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lunedì 22 luglio 2019

Mai più senza maestri


Nell’ immaginario collettivo il “maestro” è quella figura romantica legata agli anni della nostra scuola elementare, una figura da sempre confinata in una condizione socio-economica subalterna, palesemente discordante con la dignità di una professione che dovrebbe rivestire il grado più alto della scala sociale. E parlando di maestri vissuti in altre epoche, non possiamo non ricordare i maestri d’ascia, i maestri orafi, i maestri di bottega, senza dimenticare che chiamiamo maestro, ancora oggi, l’artista cui sono riconosciuti meriti particolari nel campo musicale, cinematografico, letterario ecc. La letteratura, poi, è ricca di ritratti di precettori ed istitutori, spesso persone pedanti e vanitose, cui le famiglie aristocratiche affidavano l’educazione dei propri rampolli. Ma nella società del nostro tempo, sempre più omologata verso il basso, esistono ancora i maestri, quali autorità morali e culturali che tendono verso l’alto? Si può ancora chiamare qualcuno “maestro” senza incorrere in una facile ironia se non addirittura nello scherno? Se lo chiede il prof. Gustavo Zagrebelsky, grande giurista, già Presidente della Corte Costituzionale, con il suo libro molto interessante che si intitola “Mai più senza maestri” (Ediz. il Mulino).


Secondo Zagrebelsky il maestro è innanzitutto “chi non s’accontenta”, ma è anche chi si sente un “irregolare, fuori delle regole”; il maestro, inoltre, è un critico che non inculca certezze e non indottrina i suoi allievi (come certi tipi di “maestri” indispensabili ai regimi totalitari), ma è colui che semina dubbi, “crea asperità”, produce divisioni e rotture, “uno che mette a nudo, un provocatore”, il quale conosce a fondo la materia del suo insegnamento e la sa comunicare senza censure e con la chiarezza necessaria. Per legittimarsi, il maestro non ha bisogno dell’istituzione. Anzi - dice Zagrebelsky - a volte può percepirla come una sorta di camicia di forza fatta di programmi e di asfissianti procedure burocratiche che sono di impaccio alla sua autorità. Mentre l’unica, autentica autorità del maestro, si legge nel libro, deriva dagli allievi. “Sono loro che gliela conferiscono. Non è l’istituzione. Quanti insegnanti incontriamo nelle scuole privi di autorità e, viceversa, quanti maestri che esercitano il loro magistero senza bisogno di parlare da cattedre autorizzate. Non esistono maestri senza allievi. Sarebbe una contraddizione in termini. Se non c’è maestro senza allievi, vale anche il contrario: non ci sono allievi senza maestri”.

Oggi, “sotto la dittatura del presente” – scrive Zagrebelsky – il maestro appare come una figura anacronistica. E’ visto dal potere dominante, qualunque esso sia, quasi come un intralcio alla crescita economica del paese, viene ignorato e reso innocuo L’attuale società richiede competenze tecniche più che umanistiche, “esperti” più che maestri, quindi economisti, politologi, giuristi, che vengono valorizzati e protetti dal sistema. Al posto dei maestri ci sono, poi, gli influencer, che sono quelle figure che impongono e assecondano le tendenze di massa e le mode attraverso strumenti di persuasione, in primis la comunicazione commerciale. “Il più bravo – scrive Zagrebelsky – è quello che più si immedesima nella tendenza del momento, non quello che più se ne distingue. Il successo consiste nell’eccellere in idiozie. La riflessione, che è l’ingrediente di ogni magistero, è erosa da uno stile di vita in cui il silenzio, propedeutico a ogni atteggiamento riflessivo, è proscritto. La costruzione di rapporti profondi e duraturi sembra sempre più difficile. Per i più, i maestri sono sostituiti dagli idoli e questi idoli devono essere banali…I maestri di cui il nostro tempo sembra avere bisogno sono quelli che rassicurano e consolano, non quelli che risvegliano le coscienze”. E quest’ultimi si trovano nel web dove c’è di tutto, e tutto può essere affidabile o meno, a seconda delle proprie convenienze e dei propri convincimenti. Si trovano nella televisione, nella pubblicità, nella moda, nei social e si chiamano demagoghi, comunicatori, propagandisti. Tutti usano il nostro stesso linguaggio, li comprendiamo senza sforzi e sono adatti alla società dello spettacolo e dei grandi numeri perché sopprimono la curiosità, esaltano il pensiero unico e organizzano esistenze omologate. Noi siamo il riflesso di ciò che ci sta intorno: il guasto che sta fuori di noi è anche dentro di noi. I maestri, quelli veri, quelli che risvegliano le coscienze, si propongono a noi quando incominciamo a porci domande e interrogativi inevasi, a cui non sappiamo dare una risposta. Allora possono rivelarsi. Ma quando nessuno ne sente il bisogno, quelli che si propongono come tali sembrano malinconiche comparse che si espongono alla denigrazione. Nonostante tutto, io credo che in questa nostra società iperconnessa i maestri che tendono verso l’alto sono ancora presenti tra di noi. E noi ne abbiamo estremamente bisogno. Uno ci ha da poco lasciati: si chiamava Andrea Camilleri.



lunedì 15 luglio 2019

Roma: tra rifiuti e sfilate balneari

dal web


Il decoro urbano di Roma – lo sappiamo bene – è assai compromesso. E’ un problema, questo, che si trascina ormai da decenni, tanto da sembrare irrisolvibile. I marciapiedi (in centro come in periferia) sono regolarmente un tappeto di cartacce e cicche di sigarette, ovunque ti giri vedi cumuli di spazzatura, cassonetti sempre strapieni e debordanti di immondizia, scritte e graffiti su qualsiasi superficie, anche sui monumenti, manifesti pubblicitari che invadono ogni spazio disponibile, un’edilizia abitativa (in periferia) che intristisce, macchine e poi macchine dappertutto. E come se tutto ciò non bastasse a turbare e a deturpare il paesaggio urbano, con l’arrivo dell’estate noi cittadini, non soddisfatti di sporcare la città in cui viviamo (prendiamoci ogni tanto questa responsabilità, anziché incolpare sempre la Raggi), la trasformiamo in una località di mare (nonostante il mare sia distante una trentina di chilometri), grazie al nostro look balneare. Infatti, chi in questi giorni passeggia per Roma (ma credo sia un andazzo che ha preso piede in tutte le città), può assistere ad una incessante passerella “moda mare”: pantaloncini a mezza gamba, di tutte le fogge, con mocassini e calzini corti, sandali francescani abbinati con calze lunghe, e poi bermuda, canottiere multicolori, infradito, zoccoli. Mancano solo le sdraio e gli ombrelloni. Un vestiario decisamente inappropriato, in alcuni casi ridicolo e osceno, non giustificato neanche dal gran caldo di questi giorni. Gli indossatori non sono quelle statuarie figure che vediamo in televisione nelle sfilate di moda, ma signori attempati che esibiscono allegramente e senza alcun pudore corpi su cui la natura, prima ancora che gli anni, hanno lasciato segni disastrosi. Oltre ad essere esteticamente brutti a vedersi, questi “modelli” sono l’espressione di una moda sciatta, di una condotta poco rispettosa del decoro di un luogo, dove il brutto prevale - non dico sul bello - ma sulla decenza. Ora tralasciamo i ragazzi che – grazie alla loro freschezza giovanile – se la possono pure permettere questa mise balneare. Ma gli altri, quelli che non hanno né il fisico né l’età adatti allo spogliarello, più che svestirsi dei propri abiti e, soprattutto, della propria dignità, dovrebbero coprirsi il più possibile. Nascondere anziché svelare le proprie brutture. Mostrare in maniera disinvolta pance prominenti, gambette rinsecchite o cosce da elefante, gambe storte con vene varicose, pelurie pettorali ed ascellari sudate è quanto di più indecente e deplorevole si possa vedere per le strade, nei negozi mentre fai la spesa, nei locali e sui mezzi pubblici. Sono scene sgradevoli alla vista che non si addicono al buon senso, prima ancora che al ritegno ed alla rispettabilità di una persona.

