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lunedì 3 febbraio 2020

In viaggio con Leopardi



Giacomo Leopardi non era un viaggiatore – come certi artisti e letterati del suo tempo che non rinunciavano mai al cosiddetto “gran tour” - tanto meno era scrittore di letteratura di viaggio, visto che non ci ha lasciato libri di questo genere. Più che farli, probabilmente Leopardi preferiva immaginarli i suoi viaggi, perché il muoversi per lui significava “separazione e fatica” e in questa sua “proiezione immaginaria” così scriveva nello Zibaldone: “è assai più dolce il ricordarsi del bene (non mai provato, ma che in lontananza sembra d’aver provato) che il goderne, come è più dolce lo sperarlo, perché in lontananza sembra di poterlo gustare”. I suoi tragitti, a volte molto brevi, si risolvevano sempre “in fughe disperate e in ritorni angosciosi”,  come scrive Attilio Brilli, autore di un libro molto piacevole che si intitola “In viaggio con Leopardi” (il Mulino). Parlare, quindi, di questi spostamenti da/per le principali città italiane quali Roma, Bologna, Milano, Venezia, Firenze, Pisa, Napoli… significa innanzitutto scoprire quel suo bisogno di evadere dal “natio borgo selvaggio”; ma significa anche rivivere le sue insoddisfazioni e le sue paure che nascevano nel momento stesso in cui doveva lasciare la casa paterna.

Il libro ripercorre luoghi e città – fra il 1822 e il 1833 – visti e raccontati attraverso le lettere che il poeta inviava a familiari ed amici, dove ritroviamo la sensibilità e la sottigliezza delle osservazioni di uno degli ingegni più grandi della nostra letteratura. E non mancano, nel libro, le belle e profonde riflessioni di altri viaggiatori dell’Ottocento – quali Hutton, Lady Morgan, Stendhal, Ruskin, Hazlitt, Vieusseux) che si ritrovavano a percorrere gli stessi itinerari,  quasi a voler mettere a confronto stati d’animo differenti nell’osservare lo stesso luogo. Scrive Brilli che un luogo visitato o solo intravisto dalla carrozza, per Leopardi, era tanto più seducente ed interessante quanto più riusciva quel luogo a stimolare la memoria del borgo nativo, come a dire che anche quando si trovava in un’altra città, lui cercava sempre quelle “rimembranze” che gli ricordassero l’ambiente della sua Recanati, il suo “carcere” amato e odiato. Leopardi, insomma, non aveva una grande capacità di entrare in sintonia con un luogo che non fosse quello d’origine, verso il quale si riversavano comunque i ben noti motivi di rigetto. Lo dice in una lettera indirizzata al padre il 3 ottobre 1825, mentre si trovava a Bologna: “Io non cerco altro che libertà, e facoltà di studiare senza ammazzarmi. Ma veramente non trovo in nessun luogo né la libertà né i comodi di casa mia…”. Nelle sue parole si coglie sempre un senso di estraneità e rifiuto nei confronti della grande città, dove non riesce a coltivare rapporti di solidarietà e amicizia. Una lettera inviata al fratello Carlo, due giorni dopo il suo arrivo a Roma, nel 1822, rivela tutta la delusione e il disagio che gli procura la città eterna: “…delle gran cose che io vedo non provo il minimo piacere, perché conosco che sono meravigliose ma non le sento, e t’accerto che la moltitudine e la grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno…”. Neanche Milano sembra conquistarlo. E se a Stendhal - che l’aveva visitata non molto tempo prima – era apparsa una meta ideale in cui “bighellonare” tra i suoi monumenti che gli offrivano “un’idea della bellezza lombarda, una delle più conturbanti”, al poeta recanatese, invece, il capoluogo lombardo era sembrato  “insociale” dove non si poteva “fare altra vita che quella del letterato solitario”. Aveva apprezzato, però, la calda atmosfera e la buona accoglienza che gli offriva Bologna, una città a misura d’uomo, dove aveva “contratto più amicizie assai in nove giorni, che a Roma in cinque mesi”. Così come era rimasto incantato dalla bellezza e dal clima di Pisa, che tanto bene procurava al suo fisico malandato. E poi c’è Napoli che è una città – come scrive Brilli – “sempre sul punto di essere travolta dai detriti dei luoghi comuni dai quali non fu del tutto immune nemmeno Leopardi”. Il poeta visse quel suo lungo soggiorno a Napoli – vi era arrivato assieme all’amico Antonio Ranieri - come un ospite precario “separatissimo dalla gente” ed il suo risentimento nei confronti della città e dei suoi abitanti, definiti “Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei” affiora spesso nelle sue lettere.

