sabato 5 settembre 2026

Il tempo che resta

 


Avevo avvertito, qualche mese fa, il bisogno di staccarmi da questo schermo, di vivere le cose senza doverle per forza raccontare, di respirare senza l’ansia di un’agenda online da rispettare e l’attesa di un commento a cui rispondere. Così sono uscito dalla blogosfera, ho chiuso la porta, ho staccato la spina, proprio io che non sono mai connesso perché non ho lo smartphone e solo raramente utilizzo internet attraverso un vecchio computer da tavolo.

E allora perché sono di nuovo qui? Perché dopo aver abbandonato il blog ho capito che mi mancava una cosa che mi faceva compagnia: il piacere di scrivere. Non per scalare le classifiche della blogosfera e fare numeri, non per avere persone che ti seguono – anche se fa piacere trovare qualcuno che ti legge e condivide i tuoi pensieri – non per rincorrere gli algoritmi e per parlare di ciò che va di moda, ma semplicemente perché a volte mettere le parole – certe parole - in fila su una pagina bianca fa bene all’anima. E’ una vera catarsi emotiva. E allora ci sarò ancora quando avrò qualcosa da dire e sparirò di nuovo quando la vita o qualcos’altro, là fuori, busserà alla porta. Sono ancora qui per riprendermi il mio tempo fatto di lentezza, di riflessione, di silenzi, che non sono vuoti da riempire ma spazi da abitare; sono ancora qui per parlare del tempo che passa e che mi sfugge inesorabile, veloce, distratto, senza lasciare traccia, come acqua sulla roccia.

Ma dove eravamo rimasti? Ah sì… parlavo del blog e terminavo il post con una citazione di Andrea Emo che voglio ancora riportare qui perché rappresenta, secondo me, l’estrema sintesi della scrittura in rete: “Ciò che scriviamo – ebbe a dire una volta questo filosofo sconosciuto ai più – è una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”. Una splendida e malinconica e veritiera riflessione. Io credo che tocchi il cuore dell’esistenza digitale e dell’atto stesso dello scrivere. Significa che ciò che pubblichiamo online o scriviamo su una pagina è una sorta di confessione, un diario, un messaggio racchiuso in una bottiglia e lanciato nel vuoto, destinato a persone che non   conosceremo mai, o che potrebbero perfino non esistere. Pensandoci bene, questo è il grande paradosso della rete: siamo presenti e assenti nello stesso tempo, circondati da miliardi di voci. Eppure non siamo mai stati così isolati come oggi. La tecnologia ci ha dato l’illusione di essere sempre in compagnia creando legami fragili e fittizi.

Se domani sparissimo dalla blogosfera, per la stragrande maggioranza degli utenti non cambierebbe nulla. La nostra assenza equivarrebbe alla nostra presenza. Scrivere in rete significa accettare che il proprio messaggio viaggerà nel tempo e nello spazio svincolato da chi lo ha creato, accettando l’idea che forse nessuno mai lo raccoglierà. Perché il lettore universale è una figura astratta. Un’ombra senza volto e senza nome. Dietro l’iperconnessione totale dei nostri tempi si nasconde una solitudine profonda. Comunichiamo nel buio sperando che quel “Nessuno” dall’altra parte dello schermo sia in realtà un “Qualcuno” che sta provando il nostro stesso identico vuoto e si senta meno solo leggendo le nostre parole. La scrittura, allora, come per incanto, rompe l’isolamento, trasforma un’esperienza intima e solitaria in un terreno d’incontro universale, diventa un ponte invisibile tra chi scrive e chi legge: il primo lo fa per non sentirsi solo, e il secondo – specchiandosi in quelle parole – scopre di non esserlo più. Se non avessimo questa capacità di creare un destinatario, individuale e universale – ci ricorda ancora Andrea Emo – non scriveremmo mai. Forse non penseremmo neppure. Perché nessuno veramente scrive solo per sé.

