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lunedì 23 aprile 2018

Senza il telefonino...sarei morto



Non possiedo cellulari. Non ne ho mai avvertito la necessità. Né l’urgenza. Giustamente qualcuno potrebbe dirmi: ma chissenefrega! Il mondo va avanti lo stesso. Qualcun altro potrebbe domandarmi: ma come fai a vivere senza? Io potrei rispondere con un’altra domanda: ma forse si viveva male, solo una ventina di anni fa (mica nel medioevo) quando il telefonino ancora non esisteva? Comunque si osservino le cose, sono consapevole di essere (almeno per gli altri) un soggetto strano in via di estinzione, un po’ come lo sono i boscimani del Botswana o i masai che vivono sugli altopiani fra il Kenia e la Tanzania.
Siamo talmente avvinghiati ai nostri oggetti tecnologici che se oggi, per assurdo, si verificasse una sorta di black out digitale a livello planetario, noi periremmo tutti in poco tempo. E quindi anche il sottoscritto che non si è lasciato fagocitare da quel pozzo dei miracoli che è l’iPhone. Si salverebbero solo loro, i boscimani e i masai  i quali, non conoscendo facebook e non essendo schiavi della tecnologia – ma sapendo invece accendere il fuoco senza fiammiferi e cacciare con arco e frecce - da popoli in via di estinzione diventerebbero paradossalmente gli unici superstiti del pianeta. Noi invece, da popolo super civilizzato, siamo arrivati al punto che senza cellulare non sappiamo più campare. E’ una protesi che indossiamo ogni mattina, appena svegli. E’ la droga del terzo millennio: se ci viene a mancare, ci sentiamo perduti, indifesi, in balia di un avverso destino.
“Senza telefono io sarei morto…”. Ricordate quel famoso spot pubblicitario, di una trentina di anni fa, dove un condannato a morte in un fortino della legione straniera – interpretato da un indimenticabile Massimo Lopez – tiene in attesa il plotone di esecuzione aggrappandosi all’ultima lunghissima telefonata? Ecco, se oggi mi guardo in giro mi viene in mente proprio quell’immagine: sembriamo tanti condannati a morte che rinviano la propria esecuzione rimanendo sempre connessi con un altrove.
Per rendersi davvero conto di come siamo ridotti basta entrare, a qualsiasi ora, in un treno della metropolitana di Roma, o di qualsiasi altra grande città. Lo spettacolo che si presenta al nostro sguardo è a dir poco inquietante: ci sono occhi solo per quella scatoletta che tutti impugnano come un salvavita. Non credo che esista in natura una tale situazione in cui, contemporaneamente, una moltitudine di persone apparentemente normali effettui la medesima operazione: cioè guardare un piccolo monitor facendolo roteare su e giù con un solo dito, alla spasmodica ricerca di un qualche cosa di indefinito. Se all’improvviso, quando si aprono le porte del convoglio, entrasse qualcuno in costume adamitico oppure un marziano, credo che nessuno se ne accorgerebbe. E credo che pure il marziano rimarrebbe stupito nel vedere tutti quei volti chini simultaneamente su un oggetto illuminato. Tanto da far pensare a chissà quali cose strabilianti. Ma chi glielo direbbe, al marziano, che quei digitaldipendenti stanno solo cazzeggiando? E che non stanno facendo (la stragrande maggioranza) nulla di urgente e di importante?

Scrive Vittorino Andreoli nel suo libro “La vita digitale” (Rizzoli Editore) “… ho paura che questa società non si domandi più nulla, ma chieda solo e sempre tecnologia che vuol dire sollevarsi da compiti che prima l’uomo svolgeva direttamente. Una tecnologia che lo rende sempre più inutile come corpo, ridotto a semplici dita che digitano. Ho paura che non si domandi più nulla poiché semplicemente non ha nemmeno la testa per pensare: la tecnologia la svuota, modifica il suo modo di procedere, fino a sostituirla con una macchinetta che saprà fare quello che serve per sopravvivere, e bene, ma non per risolvere il tema del senso della vita e senza questa domanda finirebbe una civiltà. Intendiamoci: l’uomo continuerà a vivere, ma in una civiltà differente. L’uomo si ridurrà alla logica dei viventi non umani, regredendo e passando alla fase dei nostri antenati primitivi. Saremo dei primitivi tecnologizzati, ma primitivi”.

giovedì 19 aprile 2018

Il lupo della steppa



Ho riletto “il lupo della steppa” di Hermann Hesse (Oscar Mondadori). E’ proprio vero: il piacere della lettura cambia a seconda delle circostanze e degli umori che ci accompagnano. E poi, leggere Hesse, in qualsiasi momento della nostra vita, rappresenta sempre un’occasione per riflettere sulla condizione umana.

Il protagonista del romanzo è Harry Haller, (nome simbolico che richiama le iniziali del nome dello scrittore), un intellettuale cinquantenne, un uomo di pensiero e di libri, che non esercita alcuna professione “nessun’idea gli era più odiosa e ripugnante che quella di avere un impiego, osservare un orario, obbedire agli altri”. Mi viene da pensare, ironicamente, a quella famosa frase: “il lavoro nobilita l’uomo”. Egli si sente metà uomo e metà lupo e questa duplice coscienza, di spirito e di istinto, lo rende infelice. E’ sempre sull’orlo del suicidio. Ha dentro di sé una natura umana, fatta di pensieri, di sentimenti, di cultura, ma ha anche dentro di sé una natura rozza e primitiva, cioè un mondo di istinti selvaggi, di crudeltà. Vive da solo in una camera ammobiliata, in un ambiente familiare e borghese - in contrasto con la sua vita solitaria e sregolata - tra mucchi di libri, mozziconi di sigaro e bottiglie di vino, dove tutto è disordinato, trascurato. E’ alla continua ricerca di un nuovo significato da dare alla sua vita insensata. Gli piace, però, respirare quell’odore di pace, di ordine, di pulizia di vita domestica nonostante il suo odio e il suo disprezzo per la vita borghese e per le buone maniere. Crede che sia molto difficile trovare una traccia divina e spirituale in mezzo alla vita quotidiana “...in questo tempo così privo di spirito, alla vista di queste architetture, di questi negozi, di questa politica, di questi uomini...” traccia che può incontrare solo in una musica di Mozart, in un pensiero di Goethe o di Pascal. E perciò si diventa lupi della steppa. Ma un bel giorno Haller incontra una donna, una cortigiana di nome Erminia (nome simbolico anche questo, perché sarebbe il femminile di Hermann). Ebbene, questa donna incolta e semplice sa comprendere i suoi problemi, lo distoglie dalle sue inquietudini e dalle sue malinconie, lo allontana dalla sua idea ricorrente di suicidio e lo porta pian piano a conoscere i piccoli e genuini piaceri della vita.

Il lupo della steppa - probabilmente uno dei romanzi più conosciuti e profondi di Hermann Hesse – affronta l’eterno tema della lotta tra l’istinto e la ragione, lo spirito e la brutalità. La narrazione presenta alcuni spunti autobiografici dello scrittore tedesco e rimanda, in particolare, ai suoi tormenti interiori, ai suoi conflitti esistenziali e spirituali, che di riflesso sono, poi, i conflitti e i disagi che vive l’uomo contemporaneo. Il libro, inoltre, vuole essere anche un atto di accusa nei confronti del potere e della borghesia dominante, quest’ultima rafforzata proprio dagli intellettuali che, pur disprezzandola, o facendo finta, continuano tuttavia a farne parte “poiché in fondo devono pur essere d’accordo con lei se vogliono vivere”.  E’ considerato un classico della letteratura mondiale e chi ha un po’ di dimestichezza con i libri non può non conoscerlo.

lunedì 9 aprile 2018

Il tempo ci divora



E’ proprio vero, noi vorremmo ammazzare il tempo ma finiamo sempre per soccombere. E’ una battaglia persa quella che intraprendiamo, appena nati, con il padrone predestinato della nostra esistenza. Ma che cos’è dunque questa entità astratta che domina la vita di tutti noi? Per sant’Agostino il tempo non esiste in quanto è una dimensione dell’anima; egli affermava: “se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede non so cosa rispondere”.
Effettivamente nulla è più sfuggente e inafferrabile del tempo che ci accompagna come un’ombra in ogni istante della nostra vita, che scandisce le nostre giornate dalla nascita fino alla morte. Per poterlo percepire abbiamo inventato l’orologio e il calendario; ci affidiamo a questi strumenti per controllarlo, per programmarlo, per piegarlo ai nostri bisogni, ma non possiamo fermarlo, come ci piacerebbe fare in molte occasioni. “Vorrei fermare il tempo in questo dolce istante”, cantava Adamo negli anni ‘70. Ma il tempo, proprio nei momenti più belli, sembra avere una maggiore rapidità, acquista la velocità del suono. E allora per illuderci di poterlo domare, per allontanare questo pensiero ingombrante che ci assilla e, in qualche maniera, per rallentare la sua corsa ci adoperiamo alacremente per riempirlo di cose, di lavoro, di divertimenti, di programmi, di impegni, di doveri, di incontri.

