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mercoledì 22 maggio 2019

Rumori



Si può raccontare il presente e la realtà che ci circonda anche attraverso gli odori e i rumori che percepiamo nelle nostre città. Chi ha qualche anno sulle spalle - come il sottoscritto - ricorderà certamente quel profumo di pane e formaggi fatti in casa, di  sughi e manicaretti, che proveniva dalle finestre aperte che si affacciavano sulla strada del paese, tipici di una cucina semplice e genuina. Ebbene, quelle antiche fragranze sono ormai un ricordo lontano, soffocate dai gas di scarico delle macchine e dagli effluvi pungenti di fritto dei fast food. E sono spariti pure quei suoni familiari che giungevano dalle botteghe degli artigiani, espressione di un mondo  diverso e di una differente filosofia di vita. Erano mestieri che racchiudevano una vera e propria “arte del fare”, che si tramandavano di padre in figlio, identificativi di un artigianato che oggi appare definitivamente scomparso. La città, oggi, è sinonimo di aria inquinata e rumori molesti. Chi cammina in città è ormai sommerso da una sonorità fastidiosa, che non lascia scampo e che non ha nulla a che vedere con quella del passato, una sonorità che non ha nessun valore positivo: è solo un accanimento selvaggio contro le nostre orecchie e contro la nostra umana sopportazione.

Facevo queste riflessioni mentre mi aggiravo, l’altro giorno, per una delle strade più caotiche e commerciali del centro storico di Roma, Via del Corso. Ero come avviluppato in un groviglio di rumori assordanti di automobili, autobus, taxi, sirene della polizia e delle ambulanze, tra la ressa confusa di una folla di turisti che – beati loro - non sembravano patire questo trambusto, mentre una “musica di sottofondo” a tutto volume, diffusa dagli altoparlanti dei negozi e dei bar lungo i marciapiedi, si riversava in strada come un fiume in piena, trasformando un  luogo così affascinante e ricco di storia, in una baraonda. 

Anche i rumori e lo smog distruggono la bellezza di un posto. Io credo che il fastidio si manifesti in ognuno di noi quando gli effetti acustici perdono la loro dimensione naturale e s’impongono come un’aggressione violenta, che lasciano senza alcuna difesa. Sentire un allarme di una macchina che all’improvviso entra in funzione, o il continuo fragore del traffico, oppure la sirena di un’ambulanza o della polizia, non è come ascoltare il martello di un fabbro o la sega di un falegname. I primi hanno preso il sopravvento sui secondi, che non si fanno più sentire. La tecnologia si è sviluppata di pari passo con l’inquinamento acustico determinando una sempre maggiore infiltrazione di rumori nella vita di tutti i giorni. E se da un lato non riusciamo a controllarne gli eccessi, dall’altro  sembra quasi di provare disagio quando ci troviamo in uno spazio avvolto dal silenzio. E allora dobbiamo riempirlo, aggiungerci dei suoni, dei rumori, delle parole affinché ci tranquillizzino e ci diano sicurezza. Infatti, se stiamo soli in casa, ricorriamo al televisore; in macchina non possiamo fare a meno dell’autoradio; per strada l’immancabile smartphone ci accompagna ovunque; nei locali pubblici, nei negozi, nelle stazioni dei treni e delle metropolitane, l’ossessiva musica di sottofondo percuote i nostri timpani, ormai allo stremo. Mi raccontava un amico che la scorsa estate aveva trascorso un fine settimana in una casa di campagna, ospite di alcuni suoi parenti. Lui, cittadino abituato al frastuono della città, durante quella notte non riuscì a chiudere occhio. Si sentiva assediato – mi diceva – da un silenzio totale che gli procurava un senso di angoscia. Gli erano venuti a mancare quei “rassicuranti” rumori di sottofondo (macchine, motorini, autobus, allarmi, sirene, cantieri…) di cui aveva bisogno per poter dormire.

lunedì 13 maggio 2019

Innamorarsi di una suora



“La suora giovane” di Giovanni Arpino è un racconto di rara bellezza. Un piccolo capolavoro della nostra letteratura, intenso e profondo, che forse pochi conoscono. Ne sono rimasto affascinato: non mi era mai capitato di terminare un libro e volerlo ricominciare a leggere, daccapo. Ho letto altri libri di Giovanni Arpino – un autore che ho imparato ad amare - ma credo che questo sia il più commovente dell’intera sua produzione.

Ci troviamo negli anni ‘50 del secolo scorso, in una Torino gelida e nebbiosa. Antonio Mathis - questo il nome del protagonista del libro - è un impiegato, che vive da solo in due stanze d’affitto e lavora in una ditta d’esportazione e importazione. Poiché sa scrivere, il principale gli affida i compiti più delicati: la pubblicità, i rapporti epistolari con i clienti e la collaborazione con una rivista che tratta temi commerciali. E’ un uomo solitario, abitudinario, che non ha coraggio; si vergogna di tutto, in un mondo dove nessuno pare più vergognarsi di niente. E’ come aggrovigliato in una ragnatela, da cui ha persino il terrore di doverne uscire. E’ fidanzato da cinque/sei anni con Anna, una donna di trentasette anni che non è stata mai una bellezza, gli “fa pena” e si sente “così povero con lei”. Vanno al cinema, al sabato anche a cena, qualche volta dormono insieme, non hanno bisogno di molte parole. Ha, poi, una sorta di relazione amorosa con la collega d’ufficio, Iris, “una quasi amante da corridoio” con la quale non è mai andato oltre qualche insolita e audace carezza. Si sente ridicolo. E’ scappato sempre dalla vita. E i giorni gli sono “scappati via come le notizie dei giornali, a cui credi e non credi”. Tutto gli è successo pigramente, senza interesse, senza volontà, senza alcun entusiasmo. Ha deciso di prendere nota di ciò che gli succede, di scrivere un diario per “controllare avvenimenti e sentimenti” e cercare di capire la sua situazione. Si sente solo. Fino a quando non irrompe nella sua vita, lei: la suora giovane.

La incontra da settimane, forse mesi, alla stessa fermata del tram, alle sette di sera: lei ha quasi vent'anni. Ha scelto il velo monacale per allontanarsi dalla dura vita dei campi. Lui, quarantenne, ne è attratto: la spia, la osserva di nascosto, attento a non farsi notare. Ha capito, però, che questo suo comportamento non la disturba affatto. A volte perde una corsa, pur di aspettarla. E forse lei fa lo stesso, quando non lo vede. Ed ogni volta si domanda: “Dove va a quest’ora, e sola? Probabilmente assiste un malato, o segue chissà quali turni in un ospedale…”. Vorrebbe parlarle, rompere quel muro di silenzio che incombe tra di loro, ma si vergogna e non sa come affrontarla. Non sa trovare “la parola adatta, la faccia giusta”. A volte crede di aver trovato la frase perfetta, la ripete due o tre volte, la rimastica bene, ma poi si frantuma lasciandolo più deluso, più confuso, più irrequieto e impotente di prima. Si accorge che non ha mai avuto, per lei, pensieri o desideri carnali. “E’ questo, innamorarsi? – si chiede - Se è così, cosa significa?” Scopre, con stupore, che non ha mai detto “ti amo” ad una donna. Neanche alla sua fidanzata Anna. E non gli è mai passato per la testa quel desiderio di sentirselo dire. Di colpo capisce cosa, quella monaca, gli ha già dato, senza parlare: la consapevolezza, la capacità di vedersi com’è realmente, come è sempre stato. Lo ha costretto a scoprirsi ed ora sa che lui è “quella pulce, quel niente travestito da uomo ammodo, quarantenne, rispettabile, buon partito”. Non avendo il coraggio di parlarle, gli sembra di scappare e di tradirla ogni sera mentre la tensione in lui diventa sempre più forte…finchè…un martedì del 19 dicembre, le rivolge finalmente la parola, dicendo: “Si può dare la buonasera a una suora?". La suora “si voltò pallida, con gli occhi grandi, subito riprese a fissare il marciapiede opposto. E rispose: “ Non è peccato ”.

"La suora giovane" è un romanzo delicato e malinconico. Ma ciò che lo rende delizioso, godibile e speciale non è tanto la storia di queste due solitudini che si incontrano, quanto la meravigliosa scrittura di Arpino che le descrive, scrittura che in alcune pagine raggiunge vette altissime, di straordinario impatto emotivo.

martedì 7 maggio 2019

Dalla "nausea" di Sartre alla "noia" di Moravia



Tra gli scrittori del Novecento che più ho amato – oltre a Pavese e Svevo - c’è sicuramente Alberto Moravia. Credo di aver letto - soprattutto durante gli anni giovanili - quasi tutti i suoi romanzi e molti dei suoi saggi. Non penso che nell’attuale panorama letterario italiano ci sia un autore che sappia descrivere le inquietudini esistenziali che oggi viviamo, con la stessa autorevolezza e con lo stesso sguardo disincantato con cui Alberto Moravia raccontava la decadenza morale della sua epoca, vista attraverso le vicende dei personaggi dell’alta borghesia romana.