Lo stile balneare, anche per chi non ha il fisico di un adone, è ammesso in casa propria (dove nessuno ti vede) e viene ben tollerato nelle località marine e sulle spiagge (si va lì per prendere il sole e fare il bagno), ma non può essere accettato in altri contesti sociali. Ora io non voglio fare la morale a nessuno, ma sinceramente quando vedo in giro certi “tipi da spiaggia” che si atteggiano pure a bronzi di Riace, si acuisce in me quel senso di malessere, già provocato dal degrado urbano, dalla spazzatura, dal traffico e dai comportamenti volgari. Ho letto da qualche parte che in alcuni Stati dell’America è vietato andare in giro in maniera discinta e chi non rispetta tali norme rischia multe salate. Il decoro di una città – diciamocelo - si misura anche dall’abbigliamento dei suoi abitanti, che va di pari passo con la pulizia delle strade, il senso civico e l’educazione. Insomma esiste un’etica anche nel modo come ci si veste.

Chissà cosa avrebbe scritto, oggi, Ennio Flaiano di questa moda balneare che ha preso piede nelle nostre città. Lo scrittore abruzzese, passeggiando negli anni ‘60 per una via Veneto che non gli sembrava una strada ma una spiaggia, ebbe a scrivere: “Il nostro destino è sul mare. Siamo tanto affezionati a questa idea, che abbiamo dovuto tradurla nell’unico modo accettabile alla nostra pigrizia, trasformando le strade in località balneari, elaborando uno stile balneare per le abitazioni, per l’abbigliamento, per le automobili e infine per i cittadini, che sembrano – e intimamente sono – soltanto bagnanti. Anche le conversazioni sono balneari, prive cioè di ogni riferimento alla realtà, barocche e scherzose. Manca che ci si spruzzi o che si giochi col pallone”.

sabato 6 luglio 2019

Viaggio tra le abbazie alla ricerca dell'Europa

Abbazia benedettina di Praglia


“Da dove se non dall’Appennino, mondo duro abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto – scrive Paolo Rumiz, nel suo bellissimo libro intitolato “Il filo infinito”poteva essere venuta, millecinquecento anni fa, quella formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa?...” E da quali uomini poteva arrivare quella spinta alla formazione di un continente se non dai monaci benedettini che abitavano in quei luoghi e che  ben conoscevano? Furono proprio loro, i seguaci di Benedetto da Norcia - fondatore dell’ordine monastico e santo protettore dell’Europa - a salvare un intero territorio dopo la caduta dell’impero romano, con un lavoro incessante per rinvigorire i terreni, per organizzare i sistemi di irrigazione, per diffondere la vite e l’ulivo, per curare la pastorizia e le foreste. E lo fecero – scrive Rumiz nel suo libro - quando gli invasori erano gli Unni, i Vandali, i Visigoti, i Longobardi e non già dei migranti diseredati, inermi e impauriti, come quelli che sbarcano oggi sulle nostre coste. Quei monaci benedettini, affidandosi alla sola forza della fede e all’efficacia di una formula, ora et labora, riuscirono a cristianizzarli con il loro esempio, seppero rilanciare la civiltà in un mondo sconvolto dalle violenze, dalle immigrazioni di massa e dal degrado urbano, ricostruendo un territorio devastato che non aveva ancora confini nazionali ed innalzando un reticolo di formidabili bastioni di resistenza: le abbazie.

Paolo Rumiz – giornalista e grande viaggiatore - quei “giganti in tonaca nera”, forti dei loro antichi valori quali l’accoglienza, l’ascolto, la preghiera, il lavoro dei campi, il rispetto della natura, li ha cercati attraverso un lungo peregrinare tra i monasteri di tutta Europa, dall’Atlantico al Danubio. “Da nomade impenitente, da uomo di frontiera orgogliosamente senza radici”, lui si lascia affascinare, in questo viaggio, dal “luogo chiuso” che è il monastero, allontanandosi dal frastuono di un mondo globalizzato e di plastica, frenetico e mercificato e iperconnesso, stracolmo di cose inutili che accentuano il nostro vuoto esistenziale e il nostro smarrimento. Un mondo di una povertà spirituale allarmante. Il suo è stato un viaggio alla riscoperta di quelle radici cristiane e di quei valori fondanti del monachesimo benedettino e dell’Europa, che sembrano definitivamente spariti dalla società moderna, dove la cultura è in caduta libera, dove l’economia mette al suo centro solo il profitto e non la felicità dell’uomo, dove gli strumenti tecnologici ti fanno sentire più solo e più povero e dove la politica non sa dare speranza e risposte ai bisogni della gente.

La sua avventura inizia dal monastero di Praglia, nel Veneto, “ancorato come un bastimento all’ultimo dei Colli Euganei”. Scrive Rumiz; “…è facile svegliarsi prima dell’alba in un posto così. Chi non è abituato al silenzio si scopre insonne, in preda a vortici di pensieri, sospeso nel tempo e nello spazio. Mi è già capitato in un faro, in un’isola deserta del Mediterraneo. Un mese di solitudine e inaudite navigazioni nei labirinti dell’anima”. E’ la volta, poi, dell’abbazia di Sankt Ottilien, in Germania, dove “se qualcuno è in cerca di Dio, è più facile che lo trovi qui, tra mucche e galline, che nelle timorate parrocchie”. La sacra peregrinazione lo porta, quindi, all’abbazia femminile di Viboldone, situata in mezzo a un prato che una volta era campagna e oggi è periferia di Milano. “Pare che tutto il peggio della modernità si coalizzi contro quest’isola di pace, per estirparne il silenzio.” Così scrive l’autore. E poi quando tutto sembra annichilito dalla modernità, ecco che il sacro “ti fulmina appena entri nella navata medievale coperta di affreschi di epoca giottesca”. Il viaggio è denso di sorprese e se l’abbazia di Viboldone è povera ed essenziale, quella di Muri Gries a Bolzano “è ricca e trionfante con la sua struttura massiccia, i possedimenti agricoli, le seicentomila bottiglie di vino d’annata”. Ogni monastero esprime e potenzia l’anima del luogo in cui sorge. Questo straordinario viaggio di Rumiz continua da Marienberg nel Tirolo, a 1335 metri, il monastero benedettino più alto d’Europa, a San Gallo, in Svizzera; da Citeaux dove nacque nel 1098 l’ordine dei cistercensi a Saint Wandrille in Francia, dall’abbazia di Orval in Belgio dove “ronza come un alveare, la vita operosa dei trappisti, noti come cistercensi di stretta osservanza” a quella di Altotting in Germania e Pannonhalma in Ungheria, per ritornare là da dove era partito, nel Veneto, nel monastero benedettino veneziano dell’isola di San Giorgio, per ritrovare un ultimo ancoraggio, mentre “dal canale della Giudecca sbuca un transatlantico illuminato da cinquemila passeggeri. Immenso, più alto della chiesa della Salute, sullo sfondo di un cielo rosso fuoco. Non gli importa di vedere, gli basta essere visto. La città artificiale passa, indifferente, sul cadavere di quella vera” .

Ma se per secoli il cristianesimo ha mostrato questa straordinaria capacità di rinnovarsi ed estendersi attraverso le migliaia di abbazie sorte in tutta Europa, nel tempo di internet – si chiede Rumiz – le stesse abbazie sono ancora in grado di rinsavire una società globalizzata che esclude i deboli, predica uno sviluppo illimitato e distrugge l’ambiente? “Di certo – scrive Rumiz - a chi è assordato dal frastuono e dal superfluo, quel modello offre almeno una zattera di frugalità e silenzio, che di questi tempi è già un dono inestimabile”. E se ognuno di noi, mi permetto di aggiungere, potesse fare una simile esperienza di vita, avesse la forza di abitare – per un breve periodo di tempo - il silenzio, la pace e il raccoglimento di un luogo suggestivo come il monastero, alternando momenti di preghiera, di studio e di lavoro a momenti di introspezione interiore e meditazione, lontano dal chiasso della modernità, io credo che ne uscirebbe cambiato. E in meglio.



