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venerdì 15 marzo 2019

Malati di notizie



Da ragazzo vivevo in un piccolo paese del salernitano, dove ogni giorno un corriere portava  – presso la stessa bottega che vendeva pane, formaggi e altri generi alimentari – 4 copie di uno storico giornale, il “Roma”, che si stampava a Napoli: uno era per il sindaco, il secondo per il medico, il terzo per il parroco e l’altro per il maestro elementare del paese (che era stato anche il mio maestro), il quale, abitando vicino alla nostra casa, me lo cedeva subito dopo averlo letto. Provavo una grande gioia quando mi ritrovavo tra le mani quello strumento cartaceo, che mi proiettava nel mondo dell’informazione. La verità è che cominciavo ad avere fame di notizie in una realtà in cui le notizie, allora, viaggiavano ancora con estrema difficoltà, con lentezza. C’era la radio, la televisione era appena arrivata dalle nostre parti e non tutti ce l’avevano (ricordo che andavo a vederla in un bar o a casa di un amico) ed i giornali non erano ancora diffusi in maniera capillare su tutto il territorio.

Racconto questo episodio, legato alla mia giovinezza, per ribadire che ho vissuto personalmente un passaggio epocale: da un mondo avaro di notizie, ad un mondo in cui, letteralmente, le notizie abbondano e ci sommergono. E di fronte a questo profluvio di parole…parole, siamo diventati famelici e passivi, sfruttatori e succubi inermi. Parole roboanti ci assalgono appena “accendiamo” i mezzi di informazione di massa. Ogni giorno, sia la televisione che i giornali, sia internet che i social, riempiono la nostra testa di notizie, di immagini, di dati. E nella maggior parte dei casi non sono notizie allegre, non sono immagini esaltanti, non sono dati confortanti: raccontano di violenze, di scontri, di ingiustizie subite, di rapine, di sparatorie, di morti, di respingimenti…ma raccontano anche di fatti più leggeri, di pettegolezzi, di politica, di sport, di vite private spiattellate in pubblico…Quello che colpisce è che sia l’avvenimento importante che quello marginale, sia il fatto che andrebbe approfondito che quello su cui si potrebbe sorvolare, vengono presentati e dati in pasto al pubblico con la stessa enfasi, con la stessa drammaticità, con la stessa tensione emotiva. E direi, con la stessa spettacolarizzazione. Si, perché oggi la notizia, qualunque essa sia, deve essere imbellettata e confezionata in uno spettacolo condotto da un presentatore, dove c’è un pubblico che viene pagato per applaudire e degli “esperti” che non ti spiegano la notizia ma litigano tra di loro. Da semplici notizie, quelle che ci vendono, diventano schiamazzi, appelli, messaggi allarmistici, segnali di pericolo, missive che orientano comportamenti e mode.

Una informazione, per essere appetibile, deve apparire straordinaria, eccezionale. Deve essere esagerata. Ad esempio, se un politico non è d’accordo su quanto afferma un suo avversario di partito, immediatamente il giornalista televisivo di turno annuncia, visibilmente preoccupato, che è in atto “uno scontro durissimo tra le opposte fazioni”. Se un pazzo accoltella una persona, “l’uomo televisivo” non è soddisfatto se non ci ragguaglia sul numero delle coltellate inferte, commiserando “i tempi violenti in cui viviamo”. Come se questi delitti non fossero mai accaduti nel passato e, purtroppo, continueranno ancora nel futuro, almeno fino a quando l’uomo abiterà questa terra. Anche le notizie meteorologiche subiscono lo stesso speciale trattamento mediatico. Se in una normale giornata invernale piove a dirotto – come spesso succede da quando esiste il mondo – per chi si occupa di informazione si tratta di “ una spaventosa bomba d’acqua”; se in agosto il termometro sale (sarebbe straordinaria la notizia se facesse freddo), tutto il Paese è stretto “nella morsa del caldo”. Mi domando: a chi giova questo terrorismo psicologico?! Anche i giornali – che attualmente non se la passano tanto bene perché pochi li leggono – si prestano a questi giochi per accalappiare qualche lettore. Leggevo proprio l’altro giorno un titolo a caratteri cubitali, passando davanti ad un chiosco di giornali: “Ira d’Iddio”. Era successo che un calciatore della Juventus, un tale Ronaldo, aveva infilato tre palloni nella rete della squadra avversaria.

