giovedì 28 agosto 2014

Paestum: il fascino antico di una Basilica



Paestum è universalmente conosciuta per il suo famoso Parco Archeologico; ma non tutti sanno che a pochi metri dal tempio di Cerere, sul lato sinistro della statale 18 (provenendo da Battipaglia) e un po’ prima del museo archeologico, si apre una deliziosa piazzetta su cui si affaccia una chiesa di grande suggestione e di notevole pregio architettonico, che nessun visitatore dovrebbe ignorare: mi riferisco alla Basilica Paleocristiana della SS. Annunziata, addossata a un palazzetto settecentesco, già sede vescovile.
Normalmente, di qualsiasi monumento si parli, noi vediamo lo stato in cui si trova nella fase finale della sua vita, e spesso si tratta di vita millenaria. E tale è la condizione storica di questa chiesa – intitolata all’Annunciazione della Beata Vergine Maria – emersa così come noi oggi la possiamo ammirare dopo vicissitudini secolari, fra distruzioni, ricostruzioni e restauri. La primitiva struttura, risalente agli inizi del V secolo d.c. era del tipo “basilica aperta”  – secondo l’ipotesi del prof. Gabriele de Rosa – trasformata in “basilica chiusa” agli inizi del VI secolo, che è la forma che oggi conosciamo. A Paestum il cristianesimo cominciò a diffondersi a partire dal 344 d.c.; ed è proprio in quel periodo che l’antica colonia romana divenne sede vescovile. Dopo la distruzione di Paestum ad opera delle incursioni saracene (nell’anno 877) ed a seguito del progressivo abbandono in cui caddero quelle terre (come viene ricordato in quasi tutte le relationes ad limina dei vescovi, ossia i resoconti al soglio papale) gli abitanti si rifugiarono sul vicino monte Calpazio, dove “vi fabbricarono in breve tempo Capaccio” e dove i vescovi trasferirono la loro cattedra (l’attuale Santa Maria del Granato, che era la chiesa, a quei tempi, più conosciuta e ricordata della zona), pur continuando a definirsi “pestani” fino al XII secolo.

Nel XII secolo la chiesa dell’Annunziata venne ampliata, in stile romanico, e ripartita in tre navate tramite due file di colonne antichissime e di rara eleganza. Apprendiamo, inoltre, che intorno all’anno 1504 fu in parte rifatta dal vescovo di origine cipriota Ludovico Podocataro, il cui intervento avrebbe tra l’altro comportato un parziale interramento della chiesa con elevazione dell’originario livello del pavimento di oltre un metro. Ma fu Agostino Odoardi “il vero restauratore della chiesa pestana”, come lo definisce il prof. De Rosa, colui che ad essa diede l’impronta dello stile del secolo e, in ogni caso, con interventi poco rispettosi dell’antica struttura paleocristiana. Quando l’Odoardi fu eletto vescovo di Capaccio (14 febbraio 1724) a Paestum non esisteva una cattedrale, ma solo una chiesa antica oramai decaduta, priva di ogni suppellettile sacra, al punto che si poteva chiamare “profanus locus”. In una sua relazione il prelato scriveva che la cattedrale assomigliava più a una stalla o a una spelonca di predoni, che a una casa di Dio. E siccome il territorio – popolato da coloni e da custodi di armenti – aveva comunque  bisogno di un luogo sacro (la cattedrale della vecchia Capaccio era alquanto distante, con vie di accesso aspre e impraticabili) egli la rinnovò dalle fondamenta, inglobando il primitivo colonnato con pilastri di stile settecentesco e innalzando ulteriormente il portale d’ingresso; fece inoltre costruire un cimitero che mancava, ornò la sacrestia di paramenti sacri, aggiungendo sul fianco della chiesa un campanile a vela con due campane (andato distrutto durante un successivo restauro). Le campane, invece, ci sono pervenute, una delle quali, datata 1732, si può ammirare presso l’ingresso.
Il successore di Odoardi – il vescovo Raimondi – fu artefice di uno degli ultimi restauri della chiesa, fornendola a sue spese di marmi e ornamenti per l’altare maggiore e facendo edificare nel 1760, adiacente alla cattedrale, un elegante palazzetto “un palatiolum” che per lungo tempo servì di abitazione ai vescovi.
Solo nella seconda metà del Novecento la Basilica – così come noi oggi la vediamo – è stata riportata alle sue forme autentiche, spogliata del suo precedente “abito” settecentesco, con la restituzione dell’originario pavimento, più basso di circa due metri dal livello stradale (si accede alla chiesa attraverso una scala). Va detto che non è stata un’impresa facile liberare l’antica struttura architettonica dagli interramenti avvenuti durante i secoli passati, così come scorporare le antiche colonne dalle forme barocche da cui erano state ricoperte e che ne avevano alterato l’antica e suggestiva bellezza.
Vorrei infine soffermarmi su quell’antico palazzetto settecentesco, addossato alla Basilica, che come sopra specificato fu l’antica residenza vescovile. Ebbene, la struttura per alcuni anni è stata abbandonata e trascurata tant’è che in un recente passato il già nominato prof. Gabriele De Rosa, eminente storico meridionale, scriveva:“ (…) ora che la cattedrale pestana ci è stata restituita nella sua primitiva suggestiva bellezza, è una pena vedere a fianco l’ex episcopio sciupato e abbandonato. Tutte le strutture interne sono logore: la cappella del vescovo è stata trasformata in una latrina. Le pubbliche autorità dovrebbero preoccuparsi perché anche questo edificio venga restaurato e riscoperto come la sua vicina antica chiesa. E’ un elegante edificio che deve essere restituito al patrimonio artistico di Paestum, assicurando ad esso anche un retroterra che lo preservi dal rischio delle speculazioni edilizie”. Ebbene, cosa hanno fatto “le pubbliche autorità” per restituire alla collettività questo patrimonio? L’hanno venduto ai privati.

sabato 23 agosto 2014

Quel che resta del giorno



E’ uno dei romanzi più belli che io abbia letto in questi ultimi tempi; tale convincimento è maturato in me prima ancora che terminassi di leggerlo, tant’era il piacere che provavo man mano che scorrevo le pagine di questo autentico capolavoro della letteratura. La bellezza del romanzo, su cui aleggia una sottile malinconia, nasce essenzialmente dall’eleganza e dalla sontuosità della prosa, ma anche dalle profonde riflessioni che scaturiscono dalla sua lettura.

Credo che solo un raffinato giapponese naturalizzato inglese, come Kazuo Ishiguro, poteva scrivere un tale romanzo che ha come protagonista un altrettanto raffinato ed elegante maggiordomo – Stevens – che trascorre tutta la sua vita nella nobile residenza inglese di Darlington Hall, nei pressi di Oxford, al servizio di un ricco gentiluomo (lord Darlington), anche se moralmente discutibile. Dal libro è stato pure tratto un bellissimo film del regista James Ivory interpretato magistralmente dall’attore inglese Anthony Hopkins.

E’ un’ avventura umana ed esistenziale - raccontata in prima persona dallo stesso protagonista – che tende ad esaltare e custodire una tradizione ed una nobile professione tipicamente anglosassone, come quella del maggiordomo, il cui adempimento richiede il possesso di “una dignità all’altezza della posizione che occupa” attraverso l’assoluta fedeltà nei confronti del datore di lavoro, al quale Stevens dedica non solo le sue migliori energie, ma finisce per sacrificare la sua stessa vita, i suoi stessi sentimenti in quella sorta di prigione dorata. Una vita che, seppure non gli permetta di viaggiare e di visitare luoghi pittoreschi, in effetti gli offre l’opportunità di conoscere tutta l’Inghilterra, collocato com’ era in una dimora “nella quale si radunavano le più illustri signore e i più insigni gentiluomini del paese”, il privilegio di svolgere la sua professione stando al centro stesso dei grandi eventi che interessavano il mondo intero. Ma qualcosa cambia nel suo mondo chiuso ed ovattato, almeno dal punto di vista psicologico,  allorquando il suo nuovo signore e datore di lavoro, Mr. Farraday, un americano che aveva comprato la nobile residenza alla morte di lord Darlington – approfittando di un suo viaggio negli Stati Uniti - lo invita a prendersi un po’ di riposo e a fare un giro di alcuni giorni attraverso l’Inghilterra.

