martedì 10 febbraio 2026

La perdita del passato come memoria storica

 


Noi  che apparteniamo alla generazione nata a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 del secolo scorso abbiamo avuto il raro privilegio di vivere una transizione storica, sociale e tecnologica senza precedenti, che di fatto ci ha portati a vivere in due epoche diverse, in due mondi estremamente lontani e contrapposti. Siamo cresciuti in un mondo rigido e tradizionale basato su valori conservatori, caratterizzato da relazioni dirette e ritmi lenti, un mondo che, in qualche maniera, custodiva tutti i secoli precedenti, durante i quali i cambiamenti più significativi si manifestavano gradualmente, spesso impercettibili nel corso di una singola generazione. Tanto impercettibili che le strutture sociali ed economiche che usava mio nonno erano le stesse che avrebbe usato mio padre, per tutta la vita, e poi in parte lo scrivente. Abbiamo sperimentato il boom economico che ci ha permesso di migliorare il nostro stile di vita. Si può dire che la nostra generazione sia l’unica a possedere una sorta di “doppia cittadinanza” culturale: conserva ancora valori e competenze pratiche del passato, ma ha dovuto apprendere, non senza difficoltà, le complessità tecnologiche del presente, a partire dagli ultimi 20/30 anni.

La nostra è stata l’ultima generazione che ha vissuto l’infanzia senza l’automobile, che ha abitato case senza l’acqua corrente (ci si lavava in un catino, nel cortile), che non aveva il frigorifero e la lavatrice e il telefono e il riscaldamento (si andava a letto con la borsa dell’acqua calda per scaldarsi i piedi); è stata l’ultima generazione che alle scuole elementari sedeva sui banchi di legno grezzo con il buco per il calamaio, che prendeva bacchettate dal maestro (senza che nessuno chiamasse il telefono azzurro); l’ultima generazione che ha visto le lucciole nelle calde serate estive; l’ultima generazione che ha vissuto l’infanzia senza schermi, giocando all’aperto a nascondino, al salto della corda, con le monetine lanciate contro il muro o con la trottola o con la fionda o con i bottoni; è stata l’ultima generazione che ha letto “il grande Blek” e “Capitan Miki” e “Tex” e “Tarzan”; l’ultima generazione che aveva un rapporto diretto con il sarto (ti cuciva i pantaloni e poi li allargava man mano che crescevi), e l’ultima generazione che ha visto per le strade l’arrotino, l’ombrellaio, lo stagnino; è stata l’ultima generazione che ascoltava alla radio, la domenica, “tutto il calcio minuto per minuto”, che guardava l’unico canale televisivo in bianco e nero, la cui programmazione giornaliera aveva un inizio (con la tv dei ragazzi) e una fine, annunciata in serata da una delle annunciatrici Rai.

La nostra è stata l’ultima generazione che poteva permettersi il lusso di immaginare un futuro radioso, avendo tutto davanti e niente alle spalle.

Ora siamo entrati nel terzo millennio della storia dell’umanità, in un mondo globale dove la velocità del cambiamento in ambito sociale, economico e tecnologico è senza precedenti. Soprattutto la tecnologia evolve a un ritmo esponenziale, tanto da superare la nostra umana capacità di adattamento e comprensione: non facciamo in tempo a capire il funzionamento di una procedura o di un congegno che già diventa tutto obsoleto, superato, da sostituire. Stiamo viaggiando a velocità siderale verso un futuro incerto e frenetico, senza avere più un passato da ricordare e da cui partire. Perché manca lo spazio e il tempo per la sedimentazione, la riflessione e la trasformazione del presente in memoria storica. Viviamo un eterno presente costituito da un flusso continuo di eventi e di esperienze e di fatti e misfatti che si susseguono senza sosta e senza lasciare alcuna traccia. Un presente proiettato nel futuro che non genera un passato solido da cui trarre insegnamento.

Diceva Simone Weil che “la perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale”. Il passato è la nostra radice spirituale e umanistica che fornisce valori e legami e che permette all’individuo di non sentirsi una pedina dell’apparato, ma parte integrante di un insieme più vasto e profondo definito da cultura e tradizioni. E se perdiamo il passato, perdiamo la nostra umanità, saremo sradicati e disorientati, incapaci di dare un senso alla nostra esistenza.


