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giovedì 11 ottobre 2018

Albert Camus e la "dolce indifferenza del mondo"



“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Inizia con queste stranianti parole il romanzo di Albert Camus “Lo straniero” (Bompiani Editore), un classico della letteratura. E’ la madre di Meursault, un modesto ed oscuro impiegato che vive ad Algeri nella più completa apatia verso se stesso e il mondo, il quale si trascina in uno stato di indifferenza, di solitudine e di estraneità. Neanche la morte della madre – notizia appresa dalla direzione dell’ospizio in cui da tempo la donna era ricoverata - riesce a rattristarlo, a scuoterlo dalla sua pigrizia mentale e corporea, a liberarlo da quella inerzia che sembra plasmare la sua mente, incapace com’è di avvertire qualsiasi sentimento di dolore. E la sua indifferenza sembra concretizzarsi subito dopo il funerale della madre allorquando afferma “tutto è stato così naturale, che non mi ricordo più niente”. Il dimenticare, quindi, scandisce inesorabilmente la sua esistenza; ma anche la noia del vivere, l’indifferenza verso il sentimento dell’amore nei confronti di una persona cara, il disinteresse verso quelle semplici azioni quotidiane vissute solo come abitudini consolidate senza alcuna responsabile consapevolezza. Le sue giornate sono piatte, prive di entusiasmo e di iniziative, senza molta partecipazione, anche quando si trova a vivere momenti di intimità “...l’ho baciata, ma male” oppure quando si appresta a trascorrere una giornata di festa “..mi è venuto in mente che era domenica e questo mi ha dato noia: la domenica non mi piace”.

L’atmosfera che si respira nel libro - attraverso il monologo interiore del protagonista - è sempre melanconica, direi rassegnata: è l’accettazione remissiva degli eventi che gli accadono, o meglio che gli scivolano addosso e lo allontanano sempre di più dalle cose e dalla vita. La narrazione procede quasi sempre in maniera lenta e intorpidita, che poi è la stessa tensione che anima il protagonista, tensione mista ad una forte incertezza che si manifesta anche nel rapporto amoroso che lui intrattiene con la sua donna: “mi ha domandato se l’amo - dice Meursault – le ho risposto che era una cosa che non significava nulla, ma che mi pareva di no”. L’apatia e l’indifferenza non lo abbandonano neanche quando uccide, per futili motivi, un arabo che nemmeno conosce: si lascia arrestare e si consegna impassibile al processo, evitando di difendersi e senza cercare giustificazioni al suo gesto. La sua filosofia di vita è che ci si abitua a tutto, anche alle situazioni più estreme che offre la vita come quella carceraria, e l’abitudine, appunto, sembra costituire la sua forza d’animo, la sua corazza protettiva nei confronti del mondo esterno e delle avversità dell’esistenza. “se avessi dovuto vivere dentro un tronco d’albero morto, senz’altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato – dice Meursault – avrei atteso passaggi di uccelli o incontri di nubi” così come nel carcere attendeva “le strane cravatte dell’avvocato” o come da cittadino libero aspettava pazientemente “il sabato per avere il corpo di Maria”. Anche il processo che subisce è la rappresentazione di una sorta di commedia dell’assurdo in cui, da una parte, i giudici sembrano accanirsi più sulla mancanza di qualità morali dell’imputato che sul reato per cui viene giudicato, mentre dall’altra, l’imputato -  che non aveva mai assistito ad un processo - diventa attore interessato ma passivo ed estraneo, senza avere la possibilità non solo di difendersi, ma di esprimere alcun parere al riguardo.

In questo contesto narrativo Meursault si configura come un lucido eroe di un assurdo destino, il quale di fronte alla condanna a morte si apre per la prima volta “alla dolce indifferenza del mondo” e si sente felice al pensiero che il giorno della sua esecuzione ci siano molti spettatori che lo accolgano “con grida di odio”. E’ un libro che fa molto riflettere – come tutti i grandi libri, piacciano o meno - un romanzo che scandaglia gli angoli più nascosti dell’animo umano. Da leggere assolutamente.

lunedì 8 ottobre 2018

L'amicizia tra un uomo e una donna



Di sera mi piace  saltare da un libro ad un altro, leggiucchiare di qua e di là, per non essere tentato dalla televisione. E così facendo mi è capitato di leggere l’opinione di due grandi pensatori del passato su un argomento molto interessante: l’amicizia tra un uomo e una donna. Il primo - il poeta e scrittore argentino Borges - scriveva che l’amicizia tra un uomo e una donna è sempre un poco erotica, anche se inconsciamente, mentre l’altro - Nietzsche - affermava che “un uomo può stringere legami di amicizia con una donna, ma per mantenerla è necessario il concorso di una leggera avversione fisica”. Borges - in altre parole - concede qualche spiraglio a tale sentimento, anche se velato da una inconscia attrazione fisica che può facilmente sconfinare e andare oltre, mentre il filosofo tedesco dice, in parole povere, che un uomo può avere una donna per amico solo se questa donna è brutta.
 
Insomma, i due grandi pensatori non mi aiutano affatto nel consolidare l’amicizia con una donna, non mi danno alcuna certezza, mi scaraventano nel dubbio e, a sentire loro, mi par di capire che io stia sempre in bilico, tra un attestato di stima per la mia correttezza nei suoi confronti - da una parte - e un eventuale ceffone, dall’altra, per avere sconfinato o per essermi avventurato in “esplorazioni” non consentite. E soprattutto non gradite. A parte gli scherzi e lasciando perdere ciò che pensano i filosofi del passato, ritengo che l’amicizia tra un uomo e una donna sia un sentimento alquanto contrastante e non facile da gestire, a volte carico di ambiguità, fatto di tentazioni represse e malcelate complicità. L’occasione può essere vissuta, tuttavia, come una sorta di amicizia “amorosa”; e se riesce a correre su binari regolari, senza coinvolgimenti fisici ed emotivi, la probabilità che possa durare per sempre è davvero molto alta. E’ chiaro, però, che il fattore puramente fisico nel rapporto uomo-donna esiste sempre, non si può negare; si sa che in natura i sessi opposti si attraggono, magari in senso univoco. Ricordo che quando lavoravo in ufficio avevo installato sul desktop del mio computer una bella madonna di Antonello da Messina, la quale più che “salva schermo” per me fungeva da “salva amicizia”. Infatti mi rivolgevo a quella immagine misericordiosa nei momenti in cui l'amicizia che mi legava alla mia collega di stanza, nei cui confronti non nutrivo alcuna “avversione fisica”, sembrava tentennare. E devo dire che tale amicizia dura tuttora, a dispetto di quanto sosteneva Nietzsche.

martedì 2 ottobre 2018

Consigli non richiesti...



“…Se volete salvarvi e salvare insieme a voi il vostro presente, il vostro futuro e quello di tutti, allontanatevi in punta di piedi dalle luci troppo violente dell’oggi. Non ascoltate mai il telegiornale: cade durante le ore del pranzo e potrebbe guastarvelo. Comprate soltanto un giornale, perché con un minimo sforzo di fantasia potrete immaginare tutti gli altri. Non leggetelo la mattina, quando le vostre forze ancora vigorose debbono inoltrarsi gioiosamente nel tempo, ma verso sera: o la sera dell’indomani, quando molti fatti vi sembreranno già morti, più vecchi di quelli che potreste leggere in un foglio di cent’anni fa. Cercate di abitare nella vostra casa come se abitaste nella tenda di un nomade: cercate di possedere come se non possedeste: lasciate cadere il succo delle vostre letture nel pozzo fruttuoso della dimenticanza; cancellate dalla vostra mente i pensieri che vi rendono ansiosi, perché soltanto una mente leggera può conoscere quella parte di felicità concessa ad ognuno dal caso, o dal << piccolo Dio, che ha creato qualcosa di tanto soave come le piante e gli alberi >>. Fate il vuoto attorno a voi, anche se vi chiameranno freddi ed egoisti. Come diceva un saggio: << Siate grati a chi non vi saluta quando vi incontra e a chi non chiede vostre notizie quando siete malato. Appena giunge la notte, siate felici della solitudine attorno a voi: felici di non vedere i visi degli uomini, felici di non udire le loro parole >> ”.
1975