 La nostra società, per effetto di un progresso tecnologico ormai incontrollabile, va sempre più veloce e il tempo reale è ormai al di sotto delle nostre effettive possibilità percettive. Non possiamo più competere con i tempi di un computer; non abbiamo più coscienza di come possa essere il tempo nel prossimo futuro. Verrebbe da dire che l’unico tempo certo è quello del passato, legato appunto al ricordo di un luogo o di un momento vissuto. Anche nella comunicazione il tempo è diventato talmente veloce che un avvenimento qualsiasi, nel momento stesso in cui accade, diventa già superato da un altro ancora, in un continuo frenetico rincorrersi senza fine. Il tempo è diventato un valore economico, una merce che ha un prezzo altissimo: chi arriva prima vince, gli altri soccombono. E’ cambiato anche il rapporto tra spazio e tempo, si sono accorciate le distanze tra paesi e mondi diversi. Arriviamo prima, facciamo prima, concludiamo prima. Eppure non abbiamo mai tempo. Sembra un paradosso: la tecnologia doveva farci guadagnare tempo, abbiamo inventato strumenti che velocizzano al massimo il tempo, eppure questa velocità non ci basta. Basta vedere come diventiamo impazienti se per un attimo il computer si blocca, come diventiamo isterici se ad un nostro messaggio non segue una immediata risposta.

Ma al di là del rapporto che esiste tra il tempo e i vari mezzi tecnologici, la percezione del tempo cambia a seconda delle circostanze e delle situazioni che ci troviamo a vivere; diceva Albert Einstein “quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, gli sembra che sia passato solo un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di un’ora”. E’ chiaro che nel momento in cui siamo felici le ore diventano minuti e non ci accorgiamo del loro trascorrere; al contrario quando, per esempio, non riusciamo a prendere sonno perché siamo preoccupati, ci sembra che il tempo non passi mai e che si sia fermato. Eppure i tempi tecnici sono gli stessi, solo che noi li viviamo in maniera diversa, con uno spirito psicologico ed emotivo differenti: la gioia riduce tanto il tempo, quanto il dolore lo dilata a dismisura. Ma la sensazione varia anche a seconda dell’età e dell’esperienza. I giovani, per esempio, non avvertono mai il suo fluire perché la giovinezza, che apparentemente sembra un’età molto lunga, concede loro un privilegio che ad altri non è concesso e cioè quello di poter contrastare il tempo e addirittura sprecarlo, dal momento che ne possiedono in abbondanza; a volte per loro scorre addirittura troppo lento, tant’è che non vedono l’ora di diventare grandi, maturi e indipendenti. Non sanno a cosa vanno incontro. Infatti, una volta diventati grandi, ci si guarda indietro e  ci si accorge che, dopo i quaranta il tempo comincia a galoppare, passati i cinquanta precipita giù come un masso da una montagna e dopo i sessanta - poiché ci troviamo in età pensionabile - gli anni ruzzolano uno dietro l’altro a velocità interstellare, nonostante si viva l’illusione di giornate lunghissime, rese tali dai minori impegni.

Al suo passaggio il tempo corrode la vita e lascia i suoi segni sulle cose e sugli uomini, sulla facciata di una casa così come sul volto di una persona. Pensare di fermare o di cancellare il tempo è pura follia; è un immorale pensiero di onnipotenza insito in tutte quelle persone che, ad una certa età, proprio nel momento in cui il tempo sta per travolgerle, credono di poterlo bloccare attraverso un intervento di chirurgia estetica. Stendiamo un velo pietoso su questi penosi restauri.

martedì 27 marzo 2018

Diceria dell’untore: un amore tra malattia e morte



“Com’è difficile stare morti fra i vivi: un astruso gioco d’infanzia è diventato, vivere, e mi tocca impararlo da grande”

Quando lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino decise, nel 1981, di far pubblicare il suo primo romanzo “Diceria dell’untore” dall’editore Sellerio, aveva già sessant’anni ( nacque a Comiso nel 1920 e morì nel 1996 a seguito di un brutto incidente stradale). Fu, il suo, un debutto letterario a dir poco clamoroso perché il romanzo, che aveva avuto una gestazione lunghissima – Bufalino aveva iniziato a scriverlo addirittura negli anni ‘50, ripreso poi nel 1971 con  revisioni successive fino al 1981 – ottenne immediatamente un grande successo di critica e di pubblico, aggiudicandosi il Premio Campiello. Lessi “Diceria dell’untore” una prima volta molti anni fa, ma, lo devo confessare, non mi entusiasmò in maniera particolare. L’idea di rileggerlo mi è venuta guardando, alcune sere fa, un programma culturale molto interessante (trasmesso da Rai 5) sul pensiero e le opere di questo grande scrittore, troppo in fretta dimenticato. E devo dire che il libro, riletto oggi, mi è apparso tanto ricco di suggestioni emotive quanto avaro lo era stato la prima volta, a conferma del fatto che i grandi romanzi hanno spesso bisogno di tempi e modi diversi di lettura, proprio per poterli meglio apprezzare. E’ come se leggere un capolavoro una sola volta non bastasse a scoprirne la bellezza che si nasconde tra le sue pagine, non fosse sufficiente a coglierne tutte le sfumature.
La vita, con i suoi accadimenti naturali come l’amore, la malattia e la morte, sono i grandi temi della grande letteratura. E spesso lo scrittore attinge la materia prima per la sua scrittura da fatti realmente accaduti. Come nel romanzo “Diceria dell’untore” per la cui realizzazione Bufalino prende proprio lo spunto da una sua dolorosa esperienza di vita: lui, malato di tubercolosi, era stato ricoverato in un sanatorio palermitano negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, quando la TBC colpiva ancora le sue vittime come nell’Ottocento. I personaggi del romanzo – in primis la voce narrante del libro – sono vittime della guerra, reduci e rimpatriati che vivono i loro ultimi giorni in questo luogo di sofferenza che si chiama la Rocca, forse senza nessuna speranza di salvezza. “Una setta di sbanditi eravamo – dice il protagonista - e incapaci di amarci fra noi, o così ci pareva, benché chi si è salvato abbia capito anni dopo ch’era vero il contrario, e che era già amore la passione con cui s’imparava la morte degli altri come se fosse la nostra”. La vita in comune nel sanatorio con “l’esistenza smozzicata degli altri” si trascina lentamente con tutti i suoi problemi fino a diventare una sorta di dipendenza dalla malattia in attesa della morte, tanto che la guarigione veniva sentita come una colpa, una diserzione, alla stessa maniera di come veniva vissuta la liberazione da parte dei sopravvissuti nei campi di sterminio nazisti. “Ma se di tanti io solo, premio o pena che sia, sono scampato e respiro ancora – recita la voce narrante - è maggiore il rimorso che non il sollievo, d’aver tradito a loro insaputa il silenzioso patto di non sopravviverci”.

