Cerca nel blog

martedì 12 febbraio 2019

L'educazione sentimentale: un libro fuori dal tempo



“Ci si rifugia nella mediocrità quando si dispera della bellezza che abbiamo sognato”

Il nome di Gustave Flaubert è legato soprattutto a quel suo celebre romanzo che si intitola “Madame Bovary”, la cui protagonista è destinata a risiedere per sempre nell’immaginario collettivo. E sappiamo che proprio dal quel romanzo è nato il termine “bovarismo”, che sta ad indicare insoddisfazione e voglia di evadere dalla monotonia della vita di provincia. Ma il grande scrittore francese è anche l’autore di un altro importante romanzo, “L’educazione sentimentale”. E se nel primo e più famoso libro aveva evidenziato il destino sentimentale di un personaggio, Madame Bovary, in questo suo secondo romanzo mette in luce le sorti di un’intera società, quella della borghesia francese del suo tempo, sullo sfondo storico che va dai moti rivoluzionari del 1848 - che misero fine alla monarchia di Luigi Filippo - fino all’instaurazione della repubblica.

Ma Flaubert non poteva astenersi dal raccontare anche il sentimento amoroso, seppure visto da una diversa prospettiva. Ed è il racconto di un grande amore che, però, non arriva a nessuna conclusione pratica, una sorta di amore platonico, che si consuma senza che avvenga mai una reale “consumazione” tra i due innamorati: Madame Arnoux (una donna sposata ad un ricco imprenditore) e Fréderic (un giovane studente universitario), che finirà, poi, per sposare un’altra donna. La vicenda narrata – e qui subentra la novità di questo libro di oltre quattrocento pagine – non ha una vera e propria trama, una sua linearità che corre lungo determinati binari: è un romanzo “non romanzato”. Flaubert preferisce raccontare il tran tran quotidiano fatto di piccoli imprevisti, di episodi secondari che a prima vista appaiono senza alcuna importanza, sconnessi gli uni con gli altri, predilige quei passaggi che non danno molti sussulti emozionali. I tanti personaggi che costellano il romanzo appaiono statici, non supportati da una storia personale che si sviluppa nel corso della narrazione. Essi si incontrano, a volte senza motivi apparenti, per perdersi immediatamente e poi magari si ritrovano in altre situazioni, in altri ambiti, in altre faccende affaccendati. Anche la descrizione di questi avvenimenti segue una sua incoerenza spazio/temporale, vale a dire che l’autore dedica magari poche righe ad un fatto che abbraccia un lungo periodo e tantissime pagine, invece, ad un’azione che si svolge realmente in poco tempo e che appare quasi insignificante rispetto ai fatti narrati. Questa tecnica descrittiva mi ricorda un po’ lo stile di Proust – anche se Flaubert non usa i lunghissimi periodi tanto cari al suo connazionale - il quale impiegava una trentina di pagine per descrivere la sua difficoltà di addormentarsi la sera.

Il tema dominante del romanzo, come dicevo prima, resta la grande passione amorosa, così sofferta ed inconcludente, tra Fréderic che “si aggirava nel suo desiderio come un carcerato nella cella” e madame Arnoux. L’amore carnale, tra questi due amanti cerebrali, non ha sbocchi concreti e rimane per sempre irrealizzato: e forse proprio questo lo rende bello e incancellabile. Come a voler dire che il vero grande amore, destinato a durare nel tempo, sia solo quello che non viene vissuto; quello che si nutre di sfrenatezze inconfessabili solo nell’immaginazione, dal momento che la vita inganna i sogni e non può assolutamente competere con loro. Intorno a questa vicenda lo scrittore francese ostenta la sua prosa, colta e raffinata, e ci delizia (o ci annoia, a seconda dei punti di vista) con le sue minuziose descrizioni dei luoghi, dei personaggi e dei costumi della borghesia parigina del suo tempo.

lunedì 4 febbraio 2019

Lo sguardo del cellulare



Siamo intrappolati nei nostri cellulari e non ce ne accorgiamo. O facciamo finta di non accorgercene. Lo smartphone è diventato lo strumento in cui ci rispecchiamo quotidianamente e con cui moltiplichiamo a dismisura il nostro insaziabile “io”, che ci rimanda ad una dimensione surreale, facendoci perdere i contatti con il presente e con la realtà che ci circonda. Assistiamo, oggi, a questo bisogno ossessivo di immortalare “l’attimo fuggente” di celebrità per trasmetterlo, poi, online affinché una moltitudine di persone possa rivederlo, alimentando, così, quell’egocentrismo che ci divora. Siamo diventati malati di visibilità; vogliamo stare nella notizia; vogliamo addirittura essere noi la notizia attraverso una foto, o meglio un video di pochi minuti che ci vede protagonisti. E allora, braccia sollevate a impugnare il nostro giocattolo preferito – lo smartphone - sguardo concentrato sul piccolo schermo e via: un video o una serie di clik…click…click. Tante foto da pubblicare su Instagram (ma guarda che bel gelato sto mangiando…e non vedi che meraviglia ‘sta torta…che bello quel cappellino…sorrisetti….smorfie…baci). E poi tanti selfie da condividere con i nostri “amici virtuali” sui social che ci danno visibilità e tanti “like”, segnali quest’ultimi che ci inebriano di felicità e di soddisfazione. Più like abbiamo e più ci sentiamo potenti. C’è sempre, in queste manifestazioni, un bisogno di rimarcare un principio irrinunciabile: “io c’ero”. Ad un funerale di un personaggio famoso ripreso dalla televisione: e allora un selfie con la bara è imperdibile e molto richiesto. In occasione di una tragedia naturale come un terremoto: non può mancare il solito selfie con le case distrutte alle nostre spalle. Al concerto di una star internazionale: e allora il video è d’obbligo, e chissenefrega se ci perdiamo le emozioni del momento, perché a noi interessa non guardare più dal vivo, con i nostri occhi, ma filmare il concerto e poi guardarlo a casa, dopo averlo mandato in rete. Mi è capitato di vedere un video con delle immagini raccapriccianti in cui delle persone, anziché mettersi in salvo di fronte alle onde gigantesche di uno tsunami (il video sta su internet), facevano di tutto per riprendere la scena, prima di essere definitivamente travolte dall’acqua. La scena, naturalmente, era stata ripresa da qualcuno che stava più in alto e si è salvato, con il suo prezioso filmato.