Quando si parla di Moravia, il pensiero va subito al suo romanzo più famoso, “Gli indifferenti”. Egli disse di averlo scritto proprio perché stava dentro la borghesia e non fuori. E che se fosse stato fuori, come alcuni sembravano pensare attribuendogli intenti di critica sociale, avrebbe scritto un altro libro dal di dentro di quella qualsiasi altra società o classe sociale a cui avesse appartenuto. Nonostante praticasse idee di sinistra, Moravia era un borghese e quindi si immedesimava in quei suoi eroi negativi e insofferenti, forse per acquisire consapevolezza di quella sua condizione sociale. E forse per contrastarla. Una volta dichiarò che prima ancora che scriverne, desiderava vivere la tragedia in cui si divincolava la borghesia e tutto ciò che era passione spinta e “violenza”  lo attraeva profondamente, mentre la vita normale, non solo non gli piaceva ma lo annoiava perché gli appariva come una cosa priva di sapore.

Ricordo di averlo incontrato, per caso, un giorno di una trentina di anni fa: era il 1990, l’anno della sua morte. Camminava per il centro di Roma, dalle parti di Piazza del Popolo, con la sua andatura claudicante, in compagnia della seconda moglie, quella Carmen Llera di 45 anni più giovane di lui. Avrei voluto fermarlo un momento per dirgli che apprezzavo la sua scrittura; per chiedergli il perché di quella sua ossessione letteraria verso l’aristocrazia romana e verso quella frenesia erotico-sessuale dei suoi personaggi; per avere magari un suo autografo, io che non ho mai chiesto autografi a nessuno. Ma non me la sentii di disturbarlo. Però gli andai dietro per un po’, quasi per tentare di trovare quel coraggio che mi mancava per parlargli o forse per carpire qualche sua intima parola, prima che entrasse in un cinema di Via del Corso, dove proiettavano un bellissimo film che ancora ricordo: era “Balla coi lupi”, diretto e interpretato da Kevin Costner. La sua recensione - allora collaborava anche con l’Espresso - la lessi, qualche giorno dopo, su quella rivista e mi colpì positivamente, tant’è che decisi di andare al cinema a vederlo.

E’ da un po’ di tempo che volevo rileggere Moravia. Uno scrittore che appare ancora oggi insuperabile - sia come romanziere che come saggista - se lo confronto con certi scribacchini dei nostri tempi.  Mi è capitato così tra le mani “La Noia”, romanzo pubblicato nel 1960 da Bompiani (l’anno successivo avrebbe vinto il Premio Viareggio). E’ forse il libro che meglio di tutti descrive quell’espressione esistenziale dello scrittore romano che - come ben si vede nella foto sopra riportata - lo fa apparire perennemente annoiato. Ed è il libro che più si avvicina, secondo me, all’esistenzialismo di Sartre delineato nel suo capolavoro letterario, “La Nausea”. Sia il protagonista che esce dalla penna di Sartre (lo scrittore Roquentin) che quello di Moravia (il pittore Dino) sono delusi dalle rispettive ambizioni artistiche; entrambi si interrogano sulle ragioni profonde della propria esistenza e vengono travolti, il primo dalla nausea e il secondo dalla noia. Roquentin prova nausea per tutto ciò che lo circonda e per quelle azioni di tutti i giorni per le quali i suoi concittadini si sentono vivi e normali, azioni che a lui invece provocano solo disgusto e repulsione: il lavoro, il ritorno a casa, il menage familiare, la passeggiata domenicale. Insomma il tran tran quotidiano.

Anche Dino, il ricco rampollo trentacinquenne di un’aristocratica famiglia romana, non vive un buon rapporto con la sua vita e con la realtà che lo circonda e spera di poter ristabilire una qualche riconciliazione, soprattutto con se stesso, attraverso l’espressione artistica. Ma questo non sembra funzionare, perché in breve tempo abbandona il suo studio di pittura in via Margutta e ritorna dalla madre, che vive in una lussuosa villa sull’Appia Antica e che lui detesta. Così come detesta la società di sua madre e il suo denaro. Si ritiene un pittore fallito, consapevole del suo fallimento. Ma non perché non sappia dipingere dei quadri, che comunque piacciono agli altri, ma perché sente che la sua arte non gli consente di esprimersi, e quindi di illudersi di avere un rapporto normale con le cose e con le persone; in altre parole non gli impedisce di annoiarsi. Dino aveva cominciato a dipingere proprio per sfuggire alla noia, ma se continuava ad annoiarsi non c’era più ragione di dipingere. E poi c’era di mezzo la sua ricchezza che lo induceva a pensare che esistesse un nesso inscindibile tra la noia e il denaro e che se fosse stato povero non si sarebbe annoiato. Dino passa le sue giornate senza alcuna occupazione, ha una mancanza completa di radici e di responsabilità, è slegato da qualsiasi legame familiare e sociale e, soprattutto, odia la società di cui fa parte la madre, pur attingendo dal conto in banca della stessa ogni volta che ne sente il bisogno. “Non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa – dice il protagonista - io sentivo che non volevo vedere gente ma neppure rimanere solo; che non volevo restare in casa ma neppure uscire; che non volevo viaggiare ma neppure continuare a vivere a Roma; che non volevo dipingere ma neppure non dipingere; che non volevo stare sveglio ma neppure dormire; che non volevo fare l’amore ma neppure non farlo; e così via…Ogni tanto, tra queste frenesie della noia, mi domandavo se per caso non desiderassi morire; era una domanda ragionevole, visto che vivere mi dispiaceva tanto. Ma allora, con stupore, mi accorgevo che sebbene non mi piacesse vivere, non volevo neppure morire”. L’ incapacità del protagonista di relazionarsi con il mondo e con gli altri - vissuta attraverso un’ incessante autoanalisi – quel suo continuo malessere esistenziale che sfocia poi nel disgusto e nella noia, lo scorgiamo anche nel rapporto affettivo con la sua amante, Cecilia. A volte passa intere giornate a pedinarla perché mira, spiandola, ad accertarsi del suo tradimento, ma non già per punirla e comunque impedirle di portare avanti l’infedeltà, ma per liberarsene definitivamente. E per separarsi da lei e placare la sua angoscia, prende anche l’abitudine di pagarla ad ogni incontro amoroso, per provare lo stesso sentimento di svalutazione che provava ogni qual volta retribuiva una prostituta. Soffre terribilmente e attraverso la sofferenza si fa strada in lui un’idea che gli appare estrema: forse la sola maniera per liberarsi di Cecilia, e quindi di possederla davvero e conseguentemente di annoiarsi di lei era sposarla. Non c’era riuscito avendola come amante, era quasi sicuro che ci sarebbe riuscito una volta che fosse diventata sua moglie. “Immaginava con compiacimento che una volta sposata, Cecilia sarebbe diventata una moglie qualunque, piena di occupazioni casalinghe e sociali soddisfatta e senza mistero”. Contava di andare a vivere nella lussuosa villa di sua madre. Quindi il matrimonio, la villa, la madre, la società della madre “erano tutte parti della macchina diabolica nella quale Cecilia sarebbe entrata demone enigmatico e leggiadro e sarebbe riuscita signora borghese qualsiasi”.

Il romanzo  non presenta  una precisa trama  narrativa, non rispecchia i canoni tradizionali della narrazione legati ad una storia con un’origine ed una fine. “La noia” è un lungo e avvolgente monologo introspettivo di un uomo, ossessionato dalle sue fantasticherie maniacali e sessuali. E Moravia, attraverso questo suo perverso personaggio, scava con straordinaria capacità letteraria in quel caos imprevedibile che è l’animo umano e ne tira fuori tutte le sue insanabili contraddizioni.


lunedì 29 aprile 2019

Passeggiare da soli



Tra le piccole gioie della vita, la passeggiata è senz’altro quella che meglio soddisfa il bisogno di stare all’aria aperta e a contatto con la natura. Ma la passeggiata celebra anche il piacere del pensare, invita al rilassamento e permette di godere del lento scorrere del tempo.  Robert L. Stevenson - lo scrittore scozzese de “L’isola del tesoro”  e “Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde”, era un accanito sostenitore delle passeggiate solitarie. “Per godere veramente di una passeggiata – egli scriveva – bisogna essere soli. In gruppo, o anche in coppia, non è più una passeggiata; si tratta di un’altra cosa che assomiglia più ad una gita. La passeggiata va fatta da soli, perché la sua essenza è la libertà: si deve essere liberi di fermarsi o proseguire, di andare da una parte o dall’altra, secondo come detta la fantasia; si deve mantenere la propria andatura, senza dover trottare a fianco di un campione podista o camminare a passettini in compagnia di una fanciulla”. Lo confesso: io sono un seguace di questa “teoria”. Amo fare lunghe e piacevoli passeggiate per il centro storico di Roma. Naturalmente da solo. E’ un rilassante bighellonare che si addice al mio spirito meditativo, e credo che qualsiasi compagnia al mio fianco finirebbe per ostacolare quel desiderio di dolce contemplazione, che nasce proprio quando ci si trova da soli.

