sabato 25 aprile 2020

Il prima e il dopo



Ci siamo ritrovati all’improvviso barricati in casa, spaventati e prigionieri delle nostre inquietudini generate da un nemico invisibile e sconosciuto: il coronavirus. Non eravamo preparati ad una segregazione in casa così lunga e forzata. Avevamo lasciato, fuori, il mondo che più amiamo, forse più della nostra stessa casa: rumoroso, caotico e inquinato, il mondo globalizzato creato in pochi decenni a nostra immagine e somiglianza, che sembrava potesse offrirci sicurezza e certezze. Un mondo, quello, al centro del quale, da un po’ di anni a questa parte, non c’è più l’uomo, con la sua immensa fragilità; non c’è più la natura incontaminata con il suo ordine e con il suo equilibrio geologico raggiunto attraverso migliaia e migliaia di anni; ma c’è il potere economico e finanziario sorretto dal dio denaro che tutto calpesta: territorio e salute, sentimenti e qualità della vita. Credevamo di essere inattaccabili e invulnerabili: onnipotenti. Pensavamo di essere padroni incontrastati del pianeta, un pianeta da manipolare e sfruttare e stravolgere a nostro piacimento nei suoi aspetti naturali e climatici. Sicuri del fatto che nulla potesse mettere in discussione il nostro comportamento, assistevamo giorno dopo giorno al primato dell’eccesso sulla moderazione, della velocità e del “tutto subito” sulla lentezza e sulla riflessione, della competizione sfrenata sulla solidarietà, della produzione globale su quella locale, dell’efficienza produttiva sul piacere per le piccole cose. Avevamo maturato la convinzione che l’acquisto e il consumo smodato di beni e di merci e lo stordimento attraverso divertimenti eccessivi ci avrebbero resi felici.

Rincorriamo, da molti anni, la crescita illimitata del Pil anziché una migliore qualità della vita, pur sapendo che nella formulazione di questo indicatore – il famigerato Pil - non sono comprese quelle attività e quelle risorse che - non avendo un indicatore commerciale – non vengono prese in considerazione: come l’acqua limpida e pura e l’aria fresca e non inquinata; la genuinità dei cibi che arrivano sulla nostra tavola e la salute dei nostri figli; la qualità della loro istruzione e la spontaneità dei loro svaghi; la vivibilità delle nostre città e il valore dell’arte nella crescita sociale e culturale; e poi l’importanza del verde pubblico e delle foreste, che purtroppo stiamo distruggendo. E’ bastato un microscopico virus – che certamente non è uscito dal cappello di un prestigiatore ma è il frutto delle nostre scellerate condotte di vita – per farci finalmente capire che abbiamo un corpo che si può ammalare e con esso l’intera impalcatura esistenziale su cui abbiamo costruito il nostro presente; e ci siamo resi conto, forse per la prima volta, di quanto siamo fragili e vulnerabili.

La nostra casa, rifugio caldo e confortevole che ci accoglieva dopo una giornata di lavoro e di svago, improvvisamente è diventata una sorta di prigione. “State a casa”, ci siamo sentiti dire in questi giorni dagli uomini delle istituzioni e dai mezzi di informazione di massa. Ma, per noi, la vita non si svolgeva tra queste quattro mura, ma fuori, tra quelle piazze e quelle vie, ora vuote e spettrali, ma prima superaffollate di gente e di macchine, impregnate di rumori e di smog, brulicanti di attività frenetiche. La vita vera, così come l’avevamo impostata, era fatta di velocità e di incontri, di affari e di continui spostamenti da un punto all’altro del pianeta, di sprechi e di bisogni superflui, di ritmi serrati e snervanti; la vita vera era fatta di tempo libero vissuto in maniera nevrotica nei posti di villeggiatura presi d’assalto dal turismo di massa.

Abbiamo intrapreso un percorso esistenziale che, se oggi ha partorito la tragedia che stiamo tutti vivendo, nei prossimi decenni l’umanità potrebbe trovare sulla propria strada nuove minacce: un virus diverso o il collasso ecologico. Si, perché a causa del criminale sfruttamento dell’ambiente,  che provoca danni irreversibili e cambiamenti devastanti alla composizione della terra, dell’acqua e dell’aria che respiriamo, la natura prima o poi ci chiederà il conto. Dicono - gli ottimisti - che non tutti i mali vengono per nuocere e che questa tragedia globale ci renderà migliori. Dicono che questo nemico invisibile, che ora ci costringe a stare chiusi in casa e a mantenere le distanze sociali, cambierà i nostri comportamenti futuri, le nostre consolidate abitudini. Lo confesso: io non credo a questa metamorfosi e nutro seri dubbi sul nuovo umanesimo che dovrebbe investire i nostri tempi. Ho l’impressione che la gente già scalpiti per poter ricominciare tutto daccapo. Magari recuperando il tempo perduto in casa, perché il lupo perde il pelo ma non il vizio. E allora, io credo che – superata la fase 1 e poi la fase 2, con le sue regole rigide, con le sue mascherine e la distanza sociale – con la fase 3 e la fase 4 tutto tornerà come prima. E chi, già prima, conduceva una vita equilibrata, semplice e appartata, rispettosa dell’ambiente, lontana dagli affollamenti e dagli spostamenti frenetici, e si affidava ai ritmi lenti dell’esistenza, immaginando il luogo in cui vive quale centro insostituibile del mondo – essenziale per dare un senso alla propria esistenza - sarà invogliato ancor di più a continuare su questa strada, ed a privilegiare la quiete della propria casa ad una strada affollata e caotica. Chi, invece – prima del coronavirus - aveva una diversa filosofia di vita, molto più movimentata e stressante, priva del senso del limite e della misura, basata sulla velocità piuttosto che sulla lentezza, la cui unica finalità era quella di produrre e consumare e sprecare e inquinare e distruggere e sporcare e viaggiare, sempre di più, da un punto all’altro della terra in poche ore, non vedo come possa rinsavirsi - così da un giorno all’altro - modificando il proprio stile di vita per uno più morigerato e corretto. Abbiamo una memoria cortissima, e fra qualche mese, quando il coronavirus con i suoi morti e con le sue sofferenze sarà un lontano ricordo, nessuno si ricorderà più dei buoni propositi di cambiamento sociale, oggi da tutti auspicati.

sabato 18 aprile 2020

Casa silenziosa



Le penne della scrivania,
gli inchiostri neri e la mano
mancina che si macchia
della sostanza che realizza
il pensiero.
E tutto il resto è il mondo.