Ho l’impressione che non sappiamo più vivere la quotidianità con lo sguardo normale e consapevole rivolto verso le cose, verso i fatti che accadono e le persone che ci circondano, e che non sappiamo più guardare se non abbiamo tra le mani un supporto elettronico che faccia da filtro tra noi e la realtà. Mi è capitato di vedere degli adolescenti sulla metropolitana che comunicavano tra di loro con degli SMS: eppure stavano gli uni di fronte agli altri. Tempo fa sul treno un ragazzo, seduto di fronte a me, parlava con un suo amico che si trovava nella stessa carrozza ma in uno scompartimento più avanti.

Con l’avvento dei cellulari con fotocamera, soprattutto i giovani appaiono sempre di più affetti da bulimia fotografica acuta, che li induce a riprendere qualsiasi cosa si trovi nei loro paraggi, che si muova o stia ferma, che sia viva o sia morta. Le fotografie - che un tempo fissavano ricordi e memorie - oggi paradossalmente sembrano sostituire lo sguardo consapevole delle persone e  testimoniare non tanto curiosità e interesse nei confronti della cosa fotografata, quanto la rituale presenza fisica in un determinato luogo di chi impugna uno smartphone. E nel confondere il guardare con il possedere un’immagine attraverso un cellulare, si finisce per prestare sempre minore attenzione alla realtà circostante.

mercoledì 30 gennaio 2019

Scrittura al femminile

Vermeer - Donna che scrive


Mi sono sempre chiesto se nel panorama della nostra letteratura esista una “scrittura al femminile”. Qualcuno potrebbe dire, giustamente, che se accettiamo tale definizione, dovremmo ammettere che non può non trovare una sua ragione di esistere anche il suo contrario e cioè una “scrittura al maschile”. Ma non mi risulta che quest’ultima venga accettata dalla critica letteraria o quantomeno utilizzata da chi si occupa di letteratura. Se è così, bisogna convenire che il problema non si pone e che esistono solo libri (belli o brutti) scritti da donne e libri (belli o brutti) scritti da uomini. Tuttavia non possiamo negare che le donne – almeno nel passato – hanno incontrato maggiori difficoltà ad esprimere il proprio pensiero attraverso un libro.

Se oggi, tra le donne scrittrici, ce n’è una che va per la maggiore e gode di stima e prestigio, ebbene questa donna è sicuramente Elena Ferrante. Il bello è che nessuno sa chi sia realmente. Si fanno diverse ipotesi sulla sua identità e qualcuno è arrivato a dire che dietro quel nome si possa nascondere addirittura un uomo. In ogni caso, devo dire che questa trovata pubblicitaria si è rivelata vincente, dal momento che i libri di Elena Ferrante sono sempre ai primi posti nella classifica delle vendite; e poi, da quando è stato mandato in onda lo sceneggiato televisivo tratto dal suo romanzo “L’amica geniale”, la scrittrice fantasma ha raggiunto l’apice della notorietà. Premetto una cosa: io non sono in grado di giudicare la sua scrittura perché, almeno fino ad oggi, non ho ancora letto alcun libro di questa autrice. E devo dire che la Ferrante non è nemmeno presente tra i libri della mia libreria che attendono fiduciosi di essere letti. Forse la leggerò in futuro, quando i suoi romanzi saranno un po’ invecchiati e ingialliti e nessuno più ne parlerà. E probabilmente, allora, potrò apprezzarli perché non esiste piacere più grande che leggere un bel libro dimenticato da tutti, fuori dal contesto storico, lontano dai clamori del momento mediatico e dagli schiamazzi della folla. Oggi Elena Ferrante è la scrittrice del momento: è la più ricercata, nelle vetrine delle librerie sono in bella vista solo i suoi libri. Non fa per me! Leggere contemporaneamente lo stesso libro mi appare come una sorta di imposizione dettata dalla pubblicità. E io sono allergico sia alla pubblicità che alla moda. Non mi lascio irretire né dall’una né dall’altra. Per nostra fortuna Elena Ferrante non ha ancora un corpo visibile, altrimenti sarebbe chiamata a pontificare, di tutto e di più, anche nei vari programmi televisivi.

Ora io non vorrei apparire come uno che non legge i libri delle donne. Li leggo, eccome!  Però ho le “mie” donne scrittrici e mi piace ricordarle di seguito, almeno quelle più significative che hanno comunque lasciato una traccia indelebile nella nostra letteratura. Ed anche nel mio animo. In primis, Elsa Morante: indimenticabili i suoi romanzi che io ho letto con grande piacere: L’isola di Arturo – La storia – Aracoeli – Menzogna e sortilegio. E poi Sibilla Aleramo con la sua opera più rilevante “Una donna”, uno dei primi libri femministi apparsi in Italia. Potrei mai dimenticare Grazia Deledda, finora l’unica scrittrice italiana ad aver vinto - nel 1926 - il premio Nobel per la letteratura? Icona della nostra identità culturale nel mondo, sebbene abbia trattato sempre tematiche legare alla sua terra d’origine, l’autrice sarda appare emarginata nel panorama culturale dei nostri tempi. “Canne al vento” è il suo romanzo più noto. Tra le mie preferenze c’è poi Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lopresti, una scrittrice toscana di origine calabrese. Con “Noi credevamo” - da cui peraltro il regista Mario Martone ha tratto un suo film - rivive le aspirazioni ed i ricordi del nonno (Don Domenico Lopresti) un fervente repubblicano mazziniano, il quale si era illuso che l’unificazione d’Italia potesse finalmente cambiare in meglio le sorti della sua Calabria, nonché le condizioni di vita di tutto il Meridione. Un romanzo molto bello. Sono libri suoi anche “Artemisia” e “Un grido lacerante”, letti con interesse in questi ultimi tempi. E poi, come dimenticare Anna Maria Ortese! Subì in vita un forte ostruzionismo per  le sue idee, non sempre in linea con il mondo intellettuale dell’Italia degli anni ’50 dello scorso secolo. Morì in solitudine e povertà, con il vitalizio della legge Bacchelli che, come sappiamo, aiuta economicamente ancora oggi (almeno così credo) gli artisti in difficoltà. “Il mare non bagna Napoli”  è il suo libro a cui sono più legato. Mi piace poi ricordare Fausta Cialente, una scrittrice triestina, con il suo romanzo autobiografico “Le quattro ragazze Wieselberger”, pubblicato nel 1976. Quell’anno, il sottoscritto si trovava per motivi di lavoro a Trieste, la città in cui è ambientato e ricordo che si faceva un gran parlare di questa sua opera, anche in considerazione del fatto che si aggiudicò il Premio Strega. Allora non mi lasciai conquistare dal successo del libro, tant’è che l’ho comprato (su una bancarella dell’usato) solo di recente. L’ho letto: un libro di struggente e poetica bellezza, come solo certe donne, a volte, sanno scrivere. Un posto di rilievo nella mia libreria merita un libro universale che l’Unesco ha inserito nell’elenco delle memorie del mondo, scritto da una ragazzina di 13 anni. Si tratta de “il diario di Anna Frank” : non ha bisogno di presentazioni, è una delle più toccanti testimonianze delle persecuzioni attuate dai nazisti nei confronti degli Ebrei. L’ho letto e riletto e continuerò a farlo. Ora vorrei spendere due parole per una delle maggiori scrittrici del Novecento, Virginia Woolf. Un suo libro, “Gita al faro”, credo di averlo letto in un momento sbagliato perché non è riuscito a coinvolgermi emotivamente, nonostante sia considerato, in modo unanime, un capolavoro della letteratura. Mi sono ripromesso di non abbandonare la scrittrice inglese, a seguito di questa mia prima “sconfitta” nei suoi confronti, e di riprovarci con qualche altro suo libro. Vorrei terminare queste mie brevi divagazioni sulla “scrittura al femminile”, con una scrittrice francese legata alle mie letture giovanili: Francoise Sagan, simbolo della ragazza libera e spregiudicata in cui si identificavano i giovani del suo tempo. Aveva appena 19 anni quando scrisse “Bonjour Tristesse”, un romanzo che divenne ben presto un caso letterario e che fu messo all’indice addirittura dal Vaticano. Ricordo che lo lessi con voracità: fu il mio primo libro scritto da una donna.