Tratto da “L’armonia del mondo – miti d’oggi – “ di Pietro Citati

(Rizzoli Editore)

venerdì 21 settembre 2018

Un paese e le sue rovine



Ritorno ogni estate nel mio paese d’origine, nel Cilento. E’  l’abituale “viaggio non viaggio” che faccio tutti gli anni verso il luogo dove sono nato e dove ho vissuto fino a 19/20 anni. Un tragitto, questo, di poche centinaia di chilometri: inizia da Roma – dove vivo abitualmente da circa 40 anni – e termina in questo piccolo borgo di poche anime aggrappato ad una collina che guarda verso il mare. E’ il mio luogo dell’infanzia e della memoria. Il mio luogo dell’anima che conserva, come un salvadanaio, sentimenti e ricordi; un posto dove esistono ancora valori come la lentezza e il silenzio, cioè quei modi diversi di guardare la realtà che non appartengono ad una grande città come Roma. Questo rimpatrio genera in me sentimenti contrastanti: a volte mi sento come un emigrante che torna nel paese nativo per cercare l’antica identità; a volte mi vedo straniero nel paese in cui sono nato, perché non trovo più quei riferimenti che avevo lasciato; a volte avverto un senso di profondo spaesamento di fronte ai tanti cambiamenti che sono avvenuti negli anni; a volte mi sembra di non essermi mai allontanato da quelle antiche case in pietra, da quelle viuzze assolate, perché si può restare in un posto anche vivendo altrove. Quel luogo è come una parte del mio corpo che mi appartiene ed a cui io appartengo. E’ una sorta di protesi e racchiude un pezzo significativo della mia esistenza.
Scrive l’antropologo Vito Teti in un suo bellissimo libro che si intitola “Il senso dei luoghi” con sottotitolo “Memoria e storia dei paesi abbandonati” (Donzelli editore – pagg. 593): “…Ognuno di noi ha un luogo dove, ora con amore ora con disagio, ora con piacere ora con dolore, si sente a casa, o in quella che è stata la casa, un luogo, dove anche se se n’è allontanato, si sente a suo agio, sente il proprio corpo in maniera diversa. E’ una soglia e un confine, una siepe e un carcere. E’ tante cose ma soltanto a partire da quel luogo, da quella casa, da quelle sabbie, da quella strada, da quella ferrovia, da quel fiume, misuri il senso della tua lontananza, dei tuoi spostamenti, ripercorri la tua nostalgia e riacciuffi la tua memoria, o scarichi il tuo desiderio di oblio”. Ecco, io da quella stradina che si incunea tra le case di Melito, frazione di Prignano (questo il nome del paese), dove giocavo serenamente da ragazzo con i miei amici, da quella antica casa costruita in pietra ai primi del Novecento dove sono nato, da quella piccola chiesa dedicata a Santa Caterina che mi ha visto partecipare a lontane funzioni religiose, da quella Torre medioevale che tanto mi affascinava da bambino ispirandomi storie fantastiche,  insomma da quel paesino circondato da querce e ulivi, riacciuffo la mia memoria. Quella memoria che mi fa ritrovare l' infanzia spensierata fatta di giochi “poveri” finiti ormai nel dimenticatoio, che mi riporta agli anni adolescenziali, così diversi da quelli vissuti dai ragazzi dei nostri tempi.

Per fortuna Melito non è a rischio abbandono – come spesso accade in alcune zone del sud - tuttavia al suo interno esistono alcune case in rovina, disabitate (accanto a quelle abilmente ristrutturate nel rispetto del territorio), dal momento che gli antichi abitanti sono morti da tempo e gli eredi non hanno nessun interesse a ristrutturarle. Vengono spesso messe in vendita tramite agenzie, ma restano quasi sempre invendute e lentamente diventano dei corpi morti, pericolanti, estranei, che generano inquietudine e tristezza. Mi soffermo spesso ad osservare queste casette costruite con la pietra locale che ormai presentano il tetto sfondato e gli infissi cadenti: un tempo custodivano storie ed affetti, gioie e dolori e ogni volta il mio pensiero va a quelle persone conosciute, che un tempo le abitavano e che appartengono alla mia fanciullezza. Ai miei ricordi giovanili. Quelle case abbandonate, nonostante tutto, conservano una loro dignità e bellezza, continuano a parlare a chi le osserva attraverso le storie racchiuse tra quelle mura, più di quanto possa raccontare una recente e anonima costruzione, in qualsiasi luogo essa si trovi; quelle rovine ai miei occhi esercitano una sorta di attrattiva perturbante. Lo ammetto: mi assale un senso di nostalgia per quel tempo perduto. E questo sentimento diventa ancora più doloroso e straziante quando vedo proprio quella casetta in rovina che - per un breve periodo - fu abitata (in affitto) dai miei genitori. Sia ben chiaro: non è nostalgia del passato inteso come paradiso perduto (la vita, allora, era difficile). Ma è - come scrive sempre Vito Teti nel suo libro che mi ha tenuto compagnia durante le passate vacanze estive e che mi ha ispirato questa mia riflessione - "la nostalgia di quanti pensano che il tempo presente non debba smarrire la memoria del passato e che anche le macerie del passato servono per ricostruire …”. Perché la memoria definisce la nostra identità e senza la memoria del passato non possiamo costruire il futuro. 
Quando nel paese muore una persona anziana, si sente spesso dire: “un’altra casa si è chiusa”. Per dire che con la scomparsa di quella persona, finisce una storia, si estingue una famiglia conosciuta e apprezzata nel paese, si chiude definitivamente un’epoca. Ma il paese dei padri continua a vivere con i figli che sono rimasti o che ritornano – come il sottoscritto – nella casa avita; e continua a vivere anche con i nuovi abitanti che vengono spesso da lontano, i quali, pur non avendo alcun legame con il territorio, cercano faticosamente di integrarsi e fare paese. Come per dire che un vecchio paese muore un po’ alla volta mentre, con difficoltà, ne sorge uno nuovo.

sabato 15 settembre 2018

Baricco e "La sposa giovane"



Se l’obiettivo di Alessandro Baricco era quello di disorientare il lettore complicandogli la vita, ebbene io credo che con il suo ultimo romanzo “La sposa giovane” (pubblicato da Feltrinelli nel 2015) abbia raggiunto appieno il suo scopo. “Alcuni scrivono libri – sostiene l’autore – altri li leggono: sa dio chi è nella posizione migliore per capirci qualcosa”.
Protagonista del romanzo è una bizzarra e inquietante famiglia benestante i cui membri, il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia, lo Zio (non ci è dato sapere i loro nomi) vivono arroccati nella loro ricca dimora di campagna in un luogo non ben precisato. Ci troviamo, forse, all’inizio dello scorso secolo, ma se la vicenda fosse ambientata ai nostri giorni, nulla cambierebbe. La storia è tutta incentrata sull’attesa del Figlio (che si trova in Inghilterra a curare gli affari della propria azienda tessile) il quale dovrà convogliare a nozze con la Sposa giovane. In questa lunga attesa (verrà…non verrà…sta arrivando…è un po’ come aspettare Godot o i nemici nel “Deserto dei tartari”), la vita scorre monotona e abitudinaria orchestrata abilmente, nei suoi ritmi quotidiani, dal maggiordomo Modesto - l’unico personaggio ad avere un nome – (ci sarebbe da capire il perché ma non ne vale la pena). Costui, come un sacerdote, officia e serve in quella casa da circa 60 anni, fedele ad un protocollo “la cui razionalità, ammesso che esistesse, affondava le sue radici in un passato privo ormai di spiegazioni”. Le stranezze in questa casa non mancano: innanzitutto non ci sono libri perché i nostri personaggi “orfani di qualsiasi logica” hanno una grande fiducia nelle cose materiali e non vedono la necessità di “ricorrere a palliativi”; hanno paura della notte perché nel corso delle generazioni i vari antenati sono venuti a mancare proprio nelle ore notturne; sono soliti ricevere i loro ospiti in pigiama, durante le torrenziali colazioni senza fine e ignorano la successione dei giorni, perché mirano a “viverne uno solo, perfetto, ripetuto all’infinito”. E nell’attesa del promesso sposo, la Sposa giovane viene iniziata alla vita e al sesso dal Padre, dalla Madre, dalla Figlia e dallo Zio. A loro immagine e somiglianza.

Insomma Baricco, con la sua prosa brillante, con i suoi virtuosismi e le sue invenzioni si diverte a far scorrere la penna “lontano dalla via maestra” ed a farla “rotolare giù da improvvise scarpate”. Anche la voce narrante del libro segue le sue strane logiche passando bruscamente dalla terza alla prima persona e viceversa “con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore”. E durante questi volteggi lessicali si inserisce spesso anche l’autore – che diventa egli stesso personaggio del libro - con le sue riflessioni che in qualche maniera toccano anche la sua sfera privata. In una di queste incursioni il personaggio Baricco scrive: “…non ho mai pensato che il mestiere di scrivere si possa risolvere nel confezionare in modo letterario gli affari propri, col penoso stratagemma di modificare i nomi e talvolta la sequenza dei fatti, quando invece il senso più giusto di quello che possiamo fare mi è sempre parso mettere tra la nostra vita e quel che scriviamo una distanza magnifica che, prima prodotta dall’immaginazione poi colmata dal mestiere e dalla dedizione, ci porta in un altrove dove risultano mondi, prima inesistenti, in cui quanto c’è di intimamente nostro, inconfessabilmente nostro, torna ad esistere, ma a noi quasi ignoto, e toccato dalla grazia di forme delicatissime, come di fossili o farfalle”.