Il viaggio, che intraprende da solo dopo qualche titubanza, gli offre l’opportunità di fare, per la prima volta nella sua vita, un percorso interiore alla scoperta di se stesso, una profonda e nostalgica riflessione sugli eventi e sui ricordi del passato, sulla sua vita completamente dedicata alla causa della sua professione e del suo illustre padrone. Un viaggio che costituisce anche l’occasione per rivedere dopo tanti anni miss Kenton, la governante che aveva lavorato alle sue dipendenze nel passato; tra i due c’era stato un ottimo rapporto professionale, che però non era mai sfociato in un sentimento più intimo e personale, capace di cambiare le loro esistenze e di dare concretezza e vivacità ai loro desideri.  

( letto nell’ aprile del 2011)

sabato 16 agosto 2014

Lasciamo vagabondare la mente



L’avete mai osservati i dipendenti da telefono cellulare, ossia coloro i quali non possono vivere senza quella magica tavoletta che, da piccolissima qual era, sta diventando sempre più grande? A prima vista potrebbe sembrare che il mondo non può andare avanti senza di loro: sono sempre connessi; sempre in collegamento con qualcuno; sempre a mandare messaggi; a postare, a twittare, a fotografare, ad ascoltare, a guardare, a telefonare. Sembra che siano in attesa di chissà quale chiamata importante o che stiano per decidere le sorti del mondo. Se un extraterrestre dovesse all’improvviso scendere tra di noi, io credo che non sarebbe notato da nessuno, tant’è l’attenzione riservata a quell’oggetto che è diventato oramai una sorta di protesi e che inizialmente veniva chiamato telefonino. E già, perché oggi chiamarlo così è davvero riduttivo. E’ un mini computer potentissimo che ci segue passo dopo passo. E ci condiziona: nel bene e nel male.
Eppure il mondo potrebbe andare avanti anche senza l’apporto di questi forzati della telefonia mobile che si ostinano – senza pause – a far sapere che esistono. Io credo che durante la giornata bisognerebbe staccare per qualche ora il telefonino e riaccendere il social network della vita reale. Sono già usciti alcuni libri al riguardo che parlano, appunto, di “dieta digitale”, di come “disintossicarsi” da questa autentica droga dei nostri tempi.
Ma naturalmente non esistono solo i telefonini e i computer a condizionare la vita delle persone. Ogni giorno siamo letteralmente aggrediti da un’overdose di informazioni, di notizie, di aggiornamenti, di fatti. Secondo uno studio svolto nel 2011, giornalmente assorbiamo notizie equivalenti a circa 174 giornali. Inoltre esistono nel mondo più di 21.000 stazioni televisive che trasmettono migliaia di ore di programmazione (stiamo davanti alla televisione in media 5 ore al giorno); insomma, siamo diventati schiavi e succubi di un chiacchiericcio mediatico, e non solo, davvero squilibrato e demente. Alcuni sostengono che durante la giornata dovremmo aprire degli spazi vuoti, lasciando vagabondare la mente senza strumenti elettronici, appropriandoci di sprazzi di silenzio, quel silenzio che sembra sparito definitivamente dalla nostra esistenza. E sono proprio queste condizioni che ci  permetterebbero di riacquistare quella creatività perduta che, come scriveva l’altro giorno un giornalista del New York Times (Daniel J. Levitin) ci consentono di “sognare ad occhi aperti…e ci insegnano come agire, ci danno la capacità di cambiare il mondo, di modellarlo a nostro piacimento, di avere un effetto positivo sul nostro ambiente…e di risolvere problemi che prima apparivano irrisolvibili”. Una sorta di resettaggio naturale.
Dobbiamo renderci conto che le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti oltre i quali sono destinate ad ottundersi per l’eccesso di stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Per non soccombere, io credo che dobbiamo cercare sempre, durante la giornata, un momento di “digiuno”. E’ difficile che questa limitazione possa arrivare dagli stessi mezzi che vivono di parole e di immagini. E allora spetta a noi ritrovare quell’intervallo perduto, quella pausa creativa che ci consenta di liberarci dal troppo pieno. Dalle troppe parole.

mercoledì 6 agosto 2014

Il busto di gesso


 

Lessi la prima volta questo libro, scritto da Gaetano Tumiati nel 1976, anno in cui vinse il premio Campiello. Mi trovavo a Trieste per lavoro. L’ho riletto dopo 34 anni, perché serbavo di questa lettura un ottimo ricordo e devo dire che non mi sbagliavo. L’ho apprezzato ancora di più. E’ un bel libro, scritto molto bene, sempre in chiave psicologica ed ironica Mi ricorda un po’ Proust, per alcuni periodi lunghissimi, anche di due pagine.
E’ la storia, credo in gran parte autobiografica, di un giornalista che nella sua vita  ha sempre avuto la necessità di sorreggersi ed aggrapparsi ad un sostegno ideologico e morale, insomma ad un “busto”.
Dapprima, e cioè dall'infanzia fino ad una certa età, questo busto è rappresentato dalla sua famiglia, una di quelle famiglie della ricca borghesia di Ferrara, con regole fisse e prestabilite dove la figura paterna - uno stimato avvocato - aveva un ruolo predominante ed autorevole,  “metro e misura per tutti noi del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, notabile di stampo ottocentesco, che la sera dopo cena quando eravamo appena adolescenti, ci leggeva brani di Marco Aurelio perché ne apprendessimo la lezione morale”, un padre che viveva in un suo mondo ideale al cui vertice aveva posto un valore umano e concreto: la legge e si augurava che il figlio potesse diventare avvocato e poeta, perché la poesia per lui costituiva “la più alta e nobile delle sfere”.
Da giovane, è il Fascismo  a prendere il sopravvento, è il nuovo “busto” che lo avvolge e lo protegge sostituendosi alla famiglia, vissuto con grande partecipazione, fino alla partenza come volontario per la guerra...”mi indusse a quel passo soltanto l’aspirazione a uscire dal cerchio di solitudine e di timidezza in cui avevo l’impressione che la mia natura mi volesse rinserrare...”
Quindi, negli anni della maturità, è la fede assoluta nella palingenesi universale rappresentata dal socialismo a prendere le sembianze del busto “...per contribuire in qualche modo a correggere le ingiustizie di questa terra, forse avrei fatto meglio a dedicarmi a un’attività politica concreta...”
Infine, nell’esistenza del protagonista, ormai verso i cinquant’anni, subentra un altro busto, questa volta un busto vero, di gesso che gli viene applicato per problemi alle vertebre e gli consente anche di vincere l’insonnia che ormai lo torturava, quell’insonnia che era cominciata proprio nel momento in cui attenuatasi l’autorità del padre, ripudiato decisamente il fascismo e intiepidita la fede socialista, si trova a dover procedere tutto solo per la sua strada, contando esclusivamente sulle sue forze. E allora si domanda se il busto di gesso, permettendo certi movimenti e impedendone altri, “non riesumi dal profondo del suo inconscio la sicurezza che nasce dal fatto di avere davanti a sé una strada e una sola, di non dover essere perennemente costretto a scegliere e a decidere?....non può questo busto, così ruvido e insignificante, rappresentare il padre, la legge, il dogma?...”

