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venerdì 12 agosto 2016

I luoghi dello spirito: la Certosa di Padula



Lo confesso: i monasteri hanno sempre esercitato su di me un fascino misterioso, direi quasi una straordinaria e indefinibile attrazione. Li percepisco come i veri luoghi dello spirito, del silenzio e della meditazione. Sarà perché il rumore, la confusione, il degrado e la massificazione dei comportamenti che regnano nei posti in cui vivo abitualmente hanno ormai raggiunto livelli insopportabili, fatto sta che a volte avverto uno strano desiderio: rifugiarmi, come una sorta di monaco laico, tra le mura di uno dei tanti monasteri presenti sul nostro territorio. E se proprio dovessi sceglierne uno, da buon cilentano, non avrei alcun dubbio: la certosa di Padula, detta anche di San Lorenzo, in provincia di Salerno. “Qui c’è la pace sicura, di qui l’ingresso al cielo, rimani qui tranquillo, ti attende la vera pace”. E’ la scritta che domina il portale di accesso al chiostro di questo imponente e sontuoso complesso monumentale, credo il più grande d’Italia con oltre 50.000 metri quadri fra ambienti coperti, cortili, chiostri e giardini. Fu eretto nel 1306 - quale centro politico e religioso del Meridione - dal principe Tommaso II Sanseverino, appartenente ad una delle più blasonate famiglie del Regno di Napoli. E’ un autentico capolavoro urbanistico i cui spazi sono regolati da criteri estetici e funzionali davvero straordinari, nel rispetto rigoroso degli equilibri gerarchici propri di una abbazia e dei simboli cui fanno riferimento.

Semplicità e splendore, magnificenza e rigore convivono sapientemente in questo monastero-città, costruito per ospitare raffinati certosini provenienti dal fior fiore delle famiglie nobili del tempo, la cui suprema aspirazione era quella di dedicarsi all’ozio ed alla contemplazione, alla preghiera ed al lavoro della terra. Senza dimenticare che i certosini volevano anche stupire gli ospiti illustri che non disdegnavano un soggiorno in questo centro religioso. E allora pensarono ad una superba struttura architettonica in cui all’umiltà della vita monastica si contrapponesse la ricchezza degli ambienti architettonici. Cosicché al decoro spartano delle 34 celle presenti nel monastero, ognuna delle quali ha il suo giardino e la sua vasca piena d’acqua, dove i monaci in pieno isolamento trascorrevano la loro vita fatta di preghiera, meditazione e lavoro, si rispondeva con lo sfarzo del salone delle feste (il refettorio) con il pavimento di marmi policromi intarsiati, dove i monaci mangiavano in occasione di alcune particolari ricorrenze. E poi la magnificenza della chiesa a navata unica ricca di decorazioni tipiche del barocco napoletano, di stucchi dorati, di pavimenti maiolicati e altari e cappelle marmoree e con la monumentale porta d’ingresso trecentesca in cedro del Libano. Suggestivi sono i tre chiostri, dove “chiuso e aperto” convivono in splendida armonia, in particolare il Chiostro Grande che non ha eguali al mondo per le sue misure (104 x 150 m.), su cui affacciano le celle dei monaci, al centro del quale si erge una maestosa fontana barocca del 1640.
 
Caratteristica la cucina, con la sua grande cappa posta al centro, costellata di maioliche di Vietri sul Mare, gialle e verdi. Secondo la leggenda qui fu preparata la famosa frittata con mille uova in onore del re Carlo V d’Asburgo. Splendido appare l’ appartamento del Priore formato da dieci sale (ospita il museo provinciale della Lucania) che si apre su un bellissimo chiostro rettangolare del XVIII secolo. Non poteva mancare la biblioteca contenente alcuni testi rari, raggiungibile al primo piano del Chiostro Grande attraverso un grandioso scalone ellittico di 38 scalini, vero e proprio miracolo ingegneristico, chiuso all’esterno da una torre ottagonale. E per finire i meravigliosi giardini che si estendono intorno al complesso monumentale con le loro essenze profumate. Si eleva su tutti il Desertum, giardino all’italiana del Settecento, un tempo coltivato ad ulivi, usato dai monaci di clausura durante le loro uscite esterne.
Un visitatore del passato ebbe a dire: “una prigione d’oro per reclusi snob”.

martedì 2 agosto 2016

Sartre e Abbagnano: nausea e saggezza





Penso che nessuno meglio del filosofo Jean-Paul Sartre, che aveva vissuto la nausea, avrebbe potuto tradurre tale condizione psicologica in un’opera letteraria. Ho letto la prima volta “La nausea” (Einaudi Editore) negli anni ormai lontani del liceo, quando ancora la mia formazione culturale non solo non  era ben definita ma non era stata ancora influenzata ed arricchita da altre opere che sarebbero arrivate copiose in seguito. La molla che mi ha spinto a riprenderlo una seconda volta è stata, probabilmente, la lettura de “La saggezza della vita” di Nicola Abbagnano (Rusconi Editore), un libro completamente diverso che avevo appena terminato di leggere, un libro che ispira fiducia, che trasmette utili insegnamenti per vivere una vita serena o quantomeno accettabile, in antitesi al messaggio poco ottimistico che si può trovare, invece, in Sartre.
 

Devo dire che l’interesse che mi spinge  a rileggere un libro, o anche a comprarne uno nuovo, nasce spesso da qualche “riferimento” legato al testo precedente. E i due libri sopra menzionati, seppure diversi nella trattazione e nell’intendimento letterario degli autori, secondo me sono comunque legati dalla stessa tematica: la condizione esistenziale dell’uomo moderno. “La saggezza della vita”, intravede nell’esistenza degli uomini momenti di serenità e felicità, invece “La nausea” non vi trova che delusione, scoramento e frustrazione. I due grandi filosofi, Abbagnano e Sartre, sono i degni rappresentanti dell’esistenzialismo filosofico, ma mentre il primo denota un approccio positivo e ottimista nei confronti della vita, il secondo esprime un pensiero alquanto pessimista sui diversi momenti dell’esistenza umana.

“La Nausea” di Sartre non è un romanzo nell’accezione autentica del termine, in quanto non presenta un chiaro evento narrativo, non rispecchia i canoni tradizionali della narrazione collegati ad una storia con un’origine ed una fine; appare, piuttosto, come una sorta di diario filosofico del protagonista il quale, esaminando le ragioni della propria esistenza e rispecchiandosi nel mondo che lo circonda, si sente avvolgere inesorabilmente dalla nausea. E’ un tipo introverso, il protagonista del libro, che vive appartato nella stanza di un albergo, esce per fare solitarie passeggiate, spesso di notte, frequenta qualche bar senza legare mai con nessuno e ogni tanto si porta a letto la figlia della padrona del ristorante dove consuma i suoi pasti. Scopre, giorno dopo giorno, che la vita è vuota, assurda, priva di senso e senza alcuna speranza: egli esiste come una cosa, come tutte le cose che lo circondano. E tutto ciò gli provoca nausea, così come prova nausea nell’osservare gli abitanti della città in cui vive alle prese con i riti quotidiani del vivere: il lavoro, il ritorno a casa, gli affetti familiari, la passeggiata domenicale, quella normalità che li fa sentire vivi e normali, ma che a lui provoca solo disgusto.

