Invece un testo brutto, come i tanti libri commerciali scritti dai divi della televisione – infiocchettati nelle librerie come strenne natalizie – stimola in un lettore abituato a leggere altro, una straordinaria reazione: ti fa sentire migliore.
Quindi ben venga il brutto per poter apprezzare il bello.

venerdì 10 gennaio 2014

Cilento, la "terra baciata dalla natura" che fu

Posto di seguito un mio articolo pubblicato in data 26 dicembre 2013 dalla rivista on-line http://www.lamandragola.org/?p=1355


Il mio amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi, che l’aveva percorso verso la fine dell’800. Ebbene, quella “terra baciata dalla natura”, come viene scritto in questo articolo, sembra non attiri più i turisti come una volta, quegli stessi turisti che, congiuntamente ad alcuni amministratori locali incompetenti e sciagurati, l’hanno saccheggiata per anni, l’hanno quasi distrutta, sfigurata, cementificata.
Mi verrebbe da dire: che gioia! finalmente non verranno più quelle orde di barbari e di incivili a sporcarla e depredarla, a violentarla.
Ricordo con nostalgia, nonostante non sia un matusalemme, quel Cilento antico, pittoresco, quasi selvaggio, che ancora non rientrava nei viaggi organizzati dalle agenzie di viaggi, che non era conosciuto dalle grandi masse dei turisti “mordi e fuggi”, che non veniva invaso, come cavallette, nei mesi estivi. Era un Cilento pulito e riservato, un’oasi di pace, che ti accoglieva quasi con pudore, che ti mostrava le sue bellezze naturali ed architettoniche, senza chiederti nulla: solo rispetto. Rispetto per la sua natura incontaminata; rispetto per le sue vicende storiche e umane. Insomma, il rispetto che si deve ad un luogo che è stato dichiarato patrimonio dell’umanità.
Fino a qualche anno fa era meta di pochi e accorti estimatori desiderosi solo di silenzio, di quiete e di natura,
buen retiro per chi come me è nato da quelle parti; il turismo di massa è riuscito in poco tempo a stravolgerlo, a cambiarlo, a standardizzarlo, a fargli perdere quell’unicità e quell’identità che lo caratterizzavano da sempre.
Estendere i privilegi, permettere a tutti di fare i propri comodi senza regole e senza controlli, grazie anche ad Amministratori locali senza scrupoli, significa distruggere il valore di un posto. E poi non possiamo lamentarci se quel posto viene abbandonato dai turisti.
Diceva un grande filosofo del passato, di cui ora non ricordo il nome, che quando conosciamo un posto bello, non dobbiamo farlo sapere agli altri. In altre parole, voleva dire che se tutti frequentiamo in massa lo stesso luogo, si finisce per distruggerlo in poco tempo.
Prima ancora che una provocazione, la mia è soprattutto un’amara riflessione. Non voglio tornare ai secoli passati, quando solo una piccola minoranza di persone viaggiava: c’erano i commercianti che lo facevano per necessità, poi i pellegrini che andavano a Roma per ottenere l’indulgenza ed infine gli scrittori e molti artisti, che volevano apprendere presso i grandi maestri stranieri e che cercavano ispirazioni artistiche e culturali nei paesi in cui si recavano; un viaggio in Italia costituiva una tappa quasi obbligatoria nell’educazione dei giovani delle famiglie ricche. Oggi invece succede il contrario: tutti viaggiano. Nonostante oggi viviamo in tempi di crisi, il viaggio è molto desiderato, è segno di distinzione, ed allora ci spostiamo in massa: un viaggio di massa verso luoghi di massa.
Esperienze ed emozioni che, vissute da pochi, risultavano uniche (mi viene in mente il viaggio in Italia di Goethe, o il viaggio nel Cilento di Cosimo De Giorgi, tanto per stare in tema) cessano automaticamente di esserlo quando vengono vissute da tutti (nessuno oggi si sognerebbe di scrivere un libro simile, perché nessuno lo leggerebbe).
Ho l’impressione che tutti i luoghi turistici, specialmente quelli di mare, oggi si somiglino: le stesse strutture alberghiere, gli stessi villaggi turistici, la stessa confusione di macchine e di persone, addirittura la stessa cucina, che rappresentava il segno distintivo del posto Se si escludono determinate caratteristiche climatiche e naturali (stiamo facendo di tutto per sconvolgere anche queste) tutti i luoghi sono diventati sostanzialmente indistinguibili. E allora mi chiedo: ha ancora un senso andare al mare nell’Isola del Giglio, piuttosto che a Rimini oppure trascorrere le vacanze nel Cilento piuttosto che in Calabria?
Cosa può differenziare un luogo da un altro se facciamo di tutto per estirpare e confondere quelli che sono gli aspetti naturali che li contraddistinguono ?
D’accordo, ci sono anche alcune emergenze, come le tante frane che distruggono ponti e strade (la colpa di chi è, del Padreterno?); e poi quella dei cumuli di spazzatura abbandonati lungo le strade senza che nessuno li raccolga. Noi sappiamo chi è che dovrebbe raccogliergli, e purtroppo non assolve in maniera corretta al suo compito. Ma sappiamo anche chi sono gli autori di questo degrado ambientale: e sono, nella maggior parte dei casi, quegli stessi turisti che vengono in ferie nel nostro Cilento, la cui presenza pare sia in forte calo.
Meglio così. La nostra terra non merita tali ospiti. Abbiamo bisogno di persone civili che rispettino il territorio che li ospita. Ma soprattutto abbiamo bisogno di amministratori locali che sappiano gestire la cosa pubblica con impegno, competenza e sensibilità. Amministratori che comprendano che, se si spiana una collina con olivi secolari per far posto ad un villaggio turistico con villette a schiera, si fa un danno irreparabile prima ancora che alla natura, all’uomo.