(letto nel dicembre 2010)
 

 

 

martedì 29 luglio 2014

L'isola di Arturo e del Postino



Da un po’ di anni a questa parte, all’inizio dell’estate, amo trascorrere qualche giorno su un’isola, mi piace immergermi in quelle magiche atmosfere che solo una terra circondata dal mare sa offrire. E’ un’esigenza che nasce, probabilmente, allorquando la confusione e lo stress della grande città rendono la vita quotidiana sempre più difficile e fastidiosa e, allora, si affaccia l’intimo desiderio di rifugiarmi su quella immaginaria “isola deserta”, per stemperare le amarezze, le difficoltà, le delusioni, la stanchezza. E’ proprio in quei momenti che affiora questo dolce pensiero, quest’ancora di salvezza: l’isola come conforto dell’anima. Per chi ama il silenzio e la contemplazione, l’isola è sinonimo di pace, di distacco dalle miserie umane e dalle tribolazioni della vita di tutti i giorni. Per chi, invece, mal sopporta un’esistenza poco movimentata, l’isola evoca soltanto solitudine, emarginazione, reclusione, ma è un sentimento - quest’ultimo - che non mi appartiene. A prima vista la nostra isola – qualsiasi isola - appare irraggiungibile e  minacciosa: sembra quasi che, con quella immensa distesa d’acqua da cui è circondata, voglia respingere qualsiasi viandante, intenda erigere un baluardo alla sua inviolabilità. Poi, una volta messo piede a terra, questi pensieri negativi svaniscono immediatamente per prendere il posto di sensazioni più piacevoli dovute alla calda accoglienza che il luogo sa donare.
Facevo queste riflessioni mentre scendevo dall’aliscafo che, dal porto di Casamicciola, mi aveva riportato sull’isola di Procida. E, uscendo dalla grande pancia della nave ho provato ad immaginare – estraniandomi con difficoltà dal contesto vacanziero in cui ero immerso e dalla variegata e accaldata umanità che mi stava intorno  – di essere approdato su un’isola sconosciuta e selvaggia alla stregua di quegli antichi navigatori del passato che, dopo mesi e mesi di navigazione in alto mare, sbarcavano su terre lontane e disabitate. Era come uscire dal grembo materno e trovarsi in un mondo ostile e sconosciuto.  Chissà quali sensazioni e quali straordinarie emozioni provavano quei pionieri del mare al cospetto di una terra mai vista prima. A noi, moderni viaggiatori, non è più concesso vivere quelle esperienze perché tutto ciò che c’era da scoprire è stato scoperto e non esistono terre sconosciute su cui issare la nostra bandiera. Eppure, quando sbarchiamo su un’isola, le sorprese non mancano mai, basta cercarle: in una piazzetta a picco sul mare oppure percorrendo un vicoletto che si snoda tra le casette dei pescatori o visitando un’antica chiesa. Con un po’ di fantasia possiamo sentirci tutti dei novelli esploratori in cerca della terra promessa.
Arrivando sull’isola di Procida, ci accoglie un simbolo cristiano: la statua del Cristo Pescatore, dovuto alla fede dei pescatori del luogo, e poi quel tipico paesaggio marinaro costituito da barche da pesca, barconi mercantili (ma anche qualche imbarcazione più lussuosa) e tante casette colorate addossate le une sulle altre, come un presepe. Mi è sembrato che nel porto non ci fossero molte imbarcazioni eleganti, quegli yacht da nababbi che popolano sempre in gran numero gli altri porti dell’arcipelago partenopeo; abbondano invece le piccole barche degli isolani a conferma del fatto che il turismo d’elite preferisce altri lidi.  Percorrendola in lungo e in largo, salta subito agli occhi che Procida vive nel ricordo di un film che fu qui girato nel 1994: “il Postino”, con l’indimenticabile interpretazione di Massimo Troisi; la sua immagine triste e malinconica è presente un po’ ovunque, nelle piazze come nei locali pubblici, e forse nessun personaggio meglio dell’attore napoletano poteva rappresentare la vera essenza dell’isola, che è nel contempo appartata, generosa e malinconica. Ma anche un’altra figura è scolpita nella memoria storica di Procida: è Arturo, l’eroe-ragazzo nato dalla penna di Elsa Morante, protagonista del romanzo “L’isola di Arturo”, che vive la sua avventura adolescenziale in questo luogo a cavallo degli anni ’50. Così la descrive:  “ la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste tra grandi scogliere. (…) Attorno al porto, le vie sono tutti vicoli senza sole, fra le case rustiche e antiche di secoli, che appaiono severe e tristi, sebbene tinte di bei colori di conchiglia, rosa e cinereo. Sui davanzali delle finestruole, strette quasi come feritoie, si vede qualche volta una pianta di garofano, coltivata in un barattolo di latta; oppure una gabbietta che si direbbe adatta per un grillo, e rinchiude una tortora catturata (…) Mai, neppure nella buona stagione, le nostre spiagge solitarie conoscono il chiasso dei bagnanti che, da Napoli e da tutte le città, e da tutte le parti del mondo, vanno ad affollare le altre spiagge dei dintorni. E se per caso uno straniero scende a Procida, si meraviglia di non trovarvi quella vita promiscua e allegra, feste e conversazioni per le strade, e canti, e suoni di chitarre e mandolini, per cui la regione di Napoli è conosciuta su tutta la terra”. Ma, mentre la figura del postino-Troisi con la sua immancabile bicicletta si incrocia dappertutto, è più raro incontrare riferimenti letterari tratti dal libro della Morante, a conferma del fatto che nella nostra epoca “le immagini”, da qualunque fonte esse provengano (cinema, televisione o pubblicità) hanno il sopravvento sulla “parola”. Procida suscita un fascino antico: appare riservata e rustica e non ha nulla a che vedere con l’eleganza e la ricercatezza di Capri né con la grandezza e la ricchezza di Ischia. E’ sostanzialmente un’isola di pescatori e contadini e porta nel suo grembo tutta la discrezione e la saggezza della sua gente. I Procidani, diceva Arturo “sono scontrosi, taciturni. Le porte sono tutte chiuse, pochi si affacciano alle finestre, ogni famiglia vive fra le sue quattro mura, senza mescolarsi alle altre famiglie. L’amicizia da noi non piace. E l’arrivo di un forestiero non desta curiosità, ma piuttosto diffidenza”.  
Prima di lasciare l’isola, mi sono incamminato sulla sua sommità, a circa cento metri sul livello del mare, su quella che i Procidani chiamano “terra murata”;  qui si staglia la massiccia mole del vecchio carcere ormai abbandonato. Osservandolo, circondato com’ero da quel meraviglioso paesaggio che si poteva ammirare da lassù, ho pensato che solo degli uomini cinici e malvagi potevano rinchiudere altri uomini in un posto così bello: una crudele destinazione per i detenuti partorita dalla spietata cattiveria dei loro carcerieri. Da quell’altezza, guardando da una delle terrazze che si aprono a strapiombo sul mare, lo spettacolo è davvero esaltante: in lontananza, tra un cielo e un mare senza fine, di un azzurro intenso, appare la silhouette di Capri e poi, osservando in basso, il coloratissimo porticciolo di pescatori “la Corricella” con le sue case multicolori addossate alla collina. Mi sono fermato lì ad osservare rapito quel panorama, opera stupenda di un Dio.

lunedì 21 luglio 2014

Il pittore che dipingeva il silenzio



Nessun artista, prima di Edward Hopper, aveva avuto la spregiudicatezza di innalzare a dignità artistica la realtà urbana e metropolitana, ossia le scene ordinarie di vita quotidiana di una grande città come New York; nessuno, prima di lui, si era mai spinto ad osservare, direi quasi a “spiare” – attraverso la pittura – l’interno di un appartamento o di un ufficio, colti nel momento in cui gli ignari occupanti erano immersi nelle proprie faccende private o pubbliche. Lo fece per la prima volta questo pittore, nato in una piccola cittadina sul fiume Hudson nel 1882, appartenente ad una ricca e colta famiglia borghese dell’America di fine Ottocento. La scelta di utilizzare in pittura soggetti artistici non in linea con gli ideali imposti dall’arte moderna e, soprattutto, dalle richieste del mercato dell’arte, provocò, almeno inizialmente, una reazione molto dura nei suoi confronti sia da parte della critica americana che dell’opinione pubblica. Questa sua vocazione al realismo, questa sua totale fermezza nel perseguire una propria linea pittorica lontana dalle mode, lo condannarono in principio all’indifferenza generale, tanto è vero che Hopper presentò a New York la sua prima mostra personale solo all’età di 38 anni, esponendo una quindicina di quadri ad olio, senza venderne nessuno. L’apprezzamento, di critica e di pubblico, sarebbe arrivato in seguito.