Quando troppi fatti premono contemporaneamente alle porte dell’informazione e reclamano di essere afferrati e capiti, la nostra testa va in tilt,  viene inesorabilmente oppressa e ferita. Le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti fisiologici oltre i quali sono destinate ad offuscarsi, per le eccessive stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Non abbiamo difese, e per non soccombere dovremmo abituarci a non prendere in considerazione ogni cosa che ci viene propinata, a saper distinguere le vere notizie da quelle false, a cercare momenti di “digiuno”, a inseguire pause creative che ci consentano di liberarci dalle troppe notizie. Senza aspettare che questa limitazione informativa arrivi dagli stessi mezzi che vivono di parole ed immagini. Però tutto sembra tramare contro queste pause rigenerative, soprattutto da quando sono stati catapultati nelle nostre esistenze i cosiddetti “social”. Li inseguiamo e ci facciamo inseguire, abbiamo bisogno di loro e corriamo verso di loro, così come un assetato nel deserto si precipita verso una fonte di acqua appena intravista: ma è solo un miraggio. Ne siamo fagocitati, siamo allo stesso tempo vittime e carnefici. Siccome ci abbeveriamo alle stesse fonti di conoscenza ed informazione, finiamo poi per parlare – quelle poche volte in cui ci troviamo a fare conversazione – degli stessi fatti che, a puntate, rimbalzano dalla televisione ai giornali, da internet ai social. Alcune notizie diventano, poi, dei “casi”: ce le portiamo dietro per mesi, per anni. Sono notizie che fanno sempre notizia. E alla lunga appaiono quasi astratte, immaginarie, surreali di cui però non possiamo farne a meno. Un contadino che viveva nel mio Cilento una cinquantina di anni fa, forse era molto più libero di noi: non era assillato e influenzato dalle notizie. Il suo pensiero non era veicolato dall’esterno, le sue parole non venivano forgiate dalla televisione, ma nascevano da conoscenze ed esperienze dirette. Quando incontrava un suo amico, i due si scambiavano esperienze di vita e di lavoro: ciò che diceva l’uno rappresentava quasi sempre una novità, un arricchimento per l’altro e viceversa. I fatti che raccontavano non erano imposti da un suggeritore: i mass media.

A questo punto qualcuno potrebbe dire, giustamente: e allora i blog? Cosa sono questi strumenti di scrittura se non moltiplicatori di parole e di notizie cotte e stracotte che vanno ad ingolfare un sistema già intasato? Come a dire che si contesta chi scarabocchia sui muri, salvo poi comportarsi alla stessa maniera scrivendo sullo stesso muro: “scemo chi scrive sul muro”. 

17 commenti:

  1. Un'analisi che io condivido totalmente. Siamo passati dal vuoto al pieno
    Piero

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    1. Grazie Piero. E' vero, siamo passati dall'horror vacui all'horror pleni.

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  2. Sì, Pino, è così come tu scrivi. Uno storico israeliano Yuval Noah Harari, nel suo bel libro “Homo Deus”, scrive che oggi la censura opera più subdolamente che in passato, non negando dei contenuti ma sommergendoci di notizie irrilevanti, cosicché noi non si possa più discernere ciò che è importante da ciò che non lo è.

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    1. E' un modo per distrarre le coscienze e indirizzarle verso alcuni fatti insignificanti a scapito di notizie ben più importanti. Quindi censura e manipolazione, una combinazione davvero inquietante. Grazie, Ettore, per il tuo consiglio di lettura

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  3. siamo malati, o meglio ci fanno ammalare, di straordinarietà. I caratteri cubitali in prima pagina sono diventati la norma. Anche il quotidiano che leggo, che si era sempre distinto per la sobrietà con cui presentava gli avvenimenti, da qualche giorno ha cambiato impostazione (e direttore): ora la prima pagina è urlata a caratteri enormi, con una sguaiatezza davvero becera. Questo inseguire lo tendenza di altre testate rinunciando alla propria immagine consolidata, costituisce una caduta di stile imperdonabile.
    massimolegnani

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    1. Sono d'accordo con te. Questi titoli urlati irritano chi legge, soprattutto se la notizia riportata non merita di essere evidenziata in quella maniera. Si sa che chi urla attira l'attenzione , basta vedere come sale l’ascolto televisivo quando in certe trasmissioni gli ospiti litigano tra di loro, o fanno finta di litigare; e siccome i giornali, da un pò di tempo a questa parte, vendono poco, si adeguano all'andazzo e strillano per farsi sentire. Non solo, ma scopiazzano anche le notizie della peggiore televisione, quella specializzata nel filone dell’horror, che è lo "spettacolo del dolore".

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    2. Concordo sulla deriva del mio giornale di riferimento, e me ne dispiace davvero..

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    3. Era anche il mio giornale di riferimento: ora non più...

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Bellissimo post ma non concordo sul tuo forse volutamente provocatorio finale: i blog, molti magari non tutti, non sono una cassa di risonanza volgare di notizie come accade invece in molti casi per la televisione, ma sono e sanno essere luoghi di dialogo e approfondimento reale. Penso ad un blogger, Slec, che svolge questo compito molto bene e lo fa su notizie non sempre così note ma anzi spesso più sotto traccia e che molti media non danno.

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    1. Si, il mio finale era volutamente provocatorio. Ma non potevo non menzionare i blog che in qualche maniera partecipano, in maniera diversa, a questa sbornia di notizie. Però, come scrivi tu, sanno anche "essere luoghi di dialogo e approfondimento". Grazie Daniele per il tuo intervento

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  6. Le notizie si accumulano e si espandono in maniera esponenziale, rispetto ad un tempo, ovviamente c'è spazio per tutto, anche infinite robe che potevano restarsene serenamente nel cassetto. Bisogna saper filtrare, ed anche un blog misurato come il tuo, è esattamente uno dei calmieri necessari.

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    1. Il punto è che prima di "filtrare" la notizia, quella già ti ha invaso, ha già fatto danni per conto suo. Grazie per le tue parole di apprezzamento nei confronti del mio blog. A volte sono proprio tentato di smettere. Buona giornata, Franco

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    2. Ma Remigio che fine ha fatto?! ;)

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    3. Remigio è il mio alter ego...il mio secondo nome. Scommetto che ti piaceva di più :-)

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