37 commenti:

  1. E come diceva Umberto Eco c'è una sola cosa che si scrive solo per sé, ed è la lista della spesa. E quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.
    Nessuno

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    1. Caro “Nessuno”, tu sei il lettore ideale, il destinatario universale – di nome e di fatto - a cui scriviamo le nostre lettere. Stammi bene

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  2. Che piacere, credevo definitiva la tua “diserzione “ internettiana, e invece eccoti di nuovo qui con riflessioni che toccano, coinvolgono, perché è proprio vero, scriviamo messaggi in bottiglia affidandoli alla bontà del mare, nella speranza che qualcuno (e non più nessuno!) legga e si riconosca, rendendoci meno soli, anche se noi non lo sapremo.
    massimolegnani

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    1. Avevo avvertito dei segnali di stanchezza, diciamo così, ma per la verità non ho mai scritto di voler uscire definitivamente dalla blogosfera. Forse non esiste nulla di veramente definitivo – caro Massimo – e questo è sicuramente un bene. Quello che oggi ci sembra una certezza, domani può rivelarsi un dubbio. C’è sempre spazio per una diversa interpretazione, una diversa valutazione. La mia assenza è durata solo 5 mesi, poi è prevalsa la voglia di scrivere ancora…ciao massimo

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  3. Di Fernando Pessoa dopo la sua morte, nel 1935, rimase quel celebre baule pieno di migliaia di manoscritti, molti dei quali sarebbero stati letti solo anni o decenni dopo. Pessoa aveva quindi scritto per un «Nessuno» che non conosceva e che forse non sarebbe mai esistito.

    In questo senso il suo baule è una perfetta «lettera ad ignoti»: una bottiglia affidata al tempo per un lettore futuro. Uno dei sensi più profondi dello scrivere: lasciare una traccia senza sapere chi, né quando, la raccoglierà.

    Come dici c'è un altro aspetto da considerare: la "sensazione" procurata dallo scrivere, particolarmente quando "chiudendo" il testo lo si affida all'eternità, un ineffabile profumo di caffè (o thè, quel che preferite) che al berlo scompare...

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    1. E’ vero, Fernando Pessoa è la maggiore espressione del pensiero di Andrea Emo: “lasciare una traccia senza sapere chi, né quando, la raccoglierà”. Dobbiamo però ringraziare Antonio Tabucchi che, per primo, ci ha fatto conoscere quel “baule” pieno di appunti e manoscritti. In primis quel classico della letteratura del Novecento che è “Il libro dell’inquietudine”, sempre aperto sul mio comodino, da sfogliare e leggere nei momenti di noia esistenziale. Ciao Galvan

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  4. Appunti per sconosciuti. Lo avrebbero detto i filosofi greci che dopo 2000 anni qualcuno avrebbe riflettuto sulle loro parole?
    Senza andare troppo lontano nel web si pubblica per confrontarsi, e per mille altri motivi. Perché viene fatto? Ognuno ha la sua formula. La catalogazione serve solo ad desiderio di ordinare dell'autore.

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    1. Si, i filosofi greci erano ossessionati dall’immortalità del pensiero, scrivevano con l’intenzione di parlare a ignoti destinatari di un lontanissimo futuro. Epicuro, per esempio, scriveva lettere a discepoli sconosciuti con l’intento di creare una comunità unità dalla stessa filosofia di vita. Scrivevano per sconfiggere il tempo. E la morte.

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  5. Sono stata fuori dalla "sfera" del blog per 3 anni. Ho deciso di tornare, come te, solo pochi mesi fa. Il motivo è identico: mi mancava scrivere. Per me, soprattutto.
    Avevo bisogno di tornare a qualcosa che mi è sempre piaciuto fare.

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    1. Ricordo bene la tua decisione di uscire dalla rete. Tu hai una capacità di sintesi davvero invidiabile. In tredici righe riesci a scrivere un libro. Brava :)

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  6. Parole verissime. La catarsi delle parole scritte è una delle ragioni per cui anch'io, a suo tempo, ho cominciato a scrivere e, poi, a condividere in rete pensieri e riflessioni. Sono lontana da statistiche e quantità di commenti, non sono interessata ai numeri, sono già contenta quando immagino di potere arrivare a qualcuno, perché condivido il pensiero del filosofo: nessuno scrive per sé ed è un bene che sia così.

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    1. Sono d'accordo con te, cara Marina. E buona permanenza a Monaco :)

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  7. Grande è il piacere nello scoprire di poterti di nuovo leggere.
    Trovo le tue riflessioni mai scontate, sempre profonde e stimolanti.
    Stavolta mi ha dato da pensare in modo particolare la tua frase:
    Sono ancora qui per riprendermi il mio tempo fatto di lentezza, di riflessione, di silenzi, che non sono vuoti da riempire ma spazi da abitare.
    Meditate, gente, meditate... ;-)
    Ciao, un abbraccio.