giovedì 9 gennaio 2014

Noi qui siamo poveri

Posto di seguito un mio articolo apparso sulla rivista on-line "La mandragola", disponibile al seguente indirizzo: http://www.lamandragola.org/?p=1407.


Dice bene Silvana Romano nel suo graffiante e lungimirante articolo: “mandiamoli via i signori, i vassalli, i valvassori, i valvassini, i fanti e i cavalieri…”.
Mandiamoli via: quelle teste coronate, quelle regine, quelle eccellenze che si sono inghirlandate su troni scaduti e che si reggono grazie ai tanti leccapiedi di regime, ai tanti cortigiani, agli innumerevoli nani e ballerine, sempre proni.
E’ proprio vero: nulla sembra cambiato rispetto al passato e questo modello di gerarchia medioevale vive ancora tra di noi, anche se con nomi e figure diverse. Insomma tutto cambia affinché nulla cambi sembra essere l’amara conclusione, quello spirito gattopardesco che accompagna da sempre la storia e le sorti del nostro paese.
Non più feudatari, come nel Medioevo, ma capi partito e capi corrente, parlamentari e consiglieri regionali, banchieri e amministratori delegati. E, come nel feudalesimo, esistono le guerre tra le fazioni e le lobby politico-affaristiche per la spartizione del malloppo e del territorio, attraverso tutti i mezzi, leciti e illeciti.
E noi, cittadini normali che non partecipiamo a questo spregevole banchetto, chi siamo?
Mi duole dirlo, ma siamo ancora sudditi, servi della gleba, che paghiamo le tasse anche per quelli che non l’hanno mai pagate, che apparteniamo a questo o a quel feudo politico senza contare una mazza e che ogni tanto ci chiamano a votare, con squilli di tromba e promesse roboanti di cambiamento. Ma nulla succede, e la nostra partecipazione al voto si rivela una inutile comparsata.
Il potere è ancora gestito come una ragnatela e non ha nulla a che fare con il buon governo e con la buona politica: è una autentica patologia della nostra società. Esprime la smania peggiore di dominare, di asservire, di padroneggiare, attraverso le ruberie, i soprusi e le rapine legalizzate.
E’ l’espressione dell’arroganza e dell’ignoranza: l’uomo che oggi voglia dedicarsi alla politica deve essere poco intelligente ma furbastro, deve essere privo di dignità ma borioso, amante del comando ma sempre dipendente da qualcuno, più arrogante e più retorico di lui.
Oggi la politica cammina di pari passo con il potere economico/finanziario: quindi sia i cosiddetti rappresentanti del popolo (ma come possono essere tali se sono stati nominati e non eletti?) che i gestori della ricchezza si sono arricchiti sempre di più dimenticando gli ultimi.
Quindi da una parte c’è il potere, l’ingiustizia e lo sperpero di denaro pubblico e dall’altra parte c’è la lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Ne ho avuto conferma durante queste festività di fine anno che – come ogni anno – le ho trascorse nel nostro Cilento. E così, approfittando delle belle e tiepide giornate natalizie, mi sono incamminato “alla ricerca del buono da ricordare” (come scrive Silvana Romano), desideroso di immergermi in una realtà più a misura d’uomo, non ancora oppressa in maniera eccessiva dalla modernità e dalle macchine, come succede invece in una città come Roma, dove vivo abitualmente.