Durante la passeggiata la vicinanza di una persona - anche la più gradevole - ti costringe a parlare, ti distoglie dalle tue osservazioni, dalle tue riflessioni, dal tuo modo di guardare. Sei costretto ad assecondare i comportamenti dell’altro ed a seguirlo nei suoi ragionamenti. Naturalmente ciò non vuol dire che chi ama le passeggiate solitarie, disdegni la compagnia e che non provi piacere nel camminare con un amico. No. Sono semplicemente due modi diversi di vivere questi momenti di distensione: nel primo caso si desidera, esclusivamente, dare spazio alla propria libertà ed alla propria fantasia, si vuole andare di qua e di là senza dipendere da nessuno, mettendo al centro della propria attenzione il luogo in cui ci si trova; nel secondo caso, invece, si cerca un rapporto affettivo per “fare quattro chiacchiere”, a scapito del contesto che sembra non avere più alcuna importanza. Ci si vede per un caffè (come suol dirsi). Si gode del piacere di stare in compagnia ma si perde di vista la contemplazione, quell’immedesimarsi nelle cose che si osservano.

Lo possiamo ben dire: quando camminiamo da soli il nostro sguardo verso le cose che osserviamo è diverso, direi quasi che si affina ed è più attento a cogliere i particolari che altrimenti ci sfuggirebbero. Sono le occasioni, queste, in cui lo sguardo ha la supremazia sulla parola, che appare inadeguata a esprimere la forza del momento e la magnificenza del luogo in cui ci troviamo. Le nostre reazioni emotive al mondo esterno non patiscono l’influenza, a volte decisiva, di chi ci sta vicino, perché non dobbiamo contenere la curiosità che ci appartiene per favorire le aspettative altrui. E poi, sapere di essere giudicati potrebbe limitare il nostro modo di osservare e finiremmo per adattarci ai punti di vista di chi abbiamo accanto, pur di apparire in sintonia con il suo pensiero. Insomma, un nostro eventuale accompagnatore ci allontanerebbe dalla realtà circostante. Mentre noi – magari proprio in tale particolare occasione - vorremmo passare tutto il tempo, per esempio, in quella deliziosa piazzetta, per godere del suo silenzio; gradiremmo perderci in fantasticherie di fronte alla facciata barocca di quell’antico palazzo; vorremmo fermarci ad ammirare una bellissima fontana del Settecento e lasciarci cullare dal gorgoglio dell’acqua; ci andrebbe di stare seduti finché ci va su quella scalinata di travertino, a prendere il sole e ad osservare la gente che passa; ci farebbe tanto piacere entrare in quella chiesa per un momento di raccoglimento e di preghiera. Così, in piena libertà, senza dover chiedere niente a nessuno e senza dover scendere a compromessi con qualcuno.

mercoledì 24 aprile 2019

Viaggiare senza partire



Tutta l’infelicità degli uomini – diceva Pascal – viene da una sola cosa, e cioè dal non saper starsene da soli in una stanza. Il desiderio di viaggiare... di andare... di muoversi, ha sempre spinto gli uomini ad uscire dal proprio ambito quotidiano e familiare, dalla propria “stanza”. Nel passato i giovani artisti e gli aristocratici dei ricchi paesi del nord Europa (Inghilterra, Germania, Francia),  intraprendevano un lungo viaggio alla scoperta dell’ Italia – il cosiddetto grand tour – il cui obiettivo era soprattutto quello di affinare la propria cultura. Queste esperienze di viaggio le ritroviamo in alcuni bellissimi libri: mi viene in mente il “Viaggio in Italia” di Goethe o quello di John Ruskin descritto in “Mattinate fiorentine”. C’è stato, invece, uno scrittore francese di nome Xavier De Maistre, il quale - intorno al 1790 – all’età di ventisette anni, senza spostarsi dal modesto alloggio in cui si trovava recluso (per quarantadue giorni), e quindi senza fare bagagli e senza prendere alcun mezzo di trasporto (praticamente a costo zero), intraprese un viaggio esplorativo nella sua stessa camera da letto. La cronaca di questa sua singolare e bizzarra impresa  la raccontò in un libro che si intitola “Viaggio intorno alla mia stanza”, libro che alla sua pubblicazione venne salutato come un piccolo capolavoro letterario. Nella prefazione il fratello Joseph De Maistre (famoso filosofo e politico) mise in evidenza che l’autore non intendeva affatto screditare i grandi viaggiatori del passato, ma che desiderava solo consigliare, ai poveri e a coloro che temevano un furto in casa, un modo di viaggiare molto più pratico e conveniente.

Le 42 giornate trascorse in quella camera – pari ad altrettanti capitoletti in cui è suddiviso il libro – sono raccontate con una grazia ed una raffinatezza davvero encomiabili. All’autore basta poco per descrivere una sensazione o un’emozione, per rivelare un’indagine psicologica o per creare un personaggio immaginario: un quadro appeso alla parete, un oggetto apparentemente insignificante, un mobile. Tutto è utile alle sue descrizioni e al suo intimo modo di sentire e di guardare. Come quando si trova di fronte al suo letto che “ci vede nascere e ci vede morire; è il mutevole teatro nel quale il genere umano rappresenta a turno drammi interessanti, farse ridicole e tragedie spaventose. E’ una culla adorna di fiori; è il trono dell’amore; è un sepolcro”. Non avevo mai letto una riflessione così profonda su un mobile presente in ogni casa e di cui tutti ci serviamo quotidianamente.

“Coraggio, dunque, si parte – scrive l’autore – Seguitemi voi tutti, che per una delusione amorosa o per un malinteso tra amici, ve ne state chiusi nel vostro appartamento, lungi dalla piccineria e dalla perfidia degli uomini. Mi seguano tutti gli sventurati, tutti gli ammalati, tutti gli annoiati del mondo! Si levino in massa tutti gli indolenti!... voi che in un salottino rinunziate per sempre al mondo, amabili anacoreti d’una serata venite anche voi; datemi ascolto, lasciate quei vostri tetri pensieri; voi sottraete un attimo al piacere senza guadagnarne uno alla saggezza; degnatevi di accompagnarmi nel mio viaggio; marceremo pian pianino, ridendo, lungo il cammino dei viaggiatori che hanno visitato Roma e Parigi…”.
E ancora, in una delle sue peregrinazioni. “…quando viaggio nella mia camera, raramente percorro una linea retta; vado dalla tavola verso un quadro situato nell’angolo: di là mi muovo obliquamente per andare verso la porta; ma sebbene alla partenza la mia intenzione sia quella di recarmi là, se incontro il mio seggiolone sul cammino non sto a pensarci e mi ci sdraio senza complimenti. Il seggiolone è un eccellente mobile, ed è di estrema utilità per un meditativo. Nelle lunghe serate invernali, talvolta è dolce, e sempre prudente, distendervisi mollemente, lungi dal fracasso delle assemblee affollate. Un focherello, alcuni libri, una penna: che risorse contro la noia! E che piacere dimenticare i propri libri e la penna per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, oppure buttando giù alla meglio dei versi per divertire gli amici! Allora le ore scorrono e piombano silenziosamente nell’eternità, senza far sentire il loro triste passaggio”

Ma qual è il messaggio di questo libro delizioso? Secondo me non può essere che uno solo: il piacere del viaggio deriva non tanto dal luogo prescelto quanto dall’atteggiamento interiore con cui si affronta il viaggio stesso. Si può viaggiare anche stando nel chiuso di una stanza, cioè in quel “bugigattolo” dove ci rifugiamo e ci nascondiamo agli occhi del mondo, collegati intimamente solo con la nostra anima, che vede, sente e descrive paesaggi, avventure ed emozioni. Sembra quasi che De Maistre voglia invitarci a guardare con occhi diversi la realtà quotidiana che ci circonda. E se noi riuscissimo a farlo, a scrutare luoghi e cose con uno spirito di osservazione immune dall’abitudine e dall’indifferenza, forse ci accorgeremmo che le cose degne di interesse si trovano anche accanto a noi e che non sempre è necessario partire verso mete lontane ed esotiche per scoprirle.

lunedì 15 aprile 2019

Siamo tutti "gretini"



Per dare voce ai nostri bisogni, qualunque essi siano, oggi ci aggrappiamo ai personaggi mediatici, alle icone del web. Nella società iperconnessa in cui viviamo questi nuovi “miti” della modernità, osannati e idolatrati dalle folle planetarie grazie anche alla esaltata attenzione che i mass media dedicano loro, si elevano all’improvviso come eroi e paladini rassicuranti, in cui tutti ci identifichiamo. L’ultimo esempio è rappresentato da Greta Thunberg, la 16enne svedese che “striglia i potenti del mondo” con il suo impegno ecologista. Sia ben chiaro: la sua lotta ambientalista è senz’altro lodevole e merita rispetto e attenzione.  Tuttavia, una domanda sorge spontanea: ma che fine hanno fatto le tante battaglie portate avanti, negli anni passati, dai Verdi, dagli ecologisti di tutti i paesi, dagli scienziati e da milioni di semplici cittadini che per difendere la terra dalla catastrofe e dall’inquinamento, si mobilitavano e scendevano in piazza? A leggere i giornali di questi giorni e a guardare i dibattiti televisivi, che si sprecano su tutti i canali, sembra quasi che il problema dell’inquinamento del pianeta e il riscaldamento globale siano cose di cui non sapevamo nulla fino all’altro ieri; e che doveva arrivare questa ragazzina con le treccine - che mobilita altri adolescenti come lei in tutto il mondo e detta l’agenda ai politici – per aprirci gli occhi su un’emergenza che può avere effetti catastrofici su tutto il pianeta se non verranno presi provvedimenti adeguati.