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    1. Grazie Siu per le tue generose parole. Un caro saluto :)

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  8. Mi fa molto piacere tornare a leggerti, Pino. Comprendo questo disincanto, ma io come te sento il bisogno di scrivere e di conseguenza di condividere un pensiero, un racconto che poi è il racconto di sé. Mi unisco alle tue parole, anch'io non ho la passione dei numeri, mi interessano invece le piccole comunità dei "fedelissimi", persone che col tempo si impara a conoscere. Ecco, dietro questi schermi siamo in carne e ossa e la scrittura ha il grande potere di creare connessioni fra noi tutti.

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    1. Fa piacere anche a me ritrovarti, Luz. Grazie e un saluto

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  9. Nessuno e Qualcuno... Penso che in fondo, quando scriviamo in rete, non sappiamo quasi mai chi arriverà davvero a leggerci. Eppure continuiamo a rivolgerci a qualcuno. Forse è proprio questo “qualcuno” indefinito che rende la scrittura diversa da un semplice monologo.
    E forse, un po' paradossalmente, il lettore più interessante potrebbe proprio essere quello che non stiamo cercando. Quello che arriva per caso, magari mesi o anni dopo, e trova in una pagina qualcosa che in quel momento gli serviva.

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    1. E' vero, questo qualcuno indefinito e invisibile che ti legge trasforma la scrittura in rete che da atto privato si trasforma in atto pubblico. Tutti arrivano qui per caso, poi qualcuno diventa un assiduo frequentatore, qualcun'altro ti abbandona alla prima visita. Sul primo proiettiamo certamente la parte migliore di noi. E' un messaggio in bottiglia alla ricerca di qualcuno che possa finalmente comprenderci. Insomma scriviamo a chi vorremmo che ci ascoltasse, senza dover convincere nessuno.
      Grazie Carlo di essere qui.

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  10. Buongiorno e bentornato Pino.

    In pratica hai fatto fare alla tua anima esattamente quello che i contadini fanno con la terra: il maggese. Ti sei preso il tempo di far riposare il terreno per ritrovare la tua vera identità e la tua voce. Trovo incredibile come questa tua intuizione sia esattamente la stessa che unisce i più grandi spiriti della storia, quasi stessero dialogando con te da epoche diverse. Nel mare aperto della rete sono giunte a riva tante bottiglie con lo stesso identico messaggio.Vedere come abbiano trovato in te quel "qualcuno" capace di interpretare questa necessità di silenzio e distacco come seme per poi tornare a germogliare.Mentre leggevo il tuo post mi tornavano in mente proprio quei grandi autori che ti hanno sempre accompagnato in questo spazio e che ancora oggi ci parlano dal loro maggese eterno.
    Penso a Virgilio che nelle Georgiche diceva proprio di concedere ai campi di riposare a stagioni alterne (“Alternis idem tonsas cessare novales”), perché la mente è come la terra: se non si ferma, si esaurisce. Gli faceva eco Ovidio, ricordandoci che ciò che non sperimenta il riposo non dura e che le forze si rigenerano solo con la sosta. Perfino Seneca insisteva sul fatto che l'animo deve essere flessibile e che senza questi "passaggi a vuoto" perdiamo elasticità e ci spezziamo.E poi come non pensare a David Thoreau? Ha fatto esattamente quello che hai fatto tu in questi mesi, ritirandosi nei boschi di Walden per ritrovare il proprio tempo; scriveva che la mente ha bisogno di ampi margini e che l'uomo perde se stesso se corre dietro alla frenesia della società. Fino ad arrivare a Nietzsche, che sembra descrivere l'ansia da schermo, l' iperconnessione dei nostri giorni, quando diceva che la mancanza di otium è diventata un vizio e che chi non dispone di due terzi della giornata per sé è uno schiavo. L'anima ha bisogno del suo maggese per tornare a produrre qualcosa di autentico.
    E la scrittura ne è strumento comunicativo.

    Un saluto ;)

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    1. Dispiace solo che a questo commento manchi una firma, un qualsiasi tipo di firma.