14 commenti:

  1. Siamo stati l'ultima generazione che ha utilizzato la lettera scritta a mano e trasmessa tramite posta, quale mezzo di comunicazione a distanza, l'ultima, sana generazione che sapeva attendere la risposta, senza fretta :)

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    1. E' vero. Oggi abbiamo a disposizione la mail: il succedaneo moderno della lettera cartacea. Ma è tutt'altra cosa. La lettera scritta a mano aveva un valore affettivo che la mail non può assolutamente eguagliare. La posta elettronica ha portato vantaggi in termini di velocità ma ha causato la perdita di una emozione che poteva essere conservata, letta e riletta nelle ore di dolce malinconia. La mail si perde nel flusso delle comunicazioni e dei messaggi pubblicitari on line, la lettera era una cosa preziosa, che faceva parte di un rituale affettivo, si poteva toccare, stringere tra le mani, cogliervi lo stato d'animo di colui che scriveva. Ecco, se a volte potessimo ritornare alla lettera cartacea, forse ritroveremmo un pò di umanità perduta.

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  2. Mi identifico con le tue parole e con ciascuno di tutti quei “la nostra è stata l’ultima generazione a…”
    noi con un piede, anzi con tutto un arto nel passato e l’altro, anzi, poche dita, nella tecnologia presente che ci vorrebbe sempre più veloci!
    massimolegnani

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    1. Grazie massimo: mi sento meno solo. In fondo, siamo i superstiti di una stagione della vita che ci ha forgiati e ci ha resi più resistenti e consapevoli. Un caro saluto

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  3. Come vivi tutto questo Pino? Cosa pensi di lasciare al futuro di quel ragazzo che giocava per strada e ascoltava le partite alla radio? Insomma cosa resta di noi, ha un senso la nostra esistenza vissuta in quell'altra dimensione storicosociale? Anche la tua scrittura come quella di tutti noi che la usiamo in codesto modo ha ancora un valore...perchè è la risposta a questi interrogativi che, nel mio caso, ha influito grandemente sulla mia permanenza sui blog.

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    1. Come vivo tutto questo? Diciamo che utilizzo il passato non come una fuga o un desiderio di ritornare in quel tempo che, certamente, non è stato il paradiso in terra, ma come un modo per vivere il presente con maggiore consapevolezza ed equilibrio. Utilizzo il ricordo come collegamento identitario, cercando di mantenere un senso di continuità tra come eravamo e come siamo diventati, sforzandomi di adattarmi, con fatica, ai cambiamenti che hanno stravolto – in positivo e in negativo - la nostra esistenza. E poi – caro Enzo – è bello custodire ciò che siamo stati, nella gioia e nel dolore. Ricordare è sempre un esercizio nobile e salutare. E’ assai dolce aprire quel cofanetto di ricordi che ci portiamo dietro come un tesoro. E devo dire che nel mio presente c’è abbondanza di passato, più che di futuro, ed evocarlo mi tiene impegnato, in qualche maniera dà segnali di vita, è come se l’incanto di quel tempo si risvegliasse. Cosa penso di lasciare al futuro di quel ragazzo che giocava per strada? Niente. Perché quel ragazzo non esiste più. Oggi se ne stanno chiusi con la testa nello smartphone. Assenti a tutto ciò che succede intorno. E non so quale insegnamento e quale senso possa dare “la nostra esistenza vissuta in quell'altra dimensione storicosociale” a un ragazzo di oggi, che vive in un altro mondo, spesso scollegato dalla realtà. Tu dici che la risposta a questi interrogativi sia da ricercare nella scrittura, che è un valore. Che dirti…magari i ragazzi di oggi leggessero un po' di più, anziché stare sui social….Ti lascio e ti saluto con le parole di Manuel Vilas, un bravo scrittore spagnolo che in un suo libro scrive: “Un giorno o l’altro ogni uomo finisce per affrontare l’inconsistenza del suo passaggio nel mondo. Ci sono esseri umani che riescono a sopportarlo, io non lo sopporterò mai”.

