Mi trovo in campagna circondato dagli ulivi della mia
terra cilentana. Con l’arrivo dell’autunno torna il tempo della raccolta e io,
come ogni anno, sono di nuovo qui a ripetere un rito antico che mi appartiene
nel profondo. Custodire un piccolo uliveto collinare - prezioso retaggio di
famiglia - è un magnifico privilegio che racchiude in sé il senso, quasi
religioso, della memoria e della resistenza. E’ un atto di affetto
verso i miei genitori che l’hanno protetto ancor prima, e poi un segnale di
responsabilità ecologica e paesaggistica verso un mondo che sembra abbia preso
tutt’altra direzione.
C’è qualcosa di profondamente ancestrale nel camminare
in un oliveto: è come immergersi nella storia di un territorio, respirare il
mito, tornare indietro nel tempo. E’ un’esperienza che racchiude tutta la
sacralità di una pianta, vero e proprio monumento naturale plasmato dal tempo e
dalla fatica dell’uomo. Più invecchia, l’ulivo, e più si fa scultoreo, come se
ogni stagione – fredda o calda che sia - lasciasse una traccia di magnificenza,
di nobiltà sul suo tronco scavato e contorto; più gli anni passano e più assume
quella dimensione maestosa che sembra sfidare il tempo. Sono custodi silenziosi
della natura che hanno visto passare epoche diverse, mutamenti climatici, l’avvicendarsi
di antiche civiltà. Sono creature naturali che hanno una straordinaria memoria
storica: hanno visto scorrere le vite di chi è venuto prima, come i miei nonni
e poi i miei genitori e prima ancora tutte le altre generazioni che si sono
susseguite su quella terra.
L’ulivo ha ispirato poeti e scrittori di ogni epoca,
dall’antichità fino ai giorni nostri, e si è caricato di profondi significati
simbolici, quali la pace, la rinascita, la resistenza, il legame intenso con la
propria terra. Per Gabriele D’Annunzio gli ulivi hanno una sensualità quasi
mistica; per Eugenio Montale rappresentano la resistenza al “male di vivere”; Giovanni
Pascoli, ne La canzone dell’ulivo ne
loda la sobrietà e la capacità di dare luce e pace agli uomini; il poeta
Giuseppe Ungaretti, in occasione di una sua visita nel Cilento, vedeva “Ulivi,
sempre ulivi! In mezzo sono ulivi, come pecore a frotta”. E come non ricordare Giuseppe Dessì: in
un suo famoso romanzo ambientato nella Sardegna dei primi anni del ‘900, “Paese d’ombre”, il protagonista
osservando gli ulivi “percepiva il silenzio, non come si percepisce il
silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio di persone che stanno
zitte e pensano”.
Li osservo anch’io con commozione e ammirazione, i
miei ulivi, li accarezzo con lo sguardo perché mi ispirano un senso di pace, di
saggezza, di antica bellezza. Gli ulivi sembrano sfidare il tempo ovunque essi si trovino, in Sardegna come nel
Cilento, in Liguria come in Abruzzo, impongono ritmi lenti, richiedono anni per
dare i primi frutti e secoli per raccontare la storia di chi li ha piantati. In un mondo che corre a velocità supersonica
verso non si sa dove, curare un uliveto è quasi un atto rivoluzionario, una
dichiarazione di autonomia dalla frenesia moderna. E’ la scelta di rispettare i
tempi della natura che non possono essere accelerati da un algoritmo o
stravolti dall’intelligenza artificiale. Continuare a custodire un pezzo di
terra legato alla propria storia familiare significa preservare le proprie
radici. Significa non spezzare quel filo
invisibile che unisce il passato, il presente e il futuro.

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