Constatare che la protesta di una ragazzina (chissà poi da chi è manovrata…) possa avere così tanta risonanza su tutti i mezzi di informazione, mentre chi con competenza si batte da anni per un mondo migliore è visto quasi come un pazzo che vuole destabilizzare l’economia mondiale, è una cosa che appare alquanto bizzarra. Ma perché gli scienziati e gli esperti del clima e dell’effetto serra non sono ascoltati e vengono da sempre emarginati, mentre ora una bambina - già candidata al premio Nobel per la pace - è stata eletta paladina dell’ambientalismo universale? La risposta, secondo me, è una sola: non si vuole risolvere il problema in maniera seria. Si preferisce il solito spettacolo mediatico basato sull’emotività… “i bambini salveranno il mondo”, anziché dare spazio a soluzioni davvero efficaci. E tutto ciò non può che far piacere ai cosiddetti “potenti della terra”, ai politici e ai responsabili delle grandi multinazionali, che sono i primi a battere le mani a Greta Thunberg, salvo poi continuare a inquinare e a distruggere il mondo.

mercoledì 10 aprile 2019

Viaggio col padre



Quando ho intravisto il libro su un banchetto di una libreria dell’usato, sono rimasto subito attratto dal suo titolo così semplice e suggestivo, “Viaggio col padre” , e poi da quella sua bella copertina che riproduce un dipinto di Mario Sironi, copertina così pertinente e inconsueta se confrontata con quelle che dominano oggi nelle librerie. L’autore è ancora una volta uno scrittore dimenticato, Carlo Castellaneta, che fino a quel momento io non conoscevo (se non per sentito dire) e che ha legato il suo nome alla città di Milano, dove era nato nel 1930 da padre pugliese. “Viaggio col padre” è il suo libro di esordio nel mondo letterario. Un bel romanzo di formazione con risvolti autobiografici, la cui vicenda è legata ad un periodo storico difficile, ma anche di grande speranza per il nostro Paese: la fine del Fascismo ed in particolare la liberazione di Milano da parte dei partigiani e delle truppe alleate.

Il romanzo inizia con un viaggio in treno, da Milano a Foggia. Il giovane protagonista - nonché voce narrante del libro - si sta recando insieme al padre nella cittadina pugliese per partecipare ai funerali del nonno, che lui da vivo non aveva mai conosciuto e che il padre avrebbe continuato a ignorare se “non l’avessero illuso vecchie lettere dei fratelli che dicevano di terre e vigneti”. Quel viaggio di tredici ore rappresenta anche l’occasione in cui i due, padre e figlio, si ritrovano: possono dirsi tutto quello che non hanno voluto o saputo raccontarsi durante gli anni della loro difficile convivenza. Ma è il figlio che cerca di ricucire il rapporto incrinato dal tempo e dagli eventi, e questo viaggio in treno verso il Sud sembra la migliore opportunità per rompere un silenzio che dura ormai da molti anni. Il ragazzo vorrebbe chiarire con il padre molte cose del passato. Vorrebbe parlargli, da uomo a uomo, della sua esistenza sbagliata, chiedergli le ragioni della sua fede politica all’interno del partito fascista, dei suoi errori che non ha mai voluto confessare, di quella sua sciagurata decisione di abbandonare la famiglia per seguire una donna più giovane, del dolore che tale scelta aveva provocato alla madre, a lui e ai suoi fratelli. Insomma, vorrebbe accusarlo, metterlo al muro...ma le cose non vanno proprio così.

Il libro è anche un viaggio a ritroso sui binari della memoria che il giovane ripercorre facendo rivivere gli episodi della sua vita familiare sullo sfondo della grande guerra, della campagna d’Africa fino alla liberazione ad opera degli alleati. E’ un racconto molto intenso, umano e storico nello stesso tempo, che si svolge su due piani temporali legati da un rapporto di relazione e dipendenza reciproca, attraverso il quale Castellaneta fa rivivere un periodo storico molto travagliato, quello legato al Fascismo e alla sua caduta, vissuto secondo due diverse prospettive: quella del padre, fascista convinto che assiste incredulo alla disfatta, e quella del figlio che vacilla tra una blanda complicità agli eventi e la negazione della fede fascista in cui crede ciecamente il padre. C’è poi, nel libro, una figura molto rilevante che è quella del “comunista” Ottavio, il quale, con le sue idee contribuisce alla maturazione politica e sociale del giovane narratore attraverso consigli e insegnamenti, come quando gli dice: “Di politica ne vedrai fin che campi, e anche tu un giorno sarai costretto a farne…non possiamo farne a meno, capisci. Ogni atto della giornata è politico. Anche quando vai al cinema o comperi un libero. Ogni momento siamo costretti a scegliere e la scelta che facciamo ha sempre un valore politico”.

venerdì 5 aprile 2019

Camera d'albergo



Provo una certa insofferenza per gli alberghi. Forse perché mi manca un pizzico di spirito nomade che penso sia necessario per accettare un luogo spaesante come una camera di un hotel. Evidentemente sono un animale che ha bisogno della sua cuccia e che non sa adattarsi facilmente ad una diversa collocazione. Tuttavia, anch’io mi servo di un hotel quando vado in vacanza, perché dormire sotto una tenda in un sacco a pelo sarebbe per me ancora più complicato e disagevole.

Il primo impatto avviene con la reception, il vero biglietto da visita di ogni struttura alberghiera. E’ una sorta di “luogo non luogo”, uno spazio di passaggio e di sosta, dove si compiono i consueti rituali del check-in e del check-out, come accade in un qualsiasi aeroporto. Il proprietario della struttura ricettiva ti dà il benvenuto con la stessa professionale gentilezza con cui dà l’addio al cliente in partenza; ti fornisce informazioni utili al tuo soggiorno, ti chiede i documenti. La camera che ti viene assegnata si distingue per la sua asettica razionalità, arredata con il solito mobilio essenziale, in stile anonimo: un armadio, uno scrittoio, un piccolo frigorifero con l’immancabile  bottiglietta di acqua minerale, una sedia (anche se si è in due), un letto matrimoniale, la televisione. Si, c’è anche la televisione, che ti viene “venduta” come un accessorio importante, fondamentale. Deve essere davvero una goduria incomparabile guardare la televisione dopo aver pagato una stanza d’albergo. De gustibus…