Ma le pagine più toccanti del romanzo, quelle che più fanno riflettere suscitando sentimenti di tristezza, sono quelle che raccontano l’amore del protagonista per Marta (un nome così simile alla parola morte), una donna dal passato ambiguo, una ex ballerina malata come lui, la quale riuscirà a donargli i suoi ultimi scampoli di vita e di amore dopo una breve fuga a bordo di un ‘auto, lontano dalla Rocca. Un effimero bagno di vita normale.
Il libro presenta una scrittura davvero raffinata, colta, direi sontuosa; l’autore usa a volte termini desueti che però hanno il sapore della cultura e si prestano ad una dimensione espressiva di musicalità e di poesia, di rara bellezza. Una peculiarità, questa, difficile da trovare nel panorama letterario dei nostri tempi. Lo stile ricercato e barocco nulla toglie alla narrazione che sa essere cruda, malinconica ma coinvolgente fino a commuovere il lettore. L’autore, attraverso una vicenda così dolorosa riesce tuttavia a nobilitare le pene dei suoi personaggi conferendo alle parole scritte una forte energia vitale ed una bellezza letteraria che esaltano la lettura, indipendentemente dal loro contenuto di tristezza. Quasi a voler sottolineare che nessuno meglio di chi ha sofferto ed ha avuto un incontro ravvicinato con la morte sa donarci insegnamenti di quotidiana felicità.

lunedì 19 marzo 2018

Virginia Woolf e quella “Gita al faro”



Quando mi imbatto in un libro che non riesce a coinvolgermi emotivamente, nonostante sia considerato in modo unanime un capolavoro della letteratura, cerco quasi sempre di capire per quali ragioni quel libro, così conosciuto e così importante, possa piacere a tante persone tranne che al sottoscritto. Forse l’avrò letto nel momento sbagliato e quindi non era in sintonia con il mio umore; forse sono stato disattento e frettoloso nella lettura e mi sono lasciato sfuggire qualcosa che potesse aiutarmi a comprenderlo meglio e ad apprezzarlo; forse mancava una trama avvincente e quindi la noia ha avuto il sopravvento sul piacere della lettura; forse non sono stato capace di governare la complessità della narrazione e ho preferito abbandonarlo. Insomma, sono supposizioni, dubbi, inadeguatezze che non sempre riescono a giustificare la mia amarezza di fronte ad una sorta di sconfitta: quella di non aver compreso appieno un libro importante o addirittura di averlo abbandonato anzitempo.
Facevo queste riflessioni mentre portavo a termine – devo dire con grande fatica - la lettura di quello che forse è considerato il romanzo più famoso di Virginia Woolf, “Gita al Faro” (la biblioteca di Repubblica). Devo dire che tempo fa avevo tentato un primo “approccio” con la scrittrice inglese, iniziando a leggere un altro suo romanzo che si intitola “Le onde”. Ma mi sono arenato immediatamente, dopo poche pagine, lasciandolo al suo destino, seguendo il consiglio di Daniel Pennac secondo cui “fra le ragioni che abbiamo di abbandonare una lettura, ce n’è una su cui val la pena di soffermarsi: la vaga sensazione di una sconfitta”. Si, avevo proprio la sensazione che quello che c’era scritto in quel libro meritava di essere letto, però io non riuscivo a prendere il volo per quanto mi sforzassi e allora ho preferito lasciare. Per colpa mia naturalmente, non certo della Woolf che resta, comunque, una delle maggiori scrittrici del Novecento. Ma non potevo arrendermi così e dovevo, pertanto, riprovare a riannodare i fili rimasti sospesi con questa scrittrice: mi sono allora tuffato (si fa per dire) nella lettura di “Gita al faro” che, seppure con scarso entusiasmo, sono riuscito a portarla a termine. E’ una lettura complessa e impegnativa che ho digerito con grande sforzo. La trama è marginale, direi quasi inesistente rispetto all’introspezione psicologica dei vari personaggi, il cui flusso continuo di pensieri e di sensazioni che si rincorrono, tra presente e passato, domina le relazioni interpersonali dell’intera narrazione. E’ il resoconto di una sola giornata che si svolge in una casa di vacanza nelle isole Ebridi, dove i coniugi Ramsay ed i loro otto figli ospitano alcuni amici, tra cui una pittrice che ha l’intenzione di dipingere un ritratto della padrona di casa. Viene organizzata una gita in barca verso un vicino faro, resa però impossibile dalle cattive condizioni meteorologiche. Gita che comunque si farà ma 10 anni dopo in un contesto totalmente mutato. In quei dieci anni sono accadute molte cose – tra l’altro è morta la protagonista principale, la signora Ramsay - ma il tempo reale appare molto diverso da quello intimistico e soggettivo dei personaggi che lo elaborano attraverso i ricordi, le attese e le speranze di ognuno di loro. Basti pensare che la pittrice terminerà finalmente quel famoso ritratto che aveva iniziato dieci anni prima. Come se il tempo non fosse passato. Il faro, che in un primo momento appare lontano e irraggiungibile, assume nel racconto un aspetto quasi astratto, onirico e rimanda alle ossessioni, alle attese e ai desideri, a volte irrealizzabili, dei protagonisti del romanzo. Leggo su Wikipedia che la Woolf scriveva nei suoi diari, a proposito del suo libro: “ Fino a quarant'anni e oltre fui ossessionata dalla presenza di mia madre... Poi un giorno, mentre attraversavo Tavistock Square, pensai al faro: con grande, involontaria urgenza. Una cosa ne suscitava un'altra... Che cosa aveva mosso quell'effervescenza? Non ne ho idea. Ma scrissi il libro molto rapidamente, e quando l'ebbi scritto, l'ossessione cessò. Adesso non la sento più la voce di mia madre. Non la vedo. Probabilmente feci da sola quello che gli psicoanalisti fanno ai pazienti. Diedi espressione a qualche emozione antica e profonda ».

giovedì 8 marzo 2018

Legami



Sappiamo bene che l’uomo è un animale sociale che tende, per sua natura, ad associarsi e relazionarsi con altri individui. Egli ha estremamente bisogno di legami affettivi e rapporti interpersonali e quando non ha la possibilità di realizzarli con un altro uomo/donna, è capace di umanizzare anche un cane, un gatto, un canarino. Oggi è sempre più facile incontrare per strada persone che portano a passeggio il proprio cane (o è il cane che porta a spasso il padrone?) e si rivolgono a lui chiamandolo amore…tesoro…bello di mamma (l’ho sentito da una signora). Ora – per carità - io capisco che in determinate, estreme situazioni di solitudine e di mancanza di affetti si senta il bisogno di manifestare a qualcuno i propri sentimenti; non posso negare che a volte un cane sia migliore e, forse, più disponibile e fedele di un qualsiasi essere umano; e che spesso si cerchi la sua compagnia proprio per alleviare la morsa della solitudine, soprattutto per chi vive in una grande città. Però io credo che la compagnia appagante che ti può dare un animale non debba intaccare la capacità di poter avere un vero rapporto egualitario con un altro essere umano.
Chi oggi passeggia per strada con il proprio cane ha la certezza di essere fermato, prima o poi, da qualcuno che – fregandosene del padrone che magari avrebbe bisogno di una parola di conforto e di amicizia – stravede solo per il suo amico a quattro zampe ed ha parole di affetto e di apprezzamento soltanto per lui. Gli si domanda come si chiama… come si comporta in casa… quante volte fa la cacca. Si ha quasi la sensazione che l’uomo conti meno del suo cane che porta al guinzaglio. E se non hai un cane nessuno ti guarda, anche se stai male; e se chiedi l’elemosina senza un cane, nessuno te la fa. Se, poi, ad incontrarsi sono due cani al guinzaglio dei rispettivi padroni, si assiste ad un curioso e divertente siparietto: i primi si annusano i genitali (gli animali fanno così), mentre i secondi si limitano ad osservarli estasiati, senza parlare. E se comunicano qualcosa, lo fanno non per discutere brevemente dei loro problemi esistenziali ma delle apprensioni che nutrono nei confronti dei loro amici a quattro zampe. Insomma, ci si preoccupa più del cane che del padrone.