Le porcellane dipinte a mano,
i piatti del servizio buono
con il filo d’oro, le posate
d’argento tediate dall’attesa
dell’ospite importante
che non è ancora arrivato.
Le bottiglie di liquore denso
scambiate sempre a Natale,
i quadretti con scritto “vi penso”
del padre emigrato in Germania,
le torri di Pisa illuminate
al neon, i busti degli imperatori
in bronzo, San Pietro
di plastica sopra la mensola.
Il pianoforte coperto di polvere
bloccato alle sette note,
i tasti neri sfiorati da dita
lontane, il violino del nonno
con le corde spezzate
e i manichini di burro contorti
ad appassire alla finestra,
i fiori, le bollette e i dischi
dei cantautori morti.
E la foto di una donna
bella come non è mai stata.
Le statuette in gesso dei santi 
e le preghiere che si sgranano
sui fili del rosario
e lo stanco orologio a pendolo
che macina le ore
sul filo del rasoio.
E tutte le giacche a doppiopetto,
le sciarpe profumate d’incenso
dell’India sognata.
Ancora i biglietti del treno,
banchina di Santa Maria Novella
ventuno aprile o ventidue.
E le perle della tua corona.
Le bamboline di ceramica
ghignano invece di sorridere, 
escono coi soldatini di piombo
la notte sulle macchinine di latta.
I libri censurati sopra gli scaffali
coi fiori sbiaditi come segnalibri,
i giornali e gli animali impagliati.
Il poster col ragazzo che spara
inginocchiato col viso coperto
e le mani tese in avanti,
la disperazione di due madri
che macchia il foglio.
I segni delle dita impressi
nel mazzo di carte appoggiato
sulla stufa spenta.
Non ci sono tutte:
mancano un re e un cavaliere.
Non me ne dispiace affatto.
E tutto il resto è il mondo.

A. C.

lunedì 13 aprile 2020

Nostalgia



“Sono entrato dal barbiere con la disposizione consueta, col piacere che mi dà il fatto di poter entrare senza imbarazzo nei luoghi conosciuti. La mia sensibilità al nuovo è terribile: mi sento calmo solo nei luoghi in cui sono già stato.
Mentre mi accomodavo sulla poltrona mi è venuto fatto di domandare al garzone che mi stava collocando intorno al collo un lino freddo e pulito, come stesse il suo collega che serviva alla poltrona accanto, quel tipo spiritoso, più anziano di lui, che era malato. Glielo ho domandato senza che mi premesse sapere: è stata una domanda suggerita dal luogo e dal ricordo. “E’ morto ieri”, mi ha risposto senza tono la voce che stava dietro di me e le cui dita stavano finendo di inserire l’asciugamano fra la mia nuca e il mio colletto. Tutto il mio immotivato buonumore è svanito all’improvviso, come il barbiere della poltrona accanto assente per l’eternità. E’ sceso il freddo sui miei pensieri. Non ho detto niente.
Nostalgia ! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita. Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio ? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani scomparirò anch'io da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch'io - l'anima che sente e pensa, l'universo che io sono per me stesso - sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui?”. E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi “.

Brano tratto da “Il libro dell’inquietudine”
di Fernando Pessoa

sabato 4 aprile 2020

Viaggio intorno alla mia stanza



Giusto un anno fa avevo scritto una recensione su questo libro. Ora, alla luce di questa nostra forzata segregazione in casa, mi piace di nuovo riproporre il post, perché credo che la tematica trattata sia di stringente attualità.

Tutta l’infelicità degli uomini – diceva Pascal – viene da una sola cosa, e cioè dal non saper starsene da soli in una stanza. Il desiderio di uscire… di viaggiare... di andare... di muoversi, ha sempre spinto gli uomini ad allontanarsi dal proprio ambito quotidiano e familiare, dalla propria “stanza”. Nel passato i giovani artisti e gli aristocratici dei ricchi paesi del nord Europa (Inghilterra, Germania, Francia),  intraprendevano un lungo viaggio alla scoperta dell’ Italia – il cosiddetto grand tour – il cui obiettivo era soprattutto quello di affinare la propria cultura. Queste esperienze di viaggio le ritroviamo in alcuni bellissimi libri: mi viene in mente il “Viaggio in Italia” di Goethe o quello di John Ruskin descritto in “Mattinate fiorentine”. C’è stato, invece, uno scrittore francese di nome Xavier De Maistre, il quale - intorno al 1790 – all’età di ventisette anni, senza spostarsi dal modesto alloggio in cui si trovava recluso (per quarantadue giorni), e quindi senza fare bagagli e senza prendere alcun mezzo di trasporto (praticamente a costo zero), intraprese un viaggio esplorativo nella sua stessa camera da letto. La cronaca di questa sua singolare e bizzarra impresa  la raccontò in un libro che si intitola “Viaggio intorno alla mia stanza”, libro che alla sua pubblicazione venne salutato come un piccolo capolavoro letterario. Nella prefazione il fratello Joseph De Maistre (famoso filosofo e politico) mise in evidenza che l’autore non intendeva affatto screditare i grandi viaggiatori del passato, ma che desiderava solo consigliare, ai poveri e a coloro che temevano un furto in casa, un modo di viaggiare molto più pratico e conveniente.

Le 42 giornate trascorse in quella camera – pari ad altrettanti capitoletti in cui è suddiviso il libro – sono raccontate con una grazia ed una raffinatezza davvero encomiabili. All’autore basta poco per descrivere una sensazione o un’emozione, per rivelare un’indagine psicologica o per creare un personaggio immaginario: un quadro appeso alla parete, un oggetto apparentemente insignificante, un mobile. Tutto è utile alle sue descrizioni e al suo intimo modo di sentire e di guardare. Come quando si trova di fronte al suo letto che “ci vede nascere e ci vede morire; è il mutevole teatro nel quale il genere umano rappresenta a turno drammi interessanti, farse ridicole e tragedie spaventose. E’ una culla adorna di fiori; è il trono dell’amore; è un sepolcro”. Non avevo mai letto una riflessione così profonda su un mobile presente in ogni casa e di cui tutti ci serviamo quotidianamente. Senza, però, soffermarci su di esso con il pensiero.

“Coraggio, dunque, si parte – scrive l’autore – Seguitemi voi tutti, che per una delusione amorosa o per un malinteso tra amici, ve ne state chiusi nel vostro appartamento, lungi dalla piccineria e dalla perfidia degli uomini. Mi seguano tutti gli sventurati, tutti gli ammalati, tutti gli annoiati del mondo! Si levino in massa tutti gli indolenti!... voi che in un salottino rinunziate per sempre al mondo, amabili anacoreti d’una serata venite anche voi; datemi ascolto, lasciate quei vostri tetri pensieri; voi sottraete un attimo al piacere senza guadagnarne uno alla saggezza; degnatevi di accompagnarmi nel mio viaggio; marceremo pian pianino, ridendo, lungo il cammino dei viaggiatori che hanno visitato Roma e Parigi…”. Sembra rivolgersi proprio a noi che stiamo vivendo questo particolare momento della nostra esistenza, invitandoci ad abbandonare quei tetri pensieri che da circa un mese ronzano nella nostra mente.