Lo ammetto: Baricco non rientra tra i miei autori preferiti. Sono troppo legato alla produzione letteraria del passato e non riesco a leggere il tanto reclamizzato “successo del momento”, il “bestseller” con i suoi serial killer, i suoi detective, i suoi commissari, i suoi chef. Tuttavia non posso non riconoscere la sua grande abilità nella scrittura. Baricco non è un personaggio dello spettacolo prestato alla letteratura (ce ne sono tanti in giro e grazie alla loro notorietà gli editori sono disposti a pubblicare qualsiasi inezia essi scrivano). No. Lui è un vero scrittore che conosce molto bene il mestiere dello scrittore anche se ci tiene ad essere personaggio televisivo facendo spettacolo con la letteratura.

giovedì 13 settembre 2018

Addio a Guido Ceronetti



Dopo Gillo Dorfles, morto a 107 anni qualche mese fa, se n’è andato per sempre un altro “grande vecchio”  della nostra cultura: Guido Ceronetti, scrittore, poeta, saggista e tante altre cose. Aveva 91 anni e da tempo, ormai, viveva come un eremita in un piccolo borgo in provincia di Siena, Cetona.
Era un personaggio schivo, che non amava i riflettori, senza peli sulla lingua, sempre disorientante e catastrofico, raffinato e pungente. La sua libertà di pensiero, che a volte sfociava nell’ irriverenza, faceva storcere il naso a tante persone. Usava la penna come fosse una frusta, tanto da apparire razzista, provocatorio, antipatico. Scrisse in un suo famoso libro “Un viaggio in Italia” che il popolo italiano “dopo tanta storia, è più che mai rincretinito…non c’è un vero cittadino in queste città, come non c’è un vero spirituale in questo paese cristiano”.

domenica 2 settembre 2018

Abbiamo paura del "vuoto"



Io penso che ciò che manca nella società in cui viviamo e, soprattutto, nella vita delle tante persone “super impegnate”, sia un rigenerante e salutare “spazio vuoto”, inteso come momento di pausa e di riflessione quotidiana. Quel “vuoto” fatto di silenzi... di assenza di rumori molesti...di raccoglimento....di attesa. Quel vuoto che ci permetta di riflettere e di stare con noi stessi, di pensare, di progettare e di accantonare, per qualche istante, oggetti e occasioni che hanno reso la nostra esistenza sempre più nevrotica. Il “vuoto”, anche nella sua accezione positiva, ci fa paura e lo viviamo come un incubo; siamo sempre alla ricerca spasmodica di qualcosa che possa riempirlo, qualora si dovesse presentare durante la nostra giornata, tra un impegno e l’altro, tra un incontro culturale ed una riunione di lavoro, tra un corso di inglese ed uno di pianoforte, tra un esercizio in palestra e una gara di ballo, tra un acquisto al centro commerciale e un cazzeggiare con il telefonino.
 
Siamo terrorizzati dal vuoto e allora dobbiamo imbottirlo a tutti i costi di messaggi....di telefonate....di oggetti...di musica come sottofondo, ma non per ascoltare musica, ma solo per non ascoltare il silenzio. Il costante bombardamento di immagini, di informazioni, di pubblicità visiva e uditiva dovrebbe suscitare in chiunque una reazione di rifiuto. Ma non succede. Siamo assuefatti ad ogni forma di orrore. Anche il nostro paesaggio urbano in cui viviamo abitualmente ( e mi riferisco soprattutto alle grandi città ) è saturo di un’infinità di segnali visivi disturbanti, di graffiti e di pitture murali di ogni genere, di insegne pubblicitarie, di rumori, di sporcizia e di macchine che riempiono ogni spazio disponibile.

Maestra di riempimento è, naturalmente, la televisione. Trasmette 24 ore su 24. Senza fine. Senza vuoti. Qualche secondo di pausa tra una trasmissione e l’altra crea panico e imbarazzo. Lo si capisce subito se si presenta un piccolo impedimento tecnico, per cui le immagini o il servizio non partono: immediatamente si legge il terrore sul viso del malcapitato giornalista. Non sono ammesse pause, la narrazione deve essere continua e costante. Con una momentanea sospensione, il telespettatore può anche pensare con la sua testa e allora potrebbe decidere di spegnere quei 42 pollici che arredano la sua casa. O cambiare canale. Ed ecco allora che la pausa diventa un pericolo da evitare a tutti i costi.

Abbiamo perduto quell’antico modo di fare televisione, il cui palinsesto prevedeva un inizio ed una fine. E con la fine dei programmi serali si presentava davanti a noi un bellissimo “vuoto”, da riempire – se Morfeo tardava a venire - leggendo un libro o chiacchierando con una persona cara. Ricordo con nostalgia quell’intervallo televisivo che veniva trasmesso tra un programma e l’altro senza messaggi pubblicitari, fatto solo di fotografie, in bianco e nero, di vecchi borghi o di greggi di pecore che pascolavano, il tutto accompagnato con un dolce sottofondo musicale. Erano sprazzi di autentica felicità e di rilassamento. Sono disgustato dal “troppo pieno”, che ormai affligge la società in cui viviamo e quindi auspico un ritorno graduale ad un piacevole “vuoto” quotidiano: di oggetti, di impegni, di immagini, di notizie che generano altre notizie che a loro volta fanno nascere smentite e contro-smentite, di messaggi pubblicitari che invadono le nostre esistenze, tant’è che alla fine gli occhi e la mente finiscono per percepirli solo come consueti e irrinunciabili rumori di fondo. Le nostre capacità percettive e sensoriali sono straordinarie, però a tutto c’è un limite.

venerdì 20 luglio 2018

Le golose



Un accostamento quasi inseparabile – almeno nel passato - era quello che esisteva tra un buon caffè, magari accompagnato da un dolcetto, e la letteratura. Gli intellettuali (scrittori, poeti, artisti) avevano l’abitudine di darsi appuntamento in un caffè del centro storico (da Napoli a Roma, da Milano a Venezia, da Torino a Firenze...) per confrontarsi e, magari, per trovare la propria ispirazione creativa.  E sono proprio tali illustri personaggi che hanno fatto la fortuna di quelli che oggi vengono chiamati "caffè storici". Penso al Caffè Greco o al Caffè Rosati di Roma, dove era possibile incontrare Pasolini, Calvino, Morante; al Gambrinus di Napoli dove si ritrovavano D’Annunzio ed Hemingway, al Florian di Venezia, dove sedevano Goldoni, Casanova, Foscolo; al Tommaseo o al Caffè degli Specchi di Trieste dove erano di casa Svevo e Joice…E poi il Caffè Baratti & Milano, uno dei locali più antichi e prestigiosi di Torino, frequentato assiduamente da Guido Gozzano. E sono proprio le “signore e signorine” dell'alta società che frequentavano questo caffè - alle prese con i loro dolci peccati di gola - ad ispirare lo scrittore piemontese nella stesura di una delle sue poesie più conosciute:

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall'altra parte!

L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

lunedì 16 luglio 2018

Pereira: personaggio letterario, simbolo del riscatto politico/civile



“Sostiene Pereira” è l’insolita espressione che apre, chiude e dà il titolo al famoso romanzo di Antonio Tabucchi, edito da Feltrinelli nel 1994. “Sostiene Pereira”, due parole che vengono ripetute come un ritornello durante tutta la narrazione (almeno un paio di volte a pagina) e che sembrano rimandare ad una sorta di testimonianza delle proprie ragioni da parte del protagonista – Pereira, appunto - dinanzi ad un tribunale non ben identificato. C’è da dire che tale artifizio letterario ha la straordinaria capacità di accordare al racconto un ritmo singolare e armonioso.
Ho riletto il libro in questi giorni – mi piace spesso rifugiarmi tra i miei preferiti - e devo dire che lo stesso si presta a diverse chiavi di lettura, non necessariamente collegate tra di loro. A cominciare dalla libertà di espressione alla ritrovata coscienza civile e politica, dall’ossessione per il tempo che passa inesorabilmente fino al rapporto tra il potere e la letteratura, si ha l’impressione che Tabucchi voglia esplorare a fondo l'animo umano, facendo percepire tra le righe che esiste sempre un tempo, nella vita di un uomo, per fare un salto di qualità. Esiste sempre un’occasione per un riscatto morale.