 
Ma perché Hopper era attratto dalle periferie urbane, dalle stanze dei motel, dalle stazioni ferroviarie, dalle strade quasi sempre deserte e dai distributori di benzina isolati? Perché amava rappresentare la solitudine e gli spazi vuoti e assolati? Perché i protagonisti nei suoi quadri appaiono sempre soli e, se in coppia, sembrano estranei, distaccati e non comunicano quasi mai tra di loro? Nemmeno lui sapeva spiegarlo, tant’è che scriveva: “il mio obiettivo in pittura è di usare sempre la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime nei confronti dell’oggetto così come esso appare nel momento in cui lo amo di più…Perché io, poi, scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il miglior modo per arrivare a una sintesi della mia esperienza interiore”. E la sintesi della sua esperienza interiore era essenzialmente la solitudine. C’è da dire che Hopper era un uomo riservato e timido, incapace di sentirsi a proprio agio tra la gente; egli amava nascondersi piuttosto che apparire. Se fosse vissuto nella nostra epoca, considerata la sua indole solitaria, credo che si sarebbe negato a qualsiasi intervista e non sarebbe stato mai ospite di programmi televisivi, così appetibili dai vip dei nostri giorni. Probabilmente queste sue peculiarità caratteriali influenzarono molto la sua pittura che ci parla, appunto, della solitudine urbana, quella solitudine celata dietro le cortine delle finestre o lungo una strada assolata di periferia; la sua pittura ci parla dell’alienazione che gli individui vivono nelle grandi città e delle difficoltà di comunicazione interpersonale. Inoltre, sembra quasi che Hopper nei suoi quadri voglia rappresentare il tempo, o meglio la sospensione del tempo, attraverso luci e ombre che si stagliano sulle cose, in assenza di persone e di sentimenti. Una volta disse: “io non voglio dipingere la gente che gesticola e che esprime emozioni. Quello che voglio fare è dipingere la luce su di un lato di una casa”.
 

Molti sono i critici che vedono nella pittura di Hopper la riproduzione dello squallore e della desolazione di una certa America. Ma io credo che non sia proprio così. Hopper era innanzitutto un attento osservatore della realtà che lo circondava  e attraverso la visibile tristezza che traspare dai suoi dipinti, egli intendeva rappresentare la universale fragilità della condizione umana. Il suo messaggio, umano e artistico, è quello di farci riflettere sulla vera essenza delle cose e sugli aspetti più banali della quotidiana esistenza; con i suoi quadri l’artista americano ci rivela che la “poesia” si può trovare anche in una sperduta stazione di servizio, lungo una strada che attraversa un bosco e che la felicità si può percepire anche in motel o in una sala d’attesa semivuota di una stazione ferroviaria. Perché a volte sono proprio quei luoghi che apparentemente appaiono i più tristi e malinconici, frequentati da avventori smarriti e in rotta di collisione con la società e con la vita, a consolarci della nostra tristezza. Le hall degli alberghi, i vagoni dei treni poco frequentati, le caffetterie aperte fino a tarda notte ai lati della strada – dipinti da Hopper – diventano, così, un rifugio accogliente per quanti si sentono abbandonati e traditi dalla vita, luoghi ideali dove poter tranquillamente stemperare la propria solitudine e la propria sofferenza.
 
Ma c’è un aspetto nella pittura di Hopper che per me è fondamentale e caratterizzante della sua arte: il silenzio che traspare in tutte le sue opere. Credo che nessuno meglio di Hopper, abbia saputo raffigurare questa dimensione, irrimediabilmente perduta nell’epoca in cui viviamo, contrassegnata da rumori che non lasciano spazio alla riflessione a all’ascolto.

lunedì 14 luglio 2014

Saremo primitivi tecnologizzati



“ (…) Il progresso che ha caratterizzato alcune popolazioni, e l’Occidente del mondo in particolare, non ha migliorato l’uomo: ne ha modificato fortemente il comportamento ma non lo ha cambiato nell’affettività, che è una parte importante e che anzi sembra divenuta più fragile. Non ha modificato il principio guida della vita che si fonda necessariamente sul senso dell’uomo nel mondo e sul senso dell’esserci. Ha fornito solo protesi che sono servite per renderlo anche più cattivo. C’è una tecnologia che è stata usata in maniera bestiale: la bomba atomica. La guerra tecnologica, rispetto a quella in cui si confrontavano gli uomini apertamente su un campo di battaglia, è di gran lunga più bestiale (…) La tecnologia deve ritornare dentro un senso, mentre non aiuta affatto a trovarlo; anzi, semmai spinge all’azione e l’uomo ad agire senza chiedersi più il perché e che significato abbia.
Ecco, ho paura che questa società non si domandi più nulla, ma chieda solo e sempre tecnologia che vuol dire sollevarsi da compiti che prima l’uomo svolgeva direttamente. Una tecnologia che lo rende sempre più inutile come corpo, ridotto a semplici dita che digitano. Ho paura che non si domandi più nulla poiché semplicemente non ha nemmeno la testa per pensare: la tecnologia la svuota, modifica il suo modo di procedere, fino a sostituirla con una macchinetta che saprà fare quello che serve per sopravvivere, e bene, ma non per risolvere il tema del senso della vita e senza questa domanda finirebbe una civiltà. Intendiamoci: l’uomo continuerà a vivere, ma in una civiltà differente.

L’uomo della tecnologia possibile si sarà talmente sollevato dalla fatica, da affidare alla macchina il compito di pensare; ridotto a uomo senza testa o simile a quella di un gabbiano che non si chiede certo il perché del volo, ma semplicemente vola, non si interroga sul perché mettere al mondo dei figli, ma semplicemente li fa e certo non si domanda se invece di mangiare sempre granchi o pesce di mare, non possa un giorno sedersi a tavola con davanti un bel bignè alla crema.
L’uomo si ridurrà alla logica dei viventi non umani, regredendo e passando alla fase dei nostri antenati primitivi. Saremo dei primitivi tecnologizzati, ma primitivi. E confesso che questa ipotesi mi spaventa. Ho paura che questa civiltà venga cancellata. E invece di continuare dentro la cornice della vita umana si giunga a pensare che la tecnologia sia l’uomo e che la human life sia l’esistenza digitale, che l’azione non parta dal cervello dell’uomo, ma dai polpastrelli delle sue dita. (…) Ecco, ho paura che questa società finisca, ma al contempo auspico che debba finire poiché non riesce più a vedere i propri limiti, avendo indossato maschere del bene solo per coprire e continuare a compiere il male. E’ una società piena di pie confraternite, ma con una povertà che aumenta spaventosamente e con una ricchezza che si sfoggia in modo vergognoso senza nemmeno il pudore nei confronti di chi sta crepando di fame. Una società della fame e, contemporaneamente, dell’ossessione del rifiuto del cibo poiché teme il sovrappeso. Una società che ha gli strumenti per aiutare ma che non lo fa; ha i farmaci per guarire popolazioni povere che però muoiono perché non possono pagarli. Organizzazioni internazionali per la pace, come le Nazioni Unite, che si limitano a osservare, senza alcun potere, le distruzioni della guerra in ogni parte del mondo (….) Una società di questo tipo è meglio che finisca poiché non può essere guarita.
Ma mentre si profila questa possibilità io mi sento a disagio, sono triste e provo il desiderio di ribellarmi e di cercare di fare qualcosa per salvarla. Sento forte il bisogno di una tecnologia che serva all’uomo e non ai suoi affari, non ai suoi guadagni, non al suo tempo perché divenga sempre più libero, almeno da fatiche abituali…”

( tratto da “La vita digitale” - Rizzoli Editore –
di Vittorino Andreoli )

venerdì 11 luglio 2014

Un visionario su un trono di legno



Ci sono alcuni grandi libri che pur avendo ottenuto, al momento della pubblicazione, un notevole successo di pubblico e di critica - magari vincendo anche dei premi letterari importanti – vengono, in seguito, inspiegabilmente abbandonati dagli editori e dai lettori. E’ il caso de “Il trono di legno” di Carlo Sgorlon, vincitore del Super Campiello nel 1973; il romanzo, dopo alcune fortunate edizioni negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione, oggi sembra completamente rifiutato dagli editori e risulta introvabile per gli amanti delle buone letture. Per fortuna che ci sono i mercatini dell’usato, dove ho trovato questa vera perla della nostra letteratura del Novecento. Uno si chiede perché un libro, così bello e così poetico, sia fuori catalogo e perché mai gli editori, oggi, preferiscano le melense storie di attualità, ampiamente enfatizzate dai mass media, anziché le vicende universali ed epiche rappresentative dei sentimenti e dei valori di un intero popolo - narrate in questo romanzo - il cui autore resta fortemente legato alla sua terra e al suo popolo: il Friuli. Carlo Sgorlon è figlio di quella civiltà contadina, presente in tutta la sua opera letteraria, che oggi appare lontana anni luce dalla modernità e dalle mode imposte dai mezzi di informazione. Era e rimane, lo scrittore friulano, una figura controcorrente, quasi anarcoide, cantore di un mondo scomparso e paladino di una civiltà agreste legata alla terra ed alla sua conservazione. Forse per queste sue peculiarità, egli è inviso al gusto contemporaneo ed alle avanguardie letterarie dei nostri tempi. Eppure, la narrativa di questo scrittore - morto a Udine nel 2009 - ha il pregio di portare all’attenzione di tutti noi uno dei problemi che ci riguarda più da vicino, ossia quello ecologico da cui dipende non solo la salvaguardia della natura, ma la nostra stessa sopravvivenza.