E ancora, in una delle sue peregrinazioni, lo scrittore francese scrive “…quando viaggio nella mia camera, raramente percorro una linea retta; vado dalla tavola verso un quadro situato nell’angolo: di là mi muovo obliquamente per andare verso la porta; ma sebbene alla partenza la mia intenzione sia quella di recarmi là, se incontro il mio seggiolone sul cammino non sto a pensarci e mi ci sdraio senza complimenti. Il seggiolone è un eccellente mobile, ed è di estrema utilità per un meditativo. Nelle lunghe serate invernali, talvolta è dolce, e sempre prudente, distendervisi mollemente, lungi dal fracasso delle assemblee affollate. Un focherello, alcuni libri, una penna: che risorse contro la noia! E che piacere dimenticare i propri libri e la penna per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, oppure buttando giù alla meglio dei versi per divertire gli amici! Allora le ore scorrono e piombano silenziosamente nell’eternità, senza far sentire il loro triste passaggio”

Ma qual è il messaggio profondo di questo libro delizioso? Al di là del libero accostamento alla situazione attuale che ci vede reclusi in casa, secondo me non può essere che uno solo: il piacere del viaggio e dello spostamento deriva non tanto dal luogo prescelto quanto dall’atteggiamento interiore con cui si affronta il viaggio stesso. Si può viaggiare anche durante i percorsi che facciamo tutti i giorni nelle nostre città; e si può viaggiare stando nel chiuso di una stanza, cioè in quel “bugigattolo” dove ci rifugiamo e ci nascondiamo agli occhi del mondo, collegati intimamente solo con la nostra anima, che vede, sente e descrive paesaggi, avventure ed emozioni. Sembra quasi che De Maistre voglia invitarci a guardare con occhi diversi la realtà quotidiana che ci circonda. E se noi riuscissimo a farlo, a scrutare luoghi e cose con uno spirito di osservazione immune dall’abitudine e dall’indifferenza, senza farci guidare dalle mode e dagli strumenti tecnologici, forse ci accorgeremmo che le cose degne di interesse si trovano anche accanto a noi e che non sempre è necessario partire verso mete lontane ed esotiche per scoprirle. Credo che il coronavirus e l’emergenza che stiamo vivendo – con tutto il suo carico di morte e di paura – dovrà spingerci, in futuro, a cambiare il nostro stile di vita, le nostre abitudini.


lunedì 23 marzo 2020

Bellezza e solitudine al tempo del coronavirus


In queste lunghe giornate di isolamento forzato, velate di malinconia, di paura e di pensieri, mi capita spesso di stare da solo, in silenzio, cercando di scacciare quel “tarlo” che continua in maniera ostinata a scavare nel corpo e nella mente di ognuno di noi, lasciando segni indelebili difficili da emarginare, almeno in tempi brevi. Passo lunghe ore a leggere, e poi ad osservare e curare i fiori sul balcone di casa, e poi a conversare con mio figlio, e poi a guardare qualche programma televisivo, per lo più documentari (io che guardo poca televisione), cercando di essere attento a non subire dosi eccessive di informazioni no stop sul coronavirus. Secondo lo psichiatra Raffaele Morelli dobbiamo assolutamente evitare di stare incollati al televisore e sui social, dobbiamo allontanare dalla nostra mente questi problemi angosciosi - che alla lunga diventano devastanti per il nostro equilibrio psico-fisico - ed iniziare ad immaginare e fare altro, perché la parte sognante del cervello è un farmaco, forse il farmaco più potente, che allontana le preoccupazioni sullo sfondo.

E così mi è capitato, l’altra sera, di soffermarmi a lungo – come non mi era mai capitato di fare in precedenza – su un piccolo quadro appeso ad una parete della mia camera. Che strano: sta lì da chissà quanto tempo e non aveva mai ricevuto così tanta attenzione da parte mia. Come a dire che a volte trascuriamo le cose vicine per un altrove che riteniamo migliore. Questo dipinto è stato realizzato da una brava e sconosciuta pittrice contemporanea, Cristina Mazzoni, ed ha per soggetto una donna seduta su un muretto in un giardino con accanto una bambina – nell’intenzione dell’artista, probabilmente, madre e figlia – il cui delizioso abbigliamento rococò rimanda ad un’epoca lontana, di altri tempi. 
Cristina Mazzoni - Damine

Chissà quali sentimenti avranno guidato la mano della pittrice nel fissare sulla tela quell’immagine all’aria aperta, così delicata, che infonde una piacevole serenità, soprattutto di questi tempi. Devo dire che chiunque si trovasse a guardare questo quadro – anche il più sprovveduto degli osservatori – non potrebbe non riconoscere la bellezza della rappresentazione; e nessuno, almeno così credo, potrebbe sostenere di non capire il significato dell’opera. D’altra parte, così non sarebbe se lo stesso spettatore si trovasse al cospetto di una forma d’arte assolutamente diversa, non facile da comprendere, da indurlo perfino a mettere in discussione il fatto stesso che sia arte, come il quadro astratto sotto riportato dipinto da Paul klee.
 
Paul Klee
Alla luce di queste osservazioni, io non credo che esista un modo corretto di guardare un’opera d’arte o che si possa, tanto meno, insegnare la giusta maniera per apprezzare la bellezza. Ognuno di noi, nell’osservare un quadro, è inevitabilmente influenzato da tante cose che vanno ad incidere sulla propria scelta, sulla propria reazione emotiva: la maggiore o minore sensibilità, l’educazione ricevuta, l’istruzione, l’ambiente socio familiare in cui vive. E’ come dire che spesso vediamo non tanto quello che un dipinto ci mostra, quanto ciò che siamo o ciò che conosciamo. E fino a quando tali condizioni ci consentono di trarne beneficio, non esiste alcun problema estetico: il bello che scorgiamo in un’opera d’arte ci viene incontro e ci dà piacere e conforto. Ma quando nella visione subentra un pregiudizio, quando scartiamo o consideriamo brutto un quadro che – per esempio - ha per soggetto una montagna innevata, mentre noi amiamo solo il mare, allora dobbiamo riconoscere le nostre ragioni sbagliate che, senza alcun fondamento estetico, ostacolano la ricerca del bello e ci privano di un piacere che altrimenti proveremmo.

In un quadro noi cerchiamo sempre quelle atmosfere e quelle sensazioni che più amiamo. Se uno dice di essere attratto dalla luce e dalla vita all’aria aperta, esprime un suo gusto personale che lo porta, probabilmente, a preferire la pittura degli espressionisti ed in particolare quella di Renoir. Qualcun altro potrebbe affermare che i contorni sfumati delle figure dipinte nei quadri del pittore francese, non riescono a trasmettergli quella tensione emotiva e quella bellezza che scorge, invece, nelle tele del Caravaggio, con quel suo gioco di luce e ombra dove i personaggi così ben delineati sembrano vivi, appena usciti da un contesto reale. Evidentemente sono percezioni differenti, che rimandano a sensibilità e preferenze diverse: il primo ama le situazioni delicate, un po’ sfumate, il secondo quelle intense e drammatiche. Non è pensabile, però, che colui a cui piace Caravaggio possa dichiarare che la pittura di Renoir sia brutta.

