sabato 30 marzo 2019

Bellezza e morte a Venezia



“…la parola può, sì, celebrare la bellezza, ma non è capace di esprimerla”
Il conflitto tra l’arte e la vita, che a volte può generare una presunta “diversità” dell’artista rispetto alla “normalità” dei comuni mortali, è un tema molto suggestivo che da sempre affascina gli scrittori. Questo aspetto affiora prepotente nell’opera di Thomas Mann, in particolare in un suo libro molto famoso “La morte a Venezia”, che rappresenta – secondo me - una delle più alte espressioni artistiche della letteratura di tutti i tempi. E’ un’opera d’arte, alla stregua di un dipinto di Leonardo o di una scultura di Michelangelo. Quando mi trovo a dover parlare di un libro così importante – l’ho riletto in questi giorni – mi trovo in difficoltà, mi sento inadeguato, e mi chiedo cosa potrei mai scrivere che non sia già stato scritto da persone molto più autorevoli e competenti di me.
Con questo breve romanzo (meno di cento pagine, scritto nel 1912), lo scrittore tedesco eleva la condizione spirituale di uno dei suoi personaggi più controversi - Gustav Aschenbach - ad un tale livello di esaltazione estetica, da creare un distacco incolmabile tra la sua esistenza di artista e amante del bello e la realtà circostante. Aschenbach è un noto e celebrato scrittore sui cinquant’anni, che riesce a conquistare con le sue opere letterarie sia l’apprezzamento del largo pubblico che la stima severa dei raffinati. Ha scelto Monaco di Baviera come residenza stabile, dopo la morte della moglie, ma trascorre tutte le estati, in solitudine, nella sua casa rustica in montagna. Conduce un’esistenza borghese, metodica, quasi monacale, senza trasgressioni. Ma un bel giorno decide di fare un viaggio, viene preso da un desiderio smanioso di liberazione e di fuga dal quotidiano, sente la necessità “di un periodo di vita nomade”. Dopo qualche breve riflessione sul dove andare, sceglie Venezia. E in questa città “che affascina irresistibilmente le persone colte”, si imbatte in un bellissimo adolescente, che alloggia con la sua famiglia nel suo stesso albergo. Di fronte a questa visione i suoi sentimenti ed i suoi istinti vengono improvvisamente sconvolti; egli sente crollare la propria identità e non riesce più a trovare un giusto equilibrio tra ragione e passione, tra corpo e anima. Il ragazzo “era di una bellezza perfetta – racconta la voce narrante del libro - Il suo viso, pallido e graziosamente chiuso, attorniato da ricci color del miele, col naso diritto, la bocca amabile, un’espressione di gentile e divina serietà, ricordava le sculture greche dei tempi più nobili, e accanto alla purissima perfezione della forma recava un fascino così unico e personale, che parve al riguardante di non aver mai veduto né in arte né in natura nulla di così felicemente riuscito…” . Aschenbach, in un primo momento, si rifiuta di riconoscere la sua omosessualità, l’attrazione erotica che prova nei confronti di quel ragazzo, non vuole ammettere a se stesso il fuoco interiore che lo divora; attribuisce a quel suo sentimento un puro richiamo estetico e contemplativo, persuadendosi  che la sensazione di benessere che prova osservando quella “visione divina” è simile al piacere che si verifica quando si crea un’opera d’arte o quando ci si trova dinanzi ad un capolavoro architettonico. Insomma il bellissimo Tadzio è un’opera d’arte vivente, una scultura che cammina e come tale lui l’ammira. Ma queste deboli scuse a difesa della sua stima personale e professionale, della sua intransigenza morale, in breve tempo crollano: l’anziano letterato, innamorato follemente dell’efebico ragazzo, finisce per favorire i suoi istinti deliranti, la sua ebbrezza sensuale e - pur di carpire un suo sguardo fugace – si trucca e si tinge i capelli per sembrare più giovane ai suoi occhi, lo pedina furtivamente, lo spia, lo insegue, si apposta per vederlo passare, lo cerca accaldato ed esausto per i vicoli di una Venezia oppressa dal caldo e dal contagio della peste che incombe….insomma, si copre di ridicolo, pur di attirare la sua attenzione, in un esasperato crescendo di cupa e autodistruttiva attrazione morbosa…”poiché la passione soffoca il discernimento e s’abbandona in buona fede a piaceri che la sana ragione giudicherebbe ridicoli o rifiuterebbe con fastidio”.
“La morte a Venezia” è un’opera letteraria di rara bellezza: elegante, delicata e malinconica si presta a innumerevoli chiavi di lettura. In essa troviamo le più straordinarie riflessioni sull’arte e sull’idea della bellezza; vi troviamo la passione che tutto travolge e il tempo che passa lasciando i suoi segni; vi troviamo la malattia e la morte, che si fondono in un connubio fatale con la bellezza. Il tutto amalgamato in una Venezia distante e decadente, con le sue calli anguste e la sua laguna torbida, popolata da figure di contorno inquietanti, alle prese con un’epidemia che miete vittime e che le autorità cercano di nascondere per non diffondere allarmismi. Thomas Mann ci spinge - con la sua prosa colta e raffinata - a tollerare un uomo che oggi verrebbe classificato come pedofilo, ci fa schierare a favore di un personaggio come Aschenbach nonostante i suoi immorali e indegni propositi. Solo la grande letteratura riesce a fare questi miracoli.

domenica 24 marzo 2019

Quando un filosofo ti viene a trovare

Seneca


Ma i filosofi dell’antichità, attraverso gli scritti che sono arrivati fino a noi, possono ancora oggi dirci qualcosa di utile e confortante sulle cause delle nostre maggiori afflizioni? Quei pensatori che un tempo erano considerati “saggi”, sono in grado di lenire le nostre sofferenze dell’anima? Confesso che mi sono sempre posto queste domande, fin dai tempi del liceo, quando la filosofia era, per noi studenti, croce e delizia. Con il passare del tempo (lontano dall’ambiente scolastico, dai voti e dai professori), mi sono avvicinato a questa scienza del pensare, forse con la speranza di diventare più saggio, in una società in cui la saggezza, se fosse in vendita, non troverebbe acquirenti. Li ho rivalutati con grande piacere, quei sapienti dell’antichità: penso in maniera particolare a Seneca, Epicuro, Lucrezio fino ad arrivare a Schopenhauer e Montaigne. Li considero dei veri e propri curatori dell’anima, alla maniera dei moderni psicanalisti. E poi – diciamocelo – rispetto a quest’ultimi, i filosofi costano davvero poco: basta solo procurarsi qualche libro. Certo, esistono enormi differenze di pensiero e penso che se oggi potessimo immaginare tutti i grandi filosofi riuniti in un consesso internazionale, non solo avrebbero difficoltà a comunicare tra di loro, ma credo che dopo un po’ finirebbero per litigare.
Mi è capitato di leggere, in questi giorni, un libro godibilissimo, “Quando la vita ti viene a trovare” con sottotitolo “Lucrezio, Seneca e noi”, scritto da Ivano Dionigi, un filosofo e professore ordinario di letteratura latina. Questo autore, dopo aver fatto un accurato excursus storico tra le due maggiori e antagoniste scuole filosofiche, lo Stoicismo e l’Epicureismo, immagina un divertente dialogo tra i due principali seguaci di queste due correnti filosofiche, vissuti in epoche assai diverse: lo stoico Seneca e l’epicureo Lucrezio, simboli e paradigmi di due concezioni e tradizioni rivali del mondo. In questo dialogo immaginario i due filosofi si rimbeccano a vicenda, si accusano, si sfottono…ma in fondo si ha l’impressione che si stimino molto.