Carlo Sgorlon si distingue soprattutto per la sua grande capacità di saper raccontare delle storie, che dilatano lo spazio e lo moltiplicano. “Il trono di legno” è appunto la storia di un indimenticabile sognatore e visionario, Giuliano, che vive in un paesino del Friuli; da ragazzo “visse sempre con la testa piena di vento” e tutto ciò che sapeva del mondo l’aveva appreso soprattutto dai libri, che leggeva “con accanimento barbarico”. Orfano di entrambi i genitori, il suo sogno più grande era quello di riuscire a trovare il nonno paterno che nel paese tutti ricordavano come il danese, un ex marinaio e avventuriero che disprezzava il denaro, che aveva navigato in tutti i mari del mondo e poi aveva fatto perdere le sue tracce.

Non si può non rimanere affascinati da Giuliano che mentre pensava a un lavoro, nello stesso tempo continuava a immaginare il suo futuro come “una vacanza senza limiti e piena di intatte possibilità”, o simile ad un miraggio “che non spariva, ma neppure si lasciava raggiungere, spostandosi sempre più in là”; che la vita gli sembrava “come un palcoscenico sul quale da un momento all’altro sarebbe dovuta apparire qualche recita sontuosa”; che aveva la tendenza a rifuggire dal concreto perché gli piaceva “soltanto ciò che appaga la fantasia” e che da bambino immaginava che qualcuno potesse assistere invisibile alle sue prodezze, una sorta di pubblico potenziale, tanto da arrivare quasi a sentire il riso e la voce di quegli invisibili spettatori.

Altri incredibili personaggi costellano questo libro: tra tutti, la figura di Pietro, la cui vita era stata “un andare e un venire, un girare e uno smarrirsi in luoghi lontani, sempre ai confini del mondo”. Egli amava descrivere i deserti, i laghi in tempesta, le montagne piene di neve, i branchi di lupi e i boschi sterminati con immagini singolari e indimenticabili. Nei suoi racconti si mescolavano fatti veri e leggende come se non avesse ben chiara la distinzione tra realtà e fantasia, come se tendesse all’annullamento di quella differenza.  

E poi troviamo due figure di donne indimenticabili, due sorelle molto diverse l’una dall’altra, Flora e Lia, amate entrambe da Giuliano, attorno alle quali si erano polarizzati tutti i suoi sogni e i suoi desideri; la prima, “di selvatica indipendenza” aveva l’aria di essere sempre in fuga da qualcosa o alla ricerca di qualcosa, la seconda, invece, era molto più tranquilla, pervasa da un forte sentimento verso il sacro, dall’indole delicata.

Il trono di legno è un libro molto profondo, con diverse chiavi di lettura. E’ innanzitutto un romanzo di formazione che si sviluppa all’interno di tematiche molto più complesse come il passare del tempo, con quella sua natura “ambigua e stregata, che sembra far esistere e durare le cose, mentre in realtà non fa che crearci l’illusione di esse e disgregarle senza rimedio”; è un libro che affronta poi il problema, attualissimo, della scomparsa della civiltà contadina, a cui l’autore era molto legato: “ero sempre vissuto in campagna o in montagna, lontano da stabilimenti, da ciminiere o strade frequentate, e perciò non avevo avuto grandi occasioni per accorgermi che la civiltà degli artigiani e dei contadini stava sparendo, sostituita da quella delle fabbriche e dei motori. Il mondo che amavo sarebbe scomparso, e al suo posto sarebbe venuto uno che mi era indifferente”. A parlare così è Giuliano, e potrebbe essere l’alter ego di Sgorlon.

E’ un libro che si sofferma sull’importanza dell’immaginazione e della fantasia, che liberano la mente dalle angosce e rendono la vita più leggera; è un libro sulla bellezza delle parole, le cose più solide del mondo, che durano in eterno e suscitano mirabili suggestioni.

 

sabato 5 luglio 2014

Bellezza e felicità: un connubio inscindibile



 
Sono convinto che la felicità, così come il nostro buon umore, siano spesso legati all’ambiente in cui si vive, dipendano in maniera rilevante dalle cose belle da cui si è circondati oltre che dal senso civico e dall’intelligenza delle persone con cui ci si rapporta. Insomma luoghi e persone influiscono decisamente, con le proprie peculiarità, sul nostro carattere che si modifica e varia con essi. E quanto più gli stessi sono lontani da questi canoni etico-estetici, tanto più il nostro atteggiamento positivo e gioviale farà fatica ad imporsi. Tutti noi, nel bene e nel male, ci troviamo ad essere persone diverse in luoghi diversi. Se si ha la fortuna di vivere in un bel quartiere, o in un piccolo centro a misura d’uomo, con un’architettura ben inserita nel contesto urbano e ambientale, dove si dà grande spazio al verde, dove il silenzio è più forte del rumore, la nostra salute mentale e quindi il nostro equilibrio psico-fisico ne troveranno certamente giovamento. Al contrario, se la nostra esistenza la viviamo in tutt’altri ambienti, dove il degrado e l’abbandono regnano sovrani, la possibilità che il malumore  non ci abbandoni e che costituisca, anzi, la nostra caratteristica, diventa sempre più probabile.
Esistono, infatti, luoghi che ci elevano e ci migliorano; altri, invece, ci trascinano verso il basso e ci affliggono. E questo vale anche per le persone che frequentiamo: talune hanno la straordinaria capacità di arricchirci interiormente, facendoci sentire migliori, altre invece, svuotano la nostra intelligenza, ci avviliscono e - quest’ultime – prevalgono sempre rispetto alle prime. E’ innegabile che esista un legame strettissimo tra le cose belle e l’entusiasmo da una parte, e la sofferenza e le cose brutte dall’altra. Ma ahimè! In questo nostro mondo siamo sempre di più circondati da cose brutte. Siamo di continuo attorniati da comportamenti volgari e incivili, che mettono a dura prova la nostra capacità di sopportazione.
Guardare un bel panorama, ammirare un capolavoro architettonico, passeggiare lungo un viale alberato, rafforza il senso morale, fa desiderare il bene e riempie il cuore di emozione. Al contrario, stare pigiati su un autobus o su un treno di pendolari all’ora di punta, o semplicemente camminare lungo le strade sporche e rumorose di un qualsiasi quartiere cittadino, fatto di brutti palazzi, in mezzo ad un mare di macchine, tra gli escrementi dei cani, la sporcizia ed i graffiti sui muri, irrita la sensibilità, svilisce la dignità, peggiora l’umore di qualsiasi persona dotata di un minimo di sensibilità. E queste ultime situazioni in cui ci veniamo a trovare quotidianamente, anzi con cui ci scontriamo tutti i giorni e che ci spingono verso il basso – ripeto - sono sempre più numerose di quelle situazioni piacevoli che ci esaltano e ci fanno stare bene.
La felicità è legata, in primis, alla bellezza visiva: bellezza di un’opera d’arte, bellezza di un paesaggio, bellezza di un edificio. Stendhal scrisse che la bellezza è una promessa di felicità e che esistono tanti stili di bellezza quante sono le visioni della felicità. Ma la nostra felicità è legata soprattutto al contesto urbano in cui viviamo, all’edificio in cui abitiamo, alla casa che ci accoglie dopo una giornata di lavoro e che parla di noi attraverso i mobili scelti con cura e gli oggetti che danno sicurezza ed esprimono la nostra identità e la nostra cultura. E’ proprio questo aspetto, riferibile al connubio bellezza-felicità applicato all’architettura dei luoghi  ed alla qualità dell’ambiente in cui ci troviamo, che ci deve far riflettere su quanto il nostro umore, i nostri pensieri, il nostro benessere e quindi la nostra felicità possano essere influenzati in maniera positiva o negativa.