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  4. Con quelli, tra gli amici, che mi sono coetanei ci ritroviamo sempre più spesso a dirci quanto siamo stati fortunati a nascere quando siamo nati, senza stancarci di elencarne le ragioni, esattamente le stesse che descrivi nel post.
    Pensando poi in particolare al comunicare per lettera, mi sembra che oltre ai peculiari risvolti da te così intensamente ricordati vada sottolineato anche un fatto che potrà sembrare banale, ma secondo me è essenziale nel determinarne l'importanza, ed è che la lettera bisognava aspettarla. Un'attesa che si univa a volte all'incertezza: mi risponderà..? non mi risponderà..? Che ricevessimo una risposta non era quasi mai scontato, ma soprattutto c'era questo periodo di attesa, più o meno lungo, che rendeva la lettera preziosa ancor prima che arrivasse, e impagabile quando (e se) finalmente arrivava, quale graditissima sorpresa: l'attesa stessa, colma di sensazioni, di dubbi e riflessioni, ne aveva aumentato in modo determinante il valore.
    Il che richiama alla mia memoria un altro elemento importante, direi fondamentale di "quei tempi", legato ancora una volta all'attesa: quella di un giocattolo, o comunque di un regalo, che si desiderava con l'intensità con cui si desidera(va) qualcosa forse solo da bambini. Tanto per cominciare s'imparava a confrontarsi con una frustrazione, quella dovuta al fatto che non si otteneva, almeno non subito, l'ambito oggetto dei nostri desideri. E quando poi finalmente arrivava, come per la lettera di cui sopra portava con sé una gioia immensa e indicibile, in virtù proprio del lasso di tempo durante il quale lo si era pensato, sognato, immaginato...
    Oggi ai bambini molto, troppo spesso non si dà il tempo e il modo di desiderare nulla, il concetto stesso di desiderio, con tutto ciò che implica di bello ed importante nello sviluppo psichico di una persona, viene ucciso prima ancora di potersi manifestare visto che (per mille motivi, spesso neanche troppo nobili) i genitori sommergono i loro pargoli di tutto e di più, lasciandoli probabilmente frastornati oltre che sempre più indifferenti e inariditi (ma questo Umberto Galimberti lo spiega molto meglio di me).

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    1. Grazie Siu, per questo tuo bel contributo che condivido e che arricchisce il mio post. Un caro saluto

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  5. Sono nato più tardi, era il 1970, ma ricordo bene che durante il servizio militare la corrispondenza tra me e la mia futura moglie era cartacea: ci scrivevamo lettere a mano e aspettavamo trepidanti le risposte. Non esistevano né cellulari né pc né tanti altri gingilli che oggi riteniamo indispensabili.
    Tuttavia non sono tra quelli che pensano che quei tempi fossero necessariamente migliori e quelli odierni peggiori. C'è stata una rivoluzione epocale nell'arco di due generazioni e ognuna ha avuto e ha le sue peculiarità. Citando Galimberti, come ha fatto siu qui sopra: "Quando diciamo che ai nostri tempi si stava meglio, che erano tempi migliori ecc., in realtà lo diciamo perché rimpiangiamo la giovinezza perduta, non tanto perché pensiamo che fossero realmente tempi migliori".
    Mi sento di concordare.
    Un saluto.