domenica 30 giugno 2019

Lavorare meno per lavorare tutti

dal web


Il progresso, così come oggi lo viviamo e lo subiamo, non genera felicità, tant’è che nel mondo dei ricchi parecchie migliaia di persone ogni anno si tolgono la vita. La migliore qualità della vita non è legata alla crescita illimitata del Pil, croce e delizia (forse più croce) dei nostri tempi. Purtroppo in questo rilevatore non sono comprese attività e risorse che, sebbene concorrano alla prosperità ed al benessere dei cittadini, non vengono prese in considerazione perché non hanno un valore di mercato. Mi riferisco al tempo libero, all’ambiente non inquinato dai gas di scarico e dai rumori, alla qualità dell’istruzione e dell’informazione, all’importanza dell’arte e della bellezza nella vita di tutti i giorni. Io credo che sia arrivato il momento per cominciare a prendere in considerazione un diverso stile di vita, spendendo e consumano di meno in risposta al super consumismo imperante. Sarebbe necessario che alcuni valori conseguissero il predominio su altri: in primis, la lentezza sulla velocità, la generosità sul disinteresse, i prodotti nostrani su quelli esotici, il piacere dell’ozio e del tempo libero sull’ossessione del lavoro. La società moderna è caratterizzata da una massa di persone super impegnate e super pagate a fronte di un’altra massa, senza lavoro e senza soldi. La mia idea di mondo è quella in cui al centro ci sia l’uomo e non la tecnologia che sostituisce l’uomo, in cui le attività lavorative vengano divise secondo principi di equità, di merito e di competenze. La nostra è una società che spinge gli individui a lavorare sempre di più (quelli che già hanno un lavoro) e si dimentica di coloro che un lavoro non ce l’hanno. Mi piace immaginare un mondo in cui gli individui abbiano il necessario per vivere dignitosamente lavorando di meno, ma lavorando tutti, per poter dedicare il resto del proprio tempo a se stessi, ma anche alle cose piacevoli della vita. Non ha senso, secondo me, inventare strumenti tecnologici sempre più potenti e sofisticati che velocizzano tutte le attività umane, se poi siamo costretti a impiegare il tempo così guadagnato in altri lavori, indirizzati magari nella creazione di strumenti ancor più veloci, in un circuito vizioso senza fine.

Bisogna ripensare l’uso della terra, elemento fondamentale della cultura umana, attraverso una sua migliore distribuzione che preveda un maggiore sviluppo dell’agricoltura contadina, biologica e rispettosa dell’ambiente. La terra è un bene comune e non va violentata e distrutta con i pesticidi e con le colate di cemento. Senza ritornare al medioevo e con il supporto dei mezzi tecnologici adeguati, è necessario ripartire dalle attività manuali, dalle piccole imprese agricole, dalle botteghe di artigianato, da quegli antichi mestieri che oggi sembrano scomparsi dal mondo lavorativo, affinché si possa lavorare unicamente per produrre ciò di cui abbiamo bisogno, anziché consumare sempre di più per poter continuare a sfornare all’infinito cose di cui non sappiamo che farcene. Siamo strapieni di cose superflue che accentuano il nostro vuoto esistenziale e il nostro smarrimento.

Ho sempre cercato di non dare troppo credito ai cultori della velocità e agli “ottimizzatori del tempo” ossessionati dal loro iperattivismo produttivo senza limiti, i quali ci ricordano che dobbiamo correre e che non dobbiamo perdere tempo, perché il tempo è denaro. Per me, l’ozio e la lentezza sono condizioni esistenziali necessarie e irrinunciabili, che andrebbero elevate ad arte, in opposizione alla fretta, all’efficientismo a tutti i costi ed alla crescita illimitata, proprio per ristabilire quei ritmi naturali perduti e ritrovare le nostre pause quotidiane.

venerdì 21 giugno 2019

Ennio Flaiano: la solitudine del satiro



Ci sono alcuni libri che non ci abbandonano mai, che teniamo sempre a portata di mano, sul comodino, libri che ci confortano, come amici fidati e preziosi, quando ci troviamo a vivere giornate di particolare insofferenza esistenziale. Sono libri che si sfogliano specialmente quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, quando non riusciamo a capire le contraddizioni del mondo in cui viviamo, quando si ha l’impressione che la verità ci sfugga e che possa esserci svelata non già dai fatti che succedono intorno a noi, non già dall’informazione che ormai ci sommerge, ma da quello che leggiamo tra le pagine di “quel” libro. E i libri di Ennio Flaiano - la maggior parte dei quali sono raccolte di articoli, elzeviri, appunti di viaggio e aforismi, quasi tutti pubblicati postumi - hanno questo straordinario potere: sono sempre attuali e aiutano a capire il presente pur parlando del passato. Lo scrittore abruzzese arrivò a Roma da Pescara - dove era nato nel 1910 (si considerava un “emigrante interno”, come tutti gli italiani) - e la Capitale diventò subito la sua città, ne descrisse l’anima più profonda, i suoi pregi e i suoi difetti, dividendosi tra il giornalismo di costume e l’attività di sceneggiatore e critico cinematografico, intrattenendo rapporti di amicizia e di lavoro con personaggi illustri e intellettuali del calibro di Longanesi, Palazzeschi, Brancati, Cardarelli, Carlo Levi, Moravia, Fellini, Arbasino…e tanti altri. Attento osservatore della realtà sociale a cavallo tra gli anni '50 e '70, fustigatore disincantato dei vizi della provincia italiana, diceva di non avere una vera vocazione narrativa, perchè sapeva solo scrivere, che è una cosa diversa; e i suoi aforismi graffianti e ironici, le sue battute pungenti e lungimiranti sono impresse ormai nell’immaginario collettivo. “La solitudine del Satiro” (Adelphi) ne è un compendio illuminante, cinico e malinconico. Passeggiando per Roma, Flaiano ferma la sua attenzione e il suo sguardo sulle cose che lo circondano, sulle persone che incontra, sui comportamenti che lo stimolano; le mode, i vezzi, la stupidità, l’arroganza, il menefreghismo, la burocrazia più sfrenata, il giornalismo, la televisione, la cultura che si parla e sparla addosso, diventano l’oggetto e il bersaglio delle sue fulminanti battute, delle sue sarcastiche riflessioni.

pag. 35 – “la Libertà è una forza vitale che può essere oscurata, mortificata ma non soppressa e che ogni uomo, in un preciso momento della sua vita, impara veramente ad amarla; ma che pretendere di anticipare questo momento è avventato, anzi illiberale. La Libertà, voglio dire, per alcuni è un dono, che trovano sul cuscino nascendo, portato da un benefico caso, per altri è una conquista, che tentano – qui è il punto – di ostacolare essi stessi con tutte le loro forze, di rifiutare con ogni argomento, dal più facile al più capzioso, dal più onesto al più politico. (…) Noi italiani odiamo la libertà; e la prova maggiore che io porto a sostegno di tale tesi è il gran numero di monumenti eretti nel nostro Paese ai martiri della Libertà, che sono sempre morti per difenderla. Noi amiamo la Forza e la Libertà sta sempre dalla parte dei deboli, che muoiono

pag. 174 – “Breve passeggiata serale in Via Veneto. Non è una strada, è una spiaggia dice N.  Quest’ immagine è tanto più giusta se si pensa che a Via Veneto manca appunto il mare, che nelle spiagge italiane è l’ultima cosa di cui si sente ormai bisogno. I sei caffè che l’adornano hanno ognuno un tipo diverso di ombrellone per i loro tavoli, come appunto gli stabilimenti di Ostia: forse per impedire che una volta rubati, possano essere utilizzati altrove. Non sono ombrelloni da strada, questo salta subito agli occhi, ma da festa galante. Ombrelloni con nappe, o di paglia – come debbono essercene nelle isole Hawaii. Le automobili scivolano come barche e il pubblico prende il fresco e si muove da un tavolo all’altro, o su e giù, con l’indolenza delle alghe. Il nostro destino è sul mare. Siamo tanto affezionati a questa idea, che abbiamo dovuto tradurla nell’unico modo accettabile alla nostra pigrizia, trasformando le strade in località balneari, elaborando uno stile balneare per le abitazioni, per l’abbigliamento, per le automobili e infine per i cittadini, che sembrano – e intimamente sono – soltanto bagnanti. Anche le conversazioni sono balneari, prive cioè di ogni riferimento alla realtà, barocche e scherzose. Manca che ci si spruzzi o che si giochi col pallone. (…) Alla fine della passeggiata sull’orlo di un marciapiede, ho trovato una conchiglia”.

