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lunedì 20 marzo 2017

Consigli ai politici



Lo confesso: non riesco a farmi piacere la politica né i suoi diretti rappresentanti governativi ed istituzionali. Per rincuorarmi o per avere un atteggiamento positivo nei confronti di questa particolare categoria di soggetti dovrei, forse, rifugiarmi nelle antiche civiltà del passato quando a fare politica venivano chiamati soprattutto gli uomini migliori, i saggi e i filosofi. Chi oggi “scende in campo” per dedicarsi alla res publica non deve avere remore morali e non deve essere dotato di alcuna preparazione specifica: basta che sia furbo e arrogante, magniloquente e senza dignità, amante del potere e dei soldi e privo di vergogna. E che abbia l’abilità di saltare, all’occorrenza, sul carro del vincitore. Tutto il resto arriva dopo: clientele, ruberie, corruzione, arricchimenti personali con i soldi pubblici. Qualcuno dirà: ma in politica esistono anche le persone perbene e oneste, sensibili al ruolo istituzionale per il quale sono state chiamate. Giusto! ci mancherebbe!! Il problema è che quest’ultimi non fanno nulla per allontanarsi dalle malefatte dei primi: li difendono, li coprono, li giustificano... li abbracciano. E li salvano anche di fronte ad un terzo grado di giudizio, calpestando la legge. E allora diventa davvero difficile distinguere i buoni dai cattivi.
E’ noto che la corruzione, il malgoverno, i privilegi a favore della “casta politica” non sono mali che riguardano esclusivamente i tempi moderni. No, perché i favoritismi, il do ut des, gli appoggi agli amici degli amici e gli interessi personali esistevano già nell’antica Grecia, la culla della democrazia, e poi nell’antica Roma. Tant’è che lo storico greco Plutarco indirizzò agli uomini politici del suo tempo una serie di consigli con intenti pratici e morali. Oggi tali scritti, in considerazione dei principi che vi troviamo illustrati, appaiono di straordinaria stringente attualità. In sostanza Plutarco dice che l’ingresso in politica deve essere determinato non già da una infatuazione dettata da vanagloria o spirito di rivalità ma da una volontà chiara e consapevole di operare per il bene comune e di “fare qualcosa di nobile” . E che non bisogna usare tale trampolino per arricchirsi. Il politico - dice sempre Plutarco – deve scegliersi dei collaboratori molto competenti, specialmente in quei settori in cui lui non ha capacità specifiche, tenendo presente che la corruzione è sempre in agguato e che è il male peggiore, la morte della democrazia. Ritiene, inoltre, riprovevole quel comportamento plateale tenuto dai politici nei pubblici dibattiti (i nostri talk show televisivi…) e a tal proposito scrive: “vi sono anche di quelli che, smaniosi di popolarità e ammalati di protagonismo, affrontano gli avversari in pubblici dibattiti come se fossero attori di teatro…”. La dote fondamentale del politico, secondo il filosofo greco, deve essere la trasparenza, una condotta esemplare da tenere non solo in pubblico, nell’esercizio delle proprie funzioni, ma anche nella vita privata, affinché sia immune da qualsiasi biasimo o accusa: “la gente infatti, - scrive Plutarco - è curiosa di sapere non solo quello che fa o dice in pubblico, ma anche cosa mangia, dove e con chi, quali sono i suoi amori, come va il suo matrimonio, qualunque fatto, insomma, sia esso frivolo o serio, che investa la sua sfera personale”.

E possiamo solo immaginare cosa avrebbe pensato il tribuno dell’antica Roma Livio Druso delle attuali intercettazione telefoniche, per le quali oggi i nostri politici (si fa per dire) chiedono severe restrizioni (ma basterebbe non delinquere mentre si parla al telefono…). Plutarco narra che questo tribuno, eletto dall’assemblea del popolo – il quale, tra l’altro, aveva il potere di invalidare le sentenze dei magistrati ritenute lesive dei diritti di un plebeo - “avendogli un artigiano proposto, per cinque soli talenti, di orientare e sistemare diversamente quelle parti della sua abitazione ch’erano esposte alla vista dei vicini, rispose: te ne darò dieci se renderai trasparente tutta la mia casa, affinché tutti i cittadini possano vedere come vivo”.
Altri tempi!!…altri politici!!

lunedì 6 marzo 2017

La pancia non c’è più e… “Improvvisa la vita”



Chi ha qualche anno sulle spalle - come il sottoscritto - ricorderà certamente quel famoso spot pubblicitario degli anni ’70, in cui un signore di mezza età si ritrovava improvvisamente obeso e con una enorme pancia che gli impediva di conquistare una donna, salvo poi scoprire che aveva fatto solo un brutto sogno. E allora, felice per lo scampato pericolo, iniziava a saltare leggero come una piuma, urlando: “la pancia non c’è più…la pancia non c’è più!”. Mi è venuta in mente quella divertente scenetta televisiva leggendo il romanzo “Improvvisa la vita” di Ottiero Ottieri (ediz. Bompiani del 1987), dove anche il protagonista del libro - un cinquantenne scapolo in sovrappeso - è dotato di una pancia prominente “origine di tutti i suoi mali morali”. E, purtroppo per lui, non si tratta di un sogno. Alberto, questo il nome, è convinto che con quella ingombrante protuberanza che si porta avanti e di cui si vergogna non può mai piacere alle donne: e lui ha proprio bisogno di una moglie giovane e carina per riscattarsi non solo dal suo lavoro poco gratificante (è impiegato presso una casa editrice di Milano), ma anche dalla sua vita solitaria e dai suoi rapporti occasionali con le prostitute o con le rare amanti, da cui viene immancabilmente abbandonato. Per mettere la parola fine al suo invalidante problema esistenziale, decide di affrontare un percorso salutare che lo porterà, inizialmente, nel sud della Spagna, a Marbella, in un centro di benessere per ricchi chiamato “Casa della Respirazione". Lì scopre un posto davvero prodigioso dove si esercitano quei riti alla moda appannaggio esclusivo dell’alta società, finalizzati al raggiungimento di una perfetta forma fisica; il posto giusto dove la sua pancia - tra saune, massaggi, digiuni ed esercizi fisici – “sarebbe rientrata in dentro come una fisarmonica premuta”. E, per lui, finalmente sarebbe sbocciata improvvisa la vita. Inoltre – prima di proseguire il suo viaggio alla volta dell’Africa (Casablanca, Marrakech…) fa la corte, ma con scarsi e ridicoli risultati, prima ad una marsigliese e poi ad una enigmatica olandese, di cui si innamora.
Ottieri, il “notissimo sconosciuto” – come ebbe a scrivere di lui la critica letteraria Carla Benedetti – era uno scrittore che apparteneva a quella corrente letteraria che va sotto il nome di letteratura industriale, di cui facevano parte autori come Bianciardi, Volponi, Primo Levi, Parise ed altri. Infatti il romanzo “Donnarumma all’assalto” è il libro più conosciuto di Ottieri ( nato a Roma nel 1924 da genitori toscani e morto a Milano nel 2002), la cui storia ha origine proprio dalla sua diretta esperienza lavorativa, negli anni ’60, come capo del personale nella fabbrica Olivetti di Pozzuoli. Ma Ottieri è stato anche “narratore della psiche” (peraltro lui stesso si sottoponeva a sedute di psicoterapia), visto che con i suoi libri è riuscito ad indagare in profondità l’animo umano in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, compresa quella ironica e burlesca che ritroviamo nel romanzo “Improvvisa la vita”. Il suo antieroe, protagonista del libro, appare come una contraddizione vivente perché è povero ma è andato a curarsi in una Casa per miliardari, è comunista ma odia la lotta di classe ed ha un padre missino, è un letterato ma non scrive e viene pagato per leggere i libri degli altri, ama le donne ma le teme e ne ha paura, cerca di vivere ma è ossessionato dalla morte. Credo che un individuo così non avrebbe sfigurato in un romanzo di Italo Svevo perché ricorda molto quella tipica figura sveviana che è l’inetto. Ed infatti, così come Zeno Cosini o Emilio Brentani risultano affetti da quella evidente incapacità di vivere appieno la propria esistenza, subendo gli eventi anziché dominarli, anche il personaggio che esce dalla penna di Ottieri tende a vivere più con la fantasia che nella realtà. Oppresso dalla sue frustrazioni, pieno di inibizioni e di insoddisfazioni, timido e impacciato per natura, il nostro Alberto è portato ad isolarsi e a dare tutte le responsabilità dei suoi fallimenti a quella sua maledetta pancia. Insomma, lui soggiace a quel condizionamento fisico anche se il suo vero problema è che  ha difficoltà ad intrattenere normali rapporti con gli altri ed in particolare con il sesso femminile. Ama le donne, sente forte il richiamo del loro fascino, vorrebbe intraprendere una giusta ed appagante relazione sentimentale, tuttavia quando si ritrova a dover dare il meglio di sé, si blocca in maniera imbarazzante. E l’autore, anziché soccorrerlo ed assisterlo per questa sua evidente inadeguatezza, sembra invece volerlo quasi canzonare e divertirsi beffardamente alle sue spalle. Ma per fortuna c’è il lettore il quale non può che venire incontro a questo panciuto personaggio – specchio emblematico dei suoi fallimenti - offrendogli la sua solidarietà e la sua umana simpatia. Lo scrittore, con una prosa scorrevole, porta avanti un racconto godibilissimo, dominato dal gioco sottile dell’ironia con scenari narrativi che vanno dal malinconico al grottesco. E con un finale che nessuno si aspetta.