Lucrezio

Il primo a parlare è Seneca: dice di essere molto contento di conoscere di persona un uomo come Lucrezio, che aveva ammirato sui libri; tuttavia vorrebbe sapere qualcosa di lui, perché nei suoi settemila versi del “De rerum natura” non c’è nulla della sua vita privata. E Lucrezio, di rimando, gli risponde che non ha mai amato confronti e confidenze con estranei, che lui si è sempre tenuto lontano dai luoghi invasi dalla folla e dal clamore, luoghi che invece sono familiari al suo avversario, come Campo Marzio, il Circo Massimo e soprattutto il Foro. A voi Stoici che fate politica – continua ancora Lucrezio – interessano solo i rapporti umani manipolabili, a noi, invece, le relazioni con le cose che sono indelebili. Seneca, peraltro, non appare particolarmente colpito da queste accuse e gli sottolinea che a dispetto delle tante polemiche, loro due sono comunque legati da molte cose e che i loro capiscuola, Zenone ed Epicuro, erano due maestri di libertà e autonomia che avevano predicato l’impassibilità (il primo), e l’imperturbabilità, il secondo. Il filosofo romano, inoltre, invita Lucrezio a non cercare rivalse e risarcimenti perché le loro dottrine cercano la stessa felicità, coltivano la stessa idea del saggio, provano la medesima diffidenza per il volgo. Lucrezio, gli ribatte, che gli Epicurei erano stati espulsi da Roma e perseguitati, mentre gli Stoici venivano considerati precursori del Cristianesimo. Nonostante il messaggio epicureo avesse tanti punti in comune con quello cristiano: il concetto di amicizia, il valore della comunità, l’attenzione verso gli emarginati come le donne e gli schiavi. E poi, conclude Lucrezio, Epicuro è stato il nostro vero dio. Caro Lucrezio - obietta allora Seneca – devi sapere che ogni volta che l’uomo ha messo sugli altari un altro uomo, ne sono seguiti mostri, fondamentalismi, ideologie totalitarie e sanguinarie. E se tutti gli uomini seguissero la vostra dottrina, non ci sarebbe futuro, senza religione, senza politica, senza matrimonio. Al che, Lucrezio, risponde che Seneca predica bene e razzola male, tant’è che ha praticato per tutta la vita la politica, arricchendosi, per finire poi a fare l’elogio della solitudine e del ritiro dalla vita pubblica. Ma se ne dicono ancora…

Un dialogo davvero bello, divertente e istruttivo che ripercorre l’intero pensiero dei due grandi filosofi dell’antichità. Scrive il prof. Dionigi: “Ogni volta che ti schieri per l’uno ti assale il dubbio che la ragione stia con l’altro: perché entrambi hanno scritto per noi e di noi. Icone della bigamia del nostro pensiero e della nostra anima”.



venerdì 15 marzo 2019

Malati di notizie



Da ragazzo vivevo in un piccolo paese del salernitano, dove ogni giorno un corriere portava  – presso la stessa bottega che vendeva pane, formaggi e altri generi alimentari – 4 copie di uno storico giornale, il “Roma”, che si stampava a Napoli: uno era per il sindaco, il secondo per il medico, il terzo per il parroco e l’altro per il maestro elementare del paese (che era stato anche il mio maestro), il quale, abitando vicino alla nostra casa, me lo cedeva subito dopo averlo letto. Provavo una grande gioia quando mi ritrovavo tra le mani quello strumento cartaceo, che mi proiettava nel mondo dell’informazione. La verità è che cominciavo ad avere fame di notizie in una realtà in cui le notizie, allora, viaggiavano ancora con estrema difficoltà, con lentezza. C’era la radio, la televisione era appena arrivata dalle nostre parti e non tutti ce l’avevano (ricordo che andavo a vederla in un bar o a casa di un amico) ed i giornali non erano ancora diffusi in maniera capillare su tutto il territorio.

Racconto questo episodio, legato alla mia giovinezza, per ribadire che ho vissuto personalmente un passaggio epocale: da un mondo avaro di notizie, ad un mondo in cui, letteralmente, le notizie abbondano e ci sommergono. E di fronte a questo profluvio di parole…parole, siamo diventati famelici e passivi, sfruttatori e succubi inermi. Parole roboanti ci assalgono appena “accendiamo” i mezzi di informazione di massa. Ogni giorno, sia la televisione che i giornali, sia internet che i social, riempiono la nostra testa di notizie, di immagini, di dati. E nella maggior parte dei casi non sono notizie allegre, non sono immagini esaltanti, non sono dati confortanti: raccontano di violenze, di scontri, di ingiustizie subite, di rapine, di sparatorie, di morti, di respingimenti…ma raccontano anche di fatti più leggeri, di pettegolezzi, di politica, di sport, di vite private spiattellate in pubblico…Quello che colpisce è che sia l’avvenimento importante che quello marginale, sia il fatto che andrebbe approfondito che quello su cui si potrebbe sorvolare, vengono presentati e dati in pasto al pubblico con la stessa enfasi, con la stessa drammaticità, con la stessa tensione emotiva. E direi, con la stessa spettacolarizzazione. Si, perché oggi la notizia, qualunque essa sia, deve essere imbellettata e confezionata in uno spettacolo condotto da un presentatore, dove c’è un pubblico che viene pagato per applaudire e degli “esperti” che non ti spiegano la notizia ma litigano tra di loro. Da semplici notizie, quelle che ci vendono, diventano schiamazzi, appelli, messaggi allarmistici, segnali di pericolo, missive che orientano comportamenti e mode.

Una informazione, per essere appetibile, deve apparire straordinaria, eccezionale. Deve essere esagerata. Ad esempio, se un politico non è d’accordo su quanto afferma un suo avversario di partito, immediatamente il giornalista televisivo di turno annuncia, visibilmente preoccupato, che è in atto “uno scontro durissimo tra le opposte fazioni”. Se un pazzo accoltella una persona, “l’uomo televisivo” non è soddisfatto se non ci ragguaglia sul numero delle coltellate inferte, commiserando “i tempi violenti in cui viviamo”. Come se questi delitti non fossero mai accaduti nel passato e, purtroppo, continueranno ancora nel futuro, almeno fino a quando l’uomo abiterà questa terra. Anche le notizie meteorologiche subiscono lo stesso speciale trattamento mediatico. Se in una normale giornata invernale piove a dirotto – come spesso succede da quando esiste il mondo – per chi si occupa di informazione si tratta di “ una spaventosa bomba d’acqua”; se in agosto il termometro sale (sarebbe straordinaria la notizia se facesse freddo), tutto il Paese è stretto “nella morsa del caldo”. Mi domando: a chi giova questo terrorismo psicologico?! Anche i giornali – che attualmente non se la passano tanto bene perché pochi li leggono – si prestano a questi giochi per accalappiare qualche lettore. Leggevo proprio l’altro giorno un titolo a caratteri cubitali, passando davanti ad un chiosco di giornali: “Ira d’Iddio”. Era successo che un calciatore della Juventus, un tale Ronaldo, aveva infilato tre palloni nella rete della squadra avversaria.

Quando troppi fatti premono contemporaneamente alle porte dell’informazione e reclamano di essere afferrati e capiti, la nostra testa va in tilt,  viene inesorabilmente oppressa e ferita. Le nostre capacità percettive, seppure rilevanti, hanno dei limiti fisiologici oltre i quali sono destinate ad offuscarsi, per le eccessive stimolazioni visive ed uditive cui vengono quotidianamente sottoposte. Non abbiamo difese, e per non soccombere dovremmo abituarci a non prendere in considerazione ogni cosa che ci viene propinata, a saper distinguere le vere notizie da quelle false, a cercare momenti di “digiuno”, a inseguire pause creative che ci consentano di liberarci dalle troppe notizie. Senza aspettare che questa limitazione informativa arrivi dagli stessi mezzi che vivono di parole ed immagini. Però tutto sembra tramare contro queste pause rigenerative, soprattutto da quando sono stati catapultati nelle nostre esistenze i cosiddetti “social”. Li inseguiamo e ci facciamo inseguire, abbiamo bisogno di loro e corriamo verso di loro, così come un assetato nel deserto si precipita verso una fonte di acqua appena intravista: ma è solo un miraggio. Ne siamo fagocitati, siamo allo stesso tempo vittime e carnefici. Siccome ci abbeveriamo alle stesse fonti di conoscenza ed informazione, finiamo poi per parlare – quelle poche volte in cui ci troviamo a fare conversazione – degli stessi fatti che, a puntate, rimbalzano dalla televisione ai giornali, da internet ai social. Alcune notizie diventano, poi, dei “casi”: ce le portiamo dietro per mesi, per anni. Sono notizie che fanno sempre notizia. E alla lunga appaiono quasi astratte, immaginarie, surreali di cui però non possiamo farne a meno. Un contadino che viveva nel mio Cilento una cinquantina di anni fa, forse era molto più libero di noi: non era assillato e influenzato dalle notizie. Il suo pensiero non era veicolato dall’esterno, le sue parole non venivano forgiate dalla televisione, ma nascevano da conoscenze ed esperienze dirette. Quando incontrava un suo amico, i due si scambiavano esperienze di vita e di lavoro: ciò che diceva l’uno rappresentava quasi sempre una novità, un arricchimento per l’altro e viceversa. I fatti che raccontavano non erano imposti da un suggeritore: i mass media.