Come ci insegna il grande storico dell’arte Ernst Gombrich – autore di uno dei libri più belli che siano stati scritti sulla storia dell’arte - la bellezza di un quadro non risiede solo ed esclusivamente nella bellezza del soggetto rappresentato. Quando il pittore tedesco Albrecht Durer dipinse nel 1500 il suo famoso “autoritratto con pelliccia”, simile ad un Gesù Cristo sceso in terra, probabilmente desiderava esprimere tutto il suo narcisismo e voleva che anche noi ammirassimo la sua bellezza, quasi divina.
Durer - autoritratto

Probabilmente ci riuscì, perché quel disegno esprime fascino ed attrazione. Tuttavia la seduzione per i soggetti belli nell’arte non deve indurci a respingere opere che raffigurano soggetti meno belli. Anche il grande pittore olandese Rembrandt disegnò, negli ultimi anni della sua vita, un suo ritratto e a quest’opera dedicò tutto il suo impegno artistico, certamente lo stesso impegno che Durer aveva riservato alla sua effige.
Rembrandt - autoritratto

Il volto di Rembrandt non è bello come quello di Durer, tuttavia non si può dire che non abbia una sua forte intensità espressiva; quindi entrambi i quadri meritano il nostro interesse perché hanno la straordinaria capacità di evocare - con assoluta sincerità - la vanità dell’uomo (il primo) e la sua decadenza fisica, il secondo. Ciò che siamo ci viene raccontato dalla maestria di questi due artisti i quali sono riusciti a convertire in forme comprensibili i sentimenti umani.

Ma l’artista crea anche attraverso la propria immaginazione, rende visibile qualcosa che, forse, non riusciremmo mai ad immaginare, pur sollecitando attraverso la sua opera la nostra stessa immaginazione. Quando l’autore de “la città ideale” dipinse, nella seconda metà del 1400, questo famoso quadro che viene attribuito a tre diversi artisti (Piero della Francesca, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini), intendeva rappresentare gli ideali di perfezione, di armonia e di bellezza di un tessuto urbano rinascimentale. E non poteva immaginare altro. 
La città ideale

Ora, osservando bene questa raffigurazione, il mio pensiero non può che andare alle immagini – direi molto belle, se non avessimo quel “tarlo” nella testa che ci perseguita e deforma anche la nostra visione - delle tante, magnifiche piazze del nostro Paese, svuotate e rese quasi spettrali dal contagio che ci perseguita. E come non pensare, poi, alla pittura di Mario Sironi.
Mario Sironi - paesaggio urbano

Chiunque abbia presente la sua arte sa che l’artista sardo amava trasferire sulla tela suggestioni metafisiche e surreali, atmosfere cupe e desolate. Spesso dipingeva paesaggi urbani alienanti da cui non traspare la bellezza che si può cogliere nel dipinto precedente, ma soltanto solitudine. La solitudine dell’uomo nel suo contesto abitativo. Sembra quasi che bellezza e solitudine si rincorrano e si uniscano, nell’arte come nella vita. Oggi, forse nel momento più tragico della nostra esistenza, quando vediamo i nostri centri storici - autentici scrigni di bellezza – senza la presenza umana, ci assale un profondo e indescrivibile malessere. Eppure, prima del coronavirus, chissà quante volte, passeggiando per gli stessi luoghi sovraffollati e rumorosi ci è capitato di provare horror pleni, in contrapposizione all’horror vacui che stiamo vivendo.   
Roma - piazza del pantheon


domenica 8 marzo 2020

Il disagio esistenziale: da Camus a Bassani



Considero Giorgio Bassani uno dei nostri più grandi scrittori del Novecento. Tutti i suoi romanzi, tra cui “Il giardino dei Finzi Contini” – il più famoso - sono ambientati nella sua Ferrara, la città in cui trascorse l’infanzia e l’adolescenza, e raccontano le sorti della ricca borghesia ebraica della città estense (di cui egli stesso faceva parte) durante il regime fascista. Ho letto in questi giorni “L’airone” – il romanzo che si aggiudicò il Premio Campiello nel 1969 – e devo dire che sono rimasto particolarmente colpito dal suo disincantato protagonista - l’avvocato Edgardo Limentani – che simbolizza il profondo malessere esistenziale dell’uomo, tematica al centro della narrativa dello scrittore ferrarese. E mentre leggevo, mi sono ricordato di un altro personaggio della letteratura così somigliante all’avvocato Limentani: quel Meursault incontrato tra le pagine del romanzo di Albert Camus “Lo straniero”. Costui è un modesto e oscuro impiegato che vive ad Algeri il quale si fa arrestare e processare senza battere ciglio, dopo aver ammazzato per futili motivi un arabo che nemmeno conosce. Il personaggio di Bassani, invece, è un ricco proprietario terriero che in una nebbiosa e fredda domenica del 1947 (la storia è tutta incentrata nell’arco di questa giornata) decide di riprendere una sua antica passione abbandonata da tempo: la “caccia in botte” nelle valli della bassa ferrarese. Sebbene le vicende narrate nei due romanzi sopra menzionati siano molto diverse, entrambi i protagonisti sono accomunati dallo stesso disagio esistenziale, e vivono nella più completa apatia verso se stessi e il mondo che li circonda, trascinandosi in uno stato di indifferenza, di pigrizia, di solitudine e di estraneità. L’atmosfera che si respira nei due libri messi a confronto – raccontati attraverso il monologo interiore del protagonista – è mesta e rassegnata. Sia Meursault che Limentani, animati quasi da una tensione surreale, sembrano accettare passivamente gli eventi che accadono; sembra quasi che i fatti e le persone che hanno a che fare con loro li allontanino sempre di più dalla realtà delle cose.

Seguiamo passo dopo passo il protagonista del romanzo di Bassani – dall’istante in cui si sveglia ed esce di casa fino al suo rientro a tarda sera - nel suo lento itinerario alla guida della sua vecchia Aprilia, tra le valli nebbiose ed incerte della bassa padana. I suoi tempi, le sue azioni, i suoi movimenti sono descritti in maniera meticolosa e scanditi ossessivamente dal suo orologio. In questa lunga ed estenuante giornata l’avv. Limentani non fa altro che delirare; sembra che non ci sia più niente che non lo irriti, che non lo ferisca, che non lo disgusti: la caccia, il freddo, il pranzo in una bettola gestita da un fascista, l’incontro con un cugino che non vedeva da tempo, i paesi avvolti nella nebbia.

