sabato 10 ottobre 2026

Gli ulivi: custodi del tempo

 




Mi trovo in campagna circondato dagli ulivi della mia terra cilentana. Con l’arrivo dell’autunno torna il tempo della raccolta e io, come ogni anno, sono di nuovo qui a ripetere un rito antico che mi appartiene nel profondo. Custodire un piccolo uliveto collinare - prezioso retaggio di famiglia - è un magnifico privilegio che racchiude in sé il senso, quasi religioso, della memoria e della resistenza. E’ un atto di affetto verso i miei genitori che l’hanno protetto ancor prima, e poi un segnale di responsabilità ecologica e paesaggistica verso un mondo che sembra abbia preso tutt’altra direzione.

C’è qualcosa di profondamente ancestrale nel camminare in un oliveto: è come immergersi nella storia di un territorio, respirare il mito, tornare indietro nel tempo. E’ un’esperienza che racchiude tutta la sacralità di una pianta, vero e proprio monumento naturale plasmato dal tempo e dalla fatica dell’uomo. Più invecchia, l’ulivo, e più si fa scultoreo, come se ogni stagione – fredda o calda che sia - lasciasse una traccia di magnificenza, di nobiltà sul suo tronco scavato e contorto; più gli anni passano e più assume quella dimensione maestosa che sembra sfidare il tempo. Sono custodi silenziosi della natura che hanno visto passare epoche diverse, mutamenti climatici, l’avvicendarsi di antiche civiltà. Sono creature naturali che hanno una straordinaria memoria storica: hanno visto scorrere le vite di chi è venuto prima, come i miei nonni e poi i miei genitori e prima ancora tutte le altre generazioni che si sono susseguite su quella terra.

L’ulivo ha ispirato poeti e scrittori di ogni epoca, dall’antichità fino ai giorni nostri, e si è caricato di profondi significati simbolici, quali la pace, la rinascita, la resistenza, il legame intenso con la propria terra. Per Gabriele D’Annunzio gli ulivi hanno una sensualità quasi mistica; per Eugenio Montale rappresentano la resistenza al “male di vivere”; Giovanni Pascoli, ne La canzone dell’ulivo ne loda la sobrietà e la capacità di dare luce e pace agli uomini; il poeta Giuseppe Ungaretti, in occasione di una sua visita nel Cilento, vedeva “Ulivi, sempre ulivi! In mezzo sono ulivi, come pecore a frotta”. E come non ricordare Giuseppe Dessì: in un suo famoso romanzo ambientato nella Sardegna dei primi anni del ‘900, “Paese d’ombre”, il protagonista osservando gli ulivi “percepiva il silenzio, non come si percepisce il silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio di persone che stanno zitte e pensano”.

Li osservo anch’io con commozione e ammirazione, i miei ulivi, li accarezzo con lo sguardo perché mi ispirano un senso di pace, di saggezza, di antica bellezza. Gli ulivi sembrano sfidare il tempo ovunque essi si trovino, in Sardegna come nel Cilento, in Liguria come in Abruzzo, impongono ritmi lenti, richiedono anni per dare i primi frutti e secoli per raccontare la storia di chi li ha piantati. In un mondo che corre a velocità supersonica verso non si sa dove, curare un uliveto è quasi un atto rivoluzionario, una dichiarazione di autonomia dalla frenesia moderna. E’ la scelta di rispettare i tempi della natura che non possono essere accelerati da un algoritmo o stravolti dall’intelligenza artificiale. Continuare a custodire un pezzo di terra legato alla propria storia familiare significa preservare le proprie radici. Significa non  spezzare quel filo invisibile che unisce il passato, il presente e il futuro.


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