mercoledì 28 gennaio 2026

L'altro potere

 


Se, una volta, il potere mostrava le sembianze della forza di un esercito invincibile e il carisma del suo comandante supremo – Alessandro Magno… Giulio Cesare… Napoleone Bonaparte - oggi si esprime in forme assai diverse, non ha il volto riconoscibile dei “Grandi della Terra”, nonostante si allarghi tra gli uomini il desiderio di conquistare quel potere.

E’ un potere oscuro, subdolo, vischioso, che si insinua dentro di noi e occupa i nostri pensieri; un potere che non ha un volto decifrabile e ci lusinga, ci domina, ci rende schiavi. Ci possiede.

Ha potere il messaggio pubblicitario replicato all’infinito: genera desideri;

ha potere l’immagine violenta di distruzione e di morte: è lo spettacolo quotidiano del dolore veicolato dai media per destare paura, scioccare e impressionare;

ha potere la parola, capace di influenzare il modo di pensare, ma anche di costruire o distruggere, consolare o ferire;

ha potere la moda, capace di definire scelte e comportamenti sociali;

ha potere il denaro, che da mezzo di scambio è diventato il fine ultimo del mondo e strumento di controllo;

ha potere la tecnologia che, attraverso i suoi strumenti pervasivi, condiziona il pensiero umano e imprigiona le menti.


mercoledì 21 gennaio 2026

Viaggio in Italia

 


C’è stato un tempo in cui viaggiare era un’arte, anche se riservata a pochi: una pratica nobile, un’occasione di crescita personale, un’esperienza formativa e di scoperta di sé e del mondo. Ed era un’arte anche il saper raccontare il viaggio che - da esperienza personale - diventava una narrazione coinvolgente che andava oltre la descrizione geografica del luogo, suscitando empatia e coinvolgendo emotivamente il lettore. Il viaggiatore (scrittore, artista…) che raccontava il suo viaggio – con tutte le difficoltà pratiche che incontrava rispetto ad oggi - era come il pittore che dipinge un quadro osservando un paesaggio: usava le parole anziché la tavolozza dei colori per rappresentare sulla pagina le sue impressioni, che divenivano una vera e propria avventura intellettuale. Riferiva non solo ciò che aveva visto, ma raccontava anche sé stesso e i sentimenti che aveva provato, estrapolando la vera essenza del luogo. E trasformando la sua avventura in un’opera letteraria.

Quest’arte non esiste più. Si è persa questa idea di letteratura legata al viaggio. Viaggiare non ha più quell’aura mitica, romantica e suggestiva di un tempo. E’ impensabile che un intellettuale, oggi, decida di intraprendere un viaggio per cercare ispirazioni culturali tra le città d’arte. Quelle esperienze e quelle emozioni di un tempo - vissute da pochi eletti e riportate sulla carta come un romanzo – apparivano uniche  ed irripetibili. Esperienze ed emozioni che cessano di essere significative quando vengono vissute e raccontate da tutti alla stessa maniera, attraverso un forsennato turismo di massa come quello dei nostri tempi. Oggi abbondano le foto per descrivere i luoghi e si sprecano i video, ma non bastano per esprimere un’emozione, per raccontare l’anima di un territorio, per destare entusiasmi: servono le parole scritte. Parole evocative e descrittive, direi quasi “cinematografiche”, capaci di trasportare il lettore dentro l’evento. Ecco, noi oggi siamo orfani di quelle parole che un tempo sapevano raccontare un viaggio. Penso alle belle parole scritte da Hermann Hesse nel suo diario “Dall’Italia”; penso a quel grande libro che è il “Viaggio in Italia” di Goethe; penso al vagabondaggio, senza una meta precisa, in quell’Italia non riportata dalle guide turistiche, che intraprese Guido Ceronetti negli anni ’80 ricavandone un libro godibile e graffiante che si intitola “Un viaggio in Italia”; penso agli articoli di Corrado Alvaro raccolti in “Itinerario italiano”; penso ai viaggi in Italia di Ruskin, di Stendhal…e poi i reportage di Goffredo Parise, Alberto Moravia, Giorgio Manganelli.