Le vicende del romanzo sono ambientate nella Lisbona del regime dittatoriale di Antonio de Oliveira Salazar, durante una torrida estate del 1938. Pereira, il protagonista, è un oscuro giornalista che cura la pagina culturale di un quotidiano locale filo-cattolico. Da quando è morta la moglie, ha l’abitudine di parlare con il suo ritratto che tiene sul comodino; è un uomo sovrappeso e cardiopatico che conduce una vita solitaria in “una misera stanzuccia”, frequenta il Café Orquìdea dove mangia, da solo, sempre omelette alle erbe aromatiche e beve limonate zuccherate. E’ un personaggio che non si espone politicamente e non si impegna nel sociale (ha paura della polizia salazarista che la fa da padrona nel Paese), ama la letteratura francese, scrive elogi funebri anticipati dei grandi scrittori ancora in vita (che pubblica in caso di morte), ha per confidente un francescano al quale confessa le sue eresie ed è ossessionato dall’idea della morte. “Da quando era scomparsa sua moglie – si legge nel libro - lui viveva come se fosse morto. O meglio: non faceva altro che pensare alla morte, alla resurrezione della carne nella quale non credeva e a sciocchezze di questo genere, la sua era solo una sopravvivenza, una finzione di vita”. Ma ecco che, all’improvviso, in questa sua esistenza così grigia, abitudinaria e passiva, entra prepotentemente – come collaboratore nella redazione del giornale - un giovane laureato (Monteiro Rossi), strenuo oppositore (insieme alla fidanzata) del dittatore Salazar. E’ l’inizio del cambiamento: i due giovani sembrano voler demolire  le paure di Pereira e scuotere l’apatia delle sue giornate, spingendolo ad esprimere liberamente il suo pensiero attraverso il suo giornale ed a scrivere quello che stava succedendo, non solo nel Portogallo e nella vicina Spagna, ma in tutta Europa. Pereira appare inquieto, titubante, rintanato nel suo quieto tran tran quotidiano che, almeno apparentemente, non gli dà alcuna preoccupazione; egli sembra incapace di assumere una posizione indipendente di fronte alla grave situazione politica del momento. Tuttavia in lui inizia ad insinuarsi il dubbio, la riflessione, quei due giovani continuano a stimolarlo. Quasi a braccarlo. “La smetta di frequentare il passato – gli dicono – cerchi di frequentare il futuro” Vorrebbe contenerli con la sua esperienza però comprende che la vecchiaia non può di fronte alla giovinezza. Forse è la sua ultima grande occasione. E potrebbe essere l’ultima occasione per salvare e riscattare un’intera esistenza. L’occasione per continuare a vivere e per non invecchiare male.

mercoledì 4 luglio 2018

Un libro ci cambia un pò



“Il piacere della scrittura – scrive Paolo di Paolo - in senso astratto, forse non esiste. Esistono però il piacere, il divertimento, la commozione, la tristezza, il fastidio, l’indignazione, la sorpresa, suscitati di volta in volta dai singoli libri”. Ecco, se io dovessi dire cosa ho provato nel leggere il suo ultimo libro “Vite che sono la tua” (Editori Laterza) non avrei alcun dubbio: ho provato piacere. Con la sua prosa affabulatoria “Vite che sono la tua”, pubblicato nel 2017, è un libro che parla di libri. Il giovane scrittore romano (ha solo 35 anni ma è già un affermato autore) ci offre un viaggio attraverso 27 storie scritte da altrettanti grandi protagonisti della letteratura: da Salinger ad Anna Frank, da Elsa Morante a Italo Calvino, da Giorgio Bassani a Thomas Mann, da Gustave Flaubert a Virginia Woolf, da Marcel Proust ad Antonio Tabucchi…In un’epoca in cui si legge molto poco, Di Paolo - grazie alla sua esperienza di lettore impenitente e appassionato - “non riuscirei a immaginare come sarei, chi sarei, se nella mia vita non ci fossero stati e non ci fossero i libri” – dice di se stesso – veste i panni del maestro suggeritore e ci consiglia la lettura di alcuni grandi libri che sono stati fondamentali e illuminanti per la sua formazione.
Un libro ci cambia, ci permette di allargare lo spazio che abbiamo davanti e ci consente di far entrare nella nostra vita più persone di quelle che davvero riusciamo a incontrare durante tutta la nostra esistenza. A volte da un libro possiamo trarne solo una frase che ci è piaciuta. Oppure una sensazione. Un’emozione. Una cosa che non conoscevamo. Ma anche un senso di fastidio. A volte solo un’idea o una speranza. E altre volte – perché no – una storia che somiglia proprio alla nostra. Oppure una storia che avremmo voluto tanto somigliasse alla nostra. Un libro è tutto questo, ma anche altro. Certi libri ci consegnano immagini di luoghi che non abbiamo mai visto e che poi riconosciamo immediatamente quando abbiamo la fortuna di visitarli realmente. Certi libri restano impressi per sempre nella nostra mente e ci permettono di viaggiare senza partire.

Da ciascuno di quei 27 romanzi “messi in fila” da Paolo di Paolo – oltre a tanti altri solo evocati che in qualche maniera si avvicinano a quelli precedenti, lo scrittore dice di avere riportato qualcosa che “non ha ancora perso”. Come immaginare altre vite leggendo “Canto di Natale”,  oppure sopravvivere all’adolescenza rileggendo “Il giovane Holden”; scoprire di essere amati con “l’isola di Arturo”; sentirsi inadeguati leggendo “Dietro la porta”; ma anche risvegliarsi assassini tra le pagine di “Delitto e castigo” e tornare indietro nel tempo affrontando il primo libro de “la Ricerca” di Proust; e poi amare come solo un padre sa amare con “Papà Goriot” e imparando a non invecchiare male tenendo tra le mani quel grande libro che è “Sostiene Pereira”.

domenica 24 giugno 2018

Il superfluo ci rende felici?



Ci sono alcuni luoghi in cui si respira un’atmosfera del tutto particolare, dove è possibile perdersi piacevolmente e dimenticare, per qualche momento, gli affanni e le fatiche del vivere quotidiano: questi luoghi sono le librerie, i vivai e le ferramenta. Si, proprio quegli esercizi commerciali dove rispettivamente si vendono libri, si vendono fiori e piante e si vendono attrezzi vari. Sono spazi magici e incantati che mi conquistano in maniera diversa. Non mi stancherei mai di curiosare tra i banchi che espongono quella merce, così differente. Sono tre luoghi che appaiono molto distanti l’uno dall’altro, assai diversi per le peculiarità  che presentano singolarmente, e la capacità di poter attrarre e stimolare lo stesso visitatore sembra davvero inconciliabile. Tuttavia hanno un filo sottile e speciale che li unisce: la meraviglia e la curiosità che immancabilmente destano in un visitatore come me. Sono della autentiche cattedrali, permettetemi l’accostamento. La cattedrale del sapere e della conoscenza, per quanto riguarda la libreria, la cattedrale dei colori e dei profumi per il vivaio ed infine la cattedrale della creatività per le ferramenta. Insieme celebrano la bellezza: quella dell’ingegno umano, quella della natura, quella della manualità creativa. Ho cominciato ad avvertire interesse e curiosità per  questi luoghi, nonché il piacere per le cose che vi si possono trovare, allorquando ho iniziato a frequentarli: luoghi in cui ho trascorso e tutt’ora trascorro momenti davvero gradevoli. Con questo non voglio dire che tutti i giorni io mi rechi in questi posti. Non è proprio così. Però confesso che se durante i miei percorsi giornalieri vedo una libreria, oppure incrocio uno di quei negozi in cui fanno bella mostra martelli, cacciaviti, trapani e quant’altro, ovvero scorgo in lontananza vasi di fiori, e alberelli da piantare, ebbene la voglia di entrare e di curiosare resta sempre fortissima. Comprare quel libro di quell’autore che volevo leggere da tempo…trovare finalmente quel “geranio parigino”, a portamento pendente di colore lillà, per decorare il balcone di casa…procurarmi quei due reggi mensole di ferro battuto per attrezzare quell’angolo della cucina. Ecco, sono idee come queste che mi spingono ad entrare. Ed è molto difficile uscirne a mani vuote. Semmai è il portafogli che potrebbe svuotarsi. Queste visite me le godo quasi sempre in solitudine, condizione fondamentale per assaporare meglio quel piacere che vi si può trovare.
 
In questa nostra società consumistica tutta basata sul profitto, sull’utilitarismo e sull’efficienza visibile, luoghi come le librerie o i fiorai, dove si vendono per lo più cose “inutili”, potrebbero apparire sprecati e superflui. Con la cultura non si mangia, diceva tempo fa un politico. Nell’accezione consumistica i libri non servono, con i fiori non si pranza; eppure se noi abbiamo da mangiare e da dormire, abbiamo cioè le cose che in una società civile ognuno dovrebbe avere, non per questo siamo felici. Che cosa, allora, ci rende felici o ci illude di esserlo? Potrebbe essere un regalo… come un bel libro che ci procura quella felicità immateriale fatta di stimoli, di idee, di intelligenza che ci porta magari a  comprendere qualcosa prima non compresa. Potrebbe essere un mazzo di rose o un vaso di ciclamini. E perché no: un bel trapano elettrico che ci permette di unire l’utile al dilettevole.
 
Quando entro in una grande libreria, la prima reazione emotiva che ne ricevo è quella dello smarrimento. Mi sento piccolo, come un guscio di noce in mezzo all’oceano. Le mie ridotte conoscenze vacillano di fronte alla vastità di milioni di pagine scritte. Poi un po’ alla volta mi riprendo. Mi lascio incuriosire da un titolo, da un autore e immediatamente vengo irretito da un altro titolo, da una bella copertina, da una frase significativa. Vengo rapito dalla quarta di copertina di un romanzo e poi salto all’interno del libro per leggere, magari, un’intera pagina. E poi sapeste la gioia che provo quando scorgo quel romanzo già letto…e poi quell’altro ancora. Mi capita di sorvolare con uno sguardo il mondo incantato delle fiabe, raccontato in centinaia di titoli. Mi soffermo, ma solo per un attimo, sugli scaffali del “brivido” dove sono depositati quei romanzi che fanno della suspense la propria ragione di vita. Il mio sguardo non può non indugiare sui best seller, quelli che dovrebbero essere i più letti del momento (anche se non sempre sono i migliori) che stanno sempre in bella posizione. Poi mi trattengo a lungo coi classici, che come disse Calvino, sono quei libri che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire. Ricordo sempre quello che scrisse in un suo libro il critico d’arte Vittorio Sgarbi “il libro è il “superfluo” della nostra esistenza, è quell’oggetto tanto necessario quanto apparentemente inutile, che vive e ti fa vivere meglio, che ti dà libertà”

 Il superfluo, insomma, è ciò che rende felice la vita.
 