martedì 28 febbraio 2017

La Sardegna di Giuseppe Dessì "tanto vecchia e tanto lontana"



Giuseppe Dessi è uno scrittore poco conosciuto al grande pubblico dei lettori – ed al pubblico giovanile in particolare - nonostante sia da annoverare tra i grandi narratori del Novecento italiano. Credo, inoltre, che i suoi libri siano ormai quasi tutti “fuori catalogo” e non vengano più stampati. Chissà secondo quali perverse strategie commerciali, oggi, un editore può permettersi il lusso di rinunciare alle sue opere letterarie, vista la buona qualità della sua prosa. Una prosa chiara, suggestiva, poetica che si legge con piacere. Ho iniziato ad apprezzare questo autore leggendo, qualche tempo fa, quello che forse è considerato il suo romanzo più importante, con cui vinse nel 1972 il Premio Strega: Paese d’ombre. Dessì era nato a Villacidro, un grosso centro del sud della Sardegna, a cui rimase legato per tutta la vita e che fa da sfondo a tutte le sue opere. Questo piccolo mondo - metafora di una Sardegna arcaica e sotto certi aspetti defraudata - lo ritroviamo già nel suo primo romanzo “San Silvano”,  che segnerà il suo esordio narrativo. Lo scrittore sardo – così come spesso hanno fatto altri autori del passato – ha quasi sempre dato un nome di fantasia ai luoghi reali in cui collocava le vicende dei suoi romanzi, salvo poi spargere lungo il percorso narrativo tracce di un contesto facilmente identificabile, a lui noto e caro. Evidentemente, attraverso località non ben definite, Dessì preferiva non ingabbiare il lettore in rigide coordinate di riferimento che potessero in qualche maniera limitarne il racconto, lasciando così anche un ampio spazio di manovra alla sua appassionata immaginazione. Così facendo, il suo amato paese, Villacidro, diventa Norbio in “Paese d’ombre” per assumere poi il nome di San Silvano nell’omonimo romanzo che ho appena finito di leggere. E ancora una volta devo ringraziare quei mercatini dell’usato se ho potuto sfogliare questo libro, rifiutato in modo ostinato da una certa “modernità” che rincorre spasmodicamente solo le novità. Anche le più mediocri.

San Silvano è un racconto autobiografico costruito con frammenti di ricordi, un nostalgico atto d’amore nei confronti del paese dell’infanzia; è la trasposizione nella scrittura degli affetti familiari dell’autore, delle sue memorie giovanili, del suo amore struggente per una terra “tanto vecchia e tanto lontana”. Rappresenta, in estrema sintesi, una sorta di manifesto del suo essere orgogliosamente sardo. Qualsiasi paese, per chi ha la fortuna di averne uno, costituisce sempre un gioioso e sereno approdo nei momenti tristi e malinconici. Per Dessì, Villacidro era il suo buen retiro, la sua  “piccola patria”, capace di scatenare in lui sentimenti di forte passione ma anche di inevitabili contrasti. “Là sono diventato uomo – scriveva – là è la mia gente: case e tombe. Ma ciò che conta di più è che io, anche ora, se vado là, mi sento più forte, più intelligente, anzi onnisciente”. Sepolto nella memoria, San Silvano appare nei ricordi dello scrittore con i suoi ritmi lenti e con il suo silenzio, con le sue atmosfere serene e con i suoi ulivi enormi simili a pachidermi, chiusi nei campi cinti di muri a secco; e con quella tipica monotonia dei mesi estivi che rendeva immobile il paesaggio facendo quasi perdere la cognizione del tempo e degli avvenimenti. Un paese avvolto nella solitudine che sembrava essere la condizione persistente, l’ineludibile destino di ogni sardo. Eppure, Dessì si trovava a suo agio in quell’ambiente tagliato fuori dal mondo, aspro e selvaggio “come gli animali selvatici nel bosco e gli uccelli nell’aria”. Devo dire che San Silvano è un libro che ha una sua straordinaria forza evocatrice, capace di trasmettere nell’animo del lettore sensazioni e sentimenti, gli stessi provati dall’autore. E quel paese che scorgiamo tra le sue pagine, attraverso i ricordi del suo illustre figlio, ci appartiene perché diventa simbolicamente il nostro antico paese nativo, retaggio di un passato ormai perduto.

Anna Dolfi, nella sua introduzione al libro (Oscar Mondadori – ediz. del 1980) ha scritto che San Silvano è il libro “più intensamente poetico, più struggentemente disperato, più appassionatamente lucido, coraggioso, patetico (nell’accezione antica, silenziosa di pathos), tra quelli scritti da Giuseppe Dessì”.

venerdì 24 febbraio 2017

Come leggere un libro



Tre modi di leggere un libro, secondo Ennio Flaiano:

“La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per noia, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valery Larbaud è il vizio impunito, ma in certi casi smettere di leggere come di fumare può evitare gravi conseguenze.

