giovedì 3 settembre 2020

I vecchi dei paesi sono belli

 


Amo Franco Arminio: la sua poesia semplice e diretta, ma nello stesso tempo raffinata; le sue appassionate riflessioni sulla natura, sui sentimenti, sulla vita e sulla morte; la sua struggente attenzione ai paesi, “creature in bilico”, come si definisce lui stesso; la sua filosofia di vita, il suo modo di essere controcorrente e “rivoluzionario”, perché oggi “essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità alla dolcezza”.

Franco Arminio – ha scritto Roberto Saviano – è uno dei poeti più importanti di questo paese. Egli ti stimola a leggere poesie ad alta voce e afferma che “il centro del mondo” non è molto lontano da te, “è nelle vie secondarie” e ti aspetta “dove non ti aspetti niente”. Franco Arminio ti invita a guardare le cose che ti circondano con dolcezza e con clemenza, a “chinarti su un mendicante”, a lottare “fino a rimanere senza fiato”, a non avere paura di “scendere verso il fondo a rischio di annegare”; ti invita a prestare attenzione “ a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato”.

Bisogna ripartire dai paesi, “riabitare i paesi”, come dice Franco Arminio. E per riabitare i paesi non servono soldi, perché quelli a volte li rendono più brutti, ma “servono piccoli miracoli, miracoli talmente piccoli che li possono fare uomini qualunque, quelli che vediamo in piazza, quelli a cui non chiediamo niente, quelli che ci sembrano perduti…per riabitare i paesi bisogna credere ai ragazzi che sono rimasti e a quelli che potrebbero tornare”. E poi bisogna credere  e avere fiducia nei suoi vecchi, perché

“I vecchi dei paesi

sono belli,

parlano una lingua che distende,

hanno un senso di innocenza,

e quando si lamentano

sembra che più nulla ormai li offenda.

Quando voglio stare bene al mondo

io so dove andare:

devo andare in un paese a parlare

con i vecchi”

         


martedì 28 luglio 2020

Dalla villeggiatura al turismo di massa



E’ racchiuso nei ricordi dei miei anni infantili, trascorsi in un piccolo paese del Cilento poco distante dal mare, il mio primo approccio alla comprensione della differenza di classe sociale che esisteva tra noi – figli di quel meridione povero degli anni sessanta – ed i componenti di una facoltosa famiglia del Nord che, all’inizio di ogni estate, arrivavano nel mio paese natale per trascorrervi la villeggiatura, ospiti di alcuni parenti. Devo dire che quella indelebile sensazione di diversità nasceva non tanto dalle differenti condizioni economico-sociali (che pure esistevano tra noi), quanto dal fatto che loro facessero la villeggiatura ed io no. E per giunta in un luogo dove vivevo tutto l’anno, da cui certe volte desideravo fuggire. Tuttavia ero affascinato da quei “signori” venuti da lontano, li osservavo nei loro spostamenti, cercavo di carpirne la “diversità”. Vestivano bene, erano educati, mi sembravano addirittura più belli: e poi parlavano l’italiano. Intanto avevo fatto amicizia con i figli, due ragazzi della mia stessa età, con cui spesso giocavo. In qualche maniera mi facevano sentire in villeggiatura, senza dovermi spostare da casa e senza fare bagagli, praticamente a costo zero. Anche se mi sarebbe piaciuto andare nella loro città, (ne parlavano con entusiasmo e ne elogiavano le magnificenze), per poter sperimentare anch’io l’ebbrezza del viaggio e della scoperta. L’ebbrezza della villeggiatura. Che poi, almeno lì da noi - durante quegli interminabili pomeriggi assolati scanditi dal canto senza fine delle cicale – la villeggiatura era fatta di piccole semplici cose: lunghe passeggiate, partite a pallone per strada, letture, noia, riposo. Insomma, quel dolce far niente ormai perduto.

La villeggiatura l’avevano inventata gli imperatori dell’antica Roma, i quali all’inizio della bella stagione lasciavano il caos e il caldo dell’Urbe per rifugiarsi nelle loro splendide ville al mare o in campagna. Erano le cosiddette “ville dell’ozio”, un genere architettonico che si diffuse in tutto il Paese, a partire soprattutto dal ‘700, quando le famiglie nobili e aristocratiche del tempo iniziarono a costruire magnifiche residenze, poste lontano dalla città, in cui si ritiravano per lunghi periodi di svago e di riposo. Erano le ferie di quei tempi, appannaggio solo dei ricchi. I poveri ne erano esclusi. Il boom economico degli anni 60/70 del secolo scorso avrebbe immesso nel circuito turistico anche loro, avrebbe sancito la vittoria delle vacanze di massa sulla villeggiatura per pochi privilegiati, con la fine dell’esclusione dei lavoratori dagli agi riservati ai “signori” e l’azzeramento di una piramide sociale in cui i meno abbienti comparivano, sulla scena della villeggiatura, solo come servitori. Finalmente anche loro – gli impiegati, gli artigiani, gli operai - potevano divertirsi andando in vacanza: sarebbe esploso, di lì a poco, il turismo di massa, nevrotico e consumistico sulla riviera adriatica. Rimini, Riccione: paradisi per chi voleva divertirsi con pochi soldi. Ma le conseguenze, con un impatto devastante sui luoghi e il paesaggio, erano dietro l’angolo: sovraffollamenti, code chilometriche di macchine sull’autostrada, stress, villaggi turistici e strutture alberghiere che sorgevano come funghi, seconde case, colate di cemento ovunque, pacchetti turistici tutto compreso. Sull’altra sponda, intanto, i ricchi, orfani della villeggiatura che evocava l’otium degli antichi Romani e imitava usi e costumi  delle residenze blasonate del passato, avrebbero eletto come luogo della propria vacanza estiva Cortina d’Ampezzo, Courmayeur, la Costa Smeralda ed altre perle simili. La villeggiatura era definitivamente finita: da una parte aveva perso i ricchi praticanti e dall’altra si era trasformata in vacanza di massa: i turisti lasciavano le città sempre più caotiche e rumorose per trasferirsi, in massa, nelle località di mare che diventavano, a loro volta, altrettanto caotiche e rumorose.