 
 
E già il superfluo! Come posso non pensare alla mia cassetta degli attrezzi, se la confronto alle mie modeste e ridottissime capacità di utilizzo. Oltre che superflua, appare inutile. Se potesse parlare, mi griderebbe: usami! Eppure è talmente piena e completa di cacciaviti e di chiavi di tutte le misure, di martelli e di tenaglie, di pinze e di viti, di chiodi, di chiodini, di bulloni, di gancetti, di feltrini, di punteruoli; e poi tutta la serie delle punte da trapano, da muro, da ferro, da legno…e i tasselli, le rondelle, le fascette. Una cassetta degli attrezzi che farebbe invidia ad un vero professionista del settore. Se ne sta custodita in un angolo del ripostiglio e si riempie sempre di più ogni qual volta mi capita di entrare in una ferramenta. Ricordo quelle di una volta: erano piccoli avamposti dall’apparente disordine, che spesso si tramandavano di padre in figlio. Si entrava con il pezzo vecchio da cambiare, con quel bullone spanato a filettatura metrica che ci serviva e ci accoglieva un omino con il camice grigio e gli occhialini sul naso, una sorta di chirurgo-meccanico-falegname, che prima ancora di salutarti aveva già individuato il pezzo che cercavi. Oggi quelle ferramenta all’antica sono sparite e al loro posto sono sorti enormi brico center. Fai da te. Non ti accoglie più l’omino, ma giovani ed efficienti commessi con il computer. Ma il fascino del posto è rimasto intatto. Come rimanere indifferenti di fronte a quella fila di scale e scalette di tutte le dimensioni…di armadi e armadietti…di seghetti alternativi e di seghe circolari, di motoseghe e decespugliatori, di trapani, di levigatrici, di smerigliatrici, di avvitatori. E poi il reparto delle vernici, con i suoi innumerevoli colori, la fila di pennelli pura setola e le spatole. E poi i prodotti per l’edilizia, raccordi e guarnizioni per l’idraulica. E le serrature di sicurezza. E poi il reparto minuteria con la serie infinita di viti a testa esagonale, a testa cilindrica a testa svasata, chiodi, dadi, bulloni, cerniere, tasselli, cassette porta minuteria. I prodotti elettrici e per falegnameria. Le casseforti. Le tronchesine. Compro sempre qualcosa che “mi potrebbe servire”, che mi dà quella vana e piacevole illusione di saper fare tutto, in virtù di quella chiave inglese cromata e di quel set di cacciaviti a croce appena comprati e di cui vado fiero.
 

Entrare, poi, in un vivaio è come accedere in uno speciale reparto maternità, dove al posto dei bambini nascono i fiori e le piante. Ci si entra sempre sorridenti, di buon umore, sicuri che il posto non può che predisporci al bello, non può che migliorarci. Perché i fiori ingentiliscono, decorano gli ambienti e abbelliscono l’animo di chi li regala e di chi li riceve. E’ un luogo che, attraverso i suoi profumi e la varietà dei colori, rende lievi le difficoltà del vivere quotidiano e attenua lo stress. Al cospetto di un glicine o di una bougainvillea, chi mai può rimanere distaccato? Provate a guardare un glicine nel pieno della fioritura: lo spettacolo è bellissimo. Provate ad osservare una piantina di limoni o di mandarini cinesi  in vaso: quella visione vi rilassa. A volte mi capita di incontrare lungo il percorso delle bellissime composizioni floreali in ciotole di terracotta che sembrano appena uscite da un dipinto di Renoir; inoltre certi colori cangianti e fiammeggianti, certe sfumature mi riportano ai pittori impressionisti dell’Ottocento, come Monet, che per dipingere le sue opere traeva ispirazione dalla natura. E il vivaio è ricco di spunti pittorici. E’ un modello naturale che ispira bellezza e ci fa diventare più buoni. Un luogo che prelude all’ottimismo. Viva le librerie! Viva i vivai! Viva le ferramenta!

domenica 17 giugno 2018

Raffaele La Capria: quando Napoli ti ferisce a morte



Ricordo di essermi accostato - per la prima volta - allo scrittore Raffaele La Capria leggendo quel suo bellissimo libro che si intitola “L’estro quotidiano”: pagine autobiografiche di grande intensità emotiva che mi svelarono un autore straordinario, un napoletano colto e raffinato, una figura di primissimo piano nel panorama della letteratura contemporanea italiana. Ed è proprio sulla scia di quella piacevole lettura che ho iniziato a leggere “Ferito a morte”. Devo dire, però, che il libro mi ha un po’ deluso: mi aspettavo altro. Tuttavia, se non sono riuscito ad apprezzarlo come si deve, la colpa non può essere che mia. Può anche darsi che il romanzo meriti una rilettura, da farsi  in un momento diverso.

Ambientato in quella Napoli a lui tanta cara “che ti ferisce a morte e ti addormenta, o tutt’e due le cose insieme”, questo romanzo - che si aggiudicò il premio Strega nel 1961 – ripercorre la storia di Massimo de Luca, un giovane della Napoli “bene” – probabilmente alter ego dello scrittore – il quale rievoca, attraverso un susseguirsi di ricordi e di immagini tra il sogno e la realtà, tra il presente e il passato, le sue vicende esistenziali, i suoi fallimenti e le sue “occasioni mancate” sullo sfondo di una Napoli assolata e luminosa a cavallo tra la seconda guerra mondiale e gli anni cinquanta. E sembrano proprio le occasioni mancate, il tema dominante del libro, quelle occasioni che i napoletani, storicamente, non hanno mai saputo cogliere per il proprio riscatto sociale, così come il protagonista non sa cogliere l’amore per la bella Carla Boursier.

La storia non presenta un vero e proprio intreccio narrativo; mostra invece, almeno nella prima parte - che io ho trovato alquanto noiosa - una serie di istantanee all’interno delle quali si sovrappongono in cerchi concentrici, tra il passato e il presente, le passioni e le speranze, i dubbi e le certezze, i vizi e le virtù di una moltitudine di personaggi dalla spiccata napoletanità. D’altra parte, La Capria, napoletano doc, è molto bravo nel far percepire gli odori della sua Napoli, gli odori di una bella giornata, gli odori del caffè, come solo certi napoletani sanno fare, gli odori ed i rumori del mare, tutto ciò raccontato con una vena di struggente nostalgia. La Capria racconta inoltre quella Napoli che “cerca l’assoluzione da ogni condanna” e dipinge, attraverso i suoi caratteristici personaggi “il napoletano che vive nella psicologia del miracolo, sempre nell’attesa di un fatto straordinario tale da mutare di punto in bianco la sua situazione....con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro”. Spinge il suo sguardo, con occhio ironico e a volte  compiacente e complice, sull’odiata classe media, causa e origine di tutti i mali del sud, perché a “qualsiasi partito appartenga il cavaliereavvocatocommendatore resta, e rimesta sempre nel solito impasto d’imposture”. Naturalmente c’è una spinta ad evadere da questo mondo, tanto che il protagonista lascia Napoli, per trasferirsi a Roma. Ma il richiamo per la città partenopea è troppo forte, tant’è che nei suoi ritorni lui ripercorre quei momenti che l’avevano visto protagonista, insieme a tutti quei personaggi che ora ritrova invecchiati e stanchi, non più all’altezza delle gesta del passato.

lunedì 4 giugno 2018

Una burla riuscita di Italo Svevo



Italo Svevo è di sicuro uno degli scrittori del Novecento che più amo. I suoi personaggi, dietro ai quali l’autore si nasconde quasi sempre – da Alfonso Nitti il protagonista di “Una vita” a Zeno Cosini de “La coscienza di Zeno” fino ad Emilio Brentani di “Senilità”, tanto per ricordare i suoi tre romanzi più famosi – sono degli antieroi che ormai sono entrati nell’immaginario collettivo, rappresentativi di un modo di essere e di agire. Sono i tipici personaggi sveviani, sfigati e inetti, appartenenti al mondo degli uffici finanziari e delle assicurazioni, mondo di cui faceva parte anche l’autore triestino. Non conoscevo “Una burla riuscita”, questo suo libriccino di poco più di novanta pagine che ho appena finito di leggere, scovato tra i banchetti di un mercatino dell’usato al modico prezzo di 1 euro. E’ un’edizione del 2011 (la biblioteca di Repubblica) con una bella un’introduzione di Paolo Rumiz e da come si presenta (praticamente nuovo) mi fa pensare che non sia mai stato sfogliato.
Mario Samigli, questo il nome del protagonista del libro - l’ennesimo travestimento di Italo Svevo, nato Ettore Schmitz – è un impiegato sessantenne con velleità letterarie che nonostante l’età avanzata “continuava a considerarsi destinato alla gloria”. Egli ha scritto un solo romanzo, quarant’anni prima, e ancora aspetta fiducioso che un editore si faccia vivo per pubblicare quello che lui considera un autentico capolavoro della letteratura. Si direbbe che non gli manca la stima di se stesso, così come “ anche un po’ quella degli altri, dai quali certo la gloria dipende”. Intanto continua a vivere la sua vita “lemme lemme” con il suo piccolissimo reddito e con i suoi sogni letterari duri a morire. Fino a quando un suo amico commesso viaggiatore - che si rivelerà, poi, il suo peggiore nemico – gli fa credere che un importante editore viennese è interessato al suo romanzo ed è anche disposto a pagare una cifra altissima per la pubblicazione. Il nostro personaggio, che è di una ingenuità allarmante ed è estraneo alle cattiverie del mondo, non rendendosi conto della burla feroce ideata su di lui, finisce per assecondare tutti i passaggi architettati dal suo amico-nemico. Quando finalmente capirà di essere stato ingannato, avrà tuttavia la forza e l’intelligenza di vendicarsi. Riscattandosi alla grande.