Ma per Nicola Abbagnano la vita dell’uomo non può reggersi e continuare senza un minimo di saggezza. E solo la saggezza può “trattenere l’uomo dal distruggersi con le sue stesse mani, dall’abbassarsi al livello bestiale, dal disperdersi nella noia e nella disperazione”.
Due libri, due visioni del mondo, due modi diversi di affrontare la vita: esistenzialismo positivo contro esistenzialismo negativo, saggezza contro nausea. Con la speranza, per quanto mi riguarda, che la prima condizione possa prevalere sulla seconda.
 

venerdì 22 luglio 2016

A Milano non fa freddo


Chi non ricorda quella scena memorabile del film “Totò, Peppino e la malafemmina” in cui i due grandi attori napoletani, nei panni di due fratelli,  arrivano nella stazione di Milano - in piena estate – entrambi intabarrati in un cappotto con il collo di pelliccia, colbacco e stivali da neve, convinti che nel capoluogo lombardo faccia sempre freddo, a prescindere dalla stagione. “Ma si può sapere che c’hanno da ridere ?”, dice Peppino osservando gli altri viaggiatori che sghignazzavano al loro passaggio. E Totò di rimando: “Ti sei mai visto in uno specchio? Tu vestito da milanese sei ridicolo”

 
 
Nel leggere il libro di Giuseppe Marotta “A Milano non fa freddo” (edizione Bompiani), non potevo non ricordarmi di quelle celebri immagini cinematografiche, capaci di ironizzare su una vecchia credenza popolare. Per gli emigranti che partivano soprattutto dal sud dell’Italia in cerca di fortuna e di lavoro, Milano era per antonomasia la città del freddo e della nebbia, dello spaesamento e dell’estraneità. Il freddo, per chi proveniva dai paesi caldi e luminosi del Mezzogiorno d'Italia, era quasi sinonimo di ostilità. E ostili dovevano apparire i suoi abitanti che parlavano una lingua a volte incomprensibile per chi conosceva solo il dialetto del paese di provenienza. Il libro di Marotta “A Milano non fa freddo” sembra sfatare  tale leggenda. E non solo nel titolo.
E’ una raccolta di brevi racconti in chiave autobiografica, velati a volte di soffusa e struggente malinconia, dedicati alla città che accolse lo scrittore partenopeo, nato a Napoli nel 1902. Egli infatti si trasferì a Milano nel 1925, all’età di 23 anni, per intraprendere la carriera di giornalista e scrittore. Aveva saputo che proprio a Milano “esisteva un professionismo giornalistico e letterario”. E questi brevi scritti, ognuno dei quali porta un titolo, non sono altro che brandelli di vita, paesaggi dell’anima; sono ricordi di avvenimenti accaduti o evocati che sembrano distendersi sulle ali della nostalgia; sono descrizioni amare e poetiche di una Milano che non esiste più.  “Gli uomini della mia specie – scrive Marotta nel suo libro – periscono in qualsiasi impresa che non sia quella di allineare parole sulla carta: tutto ciò che avrei potuto e dovuto fare nella vita io l’ho scritto o lo scriverò un giorno o l’altro; dubiterei della mia esistenza se, bene o male, non la vedessi stampata sui giornali e nei libri; nessuno sa che vorrei scrivere meglio al solo scopo di vivere meglio”. E chi poteva offrirgli la possibilità di scrivere meglio per vivere meglio se non Milano? Ecco allora che il capoluogo meneghino, nonostante le sue difficoltà e le sue contraddizioni, diventa il paese dove non fa freddo, ospitale e disponibile perché sa accogliere chi vi arriva e chi vi soggiorna.

martedì 12 luglio 2016

Il quartiere: luogo dell'anima



Avevo sentito parlare tante volte di Vasco Pratolini, ma non avevo ancora avuto l'occasione per leggere questo bravissimo autore, nato a Firenze nel 1913 e morto a Roma nel 1991. Ho colmato questa mia lacuna – diciamo così - attraverso la lettura de “Il Quartiere” che, pur non essendo il suo libro più importante, riveste tuttavia una sua rilevanza letteraria in quanto abbraccia quella tematica tanto cara allo scrittore fiorentino: i giovani e la loro difficile condizione sociale ed economica, appartenenti alle classi sociali più umili, colti nel passaggio cruciale dall’adolescenza alla giovinezza ed alle prese con i loro sentimenti ancora acerbi. E sono sentimenti semplici ed eterni come l’acqua che sgorga dalla fontana dissetandoli, senza che possano percepirne il sapore, o come il pane di cui si nutrono senza conoscerne la composizione.
La storia non è lineare e non è facile poterne riassumere la trama perché tanti sono gli episodi, gli amori, le amicizie che si intrecciano e si disfano in quel luogo corale di affetti e di esperienze comuni che è il quartiere. Eugenio Montale, all’uscita dell’opera, lo definì “un romanzo di ragazzi, e non per ragazzi”. La voce narrante del romanzo è quella di Valerio – che si definisce uno scrittore – che ama Luciana (o meglio, lui lo crede e lo spera), però gli piace anche Marisa, la quale aveva già avuto diversi fidanzati, a cui fa la corte Carlo, il più cattivo del gruppo, tant’è che irride la timidezza di Valerio. Maria, la sorella di Arrigo, che era stata per diverso tempo il pensiero peccaminoso di Valerio, si sposerà con Giorgio, il più grande del gruppo, mentre Arrigo convolerà a giuste nozze con Luciana. Poi incontriamo Gino…Olga…Berto…e tanti altri. Una comunità di ragazzi che viveva nel quartiere di Santa Croce a Firenze, negli anni in cui il Fascismo non lasciava molto spazio alla libertà e alle iniziative di nessuno. Erano figli di operai, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici che abitavano in case buie, umide e fredde d’inverno, ma pulite ed in ordine. La loro vita si svolgeva nelle strade e nelle piazze del quartiere. Divisi in gruppi, secondo le amicizie, le affinità, le occasioni, sognavano una esistenza migliore, resistendo nella propria casa e nel proprio quartiere, contenti di essere amici. “Eravamo creature comuni – dice uno dei personaggi del libro - ci bastava un gesto per sollevarci collera o amore. La nostra vita scorreva su quelle strade e piazze come nell’alveo di un fiume (…) Avevamo imparato a fare un viluppo dei nostri affetti, intrecciati l’uno all’altro da privati rancori, da private dedizioni”.

Un romanzo che si legge velocemente, scritto con una prosa fluida e vivace, a volte velato di leggera malinconia. E’ l’affresco di un microcosmo che non esiste più, rappresentativo di una generazione molto diversa da quella attuale i cui componenti, tra dubbi, certezze e contraddizioni,  pur vivendo in un’epoca in cui le ristrettezze economiche, la guerra e le difficoltà costituivano pane quotidiano, tuttavia non disperavano. E visti i tempi particolarmente complicati che oggi  si ritrovano a vivere i nostri giovani – tempi forse meno bui di quelli che furono – direi che “Il quartiere” può essere letto come un inno alla speranza.

martedì 5 luglio 2016

La solitudine della città



Esiste un vecchio pregiudizio duro a morire, secondo cui  chi oggi sceglie di vivere in maniera poco “visibile”, in una condizione di solitudine – direi quasi da eremita - chi non si fa vedere in giro e sceglie il silenzio al rumore, i ritmi più lenti alla vita frenetica, sia da considerare un misantropo, uno poco portato ai rapporti interpersonali ed alle amicizie. E’ un’idea davvero bislacca pensare che una persona che si ritiri in campagna - e quindi al di fuori di un contesto urbano – abbia necessariamente un carattere introverso e poco incline alla socialità, al divertimento, al confronto con gli altri. Come se la sola presenza di una moltitudine di persone in un determinato posto possa, come per incanto, garantire felicità e conoscenze. Secondo Leopardi il vero misantropo non è colui che si isola dal mondo, ma chi invece vive tra gli uomini. Infatti così scriveva: “Chi pratica poco cogli uomini, difficilmente è misantropo. I veri misantropi non si trovano nella solitudine, si trovano nel mondo. Lodan quella, si bene; ma vivono in questo. E se un che sia tale si ritira dal mondo, perde la misantropia nella solitudine”.