Oggi le località di villeggiatura sono diventate, sostanzialmente, indistinguibili l’una dall’altra grazie al costante livellamento dettato dal mercato globale, che tende a cancellarne le diversità. A volte mi chiedo se abbia ancora un senso andare al mare in Sardegna piuttosto che in Sicilia, trascorrere le vacanze nel Cilento anziché sul Gargano.
E’ saltato quell’antico e consolidato equilibrio che esisteva tra la natura incontaminata e la presenza proficua dell’uomo; un bilanciamento virtuoso che si fondava sul rispetto e sulla salvaguardia del territorio, un territorio non invaso da orde di turisti simili a sciami famelici di cavallette che - congiuntamente ad amministratori corrotti e incompetenti - stanno saccheggiando e deturpando qualsiasi posto. Anche il più bello. Chiunque, oggi, voglia osservare il fenomeno con spirito critico, non può non accorgersi della bassa qualità di questo “diritto alle vacanze” esteso a tutti e venduto in maniera ingannevole come esclusivo; un diritto svilito nella sua essenza. Se tutti frequentiamo in massa lo stesso luogo si finisce per stravolgerlo in poco tempo. E’ su questo squilibrio, tra la presenza eccessiva dell’uomo nei luoghi deputati allo svago e la natura offesa, che bisogna ragionare e riflettere.

Anch’io sto per andare in villeggiatura nel Cilento. Si, preferisco usare questo termine desueto: mi è più congeniale e mi riporta, almeno con la mente, al passato. Non sarò ospite di parenti come quei signori di antica memoria: no, mi accoglierà – come ogni anno - la mia “casarella” avita nel paese nativo: la mia villa otium. Quei “signori” di una volta – forse per nostra fortuna – non esistono più. Sono diventati dei borghesi piccoli piccoli, che vanno altrove o ritornano nei luoghi delle origini, come il sottoscritto. “Fate le vostre vacanze in Italia, scoprite le bellezze che ancora non conoscete o tornate a visitare quelle che già avete visitato”: è questo l’appello lanciato delle autorità istituzionali, in questi tempi di coronavirus. Io da sempre le faccio in Italia, le vacanze. E prima di ritornare nel mio paesello, amo trascorrere qualche giorno in una delle tante meravigliose località del bel Paese. Quest’anno, per colpa del covid 19, per la prima volta, mi accontenterò solo del Cilento. E non è poco! Il mio amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi che l’aveva percorso verso la fine dell’800. Fino a qualche anno fa era meta di pochi estimatori alla ricerca di silenzio, di mare pulito e di natura incontaminata, buen retiro per chi come me è nato da quelle parti. Una terra quasi selvaggia. Il turismo di massa è riuscito in poco tempo a cambiarlo, a standardizzarlo, a fargli perdere quell’identità che lo caratterizzava. Sia ben chiaro: io non voglio ritornare ai tempi degli antichi villeggianti, i soli che potevano permettersi una vacanza. Anche perché non credo che loro avessero un migliore rapporto con l’ambiente o fossero più civili di noi. Erano solo di meno e forse più austeri. Dobbiamo, quindi, ripensare il modo di fruire la vacanza e di godere i luoghi in cui andiamo. Non so come, ma dobbiamo far si che qualità e quantità possano in qualche maniera armonizzarsi, e non essere sempre inversamente proporzionali tra di loro. Se non vogliamo distruggere il valore di un posto, facendo danni irreparabili prima ancora che alla natura e alla bellezza, a noi stessi.

mercoledì 15 luglio 2020

Le piccole cose che amo di te



Con il passare degli anni cambiano anche le parole per esprimere l’amore. Con l’infatuazione ti lasci affascinare perfino dai difetti del partner, dai suoi capricci e da certi suoi strani comportamenti, tranne poi scoprire – quando il fuoco della passione è ormai spento e il tempo ha lasciato i suoi segni – che gli stessi gesti e le stesse imperfezioni che prima ti ammaliavano, ora ti procurano solo fastidio:

Le piccole cose
che amo di te
quel tuo sorriso
un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi accarezzi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
sei un po’ matto
e a letto svegliarsi
col tuo respiro vicino
e sul comodino
il giornale della sera
la tua caffettiera
che canta, in cucina
l’odore di pipa
che fumi la mattina
il tuo profumo
un po’ blalsé
il tuo buffo gilet
le piccole cose
che amo di te
Quel tuo sorriso
strano
il gesto continuo della mano
con cui mi tocchi i capelli
e ripeti: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
me l’hai già detto
e a letto sveglia
sentendo il tuo respiro
un po’ affannato
e sul comodino
il bicarbonato
la tua caffettiera
che sibila in cucina
l’odore di pipa
anche la mattina
il tuo profumo
un po’ demodé
le piccole cose
che amo di te
Quel tuo sorriso beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!
E a letto stare sveglia
e sentirti russare
e sul comodino
un tuo calzino
e la tua caffettiera
che é esplosa
finalmente, in cucina!
La pipa che impesta
fin dalla mattina
il tuo profumo
di scimpanzé
quell’orrendo gilet
le piccole cose
che amo di te.
Stefano Benni

mercoledì 8 luglio 2020

Lo scrittore fantasma



Credo che per scrivere un libro nel terzo millennio – e mi riferisco soprattutto a chi si azzarda a pubblicare la sua prima opera letteraria - occorra avere davvero tantissimo coraggio. O tanta superbia, a seconda dei punti di vista. Basta entrare in una qualsiasi libreria, anche la più piccola, per accorgersi che il mondo non ha bisogno di un nuovo libro.