mercoledì 23 gennaio 2019

Un monastero per ritrovare solitudine e silenzio

Il convento di San Francesco nel Cilento


Il monastero ha sempre esercitato su di me un fascino arcano. E’ un’immagine che perdura da sempre nella mia mente come un richiamo misterioso e irresistibile, fin dalla mia infanzia. Ancora vive nei miei ricordi infantili la figura di un monaco, dall’aspetto mite e gentile, che andava bussando di porta in porta nel mio paese del Cilento, chiedendo l’elemosina. Era una sorta di Fra Galdino, il personaggio dei Promessi Sposi che raccoglieva noci per il suo convento di Pescarenico. Questo frate apparteneva a una piccola comunità di francescani e devo dire che allora, ogni qualvolta sentivo la sua voce inconfondibile, uscivo in strada perché volevo seguirlo fino al convento di San Francesco, che si trovava in una località vicina. Ma non perché desiderassi  fare il monaco. No, non credo di avere mai avuto questa aspirazione.  Ero soltanto attratto dal monastero, da quell’edificio austero e imponente che mi suscitava curiosità e mi faceva immaginare chissà quale mondo fantastico e imperscrutabile potesse racchiudersi tra quelle spesse mura.  E se questo luogo monastico, allora, faceva galoppare la mia ingenua fantasia, confesso che ancora oggi, sebbene in maniera diversa, continua ad abitarmi – se così si può dire – quale metafora di una filosofia di vita più semplice, in antitesi all’attuale quotidiana condizione umana caratterizzata dallo stress, dalla fretta, dai rumori e da una perenne connessione virtuale con un indefinibile “altrove”. Il monastero: il luogo del silenzio, dello spirito, della solitudine. Una solitudine – va precisato – cercata e non imposta. Solitudine che ognuno di noi dovrebbe assaggiare ogni tanto, così tanto per staccare dal frastuono della modernità. Non potrebbe che farci del bene.

“…La solitudine è, prima di tutto, un grande desiderio…Lo si capisce se si sta dentro una metropoli e si riesce ad immaginare ancora un luogo dove insonorizzare il mondo. Non si entra nel nulla, ma si scopre ciò che la città e il baccano nascondevano”. Lo scrive Vittorino Andreoli in un suo libro che ho appena finito di leggere “Beata solitudine” con sottotitolo “il potere del silenzio”. Il grande psichiatra veronese appare spaventato da quello che vede girando per la sua città, dove domina l’indifferenza, e dove lui si sente “sconosciuto tra sconosciuti” . E guardandosi in giro, vede che “ciascuno è concentrato su quell’oggetto piatto che tutti portiamo in tasca e che mostra di contenere mondi ancora più popolati di spettri, di virtualità, della nuova realtà e di immagini che sono più concrete di quelle fatte di ossa e di carne”E mai come in questo momento - scrive Andreoli -“ho voglia di solitudine”.
Vittorino Andreoli ci invita a cercare una più profonda e umana dimensione alla nostra esistenza per dare ascolto e spazio “a quel monaco che si nasconde nel profondo di ciascuno di noi”. E partendo da questo presupposto, ci propone un’accurata analisi sul monachesimo e le sue regole, a partire da quello orientale per soffermarsi più diffusamente su quello occidentale/cristiano, che nasce con San Benedetto da Norcia. L’autore dice di avere girato il mondo,  ma di non avere mai trovato la serenità e quel distacco dal quotidiano e dal tempo che scappa inesorabilmente. E allora – dopo averci parlato del monastero dei credenti - immagina di indossare la tonaca e di poter avere le chiavi di un antico monastero posto su una montagna, un “monastero dei non credenti” (che non c’è, ma che è dentro di lui da molto tempo), con l’intento di fuggire dal mondo e ritornarvi dopo aver cercato e incontrato il suo Dio. Un monastero che nasce per il bisogno di abbandonare – per poco tempo o a lungo – l’affaticamento del vivere quotidiano e fare esperienza isolata in una cella, o comune, nel cenobio con chi vive in quel momento la stessa condizione umana ed esistenziale. Un luogo di preghiera, “il luogo dell’essere non quello del sembrare”, uno spazio che “non ha autorità, che non richiede obbedienza” con poche celle, con la piena libertà di poter entrare e uscire, in cui possano entrare uomini e donne, dove poter pregare in solitudine. Osservando il mondo “così rumoroso, inquieto e così folle – conclude l’autore del libro - mi viene voglia di silenzio e di guardare ai monaci che sono scappati dal mondo, per capire il mondo”. Un libro che - a prescindere dall’excursus storico sul monachesimo, che rappresenta la parte più rilevante della narrazione - ci invita alla riflessione per ritrovare armonia ed equilibrio, condizioni dell’animo umano, queste, che sembrano sparite dal nostro vivere quotidiano, soffocate dai tempi convulsi della modernità.


giovedì 17 gennaio 2019

I graffiti: strumenti di sopraffazione che deturpano il decoro della città



Non esiste nulla di più deprimente - almeno per me - che passeggiare lungo una strada ricoperta di graffiti, scarabocchi, scritte stupide e oscene che ormai deturpano muri, monumenti, vetrine di negozi, mezzi pubblici e qualsiasi altro supporto. Sono segnali, questi, di un palese degrado che avanza indisturbato senza che le amministrazioni locali, o chi per esse, sentano l’urgenza di intervenire al fine di arginare un fenomeno così selvaggio, che mette a dura prova la pazienza dei cittadini e imbruttisce la città.

