mercoledì 18 marzo 2026

Il dolore del ritorno

 


Arriva un momento della vita - che coincide quasi sempre con la “vecchiaia” - in cui senti forte il bisogno di tornare con il pensiero al tempo e al luogo dove tutto è iniziato. E’ come  percepire un piacere velato  di malinconia che ti fa andare a ritroso e ti fa rivedere la tua vita, ritrovare quel che sai ineluttabilmente perduto: l’infanzia, le persone care che non ci sono più, il paese natio come l’avevi conosciuto. E' la nostalgia, il “dolore del ritorno”, quel sentimento agrodolce che ti offre gioia e tristezza nel ricordo, e si pone come un ponte emotivo tra il passato e il presente. Un sentimento nobile - se non pretende di erigere il passato a modello di vita - che fa da contrasto alla frenesia e all’omologazione contemporanea. “Quando ti viene nostalgia – scrive Erri De Luca – non è mancanza. E’ presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti”.

Non posso volgere le spalle alla nostalgia. Devo sempre fare i conti con lei, è un mio tratto identitario e caratteriale, appartiene al mio vissuto: è come se me la portassi dietro da sempre come una seconda pelle. E’ un delicato esercizio della mente che evoca la vita vissuta, la nostalgia.

Devo poi dire che non mi considero “cittadino del mondo”, un ideale cosmopolita che non mi appartiene; appartengo, invece, a un piccolo mondo, che è quel microcosmo fisico ed emotivo che io chiamo “casa” ma anche “paese”, che ha una sua dimensione contenuta, a misura d’uomo, contrapposta alla vastità alienante del paese globale. Preferisco la profondità di un  piccolo mondo fatto di abitudini, punti identitari, tradizioni, limiti, ricordi, alla vastità di un mondo globalizzato e  massificato fatto di nonluoghi desacralizzati. Ciascuno di noi porta nel cuore, a volte con gioia e a volte con sofferenza, il paese delle proprie origini. E più siamo immersi e disorientati in questo mondo globale e più sentiamo il bisogno di avere un luogo dell’anima che sentiamo nostro, originario, unico, che nessuno può sottrarci e che ci portiamo dentro: il paese dell’infanzia e della giovinezza.

Sono figlio del tempo e del luogo in cui sono nato: un piccolo paese del sud dove la fatica del vivere, in quei tempi, era pane quotidiano. E, nonostante i cambiamenti che si sono succeduti, sono ancora quello che un tempo sono stato. Non posso rinnegare il mio vissuto, fuggire dalle mie origini che mi hanno forgiato e mi inseguono, anche se dovessi portarle come un pesante fardello. “Siamo tutti inseguiti dalle nostre origini” diceva bene Cioran. E il modo migliore per sottrarre all’oblio il luogo e il tempo perduti è quello di coltivare il ricordo nel cuore, sublimando quella perdita ineluttabile in una compensazione spirituale. Per non perdersi nel mondo.


15 commenti:

  1. "Preferisco la profondità di un piccolo mondo fatto di abitudini, punti identitari, tradizioni, limiti, ricordi, alla vastità di un mondo globalizzato e massificato fatto di nonluoghi desacralizzati."

    Anch'io
    :-)
    Un abbraccio.

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  2. Una sensazione che conosco bene, caro Pino. Anch'io come te vivo la nostalgia come una parte ineludibile del mio essere: sono lontana dalla mia terra, la Sicilia e non mi abituerò mai veramente a questo distacco. Apparteniamo alla terra che ci dà i natali, c'è poco da fare!

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    1. Il Sud (la Sicilia per te, il Cilento per lo scrivente) è la nostra Itaca. E' lì che troviamo il senso vero e profondo della nostra vita. Ciao Marina

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  3. Preferisco sentirmi cittadino del mondo. Non per rinnegare le origini, non per porgere scudo alla nostalgia, ma per uno spirito di curiosità e passione che nutro da sempre. Non viaggiamo per spuntare una casella ad ogni nuovo luogo, ma perché quel luogo diventi casella pulsante dentro di noi.. come scrivevo a Luz ora viaggerò solo e sarà modo per stare ancor più con Lulù, che sarà immancabilmente con me, a scoprire ancora nuovi mondi, e noi a farci scoprire da loro, senza massificarci - come giustamente sottolinea Siu - ma arricchendoci, trattenendo minerali di bellezza lungo quello scorrere di tempo e luoghi, e valorizzare ancor più quando e dove ritorneremo, dove abbiamo comunque radici. Il mio paesino scrostato e battuto da sole, vento e mare, viaggia anche lui, assapora risacche che hanno lambito ogni costa, s'imbeve di vento che ha soffiato su ogni landa, mi guarda ogni volta che ritorno e bendeice ogni nuova ripartenza.