Tutto ciò che c’era di importante da scrivere, secondo me, è stato già scritto. Mi riferisco, naturalmente, alla buona letteratura e non alla spazzatura che oggi imperversa; e penso al libro come spazio della fantasia e non come semplice prodotto di mercato. Chi ha un po’ di dimestichezza con i libri sa dove cercare e dove attingere, perché esistono buone riserve, grazie ai grandi autori del passato che hanno lasciato opere indispensabili per la nostra formazione culturale. Con questo non voglio dire che non si debba più scrivere o che non ci siano giovani talenti in grado di fare ancora buona letteratura: me ne guardo bene da una simile affermazione. Però quello che vedo in giro mi lascia molto perplesso e mi induce a fare questa riflessione. Mi domando, quindi, perché mai dovremmo leggere un romanzo di Giovanni Floris, che sarà pure un bravo giornalista, ma non credo abbia la stoffa dello scrittore; Gigi Buffon è senz’altro uno dei più grandi portieri della storia del calcio, ma non si dovrebbe avventurare in campi che non gli appartengono; Matteo Renzi continui pure a fare politica – se proprio non sa che fare - ma lasci perdere la carta stampata. L’elenco dei nuovi scrittori sarebbe lunghissimo, ma mi fermo qui. Se dovessi dare un consiglio a questi personaggi famosi, direi loro: cercate di fare bene il vostro mestiere, provate a leggere qualche libro in più e risparmiateci le vostre opere letterarie. Oggi fanno letteratura - sto usando una parola grossa – soprattutto i volti noti della televisione e della carta stampata i quali - se non fossero tali - venderebbero tanti libri quanti ne potrebbe vendere il mio amico macellaio, qualora decidesse di abbandonare i quarti di bue per darsi alla scrittura. E lo dico senza nulla togliere a chi mi fornisce dell’ottima carne, perché  sono sicuro che lui ha più talento dei tanti personaggi noti, le cui facce sorridenti spuntano dalla quarta di copertina dei loro “capolavori” in mostra nelle vetrine delle librerie.

E’ sempre attuale quel motto di Leopardi che recita: “è più facile ad un libro mediocre d’acquistare grido per virtù di una fama già ottenuta dall’autore, che ad un autore di venire in reputazione per mezzo di un libro eccellente”. Se questo assunto era già valido ai tempi del poeta di Recanati, figuriamoci oggi che viviamo perennemente in una sorta di società dello spettacolo: se non sei un volto conosciuto, anche se hai ottime qualità, vieni inevitabilmente tagliato fuori dal mercato editoriale perché gli editori, quelli importanti, hanno ormai abdicato alle loro responsabilità culturali. Il personaggio famoso fa vendere, e chissenefrega della qualità dei libri e della scrittura. Ma va detto che se attualmente prolificano tanti scribacchini – alcuni dei quali non sarebbero capaci di scrivere neanche la lista della spesa - è perché esiste sul mercato una figura molto ricercata a cui si rivolgono questi geni con velleità letterarie: è lo “scrittore fantasma”. Si tratta di un autore che sa usare molto bene la penna; costui non scrive per sé ma per gli altri e cioè per quelli già famosi e per le grandi personalità del mondo dello spettacolo e della televisione. Tra questi spicca un talentuoso e scaltro scrittore inglese, tal Andrew Crofts, il quale ha capito molto bene il sistema ed ha scoperto il modo per fare un po’ di soldi scrivendo libri per i suoi clienti più importanti e popolari. E’ un perfetto sconosciuto questo Crofts, il suo nome infatti non appare mai in copertina. Ha pubblicato, in quarant’anni di carriera, oltre ottanta libri molti dei quali hanno scalato le classifiche di vendita inglesi, con decine di milioni di copie vendute. Viene contattato da editori, agenti letterari, da vip e romanzieri, anche sconosciuti (un migliaio di richieste annuali): e lui - attraverso la storia che gli viene commissionata e guardando il mondo con gli occhi di un altro, ossia “l’autore” del libro – scrive senza sosta oscurando il suo nome. Elabora in media tre libri all’anno e al suo cliente chiede “soltanto” 130.000 euro per ogni libro pubblicato. Vi consiglio, però, di non provarci perché se non siete delle star, se non avete partecipato neanche a un “grande fratello” e non siete mai stati ospiti a “che tempo che fa”, rischierete di buttare al vento molti soldi, perché il libro – seppure fosse scritto dal re dei bestseller Andrew Crofts – lo comprerebbero solo i vostri familiari: quelli più stretti.

lunedì 22 giugno 2020

Il sacro



Il sacro si può scorgere
in un’antica chiesetta di campagna
che eleva l’animo
più di una sfarzosa cattedrale;
e  si può scorgere al cospetto di
un muretto a secco levigato dal tempo
che rende più morbido un pendio
e più lieve una collina;
il sacro si può scorgere osservando
la maestosità di una quercia,
il tronco contorto di in un ulivo secolare,
un lungo filare di altissimi cipressi;
e si può scorgere sulla cima di una montagna,
su una spiaggia solitaria e incontaminata,
in una piazzetta silenziosa di paese,
tra i vicoli quieti di un antico borgo
arroccato su una rupe
che non sa di questo tempo
che non sa di questo mondo;
il sacro si può scorgere stando in contemplazione
su una panchina appartata
di fronte al mare;
si può scorgere osservando il tramonto,
il cielo stellato,
il cadere lento della pioggia
su un campo di grano,
il volto sereno di un vecchio senza tempo;
il sacro si può scorgere 
dinanzi a un solitario contadino
destinato a sparire
che affonda l’erpice tirato da un bue
nel suo piccolo campo;
e si può scorgere in una madonna di Raffaello,
in una scultura di Michelangelo
che educa al bello
e in una sinfonia di Mozart
che nutre lo spirito.

martedì 9 giugno 2020

Centocelle



Abito in un quartiere di Roma che si chiama “Centocelle”, limitrofo all’omonimo Parco Archeologico dove sorgeva - circa duemila anni fa - la villa imperiale ad duas lauros dell’imperatrice Elena (madre di Costantino), circondata dalla grande piscina termale e dagli alloggiamenti per i suoi cavalieri. Per la sua grande estensione, la dimora imperiale venne chiamata Centum Cellae, da cui deriva l’attuale toponimo. Grazie alla presenza di questi importanti resti archeologici l’area del parco, di oltre 120 ettari – di cui solo una trentina aperti al pubblico – è sottoposta a vincolo paesaggistico e da tempo attende quegli interventi di riqualificazione che potrebbero rilanciare, dal punto di vista socio-ambientale-culturale, tutto il territorio che gravita a sud est della Capitale. Va detto che proprio in questa area fu realizzato, nell’aprile del 1909, il primo aeroporto italiano, la cui pista lunga circa 400 metri ancora si conserva, come da foto. E qui doveva sorgere, negli anni settanta, il famoso Sistema Direzionale Orientale (SDO) che avrebbe dovuto liberare il centro storico di Roma da tutti i Ministeri e da tutti gli altri uffici del potere politico-economico. Il progetto, per fortuna, non venne realizzato ed oggi il Parco attende tempi migliori per decollare.

