Arriva un momento della vita -
che coincide quasi sempre con la “vecchiaia” - in cui senti forte il bisogno di
tornare con il pensiero al tempo e al luogo dove tutto è iniziato. E’ come percepire un piacere
velato di malinconia che ti fa andare a
ritroso e ti fa rivedere la tua vita, ritrovare quel che sai ineluttabilmente
perduto: l’infanzia, le persone care che non ci sono più, il paese natio come l’avevi
conosciuto. E' la nostalgia, il “dolore del ritorno”, quel
sentimento agrodolce che ti offre gioia e tristezza nel ricordo, e si pone come
un ponte emotivo tra il passato e il presente. Un sentimento nobile - se non
pretende di erigere il passato a modello di vita - che fa da contrasto alla
frenesia e all’omologazione contemporanea. “Quando ti viene nostalgia –
scrive Erri De Luca – non è mancanza. E’ presenza di persone, luoghi,
emozioni che tornano a trovarti”.
Non posso volgere le spalle alla
nostalgia. Devo sempre fare i conti con lei, è un mio tratto identitario e
caratteriale, appartiene al mio vissuto: è come se me la portassi dietro da
sempre come una seconda pelle. E’ un delicato esercizio della mente che evoca
la vita vissuta, la nostalgia.
Devo poi dire che non mi
considero “cittadino del mondo”, un ideale cosmopolita che non mi appartiene; appartengo,
invece, a un piccolo mondo, che è quel microcosmo fisico ed emotivo che io
chiamo “casa” ma anche “paese”, che ha una sua dimensione contenuta, a misura
d’uomo, contrapposta alla vastità alienante del paese globale. Preferisco la
profondità di un piccolo mondo fatto di
abitudini, punti identitari, tradizioni, limiti, ricordi, alla vastità di un
mondo globalizzato e massificato fatto di
nonluoghi desacralizzati. Ciascuno di noi porta nel cuore, a volte con gioia e
a volte con sofferenza, il paese delle proprie origini. E più siamo immersi e
disorientati in questo mondo globale e più sentiamo il bisogno di avere un
luogo dell’anima che sentiamo nostro, originario, unico, che nessuno può
sottrarci e che ci portiamo dentro: il paese dell’infanzia e della giovinezza.
Sono figlio del tempo e del
luogo in cui sono nato: un piccolo paese del sud dove la fatica del vivere, in
quei tempi, era pane quotidiano. E, nonostante i cambiamenti che si sono
succeduti, sono ancora quello che un tempo sono stato. Non posso rinnegare il
mio vissuto, fuggire dalle mie origini che mi hanno forgiato e mi inseguono,
anche se dovessi portarle come un pesante fardello. “Siamo tutti inseguiti
dalle nostre origini” diceva bene Cioran. E il modo migliore per sottrarre
all’oblio il luogo e il tempo perduti è quello di coltivare il ricordo nel
cuore, sublimando quella perdita ineluttabile in una compensazione spirituale. Per
non perdersi nel mondo.

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