La storia è ambientata nella Trieste austriaca del 1918 e chi conosce un pò le vicissitudini artistiche di Italo Svevo non può non considerare che lo scrittore triestino, anche attraverso Mario Samigli, in realtà racconta se stesso, le delusioni dei suoi primi tempi, quando nessuno scommetteva su di lui né credeva nei suoi meriti letterari. Devo dire che leggendo questa storia, velata di amarezza ed ironia, mi sono venuti in mente i tanti “scrittori” che imperversano nel nostro mondo letterario, anch’essi alle prese – come Samigli – con quell’inconscio desiderio di essere letti e di poter pubblicare il proprio libro con un grande editore. E diventare famosi. Come scrive nell’introduzione Paolo Rumiz “la Burla è una trasposizione allegorica e autoironica del caso Svevo, quello di un autore dimenticato che fino alla metà degli anni Venti non sperava nel successo se non in termini burleschi”.

lunedì 28 maggio 2018

Erri De Luca: Tu, mio



Ho letto “Tu, mio” di Erri De Luca all’indomani di una mia vacanza a Ponza e devo dire che tale lettura mi ha restituito le stesse piacevoli sensazioni vissute  sull’isola ponziana, mi ha ricordato le stesse atmosfere soleggiate intrise di profumi e dolci malinconie. Erri De Luca – non sta a me dirlo - è uno scrittore davvero molto bravo che scrive come parla; e che sa catturare il lettore raccontando le sue storie in maniera poetica e fiabesca, così come un nonno sa carpire l’attenzione del suo nipotino mentre gli racconta una favola.

La vicenda del romanzo è ambientata su un’assolata isola del Sud - potrebbe essere Ischia o Procida, e perché no, la stessa Ponza - verso la metà degli anni cinquanta, subito dopo l’ultima guerra evocata e vissuta da alcuni dei personaggi del libro. E’ la storia di un adolescente napoletano di sedici anni, molto sensibile “...ero un ragazzo di città ma d’estate m’inselvatichivo...” che trascorre tutte le sue estati sull’isola, insieme alla sua famiglia, ospite di uno zio. Ogni giorno va a pesca con Nicola, un marinaio del posto taciturno e malinconico, il quale era stato in guerra nell’ex  Jugoslavia: il suo unico viaggio dall’isola a Sarajevo, esperienza questa che l’aveva molto segnato e irrigidito. Nicola, però, si fida di quel ragazzo che gli copia i gesti, che ascolta senza fare troppe domande, e lui gli parla della guerra e di quella famiglia di Sarajevo che l’aveva salvato subito dopo l’otto settembre, quando i tedeschi avevano imprigionato i soldati italiani per spedirli nei campi di lavoro in Germania. Perciò non gli piacciono molto i tedeschi, neanche quelli che ora passeggiano come turisti sull’isola, troppo forte è il ricordo della guerra e dei soprusi subiti. Al suo amico insegna a pescare, ad amare il mare, a rispettarlo, ricordandogli sempre che “...si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo...”. E questi insegnamenti, per il giovane protagonista del libro, sono precetti di vita, di crescita, di maturità. Egli avverte la consapevolezza di essere più grande della sua età, perché se ne sta quasi sempre in disparte, lontano dai suoi coetanei e poi non è attento alle ragazze della sua età, perchè è attratto da quelle più grandi di lui. “...era l’estate dei miei sedici anni – dice la voce narrante -  stavo su un precipizio di sentimenti....il corpo era acerbo, la vita dentro invece si era precipitata in avanti per un comando venuto da fuori, da lontano...” . E questo “comando” venuto da fuori si materializza in Caia, una ragazza ebrea di alcuni anni più grande del nostro protagonista - di cui si innamora perdutamente - con un suo segreto e con il suo dolore per la morte del padre avvenuta durante la guerra. “Tu, mio”, è un romanzo di formazione delicato e amaro che ripercorre i sogni e le attese di un adolescente sulla soglia della maturità.

sabato 12 maggio 2018

Le confessioni di un borghese: Sandor Marai



La nostra letteratura abbonda di scrittori che si sono cimentati con il romanzo autobiografico. Di solito le autobiografie si redigono sempre alla fine del proprio percorso umano e professionale, quasi con l’intento di stilare una sorta di resoconto di un’intera esistenza. Lo scrittore ungherese Sandor Marai, invece, quando pubblicò il suo libro di memorie “Confessioni di un borghese” - nella metà degli anni Trenta - aveva solo trentaquattro anni e ne avrebbe vissuti altri 55. Io credo che scrivere un romanzo autobiografico sia, spesso, una scelta ispirata da un inconscio desiderio narcisistico: mettere se stessi al centro della scena e quindi della narrazione. Ma credo anche che tale spinta possa nascere anche da un bisogno profondo, che è quello di scavare tra i ricordi della propria memoria per far rivivere vicende personali in cui possa ritrovarsi, in qualche maniera, anche chi legge. E’ chiaro, però, che se l’autore non possiede arte narrativa, se non ha vocazione letteraria, il rischio che il racconto di tali fatti possa risultare noioso agli occhi del lettore, è davvero molto alto. E devo dire che questo rischio non si corre affatto con Sandor Marai: con la sua prosa colta, chiara e raffinata, con i suoi illuminanti aforismi, con le sue profonde riflessioni sulla famiglia e sulla solitudine dell’uomo, sul lavoro dello scrittore, sulla libertà, sulla vita e sulla morte, con le sue belle pagine dedicate alle città in cui soggiornò, “Confessioni di un borghese” sa coinvolgere emotivamente il lettore. Tanto che si ha quasi l’impressione che i fatti privati narrati dall’autore siano stati solo un pretesto narrativo, un punto da cui partire per fare vera letteratura.
Sandor Marai apparteneva ad una ricca famiglia borghese, i cui antenati – di origine sassone – nel XVII secolo erano emigrati in Ungheria, dove avevano servito fedelmente gli Asburgo. Una famiglia complessa, la sua, dove “collera, passioni e interessi legavano persone diverse per temperamento  e inclinazioni…nella quale si mischiavano rabbia e abnegazione, poveri di spirito e personalità ipertrofiche”. Seguiamo il narratore – nelle oltre 450 pagine del libro - a partire dalla sua infanzia nella cittadina di Kassa (all’epoca impero austro-ungarico, oggi Slovacchia), alle prese con le inflessibili teorie pedagogiche della madre, i cui orari che regolavano la sua vita “erano rigidi come i ritmi imposti in tempo di guerra ai marinai di una nave militare”. Il giovane Sandor aveva ereditato sensibilità e irrequietezza dalla famiglia della madre, compensate dal senso della disciplina e dall’innato rispetto dell’autorità propri dei suoi antenati paterni, che “erano uomini riservati, taciturni e anticonformisti”. L’autore dimostra da subito la sua attrazione per il giornalismo, la passione per la letteratura e la poesia, ma suo padre (notaio reale, Senatore nonché Presidente della camera degli avvocati di Kassa) avrebbe preferito che il primogenito dei suoi quattro figli intraprendesse gli studi di giurisprudenza per poi diventare avvocato, al fine di poter rilevare il suo avviato studio legale.