Il luogo non è molto frequentato: tranne pochi amanti del footing, la maggior parte delle persone del quartiere preferisce il vicino parco Villa De Sanctis (di cui ho parlato in un mio post precedente), che tra l’altro custodisce il Mausoleo funerario della succitata imperatrice Elena, che da queste parti era di casa. Devo dire che anch’io, per “oliare” le mie articolazioni sempre più arrugginite, vado spesso a passeggiare su quella vecchia pista abbandonata e lungo quei vialetti circostanti delimitati da radi cipressi, dove la mentuccia e il finocchietto selvatico crescono spontanei e dove svolazzano liberi corvi e pappagalli. Lo confesso: non è il massimo delle aspirazioni umane. Ma, purtroppo, solo questo offre il convento. E allora, per circa un’ora al giorno mi allontano dai rumori, dall’aria inquinata e dal traffico cittadino e vado lì a respirare il silenzio, a corteggiare i miei pensieri, a stemperare le mie malinconie. E ogni volta mi vengono in mente quelle meravigliose parole - in cui mi identifico - con le quali il filosofo francese Denis Diderot iniziava un suo famoso dialogo filosofico, verso la metà del ‘700:

“Che faccia bello o cattivo tempo è mia abitudine andare a passeggiare ogni pomeriggio verso le 5 nei giardini del Palais-Royal. Intrattengo me stesso con la politica, l’amore, il gusto, la filosofia e abbandono la mente al suo libertinaggio lasciandola padrona di seguire ogni pensiero che le si presenti, saggio o folle che sia. E la mente si comporta come quei giovani dissoluti che corrono dietro alle ragazze con l’aria sventata, il volto sorridente, l’occhio vivace e il nasino all’insù, corteggiandole tutte senza attaccarsi a nessuna di loro. Ecco: i miei pensieri sono le mie puttane”.

venerdì 5 giugno 2020

L'uomo senza qualità



Ci sono dei libri monumentali che da sempre mi perseguitano. Provo una certa difficoltà nell’affrontarli, avverto nei loro confronti una sorta di timore reverenziale che scaturisce non tanto dalla mole dei volumi quanto dalla loro indiscussa complessità letteraria. Penso ai 7 volumi della “Recherche” di Proust (ne ho letti, con una certa fatica, appena tre); penso a “Ulisse” di Joyce che non ho ancora letto. E penso, poi, a “L’uomo senza qualità” di Musil che da lungo tempo sembra sfidarmi dall’alto di un ripiano della mia libreria. Il testo in mio possesso è quello pubblicato da Newton nel 2013 (i Mammut) di 1137 pagine. Devo dire che - dopo molti rinvii e titubanze - ho iniziato finalmente a leggerlo in questi giorni. E tra lentezze, interruzioni e riprese, tra noia ed elogi, saltando anche delle pagine per me indigeste, ma soffermandomi con vero piacere su altre davvero illuminanti, credo che alla fine riuscirò  a portarlo a termine.

Ora - sia ben chiaro - non ho la sfacciataggine di “recensire” questo sterminato romanzo/saggio (tra l’altro incompiuto) su cui sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro. Non potrei aggiungere nient’altro rispetto a ciò che è stato già scritto da studiosi e lettori appassionati, molto più autorevoli di me. Mi limito a dire che forse una delle possibili chiavi di lettura del libro si nasconde nelle parole che Musil mette in bocca al suo eroe protagonista, Ulrich: “un uomo che vuole la verità diventa scienziato; un uomo che vuole sfogare la propria soggettività diventa forse scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio?” Lungo tale tracciato si colloca il percorso esistenziale di questo trentaduenne matematico e ingegnere - uomo dell’utopia e per questo uomo “senza qualità” – anche se di qualità ne ha tante ed anche eccezionali, che però mal si adattano ai tempi, già massificati, in cui vive. Ulrich è un uomo segnato da sconfinate letture in tutti i campi del sapere, “innamorato della scienza in un mondo più umano che scientifico”; è sostenitore di un mondo “retto da un Senato di uomini sapienti e progrediti” e non sapendo cosa fare della propria esistenza, decide “di prendersi un anno di vacanza dalla vita per cercare un uso appropriato delle sue capacità” abbracciando la causa nazionalistica del comitato che dovrà organizzare le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe. Ci troviamo nel 1918, epoca di collasso della plurisecolare e grandiosa dinastia asburgica, travolta dall’avanzata della tecnica e stretta dalla sua variegata e inarrestabile crisi spirituale. E’ un libro che, dall’interno di questa vicenda storica, intende rappresentare le contraddizioni della modernità - e per questo appare molto attuale - lasciando spazio a riflessioni, digressioni, paradossi, ironie e introspezioni di vario genere, come questa riservata a quegli improbabili “cacciatori di spirito” che mi piace riportare di seguito:

“Si poteva ben dire che lui stesso volesse diventare qualcosa di simile a un principe o a un signore dello spirito. Del resto, chi non lo vorrebbe? E’ così evidente che lo spirito venga considerato l’elemento supremo e dominante su qualsiasi altro. Lo impariamo a scuola. Chi può si adorna di spirito, se ne abbellisce. Legato ad alcunché, lo spirito è l’elemento più diffuso al mondo. Lo spirito della fedeltà, lo spirito dell’amore, uno spirito virile, uno spirito colto, il più importante spirito del nostro tempo, teniamo alto lo spirito di questa o di quell’altra impresa, agiamo secondo lo spirito del nostro movimento: come suonano rassicuranti e inoffensive queste espressioni fino ai gradi più bassi. Tutto il resto, i crimini che si compiono ogni giorno o la mai paga avidità di guadagno, sembra in confronto come l’inconfessabile, come la sporcizia che Dio si toglie dalle unghie dei piedi. Ma quando lo spirito se ne sta lì da solo, un sostantivo nudo, spoglio come un fantasma al quale si vorrebbe prestare un lenzuolo, che cosa accade allora? Si possono leggere poeti, studiare filosofi, comprare quadri e trascorrere intere nottate a discutere: ma è spirito quello che si ottiene così? Mettiamo pure che lo si ottenga, ma poi lo si possiede? Questo spirito è così fortemente legato alla forma contingente nella quale si presenta! Passa attraverso l’individuo che vorrebbe accoglierlo, e si lascia dietro solo una piccola vibrazione. Che cosa ce ne facciamo di tutto questo spirito? Lo si continua a produrre su montagne di carta, di pietra, di tela in quantità addirittura astronomiche; altrettanto di continuo lo si gusta e lo si assimila con un impegno smisurato di energia nervosa: ma che ne è poi dello spirito? Scompare come un’allucinazione? Si scompone in particelle? Si sottrae alla legge fisica della conservazione? Non c’è proporzione tra tutto quello spreco e i granelli di polvere che scendono dentro di noi e lentamente si posano. Dove va, dov’è, che cos’è? Forse se ne sapessimo di più calerebbe sul termine “spirito” un silenzio opprimente”.