sabato 28 giugno 2014

Siamo tutti scrittori



Secondo le statistiche in Italia si legge poco. Molto poco. Pare che più della metà dei nostri connazionali non legga nemmeno un libro all’anno. Ma se da una parte i lettori diminuiscono, dall’altra aumentano in maniera esponenziale le pubblicazioni: vengono infatti dati alle stampe circa 60.000 nuovi libri ogni anno. Sembra un curioso paradosso, ma questi sono i dati. D’altra parte basta entrare in una qualsiasi libreria di una grande città per rendersi conto della gigantesca mole di libri esposti in bella mostra negli scaffali. Si avverte un senso di saturazione e di frustrazione, nello stesso tempo, perché non sai da dove iniziare.
Le librerie dovrebbero essere i “luoghi dello spirito” ma quando poi ti capita di imbatterti nell’ultimo libro di Massimo D’Alema “Non solo euro” più di una domanda sorge spontanea: cosa ha da spartire siffatta opera letteraria con lo “spirito”? Che cosa può mai scrivere di così interessante un politico come l’autore del suddetto libro, che non abbia già detto e ribadito (ahi noi!) in questi ultimi quarant’anni di vita politica?  Ma le sorprese, per chi mette piede in questi posti dedicati alla cultura, sono veramente tante. Sarebbe infatti molto interessante, dal punto di vista antropologico, conoscere qualcuno che spende 15 euro per immergersi nelle ponderate riflessioni di Maurizio Lupi riportate nel suo ultimo capolavoro, pubblicato da Mondadori, “La prima politica è vivere” . Inoltre, per chi non lo sapesse, “La mafia uccide d’estate”: a svelarcelo è il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, in libreria a sole 18,50 euro (Mondadori). Sono scrittori molto in voga: gli “scrittori politici”.

Hanno fatto il loro ingresso nel mondo della letteratura anche gli “scrittori calciatori”: e con questi si potrebbe formare più di una nazionale. Si parte dal numero 10, Pirlo, che essendo notoriamente un calciatore pensante, non poteva scrivere che “Penso dunque gioco”; poi c’è il portiere e capitano della nazionale Gigi Buffon che non si è sprecato molto nel trovare un titolo al suo libro: “Numero 1”, pubblicato da Rizzoli; è presente anche Marchisio che ci racconta le sue emozioni  giocando nella “Juventus” (Priuli & Virlucca Editore). Se poi qualcuno va cercando emozioni forti, allora non può perdersi “L’ultimo gladiatore” di Antonio Conte. In attesa del nuovo allenatore della nazionale, non poteva mancare il suo ex  (Cesare Prandelli) con il suo libro pubblicato da Giunti (prima della disfatta mondiale), il cui titolo ci tranquillizza: “Il calcio fa bene”. Si potrebbe continuare, ma fermiamoci qui e apriamo un’altra finestra: quella degli “scrittori giornalisti famosi”, le cui belle facce fanno capolino dalla quarta di copertina dei loro libri. Costoro, non contenti di apparire ormai da anni nei talk show serali, hanno trovato il modo per rimpinguare i lauti compensi televisivi con un po’ di diritti d’autore elargiti loro a piene mani da editori compiacenti, per i quali non conta quello che scrivi, ma il volto noto che ti ritrovi. Ha fatto così il suo esordio nel mondo letterario Giovanni Floris, passando senza alcuna difficoltà dagli studi di Ballarò alla libreria con il suo primo romanzo “Il confine di Bonetti”, edito da Feltrinelli. E che dire di Massimo Gramellini, il quale, dopo il grande successo di pubblico per il suo primo libro pubblicato da Longanesi nel 2012 “Fai bei sogni” – grazie ai ripetuti passaggi pubblicitari a “Che tempo che fa” dove è ospite fisso - tenta di nuovo la scalata delle classifiche di vendita con la sua ultima creatura letteraria “La magia del buongiorno”, una raccolta di corsivi già pubblicati nel corso degli ultimi anni sulla prima pagina del “La Stampa” di cui è vicedirettore. Ma se il simpatico Gramellini (lo scrivo senza ironia) non fosse stato il personaggio noto che tutti conoscono e non avesse avuto quella vetrina settimanale da Fazio - mi chiedo – i suoi lettori lo avrebbero ugualmente premiato? Gli editori lo avrebbero rincorso allo stesso modo? Qualche dubbio mi sovviene. E così potremmo andare avanti con gli scrittori attori…gli scrittori presentatori…gli scrittori cantanti ecc. Va evidenziato, inoltre, nel panorama editoriale una categoria molto particolare che annovera i cosiddetti “scrittori di successo”. Sono quelli che vanno di moda in un determinato momento e che sfornano uno o più libri all’anno, come Giorgio Faletti, Beppe Severgnini, Stefen King, Ken Follet, Dan Brown, Fabrizio Volo. Mi viene in mente un certo Leopardi che all’inizio dell’’800, quando la televisione ancora non era stata inventata, scriveva: “è più facile ad un libro mediocre d’acquistare grido per virtù di una fama già ottenuta dall’autore, che ad un autore di venire in reputazione per mezzo di un libro eccellente”. Il grande poeta di Recanati aveva già previsto tutto. A questo punto uno si potrebbe chiedere: ma i grandi scrittori, quelli con la S maiuscola, che fine hanno fatto? Dove sono finiti  i D’Annunzio, i Pavese, gli Svevo, i Dostoevskij? Sono ancora presenti nelle librerie? Si, per fortuna ci sono ancora, basta cercarli. Non occupano, naturalmente, i primi posti delle vetrine, perché quelli sono ormai riservati agli improvvisati scribacchini dei nostri tempi: i vip della televisione, dello spettacolo e della politica.
La vera letteratura, se proprio lo vogliamo ammettere, è altro. E’ quella che non deve misurarsi con i mezzi di comunicazione di massa che contraddistinguono l’epoca in cui viviamo, ma deve suggerire domande, deve agire come coscienza critica, deve essere oggetto di inquietudine ma anche di denuncia. E’ quella che suscita riflessioni profonde:  luogo di metafore, di esperienze di vita, di dubbi, di illusioni. E’ quella letteratura che si propone come testimonianza e memoria, una memoria che sia sempre presente nella coscienza degli uomini e che si opponga alle mode e ai fatti di attualità ricorrenti, già ampiamente enfatizzati dai mass media.

Ho l’impressione che oggi la degenerazione della scrittura abbia abbassato notevolmente la qualità della domanda di lettura: preferiamo i libri della Littizzetto e di Vespa piuttosto quelli di Svevo e di Calvino. Il lettore è invogliato a comprare un romanzo soltanto se lo stesso viene presentato e divulgato in televisione, come qualsiasi altro prodotto commerciale.  E siccome nelle trasmissioni televisive si parla tanto - per esempio - dei romanzi scritti da Dario Franceschini – tutti pubblicati da Bompiani - e non si discute mai  di Beppe Fenoglio o di Ennio Flaiano, il lettore/telespettatore verrà acculturato dall’opera omnia del Ministro della Cultura e non conoscerà i suoi vicini di scaffale presenti in libreria, i cui cognomi iniziano appunto con la lettera F. Con questo non voglio dire che non ci siano nobili eccezioni: penso a Camilleri, Eco, Erri De Luca, Tabucchi e tanti altri. Resta il fatto, però, che il chiacchiericcio letterario mediatico oggi ha il sopravvento sulla buona letteratura. Diceva Italo Calvino che “l’ideale sarebbe sentire l’attualità come il brusio fuori dalla finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre sentiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza”.