Si può anche leggere un libro per sospetto e invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libri che ottengono grande successo, i “meglio-venduti”. Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per tentare di scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d’anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi, sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c’è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente.

Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. E’ più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono ad un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.”

 
Tratto da “Frasario Essenziale  per passare inosservati in società“
di Ennio Flaiano (Bompiani)

sabato 11 febbraio 2017

"Sorelle Materassi" di Aldo Palazzeschi



Alcuni libri della nostra letteratura sono ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo perché descrivono luoghi e personaggi quali metafore di una particolare condizione umana. Sono libri molto conosciuti - anche solo per sentito dire – che custodiscono simboli universali. “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi rientra tra queste opere, la cui storia è sinonimo di un’esistenza grigia, di un mondo femminile schivo e bigotto, dal sapore antico. E poi – diciamolo - quando si parla di “zitelle” la memoria non può che andare alle protagoniste di quel romanzo.

Ambientato in un sobborgo di Firenze nei primi anni del ‘900 e pubblicato per la prima volta da Vallecchi nel 1934, il libro narra le vicende di tre inseparabili sorelle: Teresa, Carolina e Giselda (le prime due sui cinquant’anni, la terza più giovane di una quindicina) a cui si deve aggiungere la fedele domestica Niobe. Costoro trascinano una vita piatta ed appartata nella grande casa ereditata dal padre: Teresa e Carolina – che non si sono mai sposate sebbene non siano “più brutte di tante altre che prendono marito” – sono delle esperte ricamatrici, specializzate in vestiti da sposa e altra biancheria di lusso, loro commissionata dalle facoltose famiglie fiorentine, mentre Giselda - respinta dal marito – è stata accolta nella loro casa, delusa dalla vita e dal matrimonio.

Le tre sorelle hanno accumulato, durante un’intera vita di lavoro, denaro senza accorgersene e non hanno mai pensato di allontanarsi  da quella loro filosofia di vita, godendosi magari qualche giorno di riposo o concedendosi una distrazione, un viaggio, un momento di divertimento. Niente di tutto questo. Le loro giornate trascorrono tutte uguali, tra merletti, ricami e pettegolezzi, osservando il via vai di persone che transitano sotto la loro finestra, “parlando di un passato amoroso inesistente che gonfiavano fino all’assurdo ispirate e sospinte dal passaggio delle coppie”. Conoscono gli uomini solo per sentito dire, mentre con le donne sono spietate e cattive: anche alle belle ed alle carine, un difettaccio glielo trovano sempre.

Tutto sembra scorrere liscio nella casa, con il solito tran tran quotidiano, fino al giorno in cui irrompe prepotentemente tra di loro il nipote Remo, rimasto solo al mondo, figlio di una quarta sorella morta ad Ancona, il quale finisce per sconvolgere quel saldo e duraturo equilibrio familiare. E’ un giovane dalla raffinatezza e dall’eleganza incomparabili. E poi è di una bellezza stupefacente. Io penso che nella finzione letteraria mai un personaggio maschile sia stato descritto in tale maniera, come il simbolo stesso della bellezza e visto come un vero e proprio Adone  “…soltanto nella scultura greca e in quella del rinascimento – leggiamo nel testo - ci è dato riscontrare campioni di questa specie: Leonardo, Michelangiolo, Donatello, il Verrocchio, ne sarebbero rimasti colpiti”. Ma ad esserne colpite ed ammaliate sono soprattutto Teresa e Carolina (un po’ di meno Giselda, forse perché aveva già avuto una brutta esperienza con il marito), che vengono travolte da un “bisogno cocente di dare, di dare a quel nipote piovuto dal cielo in mezzo ad esse, e che metteva nel loro animo inaridito tanta confusione”. E il nostro bellissimo Remo che fa? Si dimostra subito un gran furbacchione - per non dire altro - perché, resosi conto di essere l’oggetto prediletto delle zie, capace di risvegliare con la sua carnalità anche i loro sensi addormentati, sfrutta abilmente la favorevole situazione al fine di ottenere soldi e soddisfare così tutti i suoi desideri e le sue voglie improvvise. Insomma, a quel bisogno sincero, quasi materno, di “dare” che nasce nell’animo delle zie, si contrappone un bisogno sfrenato di “avere” da parte del nipote. E’ noto che esiste un principio secondo il quale non si può spendere più di quanto si guadagna; quando ciò avviene, fatalmente ci si caccia nei guai. E nei guai vanno a finire le povere sorelle Materassi, soggiogate agli ordini ed ai capricci di quel nipote opportunista.

Con questo romanzo dal sapore agrodolce, velato di malinconia crepuscolare, Palazzeschi ci regala – senza rinunciare alla sua proverbiale ironia - un grande affresco di un mondo al femminile, che appartiene ormai alla memoria del passato.

lunedì 6 febbraio 2017

"Io e Agata": il brillante esordio narrativo di Nicola Losito



“Sappiamo tutti quanto siano suscettibili e presuntuosi gli scrittori e io, sebbene non appartenga ancora a questa speciale consorteria umana, ho gli stessi loro difetti”
 
Sono un lettore tradizionale e non mi lascio irretire dai moderni strumenti elettronici. Mi piace troppo il libro cartaceo e l’idea di diventare un lettore “digitale”, di dover eventualmente modificare il mio approccio alla lettura non mi entusiasma affatto. Amo toccare la carta stampata, sentire il suo odore, quel fruscio della pagina che viene girata. Sensazioni, queste, che non si possono avvertire stando davanti ad uno schermo elettronico. Nonostante queste mie idiosincrasie, mi si è presentata l’occasione per leggere un romanzo pubblicato nella versione ebook, su Amazon, e devo dire che per me è stata una vera sorpresa: non pensavo di riuscire nell’impresa. E questo grazie non tanto al dispositivo digitale – che continua a non attrarmi – quanto al romanzo che ho avuto il piacere di leggere. Si tratta di “Io e Agata” di Nicola Losito, un autore emergente che cura anche un suo blog  “i pensieri e le divagazioni del signor Giacomo”. Siamo un popolo che legge poco – lo sappiamo bene – e con questi presupposti avere il coraggio di scrivere un libro e provare a diffonderlo in rete significa, davvero, lanciare una sfida enorme al mondo dell’editoria. A meno che l’autore non sia un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’industria libraria si spalancano e le vendite spiccano il volo.

Nicola Losito ha notevoli doti letterarie e sa scrivere come pochi, ma non essendo un divo della televisione (non basta somigliare in modo impressionante a Gianni Minà), viene ignorato dagli editori che non sempre premiano gli autori migliori. Io e Agata rappresenta il suo positivo esordio narrativo: un bel libro che meriterebbe una diversa attenzione. La storia narrata - che presumibilmente contiene spunti autobiografici – ripercorre, attraverso località ben definite e in un arco temporale che va dalla seconda decade del ‘900 fino ai giorni nostri, desideri e passioni, gioie ed amarezze, frustrazioni e riconoscimenti di due personaggi sui generis i quali, incontrandosi per caso – lui ha solo 28 anni, lei una cinquantina –  riescono a stabilire tra loro, nonostante la differenza di età, un intenso e profondo rapporto di amicizia, reso ancora più forte da una comune passione per la letteratura e per i libri. E sarà proprio grazie a tale sentimento se la relazione non sarà mai scalfita dalle tante conflittualità e difficoltà che pure li riguarderanno.