giovedì 21 maggio 2020

Lettere cartacee e letteratura: un binomio inscindibile



Chi non è più giovanissimo – come il sottoscritto - ricorderà certamente quelle lettere cartacee di una volta, espressione di un modo di comunicare ormai superato. Erano gli anni in cui il telefono di casa (oggi uno strumento obsoleto, sostituito dal cellulare) veniva usato con vera parsimonia, solo per le telefonate necessarie e urgenti; internet era ancora fantascienza; la velocità – in tutte le sue declinazioni - non aveva soppiantato i ritmi lenti e naturali dell’esistenza e il computer - così come oggi lo conosciamo - non era stato inventato. Pertanto, tranne qualcuno che poteva permettersi una macchina da scrivere (ricordo la mia mitica “olivetti lettera 32”), si ricorreva necessariamente alla carta e alla penna per comunicare con una persona lontana. A nostra insaputa, allora, eravamo tutti scrittori che si rivolgevano ad un solo, affezionato lettore: colui che avrebbe ricevuto la lettera. La nostra lettera.

Quale originario strumento di comunicazione, la lettera scritta a mano assumeva quasi un’immagine di sacralità che si poteva toccare e annusare come una cosa cara e preziosa; si poteva accarezzare con lo sguardo per cogliervi non solo il senso profondo delle parole, ma anche  il carattere e perfino lo stato d’animo di colui che scriveva; era un oggetto unico e speciale che si conservava in un cassetto e si rileggeva a distanza di tempo, capace di rinnovare ed evocare, ogni volta, emozioni e ricordi, gioie e dolori.

Con la modernità e con l’avvento di internet siamo stati catapultati nel magico mondo – si fa per dire - della comunicazione digitale. Facebook, twitter, whatsapp - i famigerati social - sono diventati i nuovi strumenti di comunicazione di massa con cui dispensiamo, al mondo intero, messaggi sempre più incerti e sminuzzati e sgrammaticati, a cui non attribuiamo alcun valore affettivo, nessun peso emozionale o letterario, se non l’ostentazione di una conquistata visibilità in un mondo virtuale, dove esiste solo chi è parte integrante di quell’universo. Affetti da una sorta di bulimia comunicativa, scriviamo incessantemente, senza approfondire e senza pensare, con una soglia di attenzione molta bassa, adoperando un vocabolario che contiene non più di 100/200 vocaboli, nella migliore delle ipotesi. E devo dire che ce la mettiamo tutta, pur di storpiare e abbreviare le parole: per fare prima, per non occupare spazio, per non perdere tempo. E poi inviamo con un semplice click, incuranti di rileggere quello che abbiamo scritto. In una sequenza interminabile di rimandi che rasenta la follia.

Facevo queste riflessioni, l’altra sera, mentre leggevo la corrispondenza amorosa intercorsa, ai primi del ‘900, tra il poeta Guido Gozzano ed Amalia Guglielminetti, una bella e sensuale poetessa, tra l’altro molto stimata da Gabriele D’Annunzio. Il carteggio - attraverso un appassionato gioco cerebrale, crudele e dissacrante, rivela tutto il tormento interiore di Gozzano e la sua incapacità di sostenere un sentimento come l’amore, sentimento che lo attraeva e lo respingeva, nello stesso tempo. D’altra parte, il poeta, in una sua famosa poesia (Cocotte) confessava:
“…il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state…”

I due protagonisti si conoscono, si apprezzano, si seducono e si raccontano attraverso le lettere, tuttavia il lettore non riuscirà mai a capire del tutto cosa sia effettivamente accaduto tra queste due anime tormentate, che riuscivano a volare in alto anche quando scrivevano una semplice lettera. Miracolo della letteratura! E pensavo, mentre leggevo questi scritti di elevato valore letterario, che un “Gozzano” – oggi – difficilmente scriverebbe una lettera alla sua amante. Sicuramente userebbe il cellulare, subisserebbe la sua malcapitata con centinaia di messaggi, tutt’al più  le invierebbe una e-mail, lo strumento che forse più si avvicina alla lettera di un tempo. Ma tutto questo non lascerebbe alcuna traccia cartacea, da tramandare ai posteri, né la mail potrebbe avere lo stesso incantesimo letterario di una lettera scritta a mano, con i suoi tempi di attesa, lenti e meditativi, e con il suo carico di emozioni.
Mi piace riportare, di seguito, alcuni frammenti di queste lettere.