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    2. Mi viene da dire dulcis in fundo: aspettavo il tuo commento – mia cara L. - e non poteva essere più appropriato di questo. Grazie davvero per le tue generose parole. L’idea di prendere esempio dal maggese per staccare, ogni tanto, dalla frenesia moderna e dal mito della produttività è una straordinaria metafora quanto mai opportuna e necessaria. Il riposo, anche mentale, non è tempo perso ma una condizione fondamentale per rigenerarsi. Prendersi dei momenti di vuoto, oziare senza rincorrere per forza un risultato, un obiettivo, fa bene all’anima. Staccare dalla tecnologia, dai telefonini, da internet, è un investimento sulla nostra salute fisica e mentale. Perché senza il maggese la terra diventa un deserto. Un caro saluto

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    3. Nel post precedente ci eravamo lasciati proprio sul "maggese" e ci siamo ritrovati sullo stesso come riapertura.
      Non ho altro da aggiungere se non un sentito Grazie :)

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  11. Per Siu: chissà quante volte abbiamo detto a una persona: ti riconosco dai passi. Ecco, in un blog i passi sono le parole, dietro alle quali non possiamo nasconderci perché ci identificano. E i passi/parole dell'anonimo di cui sopra ho imparato a riconoscerli. E apprezzarli. Perchè ha uno stile, un modo di scrivere molto particolare che nasce dal profondo. Cara Siu, quell'anonimo - quel Nessuno - si chiama Linda. A volte si firma con una L., altre volte non mette alcun segno di riconoscimento. Ma io la riconosco sempre :)

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    1. Tutto vero e bello. Non toglie che, un blog essendo non già un tête à tête privato e riservato, ma una finestra o se vuoi una piccola piazza aperta a tutti, quello di rendersi identificabile non solo all'autore del blog resta un educato e antielitario segno di rispetto nei confronti di tutti i partecipanti al blog medesimo.

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    2. Buongiorno Siu, ho letto con attenzione i tuoi due commenti, capisco perfettamente il tuo punto di vista e ti ringrazio per aver sollevato la questione. La piazza ha le sue regole di trasparenza ed è giusto che sia così per garantire rispetto a tutti.

      La mia non è una mancanza di rispetto "da rete", né il desiderio di creare un dialogo d'élite,anzi è l'esatto opposto .A volte ,forse anche spesse volte,mi viene così spontaneo identificarmi attraverso il moto della mia anima che recintare quel sentire dentro un nome o un nick mi sembra quasi un controsenso. Mi dà l'idea di voler mettere un recinto di possesso o di appartenenza su qualcosa che invece viaggia in una dimensione libera e universale.Non saprei in che altro modo spiegarlo,ma del nome quasi me ne dimentico ,passa davvero in secondo piano.

      Pensa agli autori che citavo prima, "tante bottiglie ma con un unico identico messaggio "che attraversa il tempo. Lì non conta il nome del messaggero, conta la verità del messaggio. Omettere una firma, per me, non è un modo per nascondermi, ma per spogliarmi di qualsiasi etichetta e lasciare che parli solo il pensiero puro. È il mio modo di rispettare un'autenticità interiore che paradossalmente non è mia, ma è di tutti e da tutti. .

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    3. — Omettere una firma, per me, non è un modo per nascondermi, ma per spogliarmi di qualsiasi etichetta e lasciare che parli solo il pensiero puro. È il mio modo di rispettare un'autenticità interiore che paradossalmente non è mia, ma è di tutti e da tutti.

      Riprendo il filo da qui, sotto questo mio stesso commento su cui solo ora ci torno. Un prosieguo dettato esclusivamente dalla mia autenticità, dal rispetto e dall'autenticità di Pino e di ogni lettore che legge in questa piazza.

      Non serve andare così lontano se ci troviamo dentro quella "bottiglia". Basterebbe perlomeno leggerne il messaggio, perché fintanto che ci dimeniamo per uscirne siamo costretti a guardarci dentro. E cosa può essere così spaventoso, cosa ci fa implodere se il trasporto metafisico si è schiantato e ha fatto irruzione in quella parte di noi chiamata anima?Non serve cercare di definire il tempo quando si rivela un tutt'uno di un'attualità disarmante. Ed io, effettivamente, chi sono per aver abbassato lo sguardo su certe letture come questa? Penso a "Sull'Anima", di cui Pino, in uno dei suoi splendidi post di sabato 22 maggio 2021, ebbe a soffermarsi:

      “Impuro e deformante è lo sguardo della volontà. Solo quando non desideriamo niente, solo quando il nostro guardare diventa mera contemplazione, si schiude l’anima delle cose, la bellezza. Se osservo un bosco che intendo comperare, affittare, ipotecare, dove voglio tagliare legna o andare a caccia, io non vedo il bosco, bensì soltanto i suoi legami con le mie intenzioni, i miei progetti e preoccupazioni, il mio portafoglio. Allora esso è fatto di legno, è giovane o vecchio, malato o sano, Se però non voglio niente da lui, guardo “senz’altri fini” nella sua verde profondità, ecco che è soltanto bosco, e natura e creatura vegetale, è bello.