A questo punto qualcuno potrebbe dire, giustamente: e allora i blog? Cosa sono questi strumenti di scrittura se non moltiplicatori di parole e di notizie cotte e stracotte che vanno ad ingolfare un sistema già intasato? Come a dire che si contesta chi scarabocchia sui muri, salvo poi comportarsi alla stessa maniera scrivendo sullo stesso muro: “scemo chi scrive sul muro”. 

lunedì 11 marzo 2019

Poveri e semplici



Chi mi segue su questo blog avrà certamente notato che mi piace dissotterrare vecchi libri, che sembrano del tutto dimenticati dal mercato editoriale e dagli stessi lettori. Penso che certi autori del passato, morti da tempo, siano più vivi di tanti scrittori contemporanei. Questi libri - che spesso sono fuori catalogo e quindi non vengono più ristampati - io li trovo quasi sempre gironzolando tra i banchetti dei mercatini dell’usato. E’ il caso di “Poveri e semplici” di Anna Maria Ortese, romanzo che si aggiudicò il Premio Strega negli anni sessanta. Il titolo dell’opera è emblematico, perché rimanda alla difficile condizione socio-economica di alcuni giovani squattrinati i quali, animati da velleità artistiche e ideali social-comunisti, condividevano un appartamento nella Milano del dopoguerra. E’ un libro che presenta molti aspetti autobiografici, come un po’ tutti quelli scritti dalla Ortese. Ma la cosa che più fa riflettere è che questa condizione di ristrettezza economica, descritta nel romanzo, accompagnò sempre in vita la scrittrice, visto che morì in solitudine con un vitalizio statale (legge Bacchelli) che aiutava finanziariamente (forse ancora oggi) gli artisti in difficoltà.

I giovani protagonisti che ritroviamo in questo romanzo erano arrivati a Milano dal centro-sud della penisola, chi dalla Calabria, chi da Napoli, ma anche da Firenze, inseguendo un desiderio di riscatto sociale e personale. Non avendo ricevuto alcun aiuto dalla società o dalla famiglia né tantomeno dal destino, sbarcavano il lunario scrivendo e dipingendo. E si rifugiavano in queste attività culturali non per fare arte, come si potrebbe pensare, ma per manifestare la loro confusione e incertezza, la loro rabbia e voglia di cambiamento all’interno di una società alle prese con la ricostruzione post-bellica. Essi trascorrevano intere giornate a discutere - oltre che dei loro problemi quotidiani - di politica e di avvenire e di come sarebbe stata l’Italia e di cosa ci si attendeva dalla gioventù. Tra di loro c’era Bettina - voce narrante del libro  e alter ego della scrittrice - i cui genitori erano emigrati a Napoli dall’Abruzzo, la quale scriveva articoli, ma soprattutto racconti neo-realisti per una rivista letteraria, nei quali si sforzava di rappresentare quel mondo arcaico e mediterraneo da cui era fuggita. Il suo ideale era “lavorare per l’umanità” mediante il suo lavoro di scrittrice; era “collaborare alla pace e al miglioramento degli uomini”. Questo doveva essere, per lei, il compito principale degli scrittori. Ma il libro racconta anche un amore tormentato: quello tra la nostra protagonista, che si sentiva “proprio una nullità, almeno esteticamente” e un giovane e brillante giornalista, Gilliat, “di una bellezza assai dolce”. Le pagine che descrivono questa passione sono delicate e malinconiche, così come una sottile malinconia pervade tutta la narrazione. I sofferti sentimenti che si aggrovigliano nell’animo di Bettina generano pensieri struggenti… 

“No, a sposarmi non potevo pensare, non solo per la mia bruttezza (tale, pensavo, fosse l’insieme della mia figura), ma anche perché non trovavo nella mia natura nulla che provasse entusiasmo per una simile condizione. Mi pareva che là, in una casa coniugale (ammesso che mi fossi mai sposata), mi sarei annoiata terribilmente. Mi pareva poi che con qualsiasi uomo, dopo un po’, mi sarei annoiata. Mi pareva anzi, in un certo senso, che non esistessero neppure uomini. Io stavo bene sola, o pensando Gill, ascoltando la voce di Gill! Quel giornalista io lo amavo, lo amavo come nessun altro essere al mondo, ma per me egli era un angelo, una luce, era anche un silenzioso dolore, era tutto, ma mai lo avrei veduto come un uomo. L’idea sola che egli avesse potuto capire questi miei pensieri su lui, mi faceva star male. No, ciò che io desideravo più intensamente di tutto, era riavere una famiglia, tornare bambina nella casa di mio padre, risentire la dolce voce di mia madre! Ma ciò era impossibile, perché la mia casa era finita, e i miei genitori morti.”


lunedì 25 febbraio 2019

Il lavoro culturale



Non credo che nel panorama letterario attuale esista un personaggio paragonabile allo scrittore Luciano Bianciardi, per la sua radicale autonomia intellettuale, per il suo atteggiamento antiaccademico. Nato a Grosseto nel 1922 e morto a Milano a soli 49 anni, di idee anarchico-socialiste, anticonformista, Bianciardi può essere considerato uno dei più appassionati fustigatori dei mali della società dei consumi e della modernità. Tuttavia è un autore poco letto, ingiustamente dimenticato. Da acuto e critico osservatore del suo tempo, a distanza di oltre sessant’anni, racconta quel che siamo oggi. Penso che si avvicini molto al pensiero di Pasolini (suo coetaneo), e che la sua prosa, sferzante ed ironica, somigli a quella di un altro grande scrittore del nostro Novecento: Ennio Flaiano. Di Bianciardi hanno scritto che è stato il primo “arrabbiato” che si incontri nella letteratura italiana del dopoguerra ed anche uno  dei pochi scrittori italiani ad avere intuito in quale voragine stesse precipitando il Paese, frastornato dal cosiddetto boom economico. Nei suoi libri – in primis in quello più conosciuto, “La vita agra” - ritroviamo tutti quei temi che verranno poi ripresi dai giovani contestatori degli anni successivi allo sviluppo economico: l’alienazione dell’individuo nella società moderna, la solitudine delle folle metropolitane, l’inquinamento ambientale, la ripetitività del lavoro d’ufficio, l’omologazione del pensiero. Chissà oggi cosa avrebbe scritto sulla nostra attuale società di massa, prigioniera dei social network e delle sue tante deviazioni! Chissà cosa avrebbe pensato dell’intelligenza artificiale che avanza in sostituzione di quella umana! Oggi ci vorrebbe davvero un intellettuale alla Bianciardi, fedele a se stesso, colto e svincolato dalle consorterie accademiche, che facesse sentire la sua voce arrabbiata e tagliente sui tempi che viviamo. Ma non ne vedo molti in giro. I nostri “intellettuali” sono troppo impegnati a promuovere se stessi nei vari programmi televisivi.

Con “Il lavoro culturale” - il suo primo libro che è una sorta di breve romanzo-saggio, scritto nel 1957 – Bianciardi affronta, in chiave autobiografica e con sottile ironia, l’annosa questione dei rapporti tra la politica e la cultura, quest’ultima da sempre volano di crescita delle giovani generazioni. Le vicende narrate toccano quel particolare periodo storico che va dall’immediato dopoguerra fino agli anni cinquanta/sessanta. Gli anni in cui l’Italia cercava di riprendersi, da un punto di vista economico oltre che culturale, dai danni subiti nel corso del secondo conflitto mondiale.  Protagonista e voce narrante del libro è un giovane antifascista (Luciano, alter ego dello scrittore) che vive in una cittadina della toscana (Grosseto), il quale, insieme al fratello Marcello (che incarna l’intellettuale candido e disincantato), è deciso a rompere con la tradizione e con la “sterile erudizione” del passato ed a rifare tutto daccapo. Una sorta di rivoluzione culturale che sarebbe dovuta partire proprio dalla provincia, “la nostra provincia”, come la chiama il protagonista. Ma la cultura non doveva essere una cosa astratta e lontana, scollegata dal contesto, ma vicina agli uomini, perché “non ha senso se non ci aiuta a capire gli altri, a soccorrere gli altri, ad evitare il male”.  “Uno scrittore – dice il protagonista del libro - dovrebbe vivere in provincia…perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Con uno stile ironico e graffiante, Bianciardi disegna uno spaccato di quel miscuglio sociale e culturale in cui si dibatteva la sua cittadina di provincia, metafora di un mondo molto più vasto, agli albori della modernizzazione e del miracolo economico. La sua satira si scaglia contro l’ottusità dei partiti e la limitatezza dei burocrati della Capitale, i quali, interpellati per avere un sostegno alle iniziative culturali intraprese, finivano sempre per soffocarle annullando gli sforzi compiuti. E per il nostro personaggio non restava che la rassegnazione e, quindi, la forzata integrazione in un sistema chiuso e gretto di vita provinciale, che non permetteva alcun miglioramento. Era il fallimento di un ideale, veniva meno quel sogno, da sempre coltivato dai giovani oppositori dello status quo, di cambiare con la cultura un intero paese.  Un libro che, viste le condizioni socio-culturali in cui si dibatte la nostra società, appare ancora quanto mai attuale.