Tra graffiti e manifesti pubblicitari (quest’ultimi meriterebbero un post a parte), non esiste più uno spazio libero e pulito dove poter posare gli occhi senza imbattersi in un groviglio di sgorbi, di scritte illeggibili e sgrammaticate che si sovrappongono ad altre scritte, di ghirigori prodotti con vernici indelebili che ti aggrediscono visivamente e ti massacrano dentro. Provo rabbia e disgusto per queste “espressioni murarie”. E pensare che c’è sempre qualcuno, il solito “benpensante” (si, perché nel nostro Paese i saggi senza saggezza abbondano), che sta dalla parte di questi “imbrattatori di strada” (non saprei come chiamarli altrimenti), che danno libero sfogo al loro estro comunicandoci qualcosa: forse rancore o frustrazione o insofferenza nei confronti della società e della vita. Certamente, noi percepiamo tutta la loro violenza. Invece, per qualcuno, i graffitari metropolitani sono degli “artisti” incompresi. E intanto sporcano indisturbati le nostre città, di notte quando nessuno li vede, imbrattano la facciata colorata di quel palazzo appena ristrutturato (l’ho visto ieri con i miei occhi…una vera crudeltà!), deturpano un antico muro costruito con le pietre su cui si era posata la patina del tempo. E’ un vero e proprio sfregio al decoro e alla bellezza di un luogo. E noi, prima dobbiamo subire visivamente questa sopraffazione, e poi – quando finalmente le autorità pubbliche preposte si decidono ad intervenire per rimuovere tali obbrobri - siamo costretti a pagare con i nostri soldi.

Italo Calvino, che non poteva condividere questo ideale di città oppressa dalle scritte di ogni genere, che non risparmiano nessuna zona del centro e della periferia, così scriveva: “…La parola sui muri è una parola imposta dalla volontà di qualcuno, si situi egli in alto o in basso, imposta allo sguardo di tutti gli altri che non possono fare a meno di vederla o recepirla. La città è sempre trasmissione di messaggi, è sempre discorso, ma altro è se questo discorso devi interpretarlo tu, tradurlo tu in pensieri e in parole, altro se queste parole ti sono imposte senza vie di scampo. Sia essa epigrafe di celebrazione dell’autorità o insulto dissacratorio, si tratta sempre di parole che ti piombano addosso in un momento che tu non hai scelto: e questa è aggressione, è arbitrio, è violenza. (Lo stesso vale per la scritta pubblicitaria, certamente; ma lì il messaggio è meno intimidatorio e condizionante, – ai «persuasori occulti» ho sempre creduto poco – ci trova più difesi, ed è comunque neutralizzato dai mille messaggi concorrenti ed equipollenti). La parola scritta non è imposizione quando ti arriva attraverso un libro o un giornale perché per essere ricevuta presuppone un previo atto di disponibilità da parte tua, un consenso all’ascolto espresso nell’acquistare o soltanto nell’aprire quel libro o quel giornale. Ma se t’arriva da un muro senza possibilità d’evitarla è una sopraffazione in ogni caso. È prevedibile che chi oggi sente il bisogno d’affermare le sue ragioni conculcate scrivendole sui muri con la bombola spray, il giorno in cui avrà il potere continuerà ad aver bisogno dei muri per giustificarlo, in epigrafi marmoree o bronzee o – secondo le usanze del momento – in smisurati striscioni propagandistici o altri strumenti dell’imbottimento dei crani…”

lunedì 14 gennaio 2019

Balzac e l'eterno dramma della "Commedia umana"



Lo scrittore francese Honorè de Balzac fu uno dei più grandi romanzieri dell’800 ed è considerato il grande interprete del romanzo verista del XIX secolo. Attraverso la sua monumentale opera letteraria “La commedia umana”, costituita dai suoi innumerevoli romanzi e racconti, ha descritto in maniera dettagliata e completa la società francese del suo tempo in tutti i suoi articolati aspetti etico-sociali. Con questo suo romanzo “Papà Goriot” – che io lessi per la prima volta una trentina di anni fa, oggi riletto con rinnovato interesse – lo scrittore francese rappresenta un doloroso dramma familiare, attraverso le vicende di un ex fabbricante di pasta alimentare (papà Goriot) che sacrifica la sua intera esistenza  per le due figlie, le quali, senza ricambiare questo affetto, lo sfruttano e lo lasciano morire solo come un cane.
E’ un dramma umano che si consuma all’interno di una squallida pensione, dove “regna una miseria senza poesia”, da dove esala un “odore di pensione” che sa di rinchiuso, di ammuffito, di freddo, gestita da una signora cinquantenne che “assomiglia a tutte le donne che hanno avuto delle disgrazie”, una donna che esercita nei confronti dei suoi pensionanti un’indiscussa autorità. In questo luogo, microcosmo e metafora di un’intera società, oltre al nostro papà Goriot, troviamo una variegata e dolente umanità sconfitta dalla vita e dagli eventi, che si lascia vivere avvolta da una malcelata rassegnazione, “come galeotti condannati all’ergastolo”. La storia ruota poi intorno alle due figlie del protagonista - sposate a due cinici e freddi aristocratici appartenenti alla nobiltà parigina - più attente e interessate ai soldi e al patrimonio del padre che all’affetto per quel genitore che le amava al punto da sacrificare tutta la sua esistenza, pur di vederle felici.