Dobbiamo capire che un cane deve rimanere tale: un animale straordinario e intelligente che non può essere trattato alla stregua di un oggetto, di un bambolotto o addirittura di un figlio, ma necessita della sua libertà e della sua dignità. Non puoi fargli indossare il cappottino; non puoi dargli i bacetti sulla bocca; non puoi chiamarlo bello di mamma come se fosse un figlio, o tesoro come se fosse un fidanzato o un amante; non puoi portarlo in braccio come un bambino appena nato, avvolto nello scialle. Sarebbe, questo, un rapporto snaturato, poco equilibrato. Gli animali vanno rispettati e amati per la compagnia che ci donano, però il sentimento dell’amore nei loro confronti non deve essere esaltato fino a sfociare in un legame quasi morboso, capace di rimpiazzare anche l’amicizia di un essere umano. E’ bello avere un cane, l’importante è che non gli si dia l’incombenza di sostituire l’uomo.

venerdì 2 marzo 2018

Lo scopo dell’arte: non fare soldi ma educare



“Oggi il novanta per cento delle mostre d’arte figurativa non è un’impresa intellettuale, ma è solo un’impresa commerciale, il prodotto di una fiorentissima fabbrica degli eventi, che non ha lo scopo di educare, ma quello di far soldi”.
Lo afferma il prof. Tomaso Montanari, storico dell’arte tra i migliori in Italia (che io vedrei molto bene come Ministro per i Beni Culturali in un futuro governo), in un suo recente saggio che si intitola “Le pietre e il popolo”, con sottotitolo “Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane”. Secondo il prof. Montanari questo strano sistema di far conoscere l’arte in Italia attraverso “la fabbrica degli eventi” è sponsorizzato, in primis, da soprintendenti e politici poco corretti e poi da sedicenti associazioni pseudo-culturali, in cerca di visibilità, che gravitano intorno ai musei più importanti del nostro Paese. Ma per sostenere realmente il patrimonio storico-artistico (che sempre più spesso cade a pezzi sotto i nostri occhi) non sono tanto necessari i soldi e le leggi – sostiene ancora Montanari – quanto le competenze e le capacità di chi è preposto a custodire e valorizzare tale patrimonio. Patrimonio, poi, che dovrebbe stare alla larga dalle invadenze politiche, mentre oggi viene soggiogato da una classe politica, sempre più avida e incolta. L’arte, con i suoi monumenti, i suoi dipinti, le sue sculture, le sue bellezze deve essere – scrive Montanari nel suo libro -  “uno strumento di educazione alla cittadinanza e di innalzamento spirituale” e pertanto appare assurdo far pagare un biglietto a chi vuole entrare in una chiesa (vedi Santa Croce e Battistero di Firenze), oppure ridurre un museo ad una sorta di mercato affittandolo a dei privati per organizzarvi una sfilata di moda. Il museo, che è il luogo della memoria storica di un paese, ha il compito di educare alla bellezza ed alla civiltà e dovrebbe, quindi, essere sottratto al potere del mercato. La messa in scena di eventi a getto continuo nelle principali città d’arte, spesso con la rappresentazione di soggetti artistici non legati storicamente tra di loro, è diventato il principale obiettivo delle soprintendenze e degli enti locali, che celebrano la retorica menzognera delle “emozioni”, illudendo così i cittadini e facendo loro credere che si possa godere dell’arte, senza conoscenza e senza nessuno sforzo intellettuale. Questa è l’industria culturale che “sta trasformando il patrimonio storico e artistico della nazione italiana in una Disneyland che forma non cittadini consapevoli, ma spettatori passivi e clienti fedeli”.

L’arte - ci ricorda infine il prof. Montanari - non deve trasformarci in turisti ma deve renderci cittadini, migliori e responsabili. E ciò può avvenire a condizione che le nostre città d’arte, i nostri musei non diventino “templi del mercato” dove poter vendere prodotti slegati dal contesto storico, ma siano luoghi di conoscenza, di riflessione, di approfondimento. E luoghi di cittadinanza.

mercoledì 21 febbraio 2018

La felicità si può incontrare in una capanna, nel bosco



“noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra”

“Walden o vita nei boschi” di Henry David Thoreau da sempre viene considerato libro-culto da intere generazioni, in cui si rispecchiano i fautori dell’ecologia, i pacifisti di ogni paese, gli anticonformisti ed i sostenitori di un modello di sviluppo e di vita alternativi a quello vigente. Ricordo di averlo letto, la prima volta, una ventina di anni fa (ed. Biblioteca Ideale Tascabile del 1995) e mi prefiggevo di rileggerlo, perché i grandi libri hanno sempre qualcosa di nuovo da raccontare, soprattutto a distanza di tempo. Appare come un’opera controcorrente se l’accostiamo al genere letterario che esprime la società in cui viviamo, società ossessionata dalla velocità, dal consumismo sfrenato e indisciplinato e dalla tecnologia sempre più invasiva; e chissà se la lettura di questo libro possa mai interessare un ragazzo dei nostri giorni che dà tutto per scontato, disabituato com’è al senso vero delle cose.
Thoreau era il figlio ribelle ed anticonformista dell’America dei primi anni dell’Ottocento, quell’America che si stava appena affacciando al progresso tecnologico ed ai consumi. Venne etichettato “disubbidiente civile” perché disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, tant’è che inseguiva un ideale di vita più umano ed equilibrato, a stretto contatto con la natura ed in sintonia con le stagioni; desiderava “vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita” e voleva dimostrare che l’uomo, rifuggendo la civiltà industriale e consumistica, con poche e semplici cose poteva condurre un’esistenza in armonia con se stesso e con il mondo circostante. Perché, diceva, “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”. Forte di queste sue convinzioni, tra la primavera del 1845 e l’estate del 1847, Thoreau abbandonò il consorzio civile e si rifugiò sulla sponda del piccolo lago di Walden, nei pressi di Concord (nel Massachusetts), dove era nato nel 1817. Qui, in mezzo al bosco “a un miglio di distanza dal più prossimo vicino” si costruì, con le proprie mani, una capanna con rozze tavole di legno, contenente poche cose, tra cui: un giaciglio che gli faceva da letto, un tavolo e tre sedie, “una per la solitudine, due per l’amicizia, tre per la compagnia”. E in questo luogo isolato visse per due anni e due mesi, zappando la terra e coltivando fagioli, pescando nel lago, leggendo, ricevendo ospiti nella sua capanna, dedicandosi alla meditazione ed alla contemplazione della natura ed interrogandosi sulle ragioni più profonde dell’esistenza. La solitudine era la sua fidata compagna: una condizione, questa, che vissuta in mezzo alla natura - secondo lo scrittore americano - non creava alcun senso di oppressione e “nessuna oscura malinconia”, come invece può accadere quando ci troviamo da soli in una strada affollata di una grande città. Grazie alla sua esperienza di vita tra le piante e gli animali, tra la terra e il cielo, l’autore ci dice che a contatto diretto con la natura “anche il povero misantropo e l’uomo più malinconico possono trovare la più dolce, tenera, innocente e incoraggiante compagnia”.

“Walden o vita nei boschi” - una via di mezzo tra il diario intimistico e il saggio antropologico – si presta a molteplici chiavi di lettura. Innanzitutto vi scorgiamo una forte contestazione alla logica del potere e del profitto, una logica nefasta che per Thoreau si manifesta sempre con la sopraffazione da parte di chi possiede tali leve. Il tempo che scandisce le sue giornate solitarie sembra poi essere il protagonista occulto di questo libro. Ma non è il “tempo” stabilito da quelle rigide regole della società industriale, il tempo simile ad una merce che esige un prezzo come quando si dice “il tempo è denaro”. No! è invece un tempo a misura d’uomo, legato alle stagioni, alle effettive esigenze naturali ed alle sue più autentiche dimensioni. Il messaggio che Thoreau sembra volerci trasmettere è quello di vivere con lentezza, appropriandoci dei nostri ritmi naturali a discapito della frenesia imperante, lottando contro chi vuole rubarci la cosa più preziosa che abbiamo e che non ha prezzo: il tempo. E, poi, di aspirare ad una migliore qualità della vita e non ad una crescita illimitata, incompatibile in un pianeta dove le risorse sono destinate a finire. Thoreau, vivendo in una capanna in mezzo al bosco, aveva dato un senso alla propria esistenza eleggendo quel luogo a centro dell’universo. E sembra volerci suggerire – quando lui coltiva il suo orticello sulle rive del lago - che bisogna rilocalizzare, ossia produrre la maggior parte dei prodotti necessari alla soddisfazione dei nostri bisogni, laddove si vive. Quel “ribelle” americano dell’Ottocento sembra ancora esortarci a modificare il nostro stile di vita, spendendo e consumando meno in risposta all’ideologia dominante che è quella di produrre e consumare sempre di più.
Da quel punto estremo di osservazione, forse nessuno meglio di Thoreau poteva analizzare, con saggezza e lucidità, la condizione umana nelle sue variegate sfaccettature, tra contraddizioni e falsi bisogni, spingendoci a meditare sulla follia di certi nostri quotidiani comportamenti ed aiutandoci a riconoscere l’essenzialità delle cose. Mi viene da pensare che oggi, chi non sa rapportarsi con la natura e la distrugge con colate di cemento, chi preferisce i rumori di sottofondo al silenzio, chi sceglie sempre la velocità alla lentezza, chi non sa più vivere senza smartphone e non conosce l’attesa, chi non sa fare a meno della macchina e vuole mangiare le fragole a gennaio… ebbene, dovrebbe riflettere sul profondo messaggio che emerge da questo libro e cioè: lo sviluppo illimitato e senza controllo che tutto ingoia e tutto assorbe, non sempre genera felicità.