lunedì 18 febbraio 2019

Il fascino del treno: da Roma ad Agropoli



Il treno è una visione laterale della vita; non fai in tempo a vederla ed è già passata.
(Paolo Rumiz)

Mi servo abitualmente del treno per i miei viaggi più lunghi: è il mezzo di trasporto a me più congeniale. Meglio della macchina: stando alla guida, mi snerva e non mi permette di fare altro; meglio del pullman: lo trovo troppo angusto; meglio dell’aereo, su cui non ho mai messo piede: al solo pensiero che un simile mostro, con un carico di diverse centinaia di persone, possa volare a diecimila metri di altezza ad una velocità di ottocento Kmh, mi provoca angoscia e inquietudine.

Allora, cosa c’è di più bello, di più romantico, di più affascinante di un treno, che procede nel paesaggio senza inquinare, mentre noi seduti comodamente in uno scompartimento facciamo vagabondare i nostri pensieri e la nostra immaginazione. E penso che nessun altro mezzo di trasporto, meglio del treno, sia così adeguato a quel dialogo interiore che intraprendiamo con noi stessi, proprio nel momento in cui saliamo a bordo; dialogo che trae sostegno ed impulso anche dal paesaggio che scorre davanti ai nostri occhi, come lo scorrere di una sequenza di diapositive. Il treno, con quel suo sferragliare cadenzato sui binari, ha la straordinaria capacità di elevarci in uno stato di magica suggestione, che ci allontana dai nostri affanni quotidiani e ci indirizza verso riflessioni ed immagini che non potrebbero mai affiorare in circostanze diverse. Soli, con i nostri pensieri, con un libro da leggere e magari con qualche genere di conforto alimentare da utilizzare all’occorrenza, iniziamo il viaggio consapevoli di avere davanti a noi un lungo spazio vuoto da riempire a nostro piacimento, senza che nessuno possa disturbarci. Certo, dobbiamo fare i conti con i nostri compagni di viaggio i quali non sempre sanno condividere ed apprezzare quella dimensione intimistica che sembra ormai sparita dalla nostra vita: il silenzio. Lo ammetto: io sul treno difficilmente amo attaccare bottone con i miei dirimpettai. Anzi, se vedo che lo scompartimento in cui mi trovo è troppo “rumoroso” per i miei gusti - potendolo fare - cambio immediatamente posto. So di infrangere quell’antica convinzione secondo la quale il treno è un mezzo che favorisce la socializzazione tra gli individui. E’ pur vero, però, che non sempre si ha la fortuna di incontrare persone stimolanti con cui poter fare una piacevole conversazione. E allora, meglio il silenzio: per poter pensare osservando il panorama, per poter leggere o dormire, per poter lavorare al computer o guardare un film. Che il treno abbia un fascino particolare è innegabile: quanta letteratura corre sui binari! Quante immagini di treni e di stazioni sono entrate nell’arte! E quanto cinema si è servito del treno per la ripresa dei suoi film.

Facevo queste riflessioni mentre mi trovavo su un treno Intercity di Trenitalia - uno dei pochi ancora in circolazione, non soppresso in favore dell’alta velocità – in partenza dalla stazione di Roma Termini alle ore 9.26. Mi stavo recando nel Cilento, nel mio paese d’origine: l’ennesimo “viaggio non viaggio” che faccio su questa tratta con una cadenza quasi mensile, e che si ripete ormai da tantissimi anni sempre con rinnovato piacere. Sono miei compagni di viaggio, nello scompartimento: una ragazza che non alzerà mai gli occhi dal suo smartphone ultimo modello; poi un signore sulla cinquantina che, dopo aver acceso il suo telefonino - come un accanito fumatore accende la sua sigaretta – esordisce con la sua prima telefonata ad alta voce, facendo sapere che è arrivato in stazione e sta già sul treno; e infine due turisti giapponesi che parlano piano una lingua a me incomprensibile, i quali iniziano immediatamente a “selfarsi”. Partiamo. Il treno inizia la sua corsa parallela alle arcate di un antico acquedotto romano, prima di insinuarsi nella splendida campagna romana tappezzata di vigneti. E’ quì che nasce l’ottimo vino dei castelli romani. La vista è piacevole e rilassante ed invita alla meditazione. Alla lettura. In lontananza si scorge un gregge di pecore: fino a quando vedremo ancora questi docili animali, si potrà ben sperare sulle sorti di questo nostro pianeta, sempre  più oltraggiato.  Devo dire che pur percorrendo questa linea da tanti anni, mi capita ancora di notare – per la prima volta – nuovi scorci panoramici. Come quella villetta isolata sulle pendici di un monte, simile ad un eremo, che mi fa pensare al suo proprietario il quale, probabilmente, non è per niente attratto dalla vicinanza degli uomini. Arriviamo a Latina: dalla stazione è ben visibile,  su uno sperone roccioso, il suggestivo borgo medioevale di Sermoneta, incastonato tra i monti Lepini ammantati di verde, con il suo maestoso castello Caetani. Panorama suggestivo, ma non interessa granché ai miei compagni di viaggio che continuano a smanettare sui loro cellulari. Solo i turisti giapponesi – che ogni tanto mi guardano sorridenti e felici - filmano tutto attraverso il finestrino. Di tanto in tanto interrompo la mia lettura e mi lascio conquistare  dal mondo esterno che mi arriva dal finestrino e che cambia in continuazione. Da questa comoda prospettiva posso divagare e riflettere su brevi spaccati di vita quotidiana che mi scorrono davanti, e spariscono: delle donne che raccolgono verdura in un campo; un contadino che lavora con il suo trattore e al passaggio del treno alza la mano in segno di saluto; il traffico lungo una strada che si snoda affiancata ai binari; un ciclista che percorre un sentiero di campagna; un uomo che zappetta nell’orto; uno spicchio di terreno sottratto ad una boscaglia e coltivato a olivi; e poi case isolate, ponti, piccoli borghi arroccati sui monti, ancora vigneti e uliveti, passaggi a livello dismessi lungo la linea, piccole stazioni… tutto si alterna e sembra sfuggire allo sguardo. Ma il treno si muove con la velocità sufficiente ad evitare la mia irritazione e con la lentezza adeguata per consentirmi di riconoscere e catturare ogni cosa, ogni particolare di vita che lascio alle spalle.
Attraversiamo l’agro Pontino, un tempo regno delle paludi bonificato dal regime fascista, con le stazioni di Priverno, Fondi-Sperlonga e Minturno. L’arrivo nella stazione di Formia l’apprendo dall’immancabile telefonata del signore cinquantenne: mi tiene aggiornato, è come ascoltare “tutto il viaggio minuto per minuto”. Intanto sbircio sullo smartphone della ragazza che mi siede accanto: è impegnata in una sorta di battaglia navale dove delle figure mostruose vengono abbattute a cannonate (almeno così pare). Intanto i turisti giapponesi, sempre sorridenti e felici, continuano a filmare il paesaggio esterno. Si, perché sulla nostra destra si può ora ammirare lo splendido Golfo di Gaeta con l’omonima cittadina adagiata sul mare. Quella vista mi riporta alla vacanza fatta la scorsa estate proprio a Gaeta, sulla bella spiaggia di Serapo. Dopo circa un’ora di viaggio, la sagoma del Vesuvio che si staglia dinanzi ai nostri occhi ci fa capire che stiamo per arrivare a Napoli. La comodità del treno, rispetto agli altri mezzi di trasporto, è che arriva sempre nel centro cittadino. A Napoli c’è tempo per un caffè e una sfogliatella. Intanto la ragazza, sempre china sullo smartphone è scesa, come pure i turisti giapponesi, sempre sorridenti. Ripartiamo. Il signore cinquantenne fa l’ennesima telefonata per avvertire (la moglie?) che il treno è in perfetto orario. Mi tranquillizzo. Arriviamo a Salerno in poco più di mezz’ora, dopo aver percorso la galleria di Santa Lucia, che da Nocera sbuca proprio in stazione dopo oltre dieci chilometri: si intravedono scorci del suo bellissimo lungomare. Riprendiamo la corsa verso Battipaglia percorrendo la piana del fiume Sele - delimitata a nord dalle propaggini dei monti Picentini - costellata di serre sotto le quali si coltivano pomodori, zucchine, peperoni e altri ortaggi. Superiamo il fiume Sele attraverso un ponte di ferro (inaugurato sul finire dell’800), nei pressi di Ponte Barizzo e ci dirigiamo verso Paestum, l’antica e potente città della Magna Grecia, racchiusa tra le sue ciclopiche mura di travertino. Non lontano dalla stazione si intravedono i suoi famosi templi dedicati a Nettuno, Hera e Cerere. Riaffiorano in me lontane reminiscenze scolastiche. Guardando a sinistra della stazione, si può scorgere la sagoma dell’antica basilica della Madonna del Granato che sorge sul promontorio del monte Calpazio, dalla cui vetta si lanciano gli appassionati di parapendio. Bastano soli pochi minuti per arrivare ad Agropoli - una delle perle del Cilento - che si rivela in anticipo alla nostra vista con il suo mare cristallino e le sue ampie spiagge di sabbia fine che si distendono fin sul lungomare di San Marco. E’ la mia stazione di arrivo che mi fa rientrare - dopo circa 3 ore e trenta minuti di incantamento ferroviario e fuga dalla realtà - nei miei consueti abiti mentali. Raggiungo in macchina, in dieci minuti circa, il mio paesello che sta su in collina, “disteso come un vecchio addormentato”. Come recitava una vecchia canzone del passato.