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  4. L’inizio di questo tuo scritto mi riporta alla mente altri tuoi testi in cui parli dell'antropologo Vito Teti. Devo ringraziarti, perché sono cresciuta attraverso le letture che proponi in questo spazio; esse, in qualche modo, compensano sotto altre forme quello
    stesso spirito che citi alla fine del post.

    Mi rivedo molto in ciò che scrivi, ma attraverso una forma di nostalgia del quotidiano, in sintonia con il tema della "restanza "di Teti. Vivo questa nostalgia ogni giorno attraverso le assenze: quelle delle persone che un tempo incontravo per strada e quelle delle case chiuse, con i cartelli di vendita affissi a ricordarti che lì non ci sarà più il ritorno dei vecchi proprietari.
    Faccio continuamente incontri con il silenzio, che si è sostituito alla vita, e con le botteghe chiuse: quella del calzolaio, del sarto e di tutte quelle attività manuali che sono state rimpiazzate da un mercato di acquisti compulsivi, portandosi via il senso dell’attesa e della lentezza.

    Forse ce ne prendiamo cura proprio attraverso il ricordo: io da vicino, tu e altri in lontananza. Nutriamo però lo stesso sentimento malinconico, ma anche nobile, perché impedisce a quel mondo di scomparire del tutto.

    Linda

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    1. Anch'io vivo la nostalgia attraverso le assenze. E ogni qual volta ritorno al paese natio cerco, tra le strade e gli scorci del piccolo borgo, le facce e le tracce e i piccoli fatti associati a quei luoghi dell'infanzia e della giovinezza. Come passare davanti all'officina del fabbro (era mio suocero) e non sentire più quel battere il martello sull'incudine "il suono più esaltante che si possa sentire" scriveva Lalla Romano in un suo libro.
      Tu vivi il ricordo delle assenze da vicino, io da lontano avendo lasciato il paese, anche se vi ritorno. Pasolini diceva che chi resta è più lontano di chi se n'è andato, perchè vede il mondo con occhi falsati, e avverte di meno la perdita perchè la vive giorno dopo giorno. Dici bene: "nutriamo però lo stesso sentimento malinconico, ma anche nobile, perché impedisce a quel mondo di scomparire del tutto". Ciao Linda

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  5. Dici bene: la nostalgia deve prendersi lo spazio che le compete. Ciao Luz

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  6. Da un post come questo si potrebbe scrivere per un'intera vita, ricordando e rivivendo ogni cosa e farla ridiventare nuova, perchè così fu allora. Il profumo della vita e del "nostro" universo non si cancella se non con la nostra morte corporale ma scriverne lascia una traccia per chiunque resti. Leggerti mi ha confortato.

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    1. La vita, caro Enzo, si può vivere due volte: la prima quando accade e la seconda quando si racconta. Ce lo ha insegnato Proust, con la Recherche. Il grande scrittore francese raccontò il suo passato facendolo rivivere attraverso la scrittura e il ricordo. Una traccia e un conforto per chi resta.

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  7. Sono capitata qui per caso ma ho riconosciuto con facilità ciò che in parte provo anch'io quando penso al paesino del sud che ho lasciato tanto tempo fa e che torna costantemente nei miei pensieri con tenerezza, più che con nostalgia. Posso provare nostalgia per qualcosa che ho perduto; il mio paese, la mia infanzia sono invece intatti nel mio ricordo e fondativi della mia identità, quindi penso che continuino a essere parte viva di ciò che sono.
    p.s. Bello il tuo blog! Se non ti dispiace, comincio a seguirti!
    Ciao!

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    1. Benarrivata qui, Giacinta, e felice per l'apprezzamento. Ciao

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