lunedì 12 febbraio 2018

Una poesia contro le brutture



Tutte le sere, prima di cadere tra le braccia di Morfeo, ho la piacevole abitudine di leggere una o due poesie. Non di più. Per poterle meglio apprezzare vanno gustate lentamente, in piccole dosi. Le leggo e le rileggo più volte, quasi a volerle imprimere per sempre nella mia memoria e per dimenticare le brutture visive della giornata appena trascorsa, brutture che, purtroppo, si ripresenteranno immutate il giorno successivo: la follia del traffico della città che rende l'aria irrespirabile; l’idiozia delle scritte murali e dei graffiti che deturpano ogni spazio; lo spettacolo della spazzatura che si annida dovunque e ci ammorba; la pubblicità cartacea che ci sommerge; la “musica” di sottofondo sparata a tutto volume (nei locali pubblici, nelle stazioni delle metropolitane…) che ci rimbambisce; le facce inquietanti dei politici che, in televisione, ci promettono un mondo migliore. E voglio anche illudermi che una poesia abbia la forza di evitare che tali brutture possano ripresentarsi in sogno sotto forma di incubi notturni.

Febbraio

Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti
di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante

(Vincenzo Cardarelli)

martedì 6 febbraio 2018

Quando il dipendente diventa un oggetto



Ci si chiede: è mai possibile che un dipendente possa arrivare ad annullare se stesso, i propri sentimenti e la propria dignità di lavoratore offrendosi, anima e corpo e senza alcun ritegno morale, all’azienda in cui lavora fino a diventarne un oggetto? E’ mai possibile che il “padrone” di quell’azienda, in forza del suo potere, possa usare quel suo dipendente come fosse un bicchiere, una penna, una sedia, una scrivania? Insomma, come un suo oggetto personale? Sebbene i due comportamenti possano apparire davvero estremi in un qualsiasi contesto lavorativo, essi ci costringono tuttavia a riflettere fin dove può arrivare l’aberrazione dell’uomo quando viene a trovarsi in simili frangenti. Chi non ricorda l’assurdo rapporto tra il capo e l’impiegato in quella famosa saga cinematografica dove il rag. Fantozzi si ritrova in balia delle decisioni del suo Megadirettore Galattico!
Sono, questi, comportamenti perversi che spesso rappresentano due facce della stessa medaglia: li ritroviamo nel libro “Il padrone” di Goffredo Parise, pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1965, anno in cui si aggiudicò il premio Viareggio. L’ho appena finito di leggere, nell’edizione Einaudi del 1971. E’ un libro che lascia un segno di profonda inquietudine nell’animo di chi lo legge e può essere collocato – secondo alcuni critici - in quella specifica corrente letteraria che porta il nome di “narrativa industriale” o “aziendale” dei primi anni sessanta, seguita da scrittori come Paolo Volponi, Luciano Bianciardi, Ottiero Ottieri ed altri. Nelle opere di questi autori ritroviamo alcuni importanti temi - ripresi poi dai giovani contestatori della società borghese e consumistica degli anni successivi al boom economico - quali l’alienazione, la solitudine estraniante delle metropoli, la ripetitività frustrante del lavoro sia in ufficio che nella fabbrica. Ma, d’altro canto, c’è da dire che “Il padrone” – grazie soprattutto all’ambigua ironia che aleggia tra le sue pagine oltre che alla rappresentazione caricaturale e metafisica che Piovene fa dei suoi personaggi - in qualche maniera si allontana dalla seriosità e dall’impegno civile e sociale dei romanzi di “matrice industriale”. E pertanto, come ha scritto qualcuno, il romanzo di Piovene somiglia più ad una “favola aziendale”, o meglio ad una parodia con i suoi risvolti a volte comici ed a volte malinconici e con punte di vera perfidia nei confronti di un povero impiegato, da parte del “padrone” della ditta in cui lavora. Dove i nomi dei personaggi richiamano quelli dei fumetti: incontriamo Lotar, il commesso-portiere della ditta dalle caratteristiche scimmiesche; Bombolo, Diabete, Pluto e Pippo, che sono impiegati con funzioni diverse; quindi Selene, la segretaria impudica e poi Minnie, la fidanzata del padrone, la quale ha il compito di rimodernare la biblioteca della ditta. E allora quale migliore occasione per eliminare romanzi e saggi inutili e sostituirli con le collezioni complete di Gordon, di Superman, di Paperino di Mandrake.

Ma chi sono i due protagonisti principali del libro? Il primo è un onesto e ingenuo ragazzo di provincia di vent’anni – apparentemente normale - voce narrante della storia, il quale vive alle spalle dei genitori ma desidera costruirsi una propria vita indipendente; il sogno sembra realizzarsi il giorno in cui viene assunto come impiegato presso una ditta commerciale in una grande città. A questo punto nuovi pensieri e nuovi sentimenti, mai sperimentati prima, iniziano a torturarlo e gli si aggrovigliano confusi nella testa fin dal primo momento: l’emozione per il primo impiego…l’impatto con i colleghi d’ufficio…lo spaesamento che provoca la grande metropoli… la paura di non farcela…la sua vita che cambia radicalmente…i suoi propositi per il futuro… Ma a complicare tutto, ci si mette  il Dottor Max: “il padrone”. Costui è un personaggio inquietante, nevrotico, dall’umore cangiante, ossessionato da strane idee sulla morale. Lui è un uomo ricchissimo, però ha scelto come fidanzata una persona povera, per mettersi a livello di tutti. La ritiene una scelta morale, identica a quella di rinunciare al gabinetto personale per non avere alcun privilegio e per trasformarlo in un ufficio: l’ufficio per il suo neo-assunto. Come dire: il dipendente prende il posto del wc. Ed è l’inizio della fine, della tragedia umana ed esistenziale del nostro impiegato il quale finirà per essere stritolato dal sistema messo in atto dal padrone attraverso una crudele spersonalizzazione, le cui conseguenze nefaste lo faranno diventare una sua protesi, una cosa di sua proprietà, finendo per identificarsi in maniera assoluta e morbosa con lui, tanto da non riuscire a pensare a se stesso senza pensare al padrone “…il padrone, Padrone del mio tempo, dei miei atti, dei miei pensieri, dei miei sentimenti e del tempo libero che è interamente occupato dalla sua presenza” . In breve accetterà, felice e soddisfatto, qualsiasi cosa gli venga proposta: diminuzioni dello stipendio, iniezioni di vitamine senza averne bisogno (ma ne ha bisogno il padrone); sposerà una ragazza ritardata mentale perché il padrone vuole una discendenza di ritardati ubbidienti per la sua ditta; e per rendere felice il padrone il protagonista, alla sua domanda “ma lei a che cosa aspira?” lui risponde: “alla morte”. E’ un libro crudele e sarcastico, grottesco e inquietante, dove i due protagonisti appaiono entrambi vittime e carnefici di se stessi.

mercoledì 31 gennaio 2018

Valore



 
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

Erri De Luca

venerdì 26 gennaio 2018

Un altare per la madre



“Non si può pensare a lungo alla morte senza impazzire un poco. Dunque tutti siamo un poco pazzi. Questa leggera pazzia è la normalità, chi non ce l’ha non è normale”  