Ma le attitudini del giovane erano altre. D'altra parte il suo desiderio di evadere (dalla famiglia, dalla cerchia dei suoi parenti, dalla professione a cui era stato destinato, dal matrimonio, dal suo paese e forse da se stesso) lo perseguitava e lo perseguitò vita natural durante. Aveva solo quattordici anni quando scappò di casa la prima volta “un vagabondaggio di poche ore”, ma quel “processo di rivolta” proseguì, poi, per tutta la vita. “Non appartengo a niente e a nessuno – scrive l’autore nel suo libro - Non esiste un solo essere umano – amico, donna o parente che sia – di cui io riesca a tollerare la compagnia oltre un certo limite di tempo; non esiste comunità umana, corporazione o classe sociale in cui possa trovare il mio posto; per mentalità, modo di vivere e condotta spirituale sono un borghese, e tuttavia mi sento a casa in qualsiasi ambiente tranne quello borghese; vivo in un’anarchia che sento come amorale, e faccio fatica a sopportare questa condizione”. Parole, queste, che descrivono senza mezzi termini il personaggio che abbiamo di fronte. Si definiva “un nevrotico, un pavido e un debole…un solitario, quasi un misantropo”, inadatto ad offrire protezione a qualcuno, e non si sentiva attratto né dai soldi, né dall’amicizia, né dalla felicità (“l’uomo felice non è creativo; è un uomo felice e basta”). L’appartenenza ad una classe agiata lo faceva sentire in colpa, tant’è che da ragazzo provava un’irresistibile simpatia per i suoi vicini di casa, proletari, che vivevano con tanta allegria. E tutto ciò che diceva e faceva  lasciava trasparire quella ribellione latente, quei continui “progetti di fuga” per evadere da quella “colonia penale” dove avrebbe dovuto espiare la sua “condanna a vita”.
Nonostante avesse questo spirito insofferente e anticonformista e fosse abituato a innamorarsi e a disamorarsi, per poi dimenticare in fretta i suoi amori, nonostante gli mancasse “l’equipaggiamento giusto per affrontare quella rischiosa spedizione che è il matrimonio”, finirà per sposare Lola (della sua stessa classe sociale “conosciuta agli albori della vita”), “il primo essere umano che cercò di aprire un varco nella mia solitudine; e io le opposi una resistenza disperata”. Ed è proprio la solitudine l’elemento vitale dello scrittore: vi si rifugia appena può, fuggendo l’amicizia e le compagnie.
Comincia a girare il mondo “come un predatore, trafugando paesaggi e angoli di strada con l’esaltazione di un vandalo e incamerandoli nella memoria con una ingenua, trionfante voracità…” Lo seguiamo, pagina dopo pagina, nelle sue peregrinazioni, nelle sue innumerevoli scorribande  per l’Europa: “arrivavo in un posto per una breve visita – così scrive - e vi rimanevo sei anni, scendevo dal treno in una città straniera per concedermi una notte di sonno e cambiare la biancheria e non me ne andavo più per quattro mesi…”. Un giramondo instancabile per le città della Germania sulle tracce di uno dei suoi scrittori preferiti, Goethe, da Weimar a Dresda, da Lipsia a Francoforte. Poi a Berlino, dove il padre incontra per la prima volta sua moglie Lola: le uniche due persone che abbiano avuto un ruolo veramente importante nella sua vita. E’ il periodo, questo, in cui Sandor Marai comincia a bere in maniera smodata, come se avvertisse uno strano bisogno di stordirsi. “Bevevo con disgusto – scrive – da disperato. Cominciavo le giornate con i liquori più pesanti e le concludevo con la vodka”. Lo troviamo poi a Parigi, dove insieme alla giovane moglie condivide una vita da bohèmien. E ancora sarà a Londra, Vienna, Costa Azzurra, poi in Medio Oriente, fino a giungere in Italia dove visita molte città tra cui Torino, Venezia, Bologna, Firenze. Proprio a Firenze ha modo di conoscere finalmente quella realtà storica ed artistica che per lui, fino a quel momento, era stato soltanto “uno sfocato concetto dei tempi di scuola: il Rinascimento”. Ma comincia ad avvertire che una fase della sua vita sta per concludersi: arriva sempre il giorno “in cui è l’anima a mettersi in viaggio, e allora il mondo si trasforma in un elemento di disturbo”. Sopraggiunge il momento per lo scrittore in cui le “selvagge scorribande” della sua giovinezza - che gli avevano fatto conoscere il mondo e tante persone eccezionali – si affievoliscono e allora sente il bisogno di tornare a casa, nella sua Ungheria, sebbene quell’imperativo gli “ispirasse un senso di frustrazione e di rivolta”. Scrive, alla fine di questa avventura: “Sarei tornato in patria, e da quel momento in poi sarei vissuto a casa mia, né bene né male, niente affatto felice e contento, ma piuttosto irrequieto, infastidito, nervoso, pieno di nostalgia e tormentato dal desiderio di fuga… Dovevo avvicinarmi all’altra realtà, al piccolo mondo, avevo finito di recitare la mia parte, e adesso sarebbe iniziato il balbettio dell’esistenza quotidiana…”
Le ultime sei pagine del libro - dedicate alla morte del padre - la cui vita “era stata contrassegnata dall’eleganza, dalla bontà e dalla cortesia”, sono di una struggente, malinconica bellezza. Da leggere e rileggere. “Era stato l’unico essere umano – scrive il narratore a proposito del padre - con il quale avessi qualcosa in comune…Si stava congedando da me, dal suo primogenito, e sembrava che volesse farlo trasmettendomi un segreto, una parola-chiave della nostra famiglia, un lasciapassare per la vita, un segno tutto nostro – ma poi rimase in silenzio, come rendendosi conto che non è possibile aiutare nessuno, che gli individui e le famiglie rimangono sempre soli con il proprio destino. Mi fissava con sguardo indagatore, gli occhi spalancati, come se avesse voluto finalmente sapere chi fossi, come se mi chiedesse di rispondere a un quesito rimasto insoluto per troppo tempo. Ma non avrei saputo che cosa rispondergli. Quindi allungò le dita pallide e delicate, e mi strinse la mano. Non disse neanche una parola; chiuse gli occhi, e dopo un po’ lasciò la presa…”

lunedì 23 aprile 2018

Senza il telefonino...sarei morto



Non possiedo cellulari. Non ne ho mai avvertito la necessità. Né l’urgenza. Giustamente qualcuno potrebbe dirmi: ma chissenefrega! Il mondo va avanti lo stesso. Qualcun altro potrebbe domandarmi: ma come fai a vivere senza? Io potrei rispondere con un’altra domanda: ma forse si viveva male, solo una ventina di anni fa (mica nel medioevo) quando il telefonino ancora non esisteva? Comunque si osservino le cose, sono consapevole di essere (almeno per gli altri) un soggetto strano in via di estinzione, un po’ come lo sono i boscimani del Botswana o i masai che vivono sugli altopiani fra il Kenia e la Tanzania.
Siamo talmente avvinghiati ai nostri oggetti tecnologici che se oggi, per assurdo, si verificasse una sorta di black out digitale a livello planetario, noi periremmo tutti in poco tempo. E quindi anche il sottoscritto che non si è lasciato fagocitare da quel pozzo dei miracoli che è l’iPhone. Si salverebbero solo loro, i boscimani e i masai  i quali, non conoscendo facebook e non essendo schiavi della tecnologia – ma sapendo invece accendere il fuoco senza fiammiferi e cacciare con arco e frecce - da popoli in via di estinzione diventerebbero paradossalmente gli unici superstiti del pianeta. Noi invece, da popolo super civilizzato, siamo arrivati al punto che senza cellulare non sappiamo più campare. E’ una protesi che indossiamo ogni mattina, appena svegli. E’ la droga del terzo millennio: se ci viene a mancare, ci sentiamo perduti, indifesi, in balia di un avverso destino.
“Senza telefono io sarei morto…”. Ricordate quel famoso spot pubblicitario, di una trentina di anni fa, dove un condannato a morte in un fortino della legione straniera – interpretato da un indimenticabile Massimo Lopez – tiene in attesa il plotone di esecuzione aggrappandosi all’ultima lunghissima telefonata? Ecco, se oggi mi guardo in giro mi viene in mente proprio quell’immagine: sembriamo tanti condannati a morte che rinviano la propria esecuzione rimanendo sempre connessi con un altrove.
Per rendersi davvero conto di come siamo ridotti basta entrare, a qualsiasi ora, in un treno della metropolitana di Roma, o di qualsiasi altra grande città. Lo spettacolo che si presenta al nostro sguardo è a dir poco inquietante: ci sono occhi solo per quella scatoletta che tutti impugnano come un salvavita. Non credo che esista in natura una tale situazione in cui, contemporaneamente, una moltitudine di persone apparentemente normali effettui la medesima operazione: cioè guardare un piccolo monitor facendolo roteare su e giù con un solo dito, alla spasmodica ricerca di un qualche cosa di indefinito. Se all’improvviso, quando si aprono le porte del convoglio, entrasse qualcuno in costume adamitico oppure un marziano, credo che nessuno se ne accorgerebbe. E credo che pure il marziano rimarrebbe stupito nel vedere tutti quei volti chini simultaneamente su un oggetto illuminato. Tanto da far pensare a chissà quali cose strabilianti. Ma chi glielo direbbe, al marziano, che quei digitaldipendenti stanno solo cazzeggiando? E che non stanno facendo (la stragrande maggioranza) nulla di urgente e di importante?