In questo filone letterario si pone anche il “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, che sto leggendo in questi giorni. Un libro bellissimo. Durò tre anni, quel viaggio nell’Italia degli anni ’50. Ne scaturì un’opera senza precedenti, di circa mille pagine, un reportage straordinario dal quale emergono i vizi e le virtù di un popolo a cui tutti noi apparteniamo. Una riflessione antropologica che forse non ha eguali nella tradizione giornalistica, da cui si evince quel carattere nazionale immutabile che ci contraddistingue e che - come scrisse Oreste Del Buono nella prefazione del 1992 – “resiste alle mode e ai rovesci della storia…Piovene passeggiò per le piazze fisiche e metafisiche, sostò nei caffè, scrutò nelle sacrestie, curiosò nei palazzi del potere, entrò nelle case e scoprì l’Italia come, in una precedente inchiesta, aveva scoperto l’America”.


giovedì 15 gennaio 2026

Chaplin award: La nobiltà della sconfitta

 

Tra gli otto migliori post del 2025 - scelti da Luz curatrice del blog Io, la letteratura e Chaplinc’è anche questo mio scritto, pubblicato nel settembre del 2025 con il titolo “La nobiltà della sconfitta”. Lo ripropongo qui di seguito e ringrazio Luz per averlo menzionato.

La nobiltà della sconfitta


In fondo, ciascuno di noi osserva e interpreta il mondo secondo la propria visione ideale della vita. Viviamo in un mondo globalizzato e chi non è allineato e si oppone alla tirannia degli imperativi tecnologici e mercantili è destinato, prima o poi, ad affondare aggrappato al suo mondo, come un naufrago alla sua zattera. E’ come dire che oggi la globalizzazione miete vittime metaforiche lungo il suo percorso inarrestabile.

Combattere per le cause perse, sostenere moralmente gli sconfitti è un segno di nobiltà d’animo. Gli sconfitti dalla vita, quelli che non si adeguano al potere dominante, alle consuetudini, alle mode, alla uniformità del pensiero e che hanno difficoltà a vivere una vita cosiddetta “normale” godono della mia solidarietà. Ho come l’impressione che i vinti abbiano sguardi più umani e pensieri più leggeri, che siano liberi da convenzioni e opportunità, portatori di dubbi e non di certezze. E accettino, in solitudine, il malinconico verdetto della vita che li consegna all’oblio. I vincenti, al contrario, gli arrampicatori sociali, coloro che rincorrono successo e potere e fama e soldi e cavalcano l’onda del tempo, ossessionati dal culto dell’affermazione e dell’apparenza, mi annoiano terribilmente. Preferisco le storie degli insicuri, di coloro che si perdono per strada o che sono sempre alla ricerca di qualcosa ma non sanno mai quale. Chissà! Forse cercano proprio sé stessi e questo faticoso cammino esistenziale me li rende simpatici. Amabili.

La letteratura è piena di sconfitte e di perdenti. Molti grandi scrittori, soprattutto del passato, hanno sublimato i propri fallimenti in capolavori letterari. Penso a Pessoa che scriveva “porto con me la consapevolezza della sconfitta come un vessillo di vittoria”; penso a Pavese e al suo disagio esistenziale che lo portò al suicidio; penso a Proust e al suo rapporto di amore/odio con il tempo a cui dedicò forse la sua unica forma di vita: la scrittura di quel capolavoro che è la Recherche; penso a Pasolini che intendeva educare le giovani generazioni al valore della sconfitta e all’umanità che ne deriva. E penso a Henry David Thoreau, teorico della disubbidienza civile dell’America dei primi anni dell’Ottocento, quell’America che si stava affacciando al progresso tecnologico ed ai consumi. Thoreau disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, inseguiva un ideale di vita più umano ed equilibrato, a stretto contatto con la natura ed in sintonia con il ciclo delle stagioni. Lui appare come la prima vittima della nascente globalizzazione.