Osservi la tua “camera comfort”: chissà quante vite ha conosciuto prima che arrivassi tu! Chissà quante storie custodiscono quelle quattro mura! Se potessero parlare, ne racconterebbero delle belle! Ti soffermi, con una certa apprensione, su quel letto matrimoniale che risalta al centro della stanza, ne verifichi la morbidezza, ma non somiglia affatto a quello che hai lasciato a casa. Ti passano per la testa pensieri strani e inquietanti: devi dormire nello stesso letto dove, forse, si è consumato un atroce delitto…dove probabilmente hanno amoreggiato degli amanti diabolici…dove si è coricato qualcuno che aveva un difficile rapporto con l’igiene personale…sposti un po’ le lenzuola, quasi alla ricerca di qualche traccia che possa confermare le tue bizzarre supposizioni. Abbandoni questi pensieri e ti affacci alla finestra con “vista mare” per ammirare quel panorama per il quale hai pagato un lauto supplemento; ma con grande sorpresa ti accorgi che la vista non è proprio quella desiderata. Entri poi nel bagno, minuscolo, che non può contenere più di una persona alla volta. La prova che si tratti di un bagno d’albergo ti viene data da quelle due microscopiche saponette prive di odore e di colore che campeggiano sulla mensola. Ti guardi allo specchio: devi evitare di fare quella faccia sconsolata; non sei forse in vacanza? Te lo ha imposto qualcuno l’albergo? E poi devi convincerti che una settimana passerà in fretta, visto che la tua autonomia di permanenza in luoghi simili non va oltre i sei/sette giorni. Allora ti scrolli di dosso quella lieve insoddisfazione, ti dai una rinfrescata con una “saponetta alla fragolina di bosco” e scendi giù nella sala da pranzo, dove generalmente prendi posto due volte al giorno: all’una e alle otto di sera. Pranzo e cena. Intorno a te venti/trenta tavoli numerati, intorno ai quali siede una variegata umanità, una miscela di esistenze (di cui anche tu fai parte), che sarebbe fonte di ispirazione per un romanziere dell’Ottocento e che farebbe felici sia un sociologo che uno psicologo: famigliole con bambini, persone sole, giovani coppie (forse in viaggio di nozze), fidanzati con genitori al seguito, anziani soli o in compagnia, gruppi di amici…. Ti guardi intorno incuriosito e puoi vagare con la fantasia accanto a quegli ospiti che ti siedono accanto, ne scruti i volti, il comportamento, cerchi di immaginarne la provenienza, il carattere di ciascuno, il mestiere, intuisci amori e gelosie, ti accorgi di vite logorate dall’abitudine, percepisci gli screzi che nascono da rapporti conflittuali tra genitori e figli, noti i gesti affettuosi tra marito e moglie.

Ecco le due anziane signore che ti passano accanto e ti salutano garbatamente: mostrano un’aria di svanita bellezza, forse sono due ex professoresse, due amiche vedove, ma forse anche due sorelle che non si sono mai sposate. Ti fanno tenerezza, arrivano sempre all’ultimo momento, come fossero delle ospiti attese, vestite con abiti di vecchia forgia sartoriale, che le rendono comunque eleganti, felici di essere lì. Ti colpiscono, poi, quei due fidanzatini che, anziché tenersi per mano e guardarsi negli occhi tra un piatto e l’altro, magari sussurrandosi dolci parole – come avrebbero fatto solo qualche anno fa – hanno mani e occhi e attenzione solo per i rispettivi smartphone. La tecnologia è riuscita finanche a cambiare i modi di stare a tavola.

Ti si stringe poi il cuore quando osservi quel vecchio signore che mangia sempre da solo. Non parla con nessuno. Ha un’aria triste e mite. E’ sempre il primo a lasciare la sala, dopo aver salutato i vicini. Ad un tavolo più grande noti una bella famigliola con quattro bambini. I genitori li lasciano liberi, non li opprimono. Parlano a bassa voce. I bambini sono educati, non piangono, non strillano, non fanno capricci, non mettono le mani nei piatti o nei bicchieri o le dita nel naso. Sono stranieri. C’è poi una coppia di mezza età che siede all’angolo e non passa inosservata. Lui avrà una cinquantina di anni, lei sembra molto più giovane ed è alquanto appariscente. Lui parla poco e guarda solo nel piatto, lei è logorroica e si guarda in giro come se cercasse di attirare l’attenzione su di sé. Lui mangia tutto e di più, lei assaggia solo qualcosa e fa la schizzinosa. Sono vite che tu non conosci, che come te stanno in quell’albergo a mezza pensione o pensione completa, che per una/due settimane partecipano al rito delle vacanze, condividono con te i pasti, la piscina, la spiaggia nel rispetto delle buone maniere, dettate dall’educazione e dal senso civico, e poi spariscono per sempre dalla tua vita.

sabato 30 marzo 2019

Bellezza e morte a Venezia



“…la parola può, sì, celebrare la bellezza, ma non è capace di esprimerla”
Il conflitto tra l’arte e la vita, che a volte può generare una presunta “diversità” dell’artista rispetto alla “normalità” dei comuni mortali, è un tema molto suggestivo che da sempre affascina gli scrittori. Questo aspetto affiora prepotente nell’opera di Thomas Mann, in particolare in un suo libro molto famoso “La morte a Venezia”, che rappresenta – secondo me - una delle più alte espressioni artistiche della letteratura di tutti i tempi. E’ un’opera d’arte, alla stregua di un dipinto di Leonardo o di una scultura di Michelangelo. Quando mi trovo a dover parlare di un libro così importante – l’ho riletto in questi giorni – mi trovo in difficoltà, mi sento inadeguato, e mi chiedo cosa potrei mai scrivere che non sia già stato scritto da persone molto più autorevoli e competenti di me.
Con questo breve romanzo (meno di cento pagine, scritto nel 1912), lo scrittore tedesco eleva la condizione spirituale di uno dei suoi personaggi più controversi - Gustav Aschenbach - ad un tale livello di esaltazione estetica, da creare un distacco incolmabile tra la sua esistenza di artista e amante del bello e la realtà circostante. Aschenbach è un noto e celebrato scrittore sui cinquant’anni, che riesce a conquistare con le sue opere letterarie sia l’apprezzamento del largo pubblico che la stima severa dei raffinati. Ha scelto Monaco di Baviera come residenza stabile, dopo la morte della moglie, ma trascorre tutte le estati, in solitudine, nella sua casa rustica in montagna. Conduce un’esistenza borghese, metodica, quasi monacale, senza trasgressioni. Ma un bel giorno decide di fare un viaggio, viene preso da un desiderio smanioso di liberazione e di fuga dal quotidiano, sente la necessità “di un periodo di vita nomade”. Dopo qualche breve riflessione sul dove andare, sceglie Venezia. E in questa città “che affascina irresistibilmente le persone colte”, si imbatte in un bellissimo adolescente, che alloggia con la sua famiglia nel suo stesso albergo. Di fronte a questa visione i suoi sentimenti ed i suoi istinti vengono improvvisamente sconvolti; egli sente crollare la propria identità e non riesce più a trovare un giusto equilibrio tra ragione e passione, tra corpo e anima. Il ragazzo “era di una bellezza perfetta – racconta la voce narrante del libro - Il suo viso, pallido e graziosamente chiuso, attorniato da ricci color del miele, col naso diritto, la bocca amabile, un’espressione di gentile e divina serietà, ricordava le sculture greche dei tempi più nobili, e accanto alla purissima perfezione della forma recava un fascino così unico e personale, che parve al riguardante di non aver mai veduto né in arte né in natura nulla di così felicemente riuscito…” . Aschenbach, in un primo momento, si rifiuta di riconoscere la sua omosessualità, l’attrazione erotica che prova nei confronti di quel ragazzo, non vuole ammettere a se stesso il fuoco interiore che lo divora; attribuisce a quel suo sentimento un puro richiamo estetico e contemplativo, persuadendosi  che la sensazione di benessere che prova osservando quella “visione divina” è simile al piacere che si verifica quando si crea un’opera d’arte o quando ci si trova dinanzi ad un capolavoro architettonico. Insomma il bellissimo Tadzio è un’opera d’arte vivente, una scultura che cammina e come tale lui l’ammira. Ma queste deboli scuse a difesa della sua stima personale e professionale, della sua intransigenza morale, in breve tempo crollano: l’anziano letterato, innamorato follemente dell’efebico ragazzo, finisce per favorire i suoi istinti deliranti, la sua ebbrezza sensuale e - pur di carpire un suo sguardo fugace – si trucca e si tinge i capelli per sembrare più giovane ai suoi occhi, lo pedina furtivamente, lo spia, lo insegue, si apposta per vederlo passare, lo cerca accaldato ed esausto per i vicoli di una Venezia oppressa dal caldo e dal contagio della peste che incombe….insomma, si copre di ridicolo, pur di attirare la sua attenzione, in un esasperato crescendo di cupa e autodistruttiva attrazione morbosa…”poiché la passione soffoca il discernimento e s’abbandona in buona fede a piaceri che la sana ragione giudicherebbe ridicoli o rifiuterebbe con fastidio”.
“La morte a Venezia” è un’opera letteraria di rara bellezza: elegante, delicata e malinconica si presta a innumerevoli chiavi di lettura. In essa troviamo le più straordinarie riflessioni sull’arte e sull’idea della bellezza; vi troviamo la passione che tutto travolge e il tempo che passa lasciando i suoi segni; vi troviamo la malattia e la morte, che si fondono in un connubio fatale con la bellezza. Il tutto amalgamato in una Venezia distante e decadente, con le sue calli anguste e la sua laguna torbida, popolata da figure di contorno inquietanti, alle prese con un’epidemia che miete vittime e che le autorità cercano di nascondere per non diffondere allarmismi. Thomas Mann ci spinge - con la sua prosa colta e raffinata - a tollerare un uomo che oggi verrebbe classificato come pedofilo, ci fa schierare a favore di un personaggio come Aschenbach nonostante i suoi immorali e indegni propositi. Solo la grande letteratura riesce a fare questi miracoli.