L’autore, con pagine velate di tristezza senza tuttavia rinunciare a spruzzi di sincera ironia, oltre a proiettarci in una Parigi sofferente dei primi anni dell’800, ci svela anche l’altra parte della società del suo tempo, ricca ed aristocratica, amante dei ricevimenti fastosi ed eleganti, una società dominata dagli interessi a scapito dei sentimenti umani. L’amarezza che vive il protagonista - che incarna l’amore ossessivo di un padre nei confronti delle figlie, derubato dei suoi averi e continuamente oppresso dalle stesse - altro non è che il dramma che vive un’intera società alla ricerca continua di quei valori etico-morali che non siano esclusivamente legati al denaro. E’ la disgrazia di un’epoca corrotta che antepone  gli interessi economici agli affetti più genuini, e che sacrifica gli uomini al dio denaro. Non esiste amore, anche eccessivo e patologico come quello di un padre nei confronti dei propri figli – pare volerci ricordare Honorè de Balzac - che possa reggere di fronte a certi sentimenti come la cattiveria e la sete di ricchezza e di protagonismo, di cui sembrano permeate le aspirazioni dell’uomo.


mercoledì 9 gennaio 2019

Sull'ignoranza delle persone colte



“Il più istruito di tutti è colui che conosce meglio tutto ciò che vi è di più lontano dalla vita quotidiana, dall’osservazione immediata, che non è di alcuna utilità pratica…”


Noi che leggiamo ogni tanto qualche libro e scriviamo sui nostri blog cercando di non fare errori grossolani; noi che andiamo a teatro e frequentiamo i musei e non guardiamo “il grande fratello”; insomma, noi che “voliamo alto” e mangiamo cultura a pranzo e a cena – diciamocelo, ma senza farci sentire – siamo convinti di essere più intelligenti di coloro che non hanno mai aperto un libro, non sanno scrivere neanche la lista della spesa e credono che Socrate sia un calciatore del Brasile. Poi capita di imbattersi in un provocatorio e paradossale libricino, di poco più di cento pagine, che si intitola “Sull’ignoranza delle persone colte” (Fazi Editore), la cui lettura improvvisamente fa vacillare le nostre certezze, scardina la nostra supponenza e mette in dubbio la nostra presunta superiorità culturale nei confronti delle persone poco acculturate. Già l’incipit del libro dà un assaggio di quanto dissacrante sia questo scrittore inglese: “Le persone che hanno meno idee di tutti sono gli scrittori e i lettori. E’ meglio non sapere né leggere né scrivere, che non saper fare altro che questo. Quando si vede un fannullone con un libro in mano, si può essere quasi certi che si tratta di una persona senza né forza, né voglia di stare attenta a ciò che gli accade intorno, o dentro la testa”.
William Hazlitt - questo il nome dell’autore del piccolo e godibile saggio (che comprende sette diverse tematiche tra le quali quella che dà il titolo al testo) - era un pensatore inglese nato nella seconda metà del Settecento, amico di Coleridge e di Keats e grande ammiratore di Napoleone, il quale riteneva che chi ha sempre la testa tra i libri non ha successo nella vita pratica, è negato per gli affari e fallisce pietosamente con le donne. “Il divoratore di libri - scrive con convinzione – si avvolge nella sua rete di astrazioni verbali, e vede solo la pallida ombra delle cose riflessa dalla mente altrui”. E poi rincarando la dose “non ha idee proprie e deve quindi vivere di quelle altrui…non pensa e non s’interessa ai suoi vicini di casa, ma è al corrente degli usi e costumi delle tribù e delle caste degli indù e dei tartari calmucchi”.

Aveva 42 anni quando – separato dalla prima moglie – Hazlitt si innamorò perdutamente di una ragazzina di sedici anni, figlia del suo sarto che gli aveva affittato una camera ammobiliata. Questa giovinetta, senza cultura e di scarsa intelligenza, non ne volle sapere dell’erudito e brillante pretendente, tant’è che lui cadde in una gravissima depressione che lo stava portando alla follia. Non riusciva a farsene una ragione, faceva fatica a capire come una sedicenne qualunque, senza arte né parte, potesse respingere un uomo di successo e di conoscenze. Lui che sapeva di arte, che leggeva e scriveva libri e dipingeva quadri, appariva come l’emblema del fallimento della cultura, di fronte a quella ragazzina che - pur non avendo alcuna dimestichezza con i libri e con il sapere – simboleggiava tuttavia la vita, l’amore, il desiderio. E lo ridicolizzava. Arrivò, allora, alla conclusione che la superiorità intellettuale non è un trampolino di lancio verso la felicità né può rappresentare un segno di distinzione per gli altri. La gente comune vive bene anche senza istruzione, non è interessata alla cultura, è insensibile all’arte e non legge libri perché questi non hanno alcuna utilità pratica. In altre parole i libri non aiutano ma condannano l’individuo alla solitudine e all’incomprensione. “Il principale svantaggio di sapere di più, e di vedere più lontano degli altri, in genere è di non essere compresi. Chi è intellettualmente dotato tende a esprimersi per paradossi, e questo lo colloca subito fuori la portata del lettore comune.  La forza intellettuale – dice ancora Hazlitt – non è come la forza fisica…sapere tanto di più su un argomento non ti dà superiorità, cioè potere sugli altri, ma anzi ti rende ancora più impossibile il fare la minima impressione su di loro…”  Ora noi non sappiamo realmente quanto Hazlitt credesse a queste sue parole. Forse lui voleva essere un provocatore a tutti i costi, visto che era una persona molto colta, amante dei libri, che non gradiva la gente rozza e ignorante. E forse subiva questa sua condizione che in qualche maniera lo emarginava e lo portava a pensare che il mondo, da sempre, vive in una contraddizione irreparabile tra come è e come invece dovrebbe essere. Che dire? Noi, alla fine, “per non saper né leggere né scrivere” continueremo ad amare i libri, infischiandocene di chi, invece, li considera una cosa inutile e dannosa.

