Non
potrei vivere in una casa senza un balcone. E quando mi trovo nella mia casetta
nel Cilento - che sia bello o brutto tempo - è mia abitudine starmene seduto
lì, su quel balconcino, immerso nei miei pensieri, in una sorta di muto e
solitario raccoglimento. E’ uno spazio dalle dimensioni ridotte, ma in compenso
mi offre una straordinaria veduta permettendomi di soddisfare alcuni rituali
quotidiani: fare colazione al mattino mentre assaporo quell’aria frizzantina,
leggere, osservare il panorama e il tramonto sul far della sera. In fondo, per
essere felici, basta poco: una sedia, un orizzonte che sappia parlare alla tua
anima, e il lusso di non fare nulla, se non esistere. La vera bellezza sta nel
saper rallentare per trovare il contatto con ciò che ti circonda. Fermarsi per
un momento, lasciare scorrere il mondo, guardarlo.
Stare
seduto lì, dove il silenzio e la solitudine diventano rigeneranti, significa
non farsi travolgere dalla frenesia del tempo e dall’obbligo di essere
produttivi e impegnati a tutti i costi; significa diventare di colpo invisibili;
significa perdere tempo, cioè guadagnarlo; significa fruire di cose rare come
il silenzio, il tempo che scorre lento, la contemplazione. E così, m’intrattengo
con me stesso e lascio libera la mente di vagare, viaggiando stando seduto e osservando
il mondo.
Alla
mia destra il balcone si apre sul piccolo giardino del vicino, denso di aranci
e limoni: è un angolo quasi monastico, di quiete, che profuma di estate perenne
e di pace, dove il tempo sembra fermarsi. Ben diversa è la sensazione che mi
lasciano, poco più in là, le villette a schiera arrampicate su una collinetta
sovrastante, un’altura che avrebbe meritato un destino differente. A pochi
metri in linea d’aria dal mio balcone spicca una torre difensiva dell’XI secolo,
una massiccia struttura quadrangolare in pietra locale, dotata di tracce di un ponte
levatoio. Simbolo di un antico passato quando bisognava proteggersi dalle
continue incursioni dei pirati saraceni.
Osservo
la valle sottostante che si riversa dolcemente verso il mare che bagna Agropoli,
costellata di ulivi che dominano i pendii, le cui foglie, mosse dal vento,
creano riflessi d’argento. Accanto, querce maestose stendono lunghe ombre sul
terreno offrendo una sensazione di quiete immutabile, simbolo millenario di
forza, longevità, resistenza e profondo legame con la terra. Qua e là spuntano vigne
e alberi di fichi carichi di frutti, vanto del Cilento, che emanano un profumo
dolce e selvatico che si mescola agli aromi del mirto e del rosmarino. Vedo giù
la strada a scorrimento veloce, piena di macchine, che si incunea tra le
colline, il cui rumore mi arriva attutito e non sembra scalfire la pace del
luogo. Numerosi casali isolati, in pietra, punteggiano il territorio e rimandano
a un’atmosfera antica legata alla vita contadina del tempo che fu. Il silenzio
della valle è interrotto solo dal frinire delle cicale e dai rintocchi della
campana della chiesa parrocchiale di Torchiara, un antico borgo cilentano, con
la sua storia e la sua vista privilegiata sul Golfo di Salerno
Quando
la giornata è limpida, lo sguardo arriva fino alla Costiera Amalfitana con le
sue alte cime che declinano armoniosamente verso la Penisola Sorrentina e si
allungano nell’acqua, con i suoi paesi aggrappati alla scogliera. Là dove il
mare e il cielo quasi si fondono, emerge netta l’inconfondibile sagoma
dell’isola di Capri, con il suo profilo spigoloso che sembra vigilare sul
golfo. “ Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e
sovrumani / silenzi, e profondissima quiete…”. Questo è Leopardi, L’infinito.
E come la siepe per il poeta di Recanati, da quassù lo sguardo si perde dove il
cielo incontra l’acqua, in un confine invisibile che sa di infinito e stimola
l’immaginazione verso ciò che va oltre il visibile. E’ il mio infinito. E quando
si fa sera e il sole si nasconde all’orizzonte, tingendo di giallo dorato lo
specchio immobile del mare, mi sento miracolosamente liberato dai pesi e dalle
afflizioni che mi porto dietro. E provo un piacevole benessere.
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