“Come erano tranquilli e beati gli altri, tutti gli altri – pensava – come erano bravi a godersi la vita”. Lui invece era disgustato di se stesso e e della propria esistenza. E tutto sembrava mescolarsi e confondersi, perfino il tempo, quello dei minuti e delle ore, pareva non contasse più nulla. E allora “dopo aver deciso quello che aveva deciso” di fare una volta ritornato a casa - dove lo aspettava una moglie che “sapeva recitare con compunzione la sua parte di dama della più eletta società cittadina”, mentre lui ancora non riusciva a capacitarsi di come avesse potuto sposarla – finisce per identificarsi in un airone imbalsamato, osservato al di là della vetrina di una bottega di un impagliatore di uccelli. E di fronte a quelle bestie “magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive”, si sente finalmente felice tanto da comprendere quanto fosse “stupida, ridicola, grottesca , la vita, la famosa vita, a guardarla dall’interno di una vetrina di imbalsamatore. E come ci si sentiva bene, immediatamente, al solo pensiero di piantarla con tutto quel monotono su e giù di mangiare e defecare, di bere e orinare, di dormire e vegliare, di andare in giro e stare, in cui la vita consisteva! Per la prima volta, forse, da quando era al mondo, gli capitava di pensare ai morti senza paura”.

A lettura ultimata, che ti lascia addosso una indicibile mestizia, viene spontaneo domandarsi: può considerarsi bello da leggere un libro che racconta un dramma esistenziale? Per me la risposta è si, quando l’autore, attraverso una narrazione struggente e malinconica - e le pagine conclusive del romanzo (che da sole valgono la lettura) ne sono la testimonianza – riesce ad esprimere sensibilità e capacità espressiva che lasciano un segno indelebile nell’animo del lettore.

giovedì 27 febbraio 2020

La vecchiaia, questa sconosciuta



Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla vecchiaia e, a tutt’oggi, il dibattito su questo tema, che ha affascinato i pensatori di tutte le epoche, risulta sempre di grande attualità. Anziano, vecchio, attempato, maturo, diversamente giovane: i nomi si sprecano per definire una condizione dell’esistenza che, prima o poi – se non intervengono impedimenti in itinere  - riguarda tutti noi. “Morir di vecchiaia – diceva Michel de Montaigne – è una morte rara, singolare e straordinaria, e tanto meno naturale delle altre; è l’ultima specie di morte, e la più difficile; più è lontana da noi, tanto meno possiamo sperare in essa; essa è senza dubbio il confine al di là del quale non andremo, e che la legge di natura ha prescritto non debba essere oltrepassato; ma è una sua rara concessione farci giungere fin là”.

Ma a che età comincia davvero la vecchiaia? A sessanta…a settanta…a ottant’anni? Qualcuno ha detto che comincia nel momento stesso in cui si nasce. La terza età (chiamiamola pure così, nella sua accezione più edulcorata) per me è arrivata all’improvviso, come un temporale estivo che si scatena inaspettato e ti coglie senza l’ombrello. Ero in pensione da poco, quando un mio amico - che non vedevo da tantissimi anni - incrociandomi per caso una mattina, dopo avermi osservato con attenzione per qualche istante, mi ha detto compiaciuto: ti trovo bene! L’ho ringraziato di cuore, naturalmente, però riflettendo su quell’affermazione apparentemente innocua, tanto cortese quanto indulgente, mi è venuto di pensare che mai prima di allora avevo ricevuto un siffatto apprezzamento. Quel “ti trovo bene” l’ho percepito in maniera ambigua, come a dire: vabbé, sono passati tanti anni, però vedo che ancora te la cavi e, tutto sommato, credevo di trovarti peggio di come sei. Ora, diciamocelo: per vedere come gli anni cambiano il tuo fisico, nessuno specchio è più affidabile della faccia di un tuo coetaneo che non vedi da molto tempo. E devo dire che, osservando la faccia alquanto stagionata del mio amico di gioventù, quella mattina ho capito che anch’io avevo imboccato quella fase calante dell’esistenza che lo specchio di casa - con cui faccio i conti tutti i giorni - non mi aveva ancora svelato. Ci rido sopra, ovviamente, eppure è così: ho avuto la sensazione, per la prima volta, di non essere più il giovane virgulto degli anni migliori.

Il tempo passa e se ne va, lasciando i suoi segni indelebili sulle cose, così come sul volto di una persona. E questo passaggio genera inevitabilmente sensazioni e sentimenti, a volte velati di malinconia. I giovani, per esempio, non avvertono mai il fluire del tempo perché la giovinezza - che apparentemente sembra un’età infinita - concede loro un privilegio che ad altri non è concesso e cioè quello di poterlo sprecare, il tempo, visto che ne hanno in abbondanza. A volte i giovani, anziché vivere con gioia il presente, non vedono l’ora di diventare grandi e indipendenti. Rinviano tutto al futuro, incapaci di cogliere l’attimo, che deve passare presto, affinché il domani arrivi quanto prima. Anch’io, quando ero ancora un giovane lavoratore, non vedevo l’ora che arrivasse il sabato e la domenica…le ferie estive…una certa ricorrenza…una determinata occasione. Erano i soli momenti, questi, in cui credevo di poter vivere ed essere felice. Troppe erano le ragioni per sperare che il tempo passasse il più velocemente possibile, che il presente diventasse futuro e in questa infinita attesa aspettando di avere già vissuto, andavo inesorabilmente incontro alla “vecchiaia”. E non me ne accorgevo. Ora, guardando indietro, ho l’impressione che almeno fino ai trent’anni il tempo sembra statico, che non passa mai; dopo i quaranta comincia a correre, passati i cinquanta precipita giù come un masso da una montagna e compiuti i sessanta - poiché ci si trova in età pensionabile - gli anni ruzzolano uno dietro l’altro a velocità inaudita, nonostante si viva l’illusione di giornate lunghissime, rese tali dai minori impegni e dai tempi più lenti del vivere quotidiano.

“Vorrei fermare il tempo in questo dolce istante”, così cantava negli anni sessanta/settanta il cantautore italo-belga Adamo, che forse solo quelli della mia età ricordano.  Ma il tempo non si può fermare. Eppure, oggi, nella società dell’efficienza a tutti i costi e della “dittatura della giovinezza”, in quest’epoca ormai proiettata verso un’aspettativa di vita vicina ai 100 anni, vige una sorta di convinzione di onnipotenza che induce a pensare - proprio nel momento in cui il tempo sta per travolgerti – di poter ritornare giovani attraverso un intervento di chirurgia estetica. Su questi penosi restauri non posso che stendere un velo pietoso perché la bellezza non è solo quella di superficie, fatta di esteriorità e immagine – che comunque ha una sua importanza – ma è soprattutto quella interiore, spirituale. E poi, non si può escludere che ha una sua straordinaria bellezza anche il volto di un anziano segnato dal tempo, con le sue rughe che raccontano storie ed esperienze di vita vissuta.