 6 gennaio 1908 - “Vi sto dimenticando Amalia! Vi sto dimenticando (mi spiego) fisicamente. E’ uno strazio curioso, che dà il senso giusto della nostra grande miseria cerebrale: non riesco più, per quanto io tenti, a ricordare certi piccoli particolari del vostro volto, delle vostre mani…
Ma in questo lento dileguare la vostra immagine spirituale (nell’ultima vostra me ne chiedete) si definisce meglio, balza al mio spirito con linee precise: vi voglio un gran bene, mia cara Amalia! E voi siete per me la vera amica, la compagna di sogni e di tristezza. Gl’istanti di aberrazione giovanile che ci avvinsero l’un l’altro sono già dimenticati (ben altre cose cancella e corrode il Mare!) ed io mi sento già estraneo, immune dal vostro fascino fisico, franco da ogni schiavitù voluttuosa…”

30 marzo 1908 - “Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia. E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti…Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno. (…) Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino. (…)
Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! Ma hai degli occhi luminosi e una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque.
Ho rilette queste sei pagine, amica mia: oimè! Parlo, parlo e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami!
Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai (…) Già altre volte t’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo…
Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia mai incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo. E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco. Partirei pur non dovendo partire”

13 aprile 1907 – Cortese Avvocato, ieri sera ho ritrovato fra le pagine del suo libro un poco di quella fraternità spirituale che la sua offerta mi rivela. Il rimpianto di ciò che fu, e l’ansia di ciò che non è ancora, e il sottile tormento del dubbio, e l’ebbrezza folle del sogno, tulle le cose belle e perfide di cui noi poeti si vive e ci s’avvelena.
Non ho ancora assaporato le squisitezze dell’arte, solo ho sfiorato l’essenza, l’anima della sua poesia: un’anima un poco amara, un poco inferma. Spero che la sua fraternità non sarà più tanto silenziosa, ch’essa vorrà esprimersi in modo più diretto. Cordialmente. Amalia Guglielminetti

Novembre 1909 – Guido molto amato (…) Fatti vivo, buon fratello cattivo e oblioso; dicono che sei a Torino, ma saresti così perverso da non farti vedere da me? Non mi vuoi più bene, lo sento! Vedi, mi lamento come una modistina abbandonata dall’amante e siamo tu celebre ed io quasi, senza contare che ci amiamo di un amore puro. Scrivimi se sei a Torino o altrove, anzi vieni a trovarmi: voglio dirti tante cose, tante care cose sciocche, di quelle che si dicono fra persone intelligenti. Se non ti fai vivo m’offendo, te lo giuro, e rinnego la nostra fraternità. Ti bacio su una tempia: dev’essere un po’ cavata la tua tempia, credo. Addio Amalia

sabato 16 maggio 2020

Lunga vita alla stupidità e all'ignoranza


“…Come sistema, l’istruzione obbligatoria ha un merito: dà a tutte le persone educabili con profitto la possibilità di apprendere nozioni da cui trarre giovamento e con cui giovare magari all’intera società. Nel contempo, però, essa aumenta a dismisura il numero di persone che non sanno ricavare molti vantaggi dalla cultura, ma che nondimeno ricevono un’istruzione più o meno raffinata.

Quando era riservata a pochi, la cultura appariva preziosa come le perle o il caviale. L’età dell’oro dello snobismo culturale fu l’età buia dell’educazione. Quando infine l’istruzione, che all’epoca in cui era riservata ai Pochi era sembrata così preziosa e magicamente efficace, fu data ai Molti, questi scoprirono presto che il dono non valeva quanto avevano creduto, e anzi era praticamente inutile. E in effetti, alla stragrande maggioranza degli uomini e delle donne, la cultura non dà ovviamente un bel nulla. Proprio nulla: né soddisfazioni spirituali né ricompense sociali. Non dà soddisfazioni spirituali perché la maggior parte della gente (e forse è una fortuna) non possiede la curiosità intellettuale di chi trae piacere dalle astrazioni e dalle teorizzazioni di un’educazione liberale. E non dà ricompense sociali perché, in un mondo in cui tutti sono istruiti, il mero fatto di essere andati a scuola cessa automaticamente di rappresentare la chiave del successo. Nel sistema dell’istruzione obbligatoria, i vantaggi sociali tendono ad andare a chi possiede sia talento sia cultura. I Molti istruiti ma privi di talento si ritrovano, proprio come prima, fortemente emarginati.

I democratici militanti continuano a prescrivere studio e sempre più studio come ricetta per tutti i mali personali e sociali. A quanto sembra, ritengono l’istruzione qualcosa di più di una semplice medicina: una sorta di magico elisir. Basta che se ne beva in buona quantità per trasformarsi in superuomini. (…) Se per un miracolo si realizzassero i sogni dei pedagogisti e la maggioranza degli esseri umani cominciasse a interessarsi solo di argomenti culturali, l’intero sistema industriale collasserebbe all’istante. Considerata la struttura dei macchinari moderni, non può esservi prosperità industriale senza produzione di massa. Posto che tutti gli altri fattori restino immutati, il consumo varia in misura inversamente proporzionale alla ricchezza della vita intellettuale. Un uomo interessato esclusivamente ad argomenti culturali sarà felicissimo (secondo le parole di Pascal) di starsene seduto tranquillo in una stanza. Un uomo che non nutre alcun interesse per gli argomenti culturali si annoierà a morte se lo si costringerà a star seduto tranquillo in una stanza. Poiché non ha pensieri con cui distrarsi, deve acquistare cose che sostituiscano i pensieri; poiché non è in grado di compiere viaggi mentali, dovrà muoversi fisicamente. Un simile uomo è, in poche parole, il consumatore ideale, il consumatore di massa di oggetti e mezzi di trasporto.

Ebbene, gli industriali hanno chiaramente interesse a incoraggiare il buon consumatore e scoraggiare il cattivo. Ed effettuano quest’operazione per mezzo della pubblicità, nonché dell’immensa propaganda che la stampa, grata, conduce a rinforzo della pubblicità. Chi se ne sta seduto tranquillo in una stanza senz’altra compagnia che i suoi pensieri e magari un libro da cui trarre diletto, viene dipinto come un derelitto, un poveraccio ridicolo e perfino un po’ immorale. La felicità è data dal rumore, dallo stare in compagnia, dal movimento e dal possesso di oggetti. Più rumore si ascolta, più gente si ha intorno, più rapidamente ci si sposta e più oggetti si possiedono, più felicità ci sarà: e non solo più felici, ma anche più normali e virtuosi. Nel moderno stato industriale gli intellettuali, in quanto scarsi consumatori, sono cattivi cittadini. Lunga vita alla stupidità e all’ignoranza!