sabato 16 febbraio 2019

Un nuovo museo a Roma: Palazzo Merulana



Quando apre un nuovo museo o spazio espositivo - in una grande città come in un piccolo paese - chi ama l’arte non può che rallegrarsene. E ciò anche se l’evento culturale si verifica in una città come Roma dove l’arte è di casa e i luoghi dedicati allo spirito certamente non mancano.

Palazzo Merulana, questo è il nome del nuovo spazio museale di pittura e scultura del Novecento italiano, inaugurato di recente nella Capitale nella via omonima. Sono andato a visitarlo, incuriosito dal post che avevo letto sul blog di Alfonso Cernelli, e devo dire che sono rimasto molto soddisfatto da questa nuova proposta culturale. Non aggiungo altro: basta cliccare sul link sopra indicato per avere notizie più dettagliate.

martedì 12 febbraio 2019

L'educazione sentimentale: un libro fuori dal tempo



“Ci si rifugia nella mediocrità quando si dispera della bellezza che abbiamo sognato”

Il nome di Gustave Flaubert è legato soprattutto a quel suo celebre romanzo che si intitola “Madame Bovary”, la cui protagonista è destinata a risiedere per sempre nell’immaginario collettivo. E sappiamo che proprio dal quel romanzo è nato il termine “bovarismo”, che sta ad indicare insoddisfazione e voglia di evadere dalla monotonia della vita di provincia. Ma il grande scrittore francese è anche l’autore di un altro importante romanzo, “L’educazione sentimentale”. E se nel primo e più famoso libro aveva evidenziato il destino sentimentale di un personaggio, Madame Bovary, in questo suo secondo romanzo mette in luce le sorti di un’intera società, quella della borghesia francese del suo tempo, sullo sfondo storico che va dai moti rivoluzionari del 1848 - che misero fine alla monarchia di Luigi Filippo - fino all’instaurazione della repubblica.

Ma Flaubert non poteva astenersi dal raccontare anche il sentimento amoroso, seppure visto da una diversa prospettiva. Ed è il racconto di un grande amore che, però, non arriva a nessuna conclusione pratica, una sorta di amore platonico, che si consuma senza che avvenga mai una reale “consumazione” tra i due innamorati: Madame Arnoux (una donna sposata ad un ricco imprenditore) e Fréderic (un giovane studente universitario), che finirà, poi, per sposare un’altra donna. La vicenda narrata – e qui subentra la novità di questo libro di oltre quattrocento pagine – non ha una vera e propria trama, una sua linearità che corre lungo determinati binari: è un romanzo “non romanzato”. Flaubert preferisce raccontare il tran tran quotidiano fatto di piccoli imprevisti, di episodi secondari che a prima vista appaiono senza alcuna importanza, sconnessi gli uni con gli altri, predilige quei passaggi che non danno molti sussulti emozionali. I tanti personaggi che costellano il romanzo appaiono statici, non supportati da una storia personale che si sviluppa nel corso della narrazione. Essi si incontrano, a volte senza motivi apparenti, per perdersi immediatamente e poi magari si ritrovano in altre situazioni, in altri ambiti, in altre faccende affaccendati. Anche la descrizione di questi avvenimenti segue una sua incoerenza spazio/temporale, vale a dire che l’autore dedica magari poche righe ad un fatto che abbraccia un lungo periodo e tantissime pagine, invece, ad un’azione che si svolge realmente in poco tempo e che appare quasi insignificante rispetto ai fatti narrati. Questa tecnica descrittiva mi ricorda un po’ lo stile di Proust – anche se Flaubert non usa i lunghissimi periodi tanto cari al suo connazionale - il quale impiegava una trentina di pagine per descrivere la sua difficoltà di addormentarsi la sera.

Il tema dominante del romanzo, come dicevo prima, resta la grande passione amorosa, così sofferta ed inconcludente, tra Fréderic che “si aggirava nel suo desiderio come un carcerato nella cella” e madame Arnoux. L’amore carnale, tra questi due amanti cerebrali, non ha sbocchi concreti e rimane per sempre irrealizzato: e forse proprio questo lo rende bello e incancellabile. Come a voler dire che il vero grande amore, destinato a durare nel tempo, sia solo quello che non viene vissuto; quello che si nutre di sfrenatezze inconfessabili solo nell’immaginazione, dal momento che la vita inganna i sogni e non può assolutamente competere con loro. Intorno a questa vicenda lo scrittore francese ostenta la sua prosa, colta e raffinata, e ci delizia (o ci annoia, a seconda dei punti di vista) con le sue minuziose descrizioni dei luoghi, dei personaggi e dei costumi della borghesia parigina del suo tempo.

lunedì 4 febbraio 2019

Lo sguardo del cellulare



Siamo intrappolati nei nostri cellulari e non ce ne accorgiamo. O facciamo finta di non accorgercene. Lo smartphone è diventato lo strumento in cui ci rispecchiamo quotidianamente e con cui moltiplichiamo a dismisura il nostro insaziabile “io”, che ci rimanda ad una dimensione surreale, facendoci perdere i contatti con il presente e con la realtà che ci circonda. Assistiamo, oggi, a questo bisogno ossessivo di immortalare “l’attimo fuggente” di celebrità per trasmetterlo, poi, online affinché una moltitudine di persone possa rivederlo, alimentando, così, quell’egocentrismo che ci divora. Siamo diventati malati di visibilità; vogliamo stare nella notizia; vogliamo addirittura essere noi la notizia attraverso una foto, o meglio un video di pochi minuti che ci vede protagonisti. E allora, braccia sollevate a impugnare il nostro giocattolo preferito – lo smartphone - sguardo concentrato sul piccolo schermo e via: un video o una serie di clik…click…click. Tante foto da pubblicare su Instagram (ma guarda che bel gelato sto mangiando…e non vedi che meraviglia ‘sta torta…che bello quel cappellino…sorrisetti….smorfie…baci). E poi tanti selfie da condividere con i nostri “amici virtuali” sui social che ci danno visibilità e tanti “like”, segnali quest’ultimi che ci inebriano di felicità e di soddisfazione. Più like abbiamo e più ci sentiamo potenti. C’è sempre, in queste manifestazioni, un bisogno di rimarcare un principio irrinunciabile: “io c’ero”. Ad un funerale di un personaggio famoso ripreso dalla televisione: e allora un selfie con la bara è imperdibile e molto richiesto. In occasione di una tragedia naturale come un terremoto: non può mancare il solito selfie con le case distrutte alle nostre spalle. Al concerto di una star internazionale: e allora il video è d’obbligo, e chissenefrega se ci perdiamo le emozioni del momento, perché a noi interessa non guardare più dal vivo, con i nostri occhi, ma filmare il concerto e poi guardarlo a casa, dopo averlo mandato in rete. Mi è capitato di vedere un video con delle immagini raccapriccianti in cui delle persone, anziché mettersi in salvo di fronte alle onde gigantesche di uno tsunami (il video sta su internet), facevano di tutto per riprendere la scena, prima di essere definitivamente travolte dall’acqua. La scena, naturalmente, era stata ripresa da qualcuno che stava più in alto e si è salvato, con il suo prezioso filmato.