domenica 24 marzo 2019

Quando un filosofo ti viene a trovare

Seneca


Ma i filosofi dell’antichità, attraverso gli scritti che sono arrivati fino a noi, possono ancora oggi dirci qualcosa di utile e confortante sulle cause delle nostre maggiori afflizioni? Quei pensatori che un tempo erano considerati “saggi”, sono in grado di lenire le nostre sofferenze dell’anima? Confesso che mi sono sempre posto queste domande, fin dai tempi del liceo, quando la filosofia era, per noi studenti, croce e delizia. Con il passare del tempo (lontano dall’ambiente scolastico, dai voti e dai professori), mi sono avvicinato a questa scienza del pensare, forse con la speranza di diventare più saggio, in una società in cui la saggezza, se fosse in vendita, non troverebbe acquirenti. Li ho rivalutati con grande piacere, quei sapienti dell’antichità: penso in maniera particolare a Seneca, Epicuro, Lucrezio fino ad arrivare a Schopenhauer e Montaigne. Li considero dei veri e propri curatori dell’anima, alla maniera dei moderni psicanalisti. E poi – diciamocelo – rispetto a quest’ultimi, i filosofi costano davvero poco: basta solo procurarsi qualche libro. Certo, esistono enormi differenze di pensiero e penso che se oggi potessimo immaginare tutti i grandi filosofi riuniti in un consesso internazionale, non solo avrebbero difficoltà a comunicare tra di loro, ma credo che dopo un po’ finirebbero per litigare.
Mi è capitato di leggere, in questi giorni, un libro godibilissimo, “Quando la vita ti viene a trovare” con sottotitolo “Lucrezio, Seneca e noi”, scritto da Ivano Dionigi, un filosofo e professore ordinario di letteratura latina. Questo autore, dopo aver fatto un accurato excursus storico tra le due maggiori e antagoniste scuole filosofiche, lo Stoicismo e l’Epicureismo, immagina un divertente dialogo tra i due principali seguaci di queste due correnti filosofiche, vissuti in epoche assai diverse: lo stoico Seneca e l’epicureo Lucrezio, simboli e paradigmi di due concezioni e tradizioni rivali del mondo. In questo dialogo immaginario i due filosofi si rimbeccano a vicenda, si accusano, si sfottono…ma in fondo si ha l’impressione che si stimino molto.

Lucrezio

Il primo a parlare è Seneca: dice di essere molto contento di conoscere di persona un uomo come Lucrezio, che aveva ammirato sui libri; tuttavia vorrebbe sapere qualcosa di lui, perché nei suoi settemila versi del “De rerum natura” non c’è nulla della sua vita privata. E Lucrezio, di rimando, gli risponde che non ha mai amato confronti e confidenze con estranei, che lui si è sempre tenuto lontano dai luoghi invasi dalla folla e dal clamore, luoghi che invece sono familiari al suo avversario, come Campo Marzio, il Circo Massimo e soprattutto il Foro. A voi Stoici che fate politica – continua ancora Lucrezio – interessano solo i rapporti umani manipolabili, a noi, invece, le relazioni con le cose che sono indelebili. Seneca, peraltro, non appare particolarmente colpito da queste accuse e gli sottolinea che a dispetto delle tante polemiche, loro due sono comunque legati da molte cose e che i loro capiscuola, Zenone ed Epicuro, erano due maestri di libertà e autonomia che avevano predicato l’impassibilità (il primo), e l’imperturbabilità, il secondo. Il filosofo romano, inoltre, invita Lucrezio a non cercare rivalse e risarcimenti perché le loro dottrine cercano la stessa felicità, coltivano la stessa idea del saggio, provano la medesima diffidenza per il volgo. Lucrezio, gli ribatte, che gli Epicurei erano stati espulsi da Roma e perseguitati, mentre gli Stoici venivano considerati precursori del Cristianesimo. Nonostante il messaggio epicureo avesse tanti punti in comune con quello cristiano: il concetto di amicizia, il valore della comunità, l’attenzione verso gli emarginati come le donne e gli schiavi. E poi, conclude Lucrezio, Epicuro è stato il nostro vero dio. Caro Lucrezio - obietta allora Seneca – devi sapere che ogni volta che l’uomo ha messo sugli altari un altro uomo, ne sono seguiti mostri, fondamentalismi, ideologie totalitarie e sanguinarie. E se tutti gli uomini seguissero la vostra dottrina, non ci sarebbe futuro, senza religione, senza politica, senza matrimonio. Al che, Lucrezio, risponde che Seneca predica bene e razzola male, tant’è che ha praticato per tutta la vita la politica, arricchendosi, per finire poi a fare l’elogio della solitudine e del ritiro dalla vita pubblica. Ma se ne dicono ancora…

Un dialogo davvero bello, divertente e istruttivo che ripercorre l’intero pensiero dei due grandi filosofi dell’antichità. Scrive il prof. Dionigi: “Ogni volta che ti schieri per l’uno ti assale il dubbio che la ragione stia con l’altro: perché entrambi hanno scritto per noi e di noi. Icone della bigamia del nostro pensiero e della nostra anima”.



venerdì 15 marzo 2019

Malati di notizie



Da ragazzo vivevo in un piccolo paese del salernitano, dove ogni giorno un corriere portava  – presso la stessa bottega che vendeva pane, formaggi e altri generi alimentari – 4 copie di uno storico giornale, il “Roma”, che si stampava a Napoli: uno era per il sindaco, il secondo per il medico, il terzo per il parroco e l’altro per il maestro elementare del paese (che era stato anche il mio maestro), il quale, abitando vicino alla nostra casa, me lo cedeva subito dopo averlo letto. Provavo una grande gioia quando mi ritrovavo tra le mani quello strumento cartaceo, che mi proiettava nel mondo dell’informazione. La verità è che cominciavo ad avere fame di notizie in una realtà in cui le notizie, allora, viaggiavano ancora con estrema difficoltà, con lentezza. C’era la radio, la televisione era appena arrivata dalle nostre parti e non tutti ce l’avevano (ricordo che andavo a vederla in un bar o a casa di un amico) ed i giornali non erano ancora diffusi in maniera capillare su tutto il territorio.

Racconto questo episodio, legato alla mia giovinezza, per ribadire che ho vissuto personalmente un passaggio epocale: da un mondo avaro di notizie, ad un mondo in cui, letteralmente, le notizie abbondano e ci sommergono. E di fronte a questo profluvio di parole…parole, siamo diventati famelici e passivi, sfruttatori e succubi inermi. Parole roboanti ci assalgono appena “accendiamo” i mezzi di informazione di massa. Ogni giorno, sia la televisione che i giornali, sia internet che i social, riempiono la nostra testa di notizie, di immagini, di dati. E nella maggior parte dei casi non sono notizie allegre, non sono immagini esaltanti, non sono dati confortanti: raccontano di violenze, di scontri, di ingiustizie subite, di rapine, di sparatorie, di morti, di respingimenti…ma raccontano anche di fatti più leggeri, di pettegolezzi, di politica, di sport, di vite private spiattellate in pubblico…Quello che colpisce è che sia l’avvenimento importante che quello marginale, sia il fatto che andrebbe approfondito che quello su cui si potrebbe sorvolare, vengono presentati e dati in pasto al pubblico con la stessa enfasi, con la stessa drammaticità, con la stessa tensione emotiva. E direi, con la stessa spettacolarizzazione. Si, perché oggi la notizia, qualunque essa sia, deve essere imbellettata e confezionata in uno spettacolo condotto da un presentatore, dove c’è un pubblico che viene pagato per applaudire e degli “esperti” che non ti spiegano la notizia ma litigano tra di loro. Da semplici notizie, quelle che ci vendono, diventano schiamazzi, appelli, messaggi allarmistici, segnali di pericolo, missive che orientano comportamenti e mode.

Una informazione, per essere appetibile, deve apparire straordinaria, eccezionale. Deve essere esagerata. Ad esempio, se un politico non è d’accordo su quanto afferma un suo avversario di partito, immediatamente il giornalista televisivo di turno annuncia, visibilmente preoccupato, che è in atto “uno scontro durissimo tra le opposte fazioni”. Se un pazzo accoltella una persona, “l’uomo televisivo” non è soddisfatto se non ci ragguaglia sul numero delle coltellate inferte, commiserando “i tempi violenti in cui viviamo”. Come se questi delitti non fossero mai accaduti nel passato e, purtroppo, continueranno ancora nel futuro, almeno fino a quando l’uomo abiterà questa terra. Anche le notizie meteorologiche subiscono lo stesso speciale trattamento mediatico. Se in una normale giornata invernale piove a dirotto – come spesso succede da quando esiste il mondo – per chi si occupa di informazione si tratta di “ una spaventosa bomba d’acqua”; se in agosto il termometro sale (sarebbe straordinaria la notizia se facesse freddo), tutto il Paese è stretto “nella morsa del caldo”. Mi domando: a chi giova questo terrorismo psicologico?! Anche i giornali – che attualmente non se la passano tanto bene perché pochi li leggono – si prestano a questi giochi per accalappiare qualche lettore. Leggevo proprio l’altro giorno un titolo a caratteri cubitali, passando davanti ad un chiosco di giornali: “Ira d’Iddio”. Era successo che un calciatore della Juventus, un tale Ronaldo, aveva infilato tre palloni nella rete della squadra avversaria.