pag. 192 – “Dalle vetrine dei negozi si vede che il popolo è assetato di ciò che l’industria moderna produce di più laido. Ma non è tanto attirato dal fatto che questa roba sia nuova, quanto dalla sua inutilità. E’ l’altra faccia dei negozi eleganti del centro della capitale, che credono di aver roba di gusto, per una clientela ricca ma altrettanto gretta e assetata di cose inutili. Il cane vale il padrone”

pag. 212 – “Piazza del popolo: si ferma un torpedone, ne scendono quaranta turisti, che senza perdere tempo, occhio al mirino, come una banda di guastatori, fotografano la piazza e risalgono nel torpedone, che riparte. Il tutto si è svolto con la rapidità delle manovre militari. Il turista è un essere privilegiato, che non rimane ferito da ciò che vede, dalla gente soprattutto, dalla gente che continua a vivere nei luoghi che egli fotografa e che impiega spesso la vita a penetrarne il mistero. Il turista raccoglie documenti che proveranno il suo viaggio, ma sarebbe troppo facile provargli che non si è mai mosso”

pag. 216 – Davanti ad un italiano medio elegante si ha sempre il dubbio che si tratti di un ballerino, o d’uno che aspiri a diventarlo. Quelle persone veramente eleganti che tutti conosciamo passano inosservate alla maggioranza (…) Credo che l’eleganza cominci dal sentirsi a proprio agio nei vestiti che s’indossano. L’agio svanisce appena indossiamo un abito che dobbiamo giustificare non soltanto agli occhi del prossimo, ma ai nostri stessi occhi”

pag. 355 – “In questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro, hanno una loro unica verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la “loro” verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia, infatti, la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi”

pag. 356 – “Appena un mese fa parlavo con Mino Maccari. Che si fa? Niente, si aspetta Godot? No, si aspetta la rivoluzione. Chi dovrebbe farla, i fascisti? I fascisti – gli ho ricordato – sono una trascurabile maggioranza. Maccari ha precisato: il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo. Tutti e due vogliono confusamente ma subito le stesse cose: ordine, lavoro, democrazia, livellamento delle classi, un partito autoritario, nessuno vuole la libertà. Ossia ognuno vuole la sua versione della libertà, che consiste nel sopprimere quella dell’altro. La libertà comunemente intesa, quella per esempio di esprimere le proprie opinioni, è una cosa da disprezzare perché bene o male l’abbiamo”

pag. 357 – “Basta dare un’occhiata alla nostra cronaca. Confesso che lo faccio malvolentieri, ma bisogna farlo, o si rischia di non capire più niente. Ogni fatto si propone come una tragedia che non avrà mai la sua catarsi. Non esistono colpevoli, esiste solo il fatto, che cresce, si sviluppa, fa il suo corso; e alla fine, senza soluzione, rientra nel grembo del nulla, non appena sorge un fatto  più grosso all’orizzonte. I colpevoli svaniscono, i presunti colpevoli restano dentro, a tirarli fuori c’è sempre tempo. Tu mi dirai: sono casi limite, casi di “pazzia” momentanea. No, i pazzi da noi sono normali e anche abbastanza pazienti (basta vedere dove vengono rinchiusi); i veri pazzi sono gli altri, come diceva il filosofo, sono quelli che hanno perduto tutto fuorchè la ragione. E l’adoperano per costruire sistemi di intolleranza, di menzogna, di sopraffazione, ma soprattutto per imporre dogmi. E tutti ne hanno uno da imporre, costruito su letture affrettate, su vecchi rancori esistenziali, sulla loro trionfante inferiorità, sulla loro naturale volgarità, sulla teoria del massimo successo col minimo sforzo. Lo scopo è di far paura a quelli che non la pensano come loro”

sabato 15 giugno 2019

Notte insonne



Di tutti i piaceri che piano piano ti lasciano – forse a causa dell’età che avanza inesorabilmente - uno dei più preziosi e graditi è certamente quello del sonno. E’ un dono della natura che ti guarisce dalla stanchezza; è un compagno sincero e un rifugio sicuro; ma è anche una sorta di oscuro viaggio che si intraprende da soli ogni sera, un viaggio nell’ignoto, nel mistero, nel nulla; qualcuno addirittura ha detto che il sonno è un incontro ravvicinato con la morte, da cui se ne esce ogni volta al risveglio. Ma c’è forse qualcuno che non ha mai conosciuto una notte insonne!? Può succedere alla vigilia di un esame importante; può capitare in occasione di un grande dolore, come la morte di un genitore, o magari quando ci si trova in un letto d’ospedale o quando si è afflitti da profonde preoccupazioni. Ma può accadere anche senza motivi apparenti…

E’ notte fonda, ormai, e non riesci ancora a prendere sonno. Provi a contare le pecore, ma è una tecnica che non funziona. La mente va, con nostalgia, a quelle belle e lunghe dormite legate al tempo spensierato della tua infanzia e della tua giovinezza. Non torneranno più. La stanza da letto in cui ti trovi è avvolta nel silenzio più completo, rotto solo dal lieve respiro della persona che - beata lei - dorme accanto a te, ignara delle tue pene. In attesa che Morfeo si faccia vivo, ascolti i rumori che ti giungono nitidi dall’esterno, amplificati dal silenzio della notte. Come il passaggio di qualche macchina che corre a velocità sostenuta, non essendo ostacolata dal traffico caotico del giorno. Senti lontano il latrare di un cane, forse relegato dal suo padrone sul balcone di casa. Ti giunge, poi, la camminata spedita di un passante, che risuona in maniera insolita e inquietante sulla strada deserta: difficilmente potresti sentirla in altre ore della giornata, soffocata dai consueti rumori diurni. Ti domandi dove possa andare quel viandante frettoloso, da solo, a quell’ora di notte. Odi, in lontananza, la sirena di un’ambulanza che velocemente si avvicina: sembra quasi squarciare la quiete della città addormentata. Certamente sta correndo in soccorso di qualcuno che sta male, o lo sta già trasportando nell’ospedale più vicino. E mentre la segui con la mente - fino a quando il suo sibilo stridente non svanisce del tutto - ti tranquillizza un pensiero: meglio stare svegli nel proprio letto, che distesi su una barella all’interno di un’ambulanza.

Ma il sonno tarda ad arrivare, mentre le ore trascorrono con snervante lentezza. Intanto il vento, fuori, stormisce tra gli alberi di lecci lungo il viale, mentre il rumore di un oggetto che cade sul balcone ti fa quasi sobbalzare dal letto. Nel silenzio di tomba della tua stanza non ti sfugge nulla, ti aggrappi ad ogni alito di vita, a qualsiasi fruscio tu possa percepire. Ed è strano come questi sentori di vita, associati a dei rumori, possano apparire quasi angoscianti alle orecchie di un insonne, nel cuore della notte. E’ un modo di sentire, questo, che non si avverte mai con tanta attenzione e con tanta ansietà come durante queste ore d’insonnia.

Ti giri e rigiri nel letto, alla ricerca di una migliore posizione; accendi la luce sul comodino e guardi sconsolato l’orologio; ti alzi, vai al bagno, per ricoricarti poi di nuovo. Ti lasci prendere dalla frustrazione. Sono le ore in cui non puoi sfuggire a te stesso, ai tuoi pensieri, alle tue paure, le ore in cui non puoi parlare con nessuno se non con te stesso…poi senti suonare una sveglia: è la tua. Che beffa: ti eri appena addormentato.

mercoledì 12 giugno 2019

Il sopravvissuto



E’ un romanzo duro, spietato, inquietante, la cui avvincente narrazione ci spinge a profonde riflessioni. La vicenda si svolge in un liceo come tanti, ubicato in un immaginario paese dell’interland milanese (Casalegno). Tutto è pronto per iniziare la quarta prova dell’esame di stato, quando succede l’irreparabile: Vitaliano Caccia, il primo esaminando, già ripetente e destinato ad una seconda bocciatura, piomba nell’aula dove dovrà tenersi l’esame e, impugnando una pistola, stermina ad uno ad uno i sette professori della Commissione che avrebbero dovuto interrogarlo. Ne risparmia solo uno: Andrea Marescalchi, il suo insegnante di Storia e Filosofia. Questa è l’estrema sintesi del libro di Antonio Scurati, “Il sopravvissuto” - vincitore del premio Campiello nel 2005 - uno degli scrittori più interessanti dell’attuale panorama letterario italiano.

