Ho incontrato di nuovo Emilio Brentani rileggendo per la seconda volta “Senilità” di Italo Svevo. Lo conobbi tanto tempo fa questo fragile personaggio sveviano – credo che fossero gli anni immediatamente successivi al liceo – quando certe letture costituivano una sorta di obbligo morale per i giovani, un passaggio quasi necessario per la propria formazione socio-culturale. Ricordo che – io ancora digiuno di avversità esistenziali e di problematiche sentimentali - provai una immediata simpatia, seppure venata di malinconia, per quest’oscuro impiegato triestino di fine Ottocento, chiuso in una precoce “senilità” psicologica. Offrii la mia solidarietà a quest’uomo solitario incline alla sconfitta, reso inerte dalla sua “inattitudine” alle astuzie della vita e, ancor di più, travolto dalla sua “inettitudine” a gestire relazioni affettive. L’ho ritrovato, in questi giorni, tra le pagine ingiallite della celebre edizione “Dall’oglio”, nota in Italia tra gli anni ‘50/”70, con le antiche sottolineature a matita, come questa che appare l’estrema sintesi del libro: “egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza”.
Emilio Brentani è considerato dalla critica letteraria il prototipo
dell’inetto, incapace di “tuffarsi” nella vita piena, quella che conta. Eppure,
io ritengo che sia una figura molto umana, uno specchio in cui l’uomo moderno dovrebbe
riconoscersi, costretto com’è a confrontarsi con una società sempre più
complessa che non riesce a dominare. Non è un vincente, ma un sognatore candido
e ingenuo, che ha difficoltà a gestire i propri sentimenti, le proprie
relazioni, come un po' tutti noi. Non ha la vitalità predatoria del suo amico
Stefano Balli, è un solitario che vive con la sorella Amalia, e quando prova a
dare una svolta alla sua vita innamorandosi di Angiolina, una donna dinamica e manipolatrice,
trova la sua rovina: vuole educarla, diventandone vittima.
Mi veniva da pensare, mentre leggevo le
pagine di questo libro, che esiste un indubbio piacere nell’intrattenersi con certi
personaggi letterari: il rischio di incorrere in tormenti e fastidi personali è
praticamente nullo, diversamente da ciò che potrebbe accadere qualora si avesse
a che fare con persone e fatti reali. E’ come se si stabilisse, tra il lettore
e il protagonista del libro, un tacito rapporto del tutto privato che, escludendo
gli altri soggetti, sfociasse in un atto di reciproca misantropia.

“egli traversava la vita cauto” con tutto quello che ne consegue, e’ un rimprovero che mi è stato mosso e che io stesso a volte mi faccio. Trovo che sia una pecca grave che fa vivere la vita con rammarico e che solo da pochi anni, quasi fuori tempo massimo, sto cercando di modificare.
RispondiEliminaPer stemperare l’atmosfera troppo cupa del commento ti faccio un’osservazione futile: rileggendo la frase di inizio del tuo articolo mi viene da chiederti…quindi l’hai letto tre volte?