Scrive Vittorino Andreoli nel suo libro “La vita digitale” (Rizzoli Editore) “… ho paura che questa società non si domandi più nulla, ma chieda solo e sempre tecnologia che vuol dire sollevarsi da compiti che prima l’uomo svolgeva direttamente. Una tecnologia che lo rende sempre più inutile come corpo, ridotto a semplici dita che digitano. Ho paura che non si domandi più nulla poiché semplicemente non ha nemmeno la testa per pensare: la tecnologia la svuota, modifica il suo modo di procedere, fino a sostituirla con una macchinetta che saprà fare quello che serve per sopravvivere, e bene, ma non per risolvere il tema del senso della vita e senza questa domanda finirebbe una civiltà. Intendiamoci: l’uomo continuerà a vivere, ma in una civiltà differente. L’uomo si ridurrà alla logica dei viventi non umani, regredendo e passando alla fase dei nostri antenati primitivi. Saremo dei primitivi tecnologizzati, ma primitivi”.

giovedì 19 aprile 2018

Il lupo della steppa



Ho riletto “il lupo della steppa” di Hermann Hesse (Oscar Mondadori). E’ proprio vero: il piacere della lettura cambia a seconda delle circostanze e degli umori che ci accompagnano. E poi, leggere Hesse, in qualsiasi momento della nostra vita, rappresenta sempre un’occasione per riflettere sulla condizione umana.

Il protagonista del romanzo è Harry Haller, (nome simbolico che richiama le iniziali del nome dello scrittore), un intellettuale cinquantenne, un uomo di pensiero e di libri, che non esercita alcuna professione “nessun’idea gli era più odiosa e ripugnante che quella di avere un impiego, osservare un orario, obbedire agli altri”. Mi viene da pensare, ironicamente, a quella famosa frase: “il lavoro nobilita l’uomo”. Egli si sente metà uomo e metà lupo e questa duplice coscienza, di spirito e di istinto, lo rende infelice. E’ sempre sull’orlo del suicidio. Ha dentro di sé una natura umana, fatta di pensieri, di sentimenti, di cultura, ma ha anche dentro di sé una natura rozza e primitiva, cioè un mondo di istinti selvaggi, di crudeltà. Vive da solo in una camera ammobiliata, in un ambiente familiare e borghese - in contrasto con la sua vita solitaria e sregolata - tra mucchi di libri, mozziconi di sigaro e bottiglie di vino, dove tutto è disordinato, trascurato. E’ alla continua ricerca di un nuovo significato da dare alla sua vita insensata. Gli piace, però, respirare quell’odore di pace, di ordine, di pulizia di vita domestica nonostante il suo odio e il suo disprezzo per la vita borghese e per le buone maniere. Crede che sia molto difficile trovare una traccia divina e spirituale in mezzo alla vita quotidiana “...in questo tempo così privo di spirito, alla vista di queste architetture, di questi negozi, di questa politica, di questi uomini...” traccia che può incontrare solo in una musica di Mozart, in un pensiero di Goethe o di Pascal. E perciò si diventa lupi della steppa. Ma un bel giorno Haller incontra una donna, una cortigiana di nome Erminia (nome simbolico anche questo, perché sarebbe il femminile di Hermann). Ebbene, questa donna incolta e semplice sa comprendere i suoi problemi, lo distoglie dalle sue inquietudini e dalle sue malinconie, lo allontana dalla sua idea ricorrente di suicidio e lo porta pian piano a conoscere i piccoli e genuini piaceri della vita.

Il lupo della steppa - probabilmente uno dei romanzi più conosciuti e profondi di Hermann Hesse – affronta l’eterno tema della lotta tra l’istinto e la ragione, lo spirito e la brutalità. La narrazione presenta alcuni spunti autobiografici dello scrittore tedesco e rimanda, in particolare, ai suoi tormenti interiori, ai suoi conflitti esistenziali e spirituali, che di riflesso sono, poi, i conflitti e i disagi che vive l’uomo contemporaneo. Il libro, inoltre, vuole essere anche un atto di accusa nei confronti del potere e della borghesia dominante, quest’ultima rafforzata proprio dagli intellettuali che, pur disprezzandola, o facendo finta, continuano tuttavia a farne parte “poiché in fondo devono pur essere d’accordo con lei se vogliono vivere”.  E’ considerato un classico della letteratura mondiale e chi ha un po’ di dimestichezza con i libri non può non conoscerlo.

lunedì 9 aprile 2018

Il tempo ci divora



E’ proprio vero, noi vorremmo ammazzare il tempo ma finiamo sempre per soccombere. E’ una battaglia persa quella che intraprendiamo, appena nati, con il padrone predestinato della nostra esistenza. Ma che cos’è dunque questa entità astratta che domina la vita di tutti noi? Per sant’Agostino il tempo non esiste in quanto è una dimensione dell’anima; egli affermava: “se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede non so cosa rispondere”.
Effettivamente nulla è più sfuggente e inafferrabile del tempo che ci accompagna come un’ombra in ogni istante della nostra vita, che scandisce le nostre giornate dalla nascita fino alla morte. Per poterlo percepire abbiamo inventato l’orologio e il calendario; ci affidiamo a questi strumenti per controllarlo, per programmarlo, per piegarlo ai nostri bisogni, ma non possiamo fermarlo, come ci piacerebbe fare in molte occasioni. “Vorrei fermare il tempo in questo dolce istante”, cantava Adamo negli anni ‘70. Ma il tempo, proprio nei momenti più belli, sembra avere una maggiore rapidità, acquista la velocità del suono. E allora per illuderci di poterlo domare, per allontanare questo pensiero ingombrante che ci assilla e, in qualche maniera, per rallentare la sua corsa ci adoperiamo alacremente per riempirlo di cose, di lavoro, di divertimenti, di programmi, di impegni, di doveri, di incontri.

 La nostra società, per effetto di un progresso tecnologico ormai incontrollabile, va sempre più veloce e il tempo reale è ormai al di sotto delle nostre effettive possibilità percettive. Non possiamo più competere con i tempi di un computer; non abbiamo più coscienza di come possa essere il tempo nel prossimo futuro. Verrebbe da dire che l’unico tempo certo è quello del passato, legato appunto al ricordo di un luogo o di un momento vissuto. Anche nella comunicazione il tempo è diventato talmente veloce che un avvenimento qualsiasi, nel momento stesso in cui accade, diventa già superato da un altro ancora, in un continuo frenetico rincorrersi senza fine. Il tempo è diventato un valore economico, una merce che ha un prezzo altissimo: chi arriva prima vince, gli altri soccombono. E’ cambiato anche il rapporto tra spazio e tempo, si sono accorciate le distanze tra paesi e mondi diversi. Arriviamo prima, facciamo prima, concludiamo prima. Eppure non abbiamo mai tempo. Sembra un paradosso: la tecnologia doveva farci guadagnare tempo, abbiamo inventato strumenti che velocizzano al massimo il tempo, eppure questa velocità non ci basta. Basta vedere come diventiamo impazienti se per un attimo il computer si blocca, come diventiamo isterici se ad un nostro messaggio non segue una immediata risposta.

Ma al di là del rapporto che esiste tra il tempo e i vari mezzi tecnologici, la percezione del tempo cambia a seconda delle circostanze e delle situazioni che ci troviamo a vivere; diceva Albert Einstein “quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, gli sembra che sia passato solo un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di un’ora”. E’ chiaro che nel momento in cui siamo felici le ore diventano minuti e non ci accorgiamo del loro trascorrere; al contrario quando, per esempio, non riusciamo a prendere sonno perché siamo preoccupati, ci sembra che il tempo non passi mai e che si sia fermato. Eppure i tempi tecnici sono gli stessi, solo che noi li viviamo in maniera diversa, con uno spirito psicologico ed emotivo differenti: la gioia riduce tanto il tempo, quanto il dolore lo dilata a dismisura. Ma la sensazione varia anche a seconda dell’età e dell’esperienza. I giovani, per esempio, non avvertono mai il suo fluire perché la giovinezza, che apparentemente sembra un’età molto lunga, concede loro un privilegio che ad altri non è concesso e cioè quello di poter contrastare il tempo e addirittura sprecarlo, dal momento che ne possiedono in abbondanza; a volte per loro scorre addirittura troppo lento, tant’è che non vedono l’ora di diventare grandi, maturi e indipendenti. Non sanno a cosa vanno incontro. Infatti, una volta diventati grandi, ci si guarda indietro e  ci si accorge che, dopo i quaranta il tempo comincia a galoppare, passati i cinquanta precipita giù come un masso da una montagna e dopo i sessanta - poiché ci troviamo in età pensionabile - gli anni ruzzolano uno dietro l’altro a velocità interstellare, nonostante si viva l’illusione di giornate lunghissime, rese tali dai minori impegni.

Al suo passaggio il tempo corrode la vita e lascia i suoi segni sulle cose e sugli uomini, sulla facciata di una casa così come sul volto di una persona. Pensare di fermare o di cancellare il tempo è pura follia; è un immorale pensiero di onnipotenza insito in tutte quelle persone che, ad una certa età, proprio nel momento in cui il tempo sta per travolgerle, credono di poterlo bloccare attraverso un intervento di chirurgia estetica. Stendiamo un velo pietoso su questi penosi restauri.