Quando troppi fatti premono contemporaneamente alle porte dell’informazione e reclamano di essere afferrati e capiti, la nostra testa va in tilt,  viene inesorabilmente oppressa e ferita. Le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti fisiologici oltre i quali sono destinate ad offuscarsi, per le eccessive stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Non abbiamo difese, e per non soccombere dovremmo abituarci a non prendere in considerazione ogni cosa che ci viene propinata, a saper distinguere le vere notizie da quelle false, a cercare momenti di “digiuno”, a inseguire pause creative che ci consentano di liberarci dalle troppe notizie. Senza aspettare che questa limitazione informativa arrivi dagli stessi mezzi che vivono di parole ed immagini. Però tutto sembra tramare contro queste pause rigenerative, soprattutto da quando sono stati catapultati nelle nostre esistenze i cosiddetti “social”. Li inseguiamo e ci facciamo inseguire, abbiamo bisogno di loro e corriamo verso di loro, così come un assetato nel deserto si precipita verso una fonte di acqua appena intravista: ma è solo un miraggio. Ne siamo fagocitati, siamo allo stesso tempo vittime e carnefici. Siccome ci abbeveriamo alle stesse fonti di conoscenza ed informazione, finiamo poi per parlare – quelle poche volte in cui ci troviamo a fare conversazione – degli stessi fatti che, a puntate, rimbalzano dalla televisione ai giornali, da internet ai social. Alcune notizie diventano, poi, dei “casi”: ce le portiamo dietro per mesi, per anni. Sono notizie che fanno sempre notizia. E alla lunga appaiono quasi astratte, immaginarie, surreali di cui però non possiamo farne a meno. Un contadino che viveva nel mio Cilento una cinquantina di anni fa, forse era molto più libero di noi: non era assillato e influenzato dalle notizie. Il suo pensiero non era veicolato dall’esterno, le sue parole non venivano forgiate dalla televisione, ma nascevano da conoscenze ed esperienze dirette. Quando incontrava un suo amico, i due si scambiavano esperienze di vita e di lavoro: ciò che diceva l’uno rappresentava quasi sempre una novità, un arricchimento per l’altro e viceversa. I fatti che raccontavano non erano imposti da un suggeritore: i mass media.

A questo punto qualcuno potrebbe dire, giustamente: e allora i blog? Cosa sono questi strumenti di scrittura se non moltiplicatori di parole e di notizie cotte e stracotte che vanno ad ingolfare un sistema già intasato? Come a dire che si contesta chi scarabocchia sui muri, salvo poi comportarsi alla stessa maniera scrivendo sullo stesso muro: “scemo chi scrive sul muro”. 

lunedì 11 marzo 2019

Poveri e semplici



Chi mi segue su questo blog avrà certamente notato che mi piace dissotterrare vecchi libri, che sembrano del tutto dimenticati dal mercato editoriale e dagli stessi lettori. Penso che certi autori del passato, morti da tempo, siano più vivi di tanti scrittori contemporanei. Questi libri - che spesso sono fuori catalogo e quindi non vengono più ristampati - io li trovo quasi sempre gironzolando tra i banchetti dei mercatini dell’usato. E’ il caso di “Poveri e semplici” di Anna Maria Ortese, romanzo che si aggiudicò il Premio Strega negli anni sessanta. Il titolo dell’opera è emblematico, perché rimanda alla difficile condizione socio-economica di alcuni giovani squattrinati i quali, animati da velleità artistiche e ideali social-comunisti, condividevano un appartamento nella Milano del dopoguerra. E’ un libro che presenta molti aspetti autobiografici, come un po’ tutti quelli scritti dalla Ortese. Ma la cosa che più fa riflettere è che questa condizione di ristrettezza economica, descritta nel romanzo, accompagnò sempre in vita la scrittrice, visto che morì in solitudine con un vitalizio statale (legge Bacchelli) che aiutava finanziariamente (forse ancora oggi) gli artisti in difficoltà.

I giovani protagonisti che ritroviamo in questo romanzo erano arrivati a Milano dal centro-sud della penisola, chi dalla Calabria, chi da Napoli, ma anche da Firenze, inseguendo un desiderio di riscatto sociale e personale. Non avendo ricevuto alcun aiuto dalla società o dalla famiglia né tantomeno dal destino, sbarcavano il lunario scrivendo e dipingendo. E si rifugiavano in queste attività culturali non per fare arte, come si potrebbe pensare, ma per manifestare la loro confusione e incertezza, la loro rabbia e voglia di cambiamento all’interno di una società alle prese con la ricostruzione post-bellica. Essi trascorrevano intere giornate a discutere - oltre che dei loro problemi quotidiani - di politica e di avvenire e di come sarebbe stata l’Italia e di cosa ci si attendeva dalla gioventù. Tra di loro c’era Bettina - voce narrante del libro  e alter ego della scrittrice - i cui genitori erano emigrati a Napoli dall’Abruzzo, la quale scriveva articoli, ma soprattutto racconti neo-realisti per una rivista letteraria, nei quali si sforzava di rappresentare quel mondo arcaico e mediterraneo da cui era fuggita. Il suo ideale era “lavorare per l’umanità” mediante il suo lavoro di scrittrice; era “collaborare alla pace e al miglioramento degli uomini”. Questo doveva essere, per lei, il compito principale degli scrittori. Ma il libro racconta anche un amore tormentato: quello tra la nostra protagonista, che si sentiva “proprio una nullità, almeno esteticamente” e un giovane e brillante giornalista, Gilliat, “di una bellezza assai dolce”. Le pagine che descrivono questa passione sono delicate e malinconiche, così come una sottile malinconia pervade tutta la narrazione. I sofferti sentimenti che si aggrovigliano nell’animo di Bettina generano pensieri struggenti… 

“No, a sposarmi non potevo pensare, non solo per la mia bruttezza (tale, pensavo, fosse l’insieme della mia figura), ma anche perché non trovavo nella mia natura nulla che provasse entusiasmo per una simile condizione. Mi pareva che là, in una casa coniugale (ammesso che mi fossi mai sposata), mi sarei annoiata terribilmente. Mi pareva poi che con qualsiasi uomo, dopo un po’, mi sarei annoiata. Mi pareva anzi, in un certo senso, che non esistessero neppure uomini. Io stavo bene sola, o pensando Gill, ascoltando la voce di Gill! Quel giornalista io lo amavo, lo amavo come nessun altro essere al mondo, ma per me egli era un angelo, una luce, era anche un silenzioso dolore, era tutto, ma mai lo avrei veduto come un uomo. L’idea sola che egli avesse potuto capire questi miei pensieri su lui, mi faceva star male. No, ciò che io desideravo più intensamente di tutto, era riavere una famiglia, tornare bambina nella casa di mio padre, risentire la dolce voce di mia madre! Ma ciò era impossibile, perché la mia casa era finita, e i miei genitori morti.”


lunedì 4 marzo 2019

Girovagando tra i miei libri

immagine presa dal web


Mi capita spesso, la sera - prima di cadere tra le braccia di Morfeo e dopo aver subito la razione quotidiana di rimbambimento televisivo  - di “girovagare” con lo sguardo tra i miei libri, alla ricerca di qualcosa che possa addolcirmi la serata. Mi ritrovo così  a leggiucchiare ora una pagina…ora una frase, a spizzicare belle parole di qua e di là traendone indicazioni e suggerimenti, insomma inizio una sorta di caccia al tesoro fra i ripiani della mia libreria che contengono, in bella confusione: libri alti e libri bassi, libri nuovi appena comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino dell’usato, testi con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la copertina bianca e con la copertina verde…gialla…rossa, libri belli e libri brutti, in edizione economica e in edizione rilegata,  parcheggiati in doppia fila… accovacciati di piatto davanti agli altri… accatastati gli uni sopra gli altri… da una parte gli autori italiani e dall’altra quelli stranieri, sopra i libri d’arte e sotto quelli di storia, in alto i libri di filosofia e in basso quelli di poesia e poi i romanzi, i saggi, l’attualità…E mentre vado curiosando tra quelle pagine scritte, mi giungono – da un televisore ancora acceso di là – voci ed immagini del solito, sconsolante e avvilente teatrino serale della politica: da Salvini a Di Maio (che litigano o fanno finta di litigare e stanno dappertutto)…da Renzi a Belusconi (che si somigliano sempre di più perché dicono le stesse cose da oltre vent’anni)…da Bersani a D’Alema a Casini (ancora loro??!!). Mi affido, allora, a quei volumi che fanno capolino dai ripiani ed alla forza immaginativa in essi racchiusa, affinché mi liberino da quelle irritanti facce televisive, così come un devoto credente si rivolge con la preghiera alla misericordia dei santi del paradiso, al fine di ottenere la sua grazia.