L’io narrante è Fabio, un professore di liceo in pensione, di origini pugliesi che vive a Milano, tormentato dalle sue velleità artistiche e letterarie: diventare uno scrittore famoso e possedere una biblioteca con un numero infinito di libri”, sposato con Marta che gli ha dato 4 figli. E’ alla continua ricerca di conferme circa le sue dotte capacità ed il raggiungimento del successo diventa la sua vera ossessione. La protagonista femminile risponde al nome di Agata, una donna con una personalità molto complessa, una eccentrica e “strampalata” psicologa ( è la zia di Marta) che nella vita non fa altro che “esplorare le menti bacate della gente” in forza della sua presunta capacità d’introspezione psicologica supportata da una sorta di influenza benevola proveniente dalle sue piante. Appassionata di pittura grazie al padre mercante d’arte, Agata possiede anche  una preziosissima biblioteca, il sogno proibito di Fabio, e sarà lei stessa ad offrire a quest’ultimo, in punto di morte, gran parte degli elementi che serviranno a realizzare personaggi e trama del libro.  

E’ una bella e struggente commedia umana e familiare, tra realtà e finzione, che si legge tutta d’un fiato nonostante la mole, raccontata con garbo e leggerezza, a volte velata di sottile malinconia, in cui Agata appare la vera eroina protagonista, mentre Fabio - con il suo carico di problemi esistenziali e la sua malcelata vanità – si mostra come un accorto testimone dei fatti, oltre che suo antagonista, sempre pronto a sbrogliare qualsiasi problema gli si dovesse presentare. Intorno ai due interpreti principali del  “romanzo di due vite”  - come si legge nel testo - si muovono altri interessanti personaggi i quali, sebbene appaiano complementari rispetto alla vicenda narrata, riescono tuttavia ad arricchire il quadro familiare. Tra tutti, spicca la figura della moglie di Fabio, Marta “una donna incomprensibilmente gelosa del suo privato” che ama starsene in disparte, fedele alla promessa fatta ai genitori di Agata di vigilare, vita natural durante, sull’unica rappresentante non maritata e un po’ scapestrata di una famiglia che, per antica tradizione, considerava il matrimonio e il procreare le sole attività adatte a una signorina di bell’aspetto e con una buona dote alle spalle”.

Tormentati dalle loro diverse ambizioni  di grandezza, i due appassionati protagonisti del libro sembrano rincorrere traguardi illusori, custoditi nemmeno tanto segretamente nel cassetto della propria anima. E pur di raggiungere i loro obiettivi che appaiono sempre più lontani, non risparmiano le proprie forze tra sconfitte e piccoli riconoscimenti, mentre intorno a loro la vita scorre severa come sempre, con le sue piccole gioie e con i suoi affanni quotidiani, con le sue speranze e con le sue delusioni.

mercoledì 25 gennaio 2017

Un paese ci vuole...da Pavese a Cardarelli

Cardarelli in una foto di Paolo Monti

“Un paese ci vuole – scriveva Cesare Pavese – non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.  Solo chi non ha mai avuto un “paese” non può comprendere la sua importanza, non può capire quanto sia vitale questo luogo dell’anima e della memoria e quante sensazioni, anche conflittuali, riesca a suscitare nell’animo di chi si affida al suo ricordo. Ma io credo che nessun artista, meglio del poeta, sappia evocare i sentimenti che nascono da questa speciale appartenenza, tant’è che le sue emozioni diventano anche le nostre ed il paese che scorgiamo nei suoi versi appare incredibilmente come la rappresentazione metaforica di ogni paese.
Vincenzo Cardarelli, uno dei poeti che più amo, ha dedicato tantissime poesie al suo paese natio - Tarquinia, in provincia di Viterbo - dove nacque nel 1887. Il suo rapporto con quel bellissimo borgo medioevale fu piuttosto discordante: sentiva di amarlo soprattutto quando si trovava lontano dalle sue case, dai suoi odori, dalle sue atmosfere. Gli mancava quando se ne allontanava. Doveva immaginarlo come un luogo perduto, per poterlo desiderare. Così scriveva: "Fin da ragazzo ho amato le distanze e la solitudine. Uscire dalle porte del mio paese e guardarlo dal di fuori, come qualche cosa di perduto, era uno dei miei più abituali diletti” . Oppure doveva scorgerlo attraverso il finestrino di un treno in corsa, per sentirlo suo, come leggiamo in “Passaggio notturno”

Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch'io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m'investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M'è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch'io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.
E quando poi subentrava la nostalgia del suo paese, solo il ricordo gli consentiva di rivivere la magia di un momento vissuto e ormai perduto. Ma il ricordo esiste se è sorretto dalla memoria che, da sola, può cancellare gli istanti più belli del passato:

O memoria spietata, che hai tu fatto
del mio paese?
Un paese di spettri
dove nulla è mutato fuor che i vivi
che usurpano il posto dei morti.
Qui tutto è fermo, incantato,
nel mio ricordo.
Anche il vento.
Quante volte, o paese mio nativo,
in te venni a cercare
ciò che più m'appartiene e ciò che ho perso.
Quel vento antico, quelle antiche voci,
e gli odori e le stagioni
d'un tempo, ahimè, vissuto.

Ma la vita riservava al poeta anche momenti di difficoltà e di angosce esistenziali e allora il suo paese - l’unico che non l’avesse mai tradito - gli ritornava in mente e vi si rifugiava per trovarvi definitivamente “riposo ed oblio”.
Terra mia nativa,
perduta per sempre.

Paradiso in cui vissi
felice, senza peccato,

ed ebbi amiche un tempo
le bisce fienaiole
più che gli uomini poi.

Nelle notti d’insonnia,
quando il mio cuore è più angosciato e grida
e non si vuol dar pace,
tu mi riappari ed in te mi rifugio.
Non memorie io ti chiedo,
ma riposo ed oblio.
E dopo tanto errare
godo in te ritrovarmi,
terra mia di cui porto
l’immortal  febbre nel sangue.
Sempre più persuaso che tu sola
non m’abbia mai tradito
e che il lasciarti fu grande follia.
Così lontana sei, così lontana!
Pur di raggiungerti e annullarmi in te
anche la morte mi sarebbe cara.

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venerdì 20 gennaio 2017

Moll Flanders: la si ama o la si detesta



Causa della mia rovina fu la mia vanità

La notorietà dello scrittore inglese Daniel Defoe (1660 – 1731) è legata essenzialmente al grande successo del suo primo romanzo: “Le avventure di Robinson Crusoe”, pubblicato nel 1718, tra i libri più amati e più letti di tutti i tempi. Intere generazioni sono cresciute con le avventure di questo straordinario personaggio naufragato su un’isola deserta, autentico eroe universale della letteratura che ha fatto sognare grandi e piccoli, “il mito più appariscente e indimenticabile della solitudine di ciascuno”, come ebbe a scrivere Cesare Pavese.