Perché un gesto così estremo? Quali sono le responsabilità della scuola e della società, se responsabilità ci sono, allorquando si verifica un tale efferato episodio di violenza omicida? E la famiglia quale ruolo gioca nella nostra società affinché i suoi figli possano crescere “vestiti” di sani principi morali? Questi sono gli interrogativi che potrebbero nascere dalla lettura di questo libro. Il sopravvissuto alla strage, invece, se ne pone altri. In particolare uno: perché solo lui è stato risparmiato dalla carneficina?. Poteva essere ucciso come tutti gli altri, invece l’assassino ha deciso di salvarlo. Quali meriti nascosti poteva mai avere in virtù dei quali Vitaliano Caccia l’ha voluto così ringraziare risparmiandogli la vita? E in questa ricerca, finalizzata a trovare una plausibile risposta, il professor Marescalchi si macera nei dubbi e nell’angoscia fino ad arrivare a pensare che sia egli stesso l’ispiratore dell’atto crudele; sia egli stesso il male, quel male che potrebbe albergare in ognuno di noi in attesa di liberarsi e deflagrare.

Un libro duro, come dicevo, che intende anche indagare su quegli aspetti comportamentali dei mass media alle prese con il racconto/spettacolo di eventi criminosi, che vanno a colpire emotivamente l’immaginario collettivo. E in questa narrazione si inseriscono, con forza e visibilità, alcune voci di contorno che appartengono alla cosiddetta “società civile” (presidi, psicologi, avvocati, magistrati, giornalisti) “perché un dolore che si consuma nell’invisibilità, una sofferenza che strugge senza esser vista, è più di quanto l’essere umano possa sopportare”.

lunedì 3 giugno 2019

Succubi dei social network



“La reazione dei social” … ”cosa dicono i social” … “come si comportano i social”: è il ricorrente e quotidiano ritornello, espressione dei tempi che viviamo. Non c’è giorno che non si faccia riferimento alla violenza verbale dei social, alla loro aggressività e volgarità. Questi moderni mezzi di comunicazione (Facebook, YouTube, Instagram, WhatsApp, Twitter…) hanno radicalmente cambiato le nostre relazioni sociali, dando voce e visibilità soprattutto a coloro che, fino a poco tempo fa, erano gli esclusi dal bla bla mediatico. La forza della parola, e non solo quella educata ed erudita – prima appannaggio delle persone più acculturate – è diventata l’energia dirompente della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Tre, o forse quattro miliardi di utenti (pare che questi siano i numeri), appartenenti a tutte le età e a tutte le condizioni sociali, in poco tempo hanno fatto irruzione sulla scena pubblica, inserendosi, a volte in maniera inadeguata, nei dibattiti politici, sociali e culturali. E consegnando, nel contempo, esistenze, affetti, immagini riservate - in altre parole – la propria vita intima e familiare, ad un gestore che coordina e manipola quei dati e quelle immagini vendendo, poi, il tutto ad altri soggetti - quest’ultimi veri persuasori occulti - che condizionano scelte di vita e comportamenti sociali.

Siamo arrivati al punto che se non sei sui social network non conti nulla. Non esisti. Se non hai almeno qualche migliaio di follower, sei un fallito della comunicazione. E allora assistiamo ad un continuo e spasmodico raccontarsi, esibirsi, mostrarsi su Facebook, su Instagram, su WhatsApp a caccia di “amicizie” virtuali, alla ricerca di video e stranezze su  YouTube da girare, poi, agli amici, in una sorta di circolo vizioso, di catena di sant’Antonio senza fine e senza senso. Tutti a scrutare, a spiare in maniera compulsiva la vita degli altri, gli interessi degli altri, gli amori degli altri, le abitudini degli altri. Ma anche a promuovere attività, far valere diritti, far sentire la propria voce, non sempre autorevole.

Trascorriamo ore ed ore dinanzi ad uno schermo estraniandoci dal contesto in cui viviamo e rinchiudendoci in un mondo virtuale che appare parallelo a quello reale, fatto di like e condivisioni. Ed è proprio attraverso le condivisioni che si cercano consensi sulla propria simpatia, sulla propria bravura, sull’opportunità di piacere e di sentirsi desiderati, gratificati e, ancora meglio, invidiati, al fine di soddisfare quel bisogno narcisistico che è presente in ognuno di noi. Si condivide qualsiasi cosa: luoghi e fotografie, sensazioni ed emozioni, sia di persone che si conoscono che di persone sconosciute. Si condividono particolari, anche intimi, della propria vita privata, pur di accalappiare qualche like, pur di apparire sul palcoscenico mediatico. E non importa se poi svendiamo la nostra dignità indossando, ogni volta, una maschera che è sempre migliore della nostra vera identità. I social illudono i propri adepti, fanno credere loro di appartenere ad una grande comunità e di avere tanti amici, li lusingano, li fanno apparire importanti, potenti e liberi di dire quel che vogliono. Ma la libertà di pensiero trae forza ed ha una sua ragione di esistere solo se c’è rispetto per le opinioni degli altri. Siamo liberi di esprimere le nostre opinioni, ma non possiamo offendere il nome e le ragioni altrui, istigare alla violenza e fomentare l’odio. In altre parole, il diritto di espressione non può diventare un abuso. Ho l’impressione che l’uso di questi mezzi tecnologici, di cui oramai siamo succubi, ci stia sfuggendo di mano: crediamo di poterli controllare, ma sono loro che controllano noi; non li possediamo, ma ne siamo posseduti.

martedì 28 maggio 2019

Pessoa e la sua morale



“Io ho una morale molto semplice: non fare del male né del bene a nessuno. Non fare del male a nessuno perché non solo riconosco agli altri lo stesso diritto, che credo mi spetti, di non essere disturbato, ma perché penso che per il male del mondo bastano i mali naturali. A questo mondo viviamo tutti a bordo di una nave salpata da un porto ignoto per un porto ignoto; è necessario avere nei confronti degli altri una amabilità da viaggiatori. Non fare del bene, perché non so cos’è il bene né so se faccio del bene quando credo di farlo. Come posso conoscere gli eventuali danni che arreco nel fare un’elemosina? Come posso conoscere i mali che posso causare quando educo o istruisco qualcuno? Nel dubbio, mi astengo. E trovo anche che aiutare o delucidare è, in un certo qual modo, commettere il male di intervenire nella vita altrui. La bontà è un capriccio del temperamento: non abbiamo il diritto di rendere gli altri vittime dei nostri capricci, anche se di umanità o di tenerezza. I benefici sono cose che si infliggono, per questo li detesto freddamente.

Dal momento che, per un principio morale, non faccio il bene, allo stesso modo non esigo che sia fatto a me. Se cado ammalato, ciò che più mi pesa è di obbligare qualcuno a curarmi, cosa che non mi piacerebbe fare a qualcun altro. Non ho mai visitato un amico malato. Ogni volta che sono stato malato e qualcuno mi ha visitato, ho sofferto quella visita come un disagio, come un insulto, come un’ingiustificabile violazione della mia imprescindibile intimità. Non mi piace che mi vengano fatti doni: in tal modo mi sento obbligato a fare doni anch’io: alle stesse persone o ad altre, o a chicchessia.
Sono fortemente socievole in un modo fortemente negativo. Sono l’inoffensività incarnata. Ma non sono altro che questo, non voglio essere altro che questo, non posso essere altro che questo. Per tutto quanto esiste ho una tenerezza dello sguardo, una dolcezza dell’intelligenza: niente del cuore…”

Brano tratto da “Il libro dell’inquietudine” (Feltrinelli)
di Fernando Pessoa

mercoledì 22 maggio 2019

Rumori



Si può raccontare il presente e la realtà che ci circonda anche attraverso gli odori e i rumori che percepiamo nelle nostre città. Chi ha qualche anno sulle spalle - come il sottoscritto - ricorderà certamente quel profumo di pane e formaggi fatti in casa, di  sughi e manicaretti, che proveniva dalle finestre aperte che si affacciavano sulla strada del paese, tipici di una cucina semplice e genuina. Ebbene, quelle antiche fragranze sono ormai un ricordo lontano, soffocate dai gas di scarico delle macchine e dagli effluvi pungenti di fritto dei fast food. E sono spariti pure quei suoni familiari che giungevano dalle botteghe degli artigiani, espressione di un mondo  diverso e di una differente filosofia di vita. Erano mestieri che racchiudevano una vera e propria “arte del fare”, che si tramandavano di padre in figlio, identificativi di un artigianato che oggi appare definitivamente scomparso. La città, oggi, è sinonimo di aria inquinata e rumori molesti. Chi cammina in città è ormai sommerso da una sonorità fastidiosa, che non lascia scampo e che non ha nulla a che vedere con quella del passato, una sonorità che non ha nessun valore positivo: è solo un accanimento selvaggio contro le nostre orecchie e contro la nostra umana sopportazione.