Mentre mi trovavo a passeggiare tra i vicoletti del centro storico di Cicerale – incantato dai bei portali di pietra arenaria che ancora decorano alcuni interessanti palazzi nobiliari, abitati nel passato da qualche feudatario locale (almeno loro ci hanno lasciato qualcosa di bello….i moderni vassalli che cosa ci lasceranno?) – mi sono imbattuto in un vecchietto che avanzava con una carriola piena di legna da ardere. Quella figura sembrava fosse uscita da un dipinto del ‘600, tant’è che sia per l’aspetto umile e bisognoso che traspariva dalla sua figura, che per il contesto ambientale in cui mi trovavo, ho avuto l’impressione di essere piombato improvvisamente indietro nel tempo. Quel vecchietto, resosi conto che non ero del posto, quasi a volersi giustificare della sua misera condizione – rispetto alla mia apparente agiatezza – si è fermato e con un disarmante e rassegnato sorriso, mi ha detto : “Noi qui siamo poveri”.
Ecco, quell’immagine e quell’affermazione è la sintesi fotografica del paese reale. Quel “povero” del Cilento che portava a casa un po’ di legna per scaldarsi rappresenta idealmente il disagio economico e sociale che attraversa tutto il Paese in questo momento. Quelle semplici parole sussurrate con dignità, forse senza rancore, sono pur sempre un grido di dolore, un’espressione di malessere in un paese governato da una classe politica ricca e corrotta.
Voglio essere fiducioso e immaginare per questo 2014 dei politici generosi e onesti che pensino veramente al bene del paese e non ai loro interessi personali; che si impegnino con fatti concreti e senza retorica a risolvere i problemi esistenziali della gente in difficoltà.
Voglio immaginare che finalmente vengano ridotti i costi della politica…che vengano risolti i problemi occupazionali…che venga messo in sicurezza tutto il nostro territorio affinché le nostre strade non diventino delle mulattiere e i nostri paesi non scendano a valle quando piove.
Voglio immaginare che finalmente lo Stato provveda a tutelare seriamente il suo patrimonio artistico/architettonico….a finanziare adeguatamente l’istruzione, la sanità, la sicurezza dei cittadini.
Voglio immaginare, ancora, una nuova legge elettorale che ci permetta di mandare a casa tutti i lestofanti, di qualsiasi partito, che da più di venti anni continuano a rubarci la vita e la speranza.
Voglio immaginare, infine, un nuovo umanesimo che sappia dare un autentico significato all’uomo e alla sua esistenza, attraverso una migliore qualità della vita.

 

sabato 4 gennaio 2014

Paese mio che stai sulla collina...


Quanta malinconia mi suscitano le persone che non hanno un paese a cui aggrapparsi!

Non mi riferisco agli apolidi, ossia a coloro che nessuno stato riconosce come propri cittadini. No. Sto parlando, invece, degli abitanti delle grandi città, che non hanno mai conosciuto un paese di origine, che non hanno avuto la fortuna di nascere in un piccolo borgo, in uno di quei tanti minuscoli e pittoreschi comuni dell’Italia che rappresentano, secondo me, la vera anima di un territorio.

