Rientrare a Roma dopo un lungo periodo trascorso al paese, nel Cilento, mi
provoca quasi sempre un senso di malessere e di smarrimento dovuto al brusco
passaggio dai ritmi lenti e rilassati della campagna a quelli caotici e
frenetici della città. La chiamano “sindrome da rientro”.
E’ sera. Mi giungono da un televisore, acceso di là, voci e immagini del
solito, sconsolante e avvilente teatrino serale dell’informazione: è la razione
quotidiana di rimbambimento televisivo da cui nessuno può sfuggire. Inizio,
allora, a girovagare con lo sguardo tra i miei libri, alla ricerca di qualcosa
che possa addolcirmi la serata. E così come un devoto credente si rivolge con la
preghiera alla misericordia dei santi del paradiso, al fine di ottenere una grazia,
io mi
affido a quei volumi che fanno capolino dai ripiani della mia libreria, ed alla
forza immaginativa in essi racchiusa, affinché mi liberino da quelle irritanti facce
televisive da talk show – e sempre le stesse - che discettano ossessivamente di
guerre e di armi e di Trump e di politica e di tragedie familiari.
Mi ritrovo così a leggiucchiare ora una pagina…ora una frase, a
spizzicare belle parole di qua e di là traendone indicazioni e suggerimenti. Insomma
inizio una sorta di caccia al tesoro fra i ripiani della mia libreria che
contengono, in bella confusione: libri alti e libri bassi, libri nuovi appena
comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino
dell’usato, testi con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la
copertina bianca e con la copertina verde…gialla…rossa, libri belli e libri
brutti, in edizione economica e in edizione rilegata, parcheggiati in doppia fila…
accovacciati di piatto davanti agli altri… accatastati gli uni sopra gli altri…
da una parte gli autori italiani e dall’altra quelli stranieri, sopra i libri
d’arte e sotto quelli di storia, in alto i libri di filosofia e in basso quelli
di poesia e poi i saggi, l’attualità…
Eccolo,
“il Gattopardo”: l’ho letto più volte, sempre con rinnovato piacere.
Sono dell’avviso che se ascoltiamo cento volte una canzone che ci piace, non
possiamo non leggere, almeno due/tre volte, lo stesso libro che pure ci piace.
Lo prendo, lo sfoglio, mi soffermo su qualche antica sottolineatura (ho questo
strano vizio…), a riprova della bellezza del pensiero colta durante la mia
prima lettura. Il mio sguardo si sofferma, poi, su quello che viene considerato
un libro culto dagli alfieri dell’ecologia: “Walden o vita nei boschi”. Lo
scrisse un americano ribelle e anticonformista nei primi anni dell’Ottocento
che disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, David Thoreau. E per
dimostrare che si poteva vivere un’esistenza in armonia con la natura, si
costruì una capanna nel bosco dove visse per oltre due anni, lontano dal
consorzio civile. Mi viene in mente “la famiglia nel bosco” che oggi
spadroneggia in tutti programmi televisivi. Ma, allora, non c’era ancora la
televisione con le sue vite in diretta, non c’erano gli assistenti sociali che
vogliono insegnarti a vivere. Lo apro a caso, quel libro, e mi colpisce una
frase che non avevo sottolineato, a conferma del fatto che un libro ha mille
sfumature e per poterle afferrare tutte bisogna leggerlo almeno una seconda
volta e in tempi diversi: “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose
delle quali può fare a meno”.