La terza età, che comincia a manifestarsi sul corpo e sulla mente con l’arrivo della pensione, non è una sciagura – come si vorrebbe far credere - ma l’inizio di un nuovo capitolo dell’esistenza che elargisce, senza alcuna enfasi, vantaggi e piacevolezze, ma anche rimpianti e sofferenze, a cui nessuno può sottrarsi. Essa irrompe, spietata, nella vita rappresentandone un ritaglio importante ed imprescindibile, facendoti comprendere l’estrema fragilità della condizione umana. Finalmente puoi accantonare il tempo fisico ed esteriore, quello regolato dagli orologi, dalla burocrazia, dalla pubblicità e dai ritmi lavorativi, e riconquistare quel tempo interiore, vitale e primario che scorre lento e sereno, guidato non più dalle convenzioni sociali, dalla fretta e dagli impegni, ma dai sentimenti, quelli veri, dagli affetti e dai ricordi. Non devi più firmare il cartellino, puoi pensare, leggere, scrivere, passeggiare, oziare, osservare, perché non hai più un padrone a cui rendere conto; sei affrancato dal “mercato” e da quell’abito sociale che ti era stato confezionato addosso; non devi più dimostrare nulla a nessuno e puoi finalmente appendere al famoso chiodo quei “tormenti più intimi” e seguire il consiglio di Lord Philip Chesterfiel, secondo cui fare certe cose ad una certa età non conviene perché “la fatica è tanta, il piacere è poco, la posizione è ridicola”. La vecchiaia ti apre ad un mondo nuovo e ti rende finalmente libero. Libero di essere te stesso senza falsi infingimenti. Libero dai lacci e dai lacciuoli imposti dalla società, dagli affari, dalle mode, dalla tecnologia.

mercoledì 19 febbraio 2020

La scomparsa del pensiero



Perché oggi un politico può vincere le elezioni raccontando menzogne? Perché la pubblicità, appellandosi ai nostri istinti più elementari, riesce a far credere che bevendo un caffè diventiamo belli come George Clooney? Perché i giovani copiano lo stile, i tic espressivi, i tatuaggi, il modo di vestire e di pettinarsi delle star del cinema e dei calciatori? Perché quando ci troviamo in un luogo sconosciuto camminiamo con lo sguardo incollato su Google Maps? Insomma, perché lasciamo che siano gli altri a pensare e a decidere al posto nostro e non facciamo nulla per invertire questa tendenza? Se lo chiede Ermanno Bencivenga – professore ordinario di filosofia presso l’Università della California – nel suo saggio “La scomparsa del pensiero” pubblicato da Feltrinelli.

L’autore, attraverso un’analisi approfondita e didascalica, arriva ad una conclusione inquietante: la nostra capacità di ragionare oggi è a rischio. Incombe la minaccia di una vera e propria mutazione antropologica che dissolve la peculiarità propria degli esseri umani, che è quella di pensare. Si tratta – dice il prof. Bencivenga - di una “catastrofe gentile che non squassa l’ambiente con uragani…e non semina cadaveri”, ma ci viene apparentemente incontro con un’offerta di aiuto che è ancora più devastante, perché “qualcun altro, qualcos’altro, ragionerà per noi”. I più esposti a questa deriva sono naturalmente i giovani, ipnotizzati dai loro cellulari e immersi in scambi virtuali con persone assenti, i quali non sono più in grado di prestare attenzione a nulla, costantemente distratti da un flusso continuo di informazioni e di messaggi visivi e sonori, troppo veloci e potenti rispetto ai tempi di elaborazione che il pensiero logico richiede. “I dispositivi elettronici – scrive Bencivenga – hanno eliminato la necessità di svolgere semplici, quotidiani esercizi deduttivi e hanno così pesantemente ridotto il fiorire della virtù logica che in questi esercizi trovava nutrimento”. In altre parole, è vero che la tecnologia ci libera da certe fatiche, ma è pur vero che affidandoci completamente a delle macchine fornite di intelligenza artificiale, finiamo per perdere quelle capacità sensoriali e cognitive indispensabili per riflettere e ragionare con la nostra testa.

venerdì 14 febbraio 2020

La solitudine del lettore



Chi ha una certa familiarità con i libri forse ha avuto modo di verificare quel benevolo “risentimento” che un‘azione così pacifica come quella di sfogliare e leggere un libro, può provocare in ogni occasione di coesistenza con il prossimo ed in particolare con le persone che hanno poca dimestichezza con la lettura. “Te ne stai sempre con un libro tra le mani…”: sono le parole che mi ripeteva spesso mia madre, soprattutto negli anni scolastici, quando mi vedeva intento nella lettura non propriamente finalizzata allo studio. Mia madre non è che volesse privarmi di un piacere, a lei sconosciuto, tuttavia, pur riconoscendo l’importanza della cultura e dell’istruzione - a cui lei non aveva avuto accesso, avendo frequentato solo la scuola dell’obbligo fino alla quarta elementare - scorgendomi sempre chino su un libro cercava, in qualche maniera, di distogliermi da quella condizione di solitudine che, comunque, genera la lettura. E poi tentava soprattutto di interrompere quel silenzio così ingombrante che si frapponeva tra di noi, silenzio che se per me era indispensabile, per lei significava rinunciare ad una possibile conversazione.

Chi legge, afferma sempre un’esigenza di solitudine, un bisogno di estraniarsi dal contesto sociale in cui si trova, per ricucirsi uno spazio intimo e personale dove non sono ammessi estranei. Questa condizione privilegiata - che  ti permette di “conversare” con uomini molto più interessanti di quelli che potresti incrociare nella quotidianità, e ti fa incontrare personaggi che diventano tuoi amici fidati - spesso viene osteggiata dalle stesse persone che ti vogliono bene, le quali avvertono quasi la necessità di richiamarti nell’alveo di quel tessuto socio-familiare fatto di relazioni colloquiali, dal quale la lettura ti allontana. Sotto questo aspetto, leggere appare agli occhi degli altri quasi come una forma di misantropia, di distacco dalla realtà circostante che il piacere della lettura, comunque, non può sempre compensare.

Leggere un libro richiede solitudine e silenzio, contemplazione e lentezza, qualità poco attinenti ai tempi nevrotici in cui viviamo, sempre più afflitti dalla fretta e da un inquinamento visivo e sonoro che non danno scampo. C’è da dire, però, che finché la lettura costituisce per noi la chiave per aprire quegli spazi in cui da soli non saremmo mai capaci di entrare, la funzione che essa svolge nella vita quotidiana è assai benefica. Diventa invece quasi dannosa quando - anziché risvegliare lo spirito critico di ognuno di noi e indirizzare il nostro sguardo verso una visione più nobile del mondo e della vita - tende a sostituirsi alla vita stessa, illudendoci che possano bastare le pagine di un libro - seppure scritte da un grande della letteratura - per risolvere tutti i nostri problemi esistenziali.

lunedì 3 febbraio 2020

In viaggio con Leopardi



Giacomo Leopardi non era un viaggiatore – come certi artisti e letterati del suo tempo che non rinunciavano mai al cosiddetto “gran tour” - tanto meno era scrittore di letteratura di viaggio, visto che non ci ha lasciato libri di questo genere. Più che farli, probabilmente Leopardi preferiva immaginarli i suoi viaggi, perché il muoversi per lui significava “separazione e fatica” e in questa sua “proiezione immaginaria” così scriveva nello Zibaldone: “è assai più dolce il ricordarsi del bene (non mai provato, ma che in lontananza sembra d’aver provato) che il goderne, come è più dolce lo sperarlo, perché in lontananza sembra di poterlo gustare”. I suoi tragitti, a volte molto brevi, si risolvevano sempre “in fughe disperate e in ritorni angosciosi”,  come scrive Attilio Brilli, autore di un libro molto piacevole che si intitola “In viaggio con Leopardi” (il Mulino). Parlare, quindi, di questi spostamenti da/per le principali città italiane quali Roma, Bologna, Milano, Venezia, Firenze, Pisa, Napoli… significa innanzitutto scoprire quel suo bisogno di evadere dal “natio borgo selvaggio”; ma significa anche rivivere le sue insoddisfazioni e le sue paure che nascevano nel momento stesso in cui doveva lasciare la casa paterna.

