sabato 10 gennaio 2026

libri e dintorni

 


Rientrare a Roma dopo un lungo periodo trascorso al paese, nel Cilento, mi provoca quasi sempre un senso di malessere e di smarrimento dovuto al brusco passaggio dai ritmi lenti e rilassati della campagna a quelli caotici e frenetici della città. La chiamano “sindrome da rientro”.

E’ sera. Mi giungono da un televisore, acceso di là, voci e immagini del solito, sconsolante e avvilente teatrino serale dell’informazione: è la razione quotidiana di rimbambimento televisivo da cui nessuno può sfuggire. Inizio, allora, a girovagare con lo sguardo tra i miei libri, alla ricerca di qualcosa che possa addolcirmi la serata. E così come un devoto credente si rivolge con la preghiera alla misericordia dei santi del paradiso, al fine di ottenere una grazia, io mi affido a quei volumi che fanno capolino dai ripiani della mia libreria, ed alla forza immaginativa in essi racchiusa, affinché mi liberino da quelle irritanti facce televisive da talk show – e sempre le stesse - che discettano ossessivamente di guerre e di armi e di Trump e di politica e di tragedie familiari.

Mi ritrovo così  a leggiucchiare ora una pagina…ora una frase, a spizzicare belle parole di qua e di là traendone indicazioni e suggerimenti. Insomma inizio una sorta di caccia al tesoro fra i ripiani della mia libreria che contengono, in bella confusione: libri alti e libri bassi, libri nuovi appena comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino dell’usato, testi con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la copertina bianca e con la copertina verde…gialla…rossa, libri belli e libri brutti, in edizione economica e in edizione rilegata,  parcheggiati in doppia fila… accovacciati di piatto davanti agli altri… accatastati gli uni sopra gli altri… da una parte gli autori italiani e dall’altra quelli stranieri, sopra i libri d’arte e sotto quelli di storia, in alto i libri di filosofia e in basso quelli di poesia e poi i saggi, l’attualità…

Eccolo, “il Gattopardo”: l’ho letto più volte, sempre con rinnovato piacere. Sono dell’avviso che se ascoltiamo cento volte una canzone che ci piace, non possiamo non leggere, almeno due/tre volte, lo stesso libro che pure ci piace. Lo prendo, lo sfoglio, mi soffermo su qualche antica sottolineatura (ho questo strano vizio…), a riprova della bellezza del pensiero colta durante la mia prima lettura. Il mio sguardo si sofferma, poi, su quello che viene considerato un libro culto dagli alfieri dell’ecologia: “Walden o vita nei boschi”. Lo scrisse un americano ribelle e anticonformista nei primi anni dell’Ottocento che disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, David Thoreau. E per dimostrare che si poteva vivere un’esistenza in armonia con la natura, si costruì una capanna nel bosco dove visse per oltre due anni, lontano dal consorzio civile. Mi viene in mente “la famiglia nel bosco” che oggi spadroneggia in tutti programmi televisivi. Ma, allora, non c’era ancora la televisione con le sue vite in diretta, non c’erano gli assistenti sociali che vogliono insegnarti a vivere. Lo apro a caso, quel libro, e mi colpisce una frase che non avevo sottolineato, a conferma del fatto che un libro ha mille sfumature e per poterle afferrare tutte bisogna leggerlo almeno una seconda volta e in tempi diversi: “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”.

Ora prendo tra le mani quel grosso volume che si trova nello scomparto dei libri in attesa di essere letti: “Guerra e pace”; do una scorsa alla quarta di copertina e poi salto all’interno…leggo qualche riga…lo chiudo, lo giro e rigiro tra le mani come a volerlo soppesare: non è ancora giunto il suo momento, e mi domando perché. Ma non so trovare una risposta. Anche i libri hanno i loro tempi di lettura e non dobbiamo avere fretta. Mi lascio poi coinvolgere, ancora una volta, dal titolo di quel libro così stimolante che mi spinse, tempo fa, ad acquistarlo: “Quel che resta del giorno”. E’ proprio vero, se non conosciamo l’autore ci lasciamo lusingare da una bella copertina o da quelle poche allettanti parole che costituiscono il titolo. E sapeste, poi, la gioia che provo quando scorgo, sul ripiano in basso, quel piccolo saggio in formato tascabile di poco meno di settanta pagine, che non riuscivo più a trovare: “L’arte di tacere”, scritto da un abate francese nella seconda metà del Settecento, Joseph Antoine Dinouart. Eccolo scovato, finalmente! Con le sue piccole dimensioni sembrava quasi volersi nascondere, invece era stato praticamente schiacciato, a mò di sandwich, da due grossi volumi impilati ai suoi fianchi. Lo libero, lo sfoglio con piacere e vado diritto su quella frase che mi aveva colpito la prima volta che la lessi: “si deve smettere di tacere solo quando si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio”. Chissà cosa avrebbero da dire al riguardo i tanti personaggi logorroici che imperversano nei salotti televisivi!

Tiro poi fuori un libro dalle pagine ingiallite di cui me n’ero proprio dimenticato: “Tra un mese, tra un anno” di Francoise Sagan. Mi riporta indietro nel tempo, agli anni della mia giovinezza: credo di averlo letto ai tempi del liceo. Lo guardo con dolce malinconia; lo annuso: sprigiona quell’inconfondibile profumo tipico dei libri invecchiati, un misto di vaniglia, mandorla e cannella. Un vero piacere olfattivo per chi ama ancora i libri cartacei. Ma anche un piacere tangibile che nasce sia dal toccare e dallo sfogliare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, che dal sottolineare con una matita un pensiero che ci piace. Pare che con l’avvento del digitale i libri cartacei siano destinati a sparire. La cosa non mi preoccupa affatto perché mi bastano questi libri “vecchia maniera” allineati sugli scaffali, comprati in tempi non sospetti, libri che mi permetteranno di trascorrere gli anni a venire in piacevole e dolce compagnia.

Lascio questi pensieri per riprendere la mia esplorazione tattile  e visiva tra i ripiani della libreria. Quanti bei titoli evocativi vedo davanti a me: “La montagna incantata”…”Se una notte d’inverno un viaggiatore”…”L’insostenibile leggerezza dell’essere”…”Il deserto dei tartari”…”Viaggio al termine della notte”…”Il piccolo principe”…”Il nome della rosa”. Libri che rimandano a ricordi e risvegliano sensazioni profonde, che offrono mondi alternativi e aprono scenari straordinari. Ma eccolo, un po’ dietro, quasi nascosto, quel classico della letteratura, “Cent’anni di solitudine” un libro che descrive una delle mie sconfitte letterarie; ho cominciato a leggerlo, devo dire con fatica, poi l’ho abbandonato, quindi l’ho ripreso di nuovo, tempo fa: niente da fare, non sono riuscito a portarlo a termine. Lo guardo sconsolato, un titolo così bello e suggestivo, lo sfoglio di nuovo quasi a voler cercare tra quelle pagine i segni di una improbabile giustificazione. Lo ripongo di nuovo al suo posto. E subito dopo mi intrattengo con un testo diverso a cui sono molto affezionato e che, meglio degli altri, si presta ad essere letto anche aprendolo a caso: “Lettere a Lucilio”. Il grande filosofo romano Seneca così scriveva, nella lettera n. 2, a quel suo amico di Pompei: “…leggi sempre i migliori autori e, se talvolta vuoi passare ad altri, torna poi ai primi. Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per sopportare la povertà e per affrontare la morte e tutte le altre sventure umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”


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