Un altare per la madre -  F. Camon

 
“La bara avanzava ondeggiando”, accompagnata da un piccolo corteo che “percorreva un sentiero stretto e polveroso, di terra sabbiosa, fra spianate di frumento infestato di papaveri: intorno si vedeva più rosso che giallo, e si sentiva un forte odore di erbaglia verde fermentata al sole…”. Si apre così, con questa malinconica scena immersa in un profluvio di colori e profumi di campagna, il romanzo di Ferdinando Camon “Un altare per la madre”, edito da Garzanti nel 1978. Dietro la voce narrante del libro si cela, molto probabilmente, il suo autore che vuole onorare la persona a lui più cara, sua madre, ma vuole anche celebrare una società, una filosofia di vita, un mondo arcaico ormai scomparso, quel mondo rurale e contadino a cui appartiene e si sente legato, che “non aveva nulla a che fare col resto del mondo”. Era un mondo, quello evocato da Camon, dove il legame alla terra, la vita semplice scandita dalle stagioni e dai suoi riti immutabili, la solidarietà tra le persone, il rapporto quotidiano con la fede cristiana, erano valori fondamentali.
Teatro della narrazione è un piccolo paese della campagna veneta (lo scrittore è nato a Padova) e in quella casa di contadini - da cui è partito il corteo funebre - è venuta a mancare all’improvviso una madre, il riferimento più importante del nucleo domestico, la cui vita è stata spesa tra il lavoro dei campi e la famiglia. Ma è venuta a mancare anche un legame importante per l’intera comunità, perché in un paese ci si conosce tutti e quando muore una persona è come se morisse una parte di ognuno di loro. Per giorni non si parla che del morto “che quindi non è mai stato così vivo”.
Quella gente semplice non sa cosa sia la morte e ne è terrorizzata, come lo è di tutte le cose misteriose, fino a quando non bussa alla porta di qualcuno di loro. E allora la paura sembra svanire. Se ne può finalmente parlare: la morte diventa una parte dell’esistenza. Ma con la scomparsa della madre fa irruzione, anche nella vita del figlio, il pensiero della morte. Della sua morte. All’improvviso si sente messo quasi allo scoperto, per la prima volta. E’ come se la generazione precedente, quella a cui apparteneva la madre che lo aveva partorito, facesse da garanzia e lo nascondesse alla morte: non poteva temerla, perché toccava prima a sua madre, secondo un ordine naturale.
E ora che la madre non c’è più, affiorano nella mente del figlio i ricordi di una vita. Dolore e commozione sono i sentimenti che traspaiono dal libro, la cui scrittura presenta uno stile lineare, asciutto, privo di inutili orpelli, che ci rimanda ad una filosofia di vita molto più semplice, legata a valori e tradizioni propri di quella civiltà contadina in via di estinzione.

mercoledì 17 gennaio 2018

Confessioni di una maschera



Io credo che sarebbe riduttivo parlare di letteratura giapponese del Novecento se dimenticassimo uno dei suoi interpreti principali: Yukio Mishima, nato a Tokyo nel 1925, acceso nazionalista nonché sostenitore del potenziamento militare del suo paese e della sua vocazione imperialista, morto suicida nel 1970 con un clamoroso harakiri, alla maniera degli antichi samurai.
“Confessioni di una maschera” (pubblicato nel 1949) è il suo primo e indiscusso capolavoro letterario che gli procurò una immediata popolarità internazionale. Devo dire che mi ero già accostato, nel passato, alla narrativa nipponica leggendo Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, un libro di rara bellezza che mi aveva positivamente colpito. La lettura di “Confessioni di una maschera” - in virtù della sua prosa raffinata ed elegante - non poteva che rafforzare la mia stima nei confronti di questi due scrittori del Sol Levante.  Yukio Mishima mette al centro del suo romanzo la “maschera”, quale simbolo metaforico della “doppia identità” di un individuo che si esplica tra realtà ed apparenza, tra sfera intimistica e sfera sociale. La storia ripercorre il dramma esistenziale di un giovane di buona famiglia – ci troviamo nella capitale giapponese nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale – il quale, per non soggiacere ai severi pregiudizi di natura sociale e familiare ed essere, altresì, accettato ed amato da chi gli stava intorno, si vede costretto a nascondere la sua omosessualità e, quindi, il suo personale disinteresse nei confronti delle donne.
E’ un tema, quello della “maschera”, praticamente inseparabile dalle vicende umane, tant’è che nella vita di tutti i giorni le persone non sempre si mostrano per quello che sono realmente, ma sentono spesso il bisogno di indossare una maschera: per puro esibizionismo o per esplicita vanità. Ma anche per convenienza o per inadeguatezza esistenziale. C’è da dire, inoltre, che la maschera ha conquistato tantissimi scrittori fin dai tempi più antichi. Per rimanere nella letteratura del Novecento, basti pensare a Luigi Pirandello ed ai suoi memorabili personaggi descritti ne “Il fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”, le cui esistenze sono legate indissolubilmente ad una maschera, dietro alla quale celano la propria natura più intima.
E dietro ad una maschera si nasconde anche il giovane protagonista che nasce dalla penna di Yukio Mishima, per sentirsi normale e difendersi da una società e da un sistema educativo che – in quel determinato periodo storico - mirava a produrre soldati, giovani coraggiosi e virili, “esseri di pura carne animale non viziata dall’intelletto”. Lui invece, il ventenne Kochan, è d’indole assai riservata, ha un fisico gracile e non emerge nello sport, è troppo portato all’introspezione, difetta di audacia ed è chiuso sui libri più del dovuto. Ma la cosa peggiore è che non mostra alcun interesse per le ragazze, come i suoi compagni di scuola, ma prova invece una evidente attrattiva per i corpi maschili; è affascinato dai soldati che muoiono in battaglia e dalla natura tragica del loro mestiere; si sofferma estasiato, ebbro di piacere fisico oltre che estetico, al cospetto del San Sebastiano trafitto dalle frecce di Guido Reni; e già da piccolo, nel leggere le fiabe, non provava alcuna simpatia per le principesse ma voleva bene solo ai principi e tanto più ne voleva “ai principi uccisi o destinati alla morte”. E bastava che un giovane perisse di morte violenta perché lo amasse perdutamente. E allora la morte, per il nostro personaggio, diventa il suo pensiero costante, l’unico che può liberarlo da quel fardello gravoso che lo perseguita da sempre: il dover apparire agli occhi degli altri (la società, la famiglia, gli amici) diverso da come si sente realmente. Però anela ad una “morte gloriosa in battaglia” anche se poi “quando suonavano le sirene d’allarme, quello stesso aspirante a morte gloriosa si lanciava a corsa pazza verso i rifugi, seminando tutti quanti dietro di sé”. Ma bisognava pur vivere e per vivere, il nostro eroe è costretto a fingere una “normalità” che non gli appartiene, a simulare una storia d’amore con la sorella di un suo amico, a reprimere sentimenti e impulsi di vera attrazione fisica nei confronti dei maschi. E a furia di camuffarsi da individuo normale con una maschera di circostanza, il protagonista finisce per logorare quel minimo di normalità che forse possedeva in origine, diventando così una persona incapace di credere in qualcosa che non fosse simulata.

mercoledì 10 gennaio 2018

Gli artisti



Vorrei che qualcuno mi chiarisse la sostanziale differenza che passa tra gli spettacoli televisivi (meglio talk show) diretti da Fabio Fazio e Bruno Vespa e quelli condotti da Bianca Berlinguer e Lucia Annunziata. Qualche volta mi capita di guardarli. A me risulta che tali noiose esibizioni si basino – tutte – su interviste o dibattiti tra il presentatore di turno (che è un giornalista) e vari ospiti, perlopiù personaggi famosi del mondo dello spettacolo e della politica. Ma pare che non sia così. E tutto nasce da una legge che recentemente ha stabilito un tetto di 240 mila euro annui ai dipendenti pubblici, legge recepita immediatamente anche dalla Rai che l’ha imposta al suo interno, in primis ai giornalisti, lasciando però fuori gli “artisti”. E chi sarebbero questi geni della televisione, questi maestri del “bello” che pur conducendo una trasmissione giornalistica sono riusciti a portare a casa un contratto da “artista”, svincolato dal tetto annuo di 240 mila euro? Sono i due anfitrioni della televisione pubblica: Fabio Fazio e Bruno Vespa. I due artisti.
Per l’occasione sono andato a consultare il dizionario della lingua italiana (Devoto – Oli) il quale definisce artista “chi opera nel campo dell’arte come creatore o come interprete (spec. di testi musicali o teatrali)…; chi ha raggiunto un notevole livello di eccellenza nel campo artistico prescelto”. Ora, alla luce di quanto sopra, quando io penso all’artista (senza scomodare i grandi del passato della pittura, della scultura, della musica, dell’arte in generale) il mio pensiero va ad un autore qualsiasi di opere estetiche e culturali dei nostri tempi: per esempio il musicista…l’attore di teatro…il cantante…il poeta…il pittore… e, perché no, il grande calciatore o il grande architetto. Il mio pensiero va al falegname, al fabbro, al decoratore… Ma, francamente, mi riesce davvero difficile accostare Fazio e Vespa al mondo dell’arte e della cultura. Non riesco proprio a capire – guardando “che tempo che fa” e “porta a porta - dove si possa annidare l’anima artistica dei suoi conduttori e ideatori. Faccio una grande fatica ad afferrare l’idea secondo cui le chiacchiere di Fazio, con i suoi ospiti politici, siano da considerare un’espressione artistica, mentre quelle della Berlinguer, con gli stessi ospiti, solo interviste giornalistiche. Evidentemente mi sfugge qualcosa.