Ma c’è un altro personaggio uscito dalla fervida penna di Defoe che – pur non godendo della fama del suo eroe più noto – riesce, tuttavia, a far discutere generando nell’animo del lettore sentimenti sempre contrastanti: è un personaggio femminile e risponde al nome di Moll Flanders, un’astuta e tenace prostituta (ma non solo), che dà il titolo al secondo romanzo dello scrittore britannico, pubblicato nel 1721. E’ una sorta di eroina che vive pericolosamente la sua vita adattandosi a qualsiasi situazione, una protagonista che appare quasi inverosimile e che - in qualche maniera - incarna la figura femminile libera e indipendente, dotata di vizi (tanti) e virtù (poche). Per inquadrarla, provate ad immaginare questa donna nell’Inghilterra del ‘700, nata in un carcere da una famigerata ladra condannata a morte, dotata di una riserva illimitata di vanità, di bellezza, di orgoglio, di intelligenza e di egoismo, “ma una ben piccola riserva di virtù”, che si infila con estrema facilità nel letto di chi può darle ricchezza e posizione sociale, che passa con disinvoltura – e sempre per motivi di opportunità - da un ruolo sociale all’altro e si adatta, di volta in volta, a fare “la puttana”, quindi l’amante e poi la moglie e la madre sposandosi 5/6 volte (alla fine si perde il conto), una delle quali con il fratello da cui ha un paio di figli e altri ne fa con i rimanenti mariti, per diventare, poi, ladra e finire in galera come sua madre. Senza contare le volte in cui i ruoli si confondono e si fondono. E allora, di fronte a queste bizzarre e ingarbugliate situazioni, a volte si fatica nel riconoscere la puttana dall’amante, la moglie fedele dalla fedifraga, l’onesta dalla ladra. Questa è Moll Flanders: una donna senza scrupoli, cinica, avida, arrampicatrice sociale, ambigua e contraddittoria, infida e inquieta.
 
E’ un libro che ci spinge a riflettere sulla vanità delle ambizioni umane e, soprattutto, sul desiderio e sull’insaziabile avidità di denaro che rappresentano, in maniera crudele, le radici di tutti i mali. Devo dire che ho faticato un po’ a leggerlo, tant’è che più volte sono stato tentato dall’idea di abbandonare la sua lettura, nonostante la forza persuasiva dello stile letterario spingesse nella direzione opposta. Alla fine ce l’ho fatta, ma lo confesso: Moll Flanders è un personaggio che non mi piace. E penso che se a scrivere il libro fosse stata una donna anziché il padre nobile del romanzo inglese, probabilmente ne sarebbe uscita una figura femminile diversa. Forse più credibile. Quando un uomo decide di mettersi nei panni di una donna, fosse anche un grande scrittore, il rischio che lui possa dipingere, nella finzione letteraria, un ritratto poco attendibile è davvero molto elevato. Nel bene e nel male. In questi casi gioca un ruolo fondamentale la diversa sensibilità che caratterizza il comportamento dell’uomo rispetto a quello della donna, non solo sul piano fisico ma anche su quello psicologico.

mercoledì 18 gennaio 2017

Scrivere il curriculum



Cos’è necessario?
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.


A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.


È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.


Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.


Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.


Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.


Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.


 
Wislawa Szymborska

 

lunedì 9 gennaio 2017

Mestieri



Frequentavo le scuole elementari – tanti anni fa – e un giorno il maestro chiese a tutti noi, bambini di 8/9 anni: che mestiere fa vostro padre? Ricordo che le risposte si divisero - per la maggior parte - tra il contadino e il falegname, il fabbro e l’arrotino, il muratore e l’elettricista, il boscaiolo e lo stagnino. Erano altri tempi, diciamolo, e il sottoscritto viveva in un piccolo paese del Sud, che esprimeva un’economia prevalentemente agricolo- artigianale. Tuttavia, oggi non posso non riconoscere quanto quei mestieri fossero nobili e indispensabili. Devo dire che l’abilità manuale in cui si riconoscevano, congiuntamente ad una elevata capacità creativa, costituivano i requisiti identificativi di un mondo e di una filosofia di vita. Quelle attività lavorative racchiudevano, inoltre, una vera e propria “arte del fare” che spesso si tramandava di padre in figlio, un’arte che oggi appare definitivamente scomparsa.
Viviamo in una società altamente tecnologizzata, dove i bisogni sono radicalmente cambiati e dove l’omologazione culturale, che si estende in tutti i settori, tende a non valorizzare più le differenze, riscontrabili anche in quegli antichi mestieri artigianali, alcuni dei quali sono già spariti, altri sono ormai in via di estinzione e altri ancora si sono evoluti in differenti figure professionali, attraverso processi industriali sempre più veloci. Provate, per esempio, a cercare un ciabattino, per risuolare un paio di scarpe, o un sarto, per cambiare la cerniera dei vostri pantaloni, oppure un arrotino per affilare un vecchio coltello a cui siete affezionati: introvabili, spariti, così come sono spariti tanti altri antichi mestieri. E con loro sono svanite le competenze e la passione per le cose fatte bene che duravano nel tempo e sembravano indistruttibili.

Stavo pensando che se oggi il maestro di una qualsiasi scuola elementare del nostro Paese provasse a fare la stessa domanda ai suoi piccoli allievi, credo che nessuno di loro direbbe che ha un papà che fa l’idraulico (figura rara…è più facile trovare un tesoro) o il falegname (il mestiere più antico del mondo, ma a qualche bambino ricorda solo Geppetto, il padre di Pinocchio). Forse ne hanno sentito parlare in casa, quando il genitore si danna l’anima perché il rubinetto perde acqua e non riesce a trovare chi possa ripararlo. Oppure quando la finestra non chiude bene e invoca inutilmente un falegname. Oggi, nell’era informatica e digitale, i bambini a quella domanda di prima probabilmente risponderebbero che il papà fa il consulente di investimento, l’operatore call center, il digital strategist, il web analyst, il travel designer o il manager del rischio. A meno che non faccia il disoccupato, un mestiere molto in voga di questi tempi. Ma insomma, che cavolo fa un manager del rischio, oppure un digital strategist? Ma se questi sono i nuovi mestieri dei papà dei nostri giorni, cosa faranno da grandi i bambini che oggi frequentano le scuole elementari e sono già forniti di smartphone? Mi è capitato di leggere da qualche parte che secondo uno studio fatto dal governo britannico, si prevede che fra i  20 nuovi mestieri del 2030 ci sarà l’«agricoltore verticale», che curerà le coltivazioni su edifici a più piani in città per ridurre lo sfruttamento del suolo; e ci sarà anche il «broker del tempo», che si occuperà di come pagare le persone con il tempo, anziché con i soldi. E poi, dulcis in fundo, il «personal brander», una sorta di consulente per “costruire e gestire noi stessi come un marchio di qualità, anche attraverso i social media”. Ma ve lo immaginate un agricoltore che si evolve verso l’alto? E quello terra-terra che ancora coltiva patate e cavolfiori in campagna, che fine farà? Sparirà, oppure continuerà a coltivare le sue verdure al ventesimo piano di un grattacielo? Aiutatemi! Ma io dico: se un nostro nipote – mettiamo nel 2030 - avesse bisogno, che ne so, di un artigiano che una volta si chiamava orologiaio, perché il suo swatch si è improvvisamente fermato, a chi si dovrebbe rivolgere? Come direbbe qualcuno, ai posteri l’ardua sentenza.