venerdì 4 gennaio 2019

Un'oasi di silenzio nel cuore di Roma




Vivendo in una grande città come Roma, soffocata dai rumori e dal traffico e invasa dai turisti tutto l’anno, sono in continua fuga proprio dai suoi luoghi maggiormente frequentati e chiassosi, sempre alla ricerca di spazi più silenziosi e meno affollati. E devo dire che - anche tra le mura della città eterna - a volte basta svoltare un angolo, percorrere una stradina secondaria e poco frequentata, per trovarsi all’improvviso in un altro mondo, in un’oasi di tranquillità, dove magari una piccola chiesa, un convento, un antico e nobile palazzo o solo una suggestiva piazzetta con al centro una fontanella, ti invitano alla lentezza, alla contemplazione. E’ noto che chi viene in visita a Roma, in maniera frettolosa e solo per qualche giorno, finisce quasi sempre per aggirarsi nei soliti posti superaffollati (Fontana di Trevi, Piazza Navona, Piazza di Spagna, il Colosseo…), visitando i monumenti più noti e tralasciando alcune bellezze e taluni scorci urbani che da soli meriterebbero una visita approfondita. E’ pur vero, però, che se certi posti conservano ancora il loro antico fascino, è perché non vengono letteralmente invasi da orde di turisti rubicondi, scortati come un gregge di pecore da una guida che agita un ombrellino alla testa del gruppo. C’è da dire, altresì, che chiunque voglia osservare il fenomeno con un po’ di spirito critico – con  il rischio di essere tacciato di snobismo - non può non considerare che, frequentando in massa lo stesso luogo si finisce per danneggiarlo in poco tempo. Questo vale per le città d’arte come per le località di mare.
Dicevo che mi piace “scoprire”, durante le mie solitarie passeggiate romane, spazi alternativi a quelli maggiormente frequentati, per poter godere di rilassanti momenti di silenzio che almeno in una grande città sembrano definitivamente scomparsi. E così l’altro giorno - mentre la città sta consumando in maniera convulsa gli ultimi strascichi festaioli - sono ritornato al Monastero dei Santi Quattro Coronati, annesso alla omonima Basilica paleocristiana risalente al V secolo (complesso monumentale incastonato tra Piazza S. Giovanni ed il Colosseo), sede fin dal 1564 di una comunità di monache agostiniane. Cercavo un po’ di silenzio, volevo allontanarmi dalla folla, pur godendomi la bellezza insuperabile di Roma. Questo luogo – che è dedicato, secondo la leggenda, ai “quattro scalpellini cristiani messi a morte sotto Diocleziano per essersi rifiutati di scolpire idoli pagani” - è raggiungibile attraverso una stradina fin troppo silenziosa (visto il traffico di macchine che gravita intorno alla zona) che parte da piazza S. Giovanni in Laterano e sfocia in una deliziosa piazzetta proprio davanti al complesso monastico, sormontato da una enorme torre quadrata. L’imponente struttura, che comprende non solo la basilica ma anche altri ambienti religiosi e residenziali, fu utilizzata nel Medioevo come fortezza papale a guardia del Palazzo Lateranense e nel corso dei secoli ha subito diverse trasformazioni ed interventi di restauro. Oltrepassato il portone d’ingresso, mi sono trovato immerso in una suggestiva atmosfera medioevale; ho attraversato due cortili esterni comunicanti, dove il tempo sembrava essersi fermato e, prima di entrare nella Basilica, mi sono lasciato attrarre da un luogo di autentica bellezza che ispira sentimenti di grande spiritualità: l’Oratorio di S. Silvestro.


Sono entrato, poi, nella chiesa che presenta tre navate abbracciate dalla sua maestosa abside, unico esempio in tutta Roma. A quell’ora non c’era nessun altro visitatore: solo una monaca, in un angolo poco illuminato diffondeva musica sacra suonando un organo, le cui note rendevano ancora più mistico e suggestivo il luogo in cui mi trovavo. Da una porticina della navata sinistra mi sono quindi affacciato nel meraviglioso chiostro, risalente alla prima metà del XIII secolo.


Si tratta, come scrive Lia Barelli nella storia del convento, “di uno splendido esempio di quella che viene definita architettura 'cosmatesca', dal nome di una delle principali famiglie di scultori-architetti operanti a Roma tra XII e XIII secolo, i Cosmati”. Confesso che al cospetto di un luogo così straordinario, circondato da un luminoso giardino – dove “chiuso e aperto” convivono in splendida sintonia - al centro del quale si leva una preziosa fontana di marmo “probabilmente dell’XI secolo” dove l’acqua zampilla, mi sono lasciato cullare da quella incantevole atmosfera. E non avrei mai smesso di passeggiare lungo il porticato che cinge il giardino in un morbido abbraccio. Come una sorta di monaco laico mi sono soffermato a lungo in quel chiostro, immerso nella solitudine e nel silenzio, così lontano dal rumore della città e dalle miserie umane. Un luogo che eleva l’animo verso la spiritualità, che fa comprendere la bellezza dell’arte, che stimola la ricerca di un’armonia verso se stessi e gli altri. E invita alla riflessione, alla calma interiore, all’amore per la vita. Ma noi, imbrigliati come siamo nella frenesia quotidiana che in maniera così violenta contraddistingue e degrada il nostro tempo, sommersi dai rumori di sottofondo, non ci accorgiamo che stiamo perdendo una dimensione fondamentale della nostra esistenza che ci permette di pensare e di ascoltare: il silenzio. Dopo circa un’ora di permanenza in quel “mondo”, sono uscito fuori, nell'altro mondo: devo dire che ero più sereno. Pronto ad affrontare il caos della città che faceva sentire forte il suo ruggito.

giovedì 3 gennaio 2019

Io non ho nulla da dire



Aver qualcosa da dire
nel mondo a se stessi, alla gente.
Che cosa ? Non so veramente
perché io non ho nulla da dire.

Che cosa ? Io non so veramente.
Ma ci son quelli che sanno.
Io no - lo confesso a mio danno -
non ho da dir nulla ossia niente.

Perché continuare a mentire,
cercare d’illudersi ? Adesso
ch’io parlo a me mi confesso:
io non ho niente da dire,

eppure tra tante persone,
tra tanti culti colleghi
io sfido a trovar chi mi neghi
d’aver questa o quella opinione,

e forse mia madre, la sola
che veda ora in me fino in fondo,
è certa che anch’io venni al mondo
per dire una grande parola.

Gli amici discutono d’arte,
di Dio, di politica, d’altro:
e c’è chi mi crede il più scaltro
perché mi fo un poco in disparte;

qualcuno vorrebbe sentire
da me qualcosa di più.
“Hai nulla da aggiungere tu ?”
“Io, no, non ho niente da dire.”

E’ triste. Credetelo, in fondo,
è triste. Non essere niente.
Sfuggire così facilmente
a tutte le noie del mondo.

Sentirsi nell’anima il vuoto
Quando altri più parla e ragiona.
Veder quella brava persona
imporsi un gran compito ignoto.