Ora
prendo tra le mani quel grosso volume che si trova nello scomparto dei libri in
attesa di essere letti: “Guerra e pace”; do una scorsa alla quarta di
copertina e poi salto all’interno…leggo qualche riga…lo chiudo, lo giro e
rigiro tra le mani come a volerlo soppesare: non è ancora giunto il suo
momento, e mi domando perché. Ma non so trovare una risposta. Anche i libri hanno
i loro tempi di lettura e non dobbiamo avere fretta. Mi lascio poi coinvolgere,
ancora una volta, dal titolo di quel libro così stimolante che mi spinse, tempo
fa, ad acquistarlo: “Quel che resta del giorno”. E’ proprio vero, se non
conosciamo l’autore ci lasciamo lusingare da una bella copertina o da quelle
poche allettanti parole che costituiscono il titolo. E sapeste, poi, la gioia
che provo quando scorgo, sul ripiano in basso, quel piccolo saggio in formato
tascabile di poco meno di settanta pagine, che non riuscivo più a trovare: “L’arte
di tacere”, scritto da un abate francese nella seconda metà del Settecento,
Joseph Antoine Dinouart. Eccolo scovato, finalmente! Con le sue piccole
dimensioni sembrava quasi volersi nascondere, invece era stato praticamente
schiacciato, a mò di sandwich, da due grossi volumi impilati ai suoi fianchi.
Lo libero, lo sfoglio con piacere e vado diritto su quella frase che mi aveva
colpito la prima volta che la lessi: “si deve smettere di tacere solo quando
si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio”. Chissà cosa
avrebbero da dire al riguardo i tanti personaggi logorroici che imperversano
nei salotti televisivi!
Tiro
poi fuori un libro dalle pagine ingiallite di cui me n’ero proprio dimenticato:
“Tra un mese, tra un anno” di Francoise Sagan. Mi riporta
indietro nel tempo, agli anni della mia giovinezza: credo di averlo letto ai
tempi del liceo. Lo guardo con dolce malinconia; lo annuso: sprigiona
quell’inconfondibile profumo tipico dei libri invecchiati, un misto di
vaniglia, mandorla e cannella. Un vero piacere olfattivo per chi ama ancora i
libri cartacei. Ma anche un piacere tangibile che nasce sia dal toccare e dallo
sfogliare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, che dal sottolineare
con una matita un pensiero che ci piace. Pare che con l’avvento del digitale i
libri cartacei siano destinati a sparire. La cosa non mi preoccupa affatto
perché mi bastano questi libri “vecchia maniera” allineati sugli scaffali,
comprati in tempi non sospetti, libri che mi permetteranno di trascorrere gli
anni a venire in piacevole e dolce compagnia.
Lascio questi pensieri per riprendere la mia esplorazione tattile e visiva tra i ripiani della libreria. Quanti
bei titoli evocativi vedo davanti a me: “La montagna incantata”…”Se una
notte d’inverno un viaggiatore”…”L’insostenibile leggerezza dell’essere”…”Il
deserto dei tartari”…”Viaggio al termine della notte”…”Il piccolo principe”…”Il
nome della rosa”. Libri
che rimandano a ricordi e risvegliano sensazioni profonde, che offrono mondi alternativi
e aprono scenari straordinari. Ma eccolo, un po’ dietro, quasi nascosto, quel
classico della letteratura, “Cent’anni di solitudine” un libro che
descrive una delle mie sconfitte letterarie; ho cominciato a leggerlo, devo
dire con fatica, poi l’ho abbandonato, quindi l’ho ripreso di nuovo, tempo fa:
niente da fare, non sono riuscito a portarlo a termine. Lo guardo sconsolato,
un titolo così bello e suggestivo, lo sfoglio di nuovo quasi a voler cercare
tra quelle pagine i segni di una improbabile giustificazione. Lo ripongo di
nuovo al suo posto. E subito dopo mi intrattengo con un testo diverso a cui
sono molto affezionato e che, meglio degli altri, si presta ad essere letto
anche aprendolo a caso: “Lettere a Lucilio”. Il grande filosofo
romano Seneca così scriveva, nella lettera n. 2, a quel suo amico di
Pompei: “…leggi sempre i migliori autori e, se talvolta vuoi passare ad
altri, torna poi ai primi. Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per
sopportare la povertà e per affrontare la morte e tutte le altre sventure
umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel
giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”

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