I vincitori fanno la storia – questo lo sappiamo - ma sono i perdenti che ne smascherano le ingiustizie, le menzogne, i soprusi. L’archetipo del perdente è Don Chisciotte della Mancia, l’eroe di Cervantes, che insegue ideali cavallereschi ormai scomparsi e combatte la sua battaglia contro la limitatezza della realtà che non rispecchia i suoi sogni. Lui vive il suo vaneggiamento inattuale con passione e combatte instancabilmente le sue battaglie. E’ la sua sconfitta a renderlo umano; è la sua sconfitta a dare il senso del limite alla sua azione; è la sua sconfitta a farmelo amare. E come non ricordare i perdenti o “inetti” di Italo Svevo - da Alfonso Nitti a Emilio Brentani a Zeno Cosini – icone del fallimento esistenziale e dell’incapacità di adattarsi al contesto sociale; e poi JaKob von Gunten dell’omonimo romanzo di Robert Walser (che voleva essere uno zero assoluto). Un eterno sconfitto appare Stoner, dell’omonimo romanzo di John Williams, eroe buono della normalità che subisce gli eventi della vita senza mai alzare la voce. Grande e nobile sconfitto dalla storia è il Principe Fabrizio Salina, straordinario personaggio de “Il Gattopardo” che non incarna – come comunemente si crede – l’opportunismo da voltagabbana di chi cambia tutto per non cambiare nulla, pur di rimanere a galla, ma il suo esatto contrario: la capacità di saper perdere e affondare, con eleganza, insieme al suo mondo. La nobiltà della sconfitta.


sabato 10 gennaio 2026

libri e dintorni

 


Rientrare a Roma dopo un lungo periodo trascorso al paese, nel Cilento, mi provoca quasi sempre un senso di malessere e di smarrimento dovuto al brusco passaggio dai ritmi lenti e rilassati della campagna a quelli caotici e frenetici della città. La chiamano “sindrome da rientro”.

E’ sera. Mi giungono da un televisore, acceso di là, voci e immagini del solito, sconsolante e avvilente teatrino serale dell’informazione: è la razione quotidiana di rimbambimento televisivo da cui nessuno può sfuggire. Inizio, allora, a girovagare con lo sguardo tra i miei libri, alla ricerca di qualcosa che possa addolcirmi la serata. E così come un devoto credente si rivolge con la preghiera alla misericordia dei santi del paradiso, al fine di ottenere una grazia, io mi affido a quei volumi che fanno capolino dai ripiani della mia libreria, ed alla forza immaginativa in essi racchiusa, affinché mi liberino da quelle irritanti facce televisive da talk show – e sempre le stesse - che discettano ossessivamente di guerre e di armi e di Trump e di politica e di tragedie familiari. Non pensiate che io sia insensibile a questi fatti! No. E' che il modo come gli stessi vengono raccontati è diventato insopportabile.

Mi ritrovo così  a leggiucchiare ora una pagina…ora una frase, a spizzicare belle parole di qua e di là traendone indicazioni e suggerimenti. Insomma inizio una sorta di caccia al tesoro fra i ripiani della mia libreria che contengono, in bella confusione: libri alti e libri bassi, libri nuovi appena comprati e vecchie edizioni introvabili, scovate sui banchetti di un mercatino dell’usato, testi con le pagine ingiallite o freschi di stampa, con la copertina bianca e con la copertina verde…gialla…rossa, libri belli e libri brutti, in edizione economica e in edizione rilegata,  parcheggiati in doppia fila… accovacciati di piatto davanti agli altri… accatastati gli uni sopra gli altri… da una parte gli autori italiani e dall’altra quelli stranieri, sopra i libri d’arte e sotto quelli di storia, in alto i libri di filosofia e in basso quelli di poesia e poi i saggi, l’attualità…

Eccolo, “il Gattopardo”: l’ho letto più volte, sempre con rinnovato piacere. Sono dell’avviso che se ascoltiamo cento volte una canzone che ci piace, non possiamo non leggere, almeno due/tre volte, lo stesso libro che pure ci piace. Lo prendo, lo sfoglio, mi soffermo su qualche antica sottolineatura (ho questo strano vizio…), a riprova della bellezza del pensiero colta durante la mia prima lettura. Il mio sguardo si sofferma, poi, su quello che viene considerato un libro culto dagli alfieri dell’ecologia: “Walden o vita nei boschi”. Lo scrisse un americano ribelle e anticonformista nei primi anni dell’Ottocento che disapprovava gli ideali mercantili della sua epoca, David Thoreau. E per dimostrare che si poteva vivere un’esistenza in armonia con la natura, si costruì una capanna nel bosco dove visse per oltre due anni, lontano dal consorzio civile. Mi viene in mente “la famiglia nel bosco” che oggi spadroneggia in tutti programmi televisivi. Ma, allora, non c’era ancora la televisione con le sue vite in diretta, non c’erano gli assistenti sociali che vogliono insegnarti a vivere. Lo apro a caso, quel libro, e mi colpisce una frase che non avevo sottolineato, a conferma del fatto che un libro ha mille sfumature e per poterle afferrare tutte bisogna leggerlo almeno una seconda volta e in tempi diversi: “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”.