Ho l’impressione che non sappiamo più vivere la quotidianità con lo sguardo normale e consapevole rivolto verso le cose, verso i fatti che accadono e le persone che ci circondano, e che non sappiamo più guardare se non abbiamo tra le mani un supporto elettronico che faccia da filtro tra noi e la realtà. Mi è capitato di vedere degli adolescenti sulla metropolitana che comunicavano tra di loro con degli SMS: eppure stavano gli uni di fronte agli altri. Tempo fa sul treno un ragazzo, seduto di fronte a me, parlava con un suo amico che si trovava nella stessa carrozza ma in uno scompartimento più avanti.

Con l’avvento dei cellulari con fotocamera, soprattutto i giovani appaiono sempre di più affetti da bulimia fotografica acuta, che li induce a riprendere qualsiasi cosa si trovi nei loro paraggi, che si muova o stia ferma, che sia viva o sia morta. Le fotografie - che un tempo fissavano ricordi e memorie - oggi paradossalmente sembrano sostituire lo sguardo consapevole delle persone e  testimoniare non tanto curiosità e interesse nei confronti della cosa fotografata, quanto la rituale presenza fisica in un determinato luogo di chi impugna uno smartphone. E nel confondere il guardare con il possedere un’immagine attraverso un cellulare, si finisce per prestare sempre minore attenzione alla realtà circostante.

mercoledì 30 gennaio 2019

Scrittura al femminile

Vermeer - Donna che scrive


Mi sono sempre chiesto se nel panorama della nostra letteratura esista una “scrittura al femminile”. Qualcuno potrebbe dire, giustamente, che se accettiamo tale definizione, dovremmo ammettere che non può non trovare una sua ragione di esistere anche il suo contrario e cioè una “scrittura al maschile”. Ma non mi risulta che quest’ultima venga accettata dalla critica letteraria o quantomeno utilizzata da chi si occupa di letteratura. Se è così, bisogna convenire che il problema non si pone e che esistono solo libri (belli o brutti) scritti da donne e libri (belli o brutti) scritti da uomini. Tuttavia non possiamo negare che le donne – almeno nel passato – hanno incontrato maggiori difficoltà ad esprimere il proprio pensiero attraverso un libro.

Se oggi, tra le donne scrittrici, ce n’è una che va per la maggiore e gode di stima e prestigio, ebbene questa donna è sicuramente Elena Ferrante. Il bello è che nessuno sa chi sia realmente. Si fanno diverse ipotesi sulla sua identità e qualcuno è arrivato a dire che dietro quel nome si possa nascondere addirittura un uomo. In ogni caso, devo dire che questa trovata pubblicitaria si è rivelata vincente, dal momento che i libri di Elena Ferrante sono sempre ai primi posti nella classifica delle vendite; e poi, da quando è stato mandato in onda lo sceneggiato televisivo tratto dal suo romanzo “L’amica geniale”, la scrittrice fantasma ha raggiunto l’apice della notorietà. Premetto una cosa: io non sono in grado di giudicare la sua scrittura perché, almeno fino ad oggi, non ho ancora letto alcun libro di questa autrice. E devo dire che la Ferrante non è nemmeno presente tra i libri della mia libreria che attendono fiduciosi di essere letti. Forse la leggerò in futuro, quando i suoi romanzi saranno un po’ invecchiati e ingialliti e nessuno più ne parlerà. E probabilmente, allora, potrò apprezzarli perché non esiste piacere più grande che leggere un bel libro dimenticato da tutti, fuori dal contesto storico, lontano dai clamori del momento mediatico e dagli schiamazzi della folla. Oggi Elena Ferrante è la scrittrice del momento: è la più ricercata, nelle vetrine delle librerie sono in bella vista solo i suoi libri. Non fa per me! Leggere contemporaneamente lo stesso libro mi appare come una sorta di imposizione dettata dalla pubblicità. E io sono allergico sia alla pubblicità che alla moda. Non mi lascio irretire né dall’una né dall’altra. Per nostra fortuna Elena Ferrante non ha ancora un corpo visibile, altrimenti sarebbe chiamata a pontificare, di tutto e di più, anche nei vari programmi televisivi.

Ora io non vorrei apparire come uno che non legge i libri delle donne. Li leggo, eccome!  Però ho le “mie” donne scrittrici e mi piace ricordarle di seguito, almeno quelle più significative che hanno comunque lasciato una traccia indelebile nella nostra letteratura. Ed anche nel mio animo. In primis, Elsa Morante: indimenticabili i suoi romanzi che io ho letto con grande piacere: L’isola di Arturo – La storia – Aracoeli – Menzogna e sortilegio. E poi Sibilla Aleramo con la sua opera più rilevante “Una donna”, uno dei primi libri femministi apparsi in Italia. Potrei mai dimenticare Grazia Deledda, finora l’unica scrittrice italiana ad aver vinto - nel 1926 - il premio Nobel per la letteratura? Icona della nostra identità culturale nel mondo, sebbene abbia trattato sempre tematiche legare alla sua terra d’origine, l’autrice sarda appare emarginata nel panorama culturale dei nostri tempi. “Canne al vento” è il suo romanzo più noto. Tra le mie preferenze c’è poi Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lopresti, una scrittrice toscana di origine calabrese. Con “Noi credevamo” - da cui peraltro il regista Mario Martone ha tratto un suo film - rivive le aspirazioni ed i ricordi del nonno (Don Domenico Lopresti) un fervente repubblicano mazziniano, il quale si era illuso che l’unificazione d’Italia potesse finalmente cambiare in meglio le sorti della sua Calabria, nonché le condizioni di vita di tutto il Meridione. Un romanzo molto bello. Sono libri suoi anche “Artemisia” e “Un grido lacerante”, letti con interesse in questi ultimi tempi. E poi, come dimenticare Anna Maria Ortese! Subì in vita un forte ostruzionismo per  le sue idee, non sempre in linea con il mondo intellettuale dell’Italia degli anni ’50 dello scorso secolo. Morì in solitudine e povertà, con il vitalizio della legge Bacchelli che, come sappiamo, aiuta economicamente ancora oggi (almeno così credo) gli artisti in difficoltà. “Il mare non bagna Napoli”  è il suo libro a cui sono più legato. Mi piace poi ricordare Fausta Cialente, una scrittrice triestina, con il suo romanzo autobiografico “Le quattro ragazze Wieselberger”, pubblicato nel 1976. Quell’anno, il sottoscritto si trovava per motivi di lavoro a Trieste, la città in cui è ambientato e ricordo che si faceva un gran parlare di questa sua opera, anche in considerazione del fatto che si aggiudicò il Premio Strega. Allora non mi lasciai conquistare dal successo del libro, tant’è che l’ho comprato (su una bancarella dell’usato) solo di recente. L’ho letto: un libro di struggente e poetica bellezza, come solo certe donne, a volte, sanno scrivere. Un posto di rilievo nella mia libreria merita un libro universale che l’Unesco ha inserito nell’elenco delle memorie del mondo, scritto da una ragazzina di 13 anni. Si tratta de “il diario di Anna Frank” : non ha bisogno di presentazioni, è una delle più toccanti testimonianze delle persecuzioni attuate dai nazisti nei confronti degli Ebrei. L’ho letto e riletto e continuerò a farlo. Ora vorrei spendere due parole per una delle maggiori scrittrici del Novecento, Virginia Woolf. Un suo libro, “Gita al faro”, credo di averlo letto in un momento sbagliato perché non è riuscito a coinvolgermi emotivamente, nonostante sia considerato, in modo unanime, un capolavoro della letteratura. Mi sono ripromesso di non abbandonare la scrittrice inglese, a seguito di questa mia prima “sconfitta” nei suoi confronti, e di riprovarci con qualche altro suo libro. Vorrei terminare queste mie brevi divagazioni sulla “scrittura al femminile”, con una scrittrice francese legata alle mie letture giovanili: Francoise Sagan, simbolo della ragazza libera e spregiudicata in cui si identificavano i giovani del suo tempo. Aveva appena 19 anni quando scrisse “Bonjour Tristesse”, un romanzo che divenne ben presto un caso letterario e che fu messo all’indice addirittura dal Vaticano. Ricordo che lo lessi con voracità: fu il mio primo libro scritto da una donna.