Il mio sguardo si posa, in quel momento, su quel romanzo a cui sono tanto affezionato, che sta sul ripiano in alto: l’ho letto più volte, sempre con rinnovato piacere. Sono dell’avviso che se ascoltiamo mille volte una canzone che ci piace, non possiamo non leggere, almeno due volte, lo stesso libro che pure ci piace. Lo prendo, lo sfoglio, mi soffermo su qualche antica sottolineatura (ho questo strano vizio…), a riprova della bellezza del pensiero colta durante la mia prima lettura. Mi colpisce, poi, una frase molto suggestiva, però non evidenziata, che mi conferma una cosa e cioè: un bel libro ha mille sfumature e per poterle afferrare tutte, bisogna leggerlo almeno una seconda volta e in tempi diversi. Mi capita tra le mani, poi, quel grosso volume che si trova nello scomparto dei libri in attesa di essere letti; do una scorsa alla quarta di copertina e poi salto all’interno…leggo qualche riga…lo chiudo, lo giro e rigiro tra le mani come a volerlo soppesare: non è ancora giunto il suo momento, e mi domando perché. Ma non so trovare una risposta. Anche i libri hanno i loro tempi di lettura e non dobbiamo avere fretta. Ma ecco che mi lascio subito coinvolgere, ancora una volta, da quel titolo così stimolante che mi spinse, tempo fa, ad acquistarlo. E’ proprio vero, se non conosciamo l’autore ci lasciamo lusingare da una bella copertina o da quelle poche allettanti parole che costituiscono il titolo: veri specchietti per le allodole. E sapeste, poi, la gioia che provo quando scorgo, sul ripiano in basso, quel saggio in formato tascabile di poco meno di cento pagine, che non riuscivo più a trovare. Eccolo scovato, finalmente! Con le sue piccole dimensioni sembrava quasi volersi nascondere, invece era stato praticamente schiacciato, a mò di sandwich, da due grossi volumi impilati ai suoi fianchi. Lo libero, lo sfoglio con piacere e vado diritto su quella frase che mi aveva colpito la prima volta che lo lessi. Me ne delizio ancora. Tiro fuori, poi, un libro dalle pagine ingiallite di cui me n’ero proprio dimenticato. Mi riporta indietro nel tempo, agli anni della mia giovinezza: credo di averlo letto ai tempi del liceo. Lo guardo con dolce malinconia; lo annuso: sprigiona quell’inconfondibile profumo tipico dei libri invecchiati, un misto di vaniglia, mandorla e cannella. Un vero piacere olfattivo per chi ama ancora i libri cartacei. Ma anche un piacere tangibile che nasce sia dal toccare e dallo sfogliare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, che dal sottolineare con una matita un pensiero che ci piace. Pare che con l’avvento del digitale i libri cartacei siano destinati a sparire. La cosa non mi preoccupa affatto perché mi bastano questi libri “vecchia maniera” allineati sugli scaffali, comprati in tempi non sospetti, libri che mi permetteranno di trascorrere gli anni a venire in piacevole e dolce compagnia. Lascio questi pensieri per riprendere la mia esplorazione tra i ripiani della libreria.  Ed eccolo, un po’ dietro, quasi nascosto, quel classico della letteratura che descrive una delle mie sconfitte; ho cominciato a leggerlo, devo dire con fatica, poi l’ho abbandonato, quindi l’ho ripreso di nuovo: niente da fare, non sono riuscito a portare a termine la lettura. Lo guardo sconsolato, lo sfoglio di nuovo quasi a voler cercare tra quelle pagine indigeste i segni di una improbabile giustificazione. Lo ripongo di nuovo al suo posto. Subito dopo mi trattengo con qualche pagina di un libro che, meglio degli altri, si presta ad essere letto anche aprendolo a caso: “Lettere a Lucilio” di Seneca. Il grande filosofo romano così scriveva, nella lettera n. 2, a quel suo amico di Pompei: “…leggi sempre i migliori autori e, se talvolta vuoi passare ad altri, torna poi ai primi. Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per sopportare la povertà e per affrontare la morte e tutte le altre sventure umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”

lunedì 25 febbraio 2019

Il lavoro culturale



Non credo che nel panorama letterario attuale esista un personaggio paragonabile allo scrittore Luciano Bianciardi, per la sua radicale autonomia intellettuale, per il suo atteggiamento antiaccademico. Nato a Grosseto nel 1922 e morto a Milano a soli 49 anni, di idee anarchico-socialiste, anticonformista, Bianciardi può essere considerato uno dei più appassionati fustigatori dei mali della società dei consumi e della modernità. Tuttavia è un autore poco letto, ingiustamente dimenticato. Da acuto e critico osservatore del suo tempo, a distanza di oltre sessant’anni, racconta quel che siamo oggi. Penso che si avvicini molto al pensiero di Pasolini (suo coetaneo), e che la sua prosa, sferzante ed ironica, somigli a quella di un altro grande scrittore del nostro Novecento: Ennio Flaiano. Di Bianciardi hanno scritto che è stato il primo “arrabbiato” che si incontri nella letteratura italiana del dopoguerra ed anche uno  dei pochi scrittori italiani ad avere intuito in quale voragine stesse precipitando il Paese, frastornato dal cosiddetto boom economico. Nei suoi libri – in primis in quello più conosciuto, “La vita agra” - ritroviamo tutti quei temi che verranno poi ripresi dai giovani contestatori degli anni successivi allo sviluppo economico: l’alienazione dell’individuo nella società moderna, la solitudine delle folle metropolitane, l’inquinamento ambientale, la ripetitività del lavoro d’ufficio, l’omologazione del pensiero. Chissà oggi cosa avrebbe scritto sulla nostra attuale società di massa, prigioniera dei social network e delle sue tante deviazioni! Chissà cosa avrebbe pensato dell’intelligenza artificiale che avanza in sostituzione di quella umana! Oggi ci vorrebbe davvero un intellettuale alla Bianciardi, fedele a se stesso, colto e svincolato dalle consorterie accademiche, che facesse sentire la sua voce arrabbiata e tagliente sui tempi che viviamo. Ma non ne vedo molti in giro. I nostri “intellettuali” sono troppo impegnati a promuovere se stessi nei vari programmi televisivi.

Con “Il lavoro culturale” - il suo primo libro che è una sorta di breve romanzo-saggio, scritto nel 1957 – Bianciardi affronta, in chiave autobiografica e con sottile ironia, l’annosa questione dei rapporti tra la politica e la cultura, quest’ultima da sempre volano di crescita delle giovani generazioni. Le vicende narrate toccano quel particolare periodo storico che va dall’immediato dopoguerra fino agli anni cinquanta/sessanta. Gli anni in cui l’Italia cercava di riprendersi, da un punto di vista economico oltre che culturale, dai danni subiti nel corso del secondo conflitto mondiale.  Protagonista e voce narrante del libro è un giovane antifascista (Luciano, alter ego dello scrittore) che vive in una cittadina della toscana (Grosseto), il quale, insieme al fratello Marcello (che incarna l’intellettuale candido e disincantato), è deciso a rompere con la tradizione e con la “sterile erudizione” del passato ed a rifare tutto daccapo. Una sorta di rivoluzione culturale che sarebbe dovuta partire proprio dalla provincia, “la nostra provincia”, come la chiama il protagonista. Ma la cultura non doveva essere una cosa astratta e lontana, scollegata dal contesto, ma vicina agli uomini, perché “non ha senso se non ci aiuta a capire gli altri, a soccorrere gli altri, ad evitare il male”.  “Uno scrittore – dice il protagonista del libro - dovrebbe vivere in provincia…perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Con uno stile ironico e graffiante, Bianciardi disegna uno spaccato di quel miscuglio sociale e culturale in cui si dibatteva la sua cittadina di provincia, metafora di un mondo molto più vasto, agli albori della modernizzazione e del miracolo economico. La sua satira si scaglia contro l’ottusità dei partiti e la limitatezza dei burocrati della Capitale, i quali, interpellati per avere un sostegno alle iniziative culturali intraprese, finivano sempre per soffocarle annullando gli sforzi compiuti. E per il nostro personaggio non restava che la rassegnazione e, quindi, la forzata integrazione in un sistema chiuso e gretto di vita provinciale, che non permetteva alcun miglioramento. Era il fallimento di un ideale, veniva meno quel sogno, da sempre coltivato dai giovani oppositori dello status quo, di cambiare con la cultura un intero paese.  Un libro che, viste le condizioni socio-culturali in cui si dibatte la nostra società, appare ancora quanto mai attuale.