Ora prendo tra le mani quel grosso volume che si trova nello scomparto dei libri in attesa di essere letti: “Guerra e pace”; do una scorsa alla quarta di copertina e poi salto all’interno…leggo qualche riga…lo chiudo, lo giro e rigiro tra le mani come a volerlo soppesare: non è ancora giunto il suo momento, e mi domando perché. Ma non so trovare una risposta. Anche i libri hanno i loro tempi di lettura e non dobbiamo avere fretta. Mi lascio poi coinvolgere, ancora una volta, dal titolo di quel libro così stimolante che mi spinse, tempo fa, ad acquistarlo: “Quel che resta del giorno”. E’ proprio vero, se non conosciamo l’autore ci lasciamo lusingare da una bella copertina o da quelle poche allettanti parole che costituiscono il titolo. E sapeste, poi, la gioia che provo quando scorgo, sul ripiano in basso, quel piccolo saggio in formato tascabile di poco meno di settanta pagine, che non riuscivo più a trovare: “L’arte di tacere”, scritto da un abate francese nella seconda metà del Settecento, Joseph Antoine Dinouart. Eccolo scovato, finalmente! Con le sue piccole dimensioni sembrava quasi volersi nascondere, invece era stato praticamente schiacciato, a mò di sandwich, da due grossi volumi impilati ai suoi fianchi. Lo libero, lo sfoglio con piacere e vado diritto su quella frase che mi aveva colpito la prima volta che la lessi: “si deve smettere di tacere solo quando si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio”. Chissà cosa avrebbero da dire al riguardo i tanti personaggi logorroici che imperversano nei salotti televisivi!

Tiro poi fuori un libro dalle pagine ingiallite di cui me n’ero proprio dimenticato: “Tra un mese, tra un anno” di Francoise Sagan. Mi riporta indietro nel tempo, agli anni della mia giovinezza: credo di averlo letto ai tempi del liceo. Lo guardo con dolce malinconia; lo annuso: sprigiona quell’inconfondibile profumo tipico dei libri invecchiati, un misto di vaniglia, mandorla e cannella. Un vero piacere olfattivo per chi ama ancora i libri cartacei. Ma anche un piacere tangibile che nasce sia dal toccare e dallo sfogliare un qualcosa che ha una sua peculiare fisicità, che dal sottolineare con una matita un pensiero che ci piace. Pare che con l’avvento del digitale i libri cartacei siano destinati a sparire. La cosa non mi preoccupa affatto perché mi bastano questi libri “vecchia maniera” allineati sugli scaffali, comprati in tempi non sospetti, libri che mi permetteranno di trascorrere gli anni a venire in piacevole e dolce compagnia.

Lascio questi pensieri per riprendere la mia esplorazione tattile  e visiva tra i ripiani della libreria. Quanti bei titoli evocativi vedo davanti a me: “La montagna incantata”…”Se una notte d’inverno un viaggiatore”…”L’insostenibile leggerezza dell’essere”…”Il deserto dei tartari”…”Viaggio al termine della notte”…”Il piccolo principe”…”Il nome della rosa”. Libri che rimandano a ricordi e risvegliano sensazioni profonde, che offrono mondi alternativi e aprono scenari straordinari. Ma eccolo, un po’ dietro, quasi nascosto, quel classico della letteratura, “Cent’anni di solitudine” un libro che descrive una delle mie sconfitte letterarie; ho cominciato a leggerlo, devo dire con fatica, poi l’ho abbandonato, quindi l’ho ripreso di nuovo, tempo fa: niente da fare, non sono riuscito a portarlo a termine. Lo guardo sconsolato, un titolo così bello e suggestivo, lo sfoglio di nuovo quasi a voler cercare tra quelle pagine i segni di una improbabile giustificazione. Lo ripongo di nuovo al suo posto. E subito dopo mi intrattengo con un testo diverso a cui sono molto affezionato e che, meglio degli altri, si presta ad essere letto anche aprendolo a caso: “Lettere a Lucilio”. Il grande filosofo romano Seneca così scriveva, nella lettera n. 2, a quel suo amico di Pompei: “…leggi sempre i migliori autori e, se talvolta vuoi passare ad altri, torna poi ai primi. Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per sopportare la povertà e per affrontare la morte e tutte le altre sventure umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”