Sapeste quante volte mi sono trovato a passeggiare in una qualsiasi strada superaffollata del centro di Roma e sentirmi completamente isolato ed abbandonato, attanagliato da una sorta di solitudine angosciante! E sapeste, invece, quante altre volte mi è capitato di trovarmi da solo nella mia campagna, nel Cilento, o di passeggiare lungo una stradina appartata di paese, e non sentirmi mai solo, non avvertire quello strano isolamento che percepisco girando tra la folla anonima di una città durante un pomeriggio di una qualsiasi domenica. E che dire, poi, di quei vecchietti di città che trascorrono le loro lunghe giornate seduti su una panchina all’interno di qualche prato spelacchiato di periferia, tormentati dalle macchine, dallo smog, nascosti dagli enormi cartelloni pubblicitari che tolgono loro anche la poca aria che respirano. Che pena mi fanno, quanta tristezza mi procura una simile visione! Eppure, la stessa immagine di vecchiaia, le stesse persone anziane sedute a chiacchierare sul sagrato della chiesetta del loro paese, mi trasmettono altri sentimenti, altre sensazioni. E sono sensazioni di serenità e di tranquillità.

Direi che è fondamentale il contesto in cui avvengono e maturano i rapporti umani, in cui si manifestano le relazioni sociali, gli incontri ed il confronto con gli altri. Salutare uno sconosciuto che incroci mentre percorri in bicicletta un viottolo di paese, non è come incontrare il tuo simile su un autobus affollato nell’ora di punta: nel primo caso avverti sentimenti di amicizia e di solidarietà nei suoi confronti, nel secondo, invece, scopri amaramente di detestarlo perché è attaccato a te come una sardina in scatola, non ti fa viaggiare comodo e ti dà fastidio. A volte ho l’impressione che la città mi allontani dagli uomini e che la campagna, al contrario, mi avvicini ad essi.

domenica 26 giugno 2016

Le virtù della classe dirigente


Proprio oggi “Il Fatto Quotidiano” ha chiesto ad alcuni opinionisti cosa pensassero dei 5 Stelle e cosa servisse loro per poter amministrare bene il Paese. Tra i tanti interpellati, mi piace qui riportare quello che ha detto il sociologo Domenico De Masi il quale, dall’alto della sua straordinaria lungimiranza – tra il serio e il faceto - fa riflettere amaramente sulle peculiarità della classe dirigente italiana.

“Diciamolo subito: - dice De Masi - i 5 Stelle non sono pronti a governare. Per essere classe dirigente prima di tutto ci vuole la faccia giusta: quella rapace di La Russa, quella greve di Salvini, quella stitica di Monti, quella paracula di Mastella. A paragone, quelle di Appendino o della Raggi sembrano facce di cresimande. E, comunque, la faccia non basta. Per essere classe dirigente ci vuole anche la parola alata di Vendola, quella sibillina di Moro, quella cafona di De Luca. E, dietro le parole, ci vogliono le idee: quelle sgangherate di Alfano, quelle perfide di Ichino, quelle variopinte di Gasparri. Insomma, per diventare classe dirigente occorre l’ingenuo candore di Andreotti e l’adolescenziale stupore di Scajola, la santità di Previti e la trasparenza di Gianni Letta, il giovanile coraggio di Napolitano, la pluridecennale esperienza governativa della Boschi e la specchiata onestà di Ciancimino. I 5 Stelle non hanno nessuna di queste virtù. Con quale faccia tosta possono pretendere il governo di un Paese come l’Italia?”

Domenico De Masi (Il Fatto Quotidiano)

martedì 21 giugno 2016

Quando la musica e l’immaginazione si sostituiscono alla vita



Ambientato in un orfanotrofio della Venezia di inizio ‘700 (attualmente conosciuto con il nome di Santa Maria della Pietà), dove venivano ospitate le ragazze senza famiglia, il libro “Stabat mater” (Einaudi Editore) dello scrittore veneziano Tiziano Scarpa – che si è aggiudicato il Premio Strega nel 2009 – racconta la commovente e intensa vicenda umana ed esistenziale di una di queste povere ragazze. Lei si chiama Cecilia ed ha 16 anni. Di giorno suona magistralmente il violino e tutte le notti, non riuscendo a dormire, si alza e di nascosto - dopo aver raggiunto un posto segreto dell’antico palazzo - scrive lunghe e strazianti lettere alla madre che non ha mai conosciuto. Le manifesta così le sue passioni, le sue paure, i suoi tormenti più intimi, le sue speranze. E la madre diventa la sua segreta confidente. La sua unica e più affidabile amica.

E’ un libro da cui traspare solitudine mista a poesia. Se è vero che l’arte poetica spesso nasce dalla sofferenza del suo autore, devo dire che la protagonista di “Stabat mater” riesce a sublimare il suo dolore in un autentico canto poetico in onore di quella madre che può solo immaginare. “Signora madre”, scrive la protagonista in una delle sue tante lettere “vi scrivo in continuazione per farvi sentire quanto non esistete… Io non so nulla di voi. Non so perché mi avete abbandonata qui, sedici anni fa. Forse siete morta mentre nascevo, siete morta di parto e qualcuno mi ha portata qui, invece di lasciarmi morire accanto a voi...” . Cecilia trascorre tutte le notti in quel modo, fin da quando era piccolissima. La sua insonnia è diventata una parte vitale di se stessa, tant’è che non potrebbe continuare a vivere senza quell’appuntamento notturno con i suoi fantasmi.

E’ un mondo chiuso, immobile, apparentemente senza speranza quello che svela il romanzo di Tiziano Scarpa, un mondo scandito dalle abitudini dell’orfanotrofio che servono a lusingare gli animi che non hanno altre gioie cui aggrapparsi. Un mondo fatto di privazioni, dove prevalgono ed assumono importanza le parole scritte e la musica, piuttosto che i fatti concreti dell’esistenza. Ma la musica, di cui si nutrono le ragazze dietro le sbarre senza poter mostrare a nessuno il proprio volto, a volte appare sterile e ripetitiva, priva di qualsiasi visione migliorativa. E poi c’è la misteriosa bellezza di queste adolescenti sulla soglia della maturità - resa ancora più impenetrabile dalla tormentata clausura - che si può solo immaginare. “Spargiamo bellezza nell’aria – dice Cecilia - e la menzogna della musica maschera la nostra afflizione”. Quindi la musica, da espressione artistica e creativa che libera gli animi, diventa una sorta di maschera ingannevole buona solo a coprire ulteriormente i loro corpi, che già non si possono guardare e non esistono per gli altri. Così come non esiste nella realtà quella madre a cui la protagonista si rivolge tutte le sere attraverso le sue lettere, quasi per ottenere da lei un conforto, un aiuto, una carezza. Il mondo reale si contrappone a quello dell’immaginazione in cui sembrano sommerse le giovani donne; “per avere sentore concreto del mio corpo” - scrive ancora Cecilia - “sono ridotta a immaginare che gli altri mi immaginano. Riesco a prendere possesso di me soltanto se penso che qualcun altro mi pensa”. E allora arriva addirittura a fantasticare e a desiderare un giovane buono e ricco che venga a prenderla, a liberarla da quella schiavitù. Ma ci si può innamorare di un volto che nasce dall’immaginazione, reso bello ed attraente solo dalla musica che sa esprimere? Ci si può infatuare di un fantasma? Per Cecilia, un filo di speranza sembra entrare nell’orfanotrofio il giorno in cui arriva un nuovo maestro di violino: è il grande Antonio Vivaldi, detto il “prete rosso” per il colore dei capelli. La musica, allora, può finalmente assumere un significato più alto, può innalzare ancora di più lo spirito delle allieve. Ma la musica, per quanto possa essere sublime, non può comunque sostituirsi alla vita.

domenica 12 giugno 2016

Quando non esisteva il cellulare...