martedì 3 gennaio 2017

I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell'imperfezione



Mi viene da pensare - osservando la bella e suggestiva immagine riportata sulla copertina del libro I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione  di Roberto Peregalli (pubblicato da Bompiani nel 2010)- che la forza della natura è davvero dirompente quando si impossessa di un luogo. Con questo libro l’autore affronta una tematica molto interessante: il “tempo” che passa e lascia i suoi segni indelebili sugli oggetti e sulle cose da cui siamo circondati. Il tempo che modifica i luoghi e dona loro un’aura incantata e misteriosa. Il tempo come nostalgia, come ricordo di ciò che è stato e non è più, che si appropria di ogni spazio. “La nostalgia è la nostra vita”, dice Peregalli e non si può cancellare. Così come non si può cancellare il tempo che modifica tutto al suo passaggio, che stende su tutte le cose una patina di antico, ed è proprio quella patina che rende bello un oggetto e interessante una costruzione. Bisogna perciò preservare quella patina quando si interviene su un luogo, su un monumento e non pensare che si possa riportare quell’oggetto al suo antico splendore perché il tempo non si può cancellare.

Un luogo non è immortale e non è come un quadro, qualcosa di stabile nel tempo. La sua bellezza si modifica nel corso delle stagioni, il suo legame con tutto ciò che lo circonda è molto forte. Oggi, purtroppo è venuto meno quel legame socio-culturale che esisteva tra il luogo e le costruzioni che esistevano in quel luogo. L’architettura non è più pensata in funzione del territorio circostante e di conseguenza i luoghi abitati, le città diventano sempre più inospitali, freddi, invivibili, che non ci appartengono più. “Ovunque lo stile è simile, non c’è nessuna differenza tra un luogo e un altro...ogni posto si rispecchia nell’altro in una ripetizione infinita...ovunque si vada sembra di ritrovarsi sempre nello stesso posto”.

Si è verificato un imbarbarimento dei luoghi. I luoghi non appartengono più alle persone che li abitano ma agli architetti che l’hanno progettati. Oggi, afferma Peregalli, “la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle costruzioni” che si impadroniscono dei luoghi e distruggono il silenzio di una vallata, il verde di una collina. E allora contro questo degrado urbanistico imperante è necessario salvaguardare la memoria del passato rappresentata dalle antiche rovine di un palazzo, di un castello di un’antica dimora. Queste rovine costituiscono “...una barriera contro l’efficienza, la corsa inarrestabile verso il progresso cieco, la tracotanza del potere...”. Rappresentano la nostalgia della nostra vita.

lunedì 19 dicembre 2016

Che "brutto" tempo che fa



Ho l’impressione che il principale obiettivo della televisione – almeno da un po’ di tempo a questa parte - sia quello di far regredire i telespettatori e renderli sempre più ottusi. Infatti, non capisco perché una trasmissione televisiva, che gode del favore del pubblico e della critica e, in qualche maniera, si discosta da quel format di puro intrattenimento sostenuto dalle televisioni commerciali, possa essere stravolta in peggio, così tanto per dare un segnale di cambiamento. Mi riferisco ad uno di quei programmi che – visto il grande successo che si porta dietro da oltre un decennio – va considerato il vero fiore all’occhiello della  Rai: Che tempo che fa. Fabio Fazio, il deus ex machina del programma, ha il grande merito di aver portato in televisione personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della società civile che vi apparivano solo raramente o, addirittura, si rifiutavano di darsi in pasto al grande pubblico televisivo. Penso a Guido Ceronetti, Gillo Dorfles, Ermanno Olmi, Paolo Poli, Carlo Fruttero, Roberto Saviano, Pietro Citati, tanto per fare qualche nome. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo. Devo dire, inoltre, che Fazio è riuscito, con la sua istrionica abilità, ad avere nel suo studio grandi star internazionali che si negavano a tutti tranne che a lui: il “buonista” della televisione di stato - per alcuni - il “fazioso” per altri e il “furbetto”, per altri ancora. Ma diciamolo: il Fabio nazionale ha saputo, con intelligenza, catturare l’attenzione della gente grazie soprattutto all’importanza ed alla forza attraente dei suoi ospiti i quali avevano la capacità di oscurare, finalmente, le solite facce note del piccolo schermo, e sempre le stesse. Chi stava a casa davanti allo schermo aveva la possibilità di ascoltare voci autorevoli, in un contesto dove la leggerezza e la semplicità, mista al divertimento, la facevano da padrone.
Chi guarda, oggi, la trasmissione domenicale di Rai 3, Che tempo che fa, si accorge che non è più quella di una volta in quanto si è sdoppiata e, a prescindere dagli ascolti (forse sono rimasti invariati),  mi sembra che l’incantesimo che si creava tra chi parla in TV e chi ascolta da casa sia ormai finito e che la pochezza abbia preso il posto della qualità. Difatti, dopo un lungo e noiosissimo monologo della Littizzetto nella prima parte della trasmissione (mi domando perché una come lei, senza alcun merito e con quella vocina gracchiante e fastidiosa, con le sue consuete fissazioni sessuali sul walter…sulla jolanda, debba avere tutto quello spazio televisivo), vediamo, nella seconda parte, una eterogenea tavolata a ferro di cavallo, intorno alla quale siedono una decina di “commensali” ridanciani e vocianti (ex vip famosi e dimenticati, personaggi emergenti in attesa di una più alta affermazione, atleti in pensione, ecc), che si danno del tu come vecchi amici e si pavoneggiano soddisfatti. Tra gli ospiti fissi c’è Nino Frassica – per carità, un attore simpaticissimo che ormai è presente ovunque – che si esibisce come un fantomatico direttore di un giornale di gossip infilando, una dietro l’altro, le sue surreali e scontate battute tipiche del suo repertorio. Poi c’è Gigi Marzullo, il quale pone le sue domande improbabili agli ospiti presenti in studio, non per avere uno straccio di risposta – che pure si potrebbe osare, nonostante l’idiozia della domanda - ma per scatenare una scontata risata generale. E, dulcis in fundo, siede a quella tavola l’intellettuale del momento, lo scrittore di best seller più amato dalle nuove generazioni: Fabio Volo. Costui non fa che ridere per tutta la durata della trasmissione. Ride e si scompiscia alle battute di Frassica; ride a crepapelle alle domande insulse di Marzullo; ride anche quando gli si rivolge Fazio, il quale da buon padrone di casa, non nasconde il suo compiacimento per la spensierata compagnia. Insomma, ridono e si divertono tutti, ignari dei tanti telespettatori che li stanno a guardare e che - pagando il canone - vorrebbero ridere o quantomeno sorridere un po’ anche loro, ma non delle loro sghignazzate.