 

sabato 21 giugno 2014

La cultura nel Cilento


Posto di seguito un mio articolo pubblicato su la rivista on line di notizie approfondimenti e informazioni dal Cilento  http://www.lamandragola.org/

Per parlare di cultura nel Cilento bisogna ripartire innanzitutto dalla sua storia millenaria e dalla ineludibile necessità di tutela del territorio e dell’ambiente, percepiti come capitale da salvaguardare, risorsa essenziale per la vita e la crescita culturale dell’intera comunità. Per rimettere la cultura al centro della vita di un paese che si reputi civile e moderno, e per risanare la difesa di un patrimonio artistico che di fatto rappresenta la spina dorsale della cultura e dell’identità di un intero territorio, è necessario ripartire, quindi, da tutti coloro che vi si riconoscono e si adoperano per il bene comune. Bisogna fare riferimento ai tanti giovani che escono dalle università, appassionati e preparati, per dare loro la possibilità di un efficace inserimento professionale all’interno di una realtà che può offrire molto dal punto di vista culturale. E’ necessario attingere da quel grande ed inesauribile scrigno storico-culturale fatto di chiese e conventi, di castelli e di palazzi nobiliari che costellano i paesi del Cilento, ereditati dalle passate generazioni. Perché elevare culturalmente un paese significa, essenzialmente, far maturare in ogni suo abitante consapevolezza e sensibilità, affinché possa comprendere e apprezzare la bellezza del patrimonio che gli appartiene. Un patrimonio che appartiene innanzitutto all’umanità, come ha decretato l’Unesco. Tale è il Cilento.
D’altronde, chi ha la possibilità e la curiosità di girare per i piccoli e grandi borghi del territorio cilentano, non può che imbattersi in bellissime testimonianze di un antico passato: palazzi baronali e nobili dimore che narrano di eventi tra la verità storica e la leggenda, chiese sconsacrate e conventi abbandonati, castelli e abbazie che raccontano di lotte tra potenti, galantuomini e briganti. Eppure, questa realtà così ricca e varia, è poco conosciuta, poco apprezzata e quindi poco valorizzata. Gli ospiti stranieri, quando vengono dalle nostre parti a visitare i luoghi più noti, quali Paestum, la Certosa di Padula o il Parco Archeologico di Velia, ci rimproverano insensibilità, impreparazione e incuria. E’ anche vero che molti tra noi non hanno neppure la minima idea delle ricchezze del territorio in cui abitano; la maggior parte di questi tesori – seppure appartenenti ad un’architettura minore – sono quasi ignoti ai più e giacciono abbandonati e incustoditi, in balia del degrado crescente. Conosco persone che abitano a pochi passi dal Castello di Rocca Cilento, eppure all’interno di quell’antico maniero non vi hanno mai messo piede: sono al corrente, però, dei castelli della Loira, in Francia. Ne conosco altre che sebbene percorrano tutti i giorni la statale che fiancheggia i templi di Paestum, non hanno mai visitato quello che è considerato uno dei siti archeologici più belli del mondo: però, se si recano in un qualsiasi paese all’estero, non si lasciano sfuggire il primo rudere che incontrano. Anche nell’arte vige quel paradosso secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde.

E allora urge una sorta di esame di coscienza collettivo che metta a nudo le responsabilità e le incoerenze di tutti: in primis degli amministratori e dei politici locali, spesso latitanti per atavica pigrizia mentale, alle prese con i problemi di sempre: l’abbandono colpevole del patrimonio artistico e paesaggistico; poi le responsabilità degli operatori turistici e culturali, che non sempre riescono a programmare uno sviluppo armonioso ed equilibrato dell’ospitalità e degli eventi culturali su tutto il territorio; e quindi le responsabilità dei cittadini cilentani – come d’altronde degli italiani tutti – i quali dovranno abituarsi all’idea di essere, prima ancora che proprietari dei tesori presenti sul loro territorio, custodi responsabili della propria identità storica.
Per far sì che i cittadini possano conquistare la maturità e la sensibilità necessarie per apprezzare sul serio le ricchezze della propria terra,  è fondamentale la cultura: quella cultura che per Fernando Pessoa, il grande scrittore portoghese, “non è leggere molto, né sapere molto: è conoscere molto”. E nel momento in cui si percepisce un impoverimento culturale in tutto il Paese, sostenere l’importanza della cultura nel territorio cilentano -come bene comune e come condizione irrinunciabile  di crescita morale e civile dei suoi abitanti – costituisce un impegno fondamentale che riguarda tutti, proprio al fine di rilanciare lo sviluppo di una terra troppe volte umiliata e offesa. Va sottolineata l’importanza di investire nella crescita culturale del territorio attraverso la promozione di eventi che facciano da volano per il progresso civile e per l’economia del Cilento, arrestando così anche l’isolamento che negli ultimi anni ha raggiunto picchi notevoli soprattutto nei comuni dell’interno. Lo sviluppo culturale non deve essere considerato una zavorra o un peso superfluo per la collettività. Bisogna abbandonare l’idea – sostenuta da certi politici cialtroni – secondo cui con la cultura non si mangia e rafforzare, invece, quel modello di giusto equilibrio tra la soddisfazione di bisogni culturali e bisogni economici. E’ ciò che si propongono gli ideatori ed i curatori di due importanti mostre-evento che si svolgono quasi in contemporanea nel Cilento.
 
La prima, inaugurata lo scorso 17 marzo, si svolge a Sapri e s’intitola “Estasi e Passione”. L’occasione, forse unica fino a questo momento per il Cilento, è quella di poter ammirare la grande influenza esercitata da Caravaggio durante i suoi soggiorni nell’Italia meridionale ed in particolare nella Napoli del primo Seicento, attraverso le opere di artisti che cambiarono per sempre il volto dell’arte nel meridione d’Italia, quali Giovanni Battista Caracciolo, Carlo Sellitto, Andrea e Nicola Vaccaro, Filippo Vitale, Luca Giordano ed altri. Va sottolineato che la manifestazione sta riscuotendo un notevole successo di pubblico, con una presenza di circa 16.000 visitatori in questi primi due mesi di apertura, determinando un notevole incremento delle attività turistiche e alberghiere presenti sul territorio. Io credo che oggi il Cilento sia in grado di offrire un turismo di qualità, perché dispone di beni di primaria importanza: dalla ricchezza e dalla varietà del paesaggio naturale alle zone archeologiche, dai musei che custodiscono opere pregevoli a un’architettura minore tutta da riscoprire e valorizzare, senza contare le innumerevoli proposte enogastronomiche volte a scoprire antichi sapori, universalmente riconosciute.

La seconda mostra-evento (in prima edizione) “Il Cilento dalla preistoria al Risorgimento” si tiene presso il quartiere fieristico di Vallo della Lucania (dal 24 maggio e fino al prossimo 31 luglio), in occasione del XV anniversario del riconoscimento Unesco del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni. Tale manifestazione – organizzata, tra l’altro, dalla BCC del Cilento e dal Comune di Vallo della Lucania, su iniziativa del Presidente del suddetto istituto bancario prof. Franco Castiello – è dedicata alla civiltà cilentana in tutte le sue innumerevoli sfaccettature e ideata come momento di identificazione nella storia, nella cultura e nell’arte del territorio; l’evento, avvalendosi anche di attività didattiche per le scuole, convegni, presentazioni di libri e visite guidate presso le numerose realtà micro museali presenti nell’area, ha lo scopo di far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, le bellezze di un Cilento poco conosciuto e spesso dimenticato. La mostra-evento – “di respiro nazionale” come ha sostenuto il prof. Castiello – intende fare un percorso storico sull’evoluzione della nostra civiltà, partendo dai reperti neanderthaliani per approdare al brigantaggio e quindi al Risorgimento, con i passaggi obbligati per la civiltà eleatica (V° sec. A.c.) e per quella lucana testimoniata dagli straordinari reperti di Rocca Gloriosa e Caselle in Pittari
Per concludere, vorrei dire che oggi viviamo in un mondo standardizzato, dove tutti i luoghi – soprattutto quelli di mare – apparentemente si somigliano; se si escludono certe caratteristiche climatiche e naturali (stiamo facendo di tutto per sconvolgere anche quelle), gli stessi luoghi sono diventati  sostanzialmente indistinguibili. Ma la ricchezza di un posto risiede essenzialmente nella sua diversità, che deve essere conservata o recuperata. La differenza che determina la ricchezza di un paese o di un territorio è data dai suoi monumenti ben custoditi, dall’ambiente naturale non deturpato da colate di cemento, dall’armonia dei suoi centri storici, dall’offerta culturale che riesce ad esprimere. Tutto ciò contribuisce a favorire non solo lo sviluppo economico e sociale del territorio, ma anche a migliorare i suoi abitanti. Non è infatti importante, da un punto di vista culturale, che un cittadino visiti un museo o stia fisicamente due ore tra i templi di Paestum o veda una mostra, dopo aver pagato il biglietto:  è importante che quelle occasioni culturali, che quel museo o quella mostra riescano a renderlo migliore e a cambiarlo. Dobbiamo essere consapevoli che la cultura deve formare cittadini, non turisti. E i cittadini si formano anche attraverso la lettura di un buon libro. Occorre allora invogliare alla lettura quelli che si dimostrano un po’ pigri, anche attraverso la presentazione di libri, magari di autori esordienti. Mi sembra che nel Cilento tali occasioni non manchino. Compito fondamentale di un Paese è quello di avere cittadini informati, dotati di saldi principi morali e di riferimenti culturali significativi. E se il Cilento saprà nel prossimo futuro realizzare tali obiettivi, avrà salvato se stesso e la sua millenaria storia.