      Così succede anche con gli uomini e con il loro aspetto. L’uomo che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con precise intenzioni e richieste non è un uomo, bensì soltanto un torbido specchio della mia volontà. (…) Nel momento in cui si placa la volontà e si instaura la contemplazione, il puro osservare e abbandonarsi, tutto cambia. L’uomo non è più utile o pericoloso, interessante o noioso, gentile o rozzo, forte o debole. Diventa natura, diventa bello e singolare come tutto ciò su cui si rivolge la contemplazione pura. Perché la contemplazione non è né studio, né critica, è soltanto amore. E’ la condizione della nostra anima più elevata e più desiderabile: amore senza cupidigia. Se riusciamo a raggiungere questo stato, anche solo per pochi minuti, ore o giorni (preservarlo per sempre sarebbe la perfetta beatitudine), gli uomini ci appaiono diversi dal solito. Non più specchi o caricature della nostra volontà, ma natura. (…)

      Il nostro simile diventa così l’oggetto più nobile, più eletto e più degno di contemplazione. Non tutti sanno fare questa semplice valutazione in modo libero e spontaneo, lo so per esperienza diretta. In gioventù sono stato più strettamente e intimamente legato a paesaggi e opere d’arte che all’essere umano; anzi, ho sognato per anni una poesia in cui fossero presenti solo aria, terra, acqua, alberi, montagne e animali, e mai l’uomo. Lo vedevo così sviato dal corso tracciato dall’anima, così dominato dalla volontà, così rozzo e scatenato nel perseguimento di finalità animalesche, scimmiesche, primitive, così avido di stupidaggini e di nullità, che per un certo periodo mi dominò l’errore peggiore; che forse l’uomo, come via d’accesso all’anima, fosse già stato ripudiato e stesse regredendo, e quella sorgente dovesse cercare altrove nella natura la propria via.........

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  12. Scrivere è un bisogno, un rifugio, uno svago, un piacere, una necessità. Quando manco dal blog, anche io sento sempre l'esigenza di tornare.

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    1. E' vero. L'ho sperimentato anch'io dopo un periodo di assenza. Il blog diventa uno spazio silenzioso della mente molto rassicurante, capace di mettere ordine ai tuoi pensieri e stimolare l'introspezione.

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    2. ... mi hai fatto pensare a qualcosa che sta tra il 5° e il 6° stadio dell'ottuplice sentiero dello yoga: Pratyahara, il ritiro dei sensi dagli stimoli esterni, e Dharana, la concentrazione su un punto.

      Il blog, quando funziona così, è una specie di piccolo passaggio da uno all'altro: ci si ritira un po' dal rumore del mondo e, scrivendo, si prova a mettere a fuoco qualcosa.

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    3. Dai una bella definizione del blog: un luogo dove la chiarezza del pensiero dovrebbe avere più forza dello scontro verbale

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  13. Il maggese serve anche a questo: lasciare riposare il nome, finché dalla terra non spunta una parola.

    Poi qualcuno quella parola la riconosce.

    Intanto il nome riposa.

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    1. Sempre che tu riesca ad uscire per un momento dal narcisistico innamoramento per l'invenzione del tuo reiterato maggese, quale parte di "quello di rendersi identificabile non solo all'autore del blog resta un educato e antielitario segno di rispetto nei confronti di tutti i partecipanti al blog medesimo" non ti è chiara?