Cesare Pavese nel suo romanzo “La luna e i falò” scriveva che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Quanta verità in queste semplici parole.

Anche Piero Chiara, lo scrittore nato a Luino, in provincia di Varese, in quasi tutti i suoi libri raccontò quella provincia lombarda, un po’ sonnacchiosa e oziosa, affacciata sulle rive del Lago Maggiore. Anche lui si sentiva parte integrante di quel territorio perché “portava indosso, come tutti quelli cresciuti in un paese, una crosta di rustichezza”. Ed ogni volta che usciva fuori del paese, era invogliato a ritornare su quelle sponde del lago dove era nato, dove il tempo stagnava, dove anche la noia era sopportabile e dove non sarebbe stato mai solo, perché ad ogni passo avrebbe incontrato un amico con cui andare in barca, giocare a carte o a biliardo.

Confesso che questo sentimento del “ritorno” mi assale sempre più spesso.

Si, perché anch’io ho un paese che mi aspetta, da cui sono andato via, sperimentando quel “gusto di andarsene”, come scriveva Pavese. Se ne sta lì adagiato su una collina che si affaccia sul mare, contornato da ulivi secolari    e da querce, da castagni e da viti, come immobile nel tempo. E’ un paese del Cilento, terra di miti e di bellezze naturali, in cui si realizza sapientemente l’incontro tra il mare e la montagna.

I più “vecchi” ricorderanno senz’altro quella bella canzone degli anni 70, cantata da José Feliciano:

“Paese mio che stai sulla collina
disteso come un vecchio addormentato
la noia l'abbandono il niente
son la tua malattia
paese mio ti lascio e vado via”

Soprattutto dalle giovani generazioni il paese, a volte, viene visto così, un po’ sonnacchioso, noioso, dove non succede mai niente, da cui si vorrebbe scappare. Poi si ritorna, inevitabilmente.

Perché “paese” vuol dire equilibrio tra passato e presente, tra una razionalizzazione a volte spinta agli eccessi ed un modo di vivere più naturale, vuol dire sforzarsi di trovare un modo di essere se stessi più genuino, libero da mode effimere e passeggere e da condizionamenti negativi, vuol dire scegliere ritmi di vita più lenti, lontani dal frastuono e dalle folle.

Io quando vedo due vecchietti che se ne stanno seduti su una panchina in un prato spelacchiato di periferia di una grande città come Roma – dove vivo abitualmente - mi rattrista il cuore. Quell’immagine sintetizza molto bene lo spaesamento e l’emarginazione che provoca la metropoli sui suoi abitanti. Ebbene, se io provo ad immaginare gli stessi vecchietti seduti su una panchina antistante il sagrato della chiesetta del paese, la reazione emotiva che ne traggo è totalmente diversa. Non vedo più la solitudine, ma un quadro familiare di grande serenità. Quei due vecchietti, che in quel contesto urbano sembrano aspettare la morte, portati i un ambiente più naturale, come può essere il paesello che li ha visti nascere, evocano sentimenti di pace, di tranquillità, di longevità.

Il paese, quindi, come medicina del corpo e dell’anima.
Un’ancora di salvezza.

giovedì 2 gennaio 2014

RECENSIONE: "Il coraggio del pettirosso" di Maurizio Maggiani


E’ un libro super premiato, avendo vinto nel 1995 i premi Viareggio, Répaci e Campiello.

Prima di comprare e leggere questo romanzo, avevo avuto l’occasione di conoscere e ascoltare lo scrittore ligure Maurizio Maggiani in una trasmissione televisiva: mi aveva colpito il suo modo pacato di raccontare e affrontare qualsiasi argomentazione, ero rimasto piacevolmente sorpreso per quelle sue caratteristiche di grande affabulatore capace di incantare e affascinare l’uditorio. Direi che lui scrive come parla e di conseguenza, per me, sarebbe preferibile ascoltarlo, piuttosto che leggerlo. Con questo, però, non mi permetto assolutamente di sminuire la sua scrittura. Anzi. La trovo gradevole, fluida, a volte poetica. Per la critica, Maggiani – che peraltro pare sia politicamente vicino agli anarchici, ma per me è semplicemente un uomo libero - è considerato uno dei maggiori “raccontatori” di storie della nostra letteratura contemporanea.