Un sorriso
massimolegnani
EliminaNo, forse mi sono espresso male, ma volevo dire che, rileggendo per la seconda volta il libro di Svevo, ho incontrato due volte Emilio Brentani, il quale – come ci tieni a sottolineare - "traversava la vita cauto". Un rimprovero, questo, che è stato rivolto anche a te e che, in qualche maniera, potrebbe essere un modus vivendi che ti appartiene da sempre. Cosa vuol dire? Vuol dire che Emilio Brentani evitava i pericoli, gli slanci vitali, le passioni forti e forse anche le sue responsabilità, e così facendo non viveva una vita veramente intensa e soddisfacente. Una condizione dell'anima, questa, non legata certamente all'età anagrafica e difficile da estirpare. Lui era così, era fatto così e se avesse indossato una maschera diversa, per apparire come il suo amico Stefano Balli - un vero rapace della vita - avrebbe falsificato la sua identità, il suo modo di essere, la sua filosofia di vita, insomma sarebbe stato un altro. Ma sarebbe stato anche un altro libro, cioè il “Bel ami” di Maupassant dove imperversano le avventure di un cinico e brillante e sprezzante e vincente arrivista privo di scrupoli, Duroy. Ma per essere se stessi bisogna sapersi accettare. Non credo sia una “pecca grave” vivere la propria esistenza in maniera cauta, riservata, prudente, riflessiva, saggia, moderata. A un Duroy io preferisco sempre un Emilio Brentani. Stammi bene
"traversare la vita cauti" per poi morire incolpevoli e inconsapevoli, pieni solo di sogni e amore e riconoscenza verso il mondo. Capita ai migliori, e non lo dico solo perché sorte precoce della mia amata. Ma certe letture fanno pensare a come va il mondo, come ci adeguiamo spesso ma - come sottolinea Pino - spesso servano da disinnesco ai nostri fatti reali, anche se quando accadono, poi, è dura estrapolare saggezze accumulate teoreticamente.
RispondiEliminaCiao Franco e bentornato.
EliminaEssere consapevoli dei propri limiti, assolvere se stessi per le occasioni mancate e concentrarsi su ciò per cui si è grati alla vita, ecco, sono questi i pilastri su cui dovrebbe erigersi la nostra esistenza. La bontà di uno stato d’animo non deriva dal confronto con i modelli esterni imposti dalla società dell’immagine, ma dall’accettazione dei propri valori e dal trovare un contenuto profondo nelle piccole cosa quotidiane. Tutto qui. La vita non deve essere “brillante” agli occhi degli altri, ma autentica secondo i nostri principi. Emilio Brentani è lacerato dal desiderio di piacere e dalla paura di non farcela. In fondo è un nostro amico che un pò ci somiglia, di cui a volte ci vergogniamo - piaccia o non piaccia - e noi non dobbiamo essere vittime del suo stesso tranello.
Caro Pino, leggere questo post lascia un senso di anacronismo:) forse perché viviamo immersi nel mito dell’eterna giovinezza. Siamo spinti a esibire un vigore perenne, rifugiandoci in un eterno presente che tenta di mascherare il trascorrere del tempo.
RispondiEliminaHai mai notato, ad esempio, quegli adulti che imitano i giovani indossando i pantaloni strappati? È l'ostentazione di un’immagine che non ci appartiene più. In questo, l’inetto sveviano si rivela paradossalmente più 'moderno' di noi: egli ha il coraggio dell’autenticità. Accetta la propria natura senza filtri e, pur nel rammarico per le occasioni perdute, conferisce un senso profondo al proprio percorso esistenziale.
Noi, al contrario, quale senso stiamo trasmettendo? Sembriamo titoli in borsa che lottano per non perdere valore, dimenticando che la vera ricchezza sta nel saper abitare il proprio tempo nella propria imperfezione.
Nascondiamo malamente il Brentani che è in noi attraverso autoinganni e maschere sociali, un pò come fa il personaggio sveviano, solo che lui in qualche maniera riconosce questa sua condizione esistenziale, noi invece non ne abbiamo consapevolezza. Crediamo di essere davvero forti e convincenti con i nostri comportamenti. Dovremmo invece prendere esempio da Zeno Cosini - l'altro personaggio di Svevo che troviamo ne "La coscienza di Zeno - il quale non nasconde il suo modo di essere inetto, le sue debolezze e i suoi fallimenti. Lui ne prende atto e attraverso l'ironia rende la sua inettitudine più accettabile a sé e agli altri. Qual è l'insegnamento di Svevo? E' che dobbiamo riconoscere e accettare le nostre imperfezioni, perchè fanno parte della vita. E chi tenta di aggirarle viene smascherato e deriso, come "quegli adulti che imitano i giovani indossando i pantaloni strappati" . Un caro saluto :)
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