Il libro ripercorre luoghi e città – fra il 1822 e il 1833 – visti e raccontati attraverso le lettere che il poeta inviava a familiari ed amici, dove ritroviamo la sensibilità e la sottigliezza delle osservazioni di uno degli ingegni più grandi della nostra letteratura. E non mancano, nel libro, le belle e profonde riflessioni di altri viaggiatori dell’Ottocento – quali Hutton, Lady Morgan, Stendhal, Ruskin, Hazlitt, Vieusseux) che si ritrovavano a percorrere gli stessi itinerari,  quasi a voler mettere a confronto stati d’animo differenti nell’osservare lo stesso luogo. Scrive Brilli che un luogo visitato o solo intravisto dalla carrozza, per Leopardi, era tanto più seducente ed interessante quanto più riusciva quel luogo a stimolare la memoria del borgo nativo, come a dire che anche quando si trovava in un’altra città, lui cercava sempre quelle “rimembranze” che gli ricordassero l’ambiente della sua Recanati, il suo “carcere” amato e odiato. Leopardi, insomma, non aveva una grande capacità di entrare in sintonia con un luogo che non fosse quello d’origine, verso il quale si riversavano comunque i ben noti motivi di rigetto. Lo dice in una lettera indirizzata al padre il 3 ottobre 1825, mentre si trovava a Bologna: “Io non cerco altro che libertà, e facoltà di studiare senza ammazzarmi. Ma veramente non trovo in nessun luogo né la libertà né i comodi di casa mia…”. Nelle sue parole si coglie sempre un senso di estraneità e rifiuto nei confronti della grande città, dove non riesce a coltivare rapporti di solidarietà e amicizia. Una lettera inviata al fratello Carlo, due giorni dopo il suo arrivo a Roma, nel 1822, rivela tutta la delusione e il disagio che gli procura la città eterna: “…delle gran cose che io vedo non provo il minimo piacere, perché conosco che sono meravigliose ma non le sento, e t’accerto che la moltitudine e la grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno…”. Neanche Milano sembra conquistarlo. E se a Stendhal - che l’aveva visitata non molto tempo prima – era apparsa una meta ideale in cui “bighellonare” tra i suoi monumenti che gli offrivano “un’idea della bellezza lombarda, una delle più conturbanti”, al poeta recanatese, invece, il capoluogo lombardo era sembrato  “insociale” dove non si poteva “fare altra vita che quella del letterato solitario”. Aveva apprezzato, però, la calda atmosfera e la buona accoglienza che gli offriva Bologna, una città a misura d’uomo, dove aveva “contratto più amicizie assai in nove giorni, che a Roma in cinque mesi”. Così come era rimasto incantato dalla bellezza e dal clima di Pisa, che tanto bene procurava al suo fisico malandato. E poi c’è Napoli che è una città – come scrive Brilli – “sempre sul punto di essere travolta dai detriti dei luoghi comuni dai quali non fu del tutto immune nemmeno Leopardi”. Il poeta visse quel suo lungo soggiorno a Napoli – vi era arrivato assieme all’amico Antonio Ranieri - come un ospite precario “separatissimo dalla gente” ed il suo risentimento nei confronti della città e dei suoi abitanti, definiti “Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei” affiora spesso nelle sue lettere.

Come tutti i libri di viaggio – di cui sono un estimatore, lo confesso – anche questo piccolo saggio l’ho gustato con squisita lentezza, interrompendo ogni tanto la lettura per soffermami con la fantasia sulle incredibili peripezie e sugli  inconvenienti cui andavano incontro i viaggiatore di un tempo: le strade insicure e malridotte, le carrozze, le soste alle locande, gli incidenti di percorso. Nulla a che vedere con i viaggi dei nostri tempi. Queste letture le consiglio solo a coloro che sanno viaggiare senza partire, e che amano intraprendere un viaggio nel viaggio, traendo diletto dalle esperienze e dalle descrizioni di chi ha visitato luoghi incontaminati, non ancora stravolti dal turismo di massa. Leggere i pensieri di un grande viaggiatore del passato – mi viene in mente Goethe, Ruskin, Piovene – non è come ascoltare passivamente il racconto di un amico al ritorno dalle sue vacanze estive. Quest’ultimo, con enfasi autocelebrativa, non fa che sciorinare un elenco infinito di cose e di luoghi visitati, costringendoti a guardare un migliaio di foto catturate con il suo smartphone, incurante della noia che dopo un po’ ti assale. Il grande scrittore/viaggiatore, invece, senza nessuna fotografia ma solo con parole, le più suggestive, ha la straordinaria capacità non solo di raccontare il fascino di un luogo, ma anche di trasmettere la sua emozione al cospetto della bellezza, nonché la sua repulsione di fronte alla bruttezza: sensazioni, queste, che diventano nostre attraverso la lettura.



venerdì 24 gennaio 2020

Arte e pubblicità



Qualcuno certamente ricorderà quella raccapricciante immagine di qualche anno fa riguardante il David di Michelangelo - simbolo della Firenze rinascimentale – che imbraccia una mitragliatrice, grazie ad un abile fotomontaggio. Si trattava di una campagna pubblicitaria di un’azienda americana produttrice di armi, la quale, senza alcuna autorizzazione e senza alcuna vergogna, aveva avuto la brillante idea di trasformare quel capolavoro dell’arte universale in un rambo grottesco. Inoltre, allo stesso David, una nota azienda di abbigliamento pensò bene di infilargli pure un paio di jeans fino al ginocchio: da rambo pronto alla battaglia a indossatore per una sfilata di moda, il passaggio fu breve. Credo  che la salma di Michelangelo si rigiri ancora nella tomba. Ma non è finita qui, perché la celebre scultura si poteva anche ammirare, inquadrata di spalle, sui manifesti affissi in alcune città italiane con un prosciutto a tracolla a mò di zaino. E che dire, poi, delle campagne pubblicitarie create intorno alla “povera” Gioconda: stravolta e sbeffeggiata in tutte le salse e credo che molte persone, oggi, facciano fatica a comprendere ed a distinguere il dipinto originale dall’immagine deformata. Si potrebbe continuare, perché gli esempi di aziende che ricorrono alle immagini di opere d’arte per promuovere i loro prodotti sono davvero tanti.