Ma si può scrivere per guarire da una malattia? Possono le parole mitigare non solo i mali dell’anima, ma anche quelli del corpo? Sembrerebbe di si, visto che il protagonista che esce dalla penna di Maggiani, Saverio, nato ad Alessandria d’Egitto da genitori italiani, si trova ricoverato in un ospedale di quella città ed il suo medico, il dottor Modrian, gli ha consigliato di scrivere: “Scriva, scriva, mio signore...scriva che è tutta salute. Alleni le dita, le fortifichi sui tasti, e vedrà che questo sarà il primo passo verso la completa guarigione”.

E così Saverio, figlio di un italiano che era scappato dal suo paese d’origine (Carlomagno) subito dopo la guerra – il padre era un fornaio “e come tutti i fornai anche lui era un libertario, un anarchico, perché di notte c’è modo di avere più coraggio e più libertà” – inizia a scrivere le sue storie, scorazzando con la penna tra il sogno e la realtà.

Notte dopo notte, riprende le sue storie sognate da dove le avevate lasciate, con personaggi e avvenimenti che a volte si fa fatica a capire quanto siano frutto della fantasia e quindi dei sogni e quanto siano invece malinconici ricordi. “Quando li racconti, i sogni” dice il nostro protagonista “non sono più sogni ma diventano racconti, storie più o meno bizzarre a seconda di come li ricordi e li ricostruisci con il tuo stile, con la forma della tua coscienza”. E’ un po’ come quelle storie popolari e antiche raccontate dalla sua gente, con i tanti personaggi ognuno dei quali porta sulle spalle il peso della fatica del vivere quotidiano. I sogni riempiono la sua vita e la sua è una vita notturna, nascosta, lontana dagli altri, ma è pur sempre un’esperienza che ha la capacità di guarirlo e renderlo felice. E intanto scrive, come gli ha ordinato il dottor Modrian, scrive tutto ciò che gli passa per la testa, inorgoglito da tutte le letture, dalla frequentazione delle biblioteche: “a volte ci si monta la testa con le parole scritte, ti sembrano chissà che cosa”:

In queste sue farneticazioni è spesso presente il sentimento anarchico: il padre gli parlava dell’anarchia come di una vecchia zia lontana, buona e coraggiosa. La zia anarchia era lontana, ma i suoi benefici lo avrebbero fatto migliore, più coraggioso e più bello, diverso dalla massa dei servi che non osavano alzare la testa.

Anche la poesia e la musica lo avrebbero elevato. Soprattutto la poesia di Ungaretti, il poeta prediletto dal padre: non riusciva a capire, Saverio, come il padre potesse apprezzare il poeta di Alessandria d’Egitto,  “traditore del proletariato, rinnegato della fede libertaria”. La forza della poesia.

E poi la musica “che fa alla mia anima quello che il mare fa al mio corpo. Io ci nuoto dentro la musica, mi tuffo di testa e di schiena, mi immergo e risalgo...”

In questo viaggio fantastico il protagonista, che racconta sempre in prima persona, si muove alla ricerca del paese d’origine di suo padre, quel Carlomagno che evidentemente esisteva solo nella sua fantasia e che ogni notte sognava. Forse era il suo paese dell’anima: ognuno dovrebbe averne uno per non consumarsi di solitudine.

Affronta il deserto con un asino affittato al mercato. Tutti gli arabi ci vanno ogni tanto: è come una norma igienica, una vaccinazione, è come fare gli esercizi spirituali di purificazione. Visita città come Napoli e Roma.

E poi c’è l’amore per Fatiha, una donna di Palestina forte e bella, una donna che non fa parte dei sogni ma che esiste nella vita di Saverio al quale dice: “penso che saresti un bravo romanziere se scrivessi per vivere invece che per guarire”.

Un libro dalle complesse e intimistiche tematiche, che celebra la difficile arte del “raccontare”.