Incoraggiati dalla propaganda dell’industrialismo, i frutti dell’istruzione di massa sono maturati e divenuti sempre più rigogliosi, come cavoli nella perenne luce dell’estate artica. Oggi i nuovi snobismi della stupidità e dell’ignoranza sono abbastanza forti da muover guerra almeno ad armi pari all’antico snobismo della cultura. Perché, pur nel suo assurdo anacronismo, il caro, vecchio snobismo culturale sopravvive ancora, con coraggio. Sarà sconfitto dai suoi nemici? E, particolare assai più importante, sarà sconfitta anche la cultura che esso difende con così eroico, patetico sforzo? Spero, e quasi oso confidare, che così non sia. Ci sarà sempre qualcuno per il quale le realtà interiori resteranno così importanti, così vitali da non permettergli, da non potergli assolutamente permettere di lasciarle scomparire.
<< Ma esisteranno davvero sempre persone del genere? >>, domanda un ironico demone. <<E l’aumento di ritardati mentali che si registra ogni anno? E le prove addotte da R.A. Fisher per dimostrare che una società abituata a misurare il successo in termini economici deve fatalmente e inevitabilmente eliminare tutte le facoltà intellettive superiori ereditabili alla nascita?>> Ignoriamo il demone; o meglio speriamo ardentemente che si possa far qualcosa per tacitarlo prima che sia troppo tardi. Nel frattempo la battaglia tra snobismi rivali infuria grottescamente…”

Aldous Huxley
Riflessioni sulla luna (Oscar Mondadori)



lunedì 11 maggio 2020

Quando un algoritmo ti viene a cercare



E’ in atto una rivoluzione tecnologica a livello planetario che sta esercitando una pressione senza precedenti sui comportamenti umani e sull’etica individuale. Naturalmente, chi guida siffatto cambiamento epocale tende ad esaltare qualsiasi ritrovato della scienza e della tecnica, anche il più invasivo. Per fortuna c’è ancora qualcuno che prova a suonare l’allarme, al fine di contrastare questa vera e propria tirannia digitale. Yuval Noah Harari, professore e scrittore israeliano che insegna all’università di Gerusalemme - attraverso il suo ultimo libro “21 lezioni per il XXI secolo” -affronta alcune delle questioni più urgenti legate all’avanzata tecnologica. Il libro non intende dare risposte ma proporre riflessioni e domande sia sul comportamento degli individui che sulla condotta di intere società. L’analisi dello scrittore israeliano prende le mosse dalla cosiddetta “intelligenza artificiale” che ormai comincia a superare le prestazioni degli uomini in molte competenze e mansioni. Il rischio è che, investendo troppo sul suo sviluppo e troppo poco sulla coscienza e sulla mente umana, finiremo per regredire come esseri pensanti.

Quando le tecnologie biologiche si uniranno a quelle informatiche – afferma l’autore del libro - produrranno degli “algoritmi” che potranno capire e controllare i nostri sentimenti meglio di noi stessi. Di conseguenza, l’autorità decisionale passerà, in maniera molto veloce, dagli esseri umani ai computer. La libera volontà – sostiene il prof. Harari - sarà solo un’illusione, dal momento che le aziende, le agenzie governative e il potere economico-finanziario potranno comprendere e manipolare quello che finora è stato il nostro impenetrabile mondo interiore. Delegando agli algoritmi ogni decisione, perderemo gradualmente la capacità di pensare in autonomia. Basti considerare che già oggi, miliardi di persone si affidano all’algoritmo di ricerca di Google per trovare qualsiasi informazione su internet. E tale ricerca è definita quasi sempre dal primo risultato che appare su Google.

La tecnologia può aiutarci moltissimo ma se questa guadagna troppo potere sulla nostra vita, diventeremo inevitabilmente ostaggio dei suoi programmi. Scrive Harari nel suo saggio:
“Quando la tecnologia sarà in grado di comprendere meglio gli esseri umani, sarà sempre più facile trovarsi nella condizione di servirla, invece di essere serviti. Avete visto quegli zombi che vagano per le strade con le facce incollate ai loro smartphone? Pensate che siano loro a controllare la tecnologia o che sia invece quella a controllarli? (…) Per migliaia di anni i filosofi e i profeti hanno stimolato gli uomini a conoscere se stessi. Ma questo consiglio non è mai diventato così pressante come nel XXI secolo, poiché a differenza dei tempi di Lao-Tze o di Socrate, adesso la concorrenza è dura. (…) Gli algoritmi vi guardano anche in questo momento. Osservano dove andate, cosa comprate, chi incontrate. Presto saranno in grado di controllare tutti i vostri passi, ogni vostro respiro, tutti i battiti del vostro cuore. Usano i Big Data e l’apprendimento automatico per conoscervi sempre meglio. E una volta che questi algoritmi vi conosceranno meglio di voi stessi, potranno controllarvi e manipolarvi, e non potrete fare granché per contrastarli. (…) Certo si può essere felici di lasciare tutta l’autorità agli algoritmi e affidarsi a loro per quello che riguarda noi e il resto del mondo. Se è così rilassatevi e godetevi il viaggio. Non dovete pensare a nulla. Gli algoritmi si occuperanno di tutto. Se invece volete avere un minimo di controllo sulla vostra esistenza individuale e sul futuro della vita, dovrete correre più velocemente degli algoritmi, più velocemente di Amazon e del governo, e cercare di conoscere voi stessi prima di loro”



venerdì 8 maggio 2020

Palingenesi



Da oltre due mesi tutto ancora ruota intorno al coronavirus. E' la triste realtà! Fatti, parole, immagini, proposte, suggerimenti: ogni avvenimento, ogni cosa che leggiamo o scriviamo o guardiamo o ascoltiamo rimanda, implacabilmente, a quel “tarlo” invisibile che ha sconvolto la nostra esistenza e continua a scavare dentro di noi. E nessuno sa fino a quando. E nessuno sa come ne usciremo. Sarà possibile una rinascita, dopo la distruzione?
Mi sono imbattuto in questa profonda e dolente poesia di Giorgio Caproni. Affidiamoci, per qualche attimo, a questi versi, che mi sembrano molto attuali.

Palingenesi
Resteremo in pochi.
Raccatteremo le pietre
e ricominceremo.
A voi,
portare ora a finimento
distruzione e abominio.
 Saremo nuovi.
Non saremo noi.
Saremo altri, e punto
per punto riedificheremo
il guasto che ora imputiamo a voi.