Quando non esisteva il cellulare, c’era ancora la privacy, e se avevi la necessità di fare urgentemente una telefonata fuori casa, le solide porte a fisarmonica di una cabina telefonica ti proteggevano da occhi e orecchie indiscrete;
quando non esisteva il cellulare, un momento per staccare dal lavoro si trovava sempre, a pranzo si poteva finalmente chiacchierare con chi ti stava seduto accanto, nessuno ti poteva disturbare al mare o il giorno del matrimonio di tuo figlio;

quando non esisteva il cellulare, era ancora possibile ascoltare quel rigenerante e rispettoso silenzio di fondo nei ristoranti, nei bar, sui treni, sugli autobus, negli ascensori, ai funerali, nelle sale di attesa;

quando non esisteva il cellulare, nessuno ti poteva controllare, pedinare, spiare, seguire passo dopo passo;

quando non esisteva il cellulare, si poteva leggere in santa pace nello scompartimento di un treno, tanto la signora che ti sedeva di fronte si addormentava subito a bocca aperta;
quando non esisteva il cellulare, guardavi sempre con commiserazione quel povero matto che per strada gesticolava e parlava da solo ad alta voce;

quando non esisteva il cellulare, era facile incontrare sui mezzi pubblici qualcuno che leggeva un libro, sfogliava un giornale o chiacchierava col vicino;
quando non esisteva il cellulare, la gente era meno ansiosa perché non doveva fare uno squillo ad ogni passo;

quando non esisteva il cellulare, nessuno ancora era affetto dalla sindrome da macchina fotografica;
quando non esisteva il cellulare, nessuno ancora immaginava che un giorno un piccolo strumento potesse diventare la peggiore tra le schiavitù;

quando non esisteva il cellulare, l’idiota non era facilmente riconoscibile perché non parlava;
quando non esisteva il cellulare…

mercoledì 8 giugno 2016

Passione e delitto in una Sicilia crudele



Il romanzo verista nacque e si sviluppò in Italia nella seconda metà dell’Ottocento, sull’esempio del naturalismo francese. Può essere letto come una sorta di strumento di analisi sociale che si ispira al mondo reale e che racconta, innanzitutto, vicende legate alle difficili condizioni di vita delle classi più umili del Mezzogiorno d’Italia. Gli scrittori siciliani Luigi Capuana, Giovanni Verga e Federico de Roberto sono considerati i maggiori interpreti del verismo italiano. In particolare il Capuana, utilizzando una sottile e profonda analisi introspettiva dei suoi personaggi, scruta le inquietudini, le ossessioni e le paure da cui gli stessi sono tormentati e racconta storie realmente accadute o comunque legate in qualche maniera a luoghi e realtà del territorio siciliano.
“Il marchese di Roccaverdina”, pubblicato nel 1901, è da tutti considerato il suo autentico e indiscusso capolavoro letterario. Un libro che (ahimè!) non avevo letto e di cui portavo solo lontani ricordi scolastici legati, appunto, allo studio del verismo italiano. Credo che il testo sia fuori produzione e, pertanto, non me lo sono lasciato sfuggire quando l’ho intravisto (un po’ ingiallito) sui banchetti di un mercatino dell’usato, nella prima edizione edita da Garzanti nel 1970. E devo dire che - a lettura ultimata - il mio giudizio sull’opera resta decisamente positivo. Lo consiglio, pertanto, agli amanti della buona letteratura, anche se non è mia abitudine dare suggerimenti per gli acquisti. Sempre che riusciate a trovarlo, naturalmente!

Il protagonista del romanzo è un aristocratico proprietario terriero che vive in solitudine, arroccato nel suo vecchio palazzo sulle pendici di un paesino nella Sicilia di fine Ottocento. Viene accudito come un figlio, da più di quarant’anni, da una vecchia nutrice che lui chiama affettuosamente mamma Grazia. Gli fa spesso visita il suo avvocato, Don Aquilante, “che pretendeva di vedere gli spiriti e di parlare con loro”, a cui affida tutte le sue liti e tutti i suoi affari. E poi di tanto in tanto viene a trovarlo il cavalier Pergola, suo cugino, “il baldo bestemmiatore, il feroce odiatore d’ogni religione e dei preti” che gli prestava qualcuno dei suoi libri proibiti che lui legge “per fortificarsi, quando i suoi convincimenti vacillavano”; e poi  non mancano le visite dello zio don Tindaro, fiero della sua collezione di vasi antichi e di statuette e di Don Silvio, il prete del paese, custode di un terribile segreto. Il marchese ama comandare ed essere ubbidito, ed ama in maniera quasi viscerale le sue terre  ma non i contadini che le lavorano, da lui trattati come schiavi. Ha in mente grandi progetti agrari che vuole attuare sfruttando i suoi possedimenti terrieri.
I guai esistenziali ed i tormenti interiori di questo signorotto iniziano il giorno in cui decide - con un vero e proprio atto di forza che scaturisce dal suo potere - di far sposare la bella e fedele donna di servizio (Agrippina Solmo) -  sua amante da oltre dieci anni - al devoto fattore (Rocco Criscione), il quale si impegna sotto giuramento a trattarla come una sorella e quindi ad essere suo marito soltanto di nome e non di fatto. Antonio Schiradi, marchese di Roccaverdina, con questo espediente – pur continuando ad avere a sua disposizione la giovane amante - intendeva salvare le apparenze e porre fine ai mugugni dei suoi familiari, i quali temevano che potesse sposarla infrangendo così quella regola sociale secondo cui un uomo del suo rango non doveva né poteva sposare una donna di umili condizioni. Ma il sospetto che i due non mantengano i patti comincia ad infiltrarsi nell’animo del marchese ed a corrodere inesorabilmente la sua mente. Egli, pensando all’infame tradimento che quei due ingrati e spergiuri gli avevano fatto o stavano per fargli, all’improvviso si sente sfuggire di mano la situazione e un pensiero fisso inizia a ribollire nel suo cervello offuscandogli la ragione. E quando crede, in base alle sue vere o false supposizioni, di non poter più dubitare, quando si accorge che la gelosia non gli dà più tregua e sembra ormai divorarlo, uccide a tradimento il suo fattore. Il delitto e la successiva condanna di un uomo innocente (che morirà in carcere) finiscono per generare nel marchese profonde inquietudini e laceranti rimorsi che cominciano a perseguitarlo in ogni momento della sua giornata. La sua volontà, la sua fierezza di uomo potente sembrano affievolirsi, logorate da quell’intima voce che minaccia di elevarsi tanto più forte, quanto più egli cerca di soffocarla, tant’è che “egli provava la strana sensazione di camminare su un terreno poco solido, che avrebbe potuto da un momento all’altro sprofondarglisi sotto i piedi. (…) Quando s’immaginava di aver domato o vinto quel tormentoso nemico interiore, lo vedeva insorgere, tornare all’assalto più vigoroso e più insistente di prima. Ogni tregua riusciva illusoria; ogni mezzo messo in opera, un palliativo che lo calmava per qualche tempo ma non guariva radicalmente”. Per dimenticare, decide di iniziare una nuova vita sposando la donna che era stata la sua passione giovanile con l’intendimento di mescolarsi con gli altri e di non stare più da solo, come aveva fatto fino a quel momento. Inoltre, vincendo la sua ripugnanza per la politica, decide anche di partecipare come candidato all’elezione del Sindaco del paese. Ma tutto sembra vano.
Ci sono aspetti autobiografici in questa vicenda, anche se nella realtà non si è verificato alcun delitto. Infatti il Capuana – come si legge su Wikipedia – “ebbe una relazione amorosa con una ragazza analfabeta, Giuseppina Sansone, che era stata assunta come domestica dalla sua famiglia. Da questa relazione nacquero parecchi figli, che finirono però tutti all'ospizio dei trovatelli di Caltagirone. Non era infatti pensabile a quell'epoca che un rispettabile borghese riconoscesse come suoi i figli nati dalla relazione con una donna di bassa estrazione sociale. La “Beppa di Don Lisi” rimase con lui fino al 1892, quando, proprio per volontà dello scrittore, sposò un altro uomo”.
Usando un linguaggio il più possibile aderente al mondo rappresentato e con uno stile asciutto, trascinante e del tutto impersonale, Luigi Capuana ci offre un grande libro, un affresco crudo e realistico della società e del sottosviluppo economico e culturale della Sicilia di fine Ottocento. Ma soprattutto lo scrittore siciliano, nel descrivere lo scavo psicologico del protagonista, con notevole abilità narrativa, riesce a coinvolgere emotivamente il lettore nel dramma umano ed esistenziale del suo personaggio.