venerdì 20 giugno 2014

Il dramma di una donna nell'Austria di fine Ottocento





La storia, sotto forma di monologo interiore, è ambientata tra Vienna e Salisburgo, sul finire dell’Ottocento. Tutta la vicenda del libro (scritto da Arthur Schnitzler nel 1928, qualche anno prima della sua morte avvenuta nel 1931),  ruota intorno ad una giovane figura femminile, Therese, appartenente ad una aristocratica famiglia viennese decaduta: il padre, Hubert Fabiani (di origini italiane) è un colonnello dell’esercito in pensione ( appare nelle prime pagine del romanzo, poi esce di scena quando viene chiuso in una casa di cura per disturbi mentali), la madre, invece, è una nobildonna croata, con velleità letterarie, sempre immersa nella lettura di romanzi, poco preoccupata dell’andamento della casa, che non si interessa affatto della figlia e le diventa sempre più estranea; il fratello, inoltre, poco più grande di lei, completamente assorbito dalla sua attività politica e professionale, non vive un buon rapporto con la sorella.
 
La protagonista ben presto si allontana dal suo opprimente ambiente familiare, in cerca di una sua vita indipendente;  inizia così a condurre una sorta di doppia esistenza alquanto raminga, da un luogo all’altro: l’una come istitutrice o dama di compagnia presso varie famiglie borghesi, l’altra come madre di un bambino, nato da una relazione illegittima, il cui genitore si dilegua subito dopo la nascita, abdicando così alle proprie responsabilità.  La nascita di questo bambino, inizialmente affidato alla custodia di una famiglia di contadini, viene vissuta dalla protagonista con un senso di grave e insanabile colpa, aggravata dal tentato infanticidio, il cui proposito sarà alla base della sua infelicità, del suo tormento interiore, della inutilità della sua esistenza.

Therese, fin dalle prime pagine del romanzo, appare insensibile, sembra non avvertire alcun sentimento materno, non riesce a provare nessuna tenerezza per suo figlio; si sente smarrita, non comprende il suo destino, non gliene importa nulla di essere madre, avverte la consapevolezza che “non era venuta al mondo per essere felice”.

Vive la sua esistenza in solitudine, come una creatura che non appartiene a se stessa, né agli altri, passa da una avventura sentimentale ad un’altra, senza una sua casa, si adatta rapidamente alle nuove situazioni che si presentano ogni qualvolta si ritrova a dover cambiare luogo di lavoro e famiglia, bilanciando con grande capacità gli elementi di riserbo e di familiarità che costituiscono entrambi  l’essenza della sua professione; è comunque consapevole di essere madre e di dover proteggere e allevare anziché il proprio figlio i bambini di gente estranea, “che non sapeva dove il giorno appresso avrebbe potuto posare il capo, che una volta, trattata da confidente casuale o coinvolta di proposito, veniva messa al corrente delle vicende, degli affari e dei segreti di gente estranea e poi la volta seguente veniva messa sul lastrico come una perfetta estranea”

Da quando aveva avuto quella sua prima dolorosa esperienza, Therese non crede più alla possibilità di essere amata e di essere felice, e i vari tentativi di approccio, goffi e disgustosi, che subisce da parte di padroni e di semplici conoscenti, non l’aiutano di certo a migliorare la sua posizione. Le sembra che tutti siano maldisposti, addirittura ostili nei suoi confronti. Suo figlio, che vede raramente, diventa sempre più un disadattato, un delinquente che finirà anche in galera, interessato solo ai pochi soldi della madre.

Nonostante la trama del romanzo sia alquanto scarna e debole, direi ripetitiva nelle scene narrate – assistiamo infatti a lunghe descrizioni dei vari contesti familiari in cui la protagonista si ritrova a svolgere la propria attività lavorativa - il romanzo riesce tuttavia a focalizzare l’attenzione del lettore sui meccanismi mentali dei personaggi, con la sua prosa colta e ricercata, com’è nello stile di Schnitzler.

Il finale del libro è profondamente drammatico e triste nello stesso tempo. Una tristezza che ti avvolge e ti sconvolge, quasi a farti male. L’autore, inoltre, attraverso il racconto di questa dolorosa e sofferta vicenda individuale, intende anche porre lo sguardo su un’intera società, quella austriaca di fine Ottocento, sugli aspetti, anche quelli più sgradevoli, delle abitudini della borghesia di quel particolare momento storico.
 

(letto nel gennaio 2013)

sabato 14 giugno 2014

Amica solitudine



“Non mi sono mai sentito solo, o minimamente oppresso da un senso di solitudine, meno che una volta, cioè poche settimane dopo che ero venuto nei boschi, quando, per un’ora, mi chiesi se la prossima vicinanza umana non fosse necessaria a una vita serena e salutare. Essere solo diventava qualcosa di spiacevole. Ma contemporaneamente, ero consapevole che nel mio umore c’era un leggero vizio, e mi pareva di potere già prevederne la guarigione. Stavo sotto una pioggia leggera, in preda a questi pensieri, e all’improvviso mi resi conto della benefica e dolce compagnia della Natura, reperibile proprio nel picchiare delle gocce e in ogni altro suono e visione attorno alla mia casa, una infinita e inesplicabile condizione d’amicizia che d’improvviso mi sorreggeva come un’atmosfera, in quanto rendeva insignificanti i vantaggi immaginari derivanti da vicinanza umana; così da allora non ci pensai più….
Trovo salutare restare solo per la maggior parte del tempo. Essere in compagnia, anche dei migliori, provoca subito noie e dispersioni. Amo restare solo. Non trovai mai un compagno che fosse tanto buon compagno della solitudine. Per la maggior parte, noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra. Un uomo che pensi o lavori è sempre solo – lasciatelo stare dove vuole. La solitudine non è misurata dalle miglia di distanza che si frappongono fra un uomo e il suo prossimo. Lo studente realmente studioso è un solitario, in uno degli affollati alveari di Harvard, come un derviscio nel deserto. Il contadino può lavorare da solo per tutto il giorno, nel campo o nel bosco, zappando o tagliando legna, e non sentirsi tale perché ha qualche cosa da fare; ma a sera, quando torna a casa, non può sedersi da solo in una stanza, alla mercé dei suoi pensieri, ma deve stare dove può “veder gente”, e svagarsi e – come s’immagina – remunerare se stesso per la sua solitudine giornaliera; pertanto egli si meraviglia come mai lo studente possa sedere, solo, in casa, per tutta la notte e gran parte del giorno, senza noia e pensieri neri; non capisce che lo studente, sebbene in casa, sta ancora lavorando il suo campo e sta tagliando nel suo bosco, come il contadino, e che a sua volta cerca lo stesso divertimento di quest’ultimo, sebbene, magari, in una forma più condensata.
Di solito, la compagnia è troppo da poco. C’incontriamo a intervalli molto brevi, non avendo avuto il tempo di acquistare qualsiasi nuovo valore reciproco. C’incontriamo ai pasti tre volte al giorno, e reciprocamente offriamo un nuovo assaggio di quel vecchio formaggio ammuffito che siamo. Abbiamo dovuto metterci d’accordo su una certa serie di regole, chiamate gentilezza ed etichetta, per rendere tollerabile questo frequente incontro, e così che non sia necessario venire ai ferri corti. C’incontriamo all’ufficio postale, alle riunioni, e presso il fuoco, ogni notte; viviamo l’uno troppo presso all’altro e ci intralciamo a vicenda, inciampiamo l’uno sopra l’altro, e credo che così perdiamo un certo mutuo rispetto. Certamente, per tutte le comunicazioni importanti e cordiali basterebbe meno frequenza. Pensate alle ragazze della fabbrica – mai sole, e tali appena appena nei loro sogni. Sarebbe meglio se ci fosse un solo abitante per miglio quadrato, come dove io vivo. Il valore di un uomo non è nella sua pelle, così non occorre toccarlo”.

( tratto da “Walden o vita nei boschi”
di Henry D. Thoreau )