Facevo queste riflessioni mentre mi aggiravo, l’altro giorno, per una delle strade più caotiche e commerciali del centro storico di Roma, Via del Corso. Ero come avviluppato in un groviglio di rumori assordanti di automobili, autobus, taxi, sirene della polizia e delle ambulanze, tra la ressa confusa di una folla di turisti che – beati loro - non sembravano patire questo trambusto, mentre una “musica di sottofondo” a tutto volume, diffusa dagli altoparlanti dei negozi e dei bar lungo i marciapiedi, si riversava in strada come un fiume in piena, trasformando un  luogo così affascinante e ricco di storia, in una baraonda. 

Anche i rumori e lo smog distruggono la bellezza di un posto. Io credo che il fastidio si manifesti in ognuno di noi quando gli effetti acustici perdono la loro dimensione naturale e s’impongono come un’aggressione violenta, che lasciano senza alcuna difesa. Sentire un allarme di una macchina che all’improvviso entra in funzione, o il continuo fragore del traffico, oppure la sirena di un’ambulanza o della polizia, non è come ascoltare il martello di un fabbro o la sega di un falegname. I primi hanno preso il sopravvento sui secondi, che non si fanno più sentire. La tecnologia si è sviluppata di pari passo con l’inquinamento acustico determinando una sempre maggiore infiltrazione di rumori nella vita di tutti i giorni. E se da un lato non riusciamo a controllarne gli eccessi, dall’altro  sembra quasi di provare disagio quando ci troviamo in uno spazio avvolto dal silenzio. E allora dobbiamo riempirlo, aggiungerci dei suoni, dei rumori, delle parole affinché ci tranquillizzino e ci diano sicurezza. Infatti, se stiamo soli in casa, ricorriamo al televisore; in macchina non possiamo fare a meno dell’autoradio; per strada l’immancabile smartphone ci accompagna ovunque; nei locali pubblici, nei negozi, nelle stazioni dei treni e delle metropolitane, l’ossessiva musica di sottofondo percuote i nostri timpani, ormai allo stremo. Mi raccontava un amico che la scorsa estate aveva trascorso un fine settimana in una casa di campagna, ospite di alcuni suoi parenti. Lui, cittadino abituato al frastuono della città, durante quella notte non riuscì a chiudere occhio. Si sentiva assediato – mi diceva – da un silenzio totale che gli procurava un senso di angoscia. Gli erano venuti a mancare quei “rassicuranti” rumori di sottofondo (macchine, motorini, autobus, allarmi, sirene, cantieri…) di cui aveva bisogno per poter dormire.

lunedì 13 maggio 2019

Innamorarsi di una suora



“La suora giovane” di Giovanni Arpino è un racconto di rara bellezza. Un piccolo capolavoro della nostra letteratura, intenso e profondo, che forse pochi conoscono. Ne sono rimasto affascinato: non mi era mai capitato di terminare un libro e volerlo ricominciare a leggere, daccapo. Ho letto altri libri di Giovanni Arpino – un autore che ho imparato ad amare - ma credo che questo sia il più commovente dell’intera sua produzione.

Ci troviamo negli anni ‘50 del secolo scorso, in una Torino gelida e nebbiosa. Antonio Mathis - questo il nome del protagonista del libro - è un impiegato, che vive da solo in due stanze d’affitto e lavora in una ditta d’esportazione e importazione. Poiché sa scrivere, il principale gli affida i compiti più delicati: la pubblicità, i rapporti epistolari con i clienti e la collaborazione con una rivista che tratta temi commerciali. E’ un uomo solitario, abitudinario, che non ha coraggio; si vergogna di tutto, in un mondo dove nessuno pare più vergognarsi di niente. E’ come aggrovigliato in una ragnatela, da cui ha persino il terrore di doverne uscire. E’ fidanzato da cinque/sei anni con Anna, una donna di trentasette anni che non è stata mai una bellezza, gli “fa pena” e si sente “così povero con lei”. Vanno al cinema, al sabato anche a cena, qualche volta dormono insieme, non hanno bisogno di molte parole. Ha, poi, una sorta di relazione amorosa con la collega d’ufficio, Iris, “una quasi amante da corridoio” con la quale non è mai andato oltre qualche insolita e audace carezza. Si sente ridicolo. E’ scappato sempre dalla vita. E i giorni gli sono “scappati via come le notizie dei giornali, a cui credi e non credi”. Tutto gli è successo pigramente, senza interesse, senza volontà, senza alcun entusiasmo. Ha deciso di prendere nota di ciò che gli succede, di scrivere un diario per “controllare avvenimenti e sentimenti” e cercare di capire la sua situazione. Si sente solo. Fino a quando non irrompe nella sua vita, lei: la suora giovane.

La incontra da settimane, forse mesi, alla stessa fermata del tram, alle sette di sera: lei ha quasi vent'anni. Ha scelto il velo monacale per allontanarsi dalla dura vita dei campi. Lui, quarantenne, ne è attratto: la spia, la osserva di nascosto, attento a non farsi notare. Ha capito, però, che questo suo comportamento non la disturba affatto. A volte perde una corsa, pur di aspettarla. E forse lei fa lo stesso, quando non lo vede. Ed ogni volta si domanda: “Dove va a quest’ora, e sola? Probabilmente assiste un malato, o segue chissà quali turni in un ospedale…”. Vorrebbe parlarle, rompere quel muro di silenzio che incombe tra di loro, ma si vergogna e non sa come affrontarla. Non sa trovare “la parola adatta, la faccia giusta”. A volte crede di aver trovato la frase perfetta, la ripete due o tre volte, la rimastica bene, ma poi si frantuma lasciandolo più deluso, più confuso, più irrequieto e impotente di prima. Si accorge che non ha mai avuto, per lei, pensieri o desideri carnali. “E’ questo, innamorarsi? – si chiede - Se è così, cosa significa?” Scopre, con stupore, che non ha mai detto “ti amo” ad una donna. Neanche alla sua fidanzata Anna. E non gli è mai passato per la testa quel desiderio di sentirselo dire. Di colpo capisce cosa, quella monaca, gli ha già dato, senza parlare: la consapevolezza, la capacità di vedersi com’è realmente, come è sempre stato. Lo ha costretto a scoprirsi ed ora sa che lui è “quella pulce, quel niente travestito da uomo ammodo, quarantenne, rispettabile, buon partito”. Non avendo il coraggio di parlarle, gli sembra di scappare e di tradirla ogni sera mentre la tensione in lui diventa sempre più forte…finchè…un martedì del 19 dicembre, le rivolge finalmente la parola, dicendo: “Si può dare la buonasera a una suora?". La suora “si voltò pallida, con gli occhi grandi, subito riprese a fissare il marciapiede opposto. E rispose: “ Non è peccato ”.

"La suora giovane" è un romanzo delicato e malinconico. Ma ciò che lo rende delizioso, godibile e speciale non è tanto la storia di queste due solitudini che si incontrano, quanto la meravigliosa scrittura di Arpino che le descrive, scrittura che in alcune pagine raggiunge vette altissime, di straordinario impatto emotivo.

martedì 7 maggio 2019

Dalla "nausea" di Sartre alla "noia" di Moravia



Tra gli scrittori del Novecento che più ho amato – oltre a Pavese e Svevo - c’è sicuramente Alberto Moravia. Credo di aver letto - soprattutto durante gli anni giovanili - quasi tutti i suoi romanzi e molti dei suoi saggi. Non penso che nell’attuale panorama letterario italiano ci sia un autore che sappia descrivere le inquietudini esistenziali che oggi viviamo, con la stessa autorevolezza e con lo stesso sguardo disincantato con cui Alberto Moravia raccontava la decadenza morale della sua epoca, vista attraverso le vicende dei personaggi dell’alta borghesia romana.