domenica 11 dicembre 2016

Il rosso e il nero di Stendhal



Quando mi trovo al cospetto di un grande romanzo dell’Ottocento, la cui storia si dipana in mille sfaccettature e pone in evidenza tutta la sua complessità narrativa - dalla passione amorosa a quella politica, dalla rappresentazione della società in cui sono calate le vicende alle ambizioni personali del protagonista, dai riferimenti storici, culturali e religiosi all’introspezione psicologica dei personaggi – lo confesso, mi sento decisamente in difficoltà nell’abbozzare due righe che possano dare forma ad una “recensione”. E’ come se improvvisamente mi mancassero le parole e avvertissi un senso di indefinibile inadeguatezza. In tali circostanze, sono spinto a chiedermi cosa potrei mai scrivere di tanto interessante, da catturare l’attenzione dei lettori, che non sia già stato scritto da qualcuno molto più autorevole e qualificato di me. I grandi classici della letteratura mondiale - quelli che non muoiono mai e che vengono continuamente ristampati – mi fanno sentire davvero piccolo e mi trasmettono una strana sensazione: di non essere all’altezza della loro grandezza. Se, poi, il libro non dovesse neppure piacermi ovvero mi trovassi nella condizione di leggerlo con estrema difficoltà - come a volte succede - non potrei mai avere la sfrontatezza di incolpare l’autore senza riconoscere la mia inettitudine.

Ho letto in questi giorni “Il rosso e il nero” di Stendhal, un libro pubblicato nel 1830 e devo dire che il mio stato d’animo di lettore si è scontrato con siffatti pensieri. Diciamo pure che è stato un procedere a singhiozzo nelle oltre 500 pagine del romanzo, tra alti e bassi, tra momenti di entusiasmo e altrettanti di smarrimento.

Julien Sorel, il personaggio principale del libro - intorno al quale ruota tutta la storia - è un giovane di umili origini, però molto scaltro e ambizioso il quale sogna di poter un giorno ricalcare la carriera militare di Napoleone Bonaparte, il suo indiscusso e irraggiungibile mito ( il “rosso” della divisa). Costui comprende che per essere qualcuno nella società del suo tempo (ci troviamo nella seconda decade del 1800), dovrà inizialmente vestire l’abito talare (da qui il “nero”) – vero trampolino di lancio verso il successo - o, quantomeno, avere conoscenze altolocate nell’ambiente clericale. Ma si accorge che tutto ciò non basta, perché al fine di poter migliorare la propria condizione socio-economica e scalare i gradini della casta sociale, il nostro eroe dovrà impegnarsi per essere introdotto negli ambienti politici più forti, avrà l’obbligo sociale di vestire alla moda e di conoscere famiglie aristocratiche. E, proprio in tali occasioni – sfruttando le sue belle maniere e la sua spiccata intelligenza – conquisterà le grazie delle nobildonne che lo ospitano nei loro ricchi palazzi come precettore dei figli. Assistiamo quindi alle gesta di un arrampicatore sociale che di volta in volta – con sentimenti falsi ed egoistici, pur detestando l’ipocrisia del potere – non disdegnerà di vestire i panni del seminarista, del prete, del dandy, dell’amante e dell’innamorato. Ma gli eventi che ne scaturiscono finiranno per travolgerlo.

Secondo Leonardo Sciascia, Julien è un personaggio che Stendhal si porta dentro da sempre. Questa affermazione - ritrovata nella prefazione del libro - mi ha spinto a leggere alcune note biografiche dell’autore da cui si evince che lo scrittore francese era uno spirito libero e anticonformista, che disprezzava le convenzioni sociali e la società del suo tempo, che amava viaggiare ed era un profondo conoscitore dell’arte, che non aveva un buon rapporto con la città natale e, soprattutto, ho appreso che era un inguaribile seduttore ed un tenace sostenitore di Napoleone. Caratteristiche, queste, che si ritrovano – tutte – nel personaggio che esce dalla sua penna. E allora appare chiaro che Stendhal, attraverso Julien, voglia rappresentare se stesso, la sua storia e i suoi sentimenti. Correggendo, in qualche maniera, i suoi vizi e celebrando senza sotterfugi le sue virtù.

martedì 29 novembre 2016

Hopper: il pittore che dipingeva il silenzio



Il complesso del Vittoriano a Roma ospita, fino al 12 febbraio 2017, una bella mostra dedicata a Edward Hopper, uno dei più importanti e celebri pittori americani del Novecento. Non potevo, quindi, lasciarmela sfuggire, considerata la stima che nutro da anni nei confronti di questo straordinario artista. L’esposizione pittorica - che percorre tutte le tecniche della sua vasta produzione, dalle tele ad olio agli acquerelli ed ai disegni con matita e carboncino, si snoda attraverso una sessantina di dipinti – tra paesaggi e scorci cittadini - alcuni dei quali sono ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo, vere e proprie icone universali. Per l’occasione, mi piace riproporre un mio post sul pittore americano, rivisto e aggiornato, scritto qualche tempo fa.
Io penso che nessun artista, prima di Edward Hopper, abbia avuto la spregiudicatezza di innalzare a dignità artistica la realtà urbana delle grandi città americane e dei suoi sobborghi. L’ha fatto per la prima volta questo pittore, nato in una piccola cittadina sul fiume Hudson nel 1882, appartenente ad una ricca e colta famiglia borghese dell’America di fine Ottocento. Attraverso la pittura, Hopper si spinse ad osservare, direi quasi a “spiare, l’interno di un appartamento o di un ufficio o di uno scompartimento ferroviario, cogliendo gli ignari occupanti immersi nelle proprie faccende private o pubbliche. La scelta di utilizzare in pittura soggetti artistici non in linea con gli ideali imposti dall’arte moderna e, soprattutto, dalle richieste del mercato dell’arte, provocò, almeno inizialmente, una reazione molto dura nei suoi confronti, sia da parte della critica americana che dell’opinione pubblica. Questa sua vocazione al realismo metropolitano, questa sua totale fermezza nel perseguire una propria linea pittorica lontana dalle mode, lo condannarono in principio all’indifferenza generale, tanto è vero che Hopper presentò a New York la sua prima mostra personale solo all’età di 38 anni, esponendo una quindicina di quadri ad olio, senza venderne nessuno. L’apprezzamento, di critica e di pubblico, sarebbe arrivato in seguito.