martedì 31 maggio 2016

L'amicizia secondo Proust



“…stupisce scoprire come Proust avesse un’idea piuttosto pessimistica dell’amicizia, e quanto fosse limitato il valore che attribuiva alle sue amicizie, o a quelle di chiunque altro. A dispetto delle sue doti di brillante conversatore e amabile ospite, Proust riteneva:
- che avrebbe potuto fare ugualmente amicizia con un divano

<< L’artista che rinuncia a un’ora di lavoro per conversare con un amico sa di sacrificare una realtà per qualcosa che non esiste (gli amici essendo tali solo in quella dolce follia che ci prende nel corso della vita, alla quale ci prestiamo, ma che dal fondo della nostra intelligenza consideriamo l’errore di un folle che creda vivi i mobili e conversi con loro).>>

- che parlare è un’attività futile
<< Conversare, che è il modo in cui si esprime l’amicizia, significa perdersi in superficiali divagazioni, che non ci danno niente che valga la pena acquisire. Possiamo parlare per una vita senza fare altro che ripetere all’infinito la vacuità di un minuto.>>

- che l’amicizia è uno sforzo inutile
<<… diretto a farci sacrificare la sola parte vera e incomunicabile (se non per mezzo dell’arte) di noi stessi a un io superficiale.>>

- e che l’amicizia alla fin fine non è che
<<… una bugia che cerca di farci credere che non siamo irrimediabilmente soli.>>

“Ciò non vuol dire che fosse un insensibile, o che fosse un misantropo, o che non avesse il desiderio di vedere degli amici (…) Semplicemente, Proust diffidava delle dichiarazioni troppo esaltate in favore dell’amicizia…”

tratto da “Come Proust può cambiarvi la vita”
di Alain De Botton – Guanda Editore

 

domenica 29 maggio 2016

Passione


M'affascina
il tuo colore biondo grano,
e mi conturba,
m'attrae
la tua pelle ruvida,
odorosa di antichi,
genuini sapori...
Sei così bella,
così calda...
desiderabile,
e il tuo profumo
riaccende atavici istinti
in tutto il mio essere.
Mi sei mancata,
e la tua assenza
ha spalancato
terribili voragini di vuoto
dentro me...
Ma ora
sei qui,
finalmente mia...
distesa
nel verde...dell'insalata,
impareggiabile,
fantastica...
cotoletta alla milanese....

Giorgio Alessandro Bonnin

martedì 24 maggio 2016

Povera gente



“Ah, come avvilisce un uomo, la miseria!”

Quando il romanzo “Povera gente” fu dato alle stampe nel 1846, il suo autore Fedor Dostoevskij aveva solo 24 anni ed era un perfetto sconosciuto. Bastò quella prima pubblicazione per lanciarlo nel firmamento della letteratura mondiale. La critica lo acclamò come il nuovo Gogol.

Due sono i protagonisti principali della narrazione: Makàr, un attempato e oscuro impiegato, un brav’uomo, incapace di fare del male al prossimo, che vive relegato in una umile pensioncina, proprio di fronte al caseggiato in cui conduce la sua esistenza una giovane ragazza molto povera di nome Varvara. E’ un romanzo epistolare che racconta la società indigente della Russia zarista della prima metà dell’Ottocento e si immerge nella realtà popolare dei sobborghi di San Pietroburgo, con tutti i suoi problemi di sopravvivenza. Sono lettere appassionate quelle che si scrivono Makàr e Varvara, tenere e amare, ma anche piene di buoni sentimenti, sono componimenti a volte struggenti, velati di malinconia, seppure schermati da un incrollabile ottimismo nei confronti della vita e del futuro; sembra quasi che i due soggetti, legati dallo stesso destino, attraverso questa accorata corrispondenza cerchino un reciproco conforto, una sorta di benevola alleanza, per alleviare così quella condizione di estrema povertà in cui appaiono relegati dalle circostanze della vita.

Makàr è un uomo pieno di carità cristiana il quale, nonostante viva in una condizione di estrema indigenza, non sembra demoralizzarsi, anzi appare pieno di ottimismo e cerca di trasmettere questa voglia di riscatto morale e sociale anche alla sua dirimpettaia, di cui sembra intimamente innamorato. Il suo è un sentimento inconfessato che però traspare dalle lettere, sempre piene di affetto e di premura per la sua giovane protetta, lettere che sono diventate la sua unica gioia, la sua esclusiva ragione di vita. Ma la giovane le procurerà un grande dispiacere, quando gli confesserà, nella sua ultima e straziante missiva, che ha preso una decisione irrevocabile…

mercoledì 18 maggio 2016

Gli Italiani: figli della Controriforma?



Per conoscere un po’ meglio la società in cui viviamo e, soprattutto, per cercare di capire chi siamo realmente noi italiani, non basta leggere solo i giornali e seguire passivamente i tanti dibattiti televisivi che vengono trasmessi in proposito. E’ necessario - secondo me - affidarsi ogni tanto a qualche specifica e buona lettura, che possa farci riflettere in solitudine. Mi è capitato di leggere in questi giorni un testo molto interessante, scritto da un grande giornalista e scrittore napoletano di quasi 90 anni, il quale dall’alto della sua esperienza umana e culturale, ha effettuato una sorta di viaggio intorno a noi stessi al fine di scoprire la nostra peculiare identità di cittadini. Mi riferisco ad Ermanno Rea ed al suo saggio “La fabbrica dell’obbedienza” con sottotitolo “il lato oscuro e complice degli italiani”, pubblicato da Feltrinelli nel 2011.
Scrive l’autore che il libro “può essere letto anche come lo sfogo di un cittadino con i nervi a fior di pelle”. E vista la situazione socio-politica in cui ci ritroviamo – tra evasione fiscale, corruzione, disoccupazione giovanile, impunità, ruberie e scandali vari e chi più ne ha più ne metta – e considerate le singolari inclinazioni degli italiani che spaziano dal servilismo all’ipocrisia, dalla superficialità all’opportunismo, la nostra solidarietà non può che andare a quel cittadino con i nervi a fior di pelle. Ma insomma noi Italiani come siamo? Abbiamo qualche responsabilità – oltre naturalmente a quelle endemiche della classe politica che ci governa - se le cose in questo Paese non vanno proprio bene? Se l’Italia non è mai apparsa così malandata, neppure nei suoi momenti più tragici, è colpa solo dei politici che sono diventati dei delinquenti, oppure è anche colpa nostra che li votiamo e li appoggiamo?