Quando si parla di Moravia, il pensiero va subito al suo romanzo più famoso, “Gli indifferenti”. Egli disse di averlo scritto proprio perché stava dentro la borghesia e non fuori. E che se fosse stato fuori, come alcuni sembravano pensare attribuendogli intenti di critica sociale, avrebbe scritto un altro libro dal di dentro di quella qualsiasi altra società o classe sociale a cui avesse appartenuto. Nonostante praticasse idee di sinistra, Moravia era un borghese e quindi si immedesimava in quei suoi eroi negativi e insofferenti, forse per acquisire consapevolezza di quella sua condizione sociale. E forse per contrastarla. Una volta dichiarò che prima ancora che scriverne, desiderava vivere la tragedia in cui si divincolava la borghesia e tutto ciò che era passione spinta e “violenza”  lo attraeva profondamente, mentre la vita normale, non solo non gli piaceva ma lo annoiava perché gli appariva come una cosa priva di sapore.

Ricordo di averlo incontrato, per caso, un giorno di una trentina di anni fa: era il 1990, l’anno della sua morte. Camminava per il centro di Roma, dalle parti di Piazza del Popolo, con la sua andatura claudicante, in compagnia della seconda moglie, quella Carmen Llera di 45 anni più giovane di lui. Avrei voluto fermarlo un momento per dirgli che apprezzavo la sua scrittura; per chiedergli il perché di quella sua ossessione letteraria verso l’aristocrazia romana e verso quella frenesia erotico-sessuale dei suoi personaggi; per avere magari un suo autografo, io che non ho mai chiesto autografi a nessuno. Ma non me la sentii di disturbarlo. Però gli andai dietro per un po’, quasi per tentare di trovare quel coraggio che mi mancava per parlargli o forse per carpire qualche sua intima parola, prima che entrasse in un cinema di Via del Corso, dove proiettavano un bellissimo film che ancora ricordo: era “Balla coi lupi”, diretto e interpretato da Kevin Costner. La sua recensione - allora collaborava anche con l’Espresso - la lessi, qualche giorno dopo, su quella rivista e mi colpì positivamente, tant’è che decisi di andare al cinema a vederlo.

E’ da un po’ di tempo che volevo rileggere Moravia. Uno scrittore che appare ancora oggi insuperabile - sia come romanziere che come saggista - se lo confronto con certi scribacchini dei nostri tempi.  Mi è capitato così tra le mani “La Noia”, romanzo pubblicato nel 1960 da Bompiani (l’anno successivo avrebbe vinto il Premio Viareggio). E’ forse il libro che meglio di tutti descrive quell’espressione esistenziale dello scrittore romano che - come ben si vede nella foto sopra riportata - lo fa apparire perennemente annoiato. Ed è il libro che più si avvicina, secondo me, all’esistenzialismo di Sartre delineato nel suo capolavoro letterario, “La Nausea”. Sia il protagonista che esce dalla penna di Sartre (lo scrittore Roquentin) che quello di Moravia (il pittore Dino) sono delusi dalle rispettive ambizioni artistiche; entrambi si interrogano sulle ragioni profonde della propria esistenza e vengono travolti, il primo dalla nausea e il secondo dalla noia. Roquentin prova nausea per tutto ciò che lo circonda e per quelle azioni di tutti i giorni per le quali i suoi concittadini si sentono vivi e normali, azioni che a lui invece provocano solo disgusto e repulsione: il lavoro, il ritorno a casa, il menage familiare, la passeggiata domenicale. Insomma il tran tran quotidiano.

Anche Dino, il ricco rampollo trentacinquenne di un’aristocratica famiglia romana, non vive un buon rapporto con la sua vita e con la realtà che lo circonda e spera di poter ristabilire una qualche riconciliazione, soprattutto con se stesso, attraverso l’espressione artistica. Ma questo non sembra funzionare, perché in breve tempo abbandona il suo studio di pittura in via Margutta e ritorna dalla madre, che vive in una lussuosa villa sull’Appia Antica e che lui detesta. Così come detesta la società di sua madre e il suo denaro. Si ritiene un pittore fallito, consapevole del suo fallimento. Ma non perché non sappia dipingere dei quadri, che comunque piacciono agli altri, ma perché sente che la sua arte non gli consente di esprimersi, e quindi di illudersi di avere un rapporto normale con le cose e con le persone; in altre parole non gli impedisce di annoiarsi. Dino aveva cominciato a dipingere proprio per sfuggire alla noia, ma se continuava ad annoiarsi non c’era più ragione di dipingere. E poi c’era di mezzo la sua ricchezza che lo induceva a pensare che esistesse un nesso inscindibile tra la noia e il denaro e che se fosse stato povero non si sarebbe annoiato. Dino passa le sue giornate senza alcuna occupazione, ha una mancanza completa di radici e di responsabilità, è slegato da qualsiasi legame familiare e sociale e, soprattutto, odia la società di cui fa parte la madre, pur attingendo dal conto in banca della stessa ogni volta che ne sente il bisogno. “Non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa – dice il protagonista - io sentivo che non volevo vedere gente ma neppure rimanere solo; che non volevo restare in casa ma neppure uscire; che non volevo viaggiare ma neppure continuare a vivere a Roma; che non volevo dipingere ma neppure non dipingere; che non volevo stare sveglio ma neppure dormire; che non volevo fare l’amore ma neppure non farlo; e così via…Ogni tanto, tra queste frenesie della noia, mi domandavo se per caso non desiderassi morire; era una domanda ragionevole, visto che vivere mi dispiaceva tanto. Ma allora, con stupore, mi accorgevo che sebbene non mi piacesse vivere, non volevo neppure morire”. L’ incapacità del protagonista di relazionarsi con il mondo e con gli altri - vissuta attraverso un’ incessante autoanalisi – quel suo continuo malessere esistenziale che sfocia poi nel disgusto e nella noia, lo scorgiamo anche nel rapporto affettivo con la sua amante, Cecilia. A volte passa intere giornate a pedinarla perché mira, spiandola, ad accertarsi del suo tradimento, ma non già per punirla e comunque impedirle di portare avanti l’infedeltà, ma per liberarsene definitivamente. E per separarsi da lei e placare la sua angoscia, prende anche l’abitudine di pagarla ad ogni incontro amoroso, per provare lo stesso sentimento di svalutazione che provava ogni qual volta retribuiva una prostituta. Soffre terribilmente e attraverso la sofferenza si fa strada in lui un’idea che gli appare estrema: forse la sola maniera per liberarsi di Cecilia, e quindi di possederla davvero e conseguentemente di annoiarsi di lei era sposarla. Non c’era riuscito avendola come amante, era quasi sicuro che ci sarebbe riuscito una volta che fosse diventata sua moglie. “Immaginava con compiacimento che una volta sposata, Cecilia sarebbe diventata una moglie qualunque, piena di occupazioni casalinghe e sociali soddisfatta e senza mistero”. Contava di andare a vivere nella lussuosa villa di sua madre. Quindi il matrimonio, la villa, la madre, la società della madre “erano tutte parti della macchina diabolica nella quale Cecilia sarebbe entrata demone enigmatico e leggiadro e sarebbe riuscita signora borghese qualsiasi”.

Il romanzo  non presenta  una precisa trama  narrativa, non rispecchia i canoni tradizionali della narrazione legati ad una storia con un’origine ed una fine. “La noia” è un lungo e avvolgente monologo introspettivo di un uomo, ossessionato dalle sue fantasticherie maniacali e sessuali. E Moravia, attraverso questo suo perverso personaggio, scava con straordinaria capacità letteraria in quel caos imprevedibile che è l’animo umano e ne tira fuori tutte le sue insanabili contraddizioni.


lunedì 29 aprile 2019

Passeggiare da soli



Tra le piccole gioie della vita, la passeggiata è senz’altro quella che meglio soddisfa il bisogno di stare all’aria aperta e a contatto con la natura. Ma la passeggiata celebra anche il piacere del pensare, invita al rilassamento e permette di godere del lento scorrere del tempo.  Robert L. Stevenson - lo scrittore scozzese de “L’isola del tesoro”  e “Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde”, era un accanito sostenitore delle passeggiate solitarie. “Per godere veramente di una passeggiata – egli scriveva – bisogna essere soli. In gruppo, o anche in coppia, non è più una passeggiata; si tratta di un’altra cosa che assomiglia più ad una gita. La passeggiata va fatta da soli, perché la sua essenza è la libertà: si deve essere liberi di fermarsi o proseguire, di andare da una parte o dall’altra, secondo come detta la fantasia; si deve mantenere la propria andatura, senza dover trottare a fianco di un campione podista o camminare a passettini in compagnia di una fanciulla”. Lo confesso: io sono un seguace di questa “teoria”. Amo fare lunghe e piacevoli passeggiate per il centro storico di Roma. Naturalmente da solo. E’ un rilassante bighellonare che si addice al mio spirito meditativo, e credo che qualsiasi compagnia al mio fianco finirebbe per ostacolare quel desiderio di dolce contemplazione, che nasce proprio quando ci si trova da soli.