venerdì 5 gennaio 2018

Un libro dissotterrato



Mario Puccini, chi era costui? Oggi, sicuramente, mi sarei posto questa domanda se non avessi conosciuto – tanti anni fa - una ragazza (diventata poi mia moglie) che stava scrivendo, a quei tempi, la sua tesi di laurea in Lettere Moderne sulla vita e le opere di uno scrittore marchigiano, nato a Senigallia nel 1887 e morto a Roma nel 1957: Mario Puccini, appunto. Ricordo che la suddetta “ragazza”, non riuscendo a trovare un paio di libri di questo scrittore ed essendo venuta a conoscenza che il figlio (Dario Puccini, critico letterario ed uno dei massimi studiosi di letteratura spagnola) viveva a Roma, mi pregò di andare presso la sua abitazione, per cercare di recuperare quei testi, fondamentali per la preparazione della sua tesi di laurea. Devo dire che Dario Puccini  mi accolse davvero con squisita disponibilità e nel fornirmi i due volumi tanto ricercati, mi omaggiò anche con il romanzo “Gli ultimi sensuali” scritto dal padre Mario (Garzanti editore – 1944). Ricordo ancora che lo “abbandonai” sullo scaffale della mia libreria, senza nemmeno sfogliarlo, tra quei libri che aspettano di essere letti. E lì è rimasto in attesa per oltre 30 anni, con le sue pagine sempre più ingiallite dal tempo. Poi giorni fa, chissà per quale oscura e misteriosa ragione - visto che già altre volte nel passato l’avevo preso tra le mani senza mai decidermi – ho avvertito una strana sensazione: era arrivato finalmente il momento di leggere “Gli ultimi sensuali” di Mario Puccini. L’ho preso con estrema delicatezza, come se fosse una cosa preziosa e rara e man mano che proseguivo nella lettura mi sono accorto che le pagine - che si erano mantenute intatte per tanti anni, seppure un pò ingiallite – iniziavano a staccarsi dal dorso una ad una mentre le sfogliavo, come foglie secche che cadono da un albero in autunno al primo alito di vento. O meglio, come un reperto archeologico che, mantenutosi integro per tanti secoli sepolto sotto una coltre di terra, si sgretola una volta rinvenuto e portato alla luce del sole.
Ma le parole erano intatte, limpide, senza tempo. Una prosa dal sapore antico, se mi è consentito, così lontana dalle mode effimere della letteratura usa e getta dei nostri giorni. Il libro contiene tre brevi racconti, incentrati su tre diverse tematiche: l’amore, l’amicizia e l’impotenza, sentimento quest’ultimo inteso come inadeguatezza del proprio ruolo sociale. L’autore porta avanti la sua narrazione attraverso personaggi riservati, schivi, dall’indole solitaria che appartengono ad una condizione umana inappagata e alienata e ne indaga l’aspetto psicologico della loro esistenza. Mi piace qui riportare l’incipit del primo racconto che io ritengo sia il più bello, quale assaggio dello stile narrativo di questo autore dimenticato. Il protagonista è un professore che vive e insegna a Varese, solo, “tra la scuola dove insegno e la mia camera. Non affetti, non amici, pochi contatti, scarse distrazioni”, il quale decide di ritornare nel suo paese d’origine, per ritrovare ciò che laggiù aveva lasciato di caro e forse il meglio della sua vita: il suo antico amore.

“Trentadue anni che non ritornavo tra le mura, nelle vie; che non respiravo l’aria della mia città. Ma sono contento di essermivi riaffacciato in queste giornate: che da tempo non è più estate, ma il tardo, l’ultimo autunno non è ancora precipitato con le sue ore scopertamente grevi, mollicce: e il sole non è più troppo caldo, pieno, ma neanche si arrende languido e docile al vento che sgruppa ed allenta con estrema facilità le nuvole sulle quali il suo bagliore s’infila e sparpaglia. Al mare non si andava già più in queste mattine; ma la città pareva diventata come più piccola, più meschina: le piazze, le contrade, le case, le piante, sembrava avessero perso ciascuna qualche cosa; una sorta di patina bigia, come una ruggine, macchiava e incupiva tutto…”.
Di questo autore Vasco Pratolini (leggo su Wikipedia) ebbe a dire: “uno dei maestri a cui la letteratura italiana deve rendere giustizia”. Ma la buon’anima di Puccini sta ancora aspettando. I suoi libri non si trovano più da nessuna parte…e chissà se c’è ancora qualcuno che si spinge a fare una tesi di laurea su di lui. Io credo che un romanzo non muore mai fino a quando c’è qualcuno che lo legge e ne parla. Perché leggere un libro introvabile e dimenticato da tutti è come riesumarlo dall’oblio del tempo e dargli nuova vita.

giovedì 14 dicembre 2017

Citare



Lo ammetto: quando scrivo un post mi piace citare e non mi lascio mai sfuggire l’occasione di prendere a prestito un aforisma di un grande autore. Però, sia ben chiaro: in tale circostanza non intendo assolutamente fare sfoggio di cultura. Ritengo di essere la persona meno adatta per questo genere di ostentazione. Di sicuro, però, l’attrattiva di citare personalità del mondo della cultura per sostenere un mio ragionamento è davvero molto forte. Sapere che un grande autore del mondo artistico, letterario o filosofico abbia dato voce - con parole per me irraggiungibili – ad una mia idea appena abbozzata ed alquanto confusa, non può che spingermi a citare quella frase, quel concetto in cui mi ritrovo ed in cui mi rispecchio. Pertanto, se qualche volta mi scappa una bella citazione, sappiate che – come scriveva Michel de Montaigne – “faccio dire agli altri quello che non posso dire altrettanto bene, sia per insufficienza del mio linguaggio sia per insufficienza del mio sentimento…bisogna che nasconda la mia debolezza sotto quelle grandi autorità”. Quindi è semplicemente un atto di modestia, il mio; è il riconoscimento della superiorità intellettuale dell’autore a cui mi rivolgo, in quel particolare momento, per puntellare la mia considerazione scritta.
Montaigne è l’autore dei “Saggi” (Adelphi - 2 vol. - pag. 1588), una delle opere più belle che siano state mai scritte, da tenere sempre sul comodino. Un’opera che oltre a raccoglie le sue riflessioni sull’esistenza umana, contiene tantissime citazioni prese da quegli autori dell’antichità che il filosofo francese riteneva fossero riusciti ad esprimersi, su certi argomenti,  meglio di lui e con più raffinatezza. Basti pensare che Seneca viene citato 130 volte, mentre Lucrezio, probabilmente il suo autore preferito, la bellezza di 149 volte. Un libro che spinse F. Nietzsche a dire “che un tale uomo abbia scritto, ha accresciuto il nostro piacere di vivere su questa terra”.