Giorgio Caproni


sabato 25 aprile 2020

Il prima e il dopo



Ci siamo ritrovati all’improvviso barricati in casa, spaventati e prigionieri delle nostre inquietudini generate da un nemico invisibile e sconosciuto: il coronavirus. Non eravamo preparati ad una segregazione in casa così lunga e forzata. Avevamo lasciato, fuori, il mondo che più amiamo, forse più della nostra stessa casa: rumoroso, caotico e inquinato, il mondo globalizzato creato in pochi decenni a nostra immagine e somiglianza, che sembrava potesse offrirci sicurezza e certezze. Un mondo, quello, al centro del quale, da un po’ di anni a questa parte, non c’è più l’uomo, con la sua immensa fragilità; non c’è più la natura incontaminata con il suo ordine e con il suo equilibrio geologico raggiunto attraverso migliaia e migliaia di anni; ma c’è il potere economico e finanziario sorretto dal dio denaro che tutto calpesta: territorio e salute, sentimenti e qualità della vita. Credevamo di essere inattaccabili e invulnerabili: onnipotenti. Pensavamo di essere padroni incontrastati del pianeta, un pianeta da manipolare e sfruttare e stravolgere a nostro piacimento nei suoi aspetti naturali e climatici. Sicuri del fatto che nulla potesse mettere in discussione il nostro comportamento, assistevamo giorno dopo giorno al primato dell’eccesso sulla moderazione, della velocità e del “tutto subito” sulla lentezza e sulla riflessione, della competizione sfrenata sulla solidarietà, della produzione globale su quella locale, dell’efficienza produttiva sul piacere per le piccole cose. Avevamo maturato la convinzione che l’acquisto e il consumo smodato di beni e di merci e lo stordimento attraverso divertimenti eccessivi ci avrebbero resi felici.

Rincorriamo, da molti anni, la crescita illimitata del Pil anziché una migliore qualità della vita, pur sapendo che nella formulazione di questo indicatore – il famigerato Pil - non sono comprese quelle attività e quelle risorse che - non avendo un indicatore commerciale – non vengono prese in considerazione: come l’acqua limpida e pura e l’aria fresca e non inquinata; la genuinità dei cibi che arrivano sulla nostra tavola e la salute dei nostri figli; la qualità della loro istruzione e la spontaneità dei loro svaghi; la vivibilità delle nostre città e il valore dell’arte nella crescita sociale e culturale; e poi l’importanza del verde pubblico e delle foreste, che purtroppo stiamo distruggendo. E’ bastato un microscopico virus – che certamente non è uscito dal cappello di un prestigiatore ma è il frutto delle nostre scellerate condotte di vita – per farci finalmente capire che abbiamo un corpo che si può ammalare e con esso l’intera impalcatura esistenziale su cui abbiamo costruito il nostro presente; e ci siamo resi conto, forse per la prima volta, di quanto siamo fragili e vulnerabili.

La nostra casa, rifugio caldo e confortevole che ci accoglieva dopo una giornata di lavoro e di svago, improvvisamente è diventata una sorta di prigione. “State a casa”, ci siamo sentiti dire in questi giorni dagli uomini delle istituzioni e dai mezzi di informazione di massa. Ma, per noi, la vita non si svolgeva tra queste quattro mura, ma fuori, tra quelle piazze e quelle vie, ora vuote e spettrali, ma prima superaffollate di gente e di macchine, impregnate di rumori e di smog, brulicanti di attività frenetiche. La vita vera, così come l’avevamo impostata, era fatta di velocità e di incontri, di affari e di continui spostamenti da un punto all’altro del pianeta, di sprechi e di bisogni superflui, di ritmi serrati e snervanti; la vita vera era fatta di tempo libero vissuto in maniera nevrotica nei posti di villeggiatura presi d’assalto dal turismo di massa.

Abbiamo intrapreso un percorso esistenziale che, se oggi ha partorito la tragedia che stiamo tutti vivendo, nei prossimi decenni l’umanità potrebbe trovare sulla propria strada nuove minacce: un virus diverso o il collasso ecologico. Si, perché a causa del criminale sfruttamento dell’ambiente,  che provoca danni irreversibili e cambiamenti devastanti alla composizione della terra, dell’acqua e dell’aria che respiriamo, la natura prima o poi ci chiederà il conto. Dicono - gli ottimisti - che non tutti i mali vengono per nuocere e che questa tragedia globale ci renderà migliori. Dicono che questo nemico invisibile, che ora ci costringe a stare chiusi in casa e a mantenere le distanze sociali, cambierà i nostri comportamenti futuri, le nostre consolidate abitudini. Lo confesso: io non credo a questa metamorfosi e nutro seri dubbi sul nuovo umanesimo che dovrebbe investire i nostri tempi. Ho l’impressione che la gente già scalpiti per poter ricominciare tutto daccapo. Magari recuperando il tempo perduto in casa, perché il lupo perde il pelo ma non il vizio. E allora, io credo che – superata la fase 1 e poi la fase 2, con le sue regole rigide, con le sue mascherine e la distanza sociale – con la fase 3 e la fase 4 tutto tornerà come prima. E chi, già prima, conduceva una vita equilibrata, semplice e appartata, rispettosa dell’ambiente, lontana dagli affollamenti e dagli spostamenti frenetici, e si affidava ai ritmi lenti dell’esistenza, immaginando il luogo in cui vive quale centro insostituibile del mondo – essenziale per dare un senso alla propria esistenza - sarà invogliato ancor di più a continuare su questa strada, ed a privilegiare la quiete della propria casa ad una strada affollata e caotica. Chi, invece – prima del coronavirus - aveva una diversa filosofia di vita, molto più movimentata e stressante, priva del senso del limite e della misura, basata sulla velocità piuttosto che sulla lentezza, la cui unica finalità era quella di produrre e consumare e sprecare e inquinare e distruggere e sporcare e viaggiare, sempre di più, da un punto all’altro della terra in poche ore, non vedo come possa rinsavirsi - così da un giorno all’altro - modificando il proprio stile di vita per uno più morigerato e corretto. Abbiamo una memoria cortissima, e fra qualche mese, quando il coronavirus con i suoi morti e con le sue sofferenze sarà un lontano ricordo, nessuno si ricorderà più dei buoni propositi di cambiamento sociale, oggi da tutti auspicati.