Come tutti i libri di viaggio – di cui sono un estimatore, lo confesso – anche questo piccolo saggio l’ho gustato con squisita lentezza, interrompendo ogni tanto la lettura per soffermami con la fantasia sulle incredibili peripezie e sugli  inconvenienti cui andavano incontro i viaggiatore di un tempo: le strade insicure e malridotte, le carrozze, le soste alle locande, gli incidenti di percorso. Nulla a che vedere con i viaggi dei nostri tempi. Queste letture le consiglio solo a coloro che sanno viaggiare senza partire, e che amano intraprendere un viaggio nel viaggio, traendo diletto dalle esperienze e dalle descrizioni di chi ha visitato luoghi incontaminati, non ancora stravolti dal turismo di massa. Leggere i pensieri di un grande viaggiatore del passato – mi viene in mente Goethe, Ruskin, Piovene – non è come ascoltare passivamente il racconto di un amico al ritorno dalle sue vacanze estive. Quest’ultimo, con enfasi autocelebrativa, non fa che sciorinare un elenco infinito di cose e di luoghi visitati, costringendoti a guardare un migliaio di foto catturate con il suo smartphone, incurante della noia che dopo un po’ ti assale. Il grande scrittore/viaggiatore, invece, senza nessuna fotografia ma solo con parole, le più suggestive, ha la straordinaria capacità non solo di raccontare il fascino di un luogo, ma anche di trasmettere la sua emozione al cospetto della bellezza, nonché la sua repulsione di fronte alla bruttezza: sensazioni, queste, che diventano nostre attraverso la lettura.



10 commenti:

  1. Di Brilli ho in attesa... Quando viaggiare era un'arte, con questa altra curiosità che hai innescato, come non allungare la lista?
    Faccio lunghi viaggi la notte, nei luoghi, nel tempo e nei mille sentimenti umani, poi, ultimamente, spengo nelle mattinate e mi addormento paga del sapore e dell'atmosfera che rubo ai libri.

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    1. Attilio Brilli è uno dei massimi esperti della letteratura di viaggio, un filone letterario che io apprezzo molto...e noto che anche a te piace viaggiare senza partire. :)
      Ciao Gingi

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  2. A Leopardi l'evasione, come capita a taluni autentici reclusi, risulta più insoddisfacente della propria prigione.
    massimolegnani

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    1. E' vero quel che dici: Leopardi provava ad evadere da quel carcere che era Recanati, tuttavia non vedeva l'ora di rientrare perchè il trauma che gli procurava l'evasione era sempre meno sopportabile della reclusione. Ciao Carlo

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  3. Leggo spesso le tue recensioni. Hai un modo molto avvolgente di raccontare un libro. E poi mi piace quando fai parlare l'autore entrando tra le pagine del testo. Francesco

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    1. Grazie, Francesco, per il tuo apprezzamento. E' vero, quando scrivo di libri mi piace estrarre dal testo parole e pensieri dell'autore. Credo che sia il modo più appropriato e serio per far conoscere una storia. Diciamo che mi servo delle stesse parole dell’autore del libro per puntellare le mie modeste “recensioni”. Ciao

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  4. Ciao, Pino! Per caso, come di solito succede, ho scoperto il tuo blog.Ti seguirò:-)
    Giacinta

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    1. Ciao Giacinta, benvenuta qui. Se mi segui non può che farmi piacere :)

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  5. interessantissima recensione. occasione in più per indagare ulteriormente nell'animo tormentato di Leopardi.
    complimenti per il sito..

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