E allora, se l’arte del citare è stata usata così diffusamente dal grande filosofo del ‘600, permettetemi di azzardare, di tanto in tanto, qualche appropriata citazione al fine di rafforzare o migliorare una mia debole opinione su una determinata questione. Opinione – la mia – che si presterebbe facilmente a qualsiasi critica, anche la più feroce, e che riscuoterebbe davvero scarso successo se, in certe specifiche occasioni, non fosse supportata da un riferimento letterario di un grande pensatore. E poi – lasciatemelo dire – posto che io scriva un pensiero rinforzato da una citazione – immaginiamo di Montaigne – il cui contenuto non dovesse incontrare l’apprezzamento di chi legge, ebbene costui anziché criticare me (e sarebbe fin troppo facile), dovrebbe avere doti culturali davvero straordinarie per mettere in discussione il pensiero del filosofo francese. Insomma, la citazione colta si rivela essere anche un mezzo per far valere la propria idea e sentirsi più convincenti, sostenuti e protetti dal pensiero, a volte inattaccabile, di chi è diventato immortale proprio grazie al suo pensiero.
I libri migliori sono fonti inesauribili di citazioni. Non riuscirei a leggere se non avessi tra le mani una matita con la quale sottolineare quelle frasi, quelle parole, quei pensieri che più mi lasciano ammirato ed in cui ritrovo me stesso. In una sua lettera a Lucilio, Seneca scriveva: “dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”. Si può non essere d’accordo con il grande filosofo dell’antica Roma?

mercoledì 6 dicembre 2017

E' Natale: si salvi chi può!



Stanno per arrivare le feste di Natale e di fine anno. Me ne sono accorto – ahimè - dal traffico caotico di questi giorni, dagli addobbi che impazzano, dalla corsa ai regali e dall’accaparramento compulsivo di viveri e prodotti di ogni genere, come se fosse imminente un’apocalisse. Isteria collettiva che si ripete ogni anno. E allora, si salvi chi può
 
dai panettoni, dai pandori, dai cesti natalizi
pericolosamente accatastati nei centri commerciali;
si salvi chi può dai torroni, dai dolci e dai dolcetti,
dai fichi secchi, dalle noci, dalle castagne e dai lupini,
dagli spumanti e dagli insaccati… ammucchiati a quintalate sugli scaffali;

si salvi chi può dagli addobbi luccicanti e dalle decorazioni,
dalle luminarie intermittenti e dalle palle colorate,
dai botti, dalla neve finta, dagli alberi di natale e dalle tombolate;

si salvi chi può dai soliti ritornelli “dove vai a Natale” e
“con chi trascorri il veglione di Capodanno”,
e si salvi chi può dal cenone della vigilia e da tutte le abbuffate che verranno;

si salvi chi può dalla corsa frenetica ai regali, dalle folle festanti,
dagli ingorghi, dalle file nei negozi per gli ultimi acquisti;
si salvi chi può dagli auguri dei parenti che non vedi da una vita
e da quelle cartoline natalizie on line con musichetta ”astro del ciel” incorporata;

si salvi chi può da quelli che si riscoprono credenti solo a Natale
e vanno poi alla messa di mezzanotte
e si salvi chi può da quelli che “a Natale bisogna essere tutti più buoni”;

si salvi chi può dalla martellante pubblicità dei panettoni sotto l’albero,
dai consigli su ”come preparare il pranzo di natale e il cenone di capodanno”,
e si salvi chi può dalle interviste televisive agli italiani nei telegiornali,
su “come hanno trascorso le feste di fine anno”;

si salvi chi può dall’attesa della mezzanotte davanti alla TV, con l’orologio bene in vista, in compagnia dei Carlo Conti…dei Fabio Fazio…dei Gigi D’alessio, pronti a stappare (al meno 10…meno 9…meno 8…) il solito spumante di scarsa qualità  e festeggiare l’anno che verrà.

 

martedì 28 novembre 2017

L'assassino nascosto in ognuno di noi



Non riesco a seguire le tante storie di omicidi di cui si occupano quotidianamente tutti i mezzi di informazione, tantomeno sono attratto dai libri polizieschi, rientranti nella cosiddetta “letteratura gialla” . I serial killer, i morti ammazzati, i commissari di polizia, gli indizi per scoprire l’assassino, non mi hanno mai appassionato. Per me la letteratura è altro.
Tuttavia, avevo trovato su un banchetto dell’usato, tempo fa, un romanzo di George Simenon - il principe dei giallisti - che si intitola “L’uomo che guardava passare i treni”, nella bella edizione “la biblioteca di Repubblica”. Ricordo che mi aveva colpito innanzitutto quel titolo che evocava il treno e - da buon ex dipendente delle Ferrovie dello Stato - lo presi senza indugio, salvo poi abbandonarlo tra quelli che aspettano di essere letti. Finalmente mi sono deciso, grazie anche ai consigli di un amico blogger, lettore entusiasta e impenitente dello scrittore belga, l’inventore del famoso Commissario Maigret. Quest’ultimo, però, non ha nulla a che vedere con il libro di cui parlo. Simenon, ne “L’uomo che guardava passare i treni” ha posto al centro dell’analisi un altro protagonista della sua sterminata produzione letteraria: Kees Popinga. Costui è un agiato quarantenne olandese che vive in una bella casa a Groninga “una cittadina casta” dove lavora come impiegato in una ditta di forniture navali. E’ sposato ed ha due figli, conduce una vita normalissima ed abitudinaria - praticamente casa e ufficio - non beve alcolici, va a letto presto, si concede una partita a biliardo di tanto in tanto e non ha mai tradito sua moglie, tranne che col pensiero. Le sue fantasie erotiche inconfessabili, infatti, sono segretamente rivolte alla moglie del suo datore di lavoro, oltre che a Pamela, una formosa prostituta della zona. Però non ha mai avuto il coraggio di andare oltre. “L’umiliazione più grande, per Kees – dice la voce narrante del libro - era di non aver mai osato”. Il massimo della sua dissolutezza, se così si può dire, il nostro personaggio la provava ogni qualvolta vedeva passare un treno nella notte, con i vagoni letto, le luci abbassate e le tendine calate sul mistero dei viaggiatori: in quel momento percepiva una sorta di furtiva emozione - di cui quasi si vergognava – fino a turbarlo, nell’immaginare chissà quali storie licenziose si potessero nascondere dietro quelle tendine di quel treno che sfrecciava nel buio della notte.

Questo tran tran quotidiano durava ormai da circa quindici anni e da altrettanti, sia Kees che la moglie, “erano irrigiditi negli stessi atteggiamenti”. Nulla pareva cambiarli e scuoterli da quell’immobilismo. Lui si compiaceva della sua immagine dignitosa e impassibile di buon olandese e di buon padre di famiglia sicuro di se, andava fiero della sua onorabilità e della sua virtù. Tanto che “…avrebbe scrollato le spalle se gli avessero detto che la sua vita sarebbe cambiata di punto in bianco, e che quella fotografia sulla credenza, che lo ritraeva in piedi tra i familiari, una mano distrattamente poggiata sulla spalliera di una sedia, sarebbe stata riprodotta da tutti i giornali d’Europa”. Ma spesso l’imponderabile è dietro l’angolo e, nella fattispecie, si manifesta, all’improvviso, con il fallimento della ditta in cui lavora che pone il protagonista del libro di fronte alla prospettiva di un suo inevitabile tracollo economico; pensiero, questo, che lo sconvolge e gli fa perdere completamente la testa. Allora, Popinga abbandona la famiglia, ammazza la prostituta Pamela  perché, alla sua richiesta, lo aveva deriso e fugge a Parigi con un treno della notte, dove inizia un lungo vagabondaggio per le strade della città, in mezzo alla folla che gli passa accanto ignara, sfidando la polizia e scrivendo lunghe lettere ai giornali per raccontare la sua verità e smentire le false notizie riportate dagli stessi giornali. “Non sono né pazzo né maniaco – scrive in una di queste lettere – solo che a quarant’anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi, perché ho scoperto un po’ tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato”.
“L’uomo che guardava passare i treni” si è rivelato un ottimo romanzo, scritto con una prosa chiara ed essenziale, con tempi di attesa e di suspense molto efficaci. La cosa che sorprende è che la narrazione si allontana dallo schema classico del giallo, dove immancabilmente si è in presenza di un omicidio e non si conosce l’assassino. In questo libro, invece, l’assassino lo conosciamo subito, fin dalle prime pagine, e su di lui si concentra tutta l’attenzione dello scrittore e la sottigliezza della sua analisi psicologica nel descrivere i mostri ed i fantasmi che lo divorano. Ne viene fuori un personaggio memorabile, dalle molteplici sfaccettature, che si lascia osservare e giudicare con distacco e disincanto, a volte quasi con benevolenza e mai con orrore, nonostante abbia commesso un delitto e ne abbia tentato un secondo. Un personaggio, quello uscito dalla penna di Simenon, che fa riflettere sugli abissi più reconditi della psiche umana e ci accompagna in un finale velato di struggente malinconia.