mercoledì 23 gennaio 2019

Un monastero per ritrovare solitudine e silenzio

Il convento di San Francesco nel Cilento


Il monastero ha sempre esercitato su di me un fascino arcano. E’ un’immagine che perdura da sempre nella mia mente come un richiamo misterioso e irresistibile, fin dalla mia infanzia. Ancora vive nei miei ricordi infantili la figura di un monaco, dall’aspetto mite e gentile, che andava bussando di porta in porta nel mio paese del Cilento, chiedendo l’elemosina. Era una sorta di Fra Galdino, il personaggio dei Promessi Sposi che raccoglieva noci per il suo convento di Pescarenico. Questo frate apparteneva a una piccola comunità di francescani e devo dire che allora, ogni qualvolta sentivo la sua voce inconfondibile, uscivo in strada perché volevo seguirlo fino al convento di San Francesco, che si trovava in una località vicina. Ma non perché desiderassi  fare il monaco. No, non credo di avere mai avuto questa aspirazione.  Ero soltanto attratto dal monastero, da quell’edificio austero e imponente che mi suscitava curiosità e mi faceva immaginare chissà quale mondo fantastico e imperscrutabile potesse racchiudersi tra quelle spesse mura.  E se questo luogo monastico, allora, faceva galoppare la mia ingenua fantasia, confesso che ancora oggi, sebbene in maniera diversa, continua ad abitarmi – se così si può dire – quale metafora di una filosofia di vita più semplice, in antitesi all’attuale quotidiana condizione umana caratterizzata dallo stress, dalla fretta, dai rumori e da una perenne connessione virtuale con un indefinibile “altrove”. Il monastero: il luogo del silenzio, dello spirito, della solitudine. Una solitudine – va precisato – cercata e non imposta. Solitudine che ognuno di noi dovrebbe assaggiare ogni tanto, così tanto per staccare dal frastuono della modernità. Non potrebbe che farci del bene.

“…La solitudine è, prima di tutto, un grande desiderio…Lo si capisce se si sta dentro una metropoli e si riesce ad immaginare ancora un luogo dove insonorizzare il mondo. Non si entra nel nulla, ma si scopre ciò che la città e il baccano nascondevano”. Lo scrive Vittorino Andreoli in un suo libro che ho appena finito di leggere “Beata solitudine” con sottotitolo “il potere del silenzio”. Il grande psichiatra veronese appare spaventato da quello che vede girando per la sua città, dove domina l’indifferenza, e dove lui si sente “sconosciuto tra sconosciuti” . E guardandosi in giro, vede che “ciascuno è concentrato su quell’oggetto piatto che tutti portiamo in tasca e che mostra di contenere mondi ancora più popolati di spettri, di virtualità, della nuova realtà e di immagini che sono più concrete di quelle fatte di ossa e di carne”… E mai come in questo momento - scrive Andreoli -“ho voglia di solitudine”.
Vittorino Andreoli ci invita a cercare una più profonda e umana dimensione alla nostra esistenza per dare ascolto e spazio “a quel monaco che si nasconde nel profondo di ciascuno di noi”. E partendo da questo presupposto, ci propone un’accurata analisi sul monachesimo e le sue regole, a partire da quello orientale per soffermarsi più diffusamente su quello occidentale/cristiano, che nasce con San Benedetto da Norcia. L’autore dice di avere girato il mondo,  ma di non avere mai trovato la serenità e quel distacco dal quotidiano e dal tempo che scappa inesorabilmente. E allora – dopo averci parlato del monastero dei credenti - immagina di indossare la tonaca e di poter avere le chiavi di un antico monastero posto su una montagna, un “monastero dei non credenti” (che non c’è, ma che è dentro di lui da molto tempo), con l’intento di fuggire dal mondo e ritornarvi dopo aver cercato e incontrato il suo Dio. Un monastero che nasce per il bisogno di abbandonare – per poco tempo o a lungo – l’affaticamento del vivere quotidiano e fare esperienza isolata in una cella, o comune, nel cenobio con chi vive in quel momento la stessa condizione umana ed esistenziale. Un luogo di preghiera, “il luogo dell’essere non quello del sembrare”, uno spazio che “non ha autorità, che non richiede obbedienza” con poche celle, con la piena libertà di poter entrare e uscire, in cui possano entrare uomini e donne, dove poter pregare in solitudine. Osservando il mondo “così rumoroso, inquieto e così folle – conclude l’autore del libro - mi viene voglia di silenzio e di guardare ai monaci che sono scappati dal mondo, per capire il mondo”. Un libro che - a prescindere dall’excursus storico sul monachesimo, che rappresenta la parte più rilevante della narrazione - ci invita alla riflessione per ritrovare armonia ed equilibrio, condizioni dell’animo umano, queste, che sembrano sparite dal nostro vivere quotidiano, soffocate dai tempi convulsi della modernità.


giovedì 17 gennaio 2019

I graffiti: strumenti di sopraffazione che deturpano il decoro della città



Non esiste nulla di più deprimente - almeno per me - che passeggiare lungo una strada ricoperta di graffiti, scarabocchi, scritte stupide e oscene che ormai deturpano muri, monumenti, vetrine di negozi, mezzi pubblici e qualsiasi altro supporto. Sono segnali, questi, di un palese degrado che avanza indisturbato senza che le amministrazioni locali, o chi per esse, sentano l’urgenza di intervenire al fine di arginare un fenomeno così selvaggio, che mette a dura prova la pazienza dei cittadini e imbruttisce la città.

Tra graffiti e manifesti pubblicitari (quest’ultimi meriterebbero un post a parte), non esiste più uno spazio libero e pulito dove poter posare gli occhi senza imbattersi in un groviglio di sgorbi, di scritte illeggibili e sgrammaticate che si sovrappongono ad altre scritte, di ghirigori prodotti con vernici indelebili che ti aggrediscono visivamente e ti massacrano dentro. Provo rabbia e disgusto per queste “espressioni murarie”. E pensare che c’è sempre qualcuno, il solito “benpensante” (si, perché nel nostro Paese i saggi senza saggezza abbondano), che sta dalla parte di questi “imbrattatori di strada” (non saprei come chiamarli altrimenti), che danno libero sfogo al loro estro comunicandoci qualcosa: forse rancore o frustrazione o insofferenza nei confronti della società e della vita. Certamente, noi percepiamo tutta la loro violenza. Invece, per qualcuno, i graffitari metropolitani sono degli “artisti” incompresi. E intanto sporcano indisturbati le nostre città, di notte quando nessuno li vede, imbrattano la facciata colorata di quel palazzo appena ristrutturato (l’ho visto ieri con i miei occhi…una vera crudeltà!), deturpano un antico muro costruito con le pietre su cui si era posata la patina del tempo. E’ un vero e proprio sfregio al decoro e alla bellezza di un luogo. E noi, prima dobbiamo subire visivamente questa sopraffazione, e poi – quando finalmente le autorità pubbliche preposte si decidono ad intervenire per rimuovere tali obbrobri - siamo costretti a pagare con i nostri soldi.