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  14. Cercherò di trarre una conclusione, se mi è consentito. Scrive un "anonimo" - un "nessuno" per non allontanarci dal tema del post - che allorquando mi sono allontanato dal blog (solo per pochi mesi) ho preso esempio dal “maggese”. Ora, per chi non lo sapesse, il maggese è una tecnica agricola utilizzata dai contadini, attraverso la quale il terreno viene lasciato a riposo e non seminato, per fargli recuperare fertilità. Una metafora davvero appropriata perché il riposo, anche mentale, serve per recuperare le forze e rigenerarsi; in altre parole prendersi dei momenti di “vuoto” senza rincorrere obiettivi e risultati e telefonate e messaggi e video… fa bene all’anima. A questo commento Siu ha manifestato, come dire, il suo malumore – ma, badate bene, non sul pensiero racchiuso in quella metafora che probabilmente condivide (basta solo non esagerare con quel suo “reiterato maggese”, dice lei) – ma sul fatto che “al commento manchi una firma, un qualsiasi tipo di firma”. Ora - senza voler fare l’avvocato difensore – devo dire che L. (pardon l'Anonimo), non offende nessuno, non è un “leone da testiera”, come si dice, e quindi non ha bisogno di nascondersi dietro l’anonimato. Per scrivere i suoi commenti, le sue profonde riflessioni, non rincorre l’approvazione della rete, non cerca attenzioni per nutrire il proprio ego, non insegue il successo, non cerca follower, tant’è che non ha neppure un suo blog. E a volte dimentica pure di mettere in calce al suo commento quella famigerata L. che possa identificarla.
    Lei però, nonostante tutto, tocca e sottolinea un nodo centrale della condizione umana: il contrasto tra il dominio utilitaristico, che vige ai nostri tempi, e la pura contemplazione, che sembra smarrita. Questo significa che non dobbiamo guardare il mondo solo attraverso la lente del “a cosa mi serve” riducendo la realtà a uno strumento. Non dobbiamo avere uno sguardo deformante per trasformarlo in un riflesso delle nostre attese e dei nostri bisogni e delle nostre ansie. Ma c’è da dire un’altra cosa, la più importante, secondo me: le parole scritte in rete spesso generano incomprensioni e a volte anche ostilità. Quando leggiamo un testo mancano alcune condizioni fondamentali: il tono della voce, le espressioni facciali, il linguaggio del corpo. Ne sono certo: se L. (anonimo) e Siu si fossero incontrate nello scompartimento di un treno la loro conversazione sarebbe stata molto più piacevole, senza incomprensioni…e non si sarebbero nemmeno presentate (piacere Linda…piacere mio Siu) :)

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  15. Due considerazioni, la prima: non mi ha mai sfiorato l'anticamera del cervello l'idea che quella firma che auspico in calce ai commenti serva a rincorrere l'approvazione della rete, cercare attenzioni, nutrire il proprio ego, inseguire il successo o cercare follower. La considero una banalissima sigla che rende possibile al lettore di un blog identificare e dunque avere chiari i termini degli scambi che vi si susseguono. Ribadisco, nient'altro che un'attenzione, un semplice atto di disponibilità e cortesia.
    Seconda considerazione. In merito al fatto che determinati contenuti possano tendere in qualche modo alla contemplazione, alla trascendenza, all'universalità: ma quale contraddizione, quale insuperabile impedimento ci sarà mai ad apporvi una firma in calce? Ce l'hanno messa, per dire, Dante, Manzoni, Leopardi, fior di Padri della Chiesa... Qualcuno ha l'impressione che i loro scritti ne siano risultati in qualche modo compromessi e abbiano perso in autenticità ed efficacia?
    Potrò essermi sbagliata, non ho nessuna difficoltà ad ipotizzarlo, ma ai pensieri che passano per la testa non si comanda, e nella mia è passato: meno megalomania, viva la gentilezza.

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    1. Dante e Manzoni non scrivevano su un blog...e forse per questo sono eterni. :) Io credo che l’anonimato non rappresenti una mancanza di rispetto nei confronti degli altri partecipanti alla discussione; è chiaro, però, che il suo impatto dipende sempre dal tono del messaggio e dal contesto in cui ci troviamo a scrivere. In una discussione ideale – e soprattutto in rete - la forza di un commento non risiede tanto nello status di chi lo sottoscrive quanto nella sua esposizione e competenza. Il problema sorge – ed è molto grave – quando l’anonimato viene usato come uno scudo per offendere le persone in spregio alla corretta e civile convivenza. Io potrei capire se in un blog tutti i commentatori firmassero con il loro vero nome e cognome: in questo caso l’arrivo di un commento anonimo striderebbe e sarebbe davvero un atto di scortesia e di sfiducia. Quasi tutti, però, nei blog usano un nik di fantasia che non ha nulla a che vedere con l’identità vera della persona. Io mi firmo con il mio vero nome, che è Pino; ma se mi firmassi Sempronio cambierebbe qualcosa ai fini della discussione e della correttezza? Qui non siamo davanti a un notaio – cara Siu - contano le parole e io penso che un commento anonimo, fatto di parole educate e costruttive, è più accettabile di un commento firmato con nome e cognome che però offende e aggredisce con parole volgari gli altri interlocutori. Ciao Siu e grazie per i tuoi interventi, sempre rilevanti e degni di attenzione.

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  16. questi luoghi sono importanti, ma come i diari devono essere spontanei, quando desideriamo riprenderli in mano e quando invece ci ritiriamo in altro

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