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    1. Devo dire che anch’io non ho rancori verso il nostro tempo - anche se critico aspramente certe sue derive - e non mi sognerei mai di dire che il passato è stato il paradiso perduto. Questo tempo mi ha dato benessere, mi cura se sto male, mi ha allungato la vita, usa nei miei riguardi mille accorgimenti: e io gli sono grato. Certo, è colpevole di tante cose, per esempio ha danneggiato e disperso quella sapienza artigiana delle cose ben fatte che la civiltà del passato aveva faticosamente costruito: prova a cercare un falegname, o un fabbro, uno che ti sappia aggiustare una lavatrice…spariti, la lavatrice te la devi comprare nuova e anche quella vecchia e bella sedia, che prima si poteva riparare. Naturalmente – caro Andrea – criticare il presente non significa rimpiangere il passato. Non potrei mai dire che stavo meglio prima, da bambino, in quella casetta al paese senza luce elettrica (si, ho vissuto anche quell’aspetto esistenziale), senza acqua corrente, etc. etc. Mi viene da pensare che chi ha avuto privazioni e sofferenze nel passato ha sviluppato una capacità superiore nel saper apprezzare i vantaggi della modernità, ma anche le sue deformazioni. Chi ha superato momenti di carenza, non vive la modernità con smania sempre tesa all’acquisto di cose, ma con un approccio equilibrato e consapevole, apprezzando il valore degli oggetti che la tecnologia mette a sua disposizione. Mi viene da dire: viva il cellulare (che io non ho, perché non mi serve), ma se tu diventi schiavo di questo strumento, c’è qualcosa che non va. Viva la tecnologia che ci ha liberato da tante fatiche, ma se questa, da strumento nelle mani dell’uomo, diventa un mondo a sé stante che ha preso il sopravvento sul senso della vita – come dice Galimberti – con proprie regole di produttività, efficienza e massimizzazione dei risultati, marginalizzando le emozioni e le facoltà umanistiche e trasformando l’uomo in un funzionario del sistema, ebbene, bisogna rivedere alcune cose altrimenti è la fine. E ha ragione Galimberti quando dice che idealizziamo il passato perché rimpiangiamo la nostra giovinezza, i nostri occhi carichi di vita e pieni di speranze future, non già i tempi che non erano affatto migliori. Non avevamo niente, noi di quella generazione, solo entusiasmo, tanta immaginazione e voglia di migliorare. E oggi stiamo qui a ricordarlo.
      Un saluto, Andrea.

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  6. Ora non sono in grado di essere obiettivo. Vivo un presente luttuoso e irreparabile. Tanto dentro di me è portato a credere che in un presente diverso, meno contaminato, meno malato, meno assediato, mia moglie sarebbe ancora viva. Ma parlo con la rabbia nel cuore e il furore dell'impotenza. Scusami.

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    1. A volte la realtà virtuale della Rete riesce a creare dei legami profondi, più forti di quelli reali. E’ quella goccia magica che si fa spazio nel mare. Caro Franco, avremo tempo e modo per parlare di questo nostro controverso presente. Ora, come hai scritto da qualche parte, dovrai cercare di “vivere sotto un cielo diverso”, con forza e coraggio. Un caro saluto

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  7. "... che non aveva il frigorifero e la lavatrice e il telefono e il riscaldamento (si andava a letto con la borsa dell’acqua calda per scaldarsi i piedi)

    Nonostante anagraficamente sia un bel po distante da quegli anni cinquanta , ho visto entrare nei nostri letti la sostituzione della borsa dell'acqua calda con mattoni di cotto ,avvolti in maglioni rotti di lana, appena tolti dal fuoco del camino .

    Pensate , i mattoni nel letto ,un materico che sostituiva il materialismo sfrenato ,la povertà dignitosa che ci insegnava il valore del costruirsi le cose,in modo semplice ma soprattutto emotivo. Siamo sospesi in questo presente senza una memoria storica e di quale memoria potremmo mai parlare senza nessuno che la racconta e come ci si può dimenticare di quelle origini, se non nostre, dei nostri avi ?Nessuno dice che si stava meglio prima ,ma nessuno dice che oggi si sta peggio sotto tanti altri punti di vista,noi che non cerchiamo il compromesso perché il tutto e subito ci è permesso con estrema velocità,senza fermarsi un attimo sopra un treno senza freni.
    Mi viene in mente il titolo di un tema sulla nostra esistenza :la dimenticanza
    Uno svolgimento che può richiedere ore e pagine , oppure un fermarsi al titolo come resoconto.Grazie !

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    1. Grazie per le tue parole, Linda, che io condivido. E già, i mattoni di cotto riscaldati da mettere nel letto: forse rappresentavano un'evoluzione moderna della borsa dell'acqua calda, oppure una forma di regresso, chissà. Comunque me li ricordo anch'io quei mattoni, li usava sempre mio nonno nelle fredde serate invernali, costituivano il riscaldamento di quei tempi. Oggi ci sono le coperte elettriche...
      Buona domenica.

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