E quelli che chiedono a un tratto:
“Che avresti tu detto al mio posto ?”
“Io….Non avrei forse risposto….
Io….mi sarei finto distratto…”

Non aver nulla, né mire,
né bei sopraccapi, né vizi;
osar fino in mezzo ai comizi:
“No, sa ? Non ho niente da dire.”

Ed esser creduto un insonne,
un uomo che veglia sui libri,
un’anima ardita che vibri
da tutto uno stuolo di donne.

“Mi dica, sua madre che dice ?
Io so dai suoi libri che adora
sua madre. Nevvero signora ?
nevvero che è tanto felice ?

Un figlio ! Vederlo salire,
seguirne il pensiero profondo…”
ed io son l’unico al mondo
che non ha niente da dire.

Marino Moretti

mercoledì 26 dicembre 2018

E' ancora possibile la poesia?

Eugenio Montale


Ha un senso parlare di poesia, oggi, nell’attuale civiltà consumistica e super tecnologica che vede affacciarsi per la prima volta un robot al posto dell’uomo? Se lo chiedeva già il grande poeta Eugenio Montale oltre 40 anni fa allorquando, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, pronunciò un memorabile discorso all’Accademia di Svezia incentrato proprio sul ruolo della poesia per la quale veniva premiato. Fu un discorso illuminante, ancora oggi di grande attualità, che ci fa capire molte cose su questo “prodotto” dell’ingegno umano  “assolutamente inutile – scriveva Montale - ma quasi mai nocivo, e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà”.

Per Montale “esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l'altra può dormire i suoi sonni tranquilla. Un giorno si risveglierà, se avrà la forza di farlo. La poesia di “consumo immediato” è – secondo me – quella che appartiene a tutti quei poeti estemporanei che pubblicano poesie orecchiabili… sentimentali… ricche di “a capo”, però senza il rispetto di quelle regole che stanno alla base di un componimento poetico. Nel pronunciare il suo discorso all’Accademia di Svezia il poeta genovese affermava che “tutte le arti visuali stanno democratizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza”. E poi si chiedeva: “Ma perché oggi più che mai l’uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di se stesso? […] Sotto lo sfondo così cupo dell'attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano «datate» e il bisogno che l'artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell'attuale, dell'immediatoDi qui l'arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un'esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera una sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia. […]

“L'arte-spettacolo, l'arte di massa, l'arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore – sosteneva ancora il poeta - ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. Si può incorniciare ed esporre un paio di pantofole (io stesso ho visto così ridotte le mie), ma non si può esporre sotto vetro un paesaggio, un lago o qualsiasi grande spettacolo naturale. La poesia lirica ha certamente rotto le sue barriere. C'è poesia anche nella prosa, in tutta la grande prosa non meramente utilitaria o didascalica: esistono poeti che scrivono in prosa o almeno in più o meno apparente prosa; milioni di poeti scrivono versi che non hanno nessun rapporto con la poesia. Ma questo significa poco o nulla. Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro. Ma la vita dell'uomo è breve e la vita del mondo può essere quasi infinitamente lunga. […]

In quel lontano 1975 il poeta si chiedeva ancora: “quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l'arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. Solo in un secondo momento sorgono i problemi della stampa e della diffusione. L'incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni. Ma si tratta appunto di produzione, cioè di manufatti soggetti alle leggi del gusto e della moda”.  […] Montale si soffermava poi sulla crisi che sembrava avvolgere tutto il mondo artistico, “crisi che è strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di esseri umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun'altra creatura vivente può vantare. Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. È come chiedersi se l'uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione (e se di un tale giorno, che può essere un'epoca sterminata, possa ancora parlarsi).
Vorrei concludere con una poesia di Eugenio Montale che forse più delle altre contiene l’essenza stessa dell’arte poetica, o meglio quel “materiale” con cui viene costruita una poesia: le parole

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e
disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.

Eugenio Montale

giovedì 20 dicembre 2018

"Un'anima persa" di G. Arpino: mistero e verità nascoste



Sono tanti gli scrittori bravi e dimenticati che hanno fatto la storia della letteratura italiana del Novecento. Giovanni Arpino, morto nella sua Torino nel 1987 a soli 60 anni, è uno di questi. Grande appassionato di calcio (scriveva anche articoli sportivi per “La Stampa”) è autore di molti romanzi alcuni dei quali hanno vinto premi letterari importanti quali lo Strega  con “L’ombra delle colline” e il Campiello con “Randagio è l’eroe”.

“Un’anima persa” - il romanzo che ho appena finito di leggere - fu pubblicato nel 1966. L’ho scovato sui banchetti di un mercatino dell’usato (Oscar Mondadori edizione del 1974) e credo che il libro oggi sia fuori catalogo. La vicenda narrata si manifesta al lettore tra inquietudine e mistero avvolgendolo in un’atmosfera carica di apprensione. Non saprei come definire questo libro, in quale ambito collocarlo: certamente non è un horror - nell’accezione classica del termine – né un thriller, generi questi che non mi affascinano più di tanto e che io difficilmente leggo. Forse potrebbe essere catalogato come una sorta di giallo psicologico, incentrato com’è sulla doppiezza dei comportamenti umani, sullo squilibrio mentale e la forza attrattiva del male. In ogni caso, posso dire che il racconto - che si presenta sotto forma di diario condensato in soli cinque giorni - si legge tutto d’un fiato grazie all’abilità narrativa dello scrittore torinese che riesce a far emergere, tra le righe, le forti tensioni emotive che vivono i pochi personaggi della storia.