Pubblicità ed arte sono due mondi molto distanti l’uno dall’altro e con fini assai divergenti; pertanto non credo proprio che possano incontrarsi ed amalgamarsi: la prima crea desideri e bisogni e spinge le persone a comprare in maniera compulsiva delle cose, la seconda incoraggia le persone a riflettere sul bello elevando i loro desideri e selezionando i loro bisogni. C’è da dire, inoltre, che da un pò di tempo a questa parte ha preso piede un’altra strategia di marketing, rappresentata da quei giganteschi pannelli pubblicitari che coprono le facciate di interi palazzi in restauro nei centri storici di molte città d’arte. Una violenza visiva, questa, davvero insopportabile resa ancora più scioccante quando il cartellone riveste un’intera chiesa, un’antica fontana o un monumento importante. Anche queste aziende, in maniera diversa rispetto a quelle che “rubano” un’ immagine artistica, sfruttano l’arte per sponsorizzare le proprie mercanzie, i cui profitti e ritorni di immagine sono di gran lunga superiori ai finanziamenti dovuti per il restauro. Secondo me, con queste operazioni si altera il messaggio insito nell’arte, che è un messaggio culturale che tocca le corde più sensibili del nostro animo e non può diventare la rendita di una griffe, che arruola Michelangelo e Leonardo tra i propri testimonial. Non è giustificabile che un marchio di fabbrica possa appropriarsi del nostro patrimonio artistico ed architettonico, accostando il suo contenuto più profondo alla merce pubblicizzata e beneficiandone in termini di prestigio e di profitto. Accreditare l’idea che una basilica paleocristiana o una dimora gentilizia siano luoghi commerciali anziché luoghi dello spirito, è un errore che andrebbe evitato. Il patrimonio storico-artistico, tutto, dovrebbe essere sottratto al potere del mercato che oramai divora e fagocita ogni cosa, compreso il sacro insito in un’opera d’arte frutto dell’ingegno umano.

venerdì 17 gennaio 2020

Il volto della folla



Con l’avvento della società di massa – conseguenza dell’industrializzazione e della globalizzazione - si è andato sempre di più espandendo un nuovo soggetto sociale: la folla. Questa la si può osservare in qualsiasi contesto: allo stadio durante una partita di calcio o in piazza in occasione di un comizio politico… uno spettacolo… una manifestazione, in un centro commerciale come in una strada cittadina durante le ore dedicate allo “struscio”, in una stazione ferroviaria come in un teatro. E da qualche anno a questa parte, se n'è aggiunta un'altra: la folla sul web e sui cosiddetti social. Scrittori e filosofi, sociologi e poeti si sono da sempre interrogati sui comportamenti sia della folla che degli individui di cui ne fanno parte. Già Seneca, in una lettera all’amico Lucilio, scriveva: “mi chiedi che cosa tu debba specialmente evitare. Rispondo: la folla. La compagnia della moltitudine è dannosa: c’è sempre qualcuno che ci rende gradevole un vizio o, senza che ce ne accorgiamo, ce lo trasmette in tutto o in parte. Più sono le persone con cui viviamo, maggiore è il pericolo”.  Nell’Ottocento, Maupassant affermava di avere “orrore delle folle” e che non poteva entrare in un teatro  né assistere a una festa pubblica senza provare subito “un disagio strano, insostenibile, uno snervamento penoso”. Egli aveva constatato che “l’intelligenza cresce e si innalza quando si è da soli, e che diminuisce e si abbassa quando ci si mischia con gli altri”. Un concetto, questo, già anticipato nel Seicento dal filosofo Michel de Montaigne, il quale scriveva:  “quando gli uomini si riuniscono  le loro teste si restringono”. Gli si può mai dare torto? Lo confesso: la folla non mi piace e la evito, in ogni sua declinazione. Forse le ho pure frequentate nel passato, ma ora alle folle delle arene plaudenti e vocianti e festanti, preferisco il silenzio e la solitudine dei monasteri. Alle adunate in piazza scelgo la contemplazione in un angolo appartato.

Ho appena finito di leggere un saggio intitolato “Il volto della folla” (Società editrice il Mulino), scritto dalla prof.ssa Michela Nacci che insegna Storia delle dottrine politiche all’Università di Firenze. E’ un libro interessante, anche se a volte può apparire come un testo didattico per soli addetti ai lavori; un libro che prende in esame la psicologia di una massa di persone riunita in un determinato posto, i cui componenti si comportano in modo unanime, formando una sorta di soggetto collettivo che è “individuale e insieme plurale”. L’analisi della prof.ssa Nacci – che è suffragata da tesi sociologiche oltre che da argomentazioni proprie dell’antropologia criminale e della psichiatria - offre una visione davvero esaustiva di un fenomeno sociale che ha sempre appassionato gli osservatori.

La folla, scrive la Nacci nel suo libro, è ormai diventata la protagonista della vita politica e sociale: è irrazionale, istintiva, passionale, ama o odia senza distinzioni, risponde al carisma di un leader, rifiuta ed allontana chi dissente, accetta o respinge in blocco, circoscrive un nemico esterno e fonda la sua unità sulla lotta a quel nemico; è il soggetto – come si dice - che vota e prende le sue decisioni con la pancia. La folla non parla, ma inveisce e urla, non ragiona ma applaude freneticamente, usa le parole non per distinguere e scegliere ma per infiammare gli animi. L’individuo e le sue caratteristiche socio-culturali nella folla vanno perduti; nella folla si verifica un’imitazione per contagio che conduce all’azione unitaria: qualcuno grida e tutti gridano, qualcuno applaude e tutti applaudono, qualcuno fugge e tutti fuggono. “Quando gli individui entrano a far parte della folla – sostiene l’autrice del saggio – perdono la loro personalità e acquisiscono una personalità collettiva. La folla ha un suo volto, un suo carattere, suoi occhi per vedere e bocca per parlare, suoi istinti e sue emozioni, un suo rapporto specifico tra ragione e istinti, tra ragione e passioni. La folla è un individuo formato da tanti individui. Pensa, sente e agisce come un essere solo. Annulla ogni differenza che esiste al suo interno e rende tutti i suoi componenti identici gli uni agli altri. Il capo non fa che esprimere l’essenza della folla, la sua personalità specifica”.

Ma l’epoca attuale – sostiene infine la prof.ssa Nacci – sembra caratterizzata oltre che dalla folla (da cui, comunque, si può uscire se uno ne fa parte o scegliere di non farne parte mentre si sta formando), dalla “moltitudine” da cui è impossibile sfuggire, perché “è la modernità che l’ha creata, così come ha creato i meccanismi della sua eguaglianza, della sua omologazione della sua passività. Lo afferma Tocqueville quando parla dell’uguaglianza americana. Lo afferma Riesman quando parla non solo delle case tutte uguali nelle quali tutti guardano la televisione, ma del desiderio di adeguarsi alle aspettative altrui che caratterizza ognuno. La forza che crea la moltitudine striscia inavvertitamente nelle nostre case e nelle nostre vite e, come notava Rimbaud, ci rende simili mentre neppure ce ne accorgiamo”.