Italo Calvino, che non poteva condividere questo ideale di città oppressa dalle scritte di ogni genere, che non risparmiano nessuna zona del centro e della periferia, così scriveva: “…La parola sui muri è una parola imposta dalla volontà di qualcuno, si situi egli in alto o in basso, imposta allo sguardo di tutti gli altri che non possono fare a meno di vederla o recepirla. La città è sempre trasmissione di messaggi, è sempre discorso, ma altro è se questo discorso devi interpretarlo tu, tradurlo tu in pensieri e in parole, altro se queste parole ti sono imposte senza vie di scampo. Sia essa epigrafe di celebrazione dell’autorità o insulto dissacratorio, si tratta sempre di parole che ti piombano addosso in un momento che tu non hai scelto: e questa è aggressione, è arbitrio, è violenza. (Lo stesso vale per la scritta pubblicitaria, certamente; ma lì il messaggio è meno intimidatorio e condizionante, – ai «persuasori occulti» ho sempre creduto poco – ci trova più difesi, ed è comunque neutralizzato dai mille messaggi concorrenti ed equipollenti). La parola scritta non è imposizione quando ti arriva attraverso un libro o un giornale perché per essere ricevuta presuppone un previo atto di disponibilità da parte tua, un consenso all’ascolto espresso nell’acquistare o soltanto nell’aprire quel libro o quel giornale. Ma se t’arriva da un muro senza possibilità d’evitarla è una sopraffazione in ogni caso. È prevedibile che chi oggi sente il bisogno d’affermare le sue ragioni conculcate scrivendole sui muri con la bombola spray, il giorno in cui avrà il potere continuerà ad aver bisogno dei muri per giustificarlo, in epigrafi marmoree o bronzee o – secondo le usanze del momento – in smisurati striscioni propagandistici o altri strumenti dell’imbottimento dei crani…”

lunedì 14 gennaio 2019

Balzac e l'eterno dramma della "Commedia umana"



Lo scrittore francese Honorè de Balzac fu uno dei più grandi romanzieri dell’800 ed è considerato il grande interprete del romanzo verista del XIX secolo. Attraverso la sua monumentale opera letteraria “La commedia umana”, costituita dai suoi innumerevoli romanzi e racconti, ha descritto in maniera dettagliata e completa la società francese del suo tempo in tutti i suoi articolati aspetti etico-sociali. Con questo suo romanzo “Papà Goriot” – che io lessi per la prima volta una trentina di anni fa, oggi riletto con rinnovato interesse – lo scrittore francese rappresenta un doloroso dramma familiare, attraverso le vicende di un ex fabbricante di pasta alimentare (papà Goriot) che sacrifica la sua intera esistenza  per le due figlie, le quali, senza ricambiare questo affetto, lo sfruttano e lo lasciano morire solo come un cane.
E’ un dramma umano che si consuma all’interno di una squallida pensione, dove “regna una miseria senza poesia”, da dove esala un “odore di pensione” che sa di rinchiuso, di ammuffito, di freddo, gestita da una signora cinquantenne che “assomiglia a tutte le donne che hanno avuto delle disgrazie”, una donna che esercita nei confronti dei suoi pensionanti un’indiscussa autorità. In questo luogo, microcosmo e metafora di un’intera società, oltre al nostro papà Goriot, troviamo una variegata e dolente umanità sconfitta dalla vita e dagli eventi, che si lascia vivere avvolta da una malcelata rassegnazione, “come galeotti condannati all’ergastolo”. La storia ruota poi intorno alle due figlie del protagonista - sposate a due cinici e freddi aristocratici appartenenti alla nobiltà parigina - più attente e interessate ai soldi e al patrimonio del padre che all’affetto per quel genitore che le amava al punto da sacrificare tutta la sua esistenza, pur di vederle felici.

L’autore, con pagine velate di tristezza senza tuttavia rinunciare a spruzzi di sincera ironia, oltre a proiettarci in una Parigi sofferente dei primi anni dell’800, ci svela anche l’altra parte della società del suo tempo, ricca ed aristocratica, amante dei ricevimenti fastosi ed eleganti, una società dominata dagli interessi a scapito dei sentimenti umani. L’amarezza che vive il protagonista - che incarna l’amore ossessivo di un padre nei confronti delle figlie, derubato dei suoi averi e continuamente oppresso dalle stesse - altro non è che il dramma che vive un’intera società alla ricerca continua di quei valori etico-morali che non siano esclusivamente legati al denaro. E’ la disgrazia di un’epoca corrotta che antepone  gli interessi economici agli affetti più genuini, e che sacrifica gli uomini al dio denaro. Non esiste amore, anche eccessivo e patologico come quello di un padre nei confronti dei propri figli – pare volerci ricordare Honorè de Balzac - che possa reggere di fronte a certi sentimenti come la cattiveria e la sete di ricchezza e di protagonismo, di cui sembrano permeate le aspirazioni dell’uomo.


mercoledì 9 gennaio 2019

Sull'ignoranza delle persone colte



“Il più istruito di tutti è colui che conosce meglio tutto ciò che vi è di più lontano dalla vita quotidiana, dall’osservazione immediata, che non è di alcuna utilità pratica…”


Noi che leggiamo ogni tanto qualche libro e scriviamo sui nostri blog cercando di non fare errori grossolani; noi che andiamo a teatro e frequentiamo i musei e non guardiamo “il grande fratello”; insomma, noi che “voliamo alto” e mangiamo cultura a pranzo e a cena – diciamocelo, ma senza farci sentire – siamo convinti di essere più intelligenti di coloro che non hanno mai aperto un libro, non sanno scrivere neanche la lista della spesa e credono che Socrate sia un calciatore del Brasile. Poi capita di imbattersi in un provocatorio e paradossale libricino, di poco più di cento pagine, che si intitola “Sull’ignoranza delle persone colte” (Fazi Editore), la cui lettura improvvisamente fa vacillare le nostre certezze, scardina la nostra supponenza e mette in dubbio la nostra presunta superiorità culturale nei confronti delle persone poco acculturate. Già l’incipit del libro dà un assaggio di quanto dissacrante sia questo scrittore inglese: “Le persone che hanno meno idee di tutti sono gli scrittori e i lettori. E’ meglio non sapere né leggere né scrivere, che non saper fare altro che questo. Quando si vede un fannullone con un libro in mano, si può essere quasi certi che si tratta di una persona senza né forza, né voglia di stare attenta a ciò che gli accade intorno, o dentro la testa”.
William Hazlitt - questo il nome dell’autore del piccolo e godibile saggio (che comprende sette diverse tematiche tra le quali quella che dà il titolo al testo) - era un pensatore inglese nato nella seconda metà del Settecento, amico di Coleridge e di Keats e grande ammiratore di Napoleone, il quale riteneva che chi ha sempre la testa tra i libri non ha successo nella vita pratica, è negato per gli affari e fallisce pietosamente con le donne. “Il divoratore di libri - scrive con convinzione – si avvolge nella sua rete di astrazioni verbali, e vede solo la pallida ombra delle cose riflessa dalla mente altrui”. E poi rincarando la dose “non ha idee proprie e deve quindi vivere di quelle altrui…non pensa e non s’interessa ai suoi vicini di casa, ma è al corrente degli usi e costumi delle tribù e delle caste degli indù e dei tartari calmucchi”.

Aveva 42 anni quando – separato dalla prima moglie – Hazlitt si innamorò perdutamente di una ragazzina di sedici anni, figlia del suo sarto che gli aveva affittato una camera ammobiliata. Questa giovinetta, senza cultura e di scarsa intelligenza, non ne volle sapere dell’erudito e brillante pretendente, tant’è che lui cadde in una gravissima depressione che lo stava portando alla follia. Non riusciva a farsene una ragione, faceva fatica a capire come una sedicenne qualunque, senza arte né parte, potesse respingere un uomo di successo e di conoscenze. Lui che sapeva di arte, che leggeva e scriveva libri e dipingeva quadri, appariva come l’emblema del fallimento della cultura, di fronte a quella ragazzina che - pur non avendo alcuna dimestichezza con i libri e con il sapere – simboleggiava tuttavia la vita, l’amore, il desiderio. E lo ridicolizzava. Arrivò, allora, alla conclusione che la superiorità intellettuale non è un trampolino di lancio verso la felicità né può rappresentare un segno di distinzione per gli altri. La gente comune vive bene anche senza istruzione, non è interessata alla cultura, è insensibile all’arte e non legge libri perché questi non hanno alcuna utilità pratica. In altre parole i libri non aiutano ma condannano l’individuo alla solitudine e all’incomprensione. “Il principale svantaggio di sapere di più, e di vedere più lontano degli altri, in genere è di non essere compresi. Chi è intellettualmente dotato tende a esprimersi per paradossi, e questo lo colloca subito fuori la portata del lettore comune.  La forza intellettuale – dice ancora Hazlitt – non è come la forza fisica…sapere tanto di più su un argomento non ti dà superiorità, cioè potere sugli altri, ma anzi ti rende ancora più impossibile il fare la minima impressione su di loro…”  Ora noi non sappiamo realmente quanto Hazlitt credesse a queste sue parole. Forse lui voleva essere un provocatore a tutti i costi, visto che era una persona molto colta, amante dei libri, che non gradiva la gente rozza e ignorante. E forse subiva questa sua condizione che in qualche maniera lo emarginava e lo portava a pensare che il mondo, da sempre, vive in una contraddizione irreparabile tra come è e come invece dovrebbe essere. Che dire? Noi, alla fine, “per non saper né leggere né scrivere” continueremo ad amare i libri, infischiandocene di chi, invece, li considera una cosa inutile e dannosa.