L’autore, attraverso un’attenta analisi, sostiene che noi possediamo una diffusa e cieca soggezione per il potente di turno e quindi abbiamo sviluppato una grande abilità nel saltare sempre sul carro del vincitore. Il nostro è un servilismo con prospettiva di lucro o comunque finalizzato ad ottenere anche piccoli e miserevoli vantaggi occasionali. La mancanza di scrupoli, di dignità e di responsabilità etica e civile che ci caratterizzano, deriva essenzialmente – scrive Rea - da un “addomesticamento che si sviluppa nei secoli a partire dalla Controriforma fino ai giorni nostri senza soluzione di continuità”.  Secondo lo scrittore napoletano, prima della Controriforma esisteva il “cittadino responsabile”, nato durante quella magnifica stagione di rinnovamento che va sotto il nome di Umanesimo e Rinascimento. Ancora oggi il mondo intero continua deferente a inchinarsi di fronte a quella “fervida Italia” che va dal Trecento a tutto il Cinquecento. “L’italiano – scrive Rea – comunque lo si voglia giudicare oggi, spunta fuori da lì, proviene da quel “bagliore” fatto di tante luci improvvisamente accese, a cominciare da quella di un idioma che quasi non fa in tempo a nascere e già si incarna in una serie di capolavori che dettano legge ancora oggi: basti pensare a Dante, Petrarca, Boccaccio”. Poi fa irruzione sulla scena la Controriforma, con i suoi obblighi di fedeltà ai papi e alle gerarchie ecclesiastiche, con i suoi roghi (emblematico quello di Giordano Bruno) e con tutte le altre forme di violenza e repressione nei confronti di chi non si adeguava ad dettato della Chiesa; ed è proprio la Controriforma– sostiene ancora Rea - che respinse quell’ homo novus, quel cittadino consapevole appena forgiato dall’Umanesimo sostituendolo con un suddito deresponsabilizzato, vera e propria maschera dell’asservimento e della rinuncia a ogni forma di indipendenza e di libertà di pensiero. Leggiamo nel libro che la permanente egemonia politica e culturale della Chiesa si è rivelata, nel corso dei secoli, come uno dei maggiore ostacoli alla crescita civile del Paese, impedendo la formazione di una coscienza nazionale forte e coesa, ossia di una responsabilità collettiva e individuale. Ma allora, si domanda lo scrittore: siamo destinati a rimanere sempre figli della Controriforma? Sembrerebbe di si, almeno fino a quando la “fabbrica dell’obbedienza” continuerà a produrre consenso verso ogni forma di potere, sia politico che religioso. Nulla sembra cambiato rispetto al passato, tant’è che quel forte desiderio di obbedienza e quella propensione alla cortigianeria e alla complicità che continuano ad abitare dentro di noi ci spingono inesorabilmente tra le braccia di chi comanda, fosse anche il peggiore dittatore, in cerca di protezione e di favori. Non sappiamo dire di NO, “un monosillabo con il quale noi italiani abbiamo da sempre un rapporto difficile” e ce ne freghiamo della libertà e di qualsiasi principio etico, pronti come siamo ad acclamare sempre e soltanto chi ci promette qualcosa.

giovedì 12 maggio 2016

Siamo quello che leggiamo



Amo leggere soprattutto i libri dei grandi scrittori italiani. Mi ritrovo più facilmente tra quelle pagine, sento quegli autori più vicini al mio mondo, alla mia cultura, al mio modo di pensare. E così come preferisco “mangiare italiano”, do la preferenza alle opere che appartengono alla storia della letteratura italiana quando ho necessità di nutrire lo spirito. Devo dire che, almeno fino al conseguimento del diploma di maturità, non sono stato un grande lettore. Ricordo addirittura che faticavo a leggere un testo scolastico come  “I Promessi Sposi”, salvo poi rileggerlo con piacere  almeno un paio di volte, appena terminati gli studi . E’ proprio vero che la scuola, con le sue imposizioni, i libri a volte te li fa odiare piuttosto che amare. Diciamo che sono diventato un lettore abbastanza assiduo dopo i trent’anni.
Mi sono formato prima di tutto sui grandi autori della letteratura italiana dell’Otto-Novecento. Il mio pensiero va, in primis, alla famosa trilogia di Italo Svevo: “La coscienza di Zeno”, “Una vita” e “Senilità”, libri che scrutano essenzialmente le inadeguatezze e le difficoltà del vivere quotidiano dell’uomo moderno. Credo che le tematiche trattate dallo scrittore triestino siano molto vicine a quelle sviluppate da Luigi Pirandello, un autore che non potevo non conoscere: “Il fu Mattia Pascal”“Uno, nessuno e centomila” e “I vecchi e i giovani” sono per me libri fondamentali. Mi sono poi avvicinato alla complessa figura di Gabriele D’annunzio e alla sua prosa aulica e ricercata, apprezzando in particolare una delle sue opere più importanti: “Il piacere”, il cui titolo può da solo descrivere il personaggio e la sua opera. Poi ho amato i tanti libri di Cesare Pavese, che continuano ad occupare un posto molto importante nella mia libreria e sui quali torno sempre più spesso. Così come ricordo, quasi con nostalgia, i romanzi di Alberto Moravia che mi rimandano agli anni giovanili, quando lo scrittore romano andava per la maggiore, con il suo libro più importante e significativo: “Gli indifferenti”. Quindi ho letto e riletto “Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. E poi Calvino, Bassani, Brancati, Buzzati (come non leggere “Il deserto dei tartari”!), Flaiano (con la sua prosa sferzante e ironica), Federico De Roberto (“I Vicerè” autentico capolavoro), Carlo Levi (“Cristo si è fermato a Eboli”) e Primo Levi (“Se questo è un uomo”), due libri, quest’ultimi, che non smetto mai di sfogliare. E poi mi sono innamorato – stranamente, in età matura - di Collodi e del suo Pinocchio e  devo dire che nessuno meglio di quel burattino uscito dalla sua penna, ci rappresenta e ci somiglia, con i suoi vizi e le sue virtù, con i suoi momenti di tristezza e con i suoi slanci di gioia e di affetto, con la sua furbizia, ma anche con la sua ingenuità.

Tra le donne scrittrici mi piace ricordarne due in particolare, Sibilla Aleramo con la sua opera più significativa “Una donna” ed Elsa Morante: indimenticabile il suo romanzo “L’isola di Arturo”. E poi ci sono due grandi intellettuali scomparsi da poco: Umberto Eco e Antonio Tabucchi i quali mi hanno insegnato cos’è la vera letteratura.
Sono entrati a far parte della mia libreria e delle mie letture scrittori che ho conosciuto in questi ultimi anni, come Guglielmo Petroni, Michele Prisco, Giovanni Arpino, Piero Chiara, Ercole Patti, Francesco Jovine, Paolo Volponi, Anna Maria Ortese, Giuseppe Dessì, Carlo Alianello, Luciano Bianciardi. Molti di questi, attraverso i loro romanzi, ma anche attraverso le loro vicende personali, hanno raccontato l’Italia e la sua storia. Tengo a precisare che non seguo molto gli autori contemporanei, sia italiani che stranieri, e non corro dietro ai best seller del momento: per me un libro deve prima invecchiare, come un buon vino. Comunque mi piace qui ricordare, in particolare, Erri De Luca, Maurizio Maggiani, Antonio Scurati, Roberto Saviano, Claudio Magris.

Naturalmente non mi limito ai soli autori italiani: sarebbe davvero riduttivo. E infatti i miei interessi sono indirizzati anche verso i grandi scrittori stranieri e spaziano dai mostri sacri della letteratura tedesca (Hermann Hesse, W. Gothe e Thomas Mann…) ai grandi romanzieri francesi (Balzac, Camus, Flaubert, Hugo, Sartre, Stendhal, Proust); dai corposi narratori russi dell’Ottocento, come Dostoevskij (“Delitto e Castigo”), Nabokov (l’indimenticabile “Lolita”), agli americani Bradbury (“Fahrenheit 451”), Fante (“Chiedi alla polvere”) Kerouac, London… Non mancano gli autori svizzeri, quali il candido Robert Walser, l’arguto e brillante Alan De Botton, quindi gli austriaci Schnitzler, Lorenz, Musil. Naturalmente l’elenco non è esaustivo.
Sono infine legato ad alcuni grandi libri  che non finiscono mai di sorprendermi ed ogni volta che li sfoglio, hanno sempre la capacità di stupirmi come la prima volta. Sono quelli destinati a durare nel tempo, rispetto ad altri che invece consumo velocemente e, qualche volta, dimentico. Libri che meritano di essere letti e riletti, a distanza di tempo, per coglierne la vera essenza, per trovare in essi ciò che la prima volta non ho saputo afferrare o mi è sfuggito. Libri che porterei con me, qualora decidessi di scappare su un’isola deserta :