La trama: ci troviamo negli anni ’60 del secolo scorso in una Torino spettrale nell’afa di luglio. Direi che la città è solo sfiorata, perché la vicenda si svolge in gran parte nella casa di due persone alquanto strane (Serafino Calandra “l’ingegnere” e sua moglie Galla) gli zii del protagonista diciassettenne (Tino), voce narrante del libro. Costui - che vive in un orfanotrofio da quando i suoi genitori sono morti in un incidente stradale - arriva nel capoluogo piemontese per sostenere gli esami di maturità classica, ospite di questi suoi parenti che non vede da molto tempo. E’ da sempre prigioniero di oscure ed inspiegabili paure che non riesce “ a soffocare con le sole forze della ragione”, e che si manifestano ancor di più da quando è arrivato nella casa degli zii. Queste paure, che gli procurano un vero scompiglio, sono generate soprattutto da strani fruscii e scricchiolii che lui avverte soprattutto quando si trova a letto. A questa sua instabilità emotiva si aggiunge – ora che si trova a Torino - una nuova preoccupazione: la casa che lo ospita nasconde un doloroso dramma familiare ed umano. Lo zio, infatti, ha un fratello pazzo - “il professore” - relegato in una stanza della casa dove non entra mai nessuno da vent’anni, tranne lo zio che provvede personalmente a tutti i suoi bisogni. Il nostro giovane protagonista, impaurito e digiuno di vita reale, si ritrova suo malgrado coinvolto in una storia più grande di lui, suggestionato dagli eventi che si susseguono rapidi e impietosi e dai quali viene inghiottito “come un boa inghiotte un coniglio”.
Intorno a queste inquietudini l’autore inizia a tessere magistralmente la sua tela narrativa, facendo crescere le tensioni e introducendo improvvisi colpi di scena, legati alla contrapposizione tra la vita apparentemente normale che lo zio fornisce agli altri e la follia latente che alberga nel suo animo. Ci si domanda: chi è l’anima persa? Il giovane Tino avvolto dalle sue paure irrazionali o sua zia Galla succube del marito? Lo zio Serafino schiavo della sua doppiezza o il fratello pazzo che nessuno ha mai visto? Sembra quasi che l’autore, con questo libro, voglia dirci che a volte la normalità che mostriamo altro non è che una maschera di comodo che serve a nascondere quell’identità malata che ci divora dentro.

giovedì 13 dicembre 2018

Un libro sull'infelicità...e il piacere è assicurato



Facciamo di tutto per essere infelici: è forse la cosa che ci riesce meglio. D’altra parte i motivi non mancano mai: le ipocrisie della classe politica, gli effetti deleteri del tran tran quotidiano, il traffico della grande città, la spazzatura che ci sommerge, la crisi economica, gli anni che avanzano inesorabilmente, il lento disfacimento del corpo, ecc.

Facevo queste amare riflessioni mentre mi trovavo a gironzolare tra i banchi di un mercatino dell’usato, illudendomi di trovare qualcosa che potesse scacciare dalla mente quel mio temporaneo malumore. All’improvviso la mia attenzione è rivolta ad un libro, dal titolo tutt’altro che appetibile: “L’infelicità – Storia di una passione”. Considerato anche il mio stato d’animo, non sembrava affatto il balsamo della situazione. E’ pur vero che se dovessimo soffermarci solo sul titolo, certi libri apparirebbero autentici “mattoni” che non invogliano alla lettura. A volte può capitare, infatti, che per una serie di motivazioni psicologiche difficili da spiegare, o di pregiudizi duri a morire - che probabilmente nascono dal tema trattato, ma anche dalla dimensione del volume - almeno inizialmente si avverta una strana sensazione che ti fa pensare di non riuscire a portare a termine certe letture. Nonostante queste premesse, l’ho comprato senza indugi e a lettura ultimata mi viene da pensare che un libro ti può dare felicità anche se parla di infelicità. E’ un po’ come leggere una poesia di Leopardi, che sebbene contenga tutto il dolore di questo mondo, riesce tuttavia a trasmettere gioia in chi la legge (almeno al sottoscritto), grazie alla bellezza ed alla profondità dei versi e alla ricchezza delle immagini che sa creare. E poi, se proprio vogliamo fare un discorso leggermente egoistico: non esiste forse un sottile e cinico legame tra l’infelicità degli altri e il nostro personale piacere? Tutte le tragedie familiari che vengono trasmesse a puntate dai programmi televisivi, che generano angoscia e dolore in chi le subisce, non sono forse liberatorie per chi le guarda con eccessivo e morboso interesse?

“L’infelicità”, con quel suo sottotitolo che rimanda ad una passione, è un libro godibile, delicato e accattivante, scritto con leggerezza ed ironia da Armando Torno, giornalista e scrittore. Ci tiene a sottolineare l’autore che con questo testo non intende approdare ad alcun risultato, né a dare consigli per debellare le sofferenze che attanagliano  l’umanità; tanto meno è sua intenzione competere con i grandi del passato che si sono cimentati in dotte dissertazioni su tale tematica. Perché l’infelicità, scrive Torno, “la proviamo, la viviamo, la subiamo, ma non riusciamo però a conoscerla razionalmente”. E’ uno strano e impenetrabile sentimento che tutti i giorni “si incontra con gli uomini, frequenta le loro case, indugia nei loro pensieri”. L’hanno cantata i poeti, l’hanno raccontata gli scrittori, ne hanno discusso i sommi filosofi dell’antichità. Tutti i grandi animi hanno incontrato l’infelicità, chiamandola con nomi diversi e cercando di sconfiggerla, con le loro opere e con il loro esempio, senza però riuscirci.

E’ ormai risaputo, scrive l’autore, che l’infelicità aumenta di pari passo con la civiltà; ma pare che esista anche uno stretto rapporto tra l’intelligenza e l’infelicità. Nell’Ecclesiaste si legge “grande sapienza grande tormento, più intelligenza avrai, più soffrirai”. Anche Arthur Schopenhauer puntualizzava che “man mano che la conoscenza diviene più distinta e che la coscienza si eleva, cresce anche il tormento, che nell’uomo raggiunge quindi il grado più alto, e tanto più alto, quanto più l’uomo è intelligente; l’uomo di genio è quello che soffre di più”. Sembrerebbe, quindi, che la stupidità attenui l’infelicità e che non occorra particolare acume per essere felici. Davvero una magra consolazione: l’idiota non sa nulla ed è felice. Ma come si fa ad affievolire e combattere l’infelicità? Naturalmente non esiste un metodo preciso; l’uomo ha bisogno del piacere, uno dei pochi anestetici contro il dolore e le sofferenze che tanta infelicità gli procurano. Ma anche qui siamo dinanzi ad un enigma – afferma Armando Torno – perché ci si chiede cosa sia questo piacere che sa lenire i dolori dell’infelicità. A questo punto ci vengono in soccorso i filosofi: Aristotele, Epicuro. Montaigne e tanti altri. Ha scritto Eugenio Montale in Ossi di seppia che la nostra vita si svolge al di qua di “una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Per Armando Torno quella muraglia si può chiamare con un nome più semplice: infelicità. Vale comunque la pena trarre giovamento da chi ha sofferto e ha conosciuto l’infelicità, perché nessuno meglio di chi è stato infelice può darci lezioni di quotidiana felicità.