Tra gli otto migliori post del 2025 - scelti da Luz curatrice del blog Io, la letteratura e Chaplin –c’è anche questo mio scritto, pubblicato nel settembre del 2025 con il titolo “La nobiltà della sconfitta”. Lo ripropongo qui di seguito e ringrazio Luz per averlo menzionato.
La nobiltà della sconfitta
In fondo, ciascuno di noi osserva e interpreta il
mondo secondo la propria visione ideale della vita. Viviamo in un mondo
globalizzato e chi non è allineato e si oppone alla tirannia degli imperativi
tecnologici e mercantili è destinato, prima o poi, ad affondare aggrappato al
suo mondo, come un naufrago alla sua zattera. E’ come dire che oggi la
globalizzazione miete vittime metaforiche lungo il suo percorso inarrestabile.
Combattere per le cause perse, sostenere
moralmente gli sconfitti è un segno di nobiltà d’animo. Gli sconfitti dalla
vita, quelli che non si adeguano al potere dominante, alle consuetudini, alle
mode, alla uniformità del pensiero e che hanno difficoltà a vivere una vita
cosiddetta “normale” godono della mia solidarietà. Ho come l’impressione che i
vinti abbiano sguardi più umani e pensieri più leggeri, che siano liberi da
convenzioni e opportunità, portatori di dubbi e non di certezze. E accettino,
in solitudine, il malinconico verdetto della vita che li consegna all’oblio. I
vincenti, al contrario, gli arrampicatori sociali, coloro che rincorrono
successo e potere e fama e soldi e cavalcano l’onda del tempo, ossessionati dal
culto dell’affermazione e dell’apparenza, mi annoiano terribilmente. Preferisco
le storie degli insicuri, di coloro che si perdono per strada o che sono sempre
alla ricerca di qualcosa ma non sanno mai quale. Chissà! Forse cercano proprio
sé stessi e questo faticoso cammino esistenziale me li rende simpatici.
Amabili.
La letteratura è piena di sconfitte e di
perdenti. Molti grandi scrittori, soprattutto del passato, hanno sublimato i
propri fallimenti in capolavori letterari. Penso a Pessoa che
scriveva “porto con me la consapevolezza della sconfitta come un vessillo di
vittoria”; penso a Pavese e al suo disagio esistenziale che lo
portò al suicidio; penso a Proust e al suo rapporto di
amore/odio con il tempo a cui dedicò forse la sua unica forma di vita: la
scrittura di quel capolavoro che è la Recherche; penso a Pasolini che
intendeva educare le giovani generazioni al valore della sconfitta e
all’umanità che ne deriva. E penso a Henry David Thoreau, teorico
della disubbidienza civile dell’America dei primi anni dell’Ottocento,
quell’America che si stava affacciando al progresso tecnologico ed ai consumi.
Thoreau disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, inseguiva un ideale
di vita più umano ed equilibrato, a stretto contatto con la natura ed in
sintonia con il ciclo delle stagioni. Lui appare come la prima vittima della
nascente globalizzazione.
I vincitori fanno la storia –
questo lo sappiamo - ma sono i perdenti che ne smascherano le ingiustizie, le
menzogne, i soprusi. L’archetipo del perdente è Don Chisciotte della Mancia, l’eroe
di Cervantes, che insegue ideali cavallereschi ormai scomparsi e
combatte la sua battaglia contro la limitatezza della realtà che non rispecchia
i suoi sogni. Lui vive il suo vaneggiamento inattuale con passione e combatte
instancabilmente le sue battaglie. E’ la sua sconfitta a renderlo umano; è la
sua sconfitta a dare il senso del limite alla sua azione; è la sua sconfitta a
farmelo amare. E come non ricordare i perdenti o “inetti” di Italo
Svevo - da Alfonso Nitti a Emilio Brentani a Zeno
Cosini – icone del fallimento esistenziale e dell’incapacità di
adattarsi al contesto sociale; e poi JaKob von Gunten dell’omonimo
romanzo di Robert Walser (che voleva essere uno zero
assoluto). Un eterno sconfitto appare Stoner, dell’omonimo romanzo
di John Williams, eroe buono della normalità che subisce gli eventi
della vita senza mai alzare la voce. Grande e nobile sconfitto dalla storia è
il Principe Fabrizio Salina, straordinario personaggio de “Il
Gattopardo” che non incarna – come comunemente si crede – l’opportunismo da
voltagabbana di chi cambia tutto per non cambiare nulla, pur di rimanere a
galla, ma il suo esatto contrario: la capacità di saper perdere e affondare,
con eleganza, insieme al suo mondo. La nobiltà della sconfitta.
Pino, è stato un piacere annoverare questo fra i migliori post, ma è solo uno dei tanti che possiamo trovare qui, tutti validissimi. Mi piace in particolare il tema, il tuo averlo saputo raccordare alla contemporaneità. E scrivi molto bene!
RispondiEliminaFelice e vagamente orgoglioso di averti segnalato Pino l'anno precedente. Infiniti tesori a ben guardare.. ;)
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