Walden, la vita nei boschi di Henry Thoreau - per abbracciare la natura e vivere l’esperienza della solitudine gioiosa; La storia dell’arte di Ernst Gombrich - per conoscere la bellezza; Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes - per viaggiare in un mondo fantastico e visionario; I Saggi di Michel de Montaigne - per esplorare i recessi più reconditi dell’animo umano; Le braci  di Sandor Marai - per tenere accesa una passione; Elogio della follia  di E. da Rotterdam - per conoscere le virtù della pazzia, a volte condizione essenziale per essere felici; Il Diario di Anna Frank  - per piangere; Viaggio in Italia  di W. Goethe - per viaggiare senza partire; Oblomov di Ivan Gonkarov – per non avere fretta e alimentare l’ozio; Lettere dal carcere di Antonio Gramsci - per onorare la scrittura come forma di sopravvivenza e libertà; Quel che resta del giorno  di Kazuo Ishiguro -  per non avere rimpianti; Se questo è un uomo  di Primo Levi -  per non dimenticare la cattiveria insita nell’animo umano; Il libro dell’inquietudine  di Fernando Pessoa - per cercare l’equilibrio perduto; Il giovane Holden  di J. D. Salinger - per cavalcare le ribellioni adolescenziali; Bartleby lo scrivano di Melville - per dire no all’iperattivismo del mondo del lavoro; Lettere a Lucilio  di Seneca - per allontanarmi dalle miserie umane; Sostiene Pereira  di Antonio Tabucchi - per rafforzare la libertà di pensiero.

mercoledì 4 maggio 2016

Un Amore a Roma



La Sicilia è di sicuro la patria di alcuni grandi scrittori della nostra letteratura. Tra questi vorrei ricordarne uno che – sebbene oggi risulti ingiustamente dimenticato dagli editori e dalla critica – io considero tra i più interessanti del ‘900, un autore che meriterebbe una più attenta considerazione, anche da parte dei lettori più giovani. Mi riferisco a Ercole Patti, il cui percorso umano e letterario si svolse tra Catania (dove nacque nel 1903) e Roma, che lo accolse giovanissimo e dove si spense nel 1976. Si narra che la sua più grande aspirazione fosse quella di andare a vivere proprio a Roma e quando finalmente realizzò questo suo intimo desiderio, lo scrittore siciliano così ebbe a scrivere: "andavo vagando per le strade giornate intere, non mi stancavo di respirare l’aria di Roma a tutte le ore. I sedili del Pincio erano le mie soste preferite nella tarda mattinata e nelle prime ore del pomeriggio. Con un giornale in mano mi sedevo accanto a qualche busto di marmo e il mio cervello partiva in quarta sognando libri da scrivere, novelle da pubblicare sui giornali romani dove non conoscevo nessuno”.

“Un amore a Roma” è uno dei suoi romanzi, certamente non quello più importante, che ho appena finito di leggere. E’ un testo fuori produzione: l’ho scovato sui banchi di un mercatino delle occasioni, nella sua prima e bellissima edizione del 1956 (editore Bompiani – Lire settecento). I protagonisti del romanzo sono due giovani caratterialmente molto diversi (Marcello e Anna) che, pur vivendo il loro rapporto amoroso in maniera alquanto burrascosa (tra sospetti, tradimenti e continue separazioni), non riescono tuttavia a rompere in maniera definitiva un legame che li fa apparire inadatti a stare insieme. Lui – giornalista con velleità artistiche e letterarie - ha 35 anni e appartiene ad una aristocratica famiglia romana. Amante delle donne, è incapace di legarsi in una vera e propria relazione e si accontenta sempre di piccole avventure passeggere “dopo poco tempo che conosceva una donna scopriva in lei delle cose che non andavano. Le donne erano sempre o troppo noiose, o attaccaticce o troppo civette, o amavano delle cose che lui detestava. Talvolta erano troppo intellettuali e dicevano cose irritanti, oppure troppo stupide e volgari”. Lei, invece, è una ragazza veneta semplice e spregiudicata di 22 anni, ha vinto un concorso cinematografico e si è quindi trasferita a Roma dove fa l’attrice, anche se ha avuto solo delle parti secondarie in alcuni film. Vive in una modesta pensione nel quartiere Prati, è attratta da qualsiasi novità e spesso si comporta con leggerezza. Soprattutto con gli uomini. Intorno ai due protagonisti del romanzo, alle prese con la loro tormentata vicenda sentimentale, gravitano altri emblematici personaggi i quali, seppure complementari rispetto alla storia, sono rappresentativi di quella borghesia romana degli anni cinquanta, corrotta e disinvolta, attaccata egoisticamente al denaro, interessata soprattutto a salvaguardare se stessa. Spicca la figura del padre – il Conte Cenni - con il suo “profilo navigato che esprimeva nobiltà e servilismo al tempo stesso”, guardia nobile del Papa. Costui suole circondarsi di amici influenti che si erano dati molto da fare durante il fascismo occupandosi sempre di politica, quali ex deputati, assessori, liberali di estrema destra e monarchici, proprietari terrieri, avvocati e notai, a loro volta amici di prelati e cardinali con vaste conoscenze negli ambienti vaticani. “Quegli uomini che avevano vissuto troppo – scrive l’autore - per non essere stati immischiati nel passato in qualche pasticcio talvolta soltanto di rimbalzo: scandali lontani sparsi negli anni”. A questa vacua società borghese, avida e corrotta si contrappone – da una parte - il mondo intellettuale a cui appartiene Marcello, fatto di scrittori e letterati “dalla prosa aulica e imbalsamata”, interessati non tanto a scrivere un proprio libro quanto a stroncare quello scritto da altri e “in quelle esecuzioni in massa, fatte senza discriminazione, essi trovavano qualche conforto ai loro sogni letterari rientrati”. E dall’altra parte ritroviamo il mondo artificioso del cinema e del varietà in cui si identifica Anna, un mondo legato alle sue finzioni, alle luci del palcoscenico, alle sue fatue apparenze. E sullo sfondo domina la Roma degli anni ‘50, quasi a proteggere amori e misfatti che si consumano entro le sue mura, la città eterna non ancora stritolata dal traffico e non ancora sommersa dai rumori e dalla sporcizia, ma già attaccata dalla corruzione; la Roma con i suoi severi e malinconici “casoni” senza negozi del quartiere Prati e con i bei palazzi storici del centro, con le botteghe di artigiani, con l’allegria e l’accento dei suoi abitanti, con le sue sempre tiepide stagioni e con i suoi sapori. Quella Roma che Ercole Patti tanto amava e che conosceva in tutte le sue ore e in tutte le sue strade.

Il romanzo si legge tutto d’un fiato perché la narrazione si presenta gradevole, fluida, con spruzzi di delicata e sottile sensualità. Ma non potrete mai leggerlo perché il libro è fuori catalogo: gli editori, oggi, preferiscono rincorrere altre storie, forse meno belle e scritte pure male, ma senz’altro più redditizie.

domenica 1 maggio 2016

Candele



Ad ogni mio compleanno, mi ritorna in mente questa bella e struggente poesia di Costantino Kavafis….

 
Candele


Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese –
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

 

Costantino Kavafis

 

lunedì 25 aprile 2016

"Le parole tra noi leggere" di Lalla Romano: il conflittuale rapporto madre-figlio



La famiglia, con il suo gravoso carico di responsabilità e di bisogni, è da sempre al centro dell’attenzione e del dibattito socio-culturale del nostro Paese. Come d’altronde è giusto che sia, visto che rappresenta il nucleo sociale fondante di ogni nazione. Si fa poi un gran parlare, sulla stampa e nelle discussioni televisive, del difficile mestiere dei genitori e del ruolo che gli stessi occupano nell’attuale società. Naturalmente si dà grande risalto anche all’educazione dei figli e al rapporto genitori-figli che quasi sempre risulta conflittuale e contraddittorio.