Hopper era attratto dalle periferie urbane e dalle stanze dei motel, dalle stazioni ferroviarie e dalle case solitarie in mezzo al bosco, dalle strade quasi sempre deserte e dai distributori di benzina isolati. E poi erano i fari, lungo le coste atlantiche, a scatenare la sua immaginazione: ne dipinse davvero tanti. Amava rappresentare la solitudine della condizione umana e gli spazi vuoti e assolati. I rari protagonisti nei suoi quadri appaiono sempre soli e, se dipinti in coppia o in gruppo, sembrano estranei gli uni agli altri e non comunicano mai tra di loro. Nemmeno Hopper sapeva spiegare il perché di questa sua strana ossessione, tant’è che scriveva: “Se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere…Perché io, poi, scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il miglior modo per arrivare a una sintesi della mia esperienza interiore”. E la sintesi della sua esperienza interiore era essenzialmente la solitudine. Hopper era un uomo riservato e timido, incapace di sentirsi a proprio agio tra la gente: amava nascondersi piuttosto che apparire. Se fosse vissuto ai giorni nostri - considerata la sua indole solitaria - credo che si sarebbe negato a qualsiasi intervista e non sarebbe stato mai ospite di programmi televisivi, così appetibili dai vip di nostra conoscenza. Probabilmente queste sue peculiarità caratteriali influenzarono anche la sua pittura che ci parla, appunto, dell’isolamento urbano e della solitudine celata dietro le cortine delle finestre o lungo una strada assolata di periferia. I suoi dipinti ci svelano quelle estreme condizioni di alienazione e di difficoltà di comunicazione vissute dagli individui che vivono nelle grandi città. Sembra quasi che Hopper, nei suoi quadri, voglia rappresentare il tempo, o meglio la sospensione del tempo, attraverso luci e ombre che si stagliano sulle cose, in assenza di persone e di sentimenti. Una volta disse: “io non voglio dipingere la gente che gesticola e che esprime emozioni. Quello che voglio fare è dipingere la luce su di un lato di una casa”.

 
Molti sono i critici che vedono nella pittura di Hopper la riproduzione dello squallore e della desolazione di una certa America. Ma io credo che il pittore americano fosse innanzitutto un attento osservatore della realtà da cui era circondato  e, attraverso la visibile solitudine che traspare dai suoi dipinti, egli intendesse rappresentare la universale fragilità della condizione esistenziale. Il suo messaggio, umano e artistico, è quello di farci riflettere sulla vera essenza delle cose e sugli aspetti più banali della quotidianità. Con le sue opere, l’artista americano ci rivela che la “poesia” si può trovare anche in una sperduta stazione di servizio, lungo una strada che attraversa un bosco e che la felicità si può percepire anche in un motel o in una sala d’attesa semivuota di una stazione ferroviaria di periferia. Perché a volte sono proprio quei luoghi, che apparentemente appaiono i più tristi e malinconici, frequentati da avventori smarriti e in rotta di collisione con la società e con la vita, a consolarci della nostra tristezza. Le hall degli alberghi, i vagoni dei treni poco frequentati, le caffetterie aperte fino a tarda notte ai lati della strada – dipinti da Hopper – diventano, così, un rifugio accogliente per quanti si sentono abbandonati e traditi dalla vita, luoghi ideali dove poter tranquillamente stemperare la propria solitudine e la propria sofferenza.
 Riesco, inoltre, a scorgere nella pittura di Hopper due aspetti che per me sono fin troppo evidenti e che traspaiono in tutte le sue raffigurazioni: da un lato, il silenzio, e credo che nessuno meglio di Hopper abbia saputo raffigurare questa astratta dimensione, irrimediabilmente perduta nell’epoca in cui viviamo, contrassegnata da rumori che non lasciano spazio alla riflessione a all’ascolto. E dall’altro lato, l’attesa, come se quei personaggi, il più delle volte dipinti da soli, aspettassero qualcuno o qualcosa, o come se in quelle case isolate, rappresentate ai margini del bosco, stesse per accadere un evento a noi sconosciuto.

 

mercoledì 23 novembre 2016

Le terre del Sacramento: quell'eterno conflitto tra signori e cafoni nel Mezzogiorno d'Italia



Sebbene non sia considerato dalla critica un capolavoro letterario da incorniciare, “Le terre del Sacramento” - Einaudi Editore - di Francesco Jovine  (il massimo scrittore molisano) rappresenta - a mio modesto parere – un libro molto interessante, una testimonianza significativa del verismo meridionale, le cui vicende sono incastonate negli anni precedenti all’avvento del fascismo ed alla vigilia della marcia su Roma. Il testo, peraltro, pur non avendo la potenza evocatrice dei grandi romanzi storici, va annoverato comunque nel filone della cultura storiografica del Novecento, quale documento di denuncia della situazione di miseria e di abbandono dei contadini meridionali all’indomani della prima guerra mondiale. Dal romanzo fu tratto anche un fortunato sceneggiato televisivo negli anni settanta, il cui cast comprendeva, tra gli altri, la bravissima Paola Pitagora e il grande Renato De Carmine.

Al centro della vicenda ci sono le terre del Sacramento – che danno appunto il titolo al romanzo - un immenso feudo molisano abbandonato da tempo, di proprietà dell’avvocato Enrico Cannavale, su cui gravano – da una parte - un groviglio di debiti, di ipoteche e di controversie legali e – dall’altra – una serie di credenze e superstizioni popolari secondo cui quelle terre, che un tempo appartenevano alla Chiesa, risulterebbero maledette; e poiché nessuno osa lavorarle, per via di quella maledizione – tranne alcune superfici date in affitto - vengono utilizzate essenzialmente come pascolo abusivo e legnatico dai contadini poverissimi del posto.

Il proprietario di questi possedimenti è un uomo abulico, rinunciatario, decadente, con idee socialiste, che vive arroccato nel suo palazzo avito circondato da servitori e serve, tra cui una sua cugina educata in un convento (Clelia) di cui ne è l’amante; dedito al bere, alle letture dei libri della sua biblioteca, alle chiacchiere con il suo amico professore di greco, appare poco incline alla cura e alla gestione dei suoi affari, ai quali provvede un suo contadino furbo e astuto che, un po’ alla volta, si impadronisce del patrimonio della sua famiglia, con imbrogli e prestiti usurari.

Inizialmente tutto appare immobile, piatto, inamovibile: da un lato i notabili del posto, con a capo il riverito Don Enrico Cannavale, il quale è sempre in vena di inutili discussioni al circolo delle professioni e delle arti e, dall’altro lato, i cafoni meridionali, la gente più umile e povera del Molise, che appare senza prospettive di lavoro, senza terra, senza un futuro degno di essere vissuto. A smuovere questa inerzia che sembra trascinarsi da secoli, provvede una giovane donna molto ambiziosa (Laura) figlia di un ex Presidente di Corte d’Appello, cugina del Cannavale - di cui ne diventa la moglie - la quale cerca di ridare ordine alle faccende economiche dell’inerte marito, attraverso lo sfruttamento delle terre del Sacramento. Per realizzare questo suo progetto, Laura si fa aiutare da un giovane studente di Giurisprudenza (Luca Marano) il quale, avendo un grande ascendente sui suoi compaesani contadini, dovrà persuaderli a dissodare le terre, in cambio di un diritto di enfiteusi sulle stesse.

Ma non tutto procede secondo le regole stabilite: assistiamo quindi ad una rivolta da parte dei contadini, capeggiati dal Marano, per la salvaguardia dei loro diritti calpestati; ma, come spesso succede, a rimetterci sono sempre loro, i più deboli, le classi sociali meno protette. Una storia amara per un romanzo storico che si addentra, ancora una volta, nella intricata e difficile “questione meridionale”.