Durante la passeggiata la vicinanza di una persona - anche la più gradevole - ti costringe a parlare, ti distoglie dalle tue osservazioni, dalle tue riflessioni, dal tuo modo di guardare. Sei costretto ad assecondare i comportamenti dell’altro ed a seguirlo nei suoi ragionamenti. Naturalmente ciò non vuol dire che chi ama le passeggiate solitarie, disdegni la compagnia e che non provi piacere nel camminare con un amico. No. Sono semplicemente due modi diversi di vivere questi momenti di distensione: nel primo caso si desidera, esclusivamente, dare spazio alla propria libertà ed alla propria fantasia, si vuole andare di qua e di là senza dipendere da nessuno, mettendo al centro della propria attenzione il luogo in cui ci si trova; nel secondo caso, invece, si cerca un rapporto affettivo per “fare quattro chiacchiere”, a scapito del contesto che sembra non avere più alcuna importanza. Ci si vede per un caffè (come suol dirsi). Si gode del piacere di stare in compagnia ma si perde di vista la contemplazione, quell’immedesimarsi nelle cose che si osservano.

Lo possiamo ben dire: quando camminiamo da soli il nostro sguardo verso le cose che osserviamo è diverso, direi quasi che si affina ed è più attento a cogliere i particolari che altrimenti ci sfuggirebbero. Sono le occasioni, queste, in cui lo sguardo ha la supremazia sulla parola, che appare inadeguata a esprimere la forza del momento e la magnificenza del luogo in cui ci troviamo. Le nostre reazioni emotive al mondo esterno non patiscono l’influenza, a volte decisiva, di chi ci sta vicino, perché non dobbiamo contenere la curiosità che ci appartiene per favorire le aspettative altrui. E poi, sapere di essere giudicati potrebbe limitare il nostro modo di osservare e finiremmo per adattarci ai punti di vista di chi abbiamo accanto, pur di apparire in sintonia con il suo pensiero. Insomma, un nostro eventuale accompagnatore ci allontanerebbe dalla realtà circostante. Mentre noi – magari proprio in tale particolare occasione - vorremmo passare tutto il tempo, per esempio, in quella deliziosa piazzetta, per godere del suo silenzio; gradiremmo perderci in fantasticherie di fronte alla facciata barocca di quell’antico palazzo; vorremmo fermarci ad ammirare una bellissima fontana del Settecento e lasciarci cullare dal gorgoglio dell’acqua; ci andrebbe di stare seduti finché ci va su quella scalinata di travertino, a prendere il sole e ad osservare la gente che passa; ci farebbe tanto piacere entrare in quella chiesa per un momento di raccoglimento e di preghiera. Così, in piena libertà, senza dover chiedere niente a nessuno e senza dover scendere a compromessi con qualcuno.

mercoledì 24 aprile 2019

Viaggiare senza partire



Tutta l’infelicità degli uomini – diceva Pascal – viene da una sola cosa, e cioè dal non saper starsene da soli in una stanza. Il desiderio di viaggiare... di andare... di muoversi, ha sempre spinto gli uomini ad uscire dal proprio ambito quotidiano e familiare, dalla propria “stanza”. Nel passato i giovani artisti e gli aristocratici dei ricchi paesi del nord Europa (Inghilterra, Germania, Francia),  intraprendevano un lungo viaggio alla scoperta dell’ Italia – il cosiddetto grand tour – il cui obiettivo era soprattutto quello di affinare la propria cultura. Queste esperienze di viaggio le ritroviamo in alcuni bellissimi libri: mi viene in mente il “Viaggio in Italia” di Goethe o quello di John Ruskin descritto in “Mattinate fiorentine”. C’è stato, invece, uno scrittore francese di nome Xavier De Maistre, il quale - intorno al 1790 – all’età di ventisette anni, senza spostarsi dal modesto alloggio in cui si trovava recluso (per quarantadue giorni), e quindi senza fare bagagli e senza prendere alcun mezzo di trasporto (praticamente a costo zero), intraprese un viaggio esplorativo nella sua stessa camera da letto. La cronaca di questa sua singolare e bizzarra impresa  la raccontò in un libro che si intitola “Viaggio intorno alla mia stanza”, libro che alla sua pubblicazione venne salutato come un piccolo capolavoro letterario. Nella prefazione il fratello Joseph De Maistre (famoso filosofo e politico) mise in evidenza che l’autore non intendeva affatto screditare i grandi viaggiatori del passato, ma che desiderava solo consigliare, ai poveri e a coloro che temevano un furto in casa, un modo di viaggiare molto più pratico e conveniente.

Le 42 giornate trascorse in quella camera – pari ad altrettanti capitoletti in cui è suddiviso il libro – sono raccontate con una grazia ed una raffinatezza davvero encomiabili. All’autore basta poco per descrivere una sensazione o un’emozione, per rivelare un’indagine psicologica o per creare un personaggio immaginario: un quadro appeso alla parete, un oggetto apparentemente insignificante, un mobile. Tutto è utile alle sue descrizioni e al suo intimo modo di sentire e di guardare. Come quando si trova di fronte al suo letto che “ci vede nascere e ci vede morire; è il mutevole teatro nel quale il genere umano rappresenta a turno drammi interessanti, farse ridicole e tragedie spaventose. E’ una culla adorna di fiori; è il trono dell’amore; è un sepolcro”. Non avevo mai letto una riflessione così profonda su un mobile presente in ogni casa e di cui tutti ci serviamo quotidianamente.

“Coraggio, dunque, si parte – scrive l’autore – Seguitemi voi tutti, che per una delusione amorosa o per un malinteso tra amici, ve ne state chiusi nel vostro appartamento, lungi dalla piccineria e dalla perfidia degli uomini. Mi seguano tutti gli sventurati, tutti gli ammalati, tutti gli annoiati del mondo! Si levino in massa tutti gli indolenti!... voi che in un salottino rinunziate per sempre al mondo, amabili anacoreti d’una serata venite anche voi; datemi ascolto, lasciate quei vostri tetri pensieri; voi sottraete un attimo al piacere senza guadagnarne uno alla saggezza; degnatevi di accompagnarmi nel mio viaggio; marceremo pian pianino, ridendo, lungo il cammino dei viaggiatori che hanno visitato Roma e Parigi…”.
E ancora, in una delle sue peregrinazioni. “…quando viaggio nella mia camera, raramente percorro una linea retta; vado dalla tavola verso un quadro situato nell’angolo: di là mi muovo obliquamente per andare verso la porta; ma sebbene alla partenza la mia intenzione sia quella di recarmi là, se incontro il mio seggiolone sul cammino non sto a pensarci e mi ci sdraio senza complimenti. Il seggiolone è un eccellente mobile, ed è di estrema utilità per un meditativo. Nelle lunghe serate invernali, talvolta è dolce, e sempre prudente, distendervisi mollemente, lungi dal fracasso delle assemblee affollate. Un focherello, alcuni libri, una penna: che risorse contro la noia! E che piacere dimenticare i propri libri e la penna per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, oppure buttando giù alla meglio dei versi per divertire gli amici! Allora le ore scorrono e piombano silenziosamente nell’eternità, senza far sentire il loro triste passaggio”

Ma qual è il messaggio di questo libro delizioso? Secondo me non può essere che uno solo: il piacere del viaggio deriva non tanto dal luogo prescelto quanto dall’atteggiamento interiore con cui si affronta il viaggio stesso. Si può viaggiare anche stando nel chiuso di una stanza, cioè in quel “bugigattolo” dove ci rifugiamo e ci nascondiamo agli occhi del mondo, collegati intimamente solo con la nostra anima, che vede, sente e descrive paesaggi, avventure ed emozioni. Sembra quasi che De Maistre voglia invitarci a guardare con occhi diversi la realtà quotidiana che ci circonda. E se noi riuscissimo a farlo, a scrutare luoghi e cose con uno spirito di osservazione immune dall’abitudine e dall’indifferenza, forse ci accorgeremmo che le cose degne di interesse si trovano anche accanto a noi e che non sempre è necessario partire verso mete lontane ed esotiche per scoprirle.