Anche la letteratura si è spesso misurata con queste tematiche che prendono spunto, il più delle volte, dalle esperienze personali degli stessi autori. E proprio in tale contesto va inquadrato il libro autobiografico della scrittrice piemontese Lalla Romano (morta a Milano nel 2001), dal poetico titolo “Le parole tra noi leggere” tratto da una poesia di Eugenio Montale. Con questo romanzo - che ho appena finito di leggere, e devo dire che non mi ha entusiasmato più di tanto - la Romano racconta ed esamina, soprattutto attraverso lettere e appunti di diario, il problematico rapporto che ebbe con suo figlio, a partire dagli anni dell’infanzia e fino alla sua piena maturità. Un legame molto difficile reso ancora più complesso dal peculiare carattere del figlio: scontroso e insofferente, solitario e bastiancontrario, contemplativo e libertario. Egli, secondo quanto racconta la scrittrice, aveva fatto della sua camera una sorta di tana-laboratorio, simbolo e corazza del suo isolamento e che aveva due grandi passioni: le armi e il materiale di recupero, perché solo col vecchio si può fare del nuovo, cioè creare, e lui si sentiva un artista, nonostante volesse fare il capostazione in un piccolo centro isolato. Ma contro ogni sua volontà si ritrova, in seguito, a fare l’impiegato di banca, proprio lui che aveva orrore della parola impiego, simbolo di mediocrità e di sedentarietà. Il ritratto che ne viene fuori è quello di una persona dalle forti contraddizioni, in contrasto permanente soprattutto con la madre (il padre appare assente, perché vive in un’altra città per motivi di lavoro), che aveva adottato “quella che fu poi sempre la sua divisa: essere l’ultimo”. Ma questa sua aspirazione “non era un’accettazione di inferiorità, bensì un’affermazione di singolarità”. Voleva essere l’ultimo perché non poteva essere il primo. Come quel Jakob Von Gunten, il personaggio dell’omonimo romanzo di Robert Walser, il quale non solo ambiva ad essere l’ultimo ma voleva addirittura diventare uno zero assoluto. Chissà che non avesse letto il libro dello scrittore svizzero, subendone l’influenza!

Le parole tra noi leggere, che diede molta notorietà alla Romano anche a seguito del premio Strega che si aggiudicò nel 1969, evidenzia soprattutto, con una prosa molto trasparente, il forte dissidio interiore vissuto dalla scrittrice-madre la quale, se da una parte desidera veder crescere il figlio indipendente e sicuro di sé, dall’altra appare quasi tormentata dal suo inconfessato proposito di legarlo a se stessa per tutta la vita. Lei si adopera con tutti i mezzi per conoscerlo e comprenderlo, si sforza di seguirlo e sostenerlo, ma nonostante i suoi sforzi, si ha l’impressione che le sfugga sempre, che non riesca mai a raggiungerlo.

sabato 16 aprile 2016

Non sappiamo più guardare



Non bisogna mai lasciarsi sfuggire l’occasione per ammirare la bellezza, in qualsiasi forma si manifesti ed in qualunque luogo essa si trovi. E così l’altro giorno, trovandomi a passare dalle parti di San Pietro in Vincoli (siamo a Roma), ho deciso di entrare nella basilica che custodisce il famoso Mosè di Michelangelo, simbolo della tomba di Giulio II. Volevo soffermarmi con la mente e con lo sguardo su quella straordinaria scultura marmorea che mi appare – ogni volta che la vedo – sempre di più come opera di un dio anzichè di un uomo.

Sono entrato quasi in punta di piedi, così come conviene quando ci si accosta alle cose che evocano l’eternità, e mi sono trovato dinanzi ad un gruppo di turisti stranieri (saranno stati una trentina), ognuno dei quali impugnava un telefonino a mò di macchina fotografica e tentava, con le braccia sollevate, di sovrastare gli altri. Ho notato che nessuno dei presenti ammirava con i propri occhi il magnifico gruppo marmoreo che si trovava al loro cospetto: tutti erano intenti a fotografarlo, per poterlo poi osservare entusiasti sul piccolo schermo del cellulare. Devo dire che lo spettacolo mi è sembrato, a dir poco, paradossale. Terminate le foto di rito, le stesse persone hanno iniziato a “selfarsi” girando le spalle al Mosè che, da soggetto della foto, è diventato improvvisamente un semplice sfondo alla loro ostentata individualità. Com’è noto, il Mosè volge la testa verso la sua sinistra e non nella direzione dell’osservatore che gli sta di fronte e, mentre lo osservavo, ho avuto come l’impressione che non volesse affatto guardare quella calca, che fosse quasi infastidito da quei telefonini puntati contro di lui e che rivolgesse, pertanto, il suo sguardo accigliato dall’altra parte. Narra la leggenda che Michelangelo, vista la perfezione della sua opera, abbia colpito violentemente con un martello il ginocchio del Mosè, gridando: “perché non parli?”. Se avesse potuto farlo l’altro giorno, chissà cosa avrebbe detto a quei visitatori colpiti dalla sindrome da macchina fotografica.

Stiamo formando una generazione che non sa più guardare la realtà con i propri occhi e che non sa più vivere senza un supporto elettronico. Con l’avvento dei cellulari, soprattutto i giovani appaiono sempre di più affetti da bulimia fotografica acuta, che li costringe a riprendere qualsiasi cosa si trovi nei loro paraggi, che si muova o stia ferma. Le foto ricordo, che in qualche maniera sostituiscono la memoria e soprattutto lo sguardo, testimoniano non tanto curiosità e interesse culturale, quanto la loro rituale presenza in un determinato luogo. E allora succede che non è importante soffermarsi più di tanto davanti alla bellezza e alla maestosità del Mosè di Michelangelo nella Basilica di San Pietro in Vincoli, ma conta, invece, potersi mostrare ai suoi piedi attraverso un selfie.

domenica 10 aprile 2016

La vita agra di un contestatore



Luciano Bianciardi può essere di sicuro considerato uno dei più accesi fustigatori dei mali della società dei consumi e della modernità. Di lui hanno scritto che è stato il primo arrabbiato che si incontri nella letteratura italiana del dopoguerra ed anche uno  dei pochi scrittori italiani ad avere intuito in quale burrone stesse precipitando il Paese, frastornato dal cosiddetto boom economico.

Di idee anarchico-socialiste, mi ricorda in qualche modo lo scrittore e filosofo francese Albert Caraco, morto suicida lo stesso anno in cui morì Bianciardi; anche il pensatore transalpino, in un suo celebre libro intitolato “Breviario del caos” – in una maniera molto più dura e nichilista -  muoveva una feroce critica alla civiltà consumistica dell’Occidente, con tutte le sue contraddizioni, le sue ingiustizie, i suoi falsi idoli e si scagliava con parole violente contro le città, sempre più disordinate e invivibili, diventate i nostri incubi quotidiani, soffocate dal frastuono e dal tanfo.

Il libro di Bianciardi prende lo spunto da una vicenda realmente accaduta negli anni 50 in un paesino della provincia di Grosseto (lo scrittore era appunto di Grosseto), dove 43 operai di un’industria chimica trovarono la morte all’interno di una miniera di lignite, a seguito di una esplosione causata dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il protagonista, deciso a vendicare le vittime del grave incidente, si trasferisce a Milano con l’intento di far saltare con la dinamite il palazzo dove ha sede la dirigenza dell’industria. Consegue un lavoro come traduttore in una casa editrice (nel frattempo dovrà pur vivere) e accarezza l’idea di poter trovare anche degli alleati - tra gli operai e gli impiegati che abitano la grande città -  per portare a termine il suo progetto dinamitardo contro il potere. Ma presto dovrà arrendersi a quest’idea rivoluzionaria perché anche lui verrà ingabbiato nei ritmi alienanti della metropoli, come già era successo ai suoi abitanti. Attraverso questo suo fallimento riconosce che l’epoca degli anarchici è storicamente superata e che i colpi di mano isolati non hanno mai avuto seguito; la lotta è delle masse, ma le masse che abitano la città sono interessate ad altro, sono attratte dalle facili illusioni del nascente consumismo.

In questo libro - scritto con sferzante ironia, ma anche con piacevole eleganza - ritroviamo tutti quei temi che verranno poi ripresi dai giovani contestatori della società borghese e consumistica degli anni successivi al boom economico, quali l’alienazione e la solitudine delle folle metropolitane, il caos del traffico automobilistico, la ripetitività sconsolante del lavoro d’ufficio, il rifiuto del “sistema città”.